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Il riconoscimento dei matrimoni e delle unioni tra persone dello

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Il riconoscimento dei matrimoni e delle unioni tra persone dello
OSSERVATORIO SU DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO E DIRITTI UMANI N. 3/2014
1. IL
RICONOSCIMENTO DEI MATRIMONI E DELLE UNIONI TRA PERSONE DELLO
STESSO SESSO ALLA LUCE DEI PIÙ RECENTI SVILUPPI DELLA GIURISPRUDENZA
COSTITUZIONALE
Corte costituzionale, sentenza 11 giugno 2014, n. 170, Pres. Cassese, Red. Morelli,
disponibile sul sito
1.Cenni introduttivi.
Nel nostro precedente contributo a questo Osservatorio (F. MARONGIU BUONAIUTI,
Il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso secondo un provvedimento recente del Tribunale
di Grosseto, in Ordine internazionale e diritti umani, 2014, p. 403 ss.) si era affrontata la
problematica del riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, contratti in
Stati che ne ammettono la conclusione, in paesi che, come l’Italia, non prevedano tale
forma di matrimonio, alla luce di un recente provvedimento del Tribunale di Grosseto
(ordinanza 3 – 9 aprile 2014, Giudice Ottati), col quale era stata ordinata la trascrizione nei
registri dello stato civile del locale Comune di un siffatto matrimonio contratto all’estero.
Nel criticare tale provvedimento, si era rilevato come esso si basasse su una
interpretazione erronea del quadro normativo pertinente, condizionata a propria volta da
una lettura massimalista e non sufficientemente rigorosa dell’interpretazione che delle
principali disposizioni pertinenti a livello interno ed internazionale era stata data nelle
pronunce più recenti rese in materia, rispettivamente, dalla Corte di cassazione (sez. I civ.,
sent. 15 marzo 2012, n. 4184, in Riv. dir. int. priv. proc., 2012, p. 747 ss.), dalla Corte
costituzionale (sent. 14 aprile 2010, n. 138, disponibile su www.cortecostituzionale.it) e
dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (sent. 24 giugno 2010, su ricorso n. 30141/04,
Schalk e Kopf c. Austria, disponibile su www.echr.coe.int).
2. Il quadro precedente agli ultimi sviluppi della giurisprudenza costituzionale in esame.
Come si era osservato nello scritto in precedenza richiamato, dalle pronunce della
Corte di cassazione e della Corte costituzionale ora evocate si evinceva con sufficiente
chiarezza che allo stato né le disposizioni contenute nel codice civile italiano e nella restante
legislazione pertinente né i precetti costituzionali consentissero di ritenere ammissibile la
produzione di effetti nell’ordinamento italiano da parte di matrimoni tra persone dello
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stesso sesso, dato che l’alterità di sesso dei nubendi era tuttora da considerarsi alla stregua
di un presupposto identificativo dell’istituto matrimoniale così come conosciuto
dall’ordinamento italiano. Al tempo stesso, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella
sentenza Schalk e Kopf appena richiamata aveva preso atto della profonda diversità di
soluzioni esistente in proposito tra gli ordinamenti degli Stati contraenti. Ciò l’aveva portata
ad affermare che, seppure il dettato dell’art. 12 della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo, che enuncia il diritto fondamentale di sposarsi e di fondare una famiglia, non
possa intendersi ormai più limitato alle sole coppie di soggetti di sesso diverso, nondimeno
debba intendersi rimessa ai legislatori nazionali la valutazione in ordine all’opportunità di
prevedere o meno all’interno del proprio ordinamento l’estensione del matrimonio alle
unioni tra persone dello stesso sesso ovvero la sua limitazione alle unioni tra persone di
sesso differente.
Nondimeno, la Corte europea nella pronuncia ricordata aveva affermato altrettanto
chiaramente che dall’art. 8 della stessa Convenzione discendeva il diritto delle coppie di
persone dello stesso sesso a veder riconosciuta la propria unione alla stregua di una forma
di vita familiare, così come contemplato dalla disposizione stessa, con ciò ponendo in capo
agli Stati contraenti che già non disciplinassero tali unioni l’obbligo di introdurre nel
proprio ordinamento apposite disposizioni in proposito, nel rispetto dei limiti posti dall’art.
14 della stessa Convenzione che vieta ogni discriminazione nel godimento dei diritti tutelati
in base, tra gli altri fattori, all’orientamento sessuale. L’opportunità di prevedere una forma
di riconoscimento alle unioni tra persone dello stesso sesso era stata ulteriormente
sottolineata dalla Corte di cassazione nella già ricordata sentenza n. 4184 del 2012, la quale
al fine di individuare i contenuti minimi di tale tutela si era a propria volta richiamata ad
alcune precedenti pronunce della Corte costituzionale, le quali avevano esteso ai conviventi
more uxorio alcuni benefici che le disposizioni legislative che ne avevano formato oggetto
riservavano ai coniugi, con particolare riferimento alla successione nel contratto di
locazione concluso dal defunto (Corte costituzionale, sent. 24 marzo 1988, n. 404, su
www.cortecostituzionale.it) e alla previsione della cessazione della convivenza come causa
di successione nell’assegnazione di alloggi dell’edilizia residenziale pubblica (Corte
costituzionale, sent. 12 dicembre 1989, n. 559, ivi).
La sentenza n. 170/2014 della Corte costituzionale e la sua limitata incidenza sul quadro normativo
pertinente.
3.
Sul quadro normativo e giurisprudenziale che si è tratteggiato è intervenuta, da
ultimo, nuovamente la Corte costituzionale con la sentenza n. 170 del 2014. In quest’ultima
pronuncia, la Corte costituzionale ha affrontato la questione della legittimità costituzionale
della disposizione contenuta nell’art. 4 della legge n. 164 del 1982 disciplinante la
rettificazione dell’attribuzione di sesso, per effetto della quale, ove essa intervenga in
costanza di matrimonio, la sentenza di rettificazione produce l’effetto automatico dello
scioglimento del matrimonio stesso, ovvero, nel caso di matrimonio concordatario, della
cessazione dei relativi effetti civili.
La Corte costituzionale ha accolto la censura di legittimità costituzionale delle norma
in questione alla luce non già dell’art. 29 della Costituzione, che la Corte, confermando
quanto affermato nella precedente sentenza n. 138 del 2010, continua a considerare riferito
alla nozione tradizionale di matrimonio, né dell’art. 3 della Carta costituzionale stessa, non
potendo, coerentemente col primo assunto, le situazioni della coppia di persone di sesso
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diverso unita in matrimonio e della coppia successivamente divenuta di persone dello
stesso sesso essere considerate equiparabili, bensì dell’art. 2 della Costituzione. La Corte,
infatti, ha inteso tutelare il diritto della coppia venutasi a trovare in quest’ultima situazione
di poter scegliere consensualmente di continuare a mantenere una forma di unione,
rilevante alla stregua di una “formazione sociale” ai fini di quest’ultima norma della
Costituzione, ma non già come società naturale fondata sul matrimonio nel senso di cui
all’art. 29 della Costituzione stessa.
Conseguentemente all’inquadramento giuridico della problematica operato dalla
Corte costituzionale in linea di netta continuità con la precedente pronuncia del 2010, la
Corte stessa ha accolto la questione di legittimità costituzionale della norma censurata non
già in quanto non consenta alla coppia di scegliere di mantenere in vita il rapporto
matrimoniale nonostante l’intervenuta rettificazione del sesso di uno degli ex-coniugi, dato
che la Corte stessa ha ribadito che, venendo meno il requisito essenziale della
eterosessualità, il matrimonio non può continuare a sussistere in quanto tale, bensì in
quanto non contempli il diritto dei soggetti interessati di non interrompere la loro vita di
coppia. Anche sotto quest’ultimo profilo la Corte costituzionale si è richiamata alla
precedente pronuncia n. 138 del 2010 ed alla appena successiva pronuncia dello stesso
anno della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa al caso Schalk e Kopf, confermando
che spetta al legislatore individuare i modi e le forme nelle quali il diritto di persone dello
stesso sesso di istituire o mantenere tra loro una forma di unione debba ricevere tutela.
Chiaramente, così come la Corte europea nella sentenza da ultimo richiamata aveva
sottolineato come la libertà dei legislatori nazionali di definire i termini nei quali tali forme
di unione dovessero ricevere regolamentazione non potesse sfuggire ai limiti posti dalle
norme stesse della Convenzione europea, con particolare riguardo ai suoi articoli 8 e 14, e
al conseguente sindacato della Corte europea ove tali norme venissero violate, altrettanto la
Corte costituzionale si è riservata di intervenire, come già del resto aveva fatto con
riferimento a situazioni specifiche, qualora le modalità concretamente prescelte dal
legislatore si debbano rivelare censurabili sotto il profilo dell’adeguatezza e della
proporzionalità.
4. Assenza di effetti concreti della pronuncia sul piano del riconoscimento dei matrimoni tra persone dello
stesso sesso.
Non intendendo in questa sede soffermarci sui profili di più stretto rilievo
costituzionalistico della pronuncia in esame, con particolare riferimento all’assenza di
un’immediata valenza precettiva della sentenza derivante dal fatto che essa censura una
disposizione legislativa non già per il fatto di precludere ad una categoria di soggetti
l’accesso ad una forma di tutela giuridica, quella propria del matrimonio, già
compiutamente disciplinata dall’ordinamento, bensì per il fatto di non consentire ad essi di
poter godere dei diritti derivanti da un regime giuridico che allo stato deve ancora essere
definito dal legislatore (si veda, per rilievi in ordine alla tecnica decisoria seguita dalla Corte,
A. RUGGERI, Questioni di diritto di famiglia e tecniche decisorie nei giudizi di costituzionalità (a
proposito della originale condizione dei soggetti transessuali e dei loro ex coniugi, secondo Corte cost. n. 170
del 2014), su Consulta Online, www.giurcost.org, 13 giugno 2014), merita piuttosto
soffermarsi brevemente sulle conseguenze che da essa discendono dal punto di vista
internazionalprivatistico per quanto riguarda il tema oggetto della nostra indagine.
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Dal punto di vista, infatti, del riconoscimento dei matrimoni tra persone dello
stesso sesso che siano stati contratti in paesi che ne consentano la conclusione, deve
ritenersi che nulla muti rispetto al quadro già delineato chiaramente dalle precedenti
pronunce tanto della stessa Corte costituzionale, quanto della Corte di cassazione che si era
riassunto nel nostro scritto precedente (F. MARONGIU BUONAIUTI, cit., p. 404 ss.). Infatti,
come già rilevato, la Corte ha chiaramente ribadito che il requisito della differenza di sesso
tra i coniugi costituisce un requisito essenziale del matrimonio per il nostro ordinamento, al
punto che invano i coniugi, ovvero ex coniugi, stessi avrebbero potuto invocare il diritto
alla prosecuzione del rapporto matrimoniale in quanto tale a seguito della rettificazione
dell’attribuzione di sesso di uno di essi (si veda in particolare il punto 5.1 della motivazione
della sentenza in esame). In proposito, si deve osservare che la situazione di una coppia
precedentemente unita in matrimonio relativamente alla quale il detto requisito essenziale
della diversità di sesso dei coniugi era bensì presente al momento della costituzione del
vincolo matrimoniale ma è successivamente venuto meno è certo strutturalmente diversa
dal punto di vista del suo venire in essere rispetto a quella di una coppia relativamente alla
quale tale requisito non sussisteva fin dall’origine ma che, ciò nondimeno, aveva contratto
matrimonio in un altro paese in cui tale requisito non era previsto. Pur sempre, deve
rilevarsi che se, come la Corte costituzionale ha confermato, tale requisito presenta
carattere essenziale dell’istituto così come conosciuto nel nostro ordinamento, al punto che
non possa ammettersi che ove esso venga meno il matrimonio possa continuare a
sussistere, altrettanto esso pare presentare carattere ostativo a che possano estendersi al
nostro ordinamento gli effetti di un eventuale matrimonio che in assenza di tale requisito
fosse stato contratto in un paese che non lo prevedesse.
5. Effetti dell’auspicata introduzione nell’ordinamento italiano di una disciplina legislativa delle unioni tra
persone dello stesso sesso sul riconoscimento di unioni contratte all’estero.
In diversi termini si pone, in prospettiva, la questione del riconoscimento nel nostro
ordinamento di forme di unione tra persone dello stesso sesso che non siano identificate
alla stregua di un matrimonio nell’ordinamento nel quale siano state costituite. Con
riferimento a tali forme di unione, infatti, la Corte costituzionale è parsa andare al di là di
quanto aveva affermato nella precedente pronuncia n. 138 del 2010 ponendo in capo al
legislatore un obbligo di dare ad esse compiuta regolamentazione, sia pure in termini
diversi da quelli previsti per il matrimonio ma pur sempre nei limiti imposti dai parametri di
adeguatezza e di proporzionalità. Ciò nondimeno, ove si affronti più concretamente la
problematica del riconoscimento nell’ordinamento italiano di unioni tra persone dello
stesso sesso aventi nell’ordinamento in cui sono costituite carattere diverso dal matrimonio,
gli ostacoli presenti non possono certo considerarsi rimossi dalla pur significativa
pronuncia della Corte costituzionale ora esaminata. Per un verso, infatti, essa è destinata a
rimanere lettera morta finché il legislatore non abbia compiutamente regolamentato le
forme di unione in questione, compito che prevedibilmente non si rivelerà agevole da
assolvere dato il carattere particolarmente sensibile della materia per via delle implicazioni
politiche, sociali ed etiche che essa presenta. Per altro verso, anche una volta che il
legislatore abbia posto in essere la regolamentazione di tali forme di unione che ora anche
la Corte costituzionale – come già del resto la Corte europea nella ricordata sentenza Schalk
e Kopf – espressamente reclama, deve essere osservato che sussiste una notevole varietà
nelle forme nelle quali tali unioni sono regolamentate nei diversi paesi.
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In proposito, per quanto la difformità che ne potrà di volta in volta risultare nel
modo in cui la concreta forma di unione sia regolata nel paese in cui è stata costituita
rispetto al modello che verrà introdotto dal legislatore italiano difficilmente potrà
raggiungere, come avviene invece nel diverso caso del matrimonio tra persone dello stesso
sesso, la soglia dell’incompatibilità con un presupposto essenziale dell’istituto tale da
determinare l’esclusione del riconoscimento, si pone inevitabilmente il problema di
determinare gli effetti derivanti dal riconoscimento stesso. In proposito, in presenza di una
difformità nel modo in cui l’unione tra persone dello stesso sesso è regolata nel paese in cui
è stata costituita e nel paese in cui il problema del riconoscimento si pone, si possono come
è noto prospettare in astratto due soluzioni, consistenti rispettivamente nell’estensione
degli effetti che la situazione giuridica da riconoscere produce nell’ordinamento nel quale è
stata costituita e nella sua trasposizione, invece, nella situazione individuata come
equivalente nell’ordinamento dello Stato del riconoscimento, con la produzione degli effetti
che tale ordinamento per questa prevede (si veda sulla problematica, ben nota nella teoria
generale del diritto internazionale privato e che si è già posta in tempi meno recenti, per
esempio con riferimento ad un altro istituto, l’adozione, che è regolato in maniera
ampiamente diversificata nei singoli ordinamenti statali, A. DAVÌ, L’adozione nel diritto
internazionale privato italiano. I. Conflitti di leggi, Milano, 1981, p. 270 ss.; più recentemente, il
tema ha formato oggetto di un rapporto e di una risoluzione dell’Institut de droit international,
La substitution et le principe d’équivalence en droit international privé – Substitution and principle of
equivalence in Private International Law, in Ann. inst. droit Int., vol. 72 (2007), p. 1 ss.).
Inevitabilmente, se l’introduzione nell’ordinamento italiano di una
regolamentazione legislativa delle unioni civili, siano esse aperte o meno unicamente a
persone dello stesso sesso, sicuramente renderà più agevole, quantomeno in linea di
principio, il riconoscimento delle unioni create all’estero in applicazione di una legge
diversa, il problema della determinazione degli effetti da attribuirsi a tali unioni ove
materialmente diversa ne sia la regolamentazione secondo il diritto del paese nel quale esse
sono state costituite continuerà a permanere. In proposito, per un verso è auspicabile che il
legislatore nell’introdurre una disciplina sostanziale in materia segua l’esempio posto da
altre legislazioni statali, nelle quali alla disciplina sostanziale si accompagna la previsione di
apposite regole di diritto internazionale privato che portino all’individuazione della legge
regolatrice tanto dei presupposti quanto degli effetti di tali unioni (si vedano, per una
quadro delle soluzioni contemplate da un punto di vista tanto materiale quanto
internazionalprivatistico in diversi paesi principalmente europei, G. KESSLER, Les
partenariats enregistrés en droit international privé, Paris, 2004, p. 13 ss., 105 ss.; S. TONOLO, Le
unioni civili nel diritto internazionale privato, Milano, 2007, p. 1 ss., 115 ss.; L. SCAFFIDI
RUNCHELLA, Il riconoscimento delle unioni same-sex nel diritto internazionale privato italiano, Napoli,
2012, p. 5 ss., 217 ss.).
6. Incidenza del diritto dell’Unione europea, primario e derivato, sul riconoscimento delle unioni registrate
contratte in altri paesi membri.
Per altro verso, deve essere tenuto presente il ruolo che in materia è suscettibile di
rivestire il diritto dell’Unione europea, tanto su un piano di diritto derivato, quanto a livello
di diritto primario. Per quanto attiene al primo profilo, come si è già avuto modo di rilevare
nel nostro precedente scritto in argomento (F. MARONGIU BUONAIUTI, cit., p. 409), la
competenza dell’Unione europea ad adottare atti in materia è limitata ai soli profili di diritto
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internazionale privato pur complessivamente considerati e, in ogni caso, trattandosi di
questioni considerate rientrare nella materia familiare, è soggetta al gravoso limite
procedurale della delibera all’unanimità da parte del Consiglio, posto dall’art. 81, par. 3
TFUE. Conseguentemente, l’iter dell’unica iniziativa legislativa in concreto intrapresa in
questo ambito, la quale concerne peraltro il solo aspetto degli effetti patrimoniali delle
unioni registrate sia pure sotto i diversi profili della competenza giurisdizionale, della legge
applicabile e del riconoscimento ed esecuzione delle decisioni (doc. COM(2011) 127 def.,
del 16 marzo 2011, 2011/0060 (CNS)), appare da tempo giunto ad una situazione di stallo,
la quale non incoraggia certo a prospettare un’estensione dell’iniziativa di unificazione del
regime internazionalprivatistico anche agli altri profili delle unioni stesse. Della difficoltà di
raggiungere un’intesa in merito a regole comuni in materia, per quanto limitate ai soli profili
internazionalprivatistici, è dato prova, peraltro, anche dall’insuccesso della convenzione
promossa dalla Commission internationale de l’état civil in materia di riconoscimento dei
partenariati registrati (Convention sur la reconnaissance des partenariats enregistrés, aperta alla firma
a Monaco di Baviera il 5 settembre 2007, testo disponibile sul sito www.ciec1.org), la quale
ha sinora ricevuto una sola ratifica. Potrebbe peraltro porsi, al riguardo, la questione se gli
Stati membri dell’Unione europea possano liberamente ratificare tale convenzione ovvero
aderirvi individualmente, dal momento che la materia rientra ormai, sotto i profili in
questione, nelle competenze dell’Unione, benché l’esercizio che di queste sinora è stato
fatto nella materia considerata, non essendosi per il momento tradotto nell’adozione di
alcun atto vincolante all’interno dell’Unione stessa sulla cui applicazione la convenzione
possa incidere, non consenta in proposito una piena equiparazione al regime stabilito dalla
Corte di giustizia con riferimento alla convenzione di Lugano del 2007 (cfr. Corte di
giustizia CE, parere 1/03 del 7 febbraio 2006, Competenza della Comunità a concludere la nuova
convenzione di Lugano concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle
decisioni in materia civile e commerciale, in Raccolta, 2006, p. I-1145 ss.; si veda in proposito A.
MALATESTA, The Lugano Opinion and its Consequences in Family and Succession Matters, in The
External Dimension of EC Private International Law in Family and Succession Matters, a cura di A.
MALATESTA, S. BARIATTI, F. POCAR, Padova, 2008, p. 19 ss.). Per di più, la convenzione in
questione, così come, peraltro, la stessa organizzazione in seno alla quale è stata adottata,
diversamente dalla soluzione ora invece accolta dalla Conferenza dell’Aja di diritto
internazionale privato, contempla la partecipazione solamente da parte di Stati e non anche
di organizzazioni di integrazione economica regionale, cosicché il problema che si è
adombrato potrebbe verosimilmente trovare soluzione con l’adozione di una decisione con
la quale l’Unione europea autorizzasse, per quanto di sua competenza, gli Stati membri a
ratificare nell’interesse dell’Unione la detta convenzione.
Per quanto attiene al piano delle norme primarie, è noto come la giurisprudenza
della Corte di giustizia abbia da tempo teso a derivare in via interpretativa dal diritto dei
cittadini dell’Unione europea di circolare liberamente tra gli Stati membri un principio di
mutuo riconoscimento degli status personali e familiari validamente acquisiti in un altro
Stato membro, in un’ottica di garantire la continuità di tali status malgrado la scelta
dell’interessato di trasferirsi in uno Stato membro diverso da quello nel quale lo status stesso
si è formato. Il principio, che la Corte di giustizia ha sviluppato sinora nella propria
giurisprudenza segnatamente con riferimento al diritto al nome (in particolare nelle ben
note sentenze del 2 ottobre 2003, in causa C-148/02, Garcia Avello c. Stato belga, in Raccolta,
2003, p. I-11613 ss. e del 14 ottobre 2008, in causa C-353/06, Grunkin c. Paul, in Raccolta,
2008, p. I-7639 ss.), non appare tuttavia poter operare incondizionatamente né tradursi sic et
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simpliciter in un obbligo per le autorità dello Stato membro nel quale il soggetto ovvero i
soggetti interessati vadano a trasferirsi di applicare senz’altro al rapporto che viene in
considerazione la legge del paese nel quale esso si è formato (si veda in proposito L.
TOMASI, La tutela degli status familiari nel diritto dell’Unione europea, Padova, 2007, p. 95 ss., 235
ss.). Come la Corte di giustizia stessa ha avuto modo di chiarire maggiormente nella propria
giurisprudenza parallela riguardante le implicazioni del diritto di stabilimento primario delle
persone giuridiche (nelle note sentenze del 16 dicembre 2008, in causa C-210/06, Cartesio,
in Raccolta, 2008, p. I-9641 ss., spec. punti 110 ss., e, più recentemente, del 12 luglio 2012,
in causa C-378/10, Vale Építési, non ancora pubbl. in Raccolta, spec. punti 29 ss.), e come
sottolineato ulteriormente nella disciplina di diritto derivato in materia di libertà di
prestazione di servizi (in particolare, nella direttiva n. 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti
giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico,
nel mercato interno (c.d. «direttiva commercio elettronico»), art. 1, par. 4, e nella direttiva
n. 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, art. 3, par. 2), il principio del
mutuo riconoscimento come desunto strumentalmente dalle norme del Trattato in materia
di libertà di circolazione ovvero di stabilimento non incide tanto sul piano del conflitto di
leggi quanto sul piano del diritto materiale. Infatti, per quanto concerne l’applicazione del
principio del mutuo riconoscimento e, più in generale, delle libertà di circolazione previste
dai Trattati, il modo in cui le norme di conflitto sono articolate all’interno di uno Stato
membro in tanto è suscettibile di ostacolare l’esercizio di tali libertà in quanto queste
portino all’applicazione di una legge che contenga al suo interno delle disposizioni
materialmente atte a porre in essere una restrizione ingiustificata delle libertà stesse.
Applicato allo specifico contesto del riconoscimento delle unioni tra persone dello
stesso sesso, il principio del mutuo riconoscimento come elaborato dalla Corte di giustizia
non può quindi comportare un obbligo assoluto per gli Stati membri di attribuire al proprio
interno alle unioni in questione i medesimi effetti che queste producono negli ordinamenti
nei quali sono state costituite, ben potendo invece i singoli Stati membri legittimamente
assoggettare la produzione di determinati effetti al regime contemplato dalle proprie norme
interne, nella misura in cui, su di un piano materiale, ciò non comporti una restrizione
ingiustificata alla libertà di circolazione dei cittadini europei interessati. Muovendo al piano
di ciò che debba configurarsi alla stregua di una restrizione ingiustificata della libertà di
circolazione delle persone, la Corte di giustizia ha affermato, sempre con riferimento alla
problematica già evocata del diritto al nome (nella sentenza del 22 dicembre 2010, in causa
C-208/09, Sayn-Wittgenstein c. Landeshauptmann von Wien, in Raccolta, 2010, p. I-13693 ss.), che
debba considerarsi giustificata una limitazione derivante dall’applicazione di una norma
nazionale che materialmente ostacoli la continuità dello status giuridico (nella specie su cui
si era pronunciata la Corte, il diritto di usare un cognome così come formulato secondo il
diritto dello Stato membro nel quale l’interessata lo aveva acquistato per adozione) in
quanto questa tuteli un interesse da considerarsi essenziale per lo Stato membro in
questione e nella misura in cui il fine di tutelare l’interesse rilevante non potesse essere
soddisfacentemente raggiunto mediante il ricorso a mezzi meno restrittivi della libertà di
circolazione. Applicando la regola formulata in via giurisprudenziale dalla Corte di giustizia
alla materia in esame, se da una parte appare indiscutibile anche dal punto di vista del
diritto primario dell’Unione che possa considerarsi giustificato il rifiuto di uno Stato
membro come l’Italia di riconoscere in quanto tale un matrimonio tra persone dello stesso
sesso che sia stato contratto in un altro Stato membro che ne consenta la celebrazione, alla
luce del carattere essenziale del requisito delle diversità di sesso tra i coniugi ai fini del
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matrimonio come contemplato dal nostro ordinamento, diversa si presenta la situazione in
relazione ad eventuali diversità tra la tutela che un’unione tra persone dello stesso sesso
riceva nello Stato membro in cui è stata costituita e gli effetti che l’ordinamento italiano,
una volta che si sia dato la disciplina che in materia si attende, abbia previsto per tali unioni.
Tendenzialmente, le eventuali differenziazioni esistenti nella tutela giuridica riservata alle
unioni tra persone dello stesso sesso nei diversi paesi che le prevedano difficilmente
potranno essere tali da giustificare un rifiuto del loro riconoscimento. Piuttosto, la pretesa
di uno Stato membro di assoggettare taluni effetti dell’unione a disposizioni interne che si
rivelino più restrittive rispetto a quelle proprie dello Stato membro nel quale l’unione stessa
si è costituita potrebbe in ipotesi costituire a propria volta un ostacolo, sebbene certo meno
netto di un rifiuto del riconoscimento, alla piena realizzazione della continuità dello status e,
per implicazione, della libertà di circolazione. Dovrà quindi di volta in volta essere
effettuata un’attenta valutazione dell’oggettiva portata della differenziazione tra le
legislazioni in presenza, al fine di valutare se l’assoggettamento di determinati aspetti
dell’unione o dei suoi effetti ad una legge diversa da quella secondo la quale essa è stata
costituita sia effettivamente in grado di tradursi in un ostacolo per la libertà di circolazione
delle persone coinvolte. Al tempo stesso, dovrà essere valutato l’interesse che lo Stato
membro chiamato a riconoscere l’unione in questione ha a sottoporre determinati profili
attinenti agli effetti dell’unione stessa al proprio diritto interno, al fine di valutare se la
restrizione alla libertà di circolazione che ne possa derivare sia da considerarsi giustificata.
FABRIZIO MARONGIU BUONAIUTI
ISSN 2284-3531 Ordine internazionale e diritti umani, (2014), pp. 629-636.
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