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L`esperienza emotiva tra James e Dewey

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L`esperienza emotiva tra James e Dewey
rivista on-line del Seminario Permanente di Estetica
anno I, numero 1
L’esperienza emotiva tra James e Dewey
Alessia Ruco
1. Si piange perché si è tristi o si è tristi perché si piange? C’è una relazione di senso tra il
pianto, o qualunque stato convenzionalmente definito emotivo che si scateni e si incarni
nel corpo, e l’esperienza oggettuale? In generale, si è inclini a sottolineare l’impossibilità
di rispondere a una questione così posta, la difficoltà di distinguere l’oggetto esperito
dallo stato emotivo sentito. Si dice semplicemente che certe situazioni “fanno” piangere
oppure ridere, anzi fanno apparire il riso e il pianto come una sorta di bisogno incondizionato. Come il non senso del riso e del pianto inscenato nel teatro di Ionesco o di Beckett. Un personaggio recita una battuta e scoppia a ridere quasi per necessità, non importa il motivo. Si innesca un processo di disarticolazione tra l’espressione emotiva, il
soggetto che la incarna e la situazione nella quale essa scaturisce che batte l’accento sulla forza espressivo-simbolica dell’emozione, anche quando le cause sembrano ormai irrintracciabili.
Con la domanda se si piange perché si è tristi o se si è tristi perché si piange si solleva,
tuttavia, un problema teoreticamente assai più articolato di un aut aut schematico. Il
paradigma della causalità appare, infatti, inadeguato a comprendere il significato delle
emozioni; occorrerebbe piuttosto investigarne i modi, e il ruolo specifico che vi svolgono
i media sensoriali.
È questo un nodo teoretico e metodologico centrale attorno al quale con esiti differenti si sono interrogati gli studi psicologici e filosofici di James e di Dewey. Entro l’orizzonte storico-filosofico del pragmatismo classico americano, le loro riflessioni sul rapporto tra mente e corpo rappresentano un tentativo teorico fondamentale per riscrivere
la psicologia in senso pragmatico, in grado – conformemente a una visione olistica
dell’esperienza – di cogliere le dinamiche psico-fisiche dell’uomo come unità antropologica. Mirando, in questo senso, a superare l’atomismo tanto della psicologia razionale
quanto delle prospettive naturaliste, è significativo che per entrambi gli autori l’emo-
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zione rappresenti un territorio di indagine privilegiato. La sua matrice specificamente
sensibile (togliamo alla paura il suo riverbero corporeo, come afferma precipuamente
James, e non avremo che pallide idee concettuali), e al tempo stesso l’impossibilità di
esaurirne il significato spiegandone i meccanismi fisiologici permette, infatti, di mettere
a fuoco i problemi teorici cruciali legati alla pregnanza simbolica dell’esperienza dell’aisthesis.
James, nel tentativo di sganciarsi dalle prospettive tradizionali che interpretano
l’emozione come esito corporeo di un’esperienza mentale, con intento volutamente
provocatorio sostiene che si è tristi perché si piange, ovvero che l’emozione scaturisce e
prende forma direttamente nel pianto, e se non intervenisse tale riverbero organico
l’esperienza sarebbe puramente intellettuale, dunque incolore. Il significato dell’emozione viene ora indagato direttamente nella sua natura fisiologica. Non però per ridurre
l’emozione ad attività meccaniche. Piuttosto, l’idea che James intende far emergere con
la sua provocazione di primo acchito duramente fisiologista è che l’emozione non è
l’esito di un processo ma l’inizio di un’attività con una sua propria storia, che come tale
ha una genesi che può essere descritta e che con l’individuo chiama in causa anche il suo
milieu esperienziale.
Tale impostazione pone le basi per una riflessione sull’emozione come esperienza di
senso produttiva, ricca di contenuti semantici e con dinamiche operative peculiari. Su
questi aspetti sembrano aver insistito più sistematicamente le ricerche di Dewey, dai
suoi primi scritti di psicologia alle riflessioni più mature sul rilievo estetico-artistico
dell’esperienza emotiva, dove diviene più evidente la sua funzione oggettuale, l’impossibilità
di ridurre l’emozione ad un attributo soggettivo che si aggiunge come un surplus al percetto.
In questo intervento si intende approfondire l’apporto teoretico delle riflessioni di
James e di Dewey al problema dell’emozione. Dapprima, si abbozzano i lineamenti fondamentali del pragmatismo jamesiano, soffermandosi, in particolare, sulle considerazioni relative al problema dell’esperienza e della verità (§ 2); entro tale paradigma teoretico
l’emozione appare un territorio privilegiato per superare la concezione sostanzialistica
della vita psichica e cogliere l’intima relazionalità tra mondo interno e mondo esterno,
tra intelletto e sensibilità. In particolare, di James vengono presi in esame il saggio Che
cos’è un’emozione? (1884) e il capitolo sulle emozioni contenuto nei Principi di psicologia (1890) (§ 3)1; in seguito, si analizzano le osservazioni critiche sulla teoria dell’emozio1
Cfr. W. James, What is an Emotion?, “Mind”, 19, 1884, pp. 188-205, trad. it. di G. Fonseca, Che
cos’è un’emozione?, in Id., L’uomo come esperienza, a cura di G. Starace, l’ancora, Napoli 1999,
pp. 167-186; Id., Emotions, estratto da Id., The Principles of Psychology, 2 voll., Holt, New York
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ne di Darwin e di James che Dewey ha formulato in un ampio saggio pubblicato su due
numeri successivi del “Psychological Review”: The Theory of Emotion (1894-1895)2, nel
quale si sottolinea la necessità di considerare l’emozione come una peculiare modalità
esperienziale, con importi di senso specifici (§ 4). In tale prospettiva, come Dewey metterà in luce negli scritti filosofici più maturi, Esperienza e natura (1929) e Arte come esperienza (1934)3, la dimensione emotiva diviene un aspetto fondamentale per comprendere l’intima forza generativa dell’esperienza estetica (§ 5).
Malgrado la loro provvisorietà, queste analisi vorrebbero però mostrare come
l’orizzonte anti-intellettualista entro cui i due autori approfondiscono e articolano il problema dell’emozione non soltanto permette di delineare un paradigma non dicotomico
dei fenomeni espressivi costitutivamente legati alla dimensione corporea, ma esige una
riscrittura della natura stessa dell’esperienza, ora estesa anche e intrinsecamente alle
sue dinamiche estetiche e antropologiche4. Muovendo da questioni che tradizionalmente hanno interessato la psicologia e la fisiologia e posto un legame virtuoso tra sensibilità e intelletto si mette a fuoco un’immagine dell’uomo plastica, la cui unità è strutturalmente legata ai modi molteplici, sia dal punto di vista operativo che strumentale, di esperire il mondo circostante. Su questo tentativo di superare il sostanzialismo solipsista
delle teorie della coscienza sembrano infine fondarsi, a posteriori, alcuni punti di convergenza del pragmatismo con certe proposte teoriche della fenomenologia husserliana,
della Gestaltpsychologie e dell’antropologia filosofica.
1890, trad. it. di V. Scalera, Le emozioni, in Id., Antologia di scritti psicologici, a cura di N. Dazzi, il
Mulino, Bologna 1981, pp. 161-192.
2
Cfr. J. Dewey, The Theory of Emotion I. Emotional Attitudes, “Psychological Review”, 1, 1894, pp.
553-569; Id., The Theory of Emotion II. The Significance of Emotions, “Psychological Review”, 2,
1895, pp. 13-32 (ora pubblicato come testo unitario in Id., The Early Works 1882-1898, vol. 4, a
cura di J.A. Boydston, Southern Illinois University Press, London-Amsterdam 1971, pp. 152-188).
3
J. Dewey, Experience and Nature, Open Court Publishing, Chicago-London 1925, trad. it. di P.
Bairati, Esperienza e natura, Mursia, Milano 1990; Id., Art as Experience, Minton-Balch & Co.,
New York 1934, trad. it. di G. Matteucci, Arte come esperienza, Aesthetica, Palermo 2007.
4
Sul significato antropologico della psicologia di James cfr. S. Franzese, L’uomo indeterminato.
Saggio su William James, D’Anselmi, Roma 2000, in part. capp. 1-2, pp. 19-100; efficaci sono anche le osservazioni di Antonio Santucci nel saggio introduttivo all’antologia di W. James, Il pensiero di William James. Una antologia dagli scritti, a cura di A. Santucci, Loescher, Torino 1967, pp.
VII-XXXIII; per il rapporto tra estetica e antropologia in Dewey cfr. G. Matteucci, L’antropologia
dell’esperienza estetica in Dewey, in L. Russo (a cura di), Esperienza estetica. A partire da John Dewey, “Aesthetica Supplementa”, 21, 2007, pp. 7-18. Dello stesso autore cfr. anche il saggio introduttivo in J. Dewey, Arte come esperienza, cit., pp. 7-26.
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2. Nel 1907 James pubblica un ciclo di lezioni tenuto prima a Boston e poi a New York sul
pragmatismo: un nome nuovo per vecchi modi di pensare, così annuncia efficacemente il
sottotitolo. Il volume è dedicato alla memoria di John Stuart Mill, che per primo ha insegnato «l’apertura pragmatica della mente». Anche Spencer viene indicato come referente cruciale per una filosofia pragmatica. Ciò che infatti deve risuonare in tutte la pagine
del libro, si legge ancora alle prime battute, è il rumore dei fatti5. In un atteggiamento
teorico che James definisce di empirismo radicale, contro ogni forma di dualismo si tenta di reintegrare il mondo dei valori con il mondo dei fatti riconciliando astrazione e realtà, mettendo al lavoro e fluidificando le teorie:
Il metodo pragmatico, nei suoi rapporti con certi concetti, invece di finire in un’ammirata
contemplazione, si tuffa con essi nel fiume dell’esperienza e amplia per loro mezzo la prospettiva. Progetto, libero arbitrio, spirito assoluto, spirito come opposto di materia hanno
come loro unico significato una promessa interessante riguardo all’esito di questo mondo6.
I due principi fondamentali del metodo jamesiano, come evidenzia precipuamente
Putnam, sono l’olismo e il realismo diretto. Il primo afferma la necessità di considerare
fatti, valori e teorie come relazioni di interdipendenza, ovvero nel loro aspetto funzionale e non sostanziale; il secondo sostiene che la vita percettiva concerne l’esperienza oggettuale, il tessuto esterno delle cose, non le sensazioni private. Queste posizioni differenziano il pragmatismo sia dall’empirismo classico, al quale si critica anzitutto l’atteggiamento scettico, sia la teoria dei dati sensoriali sui quali poggia la prospettiva positivista di stampo machiano7. Indagare le relazioni di interdipendenza tra qualia in quanto
dinamiche operative dell’esperienza, non come pensieri isolati della mente o come mere
sequenze di sensazioni, da un lato rappresenta la via attraverso la quale James tenta di
superare il dualismo classico tra mondo esterno e mondo interno evitando di atrofizzare
l’esperienza in ipostasi concettuali, dall’altro lato sottopone la ricerca filosofica e psicologica ad un principio di indeterminatezza per cui qualunque via del pensiero è fallibile
o, altresì, migliorabile. Una volta immersi nell’esperienza, infatti, i concetti acquisiscono
una plurivocità di sfumature non più riconducibile alla logica del vero o del falso: «siano
essi [i concetti] veri o falsi – si legge nel prosieguo del passo prima citato – il loro significato sta in questo migliorismo»8.
5
Cfr. W. James, Pragmatism. A New Name for Some Old Ways of Thinking, Longomans Green &
Co., New York 1907, trad. it. di S. Franzese, Pragmatismo, il Saggiatore, Milano 1994, p. 28.
6
Ivi, p. 73. Cfr. anche pp. 30, 34.
7
Su questi temi cfr. H. Putnam, Pragmatism. An Open Question, Blackwell, Oxford 1995, trad. it.
di M. Dell’Utri, Il pragmatismo: una questione aperta, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 31-62, 77-84.
8
W. James, Pragmatismo, cit., p. 73.
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James descrive il rapporto tra idee astratte e idee reali attraverso il meccanismo della
riflessione totale in ottica. È un’immagine alla quale è particolarmente affezionato, poiché oltre alla reciprocità funzionale tra astrazione e realtà sottolinea il ruolo costitutivo
che svolge la materia sensoriale nei processi di configurazione dell’esperienza. Vale la
pena menzionare il passo per esteso:
Guardate attraverso la parete di un acquario. Vedrete allora l’immagine di un oggetto,
per esempio la fiamma di una candela, o un qualsiasi altro oggetto luminoso, posto dall’altra
parte del recipiente, riflessa in modo straordinariamente brillante. Nessun raggio, in queste
condizioni oltrepassa la superficie dell’acqua: ogni raggio è totalmente riflesso nuovamente
all’interno. Ora mettiamo che l’acqua rappresenti il mondo dei dati sensibili, e mettiamo allora che l’aria su di essa rappresenti il mondo delle idee astratte. Entrambi i mondi naturalmente sono reali, naturalmente, e interagiscono; ma essi interagiscono soltanto al confine e
il locus di tutto ciò che vive, di tutto ciò che ci succede, nella misura in cui abbiamo
un’esperienza piena, è l’acqua. […] Le idee astratte che compongono l’aria sono indispensabili per la vita, ma, per così dire, irrespirabili in sé, e sono attive solo nella loro funzione riorientativa. […] A questo paragone sono particolarmente affezionato. Mostra come qualcosa,
che di per sé non è sufficiente alla vita, può ciononostante esserne in altro modo una determinante effettiva9.
Il rapporto tra aria e acqua qui descritto mostra metaforicamente la relazione coessenziale tra idee astratte e dati sensibili che James pone alla base della sua riflessione.
Le idee astratte hanno una funzione riorientativa, un’energia vitale specifica, una volta
implicate nelle maglie del tessuto esperienziale. Questo spiega l’attenzione che James
rivolge alla materialità, ovvero alla “fisiologia” dell’esperienza estetica. Si tenta, come di
nuovo sottolinea Putnam, di umanizzare i concetti, di ricondurli alla loro forza organica
in quanto strumenti dell’uomo10. Per far ciò, occorre al tempo stesso comprendere
l’energia spirituale della materia al di fuori di ogni visione sostanzialistica e metafisica. E
in tal senso, il fallibilismo con cui James caratterizza la sua teoria della verità testimonia
la posizione sempre provvisoria e prospettica della teoria rispetto alla realtà o, detto diversamente, il carattere mai neutrale, fin da subito compromesso dell’esperienza percettiva.
9
Ivi, pp. 73-74.
Cfr. H. Putnam, op. cit., p. 28. Nel saggio La concezione pragmatista della verità, James definisce
esplicitamente i pensieri come “strumenti d’azione”, “mezzi preliminari per soddisfare altre esigenze vitali” che concernono l’uomo come unità antropologica, non come mero intelletto. In tale prospettiva, muta il principio di verificazione, la verità viene concepita come «qualcosa di essenzialmente legato al modo con cui un momento della nostra esperienza può condurci verso altri momenti a cui sarà valsa la pena essere condotti» (Pragmatismo, cit., pp. 115 ss.).
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3. Per riscrivere la percezione James ha dunque bisogno, come evidenzia efficacemente
Putnam, di riscrivere la realtà11. Le due riflessioni sono intimamente interrelate, nella
misura in cui il punto di partenza è il rifiuto di una visione sostanzialistica del reale che
colpisce anzitutto l’universo psicologico. Anche i meccanismi tradizionalmente attribuiti
alla coscienza vengono infatti ridefiniti alla luce del funzionamento organico dell’uomo.
Più nettamente che nei Principi, nel saggio del 1904 Esiste la coscienza?, in seguito pubblicato nella raccolta di Saggi sull’empirismo radicale (1912), James riformula l’“io penso” kantiano in termini schiettamente fisiologici: «L’“io penso”, che secondo Kant deve
essere in grado di accompagnare tutte le mie rappresentazioni, è l’“io respiro” che di
fatto le accompagna»12. Proprio perché il mentale nella prospettiva di James è fin da
principio “immerso” nell’esperienza, il rapporto mente-corpo non può prescindere dalla
realtà organica, dal sistema cerebrale centrale e periferico.
Lo spostamento dal concettuale al fisiologico che in modo altisonante risuona nell’“io
respiro” intende sottolineare il paradigma funzionale e antimetafisico entro cui occorre
indagare i fatti della coscienza. Se è grazie alla sua matrice organica che la filosofia occidentale ha potuto costruire la nozione classica di coscienza come entità, «questa entità
– polemizza James – è fittizia, mentre i pensieri concreti sono del tutto reali, e sono fatti
della stessa materia di cui sono fatte le cose»13. La non-identità della coscienza viene
pertanto riabilitata come funzione esperienziale del pensiero, la sua realtà coincide con
le sue dinamiche operative, non con una sostanza precostituita e preesistente. Chiamando in causa il funzionamento fisiologico del respiro, infatti, si fa luce sulla forza vitale dell’uomo in quanto organismo in carne e ossa, fatto di materia sensoriale, senza tuttavia ridurre l’attività esperienziale a puro meccanicismo.
La destituzione della coscienza come entità mira a scardinare l’intera impalcatura
metafisica che nella tradizione della modernità occidentale ha sorretto la riflessione sui
11
Sulla teoria della percezione di James cfr. H. Putnam, Realism with a Human Face, Harvard
University Press, Cambridge Mass.-London 1990, trad. it. di E. Sacchi, Realismo dal volto umano,
cap. 17: La teoria della percezione di James, il Mulino, Bologna 1995, pp. 407-434, p. 413.
12
W. James, Does Consciousness Exist?, “Journal of Philosophy, Psychology and Scientific Methods”, I, 18, 1904, trad. it. di G. Fonseca, Esiste la coscienza?, in Id., L’uomo come esperienza,
cit., pp. 49-64, p. 64.
13
Ibidem. Già le affermazioni con cui James avvia il saggio muovono in questa direzione: «Sono
ormai vent’anni che diffido della “coscienza” come entità; da sette o otto suggerisco ai miei studenti che essa non esiste, tentando di offrire loro un equivalente pragmatico nella realtà dell’esperienza» (Ivi, pp. 49-50). Sul concetto di coscienza in James cfr. O. Flanagan, Consciousness as a
pragmatist views it, in R.A. Putnam (a cura di), The Cambridge Companion to William James,
Cambridge University Press, Cambridge 1997, pp. 25-48.
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processi psichici. Tale aspetto emerge esplicitamente fin dai Principi, nelle parti dedicate
ai temi delle emozioni e degli istinti quali attività che difficilmente possono essere tenute separate, nonostante le loro modalità d’interazione con l’ambiente siano differenziate14. È in tale prospettiva che la sua psicologia si articola come una sorta di fisiologia
dell’esperienza estetica. Come per la coscienza James afferma che «un’emozione umana
slegata dal corpo è una non-entità», visto che «per noi l’emozione dissociata da ogni
sensazione corporea è inconcepibile»15.
Il vincolo sensibile che istituisce l’esperienza emotiva mostra dunque il rapporto costitutivo della vita psichica con il mondo esterno. Già nel saggio del 1884 Che cos’è un’emozione?, ampiamente ripreso nel capitolo dei Principi dedicato al tema dell’emozione,
viene soppiantato il modo tradizionale di concepire l’emozione come conseguenza corporea di una percezione mentale. Il senso comune ritiene che si ha paura perché ci si
trova di fronte ad un oggetto temibile, si piange perché si è afflitti da un determinato
evento. In base a tale impostazione, si avrebbe una sequenza di stati mentali cui vengono associati i relativi atteggiamenti fisici. Tuttavia, in quanto sequenza mentale
l’emozione resta su un piano individuale e interno. Diviene perciò impossibile stabilire
un metodo di indagine capace di esaminare l’oggetto reale dell’emozione. Se inoltre,
come anche il senso comune afferma, è propriamente l’espressione corporea a distinguere la percezione mentale dall’emozione, perché inferirla dalla mente? In polemica
con le concezioni correnti l’ipotesi di James è che:
questo ordine di sequenza è errato, che uno stato mentale non è immediatamente indotto da un altro, che vi devono prima essere interposte le manifestazioni corporee, e che l’affermazione più razionale è che noi ci sentiamo dispiaciuti perché piangiamo […]. Senza gli
stati corporei che seguono la percezione, quest’ultima sarebbe puramente cognitiva nella
forma e nella portata, pallida, incolore, priva di calore emotivo. Possiamo allora vedere l’orso e giudicare che sia meglio correre, ricevere un insulto e decidere che sia giusto colpire, ma
possiamo non sentire effettivamente paura o rabbia16.
14
Mentre gli istinti istituiscono una relazione pratica con il mondo esterno, le emozioni per James
persistono anche quando l’attività esterna è stata inibita: si può continuare a sentire paura anche
quando l’aggressione è stata ormai evitata. Cfr. W. James, Le emozioni, cit. p. 161.
15
Ivi, p. 173.
16
W. James, Che cos’è un’emozione?, cit., p. 169. Non diversamente, nei Principi James sottolinea
il punto vitale della sua teoria come segue: «Se pensiamo a qualche intensa emozione e cerchiamo di astrarre dalla coscienza che ne abbiamo tutte le sensazioni dei corrispondenti sintomi corporei, troviamo che non ci rimane nulla, nessuna “sostanza mentale” in cui consisterebbe l’emozione e che tutto ciò che resta non è altro che una percezione intellettuale fredda e neutra» (Le
emozioni, cit., pp. 171-172).
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Il grado di comprensibilità dell’emozione consiste dunque nel fatto di essere effettivamente sentita, poiché disincarnata dal corpo essa sarebbe inconcepibile. Qui James
non inverte semplicemente i termini della relazione anteponendo la sensazione corporea alla percezione mentale, ma evidenzia le proprietà specificamente estetiche
dell’esperienza emotiva e la necessità di analizzarne le dinamiche operative strettamente legate alla materialità del corpo. La tesi fondamentale è che: «I cambiamenti corporei
seguono direttamente la percezione della cosa eccitante, e che la nostra sensazione di questi
cambiamenti, così come accadono, è l’emozione»17.
Essa sorge e si sviluppa sul piano della sensibilità, la sua cifra è la dimensione corporea non come strumento espressivo ma come corpo stesso, ovvero come modalità di
configurazione del senso intrinsecamente legata alla sfera dell’aisthesis. È chiaro che in
tale prospettiva la fisiologia assume un ruolo fondamentale, diviene – come afferma
provocatoriamente James – la spiegazione “più razionale” dell’esperienza emotiva. Si è
soliti infatti indicare la teoria jamesiana delle emozioni come teoria James-Lange, per
sottolineare la convergenza della sua psicologica con la trattazione del fisiologo danese
Carl Georg Lange18. Tuttavia, quando richiamandosi a Lange afferma che «le cause generali delle emozioni sono senza dubbio fisiologiche»19, James non sta riducendo l’emozione a meri meccanismi automatici o semiautomatici secondo istanze schiettamente
materialiste. Piuttosto, egli intende ricondurre il significato dell’emozione alla sua superficie sensibile, mettendone in luce il carattere processuale e dinamico. Discutere infatti
l’emozione sul piano fisiologico significa poterla comprendere come funzione esperienziale specificamente legata al carattere operativo dell’attività sensoriale. In questo modo, non soltanto l’emozione assume in James un ruolo cruciale per la costruzione dell’esperienza, ma si pongono le basi per riscrivere una teoria della percezione che comprenda
l’aisthesis come sua parte costitutiva e non come appendice strumentale.
Diffidando sistematicamente della coscienza, così come dell’emozione intese come
entità James concepisce la stessa fisiologia non più in base al nesso causale tra ente psichico e manifestazione corporea, ma in forza delle strutture operative dell’organismo.
Lo schema dicotomico corpo-mente diviene ora del tutto inadeguato per comprendere
l’energia vitale dell’esperienza, poiché in essa la logica dei concetti deve poter coesistere
con la logica del corpo e della sensibilità. Dalla questione metafisica dell’entità si passa
17
W. James, Che cos’è un’emozione?, cit., p. 169 [i corsivi sono di James].
Cfr. C.G. Lange, Über Gemütsbewegungen, trad. ted. di H. Kurella, Leipzig 1887. Cfr. W. James,
Le emozioni, cit., pp. 162 ss.
19
W. James, Le emozioni, cit., p. 169.
18
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perciò alla questione fenomenologica della relazione, ponendo l’accento sulle procedure
molteplici con cui l’uomo organizza i contenuti esperienziali. Da questo punto di vista, la
componente fisiologica della psicologia di James mira a ripristinare una concezione
dell’uomo unitaria, non più scissa tra un’interiorità psichica pressoché allucinata, del tutto isolata dai fatti del mondo esterno e un corpo che ci si porta appresso come una carcassa. Se, infatti, da un lato insiste sulla materialità dell’emozione in quanto costitutivamente legata alle qualità sensibili dell’esperienza, dall’altro lato James sottolinea come
ciò non ne precluda o limiti le sue qualità spirituali:
Se per una qualche possibile teoria della loro genesi fisiologica le emozioni sono dei fatti
spirituali, profondi, puri e meritevoli, per questa teoria sensoriale esse rimarranno non meno
spirituali, profonde, pure e degne di considerazione. Esse portano con sé la loro intera misura di valore […]20.
La teoria delle emozioni rappresenta da questo punto di vista un capitolo programmatico del pragmatismo jamesiano. Destituita l’antitesi spuria tra fatto e valore, le stesse qualità sensibili acquisiscono una misura di valore irriducibile, imponendo una riflessione in grado di riabilitare un mondo della vita nel quale logica sensibile e logica concettuale si orientano reciprocamente.
La nostra ipotesi è che il risultato più originale della teoria delle emozioni di James
consista nell’aver sostenuto con vigore che vi sono esperienze che iniziano e finiscono
con la loro manifestazione corporea, nonostante dal punto di vista teorico restino diversi
problemi21. Il principale è che se l’emozione è modificazione corporea che deriva dall’eccitazione di determinati organi, un medesimo stimolo, o meglio stato di cose, può originare diverse reazioni emotive, anzi una varietà indefinibile. L’oggetto dell’emozione, seguendo tale impostazione, non è verificabile, né classificabile, né imitabile.
Tuttavia, e semmai è su questo che vale la pena riflettere, l’interesse teorico di James
non concerne gli elementi caratteristici che definiscono una determinata emozione, ma
il problema di come una certa espressione di dolore o di gioia possa sorgere ed esibirsi
nel corpo, e questa, scrive James: «È una vera domanda di meccanica fisiologica da un lato,
20
Ivi, p. 174.
È lo stesso James a prendere in esame alcune delle obiezioni postegli nel saggio The Physical
Basis of Emotion (1894), in Id., Essay in Psychology, Harvard University Press, Cambridge-Massachussets-London 1983, pp. 299-314. Significativo è che le critiche provengano anche dall’ambiente scientifico. In particolate il fisiologo Sherrington sostiene che il sistema periferico agisce
come rinforzo, non come origine della sfera emotiva (Cfr. C.S. Sherrington, The Integrative Action
of the Nervous System, Scribner’s Sons, NewYork 1906).
21
pag. 21
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e di storia dall’altro, che (come tutte le domande) è suscettibile di una risposta, anche se può
essere difficile trovarla»22.
In altri termini, l’unica prova che vi siano relazioni necessarie tra un determinato stato di cose e lo spettro delle emozioni possibili resta per James il fatto che leggendo determinate opere letterarie, o ascoltando alcuni brani musicali, possa correre un brivido
lungo la schiena, sorgere improvvisamente la commozione, il pianto, il gonfiore al cuore23.
4. Anche Dewey dedica i suoi primi studi alla psicologia, e riconosce in James un interlocutore decisivo, poiché questi ha posto le basi per una riflessione anti intellettualista sulla coscienza24.
La psicologia è per Dewey la scienza dei fatti o dei fenomeni dell’io. Ha a che fare necessariamente con la coscienza (o presa di coscienza dell’inconscio), ovvero con la consapevolezza che l’io ha di sé come oggetto e come soggetto dell’esperienza, cosa che
per un bastone o per una pietra sarebbe impensabile. Di per sé, tuttavia, la coscienza
non è definibile né descrivibile, poiché è un fatto di esperienza. Svuotata dei suoi contenuti sostanziali, proseguendo un percorso avviato da James (che parallelamente in Europa corre attraverso la psicologia della Gestalt e la fenomenologia husserliana), la coscienza viene indagata come funzione, nel suo valore d’uso, nel processo mediante il
quale prendono forma il proprio sé e il mondo esterno25. Di conseguenza, anche i fenomeni psichici devono essere considerati nella loro logica esperienziale, sono modalità di
relazione e produzione di senso il cui principio di verifica è il grado di compimento e
soddisfacimento del processo stesso. Questo lo sfondo teorico su cui Dewey sviluppa la
sua riflessione sull’emozione e, più in generale, sull’esperienza sensoriale.
Tra il 1894 e il 1895 compare sul “Psychological Review” un lungo saggio intitolato
The Theory of Emotion. La prima parte è dedicata alla questione dell’emozione in quanto
atteggiamento (emotional Attitude) e si misura criticamente con la teoria delle emozioni
di Darwin26; la seconda parte approfondisce il problema della sensatezza (Significance)
22
Ivi, p. 175.
Cfr. James, Che cos’è un’emozione?, cit., p. 175.
24
In part. Cfr. Dewey, Psychology, in Id., The Early Works 1882-1898, vol. 2, ed. By J.A. Boydston,
Southern Illinois University Press, London-Amsterdam 1971; cfr. ancora James, Esiste la coscienza?, cit.
25
Cfr. J. Dewey, Psychology, cit., pp. 7 ss.
26
In particolare le analisi di Dewey si riferiscono alle ricerche sull’emozione che Darwin a sviluppato in modo sistematico in The Expression of the Emotions in Man and Animals, J. Murray, Lon23
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Alessia Ruco, L’esperienza emotiva tra James e Dewey
delle emozioni attraverso un confronto serrato con la teoria di James. Una vera e propria pars contruens in queste pagine non c’è, emerge tra le righe delle obiezioni mosse a
Darwin e a James. Sottolineando, infatti, i limiti dell’impostazione fisiologista di James,
che rischia di ricadere nella teoria dei dati sensoriali, Dewey mette a fuoco l’esigenza di
riflettere sull’emozione in quanto esperienza di senso qualitativamente differenziata rispetto al pensiero, alla percezione e al desiderio. Ciò presuppone, come verrà ampiamente approfondito negli scritti più maturi, una ridefinizione della nozione di esperienza
a partire dalle strutture antropologiche (piuttosto che psicologiche in senso stretto) dell’uomo, poiché soltanto in tale direzione si può comprendere l’esperienza nella sua pienezza, in quanto soddisfacimento, o riempimento di un processo in cui materia e spirito
sono tutt’uno.
Che ascoltando un certo brano musicale non si possa fare a meno di piangere, vedendo un orso in un bosco di scappare per la paura, per Dewey non dipende né
dall’atteggiamento espressivo (secondo la formulazione di Darwin), né dalle modificazioni corporee (come afferma James), bensì dal modo in cui si ascolta, in cui si vede, e
dalla costruzione di determinate aspettative che coinvolgono l’uomo come complessione di corpo, anima e spirito e i media esperienziali. Il reale cominciamento di qualunque
esperienza sensoriale, per Dewey, consiste nell’atto dell’ascoltare, del vedere, non nello
stimolo del suono o della luce27. Soltanto in questi termini si può riflettere sull’esperienza come relazione, superando la dicotomia tra soggetto e oggetto, comprendendo i
processi di significazione come modalità di socializzazione con l’ambiente e con i propri
simili. Non basta ricondurre l’emozione a un atteggiamento o a un riverbero organico
per spiegarne la sensatezza, la forza produttiva, l’intenzionalità. La paura per un orso in
un bosco non può essere di per sé legata, come già aveva ben compreso James,
all’oggetto orso come tale, poiché lo stesso oggetto per un etologo può essere interessante, per un bambino che lo vede in uno zoo entusiasmante. L’attenzione, che per Dewey è fondamentale anche per l’esperienza emotiva, comincia con un determinato modo di porsi nei confronti del reale, è sempre prospettica, fluida, intenzionale, implicata
nel mondo sensibile. In tal caso la modificazione corporea deriva in un certo senso dal
mantenimento o meno di una promessa.
don 1872, trad. it. di L. Breschi, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Newton
Compton, Roma 2006.
27
Dewey ribadisce tale concetto, il perno su cui ruota la sua critica alla teoria dello stimolo, anche
nel saggio The Reflex Arc Concept in Psychology (1896), in Id., The Early Works 1882-1898, vol. 5:
Early Essays 1895-1898, pp. 96-110, p. 97.
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Alessia Ruco, L’esperienza emotiva tra James e Dewey
Nell’articolo del 1894 Dewey prende le mosse dalla teoria di Darwin e critica James
per non averne compreso pienamente le incongruenze. Il problema fondamentale è che
se l’emozione è una risposta del sistema periferico a determinati stimoli, tutte le risposte simili dovrebbero essere considerate come tali. Non tutti gli atteggiamenti invece
sono emotivi, molti dei quali, oltretutto, sorgono da muscoli involontari. Inoltre, e questo è forse il rilievo di maggior interesse che fa Dewey, Darwin subordina l’emozione
all’espressione. Dal punto di vista fisiologico, tuttavia, non esistono organi che possiedono come funzione primaria l’espressione. Ciò significa, sul piano psicologico, che
non esiste un qualcosa che possa definirsi come espressione, questa è sempre un’intenzione secondaria, legata all’osservatore. Se si osserva una persona mangiare voracemente i suoi gesti possono esprimere, indicare, la sua sensazione di fame, tuttavia non
per colui che sta mangiando, questi non sta esprimendo intenzionalmente la fame. È fallace, secondo Dewey, considerare espressivi movimenti che comprendono anche un aspetto espressivo, poiché essi sono anzitutto atti, gesti. Di conseguenza, non è possibile
prendere le mosse dall’espressione di emozioni preesistenti.
Un’ulteriore questione è la difficoltà di differenziare sul piano fisiologico determinate
espressioni emotive. Il riso e il pianto, ad esempio, seguono il medesimo principio di azione, sono il termine di un lungo periodo di sforzo. Tuttavia, come si spiega che in certe
situazioni si cade nel riso e in altre ci si abbandona al pianto? La prospettiva di Darwin
non chiarisce la specificità delle emozioni, ma soltanto di determinati atteggiamenti fisici.
La teoria di James, da questo punto di vista, non sembra discostarsi di molto. Assumendo il riverbero corporeo, quello che Dewey definisce la scarica di energie, come motivazione in un certo senso teleologica, l’emozione viene considerata come atteggiamento. Il problema, invece, è che occorre poter spiegare l’atteggiamento emozionale attraverso l’emozione e non attraverso l’atteggiamento. Secondo l’impostazione jamesiana,
sotto determinate condizioni fisiche per esempio la risata o la nausea possono divenire
emozioni di ilarità o di disgusto, senza provocare alcun cambiamento sull’oggetto. Ma
perché, si chiede Dewey, esistono queste condizioni28?
James afferma che non si ha paura, bensì si sente paura, si riferisce cioè al sentimento, all’affezione della paura. Egli non considera l’emozione come intero esperienziale,
ma astrae da questo l’elemento differenziale quale sentimento. Si delinea così un quadro seriale dell’emozione suddiviso in tre stadi: prima vi è l’idea o l’oggetto che opera
28
Cfr. J. Dewey, The Theory of Emotion, cit., p. 161.
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solo come stimolo; in un secondo momento interviene il comportamento inteso come
scarica dell’energia; infine l’affezione, o eccitazione emozionale, quale effetto della scarica di energia29. Tale serialità, tuttavia, per Dewey non è in grado di comprendere
l’emozione come esperienza. Questa è primariamente etica e secondariamente psichica,
possiede cioè sempre un oggetto, un importo valoriale su cui appuntarsi e coinvolge
l’uomo nella sua complessità. In questi termini, l’esperienza qualitativa delle cose acquisisce un valore che può dirsi propriamente emozionale e che non è diverso, scrive Dewey, dalla fruizione (Appreciation) estetica30.
Nell’argomentazione di James, in effetti, è prioritario l’atteggiamento, non si fa luce
sul rilievo, sul significato emozionale, cioè sulle qualità emozionali dell’oggetto esperienziale. Se è nella sensorialità, nell’atto del vedere, dell’ascoltare, che ha inizio l’esperienza emotiva, come per molti aspetti afferma già James, ciò per Dewey significa che è
necessario che si realizzi un processo costruttivo, non associativo, tra percetto e soggetto percipiente. La scarica delle energie sotto determinate condizioni fisiche, in sostanza,
può divenire per Dewey soltanto in seconda battuta la motivazione teleologica
dell’emozione, poiché questa sorge da un conflitto rispetto alla realizzabilità di una determinata tendenza. Non vi è, in altri termini, alcuna prospettiva di conciliazione. L’emozione deriverebbe per Dewey da un contrasto, dall’urto con l’abitudine. Il mondo appare sotto una luce diversa, e occorre in qualche modo saperlo gestire, anche soltanto
attraverso il corpo. Ci si trova in una situazione di disturbo rispetto al regolare scorrere
del tempo, al funzionamento abituale degli organi involontari e il corpo risponde attivamente, continua ad interagire sensatamente con il mondo, a generare senso, anche
quando quest’ultimo diviene inesprimibile verbalmente. Detto altrimenti, l’oggetto che
incute paura e l’emozione della paura sono per Dewey due nomi per indicare la medesima esperienza. Il problema è, tuttavia, discriminare, non integrare.
Come tale l’emozione interviene per stabilire un nuovo equilibrio con le cose, è dunque inconcepibile astraendola dai media esperienziali. Da questo punto di vista, in quanto esperienza essa è sempre cosciente, cioè intenzionale, ha in sé una sua propria riflessività ed è interessata ad un determinato svolgimento, per quanto non sempre si istituisca un rapporto di necessità tra la tendenza e la sua risoluzione31.
29
Cfr. ivi, p. 174.
Cfr. ivi, p. 173.
31
Su questo aspetto della teoria delle emozioni di Dewey cfr. L. B. Meyer, Emozione e significato
nella musica, il Mulino, Bologna 1992, p. 40 e sgg.
30
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Alessia Ruco, L’esperienza emotiva tra James e Dewey
5. Senza contraddire le posizioni di James, la proposta teorica di Dewey, già nei suoi primi scritti di psicologia, compie pertanto una progressione decisiva verso una comprensione estetica dell’esperienza che chiama in causa l’uomo come unità antropologica, come complessione di corpo, anima e spirito. Nell’affermare che si è tristi perché si piange James restituisce all’emozione il suo statuto sensoriale, corporeo, compiendo un primo passo verso una riflessione estetico-antropologica sull’esperienza. Egli
non coglie, tuttavia, come tale svolta esiga uno spostamento da un ordinamento acquisito e acquisibile a una libertà d’azione e di configurazione del senso da costruire, superando di volta in volta le ambivalenze e i conflitti con il proprio sé e con il mondo.
L’emozione, come ha ben visto Dewey, non è così pacifica, non è semplice associazione,
poiché ogni volta ci si scontra con un mondo “sproporzionato” rispetto ai suoi significati
determinabili e alle sue funzioni organiche.
La riflessione di Dewey sull’emozione non insiste sul suo riverbero organico, ma sulla
problematicità del suo accordo produttivo con la configurazione del senso. In tale prospettiva, non basta più l’integrazione, bisogna cogliere gli elementi di discontinuità che
avviano la possibilità di un vincolo costruttivo tra senso e sensibilità. E a questo livello
occorre considerare la struttura ambivalente dell’uomo, il suo essere decentrato rispetto alle sue funzioni biologiche, la sua disposizione naturale a volgersi intenzionalmente
verso il non familiare in vista di un rapporto strumentale, finalizzato alla realizzazione estetico-pratica di nuovi valori. Ciò presuppone da un lato il depotenziamento dell’idea di
un’interiorità preformata e precostituita, dall’altro lato lo spostamento della riflessione
sulla pregnanza qualitativa del mondo oggettuale e dei suoi media sensoriali, altrimenti
non si comprenderebbero le ragioni per cui la relazione esperienziale è sempre una modalità di riempimento o soddisfacimento del senso.
La ratio dell’esperienza in questo modo viene a coincidere con il grado di realizzabilità del processo produttivo che si innesca nel rapporto tra il sé e il mondo. Dewey in
ciò accoglie la concezione olistica dell’esperienza già teorizzata da James, tuttavia nel far
centro sul rilievo qualitativo del terziario come fattore esperienziale determinante compie un passo in avanti decisivo poiché coglie il significato intrinsecamente intenzionale
dell’estetico. L’idea di fondo, le cui implicazioni teoretiche verranno ampiamente sviluppate negli scritti più maturi, è infatti che l’emozione non preesiste internamente al rapporto oggettuale con il mondo poiché non ci sono condizioni emozionali ma soltanto
qualità terziarie che determinano una specifica partecipazione esperienziale. La riflessione sull’emozione si sposta in questo modo sulla densità emotiva impregnata nelle
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procedure operative del reale, cosicché la stessa attività percettiva diviene indifferentemente pensiero, sensazione o emozione:
Pertanto nella percezione non c’è qualcosa come vedere o udire più un’emozione.
L’oggetto percepito è pervaso emotivamente da cima a fondo. Quando un’emozione sorta
non permea il materiale che è percepito o pensato, essa è o preliminare o patologica32.
32
J. Dewey, Arte come esperienza, cit., p. 59. Su questo tema cfr. anche il passo di Esperienza e
natura dove si afferma: «Per via immediata ogni consapevolezza percettiva può essere indifferentemente chiamata emozione, sensazione, pensiero, desiderio: non perché sia immediatamente qualcuna di queste cose, ma perché quando viene considerata in qualche rapporto con condizioni o conseguenze o con tutte e due, essa ha, in quel rapporto contestuale, le proprietà distintive dell’emozione, della sensazione o del desiderio» (p. 222).
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