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Schema direttore - Parco Nazionale della Majella

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Schema direttore - Parco Nazionale della Majella
Piano del Parco - Schema Direttore
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Piano del Parco - Schema Direttore
1.
PREMESSA
L’attuale normativa in materia di pianificazione di Parchi Nazionali è dettata dalla Legge 6
dicembre 1991, n. 394, (e dalle successive integrazioni della Legge 9 dicembre 1998, n.
426 da poco pubblicata) che individua nel Piano del Parco lo strumento centrale della fase
di progettazione e gestione di un Parco. La stessa legge attribuisce al Piano del Parco un
valore notevole, collocando il Piano del Parco al di sopra, anzi sostitutivo, di ogni altro
strumento di pianificazione: l’intento del legislatore è di fornire l’opportunità di uno
strumento in grado di superare la cronica frammentarietà degli strumenti di pianificazione
previsti dalla legislazione precedente (essenzialmente quelli previsti dalla Legge Urbanistica
n. 1150 del 1942, dalla Legge sulla pianificazione paesistica n. 431 del 1985 e la Legge
sulla difesa del suolo n. 183 del 1989). Inoltre viene riconosciuta la necessità di affrontare
la pianificazione di un Parco Nazionale sulla base di uno strumento unico in grado di
sostituire tutti quelli precedenti in una visione unitaria e con un preciso riferimento
univoco.
Lo scopo di uno strumento così potente è di porre il Parco in grado di agire
indipendentemente dalle pianificazioni parziali e settoriali che investono la sua area
geografica ed economico-sociale di competenza.
La Legge 394 individua anche i primi obiettivi generali di un Parco Nazionale che sono:
a)
la conservazione di ciò che è ancora intatto;
b)
il recupero degli ambienti degradati;
c)
la promozione delle attività compatibili.
La norma individua anche le azioni principali da perseguire per realizzare il Piano, nonché
le regole generali per individuare le zone in cui modulare il regime di conservazione e
gestione del Parco.
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Piano del Parco - Schema Direttore
La Legge prevede poi che il Piano sia accompagnato da un Regolamento del Parco che
“disciplina l’esercizio delle attività consentite entro il territorio del Parco” realizzando il
quadro normativo che consentirà l’applicazione del Piano.
All’art. 14, la stessa Legge 394 prevede poi la stesura di un Piano Pluriennale Economico e
Sociale per la promozione delle attività compatibili che costituisce lo strumento di
realizzazione anche di gran parte delle attività economiche indicate dal Piano del Parco.
Piano del Parco e Piano Pluriennale Economico e Sociale dovrebbero procedere di pari
passo, poiché si integrano e sostengono reciprocamente, senza soluzioni di continuità.
Quanto sopra è solo un breve cenno sul dettato legislativo riguardo un Piano di Parco, ma è
utile per ricordare come la stesura di un Piano abbia precisi riferimenti normativi sia per
quanto riguarda gli obiettivi che per i principali termini tecnici delle scelte operative.
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2.
IMPOSTAZIONE METODOLOGICA
2.1
INTRODUZIONE
Il Parco Nazionale della Majella è stato individuato con D.P.R. del 5 giugno 1995.
La estensione del Parco è di 74.095 ettari e comprende parte del territorio di ben 38
Comuni, compresi nelle Province di L’Aquila, Chieti e Pescara in Abruzzo. E’ compreso
tra il fiume Pescara a nord, la valle di Sulmona e il Piano di Cinque Miglia ad ovest, la
Valle del Sangro a sud, la strada Palena-Pennapiedimonte ad est e le pendici montane di
Lettomanoppello e Roccamorice di nuovo a nord.
L’area è stata in passato fortemente utilizzata dall’uomo per attività di pascolo, di
sfruttamento dei boschi e di piccola agricoltura. Con l’abbandono progressivo di queste
attività la montagna della Majella ha visto diminuire la frequentazione da parte dell’uomo
fino ad un minimo storico che si può situare negli anni intorno agli anni 70, per poi
riprendersi gradualmente con attività legate essenzialmente al turismo. Il vero carattere
selvatico e “di ambiente naturale” della Majella deriva dalla vastità delle aree che sono
difficilmente accessibili al turismo di massa. La geografia accidentata dell’area, le grandi
distanze da percorrere a piedi, la vastità e l’asprezza dei panorami hanno contribuito a
costruire un’immagine di area “sacra” che inizia fin dai primi tempi della frequentazione
umana, come testimoniano i tanti eremi e luoghi di meditazione stabiliti da monaci e santi.
Il Piano è stato organizzato secondo le direttive impostate dall’Ente Parco e concordate
con il gruppo di lavoro. La metodologia seguita è stata ampiamente presentata in un
documento apposito e segue essenzialmente due fasi distinte: nella prima viene svolto il
lavoro cono-scitivo della realtà del Parco, provvedendo alla integrazione dei dati mancanti
e ai necessari approfondimenti sul terreno su specifici aspetti naturalistici, urbanistici ed
economici. Questa parte del lavoro si è necessariamente conclusa nel brevissimo termine di
pochi mesi da settembre a novembre 1998. Nella seconda fase, invece, si è proceduto alle
proposte di pianificazione per una prima verifica in sede di Comunità del Parco nel
Gennaio 1999.
Il Piano è quindi strutturato in diversi volumi: il primo (Schema Direttore) riunisce in
maniera succinta gli elementi conoscitivi essenziali e li collega in una visione integrata che
serve da base alla formulazione del Piano e presenta quindi il Piano stesso, articolato nei
suoi obiettivi generali e specifici e nelle scelte operative di pianificazione. Il Piano del
Parco è corredato dalle Norme di Piano e dal Regolamento.
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Piano del Parco - Schema Direttore
I lavori conoscitivi per ogni settore di indagine sono riportati per esteso in singoli volumi
tematici. La cartografia è allegata esternamente.
Riassumiamo qui gli elementi essenziali della metodologia seguita e dell’approccio
filosofico che ha informato la stesura del Piano.
2.2
IL PIANO, MOMENTO SPECIFICO DEL PROCESSO DI PIANIFICAZIONE E GESTIONE
DEL PARCO
Il Piano del Parco costituisce lo strumento tecnico amministrativo fondamentale per la
gestione, ma non esaurisce il più ampio complesso e duraturo processo di pianificazione e
gestione, comprensivo dell’insieme delle attività di ricerca, progetto, programma, intervento, controllo, formazione, informazione che, già incominciate prima della stessa istituzione
del Parco, si estendono oltre il Piano nelle fasi di attuazione, amministrazione e gestione.
Il Piano va dunque inteso come momento centrale della pianificazione, ma non unico, per
la definizione delle politiche e delle azioni che guideranno la gestione del Parco, come
strumento dinamico e che, quindi, richiede successivi adeguamenti che si renderanno
necessari in relazione alle dinamiche del Parco (ambientali e socioeconomiche) ed
all’ampliamento e approfondimento delle conoscenze dei processi del Parco stesso e del
suo contesto.
I Parchi italiani, sia storici che di recente istituzione, insistono tutti su territori che sono
stati oggetto per secoli di continue manipolazioni da parte dell’uomo: presentano regimi di
proprietà dove la maggior parte del territorio è in mani private e dove le attività
economiche sono stratificate e diversificate da una realtà economica cresciuta nei secoli e
adattatasi, con veri processi di evoluzione e selezione, alle condizioni ecologiche locali.
Le vicende storiche, sempre complesse e intricate, come è naturale aspettarsi in un Paese
dove la storia ha almeno due-tremila anni di racconto tramandato, hanno poi plasmato la
presenza umana e l’uso del territorio nelle direzioni più varie, a volte con criteri ancora
leggibili nelle ecologie locali, a volte con criteri che sembrano seguire solo la sorte.
In molti casi, si tratta di sistemi divenuti fragili, impoveriti nella diversità di specie e di
interrelazioni ecologiche, e ancora sfruttati da molte attività umane. In genere si tratta di
aree dove ambienti in diversi stadi delle successioni ecologiche si incastrano in mosaici
territoriali complessi, ancorché fragili.
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La pianificazione di un Parco in tali contesti si presenta quindi come una operazione che
nasce già con precisi limiti preesistenti e dati dal pregresso che ha caratterizzato la
evoluzione del sistema uomo-natura specifico.
La pianificazione di tali aree non è pertanto un esercizio di mero mantenimento di realtà
locali preziose ed intoccabili, né è tantomeno un esercizio di solo restauro ecologico ed
economico di realtà compromesse. Un Piano di Parco si pone invece come occasione di
studio di un percorso per avviare e gestire un insieme di realtà ecologiche, sociali ed
economiche lungo un viaggio di recupero che è già identificato dai determinanti ecologici
delle comunità biologiche che lo compongono. In sostanza, un Piano di Parco è l’occasione
per identificare i parametri che definiscono il fluire naturale della ecologia dell’area in
esame, e per definire le azioni che guideranno in futuro quella evoluzione naturale con il
fine di trovare il compromesso ottimale tra un restauro ecologico completo e una
utilizzazione soddisfacente da parte dell’uomo.
Quanto detto è certo pertinente alla maggioranza dei Parchi italiani, ma lo è in particolare
modo per il Parco della Majella: in questa grande area, infatti, ad una storia umana
millenaria e ancora oggi visibile nelle testimonianze vive di molti dei suoi momenti
essenziali del passato, si somma una diversità ecologica particolarmente alta. Due grandi
versanti, uno esterno verso ambienti più costieri ed uno più interno, un gradiente
altitudinale che arriva alle più alte quote appenniniche, una diversità di pendenze ed
esposizioni che permette una formidabile diversità ecologica e che ha modulato in maniera
naturale lo sfruttamento da parte dell’uomo.
Tutto questo, aggiunto al fatto che il Parco si trova in condizioni di naturale continuità con
un’area vasta di naturalità diffusa che include gran parte dell’Appennino centrale, fa sì che
il Parco della Majella offra oggi una formidabile opportunità di gestione unitaria ma anche
una formidabile sfida per definire la sua gestione con una visione unitaria e
onnicomprensiva.
Le conoscenze attuali sull’area sono notevoli, e questo è certamente un elemento di
vantaggio per la pianificazione, ed esistono già importanti strumenti di conservazione come
le diverse Riserve gestite con lungimiranza e qualità da varie istituzioni, prima fra tutte
l’Amministrazione ex-ASFD, che hanno contribuito a mantenere alta la qualità naturalistica
dell’area, ma il territorio oggi riunito entro i confini del Parco non è mai stato gestito con
una visione unitaria. Al contrario, tre diverse Province e tantissimi Comuni profondamente
diversi tra loro per storia, economia e cultura non hanno mai dovuto riunirsi per una
approccio concordato. L’unico elemento di coordinamento è stata la politica territoriale
della Regione Abruzzo, ma forse l’elemento che più ha costretto questo territorio a
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soluzioni di gestione piuttosto omogenee è stata la montagna stessa, quella Majella che con
la sua forza naturale ha dettato finora i termini essenziali della vita umana sulle sue pendici.
Il Piano di Parco qui proposto vuole continuare entro questi termini, accentuandoli ed
esaltandoli per sottolineare la unitarietà della montagna e la matrice comune che lega tutte
le sue realtà, sia biologiche che umane.
2.3
OBIETTIVI DEL PIANO
L’area della Majella e Morrone ha da sempre ospitato l’uomo con le sue attività. Tutti i
sistemi ambientali portano le tracce di tale presenza.
Pur se l’obiettivo primario del Piano è quello di promuovere le capacità intrinseche dei
sistemi naturali cercando di “conservare i processi” e garantendo che gli equilibri ecologici
che si vanno via via formando siano strettamente connessi al “progetto natura”, tale
obiettivo non può essere disgiunto dall’ulteriore obiettivo che la stessa montagna possa
essere, come nel passato, occasione di sviluppo economico e culturale.
L’indissolubilità dei due obiettivi del Piano, insieme con l’opportunità che il Piano diventi
occasione per sperimentare, nello spirito di Rio, forme concrete di sviluppo sostenibile (che
comporta di rivedere sia le pratiche di tutela che le pratiche di sviluppo tradizionale), e gli
stessi orientamenti affermati a livello internazionale ed europeo (IUCN, FPNNE, UE,
pianificazione dei Parchi naturali nei paesi europei), sostengono la proposta di un Piano del
Parco di “tipo integrato”, con ciò intendendo un Piano con contenuti sia ambientali che
territoriali, che pongano in relazione reciproca la disciplina di gestione della natura, quella
di tutela paesistica, quella relativa agli usi del suolo e al controllo delle attività e quella
relativa alla fruizione del Parco.
Più in particolare, gli obiettivi del Piano possono trovare specificazione nel ruolo che si
intende attribuire al Parco sia nel panorama internazionale e nazionale, sia nel contesto
regionale e locale.
A livello internazionale, uno specifico riferimento è costituito dalle “Guidelines for
Protected Area Management Categories” proposte dall’IUCN nel 1994 al fine di garantire
un comune linguaggio internazionale nella classificazione delle aree protette. Le categorie
sono definite sulla base degli obiettivi di gestione. Alla categoria II, cui appartiene il Parco
della Majella e Morrone in quanto Parco nazionale, vengono attribuiti, come obiettivi
principali di gestione, la protezione degli ecosistemi e la ricreazione.
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I Parchi nazionali sono definiti come aree naturali, la cui istituzione è motivata
dall’esigenza di proteggere o favorire il recupero dell’integrità ecologica di uno o più
ecosistemi per le presenti e future generazioni, escludendo utilizzazioni o occupazioni del
suolo che si pongono in conflitto con tale esigenza e al fine di fornire opportunità di
fruizione spirituale, scientifica, educativa e ricreativa compatibili dal punto di vista
ambientale e culturale.
In dettaglio, vengono individuati i seguenti obiettivi di gestione:
-
protezione delle aree di valore naturale e scenico di importanza nazionale ed
internazionale;
-
conservazione, per quanto possibile, allo stato naturale, degli esempi rappresentativi
delle aree fisiografiche, delle comunità biotiche, delle risorse genetiche e delle specie,
per assicurare la stabilità e la diversità ecologica;
-
gestione della fruizione a fini educativi, culturali e ricreativi in modo da mantenere
l’area nello stato naturale o semi-naturale;
-
eliminazione e prevenzione delle utilizzazioni od occupazioni del suolo conflittuali
con le ragioni dell’istituzione del Parco;
-
rispetto delle caratteristiche ecologiche, geomorfologiche, culturali ed estetiche che
hanno motivato l’istituzione del Parco;
-
considerazione delle esigenze della popolazione locale, comprese quelle relative
all’uso in atto delle risorse, in modo che esse non diventino conflittuali con gli altri
obiettivi di gestione.
Poiché la maggior parte dei Parchi nazionali italiani e dei paesi del sud Europa non viene
considerato dall’IUCN come appartenente alla categoria II per la presenza di obiettivi di
gestione incompatibili, e poiché inoltre il Parco della Majella e Morrone, per i suoi specifici
caratteri ambientali, è vocato agli obiettivi di gestione individuati dall’IUCN per la
categoria II, si ritiene opportuno che gli obiettivi del Piano vengano definiti tenendo in
considerazione tali orientamenti, al fine di assicurare al Parco la classificazione
internazionale di Parco nazionale, elemento di prestigio e di specificità nel quadro italiano
ed europeo.
L’Ente Parco condivide in pieno questa impostazione ed ha già predisposto un documento
di riferimento che guida l’esecuzione del Piano del Parco nel contesto internazionale e
nazionale di riferimento (“Contesto internazionale e nazionale di riferimento e Progetto
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Piano del Parco - Schema Direttore
Operativo per il Piano ed il Regolamento del Parco” approvato dal Consiglio Direttivo del
Parco con Delibera N. 5/97 del 14.2.97).
Sempre a livello internazionale, il Parco della Majella e Morrone può collocarsi in una
posizione centrale nella realizzazione della Direttiva europea sulla Biodiversità per almeno
due diversi motivi.
Il primo è dovuto al fatto che, per caratteristiche geo-morfologiche, faunistiche, floristiche
e vegetazionali, il complesso della Majella ospita un gran numero di specie di particolare
significato biogeografico, soprattutto per i passati legami geografici con i Balcani che
hanno costruito nell’Italia centro-meridionale un popolamento biologico di estremo valore,
sia per endemismi che per tipologia di associazioni. Inoltre il complesso della Majella
costituisce l’ambito più meridionale di tutta Europa che abbia mantenuto caratteri floristici
e faunistici “alpini” ed è del massimo interesse scientifico e conservazionista. L’area della
Majella contiene alcune preziose formazioni relitte che non si trovano facilmente nel resto
dell’Appennino centrale e meridionale.
Il secondo è invece dovuto al fatto che l’area della Majella è in continuità con tutta l’area
montana dell’Appennino centrale, peraltro interessata da molte altre aree protette di
significato nazionale e internazionale: questa continuità fa sì che la Majella costituisca una
componente essenziale per la sopravvivenza di molti popolamenti animali altamente mobili
e di bassa densità naturale come i grandi carnivori. Basti citare l’area dei Monti Pizzi,
cerniera ideale tra il Molise e l’Abruzzo.
Le risorse naturali della Majella sono state in passato sfruttate molto più di quanto non sia
fatto attualmente (pascoli per la pastorizia e foreste per il legname). Questo rappresenta
una ottima premessa per definire un Piano di monitoraggio finalizzato allo studio dinamico
delle trasformazioni in atto in stretta correlazione con il livello di biodiversità attuale e
potenziale.
E’ così che il Piano del Parco diviene scientifico e produce modelli utili alla gestione delle
risorse correlando le varie forme di modificazione (antropica e naturale) con la dinamica
dei sistemi biologici. Questo significa assolvere pienamente le funzioni di Parco, fornendo
indicazioni a livello locale, regionale, nazionale ed europeo secondo quanto elaborato dai
programmi NATURA 2000 e BIOITALY che hanno individuato, all’interno del territorio
del Parco, diverse aree d’importanza comunitaria.
Il Parco della Majella e la sua contiguità con le altre aree protette dell’Appennino Centrale
pongono un difficile problema al Piano: per legge il Piano si deve occupare solo delle aree
interne ai confini di istituzione del Parco, con la unica eccezione dei suggerimenti in
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Piano del Parco - Schema Direttore
materia di aree contigue. Ma proprio il contesto territoriale in cui il Parco della Majella è
situato obbliga di fatto a cercare almeno un coordinamento con quanto programmato nelle
aree esterne: tale esigenza, ben chiara già agli amministratori attuali del Parco, ha portato
alla piena adesione del Parco al progetto APE (Appennino Parco d’Europa) promosso dal
Ministero Ambiente, Regione Abruzzo e Legambiente per una politica di gestione
ambientale strettamente coordinata tra tutti i Parchi della dorsale appenninica centrale ed
al lancio e promozione del “Patto federativo” tra i parchi dell’appennino centrale.
Il Piano del Parco dovrà quindi cercare tutti i possibili coordinamenti con i diversi elementi
di programmazione e di tutela esterni, fornendo loro l’appoggio qualificato del Parc
tte sono “facili” da programmare, proprio perché già esistenti e perché non richiedono
ulteriori interventi di gestione ecologica, meno facile è scegliere la destinazione e la
gestione delle aree finora utilizzate dalle varie attività economiche dell’uomo.
tte sono “facili” da programmare, proprio perché già esistenti e perché non richiedono
ulteriori interventi di gestione ecologica, meno facile è scegliere la destinazione e la
gestione delle aree finora utilizzate dalle varie attività economiche dell’uomo.
Pur se l’obiettivo primario del Piano è quello di favorire l’evoluzione naturale dei sistemi in
armonia con l’impostazione naturalistica della Restoration Ecology, è opportuno
individuare le aree nelle quali è possibile, mediante interventi in linea con la dinamica in
atto (stadi seriali, sigmeti e geosigmeti), rendere più rapido il passaggio verso forme di
vegetazione più prossime alla forme “mature”.
D’altro lato, il Parco conserva i segni della passata antropizzazione legata ad un modello
molto stratificato nel tempo e nei modi, ma sempre di contenuta intensità di insediamento e
di infrastrutturazione, dovuto principalmente alla posizione geografica e alla morfologia
“difficile” che rende inaccessibili le zone più interne. Questi segni della vita e del lavoro,
dagli eremi ai resti di capanne a “Tholos”, costituiscono una risorsa storica e culturale, oggi
in stato di parziale abbandono e certo non di utilizzazione appropriata, che il Piano propone
di riportare in luce come componente strutturale di attività innovative e congruenti con
l’obiettivo primario.
Le attività silvo-pastorali conservano la biodiversità in un ambiente in cui la progressiva
avanzata del bosco rende uniforme e meno ricca la flora e la vegetazione. Il turismo
escursionistico di qualità e in particolare i sentieri e i rifugi non alterano sensibilmente la
flora e la vegetazione di montagna né con la diffusione di specie esotiche né con la
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distruzione di specie rare. E’ quindi compatibile con l’ambiente specialmente se i tracciati
dei sentieri seguono alcune norme precise.
In conclusione, il Parco della Majella e del Morrone presenta oggi tre ordini di valori da
tutelare e gestire con intelligenza:
-
il primo è quello delle emergenze naturalistiche più preziose, animali e vegetali,
per le quali il Parco non è secondo a nessuno in Italia;
-
il secondo è quello del paesaggio, montano, imponente, difficile, fatto di
montagne alte per gli alpinisti, di grotte per lo speleologo, di immense foreste
per i visitatori più pigri, di neve accessibile ad un uso intelligente degli sport
invernali, ma anche di sentieri di attraversamento e di accesso, con rifugi e
bivacchi per una utilizzazione in estate;
-
il terzo è infine quello della presenza umana e delle sue testimonianze storiche,
ma anche delle attività economiche tuttora esistenti e pienamente compatibili
con la tutela della natura.
Questi valori, nella forma e nel grado di integrazione che trovano nel Parco della Majella,
sono assolutamente unici in Italia e in Europa e pongono il Parco della Majella tra i pochi
Parchi Nazionali che hanno un contenuto davvero forte e caratterizzante.
Il Piano del Parco, integrando dunque aspetti naturali e culturali, propone di dare spazio ad
una impostazione che sfrutti e liberi pienamente queste potenzialità, facendo del Parco
della Majella uno dei punti di eccellenza della conservazione della natura in Italia.
2.4
AMBITO DI PIANIFICAZIONE E APERTURA VERSO UNA RETE DI SPAZI NATURALI
-
Le strette connessioni ambientali e culturali esistenti tra Parco e contesto esterno,
-
i caratteri attuali di naturalità e selvaticità delle aree interne del Parco la cui fruizione
richiede di coinvolgere il territorio esterno come principale appoggio per le
infrastrutture e strutture di servizio e di promozione,
-
la contiguità e continuità del Parco con le molte altre aree protette dell’Appennino
Centrale che richiedono un approccio pianificatorio coordinato,
-
il coinvolgimento delle popolazioni locali avanzato come uno dei punti importanti della
metodologia di pianificazione,
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Piano del Parco - Schema Direttore
-
l’inserimento del Parco nel progetto APE e nella Rete Ecologica Nazionale con tutte le
opportunità e responsabilità di coordinamento con il contesto di tutto l’Appennino
centrale;
tutti questi elementi sostengono l’esigenza che l’ambito di pianificazione (nelle varie
attività di analisi, valutazione e progetto) si estenda oltre i confini del Parco a comprendere
il territorio di contesto.
Tale estensione, d’altra parte, si rende necessaria per motivi ecologici, di politica
ambientale, e di pianificazione della conservazione della natura con una prospettiva
nazionale: per i primi, infatti, è noto che un Parco, per quanto grande, resta comunque
un’isola ecologica destinata a deperire e degradare senza un efficace rapporto di
interdipendenza con il contesto esterno; per i secondi, poi, un Parco ha possibilità di
sviluppo e autosufficienza economica e sociale solo nella misura in cui è capace di
attingere e restituire flussi economici e di persone con l’area vasta che lo circonda. Infine,
una seria politica di conservazione della natura in Italia deve necessariamente essere svolta
in una prospettiva di scala nazionale e di rete tra aree protette: questa è proprio la
impostazione più razionale e accettata della politica ambientale attuale, ribadita nella
impostazione della Carta della Natura e sostenuta dal Ministero Ambiente e da tutte le
organizzazioni di conservazione della natura.
Pertanto, appare naturale che il Piano eviti qualsiasi isolamento ambientale e socioeconomico, e punti invece ad inserire il Parco in una rete di spazi naturali attraverso
l’individuazione di connessioni ecologiche e fruitive sviluppabili nel tempo.
In questa direzione si rivolgono gli orientamenti che si stanno configurando anche a livello
europeo, a partire dall’Action Plan conseguente alla Dichiarazione di Caracas (IUCN 1992)
fino ai successivi programmi europei (CE Europa 2000 +, V° Programma d’azione per
l’ambiente, Rapporto Dobris dell’Agenzia europea dell’ambiente, Programma Natura
2000), nei quali prende rilievo la previsione della “rete ecologica europea” (EECONET)
come infrastruttura di base per il riequilibrio ecologico dell’intero continente. E’ soprattutto
in rapporto a questa previsione che si può tentare di precisare il ruolo dei Parchi naturali
nei grandi sistemi ambientali europei, e in particolare quello appenninico, incominciando
dalla scala locale.
Il Parco della Majella e Morrone si trova in una regione che registra la presenza di
numerose altre aree protette istituite: i Parchi Nazionali d’Abruzzo, del Gran Sasso e, più a
settentrione, dei Sibillini, i Parchi Regionali del Sirente Velino in Abruzzo e dei Simbruini
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Piano del Parco - Schema Direttore
nel Lazio, la riserva del Monte Genzana, il proposto Parco del Molise ed altre aree protette
minori.
Lo stesso Parco della Majella si inserisce inoltre in un contesto territoriale marcato da
significativi sistemi montuosi e fluviali e di ampie zone forestate, oltre che di numerosi siti e
paesaggi di valore storico culturale.
La ricerca di connessioni ecologiche e funzionali appare necessaria sia col contesto di
bordo, sia col più ampio territorio di appartenenza, per la stessa valorizzazione dell’identità
locale del Parco, oltre che per affrontare più efficacemente i processi di degrado e proporre
le soluzioni di tutela e recupero.
2.5
LA FILOSOFIA DI APPROCCIO SPECIFICA PER IL PARCO DELLA MAJELLA
I caratteri dell’area Parco e gli obiettivi del Piano richiedono una metodologia di indagine e
di pianificazione appropriata, diversa dagli approcci standard utilizzati. In particolare,
analizziamo qui alcune delle caratteristiche particolari del Parco e gli approcci metodologici
che abbiamo utilizzato per una loro corretta valutazione.
2.5.1
La centralità della montagna
Il carattere di maggior rilievo del Parco della Majella è la presenza forte della montagna
con il suo carattere dominante sui paesaggi, le componenti biologiche, il clima, le attività
umane. Non si tratta di un gruppo montano qualsiasi, come tanti altri dell’Appennino e il
suo carattere non è solo determinato dalla sua imponenza di forme e dimensioni. C’è
qualcosa di più e che è sempre stato riconosciuto dall’uomo, al punto da costruire una
precisa identità ben conosciuta al di là dei confini geografici locali.
Indipendentemente dai contenuti ecologici e biologici, pur di straordinario valore
biogeografico per la loro unicità nel contesto appenninico, il Piano ha affrontato questo
tema ponendosi il problema di rispettare fino in fondo questa identità, conservandola e
sottolineandola a tutti i livelli. In ogni momento della programmazione si è proceduto a
verificare ripetutamente che questo carattere fosse adeguatamente sostenuto.
2.5.2
Lo stadio evolutivo
L’attuale condizione dell’area del Parco è quella di un’area in cui nel volgere di pochi
decenni di questo secolo si è verificata una sostanziale inversione di tendenza nello
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sfruttamento delle risorse naturali. Mentre le forme di sfruttamento tradizionale delle
risorse naturali sono state gradualmente abbandonate fino alla quasi scomparsa, nuove
forme di uso delle risorse si sono affermate con impatti completamente diversi. Mentre
diminuiva l’impatto di pastorizia, agricoltura e taglio dei boschi, si accennava la comparsa
della frequentazione turistica e di tutte le attività collegate. Questo processo di sostituzione
delle forme di uso delle risorse ha avuto effetti diversi sulle varie componenti del sistema.
Mentre gli elementi culturali e le testimonianze dei passati processi economici e sociali
tendono al degrado fino alla scomparsa definitiva, i processi ecologici si stanno evolvendo
in maniera naturale seguendo il normale evolversi delle successioni ecologiche. Compito
del Parco è gestire l’evoluzione di questi processi. Poiché questi corrono in due direzioni
opposte, richiedono due approcci diversi ancorché complementari:
1)
la gestione degli elementi culturali si dovrà limitare necessariamente al restauro delle
testimonianze ancora esistenti. Gli elementi architettonici e del paesaggio che sono il
risultato di attività umane passate potranno solo godere di un restauro strutturale. Le
attività economiche e umane e i mestieri antichi che hanno formato il paesaggio
naturale e sociale del Parco e che vivono da decenni in una condizione di marginalità
necessitano di un intervento che le rivitalizzi e le rilanci. Esse infatti debbono essere
considerate un’importante componente di un processo di sviluppo economico
sostenibile basato sulla tutela delle specificità del Parco. La direttiva è quindi
quella del restauro di tutte le emergenze storiche e naturali, ma non
dell’inseguimento di impossibili stili di vita ormai anacronistici;
2)
la gestione degli elementi naturalistici ed ecologici pone invece la questione
ideologica di quanto sia giustificato intervenire nella gestione dei processi ecologici in
un’area protetta. Se gran parte della filosofia di gestione delle aree protette è nata e si basa
tuttora sul principio che la natura deve assolutamente fare il suo corso naturale, è anche
vero che tale principio sia fortemente discutibile nelle aree dove gran parte degli ecosistemi
originali è stata manipolata. E’ questo il caso della parte a quote medio-basse della Majella,
dove secoli di sfruttamento intensivo delle risorse boschive e prative hanno profondamente
inciso le risorse naturali locali. In queste aree si pone quindi il problema se sia giustificato o
meno aiutare e guidare i processi di recupero naturale con interventi gestiti dall’uomo e
mirati ad obiettivi precisi di recupero paesaggistico e funzionale. L’approccio del Piano ha
seguito questa impostazione, mantenendo chiaro l’obiettivo di un recupero di naturalità
soprattutto nelle componenti vegetazionali e faunistiche. La direttiva generale su questi
aspetti è quella di un graduale restauro di condizioni presenti prima dell’intervento
umano compatibilmente alle mutate condizioni bioclimatiche e alle loro tendenze
future.
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2.5.3
Gli aspetti naturalistici
Gli aspetti naturalistici del Parco della Majella sono di estrema importanza sotto il profilo
scientifico e conservazionista: non solo sono presenti importanti formazioni vegetazionali e
popolazioni di specie preziose per il contesto appenninico, ma sono presenti anche molti
elementi unici che derivano dalla posizione geografica della Majella nell’Appennino e dai
suoi passati legami diretti con i sistemi balcanici. Inoltre le dimensioni del Parco, la sua
contiguità con le altre aree appenniniche e la relativa integrità di buona parte del Parco
(aree in quota) richiedono uno approccio più vasto. In questo contesto non è credibile una
politica di valorizzazione che punti solo sulla celebrazione di componenti che di fatto sono
difficilmente percettibili.
L’approccio del presente Piano è quindi quello di un Piano di lungo termine che si pone
l’obiettivo dell’immediata protezione efficace delle emergenze ma anche quello più lontano
di un restauro ambientale completo. Tra gli obiettivi di breve termine, quindi, viene incluso
anche quello di cominciare subito la lunga serie di operazioni che contribuiranno al
completo recupero ecologico dell’area.
Anche in tale approccio metodologico si possono scontrare due posizioni ideologicamente
diverse: la prima vuole il restauro nel pieno rispetto di tutte le componenti naturalistiche
originarie (o presunte tali) dell’area; la seconda vuole invece che il restauro possa
concedersi anche variazioni sul tema naturalistico con la giustificazione di ambienti già
profondamente manomessi dall’uomo. Il presente Piano adotta un approccio molto
conservativo: se questo potrà richiedere tempi più lunghi per ottenere un assetto più
definitivo degli aspetti naturalistici, ha però il pregio di seguire una direzione che appare
più in linea con gli scopi di un Parco Nazionale.
Il Piano resta invece totalmente aperto alle più diverse forme di sperimentazione e ricerca
sui metodi per il restauro ambientale: anche questo ci sembra ideologicamente molto vicino
al ruolo primario di un Parco Nazionale in Italia e cioè di saper contribuire fattivamente a
sperimentare forme di convivenza tra uomo e natura e di utilizzo delle risorse naturali in
maniera compatibile con la loro produttività.
2.5.4
Le dimensioni e la localizzazione
Il Parco della Majella, con i suoi 74.095 ettari di superficie, è una della maggiori aree
protette del centro Italia. Ai fini della pianificazione, si distingue dalle altre aree protette
per una serie di caratteristiche, tutte molto favorevoli ad una pianificazione razionale:
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Piano del Parco - Schema Direttore
a)
la forma: la sua delimitazione ha il pregio di aver evitato confini eccessivamente
frastagliati, evitando la formazione di cunei e corridoi che pongono seri problemi a
qualsiasi tentativo di pianificazione razionale;
b)
il contenuto: il Parco è essenzialmente un solo grande massiccio montano e le sue
pendici;
c)
la dislocazione dei centri abitati: sono quasi tutti al limite della periferia esterna del
Parco, facilitando la gestione della loro presenza e la loro inclusione in una strategia
omogenea di fruizione;
d)
la equidistanza da grandi e medi centri urbani che evita lo sbilanciamento di
pressione antropica e turistica su particolari settori geografici;
e)
la discreta omogeneità di condizioni socioeconomiche che evita uno sviluppo (e
un’attesa di sviluppo) sbilanciata nei vari settori del Parco.
Inoltre il Parco della Majella, posizionato al centro dell’Italia, ha una localizzazione che
impone una visione di Piano necessariamente aperta ai collegamenti ecologici e
socioeconomici con tutto l’Appennino centrale. Le risorse naturali della Majella sono parte
integrante di questo ambito e non avrebbero futuro se gestite in maniera scollegata. Ai fini
del Piano, sarà quindi essenziale inserire la progettazione all’interno del progetto APE
(Appennino Parco d’Europa) e della Rete Ecologica Nazionale e della sua visione politica e
tecnica di vasto respiro.
2.5.5
Gli aspetti paesistici e fruitivi
Gli aspetti paesistici e fruitivi impongono di collocare il Parco nel contesto di risorse e
specificità esistenti e valorizzabili: ogni area protetta ha una sua chiara specificità che
impone limitazioni e offre diverse opportunità di sfruttamento. L’area del Parco è ben
conosciuta per le aree facilmente accessibili dei due comprensori sciistici e per i paesi più
tradizionalmente legati al turismo estivo. Ma questa fruizione non è legata direttamente ai
caratteri che ne fanno un Parco Nazionale ed è fortemente dipendente dalla presenza della
neve e, in minor misura della moda. Questa fruizione sarà quindi contenuta nei limiti già
raggiunti ma non sarà favorita nei sui tentativi di espansione.
D’altra parte, il Parco è ben conosciuto per la sua asprezza di panorami e la difficoltà di
accesso e fruizione delle aree più interne (la parte preponderante del Parco), due temi tra
loro interconnessi quando si valutano dal punto di vista della programmazione di uso
dell’area.
pag. 23
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Piano del Parco - Schema Direttore
Infatti l’asprezza del territorio costituisce insieme un’attrazione per il visitatore e una forte
limitazione nelle tipologie di potenziali visitatori. Il Piano del Parco intende mantenere in
pieno le caratteristiche dell’area montana, concedendo solo qualche facilitazione per
l’accesso e la fruizione soprattutto per le quote medio-basse.
In altre parole non si intende programmare né strutture di ricezione né una sentieristica
invadente e facilitata nelle aree più interne e in quota: il Parco manterrà la sua specificità di
area difficile, ma perderà quella di area che intimidisce gli escursionisti meno attrezzati.
Questo appare al momento il compromesso più accettabile che cerca di soddisfare sia
l’esigenza degli escursionisti che hanno nel Parco della Majella un sicuro riferimento
nell’Appennino, sia l’esigenza di attrarre un più vasto pubblico di visitatori su una stagione
turistica più lunga di quelle possibili attualmente.
2.6
CARATTERI FONDAMENTALI DEL PIANO
Il Piano si propone di realizzare uno strumento di gestione efficace di una realtà complessa
e fortemente stratificata come quella dell’area della Majella. Come dimostreranno le analisi
riportate nei capitoli seguenti, la storia millenaria di quest’area e la grande diversità di
culture, di comparti sociali ed economici, nonché la grande diversità di situazioni
ecologiche, richiedono una gestione forte e marcatamente innovativa. Questo è necessario
se non si vuole un Parco che si riduca solo ad una serie di fastidiosi orpelli burocratici e di
opinabili vincoli di utilizzazione.
2.6.1
Gestione flessibile ed adattativa
Una gestione altamente flessibile e adattativa è necessaria per rispondere al cambiamento
costante delle condizioni locali, per evitare la formazione di deleterie contrapposizioni e per
favorire la concertazione. Inoltre è necessario che la gestione sappia prendere sempre le
opportunità che di volta in volta si presentano in sede nazionale e comunitaria per volani di
sviluppo sostenibile e per occasioni di sostegno al perseguimento degli obiettivi del Parco.
Il Piano intende quindi favorire questo approccio e sottolinea la necessità di mantenere le
sue direttive e le sue scelte in una prospettiva adattativa, cioè di continua verifica dei
risultati ottenuti per aggiustare obiettivi e metodi a seconda delle condizioni che si
verificano lungo il cammino
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Piano del Parco - Schema Direttore
2.6.2
Gestione compartecipativa
Una gestione compartecipativa è assolutamente necessaria se si vuole davvero contribuire
ad uno degli scopi essenziali della conservazione, quello di un assetto durevole del rapporto
uomo-natura in una forma sostenibile. La maggiore sfida di oggi nel campo della
conservazione si giuoca infatti sulla possibilità di raggiungere non divieti e vincoli contro il
parere delle popolazioni locali ma con il supporto locale di queste popolazioni. Il piano
richiama più volte questa necessità che si sviluppa attraverso la piena partecipazione degli
organi di gestione del Parco ma anche nei momenti istituzionali ad esso collegati: Comuni,
Province, Regione e le popolazioni locali direttamente.
2.6.3 Gestione conservativa
La gestione del Parco non può ovviamente prescindere dal suo obiettivo principale e fissato
per legge: pertanto l’impianto informatore di tutto il Piano è quello di mantenere un
approccio cautelativo e conservatore nella gestione dell’area, e conferma l’impostazione
delle moderne politiche di conservazione che, a seguito dei precisi impegni sottoscritti
anche dall’Italia nell’aderire alla Convenzione sulle Biodiversità, sono tutte basate sul
precautionary principle, ovvero la necessità di scelte cautelative in assenza di buoni dati e
motivi per disattenderle.
2.6.4
Gestione di funzione e non di icone
L’obiettivo di un area protetta non può essere quello di proteggere semplici icone, come le
grandi specie minacciate, ma deve essere quello di mantenere le funzionalità del sistema
incluso nei confini dell’area ed in collegamento con le altre aree protette.
Su questo tema si sono convertiti a parole molti conservazionisti di oggi, ma senza
comprendere appieno il suo significato, come testimonia la pervicacia con cui viene
propagandato il valore conservazionista di alcune micro-aree protette.
Il Piano è chiaramente diretto alla conservazione della funzionalità del sistema ecologico
dell’area della Majella, consapevole dei suoi collegamenti con le aree adiacenti e della
complessità spazio-temporale delle sue dinamiche.
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Piano del Parco - Schema Direttore
2.6.5
Gestione di sperimentazione
Infine, il Piano verrebbe meno ad uno dei suoi elementi fondamentali se trascurasse che
oggi fare conservazione sostenibile significa soprattutto sperimentare nuove forme di
rapporto uomo-natura e che le aree protette esistono anche per offrire una palestra di
sperimentazione di materiali e metodi per nuove forme di gestione della natura. Il Piano
resta quindi aperto alle più diverse proposte di sperimentazione nei limiti degli obiettivi di
conservazione che la legge chiede ad un Parco Nazionale.
2.7
STRUTTURA DEL PIANO
2.7.1
Piano integrato
Il Piano del Parco segue un’impostazione olistica ricercando l’integrazione tra gli elementi
fisici (clima, litologia e morfologia), biologici (flora, vegetazione e fauna) e antropici
(insediamenti, percorrenze e segni del lavoro dell’uomo) in una logica che rivaluta i sistemi
naturali intesi come risorsa, senza però trascurare l’opera che l’uomo ha lasciato come
segno di cultura.
Secondo questa logica il Piano intende essere il giusto punto d’incontro e di equilibrio dei
principali obiettivi di gestione: conservazione e restauro dei valori naturali e culturali e
promozione di uno sviluppo economico e sociale del territorio locale.
Di conseguenza, l’approccio del piano punta sull’integrazione tra le diverse discipline
relative alla gestione della natura, del paesaggio, degli usi del suolo e delle attività di
fruizione.
2.7.2
Piano flessibile
Il Piano si pone come strumento di organizzazione della gestione per un medio periodo di
tempo. Poiché nel corso del periodo di sua validità si possono rendere necessari
adeguamenti per tener conto sia dei cambiamenti ambientali e socio-economici delle
condizioni iniziali, sia dell’ampliamento e approfondimento delle conoscenze, riteniamo
opportuno che sia prevista la giusta flessibilità per l’eventuale adeguamento delle norme e
degli interventi, in presenza di specifiche condizioni evolutive del sistema ambientale ed
economico-sociale.
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Piano del Parco - Schema Direttore
2.7.3
Forma del Piano
Importante per la gestione viene ritenuta la facile usabilità del Piano, non solo da parte
dell’Amministrazione del Parco e degli esperti del settore, ma anche degli utilizzatori
Comuni (proprietari delle aree e delle costruzioni e tutti i più diversi fruitori).
Per rispondere a tale esigenza la forma del Piano è stata organizzata in modo che risultino
chiaramente distinguibili le parti di analisi e di interpretazione da quelle progettuali e
normative, distinte negli aspetti prescrittivi e di indirizzo.
La zonizzazione del Parco, articolata con riferimento alle categorie individuate dalla legge
quadro nazionale per livelli diversificati di tutela (riserva integrale, riserva orientata, aree di
protezione e aree di promozione) discende dall’analisi conoscitiva e costituisce il supporto
per la distribuzione degli interventi e la giustificazione delle norme attuative.
Inoltre, proprio in quanto obiettivo specifico della gestione del Parco è il restauro delle
condizioni ambientali, che implica un percorso di ricerca e di sperimentazione non del tutto
lineare e predefinibile, si rende opportuno introdurre una dimensione temporale della
zonizzazione, legata al verificarsi di risultati effettivi delle azioni di Piano.
Il sistema normativo, anch’esso organizzato con riferimento alle principali politiche del
Piano e alle relative zonizzazioni, può articolarsi secondo diverse tipologie e gradi di
cogenza determinati dagli obiettivi e dalla praticabilità delle politiche, norme prescrittive
(vincoli), norme di indirizzo (percorsi per la gestione) e progetti di intervento settoriali e
mirati, con indicazione per questi ultimi delle priorità, dei soggetti interessati, delle
procedure di attuazione e delle fonti di finanziamento attivabili.
2.8
RAPPORTI TRA PIANO DEL PARCO E ALTRI PIANI
Il Piano, oltre a configurare lo scenario evolutivo del Parco, fornisce orientamenti di tipo
ambientale e fruitivo anche per le aree esterne, finalizzati da un lato ad evitare che
pressioni del contesto territoriale limitino l’efficacia delle politiche interne al Parco e
dall’altro a ricostruire la rete di relazioni ecologiche ed economico-sociali necessarie per
garantire l’evoluzione degli ecosistemi e per rendere adeguati gli accessi ed il sistema di
fruizione da parte dei visitatori.
Tali orientamenti dovranno trovare forme di attuazione coerenti nello spazio e nel tempo,
ma diverse da quelle del piano del parco, investendo le competenze delle amministrazioni
locali ed in particolare della pianificazione ordinaria del territorio: piani urbanistici
pag. 27
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Piano del Parco - Schema Direttore
comunali, piani di sviluppo delle comunità montane, piani territoriali e paesistici provinciali
e regionali, piani di settore ai diversi livelli. A questo scopo sarà decisiva l’azione dell’Ente
Parco per promuovere accordi di programma, progetti integrati, programmi di
riqualificazione, ecc., congruenti con l’attuazione del Piano del parco.
Si ritiene importante che sia costruito un rapporto di stretto coordinamento tra Piano del
Parco e Piano Pluriennale Economico e Sociale per la promozione delle attività
compatibili.
Sono orientate in tale direzione le proposte avanzate di coinvolgimento delle comunità
locali nella formazione e gestione del piano del parco, di articolazione delle norme per
progetti oltre che per vincoli ed indirizzi e di indicazione di strategie ambientali e socioeconomiche per le aree contigue.
Più in generale, sarà importante che si realizzi un reale dialogo tra il piano del Parco e tutti
gli altri strumenti di pianificazione e programmazione generale e di settore e quindi con i
relativi soggetti competenti, attribuendo al piano del Parco un ruolo attivo di proposta e di
ricerca di congruenze. Tale approccio viene ritenuto ineludibile, al fine di evitare che la
prevalenza giuridica affermata per legge del piano del Parco su ogni altro strumento di
pianificazione non resti un fatto formale o si trasformi in elemento scatenante di conflitti
che rischiano di inficiare la pianificazione del Parco stesso.
L’esperienza internazionale dimostra infatti come la vera forza dei parchi non dipenda
tanto dalla rigidità dei vincoli, quanto piuttosto dalla capacità di coinvolgere nel disegni di
valorizzazione le comunità locali e la società civile e di sviluppare una gestione attiva,
anche in termini di capacità di investimento e di realizzazione in ambito naturalistico e
culturale.
Nella stesura del presente Piano sono stati presi in conto i seguenti Piani preesistenti, che
hanno una qualche competenza sull’area del Parco della Majella:
•
Natura 2000
•
Quadro di Riferimento Regionale
•
Piano Regionale Paesistico
•
Piani Territoriali Provinciali
•
Strumenti urbanistici di livello comunale
pag. 28
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.
PARTE PRIMA: LA REALTÀ DEL PARCO
3.1
COMPONENTE ABIOTICA E BIOTICA
3.1.1
Considerazione generali: lettura ecosistemica e contesto regionale
Ad uno sguardo complessivo dell’area a grande scala, il Parco della Majella appare
composto da un grande complesso montuoso, quello della Majella vera e propria, e da uno
minore, quello del Monte Morrone, collegato alla Majella dal Passo di San Leonardo. Le
importantissime estensioni meridionali dei Monti Pizzi costituiscono un complemento
naturale dell’area e assicurano la contiguità dei principali ecosistemi.
Da un punto di vista ecosistemico, il Parco presenta tre grandi formazioni ben visibili da
tutti i versanti: il primo e più caratteristico è quello delle praterie d’altitudine, presenti al di
sopra dei 1800 metri fino alle più alte vette montane. Il secondo è quello dei grandi boschi
di faggio che iniziano dalla quota di 1800 metri e terminano con varie soluzioni di
continuità e frammentazione con i parti pascoli e le aree agricole abbandonate delle pendici
al di sotto dei 1000 metri. Questi pascoli e campi, in diversi stato di utilizzo e abbandono
costituiscono il terzo grande sistema del Parco e sono oggi un elemento di naturalità diffusa
di estrema importanza per la salute biologica di tutto il Parco.
La presenza umana è oggi relegata agli estremi del Parco e i maggiori centri sono tutti
esterni, con la sola eccezione dell’area di Caramanico/S. Eufemia e di quella di Campo di
Giove. All’interno del Parco si trovano oggi solo due aree con significativa presenza di
attività antropiche, quelle dei bacini sciistici della Maielletta e del Guado di Coccia. Con la
eccezione di queste attività turistiche, tutte le altre attività antropiche hanno sempre
ruotato intorno alla pastorizia, all’uso dei boschi e alla piccola agricoltura, inserendosi in
cicli ecologici che sono stati a lungo compatibili con un discreto, se non alto, grado di
naturalità.
Il complesso del Parco è naturalmente collegato con tutti gli altri grandi complessi montani
della dorsale appenninica centrale: a nord con il Parco Regionale del Sirente-Velino e con il
Parco del Gran Sasso e Laga attraverso il quale il Parco è in continuità con tutto
l’Appennino fino alle Foreste Casentinesi ed oltre; a sud con l’alto Molise, i monti di
Capracotta e oltre fino al basso Molise; ad ovest attraverso l’area del Piano di Cinque
pag. 29
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Miglia, e più a sud con la Valle del Sangro, il Parco è in stretto collegamento con il Parco
d’Abruzzo, il Monte Genzana e oltre fino al Matese. Il Parco della Majella è infatti uno
snodo essenziale della dorsale appenninica e giuoca un ruolo fondamentale nel mantenere i
collegamenti tra tutte le aree naturali appenniniche.
In questo contesto regionale il Parco mantiene forte una sua caratteristica che deriva sia da
un gran numero di elementi naturali (specie ed habitat) endemici o presenti con importanti
popolazioni, sia da una fisionomia assolutamente diversa da tutte le altre aree vicine. Nei
prossimi capitoli vengono riassunte le descrizioni di ogni aspetto naturalistico e socioeconomico del Parco per un inquadramento che costituisce la base delle successive scelte
di pianificazione.
3.1.2
3.1.2.1
Geologia, pedologia, idrogeologia, clima
Inquadramento geologico
L’assetto fisiografico del Parco Nazionale della Majella è caratterizzato da due grandi
massicci separati da una accentuata depressione e riflette un assetto geologico particolare.
In generale, la Montagna del Morrone e la Montagna della Majella sono costituite da
potenti successioni di rocce calcareo-dolomitiche di età mesozoica e cenozoica,
deformatesi in due ampie pieghe anticlinali ad andamento rispettivamente nordovest-sudest
e nord-sud. Durante la strutturazione della catena appenninica avvenuta nel Miocene, tali
pieghe si sono rovesciate verso est accavallandosi l’una sull’altra, mentre, in
contemporanea, avveniva l’interposizione dei depositi argilloso-arenacei nella depressione
di Caramanico-Campo di Giove.
Successivamente, l’attività tettonica distensiva pliocenica e quaternaria ha disarticolato le
strutture formatesi, generando profonde depressioni, tra cui la più imponente è quella della
Piana di Sulmona, colmata da depositi lacustri, fluviali e da conoidi di detrito.
L’evoluzione geologica e geomorfologica plio-quaternaria dell’area del Parco risulta di
notevole importanza sia per gli episodi di glacialismo che per la presenza diffusa di bacini
intramontani caratterizzati da imponenti conoidi risultanti dallo smantellamento delle rocce
carbonatiche meso-cenozoiche.
pag. 30
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Piano del Parco - Schema Direttore
I fenomeni di neotettonica più importanti sono essenzialmente legati al forte sollevamento
recente della catena appenninica di cui rimangono testimonianze evidenti nell’area del
Parco e in quelle contigue.
Il peculiare assetto geologico, le diverse successioni litologiche e gli importanti affioramenti
fossiliferi sono esposti in maniera spettacolare in più punti nell’area del Parco e, in
particolare, sulla Montagna della Majella. Fin dal secolo scorso, infatti, tale area è stata
oggetto di studio da parte di alcuni padri della geologia dell’Italia centrale, tra cui
ricordiamo Sacco, Cassetti, Tellini e Donzelli e prima di loro Orsini e Spada Lavini.
E’ bene sottolineare, dunque, come in tali massicci carbonatici sia possibile ritrovare, in
affioramento, un sistema deposizionale non solo evolutosi in maniera pressoché continua
dal Mesozoico al Cenozoico ma, soprattutto, che mostra alcuni tra gli ambienti di
formazione più tipici delle rocce carbonatiche. Si ha, infatti, nel tempo, il passaggio da una
piattaforma carbonatica di tipo bahamiano fino a un bacino pelagico, attraverso il margine
della piattaforma e della sua scarpata.
All’interno del Parco si possono ritrovare, quindi, affioramenti di estrema spettacolarità, sia
dal punto di vista sedimentologico che paleogeografico; affioramenti che mostrano gli
antichi ambienti in cui si sedimentavano le rocce e in cui vivevano e si sviluppavano
organismi animali e vegetali, che oggi ritroviamo come fossili (ad esempio tra Cima delle
Murelle e la Maielletta in corrispondenza di una paleocosta del Cretacico).
Parallelamente è bene ricordare le aree di grande interesse paleontologico tra cui gli
affioramenti di colonie di organismi costruttori tipici del margine della piattaforma, che si
rinvengono in spettacolari affioramenti sul Monte Acquaviva e in tutta la parte centrale del
massiccio della Majella.
3.1.2.2
Descrizione degli aspetti geologici
Le peculiarità geologiche e geomorfologiche dell’area interessata dal Parco della Majella
sono molteplici e diverse da zona a zona.
La variabilità delle successioni stratigrafiche e i diversi stili tettonici dell’area del Parco ci
hanno consigliato di affrontare l’analisi geologica definendo specifiche “Unità geologiche”
di sintesi. L’introduzione di queste “Unità” evidenziano le diverse caratteristiche
geolitologiche, tettoniche, idrogeologiche e geomorfologiche permettendo un agile
confronto con le altre discipline coinvolte nella redazione del Piano del Parco.
pag. 31
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
I principali punti di contatto con le altre discipline sono da ricercarsi nella interrelazione
con l’analisi delle componenti vegetazionali, paesaggistiche, paesistiche pedologiche e/o
sociologiche. In generale, comunque, le cartografie tematiche prodotte (in scala 1:50.000 e
1:25.000) si propongono quali strumenti di base per ogni ulteriore approfondimento e/o
applicazione operativa per la gestione del territorio.
Attraverso l’analisi della componente geologica sono state, dunque, individuate 7 Unità
geolitologiche, per ognuna delle quali, talora suddivisa in Sottounità, sono state descritte le
corrispondenti caratteristiche litologiche, idrogeologiche e tettoniche.
Le informazioni riportate nelle cartografie realizzate sono, dunque, il risultato dell’analisi
dei più aggiornati documenti scientifici disponibili e di controlli puntuali sul terreno.
La base cartografica utilizzata è quella della Regione Abruzzo (in scala 1:25.000) degli anni
1980-85.
Nell’area del Parco della Majella sono state individuate le seguenti Unità geolitologiche:
•
Unità Geologica Continentale Plio-Quaternaria (Qc);
•
Unità Geologica Marina Plio-Quaternaria (Qm);
•
Unità Geologica dei Flysch (F);
•
Unità Geologica dei Flysch Alloctoni (Fa);
•
Unità Geologica di Rampa Carbonatica (R);
•
Unità Geologica di Piattaforma Carbonatica e Soglia (P);
•
Unità Geologica di Transizione e Bacino (BT).
Alcune di esse caratterizzano una specifica porzione dell’area del Parco mentre altre
affiorano più diffusamente nel territorio. Per tale ragione, di ognuna verrà fornita una
sintetica descrizione che consenta di valutarne l’importanza nella caratterizzazione
geoambientale del Parco stesso.
Unità Geologica Continentale Plio-Quaternaria (Qc)
Questa Unità, suddivisa in quattro Sottounità (Qc1, Qc2, Qc3 e Qc4), si riferisce ai litotipi
depostesi in ambiente subaereo continentale a partire dal Pliocene Superiore. Le principali
litologie riscontrabili sono brecce e conglomerati di conoide alluvionale, detrito di versante,
terre rosse dovute al carsismo, frane, depositi glaciali e fluvioglaciali.
pag. 32
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Piano del Parco - Schema Direttore
Questa Unità ha caratteristiche idrogeologiche molto variabili a causa della notevole
eterogeneità dei sedimenti. I depositi prevalentemente detritici sono, in generale, altamente
permeabili e possono ospitare falde locali.
Le litologie di questa Unità presentano solo localmente dislocazioni tettoniche recenti.
L’Unità affiora estesamente in tutta l’area del Parco e, in particolare, caratterizza i versanti
delle principali dorsali montuose.
Unità Geologica Marina Plio-Quaternaria (Qm)
Si tratta principalmente di depositi conglomeratici di natura calcarea e di alternanze
pelitico-calcarenitico-arenacee depositatesi in ambiente marino. Questa Unità presenta una
permeabilità ed una circolazione idrica sotterranea limitata solo alle porzioni più detritiche.
Per quanto riguarda le caratteristiche tettoniche, esse sono molto variabili; in particolare,
evidente è una fratturazione subverticale.
L’Unità affiora alle pendici nord-orientali della Montagna del Morrone (Colle Affogato).
Unità Geologica dei Flysch (F)
Si tratta essenzialmente di alternanze di marne, arenarie e argille depositatesi in ambiente
marino con meccanismo torbiditico. Dal punto di vista idrogeologico, l’Unità è
caratterizzata da una permeabilità variabilissima. In generale può definirsi impermeabile
anche se possono essere presenti modestissimi acquiferi che alimentano piccole sorgenti.
Per quanto riguarda le caratteristiche tettoniche, tali litotipi si deformano generando veri e
propri sistemi a pieghe che risultano molto tettonizzati al contatto con le Unità
carbonatiche.
L’Unità caratterizza tutta la Fossa di Caramanico e la porzione più meridionale del Parco
tra le dorsali del M. Rotella e del M. Porrara.
Unità Geologica dei Flysch Alloctoni (Fa)
E’ distinta in due Sottounità (Fa1 e Fa2) prevalentemente costituite da argilliti con
intercalazioni litoidi di diversa natura depostesi in ambiente marino. La permeabilità risulta
molto variabile. Nei termini litoidi fessurati possono essere contenute falde discontinue di
limitata estensione.
pag. 33
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
La caratteristica tettonica prevalente di questa Unità è la presenza di sistemi a pieghe a
grande scala.
Tali litotipi affiorano esclusivamente all’interno delle Unità Terrigene nella porzione più
meridionale del Parco, nell’area dei Monti Pizzi al confine con la regione molisana.
Unità Geologica di Rampa Carbonatica (R)
L’Unità appare costituita da calcari prevalentemente detritici e riccamente fossiliferi
(briozoi, alghe e macroforaminiferi, ecc.) che presentano vari livelli bauxitici; il suo
comportamento idrogeologico è caratterizzato da un’elevata permeabilità. Questo è dovuto
alla presenza di una fratturazione molto evidente sia a piccola che a grande scala.
L’area di migliore esposizione, e più famosa in letteratura, risulta quella circostante
all’abitato di Bolognano ma, in generale, l’Unità affiora lungo il versante meridionale della
Montagna della Majella.
Unità Geologica di Piattaforma Carbonatica e Soglia (P)
Si tratta principalmente di calcari micritici e oolitici depositatesi in ambiente marino di
mare basso (piattaforma carbonatica). Caratterizzante la presenza di organismi fossili in
alcuni casi particolarmente evidenti (rudiste, bivalvi, coralli, ecc.) e di alcuni livelli
bauxitici.
Le rocce di questa Unità risultano interessate da un esteso ed uniforme reticolo di fratture
che generano un’intensa permeabilità.
L’Unità viene in più punti interrotta da allineamenti tettonici di importanza regionale in
prossimità dei quali i litotipi possono risultare estremamente piegati e/o fratturati.
Tale Unità costituisce l’ossatura di quasi tutte le dorsali montuose del Parco tra cui anche le
porzioni meridionali della Montagna del Morrone e della Montagna della Majella, il Monte
Rotella, il Monte Pizzalto e il Monte Porrara.
Unità Geologica di Transizione e Bacino (BT)
L’Unità appare costituita principalmente da calcari micritici, marne e marne argillose con
lenti e livelli di selce che testimoniano un ambiente di mare profondo. Il contenuto
fossilifero è, a luoghi, caratterizzato dalla presenza di molluschi quali Ammoniti.
pag. 34
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Piano del Parco - Schema Direttore
L’Unità è caratterizzata, dal punto di vista idrogeologico, da una permeabilità meno elevata
rispetto all’Unità Geologica di Piattaforma Carbonatica e Soglia in virtù della presenza
dei livelli a prevalente componente argillosa.
La caratteristica tettonica prevalente di questa Unità è una maggiore plasticità rispetto,
sempre, all’Unità Geologica di Piattaforma Carbonatica e Soglia; per tale ragione,
nonostante l’Unità sia dislocata da importanti allineamenti tettonici, presenta, localmente,
una deformazione degli strati in pieghe.
Tale Unità occupa la porzione settentrionale della Montagna della Majella e della
Montagna del Morrone.
3.1.2.3
La visione d’insieme
Osservando la Carta Geologica nel suo insieme, si nota, quindi, una predominanza, in
affioramento, delle Unità Carbonatiche meso-cenozoiche che, come detto, formano
l’ossatura delle dorsali montuose del Parco. Queste, in prossimità delle zone vallive,
vengono interrotte da importanti elementi tettonici (faglie) a direzione meridiana e
appenninica che mettono in contatto le rocce calcaree con le Unità Terrigene (F e Fa).
L’Unità Marina plio-quaternaria occupa una porzione molto limitata di territorio, confinata
nel settore nord-orientale della Montagna del Morrone.
L’Unità Continentale plio-quaternaria non è univocamente distribuita ma, al contrario, le
sue Sottounità caratterizzano ed esaltano la morfologia attuale risultante dal modellamento
della superficie terrestre.
3.1.2.4
Inquadramento geomorfologico
La geomorfologia dell’area del Parco della Majella è legata in primo luogo all’assetto
fisiografico che mette in evidenza i due grandi massicci carbonatici della Montagna della
Majella e della Montagna del Morrone; tale assetto è marcato dal contrasto di competenza
tra le rocce carbonatiche che costituiscono i massicci stessi e i terreni argilloso-arenacei
che li circondano. I caratteri geomorfologici dell’area del Parco sono molto diversi da zona
a zona.
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Piano del Parco - Schema Direttore
La Montagna della Majella, più ampia e rilevata, vede il sovrapporsi ai residui delle forme
sviluppatesi durante l’ultima glaciazione di forme legate all’erosione fluviale e al carsismo.
Il suo settore centro-meridionale si presenta come una ampia spianata di origine glaciale
coperta da detrito, già sede di un grande nevaio. Su tale spianata, successivamente, si è
impostato e sviluppato il fenomeno carsico, formando numerose doline e inghiottitoi.
Questo tipo di evoluzione è stato per altro favorito dalla disposizione suborizzontale degli
strati, che favorisce l’infiltrazione dell’acqua a scapito dello scorrimento superficiale.
Viceversa, nei settori settentrionali e in generale ai bordi del massiccio della Majella,
l’erosione fluviale ha determinato la formazione di profondi valloni che hanno inciso tutta
la successione sedimentaria, mettendo in evidenza un profilo a gradinata dovuto alla
differente competenza ed erodibilità delle rocce della successione stessa.
La Montagna del Morrone, avendo subito una deformazione tettonica più intensa, presenta
una morfologia più strettamente legata all’assetto tettonico. Vi sono creste affilate parallele
alle stratificazioni, scarpate di faglia evidenti ed estese, associate ad ampie fasce di conoidi
di detrito generatesi in più cicli successivi; la stratificazione verticale nel fianco
nordorientale favorisce la formazione di pinnacoli e lame rocciose spettacolari. Solo nel
settore meridionale, più ampio e arrotondato, si è impostato un carsismo accentuato, che ha
formato numerose doline e inghiottitoi.
Nel complesso della Majella è possibile riconoscere varie forme carsiche, sia superficiali
che ipogee. Frequenti sono i campi di doline, rappresentate da tipi diversi con prevalenza
della varietà ad imbuto ed a fondo piatto, ma non mancano interessanti esempi di doline a
scodella e di crollo, queste ultime particolarmente diffuse a nord del M. Amaro; frequenti
sono anche le doline allineate lungo i disturbi tettonici minori, soprattutto nell’alta Majella,
proprio al limite degli ultimi segni lasciati dalle glaciazioni quaternarie. Tra le forme di
carsismo ipogeo sono rari i pozzi, mentre numerose sono le grotte, tra cui ricordiamo in
particolare quella del Cavallone, nella Valle della Taranta, con una lunghezza complessiva
di 850 metri ed uno sviluppo verticale di 20 metri. Altre grotte ben note sono quella del
Bove e dell’Asino, entrambe nella Valle di Taranta, e la Grotta Nera, lungo il Vallone delle
Tre Grotte.
Nei settori più rilevati, in particolare sulla Majella, la morfologia è legata in maniera
rilevante all’azione del ghiaccio che, durante le glaciazioni del Quaternario, scendeva dalle
vette più alte incidendo profonde valli dal tipico profilo a U, osservabili ancora oggi, e
formando numerose morene.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
3.1.2.5
Descrizione degli aspetti geomorfologici
I caratteri geomorfologici dell’area del Parco sono stati delineati attraverso l’analisi
comparata della cartografia geologica già discussa, della “Carta Geomorfologica e del
Dissesto” in scala 1:25.000 edita dalla Regione Abruzzo (Legge 18 maggio 1989 n°183 Difesa del Suolo) e di altre conoscenze dirette e bibliografiche.
La base cartografica utilizzata è quella della Regione Abruzzo (in scala 1:25.000) degli anni
1980-85.
Nella Carta geologica, geomorfologica e del rischio idrogeologico, realizzata in scala
1:25.000, per ogni categoria di processo morfogenetico, vengono descritti i singoli elementi
geomorfologici che contribuiscono a definire il paesaggio.
Tale rappresentazione cartografica se risulta particolarmente utile per una puntuale analisi
del territorio non consente una lettura organica delle caratteristiche geomorfologiche
dell’area del Parco.
Per tale ragione, nella Carta degli Elementi Geomorfologici in scala 1:50.000, il territorio
del Parco è stato suddiviso in “Aree” omogenee, sintetizzate a partire dalle “Unità
geologiche”, per le quali è stato possibile riconoscere la maggiore diffusione di “forme
geomorfologiche”, il cui sviluppo sia riconducibile alla prevalenza delle varie categorie di
processi morfogenetici.
Tra questi, di fondamentale importanza, sono risultati: l’azione delle acque meteoriche, del
ghiaccio, della gravità e il modellamento antropico.
Sono state, dunque, individuate 5 Aree Geomorfologiche per ognuna delle quali è stato
indicato il fattore predominante.
Le informazioni riportate nella Carta degli Elementi Geomorfologici sono, quindi, il
risultato sia dell’analisi dei più aggiornati documenti scientifici disponibili che di
fotointerpretazione su aree di particolare interesse, effettuata su foto aeree in scala
1:33.000 dei voli dell’IGMI del 1954, 1985, del 1991 e del 1995.
Nell’area del Parco della Majella sono state, così, individuate le seguenti Aree:
•
Aree con forme dovute a prevalente modellamento delle acque correnti superficiali
(AC)
pag. 37
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•
Aree a prevalenti forme gravitative (G)
•
Aree con forme dovute a prevalente morfologia carsica (C)
•
Aree con forme dovute a prevalente modellamento glaciale e crionivale (GL)
•
Aree con forme dovute a prevalente modellamento antropico (A).
A completamento sono state evidenziate le zone dei:
•
Centri abitati.
Dall’analisi della Carta degli Elementi Geomorfologici si evince la predominanza delle
Aree in cui prevale l’azione delle acque correnti superficiali e della gravità; queste ultime
rivestono un ruolo importante nella definizione delle zone più “sensibili” del Parco in
quanto appaiono caratterizzate dalla diffusa presenza di fenomeni di dissesto.
Si nota, inoltre, lo sviluppo dell’Area con forme dovute a modellamento glaciale e
crionivale nella porzione settentrionale della Montagna della Majella e lungo le dorsali del
Monte Porrara e del Monte Rotella.
L’azione del carsismo (Aree a prevalente morfologia carsica) è presente, in generale, in
corrispondenza dell’affioramento delle Unità carbonatiche e, in modo particolarmente
evidente nella porzione sud-occidentale della Montagna della Majella (tra il Monte Amaro
e la Tavola Rotonda).
Le Aree con forme dovute a modellamento antropico sono limitate a poche zone sottoposte
a sfruttamento per estrazione di materiali (cave).
Tra i processi geomorfologici che caratterizzano il Parco della Majella si annoverano,
certamente, i fenomeni franosi che rappresentano un rischio reale e potenziale per le
popolazioni e per le infrastrutture. Molti Comuni del Parco sono stati interessati, infatti, da
movimenti franosi talvolta anche imponenti (Frana di Roccamontepiano, Frana di
Caramanico Terme, ...).
Per questa sua particolare vulnerabilità, il territorio del Parco, dovrebbe essere sottoposto
ad approfonditi studi e a sistematiche campagne di monitoraggio (vedi tra le “azioni”
proposte). I dati acquisiti attraverso tali ricerche consentirebbero la programmazione degli
interventi di salvaguardia e l’utilizzo delle tecniche di bonifica più indicate.
pag. 38
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Piano del Parco - Schema Direttore
Naturalmente, e ancor più trovandoci in un territorio protetto, dovranno preferirsi quelle
metodologie che non risultino particolarmente invasive nei confronti dell’ambiente
(ingegneria naturalistica, ecc.).
3.1.2.6
Rischio idrogeologico
La definizione di aree a rischio idrogeologico omogeneo risulta dalla sovrapposizione,
pesata, delle principali caratteristiche geolitologiche, della diffusione di dissesti per
erosione e di movimenti franosi nonché della presenza di falde acquifere potenzialmente
vulnerabili.
Tale operazione è stata possibile, quindi, solo attraverso le conoscenze acquisite mediante
l’analisi geologica e geomorfologica.
Sono state definite 5 classi di rischio:
•
•
•
•
•
rischio idrogeologico alto;
rischio idrogeologico medio-alto;
rischio idrogeologico medio;
rischio idrogeologico medio-basso;
rischio idrogeologico basso.
Zone a rischio idrogeologico alto: si tratta di aree con un substrato in affioramento
costituito prevalentemente da litotipi appartenenti alle Unità geologiche Continentali e
Marine Plio-Quaternarie (Qc e Qm) e Terrigene (F e Fa) nelle quali risultano
particolarmente diffusi i dissesti per erosione e i movimenti franosi. A ciò si aggiunge la
presenza di falde acquifere superficiali e locali. Le aree maggiormente interessate da tale
tipologia di rischio si localizzano nella Fossa di Caramanico (da Salle Nuova a Campo di
Giove), nei Quarti (Quarto Grande, Quarto del Barone, Quarto S.Chiara) e sui Monti Pizzi.
Zone a rischio idrogeologico medio-alto: si tratta di aree con un substrato in affioramento
costituito prevalentemente da litotipi appartenenti all’Unità geologica Continentale PlioQuaternarie (Qc) e all’Unità carbonatica in facies di piattaforma (P) e di bacino-transizione
(BT) nelle quali risultano diffusi i dissesti per erosione e i movimenti franosi. A ciò si
aggiunge la presenza di falde acquifere locali e/o regionali. Le aree maggiormente
interessate da tale tipologia di rischio si localizzano nel versante occidentale della
Montagna del Morrone, nella zona sommitale ed esterna della Montagna della Majella, sul
versante occidentale del Monte Rotella.
pag. 39
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Zone a rischio idrogeologico medio: si tratta di aree con un substrato in affioramento
costituito prevalentemente da litotipi appartenenti all’Unità geologica carbonatica in facies
di piattaforma (P) e di bacino-transizione (BT) nelle quali risultano relativamente diffusi i
dissesti per erosione e i movimenti franosi. A ciò si aggiunge la presenza di falde acquifere
superficiali e locali. Le aree maggiormente interessate da tale tipologia di rischio si
localizzano sul versante orientale della Montagna del Morrone e del Monte Porrara.
Zone a rischio idrogeologico medio-basso: si tratta di aree con un substrato in
affioramento costituito prevalentemente da litotipi appartenenti all’Unità geologica
carbonatica in facies di piattaforma (P) e di bacino-transizione (BT) nelle quali risultano
poco diffusi i dissesti per erosione e i movimenti franosi. A ciò si aggiunge la presenza di
falde acquifere superficiali e locali. Le aree maggiormente interessate da tale tipologia di
rischio si localizzano sul Monte Pizzalto, sul versante orientale del Monte Rotella e sul
versante occidentale del Monte Porrara.
Zone a rischio idrogeologico basso: si tratta di aree con un substrato in affioramento
costituito prevalentemente da litotipi appartenenti all’Unità geologica carbonatica in facies
di piattaforma (P) e di bacino-transizione (BT) nelle quali risultano pressoché assenti i
dissesti per erosione e i movimenti franosi. A ciò si aggiunge la presenza di falde acquifere
superficiali e locali. L’area maggiormente interessata da tale tipologia di rischio è la dorsale
della Montagna della Majella, ad eccezione della zona sommitale e dei settori più esterni.
3.1.2.7
Sismicità
L’Abruzzo, così come tutto l’Appennino, è una delle regioni a sismicità più elevata. Dalle
cronache riportate dal Bollettino della Società Sismologica Italiana si ricava che la regione
è stata soggetta in media ad una crisi sismica ogni 10 anni.
La ragione di tale notevole attività sismica è da ricercarsi nei movimenti tettonici, legati al
sollevamento della catena appenninica, che ancora stanno interessando il territorio
abruzzese. Il Parco della Majella si inserisce, quindi, in un quadro di pericolosità sismica da
non sottovalutare.
Come si può vedere dalle figure e dalle tabelle riportate nel II Volume, gli eventi sismici più
importanti del Parco sono otto (I.N.G., 1995; GNDT, 1997).
Di ognuno di essi viene fornito l’elenco delle località del Parco maggiormente coinvolte e il
corrispondente grado di intensità sismica, espresso nella scala Mercalli-Cansani-Sieberg;
pag. 40
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Piano del Parco - Schema Direttore
degli eventi sismici del 1456, del 1706 e del 1905 si fornisce anche la mappa macrosismica
elaborata dal Gruppo Nazionale Difesa dei Terremoti .
D’altronde, la classificazione sismica, su base comunale, proposta dal Servizio Sismico
Nazionale mette in evidenza come i Comuni del Parco siano tutti classificati in 2° o 1°
categoria. Analogamente, la Carta delle Massime Intensità registrate mostra come l’area
del Parco sia soggetta a risentimenti sismici non lievi.
La definizione del rischio sismico cui è sottoposta un’area è, però, funzione di molte
variabili e, in generale, solo una puntuale microzonazione sismica riesce a fornire
indicazioni utili allo sviluppo e alla pianificazione del territorio.
A tale proposito si rimanda anche alle “azioni di ricerca” proposte più avanti in questo
volume.
3.1.2.8
Geotopi
Nel contesto geologico descritto, esistono dei siti particolari in cui sono visibili situazioni
considerate chiave per la lettura della storia evolutiva del nostro territorio. Tali siti sono
definiti “Geotopi” o “Beni culturali a carattere geologico e geomorfologico” o “ Geosites”
ed hanno elevato valore scientifico, paesaggistico e didattico, risultando tutelati ai sensi
della legge 1 Giugno 1939, n° 1497; R.D. 30 Giugno 1940, n° 1357; Legge 8 Agosto 1985
n° 431 e L. 6 Dicembre 1991, n° 394.
Attraverso l’analisi delle componenti geologiche e geomorfologiche del Parco della
Majella, è stato, dunque, possibile individuare geotopi a differente valenza (stratigrafica,
paleontologica, geomorfologica, ecc.) (vedi Volume II). L’elevato valore scientifico e
didattico che li caratterizza ben si presta ad un possibile sviluppo di attività di ricerca, di
educazione e di valorizzazione turistica; in questo senso sono state definite le “azioni per la
geologia” proposte un questo stesso volume.
pag. 41
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.1.2.9
Limitazioni per la conservazione
Il territorio del Parco della Majella può essere suddiviso in sei grandi “sistemi geologici”
nel complesso caratterizzati da una valenza geologica e geomorfologica che può
considerarsi omogenea, ma che reca al proprio interno tutta una serie di peculiarità
specifiche che lo articolano e lo arricchiscono. Tali sistemi sono, da ovest verso est e da
nord verso sud:
•
•
•
•
•
•
la Montagna del Morrone;
la Fossa di Caramanico;
la Montagna della Majella;
le dorsali del Monte Pizzalto, del Monte Rotella e del Monte Porrara;
i Quarti;
i Monti Pizzi.
Per ognuno di essi, nella tabella che segue, vengono individuati i principali fattori limitanti.
Sistema geologico
Montagna del Morrone
Fossa di Caramanico
Montagna della Majella
Monte PizzaltoMonte
Rotella Monte Porrara
Quarti
Monti Pizzi
3.1.2.10
Fattori limitanti
forti acclività dei versanti; presenza di conoidi e coni di detrito; estese fasce di
cataclasite; dissesti per erosione; area di alimentazione e ricarica delle falde
acquifere sotterranee.
Movimenti franosi particolarmente diffusi;falde acquifere superficiali.
forti acclività dei versanti; estesi fenomeni carsici; dissesti per erosione diffusi;
area di alimentazione e ricarica delle falde acquifere sotterranee.
forti acclività dei versanti; presenza di conoidi e coni di detrito; estese fasce di
cataclasite; dissesti per erosione; area di alimentazione e ricarica delle falde
acquifere sotterranee.
Depressioni palustri carsiche; aree allagabili;area di alimentazione e ricarica
delle falde acquifere sotterranee.
Movimenti franosi particolarmente diffusi;area di alimentazione e ricarica delle
falde acquifere sotterranee.
Opportunità per la conservazione
Relativamente ai sei grandi “sistemi geologici” già individuati nel territorio del Parco della
Majella, possono essere individuate le seguenti opportunità:
Sistema geologico
Montagna del Morrone
Montagna della Majella
Monte PizzaltoMonte
Rotella Monte Porrara
Monti Pizzi
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Opportunità
Successioni quaternarie ben esposte; sorgenti di petrolio; cave non attive
facilmente accessibili.
Successioni stratigrafiche meso-cenozoiche e successioni plio-quaternarie ben
esposte; località fossilifere; grotte carsiche; sorgenti importanti.
Successioni stratigrafiche ben esposte; località fossilifere; sorgenti importanti.
località fossilifere.
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3.1.3 Flora e vegetazione
Prima di qualsiasi ulteriore considerazione sui singoli elementi della flora e fauna del Parco,
è necessario ricordare la valenza biogeografica del Parco. Esso infatti presenta una
interessantissima stratificazione altitudinale che permette la convivenza di elementi di
origini molto diverse. Le quote alte della Majella, ancora più di quelle del Gran Sasso e
della Laga, costituiscono l’ambiente dove, per dimensione geografica e per la porzione di
massiccio al di sopra dei 2000 metri meglio si possono ritrovare biocenosi di collegamento
con la Regione Alpina. Questi ambienti di quota rappresentano infatti il settore più
meridionale d’Europa della Regione Alpina.
Mentre per le zone sommitali si può fare riferimento alla Regione Alpina, per il piano
basale diviene estremamente interessante il collegamento con i settori sud-orientali del
continente europeo.
3.1.3.1
Descrizione
La flora
Le conoscenze floristiche del Parco sono approfondite per i territori relativi al massiccio
della Majella propriamente detto e ad alcune aree meridionali, ad esempio gli Altipiani
Maggiori; insufficienti sono invece le indagini sulla flora per altre aree, come il territorio
dei Monti Pizzi ed il M. Pizzalto.
Dai dati fino ad oggi disponibili, in particolare il Repertorio Sistematico della Flora
(Tammaro, 1986) ed i successivi contributi (Conti 1987; Conti et al. 1986; Conti e
Pellegrini 1989; Pirone 1997; ecc.), si desume, con un primo, approssimato e provvisorio
censimento - che sicuramente è al di sotto delle effettive presenze - che la flora del Parco
annovera oltre 2000 entità. Per confronto, si sottolinea che la flora di tutta la regione
Abruzzo è di poco superiore alle 3.000 entità, quella dell’Italia di circa 5.600 e quella
europea, dall’Atlantico agli Urali, di circa 11.000. Dal punto di vista strettamente numerico,
quindi, il Parco ospita circa il 67% della flora abruzzese, circa il 36% di quella italiana ed il
22% di quella europea.
La diversità floristica del Parco, già elevatissima sul piano numerico, risulta
ulteriormente rafforzata se riferita alla qualità delle presenze, legata alle vicende
storiche ed alla posizione geografica del Parco (la Majella rappresenta un vero e
proprio crocevia di flussi genetici che hanno attraversato la Penisola), con categorie di
grande prestigio ecologico e fitogeografico, come di seguito sintetizzato.
Elementi specifici per la conservazione
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Piano del Parco - Schema Direttore
I dati floristici a disposizione sono stati analizzati in relazione alla struttura delle specie e al
loro bacino geografico di gravitazione.
Lo spettro biologico della flora (Tab. 1) calcolato sulla base del censimento riportato da
Tammaro (1986), evidenzia una netta prevalenza di emicriptofite, che rappresentano la
forma biologica più diffusa nelle flore dei territori montani posti alle nostre latitudini.
Anche le terofite sono relativamente numerose e sottolineano la presenza di tipi climatici
mediterranei o submediterranei nei settori basali del massiccio.
Tab. 1 - Spettro biologico della flora
Fanerofite
5,7%
Camefite
4,3%
Emicriptofite
64,2%
Geofite
7,8%
Terofite
17,9%
Idrofite
0,1%
Dal punto di vista corologico, la flora del Parco si qualifica in senso spiccatamente
continentale, lungo due direttrici: settentrionale ed orientale. Lo spettro corologico (da
Tammaro, o.c.) evidenzia infatti la prevalenza delle specie settentrionali (circumboreali,
artico-alpine, eurosiberiane, ecc.) presenti con oltre il 16% e di quelle orientali s.l. (sud-est
europee, illiriche, pontiche, caucasiche, ecc.) con oltre il 18%. Molto ben rappresentato è
anche l’elemento endemico, con oltre 11%.
La codominanza dei tre elementi corologici (boreale, orientale ed endemico) dimostrano
che la flora della Majella ha una notevole connotazione relitta con una importante
influenza orientale.
Va considerato inoltre che il massiccio della Majella è sede di accantonamento di numerose
specie relitte legate alle trascorse vicissitudini climatiche ed in particolare all’alternanza di
periodi glaciali ed interglaciali nel Quaternario. Gli elementi si possono suddividere
secondo due direttrici:
a)
su base fitogeografica sono importanti le specie appartenenti alle seguenti categorie:
endemismi, relitti glaciali, entità appenninico balcaniche, ed entità mediterranee.
pag. 44
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Su base ecologica si segnalano le specie casmofite, le specie glareicole, le entità della
vegetazione alpina e subalpina.
La vegetazione
Nel contesto dell’Appennino centrale la Majella si caratterizza soprattutto per la porzione
di vegetazione a carattere alpino e subalpino. La vegetazione del piano montano e collinare
presenta invece maggiori affinità con realtà osservabili nella Penisola Balcanica.
Al di sopra dei 2200-2300 metri, sulle aride pietraie punteggiate da zolle pioniere di
vegetazione, possono affermarsi solo poche e specializzatissime cenosi di enorme interesse
fitogeografico, ricche come sono di specie endemiche e relitte. Nelle depressioni in
corrispondenza delle vallette nivali, si rinvengono cenosi riferibili all’Arabidion coeruleae.
Per i suoli di tipo rendzina è stato descritto il Leontopodio-Elynetum.
Vi è inoltre la vegetazione ad elevata discontinuità della tundra alpina, formata dai pulvini
di Silene acaulis subsp. cenisia e di Saxifiaga speciosa, mentre i brecciai dell’orizzonte
alpino rientrano nell’alleanza Thlaspion stylosi, propria dei brecciai appenninici e per le
rupi altomontane è stata descritta, da Feoli e Feoli Chiapella (1976) l’associazione
Potentilletum apenninae.
Al piano subalpino sono legati i popolamenti ad arbusti prostrati, che sulla Majella sono
rappresentati dalla mugheta, dal ginepreto nano e da lembi di vaccinieto.
Per i pascoli, la cenosi più caratterizzante di questo orizzonte è quella a Sesleria tenuifolia,
che si insedia generalmente sui versanti più acclivi con esposizioni meridionali e suoli
superficiali, poco evoluti e ricchi di scheletro; è un pascolo discontinuo, dal tipico aspetto
gradonato.
Il tipo di pascolo più evoluto, insediato sui suoli più profondi, è il Luzulo-Festucetum
macratherae, caratterizzato da Festuca macrathera, Luzula italica e Trifolium thalii, ma
non vanno dimenticate le praterie a cotico continuo, dominate da Brachypodium genuense.
Per quanto riguarda le rupi, è stata descritta recentemente (Pirone 1997), per la fascia
subalpina della Majella-Morrone e dell’Aremogna, una nuova associazione denominata
Saxifragetum italico-ampullaceae, di cui sono specie caratteristiche Saxifraga ampullacea
e S. italica, entrambe endemiche dell’Appennino centrale.
pag. 45
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Questa vegetazione si insedia con i compatti pulvini delle sassifraghe citate su rupi, nicchie
e cenge con esposizioni nei quadranti settentrionali.
Per quanto riguarda il piano montano, la vegetazione più evoluta e stabile è rappresentata
dalla faggeta, che costituisce la formazione forestale più estesa e caratterizzante del
massiccio, tra gli 800-900 ed i 1700-1800 metri, a tale proposito sarebbe interessante
avviare studi sulla naturalità dell’attuale limite del bosco e delle sue tendenze dinamiche.
Sul versante orientale del massiccio, nei valloni freschi di Feudo Ugni e della Valle del Foro
sono insediati nuclei di bosco mesofilo con Frassino maggiore (Fraxinus excelsior), Faggio
(Fagus sylvatica), Olmo montano (Ulmus glabra), Tiglio (Tilia platyphyllos), Aceri (Acer
pseudoplatanus, A. platanoides, A. obtusatum). Tali cenosi sono riferibili al Tilio
platyphylli-Acerion pseudoplatani, alleanza che comprende i boschi misti di latifoglie (con
tigli, aceri, olmo montano, ecc.) prevalentemente di forra su suoli ricchi e profondi, a
carattere subatlantico.
Per questa fascia ricordiamo ancora i nuclei di Pino laricio di Fara S. Martino (Pinus nigra
subsp. laricio), presente nelle valli di S. Spirito e del Fossato, sul versante orientale del
massiccio (Tammaro e Ferri 1982; Pellegrini 1984). Si tratta di relitti di più ampie
popolazioni boschive relative all’antica vegetazione montana mediterranea a facies xerofila
dell’Appennino, che ebbe vasta diffusione durante il glaciale (Tongiorgi 1938; Chiarugi
1939; Marche 1936). Il suo insediamento sull’Appennino è antichissimo e secondo alcuni
AA. risalirebbe addirittura al Terziario (Giacomini e Fenaroli 1958).
Uno studio specifico meriterebbero le comunità di Ginepro sabino (Juniperus sabina),
presente in diverse località della Majella orientale (Conti et al. 1987).
Citiamo, infine, l’interessantissimo popolamento, anch’esso relittuale, di Betulla (Betula
pendula), posto ai margini della faggeta di Macchia Lunga nel Vallone di Fara S. Martino
(Bortolotti e Pierantoni 1984).
Relativamente ai pascoli montani, oltre alle associazioni già ricordate per il piano collinare,
in diverse aree della Majella è presente il Seslerio nitidae-Brometum erecti, pascolo
discontinuo su substrati ricchi di detrito, spesso in contatto con le cenosi di altitudine. Altre
forme di pascolo montano sono rappresentate dai brachipodieti dominati da Brachypodium
rupestre. Lungo i versanti orientali del massiccio, molto acclivi, è presente un pascolo
rupestre attribuibile al Centaureo rupestris-Scabiosetum crenatae.
pag. 46
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Verso il limite superiore del piano collinare e nel piano montano, su suoli profondi e
freschi, si insedia (Pirone 1992) un pascolo meno xerofilo ascrivibile al Brizo mediaeBrometum erecti, le cui specie caratteristiche più frequenti sono Briza media e Plantago
lanceolata subsp. sphaerostachya. Sul Morrone questi popolamenti si differenziano per la
presenza, tra l’altro, di Linum hirsutum ed Inula salicina.
Recentemente (Pirone 1997) sono stati identificati, nel territorio degli Altipiani Maggiori,
altri due pascoli e precisamente il Plantago holostei-Helianthemetum cani e l’Astragalo
sempervirentis-Seslerietum nitidae. Un cenno meritano anche, per la loro importanza,
alcune vegetazioni degli Altipiani Maggiori. Si tratta dei prati pingui e periodicamente
inondati, dei piani carsici, appartenenti a varie unità dei Molinio-Arrhenatheretea, e di
alcuni aspetti a grandi carici dei Phragmiti-Magnocaricetea.
Per i prati pingui e inondati sono state identificate diverse cenosi attribuibili alle seguenti
unità sintassonomiche: Arrhenatherion elatioris, Cynosurion, Ranunculion velutini,
Calthion, Agropyro-Rumicion, Poion alpinae, Caricion elatae.
In particolare i magnocariceti (riferibili all’ultima categoria indicata) sono di grande
importanza fitogeografica in quanto rappresentano le propaggini più meridionali di questo
tipo di fitocenosi ad areale eurosiberiano penetrate nella regione mediterranea. Da noi
possono essere considerati come dei relitti di aggruppamenti favoriti in passato dal clima
quaternario più freddo ed umido.
Il severissimo e selettivo ambiente dei brecciai nel piano montano (e spesso anche in quello
subalpino) della Majella ospita cenosi riferibili al Linario-Festucion dimorphae, alleanza
propria dei brecciai appenninici montani e subalpini (Thlaspietalia stylosi, Thlaspietea rotundifolii).
Passando al piano collinare la vegetazione, nella sua componente forestale, è molto
frammentata a causa degli antichi ed intensi disboscamenti ed è rappresentata da cenosi
miste di caducifoglie con dominanza di Quercus pubescens. Si tratta di cedui, aperti e
luminosi, e quindi favorevoli allo sviluppo di un folto strato erbaceo nel quale prevale
spesso Brachypodium rupestre e, tra gli arbusti, quelli maggiormente amanti della luce
(Crataegus monogyna, Rosa canina, ecc.).
pag. 47
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Piano del Parco - Schema Direttore
Dal punto di vista fitosociologico, le ricerche condotte nella Valle dell’Orta hanno
evidenziato la presenza del Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis, afferente alle
unità, Ostryo-Carpinion orientalis e Quercetalia pubescenti-petraeae. Si tratta di cenosi
submediterranee e tipiche quindi dei settori marcatamente caldo-aridi.
Sui contrafforti settentrionali del Morrone (Pirone 1992) vi sono boschi di Roverella
riferibili al Cytiso sessilifolii-Quercetum pubescentis (Quercion pubescenti-petraeae),
associazione descritta da Blasi et alii (1982) per l’Appennino centrale, a carattere di
relativa continentalità.
Nel piano collinare sono relativamente frequenti le cenosi miste di sclerofille sempreverdi e
di caducifoglie, in stazioni favorevoli dal punto di vista termico e su substrati generalmente
calcarei o arenacei, a testimonianza dei notevoli influssi mediterranei. Si tratta di consorzi
con significato extrazonale, legati, nelle loro espressioni più tipiche, al piano
mesomediterraneo. Per questo tipo di vegetazione si può fare riferimento alla associazione
balcanica Orno-Quercetum ilicis.
Al dinamismo delle cenosi miste di sempreverdi e di caducifoglie appartengono le garighe
attribuibili ai Cisto-Ericetalia e, nel loro ambito, al Cytiso spinescentis-Satureion
montanae, alleanza descritta recentemente da Pirone e Tammaro (1997) per le garighe
dell’Appennino abruzzese sui substrati calcarei del piano collinare-submontano.
Nel piano collinare sono molto rappresentati anche i boschi misti di caducifoglie mesofile e
semi-mesofile, di cui i più diffusi sono quelli a Carpino nero (Ostrya carpinifolia). Gli
ostrieti si affermano sui versanti freschi spesso in contatto, superiormente, con la faggeta,
e, in particolare, su substrati calcarei e su suoli superficiali, ricchi di scheletro, a
sottolineare il temperamento pioniero del Carpino.
Sul Morrone sono stati rilevati aspetti ascrivibili all’associazione Melittio-Ostryetum
carpinifoliae (Avena et al. 1980) mentre nella Valle dell’Orta è stata rilevata la presenza
dell’Asparago acutifolii-Ostryetum carpinifoliae.
I mantelli di vegetazione, cioè quelle particolari comunità vegetali arbustive che si
affermano ai margini del bosco, sono edificati da specie pioniere ed eliofile quali Juniperus
communis subsp. communis e J. oxycedrus subsp. oxycedrus, Spartium junceum, Lonicera
sp. pl., Prunus spinosa, Cytisus sessilifolius, Coronilla emerus e, qualche volta, Buxus
sempervirens.
pag. 48
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
I pascoli del piano basale possiedono una netta impronta xerica e molti rientrano nel tipo
indicato con il termine di “parasteppa”, ricca di elementi mediterranei con prevalenza di
terofite e di camefite. Si tratta di cenosi spesso derivanti dall’abbandono di aree coltivate e
condizionate dall’aridità estiva; fitosociologicamente vengono riunite nella classe
Thero-Brachypodietea.
I pascoli a dominanza di Bromus erectus, sempre di origine secondaria, afferiscono alla
classe Festuco-Brometea e all’ordine Brometalia erecti.
La vegetazione rupicola più significativa di questa fascia è stata osservata nella Valle
dell’Orta, dove sono stati identificati l’Eucladio-Adiantetum (Pirone 1992) e
l’Adianto-Cratoneuretum filicini, entrambi legati alle rupi con stillicidio. Per il piano
basale merita un cenno anche la vegetazione dei calanchi, incisi nelle argille alla base del
massiccio e così tipici di tutta la fascia preappenninica della regione. Questa vegetazione è
caratterizzata da numerose specie alotolleranti o alofile, legate ai substrati argillosi, quali
Elytrigia atherica, Podospermum laciniatum, Aster linosyris, Artemisia caerulescens
subsp. caerulescens, ecc.
I popolamenti igrofili lungo i corsi d’acqua presentano nuclei pionieri di Salici (Salix alba,
S. triandra, S. purpurea, S. elaeagnos) e Pioppi (Populus nigra e P. alba). Le cenosi
elofitiche sono formate soprattutto da Phragmites, Typha e, molto raramente, da
Schoenoplectus e Bolboschoenus (Pirone 1987) .
Elementi specifici per la conservazione
I risultati dell’analisi vegetazionale sono basati anche sulla naturalità delle categorie
vegetazionali considerate nella cartografia fitosociologica secondo i criteri esplicitati nello
studio settoriale allegato e seguendo lo schema della legenda della Carta della Naturalità. (I
codici numerici che precedono le comunità vegetali si riferiscono alla legenda del progetto
Corine Land Cover).
A)
Naturalità molto elevata
Si tratta di formazioni dinamicamente molto stabili e di grande valenza biogeografica.
Rilevantissimo il numero di habitat tra cui alcuni di importanza comunitaria e
nazionale. Tra i boschi fanno parte di questa categoria solo le emergenze di tipo
mediterraneo (Quercion ilicis) e i nuclei di Betula pendula e Pinus nigra subsp.
laricio.
pag. 49
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
cod. 3.2.2.1
cod. 3.2.2.4
cod. 3.3.1
cod. 3.1.1.1
cod. 3.1.1.6
cod. 3.1.1.7
cod. 3.1.2.1
cod. 3.2.1.2
B)
Formazioni a pino mugo
Arbusteti altomontani
Rupi e brecciai (roccia nuda, rupi, accumuli di detrito roccioso)
Boschi a prevalenza di leccio
Boschi a prevalenza di specie igrofile con salici, pioppi e ontani
Nuclei di betulla (Betula pendula)
Nuclei di pino nero-laricio di Fara S. Martino
Pascoli altomontani
Naturalità elevata
Rientra in questa categoria tutto il complesso forestale del piano montano e
submontano. Anche in questo caso l’articolazione e la ricchezza di tipologie
sintassonomiche evidenzia il ruolo biogeografico del massiccio. Mentre infatti nel
piano montano si hanno elementi di collegamento con l’Europa centrale, nel piano
submontano si hanno querceti di pertinenza sia del Quercion pubescenti-petrae che
dell’Ostrio-Carpinion orientalis.
cod. 3.1.1.2
cod. 3.1.1.3
cod. 3.1.1.4
cod. 3.1.1.5
C)
Boschi misti a dominanza di carpino nero
Boschi misti a dominanza di roverella
Boschi misti a dominanza di cerro
Boschi a prevalenza di faggio e/o altre latifoglie mesofile
Naturalità media
Le aree che rientrano in questa categoria sono quelle che nel tempo garantiranno la
piena funzionalità ed efficienza dei sistemi ad elevata naturalità. Si tratta di arbusteti
collinari e montani, di garighe collinari e montane, di pascoli e di formazioni
calanchive.
In linea generale si tratta di formazioni seminaturali alcune delle quali in forte
trasformazione dinamica. Sono queste le aree ove si possono avere le più evidenti
trasformazioni fitocenotiche e paesaggistiche. Di grande interesse floristico e
sintassonomico le “garighe montane” del Cytiso spinescentis-Satureion montanae.
cod. 3.2.2.2
cod. 3.2.2.3
cod. 3.2.3
cod. 3.3.2
pag. 50
Arbusteti collinari sub-montani
Arbusteti montani
Aree con vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione
Formazioni calanchive
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
cod. 2.3.1
D)
Prati stabili (superfici a copertura erbacea densa, non soggette a
rotazione, sono per lo più pascolate ma il foraggio può anche essere
raccolto meccanicamente)
Naturalità bassa e molto bassa
In questi casi si dovrebbe prevedere una scarsa trasformazione territoriale. Siamo
nella fascia ove maggiore è l’utilizzazione agraria e dove non risulta elevato
l’interesse botanico.
cod. 2.2.1
cod. 2.4.1
cod. 2.4.2
cod. 3.1.2.2
cod. 2.1
3.1.3.2
Oliveti
Sistemi colturali e particellari complessi (mosaico di appezzamenti
singolarmente non cartografabili con varie colture temporanee,
prati stabili e colture permanenti).
Aree prevalentemente occupate da colture agrarie con presenza di
spazi naturali importanti (non cartografabili separatamente).
Rimboschimenti a prevalenza di conifere (pino nero, pino d’aleppo)
Seminativi
Limitazioni per la conservazione
I drenaggi e la captazione di sorgenti costituiscono serie minacce per le comunità vegetali
tipiche degli ambienti umidi (vegetazione rizofitica e elofitica) e quindi per le specie ad
elevata sensibilità come ad esempio Carex sp. Pl., Triglochin palustre, Dactylorhiza
incarnata.
Le attività colturali che prevedono una spinta meccanizzazione ed un utilizzo massiccio di
diserbanti e pesticidi fanno diminuire drasticamente le popolazioni di alcune infestanti
come il gittaione e il fiordaliso e sono responsabili della scomparsa delle siepi (importanti
aree di rifugio e serbatoio per molte specie vegetali ed animali) e sono pertanto
incompatibili con la conservazione in un Parco.
La ceduazione e le attività forestali hanno ridotto la ricchezza in specie arboree.
Anche per i pascoli e per tutte le cenosi erbacee si individua una chiara limitazione
nell’abbandono delle attività o nell’eccesso di uso ormai comunque molto localizzato.
pag. 51
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Le raccolte a scopo amatoriale o professionale possono mettere in pericolo di rarefazione o
estinzione specie vistose e officinali (es.: Leontopodium nivale, Peonia officinalis, Lilium
martagon, Gentiana lutea, Artemisia eriantha).
Alcune popolazioni con pochi individui sono particolarmente sensibili ad ogni variazione
pur piccola del loro habitat e sono particolarmente vulnerabili (es.: Cypripedium calceolus,
Betula pendula, Soldanella samnitica, Salix breviserrata).
Un potenziale elemento limitante sono i numeri crescenti di cinghiali e cervidi e il loro
impatto su alcune cenosi di pascolo.
3.1.3.3.
Opportunità per la conservazione
Nelle categorie vegetazionali di qualità molto elevata si trovano relitti glaciali e terziari,
vegetazione a carattere alpino, vegetazione mediterranea in ambito temperato, flora di
elevato pregio.
Nelle categorie vegetazionali di qualità elevata, la gestione è facilitata dalla intrinseca
stabilità del sistema. Rimane essenziale cogliere l’occasione del Parco di “invecchiare” il
patrimonio forestale specialmente nelle aree ove già da tempo si assiste ad una progressiva
limitazione della fruizione produttiva.
E’ possibile lo sfruttamento dei prodotti del sottobosco e la produzione di legna nei settori
meno sensibili e sulle morfologie meno acclivi.
Nelle categorie vegetazionali di qualità media, si trovano aree ad intenso dinamismo che
possono evolvere verso formazioni strutturalmente più complesse. Alcune formazioni,
soprattutto le erbacee ad elevata biodiversità, vanno mantenute in uno stadio strutturale
non maturo con interventi mirati di utilizzo. La flora è di pregio.
Esiste una importante opportunità di studiare la naturalità del limite superiore del bosco e
sulle tendenze dinamiche nella fascia di tensione tra gli orizzonti montano e subalpino.
Questi potranno permettere di conservare interessanti processi di dinamica ecotonale sul
limite superiore del faggio e la sua interazione con la mugheta: questi processi sono più
evidenti in questo periodo a causa del progressivo abbandono del pascolo e di pratiche ad
esso collegate quali l’incendio e il taglio.
pag. 52
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Nelle categorie vegetazionali di qualità bassa e molto bassa vi è interesse dal punto di vista
dinamico: anche se il dinamismo è rallentato, le potenzialità non sono del tutto
compromesse.
Il Parco permetterà di porre sotto attento controllo la dinamica di popolazioni di specie
attualmente in fase di espansione (es.: Ferula glauca) anche per individuarne le cause.
3.1.4
3.1.4.1
Aspetti forestali
Inquadramento degli aspetti forestali
Nel territorio del Parco domina la foresta temperata decidua nelle sue varie espressioni:
Querceti submediterranei, Ostrieti, Cerreti, Faggeti, Betuleti. Non trascurabile appare,
peraltro, la componente sempreverde rappresentata soprattutto da mugheti di alta quota e a
livello più sporadico da lecceti e pinete di pino nero.
Nel complesso, il paesaggio forestale del Massiccio trova la sua principale connotazione nei
faggeti governati a ceduo e, solo in minor misura, a fustaia. Tuttavia, nella maggior parte
dei casi si tratta di cenosi che risultano fortemente alterate nei loro originari aspetti
compositivi e strutturali da un’incisiva azione antropica protrattasi per almeno un
millennio. Il taglio frequente , eccessivo e irrazionale nelle sue modalità esecutive e,
soprattutto, il pascolo hanno profondamente modificato gli equilibri di queste formazioni
che già a livello fisionomico appaiono ben lontane da quelle cenosi che hanno avuto
maggiori possibilità di esprimere le loro potenzialità in aree anche prossime al Parco, come
ad esempio, a Morino, in Val Roveto. I cedui, infatti, risultano, il più delle volte, degradati
e con scarsa rinnovazione e le fustaie sono ancora lontane dall’assumere quella tipica
struttura a cattedrale propria dei boschi più vetusti. Mancano in sostanza molte di quelle
fasi che conferiscono stabilità al ciclo strutturale della faggeta e ne garantiscono il naturale
dinamismo che consente anche l’insediamento e l’affermazione di altre specie arboree più
delicate o esigenti.
Anzi, alcune delle specie normalmente associate al faggio hanno subito un destino ancor
peggiore poiché sono state condotte sull’orlo dell’estinzione. E’ il caso del frassino
maggiore, dell’acero di monte e dell’acero riccio, dei tigli, del tasso e dell’agrifoglio che
oggi appaiono presenze rare in rapporto all’estensione del Parco.
pag. 53
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Dell’azione antropica si sono invece avvantaggiate le specie submediterranee, prime tra
tutte il carpino nero e la roverella, che hanno conquistato ampi spazi soprattutto nei
popolamenti governati a ceduo dove il suolo si è più degradato e il clima si è
continentalizzato in seguito all’apertura della volta arborea. In alcuni ambiti, come quelli in
cui prevale la frazione argillosa nel suolo, anche il cerro si è maggiormente diffuso.
Una delle specie che certamente ha visto ridursi il proprio areale potenziale è il leccio,
mentre non si hanno ancora elementi sufficienti per chiarire quale sia stata la risposta del
pino mugo all’attività di disturbo prodotta dall’uomo. E’ probabile che anche questa specie
abbia subito una contrazione della propria diffusione sul massiccio montuoso, ma non è
escluso che l’uomo possa averle aperto spazi una volta occupati dal faggio. In particolare,
in questi ultimi anni l’abbandono delle attività pastorali e, più in generale, lo spopolamento
dell’area, hanno determinato la riconquista spontanea di ampie aree da parte della
vegetazione arbustiva ed arborea cosicché anche il pino mugo ha avuto nuove possibilità di
ricolonizzazione.
Nonostante una storia di antica antropizzazione delle foreste, il Parco della Majella ha però
mantenuto quella ricchezza compositiva indispensabile per qualsiasi progetto di restauro
forestale. E non mancano anche alcune preziose tracce necessarie per compiere tale opera
con una buona precisione. E’ il caso dei boschi relitti di betulla o di pino nero che, ad
un’approfondita analisi genetica, potrebbero risultare anche differenti dai tipi.
3.1.4.2
Descrizione degli aspetti forestali: la cartografia forestale
Le indagini sulla realtà forestale del Parco sono meglio descritte facendo riferimento alle
carte conclusive che sono state realizzate:
1)
2)
3)
Carta delle utilizzazioni forestali;
Carta dei boschi vetusti;
Carta degli ambiti di frammentazione e deframmentazione.
LE UTILIZZAZIONI FORESTALI
La carta delle utilizzazioni forestali risulta essere la sintesi delle informazioni provenienti
dalla carte dell’uso del suolo della Regione Abruzzo (scala 1:25000), dalle ortofotocarte
della Regione Abruzzo (scala 1:10000), dalle foto aeree B/N dei voli 1991 e 1995 dell’IGM
e dei piani di assestamento per i seguenti Comuni muniti di tale strumento: Santa Eufemia a
pag. 54
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Majella, Tocco da Casauria, Guardiagrele, Lama dei Peligni, Lettopalena, Palena,
Pennapiedimonte, Pizzoferrato, Pretoro, Cansano, Pacentro, Pescocostanzo, Rivisondoli,
Roccapia. Per quanto possibile, sono state eseguite diverse verifiche di campagna.
I terreni boscati si estendono su 29.086 ha, il 39% della superficie del Parco Nazionale
della Majella. La copertura forestale è nel complesso alquanto frammentata a causa di
limiti naturali, ma, soprattutto, a causa delle azioni antropiche.
Le tipologie forestali individuate sulla tavola a contenuto dendrologico sono: faggeti,
cerreti, boschi misti di latifoglie submediterranee a dominanza di roverella e/o di carpino
nero, lecceti, betuleti, pinete di pino mugo, pinete naturali di pino nero, rimboschimenti di
conifere.
Nel complesso, il paesaggio forestale del Massiccio trova la sua principale connotazione nei
faggeti che con una superficie di 19.950 ha occupano il 69% del territorio forestale. Queste
cenosi costituiscono le formazioni forestali più estese del Parco e si collocano nella fascia
montana tra gli 800 e i 1800 m s.l.m.
Al secondo posto risultano i boschi misti di latifoglie submediterranee che nei vari aspetti
compositivi si estendono su poco più di 4.000 ha (15% della superficie boscata).
Completano il quadro della foresta temperata decidua i boschi di cerro, che nel complesso
non raggiungono 500 ha (1% della superficie boscata) e sono distribuiti soprattutto
nell’area sud-orientale del Parco, ed il piccolissimo nucleo di betulla presente nel territorio
comunale di Fara San Martino.
Tra le formazioni di sempreverdi si rinvengono diversi nuclei di leccio ma tali cenosi
acquistano una estensione tale da essere cartografabile (circa 50 ha) solo nella parte nordoccidentale e nord-orientale del Parco.
I popolamenti di conifere interessano un’area molto più estesa. Infatti, le cenosi naturali di
pino mugo occupano 880 ha di superficie alle quote più alte, tra i 1800 e 2100 m s.l.m e
quelli di pino nero quasi 30 ha. Infine, i rimboschimenti di conifere, per la maggior parte
dominati dal pino nero, interessano una superficie di 2700 ha, pari al 9% della superficie
boscata.
La forma di governo a tutt’oggi più diffusa è quella a ceduo (16.963 ha corrispondenti al
58% della superficie forestale). Si tratta per la maggior parte di cedui di faggio e
secondariamente di latifoglie submediterranee. L’alto fusto interessa invece una superficie
di
pag. 55
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
12.123 ha. Al solito, la tipologia più diffusa è l’alto fusto di faggio. Una superficie molto
limitata occupa invece la cerreta (266 ha). Per quanto riguarda le formazioni di pino mugo,
va specificato che per ragioni pratiche i dati statistici relativi a questa specie sono stati
attribuiti a questa forma di governo per via della loro genesi gamica, anche se dal punto di
vista fisionomico a causa della loro ridotta statura non possono certo essere associati al
classico alto fusto. Completano il quadro delle formazioni di alto fusto i numerosi
rimboschimenti di conifere.
FAGGETI
Sono boschi mesofili dominati dal faggio e con sporadica presenza di latifoglie mesofile
(acero montano, acero riccio, acero campestre, frassino maggiore, tigli, carpino bianco,
ciliegio) che possono assumere un ruolo dominante in corrispondenza di forre. Sono
presenti, a volte anche in maniera abbondante, il tasso e l’agrifoglio.
Sono state distinte due tipologie strutturali: alto fusto e ceduo.
Alto fusto
Sulle pendici della Majella a tutt’oggi non si rinvengono vere fustaie di faggio, se con
questo termine intendiamo soprassuoli generatisi per seme e caratterizzati da una
architettura imponente. Al massimo si possono incontrare dei lembi di fustaia in
popolamenti in cui la maggior parte degli individui è di origine agamica. Ciò che
caratterizza questa tipologia forestale è la presenza di diversi aspetti strutturali a volte
distinti in ambiti geografici ben separati, ma non di rado presenti all’interno della stessa
particella.
Un primo tipo strutturale abbastanza diffuso è rappresentato dai soprassuoli con struttura
fondamentalmente monoplana originatisi a seguito di interventi di conversione effettuati su
intere particelle. Si tratta di popolamenti in cui la rinnovazione è spesso assente poiché si
trovano nella fase di autodiradamento. Eccezionalmente alcune piante possono avere
anche un diametro di 80 cm, ma generalmente le piante di più grande dimensione non
oltrepassano 60 cm. L’età media di questi soprassuoli non supera il secolo nelle situazioni
più evolute, più comunemente si aggira intorno ai 60-80 anni. A titolo esemplificativo
vengono ricordati i popolamenti di Pretoro, Lettopalena, Pacentro (pendici del Morrone),
di S. Eufemia a Majella e di Roccapia.
Un secondo grande tipo strutturale è quello delle faggete a struttura composita in cui il
bosco assume un profilo più articolato. Nel complesso la curva di distribuzione dei diametri
tende ad assumere un andamento iperbolico e in diversi tratti, soprattutto in corrispondenza
pag. 56
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
di buche nel soprassuolo arboreo, si rileva una attiva rinnovazione del faggio. Questo tipo
strutturale è particolarmente diffuso nei boschi comunali di Pennapiedimonte, Palena,
Pizzoferrato, Pescocostanzo. In alcuni casi sono presenti piante con diametro superiore al
metro (Pizzoferrato, Pescocostanzo) e altezza di 25-30 m.
Ceduo
Nel Parco della Majella la tipologia di bosco ceduo più diffusa è quella del ceduo
matricinato di faggio (Guardiagrele, Pennapiedimonte, Lama dei Peligni, Palena,
Pizzoferrato, S. Eufemia a Majella, Corfinio, Tocco da Casauria e Cansano). La
matricinatura è di carattere spesso molto irregolare e in alcuni casi i faggi superano i 50 cm
di diametro. In alcuni Comuni (Guardiagrele, Pennapiedimonte) viene applicato un
trattamento di matricinatura per gruppi distribuendo in maniera regolare, a scacchiera, da
80 a 150 matricine per ettaro. Negli stessi territori comunali è stato anche rilevato il
trattamento a ceduo semplice (Guardiagrele, Pennapiedimonte). Nel caso dei cedui di
Roccapia viene riportato il trattamento a ceduo composto e se ne prevede la conversione
all’alto fusto attraverso la conversione diretta.
CERRETI
Sono boschi dominati dal cerro con sporadica presenza delle latifoglie mesofile e di acero
opalo e campestre, carpino bianco, perastro, ciliegio, nocciolo, ciavardello e delle latifoglie
submediterranee.
Come nel caso dei faggeti sono stati distinti boschi di alto fusto e boschi governati a ceduo.
I boschi di alto fusto hanno struttura composita, con piante che possono avere anche più di
un secolo e mezzo. I volumi delle diverse particelle sono compresi tra 110 e 300 m3/ha. I
cedui, invece, sono generalmente matricinati, in maniera spesso irregolare, e sono
caratterizzati da notevoli discontinuità, come del resto testimoniato dalla ridotta superficie
media (8 ha).
BOSCHI MISTI DI LATIFOGLIE SUBMEDITERRANEE A DOMINANZA DI ROVERELLA E/O DI CARPINO
NERO
Sono boschi a composizione mista spesso dominati dalla roverella e/o dal carpino nero in
cui possono essere presenti, anche in misura rilevante, il cerro, l’acero opalo e minore,
l’orniello, il maggiocindolo, la carpinella, il sorbo domestico e montano e, in alcuni casi,
anche il leccio e il bosso.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
La statura di questi popolamenti non è elevata. Infatti, difficilmente questa boscaglia
supera i 15 m di altezza; anzi nei siti meno fertili assume un aspetto particolarmente
intricato con numerosi soggetti di piccole dimensioni e dalla forma contorta. I popolamenti
di roverella, di ridotte dimensioni medie (22 ha), dominano le aree collinari, spesso a
contatto con le colture agrarie, mentre quelli di carpino nero prevalgono lungo i versanti
più acclivi e freschi, in corrispondenza dei litosuoli, frequentemente ai limiti dei boschi di
faggio.
Il governo è sempre a ceduo. Le provvigioni sono generalmente basse, generalmente
inferiori a 150 m3/ha, poiché si tratta di soprassuoli che in passato hanno subito una forte
pressione antropica a tal punto che diverse specie cespugliose tipiche del mantello
(prugnolo, ginepri, biancospino, ginestre) sono entrate in maniera diffusa all’interno del
bosco a colonizzare le radure apertesi in seguito a forti tagli e/o agli incendi.
LECCETI
Boschi a dominanza di leccio in cui si rinvengono anche altre latifoglie sempreverdi quali il
corbezzolo e la fillirea. Vi è una costante presenza delle latifoglie submediteranee, del
terebinto e della ginestra odorosa. Si tratta di popolamenti spesso collocati in ambiti
particolarmente accidentati e con morfologia molto aspra. Il governo è sempre a ceduo.
BETULETI
Relitto di grande interesse fitogeografico inserito in un contesto di bosco di faggio. Esso,
infatti, insieme al pino mugo e al sorbo degli uccellatori denota, anche da un punto di vista
forestale, un carattere “alpino” della Majella.
PINETE DI PINO MUGO
Si tratta di popolamenti sommitali, di grande interesse fitogeografico, frequentemente a
copertura discontinua e in attivo dinamismo costituiti da piante di pino mugo molto spesso
a portamento prostrato.
PINETE NATURALI DI PINO NERO
Sono popolamenti rupestri a carattere relitto di grande interesse fitogeografico.
RIMBOSCHIMENTI DI CONIFERE
Si tratta di piantagioni di varia età eseguite a scopo protettivo a partire dagli anni venti. In
particolare vaste campagne di rimboschimento con conifere, prima tra tutte il pino nero di
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Villetta Barrea, sono state attuate in seguito alla legge sulla bonifica integrale del 1933 e
alla legge per la montagna del 1952 (legge Fanfani).
Vengono riconosciute quattro tipologie: rimboschimenti di conifere a dominanza di pino
nero, rimboschimenti di conifere a dominanza di pino nero e cipresso, rimboschimenti di
conifere a dominanza di pino d’Aleppo e cipresso, rimboschimenti con conifere varie.
Nonostante la scarsità delle cure colturali prestate, in diversi casi l’esito complessivo dei
rimboschimenti può ritenersi soddisfacente. Si trattava di riportare la copertura forestale in
terreni particolarmente ingrati, decapitati quasi completamente. Il pino nero si è così
confermato ottima specie colonizzatrice capace di formare una copertura continua al di
sotto della quale hanno ormai da diversi anni preso avvio i processi successionali.
Interessanti in questo senso sono i rimboschimenti di Guardiagrele e di Lama dei Peligni
dove in pinete alte mediamente 20 m si rileva una attiva rinnovazione di orniello, leccio
(abbondantissima a Bocca di Valle con piante alte fino a 3 m di altezza), acero opalo,
montano e campestre, roverella, carpino nero, ciliegio, faggio e nocciolo. In alcuni casi si è
assistito ad una naturalizzazione del pino nero che è andato ad insediarsi lungo i valloni.
I BOSCHI VETUSTI
Nella carta dei boschi vetusti sono stati censiti quei popolamenti di alto fusto che
presentano caratteristiche compositive e/o strutturali tipiche di cenosi particolarmente
evolute. Si tratta fondamentalmente di faggete e cerrete, nonché di popolamenti rupestri di
pino nero.
Una prima formazione interessante è quella del Bosco di S. Antonio a Pescocostanzo. In
realtà si tratta di tre nuclei disgiunti (Primo Colle, Secondo Colle e La Difesa) caratterizzati
da faggi di grandi dimensioni alcuni dei quali raggiungono un’altezza di oltre 30 m, mentre
alberi di agrifoglio sfiorano i 15 m. E’ presente una ricca flora nemorale comprensiva del
tasso.
Sempre nel territorio del Comune di Pescocostanzo lungo le pendici sud-orientali del
Pizzalto si rinviene una interessante fustaia di faggio caratterizzata dalla disetaneità e dal
buon portamento degli alberi, alcuni dei quali con diametro di oltre 80 cm. In prossimità
delle aperture della volta arborea la rinnovazione è attiva. Frequente è l’acero di monte. E’
presente il tasso.
Un’altra formazione di alto fusto che presenta caratteristiche di vetustà si rinviene nel
Comune di Palena in corrispondenza del versante orientale della Majella. Il soprassuolo è
costituito prevalentemente da una fustaia disetaneiforme di faggio con piante di oltre 70 cm
di diametro. Diverse piante hanno un età superiore al secolo e mezzo.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Nel Comune di Pizzoferrato lungo le pendici settentrionali del Monte di Mezzo (sorgente
Laria, Prato Marino, Colle Carbone) e lungo le pendici settentrionali di Monte Lucino e
Monte di Mezzo (Sorgente la Scrofa) si rinvengono aspetti di fustaia composita a
dominanza di faggio o di cerro nella fascia inferiore.
Nel Comune di Pretoro si rinviene, infine, l’ultima formazione interessante per le sue
caratteristiche di vetustà. Si tratta della parte alta del bacino imbrifero del Foro e del
versante compreso tra Costa della Madonna e Colle Remacinelli dove si rinviene una
faggeta a struttura composita.
GLI AMBITI DI FRAMMENTAZIONE E DEFRAMMENTAZIONE
Per la realizzazione di questa carta le formazioni forestali sono state distinte in tre
categorie:
1)
2)
3)
Popolamenti frammentati in nuclei di superficie inferiore a 25 ha (colore rosso).
Popolamenti a rischio di frammentazione con superficie compresa tra 25 e 100 ha
(colore giallo).
Popolamenti a scarso rischio di frammentazione con superficie superiore a 100 ha
(colore verde).
La carta delle macrounità ecosistemiche è stata utilizzata per comprendere la matrice in cui
sono inseriti questi popolamenti e per comprendere eventuali processi ricostitutivi in atto.
La carta degli ambiti di frammentazione e deframmentazione è utile per individuare
eventuali corridoi forestali da conservare o da realizzare. Considerando i principali
elementi del dinamismo forestale e le eventuali cause che ne ostacolano l’espressione,
come ad esempio la frammentazione e il pascolo, potranno così essere individuati quegli
ambiti in cui concentrare le azioni tecniche e normative per la riabilitazione e il restauro
delle cenosi forestali.
3.1.4.3
Elementi specifici per la conservazione
Lo stato attuale delle foreste del Parco della Majella è ben differente da quello
potenzialmente realizzabile se l’uomo non fosse intervenuto a modificarne profondamente
la distribuzione, la composizione e la struttura. Buona parte del paesaggio forestale è
caratterizzato da boschi cedui o da alto fusti frutto di un’opera di conversione condotta
episodicamente e in maniera disordinata. Allo stesso tempo, la pesante azione antropica ha
portato sulla soglia dell’estinzione diverse specie forestali, di grandissima importanza
pag. 60
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Piano del Parco - Schema Direttore
fitogeografica, la cui sopravvivenza, così come il loro fondamentale ruolo ecologico, può
essere garantita solo nell’ambito di un regime di protezione quale quello offerto da un
Parco Nazionale.
Il Parco della Majella ha mantenuto, infatti, una discreta ricchezza dendrologica
indispensabile per qualsiasi progetto di restauro ambientale. Infatti, se si eccettua l’abete
bianco, segnalato per i Monti Pizi dal Tenore, ma in seguito estinto, su queste montagne si
rinvengono tutte le specie arboree che caratterizzano il paesaggio forestale centroappenninico. In particolare meritano menzione le numerose popolazioni di tasso che sul
Massiccio della Majella ha mantenuto sugli Appennini una diffusione non comune
ancorché di gran lunga inferiore alle potenzialità della specie.
3.1.4.4
Limitazioni per la conservazione
I limiti per la conservazione sono fondamentalmente di natura antropica.
Certamente la pressione che oggi l’uomo esercita su questi boschi è molto ridotta rispetto a
ciò che si verificava alcuni decenni orsono. Tuttavia, non va dimenticato che alcune
formazioni forestali, o alcune specie, sono sull’orlo del collasso per cui qualsiasi ulteriore
disturbo potrebbe risultare fatale. E’ questo, ad esempio, il caso dei popolamenti di faggio
eccessivamente frammentati. Il pascolo in bosco e i tagli irrazionali rappresentano tutt’oggi
dei pericoli reali.
Poiché esiste ancora una richiesta di legname da destinare ad usi civici, l’applicazione di
una selvicoltura naturalistica, negli ambiti riconosciuti idonei al prelievo legnoso, garantirà
comunque quei quantitativi di legna che risultano necessari a soddisfare il fabbisogno delle
popolazioni locali.
Al contrario il pascolo in bosco va gradualmente eliminato poiché ha contribuito, e non
poco, all’impoverimento della flora nemorale. Infatti, essendo l’obiettivo primo della
gestione forestale quello della ricostituzione dei boschi vetusti, va garantita la rinnovazione
di quelle specie tardo-successionali (p.e. tasso, tiglio, acero di monte) estremamente
sensibili al pascolo degli animali domestici.
Attenzione, infine, deve essere posta alla raccolta dei funghi, soprattutto di quelli simbionti
(ad esempio Boletus, Amanita) che, sebbene regolata da apposita legge regionale,
rappresenta un elemento di non trascurabile disturbo per la funzionalità degli ecosistemi
forestali.
pag. 61
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
3.1.4.5
Opportunità per la conservazione
La realizzazione del Piano del Parco appare un momento fondamentale per delineare e
programmare quelle linee di gestione forestale che porteranno, se correttamente attuate, da
un lato alla ricomposizione dell’originaria foresta vetusta, dall’altro a popolamenti più
prossimi a quegli stadi terminali che garantiscono ai massimi livelli le diverse funzioni del
bosco (produttiva, protettiva, ricreativa, igenico-sanitaria).
La riespansione su vasti territori della foresta vetusta causerà una deframmentazione delle
popolazioni tardo-successionali. In questi popolamenti più maturi, caratterizzati da notevole
complessità strutturale, troverà così ampi spazi competitivi il tasso, mentre delle fasi di
crollo si gioveranno, soprattutto, gli aceri e i frassini. Il tasso, in particolare, mostra sulla
Majella una diffusione non comune nel resto dell’Appennino, sicché una adeguata politica
forestale potrà consentire la ricostituzione di quei popolamenti puri (tassete) che una volta
dovevano incontrarsi frequentemente sulle nostre montagne. La specie potrà, così, divenire
il vero emblema vegetale del Parco così come il lupo lo è per il regno animale.
3.1.5
3.1.5.1
Aspetti zootecnici
Inquadramento degli aspetti zootecnici
La Majella è stata da sempre, come comprovato da autori romani dell’epoca imperiale,
méta estiva della transumanza dei greggi provenienti dalle Puglie, attraverso i tratturi
collocati sull’asse Foggia-Palena.
I pascoli presenti nel Parco della Majella possono venire inquadrati in due tipologie ben
definite:
• pascoli primari, costituiti dalle praterie xerofitiche, con associazioni prevalenti
Seslerietum e Festucetum (Luzuletum-Festucetum), poste al di sopra del Fagetum,
intervallate, alle quote inferiori, da macchie di mugo ed altre arboree di piccola taglia;
• pascoli secondari, ottenuti dall’azione dell’uomo, che per secoli ha ampliato delle radure
nei boschi (“chiare”), ha disboscato le aree meno declivi per ottenere pascoli o
seminativi (poi trasformati anch’essi in pascoli per l’abbandono dell’agricoltura di
montagna), ha sovrapascolato con carichi di bestiame eccessivi aree boschive o
arbustive, eliminando gradualmente il soprassuolo arboreo; le tipologie vegetali
ricorrenti sono lo Xerobrometum, il Festucetum ed il Brachipodietum.
pag. 62
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Le aree pascolive così ottenute costituivano maggiori risorse foraggere, preziose per
un’economia essenzialmente pastorale, ma richiedevano costanti interventi di spietramento,
di distruzione sia della flora non pabulare, sia degli arbusti che tentavano di ricolonizzare i
prati (le ultime grandi opere di eliminazione di mugheti sono state condotte a cavallo degli
anni ‘50-’60), di miglioramento delle condizioni di allevamento mediante costruzione di
rifugi, abbeveratoi, sentieri e recinzioni. Al momento attuale, lo sfruttamento zootecnico
delle risorse pascolive della Majella ha acquistato dei caratteri differenti da quelli
tradizionali, con un utilizzo ormai solo parziale e saltuario delle superfici poste a quota
elevata, ed uno sfruttamento continuativo e (molto spesso) poco razionale dei pascoli
collocati in aree di più agevole raggiungimento.
Per definire gli aspetti positivi e negativi dell’attuale utilizzo dei pascoli, è stata eseguita
una ricerca, basata sulle non abbondanti fonti informative, caratterizzanti l’attività
pastorale ancora condotta in zona.
A tal fine, in primo luogo sono stati esaminati i Piani economici per la Gestione dei Beni
silvo-pastorali dei Comuni interessati (Cansano, Guardiagrele, Lama dei Peligni, Pacentro,
Palena, Pennapedimonte, Pescocostanzo, Pizzoferrato, Pretoro, Rivisondoli, Roccapia,
Sant'
Eufemia a Majella, Tocco da Casauria). In alcuni di tali piani sono state descritte
accuratamente le superfici a pascolo permanente interessate, identificando le popolazioni
floristiche prevalenti e valutando i carichi di bestiame mantenibili.
L'
ARSA sta completando il terzo anno di sperimentazione di uno Studio, redatto in
collaborazione con la Facoltà di Agraria di Firenze, Dip. Agricoltura. Il Progetto è stato
intrapreso grazie ai fondi POM Divulgazione (Mis. 3.2) e condotto in alcune zone montane
regionali, tra cui una collocata in Comune di Palena (Loc. Arsiccia), rientrante nel territorio
del Parco della Majella. Tra gli obiettivi dello Studio rientra la quantificazione delle
produzioni foraggere dei pascoli. Per il momento, grazie alla cortesia dei tecnici regionali
che conducono le prove, ed alla visione di una Tesi di laurea riguardante l’analisi dei
pascoli dell’Arsiccia (Tesi di Laurea del Dr. Marco Pasquali, A.A. 1996/1997, Relatore
Prof. Talamucci), sono state tratte alcune valutazioni indicative, che sono state utilizzate
come parametro di comparazione nella presente relazione.
Alla luce dei risultati che emergeranno dallo studio di cui sopra, sarà possibile determinare
con maggiore approssimazione la produttività dei pascoli in esame.
Sulla base delle informazioni ottenute dai tecnici regionali, da quelle ricavate dalla lettura
dei Piani di gestione e della letteratura in materia, è stato possibile valutare sommariamente
pag. 63
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Piano del Parco - Schema Direttore
i carichi di bestiame compatibili con la conservazione del cotico erboso, riportati nello
schema seguente.
Quota
Qualità
Carico bestiame
metri slm
Uba/ettaro
ettari/bovino
pecore/ettaro
>2000
0,15
6,7
0,9
poveri
0,15
6,7
0,9
2000-1500
"
"
mediocri
0,25
4,0
1,5
"
"
discreti
0,30
3,3
1,8
poveri
0,20
5,0
1,2
1500-1000
"
"
mediocri
0,30
3,3
1,8
"
"
discreti
0,50
2,0
3,0
"
"
buoni
0,70
1,4
4,2
Il Parco ha fornito dei tabulati, relativi al numero di capi di bestiame, appartenenti alle
specie ovina, caprina, bovina ed equina, che utilizzano stagionalmente i pascoli di
montagna del Parco stesso. Da tali dati è stato possibile calcolare la superficie totale dei
pascoli, pari ad ha. 15.539, ed il numero complessivo di capi di bestiame che utilizzano tali
superfici, pari a 5.398 Unità bovine adulte. L'
indice sommario di carico di bestiame è
partanto pari, per l'
intera superficie del Parco, a 0,35 Uba/ettaro.
Per ogni Comune e, nell’ambito del Comune, per ogni località, sono state calcolate le Uba
al pascolo nel periodo estivo ed il rapporto tra le Uba stesse e la superficie disponibile. E'
stata poi riportato l'
indice di carico del bestiame, reperito nel Piano di Gestione comunale.
Per i pascoli compresi in Comuni di cui non era disponibile il Piano, oppure per quelli di cui
non fosse stata indicato il carico di bestiame sopportabile, sono stati usati gli indici sommari
riportati allo Schema precedente.
Dall’indice Uba/Superficie pascolo è stata valutata sommariamente la rischiosità
dell’attività zootecnica, in rapporto alla superficie dei pascoli. Dall’analisi condotta, è
emerso come in alcune zone l’utilizzo dei pascoli risenta di un sovraccarico di bestiame
eccessivo, spesso incompatibile, specie in aree di interesse naturalistico, con la
compresenza di erbivori selvatici; inoltre, in altre zone con buone potenzialità foraggere, le
modalità di sfruttamento zootecnico sono tali da creare degrado delle risorse foraggere
stesse, sia a causa di un eccessivo carico di bestiame, sia perché gli allevatori non
dimostrano sufficiente attenzione alle norme di igiene veterinaria più elementari, creando
così rischi per gli altri utilizzatori e per i selvatici che si trovano in zona.
pag. 64
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Piano del Parco - Schema Direttore
L’esistenza di fenomeni di sovrapascolo, con carichi di bestiame talvolta 4 volte superiori
al valore ritenuto prudenziale, vengono confermati da ricerche eseguite di recente
dall’Istituto di Alpicoltura dell’Università di Firenze (vedi Tesi prima citata).
3.1.5.2
Elementi specifici per la conservazione
I pascoli della Majella, insieme con quelli del Piano grande di Castelluccio e di Campo
Imperatore, costituiscono un esempio raro di grande estensione di praterie di montagna ed
alta collina, con una diversità di specie botaniche e di associazioni vegetali presenti solo in
ristrette aree della catena degli Appennini. Tale diversità era e resta legata
all’antropizzazione, esercitata da millenni e posta alla base di un’economia pastorale con
pochi altri esempi in Europa. La stratificazione, nel corso dei secoli, delle norme che
regolavano la transumanza, dall’Impero di Roma ai Borboni, passando per la “Mena delle
pecore” di Federico II° alle Dogane aragonesi, ha, in un certo senso, un riflesso negli
adattamenti che l’ecosistema della montagna abruzzese ha subìto per raggiungere lo stato
attuale. Tale ricchezza dovrà venire in parte, nel futuro, impiegata per ricreare la base di
una piramide trofica con consumatori intermedi e finali costituiti da specie estinte o
rarefatte in epoche recenti, in fase di crescita delle popolazioni; la fase di transizione dovrà
venire gestita con estrema oculatezza e con un’attenta e continua sorveglianza.
3.1.5.3
Limitazioni per la conservazione
I pascoli della Majella sono sottoposti a due azioni, di segno opposto ma entrambe
comportanti danni per l’agroecosistema nel breve-medio periodo. Per i pascoli scomodi,
posti a quote elevate o poco appetibili perché poveri o di ridotte dimensioni, l’abbandono
del pascolamento crea problemi di vario tipo; per le aree a bassa quota, poco distanti da
strade e paesi e poste su terreni meno difficili, come detto prima, il rischio è costituito dal
sovrapascolo, cioé dallo sfruttamento eccessivo e irrazionale (dai vecchi agricoltori definito
“di rapina”) dei cotici erbosi.
Nei pascoli definibili “primari”, dati i problemi logistici, legati alla distanza dalle strade, il
pascolamento è stato, nel corso degli ultimi venti anni, gradualmente abbandonato. Questo
abbandono non comporta ricadute positive per l’equilibrio delle specie, componenti
l’associazione vegetale presente ed adattata da millenni al prelevamento continuo da parte
sopratutto delle pecore. Da studi condotti sui pascoli del Gran Sasso trent’anni orsono,
specie a buona capacità foraggera come il Trifolium thalii, in mancanza di taglio continuo,
tendono a venire soverchiate da altre specie più aggressive e di minori contenuti nutritivi
pag. 65
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Piano del Parco - Schema Direttore
(Rivera, 1960 ca.). Oltre alla banalizzazione della vegetazione, i prati d’alta quota
abbandonati da tempo fornirebbero ai selvatici pabulum povero e meno appetibile. Anche
per i prati secondari l’abbandono non è affatto, in molti casi, sinonimo di recupero di
naturalità. Le vaste radure aperte nei boschi e le fasce pascolative di bassa quota,
disboscate in epoche più o meno antiche, tendono spesso, ove non pascolate, a venire
colonizzate da specie arbustive opportuniste ed estranee all’ambiente, come la Robinia e
l’Ailanthus. Anche in questi casi l’impoverimento delle specie presenti ed i maggiori rischi
di incendio non costituirebbero certo condizioni più favorevoli per il ritorno dei selvatici.
Per il secondo aspetto, costituito dal sovrapascolo delle aree più comode e di maggiori
potenzialità foraggere, il rischio è molto meno teorico di quanto si potrebbe credere. Casi di
pascolamento con troppi animali, mal controllati e affetti da zoonosi sono stati, in epoche
recenti, riscontrati in diverse zone della Majella. Ciò è dovuto alla diversa ottica con cui
alcuni allevatori considerano i pascoli di montagna. Le risorse foraggere estive non sono
più viste come una ricchezza da conservare in un’ottica di lungo periodo, sfruttandole
anche intensamente, ma sempre preservandone le potenzialità; molto spesso, l’allevatore
che utilizza i pascoli di montagna vuole solo sfruttare una fonte foraggera a basso costo,
sfuggendo i controlli quantitativi e sanitari del bestiame e ignorando se la risorsa sarà
disponibile nel medio-lungo periodo.
3.1.5.4
Opportunità per la conservazione
Il Parco, attraverso la realizzazione del Piano, potrà controllare la gestione di pascoli,
proteggendone la ricchezza in termini di biodiversità e tesaurizzando parte delle
potenzialità foraggere, a favore delle popolazioni di ungulati selvatici.
La ricomparsa della fascia di mugheti, la “deframmentazione” delle aree boschive sono
interventi preziosi, da pianificare e monitorare con attenzione, altrimenti la banalizzazione
delle associazioni vegetali e del paesaggio e l’impoverimento dei pascoli per i selvatici non
costituirebbero certo aspetti qualificanti per il Parco.
L’attività zootecnica dovrà, nell’ottica suddetta, venire condotta nella stretta osservanza di
alcune norme (vedi Piano di gestione).
I pascoli primari, collocati a quote superiori a 1.600 m.slm dovrebbero gradualmente venire
proibiti al pascolo; in tale zona vengono compresi i pascoli "cacuminali" e, comunque,
collocati aldisopra delle faggete. La competizione con i selvatici, sopratutto camosci che
dalle praterie di alta quota ricavano buona parte dell'
alimentazione estiva, non appare
compatibile con l'
esercizio della zootecnia. La superficie che verrebbe persa, per gli
pag. 66
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Piano del Parco - Schema Direttore
allevatori, è valutabile intorno ai 2.300-2.500 ettari; considerando che i pascoli stessi siano,
in buona parte, costituiti da associazioni vegetali a bassa produttività foraggera, abbiamo
prima valutato il carico di bestiame in 0,15-0,25 Uba/ha. Quindi, la potenzialità foraggera
persa sarebbe inferiore alle 450-500 Uba, perdita sensibile (9% del carico attuale) ma non
esiziale, data la scomodità dei pascoli in questione ed il prevedibile abbandono dei pascoli
stessi, da parte dei pastori, nel corso dei prossimi anni. Si ripete come il beneficio della
minor competizione per i pascoli ripaghi ampiamente il costo della rinuncia a foraggi poveri
e di difficile raggiungimento.
Come accennato, l'
abbandono dovrebbe essere graduale e controllato, monitorando la
crescita delle popolazioni di selvatici e le variazioni che progressivamente dovrebbero
apparire nelle popolazioni vegetali; le tappe dell'
abbandono stesso verrebbero così
pianificate, per evitare squilibri nelle polazioni vegetali in esame.
Per i pascoli secondari, tranne che per le aree interessate dalla deframmentazione forestale
o a rischio idrogeologico, di cui viene previsto il rimboschimento protettivo (vedi Aspetti
Forestali del presente Piano), la presenza di bestiame non dovrebbe creare problemi, ma, al
contrario, contribuire a mantenere la presenza del pascolo, con tutte le ricadute positive
prima espresse.
3.1.6 Fauna
3.1.6.1
Anfibi e rettili
Descrizione
L’erpetofauna presenta diversi elementi di particolare pregio, sia nella Classe Amphibia
che nella Classe Reptilia.
La salamandra pezzata (Salamandra salamandra gigliolii) è presente in diverse aree con
boschi montani collocati su versanti con esposizioni fresche, raggiungendo in alcune aree
densità anche elevate. La salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata) è
presente con buone densità nelle aree boscate prossime a corsi d’acqua, con particolare
riferimento ai boschi compresi tra i M.ti Pizi ed il M.te Porrara (alto bacino dell’Aventino).
L’ululone (Bombina pachypus) è presente in diverse località, con nuclei localizzati presso
raccolte d’acqua di piccole dimensioni, in particolare nei comprensori rurali pedemontani.
pag. 67
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Piano del Parco - Schema Direttore
La vipera dell’Orsini (Vipera ursinii) è presente con una popolazione relitta nelle aree
cacuminali del Parco; considerata la vastità delle praterie montane esistenti, si suppone che
tale popolazione possa essere una delle più numerose dell’Appennino.
Il cervone (Elaphe quatuorlineata) ed il colubro di Riccioli (Coronella girondica) sono
presenti nelle aree esposte intorno a mezzogiorno, con particolare riferimento agli ambienti
xerofili pedemontani, particolarmente diffusi lungo i confini orientali del Parco.
Elementi specifici per la conservazione
L’erpetofauna del Parco è fortemente caratterizzata dalla presenza della vipera dell’Orsini
nelle aree cacuminali, in quanto la specie ha una distribuzione frammentata in popolazioni
relitte isolate in ambienti montani ed è limitata, per l’Italia, all’Appennino Abruzzese ed
Umbro Marchigiano.
La vaste estensioni a prato umido e pascolo permanente nella zona dei Quarti, nonostante
le notevoli alterazioni avvenute fino ad epoche recenti, consentono la presenza di
importanti popolazioni di anfibi. Analogamente le ampie aree boscate dell’alto bacino
dell’Aventino, grazie alla grande disponibilità idrica, ospitano una delle più importanti
popolazioni di salamandrina della Regione.
Limitazioni per la conservazione
I limiti alla presenza delle popolazioni di anfibi sono prevalentemente di natura antropica e
soprattutto legate alla competizione con l’uomo sulla risorsa acqua (captazioni).
L’alterazione della qualità delle acque può avere effetti rilevanti e difficilmente osservabili.
Gli ambienti rurali stanno progressivamente perdendo risorse strutturali indispensabili alla
presenza di diverse specie, quali opere in muratura a secco, sia per delimitazioni di confine,
sia per manufatti.
Un eventuale recupero dell’agricoltura delle aree pedemontane - collinari, potrebbe avere
effetti negativi sull’erpetofauna, in quanto le tecniche di coltivazione meccanizzata non
sono compatibili con la presenza di diverse specie.
Per quanto concerne l’erpetofauna l’uccisione volontaria o casuale (lungo le strade)
presenta effetti non definiti e potrebbe, in determinate aree, avere effetti sulla presenza di
specie.
Opportunità per la conservazione
pag. 68
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Le maggiori opportunità di recupero ed incremento si hanno per le specie anfibie: con
opportuni interventi di recupero delle aree di riproduzione è possibile ottenere incrementi
locali molto rilevanti. Le opportunità di mantenimento delle condizioni attuali degli
ambienti rurali sono limitate dalla complessità degli ambiti di intervento (agricoltura) e
dalla frammentazione delle proprietà.
3.1.6.2
Uccelli
Descrizione
L’avifauna è caratterizzata dalla presenza di diverse specie incluse nell’Allegato I della
Direttiva 409/79 e successive modifiche. Tra esse, allo stato attuale delle conoscenze, più
di 15 sono nidificanti all’interno dei confini del Parco. Alcune di queste, grazie alla
consistenza delle popolazioni attuali o potenziali, all’estensione degli ambienti idonei o
all’esclusività della loro presenza, costituiscono emergenze ornitiche particolarmente
importanti per il comprensorio del Parco.
Diverse altre specie incluse nell’Allegato I della 409/79 sono presenti con fenologie
migratorie o svernanti nel territorio del Parco, che per alcune di queste riveste un
importante ruolo di area di sosta (in particolare la zona dei Quarti) o di presenza prolungata
durante la stagione invernale (in particolare sui versanti esposti a meridione).
L’aquila reale (Aquila chrysaetos) è presente nel Parco con un contingente stimato in un
minimo di 5 coppie nidificanti, più del 10% del contingente nidificante nell’Appennino
Centrale. Il numero medio di giovani involati per nido è relativamente elevato (0,9 giovani
per coppia) e sembrerebbe indicare un buon livello di produttività. Le potenzialità di
espansione della specie all’interno dei confini del Parco Nazionale sono rilevanti: sono noti
infatti diversi siti abbandonati in tempi storici, la cui rioccupazione porterebbe ad un
incremento non trascurabile delle nidificazioni.
Importanti i contingenti nidificanti delle due specie di falconi presenti in Italia: lanario
(Falco biarmicus) e pellegrino (Falco peregrinus). Il lanario, specie tipicamente
mediterranea-afrotropicale, presenta una distribuzione europea limitata all’Italia ed a poche
aree della Penisola Balcanica. Per questa specie l’Appennino Centrale rappresenta la
seconda area europea, in ordine di importanza, dopo la Sicilia. Il contingente del Parco è
stato stimato in 4-6 coppie, ovvero il 2-3% del contingente nidificante in Europa. Per
quanto concerne il Pellegrino, il contingente nidificante nel Parco viene attualmente
stimato in 18 coppie ca. (Pellegrini Ms., com. pers.).
pag. 69
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Rilevante le dimensioni attuali e potenziali della popolazione di coturnici (Alectoris
graeca) del Massiccio della Majella – Morrone, probabilmente una delle più importanti a
livello nazionale. Specie tipica degli ambienti di pascolo ed ai pendii fortemente acclivi ed
esposti a meridione, la coturnice è particolarmente legata alla presenza di buone densità di
erbivori, in particolare erbivori domestici (ovini). La coturnice rappresenta un elemento
fondamentale dei sistemi trofici montani del comprensorio, contribuendo in maniera
rilevante alle risorse alimentari dell’aquila reale.
Il lento e continuo declino del gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax) sta
progressivamente riducendo la popolazione europea, che continua a mantenere delle
roccaforti nella Penisola Iberica ed in Italia. Il contingente nidificante nell’Appennino
Centrale, il più importante a livello nazionale, è concentrato nei principali Parchi Nazionali
e Regionali del comprensorio (Majella compresa). Attualmente il gracchio corallino,
analogamente alla coturnice, è strettamente legato alla presenza di forme di allevamento
tradizionale.
Di grande interesse biogeografico la presenza di un piccolo contingente nidificante di
piviere tortolino (Charadrius morinellus), tipica specie di tundra, nelle aree cacuminali
della Majella. La presenza di quest’area di nidificazione (unica in Italia) evidenzia le
peculiarità degli ambienti montani del Massiccio della Majella, che comprende ambienti
simili alla tundra, dove si riproduce generalmente la specie. Altra specie tipicamente
montana, con distribuzione in Appennino localizzata sui maggiori rilievi, è il merlo dal
collare (Turdus torquatus), che si riproduce con un piccolo contingente nelle mughete della
Majella.
Il picchio dorsobianco (Picoides leucotos), presente nell’Italia peninsulare con la
sottospecie lilfordi, presenta una distribuzione europea fortemente ridotta a causa dei
decrementi avvenuti in tempi storici. L’areale italiano è limitato alle faggete
dell’Appennino Centrale e del Gargano. L’estensione dell’areale è forse superiore a quella
conosciuta. La specie è presente nelle faggete mature del Parco della Majella con densità
non note, ma presumibilmente comparabili a quelle note per il Parco d’Abruzzo, dove la
specie sembra essere presente con densità relativamente elevate, ma probabilmente
inferiori a quelle attualmente ipotizzate.
Elementi specifici per la conservazione
pag. 70
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Il popolamento ornitico del Parco della Majella presenta una particolare composizione in
specie. Le notevoli escursioni altimetriche e l’estensione degli ambienti permette il
mantenimento di una ornitofauna molto diversificata e caratterizzata dalla presenta di
specie con distribuzione discontinua o relittuale.
Il piviere tortolino, nidificante nelle formazioni prative cacuminali del Parco, rappresenta
una delle principali peculiarità ornitologiche, con distribuzione disgiunta e nidificazione
localizzata in Europa centro-meridionale. La sua presenza con diverse nidificazioni
ricorrenti in anni successivi, è, a livello nazionale, limitata al solo Parco della Majella, nel
quale sono rappresentati i più estesi ed omogenei comprensori di prateria montana esistenti
sui rilievi italiani.
Il carattere spiccatamente montano del territorio consente la presenta di diverse specie con
distribuzione localizzata sui rilievi appenninici: coturnice, gracchio corallino e merlo dal
collare. Il territorio del Parco è particolarmente adatto alla coturnice, della quale ospita una
popolazione tra le più numerose dell’Appennino.
La presenza di estese formazioni rupestri rendono il territorio del Parco particolarmente
adatto alla nidificazione di diverse specie caratterizzate da nidificazione su roccia e da uno
status determinante un elevato grado di priorità di conservazione: aquila reale, lanario,
pellegrino. Il contingente nidificante di lanario presenta un rilievo notevole anche a livello
Europeo, in quanto rappresenta una delle aree di massima presenza di coppie riproduttive
dell’Appennino Centrale (seconda area di nidificazione europea dopo la Sicilia).
Limitazioni per la conservazione
Il Parco della Majella presenta un conformazione montuosa, con confini generalmente posti
sui limiti dei versanti e lungo le vallate sottostanti. Risultano quindi inclusi in maniera
unitaria gli ambienti montani di versante e cacuminali, mentre le valli fluviali sono incluse
nelle porzioni più in quota.
Il territorio protetto presenta quindi alcuni limiti nella tutela delle specie legate ai comprensori pedemontani e vallivi, in quanto le estensioni coinvolte sono relativamente ristrette ed
il continuum ambientale generalmente rivolto verso ambiti esterni al Parco stesso.
Di conseguenza per alcune delle specie prioritarie a livello gestionale, la tutela potrà essere
sviluppata definendo strategie Comuni con gli ambiti adiacenti al territorio del Parco e
definendo opportune delimitazioni per le Aree Contigue.
Opportunità per la conservazione
pag. 71
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Le opportunità di conservazione delle specie prioritarie nel territorio del Parco sono
particolarmente estese, sia in numero di specie, sia per l’elevata potenzialità in termini di
contingenti attualmente e potenzialmente presenti.
Per alcune specie di rilevante interesse sussistono consistenti margini di incremento delle
popolazioni attuali. Per l’aquila reale la rioccupazione dei soli siti storici certi attualmente
non occupati comporterebbe il raddoppio del contingente nidificante entro i confini del
Parco.
Per le specie forestali, con particolare riferimento al picchio dorsobianco, una
gestione particolarmente orientata verso l’invecchiamento dei soprassuoli e il
mantenimento di percentuali fisse di alberi avviati al decadimento naturale potrebbe
avere effetti numerici particolarmente rilevanti.
Nell’ambito di una strategia generale di tutela delle specie a livello di Appennino Centrale,
il Parco della Majella rappresenta un’area di notevole importanza, in quanto collocata in
posizione cerniera rispetto alle principali aree protette dell’Abruzzo.
Per alcune specie il Parco della Majella rappresenta una roccaforte dell’Appennino
Centrale. In questo senso il comprensorio può rappresentare un’area di riproduzione
preferenziale con conseguente contributo al mantenimento della presenza delle specie
anche negli ambiti adiacenti, non gestiti con prevalenti finalità di tutela.
Per quanto concerne le specie estinte nel territorio in esame è possibile prevedere
specifiche indagini ornitologiche. Per alcune specie potrebbero essere ravvisate potenzialità
per un programma di reintroduzione e/o di intervento ambientale, eventualmente finalizzato
alla ricostituzione di ambienti idonei alla possibile ricolonizzazione spontanea del territorio
in esame.
3.1.6.3
Mammiferi
Descrizione
La mammalofauna della Majella è composta da almeno 48 specie, cioè oltre il 78% delle
specie di mammiferi (eccetto i Cetacei) presenti in Abruzzo, e oltre il 45% di quelle
italiane.
Il Parco costituisce un’area di particolare significato per la conservazione di queste specie:
3 sono minacciate di estinzione a livello europeo (IUCN 1996) e 10 sono ritenute
minacciate di estinzione a livello nazionale (Calvario e Sarrocco 1997, Pinchera et al.
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Piano del Parco - Schema Direttore
1997); 9 specie o sottospecie sono considerate di interesse comunitario ed elencate nella
Direttiva HABITAT/92/45/CEE; 3 di queste (lupo, orso e camoscio d’Abruzzo) vi figurano
come specie prioritarie.
Il territorio del Parco, in collegamento con i Monti Sibillini, il Gran Sasso – Monti della
Laga, i sistemi montuosi del Parco Nazionale d’Abruzzo e del Velino – Sirente, costituisce
una porzione stabile dell’areale storico del lupo (Canis lupus) in Italia e una delle sue
roccaforti riproduttive, mantenendo, secondo le ultime stime e valutazioni (Boscagli,
Pellegrini, Tribuzi, Febbo 1985; AA.VV. 1995), un nucleo variabile che fluttua intorno a
10-15 individui.
Anche l’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus), sottospecie endemica dell’Appennino
centrale il cui nucleo principale è attestato nel Parco d’Abruzzo, trova da sempre nella
Majella la possibilità di espandere il suo areale, come testimoniano le numerose
segnalazioni sparse negli anni nelle diversi porzioni del territorio (dati Ente Parco Majella,
1998).
A partire da circa due anni fa, sono sempre più frequenti le segnalazioni di lince (Lynx
lynx), e sono in corso ricerche specifiche finalizzate a verificarne l’attendibilità. Se
confermata, l’improvvisa ricomparsa di questo carnivoro nell’Appennino avrebbe origine
sconosciuta (Breitenmoser et al. 1998).
Anche il gatto selvatico (Felis silvestris) è presente nel Parco della Majella, ed è diffuso
principalmente nel suo settore sud-occidentale. Si tratta di una specie il cui areale nell’Italia
peninsulare, isolato rispetto alla porzione centro-europea, appare ulteriormente
frammentato lungo le aree montuose e collinari dell’Appennino; per questo, la specie è
assegnata alla categoria “Vulnerabile” a livello nazionale, secondo i criteri IUCN (Calvario
e Sarrocco 1997, Pinchera et al. 1997). Il suo grado di introgressione genetica con il gatto
domestico è sconosciuto ma fortemente sospettato. Anche la martora (Martes martes),
secondo alcuni autori (Pinchera et al. 1997), andrebbe assegnata alla categoria
“Vulnerabile” a livello nazionale, ed è presente con certezza nel Parco, sebbene con
distribuzione e consistenza al momento sconosciute.
Le segnalazioni di presenza della lontra (Lutra lutra), estremamente rare nonostante i
ripetuti accertamenti effettuati a partire dal 1982, inducono a stime di 1–2 individui,
pertanto incapaci di una ripresa naturale. La Riserva Naturale Valle dell’Orfento ha iniziato
nel 1989 un programma di “captive-breeding”, in collegamento con altri Centri di
riproduzione italiani e con lo Studbook europeo. Attualmente presso i recinti di Caramanico
sono mantenuti 13 animali, ed il Parco Nazionale della Majella sta realizzando uno
pag. 73
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Piano del Parco - Schema Direttore
specifico programma finalizzato ad approfondire la fattibilità di interventi di recupero della
popolazione e degli habitat acquatici nel Parco.
Di particolare importanza la popolazione di camoscio d’Abruzzo: frutto di un progetto di
reintroduzione iniziato nel 1991, ha raggiunto recentemente la consistenza di almeno 70
animali che hanno ormai consolidato un pattern stagionale di spostamenti tra zone di
svernamento, parto ed estivazione, selezionando le aree più idonee all’interno del Parco. Il
numero di parti e la struttura in classi di età della popolazione (12 nati dell’anno su 36
esemplari osservati nell’agosto 1998) fanno ipotizzare un incremento esponenziale nei
prossimi anni, anche in relazione ai livelli di capacità portante della Majella, senz’altro
molto superiori alle densità di camosci attuali (dati Ente Parco Majella, 1998). Il nucleo
della Majella costituisce ormai una proporzione non trascurabile della popolazione relitta di
questo ungulato endemico dell’Appennino, stimata complessivamente in circa 600
esemplari nel 1996 (WWF Italia 1996). Lo stato sanitario del nucleo della Majella è
tuttavia minacciato dalla presenza di focolai endemici di brucellosi all’interno del Parco, e
da casi di clostridiosi, nonché dal presumibile livello di consanguineità tra gli individui,
provenienti da un numero esiguo di fondatori (Pellegrini Ms., in verbis).
Anche il cervo (Cervus elaphus) e il capriolo (Capreolus capreolus) sono tornati a
popolare stabilmente il Parco della Majella, a seguito degli interventi di reintroduzione e
ripopolamento effettuati a partire dagli anni 80. Il cervo è attualmente presente soprattutto
nella Riserva Valle dell’Orfento, con una consistenza stimata intorno ai 60 esemplari
(Mafai-Giorgi et al. 1998) e nel settore meridionale del massiccio, con un contingente che
non può essere considerato distinto dalla popolazione del Parco d’Abruzzo, con la quale è
in continuo rapporto (AA.VV. 1995; Pellegrini Ms., in verbis).
Il capriolo sta mostrando un recentissimo fenomeno di espansione, sia numerica che di
areale, come dimostrano i risultati dei recenti rilevamenti di tracce su neve (dati Ente Parco
Majella, novembre 1998), durante i quali la presenza della specie è stata accertata su tutto
il territorio. Le aree preferenziali per questa specie rimangono tuttavia le fasce perimetrali
di bosco a bassa quota, spesso al di fuori dei confini dell’area protetta, dove è
maggiormente minacciata dal bracconaggio e dal disturbo o predazione da parte di randagi
(Scalera et al., 1998).
Nell’ambito della ricerca in corso promossa dall’Ente Parco della Majella, si evidenzia che
la densità di popolazione di cinghiale (Sus scrofa), con una media stimata di 3.4 capi/kmq e
con picchi fino a 14.3 capi/kmq (ma solo per alcuni settori settentrionali del Parco), è
ritenuta superiore ai livelli accettabili per le attività agricole, e sono in atto piani di prelievo
che dovrebbero dare i primi risultati nel prossimo anno (Recchia et al. 1998).
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Piano del Parco - Schema Direttore
Il Parco ospita una delle popolazioni relitte di arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), un
roditore distribuito con popolazioni disgiunte sui maggiori gruppi montuosi dell’Europa
orientale e della penisola iberica. Penetrata lungo l’Appennino nel periodo glaciale, questa
specie sopravvive oggi in nuclei isolati su alcune vette principali tra cui la Majella, dove è
diffusa a quote superiori ai 2000 m (AA.VV. 1995).
La forma meridionale dello scoiattolo (Sciurus vulgaris meridionalis) è diffusamente
presente, soprattutto nei boschi misti e di conifere. L’istrice (Hystrix cristata), invece, raro
in tutto l’Abruzzo, sembra essere un frequentatore solo sporadico del Parco. Il Parco
sembra popolato da entrambe le specie di lepre oggi riconosciute nell’Italia peninsulare:
Lepus europaeus e Lepus corsicanus (Pellegrini Ms., in verbis).
Recenti ricerche hanno confermato per il Parco della Majella la presenza di diverse specie
di Chirotteri: la Grotta Scura e la Grotta del Cavallone sono importanti rifugi per le colonie
di vespertilio di Blith (Myotis blithi), miniottero (Miniopterus schreibersi), rinolofo
maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) e rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros),
tutte specie minacciate di estinzione a livello europeo (AA.VV. 1995).
Il fenomeno del randagismo canino e felino è diffuso nel Parco, e sembra perdurare
nonostante la chiusura di molte discariche, facilitato anche da una tradizionale tolleranza
del fenomeno: ciò costituisce una grave minaccia per lo stato di integrità genetica e lo stato
sanitario della popolazione di lupo e di gatto selvatico, nonché un fattore di disturbo e
mortalità per le popolazioni di ungulati selvatici.
La diffusione delle attività zootecniche e del pascolo brado nel Parco è all’origine di
episodi di propagazione di zoonosi nelle popolazioni selvatiche e di predazione a carico del
bestiame domestico rilevabili a tutt’oggi nell’area della Majella.
Nonostante i regimi di protezione accordati ormai storicamente ad alcuni ambiti del Parco,
il fenomeno del bracconaggio trova tuttora radici nella cultura delle popolazioni locali,
influenzando le possibilità di stabilizzazione di specie critiche come l’orso, il lupo e gli
ungulati.
Elementi specifici per la conservazione
Possono essere considerati elementi specifici del Parco della Majella:
-
la presenza estesa di ambienti di alta quota scarsamente accessibili in grado di sostenere
popolazioni particolarmente consistenti di arvicola delle nevi e camoscio d’Abruzzo,
pag. 75
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Piano del Parco - Schema Direttore
due specie a distribuzione
conservazionistico;
relitta
di particolare interesse biogeografico e
-
la posizione di cerniera tra l’Appennino settentrionale e quello meridionale, e in
particolare tra il Parco d’Abruzzo e il Parco del Gran Sasso-Monti della Laga, che
conferisce alla Majella un ruolo di eccezionale importanza per la conservazione
dell’orso e del lupo, due specie la cui sopravvivenza è strettamente legata alle
possibilità di spostamento e dispersione degli individui lungo la dorsale appenninica;
-
la presenza di un popolamento particolarmente ricco e completo, come raramente si
realizza oggi sul territorio italiano, grazie soprattutto alla persistenza dei grandi carnivori
e agli interventi di gestione che hanno restaurato il popolamento originario di ungulati
del Parco;
-
la presenza di strutture di allevamento e acclimatazione di ungulati e Carnivori, con il
re-lativo patrimonio di esperienza nelle tecniche di allevamento e riproduzione in
cattività;
-
la presenza di ambienti ipogei che ospitano importanti colonie di Chirotteri.
Limitazioni per la conservazione
I principali fattori che limitano le potenzialità della mammalofauna della Majella sembrano
essere attualmente:
-
la presenza diffusa del randagismo, con le conseguenti interazioni tra cani vaganti e
lupo, cervo e capriolo e i rischi sanitari e genetici connessi a tali interazioni;
-
il pascolo brado di bovini, vettori di zoonosi che costituiscono la principale minaccia
al nucleo di camoscio, e occasione di indesiderate interazioni tra domestici e lupo;
-
il bracconaggio, che impedisce l’insediamento stabile dei Cervidi in alcune zone
particolarmente vocate;
-
il probabile livello di elevata consanguineità che caratterizza alcune popolazioni
reintrodotte (ungulati);
-
il rischio di un’eccessiva pressione di escursionisti e l’eccessiva accessibilità delle
zone culminali;
-
la realizzazione di interventi non adeguatamente pianificati, come sembra essere, se
confermata, l’introduzione della lince.
pag. 76
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Piano del Parco - Schema Direttore
La presenza diffusa del cinghiale costituisce uno dei maggiori momenti di conflitto con le
popolazioni locali: le aree agricole del Parco sono molto concentrate e circondate da aree
boscate, una situazione che determina generalmente danni ingenti anche da parte di una
popolazione di cinghiale di densità complessiva diverse volte inferiore alla capacità
faunistica del Parco.
Uno dei principali fattori che limitano le potenzialità del Parco della Majella è costituito
dallo stato dei corsi d’acqua: le captazioni, gli scarichi non depurati e la frequenza
incontrollata di pescatori e bagnanti rappresentano la principali minacce per un ambiente
già scarsamente rappresentato nel Parco, e hanno certamente svolto un ruolo importante
nella progressiva rarefazione della lontra.
Un altro limite per la mammalofauna consiste nella localizzazione del confine orientale del
Parco: questo ricade lungo le scoscese pendici del Massiccio, escludendo un territorio che è
di fatto in stretta connessione ecologica con tali pendici. L’estensione dei confini del Parco,
o comunque la specifica gestione di quest’area all’interno delle aree contigue, dovrà essere
attentamente considerata.
Opportunità per la conservazione
Le specificità del Parco della Majella determinano opportunità rilevanti sia dal punto di
vista conservazionistico che ecologico.
Le zone culminali del massiccio, per estensione e produttività, sono in grado di ospitare
potenzialmente una popolazione di camoscio d’Abruzzo che potrebbe essere la più
importante dell’Appennino. Notevoli margini di incremento esistono anche per quanto
riguarda le popolazioni di cervidi, di lupo e di orso: il Parco presenta quindi l’opportunità di
sostenere dinamiche preda/predatore su tempi lunghi. La posizione del Parco, inoltre,
opportunamente articolato in zone a diversa protezione, aree contigue e corridoi di
connessione con altre aree protette, appare cruciale per il mantenimento di un continuum
lungo la dorsale appenninica della distribuzione delle specie a maggiore mobilità (lupo,
orso, Chirotteri, Cervidi).
Comprendendo sia le implicazioni conservazionistiche che ecologiche, si può affermare in
definitiva che una delle maggiori opportunità offerte dal Parco della Majella relativamente
ai mammiferi riguarda la possibilità di ricostituire un popolamento appenninico completo ed
equilibrato in tutte le sue componenti: tale processo, iniziato con gli interventi di
reintroduzione effettuati negli anni 80, può essere ulteriormente incentivato e indirizzato.
La presenza di strutture e di consolidate esperienze nelle tecniche di allevamento e
riproduzione in cattività costituisce un ulteriore punto di vantaggio in tal senso.
pag. 77
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Piano del Parco - Schema Direttore
La presenza diffusa del cinghiale costituisce un elemento favorevole per il lupo, per
decenni sostenuto dalle discariche, che ritrova oggi la possibilità di orientarsi verso le prede
selvatiche.
Un’altra opportunità offerta dalla Majella si fonda sull’esistenza di un rapporto di
coesistenza ormai secolare tra uomo e grandi predatori: ciò crea le premesse essenziali per
applicare un approccio di tipo pragmatico alla gestione di queste specie, ricercando
compromessi adeguati alla più recente evoluzione delle loro popolazioni e alle aspettative
degli abitanti del Parco.
La mammalofauna della Majella, con le sue specie di grandi dimensioni e visibilità, offre
opportunità di fruizione particolarmente gradite al turismo naturalistico: tale potenzialità
dovrà essere conciliata con le necessità di non disturbare gli animali in determinate zone e
determinati periodi.
3.1.6.4
Fauna acquatica
Descrizione
Il Parco Nazionale della Majella copre un vasto territorio dell’area Appenninica
dell’Abruz-zo centrale. La sua idrografia comprende sostanzialmente bacini a gittata
adriatica e a decorso relativamente breve che fluiscono perpendicolarmente alla linea di
costa. I corsi d’acqua sono caratterizzati da una prevalenza di ambienti reofili e a scarsità di
ambienti limnofili. E’ questa una tipica situazione dei bacini del medio e basso Adriatico
dove i declivi montani o collinari si spingono fin quasi alle foci dei fiumi, limitando di
conseguenza le acque del piano (ambienti limnofili) ad una ristretta regione terminale o
della foce.
Le componenti biotiche tendono sostanzialmente ad includere specie adattate alle acque
correnti (forme reofile) e fredde (forme frigofile). Le componenti ittiche del complesso
idrografico del Parco possono essere considerate di tipo “tosco-laziale ridotto”, ma con
dominanza di acque permanenti a salmonicole. Le acque a ciprinidi del Parco includono il
medio corso del bacino del fiume Orta. Tra i macrocrostacei decapodi, il Parco vanta siti ad
Austropotamobius pallipes , specie in progressiva diminuzione/estinzione in Europa.
I bacini idrici del Parco sono caratterizzati da grandi escursioni di portata, ma con minimi
eccessivi che possono causare il parziale prosciugamento dei fiumi. In molti casi non viene
raggiunto il deflusso minimo vitale per poter sostenere una comunità ittica decente.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Le caratteristiche ambientali dei corsi d’acqua del Parco sono in gran parte ben conservate,
se paragonate alle situazioni esistenti nelle zone esterne al Parco dove gli interventi umani
hanno radicalmente modificato gli alvei dei bacini (vedi cementificazione del Sangro) e
alterato le caratteristiche chimiche delle acque con le immissioni dirette e indirette di inquinanti. Le ripercussioni si sono avute soprattutto sulla biodiversità con modifiche sostanziali
degli equilibri naturali e dei rapporti esistenti tra comunità naturali delle varie specie.
I pesci e i macroinvertebrati (inclusi granchio e gambero di fiume) reofili e frigofili
dominano negli ambienti in quota o quelli lontani da contesti umani o comunque poco
accessibili (vedi gole dell’Orfento). Tra i decapodi, il Parco annovera diverse popolazioni
naturali di gambero di fiume. Tra i pesci, diverse popolazioni di salmonidi sembrano
presentare le caratteristiche tipiche della trota dell’Appennino (Salmo cettii), divenuta
ormai rara nei paesi circum-mediterranei.
Elementi specifici per la conservazione
La trota, sia della forma comune che quella appenninica, è l’elemento caratteristico di tutte
le acque del Parco della Majella. Tuttavia le pratiche di semina perpetrate per oltre un
secolo hanno alterato sia la distribuzione originale che il patrimonio genetico delle
popolazioni indigene.
I ripopolamenti di salmonidi curati dalle Province di L’Aquila e Chieti hanno interessato tre
specie (Salmo trutta, Salvelinus fontinalis, Oncorhynkus mykiss) per quantitativi di circa
10-12 tonnellate all’anno, per oltre trent’anni, ed hanno interessato gli ambiti del Parco
relativi agli alti corsi d’acqua del Sangro, dell’Aventino e dell’Aterno Pescara. Inoltre,
acque collegate del Parco Nazionale d’Abruzzo, laghi in quota e laghi di sbarramento di
bassa quota (Bomba, Casoli, Barrea) (Bianco 1991). In base a censimenti preliminari i
popolamenti del fiume Orfento, alto corso dell’Aventino e dell’alto corso del Fiume
Foro sembrano presentare i caratteri tipici della forma autoctona di trota.
Un altro aspetto che caratterizza il Parco è la presenza di popolamenti autoctoni di gambero
di fiume Austropotamobius pallipes (incluso nell’All. II del CITES e nella red list
dell’IUCN, 1996).
Inoltre, sono da segnalare i popolamenti di carattere autoctono del barbo appenninico,
Barbus tyberinus (incluso nella Red List dell’IUCN, 1996) e di rovella (Rutilus rubilio )
(incluso nell’All. II del CITES).
In particolare, la rovella è inclusa nell’allegato II della Direttiva CEE 92/43 del 21.05.1992.
Si tratta di una forma primaria, endemica in Italia, reofila preferenziale, termofila,
ampiamente manipolata. E’ distribuita in Italia centrale e meridionale. Lungo il versante
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Piano del Parco - Schema Direttore
tirrenico, è presente dal Magra in Liguria fino al Mingardo in Campania, lungo il versante
Adriatico-ionico, dal fiume Chienti nelle Marche fino al Crati in Calabria. La distribuzione
originaria della specie, probabilmente, era molto più ridotta dell’attuale.
Nel Parco è stata rinvenuta nel bacino dell’Orta nei pressi di Bolognano; nel fiume
Aventino a Palena. Si tratta di specie oggetto di ripopolamento e di semine accidentali. I
popolamenti della Majella sono da ritenersi ancora puri. La specie è stata introdotta nel
secolo scorso nel laghetto di Campo di Giove (Bianco, 1994).
Il barbo tiberino è una specie di interesse comunitario proposta per l’inclusione
nell’allegato II della Direttiva CEE 92/43 del 21.05.1992). Inclusa in IUCN (1996) Red
List of Threatened Animal.
E’ una forma primaria endemica in Italia con distribuzione pan-peninsulare; reofila
obbligata; da moderatamente frigofila a termofila; ampiamente manipolata. Nel Parco è
rinvenibile nel bacino dell’Orta.
Un’altra specie da segnalare è la lampreda di ruscello Lampetra planeri (Bloch, 1784),
specie di interesse comunitario inclusa nell’Allegato II della Direttiva CEE 92/43 del
21.05.199 e nella IUCN (1996) Red List of Threatened Animals (Low Risk), presente in
una zona di confine tra Parco della Majella e Parco del Gran Sasso: fiume Giardino a
Popoli, Tratto di Aterno tra Popoli e la confluenza del Sagittario. Si tratta dell’unica
popolazione rinvenibile lungo il versante adriatico. Trattandosi di specie moderatamente
frigofila, è probabilmente giunta all’Aterno tramite captazione fluviale da un braccio di un
alto tributario del Liri o del Tevere. La zona dove si localizza la lampreda di ruscello,
andrebbe inclusa nel Parco della Majella. Questa specie è ovunque in diminuzioneestinzione e sarebbe molto opportuno tutelarla in questa peculiare località appenninica.
Si segnala infine lo spinarello Gasterosteus aculeatus Linnaeus, 1758, specie di interesse
comunitario inclusa negli allegati della Direttiva CEE 92/43 del 21.05.1992, il cui areale
italiano mostra attualmente una notevole contrazione soprattutto a causa della distruzione
dei suoi habitat preferenziali. In Abruzzo esiste solamente nel medio corso del bacino
dell’Aterno-Pescara e nel Lago di Scanno. Nel Parco lo spinarello è presente nel
corridoio da includere tra Parco della Majella e Parco Nazionale del Gran Sasso
comprendente la piana di Popoli (fiumi Sagittario, Aterno, Giardino, S. Callisto).
Limitazioni per la conservazione
La componente antropica ha giocato un ruolo dominante nell’alterazione della biodiversità
naturale delle forme acquatiche del Parco. La lontra, a memoria d’uomo una volta
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Piano del Parco - Schema Direttore
frequente lungo l’intera valle dell’Aterno Pescara, è stata sradicata in parte perché
considerata nociva, in parte per la sottrazione e l’alterazione degli habitat acquatici.
La pesca attualmente può essere causa di riduzione di densità ittica.
I ripopolamenti di salmonidi fatti con materiali di origini extra regionali ed anche
extraitaliani hanno compromesso l’identità genetica dei popolamenti naturali.
Un’altra limitazione è costituita dall’esiguità degli habitat acquatici del Parco.
Sono infine da segnalare le limitazioni alle possibilità di sorveglianza dovute alla estensione
ed alla impervietà del territorio.
Opportunità per la conservazione
Le maggiori opportunità sono da individuare nelle possibilità di recupero e di
mantenimento dei popolamenti autoctoni. Inoltre, non si può trascurare la possibilità di
creare centri vallivi di riproduzione semi-naturale, per il recupero e la diffusione di ceppi
nativi di pesci e macro-decapodi con le opportunità lavorative connesse (1-2 operatori).
3.1.6.5
Entomofauna
Descrizione
Il popolamento entomologico dell’area compresa nell’attuale Parco Nazionale della Majella
presenta, al pari dei principali settori montuosi dell’Appennino centrale, un interesse
zoogeografico ed ecologico molto elevato, e ciò nonostante la relativa scarsa conoscenza
che in questo comprensorio si ha riguardo a questa componente faunistica.
La Majella, infatti, pur essendo stata indagata in modo più o meno intenso da vari
entomologi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento sino ai nostri giorni, risulta, da un
punto di vista entomofaunistico, per varie ragioni, quali difficoltà di accesso in alcune aree,
posizione decentrata rispetto alla dorsale appenninica, ecc., una delle aree meno conosciute
tra quelle di grande interesse naturalistico dell’Italia centrale.
Tra gli Insetti, i gruppi tassonomici che nel comprensorio magellense sono stati oggetto di
indagini più approfondite sono: gli Ortotteroidei, varie famiglie e superfamiglie di Coleotteri
(Carabidae, Meloidae, Oedemeridae, Curculionoidea, Chrysomelidae, Nitiduloidea, ecc.)
ed i Lepidotteri.
pag. 81
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Piano del Parco - Schema Direttore
Sulla base delle informazioni fornite dai taxa sopra elencati, possiamo osservare, come già
evidenziato anche in altri gruppi animali, come da un punto di vista zoogeografico si
possano riconoscere quattro categorie di elementi corologici caratterizzanti in modo
significativo il popolamento entomologico della Majella:
1)
Taxa con distribuzione a gravitazione orientale:
• elementi balcano-appenninici;
• elementi sud-europeo-orientali;
• elementi mediterraneo orientali;
• endemismi appenninici di derivazione orientale.
2)
Taxa con distribuzione a gravitazione occidentale:
• elementi tirrenici;
• elementi mediterraneo occidentali;
• elementi sud-europeo-occidentali;
• endemismi appenninici di derivazione occidentale.
3)
Taxa con distribuzione a gravitazione meridionale:
• elementi sud-europei;
• elementi mediterranei.
4)
Taxa con distribuzione e gravitazione settentrionale:
• elementi asiatico-europei;
• elementi sibirico europei;
• elementi centro-europei;
• elementi alpino-appenninico;
• endemismi appenninici di derivazione settentrionale.
Quest’ultimo gruppo di elementi rappresenta la componente faunistica quantitativamente
più significativa, la quale è conseguenza dei continui “modellamenti” subiti durante le
alterne vicissitudini paleoclimatiche del Quaternario quando, durante le fasi catatermiche,
le faune di tipo freddo, sia igrofile sia steppiche, hanno sostituito le faune termofile e/o
forestali autoctone del Terziario, delle quali sono rimaste pochissime testimonianze relitte.
Sulla base della composizione dei popolamenti entomologici, è possibile inoltre individuare
nell’Appennino centrale, sia una componente di specie comune a tutti i settori, limitata
nella sua presenza soltanto da condizioni ecologiche più o meno adatte alla sua
sopravvivenza, sia due componenti fortemente differenziate, la prima caratteristica di un
settore “settentrionale”, comprendente Sibillini, Laga e Gran Sasso, e l’altra di un settore
“meridionale”, nel quale vanno inseriti Majella, Marsicani e Meta.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Questi due settori centro-appenninici sono riconoscibili in modo preciso a livello
biogeografico, mentre tra loro non sono osservabili differenze apprezzabili a livello
ecologico. Per spiegare quindi la loro diversità faunistica, evidente soprattutto tra gli
Insetti, non è sempre possibile usare come base le sole caratteristiche geografiche attuali
ma è necessario ricorrere ai fattori storici che hanno determinato la netta separazione tra i
due blocchi.
Tra gli elementi di entomofauna appenninica presenti nel solo blocco “meridionale”,
ricordiamo la presenza sul massiccio della Majella di Nebria orsini aprutiana, Leistus
glacialis glacialis, Trechus controversus, Trechus montismaiellettae e Zabrus costai tra i
Coleotteri Carabidi, ciascuno rappresentato nel blocco “settentrionale” dal rispettivo
vicariante, oppure di Polydrusus lucianae tra i Coleotteri Curculionoidea o Italopodisma
lucianae tra gli Ortotteroidei, che allo stato attuale delle conoscenze sembrerebbero essere
due dei rari endemismi esclusivi del comprensorio magellense.
In conclusione, seppur ancora lacunose, le conoscenze entomologiche attualmente
disponibili per l’area della Majella confermano il grande valore naturalistico di questo
settore appenninico, che mantiene un elevato grado di conservazione, sia a livello
popolazionale sia biocenotico, delle situazioni più peculiari del popolamento faunistico
centroappenninico (in particolare negli ambienti di alta quota). Sarà quindi necessario in un
immediato futuro programmare indagini mirate ad una più vasta (estesa ad altri gruppi
tassonomici) ed approfondita (studi biocenotici o di struttura e dinamica popolazione)
conoscenza di questa fauna cosiddetta “minore”, ma che di minore possiede soltanto le
dimensioni, e che al contrario attraverso i numerosi descrittori che la caratterizzano, può
fornire una lettura storica e dinamica degli ambienti complessa ma sicuramente molto
dettagliata e significativa.
Elementi specifici per la conservazione
Gli elementi faunistici più significativi dell’entomofauna dell’area sono quelli legati agli
ambienti sommitali (brecciai e praterie alpine), rappresentati nella maggioranza dei casi da
forme endemiche centroappenniniche o da popolazioni relitte di entità a distribuzione più
settentrionale. Tuttavia risulta buona anche la componente legata a quote medio-alte
comprendenti ambienti di faggeta e relative radure associate, ricca di elementi nemorali
molto spesso endemici della catena appenninica ed importanti dal punto di vista ecologico
in quanto indicatori di buona qualità ambientale.
A quote inferiori, importanti sono gli elementi legati al bosco termofilo oromediterraneo,
soprattutto alcune specie di Lepidotteri, e quelli legati alle praterie e pascoli di derivazione,
pag. 83
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Piano del Parco - Schema Direttore
che comprendono, tra l’altro, gran parte delle specie a distribuzione mediterranea s.l., che
penetrano all’interno solo in aree particolarmente idonee dal punto di vista ecologico.
A parte considerazioni di carattere altitudinale, particolarmente importanti sono gli
elementi entomofaunistici legati agli ambienti umidi e ripariali presenti alle differenti quote,
i quali rappresentano una componente ecologica particolarmente importante in
considerazione della sua relativa rarità e della sua particolare vulnerabilità.
Limitazioni per la conservazione
•
Raccolta diretta o tramite “trappolamenti”: azioni particolarmente distruttive per
l’entomofauna nemorale e cacuminale, in genere rappresentate da entità
specializzate, presenti con popolazioni numericamente mai abbondanti.
•
Sfruttamento intensivo ed estensivo dei prati per scopi di coltivazione: dannoso
soprattutto quando vengono “minacciate” le già scarse zone paludicole e sublapidicole presenti nell’area, biotopi estremamente importanti per la sopravvivenza di
alcuni elementi entomofaunistici di grande interesse naturalistico.
•
Espansione incontrollata della vegetazione boschiva in alcune aree: dovuta spesso ad
essenze arboree non autoctone o a invasione preforestale da parte di felci. Tali
processi minacciano l’esistenza di aree “aperte” di derivazione, che costituiscono
habitat fondamentali per gli elementi faunistici legati agli ambienti steppici di bassa e
media quota ed alle radure forestali.
•
Ceduazione e “pulitura” del sottobosco: azioni che possono modificare in modo
sostanziale alcuni microambienti ai quali risultano legati molti elementi nemorali
dell’entomofauna magellense.
Opportunità per la conservazione
•
Possibilità di mantenimento di strutture di comunità entomatiche autoctone tipiche di
ambienti centroappenninici con elevato grado di naturalità;
•
Mantenimento di popolazioni di entità relitte, endemiche o subendemiche di origine
soprattutto settentrionale, assenti o scarsamente rappresentate in altri settori
centroappenninici;
•
Posizione geografica strategica per stabilire una continuità ecologica con altre aree
protette o di elevato interesse naturalistico dell’Appennino centrale.
3.1.6.6
pag. 84
Corridoi ecologici
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
E’ importante sottolineare i limiti teorici e pratici del concetto di corridoio ecologico.
Infatti questo concetto ha avuto recentemente un grande favore presso il pubblico e coloro
che si occupano di pianificazione territoriale ma purtroppo, a tanto favore da parte degli
urbanisti, non corrisponde un parallelo entusiasmo da parte degli ecologi. Se da una parte il
concetto di corridoi è intuitivo e attraente, dall’altra non ha mai avuto decise conferme
sperimentali: si tratta infatti di una categoria descrittiva astratta che non ha un preciso
riscontro territoriale. L’equivoco centrale di tale confusione nei termini deriva dal fatto che
è talvolta possibile, se pure con molti assunti che solo in pochi casi sono stati verificati,
ipotizzare un corridoio per lo spostamento di una specie da un punto ad un altro del
territorio, ma non è possibile ipotizzare un corridoio che serva ugualmente bene molte
specie diverse. In altre parole, il corridoio è una ipotesi specie-specifica, ma non è mai una
realtà territoriale lungo la quale si spostano tante specie come fosse un’autostrada per la
fauna o la flora. Mentre la prima è una ipotesi realizzabile e di grande importanza pratica
per la conservazione delle specie, la seconda ipotesi resta fantasiosa, mai proposta dagli
ecologi e finora mai verificata in nessuna parte del mondo.
Con questa doverosa premessa, è possibile parlare di corridoi per una singola specie
qualora si conoscano con precisione le esigenze ambientali di quella specie; ma anche in
questo caso, dimensioni e contenuti di un possibile corridoio saranno diversi a seconda del
contesto ambientale in cui è posto, a seconda della sua lunghezza e a seconda delle possibili
interazioni con le altre specie. Di fatto, identificare come corridoio una striscia continua di
foresta (come è stato più volte proposto, anche in Abruzzo), poggia su assunti del tutto
ingiustificati, tra i quali il più macroscopico vuole che le specie (quali ?) passino
indisturbate nelle aree forestate qualunque siano le larghezze e lunghezze di queste aree.
Nonostante questo quadro concettuale cautelativo e sostanzialmente negativo, sono stati
effettuati diversi tentativi di individuare potenziali linee di spostamento preferenziale di
alcune specie di mammiferi di grandi dimensioni: a sostegno di questa linea di sviluppo,
abbiamo prodotto tre modelli su base GIS per individuare le aree potenziali di distribuzione
del lupo, orso e capriolo in un’area dell’Italia centrale che ruota intorno al Parco della
Majella.
La metodologia è molto complessa e si basa sul trattamento statistico delle variabili
ambientali che meglio descrivono le aree idonee per ogni specie: per la spiegazione
completa della metodologia si rimanda a Corsi et al. (1999), Braschi (1999), Maiorano
(1999). Si tratta comunque di esercizi che hanno una loro validità solo su scale geografiche
molto grandi per individuare i grandi fenomeni territoriali e ambientali e non è possibile
leggere i modelli a scala dettagliata. In questi modelli (vedi cartografia allegata) le aree a
diversa idoneità ambientale definiscono zone che presentano maggiore o minore
pag. 85
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Piano del Parco - Schema Direttore
potenzialità di presenza per le singole specie: la rete di aree così definita permette di
individuare le aree più idonee e la loro distribuzione sul territorio, la loro eventuale
concentrazione e le possibili aree di interconnessione tra le varie parti del mosaico. Queste
aree di interconnessione possono avere la valenza di corridoio per quella specie, ma solo
per quella: si tratta comunque di un modello e, in quanto tale, è utile come ipotesi di lavoro
ma non come rappresentazione fedele della realtà.
Lupo: il lupo è specie molto adattabile e di fatto ogni ambiente è potenzialmente buono se
non interviene direttamente l’uomo ad eliminare la specie. Le aree maggiormente idonee
sono tutte ristrette nelle zone dove la densità umana è più bassa, ma la specie è in grado di
disperdersi attraverso ogni altra area. Nella carta sono evidenziate le fasce di connessione
che costituiscono una rete pressoché continua dal Molise alle Marche. In particolare, è
evidente la connessione che passa dal Morrone verso nord e il monte Sirente, anche se
questo passaggio non sembra molto robusto e merita attenzione per una sua corretta
gestione. È invece solida la continuità assicurata dall’area del Piano di Cinque Miglia e il
Genzana verso ovest. Inoltre è anche assicurata la connessione verso il Molise attraverso la
grande fascia dei Monti Pizi e le montagne di Capracotta.
Orso: La rete di connessioni per l’orso appare molto meno solida, anche per la maggiore
rigidità ecologica della specie, ma è bene evidente come il Parco della Majella costituisca
un complemento naturale dell’areale della specie. La connessione attraverso il Piano di
Cinque Miglia e le propaggini verso sud sono aree di particolare valore per l’orso e il
modello indica due grandi aree nel Parco che sembrano essere particolarmente idonee. Si
evidenzia anche una area di maggiore vulnerabilità nel settore centrale del Parco, nel
passaggio dell’anfiteatro di Campo di Giove e Fonte Romana: infatti in questa area, l’area
si restringe soprattutto alla fascia forestale più indisturbata compresa tra il limite superiore
della faggeta e la strada Campo di Giove / Passo S. Leonardo. Alle quote inferiori, per
restando una sufficiente copertura forestale, i fattori di disturbo antropico aumentano
notevolmente, soprattutto nei mesi estivi quando campeggi, maneggi e altre attività
turistiche e ricreative portano una importante presenza umana. Più problematica sembra la
connessione con le aree a nord del Parco: il corridoio più solido sembra allungarsi dal
Morrone ma il modello segnala uno iato sostanziale verso qualunque altra area più
settentrionale. Come già accennato, questo non esclude affatto la possibilità che un orso in
dispersione possa attraversare queste aree: il modello indica solo una minore probabilità
che un orso possa fermarsi in maniera permanente nelle aree di minore idoneità.
Capriolo: Il modello per il capriolo è invece un esempio significativo di come questa specie,
flessibile e ubiquitaria potrebbe trovare in Abruzzo un ambiente molto idoneo e giungere a
buone densità di popolazione. Sono escluse solo le aree più in quota ma non esiste alcuna
pag. 86
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Piano del Parco - Schema Direttore
preoccupazione per tutte le possibili dinamiche di dispersione e movimento attraverso tutto
il territorio abruzzese ed oltre.
pag. 87
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.1.7 Manomissioni ambientali
3.1.7.1
Discariche
Descrizione
56 discariche censite, 7 impermeabilizzate, 49 non impermeabilizzate e ben 29 non
bonificate sono i numeri che rappresentano nell’insieme una rete globale di alterazione non
trascurabile esistente in tutti i Comuni afferenti al Parco.
Quadro riassuntivo delle discariche censite
Provincia
AQUILA
CHIETI
PESCARA
TOTALE
N.B.:
23
17
16
56
2
0
3
5
21
17
13
51
7
4
5
16
16
13
11
40
3
1
3
7
20
16
13
49
3
3
0
6
8
0
10
18
10
14
5
29
Sulle 10 discariche della Prov. di Pescara con progetto di bonifica finanziato, 2 si riferiscono ad
impianti ancora attivi (Popoli e S. Valentino), quindi su 13 discariche chiuse ne restano da bonificare
ancora 5.
Per esplicitare meglio il concetto di inquinamento da rifiuti, si riporta sinteticamente quali
sono e come agiscono i fattori di degrado ambientale legati allo scarico di rifiuti
incontrollati:
Percolato. E’ una soluzione altamente mineralizzata delle sostanze organiche e non
contenute nell’ammasso dei rifiuti, prodotto dall’infiltrazione delle acque meteoriche, delle
acque superficiali e sotterranee nel corpo delle discariche.
pag. 88
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La composizione del liquame è ovviamente condizionata dalla natura del rifiuto stesso e
dalla mutevolezza delle condizioni fisiche, chimiche ed idrauliche che si instaurano
all’interno dei rifiuti.
Nel caso dei siti indagati, è verosimile ipotizzare che nel corso degli anni sia stato smaltito
di tutto, dagli scarti organici ai rifiuti tossici quali batterie, olii esausti, vernici ed altro. Di
conseguenza un’acqua esterna che viene a contatto, per percolazione, con questi materiali
si arricchisce di tutte quelle sostanze inquinanti presenti; il percolato che ne deriva, se non
viene opportunamente controllato, costituisce il principale agente inquinante delle acque
sotterranee e/o superficiali, influenzando negativamente il maggior numero di componenti
ambientali.
Biogas. La decomposizione delle sostanze organiche presenti nei rifiuti, operata da svariati
microorganismi in ambiente aerobico o anaerobico, porta alla formazione di gas (nel rifiuto
sotterrato) composto principalmente da anidride carbonica e metano, accompagnati da
idrogeno solforato, ammoniaca ed altro. Tale miscela (biogas) oltre che essere sgradevole
all’olfatto, a contatto con l’aria è esplosiva anche a basse concentrazioni.
A causa della continua produzione di biogas, che si prolunga anche per alcuni anni dopo la
chiusura del sito, si verifica una sovrappressione che ne provoca la risalita e l’infiltrazione
laterale nei terreni. Queste fughe, in impianti non impermeabilizzati ed in assenza di
captazione del gas, possono produrre esplosioni ed incendi e creare danni potenziali alla
flora circostante l’area di smaltimento.
Relativamente alle discariche analizzate, il biogas può essere ancora presente in quei siti
chiusi negli anni recenti e soprattutto laddove sono stati scaricati volumi significativi di
rifiuto organico. Per gli altri, di minor entità e abbandonati in tempi più lontani,
permangono comunque cattivi odori se il rifiuto non è stato opportunamente tombato.
Degrado estetico - paesaggistico. E’ l’impatto che deriva dallo scarico abusivo in aree
morfologicamente e logisticamente “comode” (scarpate, cave abbandonate) e lasciati tal
qua-li, in attesa che la natura, al posto dell’uomo, ricopra con vegetazione o con frane il
rifiuto.
Le schede del censimento riportano, nell’allegato volume tematico, alla voce “morfologia
del sito “, ben 37 discariche di versante su 56.
pag. 89
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Piano del Parco - Schema Direttore
Limitazioni per la conservazione
Questa tipologia di smaltimento abusiva ed incontrollata è stata una pratica diffusa su tutto
il territorio nazionale sino a qualche anno fa per sopperire a carenze tecnico normative da
una parte e scarsa sensibilità delle autorità pubbliche dall’altra.
L’aspetto negativo che si vuole sottolineare è che questi siti, anche se per la maggior parte
caratterizzati da scarsa significatività per le dimensioni ridotte in termini areali e
volumetrici, producono impatto sulle matrici ambientali suolo, acqua, aria, per diversi anni
dopo la chiusura.
Inoltre, il processo di mineralizzazione della sostanza organica, cibo per gli animali selvatici
e randagi, si completa su un arco di tempo che va da pochi mesi ad alcuni anni, in funzione
soprattutto di come viene lasciato il sito dopo la chiusura.
Per quanto sinteticamente sopra esposto, la semplice copertura con materiale di riporto così
come indicato in alcune schede non significa assolutamente che il sito sia stato messo in
sicurezza, in quanto ben altre sono le misure compensative da applicare per limitare
sensibilmente le pressioni negative e le degenerazioni dell’insieme degli ecosistemi investiti.
Premesso che ogni intervento di risanamento di aree contaminate deve essere preceduto da
studi, indagini e progetti effettuati esclusivamente da soggetti di provata esperienza nella
disciplina, si riportano alcune azioni necessarie per la messa in sicurezza e che non risulta
siano state messe in atto nei confronti della gran maggioranza delle discariche esaminate :
•
Captazione e combustione controllata del biogas.
•
Captazione e smaltimento controllato in impianti depurativi del percolato.
•
Sigillatura e rimodellamento del piano sommitale con materiale a bassissima
permeabilità sia minerale che sintetico o accoppiato.
•
Creazione di barriere impermeabili laterali contro la migrazione degli inquinanti da una
parte e l’ingresso di acque esterne.
•
Sistema di canalizzazione per la regimazione delle acque di ruscellamento.
•
Piantumazione di specie arboree ed arbustive, secondo i principi del recupero
naturalistico espressi nel volume tematico, al fine di ricreare le preesistenti condizioni
ambientali, secondo i lineamenti originari ed i suoi raccordi con gli elementi circostanti.
pag. 90
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Si deve sottolineare che delle 56 discariche solamente 19 sono ubicate all’interno del
Parco. Le altre 37, comunque, ricadono lungo la fascia contigua o in prossimità del confine
stesso.
Opportunità per la conservazione
Risulta quindi necessario dover intervenire, non solo in termini di certificazione del
degrado, ma con azioni più radicali ed esaustive per risolvere il problema. In tal senso si
riportano i Comuni che hanno ricevuto i finanziamenti regionali per la bonifica e messa in
sicurezza delle loro discariche:
•
Provincia dell’Aquila: Ateleta, Pescocostanzo, Pratola Peligna, Rivisondoli,
Roccacasale, Roccapia, Roccaraso, Sulmona.
•
Provincia di Pescara: Abbateggio, Bolognano, Caramanico Terme, Lettomanoppello,
Manoppello, Popoli, Salle, Sant’Eufemia alla Majella, San Valentino in A. C., Tocco
da casauria.
A questi fondi vanno aggiunti quelli direttamente gestiti dal Parco, con i quali si potrà
finanziare un progetto pilota su un’area campione.
Si ricorda infine che è in corso di svolgimento uno studio sulla “Conservazione di lupo ed
orso nei nuovi Parchi Centro-appenninici”, gestito da Legambiente con fondi Comunitari
(LIFE Natura 97). Il progetto si propone la realizzazione di interventi di emergenza per la
conservazione delle popolazioni del lupo e orso, tramite un approccio integrato che
consideri le diverse problematiche connesse alla conservazione di queste due specie. Tra
queste, rientrano le discariche su cui si sta svolgendo, ad opera di personale addestrato,
un’analisi capillare sia bibliografica che, soprattutto, di campo finalizzata a:
1.
l’analisi e la verifica dello stato di criticità ambientale di tutte le discariche presenti
sul territorio,
2.
individuazione di una scala di priorità d’intervento, in base al livello di
compromissione del sito e l’interazione di questo con l’orso ed il lupo,
3.
definizione degli interventi proponibili.
Per le situazioni più compromesse che emergeranno dalla schedatura, verrà effettuata una
valutazione dell’impatto mediante l’impiego di una griglia delle interazioni tra le
componenti ambientali che qualificano l’area e le azioni o i fattori di pericolosità legati alla
presenza dei rifiuti.
pag. 91
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Piano del Parco - Schema Direttore
Questa metodologia permette di valutare, anche in termini semiquantitativi, quali
componenti ambientali siano maggiormente investite e quali i fattori responsabili del
maggior impatto: il risultato porta all’individuazione delle misure compensative possibili per
l’eliminazione delle condizioni di rischio e la mitigazione degli impatti, punto di partenza
essenziale per una corretta progettazione esecutiva degli interventi.
Per effetto della recente impostazione normativa (D. legislativo 5 febbraio 1997 n. 22
“decreto Ronchi”), oltre agli aspetti relativi al recupero delle aree degradate, il tema dei
rifiuti offre ulteriori opportunità sia in termini occupazionali che di recupero risorse.
Il principio generale cui fa riferimento il “decreto Ronchi” è che ...”i rifiuti devono essere
recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o
metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente”.
In aggiunta a questo, e con una reale inversione di tendenza, il decreto abbandona la logica
del tutto rifiuto da smaltire e prevede invece la prevenzione e la riduzione della pericolosità
dei rifiuti ed il loro recupero, assegnando allo smaltimento un ruolo residuale. Inoltre
estende la responsabilità a tutti i soggetti coinvolti nel ciclo di vita di un prodotto, dal
produttore al consumatore, ciascuno per quanto gli compete, secondo l’obiettivo del
rispetto del principio “chi inquina paga” al fine di impedire che i costi e le responsabilità
dei prodotti divenuti rifiuti, restino a carico dell’ambiente e del contribuente.
Secondo questa linea anche il Parco è chiamato a svolgere un’azione responsabile coerente
con le finalità del decreto, sintetizzabili nei seguenti punti che compongono il quadro del
sistema integrato di gestione dei rifiuti:
a)
prevenzione: Responsabilizzazione dei produttori nella progettazione dei prodotti e
delle modalità di confezionamento ed imballaggio; Responsabilizzazione e
coinvolgimento delle autorità competenti nelle azioni di promozione e sviluppo di
strumenti tecnologici, economici, negoziali ed informativi; Coinvolgimento dei
consumatori attraverso la loro possibilità di influenzare il mercato e le scelte
produttive, accordando la preferenza a quei prodotti che offrono maggiori garanzie di
“compatibilità ambientale”.
b)
recupero/riciclaggio: La raccolta differenziata (1) costituisce la premessa
indispensabile per la riorganizzazione del sistema di gestione dei rifiuti. Vale il principio
della responsabilità condivisa. Sono infatti chiamati in causa: a) le Amministrazioni
(1)
“Raccolta idonea a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee,
compresa la frazione organica umida, destinate al riutilizzo, riciclaggio ed al recupero
di materia prima”.
pag. 92
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
pubbliche che devono organizzare e garantire il servizio e stimolare il riutilizzo dei materiali
raccolti; b) gli operatori economici in particolare per la raccolta ed il riutilizzo degli
imballaggi; c) i consumatori impegnati in un ruolo sempre più attivo.
c)
corretto smaltimento: Con il duplice scopo di rendere minima la quota di smaltimento
e comunque di effettuare questo in condizioni di piena sicurezza, il decreto 22/97
prevede, tra l’altro, che: a) sia ridotto il trasporto dei rifiuti, b) siano utilizzate
tecnologie idonee a garantire un alto grado di protezione dell’ambiente, c) a partire
dal 1 gennaio 2000 lo smaltimento dei rifiuti in discarica sia limitato ai soli rifiuti
inerti, ai rifiuti specificamente individuati, ed ai rifiuti che residuano dalle operazioni
di riciclaggio e di recupero e dalle altre operazioni di smaltimento che determinano
un impatto ambientale minore rispetto alla discarica.
3.1.7.2.
Attività estrattiva
Descrizione
Dal punto di vista del reinserimento morfologico e naturalistico la situazione è abbastanza
critica: su 190 cave censite si rilevano solo 7 impianti ancora attivi al 1997, mentre la
grandissima maggioranza (141 su 190, pari a circa il 74%) sono, a distanza di molti anni
dalla chiusura, in stato di totale abbandono. Tra le restanti, solo 3 (poco più del 1%)
risultano totalmente recuperate, 26 siti (pari a circa il 14%) sono parzialmente recuperati
per usi diversi (agricolo, forestale, sportivo, etc.) e 9 siti utilizzati come discariche non
controllate.
pag. 93
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Piano del Parco - Schema Direttore
Quadro riassuntivo dell’attività estrattiva
PROVINCIA
AQUILA
CHIETI
PESCARA
TOTALE
N.B.:
67
53
70
190
3
2
2
7
53
37
48
141
1
2
6
9
10
8
8
26
0
2
1
3
Di 4 cave non si hanno informazioni sullo stato ambientale.
Poiché questo lavoro si basa essenzialmente su un’analisi di dati bibliografici è impossibile,
in questa sede, indicare quali siano le cave che necessitano interventi di recupero. Allo
stato attuale si hanno informazioni di livello critico solo per i seguenti comuni:
•
•
•
•
•
•
Sant’Eufemia alla Majella (PE) cod. 1 “loc. Colle San Matteo”: elevato impatto
prodotto dallo spianamento del colle. Cod. 2 “loc. Casella Cona”: cava di versante in
frana con denudamento e abbattimento di vegetazione.
Pacentro (AQ) cod. 1 “loc. Cicuta”: pareti verticali di 25 m.
Manoppello (PE) cod. 1 “loc. Tagliate”: pareti verticali.
Rapino (CH) cod. 1 e 2 “loc. Castello Cieco I e II”: pareti verticali e caduta massi.
Pretoro (CH) cod. 1 “loc. La Versicana”: pareti verticali di 12 m; viene indicata
come area idonea al pic-nic.
Campo di Giove (AQ) cod. 1 “loc. Fonte Putta”: pareti verticali di 20 m Cod. 2 “loc.
Tredici Archi”: pareti verticali di 15 m.
Queste informazioni sono desunte dai rapporti redatti dal CTA del Parco Nazionale della
Majella sul censimento cave all’interno del Parco, effettuato nel 1997.
3.1.7.3
Risorse idriche
Descrizione
Nella tabella seguente sono riassunte le risorse idriche attualmente conosciute nel Parco:
pag. 94
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Piano del Parco - Schema Direttore
Tabella riassuntiva dati sorgenti
Sorgenti captate
Comuni
n.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
Sorgenti non utilizzate
Abbateggio
Ateleta
Bolognano
Cansano
Campo di Giove
Caramanico
Civitella M.R.
Corfinio
Fara San Martino
Gamberale
Guardiagrele
Lama dei Peligni
Lettomanoppello
Lettopalena
Manoppello
Montenerodomo
Pacentro
Palena
Palombaro
Pennapiedimonte
Pescocostanzo
Pizzoferrato
Popoli
Pratola
Pretoro
Rapino
Rivisondoli
Roccacasale
Roccamorice
Roccapia
Roccaraso
Salle
Sant’Eufemia a M.
San Valentino in A.C.
Serramonacesca
Sulmona
Taranta Peligna
Tocco da Casauria
Totale
19
1
66
26
4 26,3
0
11
1 15,3
23
2
7,7
83 12 29,6
10
20
26 11 1075
9
1
0,3
48 15 20,1
24
2
6,4
23
3
8,1
14
38
1
3,5
33
3
5,1
40
3 28,1
82
8 107
13
1
1,1
38
6 34,4
53
5
7,8
24
9
15
54
3 1244
48
16
2 526
2
13
3 15,5
17
22
2
9
19
3
5,3
9
30
2 10,9
42
5 58,3
14
1
0,3
14
2
27
20
3 54,4
1
1
11
33
6 205
1011 121 3623
1
5,7
3
4,6
3 53,3
1 2130
1
pag. 95
1
0,2
1
3,5
1 117,5
2 24,4
1
1,2
1
9 5304
1,4
1 23,6
9 97,1
1
1,4
5 251,6
12 7551
1 16,3
28 484
n°
TOTALE SORGENTI CATALOGATE
TOTALE SORGENTI CAPTATE
SORGENTI NON UTILIZZATE
2,4
3
5
18
22
10
9
8
10
9
21
68
10
17
14
8
31
22
19
13
37
30
35
74
12
31
48
14
41
39
14
2
10
17
20
16
8
28
37
13
12
12
6
7
37
2
3
13
26
7
9
8
4
13
17
12
4
25
18
10
46
10
24
25
8
8
28
1,2
1 18,6
5 151
1
4,4
8 30,4
1 107,6
1,3
7,3
2 12,3
7 31,8
4 16,6
1 11,9
1
9
15 172
12 1388
3,6
2 46,5
1 14,6
1 12,8
30 4481
7 38,3
2 374,1
4
14
12
10
6
16
24
5
7
3
26
848
13
276
9,2
1
7,7
4 136,2
3,5
1,9
1
8,8
1 19,5
5,1
2
9,7
9
36
59
6 280,1
127 7502
5
4
18
3
5
11
11
10
16
2
5
22
5
3
4
12
2
6
2
4
6
2
11
12
8
3
7
444
3
1,3
40
l/s
1011
163
848
11663
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
TOTALE RILASCIO DI TUTTE LE SORGENTI
7502
Da questa prima analisi delle risorse idriche emergono le seguenti considerazioni: I dati
estratti dai documenti bibliografici evidenziano una grossa carenza relativamente al regime
di portata delle sorgenti. Sono molto poche infatti le sorgenti, soprattutto quelle derivate nei
grandi acquedotti regionali, ad avere uno spettro di misure significativo per la definizione
del loro regime. Per le rimanenti, nonostante la frammentarietà dei dati, sono state
comunque calcolate le portate medie per avere un dato sperimentale di partenza su cui
poter fare dei ragionamenti.
Il rapporto tra l’acqua captata (11.663 l/s) per usi diversi e l’acqua disponibile (7.500 l/s)
dalle risorgenze non utilizzate risulta deficitario in termini assoluti; se invece si considera
che 5.300 l/s sono utilizzati per scopo idroelettrico, e quindi restituiti in alveo, tale rapporto
diventa paritetico. Il discorso sulle sottrazioni puntuali si complica se a queste si sommano
tutte le opere di derivazione in alveo, riassunte nella seguente tabella, che stravolgono il
regime naturale dei corsi d’acqua, creando alterazioni soprattutto delle biocenosi
acquatiche e ripariali.
Tabella delle derivazioni in alveo
Fiume
Sagittario
Gizio
Vella
Velletta
Orta
Orfento
Aventino
IRRIGAZIONE
(l/sec)
3860
300 - 2000
325
1025
0
0
0
INDUSTRIALE
(l/sec)
100
2105
0
1125
653
340
0
IDROELETTRICO
(l/sec)
0
800 - 2600
200
100
4705
970
1277
Limitazioni per la conservazione
Le traverse fluviali e i canali di derivazione modificano lo stato ambientale del corpo
idrico, a valle dello sbarramento, nei seguenti modi:
•
•
•
•
•
•
•
•
•
riducono le portate medie annue,
riducono le variazioni stagionali dei deflussi,
alterano gli estremi idrologici annuali,
riducono l’entità delle piene laminandone i picchi,
impongono fluttuazioni di portata innaturali,
modificano le condizioni termiche, dell’ossigeno e dei nutrienti,
variano le concentrazioni del materiale sospeso,
modificano la qualità dei sedimenti,
modificano le comunità vegetali, di invertebrati ed ittiche.
pag. 96
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Tali scompensi non sono quantificabili allo stato attuale delle conoscenze in termini
assoluti, poiché i dati di partenza sono risultati frammentari, lacunosi e spesso in
contraddizione tra i documenti analizzati. Nonostante questo, il problema fondamentale che
emerge, dall’analisi bibliografica e dalla conoscenza diretta sul territorio, è quello relativo
alla portata minima vitale.
Deflusso minimo vitale
Il concetto di deflusso minimo vitale dei corsi d’acqua superficiali è stato introdotto nel
quadro giuridico dalla legge sulla difesa del suolo 183/89, in cui si legge, tra gli obiettivi
dell’attività di programmazione, pianificazione ed attuazione, “la razionale utilizzazione
delle risorse idriche superficiali e profonde garantendo, comunque, che l’insieme delle
derivazioni non pregiudichi il minimo deflusso costante vitale degli alvei sottesi”. Nella
successiva legge sulle “Disposizioni in materia delle risorse idriche” (36/94), il concetto
viene ripreso in due articoli: “nei bacini idrografici caratterizzati da consistenti prelievi o
trasferimenti, sia a valle che oltre la linea di displuvio, le derivazioni sono regolate in
modo da garantire il livello di deflusso necessario alla vita degli alvei sottesi e tale da
non danneggiare gli equilibri degli ecosistemi coinvolti” .... “Gli usi delle acque sono
indirizzati al risparmio ed al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio
idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e le flore acquatiche, i processi
geomorfologici e gli equilibri idrologici”.
Infine dal “Testo unico sulla tutela delle acque dall’inquinamento” di prossima
pubblicazione si legge ... “In attesa di specifiche definizioni quantitative del DMV per i
diversi corsi d’acqua da parte delle Autorità di bacino o delle Regioni e delle Province
autonome per i bacini di loro competenza, si assume come valore di riferimento, la
portata pari al 33% della portata media minima calcolata sulla base dei dati disponibili
negli ultimi 50 anni”.
Per quanto detto, si evince quanto sia importante l’analisi idrologica delle portate di magra
dei corsi d’acqua, con cui è possibile ricostruire gli scenari più svantaggiosi dal punto di
vista della disponibilità dell’idrorisorsa, consentendo di inquadrare le situazioni limite di
riferimento per una corretta gestione. Conoscere tutto questo, con una giusta e mirata
programmazione delle azioni di misura e monitoraggio, permette di affrontare al meglio le
due variabili indipendenti del problema: il fabbisogno idrico da un lato e la conservazione
della naturalità dall’altra.
pag. 97
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Opportunità per la conservazione
Una notevole opportunità di azione in questo campo viene offerta dal “Testo unico sulla
tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva CEE 91/271
concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva CEE 91/676
relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti
da fonti agricole”, attualmente all’esame del Parlamento e di prossima pubblicazione.
Sinteticamente si riportano gli obiettivi principali, sottolineando il fatto che la legge fa un
esplicito riferimento ai corsi d’acqua che attraversano il territorio di Parchi Nazionali per la
tutela delle acque e lo sfruttamento compatibile:
•
•
•
•
•
prevenire e ridurre il deterioramento dello stato ambientale e l’inquinamento delle
acque superficiali e sotterranee fino al raggiungimento di un buono stato qualitativo;
protezione e miglioramento delle acque dolci per essere idonee alla vita dei pesci
salmonicoli e ciprinicoli;
garantire il flusso minimo vitale dei corsi d’acqua regolamentando le concessioni dei
prelievi, eliminare gli sprechi ed incrementare il riciclo e riutilizzo anche delle acque
reflue nei processi produttivi;
utilizzare le tecniche di fitodepurazione negli insediamenti a bassa concentrazione
rilevazione ed elaborazione degli elementi socio-economici, geografici, geologici,
idrogeologici, fisici, chimici e biologici dei corpi idrici superficiali e sotterranei che
caratterizzano il bacino idrografico.
3.1.7.4
Acque reflue
Descrizione
L’aggregazione dei Comuni per ambiti provinciali conferma la disomogeneità dei dati
disponibili, in particolare in relazione alla stima della potenzialità depurativa: è infatti
significativo osservare come il dato di depurazione relativo alla provincia dell’Aquila (per
la quale non risulta ancora disponibile il catasto degli scarichi e si è necessariamente fatto
riferimento al Piano Regionale), risulti molto elevato (68%) contro un valore molto
inferiore ed omogeneo per le altre province di circa il 27%. Questa osservazione evidenzia
un limite non trascurabile all’attuale stato delle conoscenze nella valutazione delle
alterazioni ambientali prodotte dai reflui fognanti dei Comuni del Parco ricadenti nella
provincia dell’Aquila.
pag. 98
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Per quanto riguarda i carichi industriali, come si è visto, è stato valutato il carico inquinante
potenziale, espresso in abitanti equivalenti industriali (A. E.); i dati delle fonti risultano
fortemente carenti; tuttavia è significativo osservare come l’incidenza dell’inquinamento
idrico di origine industriale risulti in linea di massima contenuta, specie per le aree più
interne al Parco.
Schema riassuntivo - Carichi inquinanti e stato della depurazione
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#
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/+-)2
2155
..
2+
L’analisi di maggior dettaglio, basata sulla disaggregazione del territorio in sottobacini, ha
messo in rilievo che, per il particolare assetto geomorfologico ed anche per la conseguente
distribuzione dei centri urbani, il sistema escretore del territorio studiato comporta una
sorta di distribuzione centrifuga dei carichi inquinanti, tendendo a salvaguardare in tal
modo lo stato di salute ed il complesso degli elementi di qualità ambientale dei corsi
d’acqua delle porzioni interne del territorio.
Fanno eccezione, come detto, i Comuni del bacino del F. Orta ed altre situazioni di
carattere più puntuale come Fara S. Martino e Pescocostanzo e, più limitatamente, Campo
di Giove.
Per quel che riguarda il quadro conoscitivo relativo alle alterazioni ambientali prodotte
dagli scarichi liquidi, si evidenzia la necessità di completare i dati di catasto degli scarichi,
pag. 99
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
approfondendo non solo gli aspetti di censimento ma anche quelli analitici relativi sia agli
scarichi che alla qualità dei corsi d’acqua e degli ambienti umidi.
Un ulteriore approfondimento del quadro conoscitivo, strategico per la conservazione e lo
sviluppo dei valori ambientali del Parco, dovrà riguardare oltre le caratteristiche qualitative
chimico-fisiche, chimiche e microbiologiche, anche altri indici di qualità degli ecosistemi
acquatici quali indici biotici ed altri indicatori di tipo più “ecosistemico”, tipo l’RCE
(Riparian Channel and Environmental Inventory) di Petersen od altri da esso derivati o
similari.
Un’importante integrazione dei parametri cui è legata la qualità ambientale dei corsi
d’acqua è rappresentata dalle osservazioni delle caratteristiche del flusso idrico (misure di
velocità su sezioni tarate) e dallo studio del regime delle portate. Oltre all’utilità ai fini della
gestione quantitativa delle risorse idriche superficiali e sotterranee (cfr. par. risorse
idriche), queste analisi sono importanti per la migliore caratterizzazione del quadro
ecosistemico dei differenti corsi d’acqua, per la valutazione dei carichi inquinanti, per la
verifica della capacità autodepurativa e della capacità di risposta alle alterazioni degli
ambienti lotici.
Opportunità per la Conservazione
Un’opportunità di notevole interesse ecologico è rappresentata dalla possibilità di utilizzare
tecniche di trattamento naturali basate su processi fisici, chimici e biotici sviluppati dalla
complessa rete di funzioni svolte da un ecosistema umido (ecosistema filtro); suolo, acqua,
microorganismi, vegetazione e consumatori interagiscono dando, come prodotto finale, il
consumo di sostanze nutritive e conseguentemente la depurazione delle acque reflue
(lagunaggio e fitodepurazione).
Esistono tuttavia dei limiti oggettivi: il primo è quello relativo alla richiesta di ampie
superfici, di morfologia sub-pianeggiante, necessarie per la predisposizione degli ecosistemi
filtro; a seconda della “tecnologia” adottata, delle caratteristiche climatiche del sito, del
carico inquinante in ingresso e dell’abbattimento atteso, l’impiego di terreno varia infatti da
2 a 10 m2/a.e..
A puro titolo di esempio ciò significa che per far fronte ad una richiesta depurativa di 2000
a.e., ad esempio Fara S. Martino, con bacini a scorrimento sub-superficiale, sono necessarie
superfici dell’ordine di 4.000-5.000 m2 a cui si aggiungono nella configurazione ottimale, a
monte ed a valle della fitodepurazione, equivalenti superfici di lagunaggio.
pag. 100
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
L’altro limite è posto dai caratteri climatici dell’area del Parco; infatti, come è evidente, le
basse temperature riducono sensibilmente l’efficienza dei processi biologici.
3.1.7.5
Inquinamento atmosferico
Descrizione
Nella valutazione del degrado ambientale legato alle potenziali fonti di inquinamento
atmosferico va osservato che, per quanto il territorio indagato risulti scarsamente investito
da sorgenti interne all’area, la situazione al contorno non risulta priva di rischi, specie in
un’area di importanza strategica per la conservazione del patrimonio naturale come il Parco
Nazionale della Majella.
Emissioni in atmosfera e flusso di massa dei principali inquinanti
Comune
Bolognano
Caramanico
Fara S. Martino
Guardiagrele
Manoppello
Pratola Peligna
Pretoro
Sulmona
Tocco da Casauria
Portata
(mc/h)
SO2 NOX SOV CO
POL MET IDR NH3 HCL
(kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h) (kg/h)
1 20000,0
2 13195,0
25 268848,0
7 22940,0
35 70107,6
3 42900,0
3 129840,0
20 59382,0
8 122874,0
0,00 0,00
5,70 2,56
41,20 14,40
0,42 0,00
27,12 6,78
12,48 0,07
0,00 0,00
1,22 4,56
0,27 0,01
0,00
0,00
0,00
0,02
0,00
0,00
0,00
0,14
0,01
0,00 0,62
0,00 0,28
0,00 59,60
0,00 0,04
1,46 1,20
0,00 6,99
0,00 0,00
0,00 0,36
0,00 1,88
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,01
0,00
0,00
0,00
1,20
0,04
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,22
0,00
0,00
0,14
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
Per il territorio del Parco, considerata l’estrema mobilità degli inquinanti ed i lunghi periodi
di latenza che sembrano caratterizzare le patologie dei boschi esposti a bassi livelli di
contaminazione, non possono escludersi meccanismi di alterazione della qualità dell’aria in
atto anche se, allo stato attuale delle conoscenze, non risultano osservazioni di eventuali
danni o patologie.
Limitazioni per la conservazione
L’intero quadro conoscitivo è carente; oltre alla mancanza di riscontri analitici non
risultano infatti essere stati condotti studi sugli effetti della contaminazione atmosferica
sulle differenti componenti biotiche ne tantomeno su quelle abiotiche.
pag. 101
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Opportunità per la conservazione
Il Parco offre l’opportunità di attivare un programma di controllo del territorio, specie dei
settori ritenuti più fragili, basato sull’uso di indicatori biologici; in tal senso interi ecosistemi
forestali possono essere impiegati come biomonitori.
Tali studi dovrebbero essere affiancati da altri, relativi a modelli di circolazione
atmosferica, necessari per la previsione della distribuzione e della ricaduta degli inquinanti
al suolo.
3.1.7.6
Infrastrutture viarie
Descrizione
L’impatto prevalente legato alle infrastrutture lineari è identificabile lungo i margini di
contatto tra il Parco e le adiacenti aree protette del Parco del Gran Sasso e del Parco
Naturale Sirente-Velino. Dipende principalmente dal marcato effetto di barriera ecologica,
ed alla conseguente frammentazione, prodotta dalla coesistenza di tre elementi:
l’autostrada A25, la linea ferroviaria e le S.S. n. 5 e n. 17.
Ad esso si aggiunge un limite di permeabilità ecologica di tipo naturale costituito dal fiume
Aterno-Pescara che in particolare nel tratto compreso tra Popoli ed il chilometro 187 della
Tiburtina, di contatto diretto tra il Parco e il Parco del Gran Sasso, scorre tra pareti
calcaree delle strutture di M. Corvo (Parco della Majella) e M. di Roccatagliata (Parco
Gran Sasso).
Il fiume Aterno-Pescara assume, inoltre, il ruolo di corridoio trasversale per effetto
soprattutto delle fasce vegetali ripariali, ma la cui effettiva capacità di connessione deve
essere verificata attraverso rilievi diretti. Dovranno inoltre essere verificate le possibilità di
movimento dell’ittiofauna all’interno dell’ecosistema fluviale complessivo Aterno-PescaraSagittario.
Per la vastità della problematica e per le conseguenze ambientali che la rete di
infrastrutture lineari determina sul Parco e (specie per l’effetto barriera) sulle aree protette
limitrofe, l’analisi condotta può essere considerata solo introduttiva e comunque utile per
l’impostazione uno studio analitico delle alterazioni ambientali prodotte dal sistema viario
del territorio del Parco basato su una metodologia di valutazione, ampiamente illustrata nel
volume tematico.
pag. 102
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
3.2
COMPONENTE ANTROPICA
3.2.1
Storia, elementi culturali, artistici e folcloristici
3.2.1.1
Inquadramento storico e culturale
Il territorio si colloca in una posizione di particolare importanza, lungo il percorso che
collega, sul versante adriatico, l’area piceno-vestina, gravitante verso le regioni centrali, e
quella sannitica, già meridionale; è fiancheggiato dagli unici due solchi vallivi (quello del
Pescara e quello del sistema Aventino-Sangro) che interrompono la cordigliera orientale
dell’Appennino abruzzese e consentono la penetrazione profonda nel centro della regione.
Per questo il massiccio della Majella e le valli che lo circondano sono stati interessati da
forti movimenti di popolazione in varie epoche storiche.
Una funzione di collegamento a grande distanza è stata svolta, in tutte le epoche storiche,
dall’asse viario che collega le regioni peninsulari centrali (Toscana, Umbria, Marche, con il
prolungamento e sbocco settentrionale nella Valle Padana) e quelle meridionali tirreniche
(Campania) e bassoadriatiche (Capitanata-Puglia). Tale asse, che dal baso Medioevo fino
alla fine del secolo XIX prese il nome di “Via degli Abruzzi”, corre lungo il perimetro del
Parco per oltre la metà del suo sviluppo (e attraverso un suo braccio, la via “Frentana”, lo
chiude ad anello) e trova nella “Regione degli Altipiani” un punto strategico.
In dipendenza dall’ubicazione e dalla facilità dei collegamenti, il massiccio della Majella e
le valli che lo circondano sono stati interessati in ogni epoca da forti movimenti di
popolazione e da altri eventi ricchi di riflessi culturali. Si possono distinguere due grandi
cicli cronologici. Le età preistorica, protostorica, italico-romana, longobardo-carolingia
costituiscono quello che possiamo chiamare l’antefatto della realtà attuale, documentato da
tracce di insediamenti, recinti fortificati, centri urbani come Juvanum, santuari pagani,
fare, necropoli connesse a insediamenti germanici, le fondazioni monastiche più antiche.
Le età dal basso medioevo in poi sono quelle che vedono costituirsi la rete degli
insediamenti sopravvissuti fino ad oggi (i “paesi” esistenti) e lo sviluppo in taluni casi
sorprendente di alcuni centri (Guardiagrele, Caramanico, Pescocostanzo), capaci di
collegarsi direttamente con i grandi centri della vita italiana (Firenze, Roma, la Lombardia,
Napoli). All’inizio di questa fase si pone anche il fenomeno della grande penetrazione
monastica benedettina, nel quale di inquadra la particolarissima vicenda di Celestino V.
pag. 103
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
La ricchezza dei pascoli va vista subito come fattore di crescita economica e di sviluppo
socio-culturale di una classe di proprietari che poco alla volta genera anche una borghesia
professionale residente nei centri abitati, anche piccoli, di questo territorio. Il progressivo
affinamento culturale di questa classe comporta, per i secoli dal XVI al XIX,
l’innalzamento del tenore di vita in questi centri e favorisce lo sviluppo di attività artigiane
talora di altissimo livello, che sfiora quello della grande arte: si spiega in questo modo
dapprima l’apparire di un grande maestro dell’arte orafa (ma non solo) come Nicola da
Guardiagrele, e poi l’incredibile succedersi di figure di scultori, intagliatori, architetti che
determinano la duratura “febbre dell’arte” di Pescocostanzo.
In questo humus affondano le radici anche figure di grandi intellettuali che traggono le
origini da questi luoghi: Ottavio Colecchi, filosofo kantiano e matematico (Pescocostanzo
1773 - Napoli 1847), Benedetto Croce, la cui famiglia paterna era di Montenerodomo (ma
vanno aggiunti anche Bertando e Silvio Spaventa, provenienti dalla vicinissima Bomba).
3.2.1.2
Descrizione degli aspetti storici e culturali
Per poter disegnare una strategia e un piano di gestione del patrimonio storico culturale è
necessaria una definizione di unità territoriali basata su criteri diversi da quelli della
zonazione del Parco.
In un contesto come quello del Parco della Majella, nel settore storico-culturale le vere e
proprie “unità territoriali” si definiscono meno bene che in altri settori. Solo in qualche
caso si possono assumere, come base per l’individuazione territoriale, gli aspetti
insediativo-ambientali-economici in quanto fattori di una caratterizzazione anche culturale.
Più spesso invece prevale il riferimento a fatti di altra natura, i quali portano a collegare
località singole, talora distanziate tra loro e anche ricomprese in più di una configurazione.
Si impone perciò l’introduzione di almeno tre tipologie di configurazioni territoriali, che
propongo di denominare:
A)
Unità territoriali di base ambientale-economica;
B)
Unità territoriali di collegamento intercomunale;
C)
Unità territoriali di affinità culturale.
pag. 104
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Nonostante il nesso sempre esistente con gli aspetti naturalistici (natura del terreno, clima),
i fatti presi in considerazione per la definizione di ognuna di queste configurazioni restano
eminentemente quelli di natura culturale, intendendo ovviamente il termine “cultura” nel
senso più lato a volta a volta variabile. Si precisa che la descrizione di tali entità territoriali
unitarie mette in evidenza aspetti culturali globali e problematiche Comuni al territorio e
non fa riferimento specifico ai patrimoni culturali e storico-artistici dei singoli centri che la
compongono: tali patrimoni diventano invece oggetto di considerazione nel profilo
dell’entità comunale o di taluni itinerari turistici.
La numerazione delle unità territoriali è complessiva (da 1 a 8). Le proposte di gestione
verranno illustrate in riferimento al profilo della singola unità o del gruppo di unità,
delimitate nella figura 1.
A)
Le unità territoriali di base ambientale-economica
Nelle unità di questo tipo sono i fattori ambientali ed economici che hanno
determinato una particolare caratterizzazione culturale di un territorio compatto,
anche se come parte di una sua facies culturale più varia e più ampia.
1)
L’unità “Monti-Pizzi-Altipiani Maggiori” e la civiltà contadina di alta montagna
Profilo. Nel territorio del Parco è forse l’unica unità territoriale che rappresenti
il tipo A. (Una riflessione su altre ipotesi è sviluppata in fondo a questa unità).
Essa si estende compattamente dal territorio di Montenerodomo attraverso il
versante sud-orientale della catena del Monte Secine (in discesa verso il fiume
Sangro) fino ai grandi altipiani di Pescocostanzo, Rivisondoli, Roccaraso
(presente solo con la frazione di Pietransieri) a Roccapia; vi si possono
comprendere anche i territori di Campo di Giove e Cansano. Va segnalato che
fin da epoca altomedievale (sec. VIII) questa unità (escludendone solo la fascia
settentrionale, da Cansano a Montenerodomo) viene indicata con una
denominazione unificante, quella di Quinquemilia, coronimo da non intendere
restrittivamente riferito all’odierno Piano delle Cinquemiglia.
Il territorio suindicato presenta una precisa caratteristica di ordine naturalisticofruitivo: pur essendo questa l’area degli insediamenti imani più elevati di tutto il
Parco (vi sono concentrati tutti i centri abitati situati al disopra dei 1000 m slm,
con la punta estrema di Pescocostanzo a 1395 m), vi si è sviluppata una tipica
economia agricolo-zootecnica di alta montagna, consentita dalla disponibilità di
ampie superfici di terreno pianeggianti o in leggero pendio e ben soleggiate.
pag. 105
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
L’agricoltura è fondata storicamente sulla coltivazione dei cereali, della patata e
dei legumi, ed è collegata, specialmente nella regione degli altipiani, con una
zootecnia altrettanto tipica, basata sull’allevamento bovino e, un tempo, anche
degli animali da lavoro (una zootecnia nettamente distinta, perciò,
dall’allevamento ovino, pur presente negli spazi ad esso destinati).
L’esercizio di queste attività ha portato per tempo alla formazione di una ben
riconoscibile civiltà contadina che si è materializzata nei seguenti elementi:
•
la creazione di “masserie”, entità aziendali di complessa organizzazione,
specialmente per la parte destinata all’alloggio del bestiame (la stalla, il
fienile);
•
lo sviluppo di un’articolata tecnologia per la lavorazione della terra e dei suoi
prodotti, per la custodia degli animali, per i trasporti, l’immagazzinaggio (si
pensi alle varie forme di aratro e di carro, alla traglia, ecc.);
•
l’elaborazione di prodotti tipici (tra questi primeggiano i latticini) in notevoli
quantità, capaci di alimentare anche il commercio verso l’esterno.
Benché questa economia sia stata messa in crisi, in epoca recente, da fattori
generali ben noti, resistono aziende certamente remunerative e non a caso
alcune di esse si stanno sviluppando anche nelle forme dell’agriturismo.
Per la contiguità, quasi dappertutto, delle zone coltivabili con il bosco di alta
montagna, la sfera delle attività agricole si è integrata strettamente, nel passato,
con quella delle attività agricole si è integrata strettamente, nel passato, con
quella delle attività di sfruttamento del bosco (costituito quasi esclusivamente da
faggio e cerro), volte a ricavarne materiali da lavoro e da riscaldamento. Nel
complesso territoriale suindicato si possono distinguere due nuclei ben
caratterizzati: a) la vallata di “Primo Campo” in territorio di Pescocostanzo (v.
la descrizione nell’elaborato cartografico, tav. XXX e relativa scheda, numm.
14-29); b) i territori del versante sud-orientale della catena del M. Secine (da
Pizzoferrato a Pietransieri), che costituiscono l’area più calda, per la minore
altitudine, e più soleggiata, fornitrice perciò di una gamma più ricca di prodotti
agricoli (legumi, frutta).
pag. 106
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Piano del Parco - Schema Direttore
B) Le unità territoriali di collegamento intercomunale
Un criterio di ripartizione del territorio, anche ai fini di interventi per la sua gestione,
è anche quello della sua percorribilità su un asse stradale ben individuato e che
collega centri abitati a una distanza che consente rapporti abbastanza facili e
frequenti (una distanza che si copre in un’ora o un’ora e mezza di automobile) quali
sono richiesti dalle attività della vita quotidiana dei privati e delle istituzioni.
Assumendo tale criterio si distinguono cinque unità.
2)
Il versante orientale della Majella
Profilo. Vi sono compresi i paesi più propriamente “addossati” a mezza quota
(all’incirca tra i 450 e i 750 m slm) sul fianco della Majella, da Pretoro a
Guardiagrele a Palena (tutti in Provincia di Chieti) fino a Pescocostanzo. L’asse
viario unificante è dato da due tronchi collegati della s.s. 81 e della s.s. 84, con
le diramazioni di penetrazione in alcune valli interne.
Elementi di peculiarità: tutti i centri sono a stretto contatto con il massiccio della
Majella che addirittura “incombe” su molti di essi; è questa la zona più
caratterizzata dalle tradizioni e dal folclore legato alla Majella (vi è compresa
anche la celebre Grotta del Cavallone; di qui si raggiungono vari eremi e località
interessanti come il Sacrario di Bocca di Valle e la zona della cosiddetta “Tavola
dei Briganti”). V. la cartografia e le schede delle tavole XII-XX.
3)
Il versante settentrionale del Morrone e della Majella
Profilo. Vi sono compresi gli sbocchi delle valli che scendono dalle creste della
Majella e del Morrone e si aprono sul corso del Pescara, e quindi i territori da
Serramonacesca a Popoli (tutti in provincia di Pescara).
Le quote degli insediamenti sono tutte relativamente basse (da 250 a 550 m
slm). L’asse viario unificante è dato dal fascio di arterie di fondo valle (la s.s.
Tiburtina Valeria; l’A25 da Torano a Pescara; la linea ferroviaria RomaPescara) al quale mettono capo le diramazioni di risalita delle valli stesse. L’asse
di fondo valle coincide con un tratto dell’antica e importantissima “Via degli
Abruzzi” (v. ...).
Elementi di peculiarità: agricoltura di collina; prodotti tipici (liquori a Tocco da
Casauria), lavorazione della pietra tenera (a Lettomanoppello), stabilimenti
termali (a Caramanico); la forte gravitazione sul mondo industriale della Val
Pescara. V. la cartografia e le schede delle tavole I-XI.
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Piano del Parco - Schema Direttore
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4) Il versante occidentale del Morrone e della Majella
Profilo. Vi sono compresi i paesi della conca peligna che protendono il loro
territorio (anche se talora per una ben piccola estensione) dentro i confini del
Parco: da Popoli a Sulmona (con prolungamento per Pacentro e proiezioni verso
Cansano e Campo di Giove) fino a Roccaraso, Rivisondoli e Pescocostanzo
(tutti i centri, meno il primo, sono in Provincia di L’Aquila).
L’asse viario unificante coincide con un tratto tra i più marcati storicamente
della già citata “Via degli Abruzzi”.
Elementi di Peculiarità: i rapporti con il capoluogo di Provincia e con il “subcapoluogo” Sulmona (baricentro storico e infrastrutturale di questa area); dal
punto di vista culturale emerge con frequenza il riferimento a una delle capitali
degli Italici (Corfinio), alla memoria di Ovidio, alla vicenda di Celestino V
(primari luoghi celestiniani sono l’eremo di S. Onofrio e la Badia alle falde del
Morrone) e alle antiche correnti di traffico tra Firenze e Napoli; l’unità di
paesaggio creata dall’ampia visuale, con prospettiva dal basso che esalta
l’altitudine, sui massicci del Morrone e della Majella e sulla costellazione di
centri abitati che fanno corona alla valle.
5)
Il cammino mediano o “via alta” del Parco: da Caramanico, attraverso il Passo
di San Leonardo e Campo di Giove, a Pescocostanzo
Profilo. Uno degli effetti prodotti rapidamente dalla creazione del Parco della
Majella è stato quello di generare nuove e frequenti occasioni di contatti tra
istituzioni e gruppi operanti nei “centri polari” dell’intero territorio, presto
individuati in Caramanico, Campo di Giove, Pescocostanzo e Guardiagrele. Alla
mancanza, nel passato, di specifici motivi di contatti e scambi tra questi paesi,
orientati tradizionalmente verso i maggiori centri esterni, si è sostituita una
situazione di intensi contatti reciproci, contatti che ricercano i tramiti più diretti,
quelli, appunto, che in molti casi attraversano il massiccio e non lo aggirano. Ha
assunto un rilievo particolare, per questa ragione, l’itinerario stradale di 50 km
che collega i primi tre centri ora nominati, i quali hanno così (ri)scoperto di
essere collocati su un percorso sostanzialmente “rettilineo” che raggiunge
altitudini molto elevate ed è come appoggiato costantemente dalla presenza e
dalla piena visibilità della Majella nelle sue massime espressioni.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Anche il collegamento diametrale sudovest-nordest tra i due versanti della
Majella - tra Campo di Giove (e domani la Badia di Sulmona, possibile sede
definitiva del centro operativo) e Guardiagrele - investe un tratto d questo
itinerario e utilizza lo snodo degli altipiani maggiori.
Il fattore primo di unificazione di questo sistema di solchi vallivi e valichi è,
dunque, di natura “antropico-operativa”: si tratta di un elemento che certamente
è stato presente nella coscienza delle popolazioni del passato, mentre oggi
affiora alla mente solo di chi ha cominciato a vivere la realtà del nuovo/ritrovato
assetto di questo territorio. Con il progredire di questo processo, tale fattore è
destinato certamente a rafforzarsi, al punto che questo itinerario potrebbe nel
prossimo futuro essere considerato, con limitazioni solo nei periodi di intenso
innevamento, la spina dorsale del Parco. Certo questo asse stradale si presenta
fin da ora come una direttrice funzionale ben individuata: il cammino mediano
del Parco, al quale è forse utile dare presto un nome specifico del tipo “via alta
del Parco” o “cammino delle alte quote”.
C)
Le unità territoriali “di affinità culturale”
6)
I centri della civiltà borghese dell’alta montagna
E’ un dato storico ormai acquisito (messo in luce già da Benedetto Croce, nelle
monografie dedicate ai suoi paesi di origine paterna e materna: Montenerodomo
e Pescasseroli) che l’economia pastorale, giunta a livelli di grande floridezza nei
secoli XV-XVIII, permise il formarsi di una consistente classe borghese proprio
nei paesi più elevati della montagna abruzzese.
Si deve assumere perciò come fondamentale, per quel lungo periodo storico,
l’equazione fondata sui termini “maggiore altitudine” = “maggiore ampiezza e
floridezza dei pascoli estivi” = “maggiore sviluppo di una classe sociale ricca e
agiata”.
Si intende che questa classe, formata originariamente da proprietari, generò
progressivamente dal suo seno o si estese a comprendere anche i professionisti
(della legge e della medicina) e che intrinseca o strettamente attigua le era la
componente degli artisti (specialmente architetti e artigiani-artisti), realizzatori
della sua committenza.
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Il fatto che va messo in particolare rilievo è che questa classe con la sua lunga
permanenza in questi luoghi e con il suo alto livello di vita culturale ha dato un
volto pienamente cittadino a molti centri abitati pur così appartati e in così
elevata altitudine.
Al realizzarsi del fenomeno contribuirono anche fattori esterni che hanno
costituito altre costanti da tenere ben presenti: il legame intrinseco con l’area
pugliese per la vicenda ricorrente e perenne della transumanza; il contatto
costante con il grande flusso di traffici (commerciali, culturali, militari) che si
svolgeva sulla “Via degli Abruzzi”, l’importantissima arteria peninsulare che
aveva come suoi terminali – ben lontani da questi luoghi – al sud Napoli e al
nord da un lato Firenze e l’area umbro-toscana (per i secoli XIII-XV) e dall’altro
lato il sistema delle città padane da Bologna a Milano e Como e a Padova e
Venezia (per i secoli XVI-XVIII).
In alcuni casi particolari (di solito in seguito a vicende di dominio feudale) ha
fatto sentire i suoi effetti anche il rapporto con Roma, piuttosto defilata rispetto
all’orientamento (sostanzialmente adriatico) di questo territorio.
I riflessi di questi contatti sono evidentissimi in molti centri dell’area del Parco.
L’eredità di questo complesso e secolare processo di strutturazione socioeconomico-culturale, determinato da forze endogene ed esogene, è
notevolissima e attribuisce una caratteristica primaria a questo territorio. Per un
centro come Pescocostanzo, che costituisce il caso emblematico di questa realtà,
i riscontri possibili – a parità di dimensioni demografiche del passato: tra i 1500
e i 2500 abitanti – sono fuori dell’Abruzzo e si possono indicare in Pienza,
Montepulciano, Asolo, ..., centri situati ad altitudini molto minori e di ben più
facile accesso dalle grandi città.
Osservata sotto il profilo specifico del processo in questione, e quindi con
riferimento specifico alle vere e proprie sedi di vita dei nuclei sociali così
costituiti – escludendo, invece, i monumenti extraurbani isolati, come abbazie ed
eremi, e prescindendo anche dal caso diverso di Sulmona, non integrabile nel
contesto dei centri di montagna, anche se esso presenta cospicui elementi socioculturali affini – questa eredità consiste in:
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– impianti urbanistici tipici, con il centro più antico (databile all’epoca dell’
“incastellamento”, secc. XI-XII, e al periodo precedente al famoso sisma del
1456) spesso raccolto su una grande roccia che ha fornito il toponimo di base
(come Pesco, Rocca, Pizzo, Pietra, Penna), e con quartieri di epoca
successiva, corrispondente allo sviluppo socio-economico dei secoli XVXVIII, nell’area più pianeggiante circostante. Nei siti originari sussistono
quasi sempre ancora ruderi di fortificazioni, cinte murarie e piccole chiese;
– tipologie e disposizioni particolari anche delle Comuni case di
abitazione: si tratta delle tipiche case con scala esterna (la “casa con
vignale” di Pescocostanzo) disposte “a schiera”;
– le “case palazziate” (palazzi risultanti dall’aggregazione di più unità
preesistenti, con rifacimento della facciata unificante) o i veri e propri
palazzi di concezione unitaria, taluno anche turrito (a scopo di difesa): si
tratta delle residenze tipiche della classe borghese locale, che vi ha abitato
stabilmente almeno fino all’inizio del nostro secolo, ne ha arricchito gli arredi
e ne ha curato per secoli la manutenzione. Per la maggior parte questo
patrimonio edilizio è poi passato di mano (con l’esodo o l’estinzione delle
famiglie originarie) e in molti casi è stato alterato o è in cattivo stato di
conservazione;
– le chiese: ve ne sono alcune di grandi dimensioni (le parrocchiali erano
destinate ad accogliere, nelle cerimonie principali, l’intera comunità, in taluni
casi anche di 2000 persone!), e alcuni centri ne ospitano più di una, in
ragione dei culti particolari (specie per sant’Antonio, san Nicola, san Rocco)
o a causa della presenza di importanti Confraternite o di comunità religiose
(monasteri e conventi, specialmente dell’ordine francescano, esistono a
Pescocostanzo, Lama dei Peligni, Guardiagrele, Caramanico, Tocco da
Casauria, Popoli, Pacentro).
In relazione alla munificanza della classe agiata e colta del luogo, le chiese di
questi centri si erano arricchite di opere d’arte, in buona misura dovute ad
artisti locali, ma talora con interventi esterni di grande rilievo (bisogna citare
ancora il caso eccezionale di Pescocostanzo, anche per lo stato di
conservazione degli edifici e degli arredi; ma vanno segnalate nel loro
complesso anche le chiese di Guardiagrele e Caramanico; merita un richiamo
anche il finissimo coro ligneo della chiesa di Sant’Eustachio a Campo di
Giove). In qualche caso le chiese minori sono state sconsacrate e trasformate
in case di abitazione; si segnalano perdite e distruzioni specialmente nei paesi
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della valle dell’Aventino e a Roccaraso e Rivisondoli, colpiti profondamente
dagli eventi bellici del 1943-44.
– torri o castelli: notoriamente non sono elementi tipici della civiltà borghese;
si tratta di lasciti delle signorie feudali passati alla classe borghese, o, nel
caso delle torri, di elementi difensivi del centro cittadino. Vanno segnalati: il
castello di età sveva a Tocco da Casauria; il castello quattrocentesco, che fu
dei Cantelmo e dei Caldora, a Pacentro; i castelli dei Cantelmo a Popoli e a
Pretoro e il castello di Roccacasale (in questi tre casi si tratta di ruderi); il
castello Baglioni a Civitella Messer Raimondo; il castello ducale a Palena; il
castello di Salle; il castello e i sistemi difensivi di Caramanico (ruderi); le
torri civiche di Guardiagrele; resti di fortificazioni intorno alla rupe di
Pescocostanzo; la distrutta torre dei conti di Sangro a Roccaraso.
Si tratta, dunque, di un volume considerevole di edilizia urbana storicamente
molto significativa e dotata di evidenti e notevoli caratteristiche formali, tra le
quali vanno annotate le seguenti:
-
-
l’impiego di pregiata e resistente pietra da taglio (proveniente dalle cave
locali) in portali, finestre, cornicioni, stemmi, edicole e colonne votive,
fontane, pozzi e altri elementi di arredo urbano; in alcuni centri dei versanti
settentrionale e orientale della Majella la pietra si è sposata con il mattone,
altro materiale di provenienza locale;
le pavimentazioni stradali in pietra;
la presenza di elementi funzionali e decorativi in ferro battuto;
i tetti in coppi tradizionali e con gronde ampiamente sporgenti su mensole.
l’assoluta tipicità delle case con scala esterna (là dove si conservano) e, per
le chiese, l’elemento architettonico tipico della facciata a coronamento
orizzontale (non a timpano).
Tali caratteristiche sono, com’è ovvio, distribuite variamente e in varia misura
nei centri abitati.
Il massimo di concentrazione e di conservazione si osserva a Pescocostanzo
(come si documenta sommariamente con la scheda a corredo della relativa
tavola cartografica e con la campionatura fotografica). Nuclei significativi si
conservano nei quartieri più antichi di Pacentro, Popoli, Guardiagrele, Tocco da
Casauria, Pennapiedimonte (centro, insieme con Lettomanoppello, di
lavorazione della pietra morbida, elemento che ha determinato il formarsi di
un’edilizia abitativa anche di tipo rupestre), ed elementi singoli, a volte notevoli,
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s’incontrano un po’ dappertutto, purtroppo spesso in contesti largamente
sfigurati.
3.2.1.3
Aspetti fruitivi
La visione complessiva e spaziale di un così ricco patrimonio storico-culturale e una
consapevolezza, sia pur sommaria, dei suoi significati porterà alla indicazione dei principali
itinerari e di altri programmi per il turismo culturale.
Si delineano chiaramente già i seguenti “percorsi” stradali e concettuali: “I luoghi di
Celestino V”, “La presenza dei Longobardi”, “La presenza dei Lombardi”, “L’epopea
della Brigata Majella”, “Il barocco e l’arte dei marmi”.
Si possono indicare anche itinerari di più ampio raggio, che sviluppano un tema legato
anche a importanti “presenze” esterne al territorio del Parco e quindi attivabile fin quasi
dalle basi di partenza dei visitatori:
“La via dei mercati fiorentini” (il cammino, percorso più volte anche dal Boccaccio, che
univa Firenze a Napoli passando da Siena, Perugia, L’Aquila, Sulmona, l’Altopiano delle
Cinquemiglia, Castel di Sangro, Isernia, Cassino e Capua);
“La via degli abati” (da Montecassino a San Vincenzo al Volturno a San Liberatore alla
Majella a San Clemente a Casauria);
“La via degli Italici” (dal Museo Archeologico di Chieti agli scavi di Corfinium, al
santuario di Ercole Curino, a Juvanum, al Museo di Isernia a Pietrabbondante),
“I luoghi dannunziani e michettiani” (dalla Pineta di Francavilla alla valle del Pescara alla
Grotta del Cavallone o della “Figlia di Jorio”).
3.2.1.4
Elementi specifici per la conservazione
Va messo in piena evidenza il carattere veramente specifico di questo territorio: la
compresenza di un ricco patrimonio storico-culturale, sia di alto livello (legato all’esistenza
di alcuni centri di alta cultura) sia di tradizione popolare, e di un patrimonio naturalistico
fortemente caratterizzato.
3.2.1.5
pag. 115
Limitazioni per la conservazione
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Piano del Parco - Schema Direttore
Nella prospettiva di questo settore esiste solo un limite generico nella scarsità di
conoscenza (specie in alcuni ranghi professionali) della realtà storico-culturale e di alcune
problematiche particolari (come quelle degli appropriati interventi di consolidamento
antisismico).
3.2.1.6
Opportunità per la conservazione
Partendo dalla considerazione del patrimonio storico-culturale, una grande opportunità
sembra offerta dalla possibilità di procedere al più presto - d’intesa con i Comuni interessati
e le Soprintendenze competenti - a promuovere, progettare e sostenere interventi di
restauro e recupero, in vari punti del territorio, di edifici, opere, resti meritevoli di
conservazione e spesso suscettibili di riuso, anche per attività dell’Ente Parco.
La materia su cui intervenire è talmente abbondante da poter essere presa subito e
facilmente in considerazione ed è così carica di valenze da poter costituire un volano per
molti processi della vita di popolazioni locali (attrattiva turistica; sensibilizzazione
culturale; impulso al potenziamento delle lavorazioni artigiane della pietra, del legno, del
laterizio, ecc.).
Interventi in questi settori conciliano rapidamente, com’è ovvio, il favore di molti nuclei
delle popolazioni locali e alimentano la coscienza della “civiltà locale”, orientando
positivamente in tal senso specialmente i giovani in cerca di definizione del proprio ruolo
professionale.
3.2.2
Quadro economico e sociale
L’analisi che segue descrive un quadro relativo alla situazione fino al 1991. Tali dati non
hanno la pretesa di essere esaustivi ma paiono ad oggi gli unici che offrono una visione
completa su tutta l’area del Parco. I dati descritti non hanno una ricaduta diretta sulle
scelte di Piano e sarà cura del Piano di Sviluppo Economico e Sociale approfondire la
conoscenza su questa tematica.
Il territorio dei Comuni del Parco della Majella ha vissuto nel dopoguerra una storia
economica simile per molti versi a quella di quasi tutta la fascia appenninica italiana. Le
caratteristiche principali di questo processo sono state (e in alcuni casi sono tuttora):
- lo spopolamento e l’esodo delle fasce più vitali della popolazione verso l’Italia e
l’estero.
pag. 116
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- l’abbandono delle attività tradizionali e la mancata realizzazione, se non in casi
sporadici, di nuove attività vitali.
- la perdita d’identità e la forte marginalità economica, sociale e culturale nei confronti di
nuovi poli di sviluppo (ad esempio la costa adriatica).
- l’insuccesso delle politiche per lo sviluppo che si è tentato di implementare nei decenni
passati e l’insuccesso del tentativo di applicare modelli di sviluppo tradizionali.
In sintesi la caratterizzazione generalizzata dei Comuni del Parco è proprio quella
dell’abbandono e della perdita della coscienza di specificità, mantenuta oramai solo in casi
sporadici ed isolati.
All’interno del territorio dei Comuni del parco, come è ovvio, le differenze e le specificità
sono comunque marcate.
Molti comuni, tra cui citiamo, Fara S. Martino, Guardiagrele, Sulmona, Pratola Peligna,
Popoli, Bolognano, Tocco da Casauria ed in genere tutti i Comuni “collinari” hanno
approfittato della presenza di grandi vie di comunicazione per affrancarsi dall’isolamento
montano ed agganciarsi a realtà maggiormente vitali (processo che se da un lato ha favorito
la nascita ed il mantenimento di una realtà industriale ha contribuito ad una forte perdita di
identità culturale), sono i c.d. Comuni a sviluppo autonomo, ossia Comuni dal forte potere
attrattivo e dotati di una propria struttura produttiva generalmente di carattere agro
industriale ed i c.d. Comuni a sviluppo dipendente dalle strutture simili a quelli di tipo
autonomo, ma connotati da un maggiore pendolarismo e da una minore attrattività del
mercato del lavoro.
La maggioranza dei comuni, ha invece vissuto in maniera marcata il processo di abbandono
e aumento della marginalità non riuscendo a trovare un sentiero di sviluppo adeguato alle
loro caratteristiche. Questi comuni, pur con differenze tra di loro costituiscono la c.d. fascia
dei sistemi territoriali marginali. Alcuni di essi, poi, come Campo di Giove, Rivisondoli,
Roccaraso e Pescostanzo hanno provato ad applicare nel loro territori modelli di sviluppo a
forte connotazione turistica, come lo sfruttamento della montagna a fini sciistici, che se
hanno portato miglioramenti nelle condizioni di vita lo hanno fatto con processi non
sostenibili nel lungo periodo. Anche se in presenza di trend che confermano una maggiore
attrattività del mercato del lavoro, anche in questi Comuni non sono fenomeni trascurabili
l’invecchiamento della popolazione e lo spopolamento, segno questo che se il fenomeno di
marginalizzazione si é ritardato non si é di certo interrotto.
3.2.2.1
pag. 117
Demografia ed insediamenti
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Il Parco Nazionale della Majella ha perso circa il 30% della popolazione nel periodo che va
dal 1951 al 1991, la sua popolazione residente è infatti passata da 139.402 a 99.814
abitanti. Il fenomeno dello spopolamento è stato molto forte nel periodo 1951-1971 e poi si
è stabilizzato (la popolazione dal ‘71 al ‘91 non è mai variata per un ammontare superiore
alle 2000 unità). E’ interessante notare che anche nel Parco della Majella il fenomeno non
è stato uniforme: se, infatti, in Comuni come Abbateggio, Cansano, e Sant’Eufemia a
Majella la popolazione nel ‘91 era inferiore al 30% della popolazione del ‘51, in Comuni
come Roccaraso e Sulmona essa si è accresciuta.
La densità degli abitanti per kmq presenta anche in questo caso una forte disomogeneità,
ma il dato che spicca maggiormente è la fortissima densità di abitanti nei Comuni di
Lettomanoppello (202 ab/kmq), Pratola Peligna (280 ab kmq) e Sulmona (436 ab/kmq),
tutti Comuni di collina o situati in conche.
Dalla distribuzione della popolazione in classi d’età si nota che dal 1981 al 1991 essa vede,
in tutti i Comuni del Parco, una forte riduzione delle fasce d’età più giovani ed una crescita
della popolazione sopra i 75 anni. Questo spiega la momentanea crescita del 10,7%
dell’indice di dipendenza per il Parco (fenomeno positivo) e la forte crescita degli indici di
vecchiaia e di ricambio. Per quanto riguarda gli indici, tuttavia, il fenomeno non è
uniforme: se infatti, per Comuni come Salle, Cansano, Abbateggio e Pizzoferrato l’indice di
dipendenza cresce per un ammontare che va dal 46% al 28,6%, il Comune di Roccapia, a
seguito di un forte aumento della popolazione non attiva, vede il suo indice di dipendenza
ridursi del 36,9%. In termini assoluti vediamo che i migliori indici di dipendenza nel 1991
sono nei Comuni di Pizzoferrato, Rapino e Sulmona tutti con valori superiori al 2 ed i
peggiori sono quelli dei Comuni di Civitella Messer Raimondo, Lettopalena e Roccapia
tutti con valori inferiori all’1,4. Altri due valori decisamente ‘‘fuori norma’’ sono gli indici
di vecchiaia dei Comuni di Cansano e Sant’Eufemia a Majella rispettivamente pari a 4,16;
8,68 e 5,21.
Dall’analisi dei dati sul livello di istruzione scaturiti dall’ultimo Censimento ISTAT utile si
nota il miglioramento delle condizioni generali grazie ad un aumento del numero dei
laureati residenti che passano dai 1998 del censimento dell’81 ai 2.875 del censimento del
1991 ed al quasi dimezzamento della popolazione analfabeta che si riduce dai 4042
elementi del 1981 ai 2973 del 1991. Il miglioramento della scolarità è confermato dalla
crescita dell’indice dallo 0,34 del 1981 allo 0,49 del 1991. Valori relativamente alti sono
quelli dei Comuni di Palena, Pratola Peligna, Rivisondoli, Roccaraso, Sulmona e Popoli
tutti con indici di scolarità superiori allo 0,5.
Analizzando il flusso dei movimenti della popolazione dal 1992 al 1994 si nota un dato
curioso con un saldo demografico (nati vivi meno morti) decisamente in passivo, ma con un
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flusso migratorio (immigrati meno emigrati) in un attivo quasi altrettanto forte (-997 verso
915).
Questo fenomeno è spiegabile con un forte rientro degli immigrati che avevano
abbandonato l’area nel periodo 1951-1971, rientro che se da un lato porta un maggiore
afflusso di ricchezza, dall’altro non contribuisce a migliorare il già critico invecchiamento
della popolazione residente.
Per quanto riguarda gli aspetti residenziali, il numero delle abitazioni è in media
decisamente maggiore rispetto alle effettive esigenze della popolazione: se, infatti, il
rapporto di abitazioni occupate per famiglia è pari allo 0,996, il numero di abitazioni non
occupate è decisamente alto (47,27%) così come alto è il rapporto tra le abitazioni non
utilizzate e quelle totali (13,18%). Quest’ultimo valore è più elevato nei Comuni della
provincia di Pescara con punte nei Comuni di Roccamorice e S. Valentino, mentre è più
basso in aree a maggiore vocazione turistica come i Comuni di Roccaraso (4,33%), Campo
di Giove (6,63%) e Taranta Peligna (4,98%).
Dai dati relativi alla dispersione delle abitazioni nel territorio si legge che l’85% della
popolazione è concentrata nei centri abitati (un dato tipico dei Comuni dell’area
appenninica) e solo il 7,3% abita in case sparse sul territorio comunale. Il fenomeno è
particolarmente accentuato nei Comuni di Taranta Peligna, Pacentro, Pratola Peligna,
Roccapia e Salle in cui la popolazione residente nei centri è superiore al 96%. La scarsa
dispersione della popolazione ha sicuramente degli impatti positivi sull’antropizzazione del
territorio e, considerando che le case sparse e le frazioni tendono a distribuirsi nelle aree di
collina o di pianura, garantisce che l’area dei Comuni appartenente al Parco abbia
pochissimi insediamenti umani.
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3.2.2.2
Economia
Aspetti generali
Il 54,62% del PIL dei Comuni del Parco Nazionale della Majella, proveniva nel 1981 dal
settore terziario, 40,35% dall’industria e solamente il 5,03% dal settore primario: questi dati
sono in linea con quelli nazionali. Nel 1991 il PIL prodotto ha subito una tendenza
crescente. Nonostante il forte incremento di ricchezza prodotta, il settore agricolo produce
solamente il 2,33% di PIL (diminuito sia in termini assoluti sia in termini percentuali); il
PIL prodotto dal settore industriale è lievemente aumentato in termini sia assoluti sia
percentuali passando dal 40,35% al 40,55%. Un incremento altrettanto lieve in termini
percentuali lo ha subito il settore terziario che, invece, in termini assoluti è aumentato
notevolmente. Questi dati seguono l’andamento del PIL della Regione Abruzzo, dove il
PIL agricolo ha subito solamente un lieve incremento, mentre un aumento più deciso lo ha
avuto il PIL del settore terziario.
Vale la pena di confrontare anche i dati regionali relativi al PIL procapite che, nel corso del
decennio 1981-1991, è aumentato notevolmente in industria e solo lievemente in
agricoltura e nel terziario. Ciò è soprattutto dovuto alla diminuzione di occupati che, in
questa Regione, si dedicano all’attività del settore primario, alla sostanziale stabilità
nell’occupazione nel settore industriale a fronte di decisivo aumento del PIL prodotto in
questo settore. Il terziario invece ha visto una notevole crescita del PIL mentre solo lieve è
stato l’incremento di occupazione, giustificando così la crescita del PIL procapite.
I Comuni del Parco che fanno parte della Provincia di Chieti, hanno subito, nel decennio in
esame, una forte diminuzione nella percentuale di PIL agricolo (che è passato dall’8,16% al
3,71%); è aumentata sostanzialmente la quota di PIL industriale e solo più lievemente
quella del terziario. Civitella Messer Raimondo, Fara S. Martino, Gamberale, Lama dei
Peligni, Lettopalena, Pennapiedimonte, Taranta Peligna hanno abbandonato la loro
vocazione agricola e pastorale dimezzando, o addirittura azzerando, la quota di PIL
agricolo prodotto sul loro territorio. Solamente Pizzoferrato ha incrementato tale quota
passando dal 7,32% al 10,38%.
La Provincia de L’Aquila ha invece assistito allo stesso tipo di andamento ma con tassi
meno elevati. Cansano, Corfinio, Pacentro sono i Comuni che più decisamente hanno
abbandonato la loro vocazione agricola spostandosi verso attività del terziario. La
Provincia di Pescara ha dimezzato la quota di PIL agricolo prodotto (soprattutto i Comuni
di Abbateggio, Caramanico, Manoppello, Salle) e leggermente diminuito quello industriale,
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spostandosi invece verso attività nel terziario. Secondo la distribuzione ISTAT degli attivi
per settori produttivi e per classi di età i giovanissimi lavoravano nel 1981 soprattutto in
industria e la percentuale è aumentata nel corso del decennio, mentre sono diminuiti in
percentuale i giovanissimi che lavorano negli altri due settori. Piuttosto interessante è la
variazione nella distribuzione del lavoro nella classe di età 30-54, dove l’industria e
l’agricoltura hanno subito una perdita percentuale di lavoratori abbastanza rilevante a
favore del terziario.
A Rocca Pia il 100% dei giovanissimi lavora in agricoltura; nel 1981, invece, i giovanissimi
si dividevano in quote uguali del 50% tra secondario e terziario. A Lettopalena e a Cansano
sono dediti al 100% alle attività terziario mentre a Montenerodomo, Serramonacesca e
Campo di Giove lavorano solamente in industria. Nei Comuni della Provincia di Chieti è
molto alta la percentuale di coloro che lavorano in industria in tutte le classi di età e la
situazione è rimasta stabile nel decennio in esame dato che anche i dati del 1981
confermano questa particolarità. Nella Provincia de L’Aquila, invece, è preminente la
percentuale di coloro che, in tutte le classi di età, lavorano nel terziario e anche qui la
situazione è rimasta pressoché immutata per tutto il decennio.
Dati interessanti sono quelli che indicano in quale classe di età si concentrano i lavoratori
dei tre settori: nel 1991 le percentuali più elevate appartenevano alla classe 30-54 così
come nel 1981; ma in questa stessa classe la quota di coloro che sono dediti all’agricoltura
è passata dal 61,4% (cioè il 61,4% dei lavoratori agricoli aveva 30-54 anni) al 53,1% ed è
notevolmente aumentata quella degli addetti all’industria.
Per ciò che riguarda il rapporto addetti/attivi a livello disaggregato e a livello di Parco,
alcuni Comuni utilizzano nei siti produttivi locali un numero di addetti maggiore degli attivi,
significando, con ciò, che sono centri di attrazione di pendolari provenienti da altre zone.
Così è per Fara S. Martino, Guardiagrele, Pretoro, Roccaraso, Sulmona, Tocco da Casauria
e Bolognano. D’altra parte l’indice, per l’intero Parco, è piuttosto alto (81,54%).
Altrettanto alto è però l’indice di disoccupazione che arriva, nel 1991, al 18,25%,
notevolmente più alto di quello relativo all’Italia centrale (15,1%) e di quello della Regione
Abruzzo (16,1%). Il tasso di disoccupazione più elevato è quello dei Comuni del Parco che
rientrano nella Provincia di Chieti che presenta punte del 25,6% a Civitella Messer
Raimondo (rapporto addetti/attivi: 44,4%) e Montenerodomo con il 29%. La situazione è
dunque molto preoccupante in questa Provincia specialmente se si osservano i dati sulla
disoccupazione giovanile che, sempre nel 1991, era del 37,48%: ad esempio a Palena il
53% dei giovani è disoccupato.
pag. 121
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Piano del Parco - Schema Direttore
I Comuni del Parco della Provincia de L’Aquila vedono un tasso di disoccupazione elevato
ed un tasso di disoccupazione giovanile seriamente preoccupante che è però in linea con
quelli della Provincia stessa. Leggermente più positiva, invece, appare la situazione in
Provincia di Pescara.
Un ultimo sguardo va dato al peso dell’artigianato nell’economia locale: esso risulta
notevolmente elevato in tutto il Parco (26%) ed in particolar modo nei Comuni di
Roccacasale e S. Eufemia. Questo dato è analogo a quelli rilevati a livello provinciale. Ciò
dimostra l’importanza che per l’economia locale potrebbe avere il potenziamento e la
valorizzazione dei prodotti artigianali, ivi compresi quelli alimentari.
Agricoltura
Le aziende agricole dei Comuni del Parco Nazionale della Majella hanno una tipologia di
conduzione tipicamente familiare; un bassissimo numero di aziende (0,7%) è condotta con
salariati e/o compartecipanti, tranne che nel Comune di S.Eufemia a Majella dove esse
rappresentano il 15% delle aziende totali. Negli altri Comuni i dati sembrano essere
omogenei tra di loro.
I dati relativi alla forte caratterizzazione familiare sono confermati dalla distribuzione delle
giornate lavorative che vede il ricorso ad operai per solo il 4% delle giornate lavorative
totali, rispetto al 92% delle giornate lavorative impiegate dal conduttore, dal coniuge e da
altri familiari. Gli unici Comuni in cui gli operai sono impiegati in dosi più massicce sono
quelli di Fara San Martino (12,5%), Corfinio (30,65%), Roccaraso (19,15%) e Popoli
(20,1%).
Seppure poco consistenti dal punto di vista numerico, le aziende con salariati dispongono
del 44,2% della superficie totale di tutti i Comuni del Parco (pari ad un ampiezza media di
422 ha per azienda); il dato va comunque considerato a livello comunale in quanto in molti
Comuni sono presenti solo aziende a conduzione familiare. In quei Comuni dove sono
presenti aziende a conduzione non familiare, esse, da sole, dispongono di una larga quota
del territorio con punte superiori all’80% a Palena, Pennapiedimonte, Roccaraso e
Sant’Eufemia a Majella.
La distribuzione sembra più equa per quanto riguarda la SAU: le aziende a conduzione
familiare aumentano infatti la loro quota di superficie e quelle a conduzione con salariati
passano da una quota del 44,2% della superficie ad una del 35,2%. Se poi si analizza la
distribuzione delle aziende per classi di superficie si può notare come solo poche di esse
pag. 122
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
(28%) abbiano dichiarato di possedere più di 100 ettari di superficie totale, mentre la
maggior parte di esse ha una superficie che va da 1 a 5 ettari; inoltre ben il 27% delle
aziende agricole dispone di meno di 1 ettaro di superficie, valore, questo che rende molto
difficile qualificare le stesse come aziende agricole. I ridotti valori di superficie media per
azienda (6,39 ha) non fanno altro che confermare questi dati e spiegano lo scarso valore
aggiunto dell’agricoltura nei Comuni del Parco; avendo ben 23 Comuni una superficie
media per azienda inferiore ai 5 ettari per azienda, le produzioni agricole sembrano essere
destinate in buona parte all’autoconsumo, quindi non contabilizzate nel PIL, od al consumo
in mercati locali. Gli unici Comuni con una superficie media superiore ai 35 ettari sono
quelli di Palena, Pescocostanzo, Roccaraso e Sant’Eufemia a Majella, ma, se si incrociano
questi dati con quelli relativi al peso delle coltivazioni per Comune, notiamo che in tutti i
Comuni nei quali la superficie media è più grande il peso delle coltivazioni è il più basso; i
Comuni che hanno una superficie coltivata maggiore, al contrario, hanno una dimensione
media per azienda non superiore ai 9 ettari.
I valori relativi alla SAU per classi di superficie sono ancora più estremi: un’azienda del
Parco ha una superficie agraria utilizzata media pari a 3,68 ettari; viene confermato così
che le coltivazioni, laddove presenti, sono fortemente parcellizzate.
I dati relativi agli utilizzi del suolo confermano le scarse attitudini agricole dei Comuni del
Parco in quanto nel 1991 solo il 20% della superficie aziendale totale era utilizzata per
seminativi o coltivazioni permanenti mentre ben il 66% della superficie appare boschiva o a
prati e pascoli. A questi dati fanno eccezione i Comuni di Gamberale, Montenerodomo,
Rapino, Corfinio, Bolognano, Manoppello, San Valentino in Abruzzo Citeriore e Tocco da
Casauria che hanno un rapporto SAC/SAU, superiore al 50% (di questi il Comune di Tocco
da Casauria è l’unico in cui la superficie a coltivazioni permanenti è più del doppio di
quella a seminativi).
Possiamo notare che, in media, i Comuni del Parco hanno dei valori molto elevati sia nel
rapporto tra superficie irrigabile e SAC (0,56) e sia nel numero di aziende che praticano
l’irrigazione (29,2%). Il valore medio, tuttavia, è fuorviante in quanto essa è fortemente
diffusa nella Piana di Sulmona (Comuni di Corfinio, Pacentro, Pratola Peligna, Sulmona,
Roccacasale), dove oltre l’80% della superficie coltivata è irrigabile e nella Valle del
Pescara, particolarmente nei Comuni di Popoli, Manoppello e Pretoro. Si può quindi
affermare che l’irrigazione avviene esclusivamente nei territori pianeggianti ai piedi del
Massiccio della Majella e quindi al di fuori del Parco.
pag. 123
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Piano del Parco - Schema Direttore
Il territorio dei Comuni del Parco Nazionale della Majella è caratterizzato da un peso
dell’allevamento decisamente inferiore a quanto ci si attendeva, infatti solo il 53% circa
delle aziende lo praticano. Solo tre Comuni (Palena, Pescocostanzo e Manoppello) hanno
censito più di 2000 capi ovini ed è presente un valore di UBA medio per azienda pari a solo
1,73. La media del numero di ettari per UBA è buona per il territorio nel suo complesso
(2,68 ha per UBA), ma nei Comuni di Rapino, Manoppello, San Valentino in Abruzzo
Citeriore i valori inferiori ad 1 potrebbero portare a situazioni di sovrasfruttamento dei
pascoli.
Per quanto riguarda la meccanizzazione si può affermare che, nel complesso, le aziende
agricole dei Comuni del Parco hanno una sufficiente dotazione di mezzi meccanici. Se
infatti il numero di apparecchi per l’irrorazione e la lotta antiparassitaria, in proprietà alle
aziende agricole, e quello di raccoglitrici trinciatrici sono nettamente inferiori alla media
nazionale, il numero di trattrici e quello di motocoltivatori è superiore ad essa (dai dati del
censimento del 1991 risulta che il 30% delle aziende dispone di trattrici in proprietà e che il
46,5% di esse possiede dei motocoltivatori). Le trattrici sembrano essere più numerose nei
Comuni appartenenti alle Province di Chieti e di Pescara, mentre per i motocoltivatori la
maggiore densità è nei Comuni della Provincia de L’Aquila.
A livello comunale la più alta concentrazione di trattrici è a Pizzoferrato, Cansano e Rocca
Pia in cui oltre il 50% delle aziende ne dispone in proprietà, mentre per quanto riguarda i
motocoltivatori i valori più alti (oltre il 60%) sono quelli dei Comuni di Civitella Messer
Raimondo, Pizzoferrato, Corfinio, Pratola Peligna, Roccacasale, Sulmona, Popoli e San
Valentino in Abruzzo Citeriore. Da sottolineare, inoltre, l’elevata presenza di apparecchi
per l’irrorazione e la lotta antiparassitaria in proprietà nei Comuni di Corfinio e
Manoppello.
Elementi specifici per la conservazione
Nella realtà economica del territorio del Parco non mancano specificità e particolarità. A
fronte dell’abbandono od il netto calo di alcune attività tradizionali (come l’allevamento
degli ovicaprini), infatti, molte di esse hanno mantenuto una loro significatività ed
importanza.
Si ricordano le tipicità agroalimentari (l’olio “aprutino-pescarese” e “colline teatine”, i
formaggi, il miele etc. ), la millenaria tradizione artigianale nella lavorazione della pietra a
Pescocostanzo, Lettomanoppello ed a Manoppello, del ferro battuto, della lavorazione
pag. 124
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Piano del Parco - Schema Direttore
dell’argento e del rame a Guardiagrele, del legno, della tessitura a Taranta Peligna, del
ricamo, del Tombolo a Pescocostanzo, nonché la presenza di realtà aziendali tra le più
antiche d’Italia e d’Europa come la “Confetti Pelino” di Sulmona e la “Distilleria Toro” a
Tocco da Casauria., nonché i pastifici “De Cecco” e “Del Verde” di Fara S. Martino.
Ma spesso, anche queste attività più “specifiche” hanno vissuto in condizioni di marginalità
economica, riuscendo si a restare in vita, ma senza vivere fenomeni di crescita e netti
aumenti nel fatturato. Solo adesso, anche di fronte ad un netto cambio di tendenza delle
politiche nazionali e comunitarie, queste stanno trovando una certa valorizzazione, restano
comunque seri problemi nel trovare sbocchi di mercato che garantiscano uno sviluppo
duraturo.
Fanno esempio aziende il cui prodotto principale ha origini antichissime che nelle loro
politiche hanno riservato ad esso uno spazio minimale, preferendo utilizzare le loro linee di
produzione per imitare prodotti che hanno maggiori sbocchi di mercato, ma che non hanno
alcuna tradizione locale.
Opportunità per la conservazione
In generale, la principale opportunità di conservazione consiste nello sviluppare le
condizioni economico-sociali-culturali delle popolazioni locali puntando sul Parco e sul
sistema delle aree protette abruzzesi.
Per questo quanto più la conservazione è vista come priorità dalla popolazione locale tanto
maggiori appaiono le possibilità che un processo di conversione dell’economia verso la
sostenibilità abbia successo. A tal fine si suggerisce di coinvolgere il più possibile gli
operatori economici nei processi decisionali in un processo di tipo partecipativo (bottom
up).
Sembra quindi necessaria una forte azione formativa da parte del Parco nei confronti delle
popolazioni locali, l’adozione di pratiche snelle e di rapida attuazione nell’effettuare
risarcimenti, nel finanziare progetti, nell’incentivare attività economiche.
Le politiche identificate per lo sviluppo del territorio del Parco sono descritte in dettaglio
nel paragrafo 5.3.1.2. Si deve comunque segnalare la opportunità di sviluppare un turismo
più tipico di aree protette come laboratorio di turismo sostenibile articolato in forme
specifiche nei diversi ambienti del Parco e negli ambiti dei Comuni del Parco.
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.2.2.3
Turismo e strutture ricettive
Nel complesso dei 38 comuni del parco, l’offerta ricettiva in alberghi e seconde case
raggiunge una dimensione molto rilevante, pari a più di 68.000 posti letto, costituendo circa
il 74% della popolazione residente.
Fortemente caratterizzata dalle seconde case, costituendo gli alberghi una quota pari a circa
il 10%, l’offerta ha fatto rilevare nel decennio 1981/1991 una forte crescita proprio delle
seconde case (+48%) a fronte di una lieve flessione degli alberghi, peraltro ampiamente
compensata dall’inversione di tendenza nel corso degli anni Novanta.
Concentrata solo in alcuni comuni, l’offerta ricettiva alberghiera registra un picco a
Roccaraso (più di 1400 posti letto) e valori elevati a Rivisondoli (circa 800 posti letto),
Caramanico T. (circa 700 posti letto) e Sulmona (quest’ultima però con caratteristiche
urbane diverse da quelle montane degli altri centri). Anche l’offerta ricettiva in seconde
case fa emergere il picco di Roccaraso (circa 16.500 posti letto al 1991) che si caratterizza
come il comune con maggiore dotazione ricettiva tra i comuni del parco, cui seguono
Rivisondoli, Campo di Giove, Pizzoferrato e Pescocostanzo, che pongono in evidenza la
spiccata caratterizzazione turistica del comprensorio meridionale del parco.
Complessivamente, l’indice di funzione turistica dei comuni del Parco, che misura il
numero dei posti letto per ogni abitante residente, pone in primo piano Rivisondoli,
Roccaraso, Campo di Giove e Pizzoferrato.
Tra i Comuni che hanno il più alto peso specifico turistico va citato Caramanico Terme, per
la sua posizione relativa rispetto al Parco e per l’importanza della sua stazione termale.
Dal punto di vista qualitativo, l’offerta alberghiera, formata per quasi il 50% da alberghi a
tre stelle, di dimensione di 20-40 camere, dotate nella maggior parte di bagno, appare in
generale adeguata funzionalmente.
Molto limitato appare il grado di utilizzazione dell’offerta ricettiva alberghiera che
raggiunge, salvo che a Sulmona, il valore massimo intorno al 30% a Caramanico, valore
intorno al 25% a Campo di Giove e Roccaraso, intorno al 20% a Rivisondoli e valori molto
più bassi, inferiori o pari al 10%, in tutti gli altri comuni.
pag. 126
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Piano del Parco - Schema Direttore
Ancora inferiore si presenta il grado di utilizzazione degli esercizi complementari, che
raggiunge il valore massimo di circa il 20% in alcuni comuni posti sul versante
settentrionale del parco. In generale dunque emerge una elevata sottoutilizzazione delle
strutture, imputabile alla forte stagionalità delle presenze ed alla corta durata della stessa
stagionalità.
Dalle informazioni relative al periodo più recente, seppure non sistematiche per l’intera
area del parco, sembrano emergere segni di ripresa delle presenze turistiche nel settore
alberghiero, in parte almeno imputabili alla presenza del Parco. Ciò si verifica ad esempio a
Caramanico Terme, dove il turismo termale si integra con quello naturalistico legato alla
presenza del Parco.
Le attrezzature ricettive e di servizio alla fruizione del Parco esistenti sono le seguenti:
CENTRI URBANI DOTATI DI ALBERGHI
n° UL
Nel parco
•
Caramanico
12
•
S. Eufemia
3
•
Campo di Giove
5
•
Passo S. Leonardo
1 (rifugio/albergo)
Nei Comuni del parco
•
Sulmona
7
•
Popoli
1
•
Manoppello
1
•
Rapino
1
•
Pretoro - Passo Lanciano - Majelletta
5
•
Guardiagrele
2
•
Fara S. Martino
1
•
Palena
2
•
Pizzoferrato
1
•
Gamberale
2
•
Roccaraso
17
pag. 127
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Piano del Parco - Schema Direttore
CENTRI CON PRESENZA DI AGRITURISMO
•
Tocco da Casauria
•
S. Eufemia a Majella
•
Guardiagrele
•
Palombaro
•
Pizzoferrato
RIFUGI
•
Paolucci
1318 m (Passolanciano)
CAI 20 pl. S.S.614 da Pretoro
•
Pomilio
1892 m (Majelletta)
CAI 20 pl. S.S.614 da Pretoro
•
Ruderi del rifugio Vittorio Emanuele (Monte Amaro)
BIVACCHI
sempre aperti
•
Colle Strozzi
1200 m M. d’Ugni (attualmente chiuso)
CFS in muratura
•
Martellese
2030 m M. d’Ugni
CFS in muratura
•
Fusco
2455 m Murelle (no acqua)
CAI capanno in metallo
•
Pelino
Grotta dei Porci
Rifugio Manzini
20 pl.
1680 (da Fara S. Martino)
sgrottamento chiuso
•
9 pl.
2790 m M. Amaro (no acqua)
CAI igloo in metallo
•
6-7 pl.
6-7 pl.
2523 m (ai piedi M. Amaro)
CFS in muratura 6 pl.
pag. 128
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Piano del Parco - Schema Direttore
con chiave
•
Rifugio Manzini - locale principale
•
Montagna dell’Ugni
•
La Casa
•
Barrasso
1542 m (Guado di S. Antonio)
(no acqua) 4-5 pl.
•
Fonte Tarì
1540 m (Lama P. e Taranta P.)
in muratura 18 pl.
•
Prato della Corte
•
Lama Bianca
•
Majelletta
•
Monte Corvo
•
Casa Capoposto
•
Jaccio Grande
1870 m
CFS in muratura 6 pl.
1100 m (V. Orfento)
CFS
6 pl.
1257 m (Monte Rapino)
CFS in legno 6-7 pl.
1320 m (in auto su sterrata)
CAI 1 locale
1747 m
CFS in muratura 6 pl.
1100 m (sopra Gole di Popoli)
CFS in muratura 1 locale
1755 m
1786 m (Morrone)
in muratura, in procinto di ristrutturazione
OSTELLO
•
R.N. Lama dei Peligni
CAMPEGGI
•
Campo di Giove
•
Cansano
•
Sant’Eufemia a Majella
•
Caramanico Terme
•
Pretoro
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SERVIZI DEL PARCO
Centri Visita
•
Lama dei Peligni
•
Caramanico RN dell’Orfento
•
Pretoro (in realizzazione) RN Valle del Foro
Giardino botanico
•
Lama dei Peligni
Aree faunistiche
•
Caramanico (lontra)
•
Popoli (lupo, cervo, capriolo)
•
Lama dei Peligni (camoscio)
Sedi del parco
•
Guardiagrele
•
Campo di Giove
Impianti di risalita
•
Passo Lanciano
•
Majelletta
•
Campo di Giove (T. Rotonda)
•
Taranta Peligna (Grotta Cavallone)
•
Passo S. Leonardo
•
Pizzoferrato (Macchia delle Vacche)
Palestre di roccia
•
Roccamorice
•
Pennapiedimonte
•
Fara S. Martino
•
Pizzoferrato
•
Scoiattolo e Unghia del Focalone
pag. 130
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Piano del Parco - Schema Direttore
Elementi specifici per la conservazione
-
L’alta dotazione, nei comuni del Parco ed in particolare nel comprensorio
meridionale, di offerta ricettiva alberghiera e in seconde case, con un basso grado di
utilizzazione, costituisce una disponibilità per lo sviluppo di un turismo specifico del
Parco nazionale.
-
L’ampia dotazione di ricettività di tipo tradizionale (alberghi e seconde case)
all’interno del Parco e nei centri di bordo indica l’opportunità di non espanderla
ulteriormente, favorendone invece una maggiore utilizzazione attraverso nuove
attività legate al Parco ed una integrazione con strutture di tipo extra-alberghiero
(ostelli, campeggi, bed and breakfast), attualmente scarse nel territorio del parco,
maggiormente rispondenti, per caratteristiche dimensionali fisico-organizzative,
funzionali-tecnologiche ed economiche ai requisiti propri del turismo nelle aree
protette.
-
Tra le stazioni sciistiche esistenti, mentre quelle di Guado di Coccia-Tavola Rotonda
e Passolanciano-Majelletta si configurano dotate di impianti e di consolidata
funzionalità, da richiedere riorganizzazione e miglioramenti ambientali e paesistici, le
altre presentano così limitata dotazione di impianti da non ritenersi efficienti dal
punto di vista funzionale ed economico.
Limitazioni per la conservazione
-
Elevata presenza di strutture ricettive alberghiere e in seconde case nate
prevalentemente per il turismo della neve, solo in parte adeguabili al turismo del
Parco che trova riferimento in requisiti molto diversi, che esercitano pressioni
sull’ambiente naturale, rappresentando quindi limitazioni per la conservazione.
-
Situazione urbanistica e architettonica degli insediamenti isolati di recente impianto a
destinazione esclusivamente turistica inadeguata alle caratteristiche dell’ambiente
naturale in cui sono inseriti (Le Piane, Villaggio S. Antonio, Valle del Sole, Passo
Lanciano, Madonna della Mazza, Mirastelle).
-
Presenza di stazioni sciistiche consolidate da conservare, riorganizzare e
caratterizzare anche in funzione del parco.
pag. 131
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Opportunità per la conservazione
-
Sviluppo di un turismo specifico delle aree protette, differenziato nei diversi ambienti
e nei comuni del parco.
-
Ampia presenza di patrimonio edilizio esistente disponibile per il riuso, anche di
particolare valore storico-culturale.
-
Dotazione dei diversi ambiti territoriali dei comuni del Parco (versante settentrionale,
orientale, occidentale, unità Monti Pizzi-Altipiani Maggiori, dorsale dell’ “Alta Via
del Parco”) di specifiche caratterizzazioni naturali e culturali, di storia e tradizione, di
cultura materiale e di produzione a sostegno di forme appropriate di turismo.
3.2.3
Infrastrutture dell’accessibilità territoriale
Il Parco, pur essendo situato in zona montana, è dotato di una buona accessibilità
territoriale, prevalente nella direzione del collegamento Roma-Aquila-Pescara per la
presenza delle autostrade A24 e A25, quest’ultima in adiacenza ai confini verso nord, e
determinata nella direzione nord-sud dalla vicinanza delle autostrade A14 adriatica, il cui
nodo più vicino è Pescara e A1 autostrada del Sole per l’accesso al Parco da sud.
Il sistema autostradale è integrato da una rete di strade di grande comunicazione che
consentono l’avvicinamento al Parco (S.S.17 tangente al Parco sul versante occidentale,
con prosecuzione su altre strade statali verso nord e verso sud e interconnessione con A24
da Sulmona e S.S.5 da Pescara).
Oltre alla viabilità, la linea ferroviaria Roma-Pescara consente di raggiungere stazioni
molto prossime ai confini del Parco (Sulmona, Popoli e Scafa); ad essa si connette la linea
adriatica per Pescara; la linea Terni-L’Aquila Sulmona e quella da Napoli per Isernia e
Carpinone si connettono con la linea Sulmona-Carpinone che penetra nel Parco con più
stazioni interne; la linea Castel di Sangro-Lanciano-Ortona serve il territorio locale del
versante orientale con stazioni prossime al parco.
A livello regionale e locale, esiste una estesa rete di viabilità in prossimità del parco, (a
ovest), in tangenza (a est), di penetrazione (da nord e da sud).
I principali punti di avvicinamento al Parco dalla viabilità e dalla ferrovia interregionali
sono:
pag. 132
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Scafa e Popoli a nord, Sulmona ad ovest, Roccaraso a sud, Guardiagrele ad est. Da
ciascuno di questi centri è possibile penetrare nel Parco attraverso collegamenti in parte su
strade statali ed in parte su viabilità minore con caratterizzazione paesistica.
Particolare importanza funzionale e paesistica riveste il tratto della ferrovia SulmonaCarpinone che serve Campo di Giove e Palena interni al Parco e Cansano, PescocostanzoRivisondoli e Roccaraso ai bordi del parco.
La situazione delle comunicazioni territoriali determina un elevato potenziale d’utenza
complessivo del parco, pari a circa 6 milioni di abitanti, considerando solo le principali città
poste nella distanza di 200 km, comprendente le due grandi aree metropolitane di Roma e
Napoli, i centri urbani del litorale adriatico fino ad Ancona e fino a Foggia, alcuni centri
principali di Marche ed Umbria, di Basilicata e Campania, oltre alle principali città
dell’Abruzzo.
Occorre però considerare che i potenziali d’utenza godono di ben diverse condizioni di
accessibilità in auto dalle diverse provenienze e che l’accessibilità per ferrovia diminuisce
significativamente rispetto a quella in auto.
Da quanto sopra deriva una rilevante potenzialità del Parco di attrarre visitatori da
un’estesa area territoriale, parte soltanto della quale però è dotata di accessibilità tale da
consentire visite giornaliere, mentre un significativo potenziale d’utenza possiede
condizioni di accessibilità adatte a visite di almeno 2 giorni.
Tali considerazioni devono essere tenute presenti nella definizione degli obiettivi e dei
contenuti del piano di fruizione del Parco e delle proposte per il turismo nel Parco e nel
contesto.
Elementi specifici
Il Parco è dotato di:
-
elevata accessibilità territoriale attraverso un articolato sistema autostradale di bordo
ed una estesa rete di collegamenti viari territoriali;
-
linee ferroviarie di avvicinamento dalle diverse direzioni e di una linea che lo
attraversa in parte, con forte caratterizzazione paesistica;
pag. 133
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
-
molto ampio potenziale d’utenza che comprende, nell’arco di 200 km, le due grandi
aree metropolitane di Roma e Napoli ed una ampia serie di città nel territorio
interregionale di Abruzzo, Marche, Basilicata e Campania.
Limitazioni
-
Basso livello di interconnessione delle linee ferroviarie e basso livello di funzionalità
di quella interna al parco, dotata in pratica di n° 1 corsa/giorno sia feriale che festiva
da Pescara a Napoli per la fruizione del parco.
-
Potenziale crescita della pressione sul Parco dovuta alla elevata accessibilità e al
conseguente ampio potenziale d’utenza.
Opportunità
-
Sviluppo del turismo nel Parco e nel territorio esterno, attraverso un progetto
coordinato, ma differenziato in relazione alla diversità dei processi ambientali e
socio-economici, tenendo conto da un lato dell’ampio potenziale d’utenza e dall’altro
della capacità di carico degli ambienti naturali.
-
Valorizzazione della ferrovia interna Sulmona-Carpinone come servizio ed attrazione
turistica del parco.
3.2.4
3.2.4.1
Sistema insediativo dei Comuni del parco
Inquadramento storico ed economico
Tralasciando l’età antica, dagli inizi dell’età moderna e fino all’Unità d’Italia, in tutti i
centri urbani del Parco si svilupparono attività economiche di rilievo, dalle prime protoindustrie manifatturiere per la lavorazione della lana legate alla direttrice della transumanza
che collegava Napoli alla costa passando per Palena, a quelle della bachicoltura della
Valpescara che esportava la seta in Toscana, all’artigianato e al commercio che
caratterizzarono nel ‘400 Pretoro per gli utensili e le sedie in legno da cucina,
Pennapiedimonte per i lavori in pietra, Guardiagrele per il ferro battuto e l’oreficeria,
Pescocostanzo per le costruzioni dei maestri comaschi e bergamaschi che raggiunsero il
massimo splendore tra XVII e XVIII secolo, e per i merletti a tombolo.
pag. 134
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
E’ in queste condizioni di benessere e di ruolo economico che trovava riferimento alla scala
vasta che il territorio della Majella affronta i grandi terremoti del 1456 e del 1706,
ricostruendo infrastrutture ed insediamenti.
Anche se la seconda metà del ‘700 fa vivere alle popolazioni periodi durissimi di miseria e
carestia trasformandone l’attività prevalente dalla pastorizia all’agricoltura, processo che
induce un’estesa trasformazione del territorio fino ai 1000 m, anche con gravi conseguenze
di frane e smottamenti che colpiscono soprattutto i centri della Valpescara, nel corso
dell’800 è proprio la stessa zona a manifestare uno sviluppo industriale, soprattutto legato
allo sfruttamento della roccia asfaltica, oltre ai pastifici ed alle cartiere di Fara S. Martino
legate allo sfruttamento dell’acqua. In questo periodo si assiste inoltre ad una ripresa delle
attività artigianali di antica tradizione, con livelli di qualità appetiti anche a livello nazionale
ed europeo, ma che non riuscirono ad affermare i centri al di fuori della realtà locale
(oreficeria a Pescocostanzo, lavorazione dei metalli a Guardiagrele, lavorazione della pietra
a Pennapiedimonte, ecc.).
Dopo l’unità d’Italia, l’abbandono delle grandi famiglie, il declino delle botteghe artigiane,
l’emigrazione prima stagionale e poi definitiva impoverirono notevolmente il territorio, e
solo la costruzione della ferrovia Sulmona-Carpinone impedì il totale abbandono dei centri
interni al Parco, che però non riuscirono più fino ad oggi, esclusi pochi casi, a ritrovare
specificità economica e basi solide di sviluppo locale.
Ciò che resta della loro lunga e florida storia è: la posizione incastellata sui pendii, in gran
parte denudati dalla deforestazione massiccia durata per tutto il ‘700 e per metà ‘800, a cui
è stato portato parziale rimedio con gli interventi di rimboschimento del Corpo Forestale
dello Stato del primo dopoguerra; la forma organizzativa urbanistica delle parti di vecchio
impianto; il patrimonio costruito di valore storico e architettonico di molti di essi,
l’inserimento in ambienti ricchi di risorse naturali e in paesaggi molto diversificati tra loro.
3.2.4.2
Centri e nuclei urbani
Complessivamente si può configurare uno schema di lettura degli insediamenti che
individua:
•
•
•
•
il sistema insediativo nel cuore del parco;
la corona di insediamenti sulle pendici;
il sistema turistico degli Altipiani;
i centri della valle di Sulmona come nodi di grande accessibilità e di servizio.
pag. 135
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Ognuno di questi insiemi è sorretto da una specifica maglia infrastrutturale che lega tra di
loro gli elementi componenti: il primo è sorretto dal collegamento viario che attraversa
tutto il Parco in direzione nord-sud e la cui valorizzazione può contribuire ad accrescere i
rapporti verso l’interno del Parco del sistema dei centri e degli Altipiani, collegati anche per
ferrovia, con una linea di spiccato carattere paesistico-turistico; il secondo si appoggia sulla
viabilità pedemontana che costeggia il Parco sul lato est, anch’essa con forte
caratterizzazione paesistico-panoramica e sulla fitta rete di strade minori che dai centri
posti a nord del Parco ne intessono rapporti reciproci e con il Parco stesso; i centri di valle,
appoggiati alla S.S. 17 e alle linee ferroviarie verso il territorio e verso il parco, adiacenti ai
collegamenti autostradali, costituiscono snodo principale per i rapporti tra il Parco ed il
territorio alla scala vasta.
Formato da numerosi centri nella maggior parte di piccola dimensione e localizzati sui
confini del Parco (solo 4 capoluoghi di comune sono posti all’interno), il sistema costituisce
un’importante risorsa per il Parco stesso, per l’elevata caratterizzazione morofologicapaesistica e storico-culturale dei vari centri ed ambiti territoriali. Ma costituisce anche un
elemento di debolezza per la situazione di “separatezza” che i vari ambiti territoriali
presentano, per la limitata dotazione funzionale della maggior parte di essi e per l’elevata
pressione che esercita sul Parco una dimensione di popolazione insediata sui bordi,
complessivamente pari a circa 85.000 abitanti al 1997 ed un’espansione in crescita
dell’urbanizzazione recente, in molti casi prevalentemente dovuta al turismo delle seconde
case.
Infatti, da un lato si riscontra nei centri urbani e nei nuclei un rilevante patrimonio di
testimonianze storico urbanistiche, architettoniche, artistiche, di cultura del lavoro, di
economia integrata all’ambiente locale, che raggiunge anche apici rappresentativi della
permanenza della civiltà contadina di alta montagna nella zona degli Altipiani MaggioriMonti Pizzi e del passaggio dal feudalesimo della civiltà borghese in numerosi centri, dotati
di monumenti e tipologie urbanistiche, edilizie e religiose di notevole pregio, conservate
fino ad oggi.
D’altro lato, soprattutto a partire dal dopoguerra, i centri urbani posti sui bordi del Parco si
sono progressivamente staccati dalla montagna, gravitando per lavoro e servizi sui centri di
pianura e costieri, come è dimostrato dal fatto che solo 3 centri, appunto situati in pianura,
su 38 Comuni del parco, presentano un livello funzionale sovralocale (1° livello, Sulmona,
Popoli, Guardiagrele); 7 sono di 2° livello e tutti gli altri di 3° livello.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Complessivamente le pressioni indotte dal sistema antropico sul sistema naturale del Parco
risultano abbastanza basse e contenute nell’ambito del perimetro, in quanto legate alle
circoscritte situazioni di insediamenti turistici e di relativi impianti: la zona dei nuovi
alberghi a Caramanico Terme, l’asse Passo Lanciano-Majelletta, Le Piane a Campo di
Giove, La Valle del Sole a Pizzoferrato, alcuni insediamenti sparsi nel Comune di
Pescocostanzo.
Più alte e significative invece risultano quelle esercitate sul Parco dai centri di bordo, per il
peso demografico complessivo dei centri distribuiti sul perimetro e per le tendenze
espansive dell’urbanizzazione soprattutto turistica verificatesi nell’ultimo ventennio con
prevalenza di crescita delle seconde case.
Tale fenomeno, come dimostra l’analisi del turismo, ha assunto dimensioni talmente
rilevanti in alcuni centri da richiedere serie verifiche.
Oltre ai centri urbani principali, completamente o parzialmente compresi nel perimetro ed
ai villaggi turistici, sono presenti nel Parco numerosi piccoli nuclei, in genere abitati, alcuni
di notevole pregio urbanistico-architettonico (come S. Maria del Monte, Decontra, S.
Vittorino, Corpi Santi, Badia Bagnaturo, Roccacaramanico, S. Giacomo, Salle Vecchio),
altri dotati di importanti architetture (come Musellaro e S. Tommaso), altri di interesse
ambientale per la posizione geografica ed il valore paesistico del contesto (come S.
Nicolao, Bocca di Valle) cui non corrisponde un adeguato sistema costruito, altri ancora
cresciuti lungo le strade o di più recente impianto, di scarso interesse urbanistico,
architettonico e paesistico.
Limitati e circoscritti sono i siti interni al Parco con uso del suolo ad alto impatto, oltre alle
stazioni di sport invernali, tra cui emergono i ripetitori della Majelletta, le cave di Rapino e
Pretoro (ai margini del parco), le cave nei comuni del versante settentrionale (alcune
interne al perimetro, ma per lo più dismesse).
3.2.4.3
Testimonianze di tradizioni insediativo-ambientali- economiche.
Nel territorio del Parco si riconoscono alcune configurazioni territoriali con specifica
valenza culturale, prodotto di tradizioni d’uso del territorio che ponevano in stretta
interrelazione le condizioni ambientali e quelle economiche e sociali.
pag. 137
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Piano del Parco - Schema Direttore
In particolare risultano rilevanti, per i segni lasciati sul territorio e in alcuni casi per la
permanenza, seppure con forti modificazioni, degli usi tradizionali, la civiltà agricolazootecnica di montagna (coltivazioni di cereali, patate e legumi, allevamenti di bovini e
cavalli) e la civiltà della pastorizia, fortemente intrecciate sul territorio, ma spesso in
conflitto tra loro proprio per l’uso del territorio.
La civiltà agricola-zootecnica investe i territori delle pendici e degli altopiani, in particolare
le basse valli che si aprono sul corso del Pescara, le basse pendici del Morrone e l’attigua
fascia della conca peligna, in cui si segnala una forte presenza nel passato dell’agricoltura,
molto ridimensionata in epoca recente. Ma l’attività in queste aree, scarsamente legata al
retroterra montano del Parco, non presenta la significativa specificità che invece assume
nel comprensorio dei Monti Pizzi - Altipiani Maggiori, indicato fin da epoca altomedievale
con la denominazione unificante di “Quinquemilia”.
E’ questa l’area degli insediamenti umani più elevati nel Parco, in cui si è sviluppata una
tipica economia agricolo-zootecnica di alta montagna consentita dalla disponibilità di ampi
territori pianeggianti o con leggero pendio e ben soleggiati. Questa attività si è
materializzata nella creazione delle “masserie”, entità aziendali di complessa
organizzazione.
Un’elevata densità di masserie si riscontra sulle pendici ai bordi del Parco in
corrispondenza di Palena, Montenerodromo, Pizzoferrato, Ateleta, Roccaraso, Rivisondoli,
Pescocostanzo, lungo i collegamenti interni al Parco da Pescocostanzo verso Palena e
verso Cansano, fino a Campo di Giove.
Ma la zona più omogenea, antica e strutturata con strade campestri, fontanili e masserie,
come emerge dalla ricerca storica, è quella di “Primo Campo” e “Quarto Grande”.
Testimonianza dell’antica civiltà delle masserie è la casa rurale isolata nel vasto territorio,
con accesso dalla strada contrassegnato da un viale delimitato da muretti di pietra a secco e
a volte da alberi di alto fusto, con presenza sul limite della proprietà verso strada di pilastri
di pietra sormontati da piramidi o sfere in pietra locale.
Benché l’economia delle masserie sia stata messa in crisi da fattori generali, resistono
aziende ancora remunerative.
La civiltà della pastorizia è invece contraddistinta da un’attività stagionale di transumanza
che si è materializzata sul territorio nei segni dei tratturi e negli stazzi, recinti per la
custodia dei greggi con piccole costruzioni per il ricovero dei pastori, la lavorazione del
latte e del formaggio, la carosatura delle pecore.
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Piano del Parco - Schema Direttore
I tratturi interni al Parco rappresentano diramazioni locali dei grandi tratturi interregionali
esterni ma prossimi al Parco che, sviluppandosi in direzione nord-sud, congiungevano
l’Appennino alla Puglia; essi sono ad esempio il tratturo che attraversa i grandi altipiani e
quello di Guardiagrele alla Majella, a cui sono collegati numerosi stazzi localizzati in alta
quota (intorno ai 1500 m).
Elementi specifici per la conservazione
- Presenza all’interno del Parco di solo 4 centri capoluogo e sui bordi invece di una
costellazione di piccoli centri abitati.
- I centri risultano fortemente caratterizzati per: morfologia, impianto urbanistico-storico,
situazione paesistica, relativa compattezza dell’urbanizzato, espansione del dopoguerra
lineare, per aree contigue, per germinazione, dotazione di significativo patrimonio
storico-culturale, nonostante le ripetute distruzioni sismiche, le invasioni ed i
bombardamenti.
- Tutti i centri ed i nuclei sono attualmente abitati, salvo Salle Vecchio e gli insediamenti
strettamente turistici.
- Tutti i centri abitati sono dotati di reti di urbanizzazione primaria, in genere adeguate e
solo in alcuni casi con problemi di sottodimensionamento.
- Solo 3 centri presentano 1° livello funzionale (Guardiagrele, Popoli, Sulmona), tutti gli
altri svolgono funzioni solo locali.
- Territorio extra-urbano ricco di testimonianze del rapporto tra economia ed ambiente
delle società contadina di montagna e pastorale, con presenza delle masserie, dei
tracciati dei tratturi, degli stazzi, delle chiesette pastorali, ecc.
Limitazioni per la conservazione
- Presenza di numerosi centri abitati interni e sui bordi del Parco con più di 90.000
abitanti che esercitano pressione sull’ambiente naturale.
- Presenza di parti urbane di recente formazione e di nuclei estranei ai caratteri del
paesaggio e alle tradizioni costruttive locali.
- Infrastrutture ambientali inadeguate in alcuni comuni (depuratori, discariche
incontrollate).
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- Presenze sul territorio di detrattori ambientali quali cave e frane.
- Presenza di situazioni, seppure circoscritte, di uso del suolo ad alto impatto ambientale
(cave attive dismesse sul versante nord e nord-est del Parco, ripetitori alla Maielletta) e
insediamenti turistici di impossibile riconversione immediata(principali stazioni
sciistiche).
- Vi è poi una generale inadeguatezza della pianificazione urbanistica locale e presenza
nelle previsioni di piano di espansione e completamento degli insediamenti turistici,
anche di quelli con attuali forti limiti funzionali.
Opportunità per la conservazione
- Forte caratterizzazione dei centri per condizioni paesistiche, storico-urbanistiche,
architettoniche, con situazioni di “eccellenza”.
- Ottime possibilità di recuperare il sistema insediativo nel suo complesso (infrastrutture e
centri urbani per i loro valori paesistici e storico-culturali).
- Diffuso insediamento umano stabile, all’interno e sui bordi del parco.
- Inserimento dei centri urbani di bordo nel progetto di valorizzazione del Parco e del
contesto, aprendoli a rapporti con l’esterno e al turismo di qualità, facendone la naturale
cerniera per la gestione delle Aree Contigue.
- Discreta dotazione infrastrutturale dei centri abitati.
- La permanenza di popolazione stabile seppure in piccoli numeri nei nuclei e nelle
masserie ancora funzionanti e in qualche caso economicamente valide permette la
conservazione funzionale di queste unità.
3.3
PROGRAMMAZIONE E PIANI
3.3.1
Pianificazione di area vasta
I piani che insistono sul territorio del Parco sono: il Quadro di Riferimento Regionale
(Q.R.R.) che definisce indirizzi e direttive di politica regionale per la pianificazione e la
salvaguardia del territorio, di cui la Regione ha adottato il documento preliminare; il Piano
Regionale Paesistico (P.R.P.) approvato nel 1990; i tre Piani Territoriali Provinciali
(P.T.P.), tutti in itinere, di cui: quello della Provincia di Chieti, inviato in Regione per
pag. 140
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Piano del Parco - Schema Direttore
l’approvazione nel 1995, è attualmente in corso di aggiornamento; quello della Provincia di
Pescara, adottato nel 1998, ha avviato le procedure di consultazione; quello della Provincia
di L’Aquila è in attesa dell’adozione preliminare.
Nella quasi generalità, questi piani si limitano a prendere atto dell’esistenza del Parco
nazionale, rinviandone le scelte di pianificazione al piano del parco.
Più in particolare, nel Quadro di Riferimento Regionale alcune indicazioni risultano
discutibili alla luce del piano del parco: i due sistemi pedemontani per il recupero dei centri
storici minori; le due aree per lo sviluppo turistico integrato che sembrano avere anche la
valenza di bacini sciistici, comprendenti zone del Parco attualmente non interessate
dall’uso turistico invernale.
Il P.R.P., da tempo in vigore, individua per i diversi ambiti territoriali in cui si articola,
particolari zone di tutela; esso ha svolto una forte azione di salvaguardia rispetto alla
pianificazione locale, mettendo al riparo le zone di tutela da forti compromissioni ed
introducendo criteri di tipo morfologico-ambientale per gli interventi.
3.3.2
Pianificazione comunale
Gli strumenti urbanistici generali a livello comunale sono di diverso tipo: perimetrazione dei
centri abitati, programma di fabbricazione, piano regolatore generale, piano regolatore
esecutivo.
Oltre agli strumenti vigenti, sono stati indagati anche gli strumenti in itinere e, nel caso di
assenza di entrambi, sono state indagate le intenzioni dell’Amministrazione rispetto alla
politica urbanistica.
La carta della mosaicatura, unita alla scheda di correlazione tra legenda unificata e legenda
specifica di ogni strumento, consente di osservare una generale inadeguatezza dello stato
della pianificazione. Solo pochi comuni sono dotati di P.R.G. vigente, mentre la gran parte
ha in itinere uno strumento che trova ostacoli procedurali per le previsioni che contiene e/o
per la qualità del progetto del piano. Le situazioni più ricorrenti sono quelle di:
-
comuni che avanzano da tempo domanda di trasformazione del territorio
incompatibile con l’esistenza del parco;
comuni che non considerano il Parco come strumento per lo sviluppo del loro
territorio, pur accettando l’idea di salvaguardia della montagna;
comuni completamente immersi nel Parco e che stanno sperimentando nuove
modalità di sviluppo del proprio territorio.
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.3.3
Vincoli territoriali e ambientali
L’area del Parco è da tempo coperta da vincoli di vario tipo, di livello sovra-locale, vigenti
(archeologici, paesistici, idrogeologici, di riserve naturali statali, sismici), o proposti, (come
i SIC del progetto Bioitaly) e di livello locale (parchi e riserve, aree a protezione paesisticoambientale, patrimonio storico-artistico, culturale e folcloristico). Essi hanno da tempo
efficacemente limitato l’uso del territorio, garantendone però una tutela prevalentemente
passiva e settoriale, che col piano del Parco deve trovare sostituzione con la disciplina
integrata ed attiva del piano.
Per le aree esterne al Parco le parti di territorio vincolate devono essere riconsiderate in un
progetto di estensione e coordinamento della tutela nel contesto territoriale.
3.4
ELEMENTI GIURIDICI ED AMMINISTRATIVI
Il piano di un parco nazionale presenta, sul piano della disciplina normativa, una struttura
complessa.
Questo perché la sua definizione giuridica nasce dalla “intersezione” di, perlomeno, tre
grandi settori normativi:
•
•
•
la legislazione in materia di parchi;
la legislazione urbanistica;
la legislazione ambientale in genere.
Ognuno di questi settori normativi è, a sua volta, posto in essere da diversi livelli di attori
istituzionali:
•
•
•
•
Unione Europea;
Stato;
Regione;
Enti locali.
A questa obiettiva molteplicità di strumenti regolativi, si aggiunge poi la sempre maggiore
rapidità con cui ciascun settore si modifica.
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Piano del Parco - Schema Direttore
3.4.1
La pianificazione delle aree protette nazionali nel contesto internazionale e
comunitario
Il contesto internazionale
Volendo dare uno sguardo sintetico al contesto normativo entro cui va collocata la
redazione del piano del Parco Nazionale della Majella, occorrerà prendere le mosse
dall’ordinamento internazionale e da quello comunitario che sempre più caratterizzano la
normativa interna italiana in campo ambientale
Prima ancora che il diritto comunitario è quello internazionale che ha prestato maggiore
attenzione alle esigenze della conservazione della natura.
Nel diritto internazionale vanno ricordate, innanzitutto, le dichiarazioni di principi
universali:
•
•
•
La “Dichiarazione di Stoccolma” (adottata il 16 giugno 1972 a termine della
“Conferenza generale delle Nazioni Unite sull’ambiente umano” svoltasi a Stoccolma
dal 5 al 16 giugno 1972)
La “Carta mondiale della natura” (adottata il 28 ottobre 1982 dalla Assemblea
Generale delle Nazioni Unite)
La “Dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo” approvata per consensus il 14
giugno 1992 al termine della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo
sviluppo (UNCED) svoltasi a Rio de Janeiro
Tre sono i principi posti da questi atti internazionali:
I)
II)
III)
Esistono un livello generale ed un livello speciale di tutela della natura: il primo è definibile
come la prescrizione d’uso di tutte le risorse naturali (aria, acqua, suolo, fauna e flora) in
modo tale da raggiungere e mantenere l’ “optimum” di produttività “sostenibile”, non
mettendo mai in pericolo l’integrità di tali risorse; il secondo livello consiste nella protezione
speciale di quelle aree (uniche nel loro genere) che siano esempi rappresentativi degli
ecosistemi e degli habitats delle specie in pericolo di estinzione
La protezione deve avvenire coordinando e coniugando la conservazione della natura con la
pianificazione dello sviluppo economico delle popolazioni coinvolte; ciò sia nel senso che
occorre tener conto delle esigenze della protezione della natura nella pianificazione
economica e sociale degli Stati a qualsiasi livello, sia nel senso che la protezione va
assicurata attraverso non solo strumenti conservativi, ma anche strumenti di pianificazione e
gestione accurata
Le attività che potrebbero avere un impatto sulla natura saranno controllate e sarà usata la
miglior tecnologia disponibile che minimizzi i rischi significativi per la natura e gli altri effetti
negativi.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Oltre alle dichiarazioni di principio, nell’area del diritto internazionale hanno fondamentale
importanza i Trattati; limitandoci, ovviamente, alle Convenzioni internazionali cui aderisce
l’Italia, gli atti più importanti che hanno riguardo alla protezione delle arre naturali ed agli
strumenti di pianificazione sono:
-
Il Protocollo di Ginevra sulle Aree specialmente protette del Mediterraneo (1982).
La Convenzione sulle zone umide di interesse internazionale di Ramsar (1971).
La Convenzione sulla “diversità biologica” di Rio de Janeiro (1992).
Tra queste fonti del diritto internazionale va particolarmente segnalata la Convenzione sulla
diversità biologica approvata a Rio, dal momento che rappresenta - assieme alla
Convenzione multilaterale sui cambiamenti climatici ed al Protocollo di Madrid
sull’ambiente antartico - il risultato più aggiornato e tecnicamente avanzato della
evoluzione delle norme internazionali in tema di protezione dell’ambiente.
Già il titolo della Convenzione e l’oggetto in esso evocato - la “diversità biologica” testimonia sufficientemente quanto ci si sia spinti in avanti, introducendo categorie ed
oggetti giuridici sino ad ora quasi sconosciuti al diritto interno e rendendo, quindi, in parte
obsoleto lo strumentario giuridico classico oggi utilizzato a fini di conservazione delle aree
naturalisticamente rilevanti.
Il contesto comunitario
Due sono le direttive in tema di protezione della natura di maggior rilievo: la 79/409/CEE
del 2/4/1979 e la 92/43/CEE del 21/5/1992.
Sebbene molto distanziate nel tempo e, quindi, nate in quadri di riferimento istituzionale
molto diversi, le due direttive costituiscono i termini di una unitaria progressione di tutela
giuridica che ha condotto la Comunità da un’azione molto delimitata (protezione di alcune
specie di uccelli selvatici) ad un intervento di spettro molto più ampio, se non del tutto
generale.
Esaminando la più recente direttiva del 1992, essa va considerata come l’unica direttiva
comunitaria esplicitamente ed integralmente mirata alla disciplina della protezione della
natura all’interno dell’ ordinamento comunitario.
La finalità di tale atto della Comunità, richiamata nell’art. 2 è quella di “contribuire a
salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché la
flora e a fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri”.
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Piano del Parco - Schema Direttore
In particolare la direttiva si propone di mantenere o ripristinare uno stato di conservazione
soddisfacente degli habitat naturali o delle specie di fauna e flora selvatiche di interesse
comunitario (Art. 2.2).
Conseguenzialmente a tale finalità, la direttiva costituisce una “rete ecologica europea
coerente di zone speciali di conservazione, denominata Natura 2000”.
Questa rete è formata da quei siti che ospitano i particolari tipi di habitat naturali protetti
(elencati nell’allegato I) e gli habitat delle specie protette (di cui all’allegato II) e deve
garantire il mantenimento e, all’occorrenza, il ripristino di tali habitat, in uno stato di
conservazione soddisfacente .
A tal fine detti luoghi vanno costituiti in zone di “conservazione speciale”.
3.4.2
La pianificazione nelle aree protette nazionali alla luce della Legge quadro n°
394/1991
La materia della conservazione della natura vede nella Legge n° 394/1991, “Legge quadro
sulle aree protette”, il suo riferimento fondamentale nell’ordinamento giuridico italiano,
recentemente modificata dalla legge 9 dicembre 1998 n. 426, “Nuovi interventi in campo
ambientale”.
Oggetto della l. 6 dicembre 1991, n° 394 “Legge quadro sulle aree protette”, è il
patrimonio naturale italiano, intendendo con tale termine qualsiasi territorio che abbia
rilevante valore sul piano naturalistico ed ambientale.
Lo strumento predisposto per realizzare la tutela del patrimonio naturale è l’ “area naturale
protetta”.
Dal combinato disposto dei commi 3 e 4 dell’articolo 1 della Legge quadro, risulta, infatti,
che le aree naturali protette sono quelle parti del patrimonio naturale del paese e, dunque,
del territorio italiano, che, vengono sottoposte ad un regime giuridico speciale.
Il carattere fondamentale del regime giuridico speciale delle aree protette è determinato dal
fine che esso ha: “promuovere in forma coordinata la conservazione e valorizzazione del
patrimonio naturale”.
La “conservazione”, in prima approssimazione, indica quel complesso di attività volte a
proteggere sia i fattori biotici che quelli abiotici presenti in una determinata area; ma la
legge, con una notevole innovazione sul piano concettuale, chiarisce che oggetto di questa
conservazione debbono essere tanto i singoli elementi dell’ambiente naturale, quanto
pag. 145
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Piano del Parco - Schema Direttore
l’interazione tra di essi tra di essi ed, in particolare, la condizione di “equilibrio” che si
realizza in queste relazioni; la legge quadro n° 394 del 1991 ha definito tale oggetto con il
termine omnicomprensivo di “equilibri ecologici”.
La legge 394/1991, nel definire il valore ambientale delle aree da proteggere, utilizza una
nozione giuridica di “ambiente” profondamente influenzata dalla normativa comunitaria.
Con la funzione di valorizzazione si realizza, invece, l’aspetto dinamico della tutela.
Una sintesi efficace del concetto è proposta dalla legge quando afferma che il regime
dell’area protetta deve mirare all’ “applicazione di metodi di gestione o di restauro
ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale” e che “in
dette aree possono essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività
produttive compatibili”.
Ma la legge prevede che, nell’area protetta, gli obiettivi della conservazione e
valorizzazione siano realizzati “in forma coordinata”.
Le due finalità sin qui richiamate se considerate singolarmente e disarmonicamente,
possono produrre effetti conflittuali.
La conservazione della natura - se assolutizzata - conduce all’esclusione dell’elemento
umano dal territorio protetto e la valorizzazione - anch’essa se assolutizzata - porta ad uno
sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.
E’ proprio nella attività di “coordinamento” tra le due che si gioca il ruolo dell’area
naturale protetta.
Come è stato sostenuto, i parchi sono strumenti “polifunzionali” finalizzati ad assicurare
più obiettivi contemporaneamente e non soltanto a conservare l’ecosistema.
3.4.2.1
La Carta della Natura e le linee fondamentali dell’assetto del territorio
Passando all’esame analitico delle disposizioni in tema di pianificazione occorrerà
innanzitutto precisare che l’impianto originario della legge quadro è stato modificato dalla
attuazione della L. n. 59/1997 (cosiddetta Legge Bassanini) avvenuta attraverso il
recentissimo Decreto Legislativo n. 112/1998.
Due sono gli atti che la legge pone come strumenti di macropianificazione entro cui
realizzare le aree protette: la “Carta della Natura” e le “Linee fondamentali dell’assetto del
territorio con riferimento ai valori naturalistici ed ambientali”.
pag. 146
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Piano del Parco - Schema Direttore
La prima, predisposta dai Servizi Tecnici Nazionali, coordinando tutti i dati disponibili,
“individua lo stato dell’ambiente naturale in Italia, evidenziando i valori naturali ed i profili
di vulnerabilità territoriale”.
E’, quindi, un atto a contenuto essenzialmente tecnico-ricognitivo che costituirà la base
conoscitiva per le decisioni ulteriori.
In base alla nuova disciplina risultante dal D.Lgs, n. 112/1998, la Carta della Natura è
approvata dalla Conferenza Stato-Regioni su proposta del Ministero dell’Ambiente
Il secondo atto, il cui titolo riassume compiutamente il contenuto, è, invece, un atto di
natura più propriamente programmatica e di indirizzo ed è adottato dalla Presidenza del
Consiglio – in base alla nuova disciplina del D.Lgs, n. 112/1998 - attraverso intese nella
Conferenza Unificata di cui all’art. 8 del D.Lgs. 281/1997.
In base al regolamento n. 357/1997 (attuazione della direttiva n. 92/43/CEE) nelle Linee
fondamentali, vanno anche indicate le linee guida per l’individuazione di “corridoi
ecologici” tra le varie aree protette.
3.4.2.2
Gli strumenti di gestione di un Parco Nazionale
Gli strumenti di gestione e tutela delle aree destinate a Parco Nazionale sono tre: il Piano
per il Parco, il Regolamento del parco ed infine il Piano pluriennale economico e sociale.
Il Piano – in base alla recente modifica della legge introdotta dalla l. n. 426/1998 - è
predisposto dall’Ente gestore previo parere della Comunità del parco ed adottato dalla
Regione entro novanta giorni dal suo inoltro da parte dell’Ente parco. Viene poi pubblicato
ed a seguito delle osservazioni pervenute e del parere su tali osservazioni da parte dell’Ente
gestore, è finalmente approvato dalla Regione.
Attraverso lo strumento del piano si persegue in generale la tutela dei valori naturali ed
ambientali del parco.
Il piano ha effetto di dichiarazione di pubblico generale interesse e di urgenza ed
indifferibilità per gli interventi in esso previsti e sostituisce ad ogni livello i piani paesistici, i
piani territoriali o urbanistici e ogni altro strumento di pianificazione”.
Il Regolamento del Parco è lo strumento propriamente normativo del parco, ovverosia
contenente prescrizioni generali ed astratte di comportamento.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Ultimo strumento pianificatorio è il Piano pluriennale economico e sociale.
Tale strumento ha per obiettivo la promozione delle iniziative atte a favorire lo sviluppo
economico e sociale delle collettività eventualmente residenti nel territorio del Parco e nei
territori adiacenti.
3.4.3
La legislazione statale rilevante di derivazione europea: la Valutazione
d’impatto ambientale nelle aree protette e l’attuazione della rete europea
“natura 2000”
3.4.3.1 La valutazione d’impatto ambientale (VIA) ed il sistema delle aree naturali
protette alla luce dell’atto di indirizzo e coordinamento del 12 aprile 1996
Nella disciplina giuridica della pianificazione nei parchi nazionali, occorrerà tenere
presente anche una ulteriore normazione di derivazione comunitaria.
Ci riferiamo alla attuazione legislativa che è stata data alla normativa europea in tema di
Valutazione d’impatto ambientale (VIA).
Com’è noto, dopo i primi interventi attuativi - realizzati attraverso i due Decreti del
Presidente del Consiglio dei Ministri del 1988 - la parte sostanziale della recezione dei
principi comunitari era affidata alle Regioni.
Con l’atto d’indirizzo e coordinamento approvato il 12 aprile 1996 il Governo ha posto le
direttive per tale recepimento regionale, individuando nel sistema delle aree protette
realizzato dalla l.n, 394/1991 l’ambito di applicazione della VIA.
Così facendo, tutta una serie di progetti - elencati nel DPR 12 aprile 1996 - se ricadono,
anche parzialmente, nelle aree destinate a Parco Nazionale debbono prevedere la VIA
3.4.3.2
La rete europea “Natura 2000” e le “Zone speciali di conservazione”
Una ulteriore novità in tema di conservazione della natura – dunque, rilevante ai fini della
redazione del piano del Parco Nazionale – è rappresentata dall’attuazione della direttiva
comunitaria n. 92/43/CEE, in tema di habitat naturali e seminaturali.
pag. 148
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Piano del Parco - Schema Direttore
Tale provvedimento dell’Unione europea è stato recepito attraverso il regolamento D.P.R.
8 settembre 1997 n. 357, che ha introdotto due nuovi tipi di area protetta: le Zone speciali
di conservazione (ZSC) e le Zone di protezione speciale (ZPS)
3.4.4
La legislazione regionale
Per completare il quadro sin qui tracciato, va considerata la legislazione regionale
interferente con la pianificazione interna al Parco nazionale.
Ovviamente, come abbiamo già evidenziato, la legislazione regionale da considerare è
numerosa, poiché sono molti i settori di competenza regionale che, direttamente o
indirettamente, hanno relazione con l’attività di conservazione della natura che si realizza
in un parco.
Si pensi soltanto ad alcune delle materie che l’art. 117 della Costituzione assegna alla
legislazione regionale: alla disciplina urbanistica, a quella in materia di agricoltura, alla
caccia, alla pesca nelle acque interne, al turismo e all’ industria alberghiera, alle cave e
torbiere, alle attività artigianali.
Dunque, per completare il quadro occorrerà considerare anche le principali norme della
regione Abruzzo in questi settori di sua competenza, aggiungendovi quei settori che,
sebbene formalmente estranei alla indicazione costituzionale, sono ad essi riferibili (si pensi
alla disciplina regionale dell’agriturismo o del volontariato)
3.4.5
Gli atti istitutivi del Parco Nazionale della Majella
A questa disciplina di contorno va aggiunta la normativa specificamente riguardante il
Parco Nazionale della Majella.
La storia normativa di questo Parco ha origine con la perimetrazione provvisoria del 1993,
realizzata con decreto del Ministero dell’Ambiente 4 novembre 1993 (pubblicato sul suppl.
ord. n. 100 alla gazzetta ufficiale del 8 novembre 1993).
Con tale decreto, emanato sulla base dell’art. 34 della legge n. 394/1996 che prevedeva
l’istituzione del parco della Majella, oltre che ad adottare una perimetrazione provvisoria
del Parco, venivano poste misure di salvaguardia per l’area, volte ad impedire il degrado
dell’ambiente e prefiguranti un generale regime autorizzatorio per il territorio suddiviso in
due zone.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Questo atto provvisorio, in realtà, era stato preceduto da una prima perimetrazione
provvisoria, adottata con Decreto del 4 dicembre 1992 (pubbl. G.U. n. 300 del 1992) cui
era seguita una ordinanza del Ministro dell’ambiente in data 22 aprile 1993 (pubbl. G.U. n.
44/1993) che adottava misure di salvaguardia.
Sulla base delle osservazioni pervenute dalla regione Abruzzo era stata modificata la prima
perimetrazione ed era stata sostituita con quella adottata nel 1993.
Nel settembre 1994, è stato costituito un Comitato di gestione provvisorio (DM 28
settembre 1994) del Parco.
Alla seconda perimetrazione provvisoria ha fatto seguito la definitiva localizzazione e la
costituzione dell’Ente Parco Nazionale della Majella con Decreto del Presidente della
repubblica 8 giugno 1995 (pubbl. su G.U. n. 181/1995).
4.
PARTE SECONDA: ANALISI ED OBIETTIVI
4.1
CARATTERISTICHE DEL PARCO
Il Parco della Majella e del Morrone è caratterizzato dal massiccio montuoso che contiene
e che corrisponde fondamentalmente ad una unica grande montagna, quella della Majella.
Pur non essendo il complesso montuoso più alto d’Abruzzo, sorpassata dal Gran Sasso,
resta però la “montagna” più imponente e più immanente. Le sue dimensioni e il fatto di
avere una gran parte di territorio a quote elevate, le permette di avere un contenuto di
biodiversità e un valore biogeografico nettamente superiori a quelli, pur rispettabili, degli
altri due Parchi Nazionali della Regione, quello d’Abruzzo e quello del Gran Sasso-Laga.
Numero e composizione di specie animali e vegetali della Majella sono di particolare valore
scientifico e conservazionistico.
Compresa tra l’Adriatico e le tre valli, del Pescara a nord, del Sangro a sud, e della piana di
Sulmona ad ovest, la Majella è uno snodo naturale per la continuità di tutto l’Appennino. In
questo senso ha un significato fondamentale per la salute ecologica di tutto l’Appennino.
La continuità di ambienti è più marcata attraverso i confini meridionali e quelli occidentali,
ma anche verso nord-ovest la contiguità con il Parco Regionale del Sirente-Velino
contribuisce alla funzione che la Majella esplica come grande corridoio ecologico
dell’Appennino.
La geomorfologia della Majella, un gigantesco massiccio calcareo, offre una diversità e
peculiarità di paesaggi, gole, altipiani, doline, grotte, come nessuna altra area appenninica.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Oltre le innegabili specificità della natura, il Parco vanta una presenza umana che ha
lasciato segni di enorme interesse storico e culturale: dai segni di presenza umana del
Paleolitico fino alla marcata individualità delle forme artistiche e culturali di questo secolo,
la Majella offre un panorama complesso e unico di storia dell’uomo e dei mestieri legati
alla aspra vita su e con la montagna. Ma c’è anche di più, poiché una parte molto
caratteristica di questa presenza umana è legata agli eremi e all’atmosfera di spiritualità che
aleggia intorno ai loro resti e alle storie della loro vita. Tutto ciò non ha eguali in tutto
l’Appennino.
Il Parco si offre quindi non come un’altra, se pur importante, area protetta appenninica, ma
come un insieme unico e irripetibile di caratteristiche naturali, storiche e culturali che ne
fanno necessariamente un punto di riferimento essenziale per la conservazione della natura
e del paesaggio italiano.
Di seguito vengono schematizzati gli elementi specifici, le limitazioni e le opportunità per la
conservazione che scaturiscono dalle analisi settoriali precedenti.
4.1.1
Elementi specifici
•
Centralità della montagna, che domina i paesaggi, il clima, le componenti biologiche e
le attività umane.
•
Estrema rilevanza degli aspetti naturalistici, sia in termini di biodiversità che di
presenza di specie critiche (roccaforte di specie minacciate di estinzione).
•
Valenza biogeografica (limite meridionale della Regione Alpina, collegamento con i
Balcani).
•
Unicum geologico per lo studio di paleoambienti.
•
Dimensioni grandi, forma compatta e posizione geografica del Parco favorevole a
collegamenti ecologici e socioeconomici con tutto l’Appennino centrale.
•
Stadio evolutivo caratterizzato da un’inversione di tendenza nello sfruttamento delle
risorse naturali, con l’abbandono delle forme tradizionali di utilizzazione dei boschi e di
piccola agricoltura e l’affermazione di nuove forme di turismo.
•
Vastità e asprezza dei panorami, difficilmente accessibili al turismo di massa ma di
grande attrattiva per tipologie specifiche e diversificate di visitatori.
•
Ricchezza di elementi culturali e di testimonianze storiche.
•
Un parco dotato di buona accessibilità territoriale e di un molto ampio potenziale
d’utenza.
pag. 151
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Piano del Parco - Schema Direttore
•
Un parco inserito in un contesto territoriale a diffusa urbanizzazione concentrata in
numerosi piccoli centri, solo 4 interni al perimetro e tutti gli altri a corona sui bordi.
•
Un sistema insediativo fortemente caratterizzato per morfologia dei centri, impianto
urbanistico storico, relativa compattezza dell’urbanizzato, significativa dotazione di
patrimonio storico-culturale, ancora generalmente abitato, ma carente di specifico ruolo
economico.
•
Un parco dotato di un diffuso patrimonio archeologico e storico documentario.
•
Alcune aree interessate da fenomeni turistici (termale e dello sci) di livello non solo
locale.
•
Un territorio ricco di testimonianze insediative delle civiltà contadina di montagna e
pastorale.
4.1.2 Limiti e fattori limitanti
• Acclività dei versanti e forme di dissesto diffuse.
• Cenosi forestali fortemente alterate nei loro originari aspetti compositivi e strutturali.
• Estensione esigua e alterazione dei corsi d’acqua e delle zone umide, con conseguenti
limitazioni per la fauna.
• Estensione esigua dei sistemi pedemontani e vallivi, con conseguente interruzione di
continuum ambientali importanti per la fauna.
• Persistenza di fattori di disturbo legati alla presenza antropica quali bracconaggio,
randagismo canino, diffusione di zoonosi, ripopolamenti ittici con materiali extra
regionali.
• Scarsità di conoscenza e consapevolezza della realtà storico-culturale.
• Generale inadeguatezza della pianificazione urbanistica locale.
• Complessità e frammentazione di alcuni ambiti di intervento.
• Situazione generale dei centri urbani di basso livello funzionale, salvo 3 centri di 1°
livello.
• Esistenza di usi del suolo circoscritti ad alto impatto ambientale: cave attive dismesse
sul versante nord e nord-est del parco, ripetitori alla Majelletta, insediamenti turistici ed
impianti dello sci di diverso livello funzionale.
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4.1.3
Opportunità
• Aspetti geologici e località fossilifere di particolare valore scientifico e didattico.
• Forti potenzialità di restauro della vegetazione, grazie alla ricchezza compositiva, alla
presenza di elementi relittuali che fungono da traccia, al dinamismo di alcune
formazioni.
• Elevate potenzialità di recupero numerico di specie faunistiche critiche, per la presenza
di ambienti idonei alla loro espansione numerica e areale.
• Ruolo importante nella conservazione di specie ad alta mobilità (lupo, orso, Chirotteri,
ecc.), per la posizione di cerniera tra le aree protette della catena appenninica.
• Ampie possibilità di recupero e valorizzazione del patrimonio storico-culturale.
• Possibilità di valorizzazione di attività economiche tradizionali.
• Buona accessibilità territoriale e ampio potenziale d’utenza.
• Opportunità di fruizione diversificate per un turismo d’elezione.
•
Possibilità di recuperare il sistema insediativo nel suo complesso (infrastrutture,
centri urbani, masserie, tratturi) per i suoi valori paesistici e storico-culturali.
• Possibilità di inserire i centri urbani di bordo nel progetto di valorizzazione del parco e
del contesto, aprendoli a rapporti con l’esterno e al turismo di qualità.
• Opportunità di riqualificare selettivamente gli insediamenti e gli impianti del turismo
invernale esistenti sulla base delle possibilità di raggiungere soglie funzionali ed
economiche accettabili e di migliorarne l’inserimento ambientale-paesistico e
riconversione degli altri insediamenti e impianti verso forme di turismo legate alla
naturalità del parco.
• Opportunità di sviluppare il turismo tipico delle aree protette come laboratorio di
turismo sostenibile articolato in forme specifiche nei diversi ambienti del parco e negli
ambiti dei comuni del parco.
• Opportunità di sviluppare le condizioni economico-sociali-culturali delle popolazioni
locali puntando sul parco e più in generale sul sistema delle aree protette abruzzesi come
sistema di valori naturali e culturali.
4.2
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OBIETTIVI DEL PARCO
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Piano del Parco - Schema Direttore
La legge 394 definisce gli obiettivi in maniera chiara pur nella generalità della loro
applicazione:
a)
b)
c)
La conservazione di ciò che è ancora intatto.
Il recupero degli ambienti degradati.
La promozione delle attività compatibili.
Tuttavia, in base alle caratteristiche naturali e culturali dell’area del Parco della Majella, si
possono aggiungere i seguenti obiettivi più pertinenti e puntuali:
a) Conservazione del carattere di massiccio montano di spiccata individualità nel contesto
appenninico (obiettivo di paesaggio).
b) Conservazione della specifica caratterizzazione biogeografica dell’area (obiettivo di
biodiversità).
c) Restauro e recupero ambientale completo a lungo termine dei sistemi naturali
modificati dal passato sfruttamento e abbandonati (obiettivo di funzionalità ecologica).
d) Gestione del Parco come elemento dell’intero contesto ecologico e socioeconomico
della catena Appenninica centrale e in particolare in relazione alle aree protette
circostanti, individuando tutte le connessioni ecologiche-paesistiche-fruitive tra il
parco e le altre aree protette e sensibili nel contesto interregionale (obiettivo di area
vasta).
e) Conservazione e restauro dei contenuti archeologici, artistici e culturali del Parco,
valorizzandoli in modo integrato alle risorse naturali (obiettivo di cultura).
f) Contributo allo sviluppo sociale ed economico delle comunità locali, mediante
l’integrazione del Parco nel suo contesto territoriale e la riconversione di attività e
nuove forme di turismo sostenibile come motore di sviluppo locale (obiettivo di
sviluppo economico).
g) Sviluppo e regolamentazione dell’accesso di pubblico nel Parco promuovendo una
fruizione adeguata del Parco e del territorio adiacente (obiettivo di fruizione).
h) Pianificazione e gestione del Parco nella prospettiva di un riconoscimento come Parco
Nazionale secondo i criteri IUCN (obiettivo di standard internazionale).
Questo schema di obiettivi costituisce l’ossatura di riferimento per la identificazione di
diversi obiettivi specifici pertinenti lo sviluppo dei diversi comparti del Parco, soprattutto
per quanto riguarda la gestione delle risorse naturalistiche, storiche, urbanistiche, la
zonazione, il regolamento e la disciplina delle attività economiche e di ricerca, la fruizione
turistica, l’educazione e l’informazione.
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5.
PARTE TERZA: PIANO DI GESTIONE E VALORIZZAZIONE
5.1
ZONAZIONE
5.1.1
Criteri di zonazione
La zonazione del Parco è stata realizzata sulla base dei seguenti criteri, attraverso il loro
confronto ed integrazione. Si tratta di criteri bio-ecologici, storici, socio economici e amministrativi e la loro guida è stata utile nella ricerca di un assetto definitivo: infatti i risultati
dei vari studi specialistici e le esigenze specifiche di ogni settore svincolato dal contesto
globale hanno a volte portato a richieste tra loro contrastanti che dovevano poi trovare un
assestamento attraverso una operazione di compromesso guidata da criteri oggettivi.
I criteri essenziali sono stati:
- presenza di aree protette e Siti di Interesse Comunitario preesistenti all’interno dei
confini del parco;
- aspetti geo-bio-ecologici e valenza naturalistica delle aree interne del Parco. Si fa
riferimento agli studi di settore, alla identificazione delle emergenze naturalistiche, e agli
studi sul paesaggio che hanno identificato le principali unità paesaggistiche (vedi carta
delle Unità del Paesaggio) nonché indicato i fenomeni di dinamismo in atto
- compatibilità delle attività antropiche con gli obiettivi della conservazione, sia con riferimento al dettato della L. 394/91 che alle caratteristiche proprie del Parco della
Majella;
- grado di presenza umana all’interno del Parco, soprattutto di nuclei abitati;
- aspettative sociali espresse dagli enti locali e programmazione di gestione in atto da
parte dell’Ente Parco;
- facilità di individuazione dei confini.
L’approccio generale perseguito è quello di mantenere il territorio del Parco il più integrato
ed unitario possibile, per evitare frammentazioni che possano indebolire le azioni di
protezione e controllo. Pertanto si è privilegiata la identificazione di grandi zone con una
intergradazione progressiva tra di loro, demandando al regolamento d’uso interno la
calibratura fine delle attività permesse.
pag. 155
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5.1.2
ZONA A:
Zone e Obiettivi
RISERVA INTEGRALE
Secondo la L. 394/91, la zona A è destinata alla conservazione dell’ambiente naturale nella
sua integrità.
Sono state individuate quattro zone A, la prima è situata nel Massiccio del Monte Morrone
e, più precisamente, si sviluppa dalle Gole di Popoli (Gole di Tremonti) per tutta la linea di
cresta fino al Monte Morrone, il Monte La Macchia ed il Monte Mileto ed è delimitata a
sud ovest dalle Balze del Morrone, dal Colle delle Nocelle, dal Camerone e dal Colle dei
Cani. Oltre alle già citate cime nell’area sono comprese l’Obico dell’Inferno, il Monte
Corvo, il Monte Rotondo, Pietra Colonna, il Colle Affogato ed il Colle della Croce.
La seconda area A comprende l’intera area sommitale del massiccio della Maiella ed è
delimitata, da nord, in senso orario, da Decontra alle pendici del Colle della Cuorta
(compresa l’area della Macchia di Abbateggio), della Maielletta, della Cima Macirenella e
dal fondo della Valle di Taranta. A nord l’area forma un dente che si estende attorno alla
Valle Acquafredda e fino al Colle Sant’Angelo. Dalle pendici del Massiccio a monte
dell’abitato di Palena la zona A risale verso le cime della Tavola Rotonda e da lì prosegue
verso nord fino al Colle della Tonda mantenendosi ad una quota di 1300–1400 metri s.l.m.
fino a comprendere la Valle del Fondo, l’Addiaccio della Chiesa fino alla Lama Bianca e la
Grotta dei Lucidi. All’interno dell’area sono comprese alcune delle cime più importanti del
Parco tra cui spiccano il Monte Amaro ed il Monte Acquaviva, nonché altre aree di
particolare interesse come la Valle di Macchia Lunga, il Fondo di Femmina Morta e le
Grotte del Cavallone.
Il Massiccio del Monte Pizzalto ed il Bosco di S. Antonio delimitano ad ovest la terza zona
A che comprende anche il Quarto Santa Chiara (esclusi la stazione di Palena e l’area dei
casali) e la sommità del Porrara fino quasi al Guado di Coccia per estendersi ad est in un
‘area che, dal Valico della Forchetta, raggiunge le aree sommitali del Monte Secine e dei
Monti Pizzi, includendo il Bosco Montagna, l’Annunziata e la Val di Terra.
La quarta zona A delimita il canyon della valle dell’Orta nei pressi di Bolognano.
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ZONA B:
RISERVA GENERALE ORIENTATA
Le aree incluse nella zona B si pongono come cuscinetto e come zone di confine tra le
riserve integrali dell’area A e le aree a più alta antropizzazione della zona C.
La prima di esse comprende il massiccio del Monte Rotella, le pendici di sud ovest del
Monte Pizzalto, la zona dei Quarti (escluso il quarto S. Chiara) l’area delle Carbonere, il
Monte Tocco ed una fascia delle pendici di sud ovest del Monte Secine in cui sono inclusi il
Lago di S.Antonio ed il Bosco Quarta Parte.
Una zona B si estende a nord ovest della Maielletta da cui scende verso Roccamorice
comprendendo le pendici nord del colle della Cuorta, il Colle dell’Astoro e la Cerratina fino
al Piano delle Cappelle.
Un’ampia zona B si estende dalle pendici est del Monte Morrone partendo da Fonte fredda
fino a comprendere l’abitato di Roccacaramanico. Di qui si allarga nella Piana di Passo S.
Leonardo attorno al percorso della statale 487, seguendo la quale prosegue verso ovest
verso l’abitato di Pacentro fino a Pian dell’Orso. Da Passo S: Leonardo la zona B si
estende a sud verso il Guado di Coccia comprendendo la Difesa Di Pacentro, Fonte
Romana e l’area di Colle Malvarano e Colle Ardinghi. A sud del guado di Coccia la Zona B
comprende inoltre il Pian Cerreto a sud ovest, la Cerra Caraccino a nord e un corridoio e
sud fino ai pressi di Fonte della Puttana.
Una zona B comprende le pendici ovest del Morrone ed un’altra zona B comprende l’area
alle pendici est del Monte della Grotta, che dalla sommità monte stesso scende verso l’alto
corso del Torrente Arolle.
ZONA C:
AREA DI PROTEZIONE
Le zone C comprendono le pendici del versante ovest del Morrone al limitare della Piana
Peligna. L’area che, partendo dai pressi di Roccacaramanico (quota 996 s.l.m.) prosegue
verso S. Eufemia a Maiella, Bolognano e S. Valentino in Abruzzo Citeriore, comprendendo
le aree circostanti i centri abitati di Caramanico Terme, Salle Vecchia, San Tommaso. Sono
inoltre in zona C: le pendici del Massiccio della Maiella verso Serramonacesca e Pretoro;
l’area di Bocca di Valle presso Guardiagrele; le pendici del Massiccio della Maiella verso
Palombaro, Fara S. Martino, Lama dei Peligni; le pendici del versante est del Porrara e
l’area di di Colletondo e Posta della Difesa nei pressi di Palena.
pag. 157
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Nel Versante meridionale del Parco fanno parte della Zona C le pendici del Monte Secine e
del Monte Faggiola, comprese nell’area tra Gamberale ad est e Roccaraso ad ovest e l’area
situata direttamente a nord di Pescocostanzo attorno alla statale SS 17 (Napoleonica) fino
ai limiti del Bosco del S. Antonio.
ZONA D:
AREA DI PROMOZIONE ECONOMICA E SOCIALE
Nelle zone D sono consentite le attività compatibili con le finalità istitutive del Parco e
finalizzate al miglioramento della vita socio-culturale delle popolazioni locali e al miglior
godimento del Parco da parte dei visitatori. Sono state distinte 2 tipologie:
D1: Insediamenti turistici esistenti da riorganizzare su progetto unitario.
D2: Insediamenti disciplinati dagli strumenti urbanistici comunali
La zonazione proposta è illustrata nell’allegata cartografia.
5.1.3
Aree contigue, area vasta ed ampliamenti suggeriti
Il Parco si presenta in continuità territoriale con due ambiti diversi di aree circostanti. Nel
primo ambito (aree contigue) si trova tutta la fascia esterna che è inclusa tra i confini
attuali del Parco e il limite che segue il collegamento tra Sulmona, Roccaraso, Castel di
Sangro, il fiume Sangro, Pennapiedimonte, Guardiagrele, il fiume Pescara, Popoli e di
nuovo Sulmona. Il secondo ambito (area vasta) include essenzialmente tutta la parte
meridionale della Regione Abruzzo e la parte settentrionale della Regione Molise.
Aree contigue
La gestione del primo ambito è senza dubbio la più importante per la sopravvivenza del
Parco e per le sue connessioni con gli ecosistemi circostanti. Non vi è dubbio che,
nonostante sul piano formale il Parco non possa operare direttamente con strumenti
normativi o economici in queste aree, si debbano cercare con ogni mezzo tutte le occasioni
per stringere rapporti di collaborazione e coordinamento con tutte le figure istituzionali
competenti. In questa prospettiva, il Parco è facilitato dal fatto che questa fascia territoriale
è in gran parte gestita dagli stessi Comuni che governano il territorio interno al Parco.
pag. 158
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Piano del Parco - Schema Direttore
Sarà quindi compito del Parco ricercare attivamente questa collaborazione, proponendo
uno spirito ed una sostanza di fattiva partecipazione alla gestione tra l’Ente e i Comuni
interessati attraverso forme di consultazione che, nella pratica quotidiana, potranno andare
anche al di là di quanto già previsto dalla Legge 394 (Comunità del Parco).
Come previsto dalla Legge 394, viene identificata una fascia di aree contigue ai confini del
Parco che dovrà servire per la concertazione e la messa in atto di uno speciale regime di
gestione concordato con la Regione Abruzzo (Legge Regione Abruzzo 112/1997; Legge
394/91). La identificazione di questa fascia segue i criteri :
a)
della omogeneità del territorio e della sua utilizzazione (esempio: tutta la fascia di
continuità delle pendici montane fino al fondovalle);
b)
della opportunità di creare i necessari collegamenti territoriali con le aree protette
circostanti (esempio: aree di contatto con i Parchi d’Abruzzo e del Gran Sasso-Laga);
c)
della necessità di conservazione e gestione particolare di alcune specie e/o habitat.
Esempi:
- Fiume Aventino: da Palena a Tarantola Peligna (riserva genetica di una
popolazione di montagna di R. rubilio);
- Sistema Gizio-Sagittario-Aterno, tra Popoli e Pratola Peligna (emergenze
faunistiche attualmente non incluse in nessun parco: Lampetra planeri,
Gasterosteus aculeatus, oltre a popolamenti frigofili di R. rubilio, di barbo B.
tyberinus e gambero d’acqua dolce Austropotamobius pallipes).
Area vasta
La gestione del secondo ambito è certo più complessa per la diversità degli enti interessati e
per la loro distribuzione tra due Regioni, quattro Province e molte aree protette a diverso
titolo. Resta però essenziale che il Parco si faccia promotore di una opera di collaborazione
che potrà passare attraverso diversi stadi:
a)
informazione reciproca, inviando regolarmente a tutti i partners individuati le proprie
informative, comunicati, delibere di interesse comune, ecc.;
b)
consultazione, ogni qualvolta la programmazione e gestione interna del Parco
coinvolga elementi che eccedono la stretta realtà interna del Parco come, ad
esempio, flussi turistici, interventi economici significativi, operazioni di gestione
faunistica, incentivi agro-silvo-pastorali, ecc.;
pag. 159
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Piano del Parco - Schema Direttore
c)
partecipazione in un livello di programmazione e gestione di attività che hanno per
oggetto realtà a scala provinciale e/o regionale come, ad esempio, una campagna di
lancio turistico dell’intera regione, in un sistema integrato di fruizione, un sistema
integrato di trasporti, ecc..
Una visione di area vasta dovrà quindi essere sempre ben presente nella gestione del Parco
che, poiché situato in zona centrale rispetto agli altri Parchi dell’Appennino centrale, dovrà
farsi carico di un ruolo trainante rispetto alle altre istituzioni. La messa in atto di un sistema
di collaborazione e partecipazione all’area vasta non è una opzione facoltativa per l’Ente
Parco, ma una esigenza essenziale per poter assolvere efficacemente al suo compito
istituzionale.
Ampliamenti dei confini del Parco Nazionale della Majella
La delimitazione degli attuali confini del Parco fu fatta seguendo un primo criterio di
urgenza e in via provvisoria. Non erano disponibili le molte informazioni di dettaglio oggi
pronte per rettificare alcune scelte che non risultano pienamente in linea con l’obiettivo di
conservazione.
Si tratta infatti di piccoli aggiustamenti che seguono il criterio di includere piccole aree
adiacenti agli attuali confini e:
a)
importanti per la conservazione di alcune emergenze;
b)
utili ad assicurare la completezza della conservazione di alcuni habitat;
c)
necessarie ad assicurare una gestione più efficiente di quanto contenuto nei confini.
Inoltre, negli ultimi anni, diverse Amministrazioni Comunali hanno deliberato, in relazione
a quanto disposto dall’art. 12 lettera d) della legge 394/91, la loro intenzione di avere
nuove porzioni del loro territorio incluse nel perimetro del Parco. Il Piano non ha il potere
di includere o meno queste aree, ma può sostenere queste richieste se sono motivate dalla
integrazione e congruità con gli obiettivi e la funzionalità del Parco. Gli ampliamenti
suggeriti sono:
-
Ampliamento al comprensorio di Fara San Martino con inclusione del Fiume Verde,
bacino ad ampia portata di indubbia importanza per il mantenimento di cospicui
stock ittici naturali anche finalizzati al recupero della lontra.
pag. 160
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
-
Creazione di un corridoio di unione dei Parchi Majella-Gran Sasso nel comprensorio
di Bussi-Popoli per includere due specie di interesse comunitario attualmente
ricadenti al di fuori di aree protette: lampreda di ruscello, Lampetra planeri (L.), e
spinarello, Gasterosteus aculeatus L.
-
Inclusione dell’area di Cansano, in modo da ristabilire una continuità ambientale che
risulta spezzata dall’attuale posizione del confine del Parco.
-
Ampliamento verso l’area del Sangro in Molise, fino alle montagne di Capracotta, per
assicurare la connessione con l’Appennino meridionale.
-
Estensione ai centri storici di Pennapiedimonte e di Guardiagrele, includendo l’area
calanchifera compresa tra l’attuale confine del Parco e il centro storico di
Guardiagrele stesso.
-
Estensione al centro storico di Pretoro.
-
Estensione al bosco di Roccamontepiano includendo anche tutta l’area, appartenente
al Comune di Serramonacesca, di collegamento con i confini del Parco.
5.1.4
Corridoi di connessione
Nonostante tutte le limitazioni teoriche e pratiche dei corridoi, è opportuno segnalare la
presenza di grandi aree di connessione per le specie di maggiore vagilità e per quelle che
richiedono una pianificazione ad una scala maggiore di quella del Parco. Le maggiori aree
di interconnessione sono:
-
la fascia di territorio che dalla Montagna del Morrone si allunga verso nord sopra
Popoli per collegarsi alle aree in direzione del Sirente. La connessione con le aree a
nord appare infatti problematica a causa della strettoia posta dalle gole di Popoli: qui
la continuità ambientale è interrotta non solo dalle pendici molto scoscese dei due
fianchi della valle, ma anche dalla ferrovia, dall’autostrada e dalla strada statale, con
traffico a tutte le ore. Più calma è invece la connessione che passa subito vicino
Popoli, ad est e a sud del paese, dove è più facile trovare una continuità ambientale
con le aree più settentrionali. Comunque è essenziale condurre uno studio
approfondito e dettagliato sulla situazione ambientale di questa area, sulle tendenze
in atto e sulle possibilità di intervento attivo per ripristinare un collegamento efficace
almeno per le specie di maggiore interesse conservazionistico;
pag. 161
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
-
la fascia di connessione costituita dal Piano di Cinque Miglia resta ancora oggi la
maggiore area di scambio del Parco della Majella con i territori circostanti. La
montagna del Genzana costituisce una componente essenziale di questa continuità;
-
le aree meridionali del Parco, dai Quarti ai monti Pizi, sono la terza grande via di
connessione con l’esterno, in questo caso con le aree del Molise settentrionale: la
continuità ambientale appare qui di notevole qualità e la ipotesi di estensione del
Parco fino a comprendere anche queste aree è ampiamente giustificata.
5.1.5
Rapporti tra Piano del Parco e piani territoriali ed urbanistici
Il problema, nel caso della Majella, si articola in diversi aspetti:
a)
rapporti tra Piano del parco e Piani territoriali e paesistici d’area vasta;
b)
rapporti tra Piano del parco e Piani urbanistici per il territorio compreso nel parco;
c)
rapporti tra il Piano del parco e Piani urbanistici per il territorio esterno al perimetro
del parco.
a)
Stante l’attuale fase della pianificazione regionale e provinciale, non emergono
contraddizioni con il Piano del parco, in quanto in generale i piani d’area vasta
rinviano le scelte all’interno del perimetro al Piano del parco.
Soltanto nel Quadro di Riferimento Regionale (Q.R.R., 1997) si segnalano due
indicazioni programmatiche che appaiono non coordinate con le previsioni del Piano
del parco:
- i sistemi pedemontani individuati per il recupero dei centri storici minori, costituiti
nel Q.R.R. da raggruppamenti di alcuni centri storici dei comuni del parco,
rispettivamente del versante orientale, del versante settentrionale, del versante
occidentale e meridionale, mentre è l’intero sistema insediativo storico che il
Piano del parco intende conservare e riqualificare, ricostruendone i rapporti
reciproci e con la montagna;
- le Aree di sviluppo turistico integrato che comprendono le due principali stazioni
sciistiche di Passolanciano-La Majelletta e di Guado di Coccia-Tavola Rotonda,
ma che sembrano interessare parti rilevanti di territorio non ancora investito
dall’uso turistico, in ciò contrastando con l’obiettivo del Piano del parco di non
ampliare il turismo sciistico esistente e di sviluppare nuove forme di turismo
congruenti con l’ambiente naturale.
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Piano del Parco - Schema Direttore
Per l’area del parco, il Piano del parco, assumendo il ruolo di Piano territoriale e
paesistico, sostituisce ogni altra previsione della pianificazione d’area vasta vigente.
b)
Nel territorio del parco insistono i centri capoluogo di 4 Comuni – Caramanico
Terme, S. Eufemia, Campo di Giove e Pacentro – ed altri numerosi nuclei insediativi
minori
Le previsioni dei P.R.G. comunali per i centri capoluogo, tutti di recente formazione
o in corso di formazione e di alcuni nuclei insediativi, sono state verificate dall’Ente
Parco e perimetrate nelle parti ritenute compatibili con la politica del parco.
All’interno del perimetro della zona D2 il Piano del parco demanda la disciplina agli
strumenti urbanistici locali.
In tutto il resto del territorio del parco vale la disciplina del Piano del parco che
quindi sostituisce quella degli strumenti urbanistici locali.
Ovviamente ogni qualsiasi modifica ai P.R.G. comunali comporterà da parte
dell’Ente Parco una nuova verifica di congruenza delle previsioni comunali con il
Piano del parco e, di conseguenza, un eventuale adeguamento della zonizzazione e
delle N.d.A.
c)
Per il territorio esterno al parco, si presenta l’esigenza di un coordinamento delle
previsioni degli strumenti urbanistici comunali con quelle definite dal Piano del parco
per le aree interne.
Tale coordinamento può scaturire soltanto da una visione condivisa, da parte dei
Comuni, del ruolo del parco per il futuro del territorio, escludendo gli usi del suolo a
forte impatto ambientale (villaggi turistici di nuovo impianto, infrastrutture e
impianti, grandi aree di espansione) e privilegiando il recupero dell’esistente, la
valorizzazione delle risorse locali fisiche, umane ed economiche, la riscoperta e la
fruizione leggera del patrimonio naturale e culturale.
Secondo tale orientamento, l’Ente parco può promuovere, d’intesa con i Comuni,
“Conferenze di coordinamento” al fine di rendere gradualmente compatibili e
congruenti le previsioni d’uso del territorio all’interno e all’esterno del perimetro.
Particolare urgenza rivestono al proposito le verifiche che riguardano:
- i Comuni ancora privi di P.R.G. o con il P.R.G. in corso di formazione, talvolta da
anni, per i quali il Piano del parco sollecita con urgenza una definizione delle
politiche locali;
pag. 163
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- i Comuni degli Altipiani Maggiori-Monti Pizzi, la cui attuale consistenza turistica e
la tendenza di crescita in atto esercitano una pressione rilevante sull’ambiente
dell’area protetta;
- i Comuni che comprendono insediamenti di particolare valore storico-ambientale
come la Badia Morronese, la cui conservazione, il riuso e la valorizzazione sono
strategici per il parco, da non poter essere trascurati.
5.2
PIANI DI SETTORE
5.2.1
Piano per la gestione naturalistica
Il Piano di gestione naturalistica è lo strumento con il quale vengono coordinate tutte le
azioni sulle risorse naturali con lo scopo di realizzare gli obiettivi del Parco. Le azioni
auspicate da ogni singola componente naturalistica vengono esposte in maniera settoriale
nei volumi tematici. Ma, non sempre le esigenze di una componente collimano pienamente
con quelle di tutte le altre componenti: può quindi accadere che l’esperto di una
componente come l’avifauna o l’entomofauna richieda una azione sulle foreste che
contrasta con quanto suggerito dal Piano settoriale delle foreste. Compito del presente
Piano per la Gestione Naturalistica è proprio la integrazione e verifica di congruità tra tutte
le azioni proposte in un progetto organico e armonico pienamente rispondente agli obiettivi
del Parco Nazionale: solo in questo modo si eviterà una crescita disomogenea della
realizzazione del Parco e si assicurerà il raggiungimento armonico di tutti gli obiettivi del
Parco. Pertanto, qualora vi fossero discrepanze tra i diversi piani settoriali esposti nei
volumi tematici, faranno testo le indicazioni di questo Piano.
5.2.1.1
Le grandi problematiche
La gestione naturalistica si confronta con alcune problematiche ben definibili:
La prima problematica riguarda l’incompletezza delle conoscenze sul quadro qualitativo,
sulla distribuzione e sull’articolazione di alcune componenti, in particolare quella faunistica
a livello di comunità: qualsiasi azione prevista dal Piano dovrebbe essere sostenuta da una
conoscenza completa e aggiornata delle specie e delle comunità presenti e delle potenzialità
e vocazioni del territorio rispetto a queste.
pag. 164
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Una seconda problematica riguarda le specie minacciate o comunque numericamente
ridotte, particolarmente quelle faunistiche (lontra, lupo, orso, camoscio, cervo, capriolo,
chirotteri). Per queste specie molto è già stato fatto, ma occorre attuare un Piano di ricerca
e di monitoraggio in grado di seguire l’evoluzione delle popolazioni, sia dal punto di vista
della distribuzione che degli aspetti genetici e demografici, e di pianificare così al meglio le
successive, eventuali, immissioni o gli interventi sull’habitat.
Una terza problematica riguarda le interazioni tra specie selvatiche e sistemi agro-silvopastorali: il Parco e le sue specie selvatiche, sopravvissute per secoli in stretto contatto con
le attività umane, e le nuove specie che hanno da poco ricolonizzato l’area creano le
premesse essenziali per un processo di ricostituzione di equilibri naturali, che dovranno
essere sapientemente indirizzati dal Piano, e armonizzati con la presenza antropica e le sue
attività economiche.
Una quarta problematica riguarda la connettività del Parco rispetto alle aree contigue e alle
aree protette limitrofe: la gestione di specie come la lontra, il lupo, l’orso, gli ungulati e i
Chirotteri non può prescindere dalla considerazione che il Parco è in grado di tutelare una
frazione di territorio limitata rispetto alla mobilità degli individui, per i quali dovranno
quindi essere garantite adeguate possibilità di spostamento, dispersione, migrazione. Il
Parco, come già detto, per la sua posizione chiave nell’Appennino centrale, ha una
particolare responsabilità in questo senso.
Infine, una quinta problematica è costituita dalla fruizione turistica: sebbene molte specie,
comunità e habitat presenti nella Majella possano soffrire di un eccessivo disturbo o essere
condizionate comunque negativamente dalla presenza dei turisti in alcune fasi delicate del
ciclo vitale, il ruolo del Parco non può sottrarsi alla richiesta di fruizione. Il Piano di
gestione deve quindi armonizzare le esigenze contrastanti legate alla fruizione turistica, in
modo da assicurare la funzione educativa e ricreativa dell’area protetta minimizzando
l’impatto sulla esistenza ed evoluzione dei sistemi naturali.
Da queste considerazioni, nascono gli obiettivi specifici del Piano di gestione naturalistica.
5.2.1.2
1)
Gli obiettivi
Mantenere le condizioni ambientali necessarie alla conservazione della biodiversità in
tutti i suoi livelli.
pag. 165
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
2)
Ridurre, e possibilmente eliminare, i fattori di rischio legati ad azioni umane
specifiche.
3)
Salvaguardare la valenza strutturale e funzionale dei sistemi.
4)
Garantire la connettività tra le popolazioni del Parco e quelle limitrofe.
5)
Assicurare la conoscenza completa delle specie e delle comunità presenti e delle
potenzialità del territorio rispetto a queste.
6)
Restaurare le condizioni di naturalità e assicurare l’incremento delle popolazioni
minacciate o numericamente ridotte.
7)
Integrare lo svolgimento di attività educative e divulgative con le esigenze di
conservazione delle risorse.
8)
Restauro della copertura forestale e riduzione della sua frammentazione.
9)
Uso sostenibile delle risorse forestali.
10)
Incrementare la diversità di specie arboree.
11)
Conservare le emergenze floristico-vegetazionali.
12)
Garantire un certo livello di fruizione in fitocenosi di sostituzione al fine di mantenere
una elevata diversità specifica.
13)
Mantenere le aree a bosco-parco (es: Bosco San Antonio).
14)
Censimento e recupero delle cultivar locali di specie agrarie.
15)
Restauro degli ambienti fluviali e del loro patrimonio faunistico autoctono.
5.2.1.3
Le azioni di gestione
Le azioni di gestione che compongono il Piano di Gestione naturalistica si suddividono in:
-
azioni generali per la struttura gestionale del Parco;
-
azioni per ambienti e comunità;
-
azioni per la fruizione e le infrastrutture;
-
azioni per i popolamenti animali e vegetali;
pag. 166
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
-
azioni per il monitoraggio;
-
azioni per la ricerca;
-
azioni per la educazione e formazione.
Le azioni non sono esposte in ordine di priorità e dovranno tutte essere perseguite con la
stessa determinazione. Il successo del Piano è infatti funzione diretta di una sua
realizzazione armonica e continuata.
AZIONI GENERALI PER I SETTORI AMMINISTRATIVI, ORGANIZZATIVI E GESTIONALI DEL P ARCO
Si tratta di azioni che hanno una validità generale e una ricaduta su tutte le componenti del
comparto naturalistico. Investono la capacità organizzativa dell’Ente Parco e consistono
essenzialmente nella istituzione di servizi e competenze all’interno della struttura
amministrativa del Parco.
1.
Istituzione di un archivio e di una banca dati di tutte le pubblicazioni scientifiche
finora prodotte sulle risorse naturali dell’area del Parco.
2.
Realizzazione di un Sistema Informativo Territoriale per la gestione dei dati
faunistici, costituito da una Banca dati delle presenze faunistiche, articolata per
specie e per comunità, contenente i dati biologici fondamentali, lo status complessivo
e locale delle popolazioni e aggiornata con le segnalazioni provenienti dalle attività
specifiche di censimento e monitoraggio (presenze, distribuzioni, avvistamenti, areali)
e da un supporto GIS per la realizzazione di analisi di tipo spaziale.
3.
Raccordo con le politiche e le azioni che investono le stesse risorse nelle aree
contigue.
4.
Impostazione e realizzazione di un Piano di sorveglianza e anti-bracconaggio
generale efficace, con sottopiani speciali dedicati a periodi e aree di particolare
vulnerabilità (nidificazioni, parti, micro-popolazioni, etc.) e così articolato:
- piano antibracconaggio riservato, definito annualmente e aggiornato mensilmente.
Nelle azioni del Piano vengono previste attività di controllo nelle 24 ore,
opportunamente diversificate in modo da prevedere una rotazione delle aree di
competenza del personale ed una variazione non prevedibile dei tempi e dei
luoghi;
pag. 167
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- corsi di formazione specifici sulle tecniche anti-bracconaggio rivolti al personale di
sorveglianza;
- incentivazione delle procedure di indagine e di perseguimento degli atti di
bracconaggio, con possibilità di incentivi economici anche a livello pubblico;
- messa a punto di procedure d’indagine su larga scala che prevedano il
campionamento nei luoghi di ristorazione e di vendita alimentare per analisi
forensiche di natura genetica, con pene previste per la ricettazione e la vendita di
esemplari o parti di essi provenienti da specie/popolazioni animali protette (da
svolgere simultaneamente ai controlli sanitari ed in collaborazione con un
laboratorio di genetica molecolare).
5.
Protocollo per l’accertamento, la prevenzione e l’indennizzo dei danni causati dalla
fauna selvatica, tramite l’affinamento del regolamento attualmente adottato dall’Ente
Parco ed, in particolare:
- la riduzione di tempi di verifica ai fini di accertamenti più realistici;
- l’utilizzazione di procedure di verifica standardizzate, per limitare l’insorgenza di
speculazioni e casi fraudolenti;
- l’incentivazione, non solo economica, della messa in opera di sistemi di
prevenzione;
- la sperimentazione di soluzioni d’indennizzo innovative, al pari di simili esperienze
in ambito nazionale, europeo ed internazionale (fondi d’indennizzo privati,
assicurazioni, fondi premio per la presenza dei carnivori, ecc.);
- la valutazione della vulnerabilità delle colture e la definizione delle aree di maggior
rischio;
- la determinazione della soglia di danni accettabile relativamente agli obiettivi del
Parco.
6.
Prevenzione dagli incidenti stradali con la fauna selvatica e domestica mediante la
realizzazione di cartellonistica e di interventi di protezione.
pag. 168
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
7.
Messa a punto di una procedura di Valutazione di Impatto per tutte le nuove opere
viarie e infrastrutture, con particolare riguardo alle popolazioni delle specie animali
appartenenti alle Classi Reptilia e soprattutto Amphibia incluse negli Allegati del
D.P.R. 357/97 e successive modifiche.
8.
Per gli atti illeciti è necessario prevedere una banca dati aggiornata mensilmente con
cartografia allegata. Le informazioni da registrare concernono il tipo di illecito, la o le
specie coinvolte, la localizzazione, etc. Particolare enfasi viene data agli atti illeciti
relativi allo spaccio, la detenzione e dispersione (sotto forma di bocconi o carcasse
avvelenate) di sostanze tossiche, e soprattutto stricnina. Le informazioni raccolte
vengono comunicate con regolarità almeno annuale alle Procure della Repubblica
competenti per il territorio.
9.
Costituzione di un comitato tecnico consultivo per la grande fauna in grado di
consigliare sul monitoraggio, ricerca e gestione dei grandi mammiferi.
10.
Messa in opera di un sistema di monitoraggio e analisi in tempo reale della frequenza
e della distribuzione dei danni causati dalla fauna selvatica a livello delle singole
aziende
11.
Diffusione di una cultura generalizzata di gestione del Parco che tenda a riconoscere
immediatamente non solo i fattori di rischio diretto causati da attività umane con atti
illeciti messi in atto a danno di specie animali (bocconi avvelenati, abbattimenti con
fucile, prelievo di giovani al nido), ma anche le azioni diverse che possono, senza che
ve ne sia la volontà, danneggiare le specie animali e causarne indirettamente un
incremento della mortalità (costruzioni di manufatti ed infrastrutture, con riferimento
particolare alle linee elettriche aeree, ascensioni su roccia in aree di nidificazione di
specie prioritarie, sorvolo con deltaplani ed altri mezzi aerei con o senza motore,
escursionismo con cani non tenuti al guinzaglio).
AZIONI PER AMBIENTI E COMUNITÀ
Premessa
La copertura forestale oggi ammonta a poco meno del 40% del territorio del Parco e
necessita di un imponente lavoro di ricostituzione boschiva. La strategia del Parco deve
innanzitutto mirare all’espansione della foresta, sia assecondando i naturali dinamismi di
ricolonizzazione, sia attraverso specifici interventi di riforestazione.
pag. 169
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
In particolare, dovrà essere posta grande attenzione al lavoro di deframmentazione ossia di
sutura delle soluzioni di continuità tra le maggiori formazioni e di collegamento tra tutti
quei nuclei forestali la cui superficie risulta inferiore ai 25 ha.
In molti casi i popolamenti forestali presentano anche vistosi segni di degradazione sul
piano compositivo e strutturale per cui la gestione forestale dovrà mirare alla loro
ricomposizione e riabilitazione avviando le formazioni attuali verso strutture più
diversificate e a maggiore sviluppo verticale. Questa meta può essere raggiunta attraverso
una generale politica di conversione dei boschi cedui che comporterà, sui tempi mediolunghi, anche un cambiamento microclimatico.
Il fine ultimo dell’azione di gestione sarà il restauro della foresta vetusta, la sola in grado di
garantire la conservazione della biodiversità nemorale e della fertilità stazionale che a loro
volta permettono alle cenosi di esprimere ai massimi livelli le diverse funzioni del bosco
(produttiva, ricreativa, igenico-sanitaria).
Azioni
1.
Ricostituzione, riabilitazione e restauro degli ecosistemi forestali: si applicano le
azioni e le direttive di cui al seguente punto a) ad eccezione delle aree per le quali
sono specificate azioni diverse nei punti seguenti.
a) Con riferimento alla Carta delle Destinazioni del Patrimonio Forestale, le aree
boscate sono suddivise in due classi: A) formazioni nelle quali il prelievo legnoso è
interdetto o per esigenze di ordine ecologico-naturalistico o per motivi di
protezione idrogeologica; B) boschi nei quali possono essere consentite le
utilizzazioni forestali.
Sul piano cartografico queste due classi sono state a loro volta distinte nelle seguenti
tipologie:
A1)
Riserva integrale (zona A) e boschi vetusti (colore blu).
A2)
Boschi con finalità protettive inclusi in zone B o C (colore rosso).
B1)
Boschi a prevalente funzione protettiva in cui l’opportunità di eseguire
interventi selvicolturali deve essere valutata caso per caso (aree di colore
giallo).
B2)
Boschi, in aree a basso rischio idrogeologico, dove può essere ammesso il
prelievo legnoso (aree di colore verde).
pag. 170
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Nelle aree di riserva integrale (Zona A della zonazione del Parco) sono permessi solo
interventi di monitoraggio demografico delle specie forestali. In particolare, per ciò
che concerne i boschi vetusti, si può ipotizzare qualche intervento di riabilitazione
per accelerare processi naturali che richiederebbero archi temporali superiori al
secolo. In tutti questi boschi devono essere gradualmente ridotti il pascolo da animali
domestici e il transito dei cavalli così da garantire la rinnovazione della flora
nemorale. Anche nei boschi di protezione il prelievo legnoso è generalmente
precluso. Questi boschi si ritrovano fondamentalmente in corrispondenza delle unità
di flysch (soprattutto settore meridionale del Parco) e di piattaforma carbonatica. Si
tratta spesso di formazioni fortemente frammentate. In questi boschi sono
raccomandati interventi finalizzati a garantire una copertura forestale soddisfacente o
comunque interventi di bioingegneria forestale con lo scopo di recuperare zone
percorse da valanghe o interessate da processi franosi o di erosione accelerata.
Eventuali tagli potranno essere effettuati solo dopo la predisposizione di un
approfondito studio di dettaglio.
Nei boschi di classe B sono stati innanzitutto distinti quelli a prevalente funzione
protettiva in cui l’opportunità di eseguire interventi selvicolturali deve essere valutata
caso per caso (aree di colore giallo). Sono i boschi che ricadono in aree abbastanza
fragili per ciò che concerne la stabilità dei versanti per cui, a causa della grande
varietà delle condizioni geomorfologiche, eventuali prelievi di materiale legnoso
richiedono una preliminare analisi di campagna. Per i boschi in cui è, invece,
possibile il prelievo legnoso (aree verdi) i criteri di intervento sono specificati nel
volume tematico sulle foreste e riassunti nel prospetto seguente.
Comunque, si raccomanda di non procedere ad alcun tipo di prelievo nelle aree
cacuminali per una fascia di almeno 100 m di dislivello dalla cima e nei tratti di
versante con pendenza superiore a 30°.
Tipo forestale
Alto fusto di faggio
Ceduo di faggio
Alto fusto di cerro
Cedui quercini e ostrieti
Mugheti
Rimboschimenti
Aree denudate o popolamenti
boschivi fortemente degradati
pag. 171
Proposte di gestione
Evoluzione naturale per i boschi vetusti; interventi di
selvicoltura naturalistica per gli altri popolamenti
Interventi di conversione indiretta all’altofusto
Interventi di selvicoltura naturalistica.
Interventi di conversione indiretta all’altofusto nei
popolamenti idonei.
Evoluzione naturale
Diradamenti e interventi di ricomposizione specifica.
Interventi di deframmentazione forestale volti alla
ricostituzione della continuità della copertura forestale
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
a) Programma di eliminazione di specie arboree spontaneizzate, particolarmente
invasive (robinia, ailanto) che risultano molto abbondanti in alcune aree del Parco
(Valle dell’Orfento e dell’Orta). Avvio di un piano di riqualificazione forestale che
nel tempo possa eliminare il rischio di sostituzione delle cenosi autoctone con
quelle esotiche spontaneizzate.
b) Conservazione delle aree boschive critiche per l’erpetofauna (con particolare
riferimento agli Urodeli) (vedi cartografia allegata), tutte incluse nelle Zone A e B
del Parco, e previsione di una quota minima di piante per ettaro da destinare a
decadimento naturale e che non devono essere rimosse neanche dopo la caduta al
suolo; nelle aree di massima criticità possono essere previste forme di tutela
completa che escludano in toto il taglio delle piante (oppure forme di gestione
alternativa definite sulla base di specifiche indagini biologiche); i lavori forestali
vengono vietati tra aprile e luglio; l’apertura di nuove piste viene impedita, mentre
si favorisce l’impiego di animali da soma. Per queste aree si applica il divieto
generale di taglio dei soprassuoli forestali: eventuali richieste di autorizzazione
speciale al taglio produttivo e/o di miglioramento dei soprassuoli, devono essere
accompagnate da attestazioni biologiche che escludano il danno a specie di anfibi
incluse negli Allegati del D.P.R. 357/97 e successive modifiche.
c) Nelle aree boschive vetuste, in ogni caso è fatto divieto assoluto di taglio dei
soprassuoli forestali nel periodo riproduttivo per l’avifauna: da febbraio a luglio.
d) Protezione integrale di tutti gli elementi dell’entomofauna legati ad ambienti
boschivi vetusti (vedi volume tematico): evitare qualsiasi intervento
(ceduazione, “pulitura” del sottobosco, ecc.) che possa modificare i
microambienti ai quali questi elementi faunistici sono intimamente legati.
e) Impedire la rimozione di pietre e tronchi negli ambienti naturali in quanto
fondamentali per la biologia della componente sublapidicola dell’artropodofauna
edafica, nonché per lo sviluppo degli insetti xilofagi.
f) Nelle zone B e C, ad esclusione dei siti critici per le specie animali prioritarie (vedi
piani dettagliati di gestione delle specie nel volume tematico), applicazione di
tecniche di governo e trattamento della foresta tendenti al mantenimento di
un’elevata diversità ambientale: favorire le latifoglie e i tagli di piccole superfici
sparse; creare zone esposte al sole e favorire la crescita dell’erba e il ricaccio delle
pag. 172
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
ceppaie. In prossimità dei siti critici per le specie prioritarie, gli interventi forestali
dovranno essere esclusi o sospesi nei periodi critici (vedi piani dettagliati di gestione);
in queste aree, le strade di esbosco dovranno essere limitate e ri-naturalizzate al
termine degli interventi.
2.
Gestione di pascoli e arbusteti.
a) Mantenere la fruizione tradizionale negli arbusteti collinari e montani, nelle
garighe collinari e montane, nei pascoli e nelle formazioni calanchive al fine di
conservare almeno in parte la ricchezza di habitat fanerofitici ed erbacei.
b) Nei pascoli secondari, ambienti steppici di bassa e media quota e radure forestali
“minacciate” dalla vegetazione arbustiva ed arborea in evoluzione: limitare i
processi di espansione della vegetazione boschiva, spesso non autoctona (es.
Ailanto), o pre-boschiva (felci), come ad esempio si sta verificando in alcune zone
della Valle dell’Orfento.
c) Controllo stretto del pascolo nelle zone A, attraverso interventi di
regolamentazione definiti anche sulla base di esami socio-economici. Definizione
dei livelli di fruizione perché possa rimanere elevato il livello di diversità floristica
e faunistica (tra le ipotesi possibili: l’acquisizione di greggi di proprietà del Parco
può permettere una immediata modulazione del carico desiderato).
d) Nelle aree agricole in abbandono: impianto di colture a perdere ai margini delle
aree forestali; recupero e piantagione di alberi da frutto (vedi piani dettagliati di
gestione delle specie animali).
e) Impedire la rimozione di pietre negli ambienti naturali in quanto fondamentali per
la biologia della componente sublapidicola dell’artropodofauna edafica.
3.
Gestione delle risorse idriche e dei corsi d’acqua.
a) Protezione integrale di tutte le zone umide, aree paludicole o subpaludicole
ancora presenti: impedire che vengano in alcun modo manipolate e realizzare un
programma di costante controllo per favorire, attraverso interventi adeguati, la
loro sopravvivenza.
b) Protezione di tutte le zone umide (intesi come prati umidi, sorgenti, alvei di piena
dei corsi d’acqua e corpi d’acqua naturali). Nelle aree caratterizzate da presenza
diffusa di prati umidi, corsi d’acqua, aree allagate stagionalmente e falda prossima
al piano campagna è fatto divieto assoluto di bonifica (da intendersi
pag. 173
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
come qualsiasi azione, condotta da enti pubblici o da privati, atta ad abbassare la
falda freatica e/o ridurre la quantità di acqua disponibile sul piano campagna). Nei
casi di improrogabili esigenze di utilità pubbliche vengono predisposti sistemi per
evitare il rischio di interferenza con gli spostamenti dell’anfibiofauna.
c) La vegetazione in prossimità dei corsi d’acqua (entro 100 metri da tutti i corsi
d’acqua, sia temporanei che perenni) è integralmente protetta ad eccezione per la
rimozione di specie vegetali esotiche.
d) Rinaturazione degli alvei, verifica delle portate dei bacini e controllo dei regimi di
magra.
e) Conservazione della disponibilità idrica presso tutte le sorgenti esistenti, ovvero il
divieto della captazione completa di qualsiasi sorgente esistente all’interno del
Parco: una parte dell’acqua deve restare sempre disponibile, senza incrementare i
periodi di mancata disponibilità idrica. Nelle sorgenti attualmente captate, si
procede alla sistemazione naturalistica di appositi bacini di riproduzione per gli
anfibi e se necessario alla restituzione in loco di parte delle acque sottratte. Per le
sorgenti poste sopra il 1000 m s.l.m. viene istituito il divieto di nuove captazioni.
f) Protezione delle falde acquifere. Il territorio del Parco della Majella è
caratterizzato dalla presenza di risorse acquifere (locali e regionali) la cui tutela
diventa fondamentale per la conservazione del patrimonio idrico. In questi settori,
quindi, bisognerà porre particolare attenzione a che le nuove attività, che pure
possono essere sviluppate, non costituiscano elementi di potenziale pericolo. Ad
esempio, le zone pianeggianti de I Quarti (settore meridionale del Parco),
presentano spessori variabili di coperture quaternarie e, quindi, rappresentano le
aree preferenziali per la ricarica degli acquiferi profondi delle strutture della
Montagna della Majella e del Monte Porrara.
4.
Gestione di elementi geomorfologici, cave, aree di rischio idrogeologico
a) Protezione delle aree con particolari elementi geomorfologici. Alcuni morfotipi
della superficie terrestre, tra cui quelli di origine carsica e di origine glaciale,
possono rappresentare dei potenziali “centri di pericolo” per la preservazione degli
acquiferi sotterranei. La diffusione di agenti inquinanti nel sottosuolo può essere
agevolata, infatti, dalla presenza di un substrato già alterato da processi di
degradazione chimico-fisica. Per tale ragione, bisognerà prestare attenzione a che
pag. 174
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
le aree potenzialmente esposte a tale rischio, non diventino sede di estese attività
antropiche. Tra queste segnaliamo le aree a sud dell’abitato di Campo di Giove
(località Carpineto) che presentano una morfologia carsica particolarmente diffusa
in prossimità di aree già antropizzate e di richiamo turistico.
b) Recupero di cave non più attive. Gli “spaccati” geologici messi in mostra dagli
scassi antropici rappresentano un’importante occasione per comprendere alcune
“leggi” che determinano la formazione del substrato del parco. I siti prescelti, oltre
a non essere più oggetto di coltivazione, dovranno essere caratterizzati da idonee
dimensioni e facile accessibilità. Inoltre, l’impianto di infrastrutture di supporto,
sia turistico che didattico, non dovrà rappresentare possibile fonte di inquinamento
per le eventuali falde acquifere presenti. Tra le numerose cave presenti nell’area
(vedi par. 3.1.6.2) si può indicare, a titolo di esempio, la cava di Colle di Votta,
ubicata nel comune di Abbateggio, che mostra affioramenti di gessi di particolare
bellezza e interesse scientifico; la presenza delle infrastrutture di coltivazione
(case e macchinari) può fornire, inoltre, motivo di recupero architettonico a fini
divulgativi. Tale cava non è più attiva, ed è facilmente raggiungibile dalla S.S. 487.
c) Protezione delle aree ad alto rischio idrogeologico. Localizzate soprattutto nei
settori della Fossa di Caramanico e dei Monti Pizzi, tali aree rappresentano, senza
dubbio, quelle da sottoporre a più attenta tutela ambientale. La presenza
concomitante di notevoli dissesti per erosione, di movimenti franosi e di falde
acquifere superficiali suggerisce, infatti, la definizione di regimi vincolistici
particolari. Oltre a preservare tali aree da sfruttamenti antropici bisognerà, in
alcuni casi, prevedere opere di controllo dei fenomeni di dissesto. Sull’esperienza
della frana di Caramanico Terme (Buccolini et al. 1995), avvenuta nel 1989, si
deve pensare ad uno studio più puntuale delle aree a maggiore dissesto ed al loro
relativo monitoraggio.
AZIONI PER LA FRUIZIONE E LE INFRASTRUTTURE
Sono le azioni che incidono sulla pressione antropica verso le risorse naturali e si occupano
di limitare, mitigare, correggere usi distruttivi delle risorse: sono azioni che si riferiscono ad
interventi normativi o strutturali. Per questo motivo vengono suddivise in due sezioni, la
prima riguarda il Parco nella sua globalità, la seconda specifica le azioni nelle diverse zone.
pag. 175
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
1.
Azioni su tutto il Parco
a) Conservazione delle zone umide (intesi come prati umidi, sorgenti, alvei di piena
dei corsi d’acqua e corpi d’acqua naturali). Il divieto di costruzione di manufatti
ed altre opere nelle fasce di rispetto indicate dal Piano Paesistico viene estesa agli
alvei di piena dei corsi d’acqua. Per i prati umidi viene impedita qualsiasi forma
di bonifica, anche se effettuata con mezzi privati su terreni di proprietà. Per le
sorgenti poste in zona A viene istituito il divieto di captazione.
b) Divieto assoluto di alterare la qualità delle acque superficiali, con particolare
riferimento al divieto di utilizzo di diserbanti e disseccanti; divieto assoluto di
dissodamento dei prati, prati-pascoli e pascoli stabili.
c) Nella zona dei Quarti e nel piccolo bacino lacustre presso Campo di Giove viene
particolarmente applicato il divieto assoluto di bonifica (da intendersi come
qualsiasi azione, condotta da enti pubblici o da privati, atta ad abbassare la falda
freatica e/o ridurre la quantità di acqua disponibile sul piano campagna).
d) Piano di risanamento degli ambienti fluviali:
- controllo delle portate e verifica del rilascio delle portate legali dalle captazioni
esistenti;
- controllo degli scarichi e verifica della qualità delle acque reflue;
incentivazione della sperimentazione di sistemi di fitodepurazione;
- eliminazione delle discariche abusive di R.S.U.;
- rinaturalizzazione degli alvei;
- piano di gestione dei popolamenti ittici, attraverso la realizzazione di centri di
allevamento di ceppi autoctoni, la semina di materiale autoctono, la
realizzazione di interventi di miglioramento delle sponde e di abbattimento di
barriere alla risalita dei pesci;
- monitoraggio della qualità delle acque, delle rive e della produttività ittica.
e) Controllo dei prelievi di tipo amatoriale e professionale sulle specie vistose e
officinali (es.: Leontopodium nivale, Peonia officinalis, Lilium martagon,
Gentiana lutea, Artemisia eriantha), predisponendo anche corsi di educazione
ambientale.
f) Per tutte le aree rurali del Parco vengono concesse particolari facilitazioni a chi
vuole costruire manufatti in pietra locale a secco (ovvero senza uso di materiale
atto a cementare le pietre tra loro), mentre vengono scoraggiati manufatti in
cemento che costituiscono habitat sfavorevoli per l’erpetofauna.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
g) Viene applicato il divieto di ascensione su roccia fra febbraio e agosto, divieto di
sorvolo con mezzi privati (con o senza motore), divieto di accesso con cani, sia
liberi che al guinzaglio (permessi al guinzaglio in Zone B, C e D ed eccezion fatta
per i cani identificabili come di proprietà di pastori autorizzati).
h) Le nuove linee elettriche o telefoniche a media e bassa tensione vengono
autorizzate soltanto se completamente isolate o interrate; le nuove linee ad alta
tensione vengono autorizzate solo se interrate, salvo i casi di maggiore danno
ambientale di modalità alternative proposte.
i) Abbattimento degli agenti inquinanti (scarichi rurali, urbani e domestici) verifica
dei manufatti e delle opere di sbarramento e controllo degli equilibri.
j) Messa in sicurezza delle aree a rischio per l’interferenza con gli spostamenti degli
anfibi (sulla base di specifiche indagini biologiche aventi per oggetto
l’individuazione dei tratti di strada a rischio presenti nel comprensorio del Parco).
k) Eliminazione di potenziali barriere (recinzioni, muri di contenimento,
infrastrutture) al libero circolare di esemplari in fase di spostamento all’interno
del territorio e, in special modo, tra le aree critiche di conservazione.
l) Controllare l’intensità e la distribuzione delle fonti di illuminazione stradale ed
urbana nell’area del Parco, soprattutto nella stagione primaverile ed estiva, per
evitare indiscriminate “stragi” di insetti fotofili, in special modo Lepidotteri.
m) Applicare il divieto di raccolta della entomofauna nelle aree sommitali.
n) Protezione integrale (divieto di raccolta, distruzione, utilizzazione) delle
emergenze floristico-vegetazionali:
- nuclei di vegetazione relitta (nuclei di Betula pendula, Pinus nigra subsp.
laricio, Juniperus sabina);
- vegetazione altomontana (mugheta vaccinieto e pascoli di altitudine);
- vegetazione rupicola e glareicola;
- vegetazione mediterranea (bosco misto di leccio e latifoglie termofile).
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Piano del Parco - Schema Direttore
2.
Azioni specifiche per le diverse zone
Zone A:
In queste aree l’obiettivo prioritario è quello di garantire i massimi tassi di
riproduzione e sopravvivenza delle specie animali di particolare interesse. La tutela
della fauna dovrà essere quindi attuata nella forma più integrale tramite le misure
restrittive di seguito elencate:
a) Allo scopo di mantenere l’equilibrio ecologico e le peculiarità naturalistiche delle
aree, può essere consentito occasionalmente il pascolo condotto da residenti ed
entro le quote AIMA (Reg. CEE 3508/92). Tale attività è soggetta alla previa
autorizzazione dell’Ente Parco ed alla stretta sorveglianza dello stesso.
b) Divieto di interventi forestali di tipo produttivo e sospensione degli interventi di
selvicoltura in situazioni di sovrapposizione spaziale e temporale con i siti e i
periodi critici per le diverse specie (vedi piani dettagliati di gestione delle specie
animali e vedi anche l’azione 1.,b) sulla gestione forestale).
d) Divieto di costruzione di manufatti.
e) Divieto di accesso ai cani.
f)
Divieto di pesca e di ripopolamenti ittici con specie non autoctone.
g) Regolamentazione dell’accesso nei siti e nelle zone critici:
- accesso turistico limitato ai percorsi segnati;
- limitazione temporale degli accessi e del numero di escursionisti in relazione
alla presenza ed alle fasi del ciclo vitale dei grossi carnivori e degli ungulati
(vedi sentieristica e piani dettagliati di gestione);
- divieto di accesso alle Grotte nei periodi critici (vedi piani dettagliati di
gestione).
Zone B:
In queste zone l’obiettivo è quello di aumentare la capacità faunistica attraverso
interventi attivi di miglioramento ambientale. Anche in queste zone dovranno essere
previste tuttavia misure restrittive come di seguito specificato:
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
a) Divieto di costruzione di nuovi manufatti.
b) Divieto di ripopolamenti ittici con specie non autoctone.
c) Divieto di condurre cani senza guinzaglio, con l’eccezione dei pastori, che
dovranno comunque mantenere i cani in regola con la normativa vigente e non
farli vagare a distanza dal gregge.
d) Prescrizioni per la zootecnia e pianificazione del carico zootecnico:
- valutazione della produttività dei pascoli e zonazione flessibile dei pascoli in
relazione alla presenza dei siti critici per i grandi carnivori e degli ungulati
selvatici in modo da minimizzare le opportunità di predazione da parte dei
carnivori, la competizione con le popolazioni di ungulati selvatici, e la
trasmissione di zoonosi (vedi piani dettagliati di gestione);
- divieto di pascolo nei boschi;
- divieto del pascolo brado, in particolare dei bovini e degli equini;
- divieto di decespugliamento, utilizzazione di mezzi meccanici senza cautele
verso la fauna, e semina di miscele foraggere diverse dalle associazioni
spontanee.
f)
Prescrizioni per le attività forestali:
- protezione degli esemplari maturi di querce, castagno, faggio, in grado di
fruttificare, ovunque essi siano.
- sospensione degli interventi di selvicoltura, limitazione e rinaturalizzazione
delle strade di esbosco in prossimità dei siti critici in fasi vitali del ciclo
biologico delle specie prioritarie (vedi piani dettagliati di gestione delle specie
animali).
g) Prescrizioni per le attività agricole:
- divieto di impiego di diserbanti e disseccanti;
- graduale conversione delle tecniche colturali verso forme ecologicamente
sostenibili.
Zone C e D:
Nelle zone C e D l’obiettivo generale è quello di incentivare lo sviluppo di attività
socio-economiche compatibili con la presenza delle specie prioritarie. Verranno
quindi applicate alcune misure indispensabili quali:
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
a) Nelle zone C, divieto di realizzare recinzioni e manufatti tali da impedire la libera
circolazione della fauna, ad eccezione degli interventi di prevenzione dei danni
alle colture agricole e al patrimonio zootecnico di seguito specificati.
b) Divieto di condurre cani senza guinzaglio, con l’eccezione dei pastori, che
dovranno comunque mantenere i cani in regola con la normativa vigente e non
farli vagare a distanza dal gregge.
d) Divieto di impiego di diserbanti e disseccanti; graduale conversione delle
tecniche colturali verso forme ecologicamente sostenibili.
Aree contigue:
Nelle aree contigue gli obiettivi generali da perseguire sono quelli di evitare la
concentrazione del conflitto tra fauna e attività antropiche nelle aree di passaggio tra
diversi regimi di protezione, di garantire la continuità delle popolazioni delle specie
maggiormente mobili sul territorio e di impedire la vanificazione degli interventi di
gestione attiva nell’area protetta. Appaiono pertanto indispensabili le seguenti misure
restrittive, che dovranno essere concordate con gli Enti esterni
a) Divieto di caccia al cervo e al capriolo.
b) Vietare le immissioni di cinghiale e di lepre di qualsiasi origine.
c) Limitare gli ambiti, le giornate e le tecniche di caccia secondo specifici protocolli
da concordare con gli enti esterni.
AZIONI PER I POPOLAMENTI ANIMALI E VEGETALI
Queste azioni si rivolgono direttamente ai popolamenti animali e vegetali per interventi
diretti sui loro effettivi numerici o su pratiche di gestione che incidono direttamente sulle
popolazioni o su singoli parametri ecologici più strettamente legati alla loro sopravvivenza.
a)
Realizzare interamente le azioni specifiche elencate nei Piani di Gestione per il
cinghiale, cervo, capriolo, camoscio, lontra, lupo, orso, gatto selvatico, lince,
martora, lagomorfi, chirotteri, roditori e insettivori (vedi volume tematico).
b)
Conservazione integrale delle emergenze di tipo mediterraneo (Quercion ilicis) ed i
nuclei di Betula pendula e Pinus nigra subsp. laricio.
c)
Realizzazione di elaborazioni cartografiche relative a: distribuzione attuale e
potenziale, aree di conflitto tra fauna e attività antropiche, corridoi preferenziali di
dispersione, ecc.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
d)
Determinazione della capacità portante e eventuale pianificazione di interventi di
restocking delle popolazioni di Cervidi dopo specifiche indagini genetiche e
demografiche e analisi dettagliate di fattibilità.
e)
Programmi di captive-breeding:
- potenziamento del Centro Camoscio di Lama dei Peligni e avviamento di un
progetto di captive-breeding in collaborazione con gli altri Parchi Nazionali
Italiani.
- promozione del Centro Lontra di Caramanico: mantenimento del progetto di
captive-breeding. Il Centro della Valle dell’Orfento, per l’ampiezza delle sue
strutture e del suo “know-how”, è il miglior candidato per il ruolo di Centro di
Coordinamento e referente per le strutture di allevamento nazionali, in
collegamento diretto con il Parco Faunistico “La Torbiera”, con il Ministero
dell’Ambiente e con lo Studbook europeo. Il Centro dovrebbe in particolare
promuovere azioni dirette al recupero di animali feriti o morti eventualmente
reperiti in Italia, e rafforzare il ruolo del programma in cattività per la
conservazione della popolazione selvatica in Europa. In tal senso, la ricerca
scientifica sulla specie e sul suo habitat e la realizzazione di interventi pilota di
riqualificazione degli ambienti acquatici costituiscono le azioni prioritarie che il
Parco è chiamato a intraprendere.
f)
Piano di controllo del randagismo canino e felino, imperniato sulla messa a punto dei
seguenti protocolli:
- monitoraggio, sintonizzato sulle diverse forme di randagismo (forme padronali,
randage, inselvatichite), al fine di identificare natura, andamento e potenzialità del
fenomeno entro ed oltre i confini del parco;
- cattura, sterilizzazione e/o affidamento (canili, privati), come rimedio immediato
alla presenza di forme vaganti sul territorio e nel rispetto della L.N. 281/91;
- prevenzione tramite programmi di informazione e sorveglianza, l’istituzione di
un’anagrafe canina gestita autonomamente dall’Ente Parco, la limitazione
dell’accesso alle risorse trofiche dislocate sul territorio (rifiuti, bestiame
domestico).
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Piano del Parco - Schema Direttore
g)
Ripristino delle comunità a macrocrostacei e ittiologiche e controllo della produttività
e della biodiversità naturale: protezione integrale del fiume Aventino, dal paese di
Palena alle sorgenti (riserva genetica di Ciprinidi, salmonidi e gambero); del fosso
Vetrina, dalla confluenza con l’Orta alle sorgenti (riserva genetica di gambero); del
fiume Orfento, dalla confluenza con l’Orta alle sorgenti (riserva genetica di trota
appenninica).
h)
Eliminazione delle discariche di rifiuti e dell’accessibilità ad altre eventuali fonti
trofiche di origine antropica (p. es., scarichi abusivi dei resti di macellazione). In
situazioni critiche, e limitatamente a brevi periodi di assestamento, è possibile
prevedere in tali circostanze la creazione di siti di alimentazione fissi per l’orso, al
fine di facilitare la sua presenza in determinate zone e contenere gli spostamenti degli
individui nel lungo raggio.
i)
Creazione e gestione di centri di riproduzione seminaturale, vallivi (per il recupero e
la diffusione di ceppi nativi di pesci e macro-decapodi), da affidare a personale
specializzato previo corso di addestramento:
- Attivazione di un centro di piscicultura valliva per l’allevamento e il
ripopolamento di ceppi naturali di trota. Località e struttura più idonea: Mulino di
Caramanico sull’Orfento o ex Bacinetto Enel di Palena o ex Cava di Pretore lungo
il fiume Foro.
- Attivazione di un centro di riproduzione valliva del gambero di fiume per il
ripopolamento e la ricostituzione delle densità naturali nelle acque del PNM.
Località e strutture più idonee: Mulino di Caramanico sull’Orfento o Centro di
riproduzione sul fosso Vetrina o altro.
j)
Piano di controllo sanitario:
- sui selvatici: catture dirette, esami necroscopici tramite procedure standardizzate,
analisi dei campioni fecali;
- sui domestici: protocolli veterinari, eliminazione delle carcasse sul territorio;
riduzione delle zone di sovrapposizione dei prati pascoli.
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Piano del Parco - Schema Direttore
k)
Piani di prelievo degli ungulati:
- valutazione della consistenza e dinamica delle popolazioni;
- valutazione della distribuzione e incidenza dei danni e della fattibilità di
prevenzione in aree critiche;
- pianificazione ed esecuzione di piani di prelievo qualora le popolazioni risultino
destrutturate o i danni rilevati risultino superiori alle soglie prestabilite in aree
circoscritte;
- controllo del prelievo: valutazioni biometriche, demografiche e sanitarie dei capi
prelevati;
- vendita dei capi prelevati e sponsorizzazione dei prodotti;
l)
Armonizzazione degli interventi di gestione all’interno del Parco con quelli nelle aree
contigue, stabilendo protocolli di coordinamento con gli Enti esterni per quanto
concerne:
- i corridoi preferenziali di dispersione delle specie prioritarie;
- la prevenzione e la persecuzione del bracconaggio;
- il controllo del randagismo;
- il controllo sanitario del patrimonio zootecnico;
- il risanamento degli ambienti fluviali;
- la sensibilizzazione e l’informazione dei cacciatori e della popolazione residente.
m)
Regolamentazione dell’attività venatoria nelle aree contigue:
- definizione concertata dei distretti di gestione e dei piani di prelievo;
- incentivare l’utilizzazione di cani addestrati e specializzati e la sperimentazione di
tecniche di caccia diversificate;
- inasprimento delle pene in seguito ad infrazioni venatorie e/o a carico di specie
protette;
- controllo dei capi abbattuti, allo scopo di analizzare la consistenza, la struttura
demografica e lo stato sanitario delle popolazioni.
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Piano del Parco - Schema Direttore
n)
Promozione di azioni di coordinamento a livello nazionale:
- promuovere la definizione di strategie nazionali per la conservazione delle specie
minacciate di estinzione (lupo, orso, lontra, camoscio d’Abruzzo, Chirotteri)
- promuovere progetti interregionali per la conservazione della fauna e più in
generale degli ambienti appenninici (ad es. progetto APE e la Rete Ecologica
Nazionale in programmazione).
o)
Censimento e programma di recupero delle cultivar locali di specie agrarie (legnose e
erbacee) tradizionali. In questo contesto ricadono anche azioni di tutela delle
espressioni tipiche del paesaggio agrario tradizionale ed indirettamente si contribuisce
alla conservazione della biodiversità.
p)
Istituzione di vivai per la riproduzione di specie autoctone, in particolare di quelle in
pericolo di estinzione. Questa azione ha la valenza di conservazione della biodiversità
e di avviamento di una attività produttiva di interesse locale e nazionale.
AZIONI PER IL MONITORAGGIO
Le attività di monitoraggio possono essere condotte tramite convenzioni con Università
(anche finanziamento di borse di studio e dottorati di ricerca), convenzioni con cooperative
con le competenze necessarie (con laureati nelle materie richieste) o tramite incarichi a
singoli professionisti.
L’area oggetto di monitoraggio è costituita dal territorio del Parco, dall’area contigua e dal
comprensorio montano circostante.
Gli obiettivi del programma di monitoraggio ambientale sono:
-
Controllo dell’evoluzione della vegetazione (con particolare riferimento alle cenosi
forestali ed ai pascoli cacuminali).
-
Controllo della dinamica delle popolazioni animali (con particolare riferimento ai
grandi carnivori, agli ungulati, alle specie a priorità di conservazione ed alle specie
oggetto di programmi di intervento specifici).
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Piano del Parco - Schema Direttore
Azioni
a)
Studio degli elementi di rischio geologico l.s.
- obiettivi: controllo e valutazione dei principali elementi di rischio geologico
(processi erosivi, frane, vulnerabilità degli acquiferi e sismicità)
- modalità: Interpretazione di immagini da satellite multicalari e multispettrali
tramite sistemi informatici; censimento dei centri di pericolo (secondo le norme
C.N.R. 1995) e relativa informatizzazione; posizionamento sul territorio di
strumentazione idonea al monitoraggio dei processi di dissesto (assestimetri,
inclinometri, estensimetri, piezometri ...)
- tempi e personale: lo studio dovrà essere effettuato da personale laureato
specializzato anche tramite borse di studio, dottorati di ricerca o contratti di
ricerca con Enti di Ricerca pubblici o privati
b)
Monitoraggio della vegetazione:
- obiettivi: descrivere le trasformazioni in atto, con particolare riferimento a i) al
monitoraggio dell’evoluzione della vegetazione legnosa nelle formazioni destinate
esclusivamente alla protezione idrogeologica, ii) al monitoraggio delle popolazioni
di specie a rischio di estinzione per esiguità numerica d individui, iii) alla
evoluzione dell’orizzonte subalpino e alpino, iv) alle specie attualmente in fase di
espansione (esotiche, policore, ecc.).
- modalità: programma pluriennale e di lungo termine; uso di fotografie aeree e
satellite; recinzioni di esclusione del pascolo; aree permanenti, transetti e studi
sinfitosociologici all’interno delle diverse tipologie vegetazionali
- tempi e personale: lo studio dovrà essere realizzato da personale specializzato.
Rilievi annuali per almeno 10 anni
c)
Monitoraggio dei pascoli:
- obiettivi: descrivere le trasformazioni in atto (con particolare riferimento al
monitoraggio dell’evoluzione della vegetazione sottoposta al pascolo degli ungulati
selvatici e domestici);
- modalità: aree permanenti, transetti e studi sinfitosociologici
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Piano del Parco - Schema Direttore
- tempi e personale: lo studio dovrà essere realizzato da personale specializzato.
Rilievi annuali per almeno 10 anni
d)
Monitoraggio delle foreste
- obiettivi: avere un’informazione continua sull’evoluzione compositiva-strutturale
dei boschi anche in seguito alle variazioni meteorologiche e ai cambiamenti
climatici.
- modalità: costruzione di una rete di aree permanenti per il monitoraggio dendroauxometrico; costituzione di un giardino fenologico e di una rete di aree di saggio
permanenti per lo studio dei fenoritmi.
- tempi e personale: laureati in Scienze Forestali con specifica competenza negli
inventari forestali e nei rilievi dendrologici e dendrocronologici.
e)
Analisi genetica dei popolamenti di trote, di gamberi d’acqua dolce e di ciprinidi del
Parco attualmente elencati nell’allegato II del CITES (1992) o incluse nel Red List of
Threatened Animals, IUCN (1996)
- obiettivi: accertare l’identità genetica e contribuire al mappaggio dei popolamenti
residui autoctoni
- modalità: raccolta e analisi di esemplari
- tempi e personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali, con
specifiche conoscenze zoologiche ed una esperienza pluriennale nel settore.
f)
Monitoraggio dell’avifauna:
- obiettivi: definire la dinamica delle popolazioni ornitiche presenti, con particolare
riferimento alle specie a priorità di conservazione ed alle specie oggetto di
programmi di intervento specifici; seguire l’evoluzione dei popolamenti ornitici in
relazione alle trasformazioni dei soprassuoli (con particolare riferimento alle
cenosi forestali ed ai pascoli cacuminali).
- modalità: censimenti tramite osservazione diretta, indici di abbondanza, etc.;
- tempi e personale: laureati in Scienze Biologiche o Naturali, con specifiche
conoscenze zoologiche ed una esperienza pluriennale nel settore.
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Piano del Parco - Schema Direttore
g)
Monitoraggio erpetofauna:
- obiettivi: dinamica delle popolazioni appartenenti a specie a priorità di
conservazione ed alle specie oggetto di programmi di intervento specifici (
- modalità: Varie a seconda dei taxa
- tempi e personale: Professionisti del settore con laurea in Scienze Biologiche o
Naturali
h)
Monitoraggio entomofauna:
- obiettivi: definire il rapporto tra il pascolo di alta quota, l’habitat e la dinamica di
popolazione dell’entomofauna del suolo, con particolare riferimento ad una
valutazione dell’impatto del pascolo e dello scavo degli ungulati sulle specie
critiche
- modalità: Varie a seconda dei taxa
- tempi e personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali con
esperienza pluriennale ed esperienze specifiche sia zoologiche che botaniche.
i)
Monitoraggio di specie critiche di micromammiferi, uccelli e invertebrati
- obiettivi: definire la consistenza, la struttura e la dinamica delle popolazioni
presenti; individuare aree critiche per le diverse specie
- modalità: catture, indici di abbondanza.
- personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali con specifiche
conoscenze zoologiche.
l)
Monitoraggio delle popolazioni di specie vegetali a rischio per esiguità numerica di
individui (Cypripedium calceolus, Betula pendula, Soldanella samnitica, Salix
breviserrata, Lonicera nigra, Pinguicola fiorii).
- obiettivi: esame delle popolazioni dal punto di vista comunitario e genetico
- modalità: rilievi, cartografia, esami genetici
- tempi e personale: laureati in Scienze Biologiche o Naturali
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Piano del Parco - Schema Direttore
m)
Monitoraggio delle popolazioni di ungulati:
- obiettivi: definire la consistenza, la struttura e la dinamica delle popolazioni di
ungulati presenti; individuare aree critiche per le diverse specie
- modalità: censimenti tramite osservazione diretta, indici di abbondanza, rilievi su
esemplari abbattuti e/o rinvenuti morti, etc.;
- personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali con specifiche
conoscenze zoologiche.
n)
Monitoraggio del lupo, dell’orso e della lontra:
- obiettivi: definire la consistenza, localizzare le tane e i rendez-vous dei lupi,
accertare la riproduzione e la sopravvivenza dei cuccioli, individuare aree critiche
per lupo, orso e lontra;
- modalità: rilevamento periodico tracce e segni di presenza; wolf-howling, ecc.
- personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali con specifiche
conoscenze zoologiche.
o)
Monitoraggio del randagismo canino:
- obiettivi: controllo del fenomeno ed individuazione in tempo reale delle sue cause
- modalità: censimenti tramite osservazione diretta e/o indici indiretti, rilievi su
esemplari catturati, abbattuti e/o rinvenuti morti, etc.;
- personale: operatori specificatamente addestrati.
p)
Monitoraggio dei Chirotteri:
- obiettivi: definire la presenza e la consistenza delle diverse specie; individuare
aree critiche
- modalità: rilievi diretti in grotta; censimenti con “bat-detector”
- personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali o Ambientali con specifiche
conoscenze zoologiche.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
q)
Monitoraggio dei danni prodotti dalla fauna selvatica alle attività produttive:
- obiettivi: verificare l’efficacia delle misure di prevenzione e contenimento dei
danni intraprese
- modalità: esecuzione di un protocollo di accertamento, valutazione e
archiviazione dei danni
- personale: operatori specificatamente addestrati
r)
Monitoraggio sanitario del bestiame domestico:
- obiettivi: minimizzare il rischio di diffusione di zoonosi e di contagio della fauna
selvatica
- modalità: esecuzione di un protocollo di raccolta, valutazione e archiviazione dei
dati sanitari
- personale: Veterinari, in collaborazione con le ASL e Istituto Zooprofilattico di
Teramo.
s)
Monitoraggio sanitario della fauna selvatica:
- obiettivi: minimizzare il rischio di contagio e diffusione di zoonosi; definire piani
di emergenza
- modalità: esecuzione di un protocollo di raccolta, valutazione e archiviazione dei
dati sanitari; controllo dei capi rinvenuti morti o catturati per altre finalità;
- personale: Veterinari (collaborazione con le ASL e Istituto Zooprofilattico di
Teramo) e esperti in zoologia dei Vertebrati.
t)
Aggiornamento della Banca Dati naturalistici del Centro di ricerca del Parco:
- obiettivi: permettere il funzionamento della Banca Dati del Parco;
- modalità: informatizzazione dei dati relativi alle ricerche ed alle operazioni di
monitoraggio effettuate sulle componenti flora, fauna, vegetazione, usi agro-silvopastorali, possibilmente integrati con i dati informatizzati concernenti
infrastrutture, edificato e fruizione;
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- tempi e personale: personale addetto alla gestione del Centro di Ricerca, vengono
richieste conoscenze informatiche sufficienti alla gestione di programmi di
archiviazione e di gestione dati territoriali.
AZIONI PER LA RICERCA
Non è proponibile che il Parco si doti oggi di una grande struttura di ricerca autonoma
poiché i mezzi umani e materiali necessari sono troppo impegnativi.
D’altra parte, il Parco presenta una condizione particolarmente favorevole per l’istituzione
di un programma di ricerca molto interessante che possa supportare il monitoraggio delle
dinamiche naturali dei sistemi ecologici.
La politica più adeguata risulta quindi quella di costituire una minima struttura autonoma e
poi di favorire attivamente la costituzione di un consorzio di enti di ricerca con il fine di
creare una base logistica comune per personale e strumenti di ricerca, e di disegnare un
programma di ricerche che sia anche di interesse per il Parco. Inoltre, le attività di ricerca
possono essere condotte tramite convenzioni con Università (anche finanziamento di borse
di studio e dottorati di ricerca), convenzioni con cooperative con le competenze necessarie
(con laureati nelle materie richieste) o tramite incarichi a singoli professionisti.
L’Ente Parco si farà promotore della ricerca scientifica impostando collaborazioni
escientifiche e dirigendo le priorità di ricerca, individuando una sede di riferimento,
sostenendo eventuali spese di impianto, favorendo la conduzione delle ricerche nelle aree
interne del Parco.
Le indagini scientifiche verranno incentivate, anche economicamente, se concernono il
reperimento di dati utili alla tutela di specie a priorità di conservazione. Le altre indagini
scientifiche verranno permesse ed eventualmente fornite di appoggio logistico se non
comportano rischi considerati non trascurabili dal/i responsabili scientifici del Parco.
Gli obiettivi della ricerca sui settori naturalistici sono:
1)
Comprensione delle storia evolutiva dei sistemi e delle risorse della Majella.
2)
Realizzazione o completamento degli studi di base ed applicati riguardanti gli aspetti
naturalistici, sia per una maggiore conoscenza della biodiversità, dei processi e dei
diversi ecosistemi del Parco, sia per una sempre migliore e più efficiente strategia di
conservazione delle risorse naturali.
pag. 190
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
3)
Incentivazione della ricerca scientifica universitaria nell’area del Parco e nel
comprensorio circostante.
4)
Realizzazione di programmi permanenti di monitoraggio.
Come risulta dai capitoli precedenti, le priorità di ricerca sono rivolte soprattutto:
-
alle dinamiche della vegetazione e agli aspetti forestali;
-
al monitoraggio delle popolazioni animali e alle indagini specifiche sulle specie
critiche e minacciate.
Azioni
a)
Creazione di un centro politematico permanente di ricerca:
- obiettivi: supporto logistico della ricerca; costituzione di una rete di collegamenti e
comunicazioni tra ricercatori interessati al comprensorio del Parco, creazione di un
punto di diffusione di informazioni verso i fruitori del Parco (in forma divulgata);
- modalità: centro politematico di sperimentazione da collegare con le strutture
universitarie sia italiane che estere, con competenze non limitate all’area
direttamente interessata da Parco;
- tempi e personale: il personale è parzialmente composta da impiegati dell’Ente
Parco stabilmente assunti (minimo una o due persone) i cui requisiti minimi
devono essere: laurea in campo ambientale, esperienza nel campo della ricerca,
conoscenze informatiche avanzate, conoscenza di lingue straniere. Altro personale
può essere incaricato anche con altre forme di collaborazione (convenzioni con
cooperative, università o singoli professionisti). In totale si suggerisce di prevedere
un minimo di 3 persone opportunamente differenziate come specializzazione.
b)
Creazione di una Banca Dati G.I.S. del Parco:
- obiettivi: raccogliere, archiviare, elaborare i dati multidisciplinari afferenti al
Parco, e produrre elaborati cartografici;
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- modalità: implementazione di un G.I.S. presso il centro politematico di ricerca;
utilizzazione del materiale prodotto nell’ambito della formazione del presente
Piano;
- tempi e personale: coordinamento scientifico qualificato; addetti con conoscenze
informatiche sufficienti alla gestione di programmi di archiviazione e di gestione
dati territoriali.
c)
Microzonazione sismica dei centri abitati del Parco:
- obiettivi: individuazione delle aree interne ai centri abitati esposte a maggiore
rischio sismico;
- modalità: rilevamento geologico e geomorfologico di dettaglio (a scala da
1:10.000 e 1:5.000); studio idrogeologico; studio delle caratteristiche geotecniche
dei sedimenti (in sito e in laboratorio); produzione di carte geologico-tecniche di
dettaglio;
- tempi e personale: lo studio dovrà essere effettuato da personale laureato di
maturata esperienza tramite contratti di ricerca con Enti di Ricerca pubblici o
privati.
d)
Studio geologico del Quaternario:
- obiettivi: comprensione dell’evoluzione geologica avvenuta nelle aree del Parco e
nei settori limitrofi durante gli ultimi due milioni di anni;
- modalità: rilevamenti geologici di dettaglio (in scala da 1:25.000 a 1:10.000);
analisi biostratigrafiche e cronostratigrafiche. Produzione di carte geologiche di
dettaglio, schemi e log stratigrafici;
- tempi e personale: lo studio dovrà essere effettuato da personale specializzato
(laurea in Scienze Geologiche) tramite borse di studio, dottorati di ricerca o
contratti di ricerca con Enti di Ricerca.
e)
Studio geomorfologico di dettaglio delle montagne del Morrone e della Majella:
- obiettivi: comprensione dell’evoluzione geomorfologica avvenuta in questi settori
del Parco finalizzate alla valutazione dei rischi geologici l.s.;
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- modalità: analisi geomorfologiche di dettaglio (in scala 1:10.000); interpretazione
di immagini multiscalari e multispettrali tramite sistemi tradizionali e informatici.
Produzione di carte geomorfologiche di dettaglio;
- tempi e personale: lo studio dovrà essere effettuato da personale specializzato
(laurea in Scienze Geologiche) tramite borse di studio, dottorati di ricerca o
contratti di ricerca con Enti di Ricerca.
f)
Indagini sull’erpetofauna a priorità di conservazione (specie incluse negli Allegati del
D.P.R. 357/97 e successive modifiche, con particolare riferimento alla salamandrina
e alla vipera dell’Orsini):
- obiettivi: acquisizione di informazioni utili alla tutela delle specie nel territorio del
Parco;
- modalità: Varie a seconda dei taxa;
- tempi e personale: Professionisti del settore con laurea in Scienze Biologiche o
Naturali.
g)
Indagini sulle specie ornitiche a priorità di conservazione (piviere tortolino,
coturnice, gracchio corallino e alpino, succiacapre, zigoli, piciformi, etc.) e sulle
comunità ornitiche dei principali ambienti del Parco (in particolare la mugheta):
- obiettivi: acquisizione di informazioni utili alla tutela delle specie e degli ambienti
nel territorio del Parco, con particolare riferimento alle aree forestali, alle praterie
montane ed alle zone rupestri;
- modalità: Varie a seconda dei taxa;
- tempi e personale: Professionisti del settore con laurea in Scienze Biologiche o
Naturali.
h)
Studio di fattibilità per interventi di reintroduzione di specie ornitiche:
- obiettivi: stabilire la possibilità di una reintroduzione per specie ornitiche estinte
nel territorio appenninico e per le quale si rilevino idonee condizioni nel Parco;
- modalità: Varie a seconda dei taxa;
- tempi e personale: Professionisti del settore con laurea in Scienze Biologiche o
Naturali.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
i)
Indagini genetiche su lontra, lupo, orso, lince, camoscio, arvicole, lepri:
- obiettivi: stabilire l’identità genetica delle popolazioni locali, fornire indicazioni
per la loro conservazione e gestione;
- modalità: seguire un protocollo di raccolta e conservazione di campioni da animali
morti o tracce (peli, escrementi, ecc.); trappolamenti di micromammiferi;
- personale: convenzione con laboratori di genetica molecolare (ad es. quello
dell’INFS).
l)
Indagini sulla presenza e l’ecologia dei lagomorfi:
- obiettivi: verificare la presenza delle due specie di lepri e approfondire la
conoscenza della loro ecologia in condizioni di simpatria;
- modalità: catture, raccolta di resti, radio-tracking;
- personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in zoologia ed
ecologia dei Vertebrati.
m)
Indagini sullo status e la distribuzione dei piccoli Carnivori:
- obiettivi: accertare la consistenza delle popolazioni e le preferenze ambientali
delle specie di piccoli Carnivori, per definirne lo stato di minaccia;
- modalità: rilevamento di segni di presenza con metodiche standardizzate, catture,
radio-tracking;
- tempi e personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in
zoologia ed ecologia dei Vertebrati.
n)
Effetti della presenza degli ungulati sulle fitocenosi e sulle zoocenosi naturali, in
particolare quelle di pascolo:
- obiettivi: valutare il ruolo della presenza e dell’impatto degli ungulati (cinghiale e
cervidi) sui principali sistemi ecologici del Parco;
- modalità: analisi delle abitudini alimentari degli ungulati; analisi della
composizione e della produttività delle fitocenosi e delle zoocenosi terricole;
- tempi e personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in
zoologia ed ecologia dei Vertebrati e botanica.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
o)
Ecologia alimentare di lupo e orso e loro interazioni con gli ungulati selvatici:
- obiettivi: valutare l’impatto dei carnivori sui sistemi ecologici del Parco;
- modalità: analisi della dieta degli ungulati e dei grandi carnivori, analisi delle
interazioni predatore-preda;
- tempi e personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in
zoologia ed ecologia dei Vertebrati.
p)
Sperimentazione di sistemi innovativi di prevenzione e riduzione dei danni alle
coltivazioni e al bestiame:
- obiettivi: contribuire con dati scientifici all’individuazione di interventi finalizzati
ad attenuare il conflitto tra fauna selvatica e attività produttive;
- modalità: realizzazione di interventi pilota e applicazione di un piano sperimentale
di verifica dell’efficacia degli interventi;
- personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in zoologia ed
ecologia dei Vertebrati.
q)
Effetti del prelievo sulle dinamiche demografiche delle popolazioni di ungulati:
- obiettivi: valutare l’efficacia del prelievo eventualmente effettuato nel Parco e
nelle aree contigue ai fini della riqualificazione della struttura delle popolazioni;
- modalità: osservazioni dirette sulla struttura delle popolazioni; raccolta di dati sui
capi abbattuti;
- personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in zoologia ed
ecologia dei Vertebrati.
r)
Uso dello spazio e dell’habitat da parte degli ungulati, dei Carnivori e dei Chirotteri:
- obiettivi: migliorare la conoscenza dell’ecologia di specie critiche o minacciate e
individuare i siti critici per la loro gestione e conservazione; individuare i corridoi
preferenziali di dispersione;
- modalità: Radio-tracking;
- personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in zoologia ed
ecologia dei Vertebrati.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
s)
Presenza, distribuzione e comunità di micromammiferi:
- obiettivi: stabilire la presenza e la consistenza delle specie di micromammiferi in
relazione agli ambienti presenti nel Parco, migliorare le conoscenze riguardo alle
relazioni spaziali e funzionali tra vegetazione e comunità di micromammiferi;
- modalità: trappolamenti periodici con diverse tecniche di cattura; analisi delle
relazioni tra specie e microhabitat; analisi delle borre di strigiformi;
- personale: convenzione con Università o altri enti di ricerca; esperti in zoologia ed
ecologia dei Vertebrati.
t)
Programma di ricerca a carattere internazionale e a lungo termine riguardante la
variabilità genetica e i fenotipi di: a) trota appenninica; b) ciprinidi autoctoni; c)
granchio di fiume; d) gambero di fiume:
- obiettivi: contribuire a progetti di ricerca a carattere internazionale finalizzati alla
tutela della biodiversità
- modalità: campionamenti ittici; indagini genetiche.
- tempi e personale: personale specializzato; convenzione con Enti di ricerca.
u)
Programma di ricerca e sperimentazione sull’allevamento vallivo di trota
appenninica, di ciprinidi autoctoni e del gambero di fiume:
- obiettivi: contribuire alla sperimentazione e alla promozione di attività produttive
compatibili
- modalità: creazione di un centro di allevamento sperimentale di ceppi autoctoni
- personale: personale specializzato.
v)
Completamento delle indagini fitosociologiche:
- obiettivi: definire il quadro sintassonomico di dettaglio (associazione e
subassociazione); individuazione delle serie di vegetazione a scala di dettaglio da
collegare a studi finalizzati alla definizione degli elementi e delle unità di
paesaggio;
- modalità: metodi della fitosociologia e della ecologia di paesaggio;
- tempi e personale: esperti del settore.
pag. 196
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
z)
Caratterizzazione ecologica dei diversi ambienti del Parco basata sulle comunità
entomatiche:
- obiettivi: individuazione degli elementi entomatici più significativi come indicatori
di condizioni naturali di un dato ambiente. Ciò permette di avere una serie di
riferimenti indispensabili per studi di monitoraggio replicati nel tempo o condotti in
altre aree ecologicamente confrontabili;
- modalità: raccolte periodiche in “aree-campione” con metodologie standardizzate;
- tempi e personale: ciclo di campionamenti perlomeno biennale. Esperti del
settore.
x)
Definizione della naturalità del limite superiore del bosco:
- obiettivi: definire la dinamica dell’ecotono tra faggeta e mugheta in relazione
all’abbandono del pascolo e attività connesse;
- modalità: metodi specifici;
- tempi e personale: ricerca di medio/lungo termine da affidare a esperti del settore.
y)
Indagini su flora e vegetazione:
- obiettivi: Indagini sulle specie vegetali presenti nell’allegato alla Direttiva Habitat
92/43 dell’UE; indagine sulle specie vegetali di interesse nazionale come definito
dalla Società Botanica Italiana; indagine sugli habitat prioritari e di interesse
nazionale; censimento e cartografia floristica delle specie rare;
- modalità: rilievi e censimenti nelle diverse formazioni vegetali;
- tempi e personale: programma di lungo termine da affidare a esperti del settore.
w)
Indagini concernenti problematiche forestali e del pascolamento:
- obiettivi: comprensione delle problematiche inerenti le dinamiche evolutive del
bosco ed il pascolamento degli erbivori selvatici e domestici;
- modalità: rilievi e censimenti per aree campione nelle diverse formazioni forestali;
pag. 197
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Piano del Parco - Schema Direttore
- tempi e personale: laureati in Scienze Biologiche, Naturali e Forestali con
esperienza pluriennale ed conoscenze specifiche sia zoologiche che botaniche.
aa)
Censimento e studio delle popolazioni di tasso (Taxus baccata L.):
- obiettivi: comprendere la distribuzione e l’ecologia nel Parco delle popolazioni di
tasso. Censire e catalogare gli individui monumentali. Studi dendroecologici e
dendrocronologici;
- modalità:: perlustrazione dei boschi del Parco finalizzate alla delimitazione con
GPS delle popolazioni di tasso e al rilievo delle caratteristiche dendrocronologiche degli alberi;
- tempi e personale: laureati in Scienze Forestali con esperienza pluriennale in
Dendrologia e Dendrocronologia.
ab)
Inventario forestale:
- obiettivi: avere il quadro completo, soprattutto in termini quantitativi, della
struttura e della composizione del patrimonio forestale del Parco;
- modalità: realizzazione di un adeguato numero di aree di rilevamento
dendrometrico secondo un reticolo spaziale a maglia predeterminata;
- tempi e personale: laureati in Scienze Forestali con specifiche competenze negli
inventari forestali.
ac)
Piano energetico del Parco:
- obiettivi: ottenere un’informazione precisa sul fabbisogno energetico dei vari
comparti di attività antropica al fine di valutare con esattezza la reale necessità di
legna combustibile;
- modalità: analisi demografica e delle attività commerciali, industriali e artigianali
finalizzata al calcolo dei consumi energetici;
- tempi e personale: laureati in Ingegneria, Economia e Commercio, Scienze
Agrarie e Forestali.
pag. 198
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Piano del Parco - Schema Direttore
ad)
Carta e piano dei rimboschimenti:
- obiettivi: individuare, nel dettaglio, gli ambiti in cui è conveniente il
rimboschimento e programmare gli interventi secondo le finalità degli impianti e le
tecniche di realizzazione più appropriate;
- modalità: studio delle varie tipologie ambientali e delle tecniche di impianto più
idonee per ciascun sito;
- tempi e personale: laureati in Scienze Forestali esperti in rimboschimento.
ae)
Carta e piano della viabilità forestale:
- obiettivi: disporre di uno strumento propedeutico alle operazioni selvicolturali e di
protezione della foresta;
- modalità: studio della geomorfologia delle aree forestali anche tramite GIS e GPS;
- tempi e personale: laureti in Scienze Forestali.
AZIONI PER LA EDUCAZIONE E FORMAZIONE
Politica per l’educazione
L’educazione è uno degli scopi centrali di un Parco Nazionale e queste attività devono
essere programmate in maniera professionale e coordinata. In prospettiva il Parco dovrà
avere almeno un piccolo nucleo di persone dedicate interamente a questo programma: le
dimensioni del Parco e dei flussi turistici sono tali da giustificare un ufficio composto da
esperti appositamente assunti in grado di produrre anche i materiali didattici e di condurre
direttamente le attività di educazione autonomamente. In via subordinata, si può seguire
l’ipotesi di formare almeno un responsabile per la didattica che sarà parte dell’organico del
Parco con l’incarico di disegnare i programmi di educazione ed individuare tempi, mezzi e
referenti, e di affidare poi a gruppi organizzati esterni, cooperative, singoli esperti la
realizzazione dei programmi stessi.
Le attività legate alla didattica ambientale possono essere affidate a cooperative locali con
specifiche competenze nei settori per le quali vengono designate.
pag. 199
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Al fine di favorire una comprensione sistemica delle problematiche ambientali, dovranno
essere previste visite guidate (o altri strumenti didattici) a carattere politematico (ovvero
includendo contenuti derivanti dalle diverse componenti ambientali ed anche antropiche).
Obiettivi essenziali della politica di educazione sono:
-
Fornire ai visitatori gli strumenti conoscitivi che permettano una più completa
comprensione delle caratteristiche del Parco e della sua evoluzione, sia dal punto di
vista naturalistico e ambientale, sia da quello storico e culturale;
-
Mantenere il contatto con le scuole dell’area del Parco e con le popolazioni locali;
-
Permettere la consultazione in maniera facile e rapida del materiale documentario
concernente l’area del Parco, sia in loco, sia via rete telematica;
-
Valorizzare gli elementi caratteristici del Parco, in modo che siano visibili ed
apprezzabili dal pubblico, sotto diversi punti di vista (geologico e geomorfologico,
idrologico, vegetazionale, culturale e storico, zoologico, biogeografico, ecc.), al fine
di favorire la visione e la comprensione funzionale e strutturale dei sistemi naturali.
Azioni
a)
Preparazione di un programma di educazione ed interpretazione globale per tutto il
Parco.
b)
Itinerari, pannelli informativi, quaderni esplicativi e visite guidate. Gli itinerari
saranno organizzati per fornire la visione più ampia possibile delle varie componenti
del parco: fenomeni fluviali, periglaciali e crionivali, rupi, forre, zone umide, corsi
d’acqua più facilmente accessibili.
c)
Visite guidate per l’osservazione della vegetazione, la flora e la fauna:
riconoscimento delle comunità, identificazione delle specie principali, osservazione
diretta di animali, rilievo di tracce e segni di presenza, etc.
e)
Per l’approfondimento dei temi forestali verranno costituiti:
- una spermateca che raccolga i semi di tutte quante le specie legnose presenti nel
Parco insieme con tutte le informazioni sulla biologia del seme e sulle tecniche più
efficaci per favorirne la germinazione; la spermateca sarà localizzata presso il
Giardino Botanico di Lama dei Peligni che ha già una vasta esperienza in merito;
- un museo all’aperto di selvicoltura esteso su qualche ettaro di superficie che
illustri i principali tipi di governo e trattamento che si possono adottare per i boschi
della Majella. Attualmente musei di questo tipo esistono solo in Germania.
pag. 200
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
f)
Produzione di materiali didattici da usare presso le sedi scolastiche; visite guidate
lungo i sentieri più facili e significativi per il riconoscimento delle comunità,
l’identificazione delle specie principali, l’osservazione diretta di animali, il rilievo di
tracce e segni di presenza, etc..
g)
Realizzazione di altane e/o di altri punti per l’osservazione degli ungulati in siti
opportunamente selezionati (vedi piani dettagliati di gestione) e preparazione di
schede per il riconoscimento delle specie, dei sessi e delle classi di età; produzione di
materiale informativo sulla storia delle popolazioni di ungulati del Parco, sulle
tecniche di censimento e sulle problematiche di gestione delle diverse specie.
h)
Valorizzazione dei recinti di allevamento (camoscio, cervo, capriolo, lupo, lontra) a
fini didattici:
- creazione di un Centro Camoscio a Lama dei Peligni ampliamento delle strutture
con settori destinati alla didattica;
- valorizzazione del Centro di Popoli: creazione di un sistema di osservazione a
distanza degli animali;
- valorizzazione del Centro Lontra di Caramanico: organizzazione di esposizioni e
seminari; produzione di materiale didattico; promozione di iniziative dedicate alle
scuole.
i)
Realizzazione di un museo della fauna ipogea (possibilmente in una grotta facilmente
accessibile), con esposizione di invertebrati e vertebrati (riproduzioni e
ingrandimenti), illustrazione degli adattamenti alla vita ipogea e delle problematiche
biogeografiche e di conservazione, con particolare riferimento ai Chirotteri.
j)
Attività di formazione naturalistica:
- formazione di operatori per il monitoraggio dei danni e delle popolazioni di
ungulati e carnivori;
- seminari destinati ai coltivatori e agli operatori forestali sulle tecniche di
prevenzione e riduzione dei danni degli ungulati;
- seminari destinati agli allevatori sulle tecniche di prevenzione e riduzione dei danni
di lupo e orso;
pag. 201
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- istruzione degli operatori forestali sulle tecniche di prevenzione e riduzione dei
danni causati dai Cervidi;
- istruzione degli operatori agricoli sulle tecniche di prevenzione e riduzione dei
danni causati dagli ungulati, e sulle tecniche di falciatura atte a ridurre il rischio di
mortalità dei nuovi nati di capriolo;
- corsi destinati ai cacciatori dei Comuni del Parco e delle aree contigue su tecniche
di caccia e addestramento cani;
- corso di addestramento sulle problematiche bio-ecologiche e di gestione delle
comunità animali acquatiche e lezioni “verdi” sul campo (anche per polizia
provinciale, forestale etc.);
- seminari destinati all’utenza pesco-sportiva locale per la co-gestione incruenta
delle componenti acquatiche.
k)
Allestimento di un Aquarium con specie di spicco del Parco e illustrazione del ciclo
vallivo e allestimento di un Terrarium dedicato agli anfibi.
l)
Percorso turistico pesco-sportivo incruento.
m)
Per l’approfondimento dei temi geologici e geomorfologici verrà istituito un presidio
scientifico-didattico in concertazione con una Facoltà di Scienze Geologiche con
l’opzione di realizzare alcuni dei seguenti musei:
1) Museo della geologia del Quaternario. Localizzato nel sistema della Montagna
del Morrone e/o della Montagna della Majella, sarà finalizzato alla spiegazione
degli eventi geologici più recenti e, quindi, più vicini alle vicende della specie
umana (Paleoantropologia).
In particolare potrà essere incentrato sulla comprensione del fenomeno delle
glaciazioni (Paleoclimatologia) e sulle ricostruzioni paleoambientali, finalizzate
all’inquadramento delle condizioni attuali ed alla possibile previsione di quelle
future.
2) Museo del petrolio. Localizzato nel comune di Tocco da Casauria, potrà spiegare
la genesi del petrolio e i meccanismi che ne determinano la migrazione attraverso
gli strati geologici. In particolare, la visita alle sorgenti presenti nel Parco
rappresenterà motivo di approfondimento circa le peculiari condizioni geologiche
che ne hanno condizionato la formazione.
pag. 202
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
3) Palestra e sentieri geologici. Il territorio del Parco è caratterizzato dalla presenza
di rocce sedimentarie di diversa età e ambiente. Particolare rilevanza si potrà dare
alla “lettura” sul terreno delle principali tappe evolutive che costituiscono la storia
geologica dell’Appennino abruzzese. La dorsale della Montagna della Majella
costituisce, senza dubbio, l’area più favorevole alla realizzazione di tali progetti.
4) Museo del carsismo. La presenza di forme dovute al modellamento carsico appare
concentrata in alcune aree del Parco, tra cui la Montagna della Majella. Anche in
considerazione dell’immediato impatto emozionale che alcune manifestazione
carsiche hanno sull’uomo, si può ipotizzare la realizzazione di un sito museale che
aiuti, con visite guidate sul terreno ma anche attraverso dispositivi multimediali, a
comprendere i meccanismi e le condizioni geologiche necessari allo sviluppo di
grotte, condotti, doline, ecc.
5) Museo paleontologico con i reperti fossili di Palena.
5.2.2
Piano di riqualificazione ambientale
5.2.2.1
Azioni per la corretta gestione dei rifiuti
Nel quadro normativo del Decreto Ronchi il Parco può svolgere molte azioni educative,
promozionali e di sviluppo. Le iniziative del Parco avranno un valore dimostrativo e
innovatore, dovranno servire da stimolo per le amministrazione comunali, provinciali e
regionale che in ogni caso dovranno essere coinvolte nell’azione del Parco sino a svolgere
un ruolo attivo nel sostegno nelle diverse attività, specie di quelle che comportano la
riduzione diretta dei rifiuti ed il loro effettivo recupero/riciclaggio.
In aggiunta agli obiettivi di crescita culturale sulle tematiche ecologiche e di miglioramento
della qualità ambientale, l’azione del Parco potrà comportare effetti concreti in termini di
sviluppo dell’occupazione.
a)
attivazione di campagne di informazione per la riduzione e prevenzione dei rifiuti
attraverso le quali abitanti del Parco e fruitori vengano sensibilizzati, verso un
acquisto dei prodotti (specie quelli del settore alimentare) consapevole dell’ambiente
e dei rifiuti: uso di imballaggi riutilizzabili, precedenza dei prodotti locali (a bassa
incidenza dei costi di trasporto), preferenza di prodotti di lunga durata (in termini di
qualità e riparabilità) e poveri di imballaggi;
pag. 203
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
b)
disincentivazione all’impiego di materiali a perdere all’interno dei propri ambiti di
competenza e negli spazi di fruizione pubblica (bar, ristoranti, alberghi, mense ecc.);
c)
promozione e sostegno diretto delle iniziative private mirate al compostaggio delle
frazioni vegetali e del letame;
d)
promozione del compostaggio domestico;
e)
promozione e sostegno delle iniziative finalizzate all’attivazione di flussi economici
per la commercializzazione di materiali di recupero/riciclo;
f)
sostegno di attività produttive locali operanti nel campo del recupero/riciclaggio.
5.2.2.2
Azioni per l’attività estrattiva
Anche per questo ambito, le verifiche di campo ed i progetti di recupero devono essere
condotti e realizzati esclusivamente da un qualificato gruppo multidisciplinare: solo con
queste sinergie è possibile raggiungere un risultato finale che riqualifichi pienamente
un’area degradata.
a)
Analisi e verifica dello stato di criticità ambientale di tutti i siti di estrazione presenti
sul territorio.
b)
Individuazione di una scala di priorità d’intervento, in base al livello di pericolosità
del sito.
c)
Definizione degli interventi di bonifica, riqualificazione e recupero ambientale del
sito secondo quanto esplicitato nel volume tematico, tenendo conto anche della
possibilità di un’eventuale riqualificazione in termini di utilizzo per scopi didattici
(aule scolastiche all’aperto, aree di osservazione), culturali (teatri, ascolto della
musica), sportivi e logistici (aree sosta attrezzate, aree pic-nic). In questo senso una
prima individuazione di aree idonee può emergere dalla diretta sovrapposizione della
carta delle Manomissioni ambientali con la carta del Sistema di fruizione del Parco.
d)
Attivazione dei canali di finanziamento pubblici.
pag. 204
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
5.2.2.3
Azioni per le acque reflue
Un’importante opportunità per il Parco, sia per la soluzione (o ridimensionamento) del
problema depurativo che per le possibilità di ampliamento e sviluppo del patrimonio
naturalistico ed ecologico, può essere la realizzazione di sistemi integrati di fitodepurazione
e lagunaggio, le cui funzioni/vantaggio si identificano in:
•
sensibile efficienza del sistema specie in relazione ai carichi organici,
•
basso impatto ambientale,
•
possibilità di integrazione con impianti esistenti (in particolare sistemi Imhoff),
•
minimo consumo di energia/materie/composti chimici,
•
ridotta manutenzione,
•
ampia resistenza agli sbalzi di carico organico (specie in aree turistiche),
•
produzione di materiale vegetale riciclabile (2),
•
possibilità di creazione di aree umide con conseguente incremento del patrimonio di
biodiversità,
•
opportunità di riproduzione di specie ittiche compatibili impiegabili per ripopolamenti
faunistici,
•
integrazione con le componenti estetiche del paesaggio e conseguente sviluppo delle
funzioni turistico-ricreative,
•
possibilità di recupero di aree degradate,
•
significatività didattico-ambientale,
•
opportunità lavorative legate ad attività di manutenzione naturalistica degli ambienti
umidi ed al recupero ed alla utilizzazione di compost od altre sostanze utili.
(2)
Il recupero ottimale può avvenire di fatto attraverso l’utilizzazione di un altro
processo naturale di trasformazione della sostanza organica rappresentato dal
compostaggio
pag. 205
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
E’ necessario sottolineare infine come per la corretta analisi di fattibilità e progettazione di
tali ambienti, specie per le caratteristiche climatiche, morfologiche ed idrogeologiche del
Parco, che possono costituire fattori fortemente limitanti per l’efficiente applicazione delle
tecniche naturalistiche di depurazione, sia necessario un corretto approccio
multispecialistico basato su esperienze specifiche.
5.2.2.4
Azioni per le risorse idriche
Applicazione del nuovo testo unico sulle acque, di prossima pubblicazione, relativamente ai
seguenti aspetti:
•
valutazione qualitativa e quantitativa delle risorse idriche superficiali e sotterranee;
•
riqualificazione degli ambiti fluviali;
•
rispetto dei valori limite accettabili negli scarichi reflui;
Tutte queste azioni possono essere svolte direttamente dal Parco, creando un centro
operativo e documentale con il compito di censire, raccogliere, catalogare e diffondere
tutte le informazioni relative alla risorsa acqua.
E’ una possibilità concreta, prevista dalla legge, ed è quindi un’opportunità unica per
affrontare al meglio le due variabili indipendenti del problema acqua: il fabbisogno idrico a
una parte e la conservazione della naturalità dall’altra.
5.2.2.5
Azioni per le infrastrutture viarie
E’ necessario uno studio multidisciplinare per definire il quadro delle interazioni critiche
prodotte dalla rete viaria, finalizzato all’individuazione e progettazione di azioni di
prevenzione o di mitigazione dei meccanismi di impatto quali:
•
regolamentazione, ch
fruizione);
•
realizzazione di opportuna segnaletica relativa all’attraversamento della fauna;
•
realizzazione di strutture per l’attraversamento della fauna (ponti ecologici, sottopassi
per piccoli mammiferi ed anfibi);
pag. 206
iusura o riconversione di tratti viari (vedi anche Piano della
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
•
miglioramento naturalistico delle strutture esistenti che possano svolgere il ruolo di
ecodotti (ponti, viadotti e gallerie);
•
utilizzazione di tecniche naturalistiche di protezione dall’erosione e stabilizzazione di
versanti e scarpate;
•
realizzazione di siepi arbustive o arboreo-arbustive di specie idonee in grado di
svolgere, a seconda delle situazioni, molteplici funzioni (corridoio ecologico, habitat,
barriere sonore ed antinquinamento, prevenzione delle collisioni tra veicoli ed
avifauna in volo).
5.2.2.6
Azioni per l’inquinamento atmosferico
E’ necessario verificare l’opportunità di attivare un programma di controllo sul territorio
del Parco, specie dei settori ritenuti più fragili basato sull’uso di indicatori biologici; in tal
senso interi ecosistemi forestali possono essere impiegati come biomonitori.
Tali studi dovrebbero essere affiancati da altri, relativi a modelli di circolazione
atmosferica, necessari per la previsione della distribuzione e della ricaduta degli inquinanti
al suolo.
5.2.2.7
Linee guida per la realizzazione degli interventi di riqualificazione, recupero
e ripristino ambientale di aree degradate, per il controllo dei meccanismi di
alterazione e per il recupero di funzionalità dei sistemi
E’ evidente come l’insieme delle alterazioni e dei disturbi analizzati per la redazione della
carta delle manomissioni, costituiscono limiti diretti od indiretti delle possibilità di tutela e
di conservazione dell’area protetta.
Le azioni di impatto prodotte dai differenti elementi di degrado (cave, discariche, scarichi
reflui, captazioni, strade) agiscono quasi sempre con interazioni e meccanismi sinergici
determinando un disturbo complessivo superiore alla somma delle singole alterazioni: un
degrado sistemico che in numerosi casi supera la capacità di risposta del mosaico
ecologico.
Le linee di indirizzo compatibili con il valore complessivo del territorio considerato sono:
pag. 207
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
•
•
•
riqualificazione,
recupero,
ripristino.
Per fare questo è opportuno utilizzare metodologie e tecniche di tipo naturalistico che, con
possibili differenti approcci, sono schematizzabili nel seguente modo:
1.
Graduale recupero di naturalità attraverso la rimozione delle cause dirette di degrado
e l’innesco di meccanismi naturali di riequilibrio senza sostanziali apporti artificiali di
materia e/o energia, intervenendo essenzialmente sull’impiego di vegetazione
pioniera locale.
2.
Un secondo approccio è quello proprio dell’ingegneria naturalistica che sfrutta le
capacità biotecniche, costruttive e stabilizzatrici, associando al materiale vivente e
naturale, anche l’impiego di materiale tecnologico (reti plastiche, geocompositi ed
altro).
3.
Un terzo approccio, che tende a superare i limiti dei precedenti e le eventuali
contrapposizioni, è quello derivato dall’ecologia del paesaggio nella quale lo stesso
non è visto solo come sintesi del contesto naturale (fisico/biologico) e delle attività
dell’uomo ma come sistema di ecosistemi.
Queste linee di indirizzo, applicabili in diverse condizioni di disturbo/alterazione, risultano
largamente presenti su alcune porzioni del territorio del Parco:
•
aree di discarica e di cava,
•
aree interessate da dissesto idrogeologico (frane, erosione accelerata ...)
•
ambiti fluviali artificializzati.
Inoltre dovranno essere applicate anche per:
•
costruzione di ecosistemi filtro e neo-ecosistemi come le lagune ed i bacini di
fitodepurazione;
•
costruzione delle siepi arboreo-arbustive ed altre unità ecosistemiche utili ai fini
dell’incremento di biodiversità;
•
realizzazione di strutture ed elementi in grado di svolgere ruoli multifunzionali per la
fauna (sosta, riparo, spostamento);
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
•
estensione degli interventi di riqualificazione/recupero anche nelle aree di margine
per un miglioramento della qualità ambientale complessiva della regione,
amplificando i valori di conservazione del Parco;
•
realizzazione di aree colturali o vivai, finalizzati alla riproduzione e sperimentazione
di specie locali, arboree, arbustive ed erbacee, da impiegare nelle azioni di ripristino e
recupero ambientale.
L’utilizzazione delle tecniche naturalistiche oltre ai fini di riqualificazione e di
miglioramento della qualità ambientale descritti, ha importanti risvolti socio-economici e
culturali, in particolare per lo sviluppo dell’occupazione nelle aree montane.
Tutte queste azioni di sviluppo culturale ed occupazionale, strategiche anche per gli
obiettivi di conservazione, devono essere promosse, sviluppate e gestite dal Parco
attraverso personale interno od esterno, organizzato in forme cooperative, utilizzabile
anche nella gestione ordinaria del territorio protetto.
Il Parco dovrà assumere un ruolo fondamentale anche nel percorso formativo del
personale, percorso che dovrà garantire il raggiungimento di obiettivi prioritari:
-
far maturare i livelli di conoscenza e di consapevolezza dei valori, degli elementi di
degrado e della fragilità del territorio;
-
coinvolgere nelle finalità di tutela e conservazione del Parco sino all’eliminazione dei
contrasti uomo/natura, alla comprensione e condivisione degli obiettivi di sviluppo
sostenibile e miglioramento della qualità della vita;
-
valorizzare il patrimonio di risorse umane del territorio del Parco anche ai fini della
mitigazione della crisi occupazionale;
-
rendere consapevoli del fatto che operando nel Parco e traendo da esso
sostentamento, si partecipa alla strategia globale di conservazione ambientale.
5.2.2.8
Carta degli elementi di contrasto
La Carta degli elementi di contrasto, in allegato al Piano, sintetizza i principali interventi
necessari all’avvio del Piano di riqualificazione ambientale. La Carta deriva dall’analisi
integrata dei tematismi riguardanti la naturalità del parco, le manomissioni ambientali e gli
insediamenti.
pag. 209
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
5.2.3.
Piano per la gestione del patrimonio storico-culturale
Nel successo del Parco e dei suoi obiettivi, la conservazione e utilizzazione del patrimonio
storico culturale giuoca un ruolo di importanza eguale a quello delle risorse naturalistiche e
paesaggistiche. Questo patrimonio ha un immenso valore e una grande varietà di elementi
che debbono essere gestiti entro un piano coordinato con le altre attività di gestione del
Parco.
Obiettivi
a)
Recupero e valorizzazione del patrimonio edilizio storico.
b)
Sensibilizzazione e coinvolgimento di operatori di varie categorie (studiosi,
professionisti, gestori delle strutture alberghiere: queste ultime soffrono quasi
dappertutto della mancanza di movimento nei periodi fuori stagione) e gruppi
interessati (cooperative di giovani).
c)
Scambio di esperienze tra elementi attivi dei diversi centri, per creare una sana
emulazione in questo campo e quindi anche, nel campo delle forniture di materiali e
prestazioni, una rete di complementarietà.
d)
Portare le popolazioni dei centri che veramente fanno parte integrante del Parco a
riaggregarsi tra loro, ad orientare i loro flussi di vita anche in senso centripeto verso
la “grande montagna” e non più soltanto in senso centrifugo nelle varie direzioni che
puntano all’esterno e fanno di questi centri tanti piccoli satelliti dei maggiori centri
urbani circostanti.
Azioni per patrimonio storico-culturale
a)
Organizzazione a breve scadenza di un forum sulla materia.
b)
Individuazione di alcuni interventi concreti di più rapida attuazione e accordi con le
Soprintendenze e i Comuni.
c)
Azioni specifiche da attuare nella Unità 1 (vedi descrizione nel cap. 3.2.1.2):
• stimolazione della ricerca e raccolta museografica di tutte le testimonianze della
“civiltà contadina e di montagna”, operazione facilmente collegabile anche con le
funzioni educative della scuola;
• tipicizzazione dei prodotti alimentari e in genere della gastronomia locale: in primo
luogo il caciocavallo e la scamorza; insaccati; piatti ottenuti con verdure
spontanee della zona, come gli orapi, i tanni, i cardi; dolci tipici, quali le pizzelle e
pag. 210
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
le scarselle; il tartufo, che da qualche decennio viene raccolto sistematicamente
in varie zone. Va segnalato con urgenza che il rinomato caciocavallo prodotto
localmente da secoli rischia di venir privato del suo nome in sede commerciale per
effetto delle tipicizzazioni esclusive promosse negli ultimi anni da altri contesti
meridionali.
d)
Azioni specifiche da attuare nelle Unità 2-5:
• miglioramento della viabilità sul percorso fondamentale che “innerva” la singola
unità;
• promozione della coscienza e conoscenza di queste configurazioni territoriali
mediante efficace rappresentazione cartografica, informazione turistica veloce e
segnaletica stradale che indichi le tappe e le mete dell’intero percorso (su alcuni
tabelloni stradali questo va indicato nel suo completo sviluppo e non
frazionatamente);
• promozione di iniziative Comuni di vario genere (riguardanti soprattutto la vita
amministrativa e commerciale e le attività di associazioni e cooperative) che
mettano in particolare rapporto di collaborazione gli abitanti (residenti stabili)
all’interno delle singole unità.
e)
Azioni specifiche da attuare nella Unità 6:
• evitare, con alcuni interventi urgenti, il deterioramento del patrimonio ancora
esistente e mal conservato;
• rimuovere, gradualmente, le alterazioni reversibili, gli intonaci cementizi e le
tinteggiature in colori non confacenti, le coperture in materiali non tradizionali;
• valorizzare anche sul mercato le strutture edilizie tradizionali e riaffezionare ad
esse gli abitanti del luogo o facilitarne l’apprezzamento da parte di nuovi
proprietari (rendendo così controllato e consapevole il mercato delle seconde case
nei centri storici);
• acquisire alla disponibilità da parte delle istituzioni pubbliche o comunque per
funzioni di pubblica utilità edifici di grandi dimensioni, adatti ad ospitare musei,
centri culturali, scuole speciali, centri per congressi e simili o anche strutture
alberghiere in carattere con l’ambiente;
• riattivare produzioni, lavorazioni e competenze tecniche tradizionali necessarie per
il restauro, la manutenzione e la gestione di questo patrimonio;
pag. 211
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
• promuovere la formazione di nuove competenze ingegneristiche, architettoniche e
di maestranza, necessarie per l’impiego di nuove tecniche e di nuovi materiali
compatibili e per far fronte alle immanenti problematiche sismiche;
• proporre questo tipo di ambiente urbano come una delle caratteristiche e delle
attrattive dei centri abitati del Parco (e più in generale dei Parchi abruzzesi);
• potenziare le correnti di turismo culturale, a loro volta promotrici di attività e
competenze di tipo culturale (disponibilità di centri di servizi, di guide storicoculturali, di pubblicistica ecc.).
AZIONI DI RICERCA E MONITORAGGIO
Le attività di ricerca possono essere affidate a cooperative di provata capacità
professionale e a dipartimenti universitari per il controllo e la direzione.
Azioni:
a)
Programma (seriamente studiato e non affrettato) di ricerche, documentazione
(rilevamenti, catalogazione, archivio fotografico, registrazione fonico-visiva, ecc.) e
“interpretazione” (mediante pubblicazioni in serie omogenee) del patrimonio storicoculturale.
b)
Costante opera di messa in risalto del tema “patrimonio storico-culturale del
territorio del Parco”, affidata a un “Centro”, sponsorizzato o consorziato con il
Parco, che coordini (con strutture e tecnologie adeguate) le attività di
documentazione e promozione culturale diffuse in tutto il territorio.
c)
Allestimento di un archivio storico - documentario su base informatica, dal quale
siano accessibili i dati provenienti dai differenti archivi relativi al territorio del Parco.
Tale archivio informatizzato è accessibile sia al pubblico in visita nel Parco, sia al
pubblico distante mediante rete telematica.
d)
Indagine storica sugli usi agro-silvo-pastorali:
- obiettivi: ricerca sulle pratiche territoriali svoltesi nel territorio del Parco nelle
varie fasi storiche, con ricostruzione degli avvenimenti di vita e di lavoro e dei
principali segni fisici costruiti perduti o ancora presenti;
- modalità: rilevazione da archivi di stato e comunali, rilevazioni dirette in situ.
Elaborazioni varie, cartografiche, descrittive, schematiche;
- tempi e personale:
pag. 212
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Piano del Parco - Schema Direttore
AZIONI DI EDUCAZIONE E FORMAZIONE
Le attività legate alla didattica ambientale, storica ed antropologica, possono essere
affidate a cooperative locali con specifiche competenze nei settori per le quali vengono
designate. Al fine di favorire una comprensione sistemica delle problematiche, dovranno
essere previste visite guidate (o altri strumenti didattici) a carattere politematico (ovvero
includendo contenuti derivanti dalle diverse componenti ambientali ed antropiche).
Azioni:
a)
Organizzazione di corsi per la formazione di “guide del patrimonio storico-culturale”.
b)
Organizzare il sistema degli itinerari turistici interni all’area del Parco e la formazione
di guide storico-culturali specializzate nella conoscenza delle singole unità territoriali.
c)
Avvio di attività specifiche per la scuola. Iniziative rivolte, oltre che alle scolaresche,
direttamente alla classe docente rispondono anche a una forte attesa di molti suoi
elementi desiderosi di scoprire un ruolo più qualificato nella società in cui sono
inseriti. Le iniziative dovrebbero consistere inizialmente in corsi di formazioneaggiornamento che attribuiscano ai docenti qualifiche in qualche modo vantaggiose
per la loro carriera. L’obiettivo dovrebbe essere quello di formare, nei centri abitati
del Parco, una classe docente seriamente e specificatamente qualificata per
l’educazione delle nuove generazioni destinate, almeno in parte, ad operare in questo
contesto (anziché essere invogliate ad abbandonarlo).
d)
Visite guidate a carattere storico ed antropologico (eremi, tholos, stazzi, tratturi,
tecniche di coltivazione ed allevamento tradizionali, tecniche di sfruttamento del
bosco, etc.).
e)
Attività di formazione professionale per la produzione artigianale tipica e per la
riscoperta degli antichi metodi di produzione dei prodotti agro-alimentari tipici locali,
anche attraverso una convenzione con la scuola cuochi di Villa S. Maria (da
sviluppare nel PPES).
5.2.4
pag. 213
Piano della fruizione del parco
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Piano del Parco - Schema Direttore
Il Piano della fruizione è costituito dai presenti contenuti programmatici e dalla cartografia
in scala 1:25.000. I suoi obiettivi specifici sono:
1.
Sviluppare un progetto organico di fruizione e turismo per il parco e il contesto.
2.
Qualificare le principali infrastrutture di accesso e percorrenza del parco in termini
paesistici (“La Via Alta del Parco” e il “Treno del parco”).
3.
Attrezzare i percorsi in auto con servizi leggeri alla partenza dei principali sentieri.
4.
Riqualificare e valorizzare gli insediamenti nelle parti storiche e di recente
formazione, con particolare priorità, anche in termini di finanziamento, ai centri
interni al parco.
5.
Ripristinare e riconvertire i siti degradati.
6.
Individuare una struttura portante della fruizione adeguata all’ambiente naturale, da
rendere visibile e esternamente fruibile (accessi, percorsi, trasporti, soste, sentieri,
bivacchi e rifugi, servizi del parco, servizi dell’accoglienza).
ACCESSIBILITÀ DALL’AREA VASTA
Il Parco, pur essendo situato in zona montana, è dotato di una buona accessibilità
territoriale, prevalente nella direzione del collegamento Roma-L’Aquila-Pescara per la
presenza delle autostrade A24 e A25 in adiacenza ai confini verso nord, e determinata nella
direzione nord-sud dalla vicinanza alle autostrade A14 adriatica, il cui nodo più vicino è
Pescara, A1- autostrada del Sole - per l’accesso da sud.
Il sistema autostradale è integrato da una serie di strade di grande comunicazione che
consentono l’avvicinamento al Parco (S.S.17 per Sulmona, la S.S.652 per Castel di Sangro,
la S.S.263 e la S.S. 84 tangenti al Parco sul versante orientale).
Oltre alla viabilità, la linea ferroviaria Roma-Pescara consente di raggiungere stazioni
molto prossime ai confini del Parco (Sulmona, Popoli e Scafa); ad essa si connette la linea
adriatica per Pescara. La linea Terni-L’Aquila-Sulmona e quella da Napoli per Isernia e
Carpinone si connettono con la linea Sulmona-Carpinone che penetra nel Parco con più
stazioni interne.
A livello regionale e locale, esiste una estesa rete di viabilità in prossimità del parco, (a
nord ed a ovest) in tangenza (a est), di penetrazione (da nord e da sud).
pag. 214
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Piano del Parco - Schema Direttore
La situazione delle comunicazioni territoriali determina un elevato potenziale d’utenza
complessivo del parco, pari a circa 6 milioni di abitanti, considerando solo le principali città
poste nella distanza di 200 km, comprendente le due grandi aree metropolitane di Roma e
Napoli, i centri urbani del litorale adriatico fino ad Ancona e fino a Foggia, alcuni centri
principali di Marche ed Umbria, di Basilicata e Campania, oltre alle principali città
dell’Abruzzo.
Occorre però considerare che i potenziali d’utenza godono di ben diverse condizioni di
accessibilità in auto dalle diverse provenienze e che l’accessibilità per ferrovia diminuisce
significativamente rispetto a quella in auto.
Da quanto sopra deriva una rilevante potenzialità del Parco di attrarre visitatori da
un’estesa area territoriale, parte soltanto della quale però è dotata di accessibilità tale da
consentire visite giornaliere, mentre un significativo potenziale d’utenza possiede
condizioni di accessibilità adatte a visite più lunghe, di almeno 2 giorni.
Di questa situazione tiene conto il Piano della fruizione, in particolare per quanto attiene le
strutture della ricettività alberghiera ed extra-alberghiera.
Azioni:
a)
Per potenziare la fruizione del Parco dall’area vasta, la presenza del Parco e più in
generale dei Parchi d’Abruzzo deve essere maggiormente comunicata sia sulle grandi
strade di percorrenza che presso i tour-operators delle regioni dotate di più diretta
accessibilità.
ACCESSI AL PARCO, STRADE DI AVVICINAMENTO ED ATTRAVERSAMENTO
Volendo individuare alcuni percorsi principali connessi a breve distanza con i collegamenti
territoriali e di accesso dall’area locale su cui convogliare facilmente e adeguatamente il
transito in auto nel parco, si possono indicare:
-
-
l’accesso dalla Val di Sangro;
l’asse nord-sud da S.Valentino a Roccaraso, che attraversa tutto il parco, per circa 50
km, composto in parte nei tratti a nord e sud da strade statali (S.S.487 e S.S.84)
collegate con la strada che attraversa Passo S. Leonardo e Campo di Giove, a cui si
interconnette quasi tutta la viabilità minore;
l’accesso da Guardiagrele-Pretoro alla Majelletta;
l’accesso da Palena per Valico della Forchetta e da qui per l’asse nord-sud;
l’accesso da Sulmona a Pacentro verso Passo S. Leonardo o verso Campo di Giove; e
sempre da Sulmona a Cansano verso Campo di Giove o verso Pescocostanzo.
pag. 215
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Piano del Parco - Schema Direttore
I percorsi viari principali interni al Parco si presentano per morfologia del tracciato,
sezione, pendenza e stato generale della sede stradale funzionalmente adeguati al ruolo di
“strade del parco” e quindi di percorrenze a velocità moderate di tipo turistico-panoramico,
senza richiedere interventi di adeguamento strutturale.
La viabilità statale (S.S.84 e S.S.263) che si sviluppa sul lungo bordo est del Parco si
configura come percorrenza panoramica pedemontana che costeggia i centri urbani, da
caratterizzare per gite giornaliere per escursioni all’interno del Parco e per soggiorni legati
alla specificità dei centri urbani e dell’ambiente locale.
Azioni:
a)
Gli interventi strutturali su strade da dismettere o riconvertire riguardano: 1) il tratto
di viabilità della S.S.614, dall’albergo Mamma Rosa in loc. Majelletta al Blockhaus,
in Comune di Pretoro, che penetra nell’ambiente naturale ad alta quota,
determinando impatti negativi incompatibili con la conservazione delle aree ad alta
naturalità, e la sua riconversione in sentiero, con ripristino delle zone demolite, delle
scarpate e delle banchine; 2) l’intero tratto di strada ANAS, in variante alla S.S. 487,
compreso tra gli abitati di
S. Nicolao e S. Eufemia a Majella, in Comune di
Caramanico Terme; 3) la carreggiabile dal bivio a quota 674 m verso loc. Colle di
Fiume, Colle della Civita, Colle Remacinelli, a F.te Tettone, in Comune di
Roccamorice. 4) in Comune di Pizzoferrato, dal km 9-10 della S.S. 84, bivio per
Pizzoferrato e Gamberale a quota 1235 m, loc. La Cesa a quota 1390 loc. F.te
Coperchiara; 5) in Comune di S. Eufemia a Majella, dal km 34 della S.S. 487 a quota
1088 m, dal termine del sentiero disabili a Grotta Zappano sino a quota 1532m.
b)
Gli interventi che si rendono necessari sulla viabilità esistente nel Parco riguardano la
sistemazione dei bordi stradali, delle scarpate di raccordo e dell’arredo. Tali
interventi devono essere rivolti a caratterizzare in primo luogo il ruolo e l’immagine
portante dell’asse di attraversamento nord-sud come l’ “Alta Via dei Parchi
Abruzzesi” che, oltre ad attraversare tutto il Parco della Majella con un tracciato che
corre sul fianco del massiccio, consentendone una vista completa delle cime e dei
crinali, prosegue nel Parco adiacente del Gran Sasso e Monti della Laga, e si collega
con gli altri spazi protetti del Sirente Velino e d’Abruzzo, venendo a costituire un
grande itinerario di connessione delle principali aree naturali dell’Appennino centrali.
Gli interventi necessari riguardano:
- la sistemazione della morfologia e l’inerbimento delle banchine e delle scarpate a
lato strada;
pag. 216
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Piano del Parco - Schema Direttore
- la collocazione di protezioni stradali – guard-rails – in legno con caratteristiche
idonee alla sicurezza, su progetto specifico del parco;
- la collocazione di segnaletica, su progetto specifico del parco, con indicazione dei
principali nodi di partenza dei sentieri, dei servizi, degli ambienti di significativo
valore naturale e storico-culturale posti lungo la percorrenza, delle viste/soste
panoramiche;
- la collocazione a distanza adeguata di dispositivi di chiamata di soccorso costituiti
da colonnine radio alimentate con pannelli solari su strutture in legno, integrati con
la segnaletica.
c)
La viabilità minore esistente, oltre a quella principale richiamata, che svolge il ruolo
di adduzione alla rete principale richiede interventi di manutenzione e
riqualificazione dei bordi e dell’arredo, ed eventualmente con successivo studio di
settore l’Ente Parco potrà individuare strade da dismettere o riconvertire.
d)
I tratti di penetrazione interni al Parco verso la partenza dei sentieri dovranno essere
attentamente valutati nella funzione che svolgono, mantenendone la funzione di piste
di servizio, ma evitando che siano utilizzati come percorsi automobilistici turistici a
fondo cieco che producono rilevanti impatti sull’ambiente naturale.
IL TRENO DEI PARCHI
La linea Sulmona-Carpinone presenta grandi potenzialità di valorizzazione come linea
turistica, le cui stazioni interne (Palena, Campo di Giove) e di bordo (Cansano e
Pescocostanzo-Rivisondoli) costituiscono importanti punti di partenza per escursioni sulla
Majella.
Anch’essa, come l’Alta Via dei Parchi, se funzionalmente integrata con il tronco ferroviario
da Terni a Sulmona, con l’innesto della linea da Castel di Sangro a Lanciano, viene a
formare un percorso ferroviario stupendo dei Parchi Abruzzesi.
Il suo fascino risiede, oltre che nella vista degli ambienti attraversati, nei capolavori di
ingegneria di cui è dotata e nella particolarità delle stazioni in quota, tra cui quella di
Pescocostanzo-Rivisondoli posta a 1268 m.
Ovviamente una valorizzazione turistica di questa linea ne richiede la ristrutturazione del
servizio che deve possedere una frequenza più elevata soprattutto nelle giornate festive e
nelle stagioni primaverile-estiva-autunnale con orari adeguati all’interscambio con i treni di
pag. 217
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Piano del Parco - Schema Direttore
Sulmona provenienti da Pescara, Roma e Rieti-L’Aquila e con i treni di Carpinone-Isernia
provenienti da Napoli e da Foggia-Bari e la riqualificazione delle stazioni.
Molti parchi europei serviti da ferrovie locali con caratteristiche analoghe hanno seguito
una politica di valorizzazione di tale modalità di accesso e percorrenza nel parco, come ad
esempio la Francia, la Germania e la Gran Bretagna.
Azioni:
a)
Il Parco potrà ricercare un ruolo attivo nella realizzazione di accordi di programma
con altri Enti.
TRASPORTI PUBBLICI
Alta via del parco
Poiché il Piano individua nell’asse di attraversamento nord-sud del Parco (da S.Valentino a
Roccaraso) “Alta via dei Parchi Abruzzesi”, oltre che un elemento strategico per
incrementare la fruizione del Parco anche un grande itinerario di connessione delle
principali aree naturali dell’Appennino centrale, si rende opportuno attrezzare tale asse con
adeguato servizio pubblico di trasporto (es. servizio navetta da nord e da sud).
Attualmente tale asse risulta interessato solo in parte da servizio pubblico di trasporto nei
tratti: Scafa – S. Valentino – S. Eufemia di Majella con servizio feriale ad alta frequenza
fino a Caramanico Terme e festivo fino a S. Eufemia; Roccaraso-RivisondoliPescocostanzo esclusivamente con servizio feriale a bassa frequenza.
Azioni:
a)
Appare necessario estendere il servizio a tutto l’asse nord-sud, con frequenza elevata
soprattutto nelle giornate festive e nelle stagioni primaverile-estiva-autunnale, con
fermate, oltre che nei centri urbani, nelle stazioni di Campo di Giove, Palena e
Rivisondoli-Pescocostanzo (con orari adeguati all’interscambio con i treni della linea
Carpinone-Isernia provenienti da Napoli e da Foggia-Bari) ed in corrispondenza della
partenza dei principali sentieri (Fonte Romana, Passo S. Leonardo).
TRASPORTI PUBBLICI LOCALI DI SERVIZIO AI CENTRI
Dall’analisi dello stato attuale dei servizi pubblici emergono molteplici necessità.
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Azioni:
b)
incrementare, in generale, la frequenza delle corse feriali, soprattutto nelle stagioni
primaverile – estiva – autunnale;
c)
prevedere o incrementare dove già presente il servizio festivo con corse ed orari
adeguati anche all’interscambio nelle stazioni ferroviarie, in particolare per i seguenti
centri dai quali o in prossimità dei quali dipartono i sentieri: Guardiagrele,
Pennapiedimonte, Gamberale, Pescocostanzo, Cansano e Pacentro. Tale servizio è
da prevedere con frequenze più elevate nei week-end delle stagioni primaverile –
estiva – autunnale;
d)
prevedere un’interconnessione tra i centri di bordo, in modo da favorirne la
complementarietà funzionale ed aumentare il bacino di utenza del parco. In
particolare mancano i seguenti collegamenti: Serramonacesca-Pretoro; PizzoferratoPalena; Ateleta-Pietransieri; Pescocostanzo-Rocca Pia-Cansano; Campo di GiovePacentro; Pratola Peligna-Cansano;
e)
realizzare un circuito “Anello del parco”, costituito da un itinerario che mette in
relazione tutti i centri posti lungo il perimetro del Parco per consentire la fruibilità dei
centri, dei servizi e delle strutture del Parco in essi localizzate e di brevi tratti di
sentieri. Il servizio potrebbe essere attivato nel periodo estivo e nei week-end di
primavera ed autunno.
LE “PORTE DEL PARCO”
Alcuni centri urbani di bordo, posti lungo gli assi viari principali di accesso al Parco e
serviti da trasporto pubblico, possono costituire “Porte del parco”, strutturati come centri
di informazione, accoglienza e distribuzione quali:
-
servizi del turismo nel Parco - logistica della ricettività alberghiera ed extraalberghiera, attività e manifestazioni culturali;
materiali e strumenti informativi sulla rete dei principali sentieri, sulle escursioni e sui
servizi del Parco e dei comuni;
materiali e strumenti informativi di conoscenza del territorio;
distribuzione di accompagnatori e guide escursionistiche;
vendita di dotazioni utili per le escursioni, di materiali di pubblicizzazione del Parco e
di prodotti con il “Marchio del Parco” e locali.
pag. 219
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Piano del Parco - Schema Direttore
Questa qualificazione proposta per alcuni, pochi, centri non esclude che in molti altri centri
dei Comuni del Parco si sviluppino, come peraltro sta già avvenendo con i progetti decisi
sui fondi PTAP e CIPE, centri di visita e di accoglienza più distribuiti e complementari.
Azioni:
a)
Per la funzione di “Porte del parco” si possono individuare i seguenti centri urbani: S.
Valentino in Abruzzo Citeriore, Pescocostanzo, Pacentro, Palena, Pretoro, Ateleta,
Bolognano (frazione Musellaro) e Guardiagrele. Per ciascuno di questi centri, lo
sviluppo di funzioni di servizio legate alla fruizione del Parco può contribuire alla
crescita del livello funzionale attuale, alla valorizzazione del patrimonio storicoculturale, paesistico-ambientale e di tradizione di cui il centro ed il territorio limitrofo
è dotato, collocando la zona nell’immagine complessiva del Parco con specifiche
qualificazioni ed attrattive.
LA RETE PRINCIPALE DEI SENTIERI DI ESCURSIONE
Il Piano individua, nel molto articolato insieme di sentieri esistenti, quelli che possono
costituire la rete principale per la fruizione del parco, concepita come infrastruttura
ambientale portante, completamente interconnessa tra i suoi elementi componenti, con i
centri urbani interni ed ai margini del Parco e con la rete di accessibilità viaria e ferroviaria
dal territorio locale e dall’area vasta.
La rete si compone di:
-
una lunga traversata del Parco che tocca tutte le principali cime e si svolge per gran
parte in quota, da ovest ad est e da nord a sud (sentiero 1), percorribile per tappe,
come trekking del parco;
-
una serie di sentieri di risalita che, partendo dai centri pedemontani interni e di bordo
del parco, possono costituire escursione a sé in quanto raggiungono tutti mete
importanti, ma convergono sul sentiero traversata in quota, da cui possono proseguire
le escursioni;
-
alcuni selezionati percorsi ad anello rappresentativi di ambienti e paesaggi tra i più
significativi del parco, quali valli fluviali, valli interne, grotte, ecc.
La lunga traversata (sentiero 1) consente, con diversi gradi di difficoltà, relazioni nord-sud
ed est-ovest tra i diversi ambienti del parco.
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Piano del Parco - Schema Direttore
La zona del Parco in cui la rete individuata risulta più fitta è quella del versante orientale
della montagna della Majella, mentre risulta molto meno fitta la rete disposta sul versante
occidentale. Tale distribuzione deriva dalle condizioni morfologiche e dalla presenza
ritmata di centri pedemontani lungo il margine est del Parco da cui, attraverso valli
secondarie e canaloni, si penetra nel Parco con numerosi sentieri trasversali.
Nel territorio occidentale della montagna, invece, la presenza di un’elevata muraglia quasi
inaccessibile ha favorito il rafforzamento di collegamenti di tipo nord-sud (attraverso l’asse
viario da S. Valentino a Roccaraso), ed ha spostato i collegamenti est-ovest con il territorio
esterno lungo gli assi della viabilità di bordo.
A questa struttura portante delle escursioni il Piano rivolge gli interventi prioritari dell’Ente
Parco per la sistemazione e la sicurezza dei percorsi, la segnaletica e la dotazione o la
riqualificazione di strutture di appoggio, rivolte all’escursionismo nelle zone più interne del
Parco e al loisir nelle zone basse adiacenti ai centri urbani.
Azioni:
a)
sistemare alcuni tratti di sentieri segnalati nella cartografia del Piano della fruizione;
b)
regolamentare l’accesso ad alcune sezioni di sentieri che attraversano aree critiche
per la fauna o per altre emergenze naturalistiche (accessi calibrati a seconda delle
stagioni riproduttive o altre fasi critiche): in particolare, attenzione a sezioni dei
sentieri 1, 3, 7 e 11;
c)
raccordare con appositi tratti di sentiero i bivacchi posti e da posizionare in aree
critiche e non immediatamente vicini ai sentieri previsti;
d)
svolgere una manutenzione straordinaria generale per migliorare le condizioni
funzionali e di sicurezza della rete;
e)
progettare una specifica segnaletica per l’intera rete del parco, indicativa e
illustrativa, coordinata con quella posta sulla viabilità, in modo da unificare le diverse
segnaletiche oggi presenti in alcune zone;
f)
dotare almeno la traversata in quota ed i sentieri più “remoti” di dispositivi di
chiamata di soccorso alimentati con pannelli solari, integrati alla segnaletica.
pag. 221
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Piano del Parco - Schema Direttore
SENTIERO 1 - Sentiero di attraversamento del parco.
Lunga percorrenza da Popoli a Stazione di Palena, lungo i crinali del Morrone e della
Majella.
Il percorso integra tra di loro due tratti, uno quello da Popoli a Monte Amaro coincidente
con un tratto del trekking di Airone e il secondo, da Monte Amaro a Stazione di Palena,
coincidente con i sentieri 1 e 12 del CAI. Il tratto intermedio da Blockhaus a Monte Amaro
è comune anche alle indicazioni locali.
Il sentiero è percorribile per tratti:
-
da Popoli (Centro Storico) a quota 1093 m.
Popoli (254 m) - Vallone Malepasso (573 m) - Valle Grande (620 m) - Impianezza
(665 m) - quota 1093 m.
Dislivello - in salita 839 m
Tempo - 3 ore
Elementi di attenzione – con deviazione dal bivio di Malepasso, aree faunistiche ex
ASFD (cervo, lupo e cinghiale)
Segnaletica - CAI e Sentiero Italia
-
da quota 1093 m al Bivacco Jaccio Grande
quota 1093 m - Monte Rotondo (1732 m) - Montagnola (1649 m) - Colle dei
Sambuchi (1638 m) - Colle Affogato (1763 m) - Conca dello Jaccio Grande (1700 m)
Dislivello - in salita 800 m, in discesa 190 m
Tempo - 4 ore
Elementi di attenzione - Bivacco Jaccio Grande (in procinto di essere ristrutturato)
Viste panoramiche - da Monte Rotondo sulla Gola di Popoli, sul Gran Sasso e sulla
Majella
-
dallo Jaccio Grande a Caramanico
Jaccio Grande (1708 m) – Fonte Fredda (1439 m) – Fonte della Maddalena (1334 m)
– Fonte Castellero (circa 1000 m) – Fonte dei Porci (997
pag. 222
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
m) – Fonte di Lagonero (900 m) – Casa di Monte e Casa di Nardi (circa 700 m) –
Fonte del Pisciarello (circa 450 m) – Ponte sul Fiume Orta (438 m) – Caramanico
(Centro Storico 556 m)
Dislivello – circa 770 m in salita, circa 1300 m in discesa
Tempo – 6 ore
Elementi di attenzione – ambienti di faggete, rimboschimento di pini, pascoli ai piedi
dei boschi e delle rocce del Morrone, fontanili e casali.
Dalla Fonte dei Porci è possibile prendere una carreggiabile che conduce fino al
nucleo abitato di Salle Vecchio (562 m)
Viste panoramiche – verso la cima del Morrone.
-
da Caramanico alla Majelletta
Caramanico (556 m) - Ponte sull’Orfento - Decontra (810 m) - Fosso di S. Spirito
(903 m) - Eremo di S. Spirito a Majella (1132 m) - Colle Tondo (1384 m) - Majelletta
(1654 m)
Dislivello - in salita 1150 m, in discesa 60 m
Tempo - 5.30 ore
Elementi di attenzione - Eremo S. Spirito (Papa Celestino V)
Viste panoramiche - sulla valle, sull’Eremo di S. Bartolomeo
Segnaletica - cartelli della R.N. e Sentiero Italia
-
dalla Majelletta al Monte Amaro - Bivacco Pelino
Majelletta (1654 m) - Rifugio Pomilio (1892 m) - Blockhaus (2050 m) - Selletta
Acquattavi (2080 m) - Monte Cavallo (2171 m) - Grotta Celano (2118 m) - Bivacco
Fusco (2455 m) - Monte Focalone (2676 m) - Primo Portone (2568 m) - Cima
Pomilio (2656 m) - Secondo Portone (2566 m) - Rifugio Manzini (2523 m) - Terzo
Portone (2550 m) - Altopiano di Pesco Falcone (2653 m) - Monte Amaro (2793 m)
Dislivello - in salita circa 1140 m, in discesa 240 m
Tempo - 6.30 ore. Il percorso è spezzabile con sosta al Bivacco Fusco
Elementi di attenzione - prima del valico “Tavola dei Briganti”, iscrizioni su grosso
masso; rifugi e bivacchi Pomilio, Fusco, Manzini.
Viste panoramiche- dalla Cima del Blockhaus sui valloni dell’Orfento, di
Selvaromana e delle tre Grotte; da Bivacco Fusco sull’Anfiteatro delle Murelle
-
da Monte Amaro a Guado di Coccia
Monte Amaro (2793 m) - Forchetta di Majella (2390 m) - Tavola Rotonda (2403 m) Guado di Coccia (1652 m)
pag. 223
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Dislivello - il 1° tratto 400 m in saliscendi, poi in discesa 800 m
Tempo - 6/7 ore
Elementi di attenzione - sentiero in quota, senza punti di appoggio, con possibilità di
scendere con gli sci a Campo di Giove; mancanza di bivacchi per la sosta. Particolare
attenzione va posta al periodo di nidificazione dell’avifauna (primavera) durante il
quale l’accesso a questa parte del sentiero dovrà essere vietato.
Viste panoramiche - da Forchetta di Majella verso il vallone di Fondo di Majella
(Valle di Femmina Morta).
-
da Guado di Coccia a Stazione di Palena
Guado di Coccia (1652 m) - Monte Porrara (2137 m) - Logge di Pilato (1729 m) Stazione di Palena (1257 m)
Dislivello - in salita 485 m, in discesa circa 900 m
Tempo - 5/6 ore
Elementi di attenzione - Mancanza di Bivacchi per la sosta
Viste panoramiche - sentiero in quota, con vista sul versante adriatico e peligno, sul
bosco di S. Antonio, sul piano delle Cinque Miglia.
Sentieri di risalita
SENTIERO 2 – da Guardiagrele (Centro Storico) a Rifugio B. Pomilio
Guardiagrele (C.S. 576 m) – pressi nuclei abitati di Raselli e Comino (circa 555 m) –
Bocca di Valle (647 m) – Piana delle Mele (circa 900 m) – Valle delle Monache e
Rifugio (1086 m) – piedi del Roccione Campanaro (1472 m) – Fonte Carlese (1725
m) – Rifugio B. Pomilio (1883 m)
Dislivello – circa 1200 m (da Bocca di Valle)
Tempo – circa 1 ora da Guardiagrele a Bocca di Valle, circa 2.30 da Bocca di Valle a
Rifugio B. Pomilio
Elementi di attenzione – percorso a balcone su selvaggio canyon che si sviluppa in
buona parte nel folto del bosco.
SENTIERO 3 - Il Martellese - da Confini a Monte Focalone
Confini (493 m) – Fonte Acquaroli (539 m) – Fonte Acqua del Canale (600 m) – II°
Rifugio CFS (2049 m) – Cima Murelle (2596 m) – Sella del Monte Focalone (2676
m)
Dislivello – circa 2180 m
Tempo – circa 8-10 ore
pag. 224
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Elementi di attenzione – evitare il passaggio del sentiero nella parte bassa del Vallone
di Palombaro o Fosso La Valle: il passaggio dall’inizio del sentiero (primo tornante
strada per Feudo Ugni) fino alla fine del Vallone è critico.
Viste panoramiche - da cresta dopo Cima Murelle verso il M. Acquaviva il M.
Forcone e l’Anfiteatro delle Murelle.
SENTIERO 4 - da Fara S. Martino (Centro Storico) al Rifugio Manzini
Fara S. Martino (C.S. - 458 m) - Valle S. Spirito (958 m) - Valle di Macchia Lunga
(1490 m) - Valle Cannella (2292 m) - Rifugio Manzini (2523 m) - Sentiero 1
Dislivello – 2340 m
Tempo – 7 ore
Elementi di attenzione - Vallone dello Spirito con altissime pareti, bosco della
Macchia Lunga, anfiteatro glaciale Val Cannella.
SENTIERO 5 - da Lama dei Peligni (Centro Storico) o da Taranta Peligna (Centro
Storico) alla Grotta del Cavallone
Lama dei Peligni (C.S. 668 m) - Bivacco Fonte Tari (1540 m) - Grotta del Cavallone
(1524 m).
Taranta Peligna (C.S. 460 m) - Grotta del Cavallone (1524 m)
Dislivello – da Lama dei Peligni circa 900 m; da Taranta Peligna circa 1000 m
Tempo – da Lama dei Peligni circa 3 ore; da Taranta Peligna circa 2 ore.
Elementi di attenzione - Bivacco Macchia di Taranta (1868 m) (in vicinanza).
Viste panoramiche - sull’altopiano peligno.
SENTIERO 6 - da Palena a Guado di Coccia
Palena (C.S. 800 m) - Vallone di Cocei (1388 m) - Guado di Coccia (1652 m) Sentiero 1
Dislivello – circa 1200 m
Tempo - circa 3 ore
SENTIERO 7 – da Gamberale – intorni di Monte Sécine – Passo della Paura – Quarto del
Barone – Piazza del Re – Gamberale
Gamberale (località S. Antonio 1530 m) – Fonte Basilio (1615 m) – Passo della
Paura (1585 m) – diramazione per Monte Sécine (1883 m) – Fonte di Pietra Cernaia
(1660 m) – Pizzo di Coda (1275 m) – Fontana Puzzillo (1284 m) – Stazione di
Rivisondoli-Pescocostanzo (1279 m) – Piazza del Re (circa 1549 m) – Colle delle
Vacche (1615 m) – Blockhaus (1679 m) – Fonte di Pietra Cernaia (1660 m) ritorno a
località S. Antonio ripercorrendo il tratto di sentiero di andata.
pag. 225
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Dislivello – 400 m in salita, 385 m in discesa
Tempo – 10 ore
Elementi di attenzione – nel periodo primaverile l’accesso a parte del sentiero dovrà
essere controllato: proveniendo dal Quarto del Barone sarà obbligatori fermarsi in
località Le Carbonere senza raggiungere il Blockhaus – Pietra Cernaia. Anche l’area
di sosta in località Blockhaus – Pietra Cernaia dovrà essere regolamentata.
Viste panoramiche –itinerario che si sviluppa attraverso boschi di faggio, con
aperture visuali verso la Val di Terra, Le Carbonere, gli altipiani di Quarto di Barone
e Quarto del Molino.
SENTIERO 8 – da Pescocostanzo a Cansano.
Pescocostanzo (C.S. – 1384 m) – Fontana Felena (1252 m) – Serra Ciamaruchella
(1520 m) – Monte Pizzalto (1966 m) – Colle Ciavarelli (1433 m) – Valle di Mario
(1211 m) – Mandra delle Vacche (1003 m) – Vallepiana (circa 1029 m) – Cansano
(località S. Donato 850 m).
Dislivello – 582 m in salita, 1116 m in discesa
Tempo – 6 ore
Viste panoramiche – da Monte Pizzalto, vista sulla Majella e sugli altipiani del
settore meridionale del parco.
SENTIERO 9 - da Campo di Giove a Guado di Coccia
Campo di Giove (1057 m) - Guado di Coccia (1652 m)
Dislivello – circa 600 m
Tempo - 2 ore
Elementi di attenzione - Pieve di S. Nicola (chiesa - rifugio - stazzo); sentiero di
facile percorribilità su percorso di transumanza fino allo stazzo Guado di Coccia.
SENTIERO 10 – Fonte Romana
Rif. Fonte Romana (1250 m) – Sorgenti (1363 m) – Fonte di Collalto (1526 m) –
Stazzo (1836 m) – quota 1523 m – oppure in alternativa Fondo di Femmina morta
(2380 m) – nuovo rifugio sul pianoro
Dislivello – 1130 m
Tempo – circa 4 ore
Viste panoramiche – Valle di Femmina morta, M. Macellaro, Tavola Rotonda
SENTIERO 11 - da Pacentro (C.S.) per Passo S. Leonardo Fonte Romana
Pacentro (C.S. – 686 m) – Pian dell’Orso (1718 m) – Iazzo Cappuccio (1438m)–Fonte di
Forca (1307 m) - Passo S. Leonardo (1282 m) – Fonte della Cicuta (1172 m) –
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Sponda del Fiume Vella - Presa d’acqua di Pacentro (1073m)–Fonte di Nunzio (1249m)–Fonte
Romana (1250 m)
Dislivello - in salita circa 1400 m
Tempo – 6-8 ore.
Elementi di attenzione – vista sulle sponde del Fiume Vella e prati della Macchia.
SENTIERO 12 - da Badia per Monte Morrone
Badia (360 m) - Eremo di S. Pietro (1338 m) - Casetta (1441 m) - Monte Morrone
(2061 m)
Dislivello - in salita 1700 m da Badia a M. Morrone,
Tempo – 4 ore
Viste panoramiche - dalla Vetta del Morrone sulla Majella, il Gran Sasso e il Sirente.
SENTIERO 12 B - da Roccamorice al Sentiero 1 per Caramanico Terme
Sentieri ad anello
SENTIERO 13 - Anello dell’Orfento
Caramanico S. Croce (556 m) - Centro Visitatori della R.N. dell’Orfento (631 m) - I°
ponte di fondo valle (556 m) - destra orografica-II° ponte di fondo valle (659m) (deviazione
per l’Eremo di S. Onofrio 1089 m) - Ponte di Pietra-Rifugio forestale La Cesa (1100m)Guado di S. Antonio (1225m)- S. Nicolao (804 m)-Caramanico S. Croce (556m).
Dislivello – circa 500 m in salita ed in discesa
Tempo - 4 ore
SENTIERO 15 - La Val Serviera
Fara S. Martino (C.S. 430 m) - Capo le Macchie (632 m) - Colle Bandiera (1197 m) Sorgente Fonte Viola (1450 m) - Grotta dei Callarelli (1550 m) – Pendici Monte
Pizzone (1700 m) - Fondo Valle di S. Spirito (998 m) - Bocca dei Valloni (1055 m) Gole di S. Martino (495 m) - Capo le Macchie (632 m)
Dislivello – circa 1250 m
Tempo - 8 ore
Viste panoramiche - Cima Murelle - Monte Acquaviva.
pag. 227
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
SENTIERO ITALIA
La parte chietina è riportata dalla cartografia CAI.
I contatti intervenuti con il CAI Abruzzo per verificare queste parti e per definire il
tracciato del tratto aquilano hanno fatto rilevare un’ampia disponibilità alla
collaborazione, ma in tempi non coincidenti con quelli del piano, che quindi potrà
svilupparsi nella fase operativa anche per una più generale verifica delle proposte di
sentieristica formulate nel Piano della fruizione.
AREE DI PARCHEGGIO E DI SERVIZIO AI SENTIERI
Si fa presente la necessità di individuare una serie di aree di parcheggio e sosta alla
partenza dei sentieri dalla viabilità ed in vicinanza delle stazioni ferroviarie interne al parco.
A tal fine si rimanda ad un Piano di Settore redatto dall’Ente Parco. Il criterio generale da
seguire è quello di individuare la partenza dei sentieri dai centri urbani, al fine di favorirne
la conoscenza e la visita da parte degli escursionisti, di prevedere aree di parcheggio e di
sosta nei punti di interscambio tra viabilità e ferrovia ed inizio dell’escursione a piedi.
Tali aree, di limitate dimensioni, in alcuni casi esistenti, in altri da potenziare o da
prevedere, devono essere attrezzate per il parcheggio, l’informazione sull’escursione, una
breve sosta per l’equipaggiamento degli escursionisti. L’attrezzatura consiste
semplicemente in fontanella, piani di appoggio in legno, edicola o palina informativa.
In corrispondenza delle stazioni interne al Parco le aree di sosta possono diventare strutture
di servizio interne o aggregate ai fabbricati di stazione e dotate di servizi igienici e
spogliatoi/docce, sala soggiorno, marketing di prodotti alimentari locali, di prodotti utili alle
escursioni e di materiali promozionali del parco.
Ulteriori aree di sosta sono previste anche lungo i sentieri, in punti nevralgici del percorso,
ovviamente limitate ad un piccolo spiazzo, pianali di appoggio in legno e segnaletica.
Sono allegate schede relative alle aree di parcheggio e sosta alla partenza dei sentieri.
Azioni:
a)
Realizzazione di aree di parcheggio e sosta.
pag. 228
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Rifugi e bivacchi
Con riferimento alla rete dei principali sentieri individuata dal Piano, la parte più scoperta
di appoggi – rifugi o bivacchi – per le escursioni in quota risulta quella meridionale del
sentiero 1, tra Monte Amaro e Stazione di Palena. Tale tratto comporta un’escursione di
circa 11-13 ore.
Azioni:
-
Per i rifugi e bivacchi esistenti occorre completare gli interventi in corso e
programmati di ristrutturazione e rivedere le condizioni dell’insieme, seguendo il
criterio delle ristrutturazione dell’esistente, quando trattasi di costruzioni di vecchio
impianto, aderente ai caratteri tipologici, strutturali e formali dell’edificazione
tradizionale.
-
Criterio guida per la eventuale costruzione di nuovi rifugi/bivacchi, per la
sostituzione o ristrutturazione di quelli esistenti deve essere quello del recupero di
costruzioni esistenti (es. fabbricati rurali, tholos, stazzi) anche prevedendo, con
specifici progetti, ampliamenti o collegamenti tra fabbricati esistenti.
-
L’eventuale produzione di energia per illuminazione, sistemi di emergenza,
collegamenti e ponti radio tramite pannelli solari o centraline eoliche che dovranno
essere integrati nelle coperture o adeguatamente inseriti nel paesaggio.
SERVIZI DI ECCELLENZA DEL PARCO
Il Piano prevede, per la fruizione e la valorizzazione del parco, alcuni servizi altamente
qualificati e serviti da rete telematica, collocati in centri e località di elevata accessibilità e
riconoscibilità nel territorio del parco, da realizzarsi fondamentalmente attraverso il
recupero di edifici di alto valore storico-culturale.
pag. 229
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Azioni:
a)
-
-
-
-
-
Realizzazione di tali servizi, coinvolgendo oltre all’Ente Parco anche altri soggetti
istituzionali ed operatori, in relazione a progetti di finanziamento statali, regionali e
dell’Unione Europea:
Servizi
Centro per la ricerca naturalistico-ambientale
Ricerca sull’ambiente del Parco dotato di un nucleo di
competenze interdisciplinari, organizzazione di seminari e
convegni (vedi Piano di gestione naturalistica)
Centro per la ricerca e la documentazione storico-culturale
Documentazione, ricerca, informazione, pubblicizzazione (Biblioteca in collegamento telematico, raccolta fotografica, informazione multimediale, convegni) sulla storia del territorio del
parco, sugli aspetti economici e culturali delle varie fasi di antropizzazione, sui beni e sistemi archeologici, storici, culturali. (vedi Piano di gestione del patrimonio storico-culturale).
Centro di educazione ambientale
Sede per le attività di formazione generale e specialistica sui
parchi e delle attività didattiche.
Centro dell’escursionismo in quota
Studio, organizzazione e pubblicizzazione delle escursioni e
dei servizi connessi (collegamento telematico con le Porte del
Parco, Le Case del Parco e con i Centri visita distribuiti sul
territorio.
Centro dei rapporti nazionali ed internazionali
Organizzazione di un network di rapporti scientifici e culturali
in Italia ed Europa, progetti per richieste finanziamenti,
pubblicazioni del parco.
Scuola del Restauro edilizio ed urbano
Da organizzare con le Università e le organizzazioni edilizie
regionali e locali.
Sede operativa del parco
Localizzazione
Caramanico Terme
(eventualmente integrato al centro
visita esistente)
Pescocostanzo
(Recupero di uno degli edifici
esistenti sulla piazza principale)
Roccamorice
Campo di Giove
Badia Morronese
(Recupero della Badia)
SERVIZI DISTRIBUITI SUL TERRITORIO DEL PARCO
Nei Comuni del Parco esistono e sono programmati o in corso di realizzazione servizi per la
conoscenza, la fruizione e l’accoglienza: biblioteche, musei, centri di accoglienza, centri
visita, centri di educazione ambientale, campeggi, ostelli e campeggi natura. Data la
dimensione del Parco e la varietà dei suoi ambienti, alcuni di tali servizi possono
opportunamente essere diffusi sul territorio con riferimento alle principali direzioni di
accesso dall’area vasta e dal territorio locale: biblioteche, musei locali, centri di
informazione e accoglienza, strutture di servizio del parco.
Altri, per l’investimento e l’organizzazione che comportano, richiedono di essere più
limitati nel numero, opportunamente distribuiti sul territorio e strutturati sia in termini
edilizi che prestazionali secondo standards definiti e controllati.
pag. 230
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Azioni:
a)
Realizzazione dei seguenti servizi distribuiti sul territorio:
Esistenti ed in progetto (•)
Centri visita
Informazioni sul Parco e le sue strutture
informazioni sulle attività nel parco
Mostra tematica
Cartografia e documentazione
Materiale promozionale
Prodotti tipici del parco
Sportello pratiche o richieste al parco.
Case per l’educazione ambientale
Strutture con foresteria per ospitalità di gruppi
o classi per attività didattico/educative,
formative di lavoro o di ricerca.
Rete delle case del parco
Rete di Alberghi/Hotels fortemente
caratterizzati per localizzazione e
caratteristiche edilizie, funzionali, gestionali
ed ambientali, di dimensioni minime adeguate
ad una gestione economicamente valida,
“comunicatori” della specialità del soggiorno
nel Parco della Majella attraverso un
“Marchio del Parco”, definito e controllato
dall’Ente Parco, anche con riferimento alla
“Carta europea del turismo sostenibile”.
Rete di Campeggi ed ostelli del parco
Campeggi di piccola dimensione di sole tende
(15-20 posti) con strutture leggere di servizio,
e ostelli in strutture esistenti ristrutturate
caratterizzati da un adeguato inserimento nella
morfologia del paesaggio e da uno specifico
progetto fisico di funzionalità ambientale
(ciclo delle acque, dei rifiuti, produzione di
energia, ecc.), dotati di “Marchio del Parco”,
definito e controllato dall’Ente Parco.
Le strutture esistenti, per ottenere il Marchio
del parco, devono rispondere a definiti
requisiti fisici e prestazionali.
Rete di Campeggi Natura
Individuati dall’Ente parco. Piccole aree
dotate di attrezzature minime (tavoli, cestini,
acqua, fuoco, wc) per organizzare il
campeggio libero.
Centri di informazione ed accoglienza
-
Caramanico Terme
Bolognano (•)
Pretoro (•)
Fara S. Martino
Lama dei Peligni
Palena (•)
Popoli (•)
Proposti dal Piano
Indicazioni di localizzazione
- Campo di Giove
- Pescocostanzo
- Cansano
- Caramanico Terme
(località S.Tommaso
- Pretoro (•)
- Sulmona (senza foresteria)
2-3 nel parco, recuperando
strutture delle masserie o
degli stazzi.
- Rapino (Cimatone) (•)
- Fara S. Martino (Capo le
Macchie) (•)
- Palena (S. Antonio) (•)
- Pizzoferrato (S. Antonio)
(•)
- Cansano (Fonte
Ramarozzo) (•)
- Pacentro (Le Coppe) (•)
- Roccacaramanico (Fonte
degli Ammalati) (•)
- Rapino (•)
- Fara S. Martino (•)
- Pizzoferrato (•)
- Cansano (•)
Distribuiti nei Comuni del
parco.
Distribuiti nei Comuni del
parco.
GRANDI ITINERARI DEL TERRITORIO ABRUZZESE
pag. 231
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Il progetto della fruizione del Parco si inserisce all’interno di un sistema di fruizione che
abbraccia gli altri parchi abruzzesi estendendosi anche oltre il territorio regionale. Questo
sistema di scala vasta trova nell’Abruzzo molti elementi rappresentativi della storia del
territorio e delle civiltà passate ed un insieme di spazi naturali protetti di grande valore
naturale e paesistico che il progetto di fruizione si propone di integrare.
In particolare sono individuabili alcuni grandi itinerari del territorio abruzzese che aprono
verso l’esterno il progetto di fruizione del Parco della Majella: (figg. 2 e 3).
1.
La via dei Parchi abruzzesi
si tratta dell’alta via dorsale del Parco della Majella, la cui prosecuzione meridionale
penetra nel Parco Nazionale d’Abruzzo e quella settentrionale attraversa il Parco
Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, potendo ancora proseguire nel Parco
Nazionale dei Monti Sibillini, con un possibile anello che attraversa anche il Parco
Regionale del Sirente-Velino.
2.
La ferrovia dei Parchi
l’itinerario ferroviario più suggestivo dell’Appennino, composto dai due tronchi
ferroviari da Terni a Sulmona e da Sulmona a Carpinone, con l’innesto con la linea
da Castel di Sangro a Lanciano, che lambisce ed a tratti attraversa i territori dei
parchi, con caratteristiche di ingegneria e panoramiche di grande spettacolarità.
3.
La via dei Mercanti fiorentini
che da Firenze raggiunge Napoli lambendo il Parco della Majella lungo la via che
nella storia l’ha inserito in un ampio circuito commerciale e culturale.
4.
La via della civiltà monastica
che da Montecassino ha esteso le sue proiezioni verso l’Abruzzo specie nei secoli
VIII – XII attraverso le Abazie di S. Vincenzo al Volturno, S. Pietro Avellane, S.
Liberatore alla Majella, S. Clemente a Casauria, S. Bartolomeo di Carpineto ed
attraverso i monasteri e la fitta rete di eremi, molti dei quali sono legati alla vicenda
di Celestino V, a cui si collegano le Badie di S. Spirito del Morrone (sul Parco della
Majella) e di Collemaggio all’Aquila.
pag. 232
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
5.
La linea Gustav (Battaglia del Sangro)
i luoghi delle battaglie degli anni 1943-44 che produssero la distruzione di
Montecassino e la devastazione pressoché totale di molti paesi e cittadine della Valle
del Sangro e dell’Aventino.
Azioni
a)
Ricercare la sinergia con gli Enti Provinciali e Regionali del Turismo e con gli altri
Parchi per la organizzazione e pubblicizzazione di questi itinerari
Bacini, impianti e pratica dello sci
Il Piano prevede una generale razionalizzazione dell’uso del suolo e delle attrezzature
dell’attività sciistica. Per il bacino di Passolanciano-Majelletta, oggetto di specifica intesa
con la Regione Abruzzo, i progetti di razionalizzazione dell’esistente sono vincolati dalle
prescrizioni di cui ai punti n° 1, 2, 3, 5 del Protocollo d’intesa stesso. Per il bacino Guado di
Coccia–Tavola Rotonda, i progetti di razionalizzazione e riqualificazione dell’esistente
avverranno nel rispetto delle prescrizioni del protocollo di intesa Ente Parco-Regione
Abruzzo sottoscritto in data 2 giugno 1997 ed emendato in data 11 marzo 1998, avendo
l’analisi di piano evidenziato la non compatibilità ambientale di ulteriori impianti ed
insediamenti.
Per gli altri impianti esistenti, di piccola dimensione, che non costituiscono per
localizzazione, dimensione e struttura impiantistica attività economica rilevante per il
territorio locale, è prevista la possibilità di razionalizzazione e riqualificazione ambientale
dell’esistente.
Lo sci da fondo, in linea di massima, viene ritenuta attività sportiva compatibile con la
tutela del parco, per i limitati impatti che induce sull’ambiente naturale.
Lo sci escursionismo viene consentito lungo la rete sentieristica principale proposta per il
trekking estivo.
Azioni:
a)
Collaborazione con gli Enti locali per un progetto unitario di razionalizzazione
funzionale dei due maggiori bacini sciistici già oggetto di protocollo d’intesa.
pag. 235
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
b)
Razionalizzazione e riqualificazione ambientale delle due aree con impianti minori a
Passo S. Leonardo e a Pizzoferrato.
Arrampicata sportiva su roccia
In generale questa attività può essere consentita salvaguardando i siti interessati dalla
nidificazione dell’avifauna e fuori dalle zone a tutela integrale (vedi Piano di Gestione
Naturalistica).
Azioni:
a)
Verifica di tutte le aree e i tempi in cui l’attività non può essere consentita e
predisposizione di materiale informativo e cartellonistica specifica.
b)
Nella palestra di roccia del Vallone Santo Spirito l’attività sarà regolamentata in
funzione dei periodi di nidificazione dell’avifauna.
AZIONI DI MONITORAGGIO E RICERCA
Le attività di ricerca possono essere condotte anche tramite convenzioni con Università,
Enti di ricerca (anche finanziamento di borse di studio e dottorati di ricerca), convenzioni
con cooperative con le competenze necessarie (con laureati nelle materie richieste) o
tramite incarichi a singoli professionisti. L’area oggetto di monitoraggio è costituita dal
territorio del Parco, dall’area contigua e dal comprensorio montano circostante.
Gli obiettivi del programma di ricerca sono:
1)
Controllo dell’impatto del Parco all’interno del suo contesto territoriale: la risposta
del pubblico, i vantaggi per la popolazione locale, effetti sull’ambiente, etc..
2)
Controllo delle dinamiche inerenti la fruizione e l’economia del comprensorio,
controllo del funzionamento delle infrastrutture connesse alla fruizione e loro
mantenimento in stato di sicurezza.
Azioni
a)
Aggiornamento della Banca Dati del sistema insediativo ed infrastrutturale del
Centro di ricerca del Parco:
- obiettivi: valutare la fruizione turistica, didattica e scientifica del Parco;
pag. 236
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- modalità: informatizzazione delle autorizzazioni concernenti gli interventi eseguiti
nel Parco (sugli edifici, sui sentieri ecc.) man mano che vengono rilasciate ed
aggiornamento periodico delle cartografie (attività in coordinamento con il punto
“h”);
- tempi e personale: personale addetto alle funzioni amministrative concernenti le
autorizzazioni, vengono richieste conoscenze informatiche sufficienti alla gestione
di programmi di archiviazione e di gestione dati territoriali.
b)
Monitoraggio dei soggetti fruitori del Parco:
- obiettivi: valutare la fruizione turistica, didattica e scientifica del Parco
(provenienza dalle diverse aree, la tipologia del visitatore, le esigenze
eventualmente emergenti per il miglioramento della fruizione, etc.);
- modalità: questionari specifici dati ai visitatori nei centri visita, nei musei e nei
depositati nei bivacchi, ostelli, case hotel, alloggi in affitto; il monitoraggio deve
essere effettuata con la stessa metodologia nel corso dei diversi anni
(eventualmente aggiungendo nuovi elementi), in maniera che i dati possano essere
confrontabili;
- tempi e personale: da svolgere insieme al monitoraggio dell’economia (vedere di
seguito): utilizzare personale laureato in discipline che comprendano studi di
socio-economia (due persone), il lavoro dovrebbe essere ripetuto con scadenze
triennali, dovrebbero essere previsti 6 mesi di lavoro per ciascun operatore.
c)
Monitoraggio del funzionamento delle infrastrutture di fruizione, in collegamento ad
una squadra addetta alla manutenzione e pronto intervento:
- obiettivi: monitorare la sicurezza ed il funzionamento delle infrastrutture legate
alla fruizione (sentieri, strade, segnaletica, sistemi di comunicazione, tabelle di
confine);
- modalità: controllo periodico della stabilità dei sentieri ed opere connesse; delle
strutture di protezione dei sentieri; delle strutture metalliche di sostegno su sentiero; controllo periodico della segnaletica di orientamento dei sentieri, controllo
periodico dello stato dei boschi di protezione sovrastanti gli insediamenti; controllo
della vegetazione sui sentieri (evitare che i sentieri segnati si possano chiudere
rendendo difficoltoso il passaggio); etc.. Il personale viene munito di divise (estiva
ed invernale) corredate dalle dotazioni di sicurezza complete richieste dalle norme
relative all’utilizzo degli strumenti di lavoro previsti;
pag. 237
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
- tempi e personale: una persona sempre disponibile addetta a raccogliere le
segnalazioni di malfunzionamento dei sistemi; una squadra addetta alla
manutenzione (assunta in pianta stabile o tramite convenzione con cooperativa),
con possibilità di intervento in tempi brevi.
5.2.5
Economia e sviluppo locale sostenibile: Agricoltura, Artigianato, Turismo.
5.2.5.1
Orientamenti per il Piano di Sviluppo socio-economico
La presenza del Parco Nazionale della Majella costituisce un’occasione per realizzare
quegli interventi di tutela e riqualificazione ambientale, di miglioramento infrastrutturale, di
incentivazione alla crescita economica e di formazione professionale che dovrebbero
attenuare o risolvere il cronico stato di isolamento di molti dei Comuni interessati. Infatti,
come per la montagna appenninica in generale, la situazione è tale che la continua e
prolungata diminuzione di competitività di un’area profondamente marginale rischia di far
sparire un sistema che, fin dai tempi più antichi, si è rivelato come il più efficace presidio
per il territorio e per l’ambiente. La situazione di continua e sempre più accentuata
marginalità impone quindi la necessità di un forte intervento esogeno nelle aree depresse
per avviare un processo di sviluppo economico e sociale.
La zona montana, infatti, è quella in cui sussistono le condizioni favorevoli ad un nuovo
tipo di sviluppo legato all’utilizzo non degradante delle risorse ambientali: il paesaggio della
zona montana è caratterizzato per lo più da boschi e pascoli, da coltivi e da piccoli
insediamenti urbani, con una densità di popolazione scarsa.
L’obiettivo generale per far fronte alla marginalità di queste aree è quindi l’incremento
delle opportunità lavorative ed il miglioramento della qualità della vita, anche attraverso
una trasformazione del settore agricolo e restituendo ad esso una centralità ed una
competitività ormai perduta. L’agricoltura, infatti, ha sempre avuto un ruolo centrale nel
promuovere processi di sviluppo economico: contribuisce alla formazione del capitale,
fornisce forza lavoro ad altri settori, caratterizza il paesaggio ed influenza la qualità
dell’ambiente. L’identità culturale delle aree montane, inoltre, ha forti radici nel mondo
rurale e nelle sue tradizioni. Lo stesso degrado delle aree montane è largamente dovuto
all’abbandono delle campagne appenniniche a favore delle aree urbane e di pianura (Vitte,
1985).
pag. 238
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Un nuovo processo di sviluppo dovrebbe, invece, avere nuove caratteristiche: prima di
tutto dovrebbe essere integrato e dovrebbe inserire la valorizzazione delle sue risorse in un
contesto più ampio di valorizzazione di tutte le risorse endogene. La nuova funzione del
settore dovrebbe coniugare la nascita di nuovi mercati con la funzione di presidio del
territorio, di tutela e protezione delle risorse naturali e culturali. L’imprenditore agricolo
dovrebbe diventare protagonista quindi nel mercato del settore turistico ricreativo delle
aree rurali e la sua opera dovrebbe essere fortemente integrata con quella delle altre realtà
del sistema produttivo locale: artigianato, PMI, operatori turistici ed imprese di servizi.
Il turismo rurale rappresenta un’opportunità centrale di sviluppo economico, ma si trova
ancora allo stato embrionale; nelle zone a maggior richiamo turistico, poi, prevale ancora
un tipo di turismo che tende a sfruttare e a danneggiare le risorse ambientali. La nuova
relazione turismo-ambiente-agricoltura dovrebbe portare come risultato ad una crescita
della redditività delle zone rurali. Diventano allora essenziali un aumento della produttività
delle imprese locali nel rispetto dell’ambiente e delle norme igienico-sanitarie;
l’integrazione del sistema agricolo con le altre attività economiche; un miglioramento
qualitativo delle produzioni; un aumento dei servizi per l’agricoltura stessa e, infine, la
possibilità di riqualificazione delle risorse umane impiegate nei settori tradizionali. Alla
base di questo processo si colloca il rafforzamento dell’identità locale, la valorizzazione e la
promozione delle produzioni locali tradizionali ecocompatibili o a basso impatto ambientale
e la crescita della capacità competitiva per le aziende presenti nelle aree interessate.
Lo scopo principale di qualsiasi intervento dovrebbe essere quello di riuscire a mantenere
in loco le popolazioni rurali per presidiare il territorio e generare un riequilibro territoriale
che riduca il dislivello della qualità della vita fra le aree urbane e quelle rurali sia per
quanto riguarda le opportunità occupazionali sia per la dotazione di infrastrutture e servizi.
Un programma di sviluppo si dovrebbe proporre, quindi, di generare un incremento dei
redditi agricoli della zona e limitare gli effetti dello spopolamento e dell’invecchiamento
della popolazione. Il processo di sviluppo, infine, non deve essere un processo
incondizionato, ma, come tutta la teoria economica sullo sviluppo sostenibile indica, deve
essere un procedimento vincolato dal mantenimento del capitale naturale.
Infatti, nelle zone del Parco, occorre che gli effetti dell’attività antropica salvaguardino sia
l’equilibrio naturale e la diversità genetica sia quegli elementi di valore storico-artistico e
agro-silvo-forestale che caratterizzano il territorio.
pag. 239
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
In sintesi, gli obiettivi da raggiungere per ottenere un miglioramento della qualità della vita
nelle aree del Parco possono essere:
•
il mantenimento della popolazione rurale e l’arresto del decremento demografico;
•
un aumento del reddito pro capite della comunità rurale, attraverso una crescita del
valore aggiunto delle produzioni ed un approccio integrato fra agricoltura, turismo,
PMI, artigianato tipico etc.;
•
l’aumento dell’occupazione ed il suo consolidamento nel medio e lungo periodo;
•
l’aumento delle imprese e la realizzazione di interventi innovativi settoriali ed
intersettoriali;
•
la valorizzazione delle risorse umane presenti sul territorio;
•
il mantenimento degli spazi rurali e valorizzazione e tutela delle risorse ambientali;
•
l’identificazione e lo sviluppo delle potenzialità endogene del territorio.
E’ chiaro che il raggiungimento di questi obiettivi non può essere lasciato al solo Piano di
Sviluppo Economico e Sociale del Parco che dovrà agire in sintonia ed in stretto contatto
con tutte gli altri strumenti pubblici di intervento sul territorio.
Strategie
Sono state individuate quattro politiche guida mediante le quali realizzare gli obiettivi
esposti nel paragrafo precedente. Esse possono essere definite come:
1)
Politiche per la qualità delle produzioni.
2)
Politiche per l’adeguamento strutturale delle aziende.
3)
Politiche per la qualificazione dell’ambiente e delle infrastrutture.
4)
Politiche per l’informazione e la formazione.
Tali politiche non vanno condotte isolatamente, ma, al contrario, sono fortemente correlate
tra di loro. L’introduzione di prodotti di qualità non può prescindere dall’adeguamento
strutturale delle imprese e dalla formazione di conduttori sensibili alle necessità del mercato
e capaci di gestire sistemi produttivi più complessi. Così come lo sviluppo di un prodotto
area deve essere accompagnato da interventi di miglioramento ambientale e infrastrutturale
pag. 240
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
che incrementino le capacità ricettive dell’area e ne facciano risaltare le “qualità
ambientali” facendo così aumentare l’interesse verso l’area in questione e la conseguente
domanda di turismo. Naturalmente queste quattro politiche che accelerano la crescita del
sistema agricolo, incidono positivamente sulla realtà socioeconomica di aree rurali
svantaggiate solo se accompagnate da altre misure non solo relative al settore turistico, a
quello industriale e a quello terziario in generale. Occorre che le misure adottate siano
progettate non perdendo di vista lo sviluppo integrato e la qualificazione di tutta la filiera
produttiva.
Politiche per la qualità delle produzioni
Queste politiche devono spingere gli imprenditori agricoli ad abbandonare l’aumento della
quantità delle produzioni come obiettivo primario e spingerli, invece, ad una conversione
del sistema produttivo verso una produzione di qualità costante e diffusa che sfrutti la forte
dotazione di risorse ambientali per aprirsi nuovi sbocchi di mercato. Vanno quindi
incentivati metodi di produzione alternativi ed ecocompatibili per la tutela dell’ambiente;
questi interventi mirano a favorire le produzioni ad alta qualità, a migliorare l’aspetto
paesaggistico e naturale.
La riduzione delle eccedenze (3) permetterebbe di adeguarsi alle esigenze del mercato,
mentre la diversificazione e valorizzazione delle produzioni agro-industriali, mediante un
incremento della loro competitività, servirebbe a compensare gli investimenti necessari.
La variabile strategica del turismo ambientale può essere considerata come il motore di
sviluppo della migliore qualificazione delle produzioni locali tradizionali, anche povere, con
una conseguente valorizzazione delle produzioni sia sui mercati nazionali sia su quelli
esteri. Il sostegno delle produzioni di qualità va, quindi, inteso non solo come caratteristica
commerciale e merceologica del prodotto, ma come concetto più complesso che interessa
l’intera filiera di produzione e che, partendo dal settore agricolo, si allarga a tutte le attività
economiche a valle dalla trasformazione alla vendita fino ai servizi per l’agricoltura (4).
(3)
Ad esempio attraverso la riduzione ed il mantenimento della riduzione dell'
impiego di concimi e/o fitofarmaci e
l’introduzione ed il mantenimento delle produzioni vegetali estensive è possibile ridurre l'
effetto inquinante
dell'
agricoltura sull'
ambiente e la quantità di produzioni eccedentarie (Reg. CEE 2078/92).
(4)
L’assistenza tecnica alle aziende agricole e di trasformazione per l'
introduzione e la diffusione dei sistemi di
qualità: ad esempio verrà favorita la promozione e la divulgazione in fiere e mostre italiane e europee.
pag. 241
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Piano del Parco - Schema Direttore
A tal fine è necessario lo sviluppo di un sistema agro alimentare con filiere fortemente
integrate che renda più facile la commercializzazione dei prodotti superando l’attuale
polverizzazione e debolezza dell’offerta. Tale polverizzazione è risultata essere molto
accentuata soprattutto nei Comuni montani che offrono prodotti tipici caseari o salumi la
cui produzione è essenzialmente familiare e artigianale. Manca, cioè, un’adeguata
organizzazione per la produzione e la commercializzazione sul territorio nazionale dei
prodotti locali. Per la valorizzazione delle produzioni locali, è possibile utilizzare la
creazione di marchi di qualità. Saranno necessarie, a questo scopo: la creazione di ulteriori
marchi di origine (operando attraverso lo studio e la realizzazione di disciplinari di
produzione e di standard qualitativi di processo e di prodotto) che consentano un reale
orientamento delle produzioni verso le esigenze del mercato dei prodotti di qualità; la
diversificazione delle produzioni tramite lo sviluppo di colture quali tartufo, erbe officinali,
ecc.; la realizzazione di sistemi di controllo sia dei processi produttivi che della qualità
finale della produzione e la creazione di una rete di servizi innovativa ed efficiente che
accompagni ed aiuti la trasformazione. Tutti questi interventi dovrebbero portare a
raggiungere un incremento della qualità dei prodotti con conseguente aumento del prezzo
di vendita e quindi del valore aggiunto.
La diffusione della conoscenza dei prodotti tipici dovrà essere attuata mediante la
commercializzazione degli stessi con marchi di qualità ed utilizzando tutte le sinergie
possibili con altre risorse presenti sul territorio. Si vogliono potenziare e soddisfare gli
interessi del pubblico legati alla riscoperta delle tradizioni, alla valorizzazione del
patrimonio monumentale, all’apprezzamento delle valenze paesaggistiche e naturali. I
prodotti potrebbero ad esempio essere presentati con il sostegno alla commercializzazione e
con materiale promo-pubblicitario ad iniziative, campagne promozionali e manifestazioni
culturali. L’esigenza di valorizzare i prodotti tipici in Italia e all’estero è emersa anche
durante interviste telefoniche ai produttori locali: ad esempio i produttori sostengono che
l’approvazione di un marchio di qualità da parte della CEE proteggerebbe le produzioni
locali dalle imitazioni e dalla concorrenza, permettendo anche una sua migliore
commercializzazione, con conseguente ampliamento del mercato. Essi sostengono anche
che, a tale scopo, andrebbe incoraggiato l’associazionismo dei produttori.
Politiche per l’adeguamento strutturale delle imprese
Attualmente l’azienda agricola tipo di montagna, è caratterizzata da bassa vitalità e
dinamicità ed da una scarsa reattività alle esigenze del mercato. Le sue ridotte dimensioni
non permettono economie di scala ed efficienza e rendono difficile la diffusione delle
pag. 242
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
informazioni. La dotazione strutturale è spesso ridotta e non consente all’azienda una
pianificazione accurata. Anche l’elevata frammentazione produttiva delle imprese, il basso
grado di capitalizzazione che le contraddistingue (anche dovuto al carattere di aziende a
conduzione familiare) e l’eccessivo ricorso al credito ordinario possono agire come
strozzature all’effettivo sviluppo del settore agricolo. Occorre quindi una politica che
introduca una razionalizzazione del settore mirata allo sviluppo tecnologico ed al recupero
di competitività delle aziende. La politica deve sia facilitare l’introduzione di nuove
tecnologie e l’applicazione di metodologie gestionali innovative (per abbassare i costi di
produzione e migliorare la qualità delle produzioni) sia consentire una riqualificazione
finanziaria ed un migliore accesso al credito.
Per il comparto zootecnico, ad esempio, si suggeriscono interventi per la valorizzazione e lo
sviluppo delle potenzialità produttive delle aziende ed il miglioramento delle condizioni
strutturali degli allevamenti attraverso una razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse
idriche e di pascolo (5); incentivi finanziari per la creazione di aziende tecnicamente ed
economicamente efficienti, per gli allevamenti di bovini, ovicaprini, suini, cunicoli, selvatici
ed api; la qualificazione delle produzioni dal punto di vista igienico-sanitario, la
valorizzazione delle risorse autoctone, il sostegno degli allevamenti delle razze più
minacciate, con prevalenza verso le razze da carne e la riduzione delle produzioni ovine da
latte; la ristrutturazione aziendale delle imprese marginali del settore al fine di renderle
compatibili con la normativa igienico-sanitaria; la riduzione dell’impatto ambientale delle
deiezioni (es. uso di reflui come fertilizzante in sostituzione di quelli chimici), specialmente
negli allevamenti suini, e il miglioramento degli standard qualitativi.
Per quanto riguarda l’artigianato si potrebbe agire attraverso una ristrutturazione ed il
rinnovo del capitale fisso da un lato ed attraverso la crescita della rete di vendita dall’altro.
Nel primo caso, ad esempio, si potrebbero prevedere finanziamenti per il rinnovo dei
macchinari o per l’adeguamento alle normative per la sicurezza. Nel secondo caso si
dovrebbero prevedere misure che migliorino la commercializzazione dei prodotti, come per
esempio la partecipazione a fiere, la realizzazione di campagne pubblicitarie, di studi di
marketing etc.
(5)
Come previsto dal regolamento CEE 2078/92, infatti, è possbile ricevere incentivi per la riduzione della densità del
patrimonio bovino ed ovino per unità di superficie allo scopo di promuovere l'
estensivizzazione degli allevamenti
bovini e ovini per ridurre il carico per ettaro sulla superficie, di terreno a pascolo: si applica mediante la
diminuzione del numero di capi per ettaro o l'
ampliamento di superficie foraggiera aziendale.
pag. 243
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Piano del Parco - Schema Direttore
Non vanno poi trascurati la modernizzazione delle PMI operanti nel territorio e il rapporto
con le grandi imprese presenti nei comuni del Parco, a tal fine si potrebbero prevedere
interventi atti ad incentivare il rapporto tra industria ed ambiente l’introduzione dei bilanci
ambientali d’impresa e dei sistemi di gestione ambientale per la certificazione ambientale
secondo le normativa CEE 1836/92, o gli standard ISO 14000 e BS 7750.
Per quanto riguarda il turismo sicuramente vanno identificati interventi finalizzati al
miglioramento della ricettività rurale finanziando la creazione di posti letto per
l’agriturismo, migliorando la qualità dell’accoglienza o favorendo l’incontro tra domanda
ed offerta con interventi quali la creazione di un circuito integrato dell’ospitalità rurale.
Un miglioramento della qualità della vita degli occupati attraverso l’uso di tecnologie più
avanzate dovrebbe, inoltre, ridurre il livello dei fattori motivazionali che inducono
all’abbandono dell’attività zootecnica. Non vanno poi trascurati la modernizzazione delle
componenti artigianali delle PMI operanti nella filiera agroalimentare e il miglioramento
della ricettività rurale attraverso interventi che, ad esempio, finanziano la creazione di posti
letto per l’agriturismo.
Politiche per la qualificazione dell’ambiente ed infrastrutture
Obiettivo primario di questa politica è quello di favorire lo sviluppo del turismo rurale ed
ambientale e delle attività ricreative ecocompatibili, tramite, tra l’altro, iniziative relative
alla conservazione, alla tutela ed alla valorizzazione del patrimonio ambientale nel sistema
integrato dei Parchi e delle aree protette abruzzesi e nazionali. Le azioni potrebbero avere
come fine anche quello di recuperare l’identità locale e di migliorare la qualità della vita
delle popolazioni residenti.
Tra le misure si prevedono:
1)
Garantire una maggiore facilità di accesso alla fruizione delle aree naturali per
operatori economici e turisti ed un aumento, dovuto alle esternalità positive degli
investimenti pubblici, della produttività e della competitività delle aziende, con un
conseguente continuo e costante presidio del territorio anche in seguito a contratti di
coltivazione.
2)
La conservazione e valorizzazione del patrimonio edilizio e naturale anche
attraverso il recupero di edifici a sostegno dello sviluppo del turismo rurale.
3)
L’incremento della qualità delle infrastrutture e dei servizi destinati al turismo.
pag. 244
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Piano del Parco - Schema Direttore
4)
Sviluppare e diffondere la conoscenza e l’informazione ambientale e dei metodi più
idonei di fruizione della natura.
Politiche per la formazione e la qualificazione
Una riqualificazione dell’economia delle aree del Parco e la sua conversione verso
l’ecocompatibilità non può prescindere da azioni per la valorizzazione delle risorse umane e
per la formazione del personale addetto alla produzione, alla gestione, alla
commercializzazione ed alla valorizzazione in genere dei prodotti delle aree in questione.
Qualificare e valorizzare le risorse umane vuol dire fornire al mercato del lavoro operatori
in grado di contribuire al miglioramento della qualità delle produzioni agricole, di introdurre
tecnologie e produzioni ecocompatibili e di diffondere moderne tecniche di gestione
economico-finanziaria delle imprese; vuol dire inoltre dotarsi di personale in grado di
valorizzare le aree protette e tutelare il patrimonio forestale. A tal fine si potrebbero
prevedere corsi per la formazione e l’aggiornamento per la gestione informatizzata delle
aziende agricole, per tecnici nel campo dell’agricoltura biologica, per operatore tecnico
forestale, per guide Parco e attività di formazione professionale su metodi di diagnosi e
monitoraggio, nonché su metodi di management e sulle strategie di servizio e di prodotto. Si
pensa soprattutto alla formazione ed all’informazione dei produttori agricoli tramite lo
sviluppo dei servizi di assistenza tecnica ed a programmi di valorizzazione delle risorse
agro-ambientali.
Non vanno trascurate la creazione di scuole di formazione per l’artigianato che recuperino
e trasmettano il patrimonio di conoscenze acquisito nei secoli e forniscano, allo stesso
tempo, ai futuri artigiani tutte le conoscenze per la gestione moderna di un azienda.
Lo sviluppo rurale può essere promosso anche attraverso la costituzione di agenzie di
sviluppo per l’imprenditoria giovanile locale, l’attuazione di audit di impresa e di settore.
Occorre inoltre incentivare l’imprenditorialità rurale della zona valorizzando l’iniziativa di
singoli o associazioni che hanno interesse ad investire in attività produttive e coordinando
le esperienze e le iniziative di soggetti pubblici con quelli privati. Per garantire un equilibrio
con le risorse naturali e ambientali che eviti un sovrasfruttamento di esse e per avere una
chiara visione delle risorse economiche, culturali e umane effettivamente presenti sul
territorio, occorre che la popolazione assuma maggiore coscienza delle qualità e delle
potenzialità del territorio protetto attraverso una più ampia disponibilità delle informazioni
e conoscenze su di esso.
pag. 245
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Sarebbero utili, a tal fine, lo svolgimento di analisi e indagini conoscitive per la formazione
di banche dati finalizzate ad una migliore conoscenza del territorio e all’allargamento delle
partnership locali.
Considerando poi la necessità di uno sviluppo integrato, occorre stimolare
l’imprenditorialità e la progettualità di PMI e del settore artigianale attraverso, ad esempio,
la realizzazione di progetti pilota finanziati dalle Istituzioni.
E’ inoltre importante la creazione di una rete per l’informazione, la comunicazione e lo
scambio di know how tra le diverse realtà dei Parchi Appenninici, sia nell’ambito dello
stesso Parco sia all’interno del sistema delle aree protette, in modo che le iniziative di
successo possano essere applicate altrove; la rete dovrebbe essere predisposta in modo tale
da garantire uno scambio di informazioni sia di tipo verticale tra istituzioni ed operatori, sia
di tipo orizzontale ossia tra operatori di uno stesso livello.
Come già affermato il realizzarsi di un sistema come quello di APE dovrebbe favorire tale
scambio.
5.2.5.2
Turismo e promozione dello sviluppo locale nei Comuni del parco
Le proposte di politiche e azioni per il turismo e lo sviluppo locale sostenibile sono
strettamente integrate con il Piano della fruizione del parco, sia sotto l’aspetto funzionale
che sotto l’aspetto ambientale, diventando quindi una la condizione ed il sostegno
dell’altra.
Pertanto per quanto riguarda gli aspetti generali di organizzazione del parco, come ad
esempio l’accessibilità dall’area vasta e locale ed i principali servizi, si rimanda al Piano
della fruizione. Inoltre le politiche e le azioni che seguono sono presentate solo come linee
direttive generali e spunto per un approfondimento successivo in sede di Piano socioeconomico.
1.
Ricettività alberghiera ed extra-alberghiera
La ricettività alberghiera complessiva nei Comuni del Parco è fortemente squilibrata
nella distribuzione territoriale in quanto concentrata nei Comuni posti a meridione ed
interni. I primi ed in particolare Roccaraso e Rivisondoli basano la propria dotazione
fondamentalmente su un turismo tradizionale, formatosi prima dell’istituzione del
parco; ciò che si verifica seppure in misura minore per Caramanico -le terme - e per
Campo di Giove -gli impianti sciistici-.
pag. 246
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Il parco, sviluppando un turismo legato alle proprie attrattive naturalistiche e
culturali, può sostenere la nascita o la crescita di strutture ricettive nelle aree meno
dotate (i versanti settentrionale e orientale), puntando principalmente su tipologie di
offerta adatte al turismo naturalistico, escursionistico e culturale (Case del parco, bed
and breakfast o piccole strutture di ospitalità a gestione famigliare) e
sull’ampliamento dell’offerta extra-alberghiera (campeggi, ostelli, campeggi natura,
agriturismo, rifugi). Gli interventi riguardano soprattutto il settore privato che
potrebbe trovare stimolo dalla complessiva progressiva realizzazione del Piano della
fruizione del Parco (parcheggi e servizi di sosta, sentieri, rifugi e bivacchi, servizi del
Parco e connessi), soprattutto nei centri che stanno alla partenza delle escursioni.
Caratteristica particolare assumono le “Case del Parco”, concepite come
emblematiche strutture ricettive, localizzate in zone ed edifici di particolare valore
storico-culturale e paesistico, il cui recupero può costituire punto di rivitalizzazione e
di avvio di operazioni di restauro e riuso, aderenti alla “Carta europea del turismo
sostenibile” e quindi esempi di costruzione e gestione (affidata ad operatori del
settore) integrata agli scopi del Parco e del Piano.
Tale prospettiva può esercitare un impatto positivo anche sulle strutture alberghiere
esistenti, per un prevedibile ampliamento della stagione, soprattutto in primavera e
autunno.
Criterio primario che deve guidare gli interventi è quello del recupero del patrimonio
edilizio esistente, conservandone e valorizzandone i caratteri tradizionali propri di
ogni centro e di ogni sub-area e di una gestione ambientalmente orientata.
2.
Ricettività in seconde case
Il patrimonio edilizio di seconde case nei Comuni del Parco risulta amplissimo e
registra un’elevata crescita generale nell’ultimo intervallo censuario, con punte di
crescita abnorme in alcuni comuni: in particolare Pizzoferrato, ma anche Campo di
pag. 247
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Giove ed i tre Comuni degli Altipiani. Tale fenomeno richiede di essere
razionalizzato, secondo il criterio principale di favorire il recupero del patrimonio
edilizio esistente e di limitare nettamente il nuovo insediamento specie nei centri
interni al parco. Ma anche nei centri di bordo si rende necessaria una politica
analoga.
Gli interventi di recupero devono rispettare i caratteri tradizionali dell’edificazione e
quelli di nuovo impianto devono garantire un adeguato inserimento paesaggistico con
riferimento alla morfologia dei luoghi, alle tipologie tradizionali, all’orientamento e
alle modalità di aggregazione, ai caratteri costruttivi locali.
Il Parco può stimolare il miglioramento della qualità degli interventi di recupero del
patrimonio edilizio esistente attraverso iniziative dirette o coordinate con i Comuni
ed altri soggetti istituzionali e non, di seguito indicate.
3.
Interventi diretti dell’Ente Parco
Restauro e riuso di edifici di grandi dimensioni e/o di particolare valore storicoculturale adatti ad ospitare funzioni di pubblica utilità e di interesse collettivo con
particolare riferimento alle “Case del Parco” ed ai “Servizi di eccellenza” proposti
dal Piano.
Cantieri scuola su edifici di vecchio impianto da destinare a Servizi del Parco o a
Case del parco, da sottoporre a restauro o ristrutturazione. Tali interventi, di diretta
responsabilità del parco, possono servire come esempi guida per interventi ordinari
dei privati e possono svolgere secondo modalità definite una funzione didatticopratica per maestranze locali o cooperative di giovani che siano interessati ad
apprendere/riapprendere le tecniche tradizionali di costruzione e la lavorazione dei
materiali locali. L’avvio di tale iniziativa può prevedere un cantiere-scuola in
ciascuna delle aree dei Comuni del Parco connotate da specifiche caratteristiche
dell’edificazione e delle lavorazioni di materiali da costruzione. Come ad esempio:
Pescocostanzo per l’area degli altipiani e della Conca Peligna, Montenerodomo e
Pizzoferrato per la Valle del Sangro e dell’Aventino, Manoppello e S. Valentino per
l’area settentrionale della Valle del Pescara.
Riqualificazione degli spazi pubblici urbani
Riprogettazione degli spazi pubblici e ripristino delle antiche pavimentazioni e opere
d’arredo con particolare riferimento ai centri storici dei Comuni interni al parco, ma
con progressiva estensione ai centri storici di tutti i Comuni del parco, come già
previsto per Salle Vecchio.
pag. 248
AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
Tali interventi possono essere realizzati in collaborazione tra Ente Parco e Comuni
interessati.
4.
Ambiti di coordinamento intercomunale
Le ricerche svolte nell’ambito della formazione del Piano del Parco (in particolare
sugli aspetti storico-culturali e insediativo-funzionali) hanno fatto emergere una serie
di aree territoriali, composte da più Comuni che presentano caratteristiche specifiche
di tipo geografico e di accessibilità e che potrebbero trovare effetti positivi sotto
l’aspetto dell’organizzazione delle funzioni urbane e della pianificazione urbanistica
attraverso una gestione collaborativa e coordinata.
Ciò che il Piano indica è quindi un raggruppamento dei Comuni del Parco per ambiti
territoriali (consorzi di Comuni, accordi di programma, ecc.) al fine di ricercare
specifici modelli di sviluppo locale e di valorizzazione dei diversi territori, di
distribuire tra i centri urbani di ciascun ambito le funzioni di base (scolastiche,
culturali, sanitarie, dei servizi pubblici, del tempo libero, ecc.), di accrescere le
interconnessioni reciproche attraverso un’adeguata rete di trasporti pubblici e di
iniziative Comuni anche in relazione alla fruizione del parco, di coordinare e
riqualificare la pianificazione degli usi del suolo.
Indicazioni di ambiti intercomunali scaturiscono negli studi di Piano sia urbanisticoterritoriali che storici, presentando tra di loro forti analogie; essi possono costituire
riferimento e indirizzo ai Comuni del Parco che dovranno definirli nella propria
autonomia.
Tale indicazione può trovare un utile supporto anche nell’Ente Parco, sia al fine di
coordinare i propri referenti istituzionali, sia al fine di stimolare e sostenere
miglioramenti della qualità economico-funzionale e urbanistico-paesistica delle aree
di bordo del parco.
Questa indicazione può contribuire ad invertire il processo centrifugo dei centri
urbani di bordo del Parco verso la pianura, riportandoli a guardare alla montagna del
Parco a cui li lega una lunga storia passata, come ad una nuova risorsa anche
economica i cui effetti li ricoinvolgono superando le singole geografie
amministrative.
Gli ambiti sono individuabili nel modo seguente:
pag. 249
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Piano del Parco - Schema Direttore
I Comuni del versante settentrionale del parco, comprendente gli sbocchi delle valli
che scendono dal Morrone e dalla Majella aprendosi sulla valle del Pescara, con gli
insediamenti a bassa quota adiacenti al fascio di comunicazioni viarie e ferroviarie
del fondo valle, un’area a forte gravitazione sul mondo industriale del Pescara, che
costituisce la principale apertura del Parco verso il territorio esterno.
I Comuni del versante orientale della Majella, con i paesi addossati al massiccio a
mezza quota, sostenuti dall’asse stradale della S.S. 81 e S.S. 84, le valli minori che si
insinuano nella montagna, che costituisce forse la zona più caratterizzata da stretti
legami con la montagna.
I Comuni degli Altipiani e Monti Pizzi, la più emblematica unità territoriale di base
ambientale-economica legata alla civiltà contadina di alta montagna, oggi con
spiccata caratterizzazione turistica prevalentemente legata agli sports della neve.
Il territorio della “Via Alta del Parco” che lo attraversa con un lungo percorso
panoramico appoggiato ai centri urbani di Caramanico, S. Eufemia e Campo di Giove
costituendone la grande dorsale di “alimentazione” della fruizione e dei servizi del
parco.
I Comuni del versante occidentale comprendente i paesi della conca peligna,
adiacenti all’asse viario della S.S. 17 che costituisce uno dei tratti più marcati
storicamente dalla grande “Via degli Abruzzi”.
5.
Ecomusei del territorio
Il coordinamento intercomunale per ambiti territoriali può costituire la base
organizzativa per promuovere in ogni ambito un ecomuseo del territorio locale che,
ponendo in relazione le aree interne al Parco con quelle di bordo, ne riscopra e
valorizzi le specificità di spazi naturali e di sistemi culturali, i paesaggi del lavoro e le
tradizioni artigianali, le produzioni tipiche, le forme di accoglienza.
Per il versante orientale, alla scoperta di valli, grotte, eremi, reperti archeologici e
monumenti storici si uniscono forti legami di tradizione e di folclore con la montagna
che possono trovare valorizzazione con le escursioni in quota, l’artigianato tipico del
rame, del ferro battuto, della pietra e le manifestazioni locali.
Per il versante settentrionale, la valorizzazione dell’agricoltura collinare, delle
produzioni tipiche (liquori a Tocco da Casauria), la lavorazione della pietra tenera,
l’artigianato del legno e del vetro si uniscono ad un ricco patrimonio storico-culturale
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AGRICONSULTING
Piano del Parco - Schema Direttore
di castelli, eremi, borghi storici, miniere e cave di origine antica segni dei grandi
tratturi della transumanza (Centurelle-Montesecco) e alle attrattive paesaggistiche
dei sentieri che penetrano a raggera nella montagna.
Il versante occidentale che trova riferimento nelle antiche correnti di traffico tra
Firenze e Napoli, nella civiltà degli Italici (Corfinio), nella vicenda di Celestino V con
la presenza dell’eremo di S. Onofrio e la Badia ai piedi del Morrone, le ampie visuali
paesaggistiche che dal basso esaltano l’altitudine dei massicci, possono trovare nei
centri che coronano la valle numerosi momenti di legame fruitivo.
L’unità Monti Pizzi-Altipiani maggiori, espressione emblematica della civiltà
contadina di alta montagna con la fitta presenza di masserie e di coltivi in quota, con
la grandiosa manifestazione della civiltà borghese emergente nell’urbanistica e
nell’architettura di Pescocostanzo ma anche nei nuclei più antichi degli altri centri,
gli eremi e la grandiosa Badia, costituisce un’eccellente occasione di ecomuseo già
esistente da rendere più conosciuto e organizzato.
Infine la grande dorsale della “Via Alta del Parco”, che ne fornisce una fruizione
completa delle cime e dei crinali, costituisce il museo vivente del Parco che i centri
storici urbani animati da castelli eterni, palazzi borghesi e conventi ed i percorsi di
montagna attraverso stazzi, masserie e tholos alimentano con le escursioni, i “Servizi
di eccellenza” e Comuni e la vita quotidiana della popolazione residente.
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