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L`emigrazione verso l`America nell`Ottocento

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L`emigrazione verso l`America nell`Ottocento
ECONOMIA,
DEMOGRAFIA
E SOCIETÀ
IPERtEStO
L’emigrazione
verso l’America
nell’Ottocento
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
➔Un fenomeno
tipicamente umano
1
Italiani in attesa
di partire dal porto
di Napoli per gli Stati
Uniti, fotografia della
fine dell’Ottocento.
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
Nel 1899, monsignor Geremia Bonomelli scriveva in modo secco ed efficace: «La storia
dell’umanità, non sto in forse a dirlo, è la storia delle migrazioni: mutano forma, ma sono
sempre emigrazioni». Vescovo di Cremona e fondatore di un’Opera di assistenza che offriva
agli italiani emigrati tutela giuridica, protezione materiale e assistenza spirituale (la quale – per gente che si trovava in una realtà totalmente diversa da quella di partenza – giocava anche uno straordinario ruolo di sostegno psicologico), Bonomelli scriveva nel momento in cui l’emigrazione italiana verso l’America stava toccando il proprio culmine, dal
punto di vista numerico. Più in generale, da tutta Europa, il fenomeno migratorio aveva assunto dimensioni imponenti, mai raggiunte in passato.
Un secolo più tardi, ai giorni nostri, un giudizio analogo è stato formulato da Massimo
Livi Bacci, uno dei più competenti esperti di demografia e, appunto, di migrazioni umane: «Gli umani hanno le gambe. La capacità di spostarsi da un luogo all’altro è intrinseca
alla nostra natura ed è una prerogativa preziosa per adattarsi e migliorare le condizioni
di vita». Proprio per questo, prosegue lo stesso autore, le migrazioni sono un «normale
fenomeno costitutivo della società». Inutile ricordare che Livi Bacci, scrivendo nel 2010,
ha di fronte a sé un movimento che ha assunto dimensioni planetarie, difficile da gestire proprio perché le cause remote che lo provocano sono spesso gigantesche, spingendo
gli individui a scelte in realtà obbligate, che solo in senso lato sono determinate dalla loro
volontà. Come gli irlandesi, i siciliani, i lituani o gli ebrei russi di fine Ottocento, anche
la maggior parte degli emigranti, se avesse potuto sopravvivere nel proprio luogo d’origine, non si sarebbe mai mossa da casa.
L’emigrazione di grandi masse è dunque una costante della storia umana; a cambiare,
semmai, sono state le modalità con cui esse si sono spostate: nel passato più remoto (si
pensi alle colonie greche, nell’antichità, o alle migrazioni dei popoli germanici, nel V secolo d.C., al tempo della crisi dell’impero
romano) a spostarsi erano intere comunità
organizzate, guidate dai loro capi. Anche più
tardi, nel Medioevo e nell’Età moderna, assistiamo a grandi movimenti organizzati,
ben diretti o promossi dalle autorità: si pensi, ad esempio, alla spinta verso Est dei contadini tedeschi (che a partire dal xII secolo
occuparono e conquistarono vaste estensioni
di terre nell’Europa orientale) oppure all’operazione svolta dalla zarina di Russia Caterina II che, nella seconda metà del Settecento, incentivò l’immigrazione programmata in Russia di un gran numero di
agricoltori provenienti dalla Germania. A
suo modo, anche l’imponente fenomeno
della tratta di milioni di neri dall’Africa rien-
IPERTESTO A
Uomini in movimento
IPERtEStO
➔Folle di individui
isolati
tra in questo schema; ovviamente, lo spostamento degli schiavi verso l’America fu ancor
meno spontaneo di tutti gli altri eventi citati sopra (dettati comunque, come dicevamo,
dalla necessità dei migranti), e anzi fu decisamente una migrazione forzata e violenta; proprio per questo, però, il fenomeno fu gestito e pilotato dall’alto, dalle grandi compagnie
commerciali europee, su un versante, dai sovrani delle regioni costiere africane, sull’altro.
La principale novità che incontriamo nell’Ottocento è la (relativa) spontaneità dell’evento: a muoversi non sono comunità strutturate, ma enormi folle di individui, ciascuno dei quali era solo fisicamente insieme a migliaia di altri soggetti, mentre nella realtà
concreta poteva contare esclusivamente su se stesso (o su una rete privata di amici, di
parenti o di compaesani) per i problemi di trasferimento e di inserimento nella realtà
d’arrivo.
Le prime ondate migratorie
UNITÀ VII
➔Ferrovie e navi
a vapore
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
2
➔Sviluppo
demografico
in Europa
➔Abbondanza
di terra negli USA
Nel xIx secolo, l’emigrazione europea si diresse anche verso l’Australia, il Sud Africa o l’America del Sud; a partire dalla metà dell’Ottocento, però, la meta privilegiata del grande
esodo (facilitato, sul piano tecnico, dalle ferrovie e dalle navi a vapore) divennero gli Stati Uniti, che accolsero 15 milioni di persone tra il 1890 e la prima guerra mondiale.
tra il 1815 e il 1860, gli immigrati erano stati 5 milioni, con un picco di 427 833 ingressi registrati nel 1854. Negli anni Sessanta, gli immigrati calarono di numero, sia perché risultava poco attraente partire in direzione di un paese in guerra, sia perché in passato molti emigranti avevano potuto giovarsi delle basse tariffe proposte dai vascelli, che
sarebbero tornati semi-vuoti in America dopo aver sbarcato il cotone nei porti europei.
Negli anni 1861-1865, invece, le merci degli Stati del Sud restarono bloccate sui moli,
con un conseguente complessivo calo della navigazione. Nonostante queste difficoltà, gli
immigrati registrati negli anni Sessanta furono 2 314 824, e crebbero ancora nel decennio seguente (2 812 191 ingressi).
Una prima causa che spinse numerose persone ad abbandonare l’Europa fu la conclusione delle guerre napoleoniche, che vide lo scioglimento dei grandi eserciti operativi
sul continente da circa vent’anni. In tutti i paesi, le strutture militari avevano offerto lavoro a migliaia di contadini, che dopo Waterloo si trovarono disoccupati, senza impiego, ma anche senza fissa dimora: abituati a spostarsi per l’Europa, a seguito dei loro generali e dei loro sovrani, dotati a volte di un piccolo gruzzolo, ottenuto con il saccheggio o come ricompensa per il servizio prestato, all’atto del licenziamento decisero di cercar fortuna nel Nuovo Mondo. Insieme ad essi si mossero numerosi altri agricoltori europei, desiderosi di un podere che fosse di loro proprietà.
L’Europa della prima metà dell’Ottocento era in pieno sviluppo demografico, tant’è vero
che passò da 187 a 266 milioni di abitanti tra il 1800 e il 1850. A ogni generazione, il
terreno che il padre – proprietario del campo – lasciava agli eredi si faceva sempre più piccolo, del tutto insufficiente a nutrire una famiglia; così, un numero crescente di contadini europei si trovò trasformato in bracciante o comunque schiacciato verso il basso nella scala sociale, verso una situazione di povertà. Nei secoli precedenti, l’eccesso di popolazione era stato affrontato con partenze mirate verso destinazioni europee, in particolare verso le pianure orientali, russe o polacche; nell’Ottocento, tale soluzione era ormai
improponibile, in quanto il Vecchio continente non conosceva più aree vuote o scarsamente abitate, mentre la Siberia attirava solo i russi (4,5 milioni di persone, tra il 1861
e la prima guerra mondiale), gli avventurieri e i disperati (oltre a essere la residenza forzata di migliaia di deportati per ragioni politiche).
La prima ondata migratoria verso gli USA (quella degli anni 1815-1890) venne soprattutto
dall’Europa settentrionale, e fu quindi costituita da inglesi, scozzesi, scandinavi e tedeschi. Questi emigranti volevano innanzi tutto rifarsi una vita (o costruirne una migliore) approfittando della straordinaria abbondanza di terra che offrivano gli Stati Uniti, ed
erano attratti dal basso prezzo delle terre messe in vendita dal governo. In effetti, una legge federale denominata Homestead Act, del 1862, concedeva appezzamenti di 160 acri, a
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERtEStO
Gli irlandesi
Il gruppo più grande che raggiunse in massa gli Stati Uniti nel corso del xIx secolo fu quello degli irlandesi; la loro emigrazione si sovrappose e poi sostituì gradualmente quella degli scandinavi e dei tedeschi, che si fecero via via meno numerosi man mano che l’industrializzazione si diffondeva in Germania e nell’Europa settentrionale. A quel punto i contadini, disoccupati o insoddisfatti, preferirono l’emigrazione interna verso le grandi città
in via di espansione piuttosto che attraversare l’Atlantico.
La migrazione irlandese, rispetto a quella delle prime ondate, è diversa da molti punti di
vista. Innanzi tutto va ricordato che l’Irlanda è un paese cattolico: pertanto, i nuovi arrivati ebbero maggiori difficoltà a inserirsi in un paese ancora molto segnato dalla tradizione puritana e più in generale protestante, tendenzialmente ostile ai seguaci del papa
di Roma. Inoltre, moltissimi dei nuovi arrivati erano individui poverissimi, del tutto impossibilitati ad acquistare terre proprie, nonostante i prezzi proposti dal governo fossero
in continuo calo. Pertanto, la maggioranza degli irlandesi trovò occupazione dapprima
nelle città degli Stati del Nord, in rapida industrializzazione, e poi – come manovali – nel
settore delle ferrovie. Finita la guerra civile, infatti, iniziò l’epoca della conquista del West
e della costruzione delle ferrovie trans-continentali: e mentre in California (o nella regione
delle Montagne rocciose) la maggior parte della bassa manovalanza era fornita da operai
cinesi, le ferrovie che partivano dall’Est in direzione delle grandi praterie occidentali furono costruite in prevalenza da manodopera irlandese.
A Chicago e nelle altre città industriali, l’orario di lavoro in fabbrica era durissimo e i salari infimi. Ciò nonostante, per numerosi emigranti partiti dall’Irlanda – che era uno dei
paesi più poveri d’Europa – la nuova (pesantissima) situazione di sfruttamento era migliore di quella che si erano lasciati alle spalle.
tra il 1820 e il 1840 arrivarono in America più di 260 000 irlandesi; per costoro, le difficoltà di emigrazione furono numerose e difficili, in quanto il governo britannico avrebbe preferito che questa preziosa manodopera si dirigesse verso il Canada. Quindi, i biglietti
per gli Stati Uniti furono notevolmente rincarati per ordine delle autorità, al fine di obF.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERTESTO A
Un gruppo di
emigranti appena
sbarcati a New York.
3
➔Città e ferrovie
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
prezzo accessibile, a chiunque si fosse impegnato a insediarsi in un’area per almeno
cinque anni e ad apportare delle migliorie
al proprio podere. Oltre al denaro, gli unici requisiti giuridici richiesti erano i seguenti:
avere almeno 21 anni, essere capofamiglia,
essere cittadino degli Stati Uniti o aver fatto richiesta di diventarlo.
Nel 1840, il flusso regolare di gente che voleva imbarcarsi dall’Europa era talmente importante (e redditizio) da spingere la compagnia navale Cunard a inaugurare il primo
servizio regolare per passeggeri, tra Liverpool
e Boston. I tedeschi, invece, si imbarcavano in primo luogo ad Amburgo, oppure a
Le Havre, un porto francese che aveva collegamenti soprattutto con New Orleans. Nel
1838, la nave a vapore Great Western riuscì
a compiere la traversata atlantica in 15
giorni (a fronte delle cinque-sei settimane
che impiegava in media un veliero per compiere il tragitto Liverpool-New York). Negli
anni Ottanta, divenne normale percorrere lo stesso tragitto in sette giorni; quanto ai prezzi, si fecero sempre più abbordabili: 44 dollari, negli anni Cinquanta; 20 dollari, negli
anni Ottanta.
IPERtEStO
UNITÀ VII
➔La grande carestia
in Irlanda
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
4
bligare gli emigranti a dirigersi verso l’ultima colonia inglese nell’America del Nord. Numerosi irlandesi, tuttavia, non solo erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti offrivano maggiori opportunità di lavoro e di mobilità sociale, ma soprattutto desideravano
sottrarsi una volta per tutte al dominio politico dell’Inghilterra. Di conseguenza, una volta arrivati in Canada, subito proseguivano il viaggio (a volte in nave, a volte perfino a piedi), fino a che non avevano raggiunto Boston o New York.
Il numero delle partenze assunse dimensioni ancora più imponenti negli anni 18451848 e in quelli seguenti: quando una malattia distrusse per tre anni di seguito i raccolti di patate (che in Irlanda prevalevano di gran lunga, rispetto al grano, creando una specie di regime di monocoltura), un milione di persone morì per denutrizione. Le autorità
britanniche rifiutarono ogni intervento di sostegno alla popolazione: si schierarono anzi
dalla parte dei grandi proprietari, che avevano sfrattato subito dai poderi tutti i contadini impossibilitati a pagare l’affitto, per convertire le terre in pascoli (in modo da soddisfare la richiesta di carni proveniente dall’Inghilterra).
La fuga dall’Irlanda fu un vero esodo: se nel 1841 il Paese contava 8 175 000 abitanti, nel
1911 essi si erano ridotti a 4 400 000. Oltre tutto, negli anni centrali della carestia (18451846), le navi erano così cariche, e i passeggeri così debilitati, che moltissimi emigranti
morirono lungo il tragitto: degli 89 738 irlandesi diretti verso i porti canadesi, 5293 morirono lungo la via, e altri 10 037 all’arrivo. Nel complesso, fuggirono dall’Irlanda verso
gli USA 780 000 persone negli anni Quaranta, più di 900 000 nel decennio successivo.
Le diverse ondate di emigranti a Chicago
DOCUMENTI
Il romanzo La giungla di Upton Sinclair è l’equivalente americano di quello che, in Francia, fu Germinal di Émile Zola. Considerata un capolavoro del giornalismo di denuncia, l’opera uscì nel 1906 e fu
una delle prime analisi della gravità delle condizioni di vita negli stabilimenti di Chicago che producevano enormi quantità di carne in scatola. In particolare, venivano poi denunciati lo sfruttamento e le truffe che dovevano subire gli immigrati, attratti nella metropoli dalle opportunità di lavoro, ma ben presto
vittime di un meccanismo micidiale che li stritolava senza pietà. Lo spunto di partenza della scena seguente è offerta dal fatto che i protagonisti (recentemente immigrati dalla Lituania) hanno acquistato
una casa.
Nonna Majauszkiene era vissuta in mezzo ai guai per tanto tempo che ormai erano diventati il suo elemento naturale, e parlava di fame, malattie, morti, come altri potevano parlare di matrimoni e di feste. La storia venne fuori a poco a poco. Prima di tutto, la casa che
avevano comprato non era affatto nuova, come credevano loro: aveva almeno quindici anni,
e di nuovo non c’era proprio nulla, tranne forse l’intonaco che però era così scadente che
andava ridato ogni anno o due. La casa faceva parte d’un complesso costruito da una immobiliare che aveva come unico scopo quello di far soldi imbrogliando la povera gente: avevano sborsato millecinquecento dollari per quattro pareti che ai costruttori erano costate solo
cinquecento, quando eran nuove! Nonna Majauszkiene lo sapeva bene perché il figlio apparteneva a un’organizzazione politica in cui militava anche un appaltatore che s’occupava
proprio di quelle faccende: usavano i materiali più scadenti e a buon mercato, costruivano
case a dieci per volta, si curavano solo dell’aspetto esteriore. Potevano crederlo, quando
diceva che sarebbero andati incontro a un bel po’ di guai: c’era passata lei stessa e lo sapeva; anche loro avevano acquistato la casa a quel modo, ma erano riusciti a fargliela, all’immobiliare, perché suo figlio era operaio specializzato, portava a casa fino a cento dollari
il mese, e aveva avuto abbastanza sale in zucca da non sposarsi. Così erano riusciti a pagare la casa.
Nonna Majauszkiene s’accorse che i suoi nuovi amici erano rimasti alquanto perplessi
dopo le sue parole: non riuscivano a capire come si potesse affermare che pagarsi la casa
equivaleva a dire che «erano riusciti a fargliela, all’immobiliare». Erano proprio ingenui, privi
d’esperienza! Per quanto a buon mercato, le case venivano vendute facendo affidamento
sul fatto che gli acquirenti erano pur sempre troppo poveri per effettuare tutti i pagamenti,
per cui – alla prima rata mensile che saltavano – perdevano le quattro pareti e tutto quel che
avevano scucito fino a quel momento, e l’immobiliare rimetteva in vendita la casa. E capitava spesso una cosa del genere? Dieve! (e Nonna Majauszkiene levò le mani al cielo). Certo
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
Ellis Island
A partire dagli anni Novanta, l’immigrazione negli Stati Uniti cambiò di nuovo volto. Dal
Nord Europa – e, soprattutto dalla Germania, in via di rapida industrializzazione – il flusso migratorio si affievolì notevolmente, mentre la situazione irlandese, dopo il grande esodo di metà Ottocento, si stabilizzò. A spostarsi, e a occupare i posti più bassi nella gerarchia sociale della complessa e multietnica società statunitense, tra il 1890 e il 1914
furono soprattutto gli italiani delle regioni più meridionali del nuovo Stato, i polacchi e gli ebrei dell’impero zarista.
Per la maggior parte di loro, il porto d’arrivo divenne New York, all’imbocco del quale,
nel 1886, fu inaugurata la Statua della libertà: essa fu il primo simbolo visivo della nuova
realtà americana in cui gli emigranti si imbattevano. Nel 1855, fu inaugurata una struttura di prima accoglienza degli emigranti, gestita dallo Stato di New York e situata vicino
al Castle Garden, una fortezza eretta nel 1807 al fine di proteggere Manhattan dagli attacchi provenienti dal mare. Dopo che furono denunciati svariati e gravi episodi di furto
ed estorsione di denaro da parte delle guardie, nei confronti degli stranieri, il 1° gennaio
1892 fu aperto il nuovo ufficio di Ellis Island, sotto diretta sorveglianza delle autorità
federali, che presero in mano la gestione dell’intero problema dell’immigrazione.
Si trattava di una struttura vasta e complessa, che sarebbe arrivata a coprire 10 ettari di
superficie e a comprendere 35 edifici. Il piccolo porto di Ellis Island non poteva ospitare navi di grandi dimensioni: pertanto, i piroscafi si fermavano presso l’isoletta di Lower
Bay, nel porto di New York; qui, i passeggeri di prima e di seconda classe (insieme ai cittadini americani) passavano una sommaria visita medica e poi erano liberi di sbarcare,
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
➔L’arrivo a New York
IPERtEStO
IPERTESTO A
che sì! Quanto spesso era impossibile dirlo: ma senza dubbio in più della metà dei casi. Potevano chiedere a chiunque conoscesse appena un po’ come andavano le faccende a
Packingtown [il quartiere di Chicago in cui si trovavano i macelli, n.d.r.]; lei abitava lì da
quando era stata costruita la casa che avevano comprato, poteva narrargli tutta la storia.
Ed era già stata venduta altre volte? Susimilkie! Da quando era stata costruita, almeno quattro famiglie avevano tentato di comprarla, senza farcela. Poteva dirgli nome e cognome; anzi,
poteva raccontare la storia di ciascuna. La prima era stata una famiglia di tedeschi: le famiglie che s’erano succedute erano state tutte di nazionalità diversa, a seconda delle varie
ondate immigratorie che s’erano riversate sui macelli di Chicago. Nonna Majauszkiene era
arrivata in America con il figlio in un’epoca in cui – per quel che ne sapeva lei – nel quartiere Spiega
l’espressione:
viveva solo un’altra famiglia di lituani: a quel tempo, gli operai eran tutti d’origine tedesca,
«erano riusciti a
macellai specializzati fatti arrivare dagli imprenditori direttamente dalla Germania, allo scopo
fargliela,
di avviare il settore. In seguito, con l’arrivo di manodopera più a buon mercato, i tedeschi
all’immobiliare».
s’erano spostati, sostituiti dagli irlandesi: e per sette-otto anni Packingtown era stata praticamente una città irlandese. C’erano ancora alcune colonie di irlandesi, abbastanza per Per quale motivo gli
imprenditori
controllare sindacati e polizia e tirare le fila di tutto il sottobosco della corruzione e della mafavorivano l’arrivo
lavita locale. Ma la maggior parte degli irlandesi occupati ai macelli se n’era andata al primo
proprio dei soggetti
taglio di salari, all’epoca del grande sciopero [nel 1886, l’anno dell’agitazione di massa, per
più poveri che
ottenere la giornata lavorativa di otto ore, n.d.r.]. Ed erano arrivati i boemi e dopo di loro i
vivevano in Europa?
polacchi. […]
Per
quale ragione
I polacchi erano giunti a decine di migliaia ed erano stati cacciati in un angolo dai lituani;
gli
immigrati
più
e adesso, i lituani cominciavano a perder terreno di fronte agli slovacchi. Non sapeva dire
poveri, attratti dal
– Nonna Majauszkiene – se ci poteva essere qualcuno di più povero degli slovacchi, ma,
miraggio di salari
se c’era, i conservieri [gli imprenditori dell’industria della carne in scatola, n.d.r.] l’avrebbero
più alti di quelli che
scovato, potevano esserne certi! Non ci voleva molto per farli arrivare: i salari alti erano un
avrebbero percepito
fatto reale, e quando quella povera gente s’accorgeva che anche tutto il resto era più alto
restando in patria,
che al paese d’origine, era troppo tardi! Erano come topi in trappola, ecco la verità, e ogni
in realtà finivano
giorno se ne ammassavano di nuovi.
per essere come
topi in trappola?
U. Sinclair, La giungla, Milano, Net, 2003, pp. 96-98. traduzione di M. Maffi
5
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
DOCUMENTI
UNITÀ VII
IPERtEStO
Alcuni emigranti,
appena arrivati negli
Stati Uniti, vengono
sottoposti alla visita
oculistica di rito.
➔Rimpatrio
dei malati gravi
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
6
➔Nomi nuovi
e semplificati
mentre gli emigranti poveri (che di solito viaggiavano in terza classe) erano caricati su chiatte e condotti a Ellis Island. In una zona enorme, denominata Registry Room, attendevano il loro turno disposti in venti lunghe file separate da transenne. Seguiva poi un’accurata
visita medica, effettuata da medici della Marina, il cui compito era quello di impedire
l’ingresso a soggetti malati, che sarebbero stati solo un peso per la società americana.
Particolare attenzione era posta a individuare le malattie agli occhi: e proprio la visita
oculistica (in cui l’esaminatore rivoltava le palpebre del paziente, alla ricerca di eventuali sintomi di tracoma, un’infezione della congiuntiva e della cornea) era quella che – anche a distanza di anni – era ricordata come la più traumatica. I soggetti non giudicati del
tutto sani (circa il 50%, in media) erano segnati con il gesso e trattenuti per ulteriori accertamenti; nei casi più gravi, l’individuo sarebbe stato respinto e rimandato in patria. Le
malattie giudicate guaribili, invece, venivano trattate direttamente nell’ospedale di Ellis
Island. Negli anni in cui l’immigrazione fu più consistente furono esaminate fino a 5000
persone al giorno. tra coloro che si videro vietato il visto d’ingresso, e di conseguenza ricevettero un ordine di rimpatrio, furono diversi i casi di suicidio: ne sono noti almeno
3000, ma si può presupporre che, in generale, i morti furono molti di più perché non conosciamo il numero di quanti, dopo essere stati scartati, si gettarono in mare di notte, nel
tentativo (spesso senza risultato) di raggiungere ugualmente la costa a nuoto.
Un problema del tutto particolare era quello che, a Ellis Island, investiva numerose
donne. Alle giovani che viaggiavano sole, veniva chiesto di indicare un preciso contatto
all’interno della realtà americana, che garantisse per la loro moralità: le autorità, infatti,
temevano che le giovani immigrate fossero delle prostitute, che andassero a ingrossare il
florido mondo del malaffare statunitense. Altre donne, invece, erano partite con lo scopo preciso di farsi sposare da persone che non conoscevano; a loro volta, questi uomini
non avevano mai visto le loro future mogli. Le donne, quindi, andavano incontro all’ignoto, in quanto poteva accadere che fossero state prenotate da un individuo rozzo o violento (che, comunque, aveva loro pagato il viaggio e che, in caso di rifiuto, voleva i soldi
indietro), oppure che fossero respinte da chi le aveva convocate, perché giudicate inferiori
alle aspettative.
A molti immigrati, capitò a Ellis Island di ricevere una nuova identità. Infatti, quando
un funzionario incontrava un individuo dal cognome troppo difficile da scrivere o da pronunciare, lo modificava di propria iniziativa, cioè lo abbreviava o lo rendeva più americano. Accadde così che Buonuomo diventasse Buono, che Randazzese fosse trasformato in
Randa, Benedetto in Bennett, e così via.
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
Alle cinque di mattina Mendel si svegliò. Scese a fatica dalla cuccetta di legno dove aveva
dormito, cercò la conduttura dell’acqua, uscì a vedere dov’era l’oriente. Poi rientrò, si mise
in un angolo a pregare. Bisbigliava fra sé, ma mentre bisbigliava lo colse il dolore cocente,
gli artigliò il cuore e lo lacerò così forte che Mendel, nel mezzo del bisbiglio, ruppe in un lamento. Un paio di dormienti si svegliarono, guardarono giù e sorrisero dell’ebreo che saltellava e traballava nell’angolo, dondolava il busto avanti e indietro, eseguendo una misera
danza in onore di Dio.
Mendel non aveva ancora finito che l’impiegato spalancò la porta. Un vento marino l’aveva soffiato dentro la baracca. «In piedi!» gridò un paio di volte e in tutte le lingue possibili.
Era ancora presto quando raggiunsero la nave. Fu loro concesso di dare un’occhiata alle
sale da pranzo di prima e di seconda classe prima che li spingessero nell’interponte. Mendel Singer non si mosse. Stava sul gradino più alto di una scaletta di ferro, volgendo le spalle
al porto, alla terra, al continente, alla patria, al passato. Sulla sua sinistra splendeva il sole.
Azzurro era il cielo. Bianca era la nave. Verde era l’acqua. Venne un marinaio e ordinò a Mendel Singer di lasciare la scala. Lui rabbonì il marinaio con un cenno della mano. Era tranquillissimo e senza timore. Gettò un’occhiata di sfuggita al mare e attinse conforto dall’immensità dell’acqua ondulata. Eterna era. Mendel riconobbe che Dio stesso l’aveva creata.
L’aveva versata dalla sua inesauribile fonte segreta. Ora si cullava fra i continenti. Giù sul suo
fondo si attorcigliava Leviatano, il pesce sacro, che i pii e i giusti mangeranno il giorno del
giudizio. Nettuno si chiamava la nave su cui stava Mendel. Era una grossa nave. Ma paragonata col Leviatano e il mare, col cielo e la saggezza dell’Eterno era una nave minuscola.
No, Mendel non provava paura. Tranquillizzò il marinaio, lui, un piccolo ebreo nero su una
nave gigantesca e di fronte all’oceano eterno, fece ancora una volta un mezzo giro su se
stesso e mormorò la benedizione che si deve dire alla vista del mare. Fece un mezzo giro
su se stesso e sparse una per una le parole della benedizione sulle onde verdi: «Lodato sii,
Eterno, nostro Signore, che hai creato i mari, con i quali separi i continenti!».
In quell’istante ulularono le sirene. Le macchine cominciarono a strepitare. E l’aria e la
nave e gli uomini tremarono tutti. Solo il cielo restò fermo e azzurro, azzurro e fermo.
La sera del quattordicesimo giorno di navigazione fu illuminata dalle grosse palle infocate che venivano sparate dai fari galleggianti. «Ora appare la statua della libertà» disse a
Mendel Singer un ebreo che aveva già fatto questo viaggio due volte. «È alta centocinquantuno piedi, nell’interno è vuota, ci si può salire. Intorno alla testa porta un’aureola. Nella
destra tiene una fiaccola. E il più bello è che questa fiaccola di notte è accesa, eppure non
può mai consumarsi del tutto. Perché è solo illuminata elettricamente. Prodigi del genere
fanno in America». La mattina del quindicesimo giorno furono sbarcati. Deborah, Mirjam [moglie e figlia di Mendel, n.d.r.] e Mendel stavano stretti l’uno all’altro perché temevano di perdersi. Vennero degli uomini in uniforme, a Mendel sembrarono un po’ pericolosi sebbene
non avessero sciabola. Alcuni portavano vestiti candidi e avevano l’aria per metà di gendarmi
e per metà di angeli. Questi sono i cosacchi d’America, pensò Mendel Singer e guardò sua
figlia Mirjam.
J. Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Milano, Adelphi, 1977, pp. 103-105.
traduzione di L. terreni
Individua e sottolinea nel testo le frasi che esprimono o che permettono di cogliere la profonda
religiosità di Mendel Singer.
Chi sono gli uomini che portavano vestiti candidi e avevano l’aria per metà di gendarmi e per
metà di angeli ?
In Mendel Singer prevale più l’ammirazione per i prodigi che avvengono in America o la
preoccupazione per il futuro?
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERtEStO
Joseph Roth è uno dei più importanti scrittori austriaci dei primi decenni del Novecento. Se in alcuni dei suoi romanzi ha narrato il tramonto dell’impero asburgico, in altri ha dedicato la sua attenzione al mondo degli ebrei orientali, che a milioni fuggirono dalla Russia per scampare alla miseria e alle
persecuzioni del regime zarista. Tratta dal romanzo Giobbe. Romanzo di un uomo semplice (pubblicato nel 1930), la scena seguente è ambientata prima a Brema (nel dormitorio del porto) e poi a New York.
IPERTESTO A
DOCUMENTI
7
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
Mendel Singer va in America
IPERtEStO
UNITÀ VII
Contrasti e discriminazioni
➔Povertà e degrado
➔Irlandesi contro
ebrei e italiani
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
8
Una veduta del
quartiere italiano a
New York in una
fotografia di
inizio Novecento.
L’arrivo continuo di nuovi emigranti diede una fisionomia del tutto particolare sia alle principali città americane che all’intera società degli Stati Uniti. Per tutto l’Ottocento, New
York (e, in particolar modo, l’isola di Manhattan) fu cronicamente sovraffollata e caratterizzata da un impressionante degrado urbanistico. In genere, le famiglie più povere vivevano ammassate, in modo affatto promiscuo, in alloggi fatiscenti, concessi in affitto dagli speculatori a prezzi astronomici. Poiché non conoscevano né l’inglese né la nuova realtà
in cui erano stati catapultati, i membri dei diversi gruppi preferivano vivere il più possibile uniti, per cui si crearono vere e proprie isole urbane notevolmente omogenee dal
punto di vista etnico, cioè abitate esclusivamente da irlandesi, italiani, ebrei, ecc. I diversi
quartieri erano però in continuo cambiamento.
Non appena un gruppo nazionale (considerato nella sua globalità) riusciva a salire un gradino nella scala sociale, perché riusciva ad accedere a lavori più remunerativi e ad abbandonare
quelli più faticosi o umilianti, l’insieme degli individui lasciava il quartiere più povero e
malfamato, per trasferirsi in blocco in un’altra area. Inutile dire che le attività più scadenti
erano subito prese d’assalto dalla nuova ondata di turno, cioè da un gruppo di nuovi arrivati, che insieme ai lavori ereditava, per così dire, anche l’area urbana e vi si insediava.
Solo a poco a poco, dunque, gli immigrati perdevano la loro cultura d’origine, mescolandosi nella più vasta vita americana; in compenso, fino a quando ogni gruppo pensò
che il soggiorno in un dato quartiere fosse solo temporaneo, a nessuno venne in mente
di apportare migliorie strutturali, di cui altri avrebbero in realtà goduto in futuro.
Gli imprenditori americani erano abilissimi nel contrapporre gli uni agli altri i diversi gruppi di emigranti. tra le varie categorie si verificarono così, di volta in volta, durissimi
scontri che, nell’arco di breve tempo, potevano sfociare invece in alleanze precarie e volubili, di fronte a un nuovo comune avversario che mettesse in crisi i nuovi equilibri. I
primi ad affrancarsi e assumere posizioni più solide furono gli irlandesi, facilitati sia dal
fatto di conoscere l’inglese, sia dal fatto che la nuova ondata di immigrati giunta a Ellis
Island a partire dal 1890 sembrava a tutti particolarmente scadente e pericolosa per la società americana. Nell’arco di pochi decenni, gli irlandesi riuscirono a monopolizzare gli
incarichi di polizia a New York e in varie altre città, e a usare questo nuovo potere per tenere al loro posto ebrei, italiani e neri. Il fatto di essere cattolici non portò alcun vantaggio agli italiani nei loro rapporti con gli irlandesi, che non li accettavano nelle loro
chiese e criticavano duramente i comportamenti in cui per secoli si era espressa la religiosità popolare delle plebi dell’Italia del Sud. Agli occhi dei cattolici d’Irlanda, gli italiani erano sporchi e pagani: al massimo, veniva concesso loro qualche scantinato nelle
parrocchie, se essi stessi erano in grado di procurarsi (e pagarsi) il sacerdote.
Ancora più forte era il disprezzo nutrito
verso gli italiani dagli americani WASP
(bianchi, anglosassoni e protestanti), soprattutto nelle regioni più meridionali, fortemente razziste. tra il 1880 e il 1930, sono
documentati almeno 3943 linciaggi, cioè
esecuzioni sommarie, compiute da una folla inferocita contro un individuo ritenuto
di razza inferiore. Nella grande maggioranza
dei casi (3220) si trattò di uccisioni di neri,
accusati di qualche delitto, primo fra tutti la violenza carnale a danno di una donna bianca. Gli altri 723 furono perpetrati
contro bianchi immigrati e – secondo il
quotidiano romano La Tribuna – di essi «su
cento casi novanta sono italiani». L’articolo comparve nel luglio 1899, dopo il linciaggio di tre siciliani a tahullah, in LouiF.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
➔Linciaggio
di italiani
IPERtEStO
siana, ove gli italiani erano disprezzati al punto che veniva messa in discussione la loro
appartenenza alla razza bianca. Fin dall’anno prima, pertanto, l’assemblea legislativa dello Stato aveva tentato di escluderli dai diritti civili, al pari dei neri.
Questa operazione non andò mai in porto, per cui agli immigrati italiani, ad esempio,
fu concesso di sposare donne bianche, mentre il governo federale, di fronte al perdurare
dei linciaggi, fissò una cifra standard di 2000 dollari, a titolo di risarcimento, per ogni
vita cancellata. Sul piano economico si trattava di una quota irrisoria: eppure, era il segno che, comunque, il governo USA si sentiva in dovere di compiere un gesto di riparazione, cui non avrebbe mai provveduto se a essere ucciso fosse stato un nero.
Razza e cittadinanza
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERTESTO A
➔“Dagos”:
nomignolo
dispregiativo
➔Assassini
e anarchici
Angiolo Tommasi,
Emigranti italiani
nel porto di Genova
(Roma, Galleria
nazionale d’arte
moderna).
9
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
La società americana tenne a lungo un atteggiamento ambiguo e incerto nei confronti degli immigrati. Infatti, se da un lato era chiaro che un italiano era un bianco, e come tale
avrebbe dovuto accedere ai privilegi della razza padrona, dall’altro lato egli appariva – agli
occhi di un anglosassone protestante (e perfino di un irlandese) – un individuo degno
solo di disprezzo, emarginazione e sfruttamento, non molto diverso da un nero o da
un cinese. Oltre tutto, il nomignolo dagos, con cui venivano designati gli immigrati italiani, evocava il pugnale, cioè la violenza e l’incapacità di controllare l’esplosione della rabbia e della passione. Inoltre, mentre gli ebrei erano accusati di aver portato in America
idee socialiste e leader sindacali capaci di organizzare scioperi e proteste efficaci (sulla base
di una lunga esperienza politica maturata nell’impero zarista), l’italiano era dipinto non
tanto come un sovversivo, bensì come un criminale.
Nel 1891, a New Orleans, in virtù di tale stereotipo, che dipingeva gli italiani come
assassini, 11 di loro furono linciati da una folla inferocita, dopo che il tribunale dello Stato li aveva assolti dall’accusa di aver ucciso il capo della polizia locale. Per quei bravi americani, preoccupati di difendere il loro territorio dall’invasione dei dagos, era impossibile che
essi fossero innocenti, visto che erano tutti criminali per definizione. Le volte in cui, in
aggiunta, si diede una patina politica alla violenza congenita, di cui l’italiano era giudicato portatore cronico, l’accento cadde sull’anarchismo, sull’omicidio politico progettato
o effettivamente perpetrato: persino nell’estremismo politico l’italiano era valutato come
particolarmente propenso alla violenza feroce e alla brutalità più spietata, dettata dal
suo sangue di dubbia origine.
Quanto fosse intricata la situazione razziale americana è stato dimostrato dai ricercatori
che hanno studiato la singolare vicenda che ebbe luogo verso la fine del secolo a Spring
Valley, un fiorente centro minerario dell’Illinois (a 160 chilometri da Chicago). La maggioranza dei minatori erano bianchi di varie nazionalità (italiani, polacchi, tedeschi, francesi, lituani…), che trovarono un discreto accordo tra loro e, nel 1894, riuscirono a
organizzare un vasto sciopero finalizzato a ottenere un aumento dei salari. Per stroncare
l’agitazione, la compagnia mineraria assunse
un gran numero di lavoratori neri, immediatamente bollati come crumiri dagli immigrati di origine europea.
Lo scontro aperto tra i due gruppi si verificò nell’agosto del 1895, quando una folla di minatori bianchi – dopo che uno di
loro era stato rapinato della paga da un ladro che, forse, era nero – dapprima si accalcò
davanti agli uffici della direzione, esigendo
a gran voce il «licenziamento immediato»
di tutti i neri, e poi si diresse minaccioso contro le abitazioni dei rivali. Non ci furono vittime, ma numerose abitazioni vennero devastate e si registrarono almeno 15 feriti.
IPERtEStO
UNITÀ VII
➔Cittadini neri
contro immigrati
bianchi
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
10
I neri risposero per vie legali, sostenuti su scala nazionale da tutta la stampa della comunità afro-americana. Il dato interessante del processo che si tenne a Princeton consiste nel
fatto che otto degli imputati (italiani, polacchi e francesi) furono condannati, anche se
le violenze erano state compiute da un gruppo di bianchi contro dei neri. Questi si appellarono al concetto di cittadinanza, sostenendo che erano cittadini degli USA dotati di
pieni diritti, mentre gli altri (per quanto membri della razza ritenuta superiore dalla maggior parte degli americani, giudici compresi) erano degli estranei alla nazione.
Come in altre occasioni, si trattò di una vittoria temporanea e priva di seguito: in effetti, la giustizia ottenuta dai neri dell’Illinois non cambiò in nulla la discriminazione di
cui era vittima l’intera comunità afro-americana, presa nel suo complesso, soprattutto negli Stati del Sud. La vicenda di Spring Valley non fu una tappa importante nel processo di emancipazione dei neri d’America; il suo significato consiste nel fatto che indica con estrema chiarezza quanto fosse forte il disprezzo per i nuovi arrivati: come, in precedenza, il ribrezzo provato verso italiani, polacchi ed ebrei aveva permesso il recupero e
il riscatto degli irlandesi, così ora quel medesimo disprezzo – per un istante – fu in grado di mettere in secondo piano perfino il pregiudizio razziale contro i neri.
Come scrive la ricercatrice americana C. Waldron Merithew in termini più tecnici, si può
dire che i neri uscirono vincitori dalla battaglia legale perché «erano in grado di comprendere
meglio le sfumature della gerarchia razziale negli Stati Uniti» e ancor più perché «riuscirono a sfruttare a proprio vantaggio il pregiudizio contro l’etnia altra», costituita dagli immigrati dell’Europa meridionale e orientale.
Il dibattito sulla limitazione dell’immigrazione
➔Tentativo
di respingere
gli analfabeti
➔Inchieste
e denunce
Negli stessi anni in cui si svolgeva l’intricata vicenda di Spring Valley, venne fondata la
Lega per la restrizione dell’immigrazione, finalizzata a proteggere gli USA dalla feccia che da
tutta l’Europa si stava riversando su Ellis Island. La nuova organizzazione nacque nel 1894,
per opera di alcuni tra i più brillanti professori statunitensi di scienze sociali: secondo loro
la razza era il principio di base che provocava l’ascesa o il declino dei popoli e delle civiltà. Ai loro occhi neri, ebrei e italiani erano esseri inferiori: il loro stesso aspetto fi-
sico li bollava come individui animaleschi e pericolosi. Il loro illimitato ingresso all’interno degli USA avrebbe rovinato la perfezione del ceppo anglosassone e nordico, provocando il rapido declino della giovane nazione americana.
Al Congresso, le idee dichiaratamente razziste della Lega furono patrocinate soprattutto
da Henry Cabot Lodge (1850-1924), che presentò un progetto di legge finalizzato a tener fuori dal Paese almeno gli immigrati analfabeti. Se consideriamo che, nel 1910, all’arrivo del piroscafo italiano Madonna (uno dei convogli di cui conosciamo meglio la condizione dei passeggeri), ben il 71% degli emigranti dichiarò di essere analfabeta, ben si
comprende che gli italiani sarebbero stati i più colpiti dal nuovo provvedimento, qualora fosse entrato in vigore. In realtà, esso fu bloccato dal veto del presidente Cleveland, che
giustificò il proprio comportamento affermando che tale legge avrebbe rappresentato «un
drastico scostamento dalla nostra politica nazionale sugli immigrati. Fino a questo momento abbiamo dato accoglienza a chiunque venisse qui da altri paesi, tranne a chi, per
le sue condizioni fisiche o il suo profilo morale, rappresentasse una minaccia per il benessere
e la sicurezza della nostra nazione. Abbiamo incoraggiato la gente venuta da paesi stranieri a condividere con noi la loro sorte e a prendere parte all’opera di sviluppo del nostro vasto territorio, assicurando loro in cambio i benefici della cittadinanza».
Al di là della retorica, il presidente ammetteva che i discorsi astratti di Lodge e dei professori della Lega dimenticavano una cosa importante: l’America aveva bisogno della
manodopera degli emigranti. tuttavia, a inizio secolo, iniziò anche a circolare una crescente consapevolezza della brutalità con cui la società americana li accoglieva e li trattava. Pertanto, mentre nel 1906 fu pubblicato La giungla, in cui il giornalista Upton Sinclair denunciava lo sfruttamento dei lavoratori impegnati a Chicago nell’industria delle
carni in scatola, nel 1917 uscì L’immigrato e la comunità, di Grace Abbott, che da anni
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Riferimenti storiografici
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New York, alla fine dell’Ottocento
Verso la fine del XIX secolo, New York era una città giovane e caotica. Soprattutto, era un miscuglio
di genti diverse, di uomini e donne che, spesso, erano poverissimi e cercavano di sbarcare il lunario come
potevano, mentre la malavita lucrava sugli alloggi, sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione.
Gli edifici venivano costruiti in fretta e si deterioravano rapidamente. In molti casi erano
progettati talmente male che erano pericolosi persino da nuovi. Un caseggiato popolare nella
zona centrale del West Side crollò durante la costruzione nel 1885: l’impresa, per tagliare i
costi, aveva usato nella malta, al posto della sabbia,il terriccio scavato dalla cantina. Le fondamenta, gettate in inverno, cedettero in primavera. In un caso simile degli anni Quaranta,
si scoprì che i muri di sostegno di un edificio appena ultimato erano fatti di un solo strato
di mattoni con una mano di gesso all’interno, per uno spessore totale di circa otto centimetri. Le norme edilizie esistevano nei libri, ma raramente venivano applicate o fatte rispettare. La densità della popolazione è difficile da immaginare secondo gli standard attuali:
le statistiche ottocentesche non sembrano particolarmente gonfiate, fino a quando si capisce che non esistevano strutture residenziali con più di sette-otto piani, e che la media era
di quattro piani, molti dei quali abitati da singole famiglie. Per esempio nel 1872 la 17esima
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IPERtEStO
IPERTESTO A
➔Nobili voci isolate
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L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
aveva costruito un’efficace rete di strutture di primo soccorso agli emigranti. Il libro denunciava soprattutto gli abusi di cui erano vittime le migranti nubili e sole (tra i 14 e i
29 anni) approdate a Ellis Island tra il 1909 e il 1914. Inoltre, ricordava che moltissimi
immigrati erano stati truffati o derubati, per cui si rendeva necessario istituire nei porti
e nelle stazioni ferroviarie degli appositi centri di accoglienza dotati, innanzi tutto, di un
gran numero di interpreti, anche di sesso femminile, da cui i nuovi arrivati potessero ricevere informazioni corrette e indicazioni sicure sull’alloggio e il lavoro.
Al di là di questi dettagli concreti, il libro è ancor più interessante per la risposta che dava
alla cruciale domanda: Che cos’è un americano? A fronte delle definizioni razziste proposte dalla Lega, la Abbott affermava: «Siamo una pluralità di nazionalità, disseminate su
un continente, con tutte le differenze e i motivi di interesse determinati dal clima… Se
gli inglesi, gli irlandesi, i polacchi, i tedeschi, gli scandinavi, i russi, i magiari, i lituani e
tutte le altre etnie della terra saranno capaci di coesistere, ciascuna con il proprio peculiare contributo alla nostra vita comune, se saremo in grado di rispettare le differenze determinate da ambienti politici e sociali diversi, e nel contempo gli interessi comuni che
uniscono l’intero paese, potremo cogliere l’occasione rappresentata dall’America».
Per l’epoca, si trattava di una nobile voce isolata, come dimostra una singolare vicenda
verificatasi nel 1922, nello Stato dell’Alabama. Un nero – Jim Rollins – fu assolto dalla
gravissima accusa di miscegenation (mescolanza razziale), anche se aveva avuto una relazione con una donna italiana, Edith Labue. La motivazione addotta dalla corte fu che,
essendo tale donna un’italiana, «non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca, né che fosse lei stessa negra o discendente da un negro». L’assoluzione, scrivevano ancora i giudici della corte dell’Alabama, derivava dal fatto che il procuratore «non aveva
potuto fornire la prova che la femmina in questione, Edith Labue, fosse bianca».
Questo processo tardivo e il suo esito affatto particolare sono la testimonianza di quanto il razzismo fosse radicato all’interno della società americana e della tenacia con cui il
mondo WASP cercava di difendere la sua posizione di superiorità da tutti i potenziali pericoli, compresi quelli provenienti dagli immigrati. Di lì a poco, nel 1924, sarebbe
infine passata nella sua forma più severa la legge che limitava drasticamente l’ingresso negli Stati Uniti di tutti coloro che erano considerati capaci di mettere in discussione la sanità della nazione e del suo popolo.
IPERtEStO
UNITÀ VII
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
12
circoscrizione, delimitata dalla 14esima strada a nord, dalla Avenue B a est, da Rivington
Street a sud, e dalla Bowery e dalla Quarta Avenue a ovest, racchiudeva un quarantesimo
della superficie totale di Manhattan, ma un decimo della sua popolazione. […] Nel 1882, un
isolato delimitato dalle Avenue B e C e dalla Seconda e Terza strada conteneva più di 3500
abitanti, e uno più piccolo che si dipartiva da Houston Street ne conteneva 3000; il che significa una densità di 1562 persone ogni acro, ovvero due milioni e mezzo per chilometro
quadrato.
Le ondate consecutive di immigrazione dall’Europa avevano portato una tale quantità di
gente, soprattutto nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, e l’avevano scaricata sulle sponde
americane in condizioni talmente pietose, che si arrivava ad alloggiare normalmente quattro o cinque famiglie in appartamenti costruiti per una sola. Eppure, persino queste potevano ritenersi provvisoriamente fortunate. Molto meno lo era la miriade di senzatetto e diseredati, o di quelli che non avevano mai trovato un alloggio, che erano un esercito. I meno
fortunati erano costretti a vivere nelle caserme situate nelle cantine dei commissariati di polizia. Sistemazioni del genere, in origine, erano pensate per le emergenze, ma presto si instaurò uno stato di emergenza permanente. Quelle stanze, con tavolacci al posto dei letti,
assenza totale di ventilazione, e la presenza oppressiva della polizia, che si spacciava per
protezione, erano l’ultima spiaggia. Non venivano usate molto, se non in inverno, ma
spesso diventavano affollatissime: si distinguevano anche perché erano tra i pochi alloggi
provvisori aperti alle donne che non praticavano la prostituzione. Il comandante della polizia Theodore Roosevelt, sollecitato da Jacob Riis [un giornalista famoso per le sue denunce
della grave situazione in cui vivevano a New York i ceti più poveri, n.d.r.], chiuse finalmente
tutte quelle stanze il 15 febbraio 1896, ma non venne preso alcun provvedimento per dare
alloggio ai loro inquilini, che nel quarto di secolo precedente andava dalle 100 000 alle
250 000 persone; e si era in pieno inverno.
Il passo successivo erano le numerose locande di infimo ordine. Si possono stabilire con
una certa precisione le tariffe intorno al 1890: 25 cent davano diritto a una branda, un armadietto e un paravento; 15 solo alla branda e all’armadietto; dieci solo per la branda; sette
per una pezza di tela appesa per aria come un’amaca; cinque per una porzione di pavimento. Alcune locande offrivano tutte queste scelte; molte altre si limitavano alle ultime due.
[…] Nello stesso periodo, un appartamento di tre stanze in una casa popolare poteva arrivare ai 20 dollari al mese se era nella parte anteriore; tre stanze buie sul retro costavano comunque più di dieci. Riis cita altri esempi: una stanza senza finestre di un edificio posteriore,
sei dollari al mese; una stanza identica con un buco scavato nel muro esterno, sei e
mezzo. Scoprì una famiglia di ebrei russi che viveva in un tugurio nel sottoscala di una casa
popolare di Orchard Street, e pagava otto dollari per questo. Intorno a quel periodo la quantità di spazio minimo ammessa, che prima era di 17 metri cubi per persona, fu realisticamente ridotta a 12 per gli adulti e 6 per i bambini. Le stanze prive di ventilazione vennero
finalmente rese fuorilegge nel 1894, ma questo vietava solo di costruirne di nuove: gli enti
preposti continuarono a scoprirne per decenni, e alcune esistono ancora. […]
La biancheria stesa era la bandiera dei caseggiati popolari, e sopravvive nel folklore urbano come totem orizzontale del Vecchio Quartiere. I fili per stendere, con appesi gli inevitabili mutandoni, pigiami, grembiali e lenzuola, ornavano come ghirlande gli edifici sul davanti, sul retro e sui fianchi, attraversavano strade laterali, gonfiandosi al vento e raccogliendo
le polveri delle ciminiere delle fabbriche, e assolvevano molte funzioni oltre a quella di
asciugare la biancheria: passare messaggi e tazze di zucchero da un appartamento all’altro, oppure, tesi in diagonale fino a terra, per mandare su la spesa agli anziani malati, o i barili di birra dal bar all’angolo. Erano caratteristici del modo in cui la vita, giocoforza [per cause
di forza maggiore, n.d.r.], si riversava quanto più possibile anche al di fuori degli appartamenti popolari, per invadere gli spazi pubblici oltre le case. I residenti delle case popolari sfruttavano al massimo tutte le parti disponibili dei palazzi. Le scale antincendio, una volta diventate obbligatorie e quindi comuni, venivano usate in modi così disparati da diventare a
tutti gli effetti stanze supplementari. La gente ci dormiva durante i mesi caldi, non senza qualche rischio: chi si agitava nel sonno, su quelle impalcature mal costruite, rischiava di rotolare nel vuoto. Anche i tetti avevano un ruolo simile, ma ancora più esteso: potevano ospitare feste e raduni troppo grandi per qualsiasi appartamento; erano costellati di gabbie per
piccioni, in un’epoca in cui allevare piccioni viaggiatori era uno sport diffuso tra i proletari e
poco costoso. A volte servivano anche da alternativa ai marciapiedi, nelle strade dominate
da schiere di caseggiati popolari di dimensioni identiche, ed è così che li usavano gli esattori degli affitti, i rilevatori del censimento, i commessi viaggiatori e tutti quelli che per lavoro
dovevano passare, con metodo, in tutti gli appartamenti di una via; i cronisti di nera che battevano la concorrenza arrivando per primi sulla scena di un incendio o di un delitto; le infermiere che visitavano a domicilio e altri operatori sociali che dovevano raggiungere le case
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERtEStO
dei più poveri, situate invariabilmente ai piani più alti dopo l’eliminazione degli alloggi nelle
cantine. Questa gerarchia valeva per i condomini dotati unicamente di scale, ma era rovesciata in quelli che avevano l’ascensore. Come ricorda un ex abitante di caseggiati popolari: «Più in alto si abitava, più si era poveri, e di conseguenza in basso nella scala sociale.
La missionaria della chiesa girava di casa in casa attraverso i tetti, perché la maggior parte
dei suoi parrocchiani viveva ai piani alti delle case popolari. Più le famiglie dell’East Side diventavano benestanti, meno frequentavano la chiesa».
L. Sante, C’era una volta New York. Storia e leggenda dei bassifondi, Padova, Alet, 2010,
pp. 54-56 e 64-65. traduzione di A. Mioni
Che cosa significa l’espressione densità della popolazione?
Per quale motivo la vita tendeva a espandersi e riversarsi fuori dalle abitazioni popolari?
A quali piani abitavano i più poveri, nei caseggiati popolari?
IPERTESTO A
Il porto di New York
in una fotografia della
fine dell’Ottocento.
2
La mobilitazione degli accademici
contro l’immigrazione
Il fenomeno dell’immigrazione destò paure e preoccupazioni perfino nel mondo accademico americano,
che si mobilitò e diede vita alla Lega per la restrizione dell’immigrazione. Numerosi e stimati professori
espressero pubblicamente i loro timori che la razza americana fosse irrimediabilmente danneggiata dall’arrivo di innumerevoli soggetti ritenuti inferiori, provenienti dall’Europa meridionale e orientale.
L’11 maggio 1887, tredici navi a vapore, provenienti da Liverpool (la Wyoming, la Helvetia e la Baltic), Anversa, Glasgow, Brema, Amburgo, Marsiglia, Le Havre e Bordeaux (la
Château d’Yquem), scaricarono quasi 10 000 persone in un solo giorno. Il New York Times
ne aveva ormai abbastanza dello spirito di ospitalità. «Dobbiamo dunque prenderci i reietti
dell’Europa, i suoi criminali, i suoi pazzi, i suoi folli rivoluzionari, i suoi vagabondi?», si chiedeva il giornale. Quella gente «viveva tra i rifiuti» ed era una «minaccia permanente per la salute della città». Un altro editoriale (il Times batteva regolarmente sul tema) asseriva: «In ogni
incontro di anarchici, in ogni dichiarazione ufficiale sulle condizioni di lavoro o sugli internati
dei nostri mendicicomi [ospizi per mendicanti, n.d.r.] e manicomi, in ogni rapporto che riferisce di focolai epidemici nei bassifondi delle nostre grandi città, la popolazione degli Stati
Uniti può leggere un promemoria del fatto che, stante la disciplina attuale, l’immigrazione
non è un fenomeno benefico».
Sette anni dopo, nel 1894, fu fondata l’Immigration Restriction League o Lega per la reF.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
13
IPERtEStO
UNITÀ VII
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
14
New York, 1905: un
gruppo di emigranti
è appena sbarcato
negli Stati Uniti.
strizione dell’immigrazione, finalizzata a contrastare l’universalismo sentimentale e irresponsabile (almeno secondo la League) di coloro che, guardando la fiaccola della Libertà
nella baia di New York, non riuscivano a trattenere una lacrimuccia. Gli uomini che diedero
vita alla League non provavano alcuna commozione per la sorte di quei disgraziati transfughi. Ma se non erano sentimentalisti, non erano nemmeno tribuni di piazza o retori del lavoro. Venivano dalla crema del patriziato dell’Est, quelli che si compiacevano di appartenere
alla sua aristocrazia intellettuale e sociale e che, in un numero disgraziatamente elevato,
erano professori. E non professori qualsiasi, ma i Padri fondatori delle scienze sociali negli
Stati Uniti: statistici, eugenisti, biologi, economisti ed ecologisti. Come Madison Grant, l’autore di The Passing of the Great Race (La scomparsa della grande razza, 1916), talora erano
un ibrido di tutte quelle discipline: Grant aveva manifestato per iscritto la propria preoccupazione per la scomparsa dell’alce e del caribù, prima di affermare che l’America bianca
stava commettendo un «suicidio razziale» in quanto consentiva a soggetti biologicamente
inferiori di occupare una tale quantità di posti di lavoro da costringere gli esponenti dei livelli superiori a limitare la consistenza delle proprie famiglie. I restrizionisti non erano dunque eccentrici xenofobi. Molti venivano da Princeton e Yale. La loro mente più vigorosa era,
probabilmente, Francis A. Walker, decano degli statistici americani e presidente del Massachusetts Institute of Technology. […]
L’obiettivo dichiarato nello statuto della League era quello di «fare realizzare all’opinione
pubblica la necessità di inasprire l’esclusione dei soggetti indesiderabili come cittadini o pregiudizievoli per il nostro carattere nazionale». […] Con altri cinque milioni di immigrati giunti
fra il 1880 e il 1890, il futuro dell’America era, a loro avviso, in pericolo. La nazione aveva
derivato le proprie virtù dal «sano» (parola che amavano ripetere) ceppo degli inglesi, degli
scozzesi e (persino) degli irlandesi, oltre che a un accettabile contributo nordico di scandinavi e tedeschi. Quella pura ascendenza di energica determinazione, tenacia e bellezza,
frutto di un laborioso processo durato generazioni, era ora assediata dalle corrotte razze inferiori che si riversavano a New York dall’Europa meridionale e orientale: italiani, «slavi» (polacchi, ruteni, lituani), ungheresi e romeni, siriani e armeni e, più abominevoli di tutti, ebrei.
[…] Nel giugno 1896 Francis Walker, l’uomo del MIT, pubblicò nell’Atlantic Monthly le sue argomentazioni in favore della restrizione. [...] Nel suo articolo Walker riconosceva che alle fondamenta dell’America c’era la liberale ospitalità dei Padri fondatori: ma ciò non significava
necessariamente che la loro parola dovesse avere per sempre valore di legge. I Padri fondatori avevano tagliato indiscriminatamente le foreste, ma ora si era ritenuto saggio preservarle. Analogamente anche se «i Padri avevano ragione… il patriota americano ha tutto
il diritto di rabbrividire d’orrore alla vista delle immani orde di contadini abbrutiti e ignoranti
che approdano alle nostre coste».
L’antica immigrazione era stata un banco di prova della volontà e della tempra. Questa
era invece una «immigrazione a flusso continuo», gestita da spregiudicati trafficanti dell’Europa centrale e orientale, che stipavano le loro vittime in carri merci, le scaricavano a Ellis Island e quindi le portavano nelle miniere di carbone della Pennsylvania e degli Appalachi. A chi affermava che «questa gente si sobbarca i lavori che noi non vogliamo svolgere»,
Walker domandava se era poi un bene, visto che per la generazione di Andrei Jackson e
Ralph Waldo Emerson non esistevano lavori considerati indegni di essere svolti. Se ora agli
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
Spiega che cosa si intendeva con il termine universalismo sentimentale e irresponsabile
e perché la Lega per la restrizione dell’immigrazione si sforzava di combatterlo.
Spiega l’espressione: crema del patriziato dell’Est.
Quale significato attribuivano al termine sano i teorici della restrizione all’emigrazione
dall’Europa?
3
L’esodo degli ebrei verso gli Stati Uniti
Negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi anni del XX secolo (fino alla prima guerra mondiale)
dall’Europa Orientale partirono verso gli USA due milioni di ebrei. Si trattava in genere di gente povera,
spinta a fuggire sia dalla miseria sia dalle violenze di cui era vittima, complici le autorità stesse, all’interno
dell’impero russo.
Iniziò così un altro esodo, in parte con l’aiuto di organizzazioni di volontari dell’Europa
occidentale, in testa l’Alleanza Universale Israelitica e l’Associazione Anglo-Ebraica (AngloJewish Association), in parte senza controllo, in parte incentivato da compagnie di navigazione concorrenti che offrivano passaggi a tariffe d’occasione nelle stive dei loro transatlantici.
Il finanziamento dell’operazione richiedeva l’intervento di un Creso: e un Creso apparve, nella
persona del barone parigino Maurice de Hirsch. […] Nel 1891 stanziò tramite una sua agenzia quaranta milioni di dollari per agevolare l’evacuazione dei fratelli meno fortunati e il loro
trasferimento nelle Americhe o altrove. Sotto quest’egida [protezione, n.d.r.] il governo zarista fornì agli emigranti passaporti gratuiti e li esentò dal servizio militare. Far proseguire i
profughi divenne quasi un’arte: a nessuna comunità ebraica, grande o piccola, sorrideva l’idea di accollarseli in via definitiva. Un doveroso letto per la notte, un pasto caldo, un piccolo sussidio se necessario, poi via sul prossimo treno, e poi sul prossimo, fino all’imbarco
ad Amburgo o ad Anversa. Le miserie che gli emigranti si lasciavano alle spalle si prolungavano nelle sofferenze d’un viaggio disagevole per l’affollamento dei piroscafi e le condizioni antigieniche, con le famiglie numerose per le quali ogni tappa era un nuovo sconcerto.
Nei dieci anni precedenti il 1892, 650 000 ebrei, quasi tutti provenienti dall’Europa orientale,
raggiunsero gli Stati Uniti d’America. Sono i dati dell’ufficio d’immigrazione statunitense, ai
quali vanno aggiunti, in particolare, i circa 70 000 che si recarono in Gran Bretagna, dove
non furono registrate cifre esatte. […]
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERtEStO
IPERTESTO A
S. Schama, Il futuro dell’America. Una storia dai Padri fondatori a Barack Obama,
Milano, Mondadori, 2009, pp. 322-328. traduzione di L. Vanni
15
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
irlandesi stava bene che i lavori umili un tempo assegnati a loro fossero svolti dagli italiani,
forse, qualora il barone Hirsch [banchiere e filantropo ebreo tedesco, n.d.r.] avesse mandato
due milioni di ebrei (la paura degli ebrei si quantificava già in milioni), gli italiani avrebbero potuto accantonare i mestieri che ritenevano degradanti. Ma a che prezzo per la repubblica?
[…] Nel 1914 Edward Allsworth Ross, un altro dei più rispettati patriarchi delle scienze sociali […] diede alle stampe The Old World in The New [Il Vecchio Mondo nel Nuovo, n.d.r.].
Il libro, quello che ebbe maggiore influenza sull’intero dibattito prima della bibbia razzista di
Madison Grant, contiene la consueta litania dei mali che sarebbero stati portati dalle «razze
inferiori» della nuova stagione migratoria. E, come molte opere consimili, dietro un’apparenza
di scientificità dava voce a mille paure, espresse in folli iperboli. Con le donne polacche che
sfornavano sette bambini in quattordici anni era approdato in America «Il Medioevo». La
mente dell’ebreo era «combinatoria» e calcolatrice, adatta a prevedere i corsi azionari, a differenza della «sbrigliata fantasia poetica dei celti». Il capitolo dal taglio più spiccatamente eugenetico spiegava come il «sangue che si sta iniettando nelle vene del nostro popolo è subnormale». Guardate la gente che scende dalle rampe delle navi, scriveva Ross, e vedrete
«irsuti personaggi dalla fronte bassa, dai tratti pesanti e dalle facoltà mentali manifestamente
limitate, [gente che] viene dalle capanne di pelli e di cannicci della tarda Era glaciale» (molti
restrizionisti appartenevano ad associazioni di paleontologi o zoologi e non mancavano di
mostrarlo). La bruttezza, proseguiva Ross, è sia un sintomo sia una minaccia alla buona qualità genetica, e «in ognuno di quei volti c’è qualcosa di sbagliato: labbra grosse, bocca larga,
labbro superiore troppo lungo, mento poco sviluppato, dorso nasale carente… c’erano crani
appuntiti, facce tonde, bocche a fessura, mandibole sporgenti, becchi d’anatra che, vien
da pensare, qualche genio maligno si è divertito a innestare sulla figura umana fabbricandoli con gli stampi deformi scartati dal Creatore». Roba che avrebbe strappato gli applausi
di nazisti come Alfred Rosenberg, per tacere del suo capo.
IPERtEStO
UNITÀ VII
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
16
Spiega
l’affermazione:
«Era come se
ogni casamento
contenesse la sua
parte di detriti dei
secoli».
In quali settori
dell’economia
americana si
inserirono gli
emigranti ebrei?
Quali successi
ottennero?
In sintesi, tra 1880 e 1914 due milioni di ebrei, abbastanza da costituire una nazione per
conto proprio – e per la verità erano più omogenei di quanto questo popolo fosse mai stato
– si sottrassero al clima di oppressione dell’Europa orientale. La traversata dell’Atlantico
adesso era attuabile in meno di due settimane; New York li assorbì lasciando intatta la loro
lingua e la loro religione. Nessuna apprensione, qui, riguardo alla suscettibilità di una popolazione indigena ostile: che significava indigeno, in questa civiltà che ancora stava prendendo forma? Portarono con sé la mitologia del ghetto [i problemi religiosi discussi nelle città
dell’Europa dell’Est, n.d.r.] insieme ai loro rabbini e ai loro agnostici, per aprire sinagoghe,
pubblicare libri in yiddish [lingua affine al tedesco, ma scritta in caratteri ebraici, usata dalla
maggioranza degli ebrei dell’Europa orientale, n.d.r.] e diffondere le dottrine socialiste nate
dai pogrom nella Zona di Residenza [l’area più occidentale dell’impero zarista, in cui agli ebrei
era concesso risiedere; la Russia vera e propria, inclusa la capitale, era invece interdetta agli
israeliti, n.d.r.]. Il loro bagaglio mentale includeva l’attitudine ai lavori di cucito e l’istinto insopprimibile alla compravendita.
Contagiati dall’ottimismo universalmente diffuso in America, misero qui radici come in
nessun altro luogo. Era una scoperta di non lieve entità trovare milioni di altri europei che,
come loro, erano stati spinti dalla fame e dall’oppressione ad andarsene dallo stanco continente antico. Gli ebrei costituivano qualcosa come l’11 per cento delle immigrazioni di quegli anni negli Stati Uniti; riversandosi in tre o quattro miglia quadrate sull’una e l’altra sponda
dell’ansa dell’East River che divide Manhattan da Brooklyn, si accalcarono gomito a gomito
con polacchi, magiari, italiani, slovacchi, croati, tutti ugualmente alle prese con le difficoltà
dell’inglese. Era come se ogni casamento contenesse la sua parte di detriti dei secoli. New
York divenne non solo la nuova Gerusalemme ma anche la nuova Roma, con più italiani della
Città Eterna. Ma mentre molti di questi ultimi tendevano a tornare in patria, o a spostarsi
avanti e indietro, per la grande maggioranza degli ebrei, come per gli irlandesi prima di loro,
non poteva esserci ritorno. […] La scoperta più significativa effettuata oltreoceano dai paria ebrei, l’Urvolk d’Europa [popolo infimo, situato ai livelli più bassi della scala sociale, n.d.r.],
fu che esisteva un altro Urvolk, a un gradino più basso di quelli che gli ebrei avessero mai
occupato. Harlem era ancora un sobborgo bianco gemütlich, «gradevole» [in lingua yiddish,
n.d.r.], tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ma quasi sessantamila persone di
colore abitavano a Manhattan, per la maggior parte nel famigerato Tenderloin, un nucleo di
strade miserabili nel West Side, nel cuore della città. Anche costoro erano arrivati di recente,
non dall’opposta sponda dell’Atlantico ma da altri luoghi degli Stati Uniti. A Tenderloin si concentrava la miseria più degradante del mondo anglofobo; le donne partorivano i loro nati
morti negli androni, vizio e squallore regnavano ovunque, i ratti infestavano i casamenti i cui
occupanti erano considerati, nella più umana delle società, esseri subumani. Anche i vicini
di lingua yiddish dell’East Side potevano essere quasi nullatenenti e vivere in appartamenti
squallidi, anch’essi dovevano lavorare fino allo stremo delle forze per ogni dollaro racimolato, ma avevano – loro – la pelle bianca. Presto, grazie alla naturalizzazione, avrebbero goduto dei privilegi della cittadinanza: diritto di voto e strada aperta all’esercizio delle professioni. […]
Così, date motivazioni e iniziativa, era relativamente facile per un ebreo prosperare nel
paradiso capitalistico oltre Atlantico. Molti fallirono o caddero vittime della lotta, come le 143
cucitrici che nel 1911 rimasero intrappolate a Washington Square nel rogo della Triangle
Shirtwaist Company. Scioperi e serrate erano all’ordine del giorno, ma, grazie a David Dubinsky e al suo passato bundista di Brest Litovsk [il Bund era un partito socialista che aveva
reclutato numerosi aderenti tra le masse operaie dell’impero zarista; Brest Litovsk è una città
della Russia, n.d.r.], la sindacalizzazione del settore dell’abbigliamento si diffuse anche ad
altre categorie di lavoratori in tutta l’America, e le condizioni di lavoro presto furono nettamente superiori a quelle dei vecchi paesi industrializzati. Lo spostamento di popolazione dall’Oriente all’Occidente liberò l’energia creativa ebraica in tutte le direzioni, non ultima l’affascinante arena del pubblico intrattenimento, per apportare un’influenza culturale profonda
e durevole agli Stati Uniti in generale e da qui al mondo intero. Adolf Zukor, Samuel
Goldwyn, Jesse Lasky, Markus Loewe, i fratelli Cohn e i fratelli Warner furono solo alcuni degli ebrei che svolsero un ruolo di pionieri nel collocare l’industria cinematografica tra le maggiori risorse americane. […] Se Hollywood, roccaforte di tanta iniziativa ebraica, registrava
a tinte vivaci le imprese dei gangster italiani e dei loro ottusi compari irlandesi, dipingeva i
membri del popolo eletto candidi come la neve. In realtà la mafia aveva la sua sottostruttura ebraica, e non pochi baroni della malavita giudaica si ritagliarono veri e propri feudi sfruttando la prostituzione e i racket del gioco d’azzardo.
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
B. Litvinoff, Il roveto ardente. Storia dell’antisemitismo, Milano, Mondadori, 1988, pp. 248-249 e
266-269. traduzione di I. Farinelli e F. Piviotti
Lo stratagemma preferito era di fingersi compatrioti amichevoli pronti a prestare aiuto,
spesso convincendo gli immigranti più cauti che erano sinceri nella determinazione di impedire al compaesano di farsi imbrogliare da americani criminali. Le vittime venivano portate in una pensione dove avrebbero pagato prezzi esorbitanti per una sistemazione che
avrebbero potuto ottenere altrove per un costo minore. I più sfacciati predoni erano i tassisti che si offrivano di portare il neoarrivato a destinazione per una cifra ragionevole, poi fermavano il taxi ripetutamente lungo la strada, chiedendo ogni volta altro denaro prima di proseguire. Carico di bagagli e solo in una grande città, l’immigrante acconsentiva per paura
di essere buttato fuori dal taxi con tutte le valigie. «New York era peggio di Napoli», ricordava un italo-americano che fu imbrogliato in entrambe le città mentre emigrava negli Stati
Uniti nel 1906. […]
Per le persone imbevute del mito dell’America da tutta una vita, i primi contatti con la
terra promessa dovevano necessariamente essere in netto contrasto con le idee preconcette che si erano create: «C’è rumore ovunque» esclamava uno nel proprio diario. «Il frastuono è costante e mi riempie completamente la testa». Altri erano sconcertati dalla sporcizia e dalla bruttura. «New York era orribile» ricordava un altro, «le strade erano piene di
escrementi di cavallo. La mia città in Italia, Avellino, era molto più bella. Dicevo tra me e me:
“Sarebbe questa l’America?”. Nei giorni caldi, quando il letame si seccava, il vento lo sollevava in aria come coriandoli e diventava difficile respirare». Edward Corsi, arrivato a dieci
anni con i genitori e i fratelli, era estasiato dal trambusto e dalle «folle frettolose», ma depresso
alla vista delle quattro «sordide stanze in affitto» di East Harlem che sarebbero state la loro
casa. Sua madre, che non riusciva a fare a meno di paragonare lo squallore del quartiere
con la serenità e la bellezza della campagna abruzzese, non lasciava mai il caseggiato a
meno che non fosse assolutamente necessario. Trascorreva la maggior parte del tempo seduta all’unica finestra dell’appartamento che dava verso l’esterno, scrutando un angolo di
cielo.
I neoarrivati avevano paura degli alti grattacieli, dei treni sopraelevati e degli enormi ponti,
ma alcune di queste cupe prime impressioni spaventavano e sgomentavano molti, soprattutto le donne, per la maggior parte confinate in squallidi appartamenti vicini alla ferrovia: solo
la spesa del viaggio di andata e ritorno e la prospettiva di sperimentare ancora una volta il
ponte di terza classe impediva loro di partire immediatamente. Le storie dello shock culturale a volte comprendevano incontri con poliziotti ostili. Julian Miranda apprese dal nonno
immigrato che poco dopo essere sbarcato a Lower Manhattan ed essere riuscito a passare
incolume sotto le forche di «ladri, truffatori, padroni e reclutatori di manodopera», camminava nella bassa Broadway «vestito piuttosto bene [nonostante la mancanza di denaro] e
portando il bastone, da vero signore», quando un poliziotto, scorgendolo dall’altra parte della
strada, urlò: «dove hai preso quell’abito, dago [nomignolo dispregiativo, con cui erano designati gli italiani emigrati in America, n.d.r.]?». Nervoso dopo una traversata oceanica burrascosa, il nonno di Miranda attraversò la strada e lo picchiò con il bastone. «Il nonno diceva sempre che non aveva capito una parola, ma aveva riconosciuto il tono. Ecco perché
aveva lasciato l’Italia e non voleva sopportare gli stessi soprusi qui. Fu arrestato e venne contattato un membro della famiglia perché raccogliesse denaro sufficiente a corrompere chi
poteva farlo uscire di prigione».
Altri però erano rinfrancati da New York. Arrivando nella città a quindici anni, Pascal D’Angelo fu spaventato e poi incantato dallo spettacolo di un treno sopraelevato che superava
una curva. «Con mia sorpresa nessuno in carrozza cadde, né le persone che camminarono
sotto scapparono mentre sopraggiungeva». Pochi minuti dopo, mentre correva su un carrello, fu distratto dalla vista di padre e figlio che muovevano la bocca in continuazione «come
mucche che ruminavano». Non conoscendo il chewing gum suppose «con compassione,
che padre e figlio fossero entrambi affetti da una qualche malattia nervosa». In seguito, poco
prima che lui e i suoi compagni immigrati raggiungessero la propria destinazione, fu sorpreso
di vedere cartelli per le strade con scritto «Ave., Ave., Ave.: che posto religioso deve essere
questo, in cui si esprime la devozione a ogni incrocio», rifletteva, benché non riuscisse a capire perché la parola non fosse seguita da Maria.
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
IPERtEStO
Per quasi tutti gli emigranti italiani, il momento dell’arrivo negli Stati Uniti e l’impatto con la dura
realtà di New York furono esperienze traumatiche. Molti di loro si erano costruiti un proprio mito dell’America, oppure avevano prestato fede alle dicerie secondo cui era la terra dell’abbondanza per tutti. In realtà, New York era una specie di giungla violenta, che pullulava di truffatori senza scrupoli e di
imbroglioni pronti a divorare i nuovi arrivati, giocando sulla loro ingenuità e il loro totale disorientamento.
IPERTESTO A
L’arrivo degli italiani a New York
17
L’emigrazione verso l’America nell’Ottocento
4
IPERtEStO
UNITÀ VII
Emigranti italiani su
una nave diretta negli
Stati Uniti.
LA GUERRA CIVILE AMERICANA
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Un altro immigrato, anch’egli in grado di ridere della propria ingenuità negli anni che seguirono, ricorda che pochi minuti dopo il suo arrivo a Chicago fu emozionato nel notare un
gruppo di uomini dall’aspetto italiano che scavavano in una strada. Suppose che quella fosse
una delle strade americane in cui si poteva ottenere oro per scavare [si poteva trovare oro
con estrema facilità: bastava scavare per strada!, n.d.r.] e non vedeva l’ora di tentare la sorte:
«Nel mio vecchio paese» spiegò a un intervistatore, «dicevano che l’America era un luogo
ricco e meraviglioso, tanto ricco che si poteva raccogliere l’oro per la strada. E io ci credevo!».
Dopo essersi separati dai propri cari nel vecchio paese, dopo un viaggio pieno di ansia e
disagi, i neoarrivati dovevano lottare ora per comprendere un modo di vivere completamente
nuovo e adeguarsi a esso.
J. Mangione - B. Morreale, La storia. Cinque secoli di esperienza italo-americana, torino, SEI, 1996,
pp. 119-127. traduzione di M. t. Musacchio
Spiega le espressioni: terra promessa e idee preconcette.
Per quale ragione, agli occhi di un poliziotto, era impossibile che un italiano fosse ben vestito?
Che cosa pensava l’agente di polizia, a proposito della provenienza del vestito indossato
dall’immigrato?
In quali strani equivoci poteva cadere un immigrato che non conoscesse nulla del mondo
americano o che, di esso, si fosse fatto un’immagine mitica?
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2011
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