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l`esperienza del panico
L’ESPERIENZA DEL PANICO
Alex Pagliardini
Intervento pronunciato il 10/10/2008 presso il Centro Culturale Bibli di Roma
Stare in piedi
Un breve riferimento al tema dell’assenza dell’autore, dell’eclissi dell’autore, credo non sia del tutto
irrilevante per provare ad intendere l’esperienza del panico. A riguardo può essere utile riprendere
una celebre conferenza tenuta da Michel Foucault nel 1969 al Collège de France di Parigi dal titolo
“Che cosa è un autore?”1.
Erano anni in cui lo strutturalismo andava per la maggiore, soprattutto in Francia, e Foucault tenne
questa conferenza di fronte ad un ristretto gruppo di uditori, alcuni d’eccezione - tra questi anche
Lacan - a partire da una espressione di Beckett «che importa chi parla, qualcuno ha detto che
importa chi parla».
Non è qui possibile entrare nei dettagli della conferenza ed indicarne la peculiare posizione rispetto
a quella di altri strutturalisti. Quel che della riflessione foucaultiana ci interessa è la rigorosa
affermazione della possibilità di emanciparsi dal carattere assoluto e dal ruolo di fondatore del
soggetto supposto originario, dunque la possibilità di emanciparsi dall’idea di un soggetto sovrano,
autorale, in sostanza dall’idea di soggetto della psicologia. Questa operazione ha un corrispettivo in
Lacan, dove conduce all’affermazione di un soggetto dipendente dal linguaggio, un soggetto
parlato, scritto; il soggetto che parla è parlato, il soggetto è assoggettato al linguaggio, è effetto del
linguaggio, dunque il soggetto è preso in quella struttura mobile, dinamica, relazionale, sistemica,
struttura storica, simbolica, sociale, chiamata sia da Lacan, sia da Foucault, discorso.
In modo molto semplificato possiamo pensare al discorso come ad una impalcatura e al soggetto,
preso nell’impalcatura, come al suo movimento, al suo dispiegamento. Per Lacan tale impalcatura
per reggersi necessita di alcuni perni, della funzione del perno - sta qui una differenza fondamentale
da Foucault, il quale, assieme a molti pensatori postmoderni, non condivide affatto la necessità di
tali perni, indicati da Lacan come significanti padrone2.
Allora, in un modo molto semplice, possiamo iniziare ad intendere l’esperienza del panico come il
crollo dell’impalcatura, crollo che, se siamo in sintonia con l’idea di discorso di Lacan, è dovuto
alla debolezza e alla rigidità dei perni - debolezza e rigidità nella logica significante vanno sempre
insieme -, perni che possiamo intendere come le identificazioni portanti e il godimento localizzato
in essi.
Possiamo fissare una questione importante per il nostro ragionamento. Ciò che sostiene l’essere
umano, ogni soggetto, che gli permette di stare in piedi e non cadere come una buccia, non essere
ridotto a buccia come ci indica Joyce3, è l’essere preso in un discorso, che potremmo anche dire
l’essere preso nella divisione del desiderio; l’esperienza del panico è il crollo di questa presa.
Il panico come fallimento dell’angoscia
1
M.Foucault, “Che cosa è un autore?”, in Scritti lettarari, Feltrinelli, Milano 2004.
Sulla differenza Lacan-Foucault sono preziosi: D.Tarizzo, “Nomi impropri. Lacan, Foucault e l’eclissi dell’autore”in
La Psicoanalisi n 18, Astrolabio, Roma 1995, F.Wahl, “Questioni di metodo. Foucault e Lacan”, in Out-Out n. 333, Il
Saggiatore, Milano 2007.
3
Cfr. J.Lacan, Il Seminario XXIII. Il Sinthomo, Astrolabio, Roma 2006
2
Per capire cosa sia il panico dobbiamo cercare di intendere l’angoscia. Limitiamoci qui ad indicare
l’angoscia come l’affetto che si ha, e che si è, di fronte, nell’incontro con, la domanda dell’Altro, il
desiderio dell’Altro e il godimento dell’Altro.
Queste tre forme di alterità possiamo intenderle come la presenza e la richiesta dell’Altro domanda -, l’enigma che esso incarna - desiderio -, la presentificazione e l’invasività di un eccesso
o di una perdita – godimento, pulsione4.
Per intendere cosa sia questa alterità e come essa risponda alla logica dell’inconscio bisogna dire
che tale alterità indica il più proprio del soggetto, ossia come ogni soggetto abbia nell’Altro e
incontri nell’Altro, quindi come proveniente dall’esterno, dall’estraneo, ciò che è ed ha di più
proprio.
Vorrei sottolineare questo aspetto perché centrale nella clinica del panico e in tutta la clinica
contemporanea - lo farò prendendo in considerazione esclusivamente l’asse della pulsione, l’asse
decisivo di ogni esperienza clinica e non solo.
Della pulsione vanno sempre considerati due versanti, quello del vuoto e della perdita che la spinta
pulsionale presentifica e perpetua, e quello dell’eccesso, dell’illimitato, del mai abbastanza, che la
spinta pulsionale presentifica e perpetua. Diciamo che la pulsione è ciò che non riusciamo mai ad
afferrare ed è ciò che non riusciamo mai a toglierci di dosso.
Entrambi questi versanti possiamo intenderli, oggi sempre più, come ciò che è propriamente l’Altro,
ed è proprio tale alterità, tale estraneità interna, la sua irruzione, la sua insistenza, la sua
presentificazione, a cadere addosso al soggetto, a imporsi al soggetto come condizione assoluta. Qui
andrebbe articolata tutta la tensione tra evento e ripetizione che caratterizza il movimento
pulsionale, ma mi limito ad indicare come nel circuito della pulsione ogni soggetto si trovi alla fine
coma abbattuto, colpito, atterrito5, morso, nella sua posizione fondamentale e superflua, quella di
esserne l’oggetto 6. L’angoscia è allora l’affetto che si ha nell’incontro con l’irruzione della
pulsione, dell’evento pulsionale.
Allora se l’angoscia è l’affetto che si ha e che dunque segnala l’incontro con la pulsione, la sua
irruzione e la presa del soggetto come oggetto, va precisato che è anche l’affetto e il segnale che
permette la risposta del soggetto o meglio il soggetto come risposta alla pulsione - il segnale che
permette la costituzione del soggetto del desiderio come risposta all’irruzione della pulsione.
Abbiamo qui uno dei passaggi più significativi di Lacan, a cui posso solo accennare, l’idea che il
desiderio sia una particolarizzazione della pulsione, e che in tale particolarizzazione svolga il ruolo
decisivo l’angoscia. Riassumo questo passaggio con una formula deducibile dal “Seminario X”:
“solo l’angoscia permette al godimento di accondiscendere al desiderio”7.
A questo va aggiunto che l’angoscia, in quanto tempo sospeso, in quanto certezza anticipata, è la
condizione affinché ci sia atto, affinché ci sia una risposta singolare del soggetto all’enigma e
all’eccesso dell’Altro.
Ribadisco, l’angoscia è la condizione affinché ci sia la risposta del desiderio, cioè la risposta
soggetto, e affinché ci sia la risposta dell’atto, e affinché ci sia assunzione dell’incontro con
l’eccesso pulsionale, ossia un annodamento tra il simbolico e il pulsionale, senza il quale assistiamo
ad una parola vuota e a un reale senza legge.
A questo punto possiamo affermare che se sul piano fenomenico il panico è l’angoscia portata al
suo parossismo, sul piano dinamico e logico il panico è il venir meno della funzione dell’angoscia;
viene meno la funzione di segnale dell’angoscia e dunque la possibilità della riposta del soggetto, da
4
Su questi temi è fondamentale J.Lacan, Il Seminario X. L’angoscia, Einaudi, Torino 2007
Per preziosa riflessione su questo termine cfr. J.Lacan, Il Seminario V. Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino,
2004.
6
Su questi temi è fondamentale J.Lacan, Il Seminario XI. I quattro concetti fondamentali, Einaudi, Torino 2003
7
A riguardo J.A.Miller, Introduzione al Seminario X, Quodlibet, Macerata 2007
5
cui l’irruzione totale della pulsione con la scomparsa - desolazione8 - del soggetto, il deserto del
soggetto. Abbiamo qui il senza confini, il senza limite della pulsione che fa fuori il soggetto9.
Il soggetto del panico
A questo punto mi sembra significativo cercare di capire, a partire da una domanda tutto sommato
ingenua, come mai l’incontro con la pulsione genera, in alcuni casi, in alcuni soggetti, l’esperienza
del panico, insomma, cercare di capire che tipo di soggettività ci indica l’esperienza del panico.
Mi limiterò a segnalare alcune coordinate, non vanno prese assolutamente come tipi psicologici vorrei fosse chiara una cosa, per quanto mi riguarda la psicologia non ci aiuta mai a niente.
Come prima cosa l’esperienza del panico ci indica un soggetto smarrito, con una trama
identificatoria debole e uno scarso radicamento nel simbolico, soggetto per il quale il panico sembra
essere il culmine, la fase estrema, della sua posizione esistenziale. L’Altro, l’Altro di tale soggetto,
si caratterizza per una sostanziale sregolatezza e per una radicale carenza della dimensione del
segno10.
Altra caratteristica del “soggetto del panico” è il rifiuto dell’esperienza della perdita e
l’impossibilità della sua simbolizzazione, dunque il rifiuto e l’impossibilità di una sua messa in
gioco nella logica del desiderio, da cui la sua realizzazione nell’esperienza del panico come perdita
di sé11. Qui l’Altro si caratterizza come eccesso di presenza e per di più come eccesso di presenza
congelata, privo della dimensione del desiderio, privo di vitalità.
Ultimo aspetto, sul quale mi soffermerò un pò di più per i vari interrogativi che solleva, è quello di
un soggetto ridotto al conservatorismo dei beni.
Questa soggettività mi pare renda attualissimo un interrogativo presente nella “Lettera ai romani”di
S. Paolo che suona così: che cosa significa essere vivi?, chi è davvero vivo oggi?
Due filosofi contemporanei di grande importanza, Agamben e Badiou 12 si sono interrogati su questo
testo e pur giungendo a conclusioni sostanzialmente opposte ne condividono la scottante attualità, o
meglio sottolineano come solo oggi possiamo leggerlo adeguatamente. Non entro nel merito ma
credo si possa estrarre una considerazione preziosa.
Nella contemporaneità l’ideologia del benessere, il totalitarismo dell’igienismo, che pretende un
Altro senza Altro, un corpo senza pulsione, afferma e sostiene un attaccamento alla vita che è una
sua riduzione all’interno dell’omeostasi del principio di piacere, dunque un attaccamento alla vita
che è propriamente un rifiuto della vita. E’ quello che Badiou denuncia come rassegnazione al
necessario, che già Spinoza sentenziava come bieca perseverazione dell’essere e che Lacan
denuncia come conservatorismo dei beni, di fatto il tentativo di eliminare il particolare dell’umano
per ridurlo al qualunque dell’animale13.
Con S.Paolo, con le riflessioni attorno al suo interrogativo, possiamo invece sostenere che essere
vivi significa particolarizzare, abitare, frequentare, l’al di là del principio del piacere, la dimensione
8
E’ uno dei modi di intendere l’espressione freudiana Hiflosigkeit. Cfr.F.Leguil, “Il senso di colpa”, in La Psicoanalisi
n. 23, Astrolabio, Roma 1997
9
E’ questo il senza confini a cui fa riferimento R.Pozzetti nel suo Senza confini. Considerazioni psicoanalitiche sulle
crisi di panico, Franco Angeli, Milano 2007
10
Sulla carenza dell’Altro del segno è fondamentale, J.A.Miller, L’Autre que n’existe pas et ses comitès d’etique (19961997), inedito.
11
Cfr. M.Recalcati, L’omogeneo e il suo rovescio, Franco Angeli, Milano 2005
12
I due testi di riferimento sono, G.Agamben, Il tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 1999; A.Badiou, San
Paolo. La Fondazione dell’universalismo, Cronopio, Napoli 1999
13
Su questi temi sono preziose le riflessioni di A.Badiou, si veda, tra l’altro, L’etica. Saggio sulla conoscenza del male,
Pratiche, Parma 1994, e il più recente Sarkozy: di che cosa è il nome?, Cronopio, Napoli, 2008
senza fine della pulsione, ossia lo scandalo, l’eccesso, la contingenza, l’insensatezza, ciò che della
vita è irriducibile alla vita stessa.
Possiamo allora intendere il soggetto del panico come l’incarnazione di una soggettività ridotta all’
attaccamento alla vita, alla sua perseverazione, soggetto in cui non è presente la
particolarizzazione dell’eccesso pulsionale. In tal senso l’irruzione del più di vita delle pulsione, il
suo taglio in atto, in un soggetto impossibilitato ad accoglierla in quanto non ha tracciato
soggettivamente questa dimensione, in un soggetto non pronto ad essere rotto da tale irruzione,
provoca la sua devastazione, la sua frantumazione, cioè l’esperienza del panico.
Questa riflessione sull’essere vivi e sull’eccesso di vita della pulsione chiama in causa l’ultima parte
dell’insegnamento di Lacan, là dove l’angoscia non viene collegata tanto alla castrazione, alla
morte, alla perdita, quanto alla vita, all’incontro con l’eccesso di vita della pulsione.
Ritrovo qui un vecchio passaggio di William Burroughs, da “La febbre del ragno rosso”14: «il
panico è la scoperta che tutto è vita».
Tutto è vita
Questo passaggio di Lacan viene esplicitato in una sua importante conferenza tenuta a Roma,
intitolata La terza15, durante la quale fornisce almeno un’altra preziosa indicazione per intendere il
panico.
Attraverso una complessa ricollocazione dello statuto del corpo Lacan definisce l’angoscia come «il
sospetto di essere ridotti al nostro corpo16» alla quale possiamo aggiungere “il panico è l’essere
ridotti al nostro corpo”, è l’esperienza in cui si coincide con l’alterità della pulsione, dunque si
annulla l’alterità e si coincide con se stessi, in una sorta di autoriferimento assoluto – se c’è qualche
hegeliano credo possa intendere bene questo movimento.
Nell’angoscia rimaniamo al limite dell’autoriferimento, nell’angoscia c’è l’incontro con l’essere
presi come oggetto della pulsione, ma come oggetto articolato nel e col campo dell’Altro, nel
panico c’è invece la coincidenza con il proprio statuto di oggetto senza alcun riferimento all’Altro17.
Si delinea qui un altro aspetto. Questo eccesso di vita, eccesso pulsionale, la sua irruzione, ha
nell’esperienza del panico la coloritura dello stare per morire, dell’immanente prossimità alla morte.
Credo vadano chiarite due cose: la pulsione è sempre e propriamente pulsione di morte18, e la
pulsione di morte non è tanto la spinta a morire o alla distruzione, quanto questo eccesso di vita19.
Dunque la pulsione di morte non ci indica affatto il voler morire ma il non poter morire; ecco che il
timore e la prossimità della morte nell’esperienza del panico sembrano indicare un appello ultimo,
l’invocazione di un limite estremo in grado di arginare l’insopportabile eccesso di vita.
L’uso del panico
Una volta indicate le coordinate dell’esperienza del panico, dell’irruzione del panico, vorrei
accennare, solamente accennare, ad alcune questioni che generano spesso, anche nella clinica, una
14
W.Burroughs, La febbre del ragno rosso, Adelphi, Milano 1996
J.Lacan, “La terza”, in La Psicoanalisi n 12, Astrolabio, Roma, 1992
16
ivi. p. 33
17
Cfr. tra l’altro, M.Focchi, La mancanza e l’eccesso, Antigone, Torino 2006
18
Cfr. tra l’altro, J.Lacan, “Posizione dell’inconscio”, in Scritti, Einaudi, Torino 1974
19
Tema trattato in particolare da S.Zizek. Cfr. tra l’altro, S.Zizek, Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica,
Cortina, Milano, 2003
15
certa confusione. Non credo si debba minimamente confondere il panico e la fobia, pena
l’eliminazione di tutta la dimensione dell’evento e della presentificazione così centrali nel panico.
Credo che più opportunamente si dovrebbe parlare di un uso fobico dell’esperienza del panico. Il
soggetto colpito dall’esperienza del panico costruisce a partire da questa irruzione una strategia
fobica volta a scongiurare il ritorno del panico. La strategia può prendere varie forme e dimensioni,
ma in chiave generale, possiamo dire che il sintomo fobico, cioè la “paura di” - di esperienze,
sensazioni, luoghi ecc…potenzialmente e soggettivamente legati al panico -, va a ridisegnare la
topografia dei movimenti e lo stile di vita del soggetto colpito da panico.
In quest’ottica si evidenzia spesso una rigida risposta sul lato narcisistico, ideale. Da un lato il
tentativo, lo sforzo, di ripristinare lo statuto precedente all’esperienza del panico, dall’altro il
progetto di regolarizzazione della vita, ossia, alla luce di quanto detto in precedenza, il progetto di
escludere qualsiasi strappo pulsionale dal proprio itinerario soggettivo.
Direzione della cura
Per concludere cercherò di dare alcune indicazioni molto generiche su un possibile trattamento
clinico dei soggetti con attacchi di panico.
Da un lato avevamo e tuttora abbiamo la clinica classica, dove, faccio ovviamente riferimento a
quella psicoanaliticamente orientata, come è ben noto, il movimento essenziale iniziale era ed è
quello della rettifica soggettiva - che detto semplicemente indica l’implicazione del soggetto nella
sofferenza di cui si lamenta e di cui è portatore. Dall’altro abbiamo sempre più a che fare con la
cosiddetta clinica contemporanea la quale ha problematizzato non poco questa manovra, oltre ad
aver sanzionato definitivamente il fallimento del paradigma ermeneutico, dell’interpretazione come
semantica dell’inconscio20.
Tra le molteplici novità prodotte, necessariamente prodotte, dall’incontro con questa nuova clinica,
novità nel merito delle quali non posso entrare - diciamo che a grandi linee si assiste ad un
passaggio da una clinica dell’interpretazione ad una clinica dell’atto - mi limito a sottolinearne una
particolarmente problematica nella clinica del panico. Proprio la diversa temporalità e il diverso uso
della fase preliminare nella clinica dei nuovi sintomi, - in cui risulta essenziale la produzione
dell’angoscia come precondizione a qualsiasi rettifica soggettiva, a qualsiasi messa al lavoro nel
transfert del paziente, per ovviare alla sostanziale egosintonia dei sintomi contemporanei -, risulta
particolarmente difficile nella clinica del panico.
Diciamo che questa manovra, in sé complessa e problematica, risulta spesso inutilizzabile con i
soggetti con disturbo di panico, in quanto si presentano già molto angosciati, nella proliferazione
del fenomeno dell’angoscia. E’ dunque molto problematico lavorare sulla funzione dell’angoscia
per annodare la parola e il corpo, il simbolico e il pulsionale, e lo stesso movimento di rettifica
soggettiva viene significativamente ridimensionato nella clinica del panico.
Sto toccando diversi punti ciascuno dei quali meriterebbe una trattazione a parte, accontentiamoci
per il momento di due indicazioni.
Direi che come prima cosa è fondamentale essere particolarmente accoglienti e regolati per far sì
che il soggetto possa fidarsi e possa progressivamente mettere in gioco la dimensione pulsionale nel
transfert - dimensione che come detto il soggetto con panico fa di tutto per eliminare dalla sua
esperienza. E’ dunque la possibilità di incarnare un Altro regolato a poter permettere di introdurre
qualcosa della pulsione nella parola soggettiva. In quest’ottica occorre però non confondere l’essere
accoglienti con la collusione al tentativo del paziente di ripristinare la stabilità precedente - che è
una delle insidie maggiori nella clinica del panico. Personalmente non ritengo l’esperienza del
20
Cfr. tra l’altro M.Recalcati, Clinica del vuoto, Franco Angeli, Milano 2002
panico un fattore facilitante la rettifica, la ridefinizione della propria storia, anzi credo sia
un’esperienza che produce sia una forte spinta difensiva, sia il tentativo di ripristinare lo status
precedente.
Credo sia inoltre importante non tanto lavorare alla ricostruzione del significato o dello scenario
edipico, o alla simbolizzazione, quanto ad una nuova nominazione dell’eccesso pulsionale, a partire
dalle pieghe singolari del discorso del paziente, dalla lingua che lo presentifica, e attraverso la
trovata linguistica - l’invenzione tramite il malinteso direbbe Lacan21-, affinché si produca una
risposta soggettiva a livello dell’evento pulsionale. In tal senso è fondamentale che l’evento
pulsionale, il suo taglio in atto, possa balenare nel corso della cura e non venga ricoperto,
ricomposto, con l’introduzione e produzione di significato, operazione particolarmente inutile e
dannosa nella clinica del panico, in quanto impedisce, forse irrimediabilmente, di fare dell’evento
pulsionale l’occasione per un atto, per una nuova pratica della pulsione.
In questo senso il panico non solo insegna cosa sia l’irruzione della pulsione e quale sia la
condizione reale del soggetto, ma evidenzia anche, in modo radicale, la necessità di una rigorosa
clinica al di là del padre.
L’istante assoluto
Concludo con una nota sul tempo. Se la contemporaneità è l’epoca della temporalità maniacale,
della sua compressione e della sua liquefazione, allo stesso modo è l’epoca della temporalità
totalmente inclusa nella linearità e misurabilità - come ci ricorda Didi-Hubermas22 nessuna epoca
come la nostra ha deciso di eliminare la temporalità.
Non entro nel merito, per la nostra riflessione è sufficiente ricordare la sospensione assoluta del
tempo dell’esperienza del panico, l’istante infinito in cui fa irruzione il fuori tempo, direbbe
Lacan23, o il Tempo, ciò che è propriamente il Tempo, direbbe Deleuze24.
In sintonia con la strategia poco fa delineata, il soggetto con attacchi di panico tende a ricondurre
tutto al tempo cronologico, a questo punto ridottosi a quel che Deleuze chiama il tempo cronico25.
Nella cura occorre allora costantemente includere, far balenare, l’istante assoluto, senza misura,
dell’evento pulsionale, affinché diventi occasione per una nuova erotica del tempo - sapendo che
ogni erotica del tempo sarà comunque l’esperienza del finire troppo presto e dell’arrivare
inevitabilmente in ritardo.
21
Cfr. J.Lacan, Il Seminario XXIII. Il Sinthomo, Astrolabio, Roma 2006
G.D.Hubermas, Il gioco delle evidenze. La dialettica dello sguardo nell’arte contemporanea, Fazi, Roma 2008
23
Cfr. J.A.Miller, Les us du laps (1999-2000), inedito
24
G.Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano 1997
25
ibid.
22
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