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Coelho, Paolo - Undici minuti

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Coelho, Paolo - Undici minuti
Dello stesso autore, presso Bompiani:
L'Alchimista
Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto Manuale del guerriero della luce
Monte Cinque
Veronika decide di morire
Il Diavolo e la Signorina Prym
Il Cammino di Santiago
Paulo Coelho
Undici minuti
Traduzione di Rita Desti
MANZ,y U~ EMPIAN
COELHO, PAULO, OnZe minutos
Copyright © 2003 by Paulo Coelho
First published by Editoia Rocco Ltda., Rio de Janeiro, 2003
Homepage: www.paulocoelho.com.br
This edition published by arrangements
with Sant Jordi Asociados Agencia Literaria S.L., Barcelona. All rights reserved.
Issa 88-452-5471-2
© 2003 RCS Libri S.p.A.
via Mecenate 91- 20138 Milano
Prima edizione Bompiani: maggio 2003 Undicesima edizione Bompiani: agosto 2003
Dedica
I1 29 maggio 2002, qualche ora prima di terminare questo libro, mi recai nella Grotta di Lourdes, in
Francia, per riempire alcune bocce di acqua miracolosa alla fonte. Quando fui all'interno del recinto
della cattedrale, un signore sulla settantina mi disse: "Sa che lei assomiglia a Paulo Coelho?" Risposi
che ero proprio io. L'uomo mi abbracciò, mi presentò la moglie e la nipote. Parlò dell'importanza dei
miei libri nella sua vita, concludendo con le parole: "Mi fanno sognare."
È una frase che ho udito spesso, e che mi riempie sempre di gioia. In quel momento, tuttavia, rimasi
alquanto sconcertato, sapendo che Undici minuti trattava di un argomento delicato, scabroso,
scioccante. M'incamminai verso la fonte e riempii le bocce; poi, quando tornai indietro, domandai a
quell'uomo dove abitava (nel Nord della Francia, al confine con il Belgio) e annotai il suo nome.
Questo libro è dedicato a te, Maurice Gravelines. Ho un obbligo verso di te, verso tua moglie, verso tua
nipote, e anche verso me stesso: parlare di ciò che mi inquieta, e non di quello che tutti vorrebbero
udire. Alcuni libri ci fanno sognare, altri ci portano la realtà - ma nessuno di essi può sottrarsi alla cosa
più importante per un autore: l'onestà con cui scrive.
Oh Maria conce ita senza peccato,
pregate per noi che ricorriamo a Voi.
Amen.
Perché io sono la prima e l'ultima,
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la mamma e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono colei che dà la luce e colei che non ha mai procreato,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la scandalosa e la magnifica.
Inno a Iside, sec. III o IV(?), ritrovato a Nag Hammadi
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che Gesù si trovava nella casa del Fariseo,
venne con un vasetto di olio profumato. E stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a
bagnarli di lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A
quella vista il Fariseo che aveva invitato Gesù pensò tra sé.. `Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e
che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice.'
Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti. »
Ed egli: `Maestro, di' pure. "
"Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi
da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?"
Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di
più.
Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene. "
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non
m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi
capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i
piedi. Tu non mi hai unto il capo con olio profumato, mentre lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per
questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si
perdona poco, ama poco.»
Luca, 7, 37-47
I
C’era una volta una prostituta di nome Maria.
Un momento. "C'era una volta" è la frase migliore con cui cominciare una storia per bambini, mentre
"prostituta" è una parola da adulti. Come posso scrivere un libro che rivela questa apparente
contraddizione iniziale? Comunque, visto che in ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella
favola e l'altro nell'abisso, manterrò
questo incipit.
C'era una volta una prostituta di nome Maria.
Come tutte le prostitute, era nata vergine e innocente e, nell'adolescenza, aveva sognato di incontrare
l'uomo della sua vita (ricco, bello, intelligente), di sposarsi (in abito bianco), di avere due figli (che da
grandi sarebbero diventati famosi) e di vivere in una bella casa (con vista sul mare). Il padre faceva il
venditore ambulante, la madre era sarta. Nella sua sperduta cittadina del Brasile c'erano solo un
cinema, un locale e una piccola banca. Perciò Maria aspettava il giorno in cui il suo principe azzurro
sarebbe arrivato senza avvisare, e avrebbe conquistato il suo cuore - e allora lei sarebbe partita insieme
a lui alla conquista del mondo.
Fino a quando il principe azzurro non fosse apparso, lei non avrebbe potuto far altro che sognare.
S'innamorò per la prima volta a undici anni, mentre si recava a piedi da casa fino alla scuola. Il primo
giorno di lezione, scoprì infatti di non essere l'unica a fare quel percorso: accanto a lei camminava un
ragazzino che viveva nelle vicinanze e frequentava le lezioni nel suo stesso orario. I due non
scambiarono mai una sola parola, ma Maria cominciò ad accorgersi che il momento della giornata che
più le piaceva era quello in cui avanzava lungo la strada polverosa, malgrado la sete, la stanchezza e il
sole a picco, con quel ragazzino che procedeva lesto mentre lei si sfiniva nello sforzo di mantenere la
sua andatura.
La scena si ripeté per vari mesi. Maria, che detestava lo studio e non aveva altra distrazione all'infuori
della televisione, si ritrovò a sperare con ogni forza che la giornata passasse rapidamente: aspettava con
ansia il giorno di scuola successivo e, al contrario delle compagne, trovava noiosissimo il finesettimana. Ma, per un bambino, le ore erano ben più lente a passare che per un adulto, e così lei
soffriva: reputava che i giorni fossero troppo lunghi perché le concedevano soltanto dieci minuti
quotidiani in compagnia dell'amore della sua vita e migliaia di ore in cui pensava a lui, fantasticando su
quanto sarebbe stato bello se avessero potuto chiacchierare.
E ciò accadde.
Una mattina, il ragazzino le si avvicinò, chiedendole in prestito una penna. Maria non rispose, assunse
un'aria alquanto irritata per l'inatteso abbordaggio e accelerò il passo. Era rimasta pietrificata dalla
paura quando lo aveva visto camminare nella sua direzione; aveva il terrore che lui si accorgesse di
quanto lo amava, di quanto lo aspettava, di come sognava di prenderlo per mano, oltrepassare il
cancello della scuola e proseguire sino alla fine della strada, dove - si diceva - sorgeva una grande città,
con personaggi fantastici, artisti, automobili, tantissimi cinema e un'infinità di cose belle da fare.
Quel giorno non riuscì a concentrarsi sulle lezioni. Soffriva per quel suo comportamento assurdo, ma al
tempo stesso si sentiva sollevata per il fatto di sapere che anche
il ragazzino l'aveva notata. La penna era stata soltanto un pretesto per parlarle, poiché quando lui si era
avvicinato, Maria ne aveva notata una nella sua tasca. Cominciò dunque ad attendere la conversazione
successiva, e trascorse quella notte - così come le notti seguenti - fantasticando sulle molteplici risposte
che gli avrebbe dato, fino a trovare il modo giusto di iniziare una storia che non avesse più fine.
Ma non ci fu nessun'altra conversazione. Per quanto continuassero ad andare a scuola insieme - talvolta
con Maria che lo precedeva di qualche passo tenendo una penna in mano, talaltra camminando dietro di
lui per poterlo osservare con tenerezza -, il ragazzino non le rivolse mai più la parola, e lei dovette
accontentarsi di amare e soffrire in silenzio sino al termine dell'anno scolastico.
Durante le successive, interminabili vacanze estive, una mattina Maria si svegliò con le gambe bagnate
di sangue e credette di morire. Decise di scrivere una lettera al ragazzino che era stato il grande amore
della sua vita e progettò di inoltrarsi nel sertào, in quel territorio arido e desertico, per farsi divorare da
uno degli animali selvatici che terrorizzavano i contadini della zona: il lupo mannaro o la mula senza
testa. Solo così i suoi genitori non avrebbero pianto la sua morte, perché i poveri mantengono sempre
viva la speranza, malgrado le tragedie che gli capitano. In questo modo, avrebbero pensato che fosse
stata rapita da una famiglia ricca e senza figli, ma che un giorno sarebbe tornata, coperta di gloria e
denaro; anche l'attuale (ed eterno) amore della sua vita non l'avrebbe mai dimenticata, soffrendo ogni
mattina per non averle più rivolto la parola.
Non arrivò mai a scrivere quella lettera, perché la madre entrò nella stanza, vide le lenzuola arrossate,
sorrise e disse:
"Ora sei una signorina, figlia mia."
Maria volle sapere che rapporto ci fosse tra l'essere signorina e il sangue che scorreva, ma la madre non
seppe spiegarglielo: si limitò ad affermare che era normale e che da allora avrebbe dovuto usare una
specie di cuscinetto da bambole fra le gambe, per quattro o cinque giorni al mese. Quando domandò se
gli uomini utilizzassero un tubicino per evitare che il sangue gli imbrattasse i pantaloni, apprese che
quella cosa capitava solo alle donne.
Maria protestò con Dio, ma finì per adattarsi alle mestruazioni. Non riusciva, invece, ad abituarsi
all'assenza del ragazzino e continuava a rimproverarsi per quel suo stupido atteggiamento che l'aveva
fatta fuggire da ciò che più desiderava. Il giorno prima che ricominciasse la scuola, si recò nell'unica
chiesa del paese e giurò alla statua di Sant'Antonio che avrebbe preso l'iniziativa di parlare con il
compagno di strada.
L'indomani, si preparò con la massima cura, indossando un vestito che la madre le aveva cucito per
l'inizio della scuola; poi uscì, ringraziando il Signore perché finalmente le vacanze erano finite. Ma il
ragazzino non comparve. Trascorse un'intera, angosciosa settimana, fino a quando lei venne a sapere,
da alcuni compagni, che si era trasferito in un'altra città.
"Se n'è andato lontano," disse qualcuno.
In quel momento, Maria imparò che alcune cose si perdono per sempre. Apprese inoltre che esisteva un
posto chiamato "lontano", che il mondo era vasto e il suo paese piccolo, e che le persone più
interessanti finivano sempre per andarsene. Anche lei avrebbe voluto partire, ma era ancora troppo
giovane. Guardando le strade polverose del paesotto dove abitava, decise comunque che un giorno
avrebbe seguito i passi di quel ragazzino. Nei nove venerdì successivi, secondo un'usanza della sua religione, fece la comunione e chiese alla Vergine Maria di portarla via da lì, un giorno.
Per qualche tempo soffrì, cercando vanamente di avere notizie del ragazzino, ma nessuno sapeva dove
si fossero trasferiti i suoi genitori. Maria cominciò allora a pensare che il mondo fosse troppo grande, e
l'amore troppo pericoloso, e che la Vergine fosse una santa che dimorava in un cielo distante e non si
curava di ciò che chiedevano i bambini.
I
Passarono tre anni. Maria imparò la geografia e la matematica, seguì gli intrighi delle telenovele, a
scuola lesse le sue prime riviste erotiche e iniziò a scrivere un diario in cui parlava della sua vita
monotona e della sua voglia di conoscere ciò che le insegnavano - oceano, neve, uomini in turbante,
donne eleganti e coperte di gioielli. Ma siccome nessuno può vivere di desideri impossibili - soprattutto
con una madre sarta e un padre sempre fuori casa -, ben presto comprese che doveva riservare una
maggiore attenzione a quello che accadeva intorno a lei. Studiava per riuscire nella vita e, nel
frattempo, cercava qualcuno con cui condividere i propri sogni di avventura. Quando compì quindici
anni, si innamorò di un ragazzo conosciuto durante una processione della Settimana Santa.
Non ripeté l'errore dell'infanzia: chiacchierarono, divennero amici, cominciarono ad andare al cinema e
alle feste insieme. Lei notò che, proprio com'era accaduto con il ragazzino, l'amore poteva essere
associato più all'assenza che alla presenza dell'altro: continuamente sentiva la mancanza di quel
ragazzo, passava ore a immaginare di cosa avrebbero parlato al prossimo appuntamento e a ricordare
ogni secondo trascorso con lui, sforzandosi di scoprire ciò che di giusto o di sbagliato aveva fatto. Le
piaceva considerarsi una ragazza piena di esperienza, che si era già lasciata sfuggire una grande
passione e conosceva il dolore che una tale perdita causava. Ora perciò era decisa
a lottare con tutte le sue forze per questo compagno, per il loro matrimonio: sì, perché era proprio lui
l'uomo da sposare, con cui avere dei figli e una casa di fronte al mare. Ne parlò con la madre, la quale
la implorò:
"È ancora troppo presto, figlia mia."
"Ma tu hai sposato il babbo quando avevi sedici anni."
La madre non volle spiegarle che era successo per una gravidanza inaspettata, sicché chiuse
definitivamente l'argomento con la classica frase: "I tempi sono cambiati."
L'indomani, i due giovani andarono a fare una passeggiata nei dintorni del paese. Conversando, Maria
domandò al ragazzo se non avesse il desiderio di viaggiare; lui, invece di rispondere, la strinse fra le
braccia e le diede un bacio.
Il primo bacio della sua vita! Quanto aveva sognato quel momento! E il paesaggio era davvero
speciale: gli aironi in volo, il tramonto, la bellezza aggressiva di quel terreno semiarido, una musica in
lontananza. Maria finse di reagire, di respingerlo, ma subito dopo lo abbracciò e ripeté il gesto che tante
volte aveva visto fare al cinema, nelle riviste e in televisione: premette con violenza le sue labbra su
quelle di lui, muovendo il capo da un lato e dall'altro, con un moto quasi ritmico, pressoché incontrollato. Sentì che, ogni tanto, la lingua del ragazzo le sfiorava i denti, e trovò quella sensazione deliziosa.
Ma improvvisamente lui interruppe quel bacio.
"Non vuoi?" domandò.
Cosa doveva rispondere? Che voleva? Certo che voleva! Ma una donna non deve abbandonarsi in quel
modo, soprattutto con il futuro marito, o per il resto della vita a lui resterebbe il dubbio che avrebbe
accettato tutto con facilità. Preferì non dire niente.
Il ragazzo l'abbracciò di nuovo, ripetendo il gesto, stavolta con meno entusiasmo. Poi si bloccò ancora,
paonazzo - e Maria comprese che c'era qualcosa di sbagliato, ma aveva paura di domandare cosa. Lo
prese per ma
I
no e camminarono fino al paese, chiacchierando, come se non fosse successo nulla.
Quella sera, scegliendo con cura le parole al pensiero che un giorno tutto ciò che aveva scritto sarebbe
stato letto, e sicura che fosse accaduto qualcosa di molto importante, annotò sul diario:
Quando incontriamo qualcuno e ci innamoriamo, abbiamo l'impressione che tutto l'universo sia
d'accordo. Oggi l ho visto accadere al tramonto. Ma se qualcosa va storto, non resta nulla! Né gli
aironi, né la musica in lontananza, né il sapore delle sue labbra. Come può scomparire tanto
rapidamente la bellezza che cera pochi minuti prima?
La vita scorre molto veloce: tifa precipitare dal cielo all'inferno in pochi secondi.
L'indomani ne parlò con le amiche. Tutte l'avevano vista quando si era avviata fuori dal paese con il
suo futuro "fidanzato" - in definitiva, non basta avere un grande amore, bisogna anche fare in modo che
tutti sappiano quanto sei desiderata. Erano curiosissime di sapere cos'era accaduto e Maria, fiera, disse
che il momento migliore era stato quello della lingua che le sfiorava i denti. Una delle ragazze rise.
"Non hai aperto la bocca?"
All'improvviso, le era tutto chiaro: la domanda, la delusione.
"Perché?"
"Per far entrare la lingua."
"E qual è la differenza?"
"Non è possibile spiegarla. È così che si bacia."
Risatine malcelate, espressioni di falsa compassione, vendetta assaporata da ragazze che non avevano
mai avuto un
innamorato. Maria finse di non darvi importanza; rise anche lei - benché la sua anima stesse piangendo.
Imprecò segretamente contro il cinema, che le aveva insegnato a chiudere gli occhi, a reggere il capo
del compagno con la mano, a muovere il viso prima a sinistra, poi a destra, ma senza mostrare
l'essenziale, la cosa più importante. Elaborò una spiegazione perfetta ("Non ho voluto concedermi subito, perché non ero convinta, ma ora ho scoperto che sei tu l'uomo della mia vita") e aspettò
l'occasione successiva.
Vide il ragazzo solo tre giorni dopo, a una festa presso il circolo del paese, mentre teneva per mano una
sua amica - proprio quella che le aveva domandato del bacio. Anche stavolta Maria finse di non dare
importanza alla scena e resistette fino alla conclusione della serata, chiacchierando con le compagne di
attori e di altri ragazzi del posto, facendo mostra di ignorare le occhiate di compassione che, di tanto in
tanto, una di loro le lanciava. Quando rientrò a casa, però, non riuscì a trattenersi e pianse per tutta la
notte. Soffrì per otto mesi, e infine concluse che l'amore non era fatto per lei, né lei per l'amore. Da
quel momento, prese a considerare la possibilità di farsi suora, per dedicare il resto della propria vita a
un tipo di amore che non ferisce e non lascia cicatrici dolorose nel cuore: l'amore per Gesù. A scuola,
parlavano di missionari che andavano in Africa, e così lei decise che quella era la soluzione per la sua
esistenza priva di emozioni. Progettò di entrare in convento, studiò le prime nozioni di pronto soccorso
(alcuni insegnanti dicevano che, in Africa, moriva tantissima gente), partecipò con rinnovato impegno
alle lezioni di religione e cominciò a immaginarsi come una santa dei tempi moderni, che salvava vite
umane ed esplorava foreste popolate di tigri e leoni.
L'anno del suo quindicesimo compleanno, tuttavia, non le aveva riservato solo la scoperta che si bacia
con la
bocci aperta, o che l'amore è soprattutto una fonte di soffe=renza. Scoprì anche una terza cosa: la
masturbazione. ?!',vvenne quasi per caso, mentre giocherellava con il prop=rio sesso, aspettando il
ritorno della madre. Era solita fawlo da bambina, e ne traeva una sensazione molto piace=vole - fino al
giorno in cui il padre l'aveva sorpresa e pic=chiata, senza spiegarle il motivo. Maria non aveva mai
dimenticato quelle botte, imparando che non doveva to=ccarsi davanti agli altri. In seguito, visto che
non poteva farlo per strada e che a casa non aveva una propria camera, si era dimenticata di quella
sensazione piacevole.
Firmo a quel pomeriggio, quasi sei mesi dopo il famoso bacio. Il padre era appena uscito con un amico,
la madre tardava a rientrare, e lei non aveva niente da fare; in mancanz;~a di un programma
interessante in televisione, cominciò a esaminarsi il corpo con la speranza di trovare qualche pelo
indesiderato, che subito avrebbe strappato con una pinzetta. Sorpresa, notò un piccolo "nocciolo» nella
parte superiore della vulva: cominciò a giocherellarci e
E poi non riuscì più a fermarsi. Era qualcosa
di semp»re più piacevole, più intenso, e tutto il suo corpo - speciz;almente la parte che stava toccando si irrigidiva. A poco a poco, cominciò a entrare in una sorta di paradiso; la sermsazione divenne più
intensa, e lei si accorse che non riusciva più a vedere né a 'sentire bene, come se tutto fosse divenuto
giallo, finché gemette di piacere ed ebbe il suo rimo orgasmo.
Orgasmo! Godimento!
Fu come se, dopo essere salita al cielo, discendesse con un pasiracadute, lentamente, verso la terra. Il
suo corpo era madi=do di sudore, ma lei si sentiva appagata, realizzata, piena t di energia. Quello era il
sesso, allora! Che meravigliao dAltro che le riviste pornografiche, dove tutti parlavano di piacere, ma
avevano un'espressione dolente. Altro che aver bisogno degli uomini, che amavano il corpo, ma disprezzavano il cuore della donna! Poteva fare tutto
da sola! Ripeté i gesti una seconda volta, immaginando
che fosse un attore famoso ad accarezzarla, e di nuovo
raggiunse il paradiso, prima di scendere con il paracadu
te, ancora traboccante di energia. Mentre si accingeva a
masturbarsi per la terza volta, arrivò la madre.
Maria parlò con le amiche della nuova scoperta, evitando però di confessare che l'aveva sperimentata
per la prima volta soltanto poche ore prima. Tutte, tranne due, sapevano di cosa si trattasse, ma nessuna
aveva mai osato parlarne apertamente. Fu in quel momento che Maria si sentì una rivoluzionaria, la
guida dei gruppo, e, inventando un assurdo "gioco di confessioni segrete", chiese a ognuna delle
compagne di raccontare la sua maniera preferita di masturbarsi. Apprese così varie tecniche differenti,
come starsene sotto una coperta in piena estate (perché, diceva una delle ragazze, il sudore facilitava i
movimenti), servirsi di una piuma d'oca per titillare quel "nocciolo" (lei non sapeva come si chiamava),
lasciare che fosse un ragazzo a farlo (a Maria questo sembrava superfluo), usare la doccia dei bidet (a
casa sua non c'era, ma appena fosse andata a trovare una delle amiche ricche l'avrebbe sperimentato).
In ogni modo, dopo aver scoperto la masturbazione ed essersi cimentata con alcune delle tecniche
suggerite dalle amiche, rinunciò per sempre alla vita religiosa. Era qualcosa, quello, che le dava molto
piacere; inoltre, a quanto affermavano in chiesa, il sesso era il più grave dei peccati. Tramite quelle
stesse amiche, venne a conoscenza di alcune dicerie: la masturbazione poteva far riempire il viso di
brufoli, oppure condurre alla follia o alla gravidanza. Correndo tutti questi rischi, continuò a procurarsi
piacere almeno una volta alla settimana, generalmente il mercoledì, quando il padre usciva per andare a
giocare a carte con gli amici.
Nel contempo, però, Maria si sentiva sempre più insicura nei suoi rapporti con gli uomini - e sempre
più
I
grande era il suo desiderio di andarsene dal posto in cui viveva. Si innamorò una terza volta, e poi una
quarta: ormai sapeva baciare e accarezzare, e si lasciava toccare quando era sola con il suo ragazzo.
Tuttavia c'era sempre qualcosa di sbagliato, e il rapporto finiva proprio nel momento in cui era
finalmente convinta che quella fosse la persona giusta con cui trascorrere la vita. Così giunse alla
conclusione che gli uomini arrecavano solo dolore, frustrazione e sofferenza, oltre alla sensazione che i
giorni si trascinassero. Un pomeriggio, mentre era nel parco e osservava una mamma giocare con il suo
bimbo di due anni, decise che avrebbe potuto pensare ancora a un marito, a dei figli e a una casa
affacciata sul mare, ma che non si sarebbe innamorata mai più, visto che la passione rovinava tutto.
Così trascorsero gli anni dell'adolescenza di Maria. Lei divenne sempre più bella; aveva un'aria
misteriosa e triste, e molti uomini si fecero avanti. Uscì con uno, poi con un altro, sognò e soffrì,
malgrado il suo voto di non innamorarsi mai più. In una di queste relazioni, perse la verginità sul sedile
posteriore di un'auto. Maria e il suo innamorato si stavano accarezzando con più ardore del solito; il
ragazzo si eccitò tremendamente e lei, stanca di essere l'ultima vergine nel gruppo di amiche,
acconsentì che lui la penetrasse. Al contrario della masturbazione, che la portava in cielo, quell'atto la
lasciò solo dolente, con un filo di sangue che le macchiò la gonna e che fu difficile da lavar via. Non
provò la sensazione magica del primo bacio: gli aironi in volo, il tramonto, la musica... No, non voleva
più ricordarlo.
Fece l'amore con quel ragazzo qualche altra volta, dopo averlo minacciato dicendogli che, se suo padre
avesse scoperto che l'aveva violata, avrebbe potuto anche ammazzarlo. Lui divenne quindi uno
strumento di apprendistato, che utilizzava nel caparbio tentativo di comprendere dove fosse il piacere
del sesso con un compagno.
Non lo capì. La masturbazione le dava assai meno daffare, e molte più ricompense. Ma tutte le riviste, i
pro
grammi in tivù, i libri, le amiche, tutto, ASSOLUTAMENTE TUTTO, le parlava dell'importanza di un
uomo. Ma
ria cominciò a pensare di avere qualche problema sessuale inconfessabile, si concentrò maggiormente
sugli studi e, per qualche tempo, dimenticò quella cosa meravigliosa e assassina chiamata "Amore".
Dal diario di Maria, quando aveva diciassette anni:
Il mio obiettivo è comprendere l'amore. So che ero viva quando ho amato, e so che tutto ciò che
possiedo ora, per quanto possa sembrare interessante, non mi entusiasma.
Ma l'amore è terribile.. ho visto alcune amiche soffrire, e non vorrei trovarmi ridotta come loro. Quelle
che prima ridevano di me e della mia innocenza ora mi domandano come riesca a dominare così bene
gli uomini. Io sorrido e taccio, perché so che il rimedio è peggiore del dolore stesso: semplicemente
non mi innamoro. Ogni giorno che passa, vedo con più chiarezza come gli uomini siano fragili,
incostanti, insicuri, sorprendenti... Il padre di qualcuna di queste amiche mi ha già fatto delle proposte,
che ho rifiutato. Prima ne ero scioccata, adesso penso che faccia parte della natura del maschio.
Benché il mio obiettivo sia comprendere l'amore, e benché io soffra a causa delle persone a cui ho
concesso il mio cuore, vedo che coloro che hanno toccato la mia anima non sono riusciti a risvegliare il
mio corpo, e coloro che hanno accarezzato il mio corpo non sono stati in grado di raggiungere la mia
anima.
'Maria compi diciannove anni, terminò le scuole superiori, trovò lavoro in un negozio di tessuti, e il
proprietario si innamorò di lei. A questo punto, sapeva come usare un uomo, senza che lui facesse la
stessa cosa. Non gli permise mai di toccarla, benché si mostrasse sempre seducente, consapevole del
potere della sua bellezza.
Il potere della bellezza: come doveva essere il mondo per le donne brutte? Aveva alcune amiche a cui
nessuno prestava attenzione alle feste, a cui nessuno domandava: "Come stai?" Per quanto potesse
sembrare incredibile, quelle ragazze davano un enorme valore allo scarso amore che ricevevano e,
quando venivano respinte, soffrivano in silenzio e si sforzavano di affrontare il futuro pensando a cose
che non fossero il farsi belle per qualcuno. Erano più indipendenti, più concentrate su se stesse, benché
nell'immaginazione di Maria il mondo dovesse sembrare loro insopportabile.
Comunque lei era consapevole della propria bellezza. Anche se dimenticava quasi sempre i consigli
della madre, almeno uno non le usciva mai di mente: "Figlia mia, la bellezza non dura." Proprio per
questo motivo mantenne un rapporto di disponibilità - né vicino né distante - con il suo datore di
lavoro, la qual cosa si tradusse in un considerevole aumento di stipendio (non sapeva fino a quando
sarebbe riuscita ad alimentare in lui la speranza di portarsela a letto un giorno, ma intanto guadagnava
bene), oltre alla retribuzione maggiorata per il lavoro
fuori orario (in fin dei conti, a quell'uomo piaceva averla vicina, e forse temeva che, se la sera fosse
uscita, avrebbe incontrato un grande amore). Lavorò per ventiquattro mesi senza ferie, fu in grado di
dare un contributo mensile ai genitori e... finalmente ci riuscì! Ebbe il denaro sufficiente per andare a
trascorrere una settimana di vacanza nella città dei suoi sogni, la città degli artisti, la cartolina del suo
paese: Rio de Janeiro!
Il proprietario dei negozio si offri di accompagnarla e di pagarle tutte le spese, ma Maria, con una
menzogna, declinò l'offerta, dicendo che l'unica condizione impostale dalla madre era stata quella di
pernottare a casa di un cugino che praticava lo ju-jitsu, visto che andava in una delle città più
pericolose del mondo.
"Oltre tutto," proseguì, "lei non può lasciare il negozio così, senza una persona di fiducia che se ne
occupi."
"Non darmi del `lei'," disse l'uomo, e Maria notò nei suoi occhi qualcosa che già conosceva: il fuoco
della passione. Ne fu sorpresa, perché pensava che lui fosse interessato solo al sesso. Il suo sguardo,
invece, diceva esattamente l'opposto: "Posso darti una casa e una famiglia, e denaro per i tuoi genitori."
Pensando al futuro, decise di alimentare quel fuoco.
Disse che avrebbe sentito la mancanza di quel lavoro che amava tanto, delle persone che era felice di
frequentare (ci tenne a non menzionare qualcuno in particolare, lasciando aleggiare il mistero: che
l'espressione "le persone" si riferisse a lui?) e promise di stare molto attenta al portafogli e alla propria
incolumità. La verità era un'altra: non voleva che nessuno, assolutamente nessuno, rovinasse quella sua
prima settimana di libertà totale. Aveva intenzione di sperimentare tutto: fare il bagno in mare,
chiacchierare con gli estranei, guardare le vetrine dei negozi, mostrarsi disponibile a un principe
azzurro che la rapisse per sempre.
"Cos'è una settimana, in fondo?" disse con un sorriso accattivante, sperando ardentemente di sbagliarsi.
"Passa in fretta, e presto sarò di ritorno, pronta ad affrontare i miei impegni."
Il padrone del negozio, sconsolato, cercò di ribattere, ma infine accettò, poiché stava già segretamente
progettando di chiederle di sposarlo non appena fosse tornata, e non voleva rovinare tutto mostrandosi
precipitoso.
Maria viaggiò per due giorni in corriera, trovò alloggio in un albergo di quinta categoria a Copacabana
(ah, Copacabana! La spiaggia, il cielo...) e, ancor prima di disfare le valigie, prese un bikini che aveva
comprato di recente, lo indossò e, malgrado il cielo nuvoloso, andò in spiaggia. Guardò il mare e ne fu
spaventata; alla fine, però, entrò in acqua, piena di vergogna.
Sulla spiaggia, nessuno si accorse che per quella ragazza era il primo contatto con l'oceano, la dea
Jemanja, le correnti dei mare, la schiuma delle onde e, al di là dell'Atlantico, la costa dell'Africa con i
suoi leoni. Quando usci dall'acqua, fu avvicinata da una donna che voleva venderle dei sandwich
biologici, da un bell'uomo nero che le domandò se quella sera fosse libera e da un tizio che non
spiccicava una sola parola di portoghese, ma che a gesti la invitava a bere un latte di cocco.
Maria comprò un panino giacché si vergognava di dire di no alla venditrice, ma evitò di parlare con gli
altri due estranei. Tutt'a un tratto, si rattristò: in definitiva, ora che aveva ogni possibilità di fare ciò che
voleva, perché si comportava in maniera decisamente riprovevole? In mancanza di una spiegazione
valida, si sedette ad aspettare che il sole spuntasse dalle nuvole, ancora sorpresa del proprio coraggio e della temperatura dell'acqua, così fredda in piena estate.
Frattanto, l'uomo che non sapeva il portoghese le si presentò davanti con un cocco e glielo offrì.
Contenta di non essere costretta a parlare, Maria bevve il latte di cocco e sorrise, e lui ricambiò il
sorriso. Per qualche tempo, sostennero una sorta di conversazione che non diceva nulla - un sorriso
ogni tanto -, finché l'uomo tirò fuori un piccolo dizionario tascabile con la copertina rossa e, con uno
strano accento, disse: "Bonita, carina.» Maria sorrise di nuovo. Certo, le sarebbe piaciuto incontrare il
principe azzurro, ma questi avrebbe dovuto parlare la sua lingua ed essere più giovane.
L'uomo insistette, sfogliando il libriccino:
"Cena, oggi?" E subito dopo soggiunse: "Svizzera!", completando il discorso con parole che risuonano
come le campane del paradiso in qualunque lingua siano pronunciate: "Lavoro! Dollari!"
Maria non conosceva il ristorante "Svizzera". Poteva mai essere che le cose fossero tanto facili e i sogni
si realizzassero così in fretta? Meglio diffidare. "Grazie per l'invito, sono già impegnata. E non
m'interessa nemmeno comprare dei dollari."
L'uomo, che non capì una sola parola della risposta, cominciò a preoccuparsi. Dopo alcuni sorrisi da
entrambe le parti, la lasciò per qualche minuto, tornando poco dopo con un interprete. Tramite questi,
spiegò che veniva dalla Svizzera - no, non era un ristorante: era un paese - e avrebbe gradito cenare
insieme a lei, poiché aveva un lavoro da offrirle. L'interprete, che si presentò come assistente dello
straniero e guardia del corpo dell'albergo dove questi alloggiava, aggiunse di sua iniziativa:
"Se fossi in lei, accetterei. Quest'uomo è un importante impresario, ed è venuto a scoprire nuovi talenti
da far lavorare in Europa. Se vuole, posso presentarle alcune donne che hanno accettato le sue offerte:
sono diventate ricche, e oggi sono sposate e hanno dei figli che non devono certo occuparsi di rapine o
preoccuparsi per la disoccupazione." E, nel tentativo di impressionarla con la sua cultura
internazionale, concluse: "Oltre tutto, in Svizzera fanno squisiti cioccolatini e ottimi orologi."
L'unica esperienza artistica di Maria consisteva nell'interpretazione di una venditrice di acqua - che
entrava in silenzio e usciva senza aver pronunciato una parola - nella rappresentazione della Passione di
Cristo organizzata annualmente dalle autorità dei suo paese nella Settimana Santa. Per quanto in
corriera non fosse riuscita a dormire, era eccitata per il mare, stanca di mangiare panini sia biologici
che tradizionali, confusa perché non conosceva nessuno e aveva bisogno di incontrare presto qualche
amico. Si era già trovata in situazioni di questo tipo - quando un uomo promette tutto e non mantiene
niente -, sicché sapeva che la storia dell'impresario era solo un modo per attirarla in qualcosa che
fingeva di non volere.
Ma, sicura che fosse la Vergine a offrirle quell'occasione, convinta di dover approfittare di ogni
secondo della settimana di vacanza e dicendosi che avrebbe avuto qualcosa di importante da raccontare
al ritorno in paese, decise di accettare l'invito - purché l'interprete la accompagnasse, perché
cominciava a essere stancaa di sorridere e fingere di capire ciò che diceva lo straniero.
L'unico problema era anche il più grave: non aveva un vestito adatto alla circostanza. Una donna non
confesserebbe mai questi pensieri intimi (le sarebbe più facile accettare il tradimento di un marito che
non rivelare lo stato del proprio guardaroba), ma visto che non conosceva quegli uomini, e forse non li
avrebbe rivisti mai più, decise che non aveva niente da perdere.
"Sono appena arrivata dal Nordest, e non ho niente di decente da mettermi per andare in un ristorante."
Attraverso l'interprete, l'uomo le disse di non preoccuparsi e chiese l'indirizzo del suo albergo. Quel
pomeriggio, lei ricevette un vestito bellissimo - non ne aveva mai veduto uno simile in tutta la sua vita , accompagnato da un paio di scarpe che doveva essere costato quanto lei guadagnava in un anno.
Maria sentì che lì cominciava il cammino che aveva tanto desiderato nell'infanzia e nell'adolescenza,
trascorse nel sertào brasiliano, in un territorio di siccità e giovani senza futuro, in una cittadina onesta
ma povera, vivendo un'esistenza ripetitiva e priva di interesse: adesso stava per trasformarsi nella
principessa dell'universo! Un uomo le aveva offerto lavoro e dollari, un paio di scarpe costosissimo e
un vestito da mille e una notte! Le mancava l'occorrente per il trucco, ma l'impiegata della reception
dell'albergo, per solidarietà femminile, le venne in aiuto, non senza prima averla avvisata che non tutti
gli stranieri potevano dirsi persone per bene, e non tutti gli abitanti di Rio erano dei ladri.
Maria ignorò l'avvertimento. Indossò quell'abito meraviglioso, e si trattenne a lungo davanti allo
specchio pentendosi di non aver portato una macchina fotografica per immortalare quel momento;
rimase lì finché si rese conto di essere in ritardo per l'appuntamento. Uscì correndo, proprio come
Cenerentola, e si recò all'albergo dove alloggiava lo svizzero.
Con sua sorpresa, l'interprete le disse subito che non li avrebbe accompagnati:
"Non si preoccupi per la lingua. L'importante è che lui stia bene in sua compagnia."
"Ma come sarà possibile, se non capirà ciò che dico?" " È meglio così. Non c'è bisogno di parlare: è
una questione di energia."
Maria non sapeva cosa significasse l'espressione "una questione di energia". Al suo paese, le persone
avevano bisogno di scambiarsi parole, frasi, domande e risposte ogni volta che s'incontravano. Ma
Maílson - era questo il nome dell'interprete/guardaspalle - le assicurò che a Rio de Janeiro, e nel resto
del mondo, le cose andavano diversamente.
"Non ha bisogno di capire, cerchi solo di farlo sentire a proprio agio. Questo signore è un vedovo senza
figli,
proprietario di una discoteca, e sta cercando ragazze brasiliane che vogliano esibirsi all'estero. Gli ho
detto che lei non è quel tipo di ragazza, ma lui ha insistito, spiegandomi che si è innamorato appena l'ha
vista uscire dall'acqua. Ha trovato carino anche il suo bikini."
Fece una pausa.
"Sinceramente, se intende trovare un fidanzato a Rio, deve assolutamente cambiare modello di bikini.
A parte lo svizzero, penso che a nessun altro al mondo piacerebbe il suo: è decisamente fuori moda."
Maria finse di non aver udito. Maílson proseguì:
"Secondo me, lui non vuole soltanto un'avventura. Pensa che lei abbia talento sufficiente per diventare
l'attrazione principale della sua discoteca. Chiaro, non l'ha vista cantare né ballare, ma queste cose si
possono imparare, mentre la bellezza è innata. Gli europei sono fatti così: arrivano e pensano che tutte
le brasiliane siano sensuali e sappiano ballare il samba. Se quell'uomo mostra intenzioni serie, le
consiglio di chiedergli un contratto - e con la firma autenticata dal consolato svizzero - prima di
lasciare il paese. Domattina sarò in spiaggia, davanti all'albergo. Se ha qualche dubbio, mi cerchi pure.
Poi, sorridendo, lo svizzero la prese sottobraccio e le indicò un taxi che aspettava.
"Se invece lui avesse altre intenzioni, e lei acconsentisse, sappia che la tariffa usuale per una notte è di
trecentd dollari. Non accetti per meno."
Prima che la ragazza potesse rispondere, stavano già dirigendosi verso il ristorante, con l'uomo che si
sforzava di pronunciare qualche parola. Una conversazione davvero molto semplice:
"Lavorare? Dollari? Stella brasiliana?"
Maria, intanto, pensava ancora ai commenti dell'interprete/guardaspalle: trecento dollari per una notte!
Una fortuna! Non c'era bisogno di soffrire per amore; poteva
sedurlo come aveva fatto con il proprietario del negozio di tessuti, sposarsi, avere dei figli e offrire ai
genitori una vita agiata. Che cosa aveva da perdere? Lui era vecchio, forse non avrebbe tardato molto a
morire, e lei sarebbe stata ricca: in definitiva, sembrava che gli svizzeri avessero molto denaro e poche
donne nel loro paese.
Durante la cena, non parlarono molto - un sorriso ogni tanto. Maria cominciava a capire cosa fosse
quel1`energia". L'uomo le mostrò un album con numerose frasi scritte in una lingua che non
conosceva; lì c'erano anche fotografie di donne in bikini (senza dubbio indumenti più belli e audaci di
quello che lei indossava nel pomeriggio), ritagli di giornale, volantini dei quali comprendeva solo la
parola "Brazil", con la grafia errata (a scuola, non le avevano forse insegnato che si scriveva con la
's"?). Bevve molto, temendo che lo svizzero le facesse qualche proposta (in definitiva, benché in vita
sua non lo avesse mai fatto, non è facile rinunciare a trecento dollari, e con un po' di alcool le cose
sarebbero state più semplici, soprattutto perché nessuno la conosceva). Ma l'uomo si comportò da
autentico cavaliere, sistemandole persino la sedia nel momento in cui si sedette e si alzò. Alla fine,
Maria disse che era stanca e voleva rientrare; accettò un appuntamento sulla spiaggia per il giorno
seguente (indicò l'orologio, mostrò l'ora, imitò con le mani il movimento delle onde del mare,
pronunciò la parola "domani" molto lentamente).
Lui parve soddisfatto, guardò l'orologio (probabilmente svizzero) e assentì sull'ora.
Maria non dormì bene. Sognò che era stata tutta una fantasticheria. Si svegliò e si rese conto che non lo
era: erano rimasti un vestito sulla sedia di quella modesta camera, uno splendido paio di scarpe e un
appuntamento sulla spiaggia.
Dal diario di Maria, il giorno in cui conobbe lo svizzero:
Tutto mi dice che sto per prendere una decisione errata, ma anche gli errori sono un modo di agire.
Cosa vuole il mondo da me? Che non corra i miei rischi? Che torni da dove sono venuta, senza avere il
coraggio di dire di sì alla vita?
Ho agito in maniera sbagliata quando avevo undici anni e un ragazzino venne a chiedermi in prestito
una penna. Da allora, ho capito che a volte non esiste una seconda opportunità: conviene accettare i
doni che il mondo ci offre. Chiaro, è pericoloso, ma forse il rischio è maggiore di quello di un incidente
in cui avrebbe potuto essere coinvolta la corriera che ha impiegato quarantotto ore per portarmi fin qui?
Se devo essere fedele a qualcuno o a quakosa, prima di tutto devo esserlo a me stessa. Se cerco l'amore
vero, prima devono venirmi a noia gli amori mediocri che ho incontrato. La mia scarsa esperienza di
vita mi ha insegnato che nessuno è padrone di niente, che tutto è un illusione - dai beni materiali alle
ricchezze spirituali. Chi ha già perso quakosa che riteneva di avere garantito (e a me è accaduto tante
volte) finisce per capire che nulla gli appartiene.
E se nulla mi appartiene, allora non devo assolutamente sprecare il tempo preoccupandomi di cose che
non sono mie. Meglio vivere come se oggi fosse il primo (o l'ultimo) giorno della vita.
9indomani, in compagnia di Mailson, l'interprete/ guardaspalle che ora si definiva il suo impresario,
Maria annunciò che accettava l'invito, purché le fosse consegnato un documento fornito dal consolato
elvetico. Lo straniero, che sembrava abituato a questo tipo di richiesta, affermò che non era soltanto un
desiderio suo, ma anche proprio, giacché per lavorare in Svizzera le serviva un documento ufficiale che
comprovasse che nessun'altra persona avrebbe potuto svolgere il lavoro per cui si proponeva. Non
sarebbe stato difficile ottenerlo, giacché le ragazze elvetiche non erano particolarmente dotate per il
samba. Si recarono insieme in centro; l'interprete/guardaspalle/impresario pretese un anticipo in
contanti all'atto della firma del contratto e trattenne per sé il trenta per cento dei cinquecento dollari che
Maria ricevette.
"Ecco una settimana di anticipo. Il salario di una settimana, capisci? Guadagnerai cinquecento dollari
alla settimana, e senza alcuna commissione, perché la prendo solo sul primo pagamento!"
Fino a quel momento i viaggi, l'idea di andare lontano, tutto sembrava un sogno per Maria - e sognare è
molto comodo, a patto di non essere obbligati a fare ciò che abbiamo progettato. In tal modo non
corriamo rischi, non viviamo frustrazioni, momenti difficili; poi, una volta invecchiati, potremo sempre
incolpare gli altri, preferibilmente i genitori, o i mariti, o i figli, per non averci fatto realizzare ciò che
desideravamo.
All'improvviso, ecco l'occasione che aspettava da tanto, ma che desiderava ardentemente che non
arrivasse mai! Come affrontare le sfide e i pericoli di una vita che non conosceva? Come abbandonare
tutto quello a cui era abituata? Perché la Vergine aveva deciso di spingerla così lontano?
Maria si consolò pensando che avrebbe potuto cambiare idea in qualsiasi momento, che tutto era
soltanto un gioco senza conseguenze - qualcosa di stupefacente e diverso da raccontare quando fosse
tornata al suo paese. In fin dei conti, viveva a più di mille chilometri da lì, e adesso aveva
trecentocinquanta dollari nel portafogli: se l'indomani avesse deciso di fare le valigie e fuggire, nessuno
sarebbe mai riuscito a scoprire dove si fosse nascosta.
Il pomeriggio in cui andarono al consolato, Maria decise di fare due passi da sola in riva al mare, per
guardare i bambini, i ragazzi che giocavano a pallavolo, i mendicanti, gli ubriachi, i venditori di
prodotti tipici artigianali brasiliani (fabbricati in Cina), la gente che correva e faceva ginnastica per
fugare la vecchiaia, i turisti stranieri, le madri con i figlioletti, i pensionati che giocavano a carte sul
limitare della spiaggia. Era venuta a Rio de Janeiro, aveva cenato in uno dei ristoranti più raffinati, era
stata in un consolato, aveva conosciuto uno straniero e un impresario; aveva ricevuto in regalo un
vestito e un paio di scarpe che nessuno - ma proprio nessuno - al suo paese si sarebbe potuto comprare.
E ora?
Guardò l'orizzonte: le sue conoscenze geografiche dicevano che, proseguendo in linea retta, sarebbe
arrivata in Africa, in quella terra piena di leoni e di foreste popolate di gorilla. Se, invece, fosse andata
leggermente verso nord, sarebbe sbarcata in quel regno incantato chiamato Europa, là dove c'erano la
Torre Eiffel, la Disneyland dei
Vecchio Continente e la Torre Pendente di Pisa. Che aveva da perdere? Come ogni brasiliana, aveva
imparato a ballare il samba ancor prima di pronunciare la parola "mamma". Se non le fosse piaciuto,
avrebbe potuto tornare indietro: ormai aveva imparato che le opportunità esistono perché le si colga al
volo.
Decisa a vivere solo le esperienze che poteva controllare - come talune avventure con gli uomini, per
esempio -, aveva passato gran parte del proprio tempo dicendo di no a cose alle quali avrebbe voluto
dire di sì. Ora si trovava di fronte all'ignoto, a qualcosa di inesplorato quanto questo mare per i
navigatori che vi si avventuravano in passato, come le avevano insegnato durante le lezioni di storia.
Poteva sempre rispondere di no, ma in questo modo, non avrebbe forse passato il resto della vita a
lamentarsi, come faceva ancora per l'immagine di quel ragazzino che una volta le aveva chiesto una
penna ed era scomparso con il suo primo amore? Avrebbe sempre potuto dire di no in seguito, ma adesso, stavolta, perché non provare a rispondere di sì?
E per una ragione molto semplice: era una giovane donna originaria di un paesotto sperduto, senza
alcuna esperienza di vita al di là di qualche anno di scuola, una vasta cultura televisiva e la certezza di
essere bella. Tuttavia questo non era sufficiente per affrontare il mondo.
Maria scorse un gruppo di persone che ridevano e guardavano il mare, come se avessero paura di
avvicinarsi. Due giorni prima, aveva provato anche lei quella sensazione; ora, però, era scomparsa:
entrava nell'acqua ogniqualvolta lo desiderava, come se fosse nata lì. Sarebbe accaduta la stessa cosa
per l'Europa?
Recitò silenziosamente una preghiera, di nuovo chiedendo consiglio alla Vergine Maria, e qualche
secondo dopo si sentì rasserenata riguardo alla decisione che aveva preso di proseguire in quel
cammino - sì, avvertiva una protezione. Sarebbe sempre potuta tornare indietro, ma forse non avrebbe
avuto più l'opportunità di andare
così lontano. Valeva la pena di correre quel rischio, purché il sogno riuscisse a resistere alle
quarantott'ore dei ritorno in corriera senza aria condizionata, e purché lo svizzero non cambiasse idea.
Era talmente entusiasta che, quando lui la invitò di nuovo a cena, volle assumere un'aria sensuale e gli
prese la mano. Ma l'uomo la ritrasse immediatamente, e Maria comprese - con un misto di paura e
sollievo - che l'europeo stava facendo davvero sul serio.
"Stella samba!" esclamò l'uomo, a un certo punto. "Bella stella samba brasiliano! Viaggio settimana
prossima!"
Tutto appariva meraviglioso, ma "Viaggio settimana prossima" era assolutamente impensabile. Maria
spiegò che non poteva prendere una decisione senza consultare la sua famiglia. Adirato, lo svizzero
mostrò una copia del documento firmato e, per la prima volta, lei ebbe paura.
"Contratto!" ripeteva lui.
Pur determinata a partire, Maria decise di consultare Maílson, il suo impresario. In fin dei conti, non
era pagato per consigliarla?
Maílson, invece, ora sembrava piuttosto impegnato a sedurre una turista tedesca che, appena scesa in
albergo, girava in topless sulla spiaggia, convinta che il Brasile fosse il paese più liberale del mondo
(forse non si rendeva conto che era l'unica ad avere i seni scoperti, e che tutti la guardavano con un
certo imbarazzo). Fu un'impresa riuscire a convogliare la sua attenzione su quanto stava dicendo.
"E se cambio idea?" insisteva Maria.
"Non so cosa c'è scritto sul contratto, ma potrebbe farla arrestare."
"Non mi troverà mai!"
"Ha ragione. Dunque, non si preoccupi."
Poiché aveva già investito cinquecento dollari, un paio di scarpe, un abito, due cene e le spese notarili
in consolato, e cominciava a spazientirsi, visto che Maria insiste
va a voler parlare con la famiglia, lo svizzero decise di acquistare due biglietti aerei e di accompagnarla
fino al paese natio; la faccenda avrebbe dovuto risolversi in quarantott'ore, affinché potessero partire la
settimana seguente, come combinato. Tra un sorriso e l'altro, lei cominciò a capire che tutto ciò
risultava dal documento e che c'era ben poco da scherzare con la seduzione, i sentimenti e i contratti.
Per la cittadina, fu una sorpresa e un motivo d'orgoglio vedere la sua bella figlia arrivare in compagnia
di uno straniero, che desiderava condurla in Europa per farne una grande stella dello spettacolo. Tutto il
vicinato di Maria lo seppe; le amiche di scuola le domandarono: "Ma com'è successo?"
"Ho avuto fortuna."
Volevano sapere se cose del genere accadessero sempre a Rio de Janeiro, giacché avevano visto storie
simili in televisione. Maria non rispose né "sì" né "no", per dare maggior valore alla propria esperienza
e convincere le compagne che lei era una persona speciale.
Quando si recarono a casa dei genitori, l'uomo mostrò di nuovo i dépliant del Brazil (con la "z"), il
contratto, mentre Maria spiegava che ora aveva un impresario e intendeva intraprendere la carriera
artistica. Vedendo la dimensione del bikini che indossavano le giovani nelle fotografie mostrate dallo
straniero la madre gli restituì immediatamente gli opuscoli e non volle fare altre domande: le importava
soltanto che la figlia fosse felice e ricca - o infelice, ma ricca.
"Come si chiama?"
"Roger."
"Rogério? Avevo un cugino che si chiamava così!" L'uomo sorrise, batté le mani, e tutti si resero conto
che non aveva capito niente. Il padre disse a Maria:
"Ma ha la mia età!"
La madre lo pregò di non interferire nella felicità della figlia. Poiché le sarte sono solite chiacchierare a
lungo con le clienti, finendo così per acquisire una grande esperienza in fatto di amore e di matrimonio,
la donna le consigliò:
"Tesoro, meglio essere infelice con un uomo ricco che vivere felice con un povero; laggiù avrai molte
più possibilità di essere una riccaa infelice. Oltretutto, se non funzionerà, potrai sempre prendere una
corriera e tornare a casa."
Maria, che era sostanzialmente una ragazza di campagna, ma aveva un'intelligenza superiore a quella
che la madre o il futuro marito immaginavano, ribatté solo per provocare:
"Mamma, non si può prendere una corriera dall'Europa al Brasile. Comunque, io voglio avere una
carriera artistica, non sono in cerca di un marito."
La madre la guardò con aria quasi disperata:
"Se c'è un modo per arrivare laggiù, ce ne sarà anche uno per venirsene via. Le carriere artistiche sono
perfette per le giovani, ma durano solo fintantoché una è bella, fin verso i trent'anni. Dunque
approfittane: trova qualcuno che sia onesto, innamorato, e... ti prego... sposati. Non è indispensabile
pensare all'amore: all'inizio, anch'io non amavo tuo padre, ma il denaro compra tutto, persino l'amore
vero. E pensa... tuo padre non è neppure ricco!"
Era un pessimo consiglio da amica, ma un ottimo suggerimento da madre. Quarantott'ore dopo, Maria
era di ritorno a Rio, non senza essere passata prima, da sola, nel suo vecchio posto di lavoro, aver
presentato le dimissioni e ascoltato le parole del padrone del negozio di tessuti:
"Ho saputo che un grande impresario francese ha deciso di portarti a Parigi. Non posso impedirti di
inseguire la felicità, ma prima che tu te ne vada, voglio che sappia una cosa."
L'uomo tirò fuori dalla tasca una catenina con una medaglia.
"Questa è una medaglia miracolosa della Madonna delle Grazie. La sua chiesa è a Parigi; se ti capita di
andare là, chiedile protezione. Guarda cosa c'è scritto qui."
Maria lesse le parole incise intorno alla figura della Vergine: "Oh Maria concepita senza peccato,
pregate per noi che ricorriamo a Voi. Amen."
"Ricordati di recitare questa invocazione almeno una volta al giorno. E..." A quel punto, ebbe
un'esitazione, ma non riuscì a trattenersi: "... se un giorno tornerai, sappi che ti sto aspettando. Ho perso
l'occasione di dirti una cosa molto semplice: ti amo. Forse è tardi, ma voglio che tu lo sappia."
"Perdere l'opportunità": Maria aveva appreso molto presto che cosa significavano queste parole. "Io ti
amo", però, era una frase che aveva udito spesso nei suoi ventidue anni, e ormai le sembrava che non
avesse più alcun significato, perché non ne era mai scaturito niente di serio, di profondo, che si
traducesse in una relazione duratura. La ragazza lo ringraziò per quelle parole, le annotò nel subconscio
(non si sa mai cosa la vita ci ha preparato, ed è sempre bene sapere dove si trova l'uscita di emergenza),
gli diede un casto bacio sulla guancia e se ne andò senza voltarsi.
Tornarono a Rio de Janeiro; in un giorno, lei ottenne il passaporto ("Il Brasile è davvero cambiato,"
aveva commentato Roger con qualche parola in portoghese e molti gesti, che Maria tradusse con le
parole: "In passato ci voleva molto tempo"). Con l'aiuto di Maflson, l'interprete/guardaspalle/impresario, furono ultimati i preparativi (vestiti, scarpe, cosmetici per il trucco, tutto
ciò che una donna come lei poteva sognare). Roger la osservò mentre ballava in un locale dove si
recarono alla vigilia della partenza per l'Europa; ne fu entusiasta: aveva trovato davvero una grande
stella per il cabaret Cologny; una splendida brunetta con gli occhi chiari e la capigliatura corvina come
le ali del graúna (un uccello brasiliano, le cui piume scurissime venivano associate ai capelli neri dagli
scrittori carioca). Quando il consolato svizzero le rilasciò il permesso di lavoro, fecero le valigie;
l'indomani erano in viaggio verso la terra del cioccolato, degli orologi e del formaggio, con Maria che
progettava in segreto di far innamorare quell'uomo. In fin dei conti, non era né vecchio né brutto né
povero. Cos'altro avrebbe potuto desiderare?
04(iaria arrivò esausta e, mentre 'era anoora all'aeroporto, le si strinse il cuore per la paura: scoprì di
essere completamente dipendente dall'uomo che camminava al suo fianco - non conosceva né il paese,
né la lingua, né quel freddo. Il comportamento di Roger era cambiato con il passare delle ore. Adesso
non si mostrava più gentile: anche se non aveva mai tentato di baciarla o di toccarle i seni, il suo
sguardo si era fatto distante. La sistemò in un alberghetto, dove la presentò a un'altra brasiliana, una
giovane dall'aria triste di nome Vivian, che si sarebbe incaricata di prepararla al nuovo lavoro.
Vivian la squadrò da capo a piedi: non aveva la minima gentilezza o comprensione verso chi, come lei,
stava vivendo la sua prima esperienza all'estero. Invece di domandarle come si sentiva, affrontò
direttamente l'argomento:
"Non farti illusioni. Quell'uomo va in Brasile ogni volta che una delle sue ballerine si sposa e, a quanto
pare, ciò sta accadendo con una certa frequenza. Lui sa perfettamente quello che vuole, e credo che lo
sappia anche tu. Penso che tu sia venuta in cerca di una di queste tre cose: avventura, soldi o marito."
Come faceva a indovinare? Forse cercavano tutte la stessa cosa, oppure Vivian sapeva leggere i
pensieri altrui?
"Qui, tutte le ragazze sono alla ricerca di una delle tre cose," proseguì Vivian, e Maria si convinse che
le leggeva nel pensiero. "Quanto andare alla ventura, qui fa molto
freddo, e poi non ci restano mai abbastanza soldi per viaggiare. Inoltre, riguardo al denaro, dovrai
lavorare quasi un anno per pagarti il biglietto di ritorno, scontando le spese per l'alloggio e il vitto."
"Ma...„
"Lo so, questo non è negli accordi. In realtà, sei tu che hai dimenticato di chiederlo, al pari di tutte le
altre. Se fossi stata più attenta, se avessi letto il contratto che hai firmato, sapresti esattamente in che
cosa ti sei cacciata; gli svizzeri non mentono, e sanno anche servirsi dei silenzio per i loro scopi."
A Maria stava sprofondando il terreno sotto i piedi.
"Quanto al marito, ogni ragazza che si sposa costituisce per Roger un grave danno economico, sicché ci
è proibito parlare con i clienti. Se pensi di voler qualcosa in questo senso, dovrai correre grandi rischi.
Questo non è un posto dove le persone si incontrano, come in Rue de Berne."
Rue de Berne?
"Gli uomini vengono qui in compagnia delle mogli, e i pochi turisti, appena si rendono conto
dell'ambiente familiare, vanno a cercare le donne altrove. Sforzati di ballare bene. Se saprai anche
cantare, il tuo stipendio aumenterà, e con esso l'invidia delle altre. Quindi, anche se hai la voce più
bella dei Brasile, ti suggerisco di scordartelo e di non tentare di cantare. E, soprattutto, non usare il
telefono. Spenderai tutto quello che devi ancora guadagnare, una somma peraltro esigua."
"Ma mi ha promesso cinquecento dollari alla settimana!"
"Vedrai."
Dal diario di Maria, alla seconda settimana di permanenza in Svizzera:
Sono stata nel locale, ho incontrato un "direttore di ballo »proveniente da un paese che si chiama
Marocco, e ho dovuto imparare ogni passo di quello che lui - che non ha mai messo piede in Brasile credisia il samba. Non ho avuto neppure il tempo di riposarmi del lungo viaggio in aereo: dovevo
sorridere e ballare, fin dalla prima sera. Siamo sei ragazze: nessuna delle mie colleghe è felice, e
nessuna sa cosa sta facendo qui. I clienti bevono e applaudono, lanciano baci e, di nascosto, fanno gesti
osceni, ma niente di più.
Ieri mi hanno pagato lo stipendio: appena un decimo di quanto avevamo concordato. Il resto, secondo
quel famoso contratto, servirà per pagare il mio biglietto e il mio soggiorno. In base ai calcoli di
Vivian, questa faccenda andrà avanti un anno - in poche parole, durante questo periodo non ho vie di
fuga.
Ma vale la pena fuggire? Sono appena arrivata e ancora non conosco nulla. Che problema c? nel ballare
sette sere a settimana? Prima lo facevo per piacere, ora lo faccio per denaro e per fama. Le gambe non
protestano, l'unica cosa difficile è mantenere il sorriso sulle labbra.
Posso scegliere fra essere una vittima del mondo o un avventuriera in cerca del suo tesoro. È
semplicemente una questione riguardo al modo in cui affronterò la mia vita.
(2,,&ia scelse di essere un'avventuriera in cerca del suo tesoro: accantonò i sentimenti, smise di
piangere tutte le notti, si dimenticò chi era. Scoprì di avere la forza di volontà sufficiente per fingere di
essere appena nata, e dunque non aveva bisogno di provare nostalgia per nessuno. I sentimenti
potevano aspettare: ora doveva guadagnare dei soldi, conoscere il paese e tornare vittoriosa nella sua
terra.
Del resto, tutto ciò che la circondava le ricordava il Brasile, e la sua cittadina in particolare: le donne
parlavano portoghese, si lamentavano degli uomini, discutevano a voce alta, protestavano per gli orari,
arrivavano al locale in ritardo, sfidavano il proprietario, si ritenevano le più belle dei mondo e
raccontavano dei loro principi azzurri - che generalmente erano lontani, o sposati, oppure non avevano
denaro e vivevano del loro lavoro. Al contrario di quanto aveva immaginato vedendo i dépliant
pubblicitari che Roger portava sempre con sé, l'ambiente era proprio come lo aveva descritto Vivian:
"familiare". Le ragazze non potevano accettare inviti o uscire con i clienti, perché sui libretti di lavoro
erano registrate come "ballerine di samba". Se fossero state sorprese ad accettare un foglietto con il
numero di telefono, avrebbero avuto una sospensione di quindici giorni. Maria, che si aspettava
qualcosa di molto più movimentato ed emozionante, a poco a poco si lasciò pervadere dalla tristezza e
dal tedio.
Durante i primi quindici giorni, uscì ben poco dalla pensione in cui abitava, soprattutto dopo avere
scoperto che nessuno parlava la sua lingua, anche se lei pronunciava ogni frase lentamente. Fu anche
sorpresa quando seppe che, al contrario di quanto accadeva' nel suo paese, la città dove ora si trovava
aveva due nomi differenti: "Ginevra" per i suoi abitanti, e "Genebra" per le brasiliane.
Alla fine, nelle lunghe e noiose ore trascorse nella sua stanzetta senza televisione, arrivò alla
conclusione che:
a) Non sarebbe mai giunta a trovare ciò che stava cercando se non avesse saputo esprimere quello che
pensava (così, doveva imparare la lingua del posto);
b) Visto che anche tutte le sue compagne erano alla ricerca dell'affermazione personale, lei doveva
essere diversa (per riuscirci, però, non aveva ancora un piano o un metodo).
Dal diario di Maria, quattro settimane dopo essere sbarcata a Ginevra/Genebra:
Mi trovo qui ormai da un'eternità e non parlo la lingua del posto; passo le giornate ascoltando musica
alla radio, guardando le pareti della stanza, pensando al Brasile, aspettando impaziente che arrivi l'ora
di andare al lavoro e, quando sto lavorando, sperando ardentemente che giunga l'ora di tornare alla
pensione. Ossia, sto vivendo il futuro invece del presente.
Un giorno, in un futuro lontano, avrò un biglietto aereo e potrò tornare in Brasile, sposarmi con il
proprietario del negozio di tessuti, udire i commenti maligni delle mie amiche che non hanno mai
rischiato e che perciò riescono a scorgere solo la sconfitta degli altri. No, non posso tornare così.
Preferisco buttarmi dall'aereo quando sorvola l'oceano.
Ma i finestrini dell'aeroplano non si aprono (a proposito, non me lo sarei mai aspettato: che peccato non
poter sentire l'aria pura), e quindi morirò qui. Prima di morire, però, voglio lottare per la vita. Se sono
in grado di camminare da sola, posso andare dove voglio.
1
indomani, Maria si iscrisse a un corso mattutino di francese, dove conobbe gente di tutte le idee
politiche, religioni ed età: uomini che portavano abiti colorati e catenelle d'oro alle braccia, donne che
indossavano sempre un velo; bambini che apprendevano più rapidamente dei grandi - quando avrebbe
dovuto accadere esattamente il contrario, poiché gli adulti hanno più esperienza. Si sentiva orgogliosa
quando scopriva che tutti conoscevano il suo paese, il carnevale, il samba, il calcio, e l'uomo più
famoso del mondo: Pelè. All'inizio cercò di mostrarsi simpatica e di correggere la loro pronuncia ("È
Pelé! Pelééé!"), ma poi ci rinunciò, visto che anche lei veniva chiamata "Maria" - con quella mania
degli stranieri di trasformare i nomi e pensare inoltre di essere nel giusto!
Il pomeriggio, per esercitarsi nella lingua, fece la sua prima passeggiata in quella città dai due nomi, e
scoprì un cioccolato delizioso, un formaggio che non aveva mai assaggiato, una fontana gigantesca in
mezzo al lago, la neve (i piedi di nessun abitante del suo paesotto l'avevano mai calpestata), le cicogne,
i ristoranti con il caminetto (non vi era entrata, ma aveva scorto il fuoco dalle finestre, e questo le aveva
dato una piacevole sensazione di benessere). Fu inoltre sorpresa di scoprire che non tutti i manifesti
raffiguravano la pubblicità di orologi, vi comparivano anche delle banche - benché non riuscisse a capire perché ce ne fossero così tante visti i pochi abitanti,
e avesse notato che di rado c'erano clienti all'interno delle agenzie: comunque decise di non domandare
nulla.
Dopo tre mesi di autocontrollo durante il lavoro, il suo sangue brasiliano, sensuale ed erotico come tutti
pensano, si fece sentire: Maria si innamorò di un arabo che frequentava il suo stesso corso di francese.
La storia durò tre settimane finché, una sera, lei decise di fregarsene di tutto e di andare in gita su una
montagna vicino a Ginevra. Quando tornò al lavoro, il pomeriggio seguente, Roger la convocò nel suo
ufficio.
Appena aprì la porta, Maria fu licenziata in tronco per aver dato un cattivo esempio alle altre ragazze
che lavoravano lì. Roger, isterico, disse che ancora una volta era deluso, che sulle donne brasiliane non
si poteva fare affidamento (ah, mio Dio, questa mania di generali77are!). Non servì a niente che lei
dicesse di aver avuto un attacco di febbre per via dello sbalzo di temperatura; l'uomo non si lasciò
convincere e, inoltre, si lamentò di essere costretto a tornare in Brasile per trovare una sostituta,
aggiungendo che avrebbe fatto meglio a organizzare uno spettacolo con musica e ballerine iugoslave,
ben più carine e responsabili.
Malgrado la giovane età, Maria non era affatto una sprovveduta - soprattutto da quando il suo amante
arabo le aveva spiegato che in Svizzera le leggi sul lavoro erano molto severe; lei avrebbe potuto
sostenere che la sua occupazione rasentava la schiavitù, giacché il locale le tratteneva gran parte dello
stipendio.
Tornò nell'ufficio di Roger, e stavolta parlò con un francese discreto, che includeva nel vocabolario il
termine "avvocato". Ne uscì con qualche frase di scherno e cinquemila dollari di risarcimento - una
somma che non aveva mai neppure sognato -, e tutto grazie a quella parola magica: "avvocato". Ora
avrebbe potuto frequentare liberamente l'arabo, comprare alcuni regali, scattare qualche fotografia sulla
neve e tornarsene al suo paese con la vittoria tanto sognata.
Per prima cosa, telefonò a una vicina di casa brasiliana, perché riferisse a sua madre che era contenta,
che aveva davanti una brillante carriera e che lei e suo padre non dovevano preoccuparsi. Poi, siccome
doveva lasciare la camera che Roger le aveva affittato, pensò di avere un'unica scelta: andare
dall'arabo, giurargli amore eterno, convertirsi alla sua religione e sposarlo - sia pure se fosse stata
obbligata a portare sul capo uno di quegli strani veli. In fin dei conti, lo sapevano tutti che gli arabi
erano molto ricchi, e questo era sufficiente.
Ma, a quel punto, il suo innamorato arabo era ormai lontano, probabilmente in Arabia, un paese che
Maria non conosceva. E così ringraziò la Madonna di non essere stata costretta a rinnegare la propria
religione. Ora, però, se la cavava con il francese, era in possesso dei denaro per il biglietto di ritorno, di
un libretto di lavoro che le attribuiva la qualifica di "ballerina di samba", di un permesso di soggiorno
ancora valido, e sapeva che avrebbe potuto sposarsi con un commerciante di tessuti: considerando tutto
questo, la giovane decise di fare qualcosa in cui era sicura di riuscire: guadagnare con la sua bellezza.
In Brasile, aveva letto un libro su un pastore, il quale, nella ricerca del suo tesoro, incontra varie
difficoltà, che tuttavia lo aiutano a ottenere ciò che desidera. Era proprio il suo caso. Adesso era
pienamente consapevole di essere stata licenziata perché incontrasse il suo vero destino: fare la modella
e l'indossatrice.
Affittò una stanzetta (senza televisione, ma doveva fare grandi economie, fino a quando non fosse
riuscita a guadagnare davvero molti soldi) e, l'indomani, cominciò il giro delle agenzie. Dappertutto le
fu detto che doveva lasciare delle fotografie scattate da professionisti. In fin dei conti, era un
investimento per la carriera - i sogni costano. Spese gran parte del denaro per un eccellente fotografo,
che chiacchierava poco ed esigeva molto: nello studio, aveva un fornitissimo guardaroba, e lei posò con
vestiti sobri e stravaganti, e addirittura con un bikini del quale il suo unico conoscente a Rio de Janeiro,
l'interprete/guardaspalle ed ex impresario Mailson sarebbe stato enormemente orgoglioso. Chiese una
serie di copie extra, che spedì alla famiglia insieme a una lettera in cui diceva che in Svizzera era felice.
I suoi genitori avrebbero pensato che era ricca, che possedeva un guardaroba invidiabile, che era ormai
la figlia più illustre della cittadina. Se tutto avesse funzionato come pensava (aveva già letto così tanti
libri sul "pensiero positivo" che non aveva il minimo dubbio sulla vittoria), al ritorno sarebbe stata accolta con la banda musicale; poi avrebbe fatto in modo di convincere il sindaco a intitolarle una piazza.
Comprò un cellulare (con una scheda prepagata giacché non aveva un domicilio fisso) e, nei giorni
seguenti, rimase in attesa di chiamate di lavoro. Mangiava nei ristoranti cinesi (i più economici) e, per
passare il tempo, studiava con un impegno folle.
Ma il tempo stentava a passare, e il telefono non squillava. Era sorpresa dei fatto che, quando
passeggiava sul lungolago, nessuno le prestava attenzione, tranne alcuni trafficanti di droga che
sostavano sempre nello stesso luogo, sotto uno dei ponti che collegavano il bel giardino antico con la
parte più nuova della città. Cominciò a dubitare della propria bellezza, finché una delle vecchie
compagne di lavoro, con la quale si era incontrata per caso in un bar, le disse che la colpa non era sua,
ma riguardava sia gli svizzeri, che detestano arrecare disturbo, sia gli stranieri, che temono di essere
arrestati per "molestie sessuali" - un'espressione che avevano inventato per far sì che le donne di tutto il
mondo si sentissero detestabili.
Dal diario di Maria, una sera in cui non aveva il coraggio di uscire, di vivere di continuare ad aspettare
una telefonata che non arrivava.:
Oggi sono passata davanti a un luna park. Ma, poi ché non posso scialare il denaro, mi sono fermata
soltanto per osservare la gente. Sono rimasta a lungo davanti alle montagne russe: vedevo che la
maggior parte delle persone ci saliva in cerca di emozioni, ma quando i vagoncini cominciavano a
muoversi, tutte avevano una paura tremenda e chiedevano di fermare la corsa.
Che cosa vogliono? Se hanno scelto l'avventura, non dovrebbero essere preparate ad arrivare sino alla
fine? Oppure pensano che sarebbe più intelligente non percorrere questi saliscendi e divertirsi su una
giostra, girando in tondo?
Per il momento, sono troppo sola per pensare all'amore, ma devo convincermi che tutto passerà, che
troverò un impiego e che sono qui perché ho scelto questo destino. La mia esistenza è come le
montagne russe - sì, la vita è un gioco forte e allucinante, la vita è lanciarsi con il paracadute, è
rischiare, è cadere e rialzarsi, è alpinismo, è voler raggiungere la vetta di se stessi, e ritrovarsi
insoddisfatti e angosciati quando non ci si riesce.
Non è facile stare lontano dalla famiglia, non parlare la lingua con cui posso esprimere tutte le mie
emozioni e i miei sentimenti, ma da oggi, quando sarò depressa, ripenserò a quel parco dei
divertimenti. Se mi fossi addormentata e risvegliata all'improvviso sulle montagne russe, che cosa avrei
provato?
Ebbene, la prima sensazione sarebbe stata quella di sentirmi prigioniera: essere terrorizzata dalle curve,
avere voglia di vomitare e fuggire via da lì. Se, invece, fossi stata fiduciosa, avrei detto che i binari
sono il mio destino, che Dio sta guidando il vagoncino e che questo incubo si trasformerà in ebbrezza.
Diventerà esattamente cio’ che è nella realtà : l’attrazione delle montagne russe, un divertimento sicuro
e affidabile che avrà sempre un capolinea. Ma fintantochè dura la corsa, io devo guardare il paesaggio
che mi circonda e urlare di eccitazione.
.:/ -ur essendo capace di scrivere cose che riteneva molto sagge, Maria non riusciva a mettere in pratica
le sue risoluzioni. I momenti di depressione divennero sempre più frequenti, e il telefono continuava a
non squillare. Per distrarsi ed esercitarsi nel francese durante le ore vuote, cominciò a comprare varie
riviste. Poi, accorgendosi che spendeva troppi soldi, si mise in cerca della biblioteca più vicina. Ma la
bibliotecaria le disse che lì non c'erano riviste: comunque poteva suggerirle alcuni titoli che l'avrebbero
aiutata a migliorare la padronanza del francese.
"Non ho il tempo per leggere libri."
"Come mai non ha tempo? Che fa?"
"Tante cose: studio il francese, scrivo un diario e..." "E... che cosa?"
Stava per dire: "Aspetto che squilli il telefono", ma preferì tacere.
"Figliola, lei è giovane, ha tutta la vita davanti. Dimentichi quello che le hanno detto sui libri, e legga."
"Ho già letto molto."
All'improvviso, Maria si ricordò di quello che Maflson le aveva descritto una volta come "energia". La
bibliotecaria le parve una donna sensibile, dolce, una persona che avrebbe potuto aiutarla se il futuro
fosse stato un fallimento. Doveva conquistarla: la sua intuizione le diceva che in lei poteva trovare
un'amica. Rapidamente cambiò idea:
"Ma voglio leggere ancora. Per favore, mi aiuti a scegliere qualche libro."
La donna le portò Il Piccolo Principe. La sera stessa, Maria cominciò a sfogliarlo, guardò i disegni delle
prime pagine, dove compariva un cappello: ma l'autore diceva che, in verità, per i bambini era piuttosto
un serpente con un elefante dentro. `Credo di non essere mai stata bambina,' pensò fra sé e sé. `A me
sembra più un cappello.' In mancanza della televisione, cominciò ad accompagnare il Piccolo Principe
nei suoi viaggi, anche se ogniqualvolta veniva affrontato il tema dell'amore si rattristava - si era
proibita di pensare all'argomento, altrimenti avrebbe corso il rischio di suicidarsi. Al di là delle
dolorose scene romantiche fra un principe, una volpe e una rosa, il libro era molto interessante, e lei
trascurò di controllare ogni cinque minuti se la batteria dei cellulare fosse carica (era terrorizzata
all'idea di farsi sfuggire la più grande occasione della sua vita a causa di una disattenzione).
Maria cominciò a frequentare la biblioteca, a chiacchierare con l'addetta, una donna che sembrava sola
quanto lei, chiedendole suggerimenti, discutendo sulla vita e sugli autori. Il suo gruzzolo si ridusse
considerevolmente. Due settimane ancora e non avrebbe avuto neppure il denaro sufficiente per
comprare il biglietto di ritorno.
Ma poiché la vita aspetta sempre le situazioni critiche per rivelare il suo lato più brillante, finalmente il
telefono squillò.
Tre mesi dopo aver scoperto la parola "avvocato", e dopo due mesi trascorsi mantenendosi con il
risarcimento ottenuto, un'agenzia di modelle domandò se la signorina Maria si trovasse ancora a quel
numero. La risposta fu un
"sl" gelido e tagliente, a lungo provato, per non lasciar trasparire alcuna apprensione. Seppe così che a
un arabo, uno stilista di moda famoso in patria, erano piaciute molto le sue foto e voleva invitarla a
partecipare a una sfilata. Maria ripensò alla recente delusione, ma anche al denaro di cui aveva
disperatamente bisogno.
Combinarono l'appuntamento in un ristorante molto chic. Le si presentò un signore elegante, più
affascinante e maturo del suo pigmalione precedente. A un certo punto, le domandò:
"Sa dirmi di chi è quel quadro? Di Juan Miro! Sa dirmi chi è Juan Miro?"
Maria rimase zitta, come se fosse concentrata solo sul cibo, alquanto diverso da quello dei ristoranti
cinesi. Frattanto, si annotava mentalmente che alla prossima visita in biblioteca avrebbe dovuto
prendere un libro su Miró.
L'arabo insistette nella conversazione:
"Quello era il tavolo preferito di Federico Fellini. Cosa ne pensa dei film di Fellini?"
Lei rispose che li adorava. Ma quando l'uomo mostrò di voler scendere nei dettagli, Maria, capendo che
la sua cultura non le avrebbe consentito di superare l'esame, decise di affrontare subito l'argomento:
"Non intendo restare seduta qui a fare una figura da idiota. Tutto ciò che conosco è la differenza fra una
Coca-Cola e una Pepsi. Ma lei non doveva parlarmi di una sfilata di moda?"
La franchezza della giovane parve impressionare favorevolmente l'arabo.
"Gliene parlerò, quando andremo a prendere un drink dopo cena."
Ci fu una pausa. I due si guardarono, ciascuno immaginando cosa stesse pensando l'altro.
"Sei molto carina," disse l'arabo. "Se accetti di venire in albergo con me a bere qualcosa, ti regalo mille
franchi."
Maria comprese immediatamente. Era colpa dell'agenzia di modelle? Oppure era un suo errore:
avrebbe dovuto informarsi meglio riguardo alla cena? Non era colpa dell'agenzia, né sua, né dell'arabo:
le cose funzionavano proprio in quel modo. Tutt'a un tratto, sentì che le mancavano il sertào, il Brasile,
l'affetto di sua madre. Si ricordò dell'informazione di Maílson quando, sulla spiaggia, le aveva parlato
di trecento dollari. Allora le era sembrato divertente, e quella cifra ben al di sopra di quanto si sarebbe
aspettata di ricevere per passare una serata con un uomo. In quel momento, invece, si rese conto che
non aveva più nessuno al mondo, assolutamente nessuno con cui poter parlare: era sola, in una città
straniera, con i suoi ventidue anni vissuti in modo piacevole, eppure inutili per aiutarla a decidere quale
sarebbe stata la risposta migliore.
"Ancora del vino, per favore," disse.
L'arabo le versò dell'altro vino nel bicchiere, mentre il pensiero di Maria vagava più veloce del Piccolo
Principe nel suo viaggio tra i pianeti. Era venuta in cerca di avventura, di denaro, e forse di un marito.
Sapeva che avrebbe finito per ricevere proposte del genere, perché non era un'ingenua e ormai era
avvezza al comportamento degli uomini. Le agenzie di modelle, il successo, un marito ricco, una
famiglia, i figli, i nipoti, gli abiti splendidi, e un ri
torno vittorioso nel paesotto dov'era nata... be', in tutto
questo ci credeva ancora. Sognava di superare ogni diffi
coltà solo con l'intelligenza, il fascino e la forza di volontà.
Ma la realtà le era appena crollata addosso. Con sor
presa dell'arabo, Maria scoppiò a piangere. Diviso fra la
paura dello scandalo e l'istinto di protezione del maschio,
l'uomo non sapeva che fare. Quando rivolse un cenno al
cameriere, chiedendogli di portare il conto, la ragazza lo
bloccò:
"No, non ancora. Mi offra dell'altro vino e mi lasci
piangere un po'."
Dal diario di Maria, il giorno seguente:
Mi ricordo di tutto, tranne che del momento in cui ho preso la decisione. Curiosamente, non avverto
nessun senso di colpa. Prima, ero solita pensare che le ragazze andassero a letto per denaro perché la
vita non aveva lasciato loro altra scelta. Ma ora mi accorgo che non è così. Io potevo dire di sì o di no,
nessuno mi stava forzando ad accettare.
Cammino per le strade, guardo le persone: forse che avranno scelto ciascuna la propria vita? O non sarà
che anche loro sono state "scelte" dal destino? La casalinga che sognava di fare la modella, il dirigente
di banca che pensava di diventare musicista, il dentista che aveva un libro nel cassetto e avrebbe voluto
dedicarsi alla letteratura, la ragazza che avrebbe tanto desiderato lavorare in televisione, ma ha trovato
soltanto un impiego come cassiera in un supermercato...
Non provo nessuna pena per me stessa. Continuo a non essere una vittima, perché avrei potuto
andarmene dal ristorante con la dignità intatta e il portafogli vuoto. Avrei potuto dare lezioni di morale
all'uomo seduto di fronte a me, o tentare di dimostrargli che aveva davanti una principessa, e che
sarebbe stato meglio conquistarla anziché comprarla. Avrei potuto assumere un infinità di
atteggiamenti, e invece, come la maggior parte degli esseri umani, ho lasciato che il fato scegliesse la
rotta che dovevo prendere.
Non sono l'unica, anche se il mio destino sembra negativo e marginale rispetto a quello degli altri. Ma,
nella ricerca della felicità, siamo tutti allo stesso livello: il dirigente-musicista, il dentista-scrittore, la
cassiera-attrice, la casalinga-modella... Nessuno di noi è felice.
Tutto là, dunque? Era così facile? Maria si trovava in una città straniera, dove non conosceva nessuno,
e ciò che ieri poteva considerare un tormento oggi le dava un'immensa sensazione di libertà: non
doveva spiegare niente a chicchessia.
Decise che, per la prima volta dopo tanti anni, avrebbe dedicato l'intera giornata a se stessa. Fino ad
allora, aveva sempre vissuto preoccupandosi degli altri - la madre, i compagni di scuola, il padre, gli
impiegati dell'agenzia di modelle, il professore di francese, il cameriere, la bibliotecaria -, oppure di
quello che gli sconosciuti per la strada pensavano. In realtà, nessuno pensava niente, e tanto meno si
curava di lei, una povera straniera che neppure la polizia, se l'indomani fosse scomparsa, si sarebbe
data la pena di cercare.
Era abbastanza. Uscì presto, fece colazione nel solito bar, passeggiò un po' sul lungolago, incrociò una
manifestazione di esiliati. Una donna con un cagnolino le disse che erano curdi; ancora una volta,
invece di fingere di conoscere le risposte per mostrare di essere più colta e intelligente di quanto gli
altri pensassero, Maria domandò:
"Da dove vengono i curdi?"
Con sua sorpresa, la donna non seppe rispondere. Così va il mondo: la gente parla come se conoscesse
tutto e, quando si osa domandare, non sa niente. Entrò in un cybercaffé e scoprì su Internet che i curdi
venivano dal Kurdistan, un paese oggi inesistente, diviso fra Turchia e
Iraq. Tornò nel luogo dov'era stata prima, sperando di incontrare la donna con il cagnolino, ma non la
vide: forse se n'era andata perché la bestiola non aveva sopportato di stare mezz'ora a guardare un
gruppo di esseri umani con striscioni, lenzuola, musica e strane urla.
`Ecco come sono io. O, meglio, com'ero: una persona che fingeva di sapere tutto, celata nel mio
silenzio, fino a quando quell'arabo mi ha fatto irritare al punto che ho avuto il coraggio di confessare
che conoscevo solo la differenza fra la Coca e la Pepsi. È rimasto scioccato? Ha cambiato idea su di
me? Macché, avrà trovato fantastica la mia spontaneità! Sono sempre uscita perdente quando ho voluto
sembrare più furba di quella che sono: ora basta!'
Si ricordò dell'agenzia di modelle: sapevano che cosa voleva l'arabo - e allora lei avrebbe fatto ancora
una volta la figura dell'ingenua - oppure pensavano davvero che potesse proporle un lavoro all'estero?
In qualsiasi caso, Maria si sentiva meno sola in quella grigia mattina di Ginevra: con la temperatura
vicina allo zero, i curdi che manifestavano, i tram che arrivavano in orario a ogni fermata, i negozi che
rimettevano i gioielli nelle vetrine, le banche che aprivano, i mendicanti che dormivano e gli svizzeri
che uscivano per recarsi al lavoro. Era meno sola perché al suo fianco camminava un'altra donna, forse
invisibile per i passanti. Non ne aveva mai notato la presenza, ma c'era.
Sorrise alla presenza invisibile, che assomigliava alla Madonna, alla madre di Gesù. La donna ricambiò
il sorriso e la pregò di fare attenzione, perché le cose non erano così semplici come lei pensava. Maria
non diede importanza all'avviso e rispose che ormai era un'adulta, responsabile delle proprie decisioni,
e non poteva certo credere che esistesse una cospirazione cosmica contro di lei. Aveva scoperto che
c'era gente disposta a pagare mille franchi svizzeri in cambio di una serata, di una mezz'ora fra le sue
gambe: l'unicaa cosa che doveva decidere nei
prossimi giorni era se prendere i mille franchi che ora custodiva a casa, acquistare un biglietto aereo e
tornare nella cittadina dov'era nata. Oppure restare per un altro periodo, quanto bastava per poter
comprare una casa per i genitori, bei vestiti, e viaggi verso i luoghi che aveva sognato di visitare.
La donna invisibile ripeteva in modo insistente che le cose non erano tanto semplici, ma Maria, per
quanto contenta dell'inattesa compagnia, la pregò di non interrompere il corso dei suoi pensieri: doveva
prendere delle decisioni importanti.
Valutò di nuovo, stavolta con maggiore attenzione, la possibilità di tornare in Brasile. Le compagne di
scuola che non se n'erano mai allontanate avrebbero subito detto che era stata licenziata, che non aveva
mai avuto del talento per diventare una stella internazionale. La madre si sarebbe rattristata perché non
avrebbe più ricevuto il contributo mensile promesso - comunque Maria, nelle sue ultime lettere,
affermava che le poste la stavano derubando del denaro. Il padre l'avrebbe guardata per il resto della
vita con quell'espressione che significava: "Lo sapevo." Lei avrebbe ripreso a lavorare nel negozio di
stoffe e si sarebbe sposata con il proprietario - e questo, dopo avere viaggiato in aereo, mangiato il
formaggio svizzero in Svizzera, imparato il francese e calpestato la neve.
Oppure c'erano i drink da mille franchi. Forse non sarebbe durato a lungo - la bellezza, in definitiva,
scema rapidamente, come il vento -, ma nel giro di un anno avrebbe avuto i soldi per recuperare tutta la
sua credibilità e tornare nel mondo, stavolta dettando le regole del gioco. Il suo unico problema reale
era dato dal fatto che non sapeva cosa fare, come cominciare. Nel periodo trascorso in quel locale
"familiare", una ragazza aveva menzionato un luogo chiamato Rue de Berne - era stato, peraltro, uno
dei suoi commenti iniziali, ancor prima di mostrarle dove doveva lasciare le valigie.
Maria si avvicinò a uno di quei grandi pannelli d'informazione che si trovano in molte strade di
Ginevra; quella città era talmente gentile verso i turisti che non voleva che si smarrissero e, proprio per
evitarlo, aveva installato quelle bacheche dove da un lato c'erano gli annunci pubblicitari e dall'altro la
mappa della città.
C'era un uomo lì vicino, e lei gli domandò se sapeva dove si trovasse Rue de Berne. Lui la guardò
stupito e le chiese se fosse proprio quella la via che stava cercando, o se non volesse invece sapere
dov'era la strada per Berna, la capitale della Svizzera.
"No," rispose Maria, "sto cercando proprio quella via, qui in città."
L'uomo la squadrò da capo a piedi e si allontanò, senza pronunciare una parola, sicuro che lo stessero
filmando per uno di quei programmi televisivi dove il godimento dei pubblico deriva dal fatto che tutti
sembrano ridicoli.
Maria rimase a scorrere la mappa per un quarto d'ora - in fondo la città era piccola - e finì per trovare il
posto.
La sua compagna invisibile, che era rimasta in silenzio mentre si concentrava sulla piantina, adesso
tentò di discutere: non era una questione di moralità, ma si trattava di imboccare un cammino senza
ritorno.
Maria rispose che, se fosse riuscita a ottenere il denaro per lasciare la Svizzera, sarebbe stata in grado
di uscire da qualsiasi situazione. Oltre tutto, forse nessuno degli sconosciuti che incontrava aveva scelto
ciò che desiderava fare. Questa era la realtà della vita.
"Siamo in una valle di lacrime," disse all'amica invisibile. "Possiamo nutrire innumerevoli sogni, ma la
vita è dura, implacabile, triste. Che cosa vuoi dirmi? Che mi condanneranno? Non lo saprà nessuno. E
inoltre sarà solo per un periodo della mia vita."
Con un sorriso dolce, ma velato di tristezza, la compagna invisibile scomparve.
Maria raggiunse il luna-park, comprò un biglietto per le montagne russe; salì su un vagoncino e urlò
come tutti, pur comprendendo che non correva alcun pericolo, che quello era soltanto un divertimento.
Mangiò in un ristorante giapponese senza capire bene cosa contenessero le pietanze: sapeva solo che
erano molto costose. Adesso voleva concedersi tutti i lussi. Era allegra, non aveva bisogno di aspettare
una telefonata, o di contare i centesimi che spendeva.
Verso la fine della giornata telefonò all'agenzia, disse che l'incontro era andato molto bene e
ringraziava. Se fossero stati seri, le avrebbero chiesto delle foto; se fossero stati dei professionisti, le
avrebbero organizzato altri appuntamenti.
Attraversò il ponte, fece ritorno nella sua stanzetta e decise che, pur avendo il denaro e una serie di
remunerativi progetti per il futuro, non avrebbe comprato un televisore: aveva bisogno di pensare, di
impiegare tutto il suo tempo per riflettere.
Dal diario di Maria, quella sera (con un'annotazione a margine: "Non sono molto convinta"):
Ho scoperto il motivo per cui un uomo paga una donna: vuole essere felice.
Di certo, non pagherà mille franchi solo per avere un orgasmo. Vuole essere felice. E anch io lo voglio:
tutti lo vogliono, e nessuno riesce a esserlo. Cos'ho da perdere, se decido di trasformarmi per qualche
tempo in una... È una parola difficile da pensare e scrivere... Ma via!... Cosa posso perdere, se decido di
essere una prostituta per un po' di tempo?
L onore. La dignità. Il rispetto per me stessa. A ben pensare, non ho mai avuto nessuna di queste tre
cose. Non ho chiesto io di nascere, non sono mai riuscita a farmi amare, ho sempre preso le decisioni
sbagliate - ora sto lasciando che la vita decida per me.
L’agenzia telefonò il giorno seguente, chiedendo notizie delle foto e la data della sfilata, giacché
incassava una commissione su ogni lavoro. Maria rispose che l'arabo si sarebbe messo in contatto con
loro; subito capì che non sapevano niente.
Si recò in biblioteca e chiese qualche libro sul sesso. Se stava considerando seriamente la possibilità di
lavorare - per un anno solo, si era ripromessa - in un campo di cui non conosceva niente, per prima cosa
doveva apprendere come comportarsi, come dare piacere e come ricevere, in cambio, del denaro.
Rimase delusa quando la bibliotecaria le spiegò che lì avevano solo alcuni trattati scientifici, visto che
quella era un'istituzione pubblica. Maria lesse l'indice di uno di quei libri, ma lo restituì
immediatamente: non parlava affatto di felicità, ma solo di erezione, penetrazione, impotenza,
precauzioni - cose totalmente prive di attrattiva. Per un attimo, giunse persino a valutare seriamente la
possibilità di prendere in prestito Considerazioni psicologiche sulla frigidità della donna, giacché, per
quanto la riguardava, arrivava all'orgasmo solo con la masturbazione, anche se era molto piacevole
essere posseduta e penetrata da un uomo.
Tuttavia, non era lì per il piacere, bensì per il lavoro. Ringraziò la bibliotecaria, uscì e andò in un
negozio, dove fece il primo investimento per la carriera che si profilava all'orizzonte - qualche abito
che giudicava sufficien
temente sexy per risvegliare ogni tipo di desiderio. Poi si recò nella via che aveva rintracciato sulla
piantina. Rue de Berne iniziava con una chiesa (una coincidenza: proprio vicino al ristorante
giapponese dove aveva cenato il giorno precedente!), proseguiva con una serie di vetrine che
esponevano orologi da poco prezzo, per arrivare, alla fine, ai locali notturni di cui aveva sentito parlare,
a quell'ora del giorno ovviamente chiusi. Tornò sul lungolago e, senza il minimo imbarazzo, comprò
cinque riviste pornografiche, per informarsi su ciò che eventualmente avrebbe dovuto fare. Attese la
sera e si diresse di nuovo in Rue de Berne. Lì, scelse a caso un bar dal suggestivo nome brasiliano di
"Copacabana".
Non aveva ancora deciso niente, si diceva. Era solo una prova. Tuttavia non si era mai sentita così
bene, e così libera, in tutto il periodo che aveva trascorso in Svizzera.
"Cerchi lavoro?" le disse il proprietario, che stava lavando bicchieri dietro a un bancone, senza neppure
dare un tono interlocutorio alla frase. Il locale era costituito da una serie di tavoli, un angolo adibito a
pista da ballo e alcuni divani accostati alle pareti. "Niente di più semplice. Siccome rispettiamo la
legge, per lavorare qui bisogna avere perlomeno un libretto di lavoro."
Maria glielo mostrò, e l'umore dell'uomo parve migliorare.
"Hai esperienza?"
Lei non sapeva che dire: se avesse risposto di sì, lui le avrebbe domandato dove aveva lavorato prima.
Se avesse negato, magari l'avrebbe rifiutata.
"Sto scrivendo un libro."
L'idea le era nata dal nulla, come se in quel momento una voce inudibile fosse venuta in suo aiuto.
Notò che l'uomo, pur sapendo che si trattava di una bugia, finse di crederci.
"Prima di prendere una decisione, parla con una delle ragazze. Abbiamo almeno sei brasiliane, e così
potrai sapere tutto ciò che ti aspetta."
Maria avrebbe voluto rispondere che non aveva bisogno dei consigli di nessuno, e tanto meno doveva
valutare una decisione, ma l'uomo si era spostato nell'altra parte dei locale, lasciandola sola, senza
offrirle neppure un bicchiere d'acqua.
Cominciarono a giungere le ragazze, il proprietario chiamò alcune brasiliane e chiese loro di parlare
con la nuova arrivata. Nessuna sembrava disposta a farlo, e lei ne dedusse che temevano la
concorrenza. Nel bar si diffuse la musica e si udirono le note di alcune canzoni carioca (in fondo, il
locale si chiamava Copacabana). Poi entrarono alcune giovani dai tratti asiatici, altre che sembravano
provenire dalle romantiche montagne innevate intorno a Ginevra. Infine, dopo quattro ore di attesa,
tanta sete e qualche sigaretta, Maria ebbe l'impressione sempre più profonda che stesse facendo una
scelta sbagliata. Dopo essersi ripetuta mentalmente innumerevoli volte la frase "Che sto facendo qui?",
in preda a una certa irritazione per la totale mancanza di disponibilità sia del proprietario sia delle
ragazze, le si avvicinò una delle brasiliane.
"Perché hai scelto questo posto?"
Maria poteva ripetere la bugia del libro, o comportarsi come per i curdi e Juan Miró: dire la verità.
"Per il nome. Non so da dove cominciare. E, per la verità, non so neppure se voglio cominciare."
La ragazza sembrò alquanto sorpresa di quella dichiarazione franca e diretta. Bevve un sorso di un
liquido che sembrava whisky, ascoltò assorta una canzone brasiliana che risuonava nell'aria, fece
qualche commento sulla nostalgia per il proprio paese e annunciò che, quella sera, ci sarebbe stato poco
movimento, visto che avevano annullato un importante congresso internazio
nale che avrebbe dovuto svolgersi nelle vicinanze di Ginevra. Alla fine, constatando che Maria non se
ne andava, soggiunse:
"È molto semplice, devi rispettare tre regole. La prima: non innamorarti di nessuno che incontri durante
il lavoro e con cui fai l'amore. La seconda: non credere alle promesse e riscuoti sempre in anticipo. La
terza: non usare droghe."
La ragazza fece una pausa.
"E comincia subito. Se oggi rientrerai a casa senza aver trovato un uomo, ripenserai alla tua scelta e
non avrai più il coraggio di tornare."
Maria era andata 11 solo per indagare, per avere informazioni sulle possibilità di un lavoro temporaneo,
ma capì di trovarsi al cospetto di quel sentimento che ti spinge a prendere una decisione rapida: la
disperazione!
"D'accordo. Comincio oggi."
Non confessò di aver già fatto quel lavoro il giorno precedente. La donna andò a parlare con il padrone,
che chiamò Milan, e questi si avvicinò a Maria.
"Indossi biancheria raffinata?"
Prima di allora nessuno le aveva mai fatto una domanda del genere. Né i fidanzati, né l'arabo, né le
amiche - e tanto meno un estraneo. Ma la vita andava così in quel posto: dritta allo scopo.
"Ho un paio di slip celesti." Poi, provocante, soggiunse: "E non porto il reggiseno."
Ottenne solo un rimprovero:
"Domani, mettiti mutandine e reggiseno neri, e calze autoreggenti. Fa parte del rituale togliere quanta
più biancheria è possibile."
Senza perdere altro tempo, e ormai sicuro di trovarsi di fronte a una novellina, Milan le illustrò il resto:
il Copacabana doveva risultare un luogo piacevole, non un bordello. Gli uomini entravano in quel
locale convinti di trovare donne sole, senza accompagnatore. Se qualcuno
si fosse avvicinato al suo tavolo, e non fosse stato fermato durante il tragitto (perché, oltre tutto, lì
vigeva il concetto di "cliente esclusivo" di certe ragazze), sicuramente l'avrebbe invitata con queste
parole:
"Vuoi bere qualcosa?"
Maria poteva rispondere "sì" o "no". Era libera di scegliersi la "compagnia", benché non fosse
consigliabile dire di no più di una volta a sera. Se avesse replicato affermativamente, doveva ordinare
un cocktail di frutta che, per inciso, era la bevanda più costosa della lista. Niente alcool, mai permettere
che un cliente scegliesse per lei.
Poi doveva accettare un eventuale invito a ballare. La maggior parte dei frequentatori del locale era
conosciuta e, a eccezione dei "clienti speciali", sui quali Milan non entrò nei particolari, nessuno
costituiva un rischio. La polizia e il ministero della salute richiedevano mensilmente gli esami del
sangue, per assicurarsi che le "lavoranti" non fossero portatrici di malattie sessualmente trasmissibili.
L'uso del preservativo era obbligatorio, quantunque non ci fosse modo di controllare se questa norma
venisse rispettata. Le ragazze non dovevano creare problemi - Milan era sposato, era un padre di
famiglia, e ci teneva alla propria reputazione e al buon nome del locale.
L'uomo continuò nell'illustrazione dei rituale: dopo aver ballato, i due tornavano al tavolo, e il cliente,
come se stesse proponendo qualcosa di inatteso, invitava la ragazza ad accompagnarlo in albergo. La
tariffa abituale era di trecentocinquanta franchi, di cui cinquanta sarebbero andati a Milan, a titolo di
affitto del tavolo (un artificio giuridico per evitare complicazioni giudiziarie e accuse di sfruttamento
della prostituzione).
Maria cercò di discutere:
"Ma io ho guadagnato mille franchi per..."
Il proprietario fece il gesto di allontanarsi, ma la ragazza brasiliana che assisteva alla conversazione
intervenne:
"Sta scherzando!?"
Poi, voltandosi verso Maria, disse in un portoghese armonioso e vivace:
"Questo è il locale più costoso di Ginevra [sì, la città si chiamava `Ginevra', e non `Genebra']. Non
ripeterlo mai più. Lui conosce perfettamente i prezzi del mercato, e sa che nessuno va a letto con una
tipa pagando mille franchi, tranne - se si ha fortuna e competenza - alcuni `clienti speciali'."
Lo sguardo di Milan, che Maria avrebbe scoperto in seguito essere uno iugoslavo che viveva in
Svizzera da vent'anni, non lasciava adito a dubbi:
"La tariffa è trecentocinquanta franchi."
"Sì, la tariffa è questa," ripeté Maria, umiliata.
Prima le aveva domandato il colore della sua biancheria intima; poi aveva deciso il prezzo del suo
corpo.
Ma lei non aveva tempo per riflettere, quell'uomo continuava a darle istruzioni: non doveva accettare
inviti per recarsi in case private o alberghi che non fossero a cinque stelle. Se il cliente non sapeva dove
portarla, lei sarebbe andata in un albergo situato a cinque isolati da lì, ma sempre in taxi, per evitare che
le ragazze degli altri locali di Rue de Berne familiarizzassero con il suo viso. Maria non credette a
quest'ultima cosa, pensando piuttosto che la vera ragione fosse la possibilità di ricevere un'offerta di
lavoro a condizioni migliori, in qualche altro posto. Comunque serbò per sé quei pensieri: le era già
bastata la discussione sul prezzo.
"Te lo ripeto ancora una volta: non bere mai quando sei in servizio, proprio come devono fare i
poliziotti nei film. Ora ti lascio, fra poco comincerà il movimento."
"Ringrazia," disse in portoghese la brasiliana.
Maria ringraziò. L'uomo sorrise. Ma non aveva ancora terminato con l'elenco di raccomandazioni:
"Ho dimenticato una cosa: il tempo fra la prima ordinazione e il momento in cui esci con il cliente non
deve superare, per nessun motivo, i quarantacinque minuti. E
in Svizzera, dove ci sono orologi ovunque, persino gli iugoslavi e i brasiliani imparano a essere
puntuali. Ricordati che, con la mia commissione, do da mangiare ai miei figli."
Se ne sarebbe ricordata.
Le offrì un bicchiere di acqua minerale gassata con una fetta di limone - che facilmente poteva essere
scambiata per gin tonic - e la pregò di aspettare.
A poco a poco, il locale cominciò a riempirsi: gli uomini entravano, si guardavano intorno, si sedevano
al tavolo da soli. Ma ecco che subito gli si avvicinava qualcuno del bar, come se quella fosse una festa
dove tutti si conoscessero da tempo e ne approfittassero per svagarsi per qualche mezz'ora, dopo una
lunga giornata di lavoro. Per quanto cominciasse già a sentirsi molto meglio, a ogni uomo che trovava
compagnia, Maria tirava un sospiro di sollievo: forse perché era in Svizzera; forse perché, prima o poi,
avrebbe incontrato l'avventura, il denaro o il marito che aveva sempre sognato. O forse perché - adesso
se ne rendeva conto - era la prima volta dopo tante settimane che usciva di sera e si trovava in un posto
dove c'era della musica e dove, di tanto in tanto, poteva udire una conversazione in portoghese. Si
divertiva guardando le ragazze tutt'intorno, che ridevano, bevevano cocktail di frutta e chiacchieravano
allegramente.
Nessuna di loro era andata a salutarla o a farle gli auguri per il nuovo lavoro, ma questo era normale: in
fin dei conti, lei era una concorrente, un'avversaria che gareggiava per lo stesso trofeo. Invece di
sentirsi depressa, Maria ne fu orgogliosa - stava lottando, combattendo, non era un essere inerme. Se lo
avesse voluto, avrebbe potuto aprire la porta e andarsene per sempre; tuttavia non avrebbe mai
dimenticato che aveva avuto il coraggio di arrivare fin lì, di trattare e discutere di cose alle quali, in
nessun momento della sua vita, non aveva mai nemmeno osato pensare. Si ripeteva in continuazione
che
non era una vittima del destino: stava correndo i suoi rischi, oltrepassando i suoi limiti, vivendo episodi
che un giorno, nel silenzio dei cuore, nei momenti di noia della vecchiaia, avrebbe potuto ricordare con
una certa nostalgia - per quanto assurdo ciò potesse sembrare.
Era sicura che nessuno le si sarebbe avvicinato. E l'indomani tutta quella scena avrebbe avuto soltanto
la parvenza di un sogno delirante, che le sarebbe stato impossibile ripetere - perché si era appena resa
conto che un compenso di mille franchi per una serata può capitare solo una volta nella vita. Sarebbe
stato più prudente comprare un biglietto per tornare in Brasile. Per far trascorrere il tempo più veloce,
si mise a calcolare mentalmente quanto potesse guadagnare ognuna di quelle ragazze: con tre clienti a
sera, avrebbe racimolato la somma necessaria per un biglietto aereo in quattro ore di lavoro. In un
giorno, si sarebbe intascata due mensilità del suo stipendio nel negozio di tessuti.
Tutto qui? Be', lei aveva guadagnato mille franchi in una serata, ma forse era stata soltanto la fortuna
dei principianti. In ogni modo, le entrate di una prostituta erano molto alte, ben maggiori di quanto
avrebbe potuto intascare dando lezioni di francese al suo paese. E tutto ciò con il solo sforzo di starsene
seduta in un bar per qualche ora, ballare, aprire le gambe, e basta. Non c'era neppure bisogno di
intavolare una conversazione.
Sì, i soldi potevano essere un buon motivo, continuò a pensare. Ma erano tutto? Oppure quelle persone
che si trovavano lì, clienti e donne, in qualche modo riuscivano a divertirsi? Forse che il mondo era
alquanto diverso da come glielo avevano raccontato a scuola? Se avesse usato il preservativo, non ci
sarebbe stato alcun rischio. E non avrebbe corso neppure quello di essere riconosciuta da qualcuno del
suo paese. Nessuno dei suoi conterranei veniva a Ginevra, tranne - come un giorno le avevano spiegato
a scuola - coloro che intrattenevano rapporti con le
banche. La maggior parte dei brasiliani preferisce frequentare i negozi, in particolare quelli di Miami o
di Parigi.
Dunque, trecento franchi al giorno, per cinque giorni alla settimana. Una fortuna! Ma perché quelle
ragazze frequentavano ancora il locale, visto che in un mese guadagnavano abbastanza denaro per
rimpatriare e acquistare una casa per i genitori? Forse lavoravano da troppo poco tempo? O magari - e
qui Maria ebbe paura della sua stessa domanda - ... magari in quella professione avevano scoperto
qualcosa di bello?
Avverti il desiderio di bere: il giorno precedente, lo champagne le aveva fornito un indiscutibile aiuto.
"Accetta un drink?"
Davanti a lei, c'era un uomo sulla trentina, che indossava la divisa di una compagnia aerea.
Il mondo cominciò a girare al rallentatore, e Maria ebbe la sensazione di uscire dal proprio corpo e di
osservarsi dall'esterno. Morendo di vergogna, ma lottando per controllare il rossore delle guance, annuì,
sorrise e capi che da quel momento la sua vita era cambiata per sempre.
Cocktail di frutta, conversazione... "Come mai si trova qui? Fa freddo, non è vero? Questa musica mi
piace, ma io preferisco gli Abba... Gli svizzeri sono gente riservata, tu vieni dal Brasile? Parlami del
tuo paese. C'è il carnevale. Sai, le brasiliane sono molto belle!"
Adesso deve sorridere e accettare il complimento, e forse assumere un'aria vagamente timida. Deve
ballare di nuovo, ma prestando attenzione allo sguardo di Milan, che ogni tanto si sfiora il capo e indica
l'orologio al polso. Il profumo dell'uomo. Maria comprende all'istante che deve abituarsi agli odori.
Almeno questo è un profumo. Ballano tenendosi stretti. Un altro cocktail di frutta; il tempo passa
velocemente: non aveva detto che erano quarantacinque minuti? Guarda l'orologio, l'uomo le domanda
se sta aspettando qualcuno; lei risponde che tra
un'ora arriveranno alcuni amici. Lui la invita a uscire. Albergo, trecentocinquanta franchi, la doccia
dopo il sesso (stupito, l'uomo disse che non gli era mai capitata prima una simile avventura). Non è
Maria, è un'altra persona quella che abita il suo corpo: non sente niente, si limita a compiere
meccanicamente una sorta di rituale. È un'attrice. Milan le aveva insegnato tutto, ma non come
prendere congedo dal cliente. Lei ringrazia; anche il compagno non ha più voglia, ha sonno.
Di nuovo, Maria lotta: vorrebbe tornare difilato a casa, ma deve passare dal locale per consegnare i
cinquanta franchi. E poi, un altro uomo, un altro cocktail, le domande sul Brasile, l'albergo, ancora la
doccia (questa volta senza commenti). Il ritorno al bar. Il proprietario intasca la commissione, dice che
può andarsene: c'è poco movimento quella sera. Lei non prende un taxi, percorre Rue de Berne a piedi,
guardando gli altri locali, le vetrine con gli orologi, la chiesa all'angolo (chiusa, sempre chiusa...).
Nessuno ricambia il suo sguardo, come sempre.
Cammina nel gelo. Non sente più freddo, non piange, non pensa al denaro che ha guadagnato: è in una
sorta di trance. Alcune persone sono nate per affrontare l'esistenza da sole, ma questo non è né un bene
né un male: è la vita. Maria è una di esse.
La ragazza si sforza di riflettere su quanto è accaduto: ha cominciato oggi, eppure si considera già una
professionista. Sembra che l'inizio risalga a tanto tempo fa, che abbia fatto quel lavoro per tutta la vita.
Prova uno strano amore per se stessa, è contenta di non essere fuggita. Ora deve decidere se continuare.
Se proseguirà, sarà la migliore - come non lo è mai stata, in nessun momento e in nessuna attività della
sua esistenza.
Adesso la vita le sta insegnando, e rapidamente, che solo i forti sopravvivono. Per essere forte, lei deve
essere la migliore: non c'è alternativa.
Dal diario di Maria, una settimana dopo:
Io non sono un corpo con un anima, sono un anima con una parte visibile chiamata "corpo': Negli
ultimi giorni, al contrario di quanto potevo immaginare, quest'anima è stata molto più presente. Non mi
diceva nulla, non mi criticava, non provava pena per me: si limitava a osservarmi.
Oggi mi sono resa conto del motivo per cui ciò accadeva: da molto tempo, non penso a qualcosa che si
chiama `amore': Sembra che l'amore mi stia rifuggendo, come se non contasse più per me, e non si
sentisse il benvenuto. Ma, se non penserò all'amore, non sarò niente.
Quando sono tornata al Copacabana, il secondo giorno, tutte mi guardavano già con più rispetto - a
quanto ho capito, molte ragazze lavorano per una sera e poi non ce la fanno a continuare. Chi va avanti,
diventa una sorta di alleata, di compagna -perché può capire le difficoltà e le motivazioni o, per meglio
dire, la mancanza di motivazioni per cui si è scelta questa vita.
Tutte sognano che arrivi un tizio e scopra in loro la vera donna, la compagna sensuale, l'amica. Ma tutte
sanno, fin dal primo minuto di un nuovo incontro, che non accadrà nulla di tutto ciò.
Sento il bisogno di scrivere sull'amore. Sento il bisogno di pensare, pensare, scrivere e scrivere
sull'amore - altrimenti la mia anima non resisterà.
ur pensando che l'amore era davvero importante, Maria non dimenticò il consiglio ricevuto la prima
sera e cercò di vivere il sentimento soltanto nelle pagine del suo diario. Del resto, cercava
disperatamente un mezzo per diventare la migliore, guadagnare tanti soldi in poco tempo, non pensare
molto e trovare una motivazione per le sue scelte. Era questa la parte più difficile: quale poteva essere
la vera ragione?
Faceva quel lavoro perché ne aveva bisogno. Non era proprio così - in effetti, tutti hanno bisogno di
guadagnare, ma non sempre scelgono di vivere ai margini della società. Lo faceva perché voleva vivere
un'esperienza nuova. Davvero? Quella città offriva innumerevoli attrattive, per lei nuove - per esempio,
sciare o andare in barca sul lago -, ma Maria non ne era minimamente incuriosita. Lo faceva perché
ormai non aveva più niente da perdere, la sua vita era una frustrazione quotidiana e costante.
No, nessuna di quelle risposte era vera: meglio dimenticare e continuare semplicemente a vivere ciò
che incontrava lungo il suo cammino. Aveva molte cose in comune con le altre prostitute, e con le
donne che aveva conosciuto nella vita: sposarsi e avere un'esistenza tranquilla era il sogno più grande.
Quelle che non la pensavano così, o avevano già un marito (quasi un terzo delle sue compagne erano
sposate), oppure avevano appena vissuto l'esperienza di un divorzio. Perciò, per capire se stessa,
Maria tentò con grande determinazione di comprendere il motivo che aveva spinto le sue compagne a
scegliere quella professione.
Non scoprì cose eccitanti, tuttavia fece un elenco delle risposte ricevute:
a) Dovevano aiutare il marito per il bene della famiglia (e le gelosie? E se si fosse presentato un amico
del marito? Non ebbe il coraggio di andare oltre con le domande);
b) Volevano comprare una casa per la madre (la sua stessa scusa, all'apparenza nobile, ma anche la più
comune);
c) Dovevano raggranellare i soldi per il biglietto di ritorno in patria (le colombiane, le thailandesi, le
peruviane e le brasiliane adoravano questo motivo, benché avessero già guadagnato più volte la somma
necessaria e l'avessero spesa, per paura di realizzare il loro sogno);
a Lo facevano per piacere (si adattava ben poco all'ambiente, suonava falso);
e) Non erano riuscite a trovare un'altra attività (nemmeno questa era una buona ragione, visto che la
Svizzera offriva numerosi posti di lavoro come domestica, autista, cuoca).
Alla fine, non scoprì nessun motivo particolarmente valido e rinunciò a tentare di spiegare l'universo
che la circondava.
Maria si rese conto che aveva ragione Milan, il proprietario del locale: infatti, non le avevano mai più
offerto mille franchi per passare qualche ora con lei. Comunque, nessuno reclamava quando ne
chiedeva trecentocinquanta, come se già sapessero che quella era la tariffa e le domandassero il prezzo
solo per umiliarla, o per non avere spiacevoli sorprese.
Un giorno, una delle ragazze le disse:
"La prostituzione è un'attività diversa dalle altre: chi è all'inizio guadagna di più, chi ha esperienza
incassa di meno. Fingi sempre di essere una principiante."
Maria non sapeva ancora chi fossero i "clienti speciali": era un argomento appena accennato la prima
sera che, per adesso, non riguardava nessuno. Giorno dopo giorno, apprese alcuni dei trucchi della
professione: non fare domande sulla vita privata, sorridere e parlare il meno possibile, non prendere
mai appuntamenti fuori dal locale. Il consiglio più importante glielo diede una filippina di nome Nyah:
"Nel momento del suo orgasmo devi gemere. Questo fa sì che il cliente ti rimanga fedele."
"Ma perché? Loro pagano per soddisfare se stessi."
"Ti sbagli. Un uomo non si considera un maschio quando ha un'erezione, ma nel momento in cui sa di
dare piacere a una donna. Se sarà in grado di dare piacere a una prostituta, allora si reputerà il migliore
di tutti."
Trascorsero così sei mesi. Maria apprese tutte le informazioni di cui aveva bisogno - per esempio,
come funzionava il Copacabana. Essendo uno dei locali più costosi di Rue de Berne, la clientela era
composta principalmente da dirigenti, che potevano rincasare tardi con la scusa che "erano a cena fuori
con alcuni clienti" - il limite per queste "cene", comunque, non doveva superare le ventitré. La maggior
parte delle prostitute aveva tra i diciotto e i ventidue anni, e in media lavoravano nel locale per un paio
d'anni, prima di essere sostituite da altre ragazze, arrivate di recente. Fuori di lì, passavano al Neon, poi
allo Xenium e, a mano a mano che aumentava l'età, si abbassava la tariffa e diminuivano le ore di lavoro. Quasi tutte finivano al Tropical Extasy, un locale che accettava donne sopra i trent'anni. Arrivate
lì, però, non potevano far altro che mantenersi racimolando quanto bastava per i pasti e l'affitto con un
paio di studenti al giorno (prezzo medio per prestazione: il denaro sufficiente per comprare una
bottiglia di vino scadente).
Maria andò a letto con tanti uomini. Non si curava mai dell'età o degli abiti che indossavano, ma il suo
"sì" o il suo "no" dipendeva dall'odore che esalavano. Non aveva niente contro il tanfo delle sigarette,
ma detestava i profumi dozzinali, gli uomini che non si facevano il bagno e quelli che avevano gli abiti
impregnati del puzzo di al
cool. Il Copacabana era un locale tranquillo, e la Svizzera poteva dirsi il miglior paese del mondo dove
lavorare come prostituta - purché si avessero il permesso di soggiorno, il libretto di lavoro, tutti i
documenti a posto e si pagassero regolarmente le quote della previdenza sociale. Milan ripeteva in
continuazione che non voleva che i figli lo vedessero sulle pagine di qualche giornale scandalistico, e
così quando si trattava di verificare la posizione delle sue "lavoranti", sapeva essere più inflessibile di
un poliziotto.
Insomma, superato l'ostacolo della prima o della seconda sera, quella era una professione come un'altra,
dove si, lavorava sodo, si lottava contro la concorrenza, ci si sforzava di mantenere un buon livello
qualitativo, si rispettavano orari, ci si stressava, si reclamava una certa indipendenza e si riposava la
domenica. Molte prostitute erano credenti, e praticavano i vari culti: assistevano alle messe, dicevano le
preghiere, si recavano agli incontri con Dio.
Perché la sua anima non fosse perduta, Maria si cimentava con le pagine del suo diario. Con sorpresa,
scoprì che su cinque clienti uno si intratteneva con lei non per fare l'amore, ma per parlare. Queste
persone pagavano la tariffa, l'albergo e, al momento di spogliarsi, dicevano che non era necessario.
Volevano parlare delle pressioni del lavoro, della moglie che li tradiva, del fatto che si sentivano soli e
non avevano nessuno con cui confidarsi (una situazione che lei conosceva piuttosto bene).
All'inizio, trovò la cosa molto strana. Finché un giorno, mentre stava recandosi in albergo con un
importante uomo francese, incaricato di reclutare talenti per alti incarichi dirigenziali (lui glielo
spiegava come se fosse l'argomento più interessante del mondo), udì il cliente fare questo commento:
"Sai chi è la persona più sola del mondo? È il manager che ha fatto una brillante carriera, guadagna uno
stipen
dio altissimo, ottiene la fiducia dei superiori e dei subordinati, ha una famiglia con cui passare le
vacanze, dei figli che aiuta nei compiti, e che un bel giorno si ritrova davanti uno come me, con una
proposta: `Vuoi cambiare lavoro, guadagnando il doppio?' Quell'uomo, che ha tutto per sentirsi
desiderato e felice, diventa l'essere più miserabile del pianeta. Per quale motivo? Perché non ha
nessuno con cui parlare. È tentato di accettare la proposta, ma non può discuterla con i colleghi di
lavoro, giacché farebbero di tutto per convincerlo a restare lì. Non può parlarne con la moglie che, negli
anni, lo ha scortato nella sua carriera trionfale e vuole la sicurezza: no, non intende proprio correre
rischi. Dunque non può confrontarsi con nessuno, e si trova davanti alla più grande decisione della vita.
Riesci a immaginare cosa prova quest'uomo?"
No, quello non era l'essere più solitario del mondo, visto che Maria conosceva bene la persona più sola
sulla faccia della terra: lei. Comunque, concordò con il cliente, nella speranza di una mancia generosa che, in effetti, ebbe. Però, grazie a quel commento, si rese conto che doveva trovare un mezzo per
liberare i clienti dell'enorme fardello che sembrava si portassero addosso. Ciò avrebbe significato un
miglioramento nella qualità dei suoi servizi, e la possibilità di un guadagno supplementare.
Quando comprese che allentare la tensione dell'anima era altrettanto - o forse più - lucroso che
dissipare i fastidi del corpo, riprese a frequentare la biblioteca. Cominciò a prendere in prestito libri che
parlavano di problemi coniugali, psicologia, politica. E la bibliotecaria ne fu affascinata, perché quella
giovane per la quale provava tanto affetto aveva smesso di pensare continuamente al sesso e si
concentrava su questioni più importanti. Maria iniziò a leggere regolarmente i giornali, soffermandosi,
per quanto le era possibile, sulle pagine di economia - la maggior
parte dei suoi clienti erano dirigenti. Prese anche alcuni libri di self-help, visto che moltissimi
compagni occasionali le chiedevano consigli. Lesse vari trattati sull'emotività umana, dal momento che,
per una ragione o per l'altra, tutti soffrivano. Maria era una prostituta rispettabile, diversa, e dopo sei
mesi di professione aveva una vasta clientela selezionata e fedele, che suscitava l'invidia e la gelosia ma anche l'ammirazione - delle colleghe.
Quanto al sesso, fino a quel momento non aveva aggiunto nulla alla sua vita: significava aprire le
gambe, pretendere che si mettessero il preservativo, gemere per aumentare le probabilità di una mancia
(grazie alla filippina Nyah, aveva scoperto che i gemiti potevano rendere cinquanta franchi oltre alla
cifra pattuita) e farsi una doccia subito dopo il rapporto, cosicché l'acqua le pulisse l'anima. Nessuna
variazione. Nessun bacio - per una prostituta, il bacio era più sacro di qualsiasi altra cosa. Nyah le
aveva insegnato che doveva serbare i baci per l'amore della sua vita, proprio come nella fiaba della
Bella Addormentata: un bacio l'avrebbe risvegliata dal sonno, riportandola nel mondo delle fate, un
mondo in cui la Svizzera si trasformava di nuovo nel paese del cioccolato, delle mucche e degli
orologi.
Ovviamente niente orgasmi, piacere o cose eccitanti. Nel corso della sua ricerca per diventare la
migliore, Maria aveva assistito alla proiezione di alcuni film pornografici, sperando di apprendere
qualcosa da poter adottare nel lavoro. Si era trovata a guardare molte cose interessanti, ma non aveva
mai avuto il coraggio di praticarle con i clienti - richiedevano tempo, e Milan preferiva che le ragazze
si occupassero di tre clienti a sera.
Alla fine dei sei mesi, Maria aveva depositato in banca sessantamila franchi; adesso frequentava i
ristoranti più costosi, aveva un televisore nuovo (che non guardava mai, ma che era orgogliosa di
possedere) e stava valutando seriamente l'eventualità di trasferirsi in un apparta
mento migliore. Ormai avrebbe potuto comprarsi anche i libri, ma preferiva frequentare la biblioteca: il
suo ponte con il mondo reale, più solido e più duraturo. Amava i minuti di conversazione con la
bibliotecaria, che era felice perché finalmente quella ragazza aveva trovato un amore, e forse un
impiego, anche se non le domandava nulla, giacché gli svizzeri sono riservati e discreti (una vera
menzogna, visto che al Copacabana - e a letto - erano disinibiti, allegri o complessati come qualsiasi
altro popolo del mondo).
Dal diario di Maria, un tiepido pomeriggio domenicale:
Tutti gli uomini - bassi o alti, arroganti o timidi, affabili o distaccati - posseggono una caratteristica
comune., arrivano nel locale carichi di paura. I più esperti nascondono il terrore parlando a voce alta;
gli insicuri non riescono a mascherarlo e attaccano a bere sperando che la spiacevole sensazione
scompaia. Ma non ho dubbi sul fatto che, tranne quakhe rarissima eccezione - i "clienti speciali'; quelli
che Milan non mi ha ancora presentato -, tutti hanno paura.
Ma paura di che cosa? In realtà, sono io che dovrei tremare. Sono io che esco, vado in luoghi strani,
non posseggo una grande forza fisica, non porto armi. Gli uomini sono molto strani: e non parlo solo
dei clienti che vengono al Copacabana, ma di tutti quelli che ho conosciuto fino a oggi. Possono
picchiare, possono gridare, possono minacciare, ma hanno una paura folle della donna. Forse non di
quella con cui sono sposati; comunque ce n é sempre una che li spaventa e li sottomette totalmente ai
suoi capricci. Non foss altro che la loro madre.
Gli uomini che aveva conosciuto dal suo arrivo a Ginevra facevano di tutto per sembrare sicuri di sé,
come se tenessero in pugno il mondo e la propria vita. Negli occhi di ciascuno di loro Maria, però,
vedeva il terrore della moglie, il panico di non raggiungere l'erezione, di non essere sufficientemente
maschi neanche di fronte a una semplice prostituta che pagavano. Se fossero entrati in un negozio e non
gli fosse piaciuto il paio di scarpe acquistato, avrebbero avuto il coraggio di tornare con lo scontrino e
pretendere il rimborso. Se invece non avessero raggiunto l'erezione, benché stessero pagando per quel
tipo di compagnia, non sarebbero mai più tornati nel locale, pensando che la storia avrebbe circolato fra
tutte le altre ragazze - una vergogna.
`Io dovrei vergognarmi di non riuscire a eccitare un uomo. Ma, in realtà, sono loro a provare vergogna.'
Per evitargli l'imbarazzo, Maria cercava sempre di metterli a loro agio, e quando qualcuno le sembrava
particolarmente brillo o fragile, evitava il sesso e si concentrava soltanto su carezze e masturbazione la qual cosa li rendeva ben felici, per quanto assurda fosse la situazione, visto che avrebbero potuto
sbrigarsela da soli.
Bisognava sempre evitare che provassero vergogna. Quegli uomini, così potenti e arroganti nel lavoro,
dove continuamente si confrontavano con impiegati, clienti e fornitori, dove lottavano con preconcetti,
segreti, atteggiamenti falsi, ipocrisie, paure e oppressione, conclude
vano la giornata in un locale di quel genere e non gli importava niente di pagare trecentocinquanta
franchi per non essere più se stessi almeno per una sera.
`Una sera? Be', Maria, stai esagerando. In realtà, sono quarantacinque minuti; anzi, se togliamo il
tempo per spogliarsi, per qualche fugace gesto di falsa tenerezza, alcune frasi ovvie e il rivestirsi, tutto
si riduce a undici minuti di sesso.'
Undici minuti. Dunque, il mondo girava intorno a qualcosa che si prolungava appena per undici minuti.
E a causa di questi undici minuti in una giornata di ventiquattro ore (supponendo che tutti facessero
l'amore con la moglie ogni giorno, il che era una vera assurdità e una lampante menzogna), si
sposavano, mantenevano una famiglia, sopportavano il pianto dei bambini, si profondevano in
spiegazioni quando tardavano a rincasare, guardavano decine, centinaia di altre donne con le quali
avrebbero voluto passeggiare sulle rive del lago, si compravano abiti costosi (per le compagne ne
acquistavano di ancora più cari), pagavano le prostitute per compensare le loro carenze, alimentavano
una gigantesca industria di cosmetici, diete, ginnastica, pornografia, potere. E quando si incontravano
con altri uomini, al contrario di quanto comunemente si creda, non parlavano mai di donne, ma soltanto
di lavoro, soldi e sport.
C'era qualcosa di sbagliato nella civiltà. E non era né la deforestazione dell'Amazzonia, né il buco
nell'ozono, né l'estinzione dei panda, né il tabacco, né gli alimenti cancerogeni, né la situazione delle
carceri, come sbandieravano i giornali.
Era proprio l'oggetto della sua professione: il sesso.
Maria, però, non faceva quel lavoro per salvare l'umanità, bensì per aumentare il suo conto in banca,
per sopravvivere altri sei mesi alla solitudine e alla scelta che aveva fatto, per mandare regolarmente il
contributo mensile alla madre (che era stata felice nell'apprendere
che il mancato arrivo del denaro era dovuto solo alle poste svizzere, che non funzionavano
particolarmente bene, proprio come quelle brasiliane) e per comprare tutto quello che aveva sempre
sognato e mai posseduto. Si trasferì in un appartamento più comodo, con il riscaldamento centralizzato
(peccato che fosse giunta l'estate); dalla sua finestra poteva vedere una chiesa, un ristorante cinese, un
supermercato e un bar davvero carino, che soleva frequentare per leggere qualche giornale.
Del resto, come si era ripromessa, doveva resistere solo per altri sei mesi in quella routine: il
Copacabana, accettare un drink, ballare, rispondere a domande dei tipo "Che mi racconta del Brasile?",
andare in albergo, riscuotere in anticipo, parlare e saper toccare nei punti giusti - sia del corpo che
dell'anima, soprattutto dell'anima -, consigliare riguardo a problemi personali, essere un'amica per una
mezz'ora, di cui avrebbe utilizzato undici minuti per aprire e chiudere le gambe e gemere fingendo di
provare piacere. "Grazie, spero di rivederti fra una settimana. Sei un uomo vero. Mi racconterai il resto
della storia la prossima volta. È una mancia favolosa. In fondo non dovevi, mi ha fatto molto piacere
stare con te."
E, soprattutto, non innamorarsi mai: questo era il più importante, il più sensato dei consigli che le aveva
dato la brasiliana - prima di scomparire, probabilmente perché si era innamorata. Dopo due mesi di
lavoro, Maria aveva già ricevutoo varie proposte di matrimonio, di cui almeno tre piuttosto serie: dal
titolare di uno studio contabile, dal pilota con cui era stata la prima sera e dal padrone di un negozio
specializzato in coltelli e armi bianche. Tutti e tre le avevano promesso "di toglierla da quella vita" e di
darle una casa decente, un avvenire e, forse, dei figli e dei nipoti.
Tutto per undici minuti al giorno soltanto? Non era possibile. Ora, dopo l'esperienza al Copacabana,
Maria sapeva di non essere l'unica persona a sentirsi sola. L'essere umano può sopportare una settimana di sete, quattordici giorni di fame, alcuni anni senza un tetto,
ma non riesce a tollerare la solitudine. È la peggiore delle torture e delle sofferenze. Quegli uomini, e
tutti gli altri che ricercavano la sua compagnia, soffrivano come lei per questo sentimento devastante:
l'impressione che nessuno sulla faccia della terra si preoccupasse per loro.
Per evitare le tentazioni dell'amore, Maria affidava il proprio cuore soltanto al diario. Entrava al
Copacabana solo con il corpo e con la mente, sempre più ricettiva e lucida. Alla fine, si era convinta di
aver raggiunto Ginevra ed essere finita in Rue de Berne per una qualche ragione superiore; ogni volta
che prendeva un libro in biblioteca, ne aveva la conferma: nessuno aveva saputo scrivere sugli undici
minuti più importanti della giornata. Forse era quello il suo destino: scrivere un libro, raccontare la
propria storia, la propria avventura.
Proprio così: "avventura". Benché fosse una parola proibita, che nessuno osava pronunciare, che
perlopiù si preferiva vivere attraverso la televisione, nei moltissimi film che venivano proiettati nelle
diverse ore del giorno, era quello che cercava. In essa confluivano deserti, viaggi in luoghi sconosciuti,
uomini misteriosi che intavolavano conversazioni a bordo di una barca in navigazione su un fiume,
aerei, studi cinematografici, tribù di indios, ghiacciai, Africa.
Le piacque l'idea del libro e trovò perfino il titolo: Un
dici minuti.
Maria cominciò a classificare i clienti secondo tre diverse tipo ogie. i erminator" (in omaggio a un film
che le era piaciuto molto), che entravano già con l'odore dell'alcool addosso, fingendo di non guardare
nessuno, convinti che tutti stessero osservando loro, e che dopo un ballo parlavano direttamente di
albergo. I "Pretty Woman" (sempre per via di un'opera cinematografica), che cercavano di essere
raffinati, gentili, affettuosi, quasi che
il mondo dipendesse da quel genere di bontà per girare sul proprio asse, e davano l'impressione che
fossero capitati lì per caso. Erano tipi dolci all'inizio, e talmente insicuri quando arrivavano in albergo
che finivano per essere più esigenti dei "Terminator". Infine c'erano i "Padrini" (anche questa
definizione proveniva da un film), che trattavano il corpo di una donna come se fosse una merce. Erano
quelli più autentici: ballavano, chiacchieravano, non elargivano mance, sapevano il valore di quello che
stavano comprando e non si sarebbero mai lasciati coinvolgere dalle chiacchiere di una donna scelta da
loro. Erano gli unici che, in maniera molto sottile, conoscevano il significato della parola "avventura".
Dal diario di Maria, un giorno in cui aveva le mestruazioni e non poteva lavorare:
Se oggi dovessi raccontare la mia vita a qualcuno, potrei farlo in maniera tale che mi giudicherebbe una
donna indipendente, coraggiosa e felice. Nient affatto. A me è proibito menzionare l'unica parola che è
più importante degli undici minuti: amore':
Per tutta la vita, ho concepito l'amore come una sorta di schiavitù accettata. È una menzogna: la libertà
esiste solo quando è presente l'amore. Chi si abbandona totalmente, chi si sente libero, ama al grado
estremo.
E chi ama al grado estremo, si sente libero.
Perciò, nonostante adesso io viva e faccia e scopra tantissime cose, nulla ha senso. Spero che questo
periodo passi velocemente, affinché io possa tornare a cercare me stessa, incontrando un uomo che mi
capisca, che non mi faccia soffrire.
Ma che stupidaggini sto scrivendo? Nell'amore, non si può ferire nessuno. Ognuno di noi è
responsabile di quello che prova, e non può incolparne l'altro.
Io mi sono sentita ferita quando ho perduto gli uomini dei quali mi ero innamorata. Oggi sono convinta
che non si perde nessuno, visto che non si possiede nessuno.
Questa è l'autentica esperienza della libertà: avere la cosa più importante del mondo, senza possederla.
Trascorsero altri tre mesi, giunsero in anticipo i colori dell'autunno e, finalmente, arrivò anche la data
segnata sul calendario: novanta giorni al viaggio di ritorno. Maria pensò che tutto era passato sia
rapidamente che lentamente: scoprì che il tempo procedeva attraverso due dimensioni differenti, a
seconda del suo stato d'animo, ma in entrambi i casi la sua avventura era prossima alla fine. Avrebbe
potuto continuare, è chiaro, ma non riusciva a dimenticare il sorriso triste della donna invisibile che
l'aveva accompagnata nella sua passeggiata sul lungolago, avvertendola che le cose non erano molto
semplici. Per quanto la ragazza fosse tentata di proseguire, per quanto fosse ormai più preparata alle
sfide che ostacolavano il suo cammino, i mesi vissuti in solitudine le avevano insegnato che esiste un
momento giusto per dire basta. Fra novanta giorni sarebbe tornata in Brasile, avrebbe acquistato una
piccola azienda agricola (in definitiva, aveva guadagnato più di quanto avesse sperato) e alcune
mucche (brasiliane, non svizzere), avrebbe chiesto al padre e alla madre di andare a vivere con lei, si
sarebbe premurata di assumere un paio di lavoranti e avrebbe iniziato l'attività.
Per quanto pensasse che l'amore è la vera esperienza della libertà, e che nessuno può possedere un altro
essere, nutriva ancora quei segreti desideri di vendetta nei quali era contemplato un trionfale ritorno in
Brasile. Dopo avere avviato l'azienda, sarebbe andata in città, per en
trare nella banca dove ora lavorava il ragazzo che aveva scelto la sua migliore amica e depositare una
grossa somma di denaro.
"Salve, come stai? Non mi riconosci?" avrebbe domandato lui. Maria avrebbe finto un grande sforzo di
memoria e, alla fine, avrebbe risposto di no: aveva passato un anno intero in "Eu-ro-pa" (l'avrebbe
pronunciato molto lentamente, perché udissero anche i suoi colleghi). O meglio, in "Sviz-ze-ra"
(sarebbe stato qualcosa di più raffinato e più avventuroso della Francia), dove ci sono le migliori
banche del mondo.
Chi era? Il giovane avrebbe citato i tempi della scuola. Lei avrebbe detto: "Ah... mi pare di ricordare",
ma con l'espressione di chi, in effetti, non rammenta. Bene, la vendetta era consumata, ora bisognava
mettersi al lavoro. E quando gli affari avessero cominciato a girare come prevedeva, Maria avrebbe
potuto dedicarsi a ciò che riteneva più importante nella vita: scoprire il vero amore, l'uomo che l'aveva
attesa per tutti quegli anni, ma che lei non aveva ancora avuto l'opportunità di incontrare.
La ragazza decise di abbandonare per sempre l'idea di scrivere un libro intitolato Undici minuti. Ora
doveva concentrarsi sull'azienda agricola, sui progetti per il futuro, o avrebbe finito per rimandare il
viaggio: un rischio fatale.
Guel pomeriggio, Maria uscì per incontrare la sua migliore - e unica - amica: la bibliotecaria. Chiese un
libro sull'allevamento dei bestiame e la gestione di un'azienda agricola. L'addetta della biblioteca le
confessò:
"Sa, alcuni mesi fa, quando è venuta a chiedere dei titoli sul sesso, ho persino temuto per il suo destino.
Sa, tante belle ragazze si lasciano trascinare dall'illusione del denaro facile e si dimenticano che, un
giorno, saranno vecchie e non avranno più l'occasione di incontrare l'uomo della loro vita."
"Sta parlando di prostituzione?"
"È una parola molto forte."
"Come le ho già detto, lavoro in una ditta di importexport di carne. Ma se avessi scelto di prostituirmi,
le conseguenze sarebbero state davvero tanto gravi, qualora non mi fossi fermata al momento giusto? In
fin dei conti, essere giovani significa commettere degli errori."
"È quello che dicono anche i drogati. Basta sapersi fermare. Ma nessuno lo fa."
"Dev'essere stata una donna molto bella, lei, una donna nata in un paese che rispetta i suoi abitanti. Le è
bastato per essere felice?"
"Sono orgogliosa del modo in cui ho superato gli ostacoli sul mio cammino."
Avrebbe dovuto proseguire con la storia? Forse, quella giovane aveva bisogno di imparare qualcosa
dell'esistenza.
"Ho avuto un'infanzia felice; ho studiato in una delle migliori scuole di Berna. Poi sono venuta a
lavorare a Ginevra, dove ho incontrato e sposato l'uomo della mia vita. Ho fatto tutto per lui, come lui
ha fatto ogni cosa per me; poi il tempo è passato ed è arrivato alla pensione. Quando finalmente è stato
libero di impiegare le proprie ore come desiderava, sui suoi occhi è sceso un velo di tristezza, perché
forse, per tutta la vita, non aveva mai pensato a se stesso. Non abbiamo mai litigato seriamente, non
abbiamo vissuto grandi emozioni; lui non mi ha mai tradito o mancato di rispetto in pubblico. Abbiamo
vissuto una vita normale, ma talmente normale che, senza il lavoro, mio marito si è sentito inutile,
privo di importanza, ed è morto un anno dopo, di cancro."
Stava dicendo la verità, ma tutto ciò poteva influire in maniera negativa sulla giovane che aveva
davanti.
"Comunque sia, è meglio una vita senza sorprese," concluse. "Forse mio marito sarebbe morto prima,
se non fosse andata così."
Maria se ne andò, ben determinata a condurre la propria ricerca su come gestire un'azienda agricola.
Poiché aveva il pomeriggio libero, decise di fare una passeggiata e quando raggiunse la parte alta della
città, notò una piccola insegna gialla con un sole e un'iscrizione: "Cammino di Santiago." Che cos'era?
Sull'altro lato della strada c'era un bar e, siccome aveva ormai imparato a domandare ciò che non
sapeva, vi entrò per informarsi.
"Non ne ho idea," rispose la giovane dietro al bancone.
Era un locale elegante, dove il caffè costava il triplo del prezzo normale. Ma visto che ormai era dentro
e aveva denaro, Maria ordinò un caffè e decise di dedicare le ore seguenti ad apprendere ogni
particolare sulla gestione di un'impresa rurale. Aprì un libro con entusiasmo, ma non riuscì a
concentrarsi nella lettura - era noiosissimo. Sa
rebbe stato ben più interessante parlarne con uno dei suoi clienti - quegli uomini conoscevano sempre il
modo migliore di amministrare il denaro. Pagò la consumazione, si alzò, ringraziò la giovane che
l'aveva servita e le lasciò una buona mancia (al riguardo, si era creata una sorta di superstizione: se
avesse dato molto, avrebbe ricevuto nella stessa misura). Poi si diresse verso la porta e, senza rendersi
conto dell'importanza del momento, udì la frase che avrebbe modificato per sempre i suoi progetti, il
suo futuro con l'azienda agricola, la sua idea di felicità, la sua anima di donna, il suo atteggiamento da
uomo, il suo posto nel mondo.
"Aspetti un attimo, signorina."
Sorpresa, guardò accanto a sé. Quello era un bar rispettabile, non il Copacabana, dove gli uomini
avevano il diritto di pronunciare quelle parole, anche se le donne erano libere di rispondere: "Sto
andando via, e lei non me lo impedirà."
Si accingeva a ignorare il commento, ma la curiosità ebbe il sopravvento, e si voltò verso la voce. Ciò
che vide fu una strana scena: un uomo di circa trent'anni (o forse doveva pensare: `Un ragazzo di circa
trent'anni'? Il suo mondo era invecchiato rapidamente), con i capelli lunghi, inginocchiato sul
pavimento, con svariati pennelli tutt'intorno, che stava ritraendo un tizio seduto su una sedia, con un
bicchiere di anisetta accanto. Quando era entrata, non li aveva notati.
"Non vada via. Sto terminando questo ritratto, e vorrei dipingere anche lei."
Nel rispondere, Maria creò quel legame che mancava nell'universo. Disse:
"Non sono interessata."
"Lei possiede una luce. Mi lasci fare almeno uno schizzo."
Uno schizzo? Una "luce"? Era pur sempre una donna vanitosa, figurarsi, e avere il ritratto dipinto da
qualcuno che sembrava un professionista... Cominciò a fantastica
re: `Se fosse un pittore famoso?' Lei sarebbe stata immortalata per sempre su una tela! Esposta a Parigi,
o a Salvador de Bahia! Meraviglioso!
D'altro canto, cosa ci faceva lì quell'uomo, con tutta quella confusione intorno, in un bar così costoso e
indubbiamente ben frequentato?
Indovinando il suo pensiero, la giovane che serviva ai tavoli le disse sottovoce:
"È un artista molto conosciuto."
La sua intuizione non aveva fallito. Maria cercò di controllarsi e di mantenere un certo distacco.
"Viene qui di tanto in tanto, e porta sempre qualche cliente importante. Dice che l'ambiente gli piace,
che lo ispira. Sta facendo un pannello con le personalità che rappresentano la città: gli è stato
commissionato dal comune."
Maria guardò l'uomo che veniva raffigurato. Di nuovo, la cameriera le lesse nel pensiero:
"È un chimico che ha fatto una scoperta rivoluzionaria. Ha vinto il Premio Nobel.U'
«Non se ne vada," ripeté il pittore. "Fra cinque minuti avrò terminato. Ordini ciò che vuole e lo faccia
mettere sul mio conto."
Come ipnotizzata da quella sorta di comando, si sedette al bar, ordinò un cocktail a base di anisetta
(non era abituata a bere; di conseguenza l'unica cosa che le venne in mente fu quella di imitare il
famoso Premio Nobel in posa) e rimase lì a guardare l'uomo che lavorava. `Poiché non rappresento la
città, di sicuro sarà interessato a qualcos'altro. Ma non è il mio tipo,' pensò quasi automaticamente,
ripetendo ciò che diceva sempre a se stessa da quando aveva cominciato a lavorare al Copacabana: era
la sua àncora di salvezza, la sua rinuncia volontaria alle insidie del cuore.
Con questo concetto ben chiaro, non le sarebbe costato nulla aspettare per un po' - forse la cameriera
aveva ragione e quell'uomo avrebbe potuto aprirle le porte di un mondo che ignorava, ma che aveva
sempre desiderato conoscere: in fin dei conti, non aveva sognato di fare la modella?
Si soffermò a osservare l'agilità e la rapidità con cui il pittore concludeva il lavoro - doveva essere una
tela molto grande, visto che appariva parzialmente arrotolata, e lei non poteva vedere gli altri volti
raffigurati. E se ora le fosse stata concessa una nuova opportunità? L'uomo (aveva deciso che era un
"uomo" e non un "ragazzo", perché altrimenti si sarebbe sentita troppo vecchia per la sua età) non
sembrava il tipo da fare quel genere di proposta solo per passare una notte con lei. Cinque minuti dopo,
come aveva promesso, lui terminò il lavoro, mentre Maria era concentrata sul Brasile, sul suo brillante
futuro e sulla sua assoluta mancanza di interesse per nuovi incontri, che avrebbero potuto mettere in
pericolo i suoi progetti.
"Grazie, ora può cambiare posizione," disse il pittore, parlando al chimico, che parve svegliarsi da un
sogno.
E poi, rivolgendosi a Maria, aggiunse, senza tergiversare:
"Vada in quell'angolo e si rilassi. La luce è perfetta."
Come se tutto fosse già stato combinato dal destino e quella fosse la cosa più naturale del mondo, come
se avesse conosciuto quell'uomo da sempre o avesse vissuto quel momento in un sogno e sapesse ciò
che fare nella vita reale, Maria prese il bicchiere, la borsa, i libri sulla gestione di un'azienda agricola e
si diresse verso il posto indicato - un tavolo accanto alla finestra. L'uomo portò i pennelli, la grande
tela, una serie di boccette con diversi colori e un pacchetto di sigarette, e le si inginocchiò ai piedi.
"Resti immobile."
"Sta chiedendomi molto, la mia vita è sempre in movimento."
Era una frase che riteneva brillante, ma il pittore non vi prestò alcuna attenzione. Sforzandosi di essere
naturale, perché lo sguardo di lui la metteva in soggezione, indicò fuori dalla finestra, dove si vedevano
la via e l'insegna gialla:
"Che cos'è il Cammino di Santiago?»
'Ta rotta di un pellegrinaggio. Nel Medio Evo, gente proveniente da tutta l'Europa passava per questa
strada, diretta verso una città della Spagna, Santiago de Compostela."
L'uomo dispiegò una parte della tela e preparò i pennelli. Maria continuava a non sapere bene cosa fare.
"Vuoi dire che, proseguendo lungo questa via, si arriva in Spagna?"
"In due o tre mesi. Ma posso chiederle un favore? Resti in silenzio, non ci vorranno più di dieci minuti.
E tolga quel pacco dal tavolo."
"Sono dei libri," ribatté lei, con una punta di irritazione per il tono autoritario della richiesta. Quel tipo
doveva sapere che aveva a che fare con una donna colta, che impiegava il proprio tempo libero nelle
biblioteche, e non nei negozi. Comunque fu lui a prendere la pila di volumi e a posarla per terra, senza
tante cerimonie.
Maria non era riuscita a impressionarlo. Peraltro, non ne aveva neppure l'intenzione, visto che non era
in orario di lavoro: avrebbe riservato il suo fascino per altri uomini, i quali sarebbero stati ben felici di
retribuire il suo impegno. Perché tentare di instaurare un rapporto con quel pittore che, forse, non aveva
neanche il denaro per offrirle un caffè? Un trentenne non deve portare i capelli lunghi, altrimenti
diventa ridicolo. Ma perché pensava che lui non avesse soldi? La cameriera le aveva detto che era
molto conosciuto, o forse si stava riferendo al chimico? Guardò i suoi abiti, ma non le furono di grande
aiuto. La vita le aveva insegnato che gli uomini vestiti in maniera trascurata, come in questo caso,
spesso sono più ricchi di quelli in giacca e cravatta.
"Perché mai sto pensando a quest'uomo? A me interessa soltanto il quadro."
Dieci minuti non erano un prezzo troppo alto da pagare per essere immortalata in un dipinto. Vide che
la stava raffigurando accanto al famoso chimico e si domandò se, alla fine, quell'uomo non le avrebbe
magari chiesto un qualche pagamento.
"Volti il viso verso la finestra."
Maria obbedì ancora, senza fare domande - e questo non era decisamente nel suo carattere. Si soffermò
a guardare i passanti, l'insegna di quel famoso cammino, immaginando che quella via esisteva ormai da
secoli, una rotta sopravvissuta al progresso, alle trasformazioni del mondo, ai cambiamenti dell'uomo.
Forse era un presagio benevolo: quel quadro avrebbe potuto avere un identico destino, ed essere fra
cinquecento anni in un museo.
L'uomo iniziò a disegnare e, a mano a mano che il lavoro progrediva, Maria sentiva svanire la gioia
iniziale; adesso si reputava insignificante. Quando aveva varcato la soglia di quel bar, era una donna
sicura di sé, capace di prendere una decisione assai ardua - abbandonare un lavoro che le rendeva molto
denaro - per accettare una sfida ancora più difficile - gestire un'azienda agricola nel suo paese. Ora,
invece, sembrava nuovamente preda di una sensazione di insicurezza di fronte al mondo, un sentimento
che una prostituta non può certo concedersi il lusso di provare.
Finì per scoprire la ragione del suo malessere: per la prima volta dopo tanti mesi qualcuno non la
guardava come un oggetto né come una donna, ma in una maniera che le risultava indecifrabile: la
definizione più vicina poteva essere espressa con la frase: "Lui sta vedendo la mia anima, le mie paure,
la mia fragilità, la mia incapacità di lottare con un mondo che fingo di dominare, ma dei quale non so
niente."
Ridicolo, continuava a delirare.
"Vorrei che..."
"Per favore, non parli," disse l'uomo. "Ora vedo la sua luce."
Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. "Vedo i tuoi seni turgidi", "Vedo le tue cosce ben
tornite", "Vedo la bellezza esotica dei tropici", oppure, al massimo, "Vedo che desideri abbandonare
questa vita, perché non mi concedi un'opportunità e mi permetti di prenderti un appartamento." Erano
questi i commenti che era abituata a sentire, ma... la luce? Si stava forse riferendo all'imbrunire?
"La sua luce personale," soggiunse l'uomo, rendendosi conto che Maria non aveva capito niente.
La luce personale. Be', non c'era nessuno più lontano dalla realtà di quell'innocente pittore: nonostante
avesse trent'anni, non aveva appreso pressoché niente della vita. Tutti sanno che le donne maturano più
rapidamente degli uomini, e Maria - benché non passasse le notti a riflettere sui propri dubbi filosofici almeno una cosa la sapeva: non possedeva ciò che il pittore chiamava "luce", e che lei interpretava
come un "bagliore speciale". Era una persona come le altre, che soffriva in silenzio per la sua
solitudine, tentava di giustificare le proprie azioni, fingeva di essere forte quando invece era molto
debole, e si mostrava debole allorché si sentiva forte, aveva rinunciato a ogni passione in nome di un
lavoro rischioso, ma ora, giunta quasi alla fine, aveva progetti per il futuro e pentimenti per il passato.
No, una donna così non poteva avere alcun "bagliore speciale". Dunque, doveva essere solo un modo
per mantenerla in silenzio e soddisfatta di starsene lì, immobile, a fare la parte della sciocca.
`Una luce personale. Avrebbe potuto scegliere qualcos'altro: «Ha un bel profilo», per esempio.'
Può entrare la luce in una casa? Se le finestre sono aperte. Può penetrare la luce in un essere umano? Se
la porta dell'amore è spalancata. E, decisamente, la sua non lo era. Doveva essere un pessimo pittore,
non capiva niente.
"Ho finito," disse il pittore, e cominciò a raccogliere i materiali.
Maria non si mosse. Avrebbe voluto chiedergli di vedere il quadro, ma quella richiesta poteva
rappresentare una mancanza di educazione e di fiducia in ciò che l'uomo aveva fatto. Alla fine, però,
prevalse la curiosità. Glielo domandò, e lui acconsentì.
Il pittore aveva disegnato solo il suo viso. Era somigliante, ma se un giorno Maria avesse visto quel
quadro senza conoscere la modella, avrebbe detto che si trattava di una donna molto più forte, pervasa
da una "luce" che lei non riusciva a scorgere nel riflesso dello specchio.
"Il mio nome è Ralf Hart. Se vuole, posso offrirle un altro drink."
"No, grazie."
A quanto pare, l'incontro sta imboccando il cammino previsto: l'uomo tenta di sedurre la donna.
"Per favore, altre due anisette," ordinò lui, senza badare alla risposta di Maria.
Cos'altro aveva da fare? Leggere un noioso libro sulla gestione delle imprese rurali. Passeggiare in riva
del lago, come aveva già fatto moltissime volte. Oppure conversare con un uomo che aveva intravisto
nella sua figura una luce a lei sconosciuta, proprio nel giorno segnato sul calendario come l'inizio della
fine della sua "esperienza".
"Che lavoro fa?"
Era la domanda che non avrebbe mai voluto udire, che le aveva fatto evitare molti incontri quando, per
una ragione o per l'altra, qualcuno la avvicinava (la qual cosa, in Svizzera, le era accaduta raramente,
vista la natura riservata degli abitanti del luogo). Quale poteva essere la risposta?
"Lavoro in un locale notturno."
15
noiose.
Che cosa? Tutt'a un tratto, Maria si sentì sfidata. Come poteva parlare tanto male della sua professione?
In verità, lui non sapeva ancora quale fosse il suo lavoro, stava solo facendo un'ipotesi, ma non poteva
lasciarlo senza risposta.
"Invece io penso che non ci sia niente di più noioso della pittura: una cosa immobile, un movimento
che si è interrotto, una fotografia che non risulta mai fedele all'originale. Una cosa morta, della quale
non s'interessa più nessuno, tranne i pittori - gente che si crede importante, colta, che non si è evoluta
come il resto dei mondo. Di certo, lei ha sentito parlare di Juan Miró? Be', io
Ecco. Si era tolta un peso enorme dalla coscienza - e fu contenta di tutto ciò che aveva appreso da
quando era arrivata in Svizzera: domandare ("Chi sono i curdi? Che cos'è il Cammino di Santiago?") e
rispondere ("Lavoro in un locale notturno") senza preoccuparsi di quello che gli altri pensavano.
"Credo di averla già vista."
Maria senti che lui avrebbe voluto spingersi oltre e assaporò la sua piccola vittoria: il pittore che
qualche minuto .prima le impartiva degli ordini, apparentemente sicuro di ciò che voleva, adesso era un
uomo come tutti gli altri, insicuro davanti a una donna sconosciuta.
"E quei libri?"
Lei glieli mostrò. "Gestione di un'azienda agricola." L'uomo sembrò ancora più insicuro. "Lavora nel
sesso?"
Ci aveva provato. Ma lei era forse vestita come una pro
stituta? In ogni caso, aveva bisogno di prendere tempo.
Maria si stava osservando: il gioco cominciava a farsi inte
ressante, e lei non aveva assolutamente nulla da perdere. "Perché gli uomini pensano solo a questo?" La
ragazza ripose i libri nella borsa.
"Sesso e gestione di imprese rurali. Due cose piuttosto
no, se non da un arabo in un ristorante, e questo non ha cambiato assolutamente niente nella mia vita."
Non sapeva se si fosse spinta troppo in là, perché arrivarono i drink e la conversazione si interruppe.
Per un attimo, rimasero entrambi in silenzio. Maria pensò che fosse giunto il momento di andarsene;
probabilmente anche Ralf Hart dovette formulare il medesimo pensiero. Ma c'erano ancora quei due
bicchieri sul tavolo con quella terribile bevanda, e quella era una buona scusa per restare insieme.
"Perché quel libro sulle aziende agricole?"
"Che intende dire?"
"Sono stato in Rue de Berne. Quando mi ha detto che lavorava in un- locale notturno, mi sono ricordato
di averla vista in quel posto alquanto costoso. Mentre la ritraevo, invece, non me n'ero reso conto: la
sua `luce' era molto forte."
Maria sentì il terreno sprofondarle sotto i piedi. Per la prima volta, provò vergogna di ciò che faceva,
anche se non ve n'era alcuna ragione. Lavorava per mantenere se stessa e la sua famiglia. Lui avrebbe
dovuto vergognarsi di frequentare Rue de Berne. Nel volgere di un attimo, tutto quel possibile incanto
si era dissolto.
"Senta, signer Hart, anche se sono brasiliana, vivo in Svizzera da nove mesi. E ho imparato che gli
elvetici sono riservati perché abitano in un paese molto piccolo, in comunità dove si conoscono quasi
tutti, come abbiamo appena constatato. Perciò nessuno domanda niente della vita altrui. Le sue parole
sono state inopportune e alquanto indelicate: se il suo scopo era quello di umiliarmi per sentirsi più a
suo agio, ha perso tempo. Grazie per il liquore: è schifoso, ma lo berrò sino all'ultima goccia. Poi
fumerò una sigaretta. E infine mi alzerò e me ne andrò. Se vuole, può anche andarsene all'istante,
giacché non è opportuno che un celebre pittore sieda allo stesso tavolo di una prostituta. Perché è
questo che sono, sa? Una prostituta. Sen
za nessuna colpa, da capo a piedi, da cima a fondo: una prostituta. E questa è la mia qualità: io non
inganno né lei né me. Perché non ne vale la pena, il signor Hart non merita una menzogna. Se
l'immagina se il famoso chimico, all'altra estremità del locale, scoprisse chi sono?"
Poi alzò il tono della voce:
"Una prostituta! E sa un'altra cosa? È proprio questa la mia libertà - il fatto di sapere che me ne andrò
da questo maledetto paese fra novanta giorni, piena di soldi, molto più colta, in grado di scegliere un
buon vino, con la borsa stracolma di fotografie che ho scattato sulla neve, e ben edotta sulla natura
degli uomini!"
La giovane cameriera dei bar ascoltava spaventata. Il chimico non sembrava prestarle attenzione. Forse
quel discorso era dovuto all'alcool, oppure al pensiero che presto sarebbe stata di nuovo una donna di
un paesino sperduto, o magari soltanto alla gioia di poter dire apertamente qual era il suo lavoro e
ridere delle reazioni scioccate, degli sguardi di riprovazione, dei gesti scandalizzati.
"Ha capito bene, signor Hart? Da cima a fondo, da capo a piedi, io sono una prostituta: e questa è la
mia qualità, la mia dote!"
L'uomo non disse niente. E neppure si mosse. Maria sentì che stava recuperando la fiducia in se stessa.
"Come pittore, lei non capisce affatto i suoi modelli. Può darsi che quel chimico seduto là, distratto,
addormentato, in realtà sia un ferroviere. E che tutte le altre persone ritratte nel suo quadro siano ciò
che non sono. Altrimenti lei non avrebbe mai detto di vedere una `luce speciale' in una donna che,
come ha scoperto dopo averla dipinta, non è altro che una pro-sti-tu-ta."
Pronunciò queste ultime parole lentamente, a voce alta. Il chimico si destò, e la cameriera portò il
conto.
"Questo non ha niente a che vedere con la prostituta, ma con la donna che lei è," affermò Ralf,
ignorando il
conto. Poi soggiunse, anche lui lentamente, ma a voce bassa: "In lei, c'è un bagliore. È la luce che
promana dalla forza di volontà, da qualcuno che sacrifica cose importanti in nome di altre che giudica
di una rilevanza più grande. Gli occhi... questa luce si manifesta negli occhi."
Maria si sentì disorientata: l'uomo non aveva accettato la sua provocazione. Volle credere che
desiderasse sedurla, nient'altro. Si era proibita di pensare - perlomeno per i prossimi novanta giorni che sulla faccia della terra potessero esistere degli uomini interessanti.
"Vede questa anisette che ha davanti?" proseguì lui. "Sì? Ebbene, lei scorge solo un liquore all'anice.
Mentre io, che devo penetrare in ciò che faccio, vedo la pianta da cui è nato, le tempeste che essa ha
affrontato, la mano che ha raccolto i semi, il loro viaggio in nave da un continente all'altro, i colori e gli
odori che i granelli, prima di venire messi in infusione nell'alcool, emanavano e che facevano
comunque parte della pianta. Se un giorno decidessi di dipingere questa scena, raffigurerei tutto ciò,
anche se, guardando il quadro, lei penserebbe di trovarsi davanti a un semplice bicchiere di liquore all'anice. Proprio come, mentre lei guardava la strada e pensava - perché so che ci pensava - al Cammino
di Santiago, io ho dipinto la sua infanzia, la sua adolescenza, le sue chimere svanite nel passato, i suoi
sogni del futuro e la sua volontà, la cosa che più mi incuriosisce. Quando lei ha visto il ritratto..."
Maria abbassò la guardia, consapevole che da quel momento sarebbe stato molto difficile alzarla di
nuovo.
"Ho visto questa luce anche se c'era solo una donna simile a lei."
Di nuovo quel silenzio imbarazzante. Maria guardò l'orologio.
"Fra qualche minuto, dovrò andare. Perché ha detto che il sesso e noioso?"
"Lei deve saperlo meglio di me."
"Lo so perché ci lavoro. Quindi faccio tutti i giorni la stessa cosa. Ma lei è un uomo di trent'anni..."
"Ventinove..."
"... giovane, attraente, famoso, che dovrebbe essere ancora interessato a queste cose, senza aver
bisogno di andare in Rue de Berne per trovare compagnia."
"Invece sì. Sono andato a letto con alcune delle sue colleghe, ma non perché avessi problemi nel
trovare una compagna. Il problema è con me stesso."
Maria avvertì una fitta di gelosia e ne fu spaventata. Capì che ora doveva veramente andare via.
"Era il mio ultimo tentativo. Adesso ormai ci ho rinunciato," disse Ralf, terminando di raccogliere i
materiali sparsi.
"Qualche problema fisico?"
"Nessuno. Solo disinteresse."
Non era possibile.
"Paghi il conto. Facciamo due passi. In realtà, penso che siano in tanti a provare quella sensazione, ma
nessuno lo confessa. È bello parlare con una persona così sincera."
Si avviarono lungo il Cammino di Santiago: una salita e una discesa che finiva nel fiume, che finiva nel
lago, che finiva nelle montagne, che finiva in un remoto luogo della Spagna. Incrociarono molte
persone nelle strade: mamme con le carrozzine, turisti che scattavano fotografie dello splendido getto
d'acqua in mezzo al lago, donne mussulmane con il capo coperto da un velo, ragazzi e ragazze che
facevano jogging - tutti pellegrini in cerca di quella mitica città, Santiago de Compostela, che forse non
esisteva neppure, che forse era soltanto una leggenda in cui si ha bisogno di credere per dare un senso
alla propria vita. Su quel cammino percorso da tanta gente per così lungo tempo, procedevano anche un
uomo dai capelli lunghi con una pesante saccaa piena di pennelli, colori, tele e matite, e una donna
poco più giovane, con
una borsa piena di libri sulla gestione di un'azienda agricola. A nessuno dei due venne in mente di
domandare perché facessero quel pellegrinaggio insieme: era la cosa più naturale del mondo - lui
sapeva tutto di lei, anche se lei non sapeva niente di lui.
Fu per questo che Maria decise di chiedere - ormai domandava tutto. All'inizio, Ralf si scherni, ma lei
conosceva il modo per ottenere qualsiasi cosa da un uomo, e lui finì per raccontarle che era stato
sposato due volte (e pensare che aveva solo ventinove anni!), aveva viaggiato molto, conosciuto re e
attori famosi, partecipato a feste indimenticabili. Era nato a Ginevra, aveva vissuto a Madrid, a
Amsterdam, a New York e a Tarbes, una città nel Sud della Francia, che non era inclusa in nessun
circuito turistico, ma che lui adorava per la sua vicinanza alle montagne e per l'indole calorosa degli
abitanti. Il suo talento era stato scoperto quando aveva vent'anni, allorché un importante mercante d'arte
era andato casualmente a pranzo in un ristorante giapponese della sua città natale, tappezzato di sue
opere. Aveva guadagnato molto denaro; eri un giovane sano, poteva fare qualsiasi cosa, andare in ogni
luogo, incontrarsi con chiunque desiderasse; aveva già sperimentato tutte le delizie riservate a un uomo,
faceva quello che gli piaceva, eppure, nonostante tutto ciò - nonostante la fama, i soldi, le donne, i
viaggi -, era una persona infelice, la cui unica gioia nella vita era il lavoro.
"Le donne l'hanno fatta soffrire?" domandò Maria, rendendosi conto all'istante che era una domanda
stupida, probabilmente riportata anche in qualche manuale dal titolo Tutte k cose che le donne devono
sapere per conquistare un uomo.
"No, non mi hanno mai fatto soffrire. Anzi, sono stato molto felice in entrambi i matrimoni. Ho tradito
e sono stato tradito, come accade in qualsiasi coppia normale. Eppure, dopo un po' di tempo, il sesso
non mi interessa
va più. Continuavo ad amare, a sentire la mancanza della compagnia, ma il sesso... Perché stiamo
parlando di sesso?"
"Perché, come ha ammesso anche lei, io sono una prostituta."
"Nella mia vita non c'è granché di interessante. Sono un artista che è riuscito a raggiungere il successo
ancora giovane - e questo è raro: anzi, in pittura, è rarissimo. Che oggi può dipingere qualsiasi tipo di
quadro, sapendo che comunque varrà una fortuna, benché i critici ne siano irritati, ritenendo di essere
gli unici a sapere che cosa sia 1"arte'. Una persona che tutti credono abbia una risposta per ogni
domanda, e considerano tanto più intelligente quanto più riesce a mantenere il silenzio."
Il pittore continuò a raccontare la sua storia: tutte le settimane veniva invitato a "eventi" in ogni parte
dei mondo. Aveva un'agente a Barcellona - sapeva dov'era? Sì, Maria lo sapeva: si trovava in Spagna.
Era lei che si occupava di tutto ciò che riguardava il denaro, gli inviti, le mostre, tuttavia non lo forzava
mai a fare quello di cui non aveva voglia: infatti, dopo tanti anni di lavoro aveva raggiunto una certa
stabilità di mercato.
"Allora, è una storia interessante?" domandò lui, con una voce che denotava una lieve insicurezza.
"Direi che è una storia piuttosto inusuale. Tanta gente vorrebbe trovarsi nei suoi panni."
Ralf volle sapere di Maria.
"Io sono tre persone, a seconda di chi mi cerca. La `Ragazza Ingenua', che guarda l'uomo con
ammirazione e finge di essere impressionata dalle sue storie di potere e di gloria. La `Donna Fatale',
che attacca immediatamente coloro che si sentono insicuri e, così facendo, assume il controllo della
situazione, li mette a loro agio, dimodoché non debbano preoccuparsi d'altro. E, infine, la `Madre
Comprensiva', che si prende cura di chi ha bisogno di consigli e ascolta, mostrando di capire tutto - sto
rie che entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Quale delle tre vuole conoscere?"
"Lei."
Maria gli raccontò ogni cosa, perché ne aveva bisogno - era la prima volta che lo faceva da quando
aveva lasciato il Brasile. Alla fine, scoprì che, nonostante il suo lavoro non fosse del tutto
convenzionale, non le era accaduto nulla di molto emozionante al di fuori della settimana trascorsa a
Rio de Janeiro e del primo mese in Svizzera. Tutto si riduceva a casa e lavoro, casa e lavoro nient'altro.
Quando ebbe finito il racconto, erano di nuovo seduti in un bar, questa volta all'altro capo della città,
lontano dal Cammino di Santiago, ciascuno pensando a ciò che il destino aveva riservato
all'interlocutore.
"Manca qualcosa?" domandò lei.
"Il modo per dirci `arrivederci'."
Sì, perché non era stato un pomeriggio come gli altri. Maria si sentiva angosciata, tesa: aveva aperto
una porta e non sapeva come richiuderla.
"Quando potrò vedere la tela?"
Ralf le porse il biglietto da visita della sua agente di Barcellona.
"Le telefoni fra sei mesi, se sarà ancora in Europa. I volti di Ginevra, gente famosa e gente anonima,
sarà esposto per la prima volta in una galleria di Berlino. Poi girerà l'Europa."
Maria si ricordò del calendario, dei novanta giorni che mancavano, di quanto una relazione - un legame
- sarebbe potuto essere pericolosa.
"Che cos'è più importante in questa vita? Vivere o fingere di aver vissuto? Correre un rischio adesso,
dire che è stato il più bel pomeriggio che ho passato in questa città? Essere grata perché mi ha ascoltato
senza criticare e senza fare commenti? Oppure semplicemente indossare la corazza della donna pervasa
da una grande forza di vo
lontà, dotata di una `luce speciale', e andarsene via senza dire una parola?"
Prima, mentre procedevano lungo il Cammino di Santiago, e a mano a mano che udiva se stessa
raccontare la storia della propria esistenza, Maria era una donna felice. Poteva accontentarsi di questo era già un grande regalo della vita.
"La cercherò," disse Ralf Hart.
"Non lo faccia. Fra poco partirò per il Brasile. Non abbiamo nient'altro da dirci."
"La cercherò da cliente."
"Per me sarà un'umiliazione."
"La cercherò perché mi salvi."
Era qualcosa che le aveva detto all'inizio, riguardo al suo disinteresse per il sesso. Maria avrebbe voluto
confessargli che anche lei provava la stessa cosa, ma si controllò - si era spinta troppo avanti con i suoi
atteggiamenti negativi, forse era più intelligente restarsene in silenzio.
Che cosa patetica. Ancora una volta si trovava di fronte un ragazzino: adesso, però, non le chiedeva una
penna, ma un po' di compagnia. Ripensò al suo passato e, per la prima volta, si perdonò: la colpa non
era stata sua, ma di quel ragazzino insicuro che aveva rinunciato al primo tentativo. Erano dei bambini,
e i bambini si comportano proprio in quel modo - entrambi non avevano commesso alcun errore, e
questo le diede un enorme sollievo, la fece sentire migliore: non aveva tradito la prima opportunità
della sua vita. È qualcosa che accade a tutti, fa parte dell'iniziazione dell'essere umano in cerca dell'altra sua parte, sono cose che succedono.
Ma ora la situazione era diversa. Per quanto migliori fossero le ragioni ("Torno in Brasile; lavoro in un
locale; non abbiamo avuto il tempo di conoscerci bene; il sesso non mi interessa e dell'amore non
voglio saperne; devo imparare ad amministrare un'azienda agricola; non capisco nulla di pittura;
viviamo in due mondi diversi"), la vita le stava lanciando una sfida. Maria non era più una bambina,
doveva scegliere.
Alla fine, preferì non rispondere. Gli strinse la mano, com'era costume in quel paese, e uscì per tornare
a casa. Se Ralf fosse stato davvero l'uomo che lei avrebbe voluto che fosse, non si sarebbe lasciato
intimidire dal suo silenzio.
Dal diario di Maria, un brano scritto quello stesso giorno:
Oggi, mentre passeggiavamo in riva al lago, lungo quello strano Cammino di Santiago, l'uomo che era
con me - un pittore, una vita diversa dalla mia - ha lanciato un sassolino nell'acqua. Nel punto dové
caduto, sono comparsi dei piccoli cerchi che si sono ampliati, espansi, fino a raggiungere una papera
che passava di là per caso e non aveva niente a che fare con quel sasso. Invece di essere spaventata
dall'onda inattesa, ha deciso di giocarci.
Qualche ora prima di questa scena, ero entrata in un bar e avevo udito una voce - ed era stato come se
Dio avesse lanciato un sassolino là dentro. Le onde di energia hanno raggiunto me e un uomo che si
trovava in un angolo, intento a dipingere un quadro. Lui ha sentito la vibrazione, e anch io. E ora?
Il pittore sa quando incontra un modello. Il musicista sa quando il suo strumento è accordato. Qui,
davanti a questo diario, ho la consapevolezza che certe frasi non siano scritte da me, ma da una donna
piena di "luce", che sono io e che mi rifiuto di accettare.
Posso continuare a vivere così. Ma posso anche, come la paperella del lago, divertirmi e gioire con
l'onda che è arrivata all'improvviso e ha smosso l'acqua.
Esiste un nome per questo sasso: `passione': Una parola che può descrivere la bellezza di un incontro
fulminante fra due persone, ma non si limita a ciò. Si trova nell'eccitazione dell'inatteso, nella volontà
di fare qualcosa con fervore, nella certezza che si riuscirà a realizzare un sogno. La passione ci fornisce
alcuni segnali che guidano la nostra vita: tocca a me saperli decifrare.
Vorrei credere che sono innamorata. Di qualcuno che non conosco e che non rientrava nei miei piani.
Tutti questi mesi di autocontrollo, di rifiuto dell'amore, hanno prodotto esattamente il risultato opposto:
farmi coinvolgere dalla prima persona che mi ha dedicato un'attenzione diversa.
Per fortuna, non ho avuto il suo numero di te ono, non so dove abita -posso perderlo senza
colpevolizzarmi per essermi fatta sfuggire l'occasione.
E in tal caso, anche se ormai l'avrò perduto, mi sarò sempre guadagnata un giorno di felicità nella mia
vita. Considerando com é il mondo, un giorno di felicità può dirsi quasi un miracolo.
olmando, la sera, entrò al Copacabana, lui era là, in attesa. Era l'unico cliente. Milan, che seguiva la
vita di quella brasiliana con una certa curiosità, si accorse che la giovane aveva perso la battaglia.
"Ti posso offrire un drink?"
"Devo lavorare. Non posso perdere l'impiego."
"Sono un cliente. Ti sto facendo una proposta professionale."
Quell'uomo, che nel pomeriggio in quel bar sembrava tanto sicuro di sé, che sapeva maneggiare il
pennello, incontrava personaggi importanti, aveva un'agente a Barcellona e probabilmente guadagnava
un mucchio di soldi, adesso mostrava la sua fragilità: era entrato nell'ambiente sbagliato, non stava più
in un romantico caffè lungo il Cammino di Santiago. L'incanto di qualche ora prima si era dissolto.
"Allora, ti posso offrire qualcosa da bere?"
"Un'altra volta. Oggi, ho dei clienti che mi aspettano."
Milan udì la fine della frase. Aveva sbagliato la sua valutazione: la giovane non si era lasciata
trascinare nella trappola delle promesse d'amore. Comunque, a conclusione di una serata senza grande
movimento, si domandò perché mai avesse preferito la compagnia di un vecchio, di un co tabile
mediocre, e di un agente di assicurazioni.
Be', era un problema suo. Purché pagasse la commissione, non spettava a lui decidere con chi doveva
andare a letto.
Dal diario di Maria, dopo la serata con il vecchio, il contabile e l'agente di assicurazioni:
Che cosa vuole da me questo pittore? Non sa che siamo di paesi, di culture (e di sessi) diversi? Crede
forse che ne sappia più di lui del piacere, e vuole imparare qualcosa?
Perché non mi ha detto nient altro che: «Sono un cliente':? Sarebbe stato facile dire.. "Ho sentito la tua
mancanza ", oppure: 'Mi è piaciuto tantissimo il pomeriggio che abbiamo trascorso insieme. "Io avrei
risposto allo stesso modo (sono una professionista). Lui ha il dovere di comprendere le mie insicurezze,
perché io sono una donna fragile, e in quel locale divento un'altra persona.
Lui è un uomo. E un artista: ha il dovere di sapere che il grande scopo dell'essere umano è comprendere
l'amore totale. L amore non sta nell'altro, ma dentro noi stessi. Siamo noi che lo risvegliamo. Ma
perché ciò accada, abbiamo bisogno dell'altro. L universo ha senso soltanto quando abbiamo qualcuno
con cui condividere le nostre emozioni.
È stanco del sesso? Anch io - eppure, né lui né io sappiamo cosa sia. Stiamo lasciando morire una delle
cose più importanti della vita. Avevo bisogno di essere salvata da lui, avevo bisogno di salvarlo, ma
non mi ha lasciato scelta.
Maria era spaventata. Cominciava a capire che, dopo tanto autocontrollo, la pressione, il terremoto e il
vulcano della sua anima manifestavano segni di un'imminente esplosione e, dal momento in cui essa
fosse avvenuta, lei non sarebbe stata più in grado di soffocare i propri sentimenti. Chi era quell'artista
con cui aveva trascorso solo alcune ore, durante le quali le aveva magari mentito sulla propria vita, che
non l'aveva neppure sfiorata, che non aveva tentato di sedurla? Poteva esserci qualcosa di peggio di
tutto ciò?
Per quale motivo il suo cuore stava inviandole segnali di allarme? Perché lei pensava che il pittore
sentisse la stessa cosa. Ma era chiaro che si sbagliava. Ralf Hart voleva incontrare una donna capace di
ridestare un fuoco che stava per spegnersi. Voleva trasformarla nella sua grande dea del sesso, dotata di
una "luce speciale" (e in questo era stato sincero), pronta a prenderlo per mano e a mostrargli il
cammino per tornare alla vita. Non poteva immaginare che Maria provasse lo stesso disinteresse, che
anche lei avesse il medesimo problema (dopo tanti uomini, non aveva mai raggiunto l'orgasmo durante
la penetrazione), che quella mattina stesse facendo dei progetti e organizzando un ritorno trionfale nella
sua terra.
Perché pensava a lui? Perché pensava a un uomo che, in quel preciso istante, magari era occupato a
ritrarre un'altra donna, dicendole che aveva una "luce speciale", che avrebbe potuto essere la sua dea
del sesso?
`Penso a lui perché sono riuscita a parlare.'
Ridicolo! Pensava forse alla bibliotecaria? No. Pensava a Nyah, la filippina, l'unica fra le ragazze del
Copacabana con cui poteva condividere in parte i propri sentimenti? No, a loro due non rivolgeva il suo
pensiero. Eppure erano persone che incontrava spesso e con le quali si sentiva a proprio agio.
Cercò di spostare l'attenzione sul caldo (piuttosto fastidioso), o sul supermercato, dove non era riuscita
ad andare il giorno precedente. Scrisse una lunga lettera al padre, ricca di particolari sul terreno che
avrebbe voluto comprare - in quel modo, avrebbe fatto felice la sua famiglia. Non indicò la data del suo
ritorno, ma fece capire che sarebbe avvenuto presto. Dormì, si svegliò, si addormentò di nuovo, si
risvegliò. Scopri che il libro sulla gestione di un'azienda agricola era adatto a lettori svizzeri - per i
brasiliani non serviva: vivevano in mondi del tutto diversi.
Nel pomeriggio, si accorse che il terremoto, il vulcano, la pressione si ritraevano. Si sentì più rilassata.
Per due volte, aveva già provato questo tipo di passione improvvisa che svaniva sempre il giorno dopo
- per fortuna, il suo universo era ancora il solito. Lei aveva una famiglia che l'amava, un uomo che
l'aspettava e che ora le scriveva molto spesso, raccontandole che il negozio di tessuti si stava
ingrandendo. Anche se avesse deciso di prendere l'aereo quella sera stessa, possedeva abbastanza
denaro per comprare un buon appezzamento di terreno. Aveva superato la parte peggiore
dell'esperienza: la barriera della lingua, la solitudine, il primo giorno in quel ristorante con l'arabo; era
riuscita a convincere la sua anima a non reclamare per ciò che faceva del proprio corpo. Sapeva perfettamente qual era il suo sogno, ed era disposta a tutto. Casualmente, però, era un sogno che non
contemplava gli uomini. O, perlomeno, non includeva uomini che non parlassero la sua lingua e non
vivessero nella sua città.
Quando il subbuglio interiore si placò definitivamente, Maria capì che in parte era colpa sua. Perché in
quel momento non aveva detto: "Sono sola e depressa quanto te. Ieri hai visto la mia `luce', ed è la
prima cosa bella e sincera che un uomo mi abbia detto da quando sono arrivata qui."
La radio suonava una vecchia canzone: "I miei amori muoiono ancor prima di nascere." Sì, proprio
come nel suo caso: questo era il suo destino.
Dal diario di Maria, un brano scritto due giorni dopo che tutto era tornato alla normalità:
La passione tifa smettere di mangiare, di dormire, di lavorare, di vivere in pace. Molti si spaventano
perché, quando compare, distrugge tutto ciò che di vecchio incontra.
Nessuno vuole mettere a soqquadro il proprio mondo. Perciò alcune persone - tante - riescono a
controllare questa minaccia, mantenendo in piedi una casa o una struttura già marcia. Sono gli
ingegneri delle cose superate.
Altri individui pensano esattamente il contrario: si abbandonano senza riflettere, aspettandosi di trovare
nella passione la soluzione di tutti i loro problemi. Attribuiscono all'altro il merito della propria felicità,
e la colpa della propria possibile infelicità. Sono sempre euforici perché è accaduto qualcosa di
meraviglioso, oppure depressi perché un evento inatteso ha finito per distruggere tutto.
Sottrarsi alla passione, o abbandonarvisi ciecamente.quale di questi atteggiamenti è il meno distruttivo?
Non lo so.
Vl terzo giorno, come se fosse resuscitato dal mondo dei morti, Ralf Hart tornò - ma arrivò in ritardo,
perché Maria stava conversando con un altro cliente. Quando lo vide, però, disse gentilmente al proprio
interlocutore che non voleva ballare, che aspettava qualcuno.
Solo allora la giovane si rese conto che lo aveva atteso tutti i giorni. E, in quell'istante, accettò ciò che il
destino le aveva posto sul cammino.
Non si lagnò. Ne fu contenta: poteva concedersi quel lusso perché un giorno sarebbe andata via da
quella città. Sapeva che era un amore impossibile e dunque, visto che non si aspettava nulla, avrebbe
ottenuto tutto quanto si attendeva da quella fase della sua vita.
Ralf le domandò se voleva un drink, e Maria ordinò un cocktail di frutta. Fingendo di lavare i bicchieri,
il proprietario del locale guardò la brasiliana senza capire: cosa poteva averle fatto cambiare idea?
Sperava che non se ne restasse lì a bere, e si sentì sollevato quando l'uomo la invitò a ballare. Stavano
rispettando il rituale: non c'era motivo di preoccuparsi.
Maria sentiva il suo braccio intorno alla vita e il suo viso contro la guancia. Grazie al cielo, il volume
della musica, molto alto, impediva qualsiasi conversazione. Un cocktail di frutta non bastava per
prendere coraggio, e le poche parole scambiate erano state molto formali. Adesso era questione di
tempo: sarebbero andati in albergo? Avrebbero fatto l'amore? Non sarebbe stato difficile, visto che lui
le aveva detto che il sesso non gli interessava: dunque, si trattava solo di rispettare un impegno
professionale. Tutto ciò avrebbe contribuito a cancellare qualsiasi traccia di un'eventuale passione - non
sapeva davvero perché si fosse torturata tanto dopo il loro primo incontro.
Quella sera, sarebbe stata la Madre Comprensiva. Ralf Hart era solo un uomo disperato, come milioni
di altri. Se Maria avesse svolto bene il proprio ruolo, se fosse riuscita a mantenere la rotta che si era
imposta da quando aveva iniziato a lavorare al Copacabana, non avrebbe avuto nulla di cui
preoccuparsi. Era molto rischioso avere quell'uomo accanto. Ora che ne sentiva l'odore (e le piaceva),
che ne sperimentava il contatto (e parimenti lo apprezzava), stava scoprendo che in realtà lo aspettava e questo, no, non lo gradiva affatto.
Dopo quarantacinque minuti, durante i quali avevano rispettato tutte le fasi del rituale, l'uomo si rivolse
al padrone del locale:
"Starà con me per il resto della serata. Pagherò per tre clienti."
Il proprietario si strinse nelle spalle e, di nuovo, pensò che la giovane brasiliana avrebbe finito per
cadere nella trappola dell'amore. Dal canto suo, Maria fu sorpresa: non sapeva che Ralf Hart
conoscesse così bene le regole.
"Andiamo a casa mia."
Forse era la decisione migliore, pensò lei. Anche se tradiva tutte le raccomandazioni di Milan, decise di
fare un'eccezione. Non solo avrebbe scoperto se era tuttora sposato, ma avrebbe anche appreso come
vivono i pittori famosi, e un giorno avrebbe potuto scriverne sul giornale della sua cittadina - così tutti
avrebbero saputo che, nel periodo trascorso in Europa, aveva frequentato gli ambienti intellettuali e
artistici.
"Che scusa assurda."
Mezz'ora dopo, arrivarono in un paesino vicino a Ginevra, Cologny: una chiesa, una panetteria, il
municipio, ogni elemento al proprio posto. La sua casa era una villa a due piani, non un appartamento!
Prima valutazione: doveva essere veramente ricco. Seconda valutazione: se fosse sta to ancora sposato,
non avrebbe osato invitarla ll, perché ci sarebbe sempre stato qualcuno che poteva vederlo.
Dunque, era ricco e scapolo.
Entrarono in un vestibolo con una scala che conduceva al piano superiore, poi proseguirono fino a
raggiungere la parte posteriore dell'edificio, dove due saloni si affacciavano su un giardino. In uno, con
le pareti tappezzate di quadri, c'era un tavolo da pranzo. Nell'altro, c'erano divani, sedie, scaffali stipati
di libri, posacenere sporchi, bicchieri usati da tempo e dimenticati lì.
"Posso prepararti un caffè."
Maria fece un cenno di diniego con il capo. Pensò: `No, non puoi prepararmi un caffè. Ancora non ti
consento di trattarmi in maniera diversa. Io sto sfidando i miei dèmoni, facendo esattamente il contrario
di quanto mi ero ripromessa. Ma procediamo con calma: oggi interpreterò la parte della prostituta, o
dell'amica, o della Madre Comprensiva, benché nel mio animo io sia soltanto una Figlia che ha bisogno
di affetto. Quando sarà tutto finito, allora potrai prepararmi un caffè.'
"In fondo al giardino c'è il mio studio, la mia anima. Qui, fra tutti questi libri e questi quadri, c'è il mio
cervello, ciò che penso."
A Maria venne in mente la sua casa. Là non c'era nessun giardino. Né c'erano libri, se non quelli presi
in prestito alla biblioteca - perché era perfettamente inutile spendere soldi per ciò che si poteva avere
gratis. E tanto meno c'erano quadri - soltanto un manifesto del Circo Acrobatico di Shangai, che
sognava tanto di vedere.
Ralf prese una bottiglia di whisky e gliene offrì.
"No, grazie."
Lui se ne versò una dose abbondante e la bevve d'un fiato - senza ghiaccio, senza tempo. Cominciò a
parlare animatamente. Per quanto la conversazione le interessasse, Maria sapeva che quell'uomo aveva
paura di quello che sarebbe accaduto adesso che erano soli. La giovane stava recuperando il controllo
della situazione.
Ralf si versò dell'altro whisky e, come se stesse dicendo qualcosa senza importanza, dichiarò:
"Ho bisogno di te."
Una pausa. Un lungo silenzio. `Non contribuire a rompere questo silenzio, vediamo come prosegue,' si
disse la ragazza.
"Ho bisogno di te, Maria. Tu possiedi una luce. Forse ancora non mi credi, forse pensi che con queste
parole voglia soltanto sedurti. Non domandarmi: `Perché proprio io? Che cos'ho di speciale? Non hai
nulla di speciale, nulla che io possa spiegarmi. Eppure - ecco il mistero della vita - non riesco a pensare
ad altro."
"Non te lo domanderò," mentì lei.
"Se cercassi una spiegazione, direi: `La donna che sta "davanti a me è riuscita a superare la sofferenza e
a trasformarla in qualcosa di positivo, di creativo. Ma ciò non è sufficiente per spiegare tutto."
Cominciava a essere difficile s
re. L'uomo prosegui:
"E io? Con la mia creatività, con i miei quadri ricercati e contesi da gallerie del mondo interno, con il
mio sogno realizzato, con un paese che mi considera il suo adorato figliolo, con le mie donne che non
mi hanno mai chiesto del denaro, con la mia salute e il mio bell'aspetto, con tutto ciò che un uomo può
sognare... e io? Eccomi qui, a dire a una donna che ho incontrato in un bar, e con la quale ho trascorso
solo un pomeriggio: `Ho bisogno di te.' Sai cos'è la solitudine?"
"Si."
"Ma sicuramente non conosci la solitudine di quando si può stare con gli altri, di quando tutte le sere si
ricevono
inviti a feste, ricevimenti, spettacoli teatrali. Di quando il telefono squilla in continuazione, e a
chiamarti sono donne che adorano il tuo lavoro, che ti dicono che vorrebbero tanto cenare con te - sono
donne belle, intelligenti, raffinate. Ma qualcosa ti spinge lontano e ti dice: `Non andare. Non ti
divertirai. Uscendo, ancora una volta, trascorrerai l'intera serata tentando di far colpo, sprecherai le tue
energie per dimostrare a te stesso di essere capace di sedurre il mondo.' E così me ne resto a casa, entro
nel mio studio, cerco quella luce che ho visto in te: una luce che riesco a scorgere solo mentre sto
lavorando."
"Cosa posso darti io che tu già non abbia?" domandò Maria, sentendosi abbastanza umiliata per quel
commento sulle altre donne, ma ricordandosi che, in fin dei conti, aveva pagato per averla accanto a sé.
Lui bevve un terzo whisky. Maria seguì con l'immaginazione il liquore: l'alcool gli bruciava la gola e lo
stomaco, gli entrava nel sangue e gli infondeva coraggio. Pur non avendo bevuto un solo goccio, si
sentiva ubriaca. La voce di Ralf Hart risuonò più ferma.
"D'accordo. Non posso comprare il tuo amore, ma hai detto che conosci tutto sul sesso. Insegnami,
allora. Oppure raccontami qualcosa del Brasile. Qualsiasi cosa, purché io possa starti accanto."
E ora?
"Del mio paese, conosco solo due posti: la cittadina in cui sono nata e Rio de Janeiro. Quanto al sesso,
non credo di poterti insegnare niente. Io ho quasi ventitré anni. Tu sei più vecchio di me soltanto di sei
anni, ma hai vissuto molto più intensamente. Gli uomini che conosco mi pagano perché faccia ciò che
desiderano, e non quello che voglio io.
"Ho già esaudito tutti i desideri di un uomo, offrendogli tutto ciò che può sognare di fare con una, due,
tre donne contemporaneamente. Comunque, non so se ho imparato molto."
Ancora quel silenzio, ma stavolta era Maria che doveva parlare. L'uomo non le forni alcun aiuto, come
prima aveva fatto lei.
"Mi vuoi come professionista?"
"Ti voglio come vuoi tu."
No, lui non poteva rispondere così, giacché era proprio quello che lei desiderava udire. Di nuovo quel
terremoto, quel vulcano, quella tempesta. Sarebbe stato impossibile sfuggire alla sua stessa trappola:
avrebbe perso quest'uomo, senza mai averlo avuto veramente.
"Tu sai, Maria, dunque insegnami. Forse questo mi salverà: salverà tutti e due e ci ricondurrà alla vita.
Hai ragione, ho soltanto sei anni più di te, eppure ho già vissuto l'equivalente di molte vite. Abbiamo
avuto esperienze totalmente diverse, ma siamo entrambi disperati. L'unica cosa che ci dà pace è stare
insieme."
Perché diceva queste cose? Non era possibile, eppure era vero. Si erano visti solo una volta e avevano
già bisogno l'uno dell'altra. Figurarsi se avessero continuato a incontrarsi: che disastro! Maria era una
donna intelligente, con mesi di letture e di osservazione del genere umano alle spalle. Aveva uno scopo
nella vita, ma possedeva anche un'anima, che doveva scoprire e conoscere la propria "luce".
Ormai cominciava a essere stanca della sua persona attuale e, malgrado l'imminente viaggio in Brasile
fosse una sfida intrigante, ancora non aveva appreso quanto avrebbe voluto sapere. Ralf Hart era un
uomo che aveva accettato le sfide, che aveva appreso tutto, ma che ora chiedeva a quella giovane, a
quella prostituta, a quella Madre Comprensiva, di salvarlo. Che assurdità!
Altri uomini si erano comportati in quel modo con lei. Molti non erano riusciti ad avere l'erezione;
alcuni avevano preteso di essere trattati come bambini; altri avevano detto che l'avrebbero voluta come
moglie per eccitarsi al pensiero dei suoi numerosi amanti. Benché non avesse ancora conosciuto un
"cliente speciale", Maria aveva già scoperto il gigantesco universo di fantasie che dimorava nell'animo umano. Ognuno di quei compagni
occasionali era così abituato al proprio mondo che aveva evitato di dirle: "Aiutami a uscire da questa
situazione. Portami via da qui." Anzi, tutti avrebbero voluto prenderla con sé.
E anche se dopo tutti gli incontri con quegli uomini si era sempre ritrovata con più denaro, ma senza
energia, non era possibile che non avesse imparato nulla. E se, invece, qualcuno di loro fosse stato
davvero in cerca dell'amore, e il sesso avesse costituito soltanto una parte della ricerca, come avrebbe
voluto essere trattata? Che cosa sarebbe stato importante che avvenisse al primo incontro?
Che cosa avrebbe voluto davvero che accadesse?
"Ricevere un regalo," disse Maria.
Ralf Hart non capì. Un regalo? Le aveva pagato la serata in anticipo, in taxi, perché conosceva le
regole. Che intendeva dire?
All'improvviso, Maria si era resa conto di aver compreso, in quell'istante, ciò che una donna e un uomo
avevano bisogno di sentire. Lo prese per mano e lo condusse in uno dei saloni.
"Non saliremo in camera," disse.
Spense quasi tutte le luci, si sedette su un tappeto e lo fece accomodare accanto a sé. Notò che c'era un
caminetto. "Accendi il camino."
"Ma è estate."
"Accendilo, ti pre o. Non vuoi che sia io a guidare i nostri passi, stasera? quello che sto facendo."
Lo guardò decisa, sperando che lui scorgesse di nuovo la sua "luce". E così fu - perché Ralf andò in
giardino, prese qualche ciocco umido di pioggia, sistemò alcuni vecchi giornali perché il fuoco
asciugasse i tronchi e li attizzasse. Poi si diresse verso la cucina per prendere dell'altro whisky, ma
Maria lo bloccò.
"Mi hai forse chiesto che cosa volevo?" "No."
"Allora sappi che la persona che sta con te deve esistere. Pensa a lei. Chiedile se desidera un whisky,
oppure un gin, o magari una tazza di caffé. Domandale che cosa vuole."
"Che cosa vuoi bere?"
"Del vino. E vorrei che tu mi facessi compagnia."
Lui si allontanò con la bottiglia di whisky vuota e tornò con una di vino. A quel punto, il fuoco ardeva
vigoroso. Maria spense le poche luci rimaste accese, in modo che soltanto le fiamme illuminassero
l'ambiente. Si stava comportando come se avesse sempre saputo che quello era il primo passo:
riconoscere l'altro, sapere che esiste.
Aprì la borsa e scovò una penna che aveva comprato al supermercato. Qualsiasi cosa sarebbe servita.
"Questa è per te. Quando l'ho acquistata, pensavo di utilizzarla per annotare qualche idea su come
gestire un'azienda agricola. L'ho usata per due giorni, lavorando fino a stancarmi. Conserva un po' del
mio sudore, della mia concentrazione e della mia volontà - e ora la consegno a te."
Gli mise delicatamente la penna fra le mani.
"Invece di comprarti un oggetto che a te piacerebbe avere, ti do qualcosa di mio, di veramente mio. Un
regalo. Un segno di rispetto verso la persona che mi è davanti, a cui chiedo di comprendere quanto sia
importante per me starle accanto. Ora questa persona possiede una piccola parte di me stessa, che le ho
dato di mia spontanea volontà."
Ralf si alzò, si avvicinò alla libreria e tornò con un oggetto. Lo porse a Maria.
"Questo è il vagone di un trenino elettrico che avevo da bambino. Ma non potevo giocarci da solo: mio
padre diceva che era costoso, importato dagli Stati Uniti. Quindi dovevo aspettare che lui avesse voglia
di montare le rotaie in mezzo alla stanza - spesso, però, passava le domeniche ascoltando brani d'opera.
E così il giocat
tolo è sopravvissuto alla mia infanzia, senza mai procurarmi nessuna gioia. Lassù conservo ancora tutti
i binari, la locomotiva, le casette, persino il manuale d'istruzioni. Sl, avevo un trenino che non era mio,
con il quale non giocavo. Magari fosse andato distrutto come tutti gli altri giocattoli che ho avuto e di
cui neppure mi ricordo! Perché la brama di distruggere fa parte del modo in cui un bambino scopre il
mondo! Questo trenino intatto mi ricorda sempre una parte della mia infanzia che non ho vissuto,
perché era troppo preziosa, o troppo faticosa per mio padre. O forse perché, ogni volta che montava il
giocattolo, temeva di dimostrare il suo amore per me."
Maria prese a fissare il fuoco nel camino. Stava accadendo qualcosa - e non era il vino, né l'ambiente
accogliente. Era lo scambio di doni.
Anche Ralf si girò verso il fuoco. Rimasero in silenzio, ad ascoltare il crepitio delle fiamme. Bevvero il
vino, come se fosse importante non dire nulla, non parlare di nulla, non fare nulla. Limitarsi a stare 11,
insieme, , guardando nella stessa direzione.
"Ci sono molti treni intatti nella mia vita," disse Maria, dopo un po' di tempo. "Uno è il mio cuore.
Anch'io ci giocavo solo quando il mondo montava i binari, e non sempre era il momento giusto."
"Ma tu hai amato?!"
"S1, ho amato. E molto. Ho amato tanto che, quando il mio amore mi ha chiesto un regalo, ho avuto
paura e sono fuggita."
"Non capisco."
"Non ce n'è bisogno. Te lo sto dicendo, cioè te lo sto insegnando, perché ho scoperto un elemento che
non conoscevo. Il dono. La consegna di qualche cosa che ti appartiene. Dare piuttosto che ricevere
qualcosa di importante. Tu hai un mio tesoro: la penna con cui ho scritto alcuni dei miei sogni. Io ne
posseggo uno tuo: il vagone
di un trenino, una parte dell'infanzia che non hai vissuto. Adesso porto con me un frammento dei tuo
passato, e tu serbi un po' del mio presente. Che bello!"
Maria disse tutto ciò senza battere ciglio, senza stupirsi per il proprio comportamento, come se già da
tempo sapesse che questa era l'unica maniera - e la migliore - di agire. Si alzò lentamente, prese la
giacca e gli diede un bacio sulla guancia. Mai, in nessun momento, Ralf Hart mostrò di volersi alzare:
era ipnotizzato dal fuoco, con il pensiero forse rivolto al padre.
"Non ho mai ben capito perché conservassi quel giocattolo. Ora mi è chiaro: per consegnarlo a te, una
sera, davanti al camino acceso. Adesso questa casa è più leggera."
Poi aggiunse che, l'indomani, avrebbe regalato a qualche orfanotrofio i binari, la locomotiva, gli altri
vagoni e le pasticche che servivano a simulare il fumo.
"Forse, oggi, questo trenino è una rarità che non fabbricano più e vale un mucchio di denaro," lo
avverti Maria, pentendosi subito delle sue parole. Non si trattava di questo, ma di liberarsi di una cosa
che per il suo cuore aveva un valore assai superiore.
Prima di aggiungere qualcos'altro che rovinasse quel momento, di nuovo lo baciò sulla guancia e si
avviò verso la porta. Ralf era rimasto a guardare il fuoco e lei, gentilmente, lo pregò di andare ad
aprirgliela.
L'uomo si alzò e Maria gli disse che, anche se era felice di vederlo lì a fissare il fuoco, voleva che fosse
lui ad andare ad aprirle l'uscio. Gli spiegò che i brasiliani hanno una superstizione: quando vanno a
trovare qualcuno per la prima volta, al momento del commiato non devono aprire la porta da sé perché,
se lo facessero, non tornerebbero mai più in quella casa.
"E io voglio tornare."
"Anche se non ci siamo spogliati, e io non sono entrato in te - anzi, non ti ho neppure sfiorato -,
abbiamo fatto l'amore."
Maria rise. Lui si offrì di accompagnarla a casa, ma lei rifiutò.
"Verrò a trovarti domani, al Copacabana."
"Non farlo. Aspetta una settimana. Ho imparato che aspettare è la parte più difficile; inoltre anch'io
voglio abituarmi a tutto questo: sapere che sei con me, anche se non ti ho accanto."
Di nuovo, Maria si ritrovò a camminare nel silenzio e nel buio della notte, come aveva già fatto tante
volte a Ginevra. In genere, queste passeggiate erano associate alla tristezza, alla solitudine, alla
nostalgia della lingua che non parlava da tempo, al desiderio di tornare in Brasile, a conteggi e a orari.
Quella sera, però, Maria camminava per ritrovare se stessa, per rincontrare quella donna che aveva
trascorso quaranta minuti davanti al fuoco in compagnia di un uomo, ed era piena di luce, di saggezza,
di esperienza e di fascino. Aveva visto il suo volto tempo addietro, mentre passeggiava in riva al lago,
riflettendo se dovesse dedicarsi a una vita che non era la sua - quel pomeriggio, aveva sorriso con
grande tristezza. Poi lo aveva rivisto ancora su una tela arrotolata; adesso avvertiva di nuovo la
presenza di quella figura. Prese un taxi solo molto tempo dopo, quando si accorse che quell'entità
magica si era dileguata, lasciandola sola come sempre.
Meglio non pensarci per non rovinare tutto, per non lasciare che l'ansia si sovrapponesse a quanto di
bello aveva appena vissuto. Se l'altra Maria esisteva davvero, sarebbe tornata al momento giusto.
Dal diario di Maria, un brano scritto la sera in cui lui le regalò il vagone di un trenino:
Il desiderio profondo, più reale, è quello di avvicinarsi a qualcuno. Da quel momento, cominciano le
reazioni, e l'uomo e la donna entrano in gioco. Tuttavia ciò che accade prima - l'attrazione che li ha
uniti - è impossibile da spiegare. È il desiderio immacolato, nel suo stato puro.
Quando il desiderio è ancora in quello stato, uomo e donna si innamorano della vita, vivono ogni
attimo con venerazione e in modo consapevole, aspettando sempre il momento giusto per celebrare la
prossima benedizione.
Queste persone non hanno fretta, non fanno precipitare gli eventi con azioni inconsapevoli: sanno che
l'inevitabile si manifesterà, che ciò che è autentico troverà sempre una maniera di mostrarsi. Quando
arriva il momento, non esitano, non perdono l'occasione, non si lasciano sfuggire un solo attimo
magico perché conoscono e rispettano l'importanza di ogni secondo.
Nei giorni seguenti, Maria scopri di essere prigioniera della trappola che aveva insistentemente evitato
- ma non era né triste né preoccupata. Al contrario: non avendo niente da perdere, si sentiva libera.
Sapeva che, per quanto romantica fosse la situazione, un giorno Ralf Hart avrebbe capito che lei era
soltanto una prostituta, mentre lui era un artista rinomato. Che proveniva da un paese lontano, in
perenne crisi, mentre lui viveva in un paradiso, dove la vita era organizzata e protetta fin dalla nascita.
Lui era cresciuto frequentando le migliori scuole e i musei più importanti del mondo, mentre lei aveva
terminato a malapena le superiori. Insomma, simili fantasie non durano molto, e Maria aveva già
vissuto abbastanza per capire che il mondo reale non si accordava con i suoi sogni. Tuttavia provava
una grande gioia, adesso: poter dire alla realtà che non aveva bisogno dei suoi momenti, che per lei la
felicità non dipendeva da ciò che accadeva.
`Come sono romantica, mio Dio.'
Durante la settimana, tentò di scoprire qualcosa che potesse rendere felice Ralf Hart. Quell'uomo le
aveva restituito una dignità e una "luce" che credeva perdute per sempre; ma lei poteva ricambiarlo
solo con ciò che lui riteneva fosse la sua specialità: il sesso. Poiché non c'erano molte variazioni nella
routine del Copacabana, Maria decise di attingere ad altre fonti.
Andò a vedere alcuni film pornografici e, di nuovo, non li trovò interessanti - tranne, forse, per qualche
va
riazione riguardo al numero dei partner. Visto che i film non le servivano granché, per la prima volta da
quando era arrivata a Ginevra decise di acquistare qualche libro - benché ritenesse assai più pratico non
occupare uno spazio della sua casa con qualcosa che, una volta letto, non serviva ad altro. Entrò in una
libreria che aveva notato mentre passeggiava con Ralf lungo il Cammino di Santiago e chiese se
avessero qualcosa sull'argomento.
"C'è tantissimo," rispose la giovane commessa. "In verità, sembra che la gente si interessi solo di
quello. Oltre a una sezione specializzata, in tutti i romanzi qui intorno troverà almeno una scena di
sesso. Per quanto sia dissimulato in bellissimi racconti d'amore, o in trattati seriosi sul comportamento
umano, la gente pensa solo a quella cosa."
Considerando anche la sua esperienza, Maria sapeva che la giovane si stava sbagliando: si voleva
pensarla in quel modo perché si era convinti che tutto il mondo si preoccupasse del sesso. Si facevano
diete, si usavano parrucche, si passavano ore nei saloni di bellezza o nelle palestre, si indossavano abiti
provocanti, ci si sforzava di far scoccare quella scintilla, ma a che pro? Quando arrivava il momento di
andare a letto, undici minuti ed era fatta. Nessuna creatività, niente che conducesse al paradiso. E ben
presto la favilla non aveva più il vigore per mantenere il fuoco acceso.
Comunque era inutile discutere con quella giovane bionda, per la quale il mondo poteva essere spiegato
nei libri. Le domandò di nuovo dove fosse la sezione dedicata all'argomento; la raggiunse e vi trovò
varie opere su gay, lesbiche, suore che rivelavano storie scabrose sulla Chiesa, e libri illustrati che
mostravano tecniche orientali con posizioni alquanto scomode. Soltanto un volume suscitò il suo
interesse: Il sesso sacro. Perlomeno doveva essere diverso.
Lo comprò, tornò a casa, sintonizzò la radio su una stazione che trasmetteva musiche piuttosto
tranquille che favorivano la riflessione, aprì il libro e notò che in varie figure erano illustrate posizioni
che solo chi lavorava in un circo avrebbe potuto adottare. Era un testo molto noioso.
Attraverso la sua professione, Maria aveva appreso a sufficienza per sapere che, nella vita, non tutto
dipendeva dalla posizione che si assume quando si fa l'amore, e che qualsiasi variante scaturiva
perlopiù in maniera naturale, inconsapevole, come i passi di una danza. Tentò comunque di
concentrarsi su quello che stava leggendo.
Un paio d'ore dopo, si rese conto di due cose. La prima: che doveva cenare immediatamente, per non
far tardi al Copacabana. La seconda: che chi aveva scritto quel libro non capiva assolutamente NIENTE
della materia. Tanta teoria, riferimenti orientali, rituali inutili, suggerimenti idioti. L'autore aveva
meditato sull'Himalaya (doveva scoprire dove si trovava), frequentato vari corsi di yoga (ne aveva
sentito parlare) e letto molto sull'argomento (citava numerosi esperti), ma non aveva appreso
l'essenziale. Il sesso non era teoria, incenso che brucia, punti di contatto, riverenze e salamelecchi.
Quell'individuo (in realtà, una donna) come poteva osare scrivere su un soggetto che neanche Maria,
che pure lo affrontava per lavoro, conosceva bene? Forse era colpa dell'Himalaya, o della necessità di
complicare qualcosa la cui bellezza risiede nella semplicità e nella passione. Se quella donna era
riuscita a pubblicare - e a vendere - un libro così stupido, avrebbe dovuto ripensare seriamente al suo
testo: Undici minuti. Non sarebbe stato né cinico né falso, ma soltanto la sua storia, nulla di più.
Tuttavia non ne aveva né il tempo né l'interesse. Doveva concentrare le sue energie per rendere felice
Ralf Hart, e per imparare a gestire un'azienda agricola.
Dal diario di Maria, subito dopo aver abbandonato la lettura di quel noioso libro:
Ho incontrato un uomo, e mi sono innamorata di lui.
Ho lasciato che mi innamorassi per una semplice ragio
ne: non mi aspetto nulla. So che fra tre mesi sarò lonta
na da questo posto, e lui sarà un ricordo, ma io non riuscivo più a sopportare di vivere senza amore. Ero
arri
vata al limite.
Sto scrivendo una storia per Ralf Hart - è questo il suo
nome. Non sono sicura che tornerà nel locale dove lavo
ro, ma per la prima volta nella mia vita questo mi lascia indifferente. Mi basta amarlo, stare con lui nel
pensiero e colorare questa bella città con i suoi passi, le sue parole, il suo affetto. Quando lascerò
questo paese, lui sarà un volto, un nome, il ricordo di un caminetto. Tutto il resto che ho vissuto qui,
tutti i momenti difficili che mi sono lasciata alle spalle, scompariranno al cospetto di questo ricordo.
Per Ralf, vorrei poter fare ciò che lui ha fatto per me. 'Ho riflettuto a lungo e ho scoperto che non sono
entrata casualmente in quel caffè. Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim
àncora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando
abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente.
Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo
disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l'ignoto
si manifesta e il nostro universo cambia rotta.
Tutti sanno amare, poiché nascono con questo dono. Alcuni praticano l'amore naturalmente, ma la
maggioranza deve apprendere di nuovo, ricordare come si ama; e tutti - senza alcuna eccezione - hanno
bisogno di bruciare nel fuoco delle proprie emozioni passate, di rivivere gioie e dolori, cadute e riprese,
fino al momento in cui sono in grado di intravedere il filo conduttore che esiste dietro ogni nuovo
incontro. Sì, perché cé un filo.
Allora i corpi imparano a parlare il linguaggio dell'anima, e questo si chiama "sesso': Ed è ciò che io
posso dare all'uomo che mi ha restituito l'anima, benché lui ignori totalmente la sua importanza nella
mia vita. È quello che mi ha chiesto, ed è ciò che avrà. Voglio che sia
molto felice.
volte la vita è molto avara: passano giorni, settimane, mesi e anni senza che una persona avverta
qualcosa di nuovo. Poi, quando apre una porta - come nel caso di Maria con Ralf Hart - nello spazio
libero si riversa una vera e propria valanga. C'è un attimo in cui non si ha nulla, mentre quello
successivo offre più di quanto si riesca ad accettare.
Due ore dopo avere scritto il diario, quando arrivò al Copacabana, Maria fu chiamata da Milan, il
proprietario:
"Allora, sei uscita con quel pittore."
Doveva essere conosciuto lì. Maria lo aveva capito quando, senza domandare il prezzo, aveva pagato la
somma esatta per tre clienti. La ragazza si limitò ad annuire, sperando di creare un certo mistero al
quale, peraltro, Milan non diede la minima importanza, visto che conosceva quella vita meglio di lei.
"Ormai dovresti essere pronta per il prossimo passo. C'è un `cliente speciale' che chiede sempre di te.
Quando gli ho detto che non avevi esperienza, mi ha creduto. Ma forse adesso è il momento di tentare."
Un cliente speciale?
"E questo cosa c'entra con il pittore?"
"Anche lui è un `cliente speciale'."
E così, tutto quello che aveva fatto con Ralf Hart doveva essere già stato sperimentato da altre ragazze.
Si morse
le labbra e non disse niente - aveva passato una bellissima settimana, non poteva dimenticare ciò che
aveva scritto.
"Devo fare quello che ho fatto con lui?"
"Non so che cosa abbiate fatto. Ma oggi, se qualcuno ti offre da bere, non accettare. I clienti speciali
pagano meglio. Non te ne pentirai."
La serata cominciò nel solito modo, con le thailandesi sedute sempre vicine, le colombiane con
l'abituale espressione di chi la sa lunga, le tre brasiliane (compresa Maria) che fingevano un'aria
distratta, come se non ci fosse nulla di nuovo o di interessante. C'erano anche un'austriaca e due
tedesche - e il resto delle offerte della maison era costituito da ragazze della vecchia Europa Orientale,
alte e belle, con gli occhi chiari, che generalmente si sposavano prima delle altre.
Entrarono gli uomini: russi, svizzeri, tedeschi, manager sempre occupatissimi, che potevano
permettersi di pagare i servizi delle prostitute più costose di una delle città più care del mondo. Alcuni
si avvicinarono al suo tavolo; ogni volta, lei guardava Milan, che le faceva un cenno di diniego. Maria
era contenta: quella sera non avrebbe dovuto aprire le cosce, sopportare odori, fare docce in bagni non
sempre immacolati. Avrebbe dovuto soltanto insegnare a un uomo, ormai stanco del sesso, come fare
l'amore. A ben pensarci, non era da tutte possedere la creatività necessaria per inventare la storia del
presente.
Comunque, la ragazza si poneva una domanda: "Chissà perché, dopo aver provato tutto, vogliono
tornare proprio all'inizio?" Be', non erano problemi suoi. Purché pagassero profumatamente, lei era lì
per servirli.
Entrò un uomo più giovane di Ralf Hart: bello, capelli neri, dentatura perfetta; indossava un abito che
ricordava quelli cinesi - senza cravatta, con un semplice collarino alto - e, sotto di esso, un'impeccabile
camicia bianca. Si diresse al bar, dove c'era Milan. Entrambi guardarono Maria; poi lui le si avvicinò:
"Prendi un drink?"
Da lontano, Milan annul, e lei invitò l'uomo a sedersi al suo tavolo. Ordinò il solito cocktail di frutta e,
mentre aspettava l'invito a ballare, lui si presentò:
"Il mio nome è Terence, e lavoro per una casa discografica in Inghilterra. So di essere in un locale dove
posso fidarmi delle persone e, dunque, penso che tutto rimarrà fra noi."
Maria stava per mettersi a parlare del Brasile, ma lui la bloccò:
"Milan mi ha detto che te ne intendi delle cose che voglio."
"Non so che cosa tu voglia, ma stai sicuro che me ne intendo di quello che faccio."
Il rituale non fu rispettato. L'uomo pagò il conto, e la prese sottobraccio; uscirono e salirono su un taxi,
dove lui le porse mille franchi. Per un attimo, Maria ripensò all'arabo con cui era andata a cena in quel
ristorante tappezzato di dipinti famosi. Da allora, era la prima volta che riceveva una somma di
quell'entità e, invece di esserne contenta, ne fu innervosita.
Il taxi si fermò davanti a uno degli alberghi più costosi della città. L'uomo salutò il portiere,
dimostrando una grande familiarità con l'ambiente. Salirono direttamente in una suite con vista sul
fiume. Lui stappò una bottiglia di vino - probabilmente molto raro - e gliene offrì una coppa.
Maria lo guardava mentre beveva. Cosa desiderava da una prostituta un uomo di quel genere, ricco e
bello? Visto che non diceva niente, anche lei rimase in silenzio, domandandosi cosa mai potesse
soddisfare un "cliente speciale". Capi che non doveva prendere l'iniziativa: quando lui avesse deciso di
aprire il gioco, l'avrebbe trovata pronta a seguirlo senza tentennamenti. In fin dei conti, non capitava
tutte le sere di guadagnare mille franchi.
"Abbiamo tempo," disse Terence. "Tutto il tempo che vogliamo. Puoi dormire qui, se lo desideri."
Nella ragazza tornò l'insicurezza. Quell'uomo non sembrava,affatto intimidito; parlava con un tono
calmo, con una voce diversa da quella di tutti gli altri. Sapeva quello che voleva. Mise una musica
perfetta, al momento giusto, in quella stanza stupenda, con un'eccellente finestra che si affacciava sul
lago di una città ideale. Indossava un abito di ottima fattura, e la sua valigia era lì in un angolo, piccola,
come se lui non avesse bisogno di granché per viaggiare, o fosse venuto a Ginevra solo per quella
notte.
"Andrò a dormire a casa," rispose Maria.
L'uomo che aveva davanti si trasformò totalmente. I suoi occhi acquistarono un bagliore freddo,
glaciale.
"Siediti li," disse, indicando una sedia accanto al piccolo scrittoio.
Era un ordine! Un vero e proprio ordine. Maria obbedì e, stranamente, si sentì eccitata.
"Stai seduta ben eretta. Raddrizza le spalle, come una donna di classe. Se non lo farai, ti castigherò."
Castigare? `Cliente speciale?' Bastò un attimo, e Maria capì: prese dalla borsa i mille franchi e li posò
sullo scrittoio.
"So che cosa vuoi," disse, fissando intensamente i gelidi occhi azzurri dell'uomo. "E non sono
disposta."
Lui parve ridiventare normale; si rese conto che lei stava parlando seriamente.
"Bevi pure il tuo vino," disse. "Non ti costringerò a nulla. Puoi restare ancora un po', oppure andartene,
se vuoi."
Quella frase la tranquillizzò.
"Ho un lavoro. Ho un padrone che mi protegge e ha fiducia in me. Ti prego di non dirgli niente."
Maria pronunciò queste parole senza alcun tono pietoso, senza implorare nulla - era semplicemente la
realtà della sua vita.
Anche Terence era tornato a essere l'uomo di prima: né dolce né duro - soltanto un cliente che, al
contrario degli altri, dava l'impressione di sapere cosa desiderasse. Ora sembrava che fosse uscito da
una trance, da una rappresentazione che non era mai cominciata.
Ma valeva la pena andarsene così, senza scoprire cosa significasse l'espressione "cliente speciale"?
"Che cosa vorresti, esattamente?"
"Lo sai. Dolore. Sofferenza. E piacere intenso."
`Il dolore e la sofferenza non si coniugano con il piacere intenso,' pensò Maria, anche se avrebbe voluto
disperatamente credere il contrario e, in tal modo, far diventare positive gran parte delle esperienze
negative della propria vita.
L'uomo la prese per mano e la condusse alla finestra: dall'altra parte del lago potevano vedere la torre
di una cattedrale - Maria ricordava di esserci passata vicino mentre percorreva con Ralf Hart il
Cammino di Santiago.
'Vedi questo fiume, questo lago, queste case e quella chiesa? Be', cinquecento anni fa era tutto più o
meno identico. Tranne il fatto che la città era completamente deserta. Una malattia sconosciuta si era
diffusa in tutta l'Europa, e nessuno sapeva perché mietesse tante vittime. Una malattia che
cominciarono a chiamare `Peste Nera', una punizione che Dio aveva mandato sulla terra a causa dei
peccati degli uomini.
"Fu allora che un gruppo di persone decise di sacrificarsi per l'umanità e di offrire ciò che
maggiormente temeva: il dolore fisico. Quegli individui presero a vagare giorno e notte attraverso
questi ponti, lungo queste vie, flagellandosi il corpo con fruste o catene. Soffrivano in nome di Dio e,
con il loro dolore, lo celebravano. Ben presto scoprirono di essere più felici così che non facen
do il pane, lavorando i campi o governando gli animali. Il dolore non era più sofferenza, ma piacere di
riscattare l'umanità dai suoi peccati. Esso si trasformò in gioia, in senso della vita, in godimento."
I suoi occhi riacquistarono quel freddo bagliore che Maria aveva scorto qualche minuto prima. L'uomo
prese il denaro che lei aveva lasciato sullo scrittoio, contò centocinquanta franchi e glieli infilò nella
borsa.
"Non preoccuparti del tuo padrone. Ti ho dato i soldi per la sua commissione, e ti prometto che non gli
dirò niente. Ora puoi andare."
Lei afferrò il resto del denaro.
"No!"
Erano il vino, l'arabo del ristorante, la donna con il sorriso triste, l'idea che non sarebbe mai più tornata
in quel locale maledetto, la paura dell'amore che si stava avvicinando nelle fattezze di un uomo, le
lettere a sua madre che parlavano di una vita bella e ricca di occasioni di lavoro, il ragazzino che le
aveva chiesto una penna nell'infanzia, le battaglie contro se stessa, i sensi di colpa, la curiosità, il
denaro, la ricerca dei propri limiti, le occasioni e le opportunità perdute. Lì c'era un'altra Maria: che non
offriva doni, ma si dava in sacrificio.
"La paura è passata, andiamo avanti. Se necessario, castigami pure, perché sono una ribelle. Ho
mentito, ho tradito, ho agito in maniera sconveniente con chi mi ha protetto e amato."
Era entrata nel gioco. Stava dicendo le cose giuste. "Inginocchiati!" disse Terence, con voce bassa e
spaventosa.
Maria obbedì. Non era mai stata trattata in quella maniera - e non sapeva se fosse un bene o un male.
Voleva soltanto andare avanti, meritava di essere umiliata per tutto ciò che aveva fatto nella vita. Stava
entrando in un
ruolo, in un nuovo personaggio, in una donna che non
conosceva affatto.
"Sarai punita. Perché sei inutile, non conosci le regole,
non sai nulla del sesso, della vita, dell'amore."
Mentre parlava, Terence si trasformava in due uomini
diversi: uno che spiegava tranquillamente le regole e l'al
tro che la faceva sentire la persona più miserabile della
terra.
"E sai perché accetto tutto ciò? Perché non c'è piacere più grande dell'iniziare qualcuno a un mondo
sconosciuto. Togliere la verginità - non del corpo, ma dell'anima, capisci?"
Sì, Maria capiva.
"Oggi potrai farmi delle domande. Ma la prossima volta no. Quando si aprirà il sipario del nostro
teatro, la rappresentazione avrà inizio e non potrà essere interrotta. Se ciò accadrà, sarà perché le nostre
anime non si sono accordate. Rammenta: è una rappresentazione teatrale. Tu dovrai incarnare la figura
che non hai mai avuto il coraggio di essere. A poco a poco, scoprirai che sei tu quel personaggio, ma
fino a quando non riuscirai a scorgerlo con chiarezza, cerca di fingere, di inventare."
"E se non sopporterò il dolore?"
"Non esiste dolore: c'è qualcosa che si trasforma in delizia, in mistero. Fa parte della rappresentazione
dire: `Non trattarmi così, mi fai male.' Oppure: `Fermati, non ce la faccio più!' E perciò, al fine di
evitare il pericolo... Abbassa il capo e non guardarmi!"
Maria, inginocchiata, chinò il capo e si mise a fissare il pavimento.
"... al fine di evitare che questo rapporto causi qualche serio danno fisico, avremo due codici. Se uno di
noi pronuncerà la parola `giallo', significa che la violenza dovrà essere ridotta. Se dirà `rosso', ci si
dovrà fermare immediatamente."
"Hai detto `uno di noi'?"
"I ruoli si alternano. Non esiste uno senza l'altro. Nessuno saprà umiliare, se non sarà umiliato."
Erano parole terribili, provenienti da un mondo che Maria non conosceva, pieno di ombra, fango e
marciume. Ma nonostante questo, la ragazza avvertiva il desiderio di continuare: il suo corpo stava
tremando, di paura e di eccitazione.
La mano di Terence le sfiorò il capo con una tenerezza inaspettata.
"Fine."
Le chiese di alzarsi: senza particolare dolcezza, ma anche senza la dura aggressività che aveva mostrato
in precedenza. Maria indossò la giacca, ancora tremante. Terence notò il suo stato.
"Fumati una sigaretta prima di andare via." "Non è successo niente."
"Non c'è bisogno che oggi avvenga qualcosa. Comincerà a succedere nella tua anima e, la prossima
volta che ci incontreremo, sarai pronta."
"Valeva mille franchi, questa notte?"
L'uomo non rispose e si accese una sigaretta; poi finirono il vino, ascoltarono quella musica perfetta e,
insieme, assaporarono il silenzio. Finché giunse il momento di dire qualcosa, e Maria fu sorpresa delle
sue stesse parole:
"Non capisco perché io voglia sperimentare questo fango."
"Per mille franchi."
"Non è così."
Terence sembrava contento della risposta.
"Anch'io mi sono domandato la stessa cosa. Il marchese de Sade diceva che le più importanti
esperienze dell'uomo sono quelle che lo portano all'estremo. Soltanto così apprendiamo, perché ciò
richiede tutto il nostro coraggio.
"Quando un capo umilia un sottoposto, o un uomo ferisce la dignità della sua donna, è solo un
vigliacco, oppure si sta vendicando della vita. È un essere che non ha mai osato guardare nel fondo
della propria anima, che non ha mai cercato di scoprire da dove provenga il desiderio di liberare la fiera
selvaggia, di capire che cosa siano il sesso, il dolore, l'amore: sono esperienze-limite dell'uomo.
"E soltanto chi conosce queste frontiere può dire di conoscere la vita. Il resto è solo un far passare il
tempo, un ripetere lo stesso esercizio, invecchiare e morire senza avere realmente saputo che cosa si
stava facendo."
Di nuovo la strada e il silenzio, e la voglia di camminare. Quell'uomo sbagliava: non c'era bisogno di
conoscere i propri demoni per incontrare Dio. Maria incrociò degli studenti che uscivano da un bar:
avevano bevuto ed erano piuttosto allegri; apparivano belli e pieni di salute. Ben presto avrebbero
concluso l'università, iniziando quella che viene definita la "vera vita": lavoro, matrimonio, figli,
televisione, amarezza, vecchiaia, sensazione di cose perdute, frustrazioni, malattie, invalidità,
dipendenza dagli altri, solitudine, morte.
Che stava succedendo? Anche lei cercava la tranquillità per vivere la sua "vera vita". Il tempo trascorso
in Svizzera, facendo qualcosa che non avrebbe mai immaginato, era solo quel periodo difficile che
prima o poi affrontano tutti. Durante quella fase frequentava il Copacabana, si accompagnava agli
uomini per denaro, diventava la Ragazza Ingenua, la Donna Fatale e la Madre Comprensiva a seconda
del cliente.
Era solo un lavoro cui si dedicava con il massimo della professionalità - per via delle mance - e il
minimo dell'interesse - per paura di abituarvisi. Aveva passato nove mesi a scrutare il mondo intorno a
sé, e ora, poco prima di tornare nel suo paese, stava scoprendo di essere capace di amare senza
pretendere nulla in cambio e
di soffrire senza motivo. Come se la vita avesse scelto questo mezzo sordido, strano, per insegnarle
qualcosa sui propri misteri, sulla propria luce e le proprie tene
bre.
Dal diario di Maria, la sera in cui incontrò Terence per la prima volta:
Ha citato Sade, del quale non ho mai letto una sola riga. Ho soltanto udito i tradizionali commenti sul
sadismo: `Arriviamo a conoscerci soltanto quando raggiungiamo i nostri limiti. "E questo è vero.
Eppure può anche essere considerato erroneo, perché non è importante conoscere tutto di noi stessi. L
essere umano non è fatto solo per ricercare la saggezza, ma anche per arare la terra, aspettare la
pioggia, piantare e raccogliere il grano, fare il pane.
Io sono due donne: una desidera sperimentare tutte le gioie, tutte le passioni, tutte le avventure che la
vita può dare; l'altra vuole essere schiava della routine, della vita familiare, delle cose che si possono
pianificare e raggiungere. Io sono la prostituta e la casalinga, che vivono nello stesso corpo, e lottano
l'una contro l'altra.
L incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. È una danza divina. Quando
ci incontriamo, siamo due energie sovrannaturali, due universi che si scontrano. Se nell'incontro non ci
il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l'altro.
g/&ia era di nuovo nel salone della casa di Ralf Hart: il fuoco del camino, il vino, loro seduti sul
tappeto... Tutto ciò che aveva vissuto il giorno precedente con quell'inglese non era che un sogno o un
incubo - a seconda del suo stato d'animo. Ora cercava nuovamente una ragione di vita o, per meglio
dire, l'abbandono più folle, quello in cui si offre il proprio cuore e non si chiede nulla in cambio.
Era cresciuta nell'attesa di questo momento, sapendo, infine, che il vero amore non aveva niente da
spartire con ciò che immaginava, ossia una catena di avvenimenti provocati dall'energia amorosa:
innamoramento, impegno, matrimonio, figli, attesa, cucina, luna-park alla domenica, altra attesa,
vecchiaia insieme, fine dell'attesa e, al suo posto, pensione del marito, malattie, l'impressione che ormai
fosse troppo tardi per vivere insieme quello che si sognava.
Guardò l'uomo al quale aveva deciso di consegnarsi, di non raccontare mai ciò che sentiva, perché le
sensazioni che adesso provava erano comunque molto differenti dal passato, sotto qualsiasi aspetto,
anche quello fisico. Lui sembrava più a suo agio, come se stesse iniziando un periodo interessante della
propria esistenza. Sorrideva, narrava episodi di un recente viaggio a Monaco per incontrare il direttore
di un importante museo.
"Mi ha domandato se la tela coi volti di Ginevra fosse ultimata. Gli ho detto che avevo incontrato una
delle persone più belle che avrei voluto dipingere. Una donna piena di luce. Ma non voglio parlare di
me, voglio abbracciarti. Ti desidero."
Desiderio. Desiderio? Desiderio! Proprio così: era il punto di partenza per quella serata, giacché si
trattava di qualcosa che lei conosceva molto bene!
Per esempio: si risveglia il desiderio non concedendo subito il proprio oggetto.
"Allora, desiderami. È proprio ciò che stiamo facendo in questo momento. Tu sei a meno di un metro
da me, sei stato in un locale, hai pagato per i miei servizi, sai di avere il diritto di toccarmi. Ma non osi.
Guardami. Guardami e pensa che io potrei anche voler rifiutare. Immagina i tuoi sguardi che
oltrepassano i miei vestiti."
Durante il lavoro, Maria indossava sempre vestiti neri, e non capiva il motivo per cui le altre ragazze
del Copacabana cercassero di risultare provocanti con scollature e colori sgargianti. Per lei, eccitare un
uomo significava vestirsi come qualsiasi altra donna che lui poteva incontrare in ufficio, in treno, o a
casa di un'amica della moglie.
Ralf la guardò. Maria capì che la stava spogliando con gli occhi: le piacque sentirsi desiderata in quel
modo, senza alcun contatto, come in un ristorante o in fila alla cassa di un cinema.
"Ci troviamo in una stazione," proseguì Maria. "Aspettiamo il treno insieme, ma tu non mi conosci. I
miei occhi, però, incrociano i tuoi, per caso, e non si sviano. Tu non sai che cosa sto tentando di dire
perché, pur essendo un uomo intelligente, capace di vedere la `luce' degli altri, non sei abbastanza
sensibile per cogliere ciò che questa luce illumina."
Aveva appreso il "teatro". Cercò di dimenticare subito il viso di quel manager inglese, ma lui era 1, e
guidava la sua immaginazione.
"I miei occhi sono fissi nei tuoi, e magari mi sto domandando: `L'ho già conosciuto in qualche posto?'
O magari sono distratta. Oppure ho paura di mostrarmi antipatica. Forse mi conosci: per qualche
secondo, voglio poterti concedere il beneficio dei dubbio, per concluderne infine che si tratta di una
certezza, oppure di un malinteso.
"Ma può anche darsi che stia desiderando la cosa più semplice del mondo: incontrare un uomo. È
possibile che stia tentando di fuggire da un amore che mi ha fatto soffrire. Oppure che stia cercando di
vendicarmi di un tradimento recente e abbia deciso di venire in questa stazione alla ricerca di uno
sconosciuto. Può darsi che voglia essere la tua prostituta per una sola notte, per fare qualcosa di diverso
nella mia vita noiosa. O magari sono davvero - perché no? - una prostituta, che è lì in cerca di un
cliente."
Un breve silenzio. Tutt'a un tratto, Maria si era distratta. Era tornata in quell'albergo, all'umiliazione - al
"giallo", al "rosso", al dolore e al piacere intenso. Era qualcosa che le aveva toccato l'anima, in un
modo che non gradiva affatto.
Ralf notò il suo cambiamento e cercò di ricondurla nella stazione.
"In questo incontro, anche tu mi desideri?"
"Non lo so. Non ci siamo parlati, e nemmeno tu lo sai."
Qualche altro secondo di distrazione. L'idea del "teatro", comunque, era di grande aiuto: faceva
incarnare il vero personaggio, allontanava le molte personalità false che dimorano in noi.
"Comunque io non distolgo gli occhi e tu non sai che cosa fare. Devi avvicinarti? Sarai respinto?
Chiamerò una guardia? Oppure ti inviterò a prendere un caffè?"
"Io sto tornando da Monaco," disse Ralf Hart, e il tono della sua voce era diverso, come se si stessero
incontrando davvero per la prima volta. "Sto pensando a una serie di quadri sulle personalità che si
mettono in gioco
nel sesso. Sulle molte maschere che si adottano per non vivere mai il vero incontro."
Conosceva il "teatro". Milan aveva detto che anche lui era un "cliente speciale". Un campanello di
allarme, ma a Maria occorreva un po' di tempo per pensare.
"Il direttore del museo mi ha chiesto: `Su cosa intende basare il lavoro?' Ho risposto: `Sulle donne che
si reputano libere di fare l'amore per denaro.' Lui ha soggiunto: `Non va bene, queste donne noi le
chiamiamo «prostitute».' Ho risposto: `Bene, sono prostitute. E allora studierò la loro storia e farò
qualcosa di più intellettuale, di più aderente al gusto delle famiglie che visitano il museo. È solo una
questione di cultura, sa? Presentare in maniera gradevole ciò che si stenta ad accettare.' Il direttore ha
insistito: `Ma il sesso non è più un tabù. È talmente sfruttato che è difficile fare un lavoro su questo
tema.' Ho domandato: `Lei sa da dove proviene il desiderio sessuale?' `Dall'istinto,' ha risposto il
direttore. `Sì, dall'istinto, ma questo lo sanno tutti. Come si può fare una bella mostra, se si parla
soltanto di scienza? Io voglio parlare di come l'uomo spiega questa attrazione. Del modo in cui la racconterebbe un filosofo, magari.' Il direttore mi ha chiesto di fargli un esempio. Gli ho risposto che,
quando avessi preso il treno per tornare a casa e una donna mi avesse guardato, le avrei parlato della
cosa. Le avrei detto che, essendo un'estranea, avremmo potuto avere la libertà di fare tutto ciò che
avevamo sognato, di vivere tutte le nostre fantasie e poi tornarcene a casa, dalle nostre mogli e dai
nostri mariti, senza incontrarci mai più. E così, in questa stazione ferroviaria, io ti vedo.»
'Ta tua storia è talmente interessante che sta uccidendo il desiderio."
Ralf Hart rise e ne convenne. Il vino era finito, così lui andò in cucina a prenderne un'altra bottiglia.
Maria rimase a guardare il fuoco; sapeva perfettamente quale sarebbe stato il passo successivo, ma si
godette comunque
quell'ambiente accogliente, dimenticando l'inglese e abbandonandosi di nuovo.
Ralf versò il vino nei bicchieri.
"Solo per curiosità, come finiresti questa storia con il direttore?"
"Trovandomi di fronte a un intellettuale, citerei Platone. Secondo il filosofo, all'inizio della creazione,
gli uomini e le donne non erano come oggi. Esisteva un essere unico, piuttosto basso, con un corpo e un
collo; la sua testa presentava due facce, ciascuna delle quali guardava in una direzione. Era come se
fossero due creature unite per le spalle, con due sessi diversi, quattro gambe, quattro braccia.
"Gli dèi greci, però, erano gelosi. Si resero conto che una creatura con quattro braccia lavorava di più,
che le due facce la rendevano sempre vigile e non la si poteva attaccare a tradimento, che le quattro
gambe le consentivano di non sottoporsi a grandi sforzi per stare in piedi o camminare a lungo. Inoltre e si trattava della cosa più pericolosa - quell'essere possedeva entrambi i sessi e, dunque, non aveva
bisogno di nessuno per continuare a riprodursi sulla terra.
"Allora Zeus, il signore supremo dell'Olimpo, disse: `Ho un piano per far sì che questi mortali perdano
la loro forza.'
"E, con un fulmine, tagliò quell'essere in due, creando l'uomo e la donna. In tal modo aumentò la
popolazione del mondo e, nello stesso tempo, la disorientò e la indebolì - coloro che abitavano la terra
adesso dovevano andare alla ricerca della parte perduta, riabbracciarla e, in quella stretta, recuperare
l'antica forza, la capacità di evitare il tradimento, la resistenza per percorrere lunghe distanze e
sopportare i lavori faticosi. E noi definiamo `sessuale' quell'abbraccio in cui i due corpi si fondono di
nuovo.
' È una storia vera?"
"Sì, secondo Platone, il filosofo greco."
Maria lo guardava affascinata; l'esperienza della notte precedente si era dissolta del tutto. L'uomo che
le stava davanti era pervaso dalla stessa "luce" che aveva scorto in lei; aveva raccontato quella strana
storia con entusiasmo, con gli occhi brillanti non più di desiderio, ma di gioia.
"Posso chiederti un favore?"
Ralf rispose che avrebbe potuto domandargli qualsiasi cosa.
"Potresti dirmi perché, dopo che gli dèi ebbero separato la creatura con quattro gambe, alcuni decisero
che quell'abbraccio potesse essere solo un atto ordinario, un affare come un altro, qualcosa che, invece
di aumentarla, sottrae energia alle persone?"
"Stai parlando della prostituzione?"
"Proprio così. Sapresti dirmi quando il sesso ha cessato di essere sacro?"
"Se lo desideri, cercherò di scoprirlo," rispose Ralf. "Sai, non ci avevo mai pensato, e credo che non lo
abbia fatto nessuno. Forse non c'è materiale al riguardo."
Maria non resse alla pressione:
"Non hai pensato che le donne, soprattutto le prostitute, sono capaci di amare?"
"Sì. Mi è venuto in mente il primo giorno, quando eravamo seduti al tavolo di quel bar, nel momento in
cui ho visto la tua luce. Prima, mentre pensavo di invitarti per un caffè, ho scelto di credere in tutto,
compresa la possibilità che tu mi riconducessi in quel mondo da cui mi sono allontanato tanto tempo
fa."
Adesso non esisteva più alcuna possibilità di tornare indietro. Maria, l'insegnante, doveva accorrere
immediatamente in suo aiuto, oppure lo avrebbe abbracciato, baciato e gli avrebbe chiesto di non
lasciarla mai più."
"Ritorniamo alla stazione ferroviaria," disse. "O meglio, torniamo a questa stanza, al giorno in cui
siamo venuti qui per la prima volta, e tu hai riconosciuto la mia
esistenza e mi hai fatto un regalo. È stato il primo tentativo di entrare nella mia anima, ma tu non
sapevi se eri il benvenuto. Come racconta la tua storia, gli esseri umani furono divisi, e adesso cercano
di nuovo l'abbraccio che li unisca. È il nostro istinto. Ma anche la ragione per cui sopportiamo tutte le
cose ardue e spiacevoli che accadono nel corso di questa ricerca.
"Voglio che tu mi guardi, ma, nello stesso tempo, devi fare in modo che io non lo noti. Il primo
desiderio è importante perché è nascosto, proibito, non consentito. Tu non sai se ti trovi davanti all'altra
tua metà proibita, né tanto meno ne è a conoscenza lei, ma qualcosa le attrae - e bisogna credere che sia
vero."
`Da dove sto tirando fuori tutto ciò? Dal profondo del mio cuore, perché vorrei che fosse stato sempre
così. Sto estraendo queste fantasticherie dal mio personale sogno di donna.'
Maria abbassò leggermente una spallina del vestito, affinché una parte - minima - del suo capezzolo
restasse scoperta.
"Il desiderio non è ciò vedi, ma quello che immagini."
Ralf Hart stava guardando una donna dai capelli corvini, che indossava abiti dello stesso colore, seduta
sul pavimento del suo salotto, pervasa da desideri assurdi, come accendere il caminetto in estate. Sì,
voleva figurarsi ciò che quegli abiti nascondevano: immaginava la dimensione dei suoi seni, sapeva che
il reggipetto era superfluo, forse si trattava di un obbligo di lavoro. I suoi seni non erano né grandi né
piccoli: erano giovani. Il suo sguardo non lasciava trasparire nulla. Che ci faceva lei, lì? Perché lui
stava alimentando quella relazione pericolosa, assurda, visto che non aveva problemi a trovare una
compagnia? Era ricco, giovane, famoso, di bell'aspetto. Adorava il suo lavoro, aveva amato le donne
con cui era sta io sposato, aveva provato la gioia di essere amato. Insomma, era una persona che,
secondo tutti i canoni, avrebbe dovuto urlare: "Io sono felice."
Ma non lo era. Mentre la maggior parte degli esseri umani si affannava per un pezzo di pane, per avere
un tetto sopra la testa, un lavoro che le permettesse di vivere dignitosamente, Ralf Hart aveva tutto - la
qual cosa lo rendeva ancora più miserabile. Se avesse fatto un bilancio della propria vita, ne sarebbe
risultato che forse aveva vissuto solo due o tre giorni, quelli in cui si era svegliato, aveva guardato il
sole o la pioggia e si era sentito felice che fosse mattino, semplicemente felice, senza nessun desiderio,
nessun progetto, niente da chiedere in cambio. Tranne quei pochi giorni, aveva sprecato la propria esistenza in sogni, frustrazioni e tentativi di realizzazione, nel desiderio di superare se stesso, in viaggi al
di là dei propri limiti. Sì, aveva passato la vita tentando di dimostrare qualcosa, anche se non sapeva
bene che cosa e a chi.
Guardava la bella donna davanti a sé, discretamente vestita di nero, una donna che aveva incontrato per
caso, sebbene l'avesse già vista in un locale, notando come fosse inadatta a quel luogo. Ora lei gli
chiedeva di desiderarla, e lui la desiderava molto, molto di più di quanto potesse immaginare - e non
per i suoi seni o per il suo corpo. Per la sua compagnia, piuttosto. Avrebbe voluto abbracciarla, restare
in silenzio a fissare il fuoco, bevendo un bicchiere di vino e fumando un'altra sigaretta: era sufficiente
questo. La vita era fatta di cose semplici, e lui si sentiva stanco di tutti quegli anni trascorsi alla ricerca
di qualcosa che ignorava.
Se l'avesse toccata, se lo avesse fatto, tutto sarebbe andato perduto. Perché, nonostante la sua "luce",
non era sicuro che lei capisse quanto era bello starle accanto. La
pagava? Si, e avrebbe continuato a farlo per il tempo che fosse stato necessario, fino a potersi sedere
insieme sulla riva dei lago, parlare d'amore e udire le stesse parole di rimando. Meglio non rischiare,
non precipitare le cose, non dire nulla.
Ralf Hart smise di torturarsi e tornò a concentrarsi sul gioco che avevano appena inventato insieme.
Quella donna aveva ragione: non bastavano il vino, il fuoco, le sigarette, la compagnia. Ci voleva un
altro tipo di ubriachezza, e un altro tipo di fiamma.
Lei indossava un abito con le spalline, e aveva lasciato che un seno facesse capolino: Ralf poteva
vedere la sua carne, più bruna che chiara. La desiderò. Intensamente.
Maria notò il cambiamento negli occhi dell'uomo. Sapersi desiderata la eccitava più di qualsiasi altra
cosa. Niente a che vedere coi canoni convenzionali - "Voglio fare l'amore con te, voglio sposarti,
voglio portarti all'orgasmo, voglio avere un figlio". No, il desiderio era una sensazione libera, fluttuante
nello spazio, che vibrava e colmava la vita con la brama di possedere qualcosa. E ciò bastava: questa
volontà faceva muovere ogni cosa, abbatteva le montagne e le rendeva umido il sesso.
Il desiderio era la fonte di tutto: la partenza dal suo paese, la scoperta di un nuovo mondo, lo studio del
francese, il superamento dei preconcetti, il sogno di un'azienda agricola, l'amare senza chiedere nulla in
cambio, il sentirsi donna solo grazie allo sguardo di un uomo. Con lentezza calcolata, abbassò l'altra
spallina e il vestito le scivolò lungo il busto. Poi sganciò il reggiseno. E rimase lì, con la parte superiore
del corpo nuda, chiedendosi se lui le sarebbe saltato addosso, se l'avrebbe toccata giurandole il suo
amore, o se fosse stato abbastanza sensibile per provare, nel solo desiderio, lo stesso piacere del sesso.
Intorno a loro le cose cominciarono a mutare: i rumori non esistevano più e, a poco a poco,
scomparirono anche il caminetto, i quadri, i libri, sostituiti da una sorta di trance in cui c'era soltanto
l'oscuro oggetto del desiderio, e nient'altro aveva importanza.
L'uomo non si mosse. All'inizio, una certa timidezza velò il suo sguardo, ma non durò a lungo. Lui la
fissava e, nel mondo della sua immaginazione, la titillava con la lingua, facevano l'amore, sudavano, si
abbracciavano, fondevano tenerezza e violenza, urlavano e gemevano insieme.
Nell'universo reale, però, non dicevano nulla: nessuno dei due si muoveva, e questo eccitava
tremendamente Maria, perché anche lei si sentiva libera di pensare ciò che voleva. Gli chiedeva di
toccarla con dolcezza, spalancava le gambe, si masturbava davanti a lui, pronunciava frasi romantiche e
volgari quasi fossero la stessa cosa, aveva un orgasmo dopo l'altro, svegliava i vicini, destava il mondo
intero con le sue grida. Li c'era il suo uomo, a darle piacere e gioia; con lui poteva essere se stessa, parlare dei propri problemi sessuali, raccontare come avrebbe voluto passare insieme il resto della notte,
della settimana, della vita.
Il sudore cominciò a stillare dalla fronte di entrambi. Per via del fuoco del camino, si dicevano
mentalmente l'un l'altro. Ma sia l'uomo che la donna in quella stanza erano giunti al limite: avevano
usato tutta la loro immaginazione, vissuto insieme un'eternità di momenti belli. Dovevano fermarsi: un
passo oltre, e quella magia sarebbe stata cancellata dalla realtà.
Con gesti molto lenti - giacché la conclusione è sempre più difficile dell'inizio -, lei si rimise il
reggiseno, celando i capezzoli. L'universo riprese il suo posto, gli oggetti intorno ricomparvero. Maria
si tirò su il vestito che
le era scivolato fino alla vita, sorrise e, delicatamente, gli sfiorò il viso. Ralf le prese la mano e la
premette contro la sua guancia, senza sapere se tenerla lì o con quanta intensità stringerla.
La ragazza avverti il desiderio di dirgli che lo amava. Ma questo avrebbe rovinato tutto: avrebbe potuto
spaventarlo oppure, peggio, far sì che rispondesse che anche lui provava lo stesso sentimento. Ed era
qualcosa che Maria non voleva: la libertà del suo amore consisteva nel non avere nulla da chiedere o da
aspettarsi.
"Chi è capace di sentire, sa che si può provare piacere ancor prima di sfiorare l'altra persona. Le parole,
gli sguardi... racchiudono il segreto della danza. Ma il treno è arrivato: ognuno se ne va per la sua
strada. Spero di poterti accompagnare in questo viaggio fino a... Fino a dove?"
"Al ritorno a Ginevra," disse Ralf.
"Chi osserva - e scopre - la persona che ha sempre sognato, sa che l'energia sessuale si scatena prima
del sesso. Il piacere più grande non è il sesso, ma la passione con cui viene praticato. Quando è intensa,
il momento sessuale serve ad alimentare la danza, non è mai l'elemento principale."
"Stai parlando di amore come se fossi un'insegnante."
Maria decise di continuare, perché era questa la sua difesa, la sua maniera di dire tutto senza
compromettersi:
"Chi è innamorato sta sempre facendo l'amore, anche quando non lo fa. Il momento in cui i corpi si
incontrano è solo il traboccare della coppa. Si può restare insieme per ore, addirittura per giorni. Si può
iniziare la danza un giorno e concluderla un altro, o magari non terminarla nemmeno, se il piacere è
tanto. Niente a che vedere con undici minuti."
"Che cosa?"
"Io ti amo."
"Anch'io ti amo."
"Scusami, non so cosa sto dicendo."
"Neanch'io."
Maria si alzò, gli diede un bacio e uscì. Ora poteva aprire la porta perché, secondo la superstizione
brasiliana, il padrone di casa doveva farlo solo la prima volta che il visitatore se ne andava.
Dal diario di Maria, la mattina seguente:
Ieri sera, quando Ralf Hart mi ha guardato, ha aperto una porta, come se fosse un ladro. Ma,
andandosene, non ha portato via niente di me: anzi, ha lasciato un profumo di rose - non era un ladro,
ma un innamorato che veniva a trovarmi.
Ogni essere umano vive il proprio desiderio. Questo fa parte del suo tesoro e, benché sia un emozione
che potrebbe allontanare, generalmente avvicina chi è importante. È un emozione che la mia anima ha
scelto di vivere, ed è talmente intensa che può contagiare tutto e tutti intorno a me.
Ogni giorno scelgo la verità con la quale intendo vivere. Cerco di essere pratica, efficiente,
professionale. Ma vorrei poter scegliere, sempre, il desiderio come compagno. Non per obbligo, néper
attenuare la solitudine della mia vita - semplicemente perché è bello. Sì, è molto bello.
Vn media, il Copacabana era frequentato regolarmente da trentotto ragazze, anche se soltanto una - la
filippina Nyah - veniva considerata da Maria una sorta di amica. La permanenza nel locale variava da
un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni - di solito, alla fine, le ragazze ricevevano una proposta
di matrimonio, o diventavano l'amante fissa di qualcuno, oppure, se non riuscivano più a suscitare
l'interesse dei clienti, gentilmente Milan chiedeva loro di cercarsi un altro posto di lavoro.
Era importante rispettare sempre la clientela di ciascuna collega e non tentare mai di sedurre gli uomini
che entravano nel locale e si rivolgevano subito a una precisa ragazza. Oltre che piuttosto disonesto,
poteva risultare anche pericoloso. La settimana precedente, una colombiana aveva estratto
delicatamente dalla tasca una lametta, l'aveva posata accanto al bicchiere di una iugoslava e, con la
voce più tranquilla del mondo, le aveva detto che, se avesse continuato ad accettare gli inviti di un certo
direttore di bancaa che frequentava il locale con regolarità, l'avrebbe sfigurata. La slava aveva replicato
dicendo che l'uomo era libero e, se l'aveva scelta, lei non poteva rifiutare.
Quella sera l'uomo entrò, salutò la colombiana e si diresse al tavolo dov'era seduta l'altra. Presero un
drink, ballarono e - Maria giudicò la provocazione eccessiva - la iugoslava fece l'occhietto all'altra,
quasi a dire: "Vedi? Mi ha scelta lui!"
Quella strizzatina d'occhio, però, conteneva ben altri sottintesi: "Mi ha scelto perché sono più bella,
perché sono stata con lui la settimana scorsa e gli è piaciuto, perché sono giovane." La colombiana non
disse nulla. Quando l'altra tornò, due ore dopo, si sedette al suo tavolo, estrasse dalla tasca la lametta e
le sfregiò il viso vicino all'orecchio: un taglio non profondo né pericoloso, ma sufficiente a lasciarle
una cicatrice che le ricordasse per sempre quella sera. Le due donne si azzuffarono: schizzò sangue
ovunque, e i clienti fuggirono spaventati.
Quando arrivò la polizia e chiese spiegazioni sull'accaduto, la iugoslava disse che si era tagliata il viso
con un bicchiere caduto da uno scaffale (al Copacabana non c'era un solo scaffale). Era la legge del
silenzio o, come amavano chiamarla le italiane, 1`omertà": in Rue de Berne, tutte le questioni, da
quelle d'amore a quelle di morte, venivano risolte senza l'interferenza dell'autorità. La legge, lì, la
facevano loro.
La polizia era a conoscenza di quell"`omertà", e constatò che la donna stava mentendo, ma non
insistette. Al contribuente svizzero sarebbe costato molto denaro se si fosse deciso di procedere
all'arresto, alla custodia in prigione e al processo. Milan ringraziò i poliziotti per il pronto intervento e
disse che si era trattato di un malinteso, o forse di qualche trama di un concorrente.
Appena quelli uscirono, ordinò alle due ragazze di non tornare mai più nel suo locale. In fin dei conti, il
Copacabana era un posto "familiare" (un'affermazione che Maria stentava a capire), e lui aveva una
reputazione da difendere (il che la lasciava ancora più stupita). Lì, non dovevano esserci litigi, perché
la prima regola era rispettare il cliente altrui. La seconda era la discrezione totale, "simile a quella di
una banca `svizzera`, diceva Milan. Soprattutto per il fatto che ci si poteva fidare dei clienti, tutti
selezionati, esattamente con lo stesso procedimento
di un istituto bancario - in base all'entità del conto corrente, sì, ma anche valutando le referenze, ossia i
buoni precedenti.
Talvolta sorgeva qualche equivoco, ma di rado si verificavano casi di mancato pagamento, di
aggressione o di minacce rivolte alle ragazze: dopo tutti quegli anni, durante i quali aveva creato e
faticosamente fatto conoscere il suo locale, ormai Milan sapeva individuare chi poteva frequentarlo. Le
ragazze non sapevano quale criterio adottasse, ma più di una volta avevano visto che un cliente,
perfettamente vestito, veniva informato che il locale era al completo (anche se risultava vuoto), quella
sera e pure le successive (in altre parole: "Per favore, non stia a tornare"). Ma avevano anche notato che
altri individui, in abiti sportivi e con la barba lunga, venivano calorosamente invitati da Milan a bere
una coppa di champagne. Il proprietario del Copacabana non giudicava dalle apparenze e, in fin dei
conti, aveva sempre ragione.
In un buon rapporto commerciale, entrambe le parti devono essere soddisfatte. La stragrande
maggioranza dei clienti era sposata, o aveva una posizione importante in qualche azienda. Anche
alcune delle donne che lavoravano lì erano maritate, avevano dei figli e partecipavano alle riunioni dei
genitori a scuola, consapevoli di non correre alcun rischio: se un padre si fosse presentato al Copacabana, sarebbe stato parimenti compromesso e non avrebbe potuto dire niente. Così funzionava
1`omertà".
Esisteva un certo cameratismo tra le ragazze, ma non una vera amicizia. Nessuna parlava molto della
propria vita. Nelle rare conversazioni con le colleghe, Maria non aveva mai riscontrato amarezza, o
sensi di colpa, o tristezza: solo una sorta di rassegnazione. E anche strani sguardi di sfida, come se tutte
fossero orgogliose di se stesse e affrontassero il mondo indipendenti e fiduciose. Dopo una settimana,
ogni nuova arrivata era ormai considerata una "professionista" e le veniva spiegato di adoperarsi per
mantenere uniti i matrimoni (una prostituta non può rappresentare una minaccia per la stabilità di una
coppia), di non accettare mai inviti al di fuori dell'orario di lavoro, di ascoltare gli sfoghi senza
esprimere opinioni, di gemere nel momento dell'orgasmo (Maria aveva scoperto che lo facevano tutte
ma, all'inizio, le era stato taciuto perché costituiva uno dei trucchi della professione), di salutare sempre
i poliziotti per la strada, di tenere aggiornato il libretto di lavoro e quello sanitario e, infine, di non
indagare troppo sugli aspetti morali o legali di ciò che facevano. Erano quello che erano: punto e basta.
Prima che l'ambiente cominciasse a movimentarsi, Maria aveva sempre un libro in mano, e così ben
presto venne considerata I` intellettuale" del gruppo. All'inizio, le colleghe le domandarono se fossero
storie d'amore; quando scoprirono che si trattava di argomenti aridi e poco interessanti come economia,
psicologia e, più tardi, gestione delle imprese rurali, lasciarono che proseguisse in pace le sue letture e
prendesse appunti.
Poiché aveva molti clienti fissi e si recava al Copacabana tutti i giorni, anche quando c'era poco
movimento, Maria si guadagnò la fiducia di Milan e l'invidia delle compagne. Tutte dicevano che
quella brasiliana era ambiziosa e arrogante, e che pensava soltanto a guadagnare: era vero, ma avrebbe
voluto domandare alle altre se non fossero lì per lo stesso motivo.
In ogni modo, i commenti non uccidono, ma appartengono alla vita di ogni individuo di successo.
Meglio ignorarli, concentrando l'attenzione su due soli obiettivi: tornare in Brasile alla data stabilita e
comprare un'azienda agricola.
Adesso Ralf Hart era nei suoi pensieri dalla mattina alla sera. E, per la prima volta, Maria riusciva a
essere felice per un amore assente - per quanto si fosse abbastanza
pentita di averlo confessato, correndo il rischio di perdere tutto. Ma, in realtà, che cos'aveva da perdere,
se non chiedeva niente in cambio? Si ricordò di come il suo cuore si fosse messo a battere più
velocemente quando Milan aveva accennato che lui era - o era stato - un "cliente speciale". Che
significava? Si sentì tradita, provò una fitta di gelosia.
Certo, la gelosia era normale, sebbene la vita le avesse insegnato quanto fosse inutile pensare che si
può possedere un altro essere - se qualcuno crede che ciò sia possibile non fa che ingannare se stesso.
Ciononostante, l'idea della gelosia non si può reprimere, né si possono formulare pensieri elevati
riguardo a essa, o, ancora, ritenere che sia una dimostrazione di fragilità.
L'amore più forte è quello capace di dimostrare la propria fragilità. `In ogni modo, se il mio è un amore
vero (e non solo un modo per distrarmi, per ingannarmi, per far passare il tempo che, in questa città,
sembra non trascorrere mai), la libertà vincerà la gelosia e il dolore che essa provoca - giacché anche il
dolore è parte di un processo naturale.' Lo sa bene chi pratica uno sport: quando si vogliono
raggiungere gli obiettivi, bisogna essere pronti ad affrontare una dose quotidiana di dolore o di
malessere. All'inizio è fastidioso e demotivante ma, giorno dopo giorno, si comprende che costituisce
un elemento del cammino per sentirsi bene, e arriva un momento in cui, senza il dolore, si ha la
sensazione che l'esercizio non produca l'effetto desiderato.
È pericoloso, piuttosto, focalizzare questo dolore, dargli il nome di una persona, averlo costantemente
nel pensiero. Ma di questo, grazie a Dio, Maria era ormai riuscita a liberarsi.
A volte, comunque, si sorprendeva a pensare a dove potesse essere Ralf, e come mai non la cercasse;
forse l'aveva reputata una sciocca per via della storia della stazione e del desiderio represso, forse era
fuggito lontano per
sempre perché lei gli aveva confessato il proprio amore. Maria escogitò un sistema per evitare che
sentimenti così belli si trasformassero in sofferenza: ogniqualvolta le fosse sovvenuto qualche pensiero
positivo legato a Ralf Hart - e poteva riguardare il caminetto o il vino, oppure essere un'idea di cui
avrebbe voluto discutere con lui, o semplicemente la piacevole ansia di sapere quando sarebbe tornato , avrebbe interrotto ciò che stava facendo, per sorridere al cielo e ringraziare di essere viva e di non
aspettarsi nulla dall'uomo che amava. Se, invece, il suo cuore avesse reclamato per quell'assenza, o per
le cose sbagliate che aveva detto durante i loro incontri, lei si sarebbe detta:
"Ah, vuoi pensare a questo? Va bene, d'accordo, continua pure a fare ciò che vuoi, mentre io mi dedico
a cose molto più importanti."
E continuava a leggere, oppure, se era per strada, si sforzava di concentrare l'attenzione su tutto ciò che
la circondava: i colori, le persone, i suoni - soprattutto i suoni: quelli dei suoi passi, delle pagine che
sfogliava, delle automobili, dei brandelli di conversazione -, e allora quel fastidioso pensiero finiva per
dissolversi. Se si fosse ripresentato cinque minuti dopo, lei avrebbe ripetuto ogni passaggio, fino a
quando i ricordi, accettati ma gentilmente respinti, sarebbero scomparsi per un tempo considerevole.
Uno dei "pensieri negativi" era costituito dall'ipotesi di non rivederlo più. Con un po' di pratica e tanta
pazienza, Maria riuscì a trasformarlo in un "pensiero positivo": dopo la sua partenza, Ginevra sarebbe
stata il viso di un uomo con i capelli lunghi, leggermente fuori moda, un sorriso infantile e la voce
grave. Se qualcuno le avesse domandato, dopo tanti anni, com'era il posto che aveva conosciuto in
gioventù, avrebbe potuto rispondere: "Bello, capace di amare ed essere amato."
Dal diario di Maria, in un giorno di scarso movimento al Copacabana:
Dopo una considerevole frequentazione delle persone che vengono qui, sono arrivata alla conclusione
che il sesso è usato come una qualsiasi droga: per sfuggire alla realtà, per dimenticare i problemi, per
rilassarsi. E, come per tutte le sostanze stupefacenti, la sua pratica risulta nociva e devastante.
Se qualcuno vuole drogarsi, con il sesso o con qualsiasi altra cosa, è soltanto un problema suo. Le
conseguenze dei suoi atti saranno migliori o peggiori sulla base di quello che la persona ha scelto per se
stessa. Ma se parliamo di progredire nella vita, dobbiamo tenere a mente che ciò che è "discreto"è ben
diverso da ciò che è "migliore':
Al contrario di quello che pensano i miei clienti, non è possibile praticare il sesso in qualsiasi
momento. Nascosto in ciascuno di noi c' un orologio e, per fare l'amore, le lancette di entrambe le
persone devono segnare la stessa ora nel medesimo istante. E questo non accade tutti i giorni. Chi ama
non ha bisogno dell'atto sessuale per sentirsi felice. Due persone che stanno insieme, e che si vogliono
bene, devono regolare le loro lancette, con pazienza e perseveranza, con giochi e rappresentazioni
«teatrali fino a capire che fare l'amore è ben più che un incontro carnale. È un `abbraccio "fra le sfere
genitali.
Ogni cosa è importante. Una persona che vive intensamente la propria vita gode di ogni attimo e non
sente la mancanza del sesso. Quando fa sesso, è un sovrappiù, perché il bicchiere di vino è così pieno
che trabocca naturalmente, perché è del tutto inevitabile, perché accetta il richiamo della vita, perché in
quel momento - solo in quel momento - essa riesce a perdere il controllo.
P.S. Ho appena riletto ciò che ho scritto. Mio Dio, sto diventando troppo intellettuale!
~'l "oco dopo avere scritto quelle frasi, e mentre si accingeva a vivere un'altra serata come Madre
Comprensiva o Ragazza Ingenua, la porta del Copacabana si aprì ed entrò Terence, il manager della
casa discografica, un "cliente speciale".
Dietro al bancone del bar, Milan si mostrò soddisfatto: la ragazza non lo aveva deluso. Maria si ricordò
all'istante di quelle parole che significavano tante cose e, al tempo stesso, non dicevano niente:
"Dolore, sofferenza e piacere intenso."
"Sono venuto da Londra appositamente per vederti. Ho pensato molto a te."
Lei sorrise, sforzandosi perché il suo sorriso non fosse un incoraggiamento. Ancora una volta l'uomo
non seguì il rituale: non la invitò, ma si limitò a sedersi.
"Quando si fa scoprire una cosa a un'altra persona, anche il maestro finisce per scovare qualcosa di
nuovo."
"So di che stai parlando," rispose Maria, ripensando a Ralf Hart, e irritandosi per quel ricordo. Aveva
di fronte un altro cliente, e doveva rispettarlo e cercare di accontentarlo.
"Vuoi continuare?"
Mille franchi. Un universo nascosto. Un padrone che la guardava. La certezza che avrebbe potuto
fermarsi quando lo avesse voluto. La data fissata per il ritorno in Brasile. Un altro uomo, che non si
faceva mai vedere.
"Hai fretta?" domandò Maria.
Terence rispose di no. Che cosa desiderava lei?
"Voglio bere e ballare, e ti chiedo rispetto per la mia professione."
L'uomo esitò per qualche istante, ma dominare ed essere dominato faceva parte del gioco teatrale. Le
offrì da bere, ballò, chiese un taxi, le consegnò il denaro mentre attraversavano la città, diretti al solito
albergo. Entrarono, e lui salutò il portiere italiano, come aveva fatto la sera in cui si erano conosciuti;
salirono nella stessa suite con vista sul fiume.
Terence accese un fiammifero, e solo allora Maria si rese conto che c'erano decine di candele sparse
ovunque. Lui iniziò ad accenderle.
"Che vuoi sapere? Per quale motivo sono così? Perché, se non mi sbaglio, hai particolarmente
apprezzato la serata che abbiamo trascorso insieme. Desideri conoscere il motivo per cui anche tu sei
così?"
"Sto pensando che in Brasile c'è una superstizione per cui non si devono accendere più di tre cose con
lo stesso fiammifero. E tu stai sfidandola."
L'uomo ignorò il commento.
"Tu sei come me. Non ti trovi qui per i mille franchi, ma per il senso di colpa e di dipendenza, per i tuoi
complessi e la tua insicurezza. Ma questo non è né un bene né un male: è la natura umana."
Prese il telecomando dei televisore e cambiò più volte canale, sino a sintonizzarsi su un notiziario, nel
quale si parlava dei profughi di una guerra.
"Guarda! Hai mai visto quei programmi dove la gente va a parlare dei propri problemi personali di
fronte a tutti? Ti sei mai fermata davanti a un'edicola a leggere i titoli dei giornali? Il mondo gioisce
nella sofferenza e nel dolore. È sadismo quando guardiamo, masochismo quando concludiamo che non
abbiamo bisogno di sape
re tutto ciò per essere felici. Eppure assistiamo alle tragedie altrui e, a volte, ne soffriamo."
L'uomo riempì due coppe di champagne, spense il televisore e continuò ad accendere le candele, senza
temere la superstizione di cui aveva parlato Maria.
"Lo ripeto: è la condizione umana. Da quando siamo stati cacciati dal paradiso, o soffriamo o facciamo
soffrire qualcuno, oppure assistiamo alla sofferenza degli altri. È qualcosa di incontrollabile."
Si udì un fragore di tuoni in lontananza: un forte temporale si stava avvicinando.
"Ma io non ci riesco," disse Maria. "A me sembra ridicolo pensare che tu sia il mio `maestro' e io la tua
schiava. Non abbiamo bisogno di nessun `teatro' per sperimentare la sofferenza. La vita ci offre infinite
opportunità."
Terence aveva acceso tutte le candele. Ne prese una e la mise al centro dei tavolo; poi mescé dell'altro
champagne, servendolo con caviale. Maria beveva rapidamente, pensando ai mille franchi che aveva
già nel portafogli, all'ignoto che la affascinava e la terrorizzava, al modo di controllare la paura. Sapeva
che, con quell'uomo, una serata non sarebbe mai stata uguale a un'altra - niente poteva minacciarlo.
"Siediti."
La voce suonava ora dolce, ora autoritaria. Maria obbedì, e un'ondata di calore le percorse il corpo.
Quell'ordine le era familiare, si sentì rassicurata.
"Teatro. Devo entrare nella rappresentazione."
Era bello ricevere ordini. Non bisognava pensare, ma soltanto obbedire. Supplicò per avere dell'altro
champagne, e lui le portò della vodka. Faceva effetto più rapidamente, liberava con maggiore facilità,
si sposava meglio con il caviale.
L'uomo aprì la bottiglia. Maria bevve praticamente da sola, mentre ascoltava i tuoni. Tutto contribuiva
al mo
mento perfetto, come se l'energia dei cieli e della terra mostrasse anche il suo lato violento.
A un certo punto, Terence prese una valigetta dall'armadio e la posò sul letto.
"Non ti muovere."
Maria rimase immobile. Lui aprì la valigetta e ne tirò fuori due paia di manette di metallo cromato.
"Siediti con le cosce aperte."
Lei obbedì: impotente per volontà propria, sottomessa perché lo desiderava. Si accorse che lui guardava
fra le sue gambe: poteva vederle le mutandine nere, le calze, le cosce; poteva immaginare i suoi peli, il
suo sesso.
"In piedi!"
Maria balzò su dalla sedia. Il suo corpo stentò a mantenersi in equilibrio, e lei si rese conto di essere più
ubriaca di quanto avesse immaginato.
"Non mi guardare. Abbassa la testa, porta rispetto al tuo padrone!"
Prima che lei potesse chinare il capo, dalla valigetta uscì una sottile frusta e schioccò nell'aria - come se
avesse vita propria.
"Bevi. Tieni la testa abbassata, ma bevi."
Le versò altri due, tre bicchieri di vodka. Ora non era soltanto una rappresentazione teatrale, ma la
realtà della vita: Maria non aveva alcun controllo. Si sentiva un o.!4.- etto, un semplice strumento e, per
quanto incredibile possa sembrare, quella sottomissione le dava un senso di completa libertà. Adesso
non era più la maestra: colei che insegna, colei che consola, colei che ascolta le confessioni, colei che
eccita. Di fronte al gigantesco potere di quell'uomo, era soltanto la ragazza di uno sperduto paese del
Brasile.
"Togliti i vestiti."
L'ordine fu deciso, privo di desiderio - eppure non c'era nulla di più erotico. Con il capo chino in segno
di deferenza, Maria si sbottonò il vestito e lo lasciò scivolare sul pavimento.
"Non ti stai comportando bene, sai?"
Di nuovo, la frusta schioccò nell'aria.
"Devi essere punita. Una ragazza della tua età, che osa contrariarmi! Dovresti essere in ginocchio
davanti a me!"
Maria fece per inginocchiarsi, ma la frusta la bloccò. Per la prima volta le sfiorava la carne, sulle
natiche. Avvertì un bruciore, ma non sembrava che avesse lasciato segni.
"Non ti ho detto di inginocchiarti, vero?" "No."
Di nuovo, la frusta le sfiorò i glutei. "Devi dire: `No, mio signore.`
Un'altra frustata. Ancora un bruciore. Per una frazione di secondo, pensò che avrebbe potuto
interrompere quel gioco immediatamente. Oppure scegliere di arrivare sino alla fine, non per denaro,
ma per ciò che lui aveva detto la prima volta - un essere umano conosce se stesso solo quando arriva ai
propri limiti.
Quella era una cosa nuova: era l`avventura". In seguito, avrebbe potuto decidere se intendeva
proseguire, ma in quell'istante non fu più la giovane che aveva tre obiettivi nella vita, che guadagnava
dei soldi con il proprio corpo, che aveva conosciuto un uomo con un caminetto e tante storie
interessanti da raccontare. Lì, lei non era nessuno - e, non essendo nessuno, era tutto ciò che sognava.
"Spogliati completamente e cammina, affinché io possa vederti."
Ancora una volta Maria obbedì, tenendo il capo chino, senza dire una sola parola. L'uomo che la stava
guardando era vestito, impassibile; non si trattava della stessa persona con cui aveva conversato dal
locale fino a quella stanza: era un Ulisse che veniva da Londra, un Teseo che arrivava dal cielo, un
sequestratore che invadeva la città più sicura del mondo - e aveva il cuore più arido della terra. Si sfilò
le mutandine e il reggiseno; si sentì indife
sa e, nel contempo, protetta. Di nuovo, la frusta schioccò nell'aria, stavolta senza sfiorarla.
"Tieni la testa bassa! Tu sei qui per essere umiliata, per sottometterti a tutto ciò che desidero, hai
capito?"
"Sl, signore."
Lui le afferrò le braccia e le bloccò i polsi con le manette.
"E le prenderai secche, finché non avrai imparato come comportarti."
Con la mano aperta, l'uomo le diede uno schiaffo su una natica. Maria gridò, questa volta di dolore.
"Ah, protesti? Be', allora vedrai com'è bello."
Prima che lei potesse reagire, un bavaglio di cuoio le serrò la bocca. Non le impediva di parlare poteva dire "giallo" o "rosso" -, ma sentiva che il suo destino era di permettere a quell'uomo di fare di
lei ciò che voleva, e non c'era modo di sottrarvisi. Era li nuda, imbavagliata, ammanettata, con la vodka
che le scorreva nelle vene.
Un'altra botta sulle natiche.
"Cammina, avanti e indietro."
Maria cominciò a camminare, obbedendo agli ordini: "Fermati", "Gira a destra", "Siediti", "Apri le
gambe". Ogni tanto, senza alcun motivo, veniva colpita da uno schiaffo e provava dolore, umiliazione ben più profonda e sorda del male -, e si sentiva trasportata in un mondo dove non esisteva altro. Si
trattava di una sensazione quasi religiosa: annullarsi totalmente, servire, perdere la cognizione dell'ego,
dei desideri, della propria volontà. Era completamente bagnata, eccitata, ma non capiva che cosa stesse
accadendo.
"Mettiti di nuovo in ginocchio!"
Maria continuava a tenere il capo chino, in segno di obbedienza e di umiltà, e dunque non riusciva a
vedere il resto della scena. Notava però che, in un altro universo, su un altro pianeta, quell'uomo
ansimava, stanco di far schioccare la frusta e di colpirla sulle natiche col palmo
della mano aperta, mentre lei si sentiva sempre più piena di forza e di energia. Ora non provava più
vergogna, non la disturbava mostrare quanto tutto ciò le piacesse: cominciò a gemere e chiese all'uomo
di toccarla sul sesso; ma lui, invece, la afferrò e la scagliò sul letto.
Con violenza - una violenza che non le avrebbe fatto alcun male -, le divaricò le gambe e gliele legò ai
due lati del letto. I polsi ammanettati dietro la schiena, le gambe aperte, il bavaglio sulla bocca... ma
quando l'avrebbe penetrata? Non si accorgeva che era già pronta? Che voleva servirlo; che era la sua
schiava, il suo animale, il suo oggetto; che avrebbe fatto qualsiasi cosa le avesse ordinato?
"Ti piacerebbe se ti spaccassi tutta?"
Lo vide mentre le avvicinava la punta della frusta al sesso. La fece scorrere avanti e indietro e, nel
momento in cui le toccò il clitoride, lei perse il controllo. La ragazza non sapeva da quanto tempo
fossero lì, o quante volte fosse stata colpita, ma all'improvviso sopraggiunse l'orgasmo, quell'orgasmo
che decine, centinaia di uomini, in tutti quei mesi, non erano mai riusciti a provocarle. Esplose una
luce. Lei sentì che stava entrando in una sorta di buco nero all'interno della propria anima, dove il
dolore intenso e la paura si fondevano con il piacere assoluto. Qualcosa la spingeva oltre di tutti i limiti
prima conosciuti, e Maria gemette, urlò con la voce soffocata dal bavaglio, si agitò sul letto, sentendo
che le manette le tagliavano i polsi e le cinghie di cuoio le indolenzivano le caviglie, si dibatté
furiosamente perché non poteva muoversi, gridò come non aveva mai fatto anche se aveva la bocca
parzialmente tappata e nessuno avrebbe potuto udirla. Erano il dolore e il piacere, la punta della fusta
che le premeva sul clitoride, sempre di più, e l'orgasmo che le fuoriusciva dalla bocca, dal sesso, dai
pori, dagli occhi, da ogni punto della pelle.
Entrò in una specie di trance e poi, pian piano, cominciò a scendere, sempre più in basso. Ormai non
aveva più la frusta fra le gambe; adesso c'erano solo i suoi capelli madidi di sudore e quelle mani
affettuose che le toglievano le manette e le liberavano i piedi dalle cinghie di cuoio.
Rimase lì, sdraiata, confusa, incapace di guardare l'uomo perché provava vergogna di se stessa, delle
proprie urla, del proprio orgasmo. Terence le accarezzava i capelli e, nel contempo, ansimava - ma il
piacere era stato soltanto suo: lui non aveva avuto alcun momento di estasi.
Il suo corpo nudo si strinse a quello dell'uomo completamente vestito, esausto dopo quell'infinità di
ordini, quelle ripetute grida, quell'assiduo controllo della situazione. Ora lei non sapeva che dire, come
continuare, ma si sentiva sicura, protetta, perché lui l'aveva invitata a spingersi fino a quella parte di sé
che non conosceva: era il suo protettore e il suo maestro.
Maria scoppiò a piangere, e Terence, pazientemente, attese che si riprendesse.
"Che cosa mi hai fatto?" disse Maria, fra le lacrime.
"Ciò che volevi che facessi."
Lei lo guardò e capì di avere disperatamente bisogno di lui.
"Io non ti ho forzato, né ti ho obbligato, né ti ho sentito dire: `Giallo.' Il mio unico potere era quello che
mi davi tu. Non esisteva alcun tipo di obbligo, di ricatto: c'era soltanto la tua volontà. Anche se tu fossi
stata una schiava e io il tuo signore, il mio unico potere era quello di spingerti verso la tua libertà."
Le manette. Le cinghie di cuoio ai piedi. Il bavaglio. L'umiliazione, più forte e più intensa del dolore.
Nonostante tutto ciò - aveva ragione lui -, Maria avvertiva una sensazione di libertà totale. Si sentiva
carica di energia e di vigore, ed era sorpresa di notare che l'uomo accanto a sé appariva esausto.
"Hai raggiunto l'orgasmo?"
"No," rispose lui. "Il signore è lì per forzare lo schiavo. Il piacere dello schiavo è la gioia del suo
signore."
Tutto ciò non aveva senso, perché non è questo che raccontano le storie, non avviene così nella vita
reale. Ma quello era un mondo fantastico, lei era piena di luce e lui sembrava opaco, esausto.
"Puoi andartene quando vuoi," disse Terence. "Non intendo affatto andarmene, voglio capire." "Non c'è
niente da capire."
Lei si alzò, sfavillante nella bellezza e nell'intensità della sua nudità, e versò due bicchieri di vino.
Accese due sigarette e gliene porse una. I ruoli si erano invertiti: lei era la padrona che serviva lo
schiavo, ricompensandolo per il piacere che le aveva procurato.
"Fra poco mi vestirò e me ne andrò. Ma prima vorrei parlare un po'."
"Non c'è niente di cui parlare. Era ciò che volevo, e tu sei stata meravigliosa. Ora sono stanco, domani
devo tornare a Londra."
Terence si sdraiò e chiuse gli occhi. La ragazza non sapeva se fingesse di dormire, ma non aveva
importanza. Assaporò la propria sigaretta, sorseggiò il bicchiere di vino con il viso accostato alla
finestra, guardando il lago e desiderando che qualcuno, sull'altra riva, la vedesse così: nuda, soddisfatta,
sicura.
Si vesti e uscì senza neppure salutare; era sicura di voler tornare.
Terence sentì sbattere la porta, aspettò per vedere se Maria tornasse con la scusa di aver dimenticato
qualcosa; solo qualche minuto dopo, si alzò e si accese un'altra sigaretta.
Aveva classe quella ragazza, pensò. Era riuscita a sopportare la frusta: il più comune, il più antico e il
minore dei supplizi. Per un attimo, si ricordò della prima volta
che aveva sperimentato quel misterioso rapporto fra due esseri che desiderano avvicinarsi, ma ci
riescono solo infliggendo e bramando la sofferenza.
Nel mondo, tutti i giorni, milioni di coppie praticavano inconsciamente l'arte del sadomasochismo.
Individui che si recavano al lavoro, rincasavano, si lagnavano di tutto, aggredivano o venivano
aggrediti dai coniugi, si sentivano meschini ma, profondamente legati alla propria infelicità, non
sapevano che bastava un gesto, un "addio" per liberarsi dell'oppressione. Tutto questo, Terence lo
aveva provato con la prima moglie, una famosa cantante inglese. Viveva tormentato dalla gelosia,
facendo scenate, trascorrendo le giornate sotto l'effetto dei calmanti e le notti ubriaco di liquori. Lei lo
amava, e non capiva perché si comportasse così. Anche Terence la amava, e non riusciva a
comprendere il proprio comportamento. Ma era come se l'agonia che uno infliggeva all'altra fosse
necessaria, fondamentale per la vita.
Una volta, un musicista che considerava alquanto strano perché sembrava fin troppo normale in
quell'ambiente di gente stravagante, dimenticò un libro nel suo studio di registrazione. La Venere in
pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch. Terence si mise a sfogliarlo e, a mano a mano che leggeva,
comprendeva meglio se stesso:
_ La bellissima donna si spogliò e prese una lunga frusta, con un piccolo cordone, che si legò al polso.
`Lo hai chiesto tu, " disse. `Perciò ti frusterò. "
`Fallo, "sussurrò il suo amante. "Ti imploro. "
Sua moglie si trovava al di là del divisorio di vetro della sala d'incisione e stava provando. Aveva
chiesto di chiudere il microfono che permetteva ai tecnici di ascoltare, ed era stata accontentata.
Terence aveva pensato che, in quel momento, magari stava concordando un appuntamento con il
pianista: fu allora che se ne rese
conto, lei lo stava portando alla follia. Tuttavia gli sembrava di essersi ormai abituato a soffrire e di non
poterne più fare a meno.
"Ti frusterò," diceva la donna nuda nel romanzo che aveva tra le mani. "Fallo, ti imploro."
Lui era un bell'uomo, e aveva un certo potere nella casa discografica. Perché doveva condurre una vita
del genere?
Perché gli piaceva. Meritava di soffrire, giacché la vita si era dimostrata prodiga nei suoi confronti; lui
non era degno di tutti quei doni - denaro, rispetto, fama. Riteneva che la carriera lo stesse conducendo a
un punto in cui avrebbe cominciato a essere dipendente dal successo, e questo lo spaventava, poiché
aveva già assistito alla rovina di tanta gente.
Terminò la lettura di quel libro. Poi lesse tutto ciò che gli capitava fra le mani sul misterioso legame fra
dolore e piacere. La moglie scoprì le cassette che noleggiava, i libri che nascondeva, e gli domandò
cosa stesse succedendo, se per caso non fosse malato. Terence le rispose di no: si trattava di una ricerca
per un video di un nuovo disco che lei avrebbe dovuto realizzare. E, quasi con noncuranza, suggerì:
"Forse dovremmo provare."
Provarono. All'inizio assai timidamente, limitandosi a seguire le indicazioni dei manuali che trovavano
nei sexshop. Pian piano, cominciarono a elaborare nuove tecniche, spingendosi ben oltre i limiti,
correndo dei rischi, ma sentendo che il matrimonio era di nuovo saldo. Erano complici di qualcosa di
nascosto, di proibito, di condannato.
La loro esperienza si trasformò in arte: crearono nuovi modelli, cuoio e borchie di metallo. La donna
entrava in scena con frusta, giarrettiere e stivali - e portava la platea al delirio. In Inghilterra il nuovo
disco arrivò al primo posto nella hit-parade e, da lì, prosegui la sua vittoriosa
ascesa in tutta Europa. Terence si stupiva del fatto che la gioventù accettasse i suoi deliri personali con
tanta naturalezza: la sua unica spiegazione era che, così, la violenza repressa poteva manifestarsi in
maniera intensa, ma inoffensiva.
La frusta divenne il simbolo della band, venne riprodotta su magliette, adesivi, cartoline e tatuaggi. La
formazione intellettuale di Terence lo spinse a ricercare l'origine di tutto ciò, per comprendere meglio
se stesso.
Quella pratica non risaliva ai penitenti che tentavano di allontanare la Peste Nera, come aveva detto alla
prostituta durante il loro primo incontro. Fin dalla notte dei tempi, l'uomo aveva capito che la
sofferenza, se affrontata senza timore, costituiva il passaporto verso la libertà.
Nelle civiltà dell'Egitto, di Roma e della Persia esisteva già la nozione secondo la quale il sacrificio di
un uomo può salvare il paese e il suo mondo. In Cina, se si verificava una catastrofe naturale, veniva
punito l'imperatore, poiché era il rappresentante della divinità sulla Terra. Nell'antica Grecia, i più
valorosi guerrieri di Sparta venivano frustati una volta all'anno, dall'alba al tramonto, in omaggio alla
dea Diana - mentre la folla urlava parole di incitamento, chiedendo loro di sopportare con dignità il
dolore, perché li avrebbe preparati alla realtà delle guerre. Alla fine della giornata, i sacerdoti
esaminavano le ferite sulle spalle dei guerrieri e, attraverso di esse, predicevano il futuro della città.
I Padri del Deserto, un'antica comunità cristiana del IV secolo che si riuniva nei pressi di un monastero
di Alessandria, usavano la flagellazione per allontanare i dèmoni, e per dimostrare l'inutilità del corpo
nella ricerca spirituale. Le vite dei santi erano costellate di esempi: Santa Rosa correva in un giardino
dove i rovi le ferivano la carne, San Domenico Loricato si frustava tutte le sere
prima di addormentarsi, i martiri si consegnavano volontariamente alla lenta morte sulla croce o alle
fauci delle fiere. Tutti dicevano che il dolore, una volta superato, era in grado di condurre all'estasi
divina. (Alcuni studi recenti, non confermati, hanno indicato che nelle ferite si sviluppa un fungo dalle
proprietà allucinogene, che provoca le visioni.) Sembrava che il piacere fosse tale che ben presto la
pratica uscì dai conventi e si diffuse nel mondo.
Nel 1718, fu pubblicato il Trattato di autoflagellazione, che insegnava a scoprire il piacere attraverso il
dolore, senza causare alcun danno al corpo. Alla fine di quel secolo, in centinaia di luoghi in tutta
l'Europa le persone soffrivano per raggiungere la gioia. Esistono testimonianze di re e principesse che
si facevano flagellare dai loro schiavi, fino a scoprire che il piacere consisteva non solo nel ricevere,
ma anche nell'arrecare dolore (per quanto fosse meno completo e meno gratificante).
Mentre fumava una sigaretta, Terence provava un certo piacere nel sapere che la maggior parte
dell'umanità non avrebbe mai potuto comprendere ciò che stava pensando.
Meglio così: era bello appartenere a una cerchia ristretta, cui avevano accesso solo gli eletti. Di nuovo,
si rammentò del modo in cui il tormento di essere sposato si fosse trasformato in meraviglia. Sua
moglie sapeva che si recava a Ginevra con quell'unico scopo, e non ne era turbata - anzi, in questo
mondo malato, era felice perché il marito otteneva la ricompensa desiderata dopo una settimana di duro
lavoro.
La giovane che era appena uscita dalla sua stanza aveva capito tutto. Lui sentiva di esserle vicino con
l'anima, anche se non era ancora pronto per innamorarsi, perché amava sua moglie. Comunque gli
piacque pensare di essere libero e di poter sognare un nuovo rapporto.
Adesso doveva solo farle affrontare la prova più difficile: trasformarla nella Venere castigatrice in
pelliccia, nella Dominatrice, nella Signora capace di umiliare e punire senza pietà. Se avesse superato
la prova, sarebbe stato pronto ad aprirle il proprio cuore e a lasciarla entrare.
Dal diario di Maria, ancora ubriaca di vodka e di piacere:
Quando non ho avuto più nulla da perdere, ho ricevuto tutto. Quando ho smesso di essere chi ero, ho
incontrato me stessa.
Quando ho conosciuto l'umiliazione e la sottomissione totale, sono stata libera. Non so se sono malata,
se è stato un sogno, o se accade una volta sola. So che posso vivere senza tutto ciò, ma io vorrei
incontrarlo di nuovo, ripetere l'esperienza, spingermi oltre il punto in cui sono arrivata.
Avevo paura del dolore, anche se non era forte quanto l'umiliazione - era solo un pretesto. Nel
momento in cui ho avuto il primo orgasmo dopo molti mesi, nonostante i molti uomini e le molte cose
diverse che hanno fatto con il mio corpo, mi sono sentita - è mai possibile? -più vicina a Dio.
Mi sono ricordata quello che lui ha detto sulla Peste Nera, sul momento in cui i flagellanti, nell'offrire il
proprio dolore per la salvezza dell'umanità, scoprirono il piacere. Io non volevo salvare né l'umanità, né
lui, né me stessa. Semplicemente mi trovavo lì.
Il sesso è l'arte di controllare la mancanza di controllo.
Non era un teatro: si trovavano davvero nella stazione ferroviaria, come aveva chiesto Maria, a cui
piaceva la pizza che facevano li. Non c'era niente di male nell'essere un po' capricciosa. Ralf sarebbe
dovuto arrivare un giorno prima, quando lei era ancora una donna in cerca di amore, di fuoco, di vino,
di desiderio. Ma la vita aveva scelto diversamente. E lei aveva trascorso quell'intera giornata senza dover ricorrere al suo esercizio per concentrarsi sui suoni e sul presente, semplicemente perché non aveva
più pensato a lui: aveva scoperto cose che le interessavano di più.
Come comportarsi con quell'uomo che, al suo fianco, stava mangiando una pizza che forse non gli
piaceva, soltanto per far passare il tempo in attesa di andare insieme a casa? Quando era entrato nel
locale e le aveva offerto un drink, Maria aveva pensato di dirgli che non le interessava più, di
suggerirgli di cercarsi un'altra, ma aveva un enorme bisogno di parlare con qualcuno della notte precedente.
Aveva provato a farlo con alcune delle prostitute che intrattenevano i "clienti speciali": nessuna, però,
le aveva prestato attenzione, perché Maria era furba, imparava rapidamente e stava diventando un
grosso pericolo per le altre ragazze del Copacabana. Fra tutti gli uomini che conosceva, Ralf Hart era
forse l'unico che poteva capirla, poiché Milan lo considerava un "cliente speciale". Ma lui la guardava
con gli occhi illuminati dall'amore, e questo rendeva le cose più difficili. Meglio non dire niente.
"Che cosa mi dici del dolore, della sofferenza e del piacere intenso?"
Ancora una volta, non era riuscita a controllarsi.
Ralf, che stava mangiando la pizza, si bloccò. "So tutto. E non m'interessa affatto."
Era stata una risposta rapida, e Maria ne fu colpita. Al
lora, tutti sapevano tutto, tranne lei? Che razza di mon
do era, mio Dio?
"Ho conosciuto i miei demoni e le mie tenebre," proseguì Ralf. "Sono arrivato al fondo, ho provato
tutto, e non solo in questo campo, anche in molti altri. Eppure, l'ultima volta che ci siamo incontrati, ho
raggiunto i miei limiti attraverso il desiderio, e non tramite il dolore. Mi sono immerso nel profondo
della mia anima, e adesso so che voglio ancora delle cose belle, le tante cose splendide di questa vita."
Poi avverti l'impulso di aggiungere: "E una di queste sei tu. Ti prego, non proseguire su questa strada",
ma non ne ebbe il coraggio. Chiamò invece un taxi e disse all'autista di condurli in riva al lago - dove,
il giorno in cui si erano conosciuti, un'eternità prima, avevano passeggiato insieme. Maria si stupì della
richiesta, tuttavia rimase in silenzio: l'istinto le diceva che aveva molto da perdere, sebbene la sua
mente fosse ancora ubriaca per quanto era accaduto la sera precedente.
Si ridestò dalla passività soltanto quando arrivarono nel giardino che costeggiava il lago. Benché fosse
ancora estate, la sera cominciava già a rinfrescare.
"Che facciamo qui?" domandò lei, quando scesero dall'auto. "C'è molto vento, mi prenderò un
raffreddore."
"Ho pensato molto a quanto hai detto alla stazione. Sofferenza e piacere. Togliti le scarpe."
La ragazza si ricordò che, una volta, uno dei suoi clienti le aveva chiesto la stessa cosa e si era eccitato
soltanto guardandole i piedi. Forse che l`avventura" la rendeva inquieta, adesso?
"Prenderò un raffreddore," insistette.
'Fa' quello che ti dico," ribatté lui. "Non prenderai nessun raffreddore, se non ci tratterremo a lungo.
Credimi, come io credo in te."
Senza alcuna ragione apparente, Maria capì che in quel momento l'uomo voleva aiutarla. Forse perché
aveva già bevuto a una fonte tanto amara e pensava che lei stesse correndo lo stesso rischio. Ma la
ragazza non voleva essere aiutata. Era felice del suo nuovo mondo, dove aveva scoperto che la
sofferenza non era più un problema. Pensò invece al suo paese, all'impossibilità di trovare un
compagno con cui condividere questo universo differente, e siccome il Brasile era la cosa più
importante della sua vita, si tolse le scarpe. Il terreno era coperto di sassolini che le strapparono le calze
- ma non importava, ne avrebbe comprate altre.
"Togliti la giacca."
Avrebbe potuto rispondere di no, ma dalla sera precedente si era già abituata alla gioia di poter dire di
sì a tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Si tolse la giacca. Il suo corpo, ancora caldo, non reagì
subito: a poco a poco, però, il freddo cominciò a disturbarla.
"Ora, camminiamo. E parliamo."
"Qui non è possibile: il terreno è pieno di sassi."
"Proprio per questo devi camminare. Voglio che tu senta questi sassi, che ti feriscano, che ti facciano
male, così avrai sperimentato, come ho già fatto io, la sofferenza combinata con il piacere. Devo
strappare il dolore dalla tua anima."
Maria sentì l'impulso di dire: "Non ce n'è bisogno, a me piace", ma tacque. Iniziò a camminare senza
fretta, i piedi cominciarono a bruciarle, per il freddo e i sassi taglienti.
"Una delle mie mostre mi ha portato in Giappone, proprio mentre ero totalmente coinvolto in quello
che hai definito un insieme di `sofferenza, umiliazione e piacere intenso'. A quell'epoca, credevo che
non esistesse
una via di ritorno, che sarei caduto sempre più in basso, e nella vita non mi restasse altro che la volontà
di punire ed essere punito.
"Dopo tutto, siamo esseri umani, nasciamo già con la nostra colpa, proviamo paura quando la felicità
diviene possibile e moriamo con il desiderio di castigare gli altri, poiché ci sentiamo sempre impotenti,
prevaricati e infelici. Pagare per i tuoi peccati e poter castigare i peccatori, non è forse una delizia? Sì, è
bellissimo."
Maria camminava. Il dolore e il freddo le rendevano difficile prestare attenzione alle parole di Ralf, ma
lei si sforzava.
"Oggi ho notato quei segni sui tuoi polsi."
Le manette. Si era messa qualche braccialetto per nasconderli, ma gli occhi allenati riconoscono sempre
ciò che cercano.
"Be', se quanto hai provato recentemente ti sta conducendo a questo passo, non sarò io a impedirtelo.
Tutto questo, però, non ha alcun rapporto con la vita vera."
"Quale passo?"
"Dolore e piacere. Sadismo e masochismo. Chiamali come vuoi. Se sei convinta che il tuo cammino sia
questo, io soffrirò, rammenterò il desiderio, i nostri incontri, la passeggiata lungo il Cammino di
Santiago, la tua luce. Custodirò la penna in un luogo speciale, e ogni volta che accenderò quel
caminetto mi ricorderò di te. Ma non ti cercherò più."
Maria ne fu spaventata, pensò che fosse giunto il momento di arretrare, di dire la verità, di smettere di
fingere che ne sapeva più di lui.
"Quello che ho sperimentato di recente - o, più esattamente, proprio ieri -, non lo avevo mai provato. E
mi spaventa che, al limite della degradazione, io possa trovare me stessa."
Le stava diventando difficile continuare a parlare: batteva i denti per il freddo e le facevano male i
piedi.
"Alla mia mostra, in una regione chiamata Kumano, si presentò un taglialegna," proseguì Ralf, come se
non avesse udito ciò che la ragazza aveva detto. "I miei quadri non gli piacquero, tuttavia riuscì a
decifrare, attraverso la pittura, quello che stavo vivendo e sperimentando. Il giorno seguente, mi cercò
in albergo e mi domandò se ero felice. Se lo fossi stato, avrei dovuto continuare a fare ciò che mi
piaceva. In caso contrario, mi sarebbe convenuto seguirlo e trascorrere qualche giorno con lui.
"Mi fece camminare sui sassi, come ora io sto facendo con te. Mi fece patire il freddo. Mi costrinse a
capire la bellezza del dolore: ma di un dolore inferto dalla natura, non dall'uomo. Lui lo chiamava
Shugen-do: era una pratica millenaria.
"Mi disse di essere un uomo che non temeva il dolore, e questo era un bene, perché per dominare
l'anima bisogna imparare a dominare il corpo. Mi disse anche che stavo usando il dolore in maniera
sbagliata, e questo era un grosso male.
"Quel taglialegna ignorante pensava di conoscermi meglio di quanto non mi conoscessi io, e ciò mi
irritava e, nel contempo, mi rendeva orgoglioso di sapere che i miei quadri erano in grado di esprimere
esattamente quello che sentivo."
Maria si accorse che un sasso più aguzzo le aveva ferito il piede; adesso il freddo era più intenso, il suo
corpo scivolava nel torpore, e lei non riusciva a seguire le parole di Ralf. Perché gli uomini, in questo
santo mondo di Dio, erano interessati a mostrarle solo il dolore? Il dolore sacro, il dolore unito al
piacere, il dolore con o senza spiegazioni: ma sempre il dolore, il dolore...
Il piede ferito sfiorò un altro sasso, lei soffocò un grido e proseguì. All'inizio, aveva cercato di
mantenere la propria integrità, il proprio autocontrollo, ciò che lui definiva "luce". Ora stava
camminando lentamente, mentre lo stomaco e il pensiero erano in subbuglio: credette di es
sere sul punto di vomitare. Pensò di fermarsi - niente di tutto questo aveva un senso -, ma continuò.
Non si fermò per rispetto di se stessa. Avrebbe potuto sopportare quel cammino a piedi scalzi per
quanto fosse necessario, giacché non sarebbe durato all'infinito. Poi, all'improvviso, un altro pensiero
attraversò lo spazio: e se il giorno dopo non fosse potuta andare al Copacabana per qualche problema
serio ai piedi, o magari per la febbre causata dal raffreddore che, ne era sicura, avrebbe aggredito il suo
corpo poco coperto? Pensò ai clienti che l'aspettavano, a Milan che riponeva tanta fiducia in lei, al
denaro che non avrebbe guadagnato, all'azienda agricola, ai genitori orgogliosi. Subito dopo, però, la
sofferenza allontanò ogni riflessione: decise di continuare a mettere un piede davanti all'altro,
desiderando ardentemente che Ralf Hart apprezzasse il suo sforzo e le dicesse di fermarsi, di infilarsi le
scarpe.
L'uomo, invece, si mostrò indifferente, lontano, come se quello fosse l'unico modo per liberarla da
qualcosa che Maria non conosceva, ma che la seduceva, e che avrebbe finito per lasciare qualche segno
più profondo delle manette. Comprendeva che lui stava cercando di aiutarla, e si sforzava di proseguire
e palesargli la luce della sua forza di volontà, ma il dolore non le consentiva alcun pensiero, nobile o
banale: esisteva soltanto il male che occupava tutto lo spazio, la spaventava e la obbligava a pensare
che aveva un limite, e che non l'avrebbe mai raggiunto.
Ma fece un passo.
E poi un altro.
Adesso era come se il dolore le stesse invadendo l'anima e la indebolisse spiritualmente, perché
esisteva una grande differenza tra rappresentare una scena in un albergo a cinque stelle, nuda, con
vodka e caviale, e una frusta tra le gambe, e trovarsi al freddo, scalza, coi sassi che le ferivano i piedi.
Maria era disorientata, non riu
sciva a scambiare una sola parola con quell'uomo: l'unica cosa presente nel suo universo erano i
sassolini taglienti che segnavano il sentiero fra gli alberi.
Poi, nel momento in cui pensò di rinunciare, uno strano sentimento la pervase: aveva raggiunto il
limite, oltre il quale c'era uno spazio vuoto, in cui lei sembrava fluttuare al di sopra di se stessa e
ignorare tutto ciò che stava sentendo. Era forse questa la sensazione che provavano i penitenti? All'altro
estremo del dolore, scopriva una porta che conduceva a un diverso livello di coscienza, dove c'era
posto soltanto per la natura implacabile - e anche per lei, ormai invincibile.
Intorno, tutto si trasformò in un sogno: il giardino poco illuminato, il lago scuro, l'uomo silenzioso,
qualche coppia che passeggiava senza accorgersi che lei era scalza e camminava con difficoltà. Non
sapeva se si trattasse di freddo o di sofferenza, ma all'improvviso cessò di percepire il proprio corpo e
scivolò in uno stato nel quale non esisteva né desiderio né paura, ma solo una "misteriosa" - come
avrebbe potuto definirla altrimenti? -, una "misteriosa pace". L'estremo del dolore non costituiva il suo
limite. Poteva oltrepassarlo.
Pensò a tutti gli esseri umani che soffrivano senza averlo chiesto, mentre in quel momento era lei a
provocare la propria sofferenza. Ma tutto ciò non aveva più importanza: aveva attraversato le frontiere
del corpo e ora le rimaneva solo l'anima, la "luce", una sorta di vuoto che qualcuno, un giorno, chiamò
"paradiso". Riusciamo a dimenticare certe sofferenze soltanto quando possiamo fluttuare al di sopra dei
nostri dolori.
La cosa successiva di cui più tardi si ricordò fu Ralf che la prendeva in braccio, che si toglieva il
giubbotto e glielo metteva sulle spalle. Doveva essere svenuta per il freddo, ma poco importava: era
felice, non aveva paura. Aveva vinto. Non si era umiliata di fronte a quell'uomo.
minuti si trasformarono in ore. Maria doveva essersi addormentata fra le sue braccia perché, quando si
svegliò, benché non fosse ancora notte, si trovava in una stanza con un televisore in un angolo, e
nient'altro. Bianco, vuoto.
Ralf comparve con una tazza di cioccolata calda. "Tutto bene?" disse. "Sei arrivata dove dovevi arriva
re.
"Non voglio la cioccolata, preferisco del vino. E voglio scendere nel nostro posto, con il caminetto e i
libri sparsi ovunque."
Aveva detto il "nostro posto": non era quanto aveva pianificato.
La ragazza si guardò i piedi. Tranne un piccolo taglio, c'era solo qualche segno rosso, che sarebbe
scomparso in poche ore. Con una certa difficoltà, scese le scale senza prestare una particolare
attenzione a nulla. Si diresse verso il "suo angolo", sul tappeto accanto al caminetto - aveva scoperto
che quando si metteva lì si sentiva bene, come se fosse il "suo luogo" in quella casa.
"Quel famoso taglialegna mi disse che, quando si fa un certo tipo di esercizio fisico, quando si chiede il
massimo al proprio corpo, la mente acquisisce una strana forza spirituale, che si collega con la `luce'
che ho visto in te. Cosa hai provato? Cosa hai capito? "
"Che il dolore è amico della donna." "Ecco il pericolo."
"Che il dolore ha un limite."
"Ed ecco la salvezza. Non dimenticarlo."
La mente di Maria era ancora confusa. Lei aveva provato quella "pace" quando era andata oltre il suo
limite. Ralf le aveva mostrato un altro tipo di sofferenza, e anche questo le aveva provocato uno strano
piacere.
L'uomo prese una grande cartella e l'aprì davanti a lei. Erano disegni.
"La storia della prostituzione. Me l'hai chiesta tu, velatamente, quando ci siamo incontrati."
Era vero: ma si trattava soltanto di una maniera per passare il tempo, per rendersi interessante. Ora non
aveva la minima importanza.
"In tutti questi giorni, ho navigato in un mare sconosciuto. Non immaginavo che ci fosse una storia:
pensavo solo che fosse la professione più antica del mondo, come si suol dire. Invece esiste una storia:
anzi, due."
"E questi disegni?"
Ralf Hart sembrò piuttosto deluso per il fatto che lei non riuscisse a comprenderlo, ma si controllò e
proseguì:
"È quanto ho messo sulla carta mentre leggevo, ricercavo, apprendevo."
"Ne parleremo un altro giorno. Oggi non intendo cambiare argomento: voglio capire il dolore."
"L'hai sperimentato ieri, e hai scoperto che conduce al piacere. L'hai provato oggi, e hai trovato la pace.
Perciò ti dico: non abituarti, perché è assai facile vivere con il dolore, è una droga potente, presente nel
nostro quotidiano, nella sofferenza nascosta, nelle rinunce che facciamo, quando diamo la colpa
all'amore per la sconfitta dei nostri sogni. Il dolore spaventa allorché mostra la sua vera faccia, ma è
seducente quando si ammanta di sacrificio, di rinuncia. O di vigliaccheria. L'essere umano, per quanto
lo rigetti, trova sempre una maniera per stare in sua compagnia, per corteggiarlo, per fare in modo che
sia parte della propria vita."
"Non ci credo. Nessuno desidera soffrire."
"Se riuscirai a capire che è possibile vivere senza sofferenza, sarà già un grande passo. Ma non credere
che altri ti comprenderanno. Nessuno desidera soffrire, eppure quasi tutti ricercano il dolore e il
sacrificio, e allora si sentono giustificati, puri e meritevoli del rispetto dei figli, dei mariti, dei prossimo,
di Dio. Ma adesso non pensiamoci: sappi soltanto che non è la ricerca del piacere a far muovere il
mondo, ma la rinuncia a tutto ciò che si reputa importante.
"Il soldato va forse in guerra per ammazzare il nemico? No, va a morire per la patria. Alla moglie piace
mostrare al marito quanto sia contenta? No, vuole che veda quanto gli è devota, quanto soffre perché
lui sia felice. Il marito si reca al lavoro pensando di arrivare alla propria realizzazione personale? No,
versa il sudore e le lacrime per il bene della famiglia. E via così: figli che rinunciano ai propri sogni per
accontentare i genitori, genitori che sacrificano la loro vita per soddisfare i figli, dolore e sofferenza che
giustificano ciò che dovrebbe arrecare solo gioia: l'amore."
"Basta."
Ralf si interruppe. Era il momento di cambiare argomento, così cominciò a mostrarle i disegni.
All'inizio, tutto le sembrò confuso: c'erano alcune figure umane abbozzate, ma anche scarabocchi,
colori, tratti nervosi o geometrici. A poco a poco, però, Maria cominciò a seguire ciò che lui stava
dicendo, perché ogni sua parola era accompagnata da un gesto della mano, e ogni frase la faceva
entrare in quel mondo di cui fino ad allora aveva negato di far parte - ripetendosi che si trattava solo di
un periodo della sua vita, di un modo per guadagnare dei soldi, e nient'altro.
"Sì, ho scoperto che non esiste un'unica storia della prostituzione, bensì due. Conosci benissimo la
prima, perché è anche la tua: una bella ragazza - per varie ra
gioni che ha scelto, o che hanno scelto per lei - scopre che l'unica maniera di sopravvivere è vendere il
proprio corpo. Alcune prostitute finiscono per dominare intere nazioni, come Messalina con Roma;
altre si trasformano in miti, come Madame Du Barry; altre ancora corteggiano sia l'avventura che la
sventura, come la spia Mata Hari. La maggior parte di esse, però, non affronterà mai un momento di
gloria o una grande sfida: saranno sempre ragazze di cittadine sperdute in cerca di fama, di avventura,
di un marito, e finiranno per scoprire una realtà differente, vi s'immergeranno per qualche tempo, si
abitueranno, crederanno di poter controllare sempre tutto e tutti, e non riusciranno più a fare altro.
"Gli artisti seguitano a realizzare sculture e quadri, o a scrivere i libri, da più di tremila anni. Allo
stesso modo, il lavoro delle prostitute è continuato nel corso dei secoli come se non ci fossero stati
grandi cambiamenti. Vuoi altri dettagli?"
Maria annuì. Doveva guadagnare tempo, capire il dolore. Cominciava ad avere la sensazione che
qualcosa di terribile fosse uscito dal suo corpo mentre camminava nel parco.
"Compaiono prostitute nei testi classici, nei geroglifici egizi, nelle scritture sumere, nell'Antico e nel
Nuovo Testamento. Tuttavia la professione cominciò a essere codificata solo nel VI secolo a.C.,
quando il legislatore Solone, in Grecia, istituì i bordelli controllati dallo stato e iniziò la riscossione di
imposte sul `commercio della carne'. Gli uomini d'affari ateniesi se ne rallegrarono perché, in tal modo,
ciò che prima era proibito divenne legale. Per quanto riguarda le prostitute, esse vennero classificate
sulla base delle imposte che pagavano.
"La più economica veniva chiamata pornai, ed era la schiava appartenente ai padroni del locale. C'era
poi la peripatetica, che si procacciava i clienti per strada. Infine,
al più alto livello di prezzo e di qualità, si trovava la haetera, la `compagnia femminile', che seguiva gli
uomini d'affari nei viaggi, frequentava i bei ristoranti, ed era padrona del proprio denaro, dava consigli,
arrivava a interferire nella vita politica della città. Come vedi, quanto accadeva ieri, avviene ancora
oggi."
"Nel Medio Evo, per via delle malattie sessualmente trasmissibili..."
Silenzio, paura dei raffreddore, calore del caminetto - ora necessario per riscaldare il corpo e l'anima.
Maria non voleva sentire altro di quella storia: aveva la sensazione che il mondo si fosse fermato, che
ogni cosa si ripetesse, e che l'uomo non avrebbe mai saputo dare al sesso il rispetto che meritava.
"Non sembri interessata."
La ragazza si sforzò di mostrare attenzione. In fin dei conti, era l'uomo al quale aveva deciso di dare il
proprio cuore - per quanto adesso non ne fosse più molto sicura.
"Quello che già conosco non m'interessa. Mi rattrista. Hai detto, però, che c'era un'altra storia."
"L'altra storia racconta esattamente l'opposto: narra della prostituzione sacra."
All'improvviso, Maria era uscita dal suo stato di torpore e lo ascoltava attenta. Prostituzione sacra?
Guadagnare denaro con il sesso e, inoltre, riuscire ad avvicinarsi a Dio?
"Lo storico greco Erodoto scrive al riguardo di Babilonia: `Esiste in quel luogo un costume alquanto
strano: ogni donna nata in Sumeria è obbligata, perlomeno una volta nella vita, a recarsi al tempio della
dea Ishtar e a offrire il proprio corpo - per un prezzo simbolico - a uno sconosciuto, quale segno di
ospitalità.`
Avrebbe dovuto domandargli chi fosse quella dea. Forse avrebbe potuto aiutarla a recuperare qualcosa
di ignoto che lei aveva perduto."
"L'influenza della dea Ishtar si diffuse in tutto il Medio Oriente, raggiungendo la Sardegna, la Sicilia e i
porti del Mediterraneo. In seguito, durante l'Impero Romano, il culto di un'altra dea, Vesta, richiedeva
la verginità o l'abbandono totale. Per mantenere acceso il fuoco sacro, le ancelle del suo tempio si
incaricavano di iniziare i giovani e i re nel cammino della sessualità: cantavano inni erotici, entravano
in trance e consegnavano la loro estasi all'universo, in una sorta di comunione con la divinità."
Ralf Hart le mostrò le fotocopie di alcuni scritti antichi, con la traduzione in tedesco a piè di pagina.
Declamò lentamente, traducendo ogni verso:
Quando sono seduta sulla soglia di una taverna, Io, Ishtar, la dea,
Sono prostituta, madre, sposa e divinità. Sono ciò che si chiama Vita Benché voi la chiamiate Morte.
Sono ciò che si chiama Legge Benché voi la chiamiate Emarginata. Io sono ciò che voi cercate E quello
che avete ottenuto. Io sono ciò che avete di so E ora raccogliete i miei pezzi.
Maria scoppiò in singhiozzi, e Ralf Hart rise: la sua energia vitale stava comparendo di nuovo, la "luce"
ricominciava a brillare. Era meglio proseguire nella storia, mostrarle i disegni, farla sentire amata.
"Nessuno sa perché la prostituzione sacra sia scomparsa dopo essere durata almeno due millenni. Forse
a causa delle malattie, o di una società che cambiò le regole quando furono mutate le religioni.
Insomma, tutto ciò ormai non esiste e non esisterà più. Oggi, gli uomini controllano il mondo, e il
termine `prostituta' serve sol
tanto a creare un marchio e a definire qualsiasi donna che si ponga al di fuori delle regole."
"Puoi venire al Copacabana domani?"
Ralf non capì la domanda, ma rispose immediatamente di sì.
Dal diario di Maria, la sera in cui camminò a piedi nudi nel Giardino Inglese di Ginevra:
Non mi interessa se in passato fosse sacro o no, ma IO
ODIO CIÒ CHE FACCIO. Sta distruggendo la mia ani
ma, mi sta facendo perdere il contatto con me stessa, mi sta insegnando che il dolore è una ricompensa,
che il denaro compra e giustifica tutto.
Intorno a me nessuno è felice. I clienti sanno che sono obbligati a pagare per quello che dovrebbero
avere gratuitamente, e questo è deprimente. Le donne sanno che hanno bisogno di vendere ciò che
vorrebbero dare solo per piacere e affetto, e questo è distruttivo. Ho lottato a lungo prima di scrivere
tutto ciò, di accettare che ero infelice, scontenta - avevo e ho tuttora bisogno di resistere qualche altra
settimana.
Adesso, però, non riesco più a essere tranquilla, a fingere che tutto sia normale, che si tratti di un
periodo, di un'epoca della mia vita. Voglio dimenticare, ho bisogno di amare - solo questo: ho bisogno
di amare.
La vita è breve, oppure è troppo lunga perché io possa concedermi il lusso di viverla così male.
(21Von è la casa di lui. Non è nemmeno la sua casa. Non è né il Brasile né la Svizzera, ma un albergo che si può trovare in qualsiasi parte del mondo, sempre con un arredamento identico e quell'atmosfera
che pretende di essere familiare, rendendolo così ancora più impersonale.
Non è più quell'albergo con la bella vista sul lago, il ricordo del dolore, della sofferenza, dell'estasi. Le
sue finestre si affacciano sul Cammino di Santiago, una via di pellegrinaggio ma non di penitenza, un
luogo dove le persone si incontrano nei bar sul ciglio della strada, scoprono la "luce", chiacchierano,
diventano amiche, si innamorano. Sta piovendo e, a quest'ora della notte lungo quella via non transita
nessuno, ma lì c'è passata gente per anni, per decenni, per secoli. Forse il Cammino ha bisogno di
respirare, di riposare dopo gli innumerevoli passi che ogni giorno vi si trascinano.
Spegnere la luce. Chiudere le tende.
Chiedergli di togliermi i vestiti, di levarsi i suoi. L'oscurità fisica non è mai totale, e quando gli occhi si
sono abituati, riuscire a scorgere, stagliata in una fioca luce che penetra da chissà dove, la figura
dell'uomo. Quando si erano incontrati la volta precedente, solo lei aveva denudato una parte del suo
corpo.
Prendere due fazzoletti, ben piegati, lavati e ripetutamente sciacquati, perché non resti alcuna traccia di
profumo né di sapone. Avvicinarsi a lui e chiedergli che si bendi gli occhi. L'uomo esita per un istante,
e fa qualche
accenno all'inferno attraverso cui è già passato. La ragazza dice che, no, non si tratta di questo: ha
bisogno soltanto dell'oscurità totale, perché ora tocca a lei fornirgli qualche insegnamento, come ieri lui
le ha insegnato il dolore. L'uomo si abbandona, si mette la benda. Lei fa la stessa cosa. Ora non esiste
più alcuna lama di luce, l'oscurità è totale, hanno bisogno l'uno della mano dell'altra per raggiungere il
letto.
"No, non dobbiamo sdraiarci. Sediamoci come abbiamo sempre fatto, uno di fronte all'altra, soltanto
più vicini, cosicché le mie ginocchia tocchino le tue."
Lei aveva sempre desiderato farlo. Ma non aveva mai avuto l'elemento indispensabile: il tempo. Né con
il suo primo ragazzo, né con l'uomo che l'aveva penetrata la prima volta. Né con l'arabo che l'aveva
pagata mille franchi, forse aspettandosi più di quanto fosse capace di dare - anche se mille franchi non
sarebbero stati sufficienti per comprare ciò che lui desiderava. E neppure con i molti uomini che si
erano avvicendati sopra il suo corpo, che erano entrati e usciti tra le sue gambe: talvolta pensando solo
a se stessi, talaltra preoccupandosi anche di lei, alcune volte con sogni romantici, altre spinti unicamente dall'istinto di ripetere un gesto perché gli era stato detto che un uomo si comporta proprio così, e
se non agisce in quel modo non può dirsi uomo.
Si ricorda del diario. È stufa, desidera che le settimane che deve ancora trascorrere in Svizzera passino
rapidamente, e perciò si abbandona a quest'uomo, perché lì risiede la luce del suo stesso amore. Il
peccato originale non fu la mela che Eva mangiò, ma il credere che Adamo avesse bisogno di
condividere quello che aveva provato la donna. Eva aveva paura di proseguire nel suo cammino senza
un aiuto, e così volle condividere ciò che sentiva.
Alcune cose, però, non si condividono. Non dobbiamo aver timore degli oceani in cui c'immergiamo
volontariamente: la paura ostacola il gioco di tutti. L'essere umano
attraversa gli inferni per capirlo. Amiamoci l'un l'altro, ma non tentiamo di possederci l'un l'altro.
`Io amo l'uomo che è qui davanti a me perché non lo posseggo, così come lui non possiede me. Nel
nostro concederci siamo liberi: devo ripeterlo decine, centinaia, milioni di volte, sino a quando finirò
per credere alle mie stesse parole.'
Per un attimo, Maria pensa alle prostitute che lavorano con lei. Pensa a sua madre, alle sue amiche.
Tutte sono convinte che l'uomo desideri solo undici minuti al giorno, e che per questo paghi un
mucchio di soldi. No, non è così. L'uomo è anche una donna. Desidera incontrare un altro essere, dare
un significato alla propria vita.
Chissà, forse anche sua madre si comporta come lei, fingendo di avere l'orgasmo con il marito? O non
sarà, invece, che nell'interno del Brasile a una donna è ancora proibito dimostrare di raggiungere il
piacere nel sesso? Lei sa così poco della vita, dell'amore, e ora - con gli occhi bendati e l'intero tempo
del mondo a disposizione - sta scoprendo le origini di ogni cosa - e tutto comincia dove e come lei
vorrebbe che fosse iniziato.
Il contatto. Dimentica le prostitute, i clienti, la madre e il padre. Ora è avvolta da un buio totale. Ha
passato tutto il pomeriggio alla ricerca di ciò che avrebbe potuto dare a un uomo che le aveva restituito
la dignità, facendole comprendere che perseguire la gioia è assai più importante del bisogno del dolore.
`Io vorrei dargli la felicità di insegnarmi qualcosa di nuovo, come ieri lui mi ha edotto sulla sofferenza,
le peripatetiche, le prostitute sacre. È felice quando può insegnarmi qualcosa, e allora che mi faccia
apprendere, che mi guidi. Vorrei conoscere i modi per raggiungere il corpo, prima di avvicinarmi
all'anima, alla penetrazione, all'orgasmo.'
Adesso tende il braccio verso di lui e gli chiede di ricambiare il gesto. Mormora qualche parola,
dicendo che
quella sera, in quel luogo che non appartiene a nessuno; vorrebbe che scoprisse la sua pelle, la frontiera
fra lei e il mondo. Gli chiede di toccarla, di sentirla con le mani, perché i corpi si capiscono anche se le
anime non sono sempre concordi. Lui comincia a toccarla, contraccambiato, ed entrambi, quasi lo
avessero deciso in precedenza, evitano le parti del corpo in cui l'energia sessuale affiora più
rapidamente.
Le sue dita le sfiorano il viso: lei avverte un leggero lezzo di colori, un odore che ci sarà sempre, anche
se lui si laverà le mani migliaia, milioni di volte; un odore già presente quando è nato, quando ha visto
il primo albero, la prima casa, decidendo di disegnarla nei suoi sogni. Anche l'uomo deve sentire
qualche odore sulla sua mano, ma lei non sa cosa sia, e non vuole domandarglielo perché in quel
momento il corpo è tutto, e il resto è soltanto silenzio.
Accarezza e viene accarezzata. Potrebbe trascorrere così tutta la notte: è piacevole, e non
necessariamente finirà in sesso. E in quell'istante, proprio perché non ha alcun obbligo, la ragazza
avverte un calore fra le gambe e sa di essere bagnata. Arriverà il momento in cui l'uomo toccherà il suo
sesso, scoprendolo umido: non sa se sia un bene o un male, ma è così che il suo corpo sta reagendo, e
lei non ha alcuna intenzione di dire: "Qui, lì, più piano, più veloce..." Ora l'uomo le sfiora le ascelle, e i
peli delle braccia le si rizzano: vorrebbe allontanare quelle mani - ma è bello, anche se, forse, ciò che
sta provando è dolore. Ricambia il gesto, e nota che le ascelle di lui hanno una grana diversa, forse per
via del deodorante. Ma cosa sta pensando? Non deve pensare. Deve toccare, e questo è tutto.
Le dita dell'uomo si muovono in circolo intorno al suo seno, come un animale in agguato. Lei desidera
che scivolino più rapidamente, che lui le tocchi i capezzoli, perché il suo pensiero sta correndo più
veloce di quelle fa
langi; ma, forse consapevole di ciò, l'uomo provoca, si trastulla, e tarda un'eternità a raggiungerli. Sono
duri, lui giocherella per qualche momento, e questo le procura ulteriori brividi lungo il corpo e rende il
suo sesso più caldo e più umido. Ora l'uomo le sfiora il ventre con le dita; poi si discosta, le tocca le
gambe e i piedi, le passa le mani all'interno delle cosce, avanti e indietro; avverte il calore, ma non si
avvicina - è uno sfioramento dolce e lieve, e quanto più è lieve, tanto più è allucinante.
La ragazza compie i medesimi gesti con le mani quasi fluttuanti, sfiorando solo i peli delle sue gambe e sente quello stesso calore quando si avvicina al sesso. Tutt'a un tratto, è come se avesse riacquistato
misteriosamente la verginità, come se scoprisse per la prima volta il membro di un uomo. Lo tocca.
Non è duro come immaginava; lei invece è bagnata. Non lo reputa giusto. Ma forse, chissà, lui ha
bisogno di più tempo.
Comincia ad accarezzarlo come sanno fare soltanto le vergini, perché le prostitute lo hanno ormai
dimenticato. L'uomo reagisce, il suo sesso inizia a crescere, e lei aumenta adagio la pressione, sapendo
perfettamente dove toccare, più verso il basso che verso l'alto: deve avvolgerlo con le dita, tirare la
pelle all'indietro, in direzione del corpo. Ora lui è eccitato, molto eccitato, sfiora le labbra della sua
vagina, dolcemente; la ragazza vorrebbe chiedergli di essere più deciso, di infilarle le dita dentro, nella
parte superiore. Ma l'uomo non lo fa, spande sul clitoride l'umore che stilla dal suo ventre e, di nuovo,
ripete i movimenti circolari che in precedenza aveva riservato ai capezzoli. La sta toccando come
farebbe lei stessa.
Una mano dell'uomo si posa ancora sul suo seno: com'è bello, vorrebbe tanto che l'abbracciasse. E
invece no, stanno scoprendo i loro corpi: ci sarà tempo, hanno bisogno di molto tempo. Potrebbero fare
l'amore adesso, sarebbe la cosa più naturale del mondo, e probabilmente risulterebbe fantastica, ma è
tutto talmente nuovo; deve
controllarsi, non vuole rovinare tutto. Maria ripensa al vino che hanno bevuto la prima sera,
centellinando ogni sorso; ricorda come l'abbia scaldata, le abbia fatto vedere il mondo in maniera
diversa e l'abbia resa più libera e più vicina alla vita.
Desidera bere anche quell'uomo. Solo allora potrà dimenticare per sempre il vino cattivo, che s'ingolla
d'un fiato, che dà una sensazione di ebbrezza, ma che finisce per lasciare soltanto un gran mal di testa e
un buco nell'anima.
La ragazza si ferma, intreccia dolcemente le dita con quelle di lui; ode un gemito; anche lei vorrebbe
gemere, ma si controlla, sente quel calore spandersi in tutto il corpo. `Starà accadendo la stessa cosa
pure a lui?' Senza orgasmo, l'energia prende altre strade, va al cervello, non le consente di pensare
soltanto ad arrivare alla fine. Invece tutto quello che vuole è fermarsi: fermarsi a metà, espandere il
piacere all'intero corpo, fino alla mente, rinnovare l'impegno e il desiderio, essere di nuovo vergine.
Dolcemente si toglie la benda dagli occhi; poi la leva anche a lui. Accende la luce del comodino. Sono
entrambi nudi: non sorridono, ma si guardano. `Io sono l'amore, io sono la musica,' pensa lei.
`Balliamo.'
Ma non lo dice. Parlano di banalità. "Quando ci rivediamo?" Lei indica una data. "Forse fra un paio di
giorni." Lui dice che vorrebbe che lo accompagnasse a una mostra; la ragazza appare titubante.
Significherebbe conoscere il suo mondo, i suoi amici. `Che diranno? Che penseranno?'
Risponde di no. Ma l'uomo capisce che avrebbe voluto dire di sì, e allora insiste, adducendo
argomentazioni piuttosto sciocche, che tuttavia fanno parte della danza che stanno conducendo in quel
momento, e la ragazza finisce per cedere, perché era proprio ciò che voleva. Lui suggerisce un posto in
cui incontrarsi, nel bar dove sono stati il primo giorno. Lei risponde di no: i brasiliani so
no superstiziosi e una credenza vuole che nessuno si incontri dove si è visto il primo giorno perché
questo potrebbe chiudere un ciclo e porre fine a tutto.
L'uomo le confessa di essere felice per il fatto che lei non voglia chiudere questo ciclo. Decidono per
una chiesa, da dove si può vedere l'intera città, proprio lungo il Cammino di Santiago, un frammento di
quel misterioso pellegrinaggio che hanno compiuto insieme da quando si sono incontrati.
Dal diario di Maria, alla vigilia del giorno in cui avrebbe comprato il biglietto aereo per il Brasile:
C'era una volta un uccellino, con ali perfette e piume lucenti, colorate e meravigliose. Insomma, un
animale creato per volare in libertà nel cielo, e rallegrare chiunque lo vedesse.
Un giorno, una donna vide questo uccellino e se ne innamorò. Stupefatta, si fermò a osservarne il volo
con il cuore che batteva all'impazzata, egli occhi brillanti di emozione. Lo invitò a volare vicino a lei, e
insieme vagarono attraverso i cieli e le terre in perfetta armonia. Lei ammirava, venerava, celebrava
quell'uccellino.
Ma poi pensò: E se volesse conoscere le montagne lontane?'Ebbe paura. Paura di non provare mai più
quel sentimento con altri uccellini. E provò anche invidia: invidia per la sua capacità di volare.
Si sentiva sola.
E allora si disse: Preparerò una trappola. La prossima volta che arriverà, non potrà più andare via?'
L'uccellino, parimenti innamorato, tornò il giorno seguente, cadde nella trappola e fu imprigionato in
una gabbia.
Lei trascorreva ore a guardarlo, tutti i giorni. Era l'oggetto della sua passione e lo mostrava alle amiche,
che dicevano: `Ma tu hai davvero tutto. "Poi cominciò a verificarsi una strana trasformazione: visto che
possedeva l'uccellino, e non aveva più bisogno di conquistarlo, lentamente perse interesse per lui. E
l'uccellino, non potendo volare ed esprimere il senso della propria vita, a poco a poco deperì, la
lucentezza delle sue piume svanì e divenne brutto. La donna non gli prestava più attenzione, se non per
nutrirlo e pulirgli la gabbia.
Un giorno, l'uccellino morì. Lei ne fu profondamente rattristata e iniziò a pensare sempre a lui. Tuttavia
non si ricordava della gabbia, rammentava soltanto il gior
no in cui lo aveva visto per la prima volta, mentre volava felice fra le nuvole.
Se avesse osservato se stessa, avrebbe scoperto che ciò che l'aveva colpita in quell'uccellino era la
libertà, l'energia delle sue ali in movimento, e non il suo corpo fisico.
Senza l'uccellino, la sua vita perse di significato, e la Morte andò a bussarle alla porta. `Perché sei
venuta?" le domandò lei.
"Per farti volare di nuovo insieme a lui nel cielo, " rispose la Morte. «Se lo avessi lasciato partire e
tornare, lo avresti amato e ammirato anche di più. Ora, invece, hai bisogno di me per poterlo
rincontrare. "
Maria iniziò la giornata con un'azione per cui si era preparata in tutti quei mesi: entrare in un'agenzia di
viaggi, acquistare un biglietto per il Brasile, per la data che aveva indicato sul suo calendario.
Doveva trascorrere soltanto due settimane ancora in Europa. Da quel momento, Ginevra sarebbe stata il
volto di un uomo che aveva amato, e dal quale era stata amata. Rue de Berne sarebbe stato solo un
nome, un omaggio alla capitale della Svizzera. Lei si sarebbe ricordata della sua stanza, del lago, della
lingua francese, delle follie che una ragazza di ventitré anni (aveva festeggiato il compleanno il giorno
precedente) può fare, fino al momento in cui capisce che c'è un limite.
Non avrebbe imprigionato quell'uccellino, né gli avrebbe chiesto di seguirla in Brasile. Lui era l'unica
cosa veramente pura che le fosse capitata. Un uccellino così doveva volare libero, nutrirsi della
nostalgia del tempo in cui solcava i cieli in compagnia. Ma anche lei era un uccellino: avere accanto
Ralf Hart sarebbe stato come ricordare per sempre i giorni del Copacabana. E quello era il suo passato,
non il suo futuro.
Decise che gli avrebbe detto addio una volta soltanto, quando fosse giunta l'ora della partenza. Non
intendeva soffrire in ogni momento che avesse pensato: `Fra poco non sarò più qui.' Quella mattina,
dunque, ingannò il proprio cuore e passeggiò per Ginevra come se, in futuro, avrebbe ancora
frequentato quelle strade, la collina,
il Cammino di Santiago, il ponte del Mont-Blanc, i bar in cui soleva sostare. Stipò nella memoria il
volo dei gabbiani sul fiume, i negozianti che disponevano le loro mercanzie, la gente che usciva
dall'ufficio per andare a pranzo, il colore e il gusto della mela che stava mangiando, gli aerei che
atterravano in lontananza, l'arcobaleno nella colonna d'acqua che s'innalzava al centro del lago, la gioia
timida e malcelata di coloro che le passavano accanto, gli sguardi di desiderio, gli sguardi senza
espressione, gli sguardi. Per quasi un anno, aveva vissuto in una piccola città simile a tante altre
disseminate nel mondo: se non fosse stato per la sua peculiare architettura e la quantità di insegne di
banche, avrebbe potuto trovarsi nell'interno del Brasile. C'era una fiera. C'era un mercato. C'erano
casalinghe che trattavano sul prezzo. C'erano studenti usciti da scuola in anticipo sull'orario, forse con
la scusa di un padre o di una madre ammalati, che ora passeggiavano e si baciavano sulle sponde del
fiume. C'era gente che si sentiva a casa propria, e persone che si sentivano straniere. C'erano giornali
che parlavano di scandali, e rispettabili riviste per uomini d'affari che, come poteva notare, leggevano
solo rotocalchi scandalistici.
Maria andò in biblioteca per restituire il manuale sulla gestione di un'azienda agricola. Non aveva
capito nulla, ma quel libro le aveva rammentato, nei momenti in cui pensava di avere perduto il
controllo di se stessa e del proprio destino, l'obiettivo della sua vita. Era stato un compagno silenzioso,
con la sua copertina gialla senza disegni e le serie di grafici, ma, soprattutto, si era rivelato un faro nelle
molte notti buie delle settimane appena trascorse.
Continuava a fare progetti per il futuro, ma appariva sempre sorpresa dal presente, pensava la ragazza.
Rifletteva su come avesse scoperto se stessa attraverso l'indipendenza, la disperazione, l'amore, il
dolore, per incontrare subito dopo un altro tipo di amore - e avrebbe voluto che tutto si fermasse in quel
momento.
Ma la cosa più curiosa era che, mentre alcune compagne di lavoro parlavano delle virtù e dell'estasi di
andare a letto con certi uomini, Maria non si era mai scoperta migliore o peggiore attraverso il sesso.
Non aveva risolto il suo problema, non era capace di raggiungere l'orgasmo con la penetrazione, e
aveva talmente banalizzato l'atto sessuale che, forse, non sarebbe mai riuscita a trovare in quel famoso
"abbraccio del ricongiungimento" - come lo chiamava Ralf Hart - il fuoco e la gioia che cercava.
O forse, come di tanto in tanto le capitava di pensare, senza amore era impossibile procurarsi il piacere
a letto, come dicevano le madri e i padri, e i libri romantici.
La bibliotecaria, in genere alquanto seria (era la sua unica amica, anche se non gliel'aveva mai detto),
appariva di buon umore. La ricevette all'ora di pranzo e la invitò a prendere un panino con lei. Maria
ringraziò, ma disse che aveva già pranzato.
"Ha impiegato molto tempo a leggerlo."
"Non ho capito niente."
"Si ricorda di quello che, una volta, mi ha chiesto?"
No, non se ne ricordava, ma dopo aver notato il sorriso malizioso di quella donna, immaginò di che
cosa potesse trattarsi. Sesso.
"Sa, da quando lei è venuta qui a chiedere dei libri su quell'argomento, ho deciso di fare una ricerca per
scoprire ciò che avevamo. Non era granché, e visto che il nostro scopo è educare i giovani, ho ordinato
alcuni titoli. Così non avranno bisogno di apprenderne i segreti nel modo peggiore - con le prostitute,
per esempio."
La bibliotecaria indicò una pila di libri in un angolo, tutti accuratamente rilegati con copertine grigie."
"Non ho ancora avuto il tempo di classificarli, ma gli ho dato una scorsa e sono rimasta orripilata
davanti a quello che ho visto."
Be', Maria poteva tranquillamente immaginare cosa avrebbe detto quella donna: posizioni scomode,
sadomasochismo e roba del genere. Meglio dire che doveva tornare al lavoro (non sapeva dove le
aveva detto di lavorare: se in una banca, o in un negozio. Le bugie erano davvero faticose, si
dimenticava sempre i particolari).
La ragazza ringraziò e fece il gesto di uscire, ma l'altra soggiunse:
"Anche lei resterebbe sconcertata. Per esempio, sapeva che il clitoride è un'invenzione recente?"
Un'invenzione? Recente? Proprio quella settimana un uomo aveva toccato il suo, come se fosse stato
sempre lì, e come se quelle mani conoscessero alla perfezione il terreno che esploravano - malgrado la
totale oscurità.
"La sua esistenza venne sancita ufficialmente nel 1559, dopo che un medico, Realdo Colombo,
pubblicò un libro intitolato De re anatomica. Per millecinquecento anni dell'era cristiana, fu
ufficialmente ignorato. Colombo lo descrive, nel suo libro, come `una cosa bella e utile'... Se
l'immagina?"
Risero entrambe.
"Due anni dopo, nel 1561, un altro medico, Gabriele Falloppio, affermò che si trattava di una sua
`scoperta'. Pensi! Due uomini - italiani, è chiaro: quelli sì che se ne intendono - che discutevano su chi
avesse inserito ufficialmente il clitoride nella storia del mondo!"
Era una conversazione interessante, ma Maria si rifiutava di pensare a quell'argomento, soprattutto
perché sentiva di nuovo l'umore che stillava, e la sua vagina che s'inumidiva al semplice ricordo di quel
contatto, delle bende, delle mani che le sfioravano il corpo. No, non era ancora pronta per il sesso: in
un certo senso, quell'uomo l'aveva riscattata. Era davvero bello essere viva.
La bibliotecaria, però, appariva entusiasta di quella conversazione:
"Anche dopo essere stato `scoperto', continuò a non venire considerato," proseguì, quasi fosse divenuta
un'esperta di `clitoridologia', o di qualunque fosse il nome di quella scienza. "Le mutilazioni di cui si
legge sui giornali, mediante le quali alcune tribù dell'Africa sottraggono ancora alla donna il diritto al
piacere, non sono affatto una novità. Anche in Europa, fino al diciannovesimo secolo, si praticavano
interventi chirurgici per eliminarlo, ritenendo che in quella piccola e insignificante parte dell'anatomia
femminile risiedesse la fonte dell'isteria, dell'epilessia, della tendenza all'adulterio e dell'incapacità di
procreare."
Maria le porse la mano per congedarsi, ma la bibliotecaria non sembrava ancora stanca di quel
discorso.
"Peggio ancora, il nostro caro Freud, l'inventore della psicanalisi, sosteneva che l'orgasmo femminile,
in una donna normale, deve estendersi dal clitoride alla vagina. I suoi allievi più fedeli, sviluppando
questa tesi, giunsero ad affermare che il fatto di mantenere il piacere sessuale concentrato nel clitoride
costituiva un segno di infantilismo o, peggio ancora, di bisessualità.
"Eppure, come ben sappiamo tutte, è molto difficile raggiungere l'orgasmo solo con la penetrazione. È
bello essere posseduta da un uomo, ma il piacere sta in quel `nocciolino', scoperto da un italiano!"
Distratta, Maria riconobbe che il suo problema era proprio quello indicato da Freud: era ancora
infantile, il suo orgasmo non aveva mai interessato la vagina. O forse Freud era in errore?
"E del punto G, che cosa ne pensa?"
"Lei sa dove si trova?"
La donna arrossì e tossicchiò, ma ebbe il coraggio di rispondere:
"Subito dopo l'entrata, al primo piano, finestra in fondo."
Geniale! Aveva descritto la vagina come un edificio! Probabilmente era una spiegazione letta in
qualche libro per bambine: "Quando qualcuno bussa alla porta ed entra, scoprirai un intero universo
all'interno del tuo corpo." Ogni volta che si masturbava, Maria preferiva di gran lunga quel famoso
punto G al clitoride, perché titillare quest'ultimo le procurava un certo fastidio, un piacere mescolato al
tormento, qualcosa di angosciante.
Lei andava sempre al primo piano, finestra in fondo!
Accorgendosi che la donna non aveva alcuna intenzione di interrompere la conversazione - chissà che
non avesse scoperto in lei una complice della sua perduta sessualità - le rivolse un cenno di saluto con
la mano, uscì e cercò di concentrarsi su qualche inezia: non era la giornata adatta per pensare a congedi,
clitoride, verginità riacquistata, o punto G. Prestò attenzione ai rumori - le campane che suonavano, i
cani che abbaiavano, le ruote dei tram che stridevano sui binari, e i passi, i respiri, le insegne che
offrivano di tutto.
Non avrebbe voluto tornare al Copacabana. Ma si sentiva in obbligo di rispettare l'impegno assunto,
anche se ne ignorava la vera ragione - in fin dei conti, era riuscita a risparmiare quanto bastava. Quel
pomeriggio, poteva fare qualche spesa, parlare con un direttore di banca - un cliente - che le aveva
promesso di aiutarla per i risparmi, prendere un caffè, spedire per posta tutti gli abiti che non sarebbero
entrati nel bagaglio. Stranamente si sentiva triste, ma non sapeva spiegarsi il motivo. Forse perché mancavano ancora due settimane alla partenza: doveva far passare il tempo, guardare la città con altri occhi,
gioire di aver vissuto quell'esperienza.
Raggiunse un incrocio che aveva attraversato centinaia di volte, da cui poteva vedere il lago, la colonna
d'acqua e, al centro del giardino che si estendeva al di là del marciapiede, il bell'orologio coi fiori, uno
dei simboli della città - e quello non le consentiva di mentire, perché...
Tutt'a un tratto, il tempo e il mondo si fermarono.
Cos'era quella storia della verginità riacquistata a cui pensava dal momento del risveglio?
Il mondo sembrava cristallizzato, quel secondo non passava mai. Davanti a sé, aveva qualcosa di molto
serio e importante per la sua vita: non poteva dimenticare, non poteva comportarsi come se fosse in uno
di quei sogni che si riprometteva sempre di annotare, senza mai ricordarsene...
`Non pensare a niente. Il mondo si è fermato. Cosa sta succedendo?'
BASTA!
L'uccellino... La bella storia dell'uccellino che aveva appena scritto riguardava forse Ralf Hart? No,
riguardava se stessa!
PUNTO E A CAPO!
Erano le undici e undici del mattino e, in quel momento, lei si stava cristallizzando e sublimando.
Straniera nel suo stesso corpo, stava riscoprendo la verginità da poco recuperata: tuttavia quella sua
rinascita era talmente fragile che, se fosse rimasta lì, si sarebbe perduta per sempre. Forse aveva
provato le gioie del cielo - i tormenti dell'inferno di sicuro -, ma adesso 1`avventura" era sul punto di
arrivare all'epilogo. Non poteva aspettare due settimane, oppure dieci giorni, o una settimana: doveva
andarsene subito perché, guardando l'orologio coi fiori, circondato di turisti che scattavano fotografie e
bambini che giocavano, aveva scoperto il motivo della propria tristezza.
E quel motivo era che non voleva tornare a casa.
E la ragione di tutto ciò non erano Ralf Hart, la Svizzera, 1`avventura". Il vero movente era fin troppo
semplice: il denaro!
Il denaro! Pezzi di carta speciale, dai colori tenui, che a detta di tutti avevano un certo valore - e lei ne
era convinta, come il resto del mondo. Fino al momento in cui sarebbe entrata con un mucchio di quei
foglietti in qualche banca - rispettabile, tradizionale, segretissima banca svizzera - per chiedere: "Posso
comprare alcune ore per la mia vita?" "No, signora, non vendiamo, acquistiamo soltanto."
Maria fu strappata al suo delirio dalla frenata di una macchina, dalla protesta di un autista e da un
vecchietto che, sorridendo e parlando in inglese, la costrinse a retrocedere - il semaforo era rosso per i
pedoni.
Be', credo di avere scoperto qualcosa che tutti devono sapere.'
E invece non lo sapevano. Maria si guardò intorno - gente che camminava a testa bassa, che correva per
andare al lavoro, a scuola, a un'agenzia di collocamento, a Rue de Berne, continuando a ripetersi:
`Posso aspettare ancora. Ho un sogno, ma non è indispensabile che lo viva oggi, devo guadagnare altro
denaro.' Certo, il suo mestiere era davvero maledetto, ma in fondo doveva semplicemente vendere il
suo tempo, come tutti. Fare cose che non le piacevano, come tutti. Confrontarsi con gente insopportabile, come tutti. Consegnare il corpo prezioso e l'anima altrettanto preziosa in nome di un
futuro che non arrivava mai, come tutti. Ripetersi che non ne aveva ancora abbastanza, come tutti.
Aspettare soltanto un altro po', come tutti. Attendere ancora qualche tempo, guadagnare ulteriori
somme, rimandare la reali77a'ione dei suoi desideri: per il momento, era troppo occupata, aveva davanti a sé ottime occasioni, i clienti l'aspettavano, le erano fedeli, potevano pagare da trecentocinquanta
a mille franchi per una serata con lei.
E, per la prima volta nella sua vita, nonostante tutte le cose belle che avrebbe potuto acquistare con il
denaro guadagnato - magari lavorando solo per un altro anno -,
Maria decise consapevolmente, lucidamente di lasciarsi sfuggire l'occasione.
La ragazza attese che il semaforo diventasse verde e attraversò la strada; si fermò davanti all'orologio
coi fiori e pensò a Ralf: di nuovo, ne senti lo sguardo carico di desiderio della sera in cui si era
abbassata in parte il vestito; avverti le sue mani che le accarezzavano i seni, il sesso e il viso; si ritrovò
bagnata, guardò l'immensa colonna d'acqua in lontananza e, senza aver bisogno di toccarsi nessuna
parte del corpo, raggiunse l'orgasmo proprio lì, davanti a tutti.
Nessuno lo notò. Erano tutti molto, molto occupati.
CA Vyah, l'unica collega con cui Maria intratteneva un rapporto molto simile all'amicizia, la chiamò
appena entrò nel locale. Era seduta con un orientale, e stavano ridendo.
"Guarda!" le disse. "Guarda cosa vuole che faccia con lui!"
Con uno sguardo complice e il sorriso sulle labbra, l'orientale sollevò il coperchio di quella che
sembrava una scatola di sigari. Da lontano, Milan aguzzò la vista per accertarsi che non contenesse
siringhe o droghe. No, era solo quello strano strumento: neppure lui sapeva come funzionasse,
comunque non era niente di speciale.
"Sembra una cosa del passato!" disse Maria.
"In effetti, lo è," convenne l'orientale, risentito per l'ignoranza di quel commento. "Ha circa cento anni,
e mi è costata una fortuna."
Maria vide una serie di valvole, una manovella, alcuni circuiti elettrici, dei minuscoli contatti di
metallo, pile: sembrava l'interno di una vecchia radio. Notò due fili, alle cui estremità erano collegate
due piccole bacchette di vetro, della grandezza di un dito. Niente che potesse costare una fortuna.
"Come funziona?"
A Nyah non piacque la domanda di Maria. Aveva fiducia nella ragazza brasiliana, ma, come si sa, le
persone cambiano da un istante all'altro, e quella poteva anche aver puntato il suo cliente.
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"Me lo ha appena spiegato. Quell'aggeggio è la `Bacchetta Viola'."
Poi, rivolgendosi all'orientale, suggerì di avviarsi, perché aveva deciso di accettare l'invito. Ma l'uomo
sembrava entusiasta dell'interesse suscitato dal suo giocattolo.
"All'inizio del Novecento, quando cominciarono a circolare sul mercato le prime pile, la medicina
tradizionale iniziò a fare esperimenti con l'elettricità, nel tentativo di curare alcune malattie mentali o
l'isteria. Questo apparecchio, però, fu utilizzato anche per debellare i brufoli e stimolare la vitalità della
pelle. Vedete le due bacchette? Venivano appoggiate qui..." Indicò le tempie. "La batteria provocava
una scarica elettrica identica a quella che subiamo quando l'aria è molto secca."
In Brasile non accadeva mai, ma in Svizzera era qualcosa di molto comune, e Maria lo aveva scoperto
un giorno in cui, aprendo lo sportello di un taxi, aveva udito uno schiocco e avvertito una scossa.
Subito aveva pensato che fosse dovuta a un problema dell'auto, e aveva reclamato, dicendo che non
avrebbe pagato la corsa, ma l'autista l'aveva quasi aggredita, dandole dell'ignorante. Aveva ragione lui:
la macchina non c'entrava niente; era colpa dell'aria molto secca. Dopo aver subito varie scosse, la
ragazza cominciò ad aver paura di toccare qualsiasi oggetto metallico, finché scoprì in un supermercato
un braccialetto che consentiva di scaricare l'elettricità statica accumulata nel corpo.
Rivolgendosi all'orientale, Maria disse:
"Ma è terribilmente sgradevole!"
Nyah cominciava a spazientirsi per quei commenti. Per evitare futuri conflitti con la sua unica,
possibile amica, teneva un braccio sulle spalle dell'uomo, in modo da non lasciare dubbi sulla sua
appartenenza.
"Dipende da dove lo metti," disse l'orientale, ridendo.
Poi azionò, la piccola manovella e le due bacchette parvero acquistare un colore viola. Con un
movimento ra
pido, le accostò alle due donne. Si udì uno schiocco. La scossa avvertita dalle ragazze fu più una specie
di prurito che una sensazione di dolore.
Milan si avvicinò.
"Per favore, qui non lo usi."
L'uomo ripose le bacchette nella scatola. La filippina ne approfittò per suggerirgli di andare subito in
albergo. L'orientale parve deluso, la nuova arrivata sembrava interessata alla Bacchetta Viola più di
quanto non lo fosse la donna che lo stava invitando a uscire. Indossò la giacca e infilò la scatola in una
cartella di cuoio, dicendo:
"Ancora oggi fabbricano oggetti simili: è diventata una sorta di moda fra coloro che ricercano piaceri
particolari. Un esemplare identico a questo, però, lo si può trovare solo in qualche collezione medica,
nei musei, o dagli antiquari."
Milan e Maria rimasero zitti, non sapendo cosa dire. "Ne avevi mai visti?"
"Di questo tipo, no. Deve costare davvero una fortuna, ma quest'uomo è un alto dirigente di una
compagnia petrolifera. Mi è capitato di vederne altri, moderni."
"E che ne fanno?
"Si infilano le bacchette nel corpo... e chiedono alla donna di girare la manovella. Ricevono la scossa
dentro."
"Ma non potrebbero farlo da soli?"
"Nel sesso, si può fare qualsiasi cosa da soli. Ma è meglio che `quelli' continuino a trovarlo più
divertente quando c'è un'altra persona, altrimenti il mio bar andrebbe in fallimento e tu dovresti trovarti
un lavoro in qualche mercato. A proposito, il tuo cliente particolare ha detto che verrà stasera. Per
favore, rifiuta qualsiasi invito."
"D'accordo. Rifiuterò anche il suo. Perché gli concede
rò solo di salutarmi. Sto per lasciare." Milan parve non accusare il colpo. "Il pittore?"
"No, il Copacabana. C'è un limite - e io ci sono arrivata stamattina, mentre guardavo quell'orologio coi
fiori vicino al lago."
"Qual è il limite?"
"Il prezzo di un'azienda agricola nell'interno del Brasile. So che potrei continuare a guadagnare: se
lavorassi per un altro anno, non farebbe differenza, vero?
"Invece, adesso io so qual è la differenza: mi ritroverei per sempre in questa trappola, prigioniera come
te e i clienti, i direttori, i commissari di bordo, i talent-scout, i grandi discografici, gli innumerevoli
uomini che ho conosciuto e ai quali ho venduto il mio tempo, ma che non possono rivendermi. Se
rimarrò un giorno in più, resterò un anno ancora, e se starò qui per un altro anno, non me ne andrò mai
più."
Milan assentì discretamente, come se capisse e concordasse su tutto, anche se non poteva dire niente,
perché quella scelta avrebbe potuto contagiare le altre ragazze che lavoravano per lui. Era un uomo
buono e, sebbene non le avesse dato alcuna benedizione, non intendeva tentare di convincere Maria del
fatto che stava commettendo un errore.
La ragazza ringraziò, e chiese una bevanda, una coppa di champagne: non sopportava più il cocktail di
frutta. Ora poteva bere, non era più in servizio. Milan le disse di telefonargli se avesse avuto bisogno di
qualcosa. Poi aggiunse che lì sarebbe stata sempre la benvenuta.
Maria fece per pagare, ma il padrone disse che offriva la casa. Lei accettò: a quella "casa" aveva dato
ben più di un drink.
Dal diario di Maria, quel giorno, al suo rientro a casa:
Non ricordo quando è stato, ma una domenica ho deciso di entrare in una chiesa per assistere alla
messa. Dopo aver atteso a lungo, mi sono resa conto di trovarmi nel posto sbagliato - era un tempio
protestante.
Quando stavo per uscire, il pastore ha iniziato il sermone, e così ho pensato che sarebbe stato scortese
alzarmi. È stata una benedizione, perché quel giorno ho ascoltato parole che avevo davvero bisogno di
udire.
Il pastore ha detto qualcosa del genere:
`In tutte le lingue del mondo esiste questo adagio: `Ciò che gli occhi non vedono, il cuore non sente.
'Ebbene, io affermo che non cé niente di più falso. Quanto più lontani stanno, tanto più vicini al cuore
sono i sentimenti che cerchiamo di soffocare e dimenticare. Se siamo in esilio, vogliamo serbare ogni
piccolo ricordo delle nostre radici; se ci troviamo lontani dalla persona amata, chiunque~ per la strada
ce la fa ricordare.
`7 Vangeli, e tutti i testi sacri delle varie religioni, furono scritti in esilio, cercando di comprendere Dio,
la fede che faceva avanzare i popoli, la sofferta peregrinazione delle anime erranti sulla faccia della
terra. I nostri antenati non sapevano - e tanto meno lo sappiamo noi - ciò che la Divinità si aspetta dalle
nostre vite. È in quel momento che i libri vengono scritti, i quadri dipinti, poiché noi non vogliamo e
non possiamo dimenticare chi siamo. "
Alla fine della funzione, mi sono avvicinata e l'ho ringraziato: gli ho detto che ero una forestiera in un
paese straniero, egli ho espresso la mia gratitudine per avermi ricordato che ciò che gli occhi non
vedono, il cuore lo sente. E proprio perché ho sentito tanto, oggi me ne vado.
Maria prese le due valigie e le mise sul letto. Erano sempre rimaste in un angolo, in attesa del momento
in cui tutto sarebbe giunto alla fine. Pensava che le avrebbe riempite di regali, di vestiti nuovi, di
fotografie scattate sulla neve e nelle grandi capitali europee, ricordi di un tempo felice quando aveva
conosciuto il paese più sicuro e più generoso del mondo. Possedeva qualche vestito nuovo, è vero, e
conservava alcune istantanee prese in un giorno nel quale la neve era caduta su Ginevra: a parte questo,
però, niente era stato come lo aveva immaginato.
In sogno era arrivata a guadagnare un mucchio di soldi, ad apprendere segreti sulla vita e su di sé, a
comprare un'azienda agricola per i suoi genitori, a trovare un marito e a far conoscere alla famiglia il
luogo dov'era nata. Invece, tornava a casa con il denaro appena sufficiente per realizzare un solo sogno,
senza aver mai visto le montagne e, peggio ancora, sentendosi un'estranea nei confronti di se stessa.
Eppure era contenta: sapeva che era giunto il momento di fermarsi.
Pochi al mondo sanno riconoscere questo momento.
Lei aveva vissuto soltanto quattro "avventure» - fare la ballerina in un locale, imparare il francese,
lavorare come prostituta e amare perdutamente un uomo. Quante persone possono vantarsi di avere
provato tante emozioni in un anno? Poteva dirsi felice, malgrado la tristezza - una pena che aveva un
nome: non si chiamava "prostituzione", né "Svizzera", né "denaro", ma "Ralf Hart". Benché non lo
avesse mai ammesso, nel profondo dei cuore avrebbe voluto sposare lui, l'uomo che ora l'aspettava in
una chiesa, pronto a farle conoscere i suoi amici, la sua pittura, il suo mondo.
Pensò di non andare all'appuntamento e, visto che aveva fissato la partenza per la mattina seguente, di
prendere alloggio in un albergo vicino all'aeroporto. Da quel momento, ogni minuto trascorso accanto a
lui sarebbe stato un anno di sofferenza nel futuro, per tutto ciò che avrebbe potuto dirgli e non gli
avrebbe detto, per il ricordo delle sue mani, della sua voce, del suo aiuto, delle sue storie.
Aprì di nuovo la valigia e prese il vagone del trenino elettrico che Ralf le aveva regalato la prima sera a
casa sua. Lo contemplò per qualche istante, poi lo gettò nella spazzatura. Quel giocattolo non meritava
di conoscere il Brasile: si era dimostrato inutile e malevolo nei confronti del bambino che lo aveva
sempre desiderato.
No, non sarebbe andata all'appuntamento in quella chiesa, magari Ralf le avrebbe fatto qualche
domanda e, se lei avesse detto la verità - "Sto partendo" -, le avrebbe chiesto di restare: in quel
momento, lui le avrebbe fatto qualsiasi promessa per non perderla, le avrebbe dichiarato quell'amore
già dimostrato nel tempo che avevano trascorso insieme. Poiché avevano imparato a convivere in
libertà, nessun altro tipo di rapporto avrebbe funzionato - questa era forse l'unica ragione per la quale si
amavano, perché sapevano di non avere bisogno l'uno dell'altra. Gli uomini si spaventano sempre
quando una donna dice, magari in modo velato: "Voglio dipendere da te", e Maria avrebbe voluto portare con sé l'immagine di un Ralf Hart innamorato, abbandonato, pronto a tutto.
Aveva ancora tempo per decidere se andare all'appuntamento. Adesso, doveva concentrarsi su faccende
più pratiche. Si accorse delle innumerevoli cose che non avevano trovato posto in valigia, non sapeva
proprio dove stiparle. Decise che se ne sarebbe occupato il padrone di casa quando, entrando
nell'appartamento, avrebbe visto gli elettrodomestici, i quadri acquistati nei mercatini, le tovaglie e le
lenzuola. Non poteva portare niente di quella roba in Brasile, anche se i suoi genitori ne avrebbero
avuto più bisogno di quanto non ne avesse un mendicante svizzero: quegli oggetti le avrebbero
ricordato per sempre la realtà in cui si era avventurata.
Uscì e andò in banca, dove chiese di ritirare tutto il denaro che aveva depositato. Il direttore - un
frequentatore dei suo letto - le disse che si trattava di una pessima idea: quei franchi avrebbero
continuato a rendere, e lei avrebbe ricevuto gli interessi in Brasile. Oltre tutto, se fosse stata derubata,
sarebbero andati in fumo molti mesi di lavoro. Maria ebbe un attimo di esitazione, pensando - come
sempre - che volesse davvero aiutarla. Ma, dopo avere riflettuto, si disse che quel denaro non doveva
trasformarsi in ulteriore carta, ma in un'azienda agricola, in una casa per i suoi genitori, in qualche capo
di bestiame e in altro lavoro.
Ritirò fino all'ultimo centesimo, mise tutto in un borsino appositamente comprato e se lo legò alla vita,
sotto i vestiti.
Poi si recò all'agenzia di viaggi, pregando di avere la forza per proseguire. Quando chiese di modificare
la prenotazione, le dissero che il volo del giorno successivo faceva scalo a Parigi, dove l'attendeva un
cambio d'aeromobile. Non le importava niente - lei voleva solo allontanarsi, prima di poterci ripensare.
Raggiunse a piedi uno dei ponti, comprò un gelato - anche se stava già cominciando a rinfrescare - e
guardò Ginevra. Tutto le parve diverso, come se fosse appena arrivata e dovesse ancora visitare i
musei, vedere i monumenti storici, frequentare i bar e i ristoranti alla moda. È
curioso, ma quando si vive in una città, si rimanda sempre il momento di conoscerla. E, in genere, si
finisce per non conoscerla mai.
Rifletté sul fatto che avrebbe dovuto essere felice perché stava per tornare nel suo paese: no, non era in
grado di provare nessuna felicità. Pensò che avrebbe dovuto sentirsi triste perché stava per lasciare una
città che l'aveva trattata davvero bene: no, non era capace di vivere nemmeno la tristezza. Riuscì
soltanto a versare qualche lacrima, compatendosi: era una giovane intelligente che aveva tutto per
raggiungere il successo, ma che in genere prendeva decisioni sbagliate.
Sperò ardentemente che questa fosse la scelta giusta.
lindo Maria entrò, la chiesa era completamente deserta. E, nel silenzio, poté contemplare le stupende
vetrate, illuminate dalla luce esterna, la luce di una giornata lavata dal temporale della sera precedente.
Davanti a lei, un altare con una croce vuota: lì non c'era uno strumento di tortura, con un uomo
insanguinato in punto di morte, ma un simbolo di risurrezione, dove il mezzo del supplizio perdeva
tutto il suo significato, il suo terrore, la sua importanza.
Fu contenta di non vedere neppure immagini di santi che soffrivano, con macchie di sangue e ferite
aperte - quello era soltanto un luogo dove gli uomini si riunivano per adorare un'entità che non
potevano comprendere.
Si fermò davanti al tabernacolo dov'era custodito il corpo di un Cristo nel quale credeva ancora, anche
se non rivolgeva il pensiero a Lui da molto tempo. Si inginocchiò e promise a Dio, alla Madonna, a
Gesù e a tutti i santi che, qualsiasi cosa fosse accaduta quel giorno, lei non avrebbe cambiato idea e
sarebbe partita comunque. Fece questa promessa perché conosceva le trappole dell'amore, e sapeva che
possono modificare la volontà di una donna.
Poco dopo, sentì una mano che le sfiorava una spalla e reclinò il capo per toccarla.
"Come stai?"
"Bene," disse la voce, senza alcuna venatura di affanno. `Benissimo. Andiamo a prendere un cafffé."
Uscirono tenendosi per mano, come due innamorati che si rivedevano dopo molto tempo. Si baciarono;
qualcuno li guardò scandalizzato. Entrambi sorridevano per l'imbarazzo che stavano suscitando e per i
desideri che risvegliavano con quella scena - sì, sapevano che gli altri avrebbero voluto fare le stesse
cose. Era questo l'unico scandalo.
Entrarono in un bar simile a mille altri; quel pomeriggio, però, appariva diverso perché loro erano lì, e
si amavano. Parlarono di Ginevra, delle difficoltà della lingua francese, delle vetrate della chiesa, dei
danni provocati dal fumo delle sigarette - infatti, fumavano entrambi, e non avevano alcuna intenzione
di smettere.
Maria insistette per pagare i caffè, e Ralf acconsentì. Si recarono alla mostra, e lei conobbe il suo
mondo: artisti, ricchi che parevano ancora più danarosi, miliardari che sembravano poveri, individui
che domandavano cose di cui non aveva mai sentito parlare. Piacque a tutti, e tutti elogiarono il suo
francese, le chiesero del carnevale, del calcio, della musica del suo paese. Educati, gentili, simpatici,
affascinanti.
Quando uscirono, Ralf disse che quella sera sarebbe andato a trovarla al Copacabana. Maria lo pregò di
non farlo: era la sua serata libera e le sarebbe piaciuto invitarlo a cena.
Lui accettò l'invito e si salutarono, dopo aver concordato di incontrarsi a casa di Ralf per andare a cena
in un simpatico ristorante in Place de Cologny, una piazzetta che attraversavano sempre in taxi; in quei
viaggi, lei non aveva mai chiesto di fermarsi per conoscere il posto.
Fu allora che Maria si ricordò della sua unica amica e decise di andare alla bibliotecaa per dirle che non
sarebbe più tornata.
Rimase bloccata nel traffico per un tempo che le parve un'eternità, fino a quando i curdi - ancora quelli!
- non ebbero concluso la loro manifestazione e la circolazione delle auto poté tornare alla normalità.
Comunque non le importò niente di quel disguido, poiché era di nuovo padrona del proprio tempo.
Arrivò a destinazione mentre la biblioteca stava per chiudere.
"Può darsi che mi stia permettendo un'eccessiva confidenza, ma non ho nessuna amica a cui raccontare
certe cose," disse la bibliotecaria, appena vide Maria.
Quella donna non aveva amiche? Dopo aver vissuto per tutta la vita nello stesso posto e aver incontrato
tanta gente ogni giorno, era mai possibile che non avesse nessuno con cui parlare? In quel momento,
Maria stava scoprendo qualcuno simile a lei - o, meglio, simile a tutti.
"Stavo pensando al racconto di quello che ho letto sul clitoride..."
"No! E c'è altro?"
"Be', sì, mi sono accorta che, malgrado abbia provato sempre molto piacere nei rapporti con mio
marito, talvolta ho faticato a raggiungere l'orgasmo durante il coito. Lo trova normale?"
"E lei, trova normale che i curdi manifestino tutti i giorni? Che le donne innamorate fuggano dal loro
principe azzurro? Che la gente si perda in sogni su aziende agricole invece di pensare all'amore? Che
uomini e donne vendano il proprio tempo, senza poterlo ricomprare? Eppure, tutto ciò accade. Sicché,
non importa cosa io pensi o non pensi, è sempre normale. Quanto si rivela contrario alla natura, ai
nostri desideri più intimi, alla fine risulta normale ai nostri occhi, anche se appare un'aberrazione allo
sguardo di Dio. Abbiamo cercato il nostro inferno, impiegando millenni per costruirlo, ma ora, dopo
tanti sforzi, possiamo vivere nel peggiore dei modi."
Guardò la donna e, per la prima volta, le domandò il nome (conosceva soltanto il suo cognome da
coniugata). Si chiamava Heidi, era sposata da trent'anni e mai - mai! - si era domandata se fosse
normale non raggiungere l'orgasmo durante un rapporto sessuale con il marito.
"Non so se avrei dovuto leggere tutte queste cose! Forse sarebbe stato meglio vivere nell'ignoranza,
pensando che un marito fedele, un appartamento con vista sul lago, tre figli e un impiego
nell'amministrazione pubblica fossero tutto ciò che una, donna può sognare. Ora, da quando lei è
arrivata qui, e da quando ho letto il primo libro, sono molto preoccupata per il modo in cui ho trasformato la mia vita. Sarà così per tutti?"
"Le posso garantire che, sì..." E, di fronte a quella donna che le chiedeva di consigliarla, Maria si sentì
una giovane saggia.
"Vorrebbe che entrassi nei particolari?" Maria annuì.
"Ovviamente, lei è ancora molto giovane per capire certe cose. Ma, proprio per questo, vorrei
trasmetterle un po' della mia esperienza di vita, affinché non commetta i miei stessi errori.
"Il clitoride... Perché mio marito non gli ha mai riservato l'attenzione dovuta? Io pensavo che l'orgasmo
si originasse nella vagina, e mi costava molto - davvero molto - fingere quello che lui immaginava
dovessi provare. Ovviamente, mi procurava anche piacere, ma un piacere diverso. Solo quando la
frizione avveniva nella parte superiore... Mi capisce?"
"Capisco perfettamente."
"E ora ho scoperto il perché. È tutto lì..." Indicò un libro sul tavolo, di cui Maria non riusciva a leggere
il titolo. "Esiste un fascio di nervi che va dal clitoride al punto G, ed è predominante. Gli uomini
pensano che siano solo fandonie, che tutto avvenga attraverso la penetrazione. Lei sa che cos'è il punto
G?"
"Ne abbiamo parlato l'altro giorno," disse Maria, assumendo il tono della Ragazza Ingenua. "Subito
dopo l'entrata, al primo piano, finestra in fondo."
"Ma certo, certo!" Gli occhi della bibliotecaria si illuminarono. 'Verifichi lei stessa quanti dei suoi
amici ne hanno sentito parlare: nessuno! Un'assurdità! Eppure, proprio come il clitoride fu
un"invenzione' di quell'italiano, il punto G è una `conquista' del nostro secolo! Ben presto occuperà i
titoli di tutti i giornali, e nessuno potrà più ignorarlo! Riesce a immaginare il momento rivoluzionario
che stiamo vivendo?"
Maria guardò l'orologio, e Heidi si rese conto che doveva dirle tutto rapidamente, insegnare a quella
bella giovane che le donne avevano il pieno diritto di essere felici, realizzate, perché una futura
generazione potesse godere dei benefici di queste straordinarie conquiste scientifiche.
"ll caro e famoso dottor Freud aveva altre idee perché non era una donna e, visto che raggiungeva
l'orgasmo col pene, pensava che fossimo obbligate a trarre piacere attraverso la vagina. Ma noi
dobbiamo tornare alle origini, a ciò che ci ha sempre procurato il godimento: il clitoride e il punto G!
Poche donne riescono ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ragion per cui, se lei avrà difficoltà
nel raggiungere il godimento che merita, le suggerisco una cosa: inverta la posizione. Faccia sdraiare
supino il suo compagno e gli stia sempre sopra. Il suo clitoride premerà con più forza sul corpo di lui, e
lei - non lui - otterrà lo stimolo di cui ha bisogno: o meglio, che merita!"
Maria fingeva soltanto di non prestare attenzione al discorso. Allora non era soltanto lei! Non aveva
nessun problema sessuale: era semplicemente una questione di anatomia! Ebbe voglia di baciare quella
donna, mentre un peso immenso, gigantesco, abbandonava il suo cuore. Com'era bello averlo scoperto
ancora giovane! Che giornata magnifica stava vivendo!
Heidi le rivolse un sorrisetto d'intesa.
"Loro non lo sanno, ma anche noi abbiamo un'erezione! Il clitoride si indurisce!"
"Loro" dovevano essere gli uomini. E così, visto che il discorso si era fatto tanto intimo, Maria prese
coraggio:
"Lei ha mai avuto `qualcuno' al di fuori del matrimonio?"
La bibliotecaria rimase colpita dalla domanda. I suoi occhi sprigionarono una sorta di fuoco sacro, la
pelle le si imporporò - non avrebbe saputo dire se per la rabbia o per la vergogna. Dopo qualche
momento, però, la sua lotta fra l'aprirsi e il fingere ebbe fine. Bastava cambiare argomento.
"Torniamo alla nostra erezione: il clitoride! Si inturgidisce, lo sa?"
"Fin da bambina."
Heidi sembrò delusa. Forse non ci aveva badato granché.
"E sembra che, sfiorandone i contorni col dito, senza toccare la sommità, possa scaturire un piacere
ancora più intenso. È una cosa che deve sapere! Certi uomini, pur rispettando il corpo della donna,
cercando subito la punta del clitoride, ignorando che talvolta quel tocco può essere doloroso, non è
d'accordo? Perciò, dopo il primo o il secondo incontro, prenda in mano la situazione: stia sopra e
decida come e dove applicare la pressione, aumenti e diminuisca il ritmo a sua discrezione. Inoltre,
secondo il libro che sto leggendo adesso, è sempre necessario un discorso franco."
"Lei ne ha parlato francamente con suo marito?"
Ancora una volta, Heidi evitò la domanda personale, dicendo soltanto che erano altri tempi. Ora le
interessava di più condividere le proprie esperienze intellettuali.
"Cerchi di considerare il suo clitoride come la lancetta di un orologio e chieda al suo compagno di
muoverla fra le undici e le tredici, capisce?"
Maria sapeva perfettamente di cosa stava parlando quella donna, ma non si reputava molto d'accordo,
anche se il libro non era poi così lontano dalla verità. Tuttavia, quando la bibliotecaria parlò di ore,
guardò l'orologio e disse che era passata a salutarla perché il suo soggiorno volgeva al termine. La
donna parve non udirla.
"Non vuole prendere in prestito questo libro sul clitoride?"
"No, grazie. Ho altri pensieri."
"Vuole qualcos'altro?"
"No. Sto per tornare nel mio paese, ma vorrei ringraziarla per avermi sempre trattato con rispetto e
comprensione. Arrivederci."
Si strinsero la mano e si augurarono tanta felicità.
GXdi aspettò che la giovane fosse uscita, prima di perdere il controllo di sé e sferrare un pugno sul
tavolo. Perché non aveva colto l'occasione per condividere qualcosa che, visto il modo in cui procedeva
la situazione, si sarebbe portata fin nella tomba? Quella ragazza aveva avuto il coraggio di domandarle
se avesse mai tradito il marito, e allora perché non risponderle, proprio adesso che stava scoprendo un
nuovo mondo, nel quale le donne finalmente ammettevano quanto fosse difficile raggiungere l'orgasmo
vaginale?
Be', non importa. Il mondo non è soltanto sesso.'
Certo, non era la cosa principale, ma era importante, eccome. Si guardò intorno: la maggior parte di
quelle migliaia di libri raccontava una storia d'amore. Sempre la stessa: una persona ne incontra un'altra
e si innamora, la perde e poi la incontra di nuovo. Anime che comunicano, paesi lontani, avventura,
sofferenza e dolore... Solo di rado qualcuno diceva: "Ascolta, caro, cerca di capire il mio corpo di
donna." Perché i libri non ne parlavano apertamente?
Forse non interessava a nessuno, in realtà. Giacché, per quanto lo riguardava, l'uomo avrebbe
continuato a ricercare la novità - era ancora il cacciatore primitivo che seguiva il proprio istinto di
riproduttore della razza. E la donna? In base alla sua personale esperienza, il desiderio di avere un
orgasmo con il compagno durava solo per i primi anni. Poi diminuiva, come la frequenza dei rap
porti. Ma nessuna ne parlava, ritenendo che accadesse soltanto a lei. E tutte mentivano, fingendo di non
poter resistere alle voglie del marito che intendeva fare l'amore tutte le notti. Così, attraverso la
menzogna, suscitavano la preoccupazione delle altre. A questo punto, si concentravano su qualcosa di
diverso: i bambini, la cucina, gli orari, la casa, i conti da pagare, la tolleranza verso le scappatelle del
coniuge, le vacanze in cui si preoccupavano più dei figli che di se stesse, la complicità - o magari anche
l'amore, ma non più il sesso.
Forse lei avrebbe dovuto aprirsi maggiormente con quella giovane brasiliana: una ragazza innocente
che, considerata l'età, poteva essere sua figlia, e che era ancora in difficoltà nel comprendere il mondo.
Una giovane emigrata che viveva lontano dal suo paese, lavorando sodo e aspettando l'uomo con il
quale sposarsi, fingere l'orgasmo, trovare la sicurezza, riprodurre questa misteriosa razza umana e
dimenticare ben presto tutte quelle cose che si chiamavano "orgasmo", "clitoride", "punto G" (scoperto
solo nel ventesimo secolo!). E, inoltre, essere una buona moglie, e un'ottima madre, preoccuparsi che in
casa non mancasse niente e, di tanto in tanto, masturbarsi in segreto, pensando al tizio che aveva
incrociato lungo la strada e l'aveva guardata con un certo desiderio. Insomma, mantenere le apparenze.
Ma perché il mondo si preoccupava tanto delle apparenze?
Ecco il motivo per cui non aveva risposto alla domanda: "Lei ha mai avuto `qualcuno' al di fuori del
matrimonio?"
Sono cose che muoiono con noi, pensò. Suo marito era stato l'unico uomo della sua vita, anche se il
sesso apparteneva ormai a un passato lontano. Era un ottimo compagno, onesto, generoso, amabile; si
impegnava per mantenere la famiglia e cercava di rendere felici tutti coloro che dipendevano da lui. Un
uomo ideale, come lo sognano tutte le donne, ed era proprio per questo che lei si
sentiva davvero male al pensiero di aver desiderato - e di aver avuto, un giorno - un altro amante.
Ricordava con precisione come lo aveva incontrato. Stava tornando da Davos, una cittadina sulle Alpi,
quando una valanga aveva interrotto per alcune ore la circolazione dei treni. Aveva telefonato a casa,
affinché nessuno si preoccupasse. Poi aveva comprato alcune riviste e si era rassegnata a una lunga
attesa nella stazione.
Proprio allora aveva notato un uomo accanto a sé, con uno zaino e un sacco a pelo. Aveva i capelli
brizzolati, la pelle scurita dal sole, ed era l'unico che sembrava non preoccuparsi per il mancato arrivo
del treno. Anzi, sorrideva e si guardava intorno, cercando qualcuno con cui chiacchierare. Heidi aveva
aperto una rivista, ma - misteri della vita! - i suoi occhi avevano incrociato quelli di lui, e non era
riuscita a sviare lo sguardo abbastanza rapidamente per evitare che le si avvicinasse.
Prima che potesse dirgli, gentilmente, che intendeva terminare la lettura di un articolo davvero
interessante, l'uomo si era già lanciato in una conversazione. Aveva detto che era uno scrittore, reduce
da un appuntamento in quella città, e il ritardo del treno gli avrebbe fatto perdere il volo per rientrare a
casa. Quando fossero arrivati a Ginevra, lei avrebbe potuto aiutarlo a trovare un albergo?
Heidi lo aveva fissato: com'era possibile essere così di buon umore al pensiero di perdere un aereo e
vedersi costretto ad aspettare in una deprimente stazione ferroviaria che gli inconvenienti dei trasporti
si risolvessero?
L'uomo aveva attaccato a chiacchierare come se fossero vecchi amici. Le narrava dei viaggi, le parlava
del mistero della creazione letteraria e, con suo grande stupore, delle donne che aveva incontrato e
amato. Heidi si limitava ad annuire, al che lui proseguiva. Ogni tanto, si scusava - forse stava
cianciando troppo -, e le chiedeva di raccontargli qualcosa di sé. Ma lei avrebbe potuto dirgli
soltanto: "Io sono una persona comune, senza niente di straordinario."
Improvvisamente, si era resa conto di desiderare che il treno non arrivasse. Quella conversazione la
stava affascinando, e lei scopriva cose che erano entrate nel suo mondo solo attraverso i romanzi. Non
avrebbe mai più rivisto quell'uomo, e perciò si era fatta coraggio (non sarebbe stata in grado di
spiegarne il motivo) e aveva cominciato a porgli qualche domanda su temi che le interessavano. Il suo
matrimonio attraversava un momento difficile; il marito invocava la sua presenza e Heidi voleva scoprire cosa fare per renderlo felice. Quell'uomo le aveva fornito qualche spiegazione illuminante,
raccontandole una certa storia, tuttavia non sembrava molto contento di parlare del marito.
"Lei è una donna molto interessante," aveva detto, usando una frase che lei non udiva da anni.
Heidi non sapeva come reagire. Lui si era accorto del suo imbarazzo e, subito, si era messo a parlare di
deserti, di montagne, di città perdute, di donne velate o nude fino alla vita, di guerrieri, di pirati e di
saggi.
Poi era arrivato il treno. Si erano seduti l'uno accanto all'altra e, a quel punto, Heidi non era più una
donna sposata, con una casetta in riva al lago e tre figli da allevare, ma un'avventuriera che stava
arrivando a Ginevra per la prima volta. Guardava le montagne e il fiume, ed era contenta di trovarsi lì,
accanto a quell'uomo che voleva portarsela a letto (perché gli uomini pensano solo a questo) e cercava
di impressionarla. Aveva pensato a tutti gli altri che avevano avuto la medesima intenzione, senza che
lei gliene avesse mai data l'occasione. Quella mattina, però, il mondo era cambiato: Heidi era un'adolescente di trentott'anni che assisteva, stupefatta, al tentativo di sedurla. Era la cosa più bella del
mondo.
Nel prematuro autunno della sua vita, quando ormai pensava di avere avuto tutto ciò che si era
aspettata, in
a
quella stazione ferroviaria compariva un uomo ed entrava nella sua esistenza senza chiedere permesso.
Erano scesi a Ginevra, lei gli aveva indicato un albergo (modesto, aveva insistito l'uomo, perché
sarebbe dovuto partire già quella mattina e non aveva previsto di trattenersi un giorno in più nella
costosissima Svizzera), e lui l'aveva pregata di accompagnarlo in camera per verificare che tutto fosse
in ordine. Heidi sapeva ciò che l'aspettava, ma aveva accettato la proposta. Appena chiusa la porta, si
erano baciati con violenza e desiderio, e lui le aveva letteralmente strappato i vestiti di dosso e... Mio
Dio, quell'uomo conosceva bene il corpo femminile, perché forse aveva sperimentato la sofferenza o la
delusione di tante altre compagne!
Avevano fatto l'amore per tutto il pomeriggio; solo all'imbrunire l'incanto si era dissolto. E Heidi aveva
pronunciato una frase che non avrebbe mai voluto dire:
"Devo andare, mio marito mi sta aspettando."
A quel punto, lui si era acceso una sigaretta, ed erano rimasti in silenzio per qualche minuto. Nessuno
aveva voluto pronunciare il termine "addio". Heidi si era alzata ed era uscita senza voltarsi, sapendo
che, qualsiasi cosa avessero detto, nessuna parola o frase avrebbe avuto senso.
Non avrebbe rivisto mai più quell'uomo, tuttavia nell'autunno del suo avvilimento, per qualche ora
aveva cessato di essere la sposa fedele, la padrona di casa, la madre amorevole, l'impiegata esemplare,
l'amica sincera. Era stata di nuovo, semplicemente, la donna.
Per qualche giorno, il marito le aveva ripetuto che era cambiata, che era più allegra o forse più triste no, non avrebbe saputo dirlo esattamente. Una settimana dopo, tutto era tornato alla normalità.
`Peccato non averlo raccontato a quella ragazza,' pensò Heidi. `Comunque, non avrebbe capito: vive
ancora in un mondo dove le persone sono fedeli e i giuramenti d'amore eterni.'
Dal diario di Maria:
Non so cosa avrà pensato quando ha aperto la porta, quella sera, e mi ha visto con due valigie.
`Non aver paura," gli ho detto subito. `Non mi sto trasferendo qui. Andiamo a cena. "
Mi ha aiutato, senza fare commenti, a portare in ca
•
il bagaglio. Poi, prima di dire "Che significa?" oppu
• «Che bello vederti!", mi ha abbracciato e ha cominciato a baciarmi, a toccare il mio corpo, i miei seni,
il mio sesso, come se avesse aspettato tanto e ora intuisse che, forse, il momento non sarebbe mai
arrivato.
Mi ha tolto la giacca e il vestito; mi ha spogliato completamente, lasciandomi nuda, ed è stato proprio lì
nell'ingresso, senza nessun preliminare, senza neppure il tempo di dire ciò che sarebbe stato bello o
brutto, con il vento freddo che entrava dalla porta, che abbiamo fatto l'amore per la prima volta. Ho
pensato di dirgli che sarebbe stato meglio fermarsi, trovare un posto più comodo, avere il tempo di
esplorare l'immenso mondo della nostra sensualità, ma in quel momento lo volevo dentro di me, subito:
era l'uomo che non avevo mai avuto, e che mai avrei posseduto di nuovo. Perciò dovevo amarlo con
tutte le mie energie, avere, almeno per una notte, quello che non avevo avuto prima e che,
probabilmente, non avrei piu avuto in seguito.
Mi ha fatto sdraiare sul pavimento, è entrato in me prima che fossi ben bagnata, ma il dolore non mi ha
infastidito: anzi, mi è piaciuto che stesse avvenendo così, perché doveva capire che gli appartenevo e
che non ave
• bisogno di chiedere alcun permesso. Non ero lì per insegnargli qualcosa, o per mostrare come la mia
sensibilità fosse migliore o più intensa di quella di altre donne, ma solo per dirgli che, sì, era il
benvenuto, che anch io lo stavo aspettando, che mi rendeva felice la sua trasgressione di tutte le regole
che avevamo stabilito, e ora
volevo che fossero solo i nostri istinti, maschio e femmina, a guidarci. Facevano l'amore nella
posizione più convenzionale: io sotto, con le gambe aperte, e lui sopra, che entrava e usciva, mentre lo
guardavo, senza nessuna voglia di fingere, di gemere, di... nulla, con l'unico desiderio di tenere gli
occhi ben aperti per ricordare ogni secondo, per vedere il suo viso trasformarsi, le sue mani che mi
afferravano i capelli, la sua bocca che mi mordeva, mi baciava. Nessun preliminare, nessuna carezza,
nessun preparativo, nessuna affettazione.- soltanto lui dentro di me, e io nella sua anima.
Entrava e usciva, aumentava e diminuiva il ritmo, ogni tanto si fermava per guardarmi, senza però domandarmi se mi piaceva, perché sapeva che quello era l'unico modo di comunicare per le nostre anime.
La cadenza è aumentata, e io avevo ben chiaro in mente che gli undici minuti stavano arrivando alla
fine; avrei voluto che durassero in eterno, perché era tanto bello - ah, com era bello! - essere posseduta
e non possedere! Tutto a occhi aperti. Poi mi sono accorta del momento in cui entrambi non riuscivamo
più a vedere distintamente, come se stessimo entrando in una dimensione dove io ero la Grande Madre,
l'universo, la donna amata, la prostituta sacra degli antichi rituali di cui mi aveva parlato con un
bicchiere di vino in mano e un caminetto acceso. Ho visto il suo orgasmo salire e manifestarsi, e le sue
braccia hanno stretto con forza le mie; i movimenti sono aumentati d'intensità, ed è stato allora che ha
gridato - non gemeva, non si mordeva le labbra, ma gridava! Urlava! Come un animale! Nella mia
mente è balenato il pensiero che i vicini potessero chiamare la polizia, ma non aveva alcuna
importanza, e ho provato un piacere immenso, perché era così dal principio dei tempi, da quando il
primo uomo incontrò la prima donna e fecero l'amore per la prima volta: sì, gridarono.
Poi il suo corpo si è abbandonato sul mio, e non so per quanto tempo siamo rimasti così, abbracciati.
Gli ho accarezzato i capelli come avevo fatto soltanto la sera in cui ci eravamo rifugiati nel buio
dell'albergo; ho sentito il suo cuore, che prima batteva all'impazzata, assumere il ritmo regolare; le sue
mani hanno cominciato a carezzarmi delicatamente le braccia, e questo gesto ha fatto rizzare tutti i peli
del mio corpo.
Deve aver pensato a qualcosa di estremamente reale - come al suo peso sopra di me , visto che è
rotolato su un fianco, tenendomi le mani, e siamo rimasti lì a fissare il so tto e il lampadario con le tre
lampadine accese.
"Buonanotte, "gli ho detto.
Lui mi ha attirato a sé, facendomi appoggiare il capo sul suo petto. Mi ha accarezzato a lungo, prima di
augurarmi la buonanotte.
`7 vicini avranno udito tutto, "ho commentato, senza sapere come avremmo proseguito. Dire "Ti amo
"in quel momento non aveva molto senso. Lo sapevamo entrambi.
`Da sotto la porta, arriva uno spiffero" è stata la sua risposta, mentre avrebbe potuto dire: "Che
meraviglia!"
`Andiamo in cucina. "
Quando ci siamo alzati, ho notato che non si era tolto neppure i pantaloni: era ancora vestito come
quando mi aveva aperto la porta, ma aveva il sesso fuori. Mi sono infilata la giacca sul corpo nudo.
Siamo andati in cucina, lui ha preparato un caffè, poi ha fumato due sigarette - io soltanto una. Seduti al
tavolo, lui con gli occhi mi diceva "Grazie'; e io rispondevo: `Anch io ti ringrazio ':• le nostre labbra
erano chiuse.
Alla fine, si è fatto coraggio e mi ha domandato delle valigie.
`Parto per il Brasile domani a mezzogiorno. "
Una donna capisce quando un uomo è importante. Chissà se anche «loro "sono capaci di questo genere
di in
tuizioni. Forse avrei dovuto dire: "Ti amo", o: "Vorrei rimanere qui con te'; oppure: "Chiedimi di
restare. "
"Non partire. "Sì, aveva capito che poteva dirmelo.
`Non posso. Ho fatto una promessa."
Perché, se non l'avessi fatta, avrei forse creduto che poteva durare per sempre. E invece no: era parte di
un sogno di una giovane donna proveniente da un paese lontano, che si reca nella grande città (non era
poi così grande, in verità), supera mille difficoltà, e incontra un uomo che la ama. Ecco il felice epilogo
di tutti i momenti duri che ho attraversato: ogniqualvolta mi fossi ricordata della mia vita in Europa,
avrei concluso con la storia di un uomo innamorato di me, che sarebbe stato mio per l'eternità, giacché
avevo trovato la sua anima.
Ah, Ralf, non sai quanto ti amo. Forse ci innamoriamo sempre quando ci ritroviamo a guardare l'uomo
dei nostri sogni per la prima volta, anche se in quell'attimo la ragione ci dice che stiamo sbagliando, e
noi cominciamo a lottare, senza voler realmente vincere, contro questo istinto. Fino a quando arriva il
momento in cui ci lasciamo sopraffare dall'emozione, com é accaduto la sera che ho camminato scalza
nel parco, soffrendo per il dolore e per il freddo, ma comprendendo quanto mi volevi bene.
`Sì, ti amo profondamente, come non ho mai amato nessuno, e proprio per questo me ne vado: se
restassi, il sogno si trasformerebbe in realtà, in volontà di possedere, di desiderare che la tua vita mi
appartenga - insomma, in tutte quelle cose che finiscono per mutare l'amore in schiavitù. È meglio il
sogno. Dobbiamo usare la massima cautela riguardo a ciò che portiamo via da un paese - o dalla vita.'
`Non hai raggiunto l'orgasmo, "ha detto lui, tentando di cambiare argomento, di mostrarsi premuroso,
di non forzare la situazione. Aveva paura di perdermi e pensava di avere tutta la notte per farmi
cambiare idea.
`No, ma ho provato un piacere immenso. »
'Ma sarebbe stato meglio se avessi avuto un orgasmo. »
'Avrei potuto fingere, solo per farti contento, ma tu non lo meriti. Tu sei un uomo, Ralf Hart, con tutto
ciò che questa parola può racchiudere di bello e di intenso. Hai saputo sostenermi e aiutarmi; hai
accettato che io ti sostenessi e ti aiutassi, senza che ciò significasse umiliazione. Sì, mi sarebbe piaciuto
avere un orgasmo, ma non è stato così. Comunque ho adorato il pavimento freddo, il tuo corpo caldo, la
violenza con cui sei entrato in me.
"Oggi sono andata a restituire i libri che avevo preso in prestito, e la bibliotecaria mi ha domandato se
parlavo di sesso con il mio compagno. Mi è venuta voglia di chiederle: quale compagno? Quale genere
di sesso? Ma non meritava una simile sgarberia, è sempre stata un angelo con me.
`In realtà, ho avuto solo due compagni da quando sono arrivata a Ginevra: uno che ha risvegliato la
componente peggiore di me, perché gliel'ho permesso - anzi, l'ho implorato. L altro, tu, che mi ha fatto
sentire di nuovo parte del mondo. Vorrei poterti insegnare dove toccare il mio corpo, con quale
intensità e per quanto tempo, e so che non la reputeresti una recriminazione, ma uno stimolo affinché le
nostre anime comunicassero meglio. L arte dell'amore è come la tua pittura: richiede tecnica, pazienza
e, soprattutto, inventiva tra gli amanti. Ed esige anche audacia: bisogna andare al di là di ciò che è
convenzionalmente definito con l'espressione fare l'amore' "
Ecco, era comparsa l'insegnante, qualcosa che non volevo, ma Ralf ha saputo risolvere la situazione.
Invece di accettare le mie parole, dopo aver acceso la terza sigaretta in meno di mezz ora, ha detto:
`Prima di tutto, passerai la notte qui. "
Non era una richiesta, ma un ordine.
"Poi, faremo l'amore di nuovo, con meno ansietà e più desiderio. Vorrei che, finalmente, tu capissi
meglio gli uomini. "
Capire meglio gli uomini? Passavo tutte le mie notti con loro: bianchi, neri, asiatici, ebrei, mussulmani,
cattolici, buddisti. Non lo sapeva, questo, Ralf Hart?
D un tratto, mi sono sentita più leggera: coni é bello quando una conversazione si avvia a diventare una
discussione. A un certo punto, ero arrivata a pensare di chiedere perdono a Dio e rompere la mia
promessa. Ma ecco il ritorno alla realtà, per dirmi di non dimenticare di serbare il mio sogno intatto, di
non lasciarmi intrappolare dal destino.
«Sì, vorrei che tu capissi meglio gli uomini, "ha ripetuto Ralf, notando la mia espressione ironica.
"Parli di esprimere la tua sessualità femminile, di aiutarmi a navigare nel tuo corpo, di avere pazienza e
tempo. D accordo, ma ti è mai venuto in mente che siamo diversi, almeno riguardo al tempo? Perché
non te la prendi con Dio?
"Quando ci siamo incontrati, ti ho chiesto di darmi quakhe lezione sul sesso, perché il mio desiderio era
svanito. E sai qual è il motivo? Dopo un certo numero di anni, le mie relazioni sessuali finivano per
tediarmi o frustrarmi, poiché avevo capito che mi era molto difficile dare alle donne che amavo lo
stesso piacere che loro procuravano a me.
Non mi sono piaciute le parole: `Alle donne che amavo'; ma ho finto indifferenza, accendendo una sigaretta.
`Non avevo il coraggio di chiedere.. Insegnami il tuo corpo, rivelami i suoi segreti. 'Ma quando ho
incontrato te, ho visto la tua luce e ti ho amata immediatamente. Ho pensato che, a questo punto della
vita, ormai non avevo nient altro da perdere se fossi stato onesto con me stesso - e con la donna che
avrei voluto avere al mio fianco.
Ho trovato deliziosa quella sigaretta e avrei tanto voluto che mi offrisse del vino, ma non volevo lasciar
cadere l'argomento.
"Perché gli uomini, anziché comportarsi con me nel tuo stesso modo, e cioè cercare di scoprire come
veramente mi sento, pensano solo al sesso?"
"Chi l'ha detto che pensiamo solo al sesso? Al contrario, passiamo anni della nostra vita cercando di
convincerci che, anche per noi, il sesso è importante. Apprendiamo l'amore con le prostitute o con le
vergini, raccontiamo le nostre storie a tutti coloro che vogliano ascoltarle, ci intratteniamo con giovani
amanti quando ormai siamo vecchi, soltanto per mostrare agli altri che, effettivamente, siamo quello
che le donne si aspettavano che fossimo.
'Ma vuoi sapere una cosa? Non è niente di tutto ciò. Noi non capiamo niente. Pensiamo che sesso ed
eiaculazione siano la stessa cosa: ma come hai appena detto tu, non lo sono. Non impariamo perché
non abbiamo il coraggio di dire alla donna: `Insegnami il tuo corpo, rivelami i suoi segreti. 'Non
apprendiamo perché neppure la donna ha l'audacia di dire: `Impara come sono. ' Così ci limitiamo al
primitivo istinto di perpetuazione della specie, ed è tutto. Per quanto assurdo sembri, sai che cosé più
importante del sesso per un uomo?"
Io ho pensato ai soldi, poi al potere, ma non ho detto niente.
`Lo sport. Perché lì un uomo capisce il corpo di un altro uomo. Nello sport, cogliamo il dialogo dei
corpi che s intendono. "
"Tu sei matto. "
`Può darsi. Ma ciò ha un senso. Ti sei mai soffermata a pensare cosa sentivano gli uomini con cui sei
stata a letto?"
"Sì, l'ho fatto. Provavano paura. Erano tutti insicuri. "
"Era peggio che paura. E non erano soltanto insicuri, ma vulnerabili. Non capivano esattamente ciò che
stavano facendo: sapevano soltanto che la società, gli amici, le mogli stesse dicevano che quell'atto era
davvero importante. `Sesso, sesso, sesso- ecco la base della vita, sbandierata dalle pubblicità, dalle
persone, dai film, dai libri. Nessuno sa di cosa stia parlando. Giacché l'istinto è più forte della ragione,
la gente sa che va fatto. Tutto qua „
Basta. Se avevo tentato di dare lezioni di sesso per proteggermi, lui stava facendo altrettanto e, per
quanto le nostre parole fossero sagge - visto che ognuno di noi voleva far colpo sull'altro -, ciò era
davvero stupido, indegno del nostro rapporto! L'ho attirato a me perché, indipendentemente da quanto
aveva da dirmi, o da quello che io pensavo di me stessa, la vita mi aveva già insegnato moltissime cose.
All'inizio dei tempi, tutto era amore, abbandono. Poi il serpente si era presentato a Eva e aveva detto:
«Ciò che hai donato, tu lo perderai. " Così è successo a me - sono stata cacciata dal paradiso quando
ero ancora a scuola e, da allora, ho cercato un modo di dire al serpente che era in errore, che vivere era
più importante che non serbare per sé. Ma il serpente era nel giusto, e io stavo sbagliando.
Mi sono inginocchiata, lentamente gli ho tolto i vestiti e ho visto che il suo sesso era molle,
addormentato, inerme. Lui sembrava non badarci, e io gli ho baciato l'interno delle gambe, partendo dai
piedi. Il suo membro ha cominciato a reagire lentamente; poi l'ho toccato, l'ho preso in bocca e - senza
fretta, perché non lo interpretasse come un: `Avanti, preparati ad agire!"- l'ho baciato con la tenerezza
di chi non si aspetta nulla e, proprio per questo, ha ottenuto tutto. Ho visto che si eccitava. Ha
cominciato a toccarmi i capezzoli, titillandoli come quella sera nell'oscurità più totale; mi ha fatto venir
voglia di stringerlo di nuovo fra le gambe, o di
averlo nella mia bocca, o di esaudire qualsiasi sua fantasia o desiderio riguardo al modo di possedermi.
Lui non mi ha tolto la giacca. Mi ha fatto chinare bocconi sul tavolo, con i piedi ben saldi sul
pavimento. Mi ha penetrato lentamente, questa volta senza ansietà, senza paura di perdermi, perché
infondo aveva capito che si trattava di un sogno - sarebbe stato sempre un sogno, e giammai realtà.
Sentivo il suo sesso dentro di me, ma avvertivo anche le sue mani sui seni, sulle natiche; mi toccava
come solo una donna sa farlo. Allora ho capito che eravamo fatti l'uno per l'altra, perché lui sapeva
essere donna - come avveniva in quel momento - e io riuscivo a essere uomo - accadeva quando
parlavamo o ci iniziavamo reciprocamente all'incontro di due anime smarrite, dei due frammenti che
mancavano per completare l'universo.
Mentre lui mi penetrava, e contemporaneamente mi toccava, ho sentito che quegli atti non erano rivolti
soltanto a me, ma all'universo intero. Adesso il tempo ci apparteneva, al pari della tenerezza e della
conoscenza reciproca. Sì, era stato bellissimo arrivare l3 con due valigie e con il desiderio di partire, e
ritrovarsi distesa sul pavimento e penetrata con violenza e paura. Ma risultava bello anche sapere che
quella notte non sarebbe mai finita, e ora, lì, sul tavolo della cucina, l'orgasmo non era un fine, ma
l'inizio dell'incontro.
Il suo sesso è rimasto immobile dentro di me, mentre le sue dita si muovevano rapidamente - e io ho
avuto un primo, e un secondo, e poi un terzo orgasmo, uno dopo l'altro. Avevo voglia di spingerlo via il dolore del piacere può essere così intenso da annichilire ' ma sono riuscita a resistere, ho accettato
che fosse così, che potevo sopportare ancora un nuovo orgasmo, o altri due, o forse di più...
... e all'improvviso, dentro di me è esplosa una luce. Non ero più me stessa, ma un essere infinitamente
superiore a tutto ciò che conoscevo. Quando la sua mano mi ha portato al quarto orgasmo, sono entrata
in un luogo dove tutto sembrava pervaso di pace; poi, al quinto, ho conosciuto Dio. Allora ho sentito
che ricominciava a muoversi dentro di me, mentre la sua mano continuava a titillarmi, e ho detto: `Mio
Dio'; abbandonandomi a chissà cosa, all'inferno o al paradiso.
Si trattava del paradiso. Io ero la terra, le montagne, le tigri, i fiumi che scorrevano fino ai laghi, i laghi
che si trasformavano in mari. Lui si muoveva sempre più rapidamente, e il dolore si fondeva con il
piacere. Avrei potuto dire: "Non ce la faccio più ", ma sarebbe stato ingiusto - perché in quel momento,
lui e io eravamo la stessa persona.
Ho lasciato che continuasse a penetrarmi fino a raggiungere l'orgasmo; le sue unghie adesso erano
conficcate nelle mie natiche, e io, là, bocconi sul tavolo della cucina, stavo pensando che non esisteva
un posto migliore al mondo per fare l'amore. Ancora lo scricchiolio del tavolo, il respiro sempre più
affannato, il dolore provocato dai graffi e il mio sesso che batteva vigorosamente contro il suo, carne
contro carne, ossa contro ossa, e di nuovo stavo per avere un orgasmo, insieme a lui - e niente, niente di
tutto questo era MENZOGNA!
"Oh, sì, veniamo!"
Lui sapeva che cosa stava dicendo, e io ero perfettamente conscia che era arrivato il momento: ho
sentito il mio corpo cedere, non ero più me stessa. Ormai non udivo e non vedevo, sperimentavo il
piacere del nulla - sentivo soltanto.
"Oh, sì, veniamo!"
E sono venuta, insieme a lui. Non sono stati undici minuti, ma un eternità: era come se entrambi
fossimo usciti dal corpo e camminassimo, pervasi da una gioia profonda, da comprensione e affetto, nei
giardini del paradiso. Io ero donna e uomo, lui era uomo e donna.
Non so quanto tempo sia durato, ma era come se tutto fosse immerso nel silenzio, nella preghiera, come
se l'universo e la vita avessero cessato di esistere e si fossero trasformati in qualcosa di sacro, senza
nome, senza tempo.
Ma subito dopo il tempo è tornato; ho udito le sue grida e ho urlato insieme a lui; i piedi del tavolo
battevano con forza sul pavimento, e nessuno di noi ha voluto domandare o scoprire ciò che il resto del
mondo stava pensando.
Poi è uscito da me all'improvviso; rideva. Ho sentito il mio sesso contrarsi, mi sono voltata verso di lui,
ridendo anch io, e ci siamo abbracciati come se fosse la prima volta nella vita che facevamo l'amore.
"Benedicimi!" mi ha ordinato.
Ho obbedito, senza sapere cosa stavo facendo. L'ho pregato di fare altrettanto, e lui ha esaudito il mio
desiderio, dicendo: "Benedetta sia questa donna, che ha tanto amato. " Quelle parole erano davvero
belle. Ci siamo abbracciati ancora e siamo rimasti lì, immobili, senza riuscire a capire come undici
minuti possano portare un uomo e una donna fino a quel punto.
Non eravamo stanchi. Siamo andati nel salone; lui ha messo un disco e ha fatto esattamente ciò che mi
aspettavo: ha acceso il caminetto e mi ha offerto del vino.
Poi ha aperto un libro e si è messo a leggere:
Un tempo per nascere, un tempo per morire. Un tempo per piantare, un tempo per sradicare
la pianta.
Un tempo per uccidere, un tempo per guarire.
Un tempo per distruggere, un tempo per costruire. Un tempo per piangere, un tempo per ridere. Un
tempo per gemere, un tempo per ballare. Un tempo per scagliare pietre, un tempo per
raccogliere sassi.
Un tempo per abbracciare, un tempo per separarsi.
Jn tempo per cercare, un tempo per perdere.
Un tempo per conservare, un tempo per gettare via. Un tempo per strappare, un tempo per ricucire. Un
tempo per tacere, un tempo per parlare. Un tempo per amare, un tempo per odiare. Un tempo per la
guerra, un tempo per la pace.
Suonava come un congedo. Ma era il più bello che avrei potuto mai desiderare nella mia vita.
L'ho abbracciato, lui mi ha stretto: poi ci siamo sdraiati sul tappeto accanto al caminetto. Quella sensazione di pienezza continuava a pervadermi: era come se fossi sempre stata una donna saggia, felice e
realizzata.
"Come hai potuto innamorarti di una prostituta?"
«Allora non l'ho capito. Ma oggi, se ci ripenso, credo di poter dire che, sapendo che il tuo corpo non
sarebbe mai stato soltanto mio, mi era data la possibilità di concentrarmi sulla conquista della tua
anima. "
"E la gelosia?"
`Non è possibile dire alla primavera: `Spero che tu arrivi presto e che ti trattenga molto.' Si può solo
dirle: Vieni, benedicimi con la tua speranza e resta più tempo che puoi. '»
Parole al vento. Ma io avevo bisogno di udirle, e lui di pronunciarle. Ho dormito, anche se non so
quanto. Ho sognato: non una situazione o una persona, ma un profumo - che permeava tutto.
Quando Maria aprì gli occhi, dalle persiane cominciavano a filtrare i primi raggi di sole.
`Ho fatto l'amore con lui per due volte,' pensò, guardando l'uomo addormentato al suo fianco. `Eppure
mi sembra che siamo sempre stati insieme, e che lui conosca da un'eternità la mia esistenza, la mia
anima, il mio corpo, la mia luce, il mio dolore.'
Si alzò per andare in cucina a preparare il cafT. Fu allora che vide le due valigie nel corridoio e si
ricordò tutto: la promessa, la preghiera in chiesa, la sua vita, il sogno che persiste nel trasformarsi in
realtà perdendo il suo incanto, l'uomo perfetto, l'amore in cui il corpo e l'anima erano un'unica entità, e
un piacere e un orgasmo molto diversi.
Avrebbe potuto restare. Non aveva niente da perdere nella vita, se non un'altra illusione. Si ricordò dei
versi che lui aveva recitato la sera prima: "Un tempo per piangere, un tempo per ridere." Ma ce n'erano
altri: "Un tempo per abbracciare, un tempo per separarsi."
Preparò il caffè, chiuse la porta della cucina, fece una telefonata e chiamò un taxi. Poi si appellò a
quella forza di volontà che l'aveva portata così lontano, alla fonte di energia della sua "luce" che le
aveva indicato il momento giusto per partire, che la proteggeva e che le avrebbe fatto serbare per
sempre il ricordo di quella notte. Si vestì, prese le valigie e uscì; aveva sperato ardentemente che lui si
svegliasse e le chiedesse di restare.
Ma Ralf non si era svegliato. Mentre aspettava il taxi, nella strada, passò una zingara con un mazzo di
fiori: "Vuoi comprarlo?" le chiese.
Maria lo acquistò. Si trattava del segnale che l'autunno era arrivato, che l'estate era ormai alle spalle.
Per lungo tempo. Ginevra non avrebbe più avuto i tavolini sui marciapiedi e i parchi affollati di persone
che passeggiavano e prendevano il sole. Comunque, non era dispiaciuta: se ne stava andando per libera
scelta, e non aveva di che lagnarsi.
Maria arrivò all'aeroporto, prese un altro caffè, aspettò per quattro ore il suo volo per Parigi,
continuando a pensare che lui sarebbe presto giunto in quel salone, perché, qualche istante prima di
addormentarsi, gli aveva detto l'orario della partenza. Nei film accadeva proprio così: all'ultimo
momento, quando la donna sta per salire sull'aereo, compare lui, disperato, la stringe a sé, le dà un
bacio e la riporta nel suo mondo, sotto lo sguardo sorridente e compiaciuto degli impiegati della
compagnia aerea. Appare la scritta "Fine", e tutti gli spettatori sanno che, da quell'istante, gli
innamorati vivranno felici.
`I film non raccontano mai cosa accade dopo,' si diceva Maria, cercando di consolarsi. Matrimonio,
cucina, figli, sesso sempre più sporadico, la scoperta del primo biglietto dell'amante, decidere, sollevare
uno scandalo, ascoltare le promesse che non si ripeterà più. Poi un secondo biglietto di un'altra amante,
un nuovo scandalo e la minaccia della separazione; stavolta lui non reagisce mostrando una grande
sicurezza: dice soltanto che la ama. Ma c'è un terzo biglietto, di una terza amante, e lei sceglie di
restarsene in silenzio, fingendo di non sapere, perché il compagno potrebbe anche dire che non l'ama
più e che è libera di andarsene.
No, i film questo non lo raccontano. Finiscono prima che inizi il mondo reale. Meglio non pensarci.
Lesse una, due, tre riviste. Finalmente fu annunciato il suo volo; dopo un lungo lasso di tempo un'eternità - trascorso nella sala d'attesa di quell'aeroporto, la ragazza si imbarcò. Immaginò ancora la
famosa scena in cui, appena agganciata la cintura di sicurezza, la protagonista del film sente il tocco di
una mano sulla spalla, si volta e vede lui, sorridente.
Lì, invece, non accadde nulla.
Nel breve tragitto che separava Ginevra da Parigi, Maria dormi. Non ebbe tempo di pensare a cosa
avrebbe detto a casa, a quale storia avrebbe raccontato - ma, di sicuro, i suoi genitori sarebbero stati
contenti del ritorno della figlia, sapendo che avrebbero presto avuto un'azienda agricola e la vecchiaia
assicurata.
Si svegliò per i sobbalzi dell'atterraggio. L'aereo fece un lungo percorso per raggiungere il parcheggio.
La hostess le si avvicinò per comunicarle che doveva cambiare terminal, poiché il volo per il Brasile
partiva dal Terminal F mentre lei si trovava al Terminal C. Comunque non doveva preoccuparsi, non
c'erano ritardi, e aveva molto tempo per raggiungere il cancello d'imbarco; se avesse avuto qualche
dubbio, il personale di terra avrebbe potuto aiutarla a trovare la strada.
Mentre l'aereo si avvicinava al punto di sbarco, la ragazza considerò l'opportunità di trascorrere una
giornata in quella città, magari soltanto per scattare alcune foto e poter dire di aver visto Parigi. Le
serviva qualche momento per riflettere, per stare sola con se stessa, per nascondere nel suo intimo i
ricordi della notte precedente, in modo da poterli usare ogniqualvolta avesse avuto bisogno di sentirsi
viva. Sì, Parigi era un'ottima idea. Domandò alla hostess quando sarebbe decollato il volo successivo
per il Brasile, qualora avesse deciso di non imbarcarsi quel giorno.
L'assistente di volo le chiese il biglietto e, dicendosi molto spiacente, le comunicò che quel tipo di
tariffa non consentiva uno scalo prolungato. Maria si consolò pensando che vedere una città così bella
da sola l'avrebbe depressa. Stava riuscendo a mantenere il sangue freddo e la forza di volontà, e non
avrebbe certo rovinato tutto con un paesaggio stupendo e la nostalgia di qualcuno.
Sbarcò, e fu sottoposta ai controlli di polizia; il suo bagaglio, invece, sarebbe stato imbarcato
direttamente sull'altro aereo - non aveva niente di cui preoccuparsi. Le porte del salone degli arrivi si
aprirono, i passeggeri uscirono e abbracciarono chi li aspettava: mogli, madri, figli. Maria, fingendo di
non prestare attenzione a quelle scene, ripensava alla sua solitudine, che non era totalmente amara:
questa volta aveva un segreto e un sogno, e la vita sarebbe stata più facile.
"Parigi ci sarà sempre."
Quando udì quella voce, le gambe le tremarono. Non era una guida turistica. Non era un tassista.
"Parigi ci sarà sempre?"
"È la frase di un film che adoro. Ti piacerebbe vedere la Torre Eiffel?"
Certo. Le sarebbe piaciuto davvero molto. Ralf era lì, con un mazzo di rose e gli occhi inondati di luce,
quella luce che lei aveva notato fin dal primo giorno, mentre le faceva il ritratto, e il vento freddo la
disturbava.
"Come hai potuto arrivare prima di me?" gli domandò, solo per mascherare la sorpresa. La risposta non
era affatto importante, ma le serviva qualche momento per riprendere fiato.
"Ti ho visto mentre leggevi una rivista. Avrei potuto avvicinarmi allora, ma io sono un romantico, un
inguaribile romantico. E così, ho pensato bene di prendere il primo aereo diretto a Parigi, di gironzolare
per l'aeroporto, di aspettare tre ore, consultando in continuazione gli orari dei voli, di comprare un
mazzo di fiori e di pro
nunciare quella frase che Rick dice alla sua amata in Casablanca, immaginando la tua espressione di
sorpresa. E avere la certezza che questo è ciò che avresti voluto, che mi aspettavi, che tutta la
determinazione e la volontà del mondo non bastano per impedire all'amore di cambiare le regole del
gioco in un attimo. Non costa nulla essere romantici come nei film, non credi?"
Maria non sapeva se costasse o no, ma, in quel momento, il prezzo era qualcosa che non le importava
affatto - pur sapendo che aveva conosciuto da poco quell'uomo, che avevano fatto l'amore per la prima
volta solo qualche ora prima, che aveva visto i suoi amici solo un paio di giorni addietro, che lui aveva
frequentato il locale in cui lavorava come prostituta e che era già stato sposato due volte. Non erano
certo credenziali impeccabili. Comunque, lei possedeva il denaro per acquistare un'azienda agricola e
aveva la gioventù davanti, oltre a una considerevole esperienza di vita e una grande libertà d'animo.
Giacché il destino sceglieva sempre per lei, pensò che ancora una volta poteva correre il rischio.
Gli diede un bacio, senza alcuna curiosità di sapere ciò che accade dopo che la scritta "Fine" è apparsa
sullo schermo. Se un giorno qualcuno avesse deciso di raccontare la sua storia, gli avrebbe chiesto di
cominciarla come una favola, con le parole:
C'era una volta...
Nota finale
Come tutti - e in questo caso non ho il minimo scrupolo a generalizzare -, ho tardato a scoprire il
significato sacro del sesso. La mia gioventù ha coinciso con un'epoca di libertà estrema, di scoperte
importanti e di eccessi, seguita da un periodo conservatore e repressivo: un prezzo da pagare per gli
abusi che avevano lasciato conseguenze piuttosto pesanti.
Nel decennio degli eccessi, gli anni Settanta, lo scrittore Irving Wallace scrisse un libro - intitolato
Sette lunghi minuti - sulla censura americana, raccontando degli espedienti giuridici volti a impedire la
pubblicazione di un testo sul sesso.
Nel romanzo di Wallace, il libro che è oggetto della discussione sulla censura viene solo accennato, e il
tema della sessualità compare raramente. A lungo, ho immaginato cosa avrebbe potuto contenere quel
famoso libro proibito. Chissà, forse avrei potuto tentare di scriverlo io.
Comunque, nelle pagine del suo romanzo, Wallace fa numerosi riferimenti a quel libro inesistente, la
qual cosa ha finito per limitare - e rendere impossibile - la prova che avevo immaginato. Ne è rimasto
solo il ricordo del titolo (nel quale ritengo che Wallace sia stato alquanto conservatore rispetto al
tempo, ragione per cui ho deciso di estenderlo), oltre all'idea che fosse importante affrontare la
sessualità in maniera seria. Il che, peraltro, è già stato fatto da molti scrittori.
Nel 1999, dopo una conferenza a Mantova, alla reception del mio albergo mi aspettava un manoscritto
che qualcuno aveva lasciato. Di solito, non leggo manoscritti, ma quello decisi di leggerlo: era la storia
autobiografica di una prostituta brasiliana, dei suoi matrimoni, delle sue traversie con la legge, delle sue
avventure. Nel 2000, passando per Zurigo, pensai di incontrare quella donna, il cui nome "d'arte" è
Sonia. Poiché nel frattempo si era stabilita in Italia, prese un treno e mi raggiunse: le dissi che il suo
testo mi era piaciuto, e insistetti perché lo inviasse alla mia casa editrice brasiliana, che però decise di
non pubblicarlo. Durante il nostro incontro, mi invitò - insieme a un amico e a una cronista del giornale
Blick che mi aveva appena intervistato - ad andare in Langstrasse, nel quartiere a luci rosse. Io non
sapevo che Sonia aveva già avvisato le "ragazze" della nostra visita e, con grande sorpresa, mi ritrovai
a firmare molte copie dei miei libri, in diverse lingue.
A quell'epoca, ero ormai deciso a scrivere un romanzo sul sesso, ma non avevo ancora la trama, né il
personaggio principale. Pensavo a un testo che, pur affrontando la sessualità, era orientato verso una
ricerca convenzionale del sacro; quella visita in Langstrasse, però, mi fornì alcuni insegnamenti: per
scrivere dell'aspetto sacro del sesso, era necessario capire perché fosse stato tanto profanato.
Chiacchierando con un giornalista della rivista svizzera L Illustrée, gli raccontai di quell'improvvisata
seduta di firma in Langstrasse, e lui ne pubblicò un lungo reportage. Il risultato fu che, nel corso di un
pomeriggio di autografi e dediche a Ginevra, si presentarono alcune prostitute con i libri che avevano
scritto. Una di loro attirò in particolare la mia attenzione, e uscimmo - con la mia amica e agente
Monica Antunes - a prendere un caffè: quel momento di pausa in un bar si trasformò in una cena, che
determinò altri incontri nei giorni successivi. Così nacque la trama di Undici minuti.
Desidero ringraziare Anna Von Pianta, la mia editrice svizzera, che mi ha aiutato fornendomi dati
importanti sulla situazione legale delle prostitute nel suo paese, oltre ad alcune "ragazze", che cito con i
nomi "d'arte": Sonia, che incontrai per la prima volta a Mantova (chissà che un giorno qualcuno non
mostri un sincero interesse per il suo libro!), Martha, Antenora e Isabella, che lavoravano a Zurigo;
Amy, Lucia, Andrei, Vanessa, Patrick, Thérèse e Anna Christina, che esercitavano la professione a Ginevra.
Ringrazio anche Antonella Zara, che mi ha permesso di usare alcuni brani del suo libro La scienza della
passione per integrare qualche parte del diario di Maria.
Infine ringrazio Maria - anche questo è un nome "d'arte" - che oggi risiede a Losanna, è sposata e ha
due belle figlie, e che nel corso dei nostri incontri ha condiviso con Monica e con me la sua storia, su
cui questo libro è basato.
Paulo Coelho
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