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Sbirri e 007 spie dei boss

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Sbirri e 007 spie dei boss
6 Primo piano
Sabato 28 gennaio 2012
Primo piano 7
Sabato 28 gennaio 2012
In manette tre finanzieri corrotti dalla cosca
L’asse Reggio-Milano
Fino a 60mila euro
ogni mese per tacere
sul giro delle slot
La Dda lombarda svela gli infiltrati
della ’ndrangheta nelle istituzioni
Sbirri e 007
spie dei boss
Cinque arresti nell’indagine contro i Lampada
La cosca aveva informazioni sull’inchiesta “Meta”
di GIUSEPPE BALDESSARRO
giovane ha fornito alcune notizie
sull’inchiesta e aggiunge, con una
frase incompleta: «Il papà con il colonnello del Ros». «Allora – chiede
Francesco – il papà è in amicizia con
un colonnello del Ros?». «E’ socio»,
risponde Minasi che poi alla successiva domanda «chi è questo colonnello del Ros», risponde: «E che ne
so?». Minasi ha anche riferito che
Gattuso, nel suo studio, verso aprile-maggio 2011 gli disse: «Gli atti
non sono più a Reggio, adesso se la
vede solo Milano». Nella stessa occasione Gattuso disse a Minasi, secondo la testimonianza: «Fin quando
gli atti erano a Reggio Calabria il
mio amico poteva controllare, però
non poteva controllare la Polizia,
adesso gli atti non ci sono più a Reggio e non può controllare».
«La notizia che fornisce Gattuso –
scrive il gip –è tremendamente esatta e presuppone una conoscenza «interna» delle sorti del fascicolo, anche dopo la chiusura della indagine».
|
L’APPROFONDIMENTO
|
L’imprenditore reggino
agganciato al “colonnello”
REGGIO CALABRIA - «Poteva
guardare il computer dei carabinieri ma non poteva guardare il
computer dello Sco e della polizia
e quindi non poteva sapere chi
c’era dietro all’indagine». L’avvocato Vincenzo Minasi, arrestato
il primo dicembre dello scorso anno nella prima fase dell’inchiesta
della Dda milanese sulla cosca
Lampada, parla dell’imprenditore Domenico Gattuso, di 36 anni,
arrestato ieri mattina dalla squadra mobile nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Milano. Gattuso è, secondo quanto affermano i magistrati lombardi, uno che
ha le mani in pasta. Per l’anagrafe societaria ha interessi assieme
ai Lampada-Valle, e anche con i
fratelli Mario ed Enzo Giglio (rispettivamente indagato il primo
e arrestato il secondo nell’ambito
dell’operazione scattata ai primi i
dicembre). Gattuso è anche imparentato con i due fratelli, i quali a
loro volta sono cugini di Vincenzo Giglio, il magistrato reggino
arrestato(anche luia dicembre)e
accusato di passare informazioni riservate a Giulio Lampada e al
consigliere regionale del Pdl
Franco Morelli. Una ressa di nomi che si incrocia tra di loro e che
per la Dda milanese rappresentano una sorta di reticolo nel quale
si incrociano relazioni pericoloso, che a volte diventano veri e
propri pati criminali.
Il coinvolgimento di Domenico
Gattuso e le circostanze che lo riguardano si rilevano dall’ordinanza di custodia cautelare del
gip di Milano. Parlando della fuga di notizie dell’inchiesta Meta
della Dda di Reggio Calabria, è lo
stesso Minasi, che ha anche rife-
rito che Gattuso, socio dei Lampada in varie attività, assumeva
le informazioni da un colonnello
del Ros amico del padre. L’avvocato hariferito diavere saputoda
Gattuso, verso aprile/maggio,
che gli atti erano stati trasferiti a
Milano.
«La notizia che fornisce Gattuso - scrive il gip –è tremendamente esatta e presuppone una conoscenza “interna”delle sorti del fascicolo, anche dopo la chiusura
della indagine».
Ma per scoprire che i Lampada
erano ben informati sull’inchiesta “Meta” ben prima che scattassero le manette a giugno 2010,
basta scorrere le diverse intercettazioni. Di “Meta” i diversi interlocutori discutono quando
dell’operazione non si sa ancora
nulla ufficialmente. Secondo i
magistrati si capisce che sono informati costantemente. Che sanno che la parte reggina non riguarda i Valle-Lampada, arrivando a scoprire anche quando lo
stralcio dell’inchiesta meta finisce poi a Milano. Qui Gattuso afferma apertamente di non poter
far più nulla. Di non riuscire ad
avere più notizie. A Reggio ha i
soi agganci, a Milano no.
g. bal.
Pignatone e Grasso
Moretti informò i mafiosi degli accertamenti in corso
La “famiglia” scoprì l’indagine
grazie al direttore dell’hotel
REGGIO CALABRIA - Oltre ai
tre marescialli della guardia di
finanza, i provvedimenti emessi
ieri mattina dal Gip di Milano,
Giuseppe Gennari, hanno colpito anche altri due uomini, Domenico Gattuso, nato a Reggio
Calabria, di 36 anni e Vincenzo
Moretti, nato a Foligno, di 69
anni.
L’accusa per entrambi è concorso esterno in associazione
mafiosa. Gattuso è stato arrestato, Moretti è agli arresti domiciliari.
A Vincenzo Moretti viene contestato, in qualità di direttore
del Grand Hotel Brun di via Novara a Milano, di aver aiutato alcuni membri del clan ad eludere
i controlli delle autorità. Moretti avrebbe consentito soggiorni
nell’albergo di personaggi vicini al clan, «soggiorni le cui spese erano pagate in contanti o
con assegni di conti correnti intestati alle società facenti capo
al sodalizio da Giulio Lampada».
In particolare gli inquirenti
fanno riferimento ad un episodio in particolare. Durante le indagini lle forze dell’ordine attivano dei servizi di sorveglianza
per seguire i movimenti Vincenzo Giglio. Si accorgono così
|
Le rivelazioni dell’avvocato Minasi sui rapporti tra il consigliere regionale e il capo del Sismi
«Morelli riceveva informazioni da Pollari»
Il politico del Pdl calabrese incontrava a Roma
esponenti dei servizi da cui attingeva notizie
REGGIO CALABRIA - Franco Morelli, l’exconsigliere regionaledellaCalabria arrestato nel dicembre scorso
nell’ambito dell’inchiesta della Dda
di Milano sulla cosca Lampada, vantava contatti negli ambienti dei servizi segreti, da cui apprendeva notizie sulle indagini per girarle ai Lampada, e ha anche fatto il nome dell’ex
direttore del Sismi, Nicolò Pollari. Lo
ha svelato l’avvocato Vincenzo Minasi, arrestato a dicembre, nell’interrogatorio al procuratore aggiunto Ilda
Boccassini. Parlando di un incontro
del dicembre 2009 tra lui, Giulio
Lampada e Morelli, Minasi riferisce
che parlarono «del procedimento
Meta e delle indagini che si stavano
svolgendo sia per Lampada sia per i
Valle sia per i Condello». Morelli, dice
Minasi, «in quella occasione non portò notizie dalla Calabria, portò notizie da Roma. Nel senso che lui disse
'Sono stato a Roma dai miei amici, i
quali mi hanno confermato che c'è
l’indagine su Milanò, e fu quella volta che ebbi proprio la conferma della
indagine su Milano. Queste furono
le notizie che portò Morelli da Roma». Successivamente Minasi ha
detto: «Morelli, mi disse che aveva
delle buone entrature nei servizi segreti e mi fece il nome di Nicola Pollari. Ora che ho consultato i miei appunti posso dire che l’incontro, se c’è
stato ovviamente, con Pollari o qualcun altro dei servizi segreti è da collocare tra il 9 dicembre 2009 e il 21 gen-
naio 2010 Tenga conto che quando io
ho dato i documenti da me falsificati
a Giulio Lampada e quest’ultimo li ha
portati a Morelli il 18 gennaio, non
posso escludere che Morelli abbia
mostrato questi documenti a qualcuno dei servizi o comunque allo
stesso Pollari dal 18 gennaio al 21
gennaio». «Naturalmente – scrive il
gip – il riferimento ad ambienti dei
servizi – riferimento ancora più preciso a proposito del “Nic...” al quale
Morelli si rivolgerà più avanti per
mostrare alcuni documenti esibiti da
Lampada – è preoccupante. La circostanza va evidentemente approfondita, anche perchè Minasi- pur prendendo per vere le sue dichiarazioni –
parla di circostanze apprese da terzi.
Peraltro viene quasi naturale accostare queste asserzioni alla 'stranà
visita che Giglio Vincenzo farà al capocentro Aisi di Reggio, chiedendo
notizie sulla indagine».
che frequenta l’hotel. Per saperne di più interpellano il direttore dell’albergo (Vincenzo Moretti) e il vice direttore (Mauro Arosio) e secondo quanto riportato
dal Gip: «I due si dimostrano
scarsamente collaborativi».
Ma c’è di più. Perchè dalle intercettazioni «un soggetto allo
stato non identificato chiama i
Lampada e spiega loro che la
Questura di Milano, e in particolare il dirigente della sezione
criminalità organizzata della
Squadra Mobile, ha svolto accertamenti».
«Da quel momento - scrivono
ancora gli inquirenti - i Lampada - grazie alla fedeltà (alla famiglia mafiosa e non certo alla legge) manifestata da un dipendente dell’albergo da loro utilizzato come base per gli “ospiti” hanno elementi concreti per ritenere di essere nel mirino di attività d’indagine. Da quel momento inizierà una spasmodica
ricerca di notizie che porterà i
Lampada a rivolgersi a diversi
personaggi e ad attivare canali
sia a Roma che a Reggio Calabria».
Il fatto che la soffiata sia arrivata dal direttore dell’albergo è
poi confermata dallo stesso Giulio Lampada nel coro dell’inter-
rogatorio sostenuto davanti ai
pm di Milano. E’ lui infatti ad indicare Moretti come l’uomo che
lo avvertì della visita della polizia. Incastrando i vari pezzi la
Procura di Milano arriva a ricostruire quindi quanto accade
nei mesi successivi. L’interessamento di vari soggetti, tutti impegnati a tentare di capire il tenore dell’inchiesta.
Ed è così che i boss
scoprono che su
Reggio i magistrati
stanno lavorando
all’inchiesta “Meta”, o meglio a quel
filone d’inchiesta
sugli interessi economici del boss Pasquale Condello al
nord e dei collegamenti con i Lampada.
Un’indagine
che fa paura e che,
proprio per questo, viene continuamente monitorata dagli
spioni del clan. In questo contesto un ruolo fondamentale lo
avrebbero avuto Gattuso e, successivamente, il consigliere regionale Franco Morelli e i Giglio
che avrebbero attivato anche il
cugino giudice di Reggio Calabria.
g. bal.
Con una
telefonata
li avvertì
della visita
della Mobile
L’ALLARME DI WALTER VELTRONI
|
«La ’ndrangheta è un problema nazionale»
E sulla Commissione d’accesso a Reggio Calabria: «Se c’è vuol dire che ci sono le ragioni»
di GIOVANNI VERDUCI
Walter Veltroni a Reggio
Vincenzo Minasi
REGGIO CALABRIA - «Il fenomeno della 'ndrangheta come
quelli della camorra e della mafia non è più solo un problema di
questa regione. È diventato infatti uno dei grandi problemi
nazionali, per me il più grande
del Paese».
Walter Veltroni atterra a Reggio Calabria per parlare di cultura e presentare il libro di Giuseppe Falcomatà: il figlio del
sindaco della primavera di Reggio al suo esordio come scrittore, ma si ritrova a disquisire di
criminalità organizzata. Veltroni, che è componente della
Commissione parlamentare an-
timafia, si è espresso anche
sull’arrivo della commissione
d’accesso a Palazzo San Giorgio.
«La 'ndrangheta – ha aggiunto ancora Veltroni sullo strapotere della criminalità organizzata calabrese – sottrae Pil per
160 miliardi all’anno, condiziona la vita pubblica, acquisisce
politici ed amministratori e poi
determina violenza. Questo è un
fenomeno che c'è in Lombardia,
in Piemonte, in Liguria, nel Lazio. La 'ndrangheta è quindi una
grande questione nazionale».
In merito alla nomina di una
commissione d’accesso antimafia al Comune di Reggio Calabria, invece, Walter Veltroni ha
detto che «se c'è la commissione
d’accesso vuol dire che ci sono le
ragioni. Dove ci sono fatti dai
quali emergono segni di ambiguità bisogna andare fino in
fondo».
«In generale – ha aggiunto
Veltroni in merito all’arrivo della terna commissariale a palazzo di città – io sono perchè, laddove emergano, come stanno
emergendo in tante parti d’Italia, segni di ambiguità nei comportamenti di amministratori
locali nei confronti delle organizzazioni mafiose, lì si vada sino in fondo ad accertare le questioni e qualora accertate si proceda allo scioglimento del Consigli. Quando ci si ferma prima,
come nel caso di Fondi, poi si pagano dei prezzi molto elevati. Ripeto, tutto questo sulla base della valutazione delle carte che le
Commissioni faranno. Perchè
certo è che mafia, camorra e 'ndrangheta non sono problemi
solo di alcune regioni meridionali, ma sono diventati il più
grave problema nazionale».
«L'economia criminale – ha
concluso Veltroni – sottrae al
prodotto interno lordo di questo
Paese 160 miliardi di euro
all’anno, condiziona la vita pubblica, acquisisce politici ed amministratori, determina violenza. E questo è purtroppo un fenomeno presente in Lombardia,
Liguria, Lazio e Piemonte».
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
REGGIO CALABRIA - L’indagine
“Meta” per loro non aveva segreti.
Avevano sempre informazioni di
prima mano. Sapevano tutto quello
che facevano gli investigatori dei carabinieri e le carte che avevano in
mano i magistrati della Dda di Reggio. Conoscevano gli atti, i nomi, i
dettagli. I boss della cosca Lampada
erano costantemente aggiornati
dai loro amici. Politici e imprenditori con “orecchie lunghe” relazionavano di continuo. E’ questo il cuore
dell’inchiesta della Dda di Milano,
che ieri mattina ha portato all’arresto di 5 persone. Tra questi Domenico Gattuso, imprenditore di 36 anni.
Sarebbe lui una delle “talpe”per conto delle cosche. Era lui il “mister x”
che forniva agli affiliati notizie sulle
indagini nei loro confronti perchè
«poteva guardare il computer dei carabinieri ma non poteva guardare il
computer dello Sco e della polizia e
quindi non poteva sapere chi c'era
dietro all’indagine». E non era il solo. Informazioni riservate arrivavano anche dai servizi segreti che venivano girate alla cosca. A raccontare
come funzionava è stato è stato l’avvocato Vincenzo Minasi (di Palmi),
arrestato il primo dicembre dello
scorso anno nella prima fase dell’inchiesta. Un racconto dettagliato fatto ai pm lombardi e in particolare al
Procuratore aggiunto Ilda Boccassini. In uno di questi interrogatori,
Minasi afferma che Franco Morelli,
l’ex consigliere regionale della Calabria arrestato assieme a lui nella prima tranche dell’inchiesta, «disse
che aveva delle buone entrature nei
servizi segreti e mi fece il nome di Nicola Pollari», l’ex capo del Sismi. E
sempre Morelli, prosegue Minasi,
«portò notizie da Roma. Nel senso
che lui disse «Sono stato a Roma dai
miei amici, i quali mi hanno confermato che c’è l’indagine su Milanò».
Parlando di Gattuso, e della fuga
di notizie sul’'inchiesta Meta coordinata dalla Dda Minasi aggiunge:
«Poi seppi, perchè mi venne detto dal
Giulio Lampada e da Gattuso che la
forza investigativa era nata dai Carabinieri del Ross di Reggio (l’inchiesta era firmata dal pm Giuseppe
LOmbardo e alla conferenza stampa
parteciparono i Procuratori Giuseppe Pignatone e Piero Grasso) e
addirittura la persona che poteva
fornire queste notizie era la stessa
che sapeva perfettamente chi era
Giulio Lampada. Questo particolare lo seppi quando conobbi poi Gattuso, nel marzo del 2010». Minasi ha
spiegato anche che Gattuso, socio
dei Lampada in varie attività, a sua
volta, assumeva le informazioni da
un colonnello del Ros amico del padre. «Il fatto che l’informatore che
qui si ritiene essere Gattuso apprendesse notizie da quella fonte privilegiata – scrive il Gip – è sicuro ed
emerge da fonti del tutto genuine
quali la conversazione ambientale
del 17 marzo all’interno dello studio
Minasi». Nell’intercettazione tra
Minasi, Francesco Lampada e Leonardo Valle, l’avvocato Minasi, riferendociòchegli èstatodettodaGiulio Lampada, dice agli altri che un
Sopra il consigliere regionale Franco Morelli e accanto Ilda
Boccassini e il capo della Mobile Giuliani
REGGIO CALABRIA - «Avevano mente immobili a Palermo, Fertrovato una vera e propria galli- mignano (Pesaro-Urbino), Pana dalla uova d’oro. Tutti e tre si derno Dugnano (Milano) Bovidimostrano permeabili rispetto sio Masciago (Monza) e Martina
a gravi fatti di corruzione». E’ Franca (Taranto). Immobili acpesantissimo il giudizio che il quistati con i soldi della corruGiudice per le indagini prelimi- zione. Secondo le carte dell’innari di Milano esprime sul com- chiesta gli “infedeli” avevano un
portamento dei tre finanziari fi- vero e proprio tariffario. I Lamniti in manette ieri mattina. Di- pada pagavano 500 euro per i
vise sporcate dall’avidità di de- piccoli locali (in genere bar dove
venivano installati 3 o 4 macchinaro.
I tre infedeli, tutti in servizio al nette) e mille euro per gli esercizi
Gruppo di Milano – Guardia di più grossi. Una giro che fruttava
Finanza - e in carico al Nucleo cifre imponenti che poi i finanOperativo, che lavora nel settore zieri si spartivano tra di loro.
Il racconto di come avvenivadel monopolio statale, sono Michele Di Dio di 34 anni, Michele no i fatti sono stati raccontati da
Noto di 39, e Luciano Russo di 36 Giulio Lampada direttamente al
anni. Personaggi che avevano procuratore aggiunto Ilda Bocmesso in piedi una vera e propria cassini nel corso di uno degli inorganizzazione in grado di ri- terrogatori a cui è stato sottoposto. L’imprenditore in odore di
scuotere mazzette consistenti.
I tre finanzieri arrestati mafia ha spiegato che dopo una
nell’ambito dell’inchiesta sulla serie di controlli e sequestri da
’ndrangheta a Milano condotta parte dalla Guardia di Finanza,
dal procuratore aggiunto Ilda fu uno dei finanzieri a farsi
Boccassini e dai Pm Alessandro avanti per offrirgli la “collaboraDolci e Paolo Storari, secondo il zione” della squadra affinchè
Gip Giuseppe Gennari erano «a non ci fossero più problemi del
genere. Certo, si
libro paga» dei
trattava di una
clan e «stabilcollaborazione
mente retribuiche sarebbe coti» per compiere
stata un pò, ma
atti «contrari ai
che gli avrebbe
doveri d’ufficio»
garantito pratie violare «il secamente il mogreto e comunnopolio del settoque il dovere di
re. Niente più
riservatezza».
controlli e niente
Per questo hanpiù grattacapo
no ricevuto in un
con le divise delanno e mezzo tra
la guardia di fiil 2008 e il dicemnanza. Così efbre 2009 «somfettivamente era
me di denaro
stato.
oscillanti da un
Lampada ha
minimo di 40 miraccontato anla a un massimo
che come avvenidi 60 mila euro Un agente delle Fiamme gialle
vano i pagamenmensili (per un
totale non inferiore a 720mila ti. Rigorosamente in contanti.
euro)». In cambio i tre uomini Una volta al mese Giulio Lampadella Gdf avrebbero evitato di da o il fratello, si recavano a casa
«sottoporre a controllo» alcune di uno dei finanzieri a lasciare il
società di giochi ed «esercizi loro obolo. Che poi tanto obolo
commerciali dove erano instal- non era, visto che si trattava di
late le slot machine di queste ul- 40-60 mila euro al mese.
Valigette piene di soldi, quasi
time, nonostante fosse loro noto
che le slot machine erano scolle- sempre imbottite di banconote di
gate alla rete dei Monopoli di Sta- piccolo taglio, 5, 10, 20 e 50 euro.
to in modo da non far risultare Mai tagli grossi. I soldi, ha analcun guadagno rilevante a fini che spiegato Lampada ai pm di
fiscali». In molti casi avrebbero Milano, venivano dai fondi neri
avvertito Giulio e Francesco che si creavano grazie al fatto
Lampada che le società erano che le macchinette non erano
«prossime a subire controlli nei collegati ai monopoli di Stato. In
bar ove erano installate le slot fondo a pensarci bene il clan
machine, in modo da consentire guadagna soltanto qualcosa in
ai titolari del business di colle- meno rispetto ad un giro che era
garle alla rete dei Monopoli e co- milionario ed esentasse. E c’era
sì dar luogo a controlli di carat- da guadagnare per tutti. Per la
tere negativo». Infine i tre, che ‘ndrangheta che si riempiva la
lavoravano nella stessa “squa- pancia di contante da reinvestidra”, avrebbero informato i clan re in attività pulite. E per i finandelle indagini avviate dalla Que- zieri che s’erano venduta la divistura di Milano. Ai finanzieri so- sa per un extra consistente.
no stati sequestrati preventivag. bal.
8 Primo piano
Sabato 28 gennaio 2012
Primo piano 9
Sabato 28 gennaio 2012
Loiero esterrefatto: «Sono vittima dello scontro tra due Procure»
“Why not”
«Stupito per la condanna»
La Corte d’appello cancella l’assoluzione
Reato prescritto per Chiaravalloti
Felice Enza Bruno Bossio: «È la fine di un incubo»
Loiero, un anno
di reclusione
di TERESA ALOI
Giuseppe Chiaravalloti
ha annullato sei proscioglimenti di
altrettanti indagati scagionati dal
giudice Abigail Mellace al termine
dell’udienza preliminare.
Infine, sono stati assolti Pietro
Macrì e Vincenzo Morabito contestualmente al capo di imputazione -
contestato ; - “non doversi procedere” nei confronti di Antonio Lachimia per prescrizione per uno specifico capo - la pena è stata scontata di un
mese - mentre è stata confermata la
sentenza di assoluzione di primo
grado nei confronti di Gianfranco
Luzzo, Tommaso Loiero, Franco Nicola Cumino, Pasquale Anastasi,
Giuseppe Fragomeni ed Enza Bruno Bossio. Restano confermate le
condanne di primo grado nei confronti di Francesco Saladino (4 mesi
e 300 euro di multa) e Rinaldo Scopelliti (1 anno). E’ bastata dunque
un’ora e un quarto di camera di consiglio per far vacillarela solidità della sentenza assolutoria emessa dal
gup quando al termine del rito abbreviato emise 34 assoluzioni e 8
condanne pronunciando anche 27
rinvii giudizio (il dibattimento è
tutt’oggi in corso) e 28 proscioglimenti per tutti coloro i quali non
chiesero di essere giudicati con il rito abbreviato.
L’ex governatore
Agazio Loiero e
l’allora segretario
generale della
giunta regionale
Nicola Durante
Il caso “Why not” vissuto tra colpi di scena e scontri tra pm
Saladino da benefattore a condannato
L’imprenditore lametino è l’imputato principale dell’inchiesta
di PAOLO OROFINO
CATANZARO – Antonio Saladino
nel periodo in cui prende avvio
l’inchiesta “Why not” era sotto
scorta e considerato un benefattore, soprattutto nel lametino e nel
catanzarese, dove aveva sviluppato la sua azione da capo di Compagnia delle Opere e da leader calabrese di Comunione e Liberazione.
Assertore della legge Biagi sul
lavoro interinale (da ciò le minacce
che gli fecero assegnare la scorta
di protezione), l’imprenditore che
era partito, anni prima, con la produzione e vendita di caramelle,
forma il consorzio di società Brutum.
L’attività di tale consorzio ben
presto, però, finisce sotto i riflettori della magistratura inquirente,
per via dell’ingente accaparramento di fondi pubblici e comunitari da parte di società, secondo gli
investigatori, da lui dirette o di fatto controllate. Commesse, appalti,
assunzioni a progetto o a tempo
determinato nell’ambito del consorzio Brutium finiscono sott’inchiesta. Conseguentemente comincia l’indagine su Antonio Saladino. Indagine che nel giro di poco più di un anno contribuirà alla
caduta del secondo governo Prodi.
Tutti si rivolgevano a Saladino: i
politici per avere consensi elettorali ed i disoccupati per aver un posto di lavoro. Il consolidarsi ed il ripetersi di certi meccanismi, però,
ha portato l’allora pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, ad aprire
un maxifascicolo con una lunga
serie di reati contesati a politici,
|
LE REAZIONI
|
La Procura: «Confermato
l’impianto accusatorio»
IL VERDETTO
Gianfranco Luzzo
Agazio Loiero
Nicola Durante
Tommaso Loiero
Giuseppe Chiaravalloti
Franco Nicola Cumino
Pasquale Anastasi
Giuseppe Fragomeni
Enza Bruno Bossio
Antonio Saladino
Giuseppe Antonio Lillo
Pietro Macrì
Antonio Lachimia
Vincenzo Gianluca Morabito
Francesco Saladino
Rinaldo Scopelliti
1° GRADO
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
2 anni
1 anno e 10 mesi
9 mesi e 900 euro di multa
1 anno e 10 mesi
6 mesi e 600 euro di multa
4 mesi e 300 euro
1 anno
RICHIESTE APPELLO
1anno e 4 mesi
1 anno
1 anno e 2 mesi
8 mesi
1 anno e 6 mesi
8 mesi
10 mesi
6 mesi
1 anno e 4 mesi
4 anni e 2 mesi
2 anni, 1 mese e 10 giorni
1 anno e 3 mesi
conferma
conferma
conferma
conferma
SENTENZA APPELLO
assolto
1 anno
1 anno
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
assolto
3 anni e 10 mesi
2 anni
assolto
1 anno e 9 mesi
assolto
4 mesi 300 euro
1 anno
I procuratori Eugenio Facciolla e Massimo Lia
imprenditori, faccendieri, generali della Guardia di Finanza e a
componenti dei servizi segreti.
Nella composizione dell’accusa de
Magistris, fu aiutato dal consulente informatico Gioacchino
Genchi e soprattutto dalla rivelazioni di Caterina Merante, che per
diversi anni era stata una collaboratrice di Saladino. Si ipotizzò così
che poteva esserci un collegamento illecito fra l’appoggio elettorale
di Saladino, in grado di spostare
migliaia di voti, e l’affidamento di
alcuni appalti e commesse a società riconducibili al capo di Compagnia delle Opere. Il 18 giugno del
2007 il caso diventa pubblico, con
una serie di perquisizioni. Un mese dopo, il clamore sull’inchiesta
diventa nazionale con la notizia
dell’iscrizione nel registro degli
indagati del premier Romano Prodi. Sullo sfondo prendeva corpo
l’ipotesi (poi archiviata) di una loggia massonica deviata, detta “loggia San Marino”. Ad ottobre dello
stesso anno, c’è una nuova svolta:
dopo il presidente del Consiglio, finisce fra gli indagati, l’allora ministro della giustizia Clemente
Mastella. Quest’ultimo aveva disposto l’invio degli ispettori ministeriali alla procura di Catanzaro,
proprio per compiere accertamenti sull’operato di de Magistris.
Il contestuale coinvolgimento di
Mastella nella vicenda giudiziaria, ha determinato il provvedimento di avocazione del fascicolo
da parte della procura generale di
Catanzaro, che toglieva l’inchiesta al pm che l’aveva avviata, motivando che poteva esserci un nesso
fra l’iscrizione di Mastella e l’invio
degli ispettori a Catanzaro. A de
Magistris, subentrava un pool di
magistrati. Ma i problemi nella
conduzione del procedimento penale non finirono con l’estromissione di de Magistris. Tant’è che a
distanza un anno e mezzo, contrasti insorti fra le toghe del pool,
causarono l’allontanamento dalle
indagini del pm crotonese Pierpaolo Bruni.
Nel dicembre del 2008, pochi
giorni dopo l’incredibile scontro
con la procura di Salerno, si arriva
alla chiusura delle indagini preliminari, con oltre cento indagati,
compresi quelli provenienti dal filone investigativo aperto dalla
procura di Paola, confluito nel maxifascicolo. Poi c’è stata l’udienza
preliminare, sempre fra polemiche e colpi di scena, con rinvii a
giudizio, una sfilza di proscioglimenti e assoluzioni, e solo otto
condanne al termine del rito abbreviato. Sentenza ieri riformata
dai giudici d’Appello.
CATANZARO - Una stretta
di mano in aula subito dopo
la lettura del dispositivo di
sentenza emesso intorno
alle 15,40 - l’udienza era
iniziata in perfetto orario
alle 11,30 - suggella il successo ottenuto della Procura generale rappresentata
dai sostituti procuratori
Eugenio Facciolla e Massimo Lia nel giudizio d’appello dell’inchiesta “Why
not”. Del resto a marzo
2010, avevano preannunciato - una volta lette le motivazioni della sentenza di
primo grado - il ricorso in
appello per ottenere il riconoscimento dell’accusa di
associazione per delinquere.
«Siamo pienamente sod-
Enza Bruno Bossio
sentenza. Sarebbe poco serio».
Esce da un incubo come lei stesse lo definisce, Enza Bruno Bossio, coinvolta
nella sua qualità di amministratore delegato della Cm Sistemi sud, assolta anche
in secondo grado. «Un incubo – dice – che
aveva provato a distruggere la mia vita e
quella dei miei figli. Al quale ho resistito
con la consapevolezza di non aver fatto
mai nulla di illecito, e grazie all’affetto di
moltissimi amici. Non mi sono mai sottratta ai processi in tribunale, anche se vivevo fino in fondo l’ingiustizia morale e
materiale di quello che mi stava accadendo. Nonostante tutto ho avuto fiducia nel
compimento dell’azione della magistratura, soprattutto di quella giudicante.
Anche perchè non mi sento di essere innocente perchè assolta, ma assolta perchè innocente. Dunque esiste il merito
dei processi che si svolgono nelle aule dei
tribunali, chesono altracosa deiprocessi
mediatici che condannano le persone sulla piazza prima ancora di essere giudicate da chi è preposto a questo compito».
«Per ora –conclude Bruno Bossio –mi godo con serenità questo momento. Ci sarà
tempo e luogo perriflettere su questa ter-
disfatti per la sentenza
emessa dai giudici della
Corte d’appello perchè è
stato confermato l’impianto accusatorio». hanno
spiegato i due sostituti procuratori generali uscendo
dall’ala al primo piano del
vecchio palazzo di giustizia. «C'è soddisfazione – ha
aggiunto Massimo Lia –
anche perchè è stato riconosciuto il reato associativo per alcuni degli imputati, così come avevamo chiesto nel nostro appello. I
giudici hanno aggiunto altre condanne a quelle di
primo grado e questo riteniamo che dimostri come la
tesi dell’accusa è stata sostanzialmente accolta».
t. a.
|
LA SENTENZA
ribile vicenda che ancor prima che sul
piano personale ha determinato conseguenze devastanti per la vita di tanti lavoratori ed imprese calabresi». Le fanno eco
i legali della donna, gli avvocati Ugo Celestino e Fabio Viglione, . «La Corte d’Appello di Catanzaro – affermano – ha confermato la pronuncia pienamente assolutoria già ottenuta dalla dottoressa Enza Bruno Bossio in primo grado. Ha
trionfato la giustizia dei fatti e delle prove
contro ipotesi accusatorie che, per quanto riferibili alla nostra assistita, si sono
dimostrate assolutamente inconsistenti».
Anche l’avvocato Francesco Scalzi, legale di Giuseppe Chiaravalloti ha espresso tutta la sua soddisfazione. «Già il presidente Chiaravalloti era stato assolto con
la sentenzadel gup edavverso lastessa la
Procuragenerale avevapropostoappello
limitato a 3 dei plurimi gravi capi originariamente elevati. Ora la Corte ha confermato la assoluzione piena per due capi
ed ha prosciolto anche per il terzo applicando la prescrizione. Tale limitazione
nella formuladi un capo nonappare però
condivisibile e si ritiene che sussistano i
presupposti perché sia rettificata la formula con assoluzione piena».
«Viva soddisfazione per l’esito del giudizio» è stata espressa dal difensore di
Giuseppe Fragomeni, l’avvocato Nunzio
Raimondi. «In particolare, mi preme evidenziare - spiega il legale - come, aldilà dei
profili di merito rispetto ai quali la condottadel mioassistito èstata ritenutagià
dal primo giudice assolutamente irreprensibile, la Corte di Appello abbia ritenutodiaccogliere unadelicataquestione
di diritto relativa alla improponibilità
dell’impugnazione del pm o del procuratore generale a seguito di assoluzione in
primo grado quando prima della proposizione impugnazione il reato addebitato
risulti prescritto». «Sono davvero lieto –
conclude l’avvocato – che la totale estraneità ai fatti di Fragomeni sia stata confermata anche in appello e questo autentico galantuomo e professionista correttissimo sia uscito da una vicenda così pesante a testa alta».
t. a.
|
Il peso della Corte di Cassazione
CATANZARO – Sancita ufficialmente la sussistenza del reato di
associazione per delinquere nel
processo “Why not”. Sull’importante capitolo dell’impianto accusatorio la Corte d’Appello di Catanzato, ha ribaltato in toto la sentenza di primo grado del gup Abigail
Mellace, che dai capi d’imputazione aveva cancellato il reato associativo, ritenendo che non vi fossero
gli estremi per contestarlo. Del parere opposto, invece, sono stati i
giudici di secondo grado. Antonio
Saladino,
imputato
centrale
dell’inchiesta, è stato condannato,
oltre che il concorso in abuso d’ufficio, anche per il reato di associazione per delinquere, il che ha determinato per lui quasi il raddoppio della pena inflitta dal gup al
termine del rito abbreviato, oggetto del processo d’appello: Saladino
che il 2 marzo del 2010 era stato
condannato a due anni di reclusione, per le sole accuse relative
all’abuso d’ufficio, adesso si ritrova sulle spalle una pena di tre anni
e dieci mesi.
Per l’ex leader calabrese di Compagnia delle Opere, per effetto della riforma della prima sentenza, è
stato anche revocato il beneficio
della sospensione condizionale
della pena.
Per il reato associativo, dopo la
parziale assoluzione in primo grado, è stato condannato anche Giuseppe Lillo, braccio destro di Saladino nelle trame che hanno girato
intorno al consorzio di società Brutium, finito sotto la lente degli inquirenti. Anche per quest’ultimo
c’è stato un aggravio di pena, ieri
fissata a due anni di reclusione.
Sulla decisione dei giudici della
Corte d’Appello ha pesato (ne sapremo di più dopo il deposito e la
lettura delle motivazioni del verdetto) la recente sentenza della
Cassazione, allegata al fascicolo
processuale su richiesta della pubblica accusa, rappresentata dai sostituti procuratori generali Eugenio Facciolla e Massimo Lia. La
Corte di Cassazione, la scorsa estate, aveva accolto il ricorso della
procura generale, avverso alcune
dichiarazioni di non luogo a procedere per il reato associativo emesse
dallo stesso gup, alla fine
dell’udienza preliminare: l’istanza dei due magistrati requirenti veniva
accolta dalla Cassazione,
che addirittura nel “riconoscere” i presupposti
per la contestazione del
reato di associazione per
delinquere, andava oltre
i rilievi segnalati nell’istanza della
procura generale.
In otto punti la Corte di Cassazione ha chiarito le ragioni a supporto
dell’accoglimento del ricorso dei
sostituti procuratori generali. Soprattutto ha evidenziato che il giudice per l’udienza preliminare nella dichiarazione di non luogo a procedere aveva “offerto una motivazione contraddittoria e incompleta
in ordine alle ragioni poste a fondamento del proscioglimento degli imputati”.
Inoltre i supremi giudici, sempre in riferimento al provvedimento del gup, hanno osservato senza
mezzi termini che “il ragionamen-
to con cui la sentenza nega l’esistenza stessa dell’associazione per
delinquere, non regge da un punto
di vista logico”. Di riflesso queste
conclusioni inerenti l’udienza preliminare e l’ipotesi del reato associativo, si sono inevitabilmente riverberate sulle assoluzioni del rito
abbreviato, sostanzialmente spiegate dal gup con le stesse motivazioni
dei
proscioglimenti.
All’apertura del processo d’appello, infatti, il primo passo compiuto
dalla procura generale è stato proprio quello di chiedere l’acquisizione della suddetta pronuncia della
Cassazione. Richiesta
immediatamente accolta dalla Corte composta
dai giudici Francesca
Marrazzo, Gianfranco
Grillone e Vincenzo Galati. La Cassazione, per
di più, aveva censurato i
proscioglimenti anche
su un’altra importante
questione, vale sui giudizi circa
l’attendibilità della superteste del
caso Why Not, Caterina Merante.
Attendibilità che il gup ha “aprioristicamente e illogicamente” sminuito, come hanno sottolineato i
giudici della Cassazione e come ha
ribadito ieri la procura generale
nel corso della replica alle arringhe degli avvocati difensori, che in
più occasioni hanno cercato, invano, di indebolire la posizione della
supertestimone, le cui dichiarazioni “riscontrate” ha affermato il pg
Facciolla, continuano a rimanere
uno dei capisaldi del pubblica accusa.
p. o.
Riconosciuta
l’esistenza
del sodalizio
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
Soddisfatte
le altre difese che
hanno incassato
la conferma
dell’assoluzione
Rispetto al primo grado Saladino e Lillo riconosciuti
colpevoli anche per il reato di associazione per delinquere
CATANZARO – E’ l’ex governatore
della Regione Calabria Agazio Loiero ad accusare il colpo maggiore nel
processo d’appello a carico di 16 imputati coinvolti nell’inchiesta “Why
not” su presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria.
Assolto, a marzo 2010, in primo
grado con il rito abbreviato “per non
aver commesso il fatto” e “perché il
fatto non costituisce reato” in relazione a due distinte ipotesi di accusa
relative ai progetti finanziati dalla
Regione l’ex presidente della Regione Calabria dal 2005 al 2010, ieri è
stato condannato dai giudici della
Corte d’appello presieduta da Francesca Marrazzo (a latere Gianfranco
Grillone e Vincenzo Galati) ad un anno di reclusione - pena sospesa e non
menzione nel certificato del casellario giudiziario per il reato di abuso
d’ufficio relativo alla vicenda “Censimento Patrimonio immobiliare”
così come aveva sollecitato la Procura generale rappresentata dai sostituti procuratori Eugenio Facciolla e
Massima Lia.
Stessa pena e stesso reato anche
per Nicola Durante, nella sua qualità di segretario generale della Giunta Loiero, oggi segretario generale
del Consiglio regionale. Ad entrambi i giudici hanno applicato la pena
accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici L’accusa
aveva chiesto la condanna a 1 anno e
2 mesi di reclusione).
“Non doversi procedere per intervenuta prescrizione”, è stata sentenziata nei confronti dell’ex presidente
della Regione, Giuseppe Chiaravalloti, dal 2000 al 2005 per il quale la
Procura aveva chiesto una condanna a 1 anno e 6 mesi di reclusione.
Aggravio della posizione, poi, per
Antonio Saladino, l’imprenditore di
Lamezia Terme, ex leader della
“Compagnia delle opere” in Calabria, e per Giuseppe Antonio Maria
Lillo ai quali i giudici di secondo grado hanno riconosciuto il reato di associazione per delinquere di cui il
giudice per le udienze preliminari
Abigail Mellace aveva escluso l’esistenza. La Corte ha inflitto a Saladino – per il quale sono state escluse le
attenuanti generiche – una condanna a 3 anni e 10 mesi di reclusione,
l'interdizione perpetua dai pubblici
uffici e l’interdizione legale per la
durata della pena, revocandogli il
beneficio della sospensione condizionale, ed a Lillo una condanna a 2
anni. La Procura generale, dunque,
ha così ottenuto ragione a proposito
dell’ipotizzata associazione per delinquere dopo aver sostenuto con determinazione la fondatezza dell’accusa che descrive un presunto accordo criminale tra soggetti privati i
quali si sarebbero avvalsi di volta in
voltadi appoggiall’interno dellaRegione Calabria. Lo aveva fatto nel
proporre appello e lo ha rifatto ieri,
in aula, nel corso dell’udienza dedicata alle repliche ancor prima della
sentenza.
Una tesi accusatoria confortata
anche dalla pronuncia con cui la
Corte di Cassazione, lo scorso 20 luglio, come richiesto dalla Procura
CATANZARO -«Davanti a questa sentenza sono davvero esterrefatto». A quasi
due anni dalla sentenza di primo grado la
delusione di Agazio Loiero ex presidente
della Giunta regionale, oggi coordinatore nazionale della Federazione tra Mpa ed
Autonomia e Diritti, traspare in tutta la
sua drammaticità. A marzo 2010. la termine dela sentenza che lo aveva visto assolto, aveva parlato della fine di un calvario fatto di difficoltà e sofferenze puntando il dito contro quel pubblico ministero
divenuto un protagonista della vita politica del Paese. Il nome non lo aveva mai
pronunciato ma il riferimento era chiaramente tutto per Luigi de Magistris.
«Come sempre anche questa volta rispetto le decisioni della Magistratura - ha
spiegato Agazio Loiero - Mi
stupisce che oggi venga condannato per aver licenziato,
con la mia Giunta di allora,
una delibera in cui davo pienamente la libertà alla dirigenza
di compiere un atto o di non
compierlo. La verità è che siamo in presenza di un’inchiesta nella quale si è assistito ad
uno scontro mai visto tra Procure: è stato perquisito un
procuratore generale, altri
magistrati hanno lasciato la
Magistratura
immediatamente dopo; alcuni magistrati sono stati
trasferiti, altri destituiti, ed alcuni sono
stati mandati a giudizio». «Mi chiedo prosegue Loiero - se alla fine un cittadino
possa davvero sentirsi comunque appagato da un verdetto, specie se di condanna, o piuttosto non sia vittima di un contesto di scontro giudiziario che spaventa i
cittadini inermi. Si pensi che io non ho voluto rendere neanche una dichiarazione
spontanea perchè mi sembrava superflua. Sono certo di non aver compiuto nessun atto illegittimo. Davvero nessuno».
Non hannonascosto illoro stuporeper
il verdetto neppure i legali di Loiero, gli
avvocati Nicola Cantafora e Marcello Gallo che hanno sottolineato «di ritenere e di
aver ritenuto di avere ampia ragione su
tutto il fronte accusatorio. Non possiamo
dire nulla prima delle motivazioni della
24 ore
Sabato 28 gennaio 2012
Crotone. L’uomo lascia il programma di protezione dopo essere scampato a un attentato
Il pentito batte cassa allo Stato
Luigi Bonaventura ha chiesto un risarcimento di 2,5 milioni di euro
di GIACINTO CARVELLI
CROTONE - Ancora sugli
scudi il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura,
40 anni di Crotone. Questa
volta, ha annunciato la sua
decisione di abbandonare il
programma di protezione
ed ha chiesto un risarcimento di 2.5 milioni di euro
allo Stato. A renderlo noto il
difensore di Bonaventura,
l'avvocato Giulio Calabretta. In una missiva inviata,
nei giorni scorsi, al Ministero dell’Interno, alla Presidenza del Consiglio dei
Ministri ed al Servizio centrale di protezione, l’avvocato Cavarretta aveva formulato, per il suo assistito,
la richiesta di uscire dal
programma di protezione e
di risarcimento avanzata
da Bonaventura.
«Bonaventura – ha detto
in merito Calabretta – ha deciso di uscire dal programma di protezione ma di continuare a collaborare con la
giustizia. La decisione è
maturata dopo che nelle
settimane scorse il mio assistito è scampato ad un attentato che era stato organizzato da emissari della 'ndrangheta che si erano finti
amici di Bonaventura e che
avevano manifestato l'in-
Luigi Bonaventura
tenzione di volerlo aiutare
ad integrarsi nella città dove viveva sotto copertura».
Per il legale, «questa vicenda ha particolarmente scosso Bonaventura il quale ora
vuole abbandonare il programma di protezione perchè non si sente più sicuro».
«Se non ci saranno risposte – ha concluso Calabretta
– ovviamente procederemo
con una causa civile davanti al tribunale di Roma».
E dell’episodio del tentato
approccio di esponenti della ‘ndrangheta nella località segreta in cui si trova, Bonaventura aveva parlato in
una intervista rilasciata al
Quotidiano lo scorso 18
gennaio.
In particolare, Bonaventura ha raccontato che «a
Campobasso opera un mandamento invisibile della
‘ndrangheta», gestito da
«finti pentiti che fanno tutto quel che vogliono». Il
pentito, poi, disse di essere
stato avvicinato «da personaggi di una cosca del Crotonese e da un finto pentito.
Volevano condurmi in un
luogo ma era una manovra.
C’era un piano ben organizzato. Conoscevano in qualsiasi momento i miei spostamenti. Così come Leo
Russelli sapeva quello che
via via dichiarava il pentito
Marino».
Nell’occasione denunciò
anche l’esistenza di una talpa nel sistema. «C’è una
consorteria criminale operante a Termoli - ha detto
Bonaventura - la cui “mamma”, come dicono nel gergo
mafioso, è a Reggio. Ferrazzo le armi le aveva custodite
nel garage della moglie di
un poliziotto addetto alla
mia scorta. E’ un fatto riscontrabile, le deduzioni le
lasciamo ad altri». Nel corso del processo Tramontana, lo stesso Bonaventura
ha parlato di analogie con la
vicenda di Lea Garofalo.
«Lei - ha detto il collaboratore di giustizia - era della
provincia di Crotone come
me. Il fratello Floriano, dal
quale ci rifornivamo di stupefacenti, era detenuto insieme a me. Faceva parte
della batteria di Luca Megna. Si trovava a Campobasso quando cercarono di
rapirla, e anche lei era nel
programma di protezione».
Bonaventura ha deposto
nell’udienza dello scorso 26
gennaio rispondendo alle
domande del pm Antimafia
Pierpaolo Bruni nel corso di
un’udienza del processo
Icaro, contro la cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto.
Banche e usura
Al processo per l’omicidio di Lea Garofalo
Associazioni
parte civile
al fianco
di De Masi
Denise punta ancora il dito
contro il padre e gli zii
PALMI - Nino De Masi
non è solo nella sua avventura contro le banche. Al suo fianco si costituiscono parte civile
l'associazione “Codici”
ed il “Forum delle Associazioni Antiusura”.
Si apre una nuova pagina, quindi, nel processo sui presunti tassi di
usura applicati da alcuni
istituti bancari italiani.
«Siamo soddisfatti - ha
commentato in un comunicato stampa il coordinatore provinciale di
“Codici” Giuseppe Salamone -». «Per noi è una
data importante - ha aggiunto l'avvocato di “Codici” Maria Grazia Morano - che segna la nostra
forte presenza sul territorio provinciale contro
l'illegalità.
Andremo
avanti in questa battaglia al fianco delle vittime in un territorio fortemente vessato dal fenomeno dell'usura».
Soddisfatto anche il responsabile dell'ufficio legale dell'associazione,
Carmine Laurenzano.
«Stiamo
avviando
azioni sul territorio nazionale per verificare
procedimenti
penali
aventi ad oggetto l'usura
bancaria solitamente e
inopinatamente archiviati per mancanza dell'elemento soggettivo del
reato.
“Codici” si andrà a costituire in tutti i processi
di usura bancaria perché
è nostro obbiettivo dimostrare che esiste all'interno delle direzioni centrali di vari istituti bancari un vero e proprio disegno di addebiti e di applicazioni di interessi a
carico degli utenti ben oltre i limiti di legge».
fra. pap.
CROTONE - E’ stata sentita
anche
Denise,
ieri,
nell’udienza davanti alla
Corte d'Assise di Milano dove è ripartito, in seguito alla
nomina di un nuovo presidente, il processo per l'omicidio della madre, Lea Garofalo. La difesa, insieme al
pm, ha rinunciato all’esame della teste chiave di questo processo, richiedendo
l’acquisizione di quanto la
giovane aveva già dichiarato nel precedente processo.
A Denise sono state rivolte solo alcune domande specifiche per chiarire alcune
circostanze su episodi specifici. In particolare, le è
stato chiesto dell’incontro
con una persona avuto durante il viaggio in treno a
Firenze ed i rapporti che
aveva con la madre.
Denise era già stata sentita lo scorso 29 settembre, e
nell’occasione aveva detto
di sapere che il padre, Carlo
Cosco, e gli zii c’entravano
con l’omicidio. Nella sua de-
Lea Garofalo
posizione, poi, la diciannovenne ha ribadito che sin
dal primo momento della
scomparsa della madre,
l'ex testimone di giustizia
Lea Garofalo, svanita nel
nulla nel novembre 2009 e
probabilmente uccisa e
sciolta nell'acido, sospettava della colpevolezza del padre e degli zii. Denise, che si
è costituita parte civile nel
processo per l'omicidio della madre, vive in una località segreta, sottoposta a un
programma di protezione.
Ad interrogarla, allora, fu
il pm Marcello Tatangelo,
Denise al quale ha raccontato la storia. In un passaggio della sua deposizione,
poi, Denise aveva detto di
aver «passato un anno con
mio padre e i suoi fratelli,
pur sapendo che avevano
fatto sparire mia madre. Ho
fatto finta di niente, lavorato nella loro pizzeria, mangiato con loro, giocato coi
loro bambini».
Nell’udienza di ieri poi, è
stato sentito anche il maresciallo Persovic, colui che
raccolse la denuncia di Denise ed avviò gli accertamenti del caso. Verrà risentito, perchè deve ancora dare delle risposte in merito
ad alcune circostanze.
Inoltre, è stato sentito un
altro teste, vale a dire, Pasquale Amodio Buttarelli,
l’intermediario a cui si rivolse Vito Cosco per trovare
una casa per la sua famiglia. La prossima udienza è
fissata al 31 gennaio.
gia. car.
Franco Corbelli al fianco della giovane accusata del delitto dei suoi bimbi
REGGIO CALABRIA
Pedopornografia
Assicuratore
finisce nella rete
macchine fotografiche e
di GIOVANNI VERDUCI
migliaia di supporti inforREGGIO CALABRIA - C'è matici: dalle meticolose
anche un giovane reggino analisi dei file illeciti acfra le sei persone tratte in quisiti, la Postale spera di
arresto dalla polizia Posta- risalire a quei particolari
le di Palermo nell'ambito che possano condurre all'idell'inchiesta
“Fabuli- dentificazione fisica dei
nus”: un blitz contro la pe- minori coinvolti e abusati.
Il procuratore aggiunto
dopornografia on line che
ha coinvolto diverse regio- di Caltanissetta, Domenico Gozzo, nel corso di una
ni della penisola.
In manette nella città conferenza stampa in questura a Palerdello Stretto è
mo, ha spiegafinito L.M., asto: «Sono state
sicuratore di
arrestate solo
47 anni. Insiequelle persone
me a lui sono
che vivevano
state tratte in
da sole o avevaarresto altre
no un utilizzo
cinque persoesclusivo del
ne: si tratta di
telefono e che
un programin casa, già
matore infordalla prima
matico di Bari,
perquisizione,
un elettricista
risultavano in
della provinpossesso
di
cia di Agrigento e in partico- Un agente della Postale una ingente
quantità
di
lare di Campomateriale di
bello di Licata
natura pedo(che aveva anpornografica.
che un ingente
Altrimenti saquantitativo
rebbe
stata
di droga e una
un'operazione
piantagione di
più imponenmarijuana),
te. Comunque
un dipendente
le
indagini
di un'impresa
proseguirandi pulizie di
no e saranno
Roma, un milicondotte dalla
tare di Roma e
un pensionato di Napoli, procure di competenza.
mentre la polizia ha spicca- Non escludo che ci saranto ben 31 denunce ed effet- no altre persone interessatuato oltre trenta perquisi- te da provvedimenti perzioni. Con la supervisione chè si tratta di un fenomedella Postale di Roma, poi, no molto vasto, noi abbiasono stati effettuati dei mo toccato solo la punta.
controlli in Calabria, Cam- Gli arrestati sono tutti delpania, Emilia Romagna, la media borghesia, quasi
Friuli Venezia Giulia, La- tutti celibi, in molti casi vizio, Liguria, Lombardia, vono con i genitori».
L'età dei bambini colpiti
Marche, Piemonte, Sicilia,
è compresa tra i 2 e i 10 anToscana, Veneto e Puglia.
Dopo un anno e mezzo di ni, di entrambi i sessi, spesindagini, gli specialisti so incapucciati e obbligati
della Postale hanno indivi- ad avere rapporti con adulduato una rete di persone ti.
L'indagine - partita proche, tramite il network
“eDonkey”e il programma prio da Caltanissetta - è
emule diffondevano e sca- scaturita dalla segnalazioricavano materiale pedo- ne di un agente di polizia
pornografico consistente che nel tentativo di scaricain raccapriccianti video e re un video sulla pesca alla
immagini a carattere ses- trote utilizzando un norsuale di bambini in tenera male programma di file
età. Sono stati rinvenuti e shering ha poi scoperto di
sequestrati, poi, compu- aver trovato un file pedoter, cellulari, videocamere, pornografico.
L’inchiesta
“Fabulinus”
parte
da Palermo
Dura posizione della segretaria regionale Mimma Iannello
Sarà decisa oggi a Cosenza la sorte
Morti in corsia, la Cgil reclama
della rumena Alexandrina Natalina Lacatus l’intervento del ministro Balduzzi
COSENZA - Sarà il giudice del Tribunale
di sorveglianza, Sergio Caliò (lo stesso
che si occupò del caso di Kate Omoregbe,
la ragazza nigeriana che se espulsa
dall’Italia rischiava la lapidazione nel
suo paese), a decidere sul destino della
giovane rumena Alexandrina Natalina
Lacatus, 24 anni, agli arresti domiciliari in Calabria dal 31 maggio 2011, dopo
il rigetto, con due diverse sentenze della
Corte di Appello di Catanzaro, della richiesta di estradizione avanzata dal suo
Paese, la Romania, che l’aveva condannata a tre anni di reclusione per omicidio corso, per la morte dei suoi tre bambini, Diana, Sebastian eNicoletta, di tre,
due e un anno, avvenuta, il 28 dicembre
2008, durante un incendio sviluppatosi
per cause accidentali, nell’abitazione
del suo piccolo paese nel Nord della Romania.
Il leader del Movimento Diritti Civili,
Franco Corbelli, che da 9 mesi sta ininterrottamente lottando per aiutare questa povera e sfortunata ragazza rumena, rivolge oggi un appello al giudice di
sorveglianza del Tribunale di Cosenza,
Caliò, al quale chiede di concedere l’affidamento ai servizi alla giovane Alexandrina arrestata il 26 aprile 2011 dai carabinieri di Corigliano e rimasta nel carcere di Castrovillari sino al 31 maggio
dello scorso anno (quando è stata, dalla
Corte di Appello di Catanzaro, respinta
la richiesta di estradizione, concessa la
scarcerazione e disposti i domiciliari in
Calabria, dove la ragazza si trovava dopo aver raggiunto un suo fratello.
CATANZARO - «Uno stillicidio di giovani vite che la Calabria non può tollerare. La morte della piccola Singh
Gursewale di soli 4 mesi presso
l’ospedale Morelli di Reggio Calabria
segue di pochi giorni alla morte di
Gessica Rita Spina di Crotone. È un
quadro sanitario allarmante che rischia di pregiudicare il già labile livello di fiducia dei cittadini verso il sistema sanitario regionale».
Lo afferma la Cgil Calabria, in una
nota a firma della segretaria regionale Mimma Iannello. «Siamo consapevoli – aggiunge – che la sanità calabrese ha al suo interno indiscutibili
competenze professionali che lavorano con grande abnegazione e spesso
in condizioni limite. Tuttavia, i casi di
presunta malasanità fin qui registrati offrono lo spaccato complessivo di una sanità con vistose criticità
sul piano dell’organizzazione, della
funzionalità e della qualità dei servizi. L’azione del Piano di rientro anzichè ridurre le criticità le sta accentuando. È scaduto il tempo della propaganda. Insieme all’azione ispettiva
delle diverse commissioni d’indagine che faranno il loro corso insieme
all’azione delle tante Procure coinvolte, la Cgil chiede la presenza diretta del Ministro Balduzzi per accertare lo stato in cui versa la sanità regionale ed assumere decisioni e misure
conseguenti allo stato di insicurezza
e inappropiatezza in cui vengono erogati servizi essenziali».
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14 Calabria
S. Marco Argentano. Nel mezzo rinvenuti psicofarmaci. Sul corpo non ci sono segni di violenza sessuale
Giallo sulla morte di una donna
Era stata trovata agonizzante e seminuda a pochi metri dalla sua auto
di FRANCESCO RENDE
SAN MARCO ARGENTANO - Un casolare
diroccato, un'auto con uno sportello aperto ed una vita spezzata in una notte di gelo
invernale: è stato ritrovato in località
Cumma di San Marco Argentano (Cs), nella mattinata di ieri, il corpo senza vita di
Veronique Paffile, una donna di 41 anni di
origini francesi (era nata a Villefranchesur-mere) residente a Bisignano e coniugata con un militare dell'Arma dei Carabinieri in servizio a San Marco Argentano.
Ancora non vi è nessuna certezza sulle
cause della morte: tante circostanze lasciano pensare ad un suicidio, ma alcuni elementi rendono il quadro indiziario ancora
poco chiaro e difficile da sbrogliare, lasciando aperta anche la pista di una probabile morte violenta. Resta certamente in
piedi l'ipotesi del suicidio tramite intossicazione da farmaci, a causa del ritrovamento delle sostanze all'interno
dell'auto, ma tanto resta ancora da chiarire.
I FATTI. Nelle prime
ore del mattino, intorno alle 7.30, un uomo
ha avvistato un'auto
ferma con uno sportello
aperto in località Cumma, ad un centinaio di
metri dalla sede stradale principale, la ProvinVeronique Paffile
ciale 94 che collega San
Marco Argentano e
Mongrassano, ed ha avvistato gli uomini della
Polizia Municipale locale, intervenuti sul posto. Il primo pensiero,
quello di un furto e di
un ritrovamento d'auto, è stato subito scartato dai due agenti, che ad
un centinaio di metri di
distanza dall'auto hanno trovato il corpo agonizzante della donna,
riverso per terra e quasi completamente
svestito. Immediata la telefonata al presidio 118 della cittadina normanna ed al Comando dei Carabinieri, anche se ogni tentativo di soccorso è stato inutile. La donna
è spirata subito dopo l'arrivo del personale
medico ed il corpo, dopo i primi rilievi, è
stato portato presso l'obitorio dell'ospedale “Pasteur” di San Marco Argentano, in
attesa dell'autopsia che verrà effettuata
presumibilmente nella giornata di lunedì.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri
del Comando Provinciale di Cosenza, coordinati dai colonnelli Ferace e Franzese,
che avranno il compito di portare avanti le
indagini insieme al pubblico ministero di
turno, il dottor Antonio Cestone della Procura della Repubblica di Cosenza.
LA SCENA DEL CRIMINE. Dopo l'arrivo della scientifica ed i primi rilievi, sono
iniziate le prime ricostruzioni sulla scena
del crimine: l'auto, una Lancia Y color panna, era abbandonata di fronte ad un casolare diroccato, con lo sportello del lato passeggero completamente aperto ed i sedili
abbassati. All'interno dell'auto, alcuni effetti personali della vittima, il cellulare
La prima
pista
è quella
che porta
al suicidio
Il sopralluogo degli investigatori sul luogo in cui è stata trovata la donna
staccato chiuso nel vano portaoggetti e alcuni psicofarmaci: sarà compito dell'autopsia chiarire se ed in che quantità sono
stati assunti e se possono essere la causa
della morte, combinata al freddo gelido della notte. Il corpo della donna, però, è stato
trovato a 150 metri circa dall'auto: circostanza strana, se si considera inoltre che il
corpo era quasi completamente nudo, con i
vestiti sparsi nel breve tragitto dall'auto al
luogo del ritrovamento della donna. Il corpo, riverso a terra vicino ad una serie di rovi, presentava una serie di ferite sull'addome, sugli arti superiori ed inferiori e sul vi-
so che dai primi rilievi potrebbero essere ritenute compatibili con una caduta sul luogo del delitto e con la vegetazione presente
sul posto. Non vi sono segni di colluttazione e di una eventuale violenza sessuale, anche se la certezza si potrà avere solo dopo
l'autopsia di lunedì.
LA RICOSTRUZIONE. Gli uomini dell'Arma sono al lavoro per ricostruire gli ultimi movimenti della donna, che viveva a
Bisignano con le due figlie adolescenti e
che era proprietaria di una nota attività
commerciale. Il rapporto con il marito, un
esponente dell'Arma in servizio proprio a
All inside. La donna fu oggetto di un tentato sequestro
I dubbi dei genitori di Ilaria
sul coinvolgimento di Pesce
di DOMENICO GALATÀ
PALMI - Il tentato sequestro di persona
ai danni di Ilaria Latorre, ex moglie di
Francesco Pesce, ('84) è stato il principale argomento trattato ieri mattina
nell'ennesima udienza delprocesso All
Inside che si sta celebrando nell'aula
bunker del Tribunale di Palmi.
Tra i testimoni citati dal Pm della Dda
di Reggio Calabria, Alessandra Cerreti, doveva esserci proprio la Latorre,
che però non è comparsa sul banco dei
testimoni per motivi di salute (la ragazza, adesso risposatasi, è incinta e lamentava dolori alla schiena certificati
da un medico), facendo slittare così a
martedì prossimo la sua deposizione.
Hanno ricostruito invece l'irruzione in
casa Latorre del commando andato a
prelevare l'ex moglie diPesce i genitori
della ragazza, Cosimo Latorre e Maria
Carmela Barbieri.
Tribunale di Catanzaro
L'episodio risale al febbraio del 2006,
dopo che la ex moglie di Pesce aveva fatto ritorno a casa dei genitori lasciando
il marito che, a detta dei due testimoni,
la maltrattava e le impediva di uscire di
casa. Due uomini con il volto coperto da
una calzamaglia e da un berretto di lana, armati di pistola e fucile, si erano introdotti nell'abitazione dei Latorre alla
ricerca di Ilaria. Quella sera, però, il caso ha voluto che la giovane fosse fuori
casa insieme alla sorella e gli zii a vedere uno spettacolo teatrale. Un malvivente teneva sotto tiro i coniugi Latorre
e una delle loro figlie, mentre l'altro si
dava alla ricerca della ex moglie di Pesce all'interno dell'abitazione.
I due testi in aula non hanno affermato di aver riconosciuto Francesco Pesce
tra i componenti del commando, anche
se nelle dichiarazioni fatte in sede di denuncia ai Carabinieri nel 2006 avevano
lasciato spazio ad una somiglianza con
Tribunale di Catanzaro
Esec. Imm. n. 33/11 R.G.Espr.
G.E. Dott.ssa Song Damiani
Esec. Imm. n. 262/92+19/04+20/04 R.G.Espr.
G.E. Dott.ssa Giovanna Gioia
Lotto unico: in Soverato (CZ), via E. Galvaligi n. 12 (già
seconda traversa via Trento e Trieste s.n.c.), appartamento con annesso terrazzo, in catasto categoria A/3, consistenza vani 6, meglio descritto nella relazione di stima
in atti anche con riferimento alla conformità degli
impianti e alla situazione energetica.
Beni siti in Petrizzi (CZ) e precisamente:
Lotto uno: capannone artigianale di mq 323.
Lotto due: C.so Umberto n. 93, magazzino.
I beni sono meglio descritti nella relazione di stima in
atti.
Prezzo base Euro 237.600,00 con offerte minime in
aumento in caso di gara Euro 2.000,00.
Vendita senza incanto 7.03.2012 ore 10.00 presso il
Tribunale di Catanzaro.
Termine presentazione offerte entro le ore 12.00 del
6.03.2012 presso la Cancelleria delle Esecuzioni
Immobiliari del Tribunale di Catanzaro, unitamente al
deposito cauzionale.
Maggiori informazioni
www.asteannunci.it.
in
Cancelleria,
San Marco Argentano, viveva di alti e bassi,
tanto che la coppia era tornata da poco a vivere insieme dopo un periodo di separazione (anche se gli inquirenti non escludono la
presenza di rapporti extraconiugali da
parte di entrambi, in particolare quello della donna terminato da poco). Una settimana fa la donna, che soffriva di crisi depressive, aveva già tentato il suicidio tramite l'abuso di psicofarmaci, ma un pronto intervento dei sanitari aveva scongiurato la
morte. Nella giornata di giovedì, invece, accade qualcosa: la donna chiama un familiare e, sconvolta, gli annuncia che non si sarebbe più fatta vedere; a seguire una serie
di telefonate e di incontri, attualmente al
vaglio degli inquirenti, l'ultimo di questi
pare proprio con il marito. A seguire l'allontanamento, ed infine il ritrovamento
del corpo senza vita della mattinata di ieri.
Il Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri sta portando avanti
una serie di interrogatori per cercare di ricostruire gli ultimi movimenti della donna, anche in base alle risultanze provenienti dalla sua utenza telefonica, per cercare di
ricostruire le ultime ore della vittima.
L'ipotesi più seguita al momento pare
quella del suicidio, ma non è la sola: alcuni
elementi non convincono, primo fra tutti la
posizione del corpo trovato lontano dalla
macchina e quasi completamente nudo.
Inoltre, non si capisce come la donna abbia
potuto raggiungere una località lontana
dalla sua abitazione, dal suo paese di residenza e solitamente frequentata da coppie
in cerca di intimità per appartarsi. Una serie di dubbi che dovranno essere dipanati
subito, per un episodio che ha sconvolto le
comunità di Bisignano e San Marco Argentano e che rischia di diventare un vero e proprio caso per le incongruenze che verranno
chiarite nei prossimi giorni.
sul
sito
Vendita senza incanto 14.03.2012 ore 9.30 presso il
Tribunale di Catanzaro.
Prezzi base: Lotto 1 Euro 27.468,28;
Lotto 2 Euro 3.346,88.
Offerte minime in aumento in caso di gara Euro
1.000,00 per il lotto 1 ed Euro 500,00 per il lotto 2.
Termine presentazione offerte entro le ore 12.00 del
giorno antecedente la vendita presso la Cancelleria
Esecuzioni Immobiliari del Tribunale di Catanzaro.
Maggiori informazioni in Cancelleria, sito internet
www.asteannunci.it.
l'ex genero pur
senza fornire alcuna certezza a riguardo. La deposizione ha riguardato anche alcuni
aspetti della vita
coniugale tra Ilaria e l'ex marito e l'apertura di un'azienda di autotrasporti intestata alla donna. Ad un certo punto dell'udienza, il
presidente del Tribunale, Concettina
Epifanio, ha allontanato Pesce dall'aula in seguito ad alcuni suoi tentativi di
intervenire durante la deposizione degli ex suoceri.
Sul banco dei testimoni è salito anche
un dipendente della gioielleria Gelanzé
di Rosarno, nel 2006 oggetto di una rapina che, secondo l'ipotesi della Pubblica Accusa, sarebbe stata compiuta da
Pesce ed altri imputati. Il processo è stato aggiornato al prossimo 31 gennaio.
Francesco
Pesce, ex
marito di
Ilaria
Latorre,
oggetto di
un tentativo
di sequestro
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Calabria 15
24 ore
Sabato 28 gennaio 2012
LA ‘NDRANGHETA ha un suo
presidio in ogni comune della
provincia di Reggio Calabria.
Una presenza capillare, simile
o forse migliore di quella dell’Arma dei carabinieri che, per statuto, possiede una caserma in ogni
paese. Il dato che viene fuori dalla relazione della Commissione
parlamentare antimafia, guidata dal presidente Giuseppe Pisanu, è disarmante e racconta di un
radicamento storico che ha subito un’evoluzione rapida e concreta. La ‘ndrangheta ha cambiato
forma ma non abbandona il territorio. «E’ stato stimato - si legge
nella relazione discussa in commissione - che nella sola provincia di Reggio Calabria sono presenti circa 140 ‘ndrine ed è sufficiente osservare che in cittadine
di 10.000 - 15.000 abitanti, vi siano circa 500 affiliati all’associazione mafiosa. Per quanto riguarda i metodi dell’agire mafioso, al fortissimo radicamento
territoriale dell’associazione, va
aggiunta la capacità dei capi storici di darsi alla latitanza per lunghissimi periodi di tempo».
Boss in fuga, cosche in costante mutamento ma la capacità di
fare affari si è evoluta e la ‘ndrangheta ha aumentato a dismisura
il suo volume d’affari che, nel
2007, è stato stimato dall’Eurispes in oltre 43 miliardi di euro.
La Commissione parlamentare antimafia è stata a Reggio Calabria il 16 e il 16 febbraio del
2010 a seguito di gravissimi episodi concernenti l'ordine pubblico, ed in particolare: i fatti di Rosarno; l'attentato dinamitardo
alla Procura Generale della Repubblica; le minacce rivolte al sostituto procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale
antimafia di Reggio Calabria,
Giuseppe Lombardo e il ritrovamento di un'autovettura carica
di armi nel giorno della visita del
Presidente della Repubblica, il
21 gennaio 2010.
Tutti questi episodi sono stati
riportati e analizzati nella relazione appena passata al vaglio
della Commissione parlamentare antimafia.
I fatti di
Rosarno.
Il 7 gennaio 2010 a
Rosarno,
comune di
circa
15.000 abitanti in provincia
di
Reggio Calabria ad
economia
agricola,
circa 1500
cittadini extracomunitari tra i
quali il 70-80% in possesso di regolare permesso di soggiorno,
tutti lavoratori dell'agricoltura
impiegati nella raccolta degli
agrumi ed ortaggi, erano ammassati in condizioni precarie all'interno di una vecchia fabbrica
in disuso e in un'altra struttura
abbandonata. I contributi europei, sino al 2008, venivano concessi alle famiglie degli agricoltori in base al raccolto ed alla produzione;
successivamente, invece, sono stati parametrati all'estensione
delle superfici con un
forte calo
del contributo, che è
passato da
8.000 euro a
1.500 euro a
famiglia per circa 1.500 famiglie, alle quali corrispondono
1.500 aziende.
Questa riduzione dei contributi non ha reso possibile la raccolta del prodotto che è rimasto sulle piante, con la conseguenza che
non è stato necessario assumere
quei 1.500 lavoratori extracomunitari che in altri momenti
dell'anno si spostavano in altre
parti d'Italia per lavori simili.
I disordini, dunque, devono essere ricondotti al contesto socioeconomico di quel territorio ove i
singoli episodi di violenza sono
stati circoscritti e l'arresto di alcuni esponenti della criminalità
organizzata, che avrebbero partecipato ad episodi di pestaggio
In provincia
di Reggio
sono presenti
circa 140
’ndrine
Dietro
disordini
di Rosarno
non c’erano
le cosche
Ecco la relazione della Commissione antimafia
’Ndrangheta imprenditrice
che controlla il territorio
di GIOVANNI VERDUCI
di extracomunitari, non è da ricollegare all'attività delle cosche
su quel territorio.
Al momento della visita della
Commissione non erano stati
formulati dalla Procura della Repubblica di Palmi ipotesi di reati
di competenza della Direzione
Distrettuale Antimafia per fatti
concernenti il coinvolgimento
della criminalità organizzata essendo, invece, in corso indagini
dirette ad accertare ipotesi di
sfruttamento del lavoro degli immigrati eventualmente anche
con interferenze di carattere mafioso.
L’azione di contrasto.
Efficace ed incisiva è stata l'azione di contrasto
delle Forze dell'ordine e della magistratura che solo
in parte è riscontrata dall'aumento nel 2009, rispetto al 2007, sia delle
richieste di misure cautelari (+
51%), sia del numero dei procedimenti (+ 43,7%),
sia da quelli definiti (+ 40%) e tutto ciò nonostante
l'assenza di collaboratori di giustizia e di precedenti giudiziari,
come nel cosiddetto “maxiprocesso alla mafia”, che consentano una ricostruzione storica ed
unitaria del fenomeno criminale
e i rapporti tra le varie cosche.
L'azione di contrasto è stata diversificata nei confronti delle cosiddette “consorterie storiche”,
della cosiddetta “zona grigia”
con il perseguimento di esponenti delle istituzioni, della politica e
dell'imprenditoria, anche con
evidenti legami massonici, ed
ancora con le attività
criminose portate
fuori dal territorio
originario, come dimostra la strage di
Duisburg, pianificata in territorio nazionale, portata in
esecuzione in quello
tedesco e con l'arresto dei responsabili
in Olanda.
Da osservare, infine, l'efficace aggressione ai patrimoni illeciti con il sequestro di beni confiscati che, per il solo
2009, è stato stimato
in 600 milioni di euro.
L'attentato dinamitardo alla
Procura Generale.
Il 3 gennaio 2010 una bomba,
confezionata con una bombola di
gas propano da dieci chili e polvere pirica applicata sul maniglione, veniva fatta esplodere davanti al portone d'ingresso del palazzo che ospita gli uffici della Procura Generale e del giudice di pace di Reggio Calabria.
modus operandi della 'ndrangheta e si è verificato in un periodo temporale in cui l'azione repressiva nei confronti della criminalità organizzata è stata particolarmente intensa ed efficace,
comportando uno stato di soffe-
colare a Roma, nel settore turistico e della ristorazione, tanto della 'ndrangheta quanto della camorra.
La 'ndrangheta, ad esempio,
ha riciclato i suoi profitti illeciti,
costituendo società fittizie nel
settore della ristorazione in generale (gestione di bar, paninoteche, pasticcerie e ristoranti). Si
pensi a questo proposito all'operazione che ha portato (nel luglio
del 2009) al sequestro di beni per
un valore stimato di circa 250 milioni di euro, tutti investiti in società con sede a Roma e attive nel
settore della ristorazione di lusso: l'indagine della D.D.A. di Roma (alla quale ha fatto cenno il
Procuratore
Distrettuale della Repubblica di Reggio
Calabria dott. Pignatone293 Cafè de
Paris” di Via Veneto
ed il ristorante
“George's”.
Le inchieste “Crimine”.
Le 304 persone arrestate nel luglio
2010 e le 41 persone
arrestate il 13 marzo
2011 in Italia e all'estero (delle
quali 160 in Lombardia) rispondono a vario titolo dei reati di cui
all'art. 416 bis commi 1, 2, 3, 4, 5,
6 del codice penale, per aver fatto
parte della associazione mafiosa
denominata 'ndrangheta, operante in Lombardia e in provincia di Reggio Calabria, del territorio nazionale ed estero costituito da molte decine di locali, articolate in tre mandamenti e con
organo di vertice denominato
provincia, associazione che si avvale della forza di intimidazione
del vincolo associativo e della
condizione di assoggettamento e di
omertà che ne deriva, allo scopo di:
Le due operazioni, denominate “Crimine”e“Crimine 2”,
costituiscono
in
buona sostanza l'una la normale prose-
«Il passaggio a mafia imprenditrice è avvenuto
alla fine degli anni ’90. L'ultima manifestazione
della ’ndrangheta tradizionale in Lombardia
è rappresentata dal sequestro Sgarella»
renza della controparte.
L'episodio dell'intimidazione
alla Procura Generale appariva
nella prima ricostruzione verosimilmente collegata alla vicenda
dell'assegnazione di un fascicolo
processuale riguardante l'omicidio di una guardia giurata che
aveva determinato molto clamore nell'opinione pubblica e che in
sede di Appello richiedeva una
articolata e complessa istruzione.
L’espansione nel Lazio.
È poi, ormai, comprovata l'espansione nel Lazio, ed in parti-
Sopra il summit di
‘ndrangheta
al circolo Arci di
Milano e accanto il
presidente Pisanu
cuzione dell'altra: esse hanno
permesso di delineare l'esistenza
della organizzazione 'ndrangheta, avente base strategica nella
Provincia di Reggio Calabria e
con attive ramificazioni sia nel
nord Italia - e in particolare in
Lombardia - , sia all'estero, dove è
stato replicato il modello organizzativo calabrese da parte di
quelle articolazioni che risultano dipendenti dai vertici decisionali presenti in territorio reggino.
L'operazione “Il Crimine” per
prima ha permesso di delineare
l'esistenza della organizzazione
'ndrangheta, avente base strategica nella Provincia di Reggio
Calabria ed attive ramificazioni
nel nord Italia ed all'estero. L'operazione ha offerto uno spaccato inedito della 'ndrangheta, evidenziando l'esistenza di organismi (provincia, mandamento e
locali) di gradi (sgarrista, santista, vangelo) e di ruoli (“cariche”), che rivelano un assetto
mafioso basato su una struttura
unitaria gerarchicamente organizzata, in cui le decisioni vengono assunte dal vertice provinciale di Reggio Calabria, nel rispetto
rigoroso di regole e procedure,
lasciando tuttavia alle dipendenti organizzazione esterne ampi
margini di autonomia nella gestione delle attività criminali nel
territorio dove operano.
Le principali attività.
Le attività illecite sono riconducibili a tre filoni principali:
narcotraffico; traffico di armi;
condizionamento della vita economico imprenditoriale nel territorio di competenza: commettere delitti in materia di armi,
esplosivi, munizionamenti, contro il patrimonio; la vita e l'incolumità personale, in particolare
il commercio di stupefacenti,
estorsioni, usura, furti, abusivo
esercizio di attività finanziarie,
riciclaggio, reimpiego di denaro
di provenienza illecita in attività
economiche, corruzioni, favoreggiamenti di latitanti, corruzione e coercizione elettorale, intestazione fittizia di beni, ricettazione, omicidi; - acquisire direttamente o
indirettamente la
gestione e
il controllo
di attività
economiche, in particolare nel
settore dell'edilizia,
del movimento terra, della ristorazione;
acquisire appalti pubblici e privati; ostacolare il libero esercizio
del voto, procurare a sé o altri voti in occasione di competizioni
elettorali, convogliando in tal
modo le preferenze su candidati e
loro vicini in cambio di future
utilità; conseguire per sé o per altri vantaggi ingiusti, con le aggravanti di avere la disponibilità
di armi per il conseguimento delle finalità della associazione e che
le attività economiche di cui gli
associati
intendono
assumere
o mantenere il controllo sono
finanziate
in tutto o in
parte con il
prezzo, il
prodotto o
il profitto
di delitti.
La magia
imprenditrice.
Il passaggio a questa forma di
“mafia imprenditrice” è avvenuto alla fine degli anni Novanta;
l'ultima manifestazione della'ndrangheta tradizionale in Lombardia è rappresentata dal sequestro di Alessandra Sgarella:
ed in pieno sequestro le indagini
degli inquirenti avevano già accertato che, nel 1998, gli affliliati
alla 'ndrangheta lombarda (fra i
quali uno dei sequestratori che
pochi giorni prima aveva formulato la richiesta di riscatto alla famiglia Sgarella) si davano appuntamento presso gli “Orti di
Bollate”, ancora oggi luogo di ritrovo delle 'ndrine del locale di
Bollate.
La stagione
delle bombe
per frenare
l’azione
repressiva
Le inchieste
il “Crimine”
hanno
segnato
una svolta
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Reggio 25
Sabato 28 gennaio 2012
Sabato 28 gennaio 2012
Il gup di Reggio Calabria Domenico Santoro ha fissato il rito ordinario per quindici imputati
Imelda, arriva il rinvio a giudizio
L’inchiesta portò alla luce un’organizzazione dedita al narcotraffico
di CLAUDIO CORDOVA
IL GUP di Reggio Calabria, Domenico Santoro, ha rinviato a
giudizio i quindici imputati del
procedimento “Imelda” che nelle scorse udienze avevano scelto
di essere giudicati con il rito ordinario. Si tratta di Antonio e
Michele Ascone, Umberto Bellocco, Gioacchino e Nicola Bonarrigo, Sergio Carretta, Antonio Costadura, Salvatore Giorgi, Aldo Nasso, Bruno Pisano,
Bruno Pizzata, Sebastiano Rechichi, Antonio Romeo (classe
1957, attualmente latitante),
State Stelian (di nazionalità rumena), Francesco Stilo.
L’indagine “Imelda”, curata
dal sostituto procuratore della
Dda Maria Luisa Miranda, con il
coordinamento del procuratore
aggiunto Nicola Gratteri, sgominò un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico che
poteva contare su diverse diramazioni in tutto il mondo. Una
rete su cui, ovviamente, vi era la
longa manus della ‘ndrangheta, da sempre regina del traffico
internazionale di stupefacenti.
Nel corso delle investigazioni,
portate avanti dalla Guardia di
Finanza con il fondamentale
utilizzo delle intercettazioni telefoniche, furono sequestrate,
in diversi tronconi, decine di
chilogrammi di cocaina. La
“polvere
bianca”
trattata
dall’organizzazione era proveniente dal Sud America, ed era
destinata in particolare al mercato milanese e viaggiava anche
a bordo di camion carichi di materiale destinato alle case di moda.
Il 17 maggio prossimo, al cospetto del Tribunale di Locri
compariranno dunque una
quindicina di soggetti, tra cui
due degli imputati principali.
Quel Bruno Pizzata, esponente
della ‘ndrangheta di San Luca e
broker internazionale in grado
di rapportarsi con i trafficanti di
droga di svariati paesi del mondo, e il rumeno State Stelian,
considerato dagli inquirenti come l’uomo in grado di rapportarsi con i cartelli colombiani del
traffico di droga. I due, dunque,
avrebbero rivestito il ruolo di
maggiore rilievo con Pizzata
che avrebbe intrattenuto rapporti in Germania, essendo anche capace di spostarsi con facilità verso la vicina Olanda, nonché di trattare alla pari con i trafficanti sudamericani.
Nell’indagine furono coinvolti presunti affiliati alle cosche
della Locride, ma anche della
Piana di Gioia Tauro. Il Gup Santoro hadunque rinviatoa giudizio quindici persone. Altri sedici, invece, hanno scelto di essere
giudicati con il rito abbreviato,
che prevede, in caso di condanna, la riduzione di un terzo della
pena: si tratta di Vincenzo e Rocco Ascone, Laurentiu Doru
Avram (di nazionalità rumena),
Pasquale Calderone, Domenico
Codespoti, Giuseppe Fabrizio,
Beniamino Marras, Carmine
Murdaca, Vincenzo Perri, Giuseppe Pizzata, Giancarlo Polifroni, Filippo Rechichi, Antonio
Romeo (classe 1970), Giuseppe
Romeo, Francesco Strangio e
Antonio Vottari. Per costoro, il
pm Miranda effettuerà la requisitoria il prossimo 16 febbraio.
Processo Meta
Giardina
racconta
le ’ndrine
di Fiumara
La conferenza stampa dell’operazione “Imelda”
INTERVIENE MASSIMO CANALE
«Urbanistica, processo alla fine»
«PARE che il processo penale nei confronti degli impiegati del settore urbanistica, accusati di avere illecitamente
lucrato nell’esercizio delle proprie funzioni sia ormai giunto alle battute finali».
A parlare è Massimo Canale. «Quel
processo costituisce uno dei rari casi
giudiziari che riguardano la gestione
delComunedi ReggioCalabrianell’ultimo decennio e l’unico in cui gli imputati
hanno trascorso diversi mesi in stato di
detenzione, dapprima in carcere e, successivamente, agli arresti domiciliari.
Intravedo il rischio che quattro geometri dell’urbanistica si possano ritenere le
pecore nere del Comune; il “sistema” denunciato negli anni dal centrosinistra e
oggi al vaglio dei magistrati reggini riguarda un numero certamente maggiore di personaggi».
«Ancora - conclude - non mi sembra civicamente accettabile che a fronte di palesi comportamenti illeciti accertati da
consulenze ufficiali di Ministero e Procura della Repubblica ci possa essere un
giudizio sospeso nei confronti dei politici. Sono tra quelli che non credono alla
logica del “poteva non sapere”, non me
ne convincerà mai nessun Sindaco, ma
questa, mi si dirà, è una considerazione
politica».
I vigili del fuoco domano un incendio scoppiato in contrada Boschicello Dalla Guardia costiera
Struttura
balneare
Distrutto silos per la produzione del bergamotto. Aperta un’indagine sequestrata
Vecchia fabbrica in fiamme
LA VECCHIA fabbrica per la
produzione del bergamotto di
contrada Boschicello, improvvisamente, è tornata in
vita. Ma lo ha fatto per morire
ancora una volta. Ieri mattina, infatti, un incendio è improvvisamente
scoppiato
all’interno del sito industriale
ormai abbandonatoed hafinito per distruggere uno dei vecchi silos di contrada Boschicello.
Per domare le fiamme, scoppiate nella tarda mattinata di
ieri, è stato necessario l'intervento di quattro squadre dei
vigili del Fuoco del Comando
Provinciale di Reggio Calabria.
Gli uomini del comando
provinciale di via Sbarre Superiori si sono mossi con altrettanti automezzi e, dopo pochi minuti, sono giunti in contrada Boschicello per occuparsi dell’incendio.
Appena giunti sul posto gli
uomini del comandante provinciale Emanuele Franculli
si sono accorti che l’incendio
stava assumendo proporzioni
davvero preoccupanti. Il rogo, le cui cause sono ancora in
corso di accertamento, si stavano sviluppando all'interno
di una vecchia fabbrica dismessa per la lavorazione dei
derivati del bergamotto, nel
centralissimo rione Boschicello.
Il tempestivo intervento dei
Vigili del Fuoco, ha evitato
ben più gravi conseguenze
per le abitazioni vicine, lambite dalle fiamme che si erano
propagate ai silos in disuso,
pieni ancoradi esalazioniprodotte dalle vecchie lavorazioni.
Le cause dell'incendio sono
in corso di accertamento, da
Vigili del fuoco al lavoro
La zona devastata dall’incendio
parte dei tecnici dei Vigili del
Fuoco, che eseguiranno i rilievi al termine delle operazioni
di raffreddamento e messa in
sicurezza della struttura, attualmente eseguite dalle
squadre operative terrestri
intervenute.
Le attività di spegnimento
dell’incendio di contrada Boschicello sono terminate nel
tardo pomeriggio di ieri. I vigili del fuoco del comando provinciale di via Sbarre Superiori sono dovuti intervenire con
la pala gommata per rimuovere le suppellettili rimaste ed
evitare che le fiamme, che co-
Il locale sequestrato
vavano sotto lo strato superficiale, potessero tornare a divampare provocando ulteriori danni. Sul posto sono intervenute le forze dell’ordine e la
Procura della Repubblica di
Reggio Calabria ha aperto
un’inchiesta.
gio.ve.
L’ordigno rudimentale ha danneggiato il “Windy hill” di Gallina
Bomba carta contro pizzeria
UNA bomba carta, esplosa la scorsa notte, ha
danneggiato un esercizio commerciale adibito alla ristorazione ubicato a Gallina.
L’ordigno rudimentale è stato piazzato davanti alla porta d’ingresso della pizzeria
“Windy hill” di proprietà di Antonio Ventura di 37 anni, ubicata in piazza San Francesco di Sales a Gallina.
L’esplosione ha danneggiato la saracinesca del locale, i vetri della porta d’ingresso e
alcun pannelli del soffitto del locale pubblico.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri
della locale stazione che hanno avviato le indagini del caso.
Un posto di controllo dei carabinieri
PROSEGUE l'impegno della
Guardia Costiera di Reggio
Calabria a tutela dell'ambiente e a salvaguardia del pubblico demanio marittimo, nell'ambito delle attività programmatiche di accertamento finalizzate all'aggiornamento del documento programmatico regionale di
mappatura del litorale.
Nel comune di Reggio Calabria, nella zona di Bocale del
Comune di Reggio Calabria,
nella mattinata odierna, è stato posto sotto sequestro preventivo, senza facoltà d'uso,
uno stabilimento balneare
ubicato sull'arenile, per un ingombro di circa 230 mq.
La struttura al termine della stagione balneare non era
stata smontata ed era mantenuta dall'indagato M.G di
Reggio Calabria, senza alcuna autorizzazione, esposta altresì alle mareggiate invernali che ne avevano alterato altresì la stabilità della stessa .
Il titolare dello stabilimento
posto sotto sequestro, era stato già deferito lo scorso anno
alla autorità giudiziaria.
UN PASSAGGIO è dedicato anche a un incontro
che Domenico Barbieri
avrebbe avuto con l’allora consigliere regionale
Gesuele Vilasi. Ma c’è
ancora una volta la
‘ndrangheta di Fiumara
di Muro e Villa San Giovanni al centro della deposizione del Colonnello
dei Carabinieri, Valerio
Giardina, nell’ambito
del maxiprocesso “Meta”.
Al cospetto del Tribunale Collegiale presieduto da Silvana Grasso,
Giardina ha elencato
una lunga serie di episodi che hanno per protagonisti proprio i presunti capi dei territori
dell’hinterland tirrenico di Reggio Calabria. Il
processo, infatti, scaturisce da una maxioperazione del Ros dei Carabinieri, che colpì sia le
grandi famiglie cittadine, i De Stefano, i Tegano, i Libri e i Condello,
ma anche altri personaggi riconducibili a
clan storici come gli
Imerti, i Buda e i Bertuca. Quella tenutasi ieri è
l’ennesima di una lunghissima serie di deposizioni che Giardina, su richiesta del pm Giuseppe
Lombardo, sta sostenendo, ripercorrendo le indagini svolte quando era
a capo del Ros di Reggio
Calabria.
Nell’indagine emerse
anche la figura di alcuni
personaggi della famiglia Barbieri, presunti
affiliati alla ‘ndrangheta
di Villa San Giovanni,
che Giardina ha “prestanome di Cosimo Alvaro”,
richiamando anche i
contatti che Domenico
Barbieri avrebbe avuto
con il politico Vilasi, solo
uno dei tanti, tra cui l’attuale Governatore Giuseppe Scopelliti, con cui i
Barbieri avrebbero avuto incontri.
Cosimo Alvaro, invece, è un altro dei personaggi chiave dell’inchiesta, un uomo venuto da
Sinopoli, lì dove il suo cognome da decenni significa ‘ndrangheta per
controllare importanti
attività commerciali come il lido-discoteca “Calajunco”, ubicato sul
lungomare: “Il controllo
del Calajunco – ha detto
Giardina – ha un valore
assai simbolico, perché
il lido è presente sulla via
più significativa di Reggio Calabria”. Così, dunque, le cosche avrebbero
messo le mani sulla città. E i contatti con Alvaro sarebbero serviti ai
Barbieri anche da “biglietto da visita” allorquando avrebbero, negli
anni, appalti pubblici
presso le amministrazioni di Rosarno e Palmi,
utili, oltre che per far denaro, anche per allacciare significativi rapporti
criminali, come quelli
testimoniati con la storica famiglia Gallico di
Palmi.
cla. cor.
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26 Reggio
dal POLLINO
alloSTRETTO
calabria
ora
SABATO 28 gennaio 2012 PAGINA 5
Why not, poche condanne
e molte assoluzioni
Catanzaro, si ridimensiona in Appello l’inchiesta avviata da De Magistris
CATANZARO
Un processo che ha un solo nome diviso in tre
tronconi. Un filone ancora in corso davanti al
tribunale collegiale di Catanzaro, un altro inizierà a breve dopo il rinvio della Cassazione al gup
del capoluogo e un altro ancora si è concluso ieri davanti ai giudici di secondo grado dopo sei
mesi di udienze. Erano da poco passate le 15, 30
quando i giudici della Corte d’appello hanno
decretato otto condanne e nove assoluzioni a
carico di 17 persone coinvolte nell’ambito dell’inchiesta Why not su presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria. Prima le
repliche dei sostituti procuratori generali e della difesa, poi il ritiro in camera di consiglio e
dopo un’ora e mezza il verdetto dei giudici. Dodici le posizioni appellate dalla procura generale, su cinque delle quali pendeva anche il reato
di associazione a delinquere. Ha retto l’accusa
dell’associazione solo rispetto all’imprenditore
Antonio Saladino e Giuseppe Antonio Lillo condannati rispettivamente a 3 anni e dieci mesi il
primo e a 2 anni di reclusione il secondo. Mentre cade l’ipotesi accusatoria rispetto alle posizioni di Gianfranco Luzzo, Pietro Macrì ed Enza Bruno Bossio assolti dal reato associativo.
«Mi hanno massacrato in tutti questi anni ha detto Luzzo - è stato un incubo, ma ho sempre avuto fiducia nei magistrati e nella giustizia.
Nell’udienza del 24 gennaio Macrì, l’esperto di
informatica, aveva rilasciato spontanee dichiarazioni sostenendo la sua estraneità tanto al
progetto “Ipnosi” quanto all’assunzione del per-
sonale. Lui avrebbe svolto il ruolo di libero professionista, fornendo il suo apporto per soli tre
mesi. Macrì ha negato di aver avuto qualunque
rapporto con l’imprenditore Antonio Saladino:
non sarebbe mai stato assunto in società riconducibili all’ex leader delle Compagnie delle opere in Calabria Saladino. Ma l’esistenza di un’associazione per delinquere, costituita da soggetti privati, che avrebbe stretto accordi con pubblici ufficiali della Regione Calabria per ottenere finanziamenti pubblici, rimane. Almeno per
il momento. Lo confermano le due condanne di
Saladino e Lillo e il fatto che la Cassazione abbia annullato il 20 luglio scorso sei proscioglimenti rinviando gli atti nel capoluogo per una
nuova udienza preliminare, dando ragione ai pg
Massimo Lia ed Eugenio Facciolla quando nel
corso della requisitoria hanno affermato che
«la Cassazione ha sancito che ci può essere
un’associazione per delinquere costituita solo
da soggetti privati che si avvaleva di volta in volta dell’apporto di singoli pubblici ufficiali», illustrando le modalità con cui alcuni di loro venivano affidati alla società Why Not nello svolgimento di progetti finanziati con fondi pubblici.
Subito dopo la lettura del dispositivo i pg hanno commentato: «Siamo soddisfatti, ha retto
l’impianto accusatorio, l’associazione a delinquere c’è».
I sostituti procuratori generali avevano impu-
il commento
Così la montagna ha partorito un topolino
DI PIETRO COMITO
Così la montagna - fatta di enciclopedici faldoni, fiumi di tabulati,
verbali, indizi, sospetti e veleni - ha partorito un topolino. E questo è
un dato di fatto. A meno che non si voglia insinuare oltre sugli uffici
giudiziari di Catanzaro, è l’epilogo atteso, e per certi versi scontato, di
una vicenda che paralizzò un Paese intero: una microassociazione a
delinquere, in attesa della Suprema corte, e qualche abuso d’ufficio. Pe-
rò, da qui a far cadere un governo (ed è successo), da qui a trasformare Catanzaro e la Calabria come l’epicentro di trame affaristiche e
complotti istituzionali orditi da asserite cricche paramassoniche (ed è
successo), da qui a scatenare una guerra tra Procure (ed è successo),
da qui a delegittimare magistrati, avvocati, politici e giornalisti (ed è
successo), da qui a tutto quello che è stato, ne passa. Eccome. E oggi
cosa resta? Niente. Silenzio. Non ci saranno vetrine nei tg nazionali,
ne prime serate del servizio pubblico. Eppure è la sentenza.
gnato la sentenza di primo grado emessa il 2
marzo del 2010 contestando, tra l’altro, l’assoluzione per il reato di abuso di ufficio nei confronti di Agazio Loiero, per il solo capo d’imputazione attinente al progetto regionale finalizzato al censimento del patrimonio immobiliare. E
ieri per l’ex presidente della regione di centrosinistra è arrivata la condanna ad un anno di reclusione, mentre per Giuseppe Chiaravalloti,
già governatore di centrodestra, i giudici di secondo grado si sono espressi con una sentenza
di prescrizione per il reato di abuso di ufficio relativo al progetto chiamato “Ipnosi”, per gli altri due capi di accusa è stata confermata l’assoluzione così come aveva decretato il giudice di
primo grado. « Non possiamo non nascondere
una certo stupore per la sentenza emessa dai
giudici della Corte d’appello. Ritenevamo e riteniamo ancora – hanno affermato gli avvocati Marcello Gallo e Nicola Cantafora, difensori
di Agazio Loiero - di avere ampia ragione su
tutto il fronte accusatorio. Al momento, però,
non possiamo dire nulla se prima non vediamo
le motivazioni della sentenza». Assolto anche il
funzionario regionale Fragomeni: «È stato dichiarato inammissibile l’appello della Procura,
desidero esprimere viva soddisfazione per l’esito del giudizio. In particolare - sottolinea l’avvocato Nunzio Raimondi mi preme evidenziare
come, aldilà dei profili di merito rispetto ai quali la condotta del mio assistito è stata ritenuta
già dal primo giudice assolutamente irreprensibile, la Corte di Appello di Catanzaro abbia ritenuto di accogliere una delicata questione di
diritto relativa alla improponibilità dell’impugnazione del pubblico ministero o del procuratore generale a seguito di assoluzione in primo
grado quando prima della proposizione impugnazione il reato addebitato risulti prescritto.
Tale eccezione, unitamente a quella della aspecificità dei motivi, ha formato oggetto della mia
discussione di rito e di merito dinanzi alla Corte territoriale al fine di resistere alle censure della Procura Generale ed ha poi prevalso con la
odierna sentenza. Sono infine davvero lieto conclude l’avvocato Raimondi - che la totale
estraneità ai fatti di Fragomeni sia stata confermata anche in appello e questo autentico galantuomo e professionista correttissimo sia
uscito da una vicenda così pesante a testa alta».
E l’assoluzione è arrivata anche per Franco
Nicola Cumino:«Si conferma l’assoluta correttezza dell’operato del mio assistito, - ha affermato il legale Carlo Petitto - già riconosciuta dal
giudice di primo grado e si conclude speriamo
in via definitiva una vicenda che ha determinato estrema sofferenza e patimento, sentimenti
questi che albergano proprio nell’animo di chi
è stato ingiustamente perseguito dalla legge».
GABRIELLA PASSARIELLO
[email protected]
le reazioni
Loiero: vittima di uno scontro giudiziario
Esterrefatto davanti a questa sentenza
CATANZARO «Come sempre anche questa volta rispetto le decisioni della
Magistratura. Cionondimeno davanti a questa sentenza sono davvero esterrefatto». Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale della federazione tra Mpa ed Autonomia e Diritti ed ex Presidente della Giunta della Regione Calabria, Agazio Loiero. «Mi stupisce - aggiunge che io oggi venga condannato per aver licenziato, con la mia Giunta
di allora, una delibera in cui davo pienamente la libertà alla dirigenza di compiere un atto o di non compierlo. La verità è che siamo in
presenza di un’inchiesta nella quale si è assistito ad uno scontro mai
visto tra Procure: è stato perquisito un procuratore generale, altri magistrati hanno lasciato la Magistratura immediatamente dopo; alcuni magistrati sono stati trasferiti, altri destituiti, ed alcuni sono stati
mandati a giudizio».
«Mi chiedo - prosegue Loiero - se alla fine un cittadino possa davvero sentirsi comunque appagato da un verdetto, specie se di conAgazio danna, o piuttosto non sia vittima di un contesto di scontro giudiziario che spaLoiero venta i cittadini inermi. Si pensi che io non ho voluto rendere neanche una dichiarazione spontanea perché mi sembrava superflua. Sono comunque certo di
non aver compiuto nessun atto illegittimo. Davvero nessuno».
Bruno Bossio: sono uscita da un incubo
Ho avuto fiducia nella magistratura
CATANZARO «Finalmente sono uscita da un incubo». È quanto afferma,
in una nota, Enza Bruno Bossio sulla conferma in appello della sentenza di assoluzione nel processo Why Not. «Un incubo - aggiunge - che aveva provato a distruggere la mia vita e quella dei miei figli. Al quale
ho resistito non solo con la consapevolezza di non aver fatto mai
nulla di illecito, ma anche grazie all’affetto di moltissimi amici. Non
mi sono mai sottratta ai processi in tribunale, anche se vivevo fino
in fondo l’ingiustizia morale e materiale di quello che mi stava accadendo. Ma nonostante tutto ho avuto fiducia nel compimento dell’azione della magistratura, soprattutto di quella giudicante. Anche
perché non mi sento di essere innocente perché assolta, ma assolta
perché innocente. Dunque esiste il merito dei processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, che sono altra cosa dei processi mediatici che condannano le persone sulla piazza prima ancora di essere giudicate da chi è preposto a questo compito» «Per ora - conclude BruEnza Bruno no Bossio - mi godo con serenità questo momento. Ci sarà tempo e luogo per
Bossio riflettere su questa terribile vicenda che ancor prima che sul piano personale ha
determinato conseguenze devastanti per la vita di tanti lavoratori ed imprese calabresi».
9
SABATO 28 gennaio 2012
D A L
P O L L I N O
calabria
A L L O
ora
S T R E T T O
la decisione del collaboratore
COSENZA Ha deciso di abbandonare il programma di protezione ed ha chiesto un risarcimento di 2.5 milioni di euro allo
Stato, il collaboratore di giustizia
Luigi Bonaventura, 40 anni di
Crotone, che nelle settimane
scorse è scampato ad un attentato mentre si trovava in una località protetta. Lo ha reso noto il difensore di Bonaventura, l’avvoca-
REGGIO C. Finanzieri
corrotti, un imprenditore che
fungeva da “informatore” ed
un direttore d’albergo che avvisava dei controlli delle forze
dell’ordine. La seconda tranche dell’operazione “Infinito”
condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano
offre uno spaccato inquietante
circa gli affari e gli intrecci politico-economici che il clan
Valle-Lampada riusciva ad
avere tra il capoluogo lombardo e la Calabria. Nella giornata di ieri, infatti, gli uomini della Squadra Mobile di Milano
hanno dato esecuzione ad
un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip
Giuseppe Gennari, su richiesta del procuratore aggiunto
Ilda Boccassini e dei sostituti
Storari e Dolci, nei confronti di
cinque persone. Tre di queste
sono militari della Guardia di
Finanza, tutti in servizio al
Gruppo di Milano ed in carico
al secondo nucleo operativo
che opera nel settore dei monopoli di Stato. Si tratta di Michele Di Dio, 34 anni, Michele
Noto, 39 anni, e Luciano Russo, 36 anni. I tre sono accusati di corruzione ed il loro arresto è stato possibile anche grazie al contributo degli stessi
colleghi. A finire in manette
anche un imprenditore residente a Reggio Calabria, che
risponde al nome di Domenico Gattuso, 35 anni, il quale
avrebbe non soltanto fatto numerosi affari con il clan Lampada, ma avrebbe fornito delle informazioni riservate circa
operazioni di polizia giudizia-
Il pentito lascia il programma di protezione
Luigi Bonaventura chiede inoltre un risarcimento di 2,5 milioni di euro allo Stato
to Giulio Calabretta.
Nei giorni scorsi il legale ha inviato al Ministero dell’Interno, alla Presidenza del Consiglio dei
Ministri ed al Servizio centrale di
protezione la richiesta uscire dal
programma di protezione e di ri-
sarcimento avanzata da Bonaventura.
«Bonaventura - ha affermato
Calabretta - ha deciso di uscire
dal programma di protezione ma
di continuare a collaborare con la
giustizia. La decisione è matura-
ta dopo che nelle settimane scorse il mio assistito è scampato ad
un attentato che era stato organizzato da emissari della ’ndrangheta che si erano finti amici di
Bonaventura e che avevano manifestato l’intenzione di volerlo
aiutare ad integrarsi nella città
dove viveva sotto copertura. Questa vicenda ha particolarmente
scosso Bonaventura il quale ora
vuole abbandonare il programma di protezione perché non si
sente più sicuro».
«Se non ci saranno risposte ha concluso - ovviamente procederemo con una causa civile
davanti al tribunale di Roma».
Talpe e militari corrotti
al servizio dei Lampada
«Morelli mi disse
che aveva
conoscenze nei
servizi e mi fece il
nome di Pollari»
“Infinito”, cinque arresti. Minasi collabora e rivela gli intrecci
Domiciliari
per il direttore
dell’hotel Brun
In manette
Mimmo Gattuso
Il lussuoso Hotel Brun di milano: ai domiciliari è finito il direttore Moretti
ria (nello specifico l’inchiesta
“Meta”) che dovevano essere
eseguite e che riguardavano
appunto gli esponenti della
consorteria mafiosa. Per lui
l’accusa è di concorso esterno
in associazione mafiosa e concorso in rivelazione di segreto
d’ufficio. Ai domiciliari, invece,
è andato il direttore del Grand
hotel “Brun” di Milano, Vincenzo Moretti, il quale avrebbe avvertito i Lampada dei
controlli da parte della polizia,
sui soggiorni all’hotel “Brun”
di soggetti vicini al clan. Moretti è accusato di favoreggiamento personale e le intercettazioni parlerebbero molto
chiaro sul suo conto.
Pollari
e la fuga di notizie
Ma il vero elemento di novità che emerge dalla seconda
tranche dell’inchiesta “Infinito” è quella che riguarda l’ex
capo del Sismi, Nicolò Pollari.
Come si ricorderà, infatti, nell’ambito del primo troncone
dell’indagine erano finiti in
manette, tra gli altri, anche il
giudice Vincenzo Giglio, suo
cugino omonimo di professione medico, il consigliere regionale del Pdl Franco Morelli e
l’avvocato Vincenzo Minasi.
Proprio quest’ultimo ha iniziato una sorta di collaborazione
con gli inquirenti che lo ha
portato a rivelare chi fosse la
fonte alla quale Morelli avreb-
be attinto notizie fresche sulle
indagini in corso. Sarebbe stato proprio l’ex consigliere regionale a fare il nome di Pollari, quale soggetto che rivelava
informazioni riservate. A riferirlo è stato l’avvocato Minasi
che, interrogato dalla Boccassini, ha spiegato che nel dicembre del 2009 vi fu un incontro tra lui, Giulio Lampada
e Morelli in cui si parlò del procedimento Meta e delle indagini che si stavano svolgendo
per i Lampada, i Valle ed i
Condello. «Morelli - ha detto
Minasi - in quell’occasione
non portò notizie dalla Calabria, portò notizie da Roma.
Nel senso che lui disse «sono
stato a Roma dai miei amici, i
quali mi hanno confermato
che c’é l’indagine su Milano»,
e fu quella volta che ebbi proprio la conferma della indagine su Milano... Queste furono
le notizie che portò Morelli da
Roma». Ed ancora: «Morelli
mi disse che aveva delle buone
entrature nei servizi segreti e
mi fece il nome di Nicola Pollari. Ora che ho consultato i
miei appunti posso dire che
l’incontro, se c’é stato ovviamente, con Pollari o qualcun
altro dei servizi segreti è da collocare tra il 9 dicembre 2009 e
il 21 gennaio 2010. Tenga conto che quando io ho dato i documenti da me falsificati a
Giulio Lampada e quest’ultimo li ha portati a Morelli il 18
gennaio, non posso escludere
che Morelli abbia mostrato
questi documenti a qualcuno
dei servizi o comunque allo
stesso Pollari dal 18 gennaio al
21 gennaio». Per il gip «il riferimento ad ambienti dei servizi (si parla di un tale “Nic...”) è
preoccupante. La circostanza
va evidentemente approfondita, anche perché Minasi - pur
prendendo per vere le sue dichiarazioni - parla di circostanze apprese da terzi. Peraltro
viene quasi naturale accostare
queste asserzioni alla “strana”
visita che Vincenzo Giglio farà
al capocentro Aisi di Reggio,
chiedendo notizie sulla indagine. Difficile pensare di fare
certe domande - conclude il
gip Gennari - se non si pensa di
potere ottenere delle risposte».
Consolato Minniti
favorivano il clan
“Stipendi” da 40mila euro al mese
I tre finanzieri infedeli venivano puntualmente retribuiti dalla cosca
REGGIO C. Finanzieri infedeli, «a libro paga» del clan Valle-Lampada. Così il gip Giuseppe
Gennari dipinge
Michele Di Dio,
Avvisavano dei
Michele Noto e
controlli per non
Luciano Russo,
le tre fiamme
fare scoprire
gialle in servizio
le slot machines
al Gruppo di Milano e in carico
irregolari
al secondo Nucleo operativo
che erano particolarmente morbidi nei controlli che effettuavano nelle società che interessavano alla famiglia Lampada. Il giu-
dice li definisce come personaggi «stabilmente retribuiti» per i
loro servigi. L’accusa infamante è
che avrebbero favorito le società
destinatarie dei controlli dove
erano istallate le slot machines, il
settore in cui i Valle-Lampada
avevano stabilito la maggior parte dei loro affari. Anche loro sapevano benissimo che le macchinette non erano collegate ai monopoli di Stato, quindi frodavano
il fisco regolarmente. In cambio
del loro silenzio e, anzi, della loro complicità, ricevevano dazioni di denaro da Maria e Leonardo Valle, e da Giulio e Francesco
Lampada, somme di denaro
oscillanti tra i 40mila e i 60mila
euro al mese. Cioè in totale, secondo i conti fatti dalla magistratura, non meno di 720mila euro.
Questa pratica è stata seguita dagli indagati tra il 2008 e il 2009.
I tre finanzieri erano «a libro paga e stabilmente retribuiti, in
modo che compissero una serie
indeterminata di atti contrari ai
doveri d’ufficio e violassero il segreto e comunque il dovere di riservatezza, e ponessero, quindi,
le loro funzioni al servizio degli
erogatori e ne facessero mercimonio, in tal modo favorendo le
società facenti capo all’associazione mafiosa Valle-Lampada».
I pubblici ufficiali avevano un
raccordo diretto con Luigi Mongelli, l’altro finanziere che era già
stato arrestato nella prima tranche dell’operazione “Infinito” del
30 novembre scorso.
Quando stavano per fare i controlli, Di Dio, Noto e Russo si
premuravano di avvertire Giulio
e Francesco Lampada che le società erano prossime alle verifiche in modo - secondo gli inquirenti - da dare ai controllati l’opportunità di collegare temporaneamente le slot machines alla
rete dei monopoli di Stato e fare
finta che fosse tutto in regola.
Salvo poi staccarli di nuovo appena le fiamme gialle uscivano
dai locali. In alcuni casi, godendo
di larga discrezionalità nell’individuare i destinatari dei controlli e il momento della loro effettuazione, hanno evitato accuratamente di sottoporre a verifica
le società che sapevano non erano collegate alla rete dei monopoli.
Nelle intercettazioni tra i Valle e i Lampada ci sarebbe traccia
delle mazzette che pagavano a
“Pinotto” (come chiamavano il
finanziere Luigi Mongelli), il
quale poi faceva avere ai colleghi
la loro parte.
Nel maggio 2009 Francesco
Lampada chiedeva alla moglie
Maria Valle: «Pinotto quant’è?».
La donna risponde: «40 euro è...
però devono ancora arrivare...
sto aspettando che arrivino....».
Annalia Incoronato
14
SABATO 28 gennaio 2012
calabria
ora
R E G G I O
Imelda, tutti a giudizio
Processo a maggio
In 15 compariranno davanti al Tribunale di Locri
IN BREVE
Sequestrato
stabilimento
Uno stabilimento balneare è
stato posto sotto sequestro
preventivo nella zona di Bocale. Era ubicato sull’arenile, per
un ingombro di circa 230 metri
quadrati. La struttura al termine della stagione balneare non
era stata smontata come invece il soggetto che aveva l’autorizzazione avrebbe dovuto
provvedere. Gli uomini della
Capitaneria di porto hanno accertato che ed era mantenuta
dall’indagato M.G di Reggio
Calabria, senza alcuna autorizzazione, ed era esposta inoltre
alle mareggiate invernali che ne
avevano alterato la stabilità della stessa.
Scoppia incendio
nella ex fabbrica
Tutti rinviati a giudizio.
Questa la decisione del giudice per l’udienza preliminare
Domenico Santoro nell’ambito del processo “Imelda”. Alla
sbarra 15 persone accusate di
aver messo su una vera e propria holding internazionale
dedita al traffico di cocaina.
Dovranno comparire dinnanzi alla sezione penale del Tribunale collegiale di Locri, il
prossimo 17 maggio, Ascone
Antonio, Ascone Michele, Bellocco Umberto, Bonarrigo
Gioacchino, Bonarrigo Nicola,
Carretta Sergio, Costadura
Antonio, Giorgi Salvatore,
Nasso Aldo, Pisano Bruno,
Pizzata Bruno, Rechichi Sebastiano, Romeo Antonio, Stelian State, Stilo Francesco. Per
loro il gup ha disposto il processo ed ha sciolto anche la riserva sulla sede processuale
individuandola, appunto, in
quella di Locri. Nel corso della giornata di ieri si sono conclusi gli interventi difensivi che
hanno visto, tra gli altri, le arringhe degli avvocati Armando Veneto, Domenico Putrino,
la holding
della droga
Le indagini hanno
scoperto l’asse
criminale
tra la Piana
di Gioia Tauro
e la Locride
Guido Contestabile, Tonino
Curatola, Giampaolo Catanzariti e Alfredo G. D. Foti. I legali hanno chiesto il non luogo a
procedere per i loro assistiti,
ma il gup è stato di diverso avviso ed ha invece ritenuto sussistenti gli elementi per disporre il giudizio.
Le indagini partono dall’asse creato tra gli Ascone-Bellocco sulla Piana e i Nirta-Strangio-Pizzata sulla Locride, cosche che hanno rinsaldato vecchi legami d’amicizia ed hanno
dato vita ad un’alleanza strategica al fine di trafficare dro-
ga e creare una rete efficiente
di gestione della latitanza degli
esponenti delle cosche stesse.
Proprio su questi due binari si
è imperniata l’attività della
Dda reggina e del Goa di Catanzaro: da un lato neutralizzare il traffico di droga e dall’altro catturati i soggetti latitanti ed appartenenti all’organizzazione, che continuavano
a gestire gli affari illeciti. Tra le
figure di maggiore importanza, sicuramente quella di Antonio Ascone, 57 anni, alias
“nascarella”, e ritenuto il capo
dell’omonima cosca, Bruno Pisano, 28 anni, Umberto Bellocco, 28 anni e Michele Ascone, figlio di Antonio, di 23 anni. Erano loro ad intessere tutte le trame che hanno portato
le cosche calabresi a gestire un
giro di droga che partiva dai
luoghi d’origine per arrivare in
Belgio, Germania ed Olanda,
con basi logistiche anche nel
nord Italia. Il gruppo poteva
contare, infatti, anche sull’apporto di soggetti residenti nella provincia milanese, come
Sergio Carretta, 51 anni, e Roc-
Il Cedir, sede degli uffici giudiziari
co Ascone, 58 anni (cugino di
Antonio, recentemente arrestato in “Il Crimine”), che avevano il compito di ricevere,
stoccare e smerciare la droga.
Proprio ai loro danni fu effettuato un sequestro dai finanzieri di Aosta, nel 2006, di 1,2
chilogrammi di cocaina purissima, trasportata su un furgone guidato da un corriere rumeno, Laurentiu Doru Avram,
e fornita da Antonio Ascone
per il mercato milanese. Lo
stesso Ascone aveva instaura-
l’iniziativa
Per una Città metropolitana
Incontro promosso dal Val Gallico su enti locali e trasporti
Un incendio è scoppiato ieri
intorno a mezzogiorno nel
rione Boschicello. Le fiamme
hanno avvolto una vecchia fabbrica dismessa per la lavorazione di derivati del bergamotto. L’incendio ha assunto presto notevoli dimensioni. Si è
reso necessario inviare sul posto quattro squadre dei vigili
del fuoco del comando provinciale di Reggio Calabria, con altrettanti automezzi. Il loro
tempestivo intervento ha evitato ben più gravi conseguenze
per le abitazioni vicine, lambite
dalle fiamme che si erano propagate ai silos in disuso. Le
cause dell’incendio saranno
oggetto di approfondimento.
Ordigno contro
una pizzeria
Un attentato dinamitardo è
stato perpetrato ieri a un locale di Reggio. Ignoti hanno collocato e fatto esplodere un ordigno rudimentale posizionato
all’ingresso della pizzeria “W”,
di proprietà di A.V. di 37 anni.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i carabinieri, che
hanno avviato indagini.
to una ferrea alleanza con
esponenti dei Nirta-StrangioPizzata di San Luca, ovvero
con Francesco Strangio, 45 anni, alias “l’ingegnere” ed esponente di spicco dell’omonima
cosca, nonché leader nel narcotraffico, Giancarlo Polifroni,
35 anni, e Bruno Pizzata, 55
anni, noto trafficante di coca,
recentemente arrestato a seguito dell’operazione “Overloading”, e ritenuto vero perno
di tutta l’associazione.
c. m.
La Vallata del Gallico vuole
ritagliarsi un ruolo attivo e da
protagonista nella futura Città
metropolitana attraverso una
concreta valorizzazione del
proprio territorio rafforzando
la conurbazione tra Reggio e
Messina. Intendimento manifestato ieri nel convegno a tema promosso dall'associazione “Val Gallico” con la partecipazione di studiosi e amministratori dell'area interessata.
«La città metropolitana non è
un sogno ma la nostra voglia
di riscatto», afferma il presidente di “Val Gallico” Vincenzo Amodeo facendo riferimento all’ampliamento di
Reggio deciso nel 1927 accorpando 14 Comuni autonomi
(fra cui Gallico) «divenuti oggi – osserva - quartieri periferici. Ciò che è stato tolto alla
Vallata oggi va riconquistato
sulla base dell'opportunità di
legge». Sul tema il presidente
della Provincia Giuseppe Raffa osserva: «Il nostro territorio
è debole sul piano delle infrastrutture e della popolazione
ma il punto di forza è il lavoro
in sinergia con i sindaci. Nella
riunione tra i presidenti di
Provincia delle 10 Città metropolitane siamo stati critici con
il Governo che non dialoga
con Province e Comuni e speriamo che con la Regione si
avvii un dialogo costruttivo».
E, a proposito della Vallata,
evidenzia come per il comple-
Il tavolo della riunione a palazzo Foti
tamento della Gallico-Gambarie la pratica sia ancora ferma a Bruxelles con «l’Europa
- sostiene - che ci ha dato un
mese e mezzo per fornire alcu-
ne risposte tecniche». Di ritorno dalla riunione nazionale
dell’Anci a Roma su abolizione delle Province e Città metropolitane, il sindaco Deme-
trio Arena annuncia che, dopo
un tavolo tecnico, nel giro di
due mesi l’associazione dei
Comuni partorirà una proposta che seguirà il percorso della legge 42 del 2009 per istituire le Città metropolitane
prevedendo che queste ultime
sostituiscano le Province a fine durata. «Per la nostra Provincia - spiega - sarà una soluzione indolore e in questi
quattro anni Comune e Provincia possono lavorare insieme per arrivare preparati all’appuntamento». La bozza di
proposta stabilisce anche che
alla Città metropolitana si assegneranno le funzioni della
Provincia soppressa lasciando
alla prima di stabilire i compiti da trasferire ai Comuni interessati. Gli organi di Governo
sarebbero il sindaco e il consiglio metropolitano. «Non si
possono abolire le Province
dall’oggi al domani – prosegue - e occorre una legge adeguata. Si vogliono eliminare
con una norma che presenta
incostituzionalità». L’amministratore unico dell’Atam
Vincenzo Filardo ricorda l’importanza vitale dell'efficienza
del sistema dei trasporti nell’area che si verrà a creare in
collegamento con la Sicilia.
Auspica un accordo di programma tra Regione Calabria
e Sicilia per decentrare la governance della mobilità sullo
Stretto puntando sul tavolo
ottenuto dall’ente regionale
calabrese con il Ministero dei
Trasporti «per rimodulare gli
interventi sul territorio».
ALESSANDRO CRUPI
[email protected]
province
«Reggio capitale mediterranea»
L’intervento del presidente Giuseppe Raffa a Firenze
«Reggio città Metropolitana deve
guardare oltre lo Stretto e diventare una
delle capitali del nuovo Mediterraneo
reticolare». Lo ha sostenuto il presidente Giuseppe Raffa nel corso della riunione sulle città metropolitane svoltasi nel
capoluogo toscano per iniziativa del presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci. «Il modello organizzativo che intendiamo adottare d’intesa con
il comune capoluogo - ha sottolineato
Raffa - vuole avviare un processo, forte-
mente partecipato e dal basso, che possa portare la città e la provincia di Reggio, insieme a tutti gli altri comuni del
territorio, nel sistema delle aree metropolitane». Un progetto in coerenza con
la normativa sull’istituzione e il funzionamento di questi enti intermedi, che
porti, qualora esistano le condizioni, anche ad un’intesa «tra le regioni Calabria
e Sicilia ipotizzando la creazione di uno
o più organismi periferici». La novità,
ha detto ancora Raffa, si caratterizza
«nell’avvio di un processo che possa andare oltre le semplici integrazioni di carattere economico – sociale per assumere i connotati di una nuova funzione
istituzionale capace di valorizzare tutte
le potenzialità dell’area». E renderle sinergiche in termini tali che la stessa area
«possa essere riferimento e cerniera non
marginale delle scelte della nuova Unione Europea, innanzitutto ma non solo,
per le politiche di libero scambio con i
paesi africani del sud del Mediterraneo». Una proposta in cui si terrà conto di strumenti per garantire i servizi
pubblici essenziali, partendo dalla pianificazione territoriale, dalle reti e delle
infrastrutture, all’ambiente.
SABATO 28 gennaio 2012 PAGINA 22
l’ora della Piana
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CAPITANERIA DI PORTO 0966 562911
0966 765369
DOGANA
GUARDIA DI FINANZA
0966 51123
OSPEDALE GIOIA TAURO
FARMACIE
52203
OSPEDALE PALMI
267611
OSPEDALE CITTANOVA
660488
OSPEDALE OPPIDO
86004
942111
POLIZIA DI FRONTIERA 0966 7610
CARABINIERI
0966 52972
OSPEDALE POLISTENA
VIGILI DEL FUOCO
0966 52111
OSPEDALE TAURIANOVA
618911
CINEMA
Gioia Tauro
Rosarno
Ioculano
Rechichi
Tripodi
Alessio
Borgese
Cianci
Paparatti
51909
52891
500461
Palmi
Barone
Galluzzo
Saffioti
Scerra
Stassi
479470
22742
22692
22897
22651
773237
712574
774494
773046
Taurianova
Ascioti
Covelli
D’Agostino
Panato
643269
610700
611944
638486
Gioia Tauro “Politeama” 0966 51498
Chiuso
Cittanova “Gentile” 0966 661894
Chiuso
Polistena “Garibaldi” 0966 932622
Chiuso
Laureana “Aurora”
Chiuso
Tendopoli, si parte l’1 febbraio
San Ferdinando, al via la struttura per migranti. Dalla Regione 40mila euro
SAN FERDINANDO
La tendopoli di San Ferdinando, che ospiterà circa 250
migranti è quasi pronta. Il 1
febbraio la struttura, messa in
piedi grazia alla collaborazione tra prefettura, comuni di
Rosarno e San Ferdinando e
Prociv, dovrebbe aprire i battenti. Ieri presso il comune di
San Ferdinando è stata valutata la disponibilità di associazioni disponibili a gestire la
struttura. Alla manifestazione
d’interesse presentata dall’ente ha risposto solo l’associazione “Il mio amico Jonathan”,
ossia la stessa che gestisce, con
ottimi risultati, il campo migranti di Rosarno. L’ammini-
strazione comunale, tuttavia,
ha ritenuto di dover inviare
qualche missiva diretta ad altri
operatori sociali presenti sul
territorio, per valutare altre disponibilità, anche perché l’avviso pubblico non ha avuto
grande pubblicizzazione. Lunedì si valuteranno altre disponibilità, se non ne arriveranno
l’associazione “Il mio amico
Jonathan” prenderà le redini
di questo delicatissimo presidio. Dal punto di vista delle garanzie, inoltre, il sindaco sanferdinandese, Domenico Madafferi, è molto più sereno, visto che la regione Calabria ha
inviato l’impegno di spesa per
i 40.000 euro che saranno necessari per la gestione delle
“Il mio amico
Jonathan” unico
partecipante
al bando
del Comune
TUTTO PRONTO La tendopoli per migranti
tendopoli. Una struttura, è bene ricordarlo, che sarà allestita nelle seconda zona industriale, nominalmente nel comune di San Ferdinando, ma
molto vicina a Rosarno. E proprio dal comune medmeo arriveranno i migranti “ospiti” del-
la tendopoli, infatti dovrebbero essere gli africani che attualmente vivono in condizioni al
limite dell’umanità in fabbriche abbandonate e catapecchie seminascoste dietro il
centro storico. La tendopoli,
quindi, diventerà il secondo
“esperimento” di accoglienza
nella Piana, dopo il campo di
Rosarno – che ospita moduli
abitativi occupati da 120 africani – che replica le sinergie
interistituzionali.
Una struttura anche questa
collocata in area Asi, occupata
per decreto dalla Prefettura
reggina, per effetto di una
emergenza umanitaria. La
tendopoli sarà attiva per 3 mesi pieni, ossia dal 1 febbraio al
30 aprile, così da offrire ossigeno alla città di Rosarno, attualmente pressata da circa un migliaio di migranti che non hanno un posto dove dormire.
Una problematica ormai di respiro nazionale, che è stata affrontata sia dal Viminale che
dal ministro Andrea Riccardi,
titolare per l’immigrazione,
che è stato a Rosarno per prendere visione della situazione.
Si tratta, tuttavia, anche in
questo caso di una soluzione
temporanea e provvisoria, in
attesa che le strutture promesse – centro di accoglienza e formazione e edilizia popolare –
divengano realtà.
DOMENICO MAMMOLA
[email protected]
23
SABATO 28 gennaio 2012
calabria
ora
P I A N A
all inside
PALMI
Un matrimonio sbagliato, una
separazione che il picciotto non può
sopportare, un tentativo di sequestro non riuscito. Sono gli ingredienti dell’udienza di ieri del processo “All inside”, procedimento
della Dda di Reggio Calabria che si
sta celebrando davanti al collegio
del Tribunale di Palmi. Nell’udienza di ieri sono stati sentiti gli ex suoceri di Francesco Pesce classe ‘80,
figlio di Salvatore e fratello della collaboratrice di giustizia Giuseppina
Pesce. Sarebbe dovuta comparire
anche la protagonista di questa triste vicenda, quella Iliaria Latorre,
autrice della “fuitina” ancora mino-
Pesce e il matrimonio a mano armata
In aula gli ex suoceri di Francesco (’80) sul tentativo di rapimento della figlia
renne con il rampollo dei Pesce e
pentita dopo poco meno di un anno di matrimonio. La donna, risposata e in stato di gravidanza, ha fatto pervenire un certificato medico
nel quale si attestava l’impossibilità per la Latorre a partecipare all’udienza. Il sostituto procuratore
della Dda Alessandra Cerreti ha
preso atto, ma ha chiesto e ottenuto dal Tribunale che la donna fosse
sottoposta a visita fiscale. Il primo a
comparire davanti al Tribunale è
stato il padre di Ilaria, Cosma La-
torre che, con molta “difficoltà”, ha
ripercorso la storia di quella relazione, la vita condotta dalla figlia fino alla decisione della sua separazione, dovuta soprattutto alle presunte percosse inferte dal marito,
fino al tentativo di rapimento messo in pratica di due giovani il 10 febbraio 2006 che, con calzamaglia in
faccia e armati di pistola e fucile a
pompa, hanno fatto irruzione in casa Latorre per «prendere Ilaria».
Latorre denunciando il fatto ai carabinieri aveva ipotizzato che uno
dei due potesse essere suo genero
anche se non ne poteva essere certo. Nella ricostruzione dell’uomo
anche il tentativo del genero di iniziare a lavorare come autotrasportatore al Cedi Sisa di San Ferdinando, per la procura attività commerciale in mano al clan Pesce, attraverso la creazione di una ditta intestata alla donna che, nel giro di poco tempo, finirà protestata per una
serie di assegni a vuoto mai coperti. «Non ero d’accordo con quella
unione». Così, invece, ha esordito
la madre di Ilaria, Maria Teresa
Barbieri. nel corso della sua deposizione la donna non si è discostata
dal racconto del marito, anche se
sul banco dei testimoni è apparsa
moto provata. Un malessere manifestato attraverso un filo di voce
che ha contraddistinto tutta la testimonianza. Infine, la deposizione di Campisi, ex dipendente di
una nota gioielleria di Rosarno,
esercizio commerciale nel quale
fu compiuta una rapina. per la
procura, tra i tre uomini ci sarebbe stato anche Francesco Pesce,
ma il testimone ha dichiarato di
non averlo riconosciuto. Si torna
in aula arted’ prossimo.
fral
Piana sicura, Ente in lenta agonia
Pellegrini: casse vuote, partner morosi e videosorveglianza senza controlli
GIOIA TAURO
Piana Sicura sempre più in
apnea. Il consorzio - istituito
dal Viminale attraverso la prefettura e con la partecipazione
dei comuni dell’area portuale, al fine di promuovere la legalità in tutta l’area – denuncia ancora una volta problemi
seri di liquidità.
Nell’ultima riunione del
consiglio di amministrazione,
il presidente Angiolo Pellegrini ha formalizzato l’ennesimo
grido di dolore.
Ha informato, innanzitutto, i colleghi della sua volontà
di rinunciare agli emolumenti derivanti dalla carica di presidente. Poi è passato al cahier de doleances, ribadendo
che «il Consorzio si trova al
momento senza liquidità, oltre che per la morosità degli
Enti Provincia, Regione e ASI,
anche per il mancato versamento delle quote per l’anno
2011 anche da parte degli altri
Enti». Ai consiglieri, inoltre,
Pellegrini si è rivolto «affinché si attivino presso gli Enti
di appartenenza per sollecitare il versamento delle quote
consortili».
Ad ascoltare le analisi dell’ex generale e uomo forte della Dia, c’erano i delegati per il
PREOCCUPATO Pellegrini e la videosorveglianza a Gioia
comune di Rosarno, Giuseppe annualità 2007, 2009 e 2010
Palaia, Gioia, Eleonora Lon- ancora non corrisposte. Brutgo, San Ferdinando, Ferdi- te notizie, infine, per il famonando Bonarrigo e la segreta- so sistema di videosorveglianza, dal moria, il direttore generale
mento che
Il presidente
Alessandra
Pellegrini ha
annuncia ai
Campisi, tecdeciso di conico del comunicare,
consiglieri la
mune di Ronuovamente,
rinuncia
al
suo
sarno.
«alla Procura
compenso
Assente,
della Repubinvece,
la
blica di Palmi
provincia reggina, che non ha l’impossibilità di procedere alnominato alcun rappresen- la manutenzione dell’impiantante. Proprio all’amministra- to di videosorveglianza». Il
zione di Giuseppe Raffa arri- problema è sempre il solito:
verà una nota con la messa in mancano i fondi. Si sta assimora per il pagamento delle stendo, dunque, alla logoran-
te disgregazione di un consorzio nato tra l’entusiasmo generale, e divenuto famoso soprattutto per la predisposizione dell’impianto di videosorveglianza nell’area portuale e
nei comuni consorziati. Un
impianto oggetto delle attenzioni del sindaco leghista di
Verona, Flavio Tosi, che è
giunto, qualche anno fa, nella
Piana per studiarlo.
Di tutto questo patrimonio,
rimane davvero poco, anche
perché regione e provincia, su
tutti, non stanno investendo
più in questo consorzio. Rimane ormai solo una traccia
didattica, tanto che il Cda ha
dato il via libera al progetto illustrato da Pellegrini per
«promuovere già dall’anno
scolastico in corso un percorso in tre scuole (una per ogni
Comune) che permetta alla legalità di assumere un ruolo
importante nel complesso
della programmazione scolastica». Ma a parte questo,
l’orizzonte non sembra roseo.
Piana Sicura è ad un bivio: o la
dismissione, oppure il rilancio, magari con correttivi, ed
obiettivi e strategie ricalibrate.
L’importante è che si decida
in fretta.
DOMENICO MAMMOLA
[email protected]
l’arresto
Furto di elettricità, una seminarese finisce in manette
Il gip di Palmi convalida il fermo e scarcera la donna beccata in un controllo della polizia
SEMINARA
Sempre incisiva l’azione di prevenzione e repressione dei reati da parte
del Commissariato di Palmi, nel quadro delle direttive impartite a livello
provinciale dal Questore della provincia di Reggio Calabria Carmelo Casabona.
Stamane, infatti, personale del
Commissariato ha effettuato alcune
perquisizioni domiciliari a Seminara.
Nel corso di una di queste, in via
Sant’Antonio, gli operatori della polizia di Stato hanno accertato l’abusivo
allacciamento alla rete elettrica in
un’abitazione.
Pertanto la proprietaria dell’appartamento, la ventiquattrenne T.G., è
stata tratta in arresto in quanto ritenuta responsabile di furto aggravato.
La donna, dopo le formalità di rito,
è stata trattenuta presso gli Uffici in
stato di arresto a disposizione
dell’A.G. per la direttissima che si è celebrata nella tarda mattinata odierna.
Nella giornata di ieri, la seminarese
è comparsa davanti al giudice per le
indagini preliminari del Tribunale di
Palmi, che ha confermato il fermo e ne
ha disposto la carcerazione.
r. p.
vento del nord
Al via il processo d’appello
contro la cosca Bellocco
PALMI
Si riparte dalle dure condanne inflitte in primo grado
dal gup di Reggio Calabria nel processo celebrato con il rito abbreviato. Nella mattinata di ieri ha preso il via il processo d’appello per gli imputati finiti nell’operazione della
Dda reggina contro la potente cosca Bellocco di Rosarno.
Nella prima udienza, il giudice relatore Bandiera ha letto
la sintesi dei motivi d’appello. Subito dopo la Corte ha fissato al 10 febbraio prossimo l’udienza per la requisitoria del
sostituto procuratore generale Melidona. Alla sbarra, oltre
a alcuni esponenti di spicco del clan Bellocco, anche una serie di presunti prestanome che avrebbero coperto
la gestione di numerose
attività commerciali nella
popolosa cittadina della
Piana.
E proprio sull’inquinamento del tessuto imprenditoriale da parte del
clan Bellocco, si è concetrata l’inchiesta dell’antimafia di Reggio Calabria
denominata “Vento del
nord”. Un’operazione che,
nel gennaio 2010, portò in
carcere molte nuove leve,
ma già di primo piano,
della ‘ndrina rosarnese.
Alla sbarra figuarano tra
gli altri, il boss Carmelo BOSS Carmelo Bellocco
Bellocco, che parte da una
condanna in primo grado a 14 anni, il nipote Domenico
classe ‘77, su cui pesa una condanna a 10 anni di reclusione, l’altro domenico, figlio di Carmelo, al quale il gup reggino ha inflitto 10 anni e quattro mesi di carcere. Oltre al
nucleo della famiglia Bellocco, anche molti presunti prestanome, accusati di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Tutti sono stati condannati in primo grado a
pene dai 4 all’anno e sei mesi di reclusione.
L’operazione “Vento del nord” prende le mosse da una
intercettazione captata a casa di Carmelo Bellocco a Granarolo dell’Emilia, in provincia di Bologna, dove il boss era
stato mandato per trascorrere l’ultima parte della sua condanna. In quella casa, dopo il ritrovamente di una pistola,
gli investigatori piazzarono una microspia che intercettò
una sorta di summit di famiglia, nel corso del quale i Bellocco discutevano di armi, degli affari della famiglia e dei
rapporti con l’altra cosca di Rosarno, quella dei Pesce.
Prendendo spunto da quella conversazione, gli inquirenti portarono a termine l’operazione che, all’inizio di gennaio 2010, portò in carcere 20 persone (solo 3 delle quali
processate in ordinario a Palmi), accusate a vario titolo di
associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni.
fral
SABATO 28 gennaio 2012 PAGINA 26
l’ora di Vibo
Telefono: 0963.547589 - 45605 Fax: 0963.541775 Mail: [email protected] - [email protected]
EMERGENZA CRIMINALITÀ
«Vibo in ginocchio»
Interrogazione
di Bevilacqua
> pagina 28
LA NOMINA
Franco Cavallaro
confermato
nel Cnel
RICADI
PIZZO
L’assessore Carone
protocolla la lettera
di dimissioni
Scuola, il Pd
“salva” il piano
della Provincia
> pagina 28
> pagina 29
> pagina 29
“luce nei boschi”
DOPO
IL BLITZ
La conferenza
stampa di
magistrati e
poliziotti
dopo il blitz
di “Luce nei
boschi”
La mala, a Gerocarne, aveva il suo «serbatoio di voti».
Nel 2005 non c’erano solo le
comunali, ma anche le provinciali. E la «società» di
’Ntoni Altamura, a quaranta
giorni dalle urne, non aveva
ancora deciso a favore di chi,
tra i candidati al consiglio
provinciale, aprire i rubinetti. Poteva scegliere e ne aveva
il tempo. Anzi, sapeva di poter contare su un parco d’opzioni da valutare. Bisognava
solo aspettare, visto che già
qualcuno aveva iniziato a
bussare alle porte della società. Un’intercettazione, richiamata nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip
Tiziana Macrì nell’ambito
dell’operazione “Luce nei boschi”, è emblematica. Due degli indagati parlano candidamente della campagna elettorale in corso. «C’è Enrico
che sta togliendo passo a
Rocco, dopo che aveva tolto
pazzo a me». «E cosa voleva?». «Per andare per i voti,
no gli ho detto, sono impegnato...». E poi: «Non devi
andare in nessun posto, gli
ho detto, che noi li dobbiamo
raccogliere i voti e lo sai a chi
glieli dobbiamo dare». Già, a
chi glieli dovevano dare?
«Non lo so neanche io, però
quando dice Michele, gli ho
detto, poi votiamo». Per gli
inquirenti non è chiaro chi
sia «Enrico», forse un candidato, più probabilmente, un
grande elettore. Michele, invece, è il candidato a sindaco
Altamura, poi eletto sindaco
(prima dello scioglimento per
riscontrate irregolarità delle
elezioni) di Gerocarne. Lui
doveva indirizzarli. Restava,
comunque, un fatto: «Ancora ci sono quaranta giorni di
tempo, fino al 10 giugno...».
Quando c’era da votare gli
uomini del clan si davano da
«Serbatoio di voti»
I rubinetti aperti
a chi offre di più
Da verbali e intercettazioni nuovi spunti
per andare avanti con le indagini
Uno degli indagati portati via dagli agenti della Squadra mobile di Catanzaro
fare e, anche in famiglia, non
discutevano d’altro. Gli “sbirri” d’altronde, erano sempre
là, con un orecchio teso ad
ascoltare. Si parlava delle comunali a Gerocarne, soprattutto, delle provinciali e, visto che c’erano, pure delle regionali, perché il 2005 fu un
anno di chiamata alle urne.
Comunali decise: si doveva
votare Altamura. Provinciali
e regionali ancora sub iudice, invece. Un passaggio interessate dall’ordinanza “Luce
nei boschi” riferito ad uno
degli indagati raggiunti da
misura cautelare: «Discuten-
do con la moglie sulle future
elezioni regionali affermava
che avrebbero votato esclusivamente il candidato politico suggerito da soggetti loro
amici. A tal proposito, infatti, precisava che il loro voto
sarebbe stato dato al candidato suggerito da tale “Fran-
co Lico”. Successivamente la
moglie invitava il marito a
non interessarsi delle prossime elezioni comunali, motivando la richiesta con quanto accaduto alle precedenti
votazioni, nel corso delle
quali il consorte aveva sostenuto la campagna elettorale
in favore di tale “orecchie a
sventola”, politico a cui vengono rivolte minacce di ritorsione da parte dell’indagato.
Questi, infatti, dimostrandosi chiaramente scontento della “disponibilità” manifestata
dal suddetto politico dopo il
“sostegno elettorale” ricevuto, riferiva alla moglie che
avrebbe provveduto a “picchiarlo personalmente”».
Perché il politico che prende i voti della mala, in sostanza, ha un debito sempre da
onorare. Il marito, pertanto,
ammirava un’altra figura politica, tale «Vincenzo», il quale «avrebbe “favorito” l’aggiudicazione di appalti pubblici in favore degli adepti
della consorteria Loielo».
Piccoli lavoretti: appalti pubblici per rifare i cimiteri di
Soriano e Sant’Angelo. Bastava per meritarsi il consenso
del clan.
Non c’è altro. O, meglio,
non si va oltre. Tra intercettazioni “omissate” e percorsi logico-indiziari che attengono
alle sole contestazioni mosse
nell’ordinanza che con l’operazione “Luce nei boschi” ha
portato in galera ventotto su
trenta dei presunti capi ed affiliati al locale di Ariola. Le indagini, d’altronde, vanno
avanti. Ci sono altri casi
d’omicidio da risolvere. E c’è,
probabilmente, materiale
utile per capire - dopo le comunali di Gerocarne - anche
cosa successe alle provinciali
ed alle regionali.
p.com.
L’anno 2005
La società chiamava
i suoi adepti in vista
delle urne. Si votava
per le comunali,
ma anche per il
rinnovo del consiglio
provinciale e di
quello regionale
Povero Enrico...
A quaranta giorni
dal voto la malavita
non aveva ancora
deciso chi sostenere
alla Provincia. Il
primo a farsi avanti
fu un certo Enrico,
senza fortuna...
Invece Franco...
Era l’uomo dal quale
gli affiliati al locale
di Gerocarne
aspettavano lumi
su chi votare
alle elezioni
regionali
Buoni e cattivi
Un politico aveva
tradito e quindi
doveva essere
pestato. Un altro
aveva assicurato
appalti e doveva
essere premiato
27
SABATO 28 gennaio 2012
calabria
ora
V I B O
dalle carte
C’era un rapporto di «amicizia»
tra Bruno Emanuele e Antonio Forastefano. Si sono conosciuti sul finire degli anni ’90 a Vazzano. Per una
questione di traffici di droga, da importare dalla Puglia. A raccontarlo è
lo stesso Forastefano, ritenuto dagli
inquirenti il capo indiscusso insieme al fratello Vincenzo del clan operante nella Sibaritide, e oggi collaboratore di giustizia.
Scambi di cortesie per droga. Ma
anche per armi. Armi usate per uccidere. Come in occasione del duplice omicidio dei fratelli Giuseppe e
Vincenzo Loielo, del 22 aprile 2002.
Forastefano, Emanuele e l’agguato ai Loielo
Il pentito di Cassano racconta il fatto di sangue: Bruno voleva Gerocarne
Nell’interrogatorio reso al pm Luberto, Forastefano racconta nel dettaglio il fatto di sangue che sancì la
presa del potere da parte di Bruno
Emanuele. Prima l’antefatto: «Voglio precisare - dice Forastefano che Emanuele Bruno mi ha parlato
espressamente di Gerocarne come
luogo che a lui interessava e dove
queste due persone comandavano».
Ma a causa di una Lancia Thema
con la frizione bruciata, l’esecuzione
fu rimandata di qualche giorno.
Quando tutto fu a posto, si tornò all’attacco. «Io ed Emanuele - il racconto del collaboratore - abbiamo
percorso una stradina di montagna
ed abbiamo atteso il sopraggiungere delle due vittime. Quando Emanuele ha ricevuto la telefonata dello
“specchietto” mi ha intimato di scendere dall’auto, anche Emanuele è
sceso e mi ha detto che al suo segnale avrei dovuto sparare al conducente dell’auto in modo da fermarne la
marcia. Dopo qualche minuto Emanuele mi dava il segnale per cui iniziavo a sparare a ripetizione contro
il conducente di una Fiat Panda.
L’auto arrestava la marcia e impat-
tava contro un muretto. Emanuele
iniziava a sparare contro la persona
posta sul sedile lato passeggero. Ricordo che l’auto ostruiva la carreggiata, ricordo ancora il rumore dell’autovettura. Emanuele aprì lo sportello, girò lo sterzo per sgomberare la
strada». A quel punto, sotto una
pioggia torrenziale, protetti solo dai
giubbotti antiproiettile che indossavano, i due si dileguarono. Per quel
duplice omicidio Bruno Emanuele è
stato arrestato. Le parole del pentito eccellente sembrano inequivocabili. Se rispondono a verità lo decideranno i giudici. (g.maz.)
“luce nei boschi”
Tentati omicidi, omicidi.
Per regolare i conti. Quelli della faida tra i Loielo e i Maiolo,
ma non solo. Ne racconta di
cose, Francesco Loielo. Oggi
collaboratore di giustizia, tra il
1991 e il 1994 reggente della
cosca di famiglia, fino alla sua
carcerazione. Al procuratore
aggiunto Giuseppe Borrelli e
all’ispettore Filippo Cosco, nel
corso di numerosi interrogatori del 2009, riferisce dettagli
e particolari di una guerra di
mafia che ha mietuto parecchie vittime, nei boschi delle
Preserre. Dall’ordinanza firmata dal gip Tiziana Macrì
sgorgano racconti di sangue.
Nell’ottica dell’eliminazione
ad oltranza, Loielo parla dei
tentati omicidi di Bruno e
Francesco Maiolo, il primo
fratello di Rocco e Antonio
(entrambi finiti ammazzati),
il secondo cugino, e dell’omicidio di Pasquale De Masi.
Bruno Maiolo fu ferito in
un agguato, preparato - è il
collaboratore a dirlo, a dire
tutto ciò che segue - da Vincenzo Loielo (suo cugino, fratello di Giuseppe, entrambi
trucidati il 22 aprile 2002 a
Gerocarne) ed attuato da Giovanni Loielo e Salvatore Maiolo (di Fabrizia).
Bruno era sceso dalla Germania in Calabria, siamo nel
1990, per il funerale del padre. Un giorno si appostarono, Loielo e Maiolo, in cima
ad una collinetta nei pressi
della casa della vittima predestinata, a Sorianello. Giovanni aveva un kalashnikov, Sal-
«Mi dissero che De Masi
lo ammazzò uno bravo...»
Nei verbali di Loielo anche i tentati omicidi dei Maiolo
FAIDA Il territorio di Gerocarne, teatro di diversi omicidi negli anni della faida
vatore un 30x30 winchester.
Ma le munizioni erano poche,
contate. Forse per questo Bruno Maiolo fu ferito soltanto ad
una mano. Ma l’intento sarebbe stato quello di uccidere.
Ci sono una lettera e una telefonata, invece, al centro del
tentato omicidio di Francesco
Maiolo. Francesco Loielo racconta - nello stesso interrogatorio del 9 novembre 2009 che un giorno a casa sua arrivò la telefonata di una donna,
figlia di Antonino Gallace, la
quale riferiva di sapere chi
fosse l’autore dell’agguato del
1989 a Vincenzo Loielo. Disse
che però il nome lo avrebbe
scritto in una lettera, che
avrebbe poi depositato all’interno di una casupola diroccata di proprietà della Forestale. Diede indicazioni ai fratelli Loielo su dove andare a
trovare la lettera. «Quindi io e
mio fratello - rivela il collabo-
ratore - andammo subito sul
posto». «L’avete trovata questa lettera?», chiede il procuratore. «No - risponde -. Però
abbiamo visto Ciccio Maiolo
venire con molta cautela per
cercare questa lettera. Forse
lo ha appreso per telefono,
magari alzando la cornetta».
Loielo spiega infatti che Maiolo frequentava la casa di Gallace, e quindi avrebbe potuto
sentire la donna parlare al telefono. Insomma, i due aspettavano la donna e si trovarono
Ciccio Maiolo. A quel punto,
insospettiti, attesero che l’uomo uscisse dalla casupola. Appena fuori, gli si pararono davanti: incappucciati, intimarono di fermarsi. Ciccio Maiolo si bloccò, Vincenzo Loielo gli puntò il fucile e sparò,
ma l’uomo riuscì a fuggire. A
quel punto Francesco Loielo
cercò di raggiungerlo da un’altra via, ma Maiolo si dileguò
nelle campagne. Faccia a faccia, uno sparo, ma stavolta
niente sangue mortale.
Epilogo diverso per un al-
tro fatto, datato 1994. Questa
volta è lo stesso Francesco
Maiolo a dover commettere
un omicidio. È quello del carrozziere di Soriano Pasquale
De Masi. De Masi a quel tempo aveva rapporti con i fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo,
con i quali commetteva alcuni furti di auto che poi “spacchettavano” in pezzi e rivendevano. Il collaboratore di
giustizia non è in grado di riferire con precisione perché,
da un giorno all’altro, i suoi
cugini intendessero sbarazzarsi dello sfasciacarrozze. Dice che gli era stato spiegato
che «non si comportava più
bene». Andava eliminato. Per
l’azione di morte Giuseppe e
Vincenzo si rivolsero al cugino, in maniera tale da avere
poi un alibi. Egli non si rifiutò.
Una sera andarono in una
campagna di Soriano, dove De
Masi aveva un’abitazione. Ci
andarono perché Francesco, la
sua vittima, neanche la conosceva. Doveva vederlo. E magari, quella sera stessa, ucciderlo, dato che si era portato
dietro un fucile calibro 12.
Mentre si avvicinavano al garage, però, qualcuno li vide.
Tutto sfumò. Di lì a poco Francesco Loielo fu arrestato. Dal
carcere venne a sapere che,
dopo qualche tempo, il carrozziere fu ammazzato. «I miei
cugini - rivela in un interrogatorio del 2009 - in un colloquio in carcere mi dissero che
era stato Enzo Taverniti. Mi
dissero che era uno bravo».
Giuseppe Mazzeo
dai verbali dell’interrogatorio
Le rivelazioni di Michele Ganino:
i Maiolo fecero la strage dell’Ariola
«Ad Acquaro tutti sanno che comandavano i fratelli Maiolo, perché
questi spadroneggiavano in paese».
Michele Ganino è un collaboratore
atipico. Dice di non essere mai entrato, in maniera diretta, negli affari criminali del gruppo del suo paese. Il
suo ruolo - specifica - era quello di
“contrasto onorato”, «soggetto che
gode della fiducia ma che non svolge
un ruolo della ‘ndrangheta». Ma le
sue dichiarazioni - per gli inquirenti
- forniscono un quadro chiaro delle
dinamiche in atto all’alba del nuovo
millennio. Ad Acquaro Ganino aveva
un bar. Uno dei suoi clienti «migliori» era Rocco Maiolo. Con lui aveva
un rapporto di «amicizia». «Una
quindicina d’anni fa circa - racconta
in un interrogatorio del dicembre
2010 - il Maiolo Rocco sparì e non si
seppe più notizia di lui, e io avevo preso a dare una mano ai suoi due figli
Francesco e Angelo, poiché mi facevano pena. Successivamente, quando
divennero grandi, non ero più io a offrire loro denaro o servizi del bar gratuitamente, ma erano loro stessi che
si facevano avanti chiedendomi
espressamente soldi e di utilizzare la
mia vettura e la mia moto». «Il loro
padre - continua Michele Ganino era il capo ‘ndranghetistico della zona di Acquaro». Dopo la sua spari-
zione «il suo posto è stato preso da
Enzo Taverniti e Francesco Gallace,
mentre attualmente i capi in testa sono i due fratelli Maiolo coadiuvati da
Capomolla Francesco e Maiolo Francesco, i cugini». Ma Angelo e Francesco la morte del padre e dello zio non
se l’erano scordata. «Mi avevano riferito di ritenere - rivela il collaboratore - che Taverniti Enzo e Gallace
Francesco avessero ucciso il loro zio
Antonio Maiolo, e quindi volevano
vendicarsi. Volevano anche - aggiunge - riappropriarsi del territorio che fu
del loro padre». È qui che si consuma
il tentato omicidio di Taverniti. «Dopo alcuni giorni il cugino Francesco
Maiolo e Angelo Maiolo sono venuti
da me e mi hanno riferito che ritenevano di essere in pericolo perché avevano mancato il Taverniti durante
l’agguato». Interessante è un altro
passaggio, che potrebbe fare luce sulla strage dell’Ariola, nella quale persero la vita sotto una pioggia di piombo Giovanni e Francesco Gallace e
Francesco Barilaro: «Una settimana
circa prima dell’omicidio (...) Francesco il cugino e Angelo Maiolo mi
avevano proposto di partecipare a
questa azione di sangue. Avrei dovuto sparare anch’io, ma mi sono rifiutato di farlo e loro mi hanno detto di
stare attento alle informazioni in tv e
sui giornali poiché avrei avuto notizia
a breve sull’argomento. Io ero incredulo di tale proposito, ma in effetti
poi si è verificata la strage e dopo questa Angelo Maiolo mi ha mandato a
chiamare a casa sua ad Acquaro e mi
ha detto di fare silenzio e di non dire
nulla sull’argomento». (giu.maz.)
Dall’alto, Angelo e Francesco Maiolo
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