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“Sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”

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“Sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”
“Sulla necessità
di pregare sempre,
senza stancarsi”
(Lc 18, 1)
«Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: “C’era in una città
un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una
vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo
egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non
temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché
non venga continuamente a importunarmi”.
E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice
il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi
eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà
a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia
prontamente. Ma il figlio dell’uomo, quando verrà,
troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 1-8).
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Siamo certi che «nulla è impossibile a Dio» (cf. Lc
1, 37), che «tutto è possibile per chi crede» (cf. Mc
9, 23); e ci affidiamo al Maestro che si impegna a
porgere ascolto alle nostre suppliche:
«Tutto quello che domandate nella preghiera,
abbiate fede di averlo ottenuto
e vi sarà accordato»
(Mc 11, 24).
Con insistenza amorosa, Egli promette, nell’ultima
Cena, di esaudire la nostra preghiera:
«In verità, in verità vi dico:
Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome,
egli ve la darà…
Chiedete e otterrete,
perché la vostra gioia sia piena»
(Gv 16, 23-24).
Negli anni della preparazione, a conforto della nostra trepidazione, ci venivano ricordate le celebri parole di sant’Alfonso che «chi prega si salva», e speravamo che, fedeli alle pratiche di pietà, nessuna
crisi avrebbe sconquassato la nostra vita di preti o
di religiosi.
Viene da dubitare del potere ‘taumaturgico’ delle
pratiche, dal momento che sembra non siano state
in grado di risparmiare o di far superare le tragiche tensioni che hanno indotto taluni ad abbandonare il ministero sacerdotale o la vita religiosa.
Si doveva pregare senza stancarsi mai!
Era necessario vivere nell’orazione come nel proprio elemento esistenziale; fare della preghiera non
un avvenimento a se stante, come un quadro d’autore pregiato e ottimamente sistemato, ma per nulla
portante come sarebbe un plinto o un architrave di
cemento armato o una pietra angolare che lega insieme i muri di un edificio.
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Se l’orazione non entra decisamente nella vita e
non fa corpo con essa, giova poco; si corre il pericolo di attribuire alle pratiche – anche a quelle più
sante! – uno strano potere ‘magico’ che la Bibbia
non ha mai attribuito ad esse, e di disperare poi nel
momento della prova o della caduta.
Occorre innanzitutto che le varie pratiche di pietà
facciano corpo fra loro stesse: che un ponte invisibile leghi la meditazione alla Messa, e questa ora
mattutina con le pratiche della sera.
È il ponte che facilita l’inserimento psicologico e
pratico, razionale e ascetico, nella unione abituale
con Dio, che ha delle abissali profondità, non facilmente raggiungibili, soprattutto quando l’organizzazione della nostra vita spirituale trascura la
legge ‘tempo’ o sottovaluta la ‘frammentarietà’
come un rischio da poco.
Con l’ultimo Amen o con l’ultima genuflessione,
che chiude le pratiche compiute al mattino, c’è chi
si accomiata, quasi debba partire per andare molto
lontano: si tratta di affrontare un lungo viaggio, che
permetterà di rivederci fra una decina di ore: è un
«congedo limitato» che non ha senso per coloro che
credono nella Onnipresenza, nel mistero della divina Inabitazione, nella efficacia del Pane eucaristico ricevuto con le debite disposizioni e assimilato, e credono nella meravigliosa verità della comunione dei santi.
Non ha senso in chi è perfettamente cosciente del
bagaglio che ci portiamo, grave e inseparabile, di
lacune, di tendenze perverse, che nessun Sacramento (nemmeno tutti e sette insieme!) può colmare e togliere definitivamente.
Una vita di orazione frammentaria non è in linea
con le leggi della natura (di quella natura che la
Grazia suppone, e non sostituisce né scavalca): la
nostra esistenza, anche se vissuta in un continuo
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divenire, in una discontinuità e continuità incessante, forma un unico blocco dove ogni elemento,
per quanto modesto e forse insignificante, è accolto, più o meno avvertitamente, come una nota musicale in una melodia, in un coro.
Nessun commiato, nessun congedo, dunque.
«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»
(Es 17, 7).
Il Salmo 138 risponde che Egli ci precede ovunque, che anzi è con noi, a ciascuno di noi inseparabilmente unito: più vicino Lui a noi che non
la nostra pelle alla nostra carne, e questa alla nostra anima.
«Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie…
Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
…Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre…
Tu mi conosci fino in fondo»
(Sal 138, 1-3.7.13-14).
La Scrittura insegna a rivolgerci con fiducia al Signore, non appena nel luogo destinato alla preghiera
o nelle ore ‘ufficialmente’ ad essa assegnate, ma
da ogni punto della terra, di giorno e di notte.
La seduzione del male, chi la può vincere nelle sue
molteplici insinuazioni, senza un aiuto trascendente che il Cielo concede a chi lo domanda? È in gioco
la nostra libertà, dono divino, che nemmeno il Signore intende in qualsiasi modo ipotecare.
Quante volte tornando a fasciare le nostre ferite, o
curvandoci su quelle di altri, abbiamo dovuto am4
mettere per l’ennesima volta quanto Gesù afferma
nel Vangelo:
«Questa specie di demoni non si può scacciare
in alcun modo, se non con la preghiera»
(Mc 9, 29).
Non altri che il nostro orgoglio può farci presumere
di riuscire nel combattimento spirituale con i sussidi della nostra formazione ascetica, con l’esperienza
di uomini e di situazioni, con la forza dei nostri
sinceri e decisivi propositi!
Così ci prende quello «spirito di smarrimento» (cf.
Is 19, 14) che intorbida la mente e travolge il cuore.
È l’orgoglio che ci impedisce di fare orazione e di
permeare di preghiera la vita: così disarmati, come
possiamo ‘dominare’ il peccato accovacciato alla
nostra porta? (cf. Gn 4, 7).
Il ricorso tempestivo alla preghiera nel sopraggiungere della tentazione, è facile, spontaneo e fecondo di forza e di serenità, quando tutta la giornata è vissuta alla Presenza divina, quando di filiale
abbandono è imbevuta tutta la nostra attività.
Poveri noi se Dio, che «resiste ai superbi» (cf. Gc
4, 6), ci abbandona alla durezza del nostro cuore e
in balìa del nostro consiglio! (cf. Sal 80).
Saltano all’aria promesse, voti, intenzioni ottime,
per ritrovarci prostrati nelle macerie e nella polvere della falsa sicurezza (cf. Sal 43).
Quante strane e spesso impreviste rivalse, vengono
a compromettere conquiste valide, a capovolgere
programmi a lungo studiati, fors’anche benedetti
dall’incoraggiamento di amici e superiori, a frantumare un lavoro ascetico o apostolico già bene avviato!
Il tremendo quarto d’ora della leggerezza, che trovandoci a dormire sugli allori ci chiama in casa la
disfatta (cf. Mt 12, 43-45), non potrebbe essere
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scongiurato da una coscienza sempre vigilante e in
preghiera?
Il comportamento degli apostoli al Getsemani induce a riflettere attentamente. L’evangelista Luca
scrive che per la ‘tristezza’ gli apostoli si erano addormentati, come se il Maestro non li avesse premuniti di «pregare per non entrare nella tentazione» (cf. Lc 22, 40-46).
«Pregare... senza stancarsi».
«Pregare sempre»!
Non è facoltativo, non è un hobby: è una «necessità» per tutti e per ciascuno!
Chi non prega, chi interrompe la sua preghiera, si
trova immediatamente senza un elemento indispensabile per la vita.
Su considerazioni di così grande importanza facciamo
alcune sottolineature:
• La prima misericordia.
• L’orazione ci trascende.
• Impariamo a pregare.
La prima misericordia
Scrive Pascal che Dio, pur essendo nascosto, si lascia trovare da chi lo cerca, avendo posto nella
Chiesa segni sensibili della sua presenza (cf. Pensieri, 335).
Anche noi lo cerchiamo, a lui sospinti dalle ricorrenti bufere che passano sulla nostra testa e che rischiano di distruggere tutto intorno a noi e dentro
di noi.
È giusto temere Dio, l’Essere infinitamente santo
e nostro giudice.
Il Siracide ci scuote:
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«Ci fosse un solo uomo di dura cervice,
sarebbe strano se restasse impunito,
poiché misericordia e ira sono in Dio,
potente quando perdona e quando riversa l’ira.
Tanto grande la sua misericordia,
quanto grande la sua severità;
egli giudicherà l’uomo secondo le sue opere»
(Sir 16, 11-13).
E altrove, con uguale forza:
«Non dire: “Ho peccato,
e che cosa mi è successo?”;
perché il Signore è paziente.
Non essere troppo sicuro del perdono
tanto da aggiungere peccato a peccato.
Non dire: “La sua misericordia è grande;
mi perdonerà i molti peccati”;
perché presso di lui ci sono misericordia e ira,
il suo sdegno si riverserà sui peccatori.
Non aspettare a convertirti al Signore
e non rimandare di giorno in giorno,
poiché improvvisa scoppierà l’ira del Signore
e al tempo del castigo sarai annientato»
(Sir 5, 4-7).
Fortunatamente, sappiamo che «la misericordia ha
sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2, 13).
Tutti ricordiamo l’appassionato annuncio di Giovanni Paolo II durante il pellegrinaggio in Polonia,
nell’estate 2002:
«Sembra che oggi la Chiesa sia particolarmente
chiamata ad annunciare al mondo questo messaggio della Divina Misericordia… Forse perché il XX
secolo è stato segnato, in modo particolare dal “mistero dell’iniquità”…
Sovente l’uomo vive come se Dio non esistesse
e perfino mette se stesso al posto di Dio… Tenta
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di far tacere la voce di Dio nel cuore degli uomini; vuol fare di Dio il “grande assente” nella cultura e nella coscienza dei popoli… Bisogna far risuonare il messaggio dell’Amore misericordioso
con nuovo vigore. Il mondo ha bisogno di questo
Amore» (18 agosto 2002).
Abbiamo estremo bisogno di questo annuncio per
impedirci la disperazione, quando per l’ennesima
volta ci sentiamo sconquassati nel fondo dell’essere; quando l’insistente debolezza dei propositi ci
ha frantumati; quando sembra impossibile arginare il male che dilaga nel mondo…
La porta che ci permette di accedere alla Misericordia di Dio, per noi ostinati facitori di peccati, è
e sarà sempre l’orazione, l’implorazione, il gemito, il sospiro.
Giustizia e misericordia.
Il timore dell’una costringe a pregare il Cielo di
concedere l’altra.
Preghiera di tutta la vita.
Chi mai si può lusingare di trovare quaggiù la confermazione in Grazia?
Scrive ancora B. Pascal a questo proposito:
«Chi si sorprende d’aver detto o fatto una sciocchezza è sempre convinto che questa debba essergli l’ultima. Lungi dal dedurne che ne farà moltissime altre, egli conclude che quella gl’impedirà di
commetterne delle nuove» (Pensieri).
Il Salmo 17 riassume in sintesi meravigliosa questo nostro vivere mortale: impantanati di peccato,
meritevoli di dannazione; gementi una innocenza
perduta; imploranti una conversione immutabile.
«Il Signore stese la mano dall’alto e mi prese,
mi sollevò dalle grandi acque,
mi liberò da nemici potenti,
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da coloro che mi odiavano
ed erano più forti di me.
Mi assalirono nel giorno di sventura,
ma il Signore fu mio sostegno;
mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene»
(Sal 17, 17-20).
Chi ci porta al largo in questo drammatico susseguirsi di tensioni e di sconfitte?
L’orazione.
Questa non è opera nostra.
È opera di Dio in noi.
È la prima delle Sue infinite misericordie.
Solo in essa, come un pesce nell’oceano, possiamo
vivere secondo Dio.
Chi prega, cerca Dio.
E chi pregando cerca Dio, già lo possiede.
Chi dunque possiede l’orazione e ne vive, è in Dio
che vive!
«Che io ti cerchi Signore, invocandoti, e ti invochi
credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto.
Ti invoca, Signore, la mia fede, che mi hai dato e
ispirato mediante il tuo Figlio fatto uomo, mediante
l’opera del tuo Annunziatore» (Le Confessioni, I, 1).
Quando facciamo orazione, respiriamo di Dio, ci
muoviamo in Dio.
Un respiro il nostro, che rimane impregnato di
umiltà, di contrizione e imbevuto di pianto.
Pianto che si appella alla misericordia senza limiti «sperando contro ogni speranza» (cf. Rm 4, 18)
per una misteriosa forza che nasce soltanto da Dio
e che Dio, Dio stesso semina nei nostri cuori.
Ma ahimè, per quali vie oscure e tortuose ci trascinano
le nostre misere passioni in combutta con satana!
«Guai all’anima temeraria, che sperò di trovare di
meglio allontanandosi da te, fonte di misericordie.
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Vòltati e rivòltati sulla schiena, sui fianchi, sul
ventre, ma tutto è duro, e tu solo il riposo.
Ed eccoti, sei qui, e consoli e dici: “Correte, io
vi reggerò, io vi condurrò al traguardo e là ancora
io vi reggerò”» (Le Confessioni, VI, 16.26).
La forza della preghiera, che riconduce «fortiter et
suaviter» tra le braccia del Padre celeste!
L’immensa Misericordia Divina è a disposizione di
chi la implora per sé e per gli altri.
Tutta la Scrittura ce lo predica.
Lo ripetono in mille toni i Santi di ogni tempo.
Ecco una pagina, bellissima e commovente, di santa
Faustina Kowalska:
«Non tema il peccatore di avvicinarsi a me. Anche
se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio,
non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderle sulle
anime degli uomini.
Sono tutto amore e misericordia. Un’anima che
ha fiducia in me è felice perché io stesso mi prendo cura di lei.
Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, esaurirà mai la mia misericordia, poiché più
vi si attinge e più aumenta.
Sono più liberale con i peccatori che con i giusti. È per essi che sono sceso sulla terra. È per essi
che ho versato tutto il mio sangue. Che non temano dunque di avvicinarsi a me.
Di’ alle anime, figlia mia, che do loro come scudo
la mia infinita misericordia. È per esse che combatto, è per esse che affronto la giusta collera del
Padre mio. La festa della misericordia è nata nel mio
cuore per la consolazione del mondo intero.
Figlia mia, non desistere dall’annunciare la mia
misericordia; col farlo darai conforto al mio cuore
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consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Di’ ai miei sacerdoti che i peccatori induriti
si pentiranno alle loro parole quando essi parleranno della mia misericordia inesauribile, della pietà
che ho per essi nel cuore. Ai sacerdoti che annunceranno e celebreranno la mia misericordia darò
forza mirabile, darò unzione alle loro parole e toccherò io stesso i cuori di coloro ai quali essi parleranno.
Tutto quanto esiste è racchiuso nelle viscere della
mia misericordia più profondamente di quanto non
lo sia un infante nel seno della madre. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella
mia bontà!
Per punire ho tutta l’eternità; adesso invece prolungo per essi il tempo della misericordia. Da tutte
le mie piaghe, ma soprattutto dal mio cuore, scorrono fiotti d’amore. Parla al mondo intero della mia
misericordia.
Anche se i peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia Misericordia il peccatore mi
glorifica e onora la mia passione. Nell’ora della sua
morte io lo difenderò come la mia stessa gloria.
Quando un’anima esalta la mia bontà, satana trema
davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno.
Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia misericordia e mi trattano
con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle mie parole, credete almeno alle mie piaghe» (Maria Winowska, L’icona dell’Amore Misericordioso, pp. 69-70).
«Posso dire – mi scrive un amico – di aver fatto esercitare a Dio Padre la sua Misericordia. Ed ora che
cosa voglio? Nulla e tutto».
Nulla e tutto.
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Contrasto di una bellezza affascinante.
Il nostro terribile nulla.
L’immensità del divino Amore.
La nostra abissale miseria.
L’insondabile Misericordia.
L’orazione congiunge insieme questi due poli
estremi.
Ne fa un festosissimo annuncio di Paradiso.
Bisogna far festa e rallegrarsi, dice Gesù (cf. Lc
15, 32).
Perché nella Misericordia, raggiunta dalla preghiera, la vita ricomincia risorta, divinamente nuova e
bella.
Chissà quante volte abbiamo cantato un canto nuovo
dopo aver gridato al limite delle forze, per l’indicibile amarezza di cui erano pieni i giorni e le notti
della nostra anima, combattuta e umiliata dalla seduzione del peccato.
Santa Teresa di Gesù Bambino ha una pagina radiosa su questo tema:
«Dopo tante grazie, non posso cantare col Salmista che “il Signore è buono, che la misericordia
è eterna”? Mi pare che, se tutte le creature avessero le stesse grazie che ho io, nessuno avrebbe paura
del Signore, ma tutti lo amerebbero alla follia e che
tutte le anime eviterebbero di offenderlo, per amore,
e non tremando.
Capisco tuttavia che non tutte le anime possono
somigliarsi, bisogna che ce ne siano di gruppi diversi per onorare in modo particolare ciascuna perfezione del Signore. A me ha dato la sua misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro
le altre perfezioni divine. Allora tutte mi appaiono
raggianti di amore, la giustizia stessa (e forse ancor
più che qualsiasi altra) mi sembra rivestita d’amore.
Quale gioia pensare che il buon Dio è giusto,
cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che co12
nosce perfettamente la fragilità della nostra natura. Di che cosa dunque avrei paura? Ah, il Dio infinitamente giusto che si degnò perdonare con tanta
bontà le colpe del figlio prodigo, non deve essere
giusto anche verso me che “sto sempre con lui”?
(cf. Lc 15, 31)» (Opere complete, ed. Vaticana, 237).
Azzeràti per la centesima o millesima volta?
Per la centesima o millesima volta torniamo ad alzare le mani in preghiera.
Partire da zero incute paura solo agli orgogliosi:
questi, se cadono, si avviliscono; si lasciano prendere dalla rabbia, cercano pretesti, sotterfugi e ipocrisie; scaricano il loro malumore sul prossimo.
Partire da zero ricrea la più profonda gioia nei cuori,
semplici e umili, gli unici capaci di accogliere in
sé i flutti della misericordia di Dio e dei fratelli.
Il coraggio di ricominciare, di riprendere il cammino
interrotto dal cedimento verso il peccato, chi lo
sente nel fondo dell’anima, se non colui che avendo aperto al Signore le proprie piaghe, ora si ritrova guarito e rinvigorito?
È il prodigio della Risurrezione che ci raggiunge e
ci rifà a nuovo.
Pasqua: nuovo accesso alla pienezza di vita e di
santità che proviene da Dio nel Cristo Crocifisso e
Risorto.
Pasqua ogni giorno per chi non si chiude, ferito
nell’orgoglio, ma si apre alla preghiera e implora
perdono e innocenza.
«Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo…
Rendimi la gioia di essere salvato,
sostieni in me un animo generoso»
(Sal 50, 11-12.14).
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Perché realmente la vita si immerga nell’orazione,
occorre riconoscere intimamente la propria nullità
e miseria.
L’umiltà va di pari passo con la confidenza in Dio.
In effetti, questa sembrerebbe così facile, invece
c’è un ostacolo formidabile da superare: l’amor proprio, il quale spinge a fidarsi solo di se stessi, delle
proprie forze, capacità e abilità.
I santi al contrario, illuminati dallo Spirito di Dio,
non temono la loro debolezza e fragilità, anzi ne approfittano, ne usano come di una specie di calamita per attirare lo sguardo misericordioso del Signore.
«Io sento che, se per un caso impossibile tu trovassi un’anima più debole della mia, ti compiaceresti di colmarla di grazie più grandi ancora, purché essa si abbandonasse con piena fiducia alla tua
misericordia» (Teresa di Gesù Bambino, Storia di
un’anima).
Sono affermazioni che lasciano sorpresi soltanto
coloro che ancora non si rendono conto che l’abisso di debolezza e di corruzione è uguale per tutti;
che non c’è sbaglio commesso da uno di cui non
sia capace un altro, se non viene sostenuto dalla
grazia divina.
«Non ti sgomenti la tua impotenza. Quando al
mattino ci troviamo prive di ogni coraggio e di ogni
forza per praticare la virtù, è questa una grazia. È
propriamente quello il momento di porre la scure
alla radice dell’albero, non contando che su Gesù
solamente. Se cadiamo, tutto è riparato con un atto
d’amore e Gesù sorride. Senza parere, egli ci aiuta…»
(Lettera a Celina).
La mala pianta da tagliare è certamente l’orgoglio; la scure per reciderlo è la fiducia illimitata
in Dio.
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L’orazione ci trascende
Pregare vuol dire parlare con Dio.
La preghiera affonda la propria realtà nella suprema realtà di Dio, uno e trino.
Dio parla per via di generazione.
Genera il Verbo, che è la sua Parola.
Dio fa orazione.
Dio è orazione da sempre: per questo è Trinità.
Perciò chi prega fa un mestiere da Dio.
Non esiste attività più alta, più sublime, più grande!
Chi fa orazione si immerge in Dio.
Respira in Dio.
In Dio che si consegna all’uomo.
Anche al miserabile pubblicano (cf. Lc 18, 13).
Anche al ladrone pentito (cf. Lc 23, 42-43).
Anche a Saulo, il furente persecutore (cf. At 9, 5).
L’orazione ci supera; trascende ogni capacità umana,
come Dio trascende la creazione.
È ben poca cosa immettere l’orazione nella vita: è
piuttosto la vita che va inabissata nell’orazione.
Nel più il meno.
L’orazione è l’eterna esperienza della Trinità.
La vita ci viene dall’Eterno, istante dietro istante:
nell’Eterno deve tornare, se non vuol cadere nel
vano, nel nulla.
Come il pesce trova nell’acqua il suo elemento vitale e il suo alimento, così l’uomo deve elemento
e alimento al suo Signore: non è possibile vivere
un solo battito del cuore senza l’attuale intervento
creatore di Dio.
È un concetto tanto comune, ma volesse il Cielo che
fosse così vivo, e compenetrasse tutto il quotidiano ordito della nostra esperienza umana!
«Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
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Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora
per abitare alle estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra»
(Sal 138, 7-10).
Sapere che Dio è in ogni luogo e sentirne la presenza come di colui che a ogni istante è la sorgente del nostro esistere e ci alimenta di sé, è il meglio che natura e grazia ci possono regalare: esperienza che trascende ogni valutazione.
Nella biografia del beato Pietro Friedhofen, spazzacamino e fondatore di una congregazione religiosa, si legge:
«La preghiera di Pietro è fatta sempre a uno che
sente, a uno che ama. Non è mai parole! Ed è giusto. Quanto più sai e senti quello che dici, quanto
più ti rendi conto che parli a uno, che ti sente e che
ti ama molto più di quanto tu ami lui, tanto più valida è la tua preghiera; tanto più è colloquio con Dio,
tanto più si uniforma alla Divina Volontà, tanto più
ha forza sul cuore di Dio; tanto più la tua preghiera è preghiera.
Questa coscienza, che la preghiera è un parlare
a uno, che ti sente e ti vuol sentire, nell’anima di
Pietro pare ci sia stata da sempre, fin dalla sua
prima giovinezza. Forse fu il dono che gli fecero i
suoi genitori con la loro fede viva e con il loro
esempio.
Perciò a lui la preghiera è spontanea, come il saluto a un amico, che incontri per la strada. E si capisce che il dialogo con quell’uno, che ti sta a sentire, a mano a mano che cresceva la sua santità, diveniva più frequente, più intimo e intenso, perché
cresceva la certezza che dall’altra parte, c’era un
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Amore infinito. Ed è questa la certezza che può
dare a un uomo il coraggio di dire a un monte: Spòstati, o a un morto: Alzati; e la montagna si sposta
e il morto si alza…
L’opera di Dio, parla di Dio. Se ti fermi, e guardi e ascolti, t’arrivano voci da tutte le distanze;
dalle profondità dei cieli e dall’anima tua» (F. Amoroso, Dalle fuliggini dei camini alla gloria degli
altari).
Perché io possa smascherare la seduzione del peccato e resistere alla tentazione, devo sentire che
Dio, Creatore e Padre e Amico, riempie il mondo
e il mio cuore, anche e proprio in questo tremendo
momento di prova.
È un sentire gaudioso, capace di superare il fascino di qualunque peccato.
Che se il pericolo di cedere al maligno si fa cruciale, quanto forte deve essere l’esperienza mistica della vita trinitaria che si attua in me per il mistero della divina Inabitazione, la Grazia.
Vince il più forte, senza dubbio.
Passare oltre incolumi, quale fortuna soprannaturale:
può avere tutto il peso di un miracolo di ordine morale, dei più utili.
«Da ogni peccato, liberaci o Signore ».
«Dall’ira, dall’odio e da ogni volontà di male, liberaci o Signore».
Cammineremo su aspidi e vipere, schiacceremo
leoni e draghi (cf. Sal 90, 13).
Potremo, ringraziando il Cielo, esclamare:
«Noi siamo stati liberati come un uccello
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato
e noi siamo scampati»
(Sal 123, 7).
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Purché si preghi, si viva immersi nella preghiera,
e il nostro aiuto sia tutto nel nome del Signore, che
ha fatto cielo e terra (cf. Sal 123, 8).
Se guardassimo a tutte le persone, alle cose e agli
avvenimenti con mente attenta e illuminata dalla
fede, arriveremmo ad accorgerci che tutto ci fa da
scala per ascendere «ad Deum».
Anche di ognuno di noi si finirebbe per testimoniare
quello che del beato P. Friedhofen è detto:
«Ha un’anima contemplativa. La sua vita cosciente è preghiera, e tutte le cose gli aprono le
porte del cielo; tutte le cose gli fanno da scala e gli
danno le ali, per raggiungere il dolcissimo Signore. Egli vede tutto in Dio, e lo saluta e lo abbraccia e beve alla sua fonte».
Che un libidinoso, un ubriacone,… possa un bel
giorno rispondere con un secco no alla furia passionale, parrebbe impossibile, se non rispondesse la
parola del Maestro e l’esperienza di una folla di
Servi e Serve di Dio.
«Questo è impossibile agli uomini,
ma a Dio tutto è possibile»
(Mt 19, 26).
Occorrerà bussare, aspettare, sperare e confidare.
Ma l’aiuto verrà, Dio è fedele.
«Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore»
(Sal 26, 14).
Certo, chi fa ricorso alla preghiera solo nell’ora
della tentazione, sarà lento a farvi appello, si stancherà presto nel chiedere, non sarà sincero quanto
richiede l’urgenza e l’abbondanza dell’aiuto.
Chi si diletta a vivacchiare sul bagnasciuga, sarà pronto e deciso a gettarsi in acqua al sopraggiungere
del male?
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Viviamo davvero nell’habitat della preghiera e l’implorazione sarà spontanea e tempestiva, insistente
e fiduciosa. Alla fine trionferà in noi il Forte.
Bisogna che ‘abitualmente’ la nostra fiducia sia nel
Signore, che la sua presenza sia il sole di ogni ora,
che nella Divina Provvidenza riposi tutta l’attesa e
che in essa ci si abbandoni.
L’Apostolo insegna ai Colossesi di vivere e operare orientando ogni aspirazione al Cristo, e per lui
a lode del Padre (cf. Col 3, 17).
L’orazione avulsa dalla vita quotidiana potrebbe ridursi a sterile sentimentalismo: roba da bigotti pronti a disgiungere il culto dalla condotta pratica di
ogni giorno.
Alla Samaritana Gesù imparte una lezione troppo
importante per passarla sotto silenzio:
«È giunto il momento, ed è questo,
in cui i veri adoratori adoreranno il Padre
in spirito e verità;
perché il Padre cerca tali adoratori.
Dio è spirito, e quelli che lo adorano
devono adorarlo in spirito e verità»
(Gv 4, 23-24).
Se ogni istante della mia esperienza creaturale mi
rende obbligato nei confronti di Dio per tutto ciò
che è annesso e connesso con la vita naturale e soprannaturale, ad ogni istante io ho il diritto e il dovere di assecondare l’istinto religioso (innato dentro la natura umana), elevato dalla Grazia a dono
di Spirito Santo, e di indirizzare il divenire dell’esistenza al suo Principio e Fine, che è appunto Dio
benedetto.
Non siamo noi figli per il nostro Dio? (Dt 14, 1).
Non renderemo grazie per sempre al nostro Pastore buono? (cf. Sal 78, 13).
Ci vogliono certamente dei punti-chiave nella gior19
nata, e benedetti coloro che si muovono dentro un
orario bene studiato e approvato: le ore destinate
alle pratiche dell’orazione devono caricare la persona dei santi Doni, al fine di muoversi poi costantemente dentro la santa Volontà, anche nei dettagli e nelle azioni meno significanti.
La giornata di chi focalizza tutto al suo Signore è
come un magnifico mosaico lavorato da sommo artista, al quale consegnare nelle mani una tesserina
dopo l’altra, ogni attività, anche la meno appariscente, quella che diremmo trascurabile.
Artista insuperabile, l’eterno Amore, che ci introduce così soavemente nel piano o progetto di vita
da Lui elaborato dall’eternità, quale partecipazione alla stessa vita divina.
È orazione tutto questo lavorare e lasciarsi lavorare dallo Spirito Santo.
Si può vivere immersi nell’orazione solo amando e
amando sempre più, «fino alla fine».
Teresa di Gesù Bambino dice di se stessa:
«Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è
un semplice sguardo gettato verso il Cielo, è un
grido di gratitudine e di amore nella prova come nella
gioia, insomma è qualcosa di soprannaturale, che
mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù».
Nelle difficoltà, né poche né piccole, incontrate
anche da lei nella preghiera, è uscita sempre vittoriosa facendo appello al suo amore per Gesù.
Che dovesse combattere contro il sonno o la cattiva digestione, oppure contro il ‘rumorino’ snervante
che faceva la sorella accanto, o soprattutto con le
aridità interminabili dello spirito… la sua reazione
era sempre la stessa: dire e ridire a Gesù il suo
amore di sposa:
«Il mio Fidanzato non mi dice niente; non gli
dico nulla neppure io. Gli dico solo che l’amo più
20
di me stessa e sento in fondo al cuore che è vero,
perché appartengo più a Lui che a me!».
«Quando sono davanti al Tabernacolo, non so
dire altro che queste parole: mio Dio, voi sapete
che vi amo! E sento che la mia preghiera non stanca Gesù; conoscendo l’impotenza della sua povera
piccola sposa, si contenta della sua buona volontà».
Fuori del tempo della preghiera si occupa in vari
impieghi che riempiono la sua giornata. Dove vanno
allora i suoi pensieri? Confesserà di non essere rimasta più di tre minuti senza pensare al buon Dio.
E lo giustificherà dicendo che si pensa senza fatica alla persona che si ama.
Quando sarà malata, una notte Celina la trova con
le mani giunte:
«Che cosa fa? Dovrebbe cercare di dormire».
«Non posso, soffro troppo, allora prego…».
«E che cosa dice a Gesù?».
«Non gli dico niente: lo amo».
Sappiamo che le ultime parole di Teresa furono:
«Mio Dio, io vi amo».
Il fondatore dell’Opus Dei paragona la preghiera ad
un fuoco, che bisogna continuamente alimentare, e
insegna a valorizzare anche i ritagli di tempo, anche
le forme più umili pur di ravvivare la fiamma.
«“Nella mia meditazione divamperà il fuoco” (cf.
Sal 38, 4). Ecco il perché della tua orazione: fare di
te stesso un falò, un fuoco vivo che dia calore e luce.
Perciò, quando non sai proseguire, quando senti che
ti spegni, se non puoi bruciare tronchi odorosi, getta
nel fuoco ramoscelli e il fogliame di piccole orazioni vocali, di giaculatorie, che continuino ad alimentarlo. E avrai utilizzato bene il tempo…
Se non sei un uomo di orazione, non credo alla rettitudine delle tue intenzioni quando dici di lavorare
per Cristo» (Josemaria Escrivà de Balaguer, Scritti).
21
Non sta forse in questo abituale e costante orientamento orante, la riuscita dei Santi sia nel campo
dell’ascesi che in quello dell’apostolato e spesso
anche nelle imprese materiali?
La loro familiarità con Dio li rende oltremodo potenti.
Se davvero prestassimo fiducia alle parole del Maestro che assicura l’esaudimento alla nostra vita di
orazione!
«Chiedete e vi sarà dato;
cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;
perché chiunque chiede riceve,
e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto»
(Mt 7, 7-8).
Ma noi, quando diventeremo uomini di orazione?
Quando non ci riuscirà di estraniare più alcuna attività all’influsso benefico dell’orazione?
Quando ordineremo tutto in vista dell’orazione?
Non è che manchi il tempo: probabilmente è l’organizzazione delle varie occupazioni quella che fa
difetto; è l’attaccamento ai beni soprannaturali quello che lascia a desiderare; è lo stordimento delle cose
vane quello che rende fastidiosa l’orazione.
Tristissima sorte anche di molti sacerdoti e religiosi che nella giornata ‘anche’ pregano; ma non
si decidono a immettere la vita nella preghiera per
non viverne un attimo «senza Dio».
Perché tanta difficoltà a stare davanti a Dio? (cf.
Gn 17, 1).
Dove andare lontano, dove fuggire dalla Divina Presenza? (cf. Sal 138, 7).
Lo Spirito del Signore non abbraccia forse l’universo? (cf. Sap 1, 7).
Se, invece di perderci in sciocchezze indegne della
nostra vocazione, puntassimo all’essenziale, quanto tempo sarebbe salvato e consacrato alla preghiera!
22
Dovremmo consacrare alla preghiera tutto il tempo
che rimane a nostra disposizione, dopo aver compiuti i doveri imposti dall’obbedienza.
Norma troppo austera, certo, per quelli che tengono
abitualmente fra le dita un’unità di misura gretta quando si tratta della gloria di Dio e del vero bene delle
anime; bisogno del cuore per quanti ardono di Carità… e non si risparmiano nel santo servizio.
Benedetto il giorno nel quale, finalmente, avremo
gettato tutto nell’orazione!
Da quanti innumerevoli miraggi e perditempo libera uno stile di vita costantemente aperto al raccoglimento, all’unione con Dio, al compimento della
propria missione!
Nulla tanto ci esalterà, quanto servire Dio nella verità e fare ciò che a lui piace (cf. Tb 14, 8).
Vivere nell’orazione!
In essa lavorare, studiare, conversare, ricrearsi, riposare, progettare, iniziare e portare a termine; in
essa soffrire; in essa godere; in essa predicare; in
essa immolarsi per la redenzione universale.
Chi vive nell’orazione, ama e corre.
Chi vive nell’orazione, fa della propria vita una liturgia.
Chi vive nell’orazione, diviene interprete del creato e dà una voce alle cose di ogni giorno, anche
alle più trascurate e ‘inutili’.
Un’esistenza vissuta nell’orazione (come un uccello
negli spazi del cielo), rende invincibili e felici.
«C’è un godimento che non è concesso agli empi,
ma a coloro che ti servono per puro amore,
e il loro godimento sei tu stesso.
E questa è la felicità,
godere per te, di te, a causa di te,
e fuori di questa non ve n’è altra»
(Le Confessioni, X, 22.32).
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Unione della mente.
Unione della volontà.
Retta intenzione.
Amore puro.
Amore forte e perseverante.
Tutto nella vivida coscienza del totale nostro orientamento a Dio, unico e sommo fine dei nostri desideri e delle nostre scelte, dalle più vistose alle
più minute e forse insignificanti.
«A Dio solo l’onore e la gloria»!
Impariamo a pregare
Preghiera e ascesi.
La prima ascesi nella preghiera consiste nella lotta
al peccato.
«Che cosa significa ascesi della preghiera? Significa tutto quel lavorio che l’anima fa per rendere
libero il movimento dello Spirito, perché l’azione
dello Spirito Santo non trovi ostacolo dentro di noi,
non venga imbrigliata, incatenata, imprigionata dalla
nostra resistenza, ma venga lasciata libera, le venga
data disponibilità e spazio» (A. Ballestrero, In ascolto di Dio).
L’orazione è iniziativa del Signore: la ostacola il peccato, qualsiasi genere di offesa fatta a Dio.
Penitenza innocente o innocenza penitente, quello
che si richiede per poter fare orazione, è che lo Spirito Santo ci trovi aperti alla Grazia.
«Chi salirà il monte del Signore,
chi starà nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro…»
(Sal 23, 3-4).
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«Lavo nell’innocenza le mie mani
e giro intorno al tuo altare, Signore,
per far risuonare voci di lode
e per narrare tutte le tue meraviglie»
(Sal 25, 6-7).
Se ci proponiamo di ‘diventare’ preghiera, nonostante le oscure nostre passioni e le possibili cadute,
non possiamo sottovalutare la necessità di eliminare l’ostacolo del peccato.
Trasparenza spirituale e peccato non sono conciliabili.
Nemmeno in noi sacerdoti e religiosi!
D’altronde, come parlare di comunione con Dio, di
vita vissuta alla maniera della Trinità, se offriamo
la volontà ancora al peccato?
È mai possibile credere, e non fare poi quanto a
Dio è gradito?
È mai possibile essere preghiera ‘incarnata’, e non
arrendersi alle attese del Signore?
Che altro è il peccato, se non un cercare fuori di
Dio «i diletti, i primati, le verità», diffidando della
sua Legge e disprezzando la sua Provvidenza?
L’orazione batte la strada opposta.
Non è possibile servire a due padroni! (cf. Mt 6, 24).
Se non giuriamo lotta continua al peccato, rimane
utopia il voler trovare nelle pratiche e nello spirito di pietà, la gioia della vita consacrata.
Potrebbe sembrare superfluo scrivere queste cose a
persone provvedute quali siamo appunto noi, preti,
religiosi e religiose; ma la realtà di sempre, e di
oggi, è ben diversa, purtroppo...
C’è chi a forza di ‘demitizzare’ anche il peccato,
finisce per ‘privilegiarlo’.
Guai a parlare di malanni personali e sociali che il
peccato genera, nonostante le incontestabili prove
della storia.
25
Ritornano alla memoria le severe parole del Maestro contro coloro che falsificano la preghiera, e ne
fanno una ripetizione meccanica di formule o addirittura una maschera sotto la quale nascondere i
propri egoismi:
«Non chiunque mi dice: Signore, Signore,
entrerà nel Regno dei cieli, ma colui
che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno:
Signore, Signore,
non abbiamo noi profetato nel tuo nome
e cacciato demoni nel tuo nome
e compiuto molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro:
Non vi ho mai conosciuti;
allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»
(Mt 7, 21-23).
E ancora:
«Questo popolo mi onora con le labbra
ma il suo cuore è lontano da me»
(Mt 15, 8).
Ascesi, dunque, partendo dalla penitenza, dall’espiazione, dall’innocenza riacquistata quanto prima,
dalla confessione sincera con un desiderio ancora
più sincero di gettarsi nelle braccia del Padre, per
vivere di Lui.
Su questo punto i Santi sono inesorabili contro se
stessi.
Nella biografia del beato don Giuseppe Baldo, da
me scritta qualche anno fa, riportavo alcune sue riflessioni e conseguenti propositi:
«“Il peccato mortale e il peccato veniale abituale, sono due veleni ugualmente micidiali: il
primo dà la morte all’anima subito, l’altro la dà
con il tempo. Devo aborrire l’uno quanto l’altro;
26
in più la necessità estrema in me dell’umiltà: sono
per me un niente, non valgo nulla. Allora pregherò
‘instanter’, e Dio – che è verità – aiuterà me che
non faccia come Lucifero, il quale “non stetit in
virtute”.
Guai al prete che mette il piede in fallo la prima
volta, discende con passo staccato dal vertice e non
si ferma che nell’abisso.
Sono sacerdote… parroco, e posso dannarmi…
Non pensare alla vita passata.
Lotta e vigilanza contro il peccato veniale.
Prima morire che commettere un peccato veniale deliberato.
O mio Dio, risolvo di spendere questi pochi anni
nel servirvi e nel farmi santo.
Ancora pochi anni e poi sarò nell’eternità… e
quale? Quale mi sarò meritata. Dipende da me. Risolvo, o mio Dio, di farmi santo nell’esercizio del
mio ministero.
Devo servire a Dio, mio fine, con fervore e per
Lui e per il premio. Brutto stato quello della tiepidezza, dispiace a Dio e conduce alla rovina eterna.
Il mercoledì mattino emettere il voto per una settimana di compiere le varie azioni della settimana
nel modo più perfetto, sotto pena di peccato veniale.
Richiamare spesso il proposito di fare ogni cosa
sotto gli occhi di Dio con la maggior perfezione
possibile” (quest’ultimo punto risale al settembre
1911, a quattro anni dalla morte)» (Due sempre,
pp. 175-176).
Concludevo il capitoletto, commentando:
«Di mano in mano che il sentiero della perfezione tendeva alle vette, don Baldo appariva, specialmente ai più vicini, come circonfuso da un alone
di trasparenza spirituale invidiabile. A pieno dirit27
to poteva insegnare alle suore: “Siate come un bicchiere di acqua limpida ove si può scorgere la minima pagliuzza”».
Preghiera e ascesi.
Coltivare un atteggiamento interiore di umile ascolto.
Non ci dirà cose complicate, inaccessibili, il Signore: non ha bisogno di far sfoggio di erudizione.
Beati i semplici, i poveri di spirito, gli umili, che
si pongono in ascolto, come bimbetti che varcano
la soglia della scuola per la prima volta! Beati quelli che davanti al Maestro si reputano sempre analfabeti, poveri apprendisti, e… cercano il cosiddetto «banco degli asini», cioè l’ultimo posto.
Umile ascolto.
Fare il silenzio.
Cercare che Dio parli.
Vivere nel Verbo.
Pare un sogno, una irrealtà, oggi.
Tuttavia, quanta delusione procura invece il mondo
impedendoci quel clima ideale per cogliere la Presenza divina e inebriarcene; e… quale offesa a uno
dei diritti-doveri più importanti!
L’oracolo del Signore è sempre attuale, soave quanto pressante; è diretto ad ogni creatura umana, disposta all’ascolto della Parola:
«La attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore»
(Os 2, 16).
Un’esistenza frastornata, nella quale c’è posto per
ogni creatura – anche la più vana! – ma non lascia
posto per l’incontro con Dio, non è a misura d’uomo;
è un oltraggio inferto alla ragione più alta della persona che appunto consiste nella sua vocazione alla
comunione con Dio.
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Quando i gusti morali sono inquinati, insensibilmente andiamo noi stessi in cerca del chiasso, come
affascinati e conquistati da un idolo, uno dei tanti!
Così stiamo diventando allergici al raccoglimento,
alla meditazione, allo studio sacro, alla adorazione
dei divini misteri; lo stesso essere di Preti o di Religiosi o di Suore… sta diventando enigma impenetrabile, peso non convincente.
Anche il lavoro pastorale si va facendo superficiale, perde mordente, si esaurisce presto… al solo apparire di un ostacolo.
Siamo lesionati nel profondo.
Corriamo dietro a vane nullità (cf. Gio 2, 9).
Oh, ci visitasse il dolore! Forse quello, quello solo,
ha il potere di strappare dalla seduzione di uno stile
di vita disumanizzante, dissacratore, nichilista:
«Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l’abisso mi ha avvolto,
l’alga si è avvinta al mio capo…»
(Gio 2, 6).
Se non tappiamo le orecchie, oggi rischiamo di diventare sordi nell’anima e preclusi alle comunicazioni dello Spirito Santo.
Vivremo di solo pane, o non piuttosto di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? (cf. Mt 4, 4).
Come conservare ed accrescere la Grazia altrimenti?
Non siamo tutti, sempre, in ricerca della Verità che
salva?
Quanto si immiserisce la nostra esistenza di preti,
di religiosi e religiose se non contempliamo assiduamente il mistero che siamo: sarà difficile amare
ciò che si conosce solo approssimativamente.
Il ricordo dei nostri insuccessi morali ci fissi nell’umiltà.
Le tentazioni, che notte e giorno ci disturbano, ci
fissino nell’umiltà.
29
Il desiderio di arrivare all’intimità con Dio, ci sproni a far buon viso alle umiliazioni di cui la Provvidenza ci fa dono.
Il santo timor di Dio non ci abbandoni mai: sarà questo fondamento solido a resistere nonostante tutto.
Nessun sacrificio lo potrà mai sostituire.
Dio si rivela ai piccoli, agli emarginati, ai disperati:
vedi Pro 9, 4; Gdt 9, 11; Mt 11, 25-26; 1 Pt 5, 5-6.
Gli umili non osano presentarsi al Signore (il Padrone) con fare sicuro e con programmi già bell’e
fatti, ma ‘azzerati’, disponibili e disposti.
Prega s. Agostino:
«Signore, agisci, svegliaci e richiamaci,
accendi e rapisci,
ardi, sii dolce.
Amiamo, corriamo».
Sono proprio i fanciulli (coloro che hanno cuore di
fanciullo – cf. Mt 18, 3) quelli che non sopportano indugi, e corrono, corrono sempre.
Umiltà agli inizi, umiltà nel cammino, umiltà sempre!
Preghiera e ascesi.
Non disgiungere l’orazione dalla croce.
Il Getsemani fa legge.
A Lourdes come a Fatima, l’Immacolata esorta a non
separare la preghiera dalla penitenza.
«Nel corso dell’apparizione del 13 luglio, a Cova
da Iria, venne confidato ai tre fanciulli un segreto
con l’ingiunzione di non rivelarlo a nessuno. Fu nel
corso di questa apparizione che la Signora del cielo
disse loro: “Sacrificatevi per i peccatori, e dite spesso, specialmente ogni volta che fate qualche sacrificio: O Gesù! È per amor vostro, per la conversione
dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria”.
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Francesco fu colpito dalla ‘spagnola’ in modo
tale che, pur essendosi, dopo un certo tempo, ripreso sì da potersi recare qualche volta fino in chiesa, tuttavia non si ristabilì, anzi andò progressivamente peggiorando.
I dolori che lo affliggevano erano intensi, ma li
sopportò con pazienza, anzi addirittura con gioia e
con spirito di penitenza: li offriva, insieme ad altre
afflizioni volontarie, per la conversione dei peccatori, trascorrendo lunghe ore assorto in preghiera»
(La Civiltà Cattolica, 6 maggio 2002).
Se l’orazione ingloba la vita, non potrà avvenire la
mistica simbiosi all’infuori della realtà del dolore
nelle sue più svariate forme: non ci spaventi questa verità, perché se l’orazione sarà vero ascolto
dello Spirito, questi ci educherà all’arte del saper
soffrire proprio a motivo e a ricompensa della nostra perseveranza nell’orazione stessa.
La preghiera con il digiuno vince anche l’inferno.
«Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte,
gli chiesero:
“Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?”.
Ed egli rispose: “Per la vostra poca fede.
In verità vi dico:
se avrete fede pari a un granellino di senapa,
potrete dire a questo monte: spòstati di qui a là,
ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.
Questa razza di demoni non si scaccia
se non con la preghiera e il digiuno”»
(Mt 17, 19-21).
Preghiera e ascesi.
Pregare per gioire.
«Tu mi ami, Signore, mi ami. Mio Dio, che pensiero felice, inebriante! Mi ami, mi ami; voglio ripeterlo ancora e fissare bene questa idea, guardar31
la da vicino, godermela perché questa idea è il mio
bene, è la mia salvezza, è tutto con me.
Disgraziatamente non lo penso mai abbastanza
che tu mi ami; non è il mio pensiero costante e dominante, altrimenti godrei già le gioie del Paradiso fin da ora, Signore, poiché il peccato non mi potrebbe mai vincere, e il dolore sarebbe per me un
motivo di giubilo. Tu mi ami, Signore onnipotente! Tu, che sei Tutto, ami me che non sono nulla!»
(Giosuè Borsi, Diario).
La nostra vita si innalzi verso il cielo come profumo d’incenso, bruciato dalla fiamma della preghiera.
Preoccupàti che nulla rimanga escluso delle gioie
e dei dolori, delle fatiche e delle speranze nostre e
del prossimo.
Per chi coltiva la Presenza di Dio, la preghiera continua è possibile anche nell’azione più assorbente.
Azione e contemplazione non sono che due momenti di uno stesso amore.
Basta avere una mente che crede e un cuore che
ama, e quanto più questa fede e questo amore saranno forti e vigorosi, tanto più la preghiera sarà
profonda e continua.
Intesa in questo modo, è sempre possibile in qualsiasi circostanza e in mezzo a qualsiasi situazione.
Anzi, per chi ama davvero il Signore, sarebbe impossibile interromperla, come sarebbe impossibile
interrompere il respiro.
L’azione più banale può diventare contemplazione;
e le stesse persone di vita attiva possono realizzare, nell’ambito della loro attività assorbente, quella stessa perfezione di carità che i contemplativi
cercano nella solitudine e nel silenzio.
Anche il tuo pentimento va offerto con gioia, se
credi all’immensa gioia con la quale il Padre ti accoglie e ti rinnova nell’intimo.
32
Chi per nessuna ragione al mondo abbandona la
preghiera (ripetiamo: pratiche e spirito di preghiera), si assicura la benevolenza di Colui che è la
fonte della felicità, e troverà presso il suo amato Signore, che getta le braccia al collo e abbraccia il
figlio con indicibile affetto, la gioia degli angeli di
Dio in cielo.
Pregare per assaporare qualche anticipo di quella
gioia intramontabile che ci aspetta nella visione di
Dio!
❂
O Maria di Nazareth!
Serva umile e affezionata del tuo Signore, chi fu mai
tanto libero da permettere allo Spirito Santo un dominio totale sulla propria vita, come lo fosti tu?
Noi siamo tuttora restii, diffidenti, ostili alla sua
onnipotente azione; così ci dibattiamo tra mille delusioni e brancichiamo nel buio, rifiutando di essere la luce del mondo.
Svegliaci, o Madre paziente e misericordiosa!
Insegnaci a pregare, a insistere nella preghiera.
Frantuma col miracolo del tuo affetto materno, gli
assurdi macigni della nostra autosufficienza.
Introduci noi tutti nell’ineffabile esperienza della
vita trinitaria.
Tu lo puoi, o Maria!
28 gennaio 2003
direttore responsabile
Fly UP