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Sensibilità come vantaggio - Persone Altamente Sensibili – HSP Italia

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Sensibilità come vantaggio - Persone Altamente Sensibili – HSP Italia
Liberamente tratto da:
L’ipersensibilità come vantaggio: le differenze individuali in risposta
ad esperienze e fenomeni positivi
di Michael Pluess, Jay Belsky
Articolo originale: Psychological Bulletin © 2012 American Psychological Association 2013, Vol. 139, No. 4
L’ articolo qui citato si basa sul presupposto che gli individui più suscettibili, non siano semplicemente più
vulnerabili alle avversità, ma più generalmente “evolutivamente plastici” o malleabili” (Belsky & Pluess,
2009b; Boyce & Ellis, 2005; Ellis et al., 2011). E presenta di questo dimostrazioni empiriche che evidenziano
come molti di coloro considerati esageratamente permeabili di fronte ad esperienze e fenomeni negativi
possano verosimilmente trarre beneficio dalle persone di sostegno e piene di risorse.
La selezione naturale potrebbe aver plasmato in maniera differente gli individui rendendoli diversi nel loro
livello di sensibilità alle condizioni ambientali per una ragione evolutiva. In questo modo, le conseguenze
negative di un divario o di uno scontro tra ambiente previsto e ambiente futuro potrebbe influenzare
principalmente quegli individui che risultano essere più vulnerabili alle influenze ambientali, ma non quelli
generalmente poco sensibili. Questa considerazione risulta particolarmente vantaggiosa se una tale variazione
interindividuale si verificasse all’interno delle stesse famiglie, così come se le variazioni tra fratelli nella
sensibilità procurassero una sorta di “garanzia protettiva” a beneficio degli altri membri – incluso il contatto
diretto con i loro genitori, andando a favore delle prospettive di benessere collettivo (Belsky, 2005).
Il vantaggio (vantage) dell’ipersensibilità:
Per caratterizzare il “lato positivo” della differente vulnerabilità e più in generale della variabilità come risposta
alle esperienze positive, il termine “vantage” proviene dall’abbreviazione del termine “advantage”, ma oltre
ad indicare beneficio, guadagno o profitto, è anche definito come “posizione, condizione, o opportunità che
può condurre ad una condizione di superiorità o di vantaggio” (Houghton Mifflin, 2000). Noi sosteniamo e
promuoviamo la terminologia vantage sensitivity per descrivere la nozione secondo cui alcuni individui sono
più sensibili e reattivi in termini positivi nei confronti dei vantaggi ai quali sono esposti. Giusto per citare
alcune possibilità, tali vantaggi possono prendere la forma di un attaccamento sicuro che ha origine nel
rapporto con genitori sensibili, del profitto negli studi riconducibile ad una assistenza all’infanzia di alto livello,
di un comportamento pro sociale legato associabile a reti di amicizia di sostegno, e della soddisfazione verso
la propria vita associabile ad eventi positivi della propria vita, così come del senso di efficacia che segue la
psicoterapia. Nell’ipersensibilità quindi si considera che gli individui possono sia essere molto pronti a
ricevere il sostegno ambientale che meno pronti e protetti nei confronti delle avversità.
Fattori implicati:
Nella dettagliata analisi presentata emergono prove che cronicizzano il rapporto tra suscettibilità differente ed
influenze sia positive che negative abbiamo identificato tre categorie differenti di fattori relativi alla sensibilità
endogena (Belsky & Pluess, 2009 a; vedi anche Obradovic &Boyce, 2009):



Fattori comportamentali (per esempio emozionalità negativa; Pluess & Belsky, 2010),
Fattori fisiologici (per esempio reazione di stress mediante la produzione di cortisolo; Obradovic,
Bush, Stamperdahl, Adler, & Boyce, 2010),
Fattori genetici, probabilmente il più noto è il polimorfismo nei trasportatori di serotonina (per esempio
Taylor et al., 2006) ed il recettore dopaminico dei geni D4 (per esempio Bakersmans-Kranenburg &
van Izendoorn, 2006).
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I dati longitudinali raccolti come parte dello studio del National Institute of Child Health and Development
(NICHD) realtivo all’ Early Child Care (NICHD Early Child Care Research Network, 2005) hanno rivelato
che quando i bambini con temperamenti e stati emozionali più difficili sperimentano nei primi sei mesi di vita
una buon livello di cura infantile ed esperiscono un rapporto più delicato con la madre, presentano punteggi
alti rispettivamente nelle competenze sociali all’età di 4,5 anni (Pluess & Belsky, 2009) e di competenza
accademica e sociale a 6 anni (Stright, Cranley Gallagher, & Kelley, 2008). Dagli studi di Roisman ed associati
(2012) gli ultimi risultati a criteri evidenti trovarono che, secondo le valutazioni delle rispettive madri, i
bambini con un temperamento difficile a 6 e 12 mesi, avevano un numero significativamente maggiore di
competenze sociali ed accademiche ad 11 anni dopo aver sperimentato una relazione genitoriale di qualità
nella loro prima infanzia. I bambini con un temperamento meno difficile, dall’altro lato, non traevano così
tanto beneficio dalla positività del rapporto genitoriale.
Personalità altamente sensibile (Fattori comportamentali):
L’ipersensibilità come funzione di caratteristiche comportamentali e psicologiche non è ristretta a tratti del
temperamento della prima infanzia. Un attributo psicologico misurato in età adulta che è recentemente emerso
come moderatore delle influenze ambientali è la sensibilità nel processamento sensoriale di livello alto, un
tratto di personalità misurato con la High Sensitive Person Scale (Aron & Aron, 1997). Secondo Aron, Aron,
e Jagiellowicz (2012) circa il 20% della popolazione è caratterizzata da una personalità altamente sensibile,
che comprende un sistema nervoso altamente sensibile, una maggiore consapevolezza delle sottigliezze
presenti in ciò che c’è attorno, così come un loro processamento più profondo ed una tendenza ad essere più
facilmente sopraffatti quando si è in un contesto altamente stimolante.
Pluess e Boniwell (2012) si basarono su questo lavoro nel testare l’ipotesi a priori che i bambini caratterizzati
da una alta sensibilità possono essere più reattivi nei confronti degli interventi psicologici. Inoltre indagarono
la variazione negli effetti positivi attesi del programma di promozione della resilienza basata sull’educazione
scolastica (Pluess, Boniwell, Hefferon, & Tunariu, 2012) e somministrarono il test ad un campione di 166
ragazze di 11 anni proventi da una delle aree più povere di Londra, Stati Uniti. L’intervento portò ad un
decremento significativo dei sintomi depressivi osservabili fino a 12 mesi dopo, con il follow up di valutazione,
ma coerentemente con l’ipersensibilità, esclusivamente tra bambini che avevano ottenuto un punteggio nel
terzile più alto del questionario del bambino ipersensibile (Pluess et al. 2012). Tutti gli altri bambini non
riuscirono a trarre beneficio dall’intervento, perlomeno nei confronti dei cambiamenti nei sintomi depressivi.
Citando il primo esperimento pubblico randomizzato di personalità altamente sensibile, il campione includeva
160 maschi e femmine universitari (Studio 4: Aron, Aron & Davies, 2005). Tutti i partecipanti completarono
una versione molto breve di High Sensitive Person scale (Aron & Aron, 1997), ed ai partecipanti fu chiesto di
risolvere problemi adattati dai test di intelligenza. Per metà del campione, i problemi risultavano relativamente
facili, e per la restante metà i problemi erano veramente difficili. Dopo il completamento, i partecipanti
conferirono un voto al proprio stato emotivo negativo. Per quei partecipanti che avevano ottenuto un punteggio
contenuto nell’indicatore della alta sensibilità, le condizioni sperimentali non registrarono influenze
sull’emotività negativa. I partecipanti che erano altamente sensibili, dall’altro lato, riportarono gli stati emotivi
più negativi non solo quando il test era difficile, ma anche quando il test non lo era. In altre parole, gli individui
altamente sensibili risultavano più sensibili nei confronti di ricompense di tipo emotivo quando riuscivano a
portare a termine il test con successo, così da fornire prove a favore dell’ipersensibilità come funzione delle
caratteristiche comportamentali nell’età adulta.
Fattori fisiologici:
Il concetto che l’elevata reattività fisiologica possa rappresentare gli individui come altamente suscettibili sia
alle esperienze negative che positive è al centro dell’ipotesi di Boyce ed Ellis (2005) Biological Sensitivity to
Context. La reattività fisiologica nella risposta allo stress è controllata sia dal sistema nervoso autonomo
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(SNA), che a sua volta si scompone in simpatico (SNS) e parasimpatico (SNP), ed il sistema neuroendocrino.
Il SNS controlla le attività che vengono messe in atto in caso di stress ed ansia (per esempio accelerazione del
battito cardiaco, incremento della pressione arteriosa, sudorazione etc.), mentre il SNP controlla le attività
fisiologiche opposte, che hanno a che vedere con il rilassamento corporeo ed il relativo recupero energetico
(per esempio decelerazione del battito cardiaco, della pressione arteriosa, diminuzione della sudorazione, etc.).
La risposta neuroendocrina allo stress è principalmente controllata dall’asse ipotalamico-pituitario-surrenale
(HPA). L’ormone rilasciante corticotropina (CRH) – che è rilasciato dall’ipotalamo in risposta allo stressattiva la secrezione dell’ormone dell’adrenocorticotropina (ACTH) dalla ghiandola pituitaria, che
successivamente causa il rilascio di cortisolo nel flusso sanguigno da parte della corteccia surrenale. Per finire,
il cortisolo stimola vari cambiamenti fisiologici e metabolici, che preparano l’organismo ad un funzionamento
ottimale in condizioni di stress (per esempio, incremento della pressione arteriosa e del tasso di zuccheri nel
sangue, calo radicale di lipidi e proteine, abbassamento della funzionalità del sistema immunitario).
Le prove empiriche circa il ruolo moderatore della reattività fisiologica focalizzate sulle esperienze
indisputabilmente positive sono relativamente rare. Ad ogni modo, c’è un piccolo numero di studi, che indica
una correlazione tra l’incremento dell’ipersensibilità infantile ed il rilascio di cortisolo o l’Aritmia Sinusale
Respiratoria (RSA; una misura cardiaca per l’attività del PNS).
Nel corso di un’analisi preliminare della valutazione longitudinale di un intervento diretto a 22 ragazzi di 10
anni con disturbo della condotta, van de Wiel, van Grozen, Matthys, Snoeck e van Engeland (2004) hanno
indagato se la produzione cortisolica come reazione allo stress possa influire sulla gravità dei sintomi dopo 9
mesi. In base al trattamento, i ragazzi con punteggi alti nella produzione cortisolica in reazione allo stress
prima dello stesso presentavano punteggi significativamente più bassi in relazione alle aggressioni registrate
dai genitori e punteggi del comportamento oppositivo rispetto a ragazzi con bassi livelli di produzione
cortisolica come reazione allo stress, in tale modo si fornisce la prima prova sperimentale che l’elevata
reattività cortisolica sia un segnale di incremento dell’ipersensibilità.
Fattori genetici:
Considerati gli ovvi vantaggi di essere più sensibili ai benefici delle esperienze positive, una importante
domanda riguarda se l’ipersensibilità costituisca una disposizione ereditata o se possa essere influenzata e
gestita attraverso esperienze evolutive, incluse le azioni. Gli studi GXE portati prima in rassegna potrebbero
suggerire, di primo acchitto, che le differenze individuali nell’ipersensibilità hanno una base principalmente
genetica. La presente lettura potrebbe sembrare maggiormente corroborabile da prove, collegando i geni
presunti dell’ipersensibilità con altri indicatori dell’ipersensibilità, che sono di carattere comportamentale (ad
esempio il difficile temperamento infantile e DRD4; (Holmboe, Nemoda, Fearon, Sasvary-Szekely, &
Johnson, 2011) o di natura fisiologica (ad esempio reattività del cortisolo e 5-HTTLPR; Gotlib, Joormann,
Minor, & Hallmayer 2008).
Due polimorfismi sono stati infatti identificati come potenziali geni plastici nell’analisi di Belsky & Pluess
(2009a) sulla suscettibilità differente, e sono emersi consistentemente nel lavoro più recente come segnali di
ipersensibilità, DRD4, e 5-HTTLPR.

Il gene D4 recettore di dopamina. Il sistema dopaminergico gioca un ruolo importante nei processi
attentivi, motivazionali e di ricompensa ed un polimorfismo del gene D4 recettore di dopamina
(DRD4) è stato studiato molto nella ricerca sull’interazione tra il gene X e l’ambiente (GXE).
I risultati di una recente meta-analisi degli studi GXE su bambini fino ai 10 anni, la quale coinvolge
DRD4 ed altri geni della dopamina correlati, indica che i geni meno efficienti correlati con la dopamina
siano più vulnerabili ai contesti ambientali negativi, ma al contempo, supportando un modello di
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suscettibilità differenziale, manifestino un più alto livello di ipersensibilità in risposta ai contesti
positivi (Bakermans-Kranenburg & van Ijzendoom, 2011).

Il gene trasportatore di serotonina. Larga parte degli studi di GXE si basano su variabili genetiche nel
sistema serotoninergico, in particolar modo la regione polimorfica collegata al trasportatore
serotoninergico (5-HTTLPR). L’allele corto è stato generalmente associato ad una ridotta espressione
della molecola che trasporta la serotonina, correlata alla depressione. I risultati sono ancora più
indicativi nella differente sensibilità: gli alleli corti di trasporto 5-HTTLPR dimostrano i risultati
peggiori in condizioni avverse ed i migliori in condizioni di supporto – o almeno benigne (Belsky et
al. 2009; Belsky & Pluess, 2009 a). Hankin et al., 2011 pubblicano uno studio in merito all’interazione
di 5-HTTLPR e le relazioni genitoriali positive nel predire l’emotività positiva nella tarda
infanzia/adolescenza, utilizzando tre campioni indipendenti che includevano complessivamente 1874
bambini e bambine dai 9 ai 15 anni. I risultati da due a tre campioni erano a favore dell’ipersensibilità,
con i bambini dotati di alleli corti 5-HTTLPR che mostravano i punteggi più alti nei sentimenti positivi
quando la valutazione delle relazioni parentali positive era alta, suggerendo che questi bambini erano
particolarmente sensibili ai benefici delle relazioni genitoriali altamente positive.
In coerenza con le previsioni dell'ipersensibilità, alcuni individui si dimostrano quindi in particolar modo
propensi a trarre beneficio dalle esperienze positive, mentre gli altri non riescono a farlo completamente o
almeno non traggono beneficio nella stessa misura. Nella maggior parte dei casi la prova si basava una ricerca
che misurava gli effetti delle esperienze positive ambientali sul funzionamento positivo (ad esempio
comportamento pro sociale), tuttavia in alcuni studi il beneficio fu dimostrato in termini di riduzione del
funzionamento problematico (ad esempio aggressione).
Anche la esposizione ambientale può influenzare l’ipersensibilità, come si ritrova in ricerca sui presunti effetti
avversi dello stress materno durante la gravidanza (per una rassegna, vedi Ruiz & Avant, 2005), che dimostrano
come la avversità prenatale predica sia l’emotività negativa infantile che la reattività fisiologica.
Dopo il parto vi sono prove, per esempio, degli effetti della sensibilità materna in fase neonatale sul difficile
temperamento infantile (Kaplan, Evans & Monk, 2008) e di un lutto familiare vissuto durante l’infanzia sulla
reattività al cortisolo (Luecken et al., 2010).
In più il fatto che recenti prove indichino che alcuni dei polimorfismi genetici, già identificati come plausibili
fattori di ipersensibilità (ad esempio, 5-HTTLPR), interagiscano con le prime esperienze ambientali per predire
i fattori di ipersensibilità comportamentale solleva la possibilità che alcuni individui possano essere
geneticamente predisposti all’incentivo ambientale alla ipersensibilità.
I meccanismi che spiegano l’ipersensibilità
Sebbene gli sforzi espliciti per identificare meccanismi e processi dell’ipersensibilità non siano stati ancora
intrapresi, un insieme di studi che si focalizza sui fattori comportamentali e neurologici correlati di alcune
caratteristiche endogene, emerse come fattori di ipersensibilità in questa rassegna, indicano la verosimile
presenza di molti fattori coinvolti nell’ipersensibilità. Uno può riguardare il grado di attenzione diretto ad
aspetti qualitativi dell’esperienza. Per esempio, i bambini che ottennero punteggi alti nell’emotività negativa
risultarono guardare più a lungo a nuovi stimoli, suggerendo che l’incremento della attenzione visiva e del
coinvolgimento cognitivo potrebbe giocare un ruolo esplicativo dell’ipersensibilità (Vonderlin, Pahnke, &
Pauen, 2008). Senza peccare di inconsistenza nei confronti di tale inferenza è la prova che gli adulti in stato di
benessere e che trasportano l’allele corto 5-HTTLPR hanno prestazioni migliori rispetto ad altri sul test
Wisconsin di classificazione delle carte, un compito che richiede, al di là di altri aspetti, il buon funzionamento
nel processing attentivo e visivo (Borg et a. 2009). La nozione secondo cui alcuni individui traggano maggiore
beneficio dalle esperienze positive per via dei processi attentivi è coerente con l’affermazione di Suomi (1995,
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1997) secondo cui il macaco rherus più pauroso, inibito, nervoso impari più degli altri il funzionamento
dell’ambiente sociale, perché investe più tempo delle altre giovani scimmie ad osservare il mondo che lo
circonda.
I processi attentivi implicati nel lavoro sovra citato potrebbero essi stessi essere una funzione del
funzionamento più profondo del sistema nervoso centrale, come recentemente mostrato in uno studio di
imaging di 18 adulti in stato di benessere (Jagiellowicz et al. 2011). I partecipanti che ottennero punteggi alti
nel sensory-processing sensitivity impiegarono più tempo a rispondere a cambiamenti di lieve conto in
fotografie neutrali e mostrarono più attivazione nelle aree cerebrali visuali attentive, suggerendo che si
accompagnassero più da vicino con i dettagli sottili delle fotografie.
Un altro lavoro suggerisce che alcuni dei presunti fattori di ipersensibilità messi in luce in questo report
possono essere relativi ad una attenzione incoraggiata nei confronti di particolari stimoli emotivamente
rilevanti. Per esempio gli adulti in stato di benessere, che trasportano l’allele corto 5-HTTLPR potrebbero
essere davvero più forti per stimoli positivi (Beevers et al., 2011); fosse questo il caso, aiuterebbe a spiegare
come mai gli individui con questo genotipo traggano più di altri beneficio dalle influenze positive. Il fatto,
comunque, che gli altri studi riportino un bias più forte per i soli stimoli negativi (per la meta-analisi, vedi
Pergamin-Hight, Bakermans-Kranenburg, van Ijzendoorn, & Bar-Haim, 2012) o nessun bias emotivo (Fox,
Ridgewell, & Ashwin, 2009) invita sicuramente ad avere cautela prima che qualsiasi conclusione sia tracciata
sul perché i portatori di alleli corti sembrino dedurre una ipersensibilità più elevata di altri. Una potenziale
spiegazione dei risultati inconsistenti appena riassunti potrebbe essere che i portatori di alleli corti non siano
così parziali nei confronti degli stimoli positivi o negativi, ma piuttosto che in generale il loro bias attentivo
sia più facilmente influenzato. Le prove coerenti con questa affermazione si trovano in un recente studio
sperimentale che coinvolge una procedura standard Attention Bias Modification (ABM) in cui gli adulti con
alleli corti 5-HTTLPR potrebbero guadagnare di più da interventi terapeutici come ABM. Questo
suggerimento concorda bene con i risultati di un recente studio di Clarke, Chen, e Guastalla (2012) in cui
l’abilità di adottare un processamento attentivo selettivo era valutato tramite ABM prima che i pazienti adulti
attraversassero un percorso di terapia di gruppo CBT per il disturbo di ansia sociale. Confermando ed
estendendo la affermazione di Fox et al. (2011), coloro che erano più pronti ad adottare un processamento
attentivo selettivo (verso gli stimoli minacciosi) nell’esperimento ABM erano anche coloro che mostrarono il
cambiamento più positivo in risposta al trattamento.
Un ulteriore meccanismo potenziale coinvolto nell’ipersensibilità potrebbe essere che gli individui che
traggono maggiormente beneficio dalle influenze positive siano particolarmente sensibili alle forze di ordine
sociale. Sulla base delle osservazioni empiriche secondo cui gli individui con l’allele corto 5-HTTLPR si
sentono spesso più sensibili agli aspetti sociali dell’ambiente, Way and Taylor (2010) recentemente trovarono
le prove che supportassero l’idea che il sistema della serotonina potrebbe essere coinvolto in maniera critica
nel definire la sensibilità alle esperienze sociali. Si tratta di un caso intrigante dato che la maggior parte delle
prove dell’ipersensibilità come funzione di 5-HTTLPR prima portate in rassegna, includono le esperienze
positive e le esposizioni di principale origine sociale (ad esempio, relazioni familiari, cura infantile,
psicoterapia).
Le differenze nella sensibilità relativa alla ricompensa possono costituire un ulteriore meccanismo che
sottolinea l’ipersensibilità. In uno studio sperimentale di Roiser, Rogers, Cook, e Shahakian (2006) il risultato
atteso era che gli individui con alleli corti 5-HTTLPR fossero più differenti nella probabilità di vincere le
scommesse, rispetto agli individui con alleli lunghi, suggerendo che la prima categoria menzionata avesse una
maggiore sensibilità alla ricompensa. Simili risultati emersero per gli adolescenti con una storia di
temperamento infantile inibito in uno studio di imaging (Bar-Haim et al. 2009). I teenager che erano più inibiti
dal punto di vista comportamentale nella prima infanzia –e pertanto dotati di una maggiore emotività negativa
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– mostrarono una attività maggiore nelle regioni cerebrali correlate alla ricompensa in condizioni sperimentali
in cui credevano che la loro scelta di una azione determinasse l’acquisizione di una ricompensa.
Come suggerito dal framework Biological Sensitivity to Context (Boyce & Ellis, 2005) e più di recente nell’
Adaptive Calibration Model (Del Giudice, Ellis, & Shirtcliff, 2011), l’ipersensibilità potrebbe essere una
funzione di un elevato sistema di reazione allo stress (ad esempio elevata reattività al cortisolo). In base a
questa prospettiva, il sistema di risposta allo stress gioca un ruolo importante nel regolare la sensibilità alle
risorse ambientali. Quindi, può essere visto come un dispositivo di acquisizione delle informazioni che
trasmette all’interno del corpo ciò che accade al suo esterno.
In base al framework della sensibilità differente (Belsky & Pluess, 2009 a) così come il concetto di sensibilità
al processamento sensoriale (Aron & Aron, 1997; Aron et al., 2012), la principale ragione per cui alcuni
individui sono più reattivi alle influenze positive di altri potrebbe essere che sono dotati di un sistema nervoso
centrale più sensibile sul quale le esperienze si registrano più facilmente e profondamente. In un semplice
tentativo di integrare quest’aspetto di “neurosensibilità” con le osservazioni empiriche già effettuate in merito
a tre categorie differenti di fattori di ipersensibilità, speculiamo che specifiche varianti genetiche (ad esempio,
l’allele corto 5-HTTLPR, DRD4 7-ripetuto) contribuiscano all’incremento della sensibilità e reattività di
specifiche regioni cerebrali. L’incrementata neuro sensibilità in tali regioni cerebrali successivamente si
manifesta in una maggiore emotività negativa ed in una reattività fisiologica (Pluess, Stevens, & Belsky, nella
stampa), in parte perché individui altamente sensibili è facile che si manifestino.
Una regione cerebrale che in modo altamente verosimile sembra coinvolta nell’ipersensibilità (così come la
sensibilità differente) è l’amigdala, parte del sistema limbico e che gioca un ruolo importante nel
processamento degli stimoli emotivi (Sander, Grafman, & Zalla, 2003). Non ci vuole molta immaginazione,
quindi, per inferire che la reattività dell’amigdala possa costituire un meccanismo nervoso centrale dal quale
opera l’ipersensibilità. Certamente in accordo con tale affermazione è la prova che la reattività dell’amigdala
sia maggiore negli individui che portano l’allele corto 5-HTTLPR (Munafò, Brown, & Hariri, 2008) e negli
individui con difficile temperamento infantile (Perez-Edgar et al. 2007; Schwartz, Wright, Shin, Kagan, &
Rauch, 2003), entrambi identificati come fattori di ipersensibilità.
Altrettanto importante è la recente ricerca che cronicizza gli effetti della qualità ambientale precoce sulla
grandezza dell’amigdala (Lupien et al., 2011; Tottenham et al., 2010).
Senza tener conto se la reattività dell’amigdala possa essere concettualizzata come un meccanismo neurologico
sottostante l’ipersensibilità, potrebbe essere sbagliato concludere che sia l’unico o persino necessariamente il
più importante substrato neurologico dell’ipersensibilità. Più verosimilmente, l’ipersensibilità è la funzione di
diversi meccanismi nervosi centrali, inclusi i processi correlati con l’attenzione, sensibilità alla ricompensa,
social cognition, ed il sistema di risposta allo stress.
Per finire ed in una prospettiva analoga, alcuni fattori dell’ipersensibilità possono costituirsi col tempo in
risposta ad esposizioni positive e negative. Si consideri in questo merito il fatto che adulti con livelli iniziali
più alti di tono vocale (misurati come RSA), che come sottolineato prima è correlato ad un incremento
dell’ipersensibilità (Eisenberg et al. 2012; Obradovic et al.,2010), manifestavano un incremento delle emozioni
positive e connessioni sociali più rapidamente di altri in un periodo di 9 settimane, e questi incrementi stessi
prevedono una ulteriore crescita nel tono vocale indipendente (Kok & Fredrickson, 2010). Visto che una
crescente spirale positiva potrebbe caratterizzare alcuni più di altri, ci si dovrebbe aspettare che le differenze
interindividuali nell’ipersensibilità diventino più ampie nel tempo in un ambiente positivo. Per esempio, gli
individui con alte abilità cognitive (cioè, IQ) potrebbero trarre più verosimilmente beneficio dall’educazione
di alta qualità, che successivamente incrementa le loro abilità cognitive anche oltre e con ciò la probabilità che
trarranno un maggior beneficio dalle esperienze educative di alta qualità.
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Conclusioni
Esiste ora una nuova emergente prova che gli individui differiscono nella loro risposta positiva nei confronti
delle esperienze benefiche e delle esposizioni ambientali. Tale variazione non è semplicemente un risultato,
almeno negli studi di intervento, della qualità dell’erogazione del servizio, ma anche una funzione di
caratteristiche individuali: endogene, comportamentali, fisiologiche, genetiche. Ci sono individui che possono
essere sproporzionatamente sensibili alle esperienze negative, e/o possono essere sproporzionatamente
sensibili alle condizioni ambientali positive, in coerenza con l’ipersensibilità. Inoltre richiamando una
attenzione speciale sulle differenze individuali i risposta alle differenze positive e fornendo una terminologia
(presa in prestito da Manuck, 2011; Sweitzer et al. 2012) in modo da facilitare la discussione, questa analisi
dell’ipersensibilità dovrebbe stimolare i ricercatori, forse in maniera speciale coloro con i sotto settori della
psicologia clinica e positiva, in modo da prestare maggiore attenzione alle determinanti endogene della
variazione in risposta alle risposte benefiche presunte ed alle esposizioni ai contesti.
Un aspetto finale e correlato riguarda se la stessa ipersensibilità possa essere direttamente influenzata mediante
un intervento. La prova evidenziata in precedenza, che suggerisce che alcuni fattori di ipersensibilità siano
plasmati da influenze ambientali precoci, suggerisce che ciò potrebbe essere possibile. Se è così, l’efficacia di
interventi e servizi psicologici esistenti potrebbero essere notevolmente accresciuti dagli interventi che
indirizzano la promozione dell’ipersensibilità.
In conclusione, l’ipersensibilità prevede un nuovo concetto di osservazione diffusa secondo cui gli individui
si differenziano generalmente nella risposta alle esperienze positive. L’applicazione del ragionamento
dell’ipersensibilità alla psicologia clinica, evolutiva ed educativa può significativamente incoraggiare la
corrispondenza persona-contesto ambientale per una varietà di interventi e servizi, eventualmente
massimizzando l’efficacia su una base individuale.
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