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Mamma di pancia, mamma di cuore

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Mamma di pancia, mamma di cuore
31/05/07 – Mamma di pancia, mamma di cuore
Trascrizioni appunti di una serata di Parliamone Post di Monza, a cura di Raffaella Ceci
Presenti 14 coppie di Pre, 11 di Post + la Tirocinante.
Il dott. Augurio chiede ai presenti se concordano con queste definizioni.
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Le definizioni sono limitative: la mamma di pancia è la mamma che lo sa partorire, la mamma di
cuore è uguale alla mamma di pancia, ma è anche di testa e cuore; l’unica differenza è che non
l’ha partorito
C’è una confusione sul termine “mamma” di pancia: secondo alcune assistenti sociali questo
termine è equivoco ed è meglio parlare della “signora che ti ha partorito”
A questo punto il dott. Augurio chiede: ma che senso si dà a pancia e cuore ?
Ottiene queste risposte:
PANCIA
Fisico (3 persone)
Istinto (2 persone)
Sangue
Anche cuore
Procreazione
Unicità
Biologico
Dentro
Patrimonio genetico
Generazione
Processo biologico
Essere vivente
Immediatezza
CUORE
Sentimenti (2 persone)
Amore
Desiderio
Emozioni/emotività
Passione
Interiorizzazione
Rapporto
Dentro
Patrimonio familiare
Progetto
Processo mentale
Figlio
Continuità
Accettazione consapevole
In effetti, spiega il dott. Augurio, non esiste nessuna differenza: nel momento in cui ci si avvicina
all’adozione deve esserci un processo metabolizzato di accoglienza di un qualcosa (genetico, fisico) non
nato da noi.
Dobbiamo abituarci a pensare che dietro la nostra gioia c’è il dolore di qualcun altro.
Se dietro ad un abbandono/abuso c’è un problema personale dell’adulto non possiamo pensare che
l’adulto non provi affetto per il bambino.
La mamma di pancia, a differenza nostra, è una mamma che non si è mai dovuta sperimentare adulta.
Il denominatore comune che unisce pancia e cuore e che permette un interscambio tra le due situazioni è
l’abbandono.
Per il figlio non è importante capire se ha una mamma di pancia o una mamma di cuore (chi mi ha
procreato o chi mi ha accolto), ma capire chi mi tiene e chi non mi tiene.
I termini pancia e cuore sono dell’adulto: finché faccio la distinzione rischio di sentirmi mamma a metà.
Questa differenza i bambini la fanno se noi trasferiamo loro poca tranquillità sull’adozione.
Ovviamente la mappa cromosomica è diversa.
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MA come io mi sento completa nel mio ruolo di mamma ?
Io ogni giorno mi sperimento mamma di cuore, ma guai a pensare che la mamma di pancia non abbia
avuto cuore per il figlio.
APPARTENENZA! Se io sono dell’altro, ho un’osmosi nei confronti di chi ho di fronte; quindi il
problema non è se io sono nato da te, ma se ti appartengo dobbiamo avere la capacità di trasmettere ai
nostri figli il senso di appartenenza, cioè il senso di essere nostro.
Si può anche educare un bambino di 12 giorni e lui può non appartenerci mai.
Nella fase adolescenziale è importante l’appartenenza alla famiglia: in quella fase c’è la costruzione della
propria identità : “da oggi devo essere me stesso, devo rompere il cordone ombelicale di appartenenza con
la mia famiglia per vedere se riesco a cavarmela da solo”. Però se non ho interiorizzato bene la figura
genitoriale di chi è stato con me, io non so da chi mi devo separare: allora quella è la figura che chiamo
mamma/papà ed è da loro che mi devo separare.
Se i genitori mi hanno rtasmesso una parte di loro incompletezza ho difficoltà a capire da chi mi devo
separare, perché continuo ad avere una porta socchiusa, nel mio subconscio ho delle persone che i miei
genitori non mi hanno permesso di dimenticare.
La differenza fra una genitorialità naturale e quella adottiva è che quella adottiva gioca a carte scoperte:
non devo avere paure! (in effetti il genitore naturale non gioca, perché per lui non esiste il problema)
Se dico “la persona che ti ha messo al mondo” offendo il bambino: lui è l’unico che non è nato da una
mamma!
La paura nell’usare certi termini è dell’adulto, non del bambino!
Al bambino interessa sapere cosa c’è dietro l’abbandono: se si sanno le motivazioni vanno dette; se non si
sanno, si dice “in genere avviene per questi motivi:…”. Chiaramente fra questi motivi non deve rientrare
la povertà, perché non è la causa che porta all’abbandono dei figli.
Nel momento in cui arrivano i figli bisogna trasmettere loro la tranquillità che noi abbiamo acquisito nel
processo di accettazione prima descritto.
Se non sono in grado di dare una risposta al bambino, posso dirgli: io ci sono, ma non sono in grado di
darti una risposta, devo pensarci.
Le domande in genere servono al bambino come riaffermazione di appartenenza.
“Io sono nato da te” gli serve per costruire un gioco simbolico.
Il problema è che siamo noi incompleti e ci sentiamo così ogni volta che i nostri figli aprono una porta sul
passato. In quel momento il bambino non vuole un chiarimento sul prima, ma una situazione di
tranquillità sul presente.
Quindi alla domanda “ma allora ho due mamme?” possiamo tranquillamente rispondere di sì.
Il bambino capisce veramente cosa significa essere adottato con l’inserimento nella scuola elementare; le
precisazioni fatte prima di allora sono per noi; infatti il processo di comunicazione riguarda non solo il
bambino ma anche l’adulto!
Un bambino scappa da noi e non ci riconosce se non ci appartiene: se non lo sappiamo ascoltare, se non
sappiamo leggere i suoi sguardi, i suoi sorrisi.
Stiamo quindi parlando dela differenza tra una madre che non lo ha acuudito con una che lo ha fatto.
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Il nostro bambino ha un passato diverso dal nostro!
Volendo si può dire che ci sono due tipi di genitori: chi on ha voluto/potuto tenerlo e noi che lo abbiamo
accolto.
I bambini vanno in confusione se non riescono a capire: non possiamo negare loro che sono nati da
un’altra pancia! Ed il problema non è che nome metto a chi lo ha partorito!
Queste comunicazioni, comunque, come tutte le comunicazioni importanti, devono essere fatte in un
momento di attenzione assoluta per lui, non mentre si sta facendo altro.
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