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Uno La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti

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Uno La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti
Uno
La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo
tutti e due cosi magri e perplessi, così provvisori nelle
nostre vite da stare a guardare come spettatori mentre
quello che ci succedeva entrava a far parte del passato,
schiacciato senza la minima prospettiva. Il ricordo che
ho del nostro primo incontro è in realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e modificati per liberare un solo episodio dal tessuto di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.
In questo ricordo ricostruito io sono in piedi dall'altra parte della strada, a guardare il brulichìo di ragazzi
e ragazze che sciamano fuori da un vecchio edificio grigio, appena arginati da una transenna di metallo che
corre per una decina di metri lungo il marciapiede. Ho
le mani in tasca e il bavero del cappotto alzato, e cerco
disperatamente di assumere un atteggiamento di non
appartenenza alla scena, anche se sono uscito dallo stesso portone e ho fatto lo stesso percorso faticoso solo un
quarto d'ora prima. Ma ho quattordici anni e odio i vestiti che ho addosso, odio il mio aspetto in generale, e
l'idea di essere qui in questo momento.
La folla di persone giovani viene avanti come un torrente intralciato da tronchi e massi affioranti, appena
finita la transenna si riversa nella strada e la invade fino al mio marciapiede. E quasi ogni faccia è troppo pallida o tonda o lunga, quasi ogni corpo troppo angoloso
o smussato, quasi ogni andatura priva di equilibrio, come se le cartelle che tutti portano in mano e a tracolla
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fossero troppo leggere o pesanti. C'è questo fondo di
indifferenza attiva in quasi ogni sguardo, in quasi ogni
gesto che si unisce al generale dispendio di energia meccanica. Non mi sembra affatto di essere meglio degli
altri: è l'idea di vedere i miei difetti moltipllcati per
centinaia di volte che accentua la mia insofferenza e la
riflette tutto intorno.
Osservo la massa confusa di teste e busti in movimento, sperando di riconoscere i capelli di una ragazza che ho visto qualche giorno prima, e invece mi colpisce lo sguardo di uno che cerca di farsi largo con
un'espressione di estraneità concentrata. E uno sguardo da ospite non invitato, da passeggero clandestino:
uno sguardo che prende distanza dai suoi stessi lineamenti, dal suo stesso modo di girare la testa a destra e
a sinistra.
Poi nel ricordo ricostruito c'è un vuoto, dove Guido Laremi con il suo sguardo estraneo viene riassorbito dallo sfondo. Libero il mio motorino dalla catena e
lo faccio partire, e questi gesti semplici mi costano fatica e ripetizione, rabbia contro gli oggetti. Alla fine
sono in sella e cerco di aprirmi un percorso tra la gente e le macchine, e vado addosso a qualcuno. Sento un
colpo su un lato del manubrio, ondeggio e perdo l'equilibrio; volo sul motorino trascinato dal mio cappotto
pesante, dalla borsa di tela piena di libri obbligatori.
Qualche testa tonda e qualche collo lungo, qualche
faccia di mela o di zucca o di pinolo, qualche paio di occhiali a finestrella di bunker o a fondo di bottiglia o a
televisore panoramico si voltano nella mischia di movimenti; si distolgono appena mi rialzo senza danni interessanti. Guido Laremi a un paio di metri da me si preme una mano su un fianco, dice «Porca miseria». Ha più
o meno la mia età, occhi chiari, capelli biondastri disordinati. Ha un impermeabile inglese, ma gli sta corto;
anche lui tiene il bavero alzato. Mi fissa, e il suo sguardo è pieno di irritazione adesso, oltre che di estraneità.
Gli dico «Mi dispiace»; tiro su il motorino. Tutto intorno gli studenti in uscita continuano a urtarsi e spin-
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gersi e appoggiarsi uno all'altro, tra bofonchiamenti e
squittii e risate e urla gutturali. Le automobili vanno
avanti a piccoli scatti, raddensano con i loro scarichi
l'aria già sporca e fredda. Una professoressa rinsecchita
scivola oltre, come un vecchio animale da preda sazio e
privo di intenzioni pericolose per il momento.
Di nuovo dico a Guido Laremi «Mi dispiace». Lui
sorride appena, dice «Non importa». Ha una voce leggermente roca, grattata. Ci stringiamo la mano quasi
formali, in questa posizione precaria tra strada e marciapiede, nel vocio e il rumore di motori. Poi lui mi
chiede se non gli dò un passaggio verso casa: in forma
di compensazione, sembra.
Rimetto in moto; lui sale dietro e parto, ondeggiante tra le automobili e gli studenti. Non è un motorino
per due, sottile e leggero com'è, con la sella corta e senza pedaline posteriori. Guido Laremi tiene le gambe
sollevate, mi dice «Attento» tre o quattro volte.
Ed è un giorno di novembre e Milano è vicina al suo
peggiore grigio persecutorio, la casa dove mi aspettano
a mangiare non mi attira affatto, non ho nessun programma interessante per il pomeriggio. Non c'è nessuna ragazza attraente che io speri di vedere presto; tutto
quello che ho intorno mi sembra noioso e insensato allo stesso modo, privo di spunti. Anche visto a distanza
e ricostruito non è un ricordo idilliaco, questo del mio
motorino che vibra per le vecchie vie intasate di traffico, con Guido Laremi dietro stretto ai tubi del telaio.
pUE
Due
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Dopo il nostro primo incontro io e Guido Laremi
non ci siamo più visti per nove mesi interi. L'ho accompagnato a casa e ci siamo salutati, e malgrado la
simpatia e la curiosità che provavamo l'uno per l'altro
non ci siamo detti i nostri nomi né in che classe eravamo, né abbiamo poi fatto il minimo tentativo di rintracciarci a scuola. Era un periodo in cui una cosa succedeva e subito dopo era evaporata; come se non ci fosse mai stata. Tendo a ricordarmene come un insetto
può ricordarsi il suo stato larvale: con lo stesso genere
di sensazioni torporose che affiorano una sull'altra e
subito perdono contorno.
Quello che mi viene in mente sono stati di sonnolenza, attesa e mancanza di ritmo, riflessioni circolari,
immagini frammentarie, discorsi imprecisi, sguardi a
distanza, incontri rimandati. Studiavo latino e greco
antico e algebra nel modo più meccanico, senza capire
i codici interni di ogni materia né il suo possibile uso
al di fuori della scuola. Ascoltavo i professori e cercavo di memorizzare quello che dicevano in base alle cadenze delle loro frasi: il suono cantilenabile delle formule. A casa ogni pomeriggio stavo seduto a un tavolo a guardare le pagine di un libro e guardare nel vuoto.
Non mi sembrava che ci fossero alternative realistiche a fare lo studente, allora. Le uniche possibilità che
mi venivano in mente erano come immagini di film viste da molto lontano, senza riuscire ad ascoltarne i suoni: io che emigravo; che andavo a imparare un lavoro
manuale; che andavo alla ventura. Avrei dovuto essere credo in una situazione molto più difficile per riuscire a raggiungerle: forse soffrire la fame, vivere con
genitori alcoolizzati o violenti. La mia era una famiglia
media italiana, mediamente attenta al mio andamento
scolastico, mediamente tollerante delle mie oscillazioni di interesse, mediamente protettiva e confortante.
Non avevo nessuno che mi stesse addosso a rendermi
la vita impossibile, provocare rotture irrimediabili.
A volte cercavo di capire cosa avrei potuto fare una
volta uscito da questo stato indefinito, ma non arrivavo mai a una conclusione attendibile. A volte mi guardavo nello specchio del bagno e cercavo di intuirlo
dall'evoluzione dei miei lineamenti, dalle possibilità della mia mimica facciale. A mezzogiorno e di sera mangiavo con mia madre e suo marito e mi sentivo raggricciare dentro quando una battuta veniva rifatta, una considerazione riespressa, una piega di carattere rimessa in
luce esattamente come cento o mille altre volte prima.
Mi sembrava morboso essere ancora lì con loro, preso
nella piccola rete di sguardi e gesti che conoscevo così
bene, ma non facevo niente per uscirne, e non credo si
capisse che ne soffrivo: avevo sviluppato una capacità
di assorbire stridori senza reazioni apparenti. La domenica dormivo fino a mezzogiorno, fino alla una; fino a quando mia madre entrava nella stanza e tirava su
le tapparelle e mi strappava le coperte di dosso.
Suonavo la chitarra, ma non sapevo leggere la musica né avevo abbastanza orecchio, cosi tendevo a ripetere all'infinito i due o tre giri di accordi che conoscevo, in un esercizio ellittico di frustrazione. Fluttuavo
nel vuoto, sospeso tra gli orari della giornata. Lasciavo
passare il tempo, più che altro; e mi sembrava che passasse con una lentezza incredibile.
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Tre
All'inizio della quinta ginnasio Guido Laremi è stato trasferito alla mia classe. Eravamo immersi nel fluido paranoico di una lezione di latino, e lui è entrato
dietro al preside. Non l'ho riconosciuto subito, perché
aveva i capelli più scarruff ati e lunghi che al nostro primo incontro ed era vestito in un altro stile, con jeans
chiari e scarpe da tennis. Anche il suo sguardo era diverso: l'estraneità gli si era condensata, dava ai suoi occhi azzurri una luce più rapida e precisa. Stava fermo
vicino alla cattedra, leggermente inclinato a osservare
il preside, come se fosse curioso di una situazione che
non lo riguardava affatto.
Il preside era un ometto tronfio e atticciato, con baffi sottili da commissario di polizia; ha spiegato sottovoce qualcosa alla nostra professoressa Bratti. La Bratti ha indicato Guido Laremi, detto «L'allievo Laremi
per ragioni di ordine scolastico da oggi è trasferito a
questa classe».
Sia la professoressa che il preside sembravano leggermente imbarazzati; Guido Laremi li guardava con
le mani in tasca. Poi il preside se n'è andato, mentre
tutti noi ci alzavamo in piedi tra spostamenti di sedie
e frusci! e colpi di tosse; la professoressa ha detto a Guido Laremi di trovarsi un posto.
Lui è, venuto verso il fondo, guardava le facce dei tre
o quattro studenti che occupavano da soli un banco per
due. E arrivato fino a me e senza guardarmi si è seduto al mio fianco; ha fissato la cattedra a occhi stretti,
ii
in atteggiamento di grande attenzione. Solo dopo qualche minuto si è girato, mi ha detto «Ehi».
Quando siamo usciti alla fine delle lezioni e scesi per
u crale
eli ho chiesto
come mai l'avevano trasferito da
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noi. Lui ha detto «E una stona patetica»: senza la minima intenzione di spiegarmi quale. Gli ho chiesto se
voleva un passaggio in moto; lui mi ha ringraziato, ha
detto che doveva restare. Era chiaro che aspettava una
ragazza, ma aveva questa riservatezza strana, da ladro.
Ha attraversato la strada, è andato sul marciapiede opposto, nello stesso punto dov'ero io la prima volta che
l'avevo visto. .
Il giorno dopo è tornato a sedersi al mio banco nella penultima fila, e da allora abbiamo cominciato a diventare amici. E stato un processo lento, nella chimica lenta di quel periodo, quando tutto si trasformava
in modo difficile da percepire. Nessuno di noi due aveva grandi legami con gli altri nostri compagni, io per
timidezza e perché li consideravo parte di un mondo
che non volevo accettare, Guido perché era troppo diverso da loro. In realtà i due goffi giovani intellettuali della classe Abiondi e Parvo avevano cercato all'inizio di cooptarlo, impressionati dal suo aspetto e dal suo
modo di parlare. Lo avevano stretto da parte negli intervalli, si erano sforzati di metterlo al corrente delle
loro opinioni sul cinema e la letteratura e la pittura contemporanei, formate al riparo dei libri e i discorsi dei
loro genitori. Guido non aveva mostrato il minimo interesse, si era svincolato dopo poche frasi senza cercare pretesti; l'attrazione di Abiondi e Parvo si era trasformata in risentimento. Lo guardavano da lontano
con i loro occhi miopi, dove si mescolava ostilità ragionata e diffidenza fisica.
Guido non sembrava neanche accorgersene, ma
1 idea che mi avesse scelto come compagno di banco mi
ha fatto ancora più piacere. Stavamo seduti quasi immobili ai nostri posti, ad ascoltare le esposizioni di dog-
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mi grammaticali e matematici; assediati come tutti gli
altri dall'angoscia di essere interrogati su codici e cifrati che quasi nessuno capiva davvero.
Le nostre professoresse non cercavano di nascondere il gusto con cui esercitavano un potere assoluto su
persone più giovani e almeno potenzialmente più libere e fortunate di loro. Doveva essere un vero piacere
fisico, in grado di compensare quasi qualunque insoddisfazione sentimentale o finanziaria o di salute avessero fuori dalla scuola. Non importa quant'era brutta
la loro casa, o insopportabile il loro matrimonio, o faticoso il percorso che dovevano fare ogni mattina; una
volta in classe e chiusa la porta cambiavano espressione. Appendevano all'attaccapanni i loro cappellini a
busta o a torta, i loro cappotti bluastri o verdini, si sedevano dietro la cattedra a fissare a occhi socchiusi le
loro trenta vittime che prive di difese respiravano sullo stesso ritmo. Erano loro a stabilire i tempi: dilatavano le attese per godersi meglio il momento in cui
avrebbero colpito, facevano scorrere lente l'indice
sull'elenco dei nomi del registro, dicevano «Venga fuori Ba..., no, Gè . . . » C'era questa atmosfera rarefatta:
questo vuoto in cui il più piccolo dei gesti si amplificava, la più piccola sfumatura di tono acquistava un rilievo impressionante.
Guido stava rintanato di fianco a me verso il fondo
dell'aula, e faceva continue osservazioni su tutto.
All'inizio parlava quasi da solo, ma poco alla volta ha
cominciato ad alzare leggermente la voce per farmi partecipare. Non ci guardavamo quasi: comunicavamo in
modo ben dissimulato dietro l'attenzione apparente per
le professoresse. Presto si è stabilita tra noi una complicità automatica simile a quella che c'è in alcune forme di sport a due, come il bob o il motociclismo con
sidecar. Gli facevo da secondo: lo bilanciavo e aiutavo
a mantenere una traiettoria, ero il minimo pubblico
possibile per la sua attività di scrutatore.
Lui aveva un vero talento per cogliere accenti, modi di fare, vezzi, cadenze, dettagli fisici e tic di com-
tamento; li isolava e rimetteva insieme con una fallita straordinaria. Seguiva una vena febbrile, difficile da anticipare: a volte passava rapido da un soggetto
ll'altro, giustapponeva particolari, li metteva a confronto; altre volte stava fermo su un solo dettaglio e lo
esponeva da angoli diversi, lo amplificava fino a farlo
diventare insostenibile.
Ogni tanto una professoressa se ne accorgeva: la
Dratti o la Cavralli alzavano di scatto lo sguardo predatore, battevano una mano di piatto sulla cattedra,
gridavano « Chi è là in fondo ? » II clima diventava ancora più pericoloso; le trenta vittime inchiodate ai loro posti smettevano di respirare. Guido aspettava qualche secondo e poi ricominciava, la sua voce roca solo
sussurrata adesso. La tensione aumentata dava più carica alle sue osservazioni, le percorreva di elettricità.
Diceva che i musicisti rock erano le uniche persone
giovani che potevano fare esattamente quello che volevano. Mi ha raccontato di una volta tre anni prima
quando aveva visto alla televisione i Rolling Stones.
Era solo un frammento di concerto dal vivo, con la musica parzialmente coperta da uno speaker servo che cercava di fare dell'ironia, e lo stesso l'aveva colpito in
modo incredibile. «Era la vita - diceva. - C'erano questi cinque pieni di energia e di rabbia e divertimento
per quello che facevano, senza nessun riguardo e nessun obbligo e nessuna spiegazione o simulazione di ragionevolezza per nessuno».
Ma non voleva imparare a suonare la chitarra. Diceva che in Italia il rock non si poteva fare; che l'italiano era una lingua troppo rigida e artificiale per cantarla su una musica diversa dall'opera, quelli che ci provavano lo riempivano di imbarazzo e tristezza.
In compenso trascriveva testi di canzoni, con la stessa passione che se le suonasse. Stava imparando l'inglese in questo modo, molto più che con la scuola. Si
portava in classe un dizionarietto tascabile e cercava di
decifrare strofa dopo strofa, anche se metà delle espressioni che cercava erano troppo irregolari o nuove per
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TRE
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ti a un grosso edificio ottocentesco dalla facciaessere già codificate. Canticchiava passaggi a mezza vola Lui scendeva e indietreggiava di qualche pasce, con il suo timbro aspro e leggermente stonato; certa ^ • f a ceva un gesto con la mano. Non lo vedevo mai
cava di comunicarmi l'intensità di un'immagine o di un
S°'J^rf
volta
girato
verso
la strada, a guaraccostamento di suoni. Diceva «Non è incredibile?» y\e ripeteva una
frase nani
finché
mi restava
era reentrata
nelle
orecPtT.LTaJ-'-'J ^6
' *
dare il traffico: scarruffato e magro, sempre un pò in'"dinatosuunlato.
chie, mentre la professoressa Dratti andava avanti a
scandire declinazioni latine come una macchina impazzita.
Ogni mattina eravamo cosi vicini e presi nella stesAveva una specie di grafomania, anche: scriveva a
sa corrente, e il pomeriggio o nei giorni di vacanza non
matita sul legno fibroso del banco dove lo smalto era
ci vedevamo mai. Un paio di volte gli ho chiesto se vosaltato, a penna sui fogli a righe dei quaderni, a penleva venire a studiare da me; lui mi ha detto che avenarello sulla tela verde militare della sua borsa per i liva da fare, nello stesso tono di quando diceva di dover
bri. Scriveva rapido con la sua calligrafia inclinata: strorestare davanti a scuola. Da allora non ne abbiamo più
fe di canzoni o frasi inventate o lette o sentite citare
parlato; è diventata una specie di convenzione che la
da qualcuno, e sembrava che tutte avessero un riferinostra amicizia avesse come unico terreno le ore di
mento con la nostra situazione. Non ne era mai comscuola. Non mi sembrava poi cosi strano, perché era
piaciuto, non le considerava articoli di un codice a cui
quello il cuore della giornata; il pomeriggio solo un'omrifarsi. Lo colpiva scoprire un'idea o una sensazione
bra
pallida della mattina, vuoto e privo di tensione.
espressa in modo vivo e non convenzionale; la studiava con ammirazione, come si può fare con un piccolo
quadro. Inventava finte citazioni, anche, o finte poesie, del tutto plausibili.
Eravamo presi in questo tessuto nevrotico di frasi
scritte e frasi bisbigliate, su un piano parallelo a quello delle professoresse. Solo ogni tanto c'era un contatto improvviso tra i due piani, provocato da una parola
o uno sguardo o un suono discordante: uscivamo per
un attimo dalla nostra maniacalità e ci sembrava di scoprire la loro per la prima volta.
Quando Guido non doveva fermarsi all'uscita ad
aspettare la sua ragazza misteriosa lo accompagnavo a
casa in moto. Evitavo di proporglielo; aspettavo che
me lo chiedesse lui. Lui mi guardava rapido, diceva «Ti
secca darmi uno strappo ?» Dal suo tono sembrava che
la cosa non gli facesse grande differenza; che se ne sarebbe tornato a piedi con la stessa facilità.
Lo lasciavo appena al di qua della circonvallazione,
Quattro
da un ragazzo di diciottenni con una grossa mouna brunetta che si chiamava Margherita Tardit0.' gro sicuro di non avere alcuna possibilità di inteD 'sare la Amarigo, cosi tendevo a fecalizzarmi sulla
Tardini. A volte la guardavo fisso durante una lezione
finché lei se ne accorgeva e si girava: stavamo a contatto d'occhi qualche secondo, e già mi sembrava di
avere ottenuto molto. Anche in questo tendevo a trattare il tempo come un bene inesauribile: come se ogni
occasione dovesse riproporsi ciclicamente finché non
avessi saputo approfittarne.
1e
Guido con la sua aria irregolare e romantica aveva
colpito le nostre compagne fin dal primo giorno. Gli
giravano intorno al minimo pretesto, si scavalcavano
in piccoli tentativi di occupare la sua attenzione. Lui
stava al gioco e lo rovesciava con facilità, non ci metteva molto a farle intimidire; l'idea che i suoi interessi sentimentali fossero fuori dalla classe aumentava il
suo fascino, lo faceva sembrare più rischioso.
I nostri compagni lo osservavano a distanza, con occhi velati di gelosia. Era una gelosia inefficace, come
tutti i nostri sentimenti di allora; affiorava alla superficie degli sguardi e se ne tornava indietro. A parte
l'ostilità di Abiondi e Parvo, gli altri avevano un atteggiamento incerto verso Guido, dovuto alla sua incuranza per gli standard a cui tutti cercavano di attenersi con tanto sforzo.
Le nostre compagne erano in generale più simpatiche dei maschi, ma non riuscivo a trovare molto richiamo nella loro familiarità dimessa. Le ragazze più
attraenti mi sembravano tutte fuori portata: in classi e
sezioni lontane interi corridoi e scale e altri corridoi
dalla mia, legate a ragazzi più maturi e interessanti di
me; con abitudini e aspirazioni che non riuscivo nemmeno a immaginare. Mi capitava di incrociarle per un
attimo nell'atrio, tra centinaia di altre persone, ed erano del tutto impermeabili ai miei sguardi.
Le uniche carine nella nostra classe erano una bionda di nome Paola Amarigo, che si faceva venire a pren-
Guido ha smesso di aspettare la sua ragazza misteriosa fuori dalla scuola, per una decina di giorni è rimasto offuscato e triste. Quando uscivamo camminava dritto verso il mio motorino, diceva «Andiamo?»
senza guardarsi intorno. Durante le lezioni scriveva frasi nervose su un quaderno, non mi parlava quasi, canticchiava tra sé piccoli ritmi ossessivi. La nostra confidenza peculiare non ci apriva strade per parlarne, ci costringeva a fare finta di niente.
Poi Guido si è accorto di Paola Amarigo, e nel giro
di poco il suo spirito è tornato vivo. Tutti i nostri compagni la consideravano irraggiungibile, e lei non aveva
mai mostrato il minimo interesse per nessuno di loro:
se ne stava seduta da sola a un banco di prima fila come su un piccolo trono, senza sprecare una parola o uno
sguardo più dello stretto indispensabile. Aveva l'aria
di considerare la scuola un luogo di pura attesa, da cui
il ragazzo con la grossa moto o qualcuno di ancora migliore l'avrebbe tirata fuori per insediarla in un'esistenza straordinaria. Era molto bionda, anche, e nel
nostro paese le bionde appena non brutte hanno sempre abitato una dimensione favorita rispetto alle altre
donne.
Guido all'inizio la usava come bersaglio delle sue osservazioni ironiche: sottolineava la rigidezza con cui
stava seduta, la cura eccessiva delle sue pettinature. La
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DUE DI
chiamava «Barbie», o «Principessa-Caveau», per il su0
modo di fare e perché suo padre era un banchiere. J^a
parlava di lei sempre più spesso, e la sua ironia è diventata sempre meno credibile. Mi faceva domande come «Secondo te Paola Amarigo mangia?» o «Secondo
te Paola Amarigo fa la pipi?» e non era difficile vedergli salire dentro l'attrazione per questa ragazza impeccabile e levigata ai limiti dell'innaturalezza.
Per qualche tempo siamo andati avanti in un doppio
gioco di sguardi, io con la Tardini e Guido con la Amarigo. I pochi metri ingombri di banchi che ci separavano mi sembravano distanze invalicabili, attraverso
cui era appena possibile studiare lontani fuochi di interesse. Le nostre attrazioni mi sembravano astratte
la loro possibilità di realizzazione persa nel tempo ciclico e nella distanza telescopica. Lo stesso erano pensieri appassionanti, ben più intensi di quelli che avevano a che fare con lo studio.
Guido è rimasto qualche tempo insieme a me in questa dimensione contemplativa, come se anche lui non
pensasse di uscirne mai; poi un giorno verso la fine di
un intervallo ha detto «Io vado», e l'ho visto attraversare l'aula, andare dritto fino da Paola Amarigo e
dirle qualcosa. Lei è sembrata sconcertata ma ha sorriso, scosso i capelli biondi cosi ben pettinati.
Hanno parlato solo pochi minuti prima che l'intervallo finisse, eppure quando la lezione successiva è cominciata e Guido è tornato al nostro banco mi sembrava di essere incredibilmente inerte rispetto alla vita. Guido non ha commentato in nessun modo quello
che era appena successo, ma si capiva che era eccitato
all'idea di aver stabilito un contatto, il suo interesse si
stava caricando di anticipazioni.
Non ha lasciato che le distanze si riallungassero: il
giorno dopo è tornato da lei, le ha parlato e l'ha fatta
sorridere di nuovo. Riusciva a restare quasi del tutto
naturale, non si nascondeva dietro atteggiamenti per
sentirsi più sicuro. Andava a parlarle come se fosse
spinto dalla curiosità molto più che da intenzioni pre-
QUATTRO
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d^01"^ j^a quando la guardava c'era una luce partisguarao.
, OCchi: un riflesso morbido e lievemendele che non gli avevo visto in altre occasioni,
la Amarigo poco alla volta gli ha lasciato intacio smalto di impeccabilità che la proteggeva: ha
care j nc iato a girare la testa verso il nostro banco duc°m i lezioni, sorridere in modo meno controllato
r uando lui le parlava. I nostri compagni maschi erano
^ ncertati all'idea che lei non fosse poi così inavvicinabile; hanno avuto una ragione in più per considerare Guido un animale di specie diversa.
Guido è diventato sempre più incurante delle lezioni Scriveva sul suo quaderno come se prendesse appunti, e invece costruiva racconti di una pagina o due,
fatti d'i descrizioni meticolose tessute insieme a formare
una trama fine, che rivelava tutti i suoi particolari solo a guardarla molto da vicino. Gli leggevo sopra la spalla mentre scriveva, e mi stupiva vedere le parole liquide apparire sul foglio, dar vita in poco tempo a un personaggio o un'atmosfera. La sua attenzione sembrava
ancora più precisa di quando parlava, ancora più rapida e implacabile. A volte inventava piccole commedie
a due personaggi, compresse e surreali: improvvisava
battuta dopo battuta senza mai perdere il ritmo o allentare la tensione o ricadere in una traccia prevedibile. Trovava titoli come Confessioni di un ladro di tasche
di cappotto; mi coinvolgeva nel gioco dell'invenzione
finché anch'io riuscivo a farmi venire in mente qualche idea.
La Bratti e la Cavralli hanno cominciato ad accorgersi delle nostre attività dissimulate, starci addosso
con sguardi feroci, sibili, scatti di mano. Guido smetteva, stava zitto qualche secondo e ricominciava con
ancora più intensità. Non lo spaventava il rischio; cercava di arrivare a Paola Amarigo, farle balenare qualche riflesso delle sue capacità creative. Io continuavo
nel mio ruolo da secondo, miravo all'attenzione di Margherita Tardini. I nostri compagni assorbivano brividi
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DUE DI
di divertimento illegale, e al minimo segnale di perico
lo ci facevano il vuoto intorno: i loro lineamenti tesi in
espressioni di non corresponsabilità.
Una mattina prima di una lezione di matematica ho
visto Guido e Paola Amarigo davanti a una finestralui le ha sfiorato il mento con le dita, lei rideva.
Per un pezzo abbiamo continuato a non parlarne
anche se nemmeno la sua riservatezza da ladro poteva
più nascondere molto. Vivevamo in una specie di acquario, dove ogni gesto e ogni cambiamento di espressione erano osservabili da tutti in qualunque momento, e questo rendeva ancora più assurdi i nostri riguardi reciproci, e gli dava valore.
Ho cominciato a darmi da fare con Margherita Tardini. Avrei voluto usare la tattica naturale e leggera di
Guido, ma non ci riuscivo. Le andavo vicino negli intervalli, e già lungo il percorso tra i banchi mi sentivo goffo
e sbilanciato, con il cuore che mi batteva e scompensava
i miei gesti. Le rivolgevo la parola, e i miei lineamenti si
contraevano in espressioni incontrollate di imbarazzo.
Mi sembrava di vedermi attraverso i suoi occhi: pieno di
incertezze, incapace di suscitare la minima sorpresa.
Guido mi ha osservato nel suo modo obliquo per
qualche giorno, faceva finta di niente. Poi un mattino
mentre la Bratti traduceva senza la minima ondulazione emotiva una tirata intollerabile di Catone il Censore mi ha detto «Lo so come ti senti. E come essere
dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che
vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori,
finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai
paura di farti male, prova a immaginarti di essere già
vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti».
E stato strano, perché fino a quel momento per
quanto intense fossero le nostre conversazioni, gli appunti e le congetture e le divagazioni dissimulate, ci
eravamo comportati come due viaggiatori di treno che
osservano un paesaggio escludendo le proprie persone
dal reciproco campo visivo. E stato come se di colpo
riconoscessimo di vederci: di fare parte della scena.
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QUATTRO
no riuscito a rompere il vetro con Margherita
k s -. je ^0 portato le parole di Just Like a Woman
• R V> Dvlan, tradotte in italiano con due o tre modi'r.1 tf° D er adattarle a lei. Lei ha aspettato che tornassi
1 mioi banco e ha aperto il foglietto piegato in quattro,
l'ha scorso appena. Si è girata a guardarmi e vedevo il
lore sulle sue belle guance lisce; mi ha fatto accelerare il cuore in un istante.
Il giorno dopo le ho parlato nel corridoio mentre
uscivamo, una volta fuori l'ho accompagnata a piedi
per quattro isolati.
La settimana dopo l'ho accompagnata in motorino
fino a casa. Guido è rimasto tra la folla davanti alla
scuola a guardarci andare via; mi ha fatto un cenno con
la mano per dire « Vai».
CINQUE
Cinque
Ho cominciato a vestirmi in modo diverso, anche.
Sono andato a comprarmi un paio di jeans di velluto e
due camicie americane, un giaccone di lana a scacchi.
Quando sono uscito dal negozio mi sentivo un altro tipo di persona: con altre possibilità fisiche e mentali.
Guido a scuola mi ha sorriso sottile, ha detto «Finalmente». Sapevo che si rendeva conto di come seguivo
il suo modello, ma non me ne importava molto: volevo allontanarmi da quello che ero sempre stato, e lui
corrispondeva a quasi tutto quello che avrei voluto essere. Mi sono lasciato crescere i capelli, ho smesso di
pettinarli. Non mi venivano scarruffati come i suoi:
tendevano a starmi a caschetto, lisci e composti, da bravo ragazzo di famiglia anche così lunghi.
Mia madre era tutt'altro che contenta, ha preso a dire che le sembravo sciatto e disordinato. Aveva una vera repulsione per il disordine, che le derivava credo in
parte dalle sue origini tedesche e in parte dal disastro
del suo matrimonio con mio padre. Conoscere i motivi dei suoi atteggiamenti mi spingeva ad accentuare
ogni minima occasione di attrito, precipitare i nostri
rapporti verso un possibile punto di rottura.
Un giorno quando siamo usciti da scuola ho invitato Guido a mangiare da me. Lui è rimasto incerto qualche secondo, prima di accettare. Ho telefonato a mia
madre da un bar per avvertirla; si è fatta prendere dal
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panico all'idea di aver così poco preavviso, ma non le
ho lasciato il tempo di dirmelo, ho messo giù.
Siamo arrivati a casa, e appena dentro il portone mi
sono riempito di dubbi. Guido registrava nel suo modo implacabile ogni dettaglio: i marmi grigi dell'atrio
e le piante da sottoscala, la scatola di vetro del custode, l'argentatura dell'ascensore. Sul pianerottolo l'ho
guardato, irregolare e magro e insofferente com'era, e
mi sono reso conto che portarlo qui era stato una specie di impulso autolesionista.
Mia madre ha aperto, tutta apprensiva, ha cominciato a scusarsi per come la casa non era a posto. Le ho
presentato Guido, e lui le ha baciato la mano. Era un
baciamano perfetto, come non mi era mai capitato di
vedere: né un salamelecco melenso, né un gesto meccanico da burattino, né un accenno stilizzato. Ha preso la mano di mia madre e gliePha baciata, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e mia madre per un
attimo si è illuminata di pura gioia. Ma quando lui si è
girato verso di me ho visto che non era del tutto sicuro di aver fatto la cosa giusta: c'era un'ombra di perplessità nel suo sguardo. Si è ripreso quasi subito; ha
porto con naturalezza il suo giubbotto alla cameriera,
guardato i quadri alle pareti.
Ci siamo seduti a tavola, e dopo cinque minuti di
considerazioni sul clima e le stagioni è arrivato il marito di mia madre; Guido si è alzato a dargli la mano.
Già da come aveva guardato il posto vuoto mentre parlava era chiaro che non moriva dalla voglia di trovare
anche un capofamiglia incluso nella situazione.
Il marito di mia madre ha avuto le sue reazioni automatiche: detto «Comodo, comodo», dato un bacio
sui capelli a mia madre. Si è seduto al suo posto e ha
fissato Guido, detto «Così ti vediamo, finalmente»
Guido ha fatto un piccolo sorriso di cortesia; io ho avuto una piccola onda di arretraménto.
Poi la cameriera ha portato la pasta in tavola e il manto di mia madre si è tuffato a mangiare con l'energia
furiosa che ci metteva ogni volta, come se dovesse di-
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DUE DI DUE
mostrare qualcosa a qualcuno o almeno a se stesso. Sollevava una forchettata e si proiettava in avanti con labbra bramose, come una foca o un tricheco che cerca un
pesce al volo. Ero abituato a vederglielo fare, e avevo
sempre pensato che almeno in questo si lasciava trasportare da una voluttà fisica difficile da riconoscere
nelle sue altre attività; ma con Guido vicino non riuscivo neanche a guardarlo, di fianco a mia madre che
ticchettava in punta di forchetta tutta rigida sulla sedia. Mi sentivo come un attore costretto a far parte di
una rappresentazione teatrale piena di stereotipi; avrei
voluto andarmene.
Guido non sembrava particolarmente a disagio:
mangiava, rispondeva alle domande di mia madre sulla scuola. Aveva un'attenzione più fluida di quando
eravamo seduti al nostro banco, meno difficile da seguire, ma per il resto non cercava di nascondere le sue
idee. Ha detto che tre quarti di quello che dovevamo
studiare gli sembrava privo di collegamenti con la vita; che le nostre professoresse Bratti e Cavralli erano
due vere carogne sadiche.
Il marito di mia madre ha fatto un paio di osservazioni sulla scuola e la vita e l'essere giovani e il diventare adulti. Era un uomo abbastanza distratto per
quello che mi riguardava; tendeva ad avere su di me
preoccupazioni universali che gli facevano trascurare
i dettagli delle mie giornate. Faceva l'avvocato civilista, aveva conosciuto mia madre occupandosi della
sua causa di divorzio contro mio padre, inutile perché mio padre era morto di cirrosi epatica prima che
la causa finisse. Era fondamentalmente una brava
persona, senza meschinità o desideri di sopraffazione, ma priva di scatto. Proprio questo rassicurava mia
madre, che dopo mio padre pittore e alcoolizzato cercava solo stabilità e riferimenti fissi. Ma sotto l'ordine della sua vita era ancora attratta dall'irregolarità
di un animo artistico: lo capivo da come adesso guardava Guido, con la stessa curiosità vibratile di quando parlava di un quadro o di uno spettacolo teatrale
CINQUE
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o di un concerto. E non sapeva come comunicare con
lui: si lasciava bloccare nel suo ruolo, faceva piccole
osservazioni ovvie, riparata dietro atteggiamenti da
madre.
Quando siamo arrivati al caffè suo marito ha chiesto a Guido «E tuo padre cosa fa?»
Guido ha aspettato un attimo a rispondere; ha detto «Si occupa di investimenti».
«Con chi?» ha insistito il marito di mia madre. Non
c'erano intenzioni negative nella sua domanda; era una
pura manifestazione della sua curiosità lineare e poco
sensibile.
Di nuovo Guido ha avuto una piccola esitazione: abbastanza da farmi venire voglia di strappar via la tovaglia e rovesciare piatti e bicchieri sul pavimento. Ha
detto «Credo che lavori soprattutto nel Terzo Mondo.
In Africa e Oriente, soprattutto». L'ha detto rapido,
scivolando sul primo «soprattutto», cosi da doverlo ripetere una seconda volta.
Quando il pranzo è finito e siamo usciti nel corridoio ho pensato che non avrei mai più invitato nessuno a casa, finché non ne avessi avuta una mia.
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