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Documento - Diritto penale contemporaneo

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Documento - Diritto penale contemporaneo
GLI STATUTI DIFFERENZIALI PER IL DELINQUENTE
PERICOLOSO: UN QUADRO DELLA GIURISPRUDENZA1
GUGLIELMO LEO
SOMMARIO: 1. Regole presuntive e logica d’autore. 2. Principi costituzionali e
presunzioni di pericolosità. 3. Le presunzioni assolute e i diritti di libertà. 4. Il
caso della recidiva: applicazione ed effetti sul trattamento sanzionatorio. 5.
Recidiva e rapporto esecutivo. 6. Il nodo irrisolto della recidiva «obbligatoria».
7. Titolo del reato e presunzioni di pericolosità nell’ordinamento penitenziario.
8. Ordinamento penitenziario e condizioni personali del condannato. 9. Cenni
all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario. 10. Lo straniero come tipo
d’autore.
1. Regole presuntive e logica d’autore.
La giurisprudenza si confronta con un ritorno in auge del «delinquente
pericoloso» nel sistema penale.
Un fenomeno che si manifesta soprattutto attraverso la considerazione
degli individui secondo una caratteristica personale della quale sono
portatori, che assume rilievo assorbente ai fini del loro trattamento, ed
oscura, per quegli stessi fini, ogni altro aspetto della loro vita e della loro
condizione. Un fenomeno dunque di de-personalizzazione, nonostante
l’apparenza, fondato su logiche di stigmatizzazione che presentano, pur
nella varietà (storica, culturale, razionale) dei relativi procedimenti di
formazione, evidenti analogie di struttura.
Ho pensato di seguire i percorsi giurisprudenziali pertinenti al nostro
tema attraverso tre fronti significativi della tendenza in atto.
Il primo si è aperto con la riforma della recidiva, ispirata ad una volontà
politica di recupero dell’istituto dal limbo nel quale, asseritamente, era stato
spinto dalle «liberalizzazioni» degli anni ’70.
Il secondo attraversa il corso del tempo, ma si rafforza con la
proliferazione e la implementazione dei «cataloghi» compilati a vari fini.
Consiste nella generalizzazione degli effetti collegati alla qualità del reato
commesso o contestato. Il sistema non considera più soltanto, o
prevalentemente, il reato di violenza sessuale, o di furto in appartamento, o
Il presente lavoro riproduce la relazione illustrata dall’Autore al convegno «Pericolosità sociale
e giustizia penale», organizzato dall'associazione Franco Bricola e svoltosi ad Udine dal 25 al
26 marzo 2011. Lo scritto, destinato agli atti del convegno, è stato aggiornato con annotazioni
circa le più importanti pronunce deliberate o pubblicate dopo la fine del marzo 2011,
relativamente ai temi trattati nella relazione.
1
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di contesto mafioso, ma crea statuti differenziali per il violentatore, il ladro
in appartamento, il mafioso.
Infine, non possiamo trascurare la figura dell’immigrato in condizione di
soggiorno irregolare, anzi del «clandestino» (secondo una corruzione
linguistica cui giustamente resistiamo, e però esprime una corrispondente
corruzione del pensiero), che ha trovato forma sublime di valorizzazione
nella aggravante comune dell’art. 61, n. 11-bis del codice penale.
La logica dell’autore si manifesta su molteplici piani, da quello del diritto
sostanziale a quello del diritto processuale, e forse ancor più nella fase
dell’esecuzione penale, con i molteplici statuti differenziali fondati sulla
qualità della persona (ciò che vale anche per la considerazione «in astratto»
del reato commesso).
Vi sono due aspetti da distinguere, sebbene le tendenze legislative attuali
tendano a sovrapporli, generando l’idea, niente affatto razionale, di una
connessione inscindibile.
Per un verso la legge definisce e circoscrive, a vario fine, figure tipiche di
delinquente pericoloso, cui riferisce una o più discipline differenziali. Gli
elementi del tipo tendono a fondare direttamente la qualifica, senza la
mediazione dell’apprezzamento giudiziale: non sono condizioni per
l’orientamento ed il contenimento del potere di qualificazione, ma
presupposti per un automatismo. In aggiunta a questo, la legge tende a
rendere non modulabile il quadro degli effetti differenziali connessi alla
qualifica.
Dal doppio automatismo discende la riduzione, se non l’eliminazione,
della discrezionalità giudiziale nella determinazione del trattamento.
Non è certo questa la sede per analizzare, neppure in termini generali,
una questione che è sotto gli occhi di tutti: il sistema non si fida dei suoi
giudici.
Applicata al nostro tema, la tendenza si connette alla vulgata secondo cui
sarebbero state proprio le scelte giudiziali a determinare, almeno in parte,
l’insuccesso delle politiche securitarie, l’asserito fallimento delle utopie
rieducative, l’inefficienza nel contenimento dei delinquenti pericolosi.
Di qui muove il ricorso sempre più intenso a regole presuntive, che
sostituiscono una valutazione generale ed astratta all’accertamento in
concreto, fondato sui fatti e non sullo stigma. È un fenomeno che potremo
riscontrare, con relativo dettaglio, lungo ciascuno dei tre percorsi da
esplorare.
2. Principi costituzionali e presunzioni di pericolosità.
La disciplina concernente il «delinquente pericoloso» genera tensioni con
i principi fondamentali del diritto penale costituzionale, dall’uguaglianza
2 alla ragionevolezza, all’offensività, alla necessaria finalizzazione rieducativa
della pena.
A queste tensioni, vorrei anticiparlo fin d’ora, la giurisprudenza
costituzionale e quella ordinaria reagiscono con una tendenza alla
destrutturazione delle norme a carattere presuntivo, per il recupero di
spazi a favore della discrezionalità giudiziale.
Questa tendenza esprime probabilmente la convinzione, almeno
tendenziale, che la decisione caso per caso possa emendare i profili di
irragionevolezza della legislazione. Quasi nella aspettativa che quella
legislazione, nei fatti, venga «disapplicata», secondo un automatismo
uguale ed opposto a quello che si deve superare.
Con le intuibili torsioni sul piano del principio di legalità, e
sull’aspettativa che sia la legge a garantire i diritti, per tutti ed in qualsiasi
giudizio.
Con il risultato di deviare l’attenzione dalla sostanza delle regole, nel loro
valore generale ed astratto. Con il rischio di trasferire sul piano
dell’accertamento, in una dimensione tendenzialmente processuale,
questioni che vanno o andrebbero discusse, appunto, nella loro sostanza.
Dicevamo, comunque, del crescente ricorso a regole di carattere
presuntivo. La presunzione del resto, in un regime formalmente ispirato al
libero convincimento come quello penale, è per definizione lo strumento
utile a ridurre la discrezionalità giudiziale, escludendola o condizionando
l’accertamento verso un esito preferito dal legislatore.
Talvolta, per la verità, si riscontrano presunzioni «dissimulatorie», cioè
ostentate affinché non emerga la ratio effettiva di una determinata
disposizione. Un risultato preclusivo a carattere sfavorevole viene imposto
come se si giustificasse in base ad una frequenza statistica, più o meno
attendibile, ed invece palesa ben altre finalità. Penso ad esempio alla regola
– introdotta col primo «pacchetto sicurezza» di questa legislatura2 – che
escludeva dal patrocinio a spese dello Stato, senza possibilità di
eccezione, coloro che fossero stati condannati per reati appartenenti ad uno
dei tanti «cataloghi» che segnano la nostra materia: catalogo comprendente
reati gravi (i soliti delitti associativi) ma anche fattispecie marginali, come
alcune ipotesi aggravate di cessione di stupefacenti (art. 76, comma 4-bis,
del d.P.R. n. 115 del 2002). Qui la presunzione non costituiva la ratio
fondante del divieto, ma addirittura una regola formale di definizione del
giudizio «ordinariamente» richiesto al magistrato: per questi soggetti «il
reddito si ritiene superiore ai limiti previsti». Neppure un criterio di
prova, ma la soluzione predeterminata di un giudizio apparentemente
«ordinario». Fenomeno insolito, che si giustifica a mio avviso, ed appunto,
per l’ansia dissimulatoria: noi non escludiamo questi soggetti in base ad
Art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002: comma 4-bis aggiunto dalla lettera a) del comma 1 dell'art.
12-ter del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, nel testo integrato dalla relativa legge di
conversione.
2
3 uno stigma, o per effetto di una sanzione accessoria illegittima (perché
incidente su un diritto fondamentale – quello alla difesa – al di fuori da ogni
concepibile logica di bilanciamento), ma perché presumiamo che mentano
sulle loro disponibilità economiche; dunque li escludiamo in base alla regola
«ordinaria», e del tutto ragionevole, in base alla quale gli «abbienti» non
hanno diritto al patrocinio a spese dell’erario. Peccato che la «legge di
copertura» riferibile alla presunzione fosse talmente inattendibile (per
l’assenza di connessioni cronologiche, per il carattere non necessariamente
elevato e stabile dei redditi illeciti prodotti da determinate attività, ecc.) da
svelare appunto l’impropria ed arbitraria logica sanzionatoria (e
declamatoria) dell’intervento legislativo. Di qui, come tutti sanno, la
dichiarazione di parziale illegittimità della disposizione, che ha
«forzosamente» ricondotto la disciplina sul piano che le è proprio3.
La dimensione prevalente del nostro fenomeno, comunque, consiste nella
effettiva utilizzazione di logiche presuntive in funzione di ratio della
disciplina differenziale, che esclude il normotipo del delinquente pericoloso
dall’ambito applicativo di disposizioni favorevoli o lo include nell’area
operativa di disposizioni sfavorevoli.
La regola differenziale presuppone talvolta una presunzione assoluta di
pericolosità, che costituisce la ratio legittimante della discriminazione.
Oppure esiste una presunzione relativa che si giustifica allo stesso modo,
espressa attraverso modifiche del procedimento cognitivo, mediante la
selezione di tecniche e di materiali probatori, o lo spostamento del rischio
derivante dal fallimento di determinati compiti dimostrativi.
3. Le presunzioni assolute e i diritti di libertà.
Ora, se c’è un tratto unificante della multiforme produzione
giurisprudenziale sul tema del «delinquente pericoloso», questo consiste (già
lo accennavo) nella resistenza opposta ad ogni forma assoluta di
presunzione. Attraverso le scelte interpretative, od il ricorso all’incidente di
costituzionalità, si manifesta la tendenza a risolvere il problema del
trattamento differenziale in un recupero della discrezionalità, utile se del
caso a neutralizzare la deriva verso un diritto penale fondato sulla
condizione personale.
Non che si tratti di un fenomeno nuovo. Anzi, tale fenomeno si è
manifestato in primo luogo, ed ormai da molti decenni, riguardo al sistema
presuntivo che reggeva le misure di sicurezza nei confronti dei soggetti
C. cost., 16 aprile 2010, n. 139, dichiarativa della illegittimità costituzionale dell’art. 76,
comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti
già condannati con sentenza definitiva per i reati indicati nella stessa norma il reddito si ritiene
superiore ai limiti previsti per l’ammissione al patrocino a spese dello Stato, non ammette la
prova contraria.
3
4 socialmente pericolosi in ragione di condizioni personali o di patologie
incidenti sulla imputabilità.
Le prime a cadere sono state le presunzioni concernenti i ragazzi di età
inferiore ai 14 anni, che pure avessero commesso delitti di gravità medio
alta, e che per tale motivo erano «automaticamente» destinati al
riformatorio giudiziario (art. 224, secondo comma, c.p.). Nella sentenza n.
1 del 19714 si rinviene, praticamente già sviluppata, l’odierna teorizzazione
della Corte costituzionale sulle presunzioni assolute, specie in materia di
pericolosità: «Non v'è dubbio che la severa misura di sicurezza sia
obbligatoriamente comminata nel presupposto della pericolosità sociale del
minore. Senonché, la presunzione di pericolosità, che negli altri casi previsti
dal codice si basa sull'id quod plerumque accidit, non ha fondamento
allorché si tratti della non imputabilità del minore di anni quattordici: ché, al
contrario, può ben dirsi che qui, data la giovanissima età del soggetto, la
pericolosità rappresenti l'eccezione, per cui l'obbligatorietà ed automaticità del
ricovero in riformatorio giudiziario non ha giustificazione alcuna». Violazione,
si noti, dell’art. 3 della Costituzione.
Poco di più avevano retto le presunzioni di permanenza della
pericolosità sociale accertata in sede di perizia sull’imputabilità, con la
conseguente demolizione del poi abrogato art. 204 c.p. Le presunzioni di
pericolosità necessitano di «basi razionali», e non sono tollerabili quando ad
esse non sottendano «né dati d'esperienza suscettibili di generalizzazione, né
esigenze di semplificazione probatoria», nella specie concernenti la stabilità
nel tempo delle condizioni psichiche del soggetto (sentenza n. 139 del
1982)5. Non sono accettabili, a maggior ragione, presunzioni che
costituiscano «un'inversione totale della logica del giudizio scientifico»
(sentenza n. 249 del 1983)6.
Una riflessione trasferita poi dall’an al quomodo, con le note decisioni
ripristinatorie della discrezionalità giudiziale circa il tipo di misura di
sicurezza utile a contenere forme di pericolosità connesse alla malattia di
mente, a superamento della destinazione «obbligatoria» verso l’ospedale
psichiatrico giudiziario (sentenze n. 253 del 2003 e n. 367 del 20047).
C. cost., 20 gennaio 1971, n. 1: illegittimo l’art. 224, secondo comma, del codice penale,
nella parte in cui rendeva obbligatorio ed automatico, per i minori degli anni quattordici, il
ricovero, per almeno tre anni, in riformatorio giudiziario.
5 C. cost., 27 luglio 2011, n. 139, dichiarativa della illegittimità costituzionale degli artt. 222,
primo comma, 204, cpv. e 205, cpv. n. 2, c.p., nella parte in cui non subordinavano il
provvedimento di ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario dell'imputato prosciolto per
infermità psichica al previo accertamento da parte del giudice della cognizione o della
esecuzione della persistente pericolosità sociale derivante dalla infermità medesima al tempo
dell'applicazione della misura.
6 C. cost., 28 luglio 1983, n. 249, dichiarativa della illegittimità costituzionale degli artt. 204,
secondo comma e 219, primo e secondo comma, c.p., nella parte in cui non subordinavano il
provvedimento di ricovero in una casa di cura e di custodia al previo accertamento da parte del
giudice della persistente pericolosità sociale derivante dalla cd. seminfermità al tempo
dell'applicazione della misura di sicurezza.
7 C. cost., 18 luglio 2003, n. 253 e C. cost., 29 novembre 2004, n. 367: illegittimi gli artt.
222 e 206 c.p. nella parte in cui non consentivano al giudice, nei casi rispettivamente previsti,
di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, una diversa misura di
4
5 Tensioni analoghe si riscontrano considerando la giurisprudenza
chiamata a verificare presunzioni assolute di pericolosità, fondate sul
titolo del reato contestato, nella prospettiva del processo penale, e cioè
quella delle misure cautelari e, mutatis mutandis, dell’arresto in flagranza
e del fermo.
È forse il caso di notare come il titolo del reato non sia più, a conferma
dell’espansione di regole fondate sullo status, l’unico criterio fondante delle
presunzioni attinenti alla necessità cautelare. Si può fare l’esempio del
divieto di arresti domiciliari per chi sia stato condannato per evasione
nei cinque anni antecedenti al fatto (comma 5-bis dell’art. 284 c.p.p.)8.
Tuttavia il titolo del reato è ancora il fattore dominante.
Anche se la Corte costituzionale aveva legittimato il vecchio istituto del
mandato di cattura obbligatorio (art. 253 c.p.p. abrogato)9, e per giunta
aveva sostanzialmente salvato (in ossequio ad una logica dichiaratamente
emergenziale) anche i divieti di concessione della libertà provvisoria10, il
codice vigente era partito senza presunzioni di alcun genere, dovendosi
dimostrare volta per volta sia la pericolosità dell’accusato che la
inadeguatezza di misure non detentive o comunque non carcerarie.
Poi il duro scontro con il principio di realtà. Inutile qui ricostruire in
dettaglio l’evoluzione della materia. Si può dire, in sintesi, che una serie di
decreti-legge era culminata con la previsione (comma 3 dell’art. 275 c.p.p.)
che nei confronti dei soggetti raggiunti da gravi indizi di colpevolezza per
determinati reati dovesse essere applicata la custodia cautelare in carcere,
«salvo che siano stati acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono
esigenze cautelari o che le stesse non possano essere soddisfatte con altre
sicurezza, prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell'infermo di mente e a far
fronte alla sua pericolosità sociale.
8 La Consulta ha già scrutinato la norma in questione, che era stata censurata in riferimento
agli artt. 3, 13 e 32 Cost., con l’ordinanza 18 aprile 2003, n. 130. La decisione esprime la
logica che vedremo confermata nei provvedimenti più recenti. La pericolosità dell’indagato non
può essere oggetto di una presunzione assoluta, che invece è ammissibile circa i mezzi di
contenimento, purché la preclusione di alternative al carcere sia ragionevole. Nella specie, si
ritenne ragionevole la valorizzazione in astratto di un comportamento fortemente sintomatico,
proprio sul piano dell’adeguatezza, come la condotta di evasione.
9 C. cost., 4 maggio 1970, n. 64, ove pure si stabilì che fosse necessaria la motivazione almeno
in punto di ricorrenza dei sufficienti indizi di colpevolezza. La Corte scrisse testualmente: « a
prescindere dalla preferibilità di un sistema che demandi sempre al giudice il potere di valutare di
volta in volta se il lasciare in libertà l’imputato determini un pericolo di entità tale da giustificarne
la cattura e la detenzione – non si può escludere che la legge possa (entro i limiti, non
insindacabili, di ragionevolezza) presumere che la persona accusata di reato particolarmente
grave e colpita da sufficienti indizi di colpevolezza, sia in condizione di porre in pericolo quei beni a
tutela dei quali la detenzione preventiva viene predisposta». Nello stesso senso, successivamente,
C. cost., 30 gennaio 1974, n. 21.
10 Si vedano, nel complesso, C. cost., 14 aprile 1976, n. 88, C. cost., 23 gennaio 1980, n. 1;
C. Cost., 21 dicembre 1983, n 342. Va ricordata anche in questa sede la sentenza 20 aprile
1978, n. 46, ove la norma preclusiva della libertà provvisoria fu “salvata”, relativamente ad
imputati minorenni, solo in quanto interpretata nel senso che la preclusione non operasse per
minori compresi nella fascia tra i quattordici e i diciotto anni, in chiave adeguatrice al precetto
costituzionale dell’art. 31 Cost. e delle norme della Costituzione in tema di gioventù e di minori.
6 misure»11. Una presunzione relativa sull’an e sul quomodo del trattamento
cautelare, stabilita per un catalogo piuttosto ampio di delitti12. Presunzione
che quasi immediatamente si trasformò in assoluta per quanto riguardava
la inadeguatezza di misure diverse dalla custodia in carcere13.
A quel punto, secondo l’unanime riconoscimento dottrinale e
giurisprudenziale, la disciplina del trattamento cautelare aveva assunto un
duplice profilo.
Esisteva una serie di reati segnati da una presunzione relativa di
pericolosità dell’accusato. Questi infatti doveva essere assoggettato a
restrizione della libertà, sempre che non fossero acquisiti elementi tali da
dimostrare l’assenza di esigenze cautelari. Un tipico ribaltamento dell’onere
della prova: l’indagato sarà considerato pericoloso salvo prova contraria.
La stessa norma (il comma 3 dell’art. 275 c.p.p.) stabiliva poi una
presunzione assoluta di inadeguatezza delle misure alternative alla
custodia in carcere: una volta ravvisata la pericolosità (rectius: una volta
constatata l’assenza di prove favorevoli all’indagato in punto di pericolosità),
si doveva applicare la massima misura restrittiva, quand’anche vi fossero
elementi per ritenere l’efficacia di cautele meno afflittive per il bene della
libertà.
Questo meccanismo, com’è noto, ha resistito fino ai giorni nostri.
L’ondata «garantista» culminata con la legge n. 332 del 2005 aveva
escluso dal catalogo numerosi delitti, lasciando però in vigore la
presunzione assoluta per i reati «di mafia»14.
Poi, secondo il pendolarismo tipico del nostro ordinamento, sull’onda
emotiva mossa da gravi fatti di cronaca, il nuovo allargamento, realizzato
con il decreto-legge n. 11 del 2009 e con la relativa legge di conversione (n.
38 del 2009): il regime appena indicato era esteso all’omicidio e ad alcuni
gravi reati sessuali (artt. 600-bis, comma secondo, 609-bis, 609-quater e
11 In particolare, art. 51 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, come convertito, con
modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203.
12 Devastazione, saccheggio e strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato (art. 285
c.p.), guerra civile (art. 286 c.p.), associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.), strage (art. 422
c.p.), omicidio (art. 575 c.p.), rapina aggravata (art. 6283 c.p.), estorsione aggravata (art. 6292
c.p.), sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.); delitti commessi avvalendosi
delle condizioni previste dall’art. 416-bis c.p., ovvero al fine di agevolare l’attività delle
associazioni previste dallo stesso articolo; delitti commessi per finalità di terrorismo o di
eversione dell’ordinamento costituzionale puniti con la reclusione non inferiore nel mimino a 5 o
nel massimo a 10 anni; illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita,
cessione, detenzione o porto in un luogo pubblico od aperto al pubblico di armi da guerra o tipo
guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo;
produzione, traffico o detenzione illeciti aggravati di sostanze stupefacenti (artt. 73 e 802 d.P.R.
309/1990); associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti (art. 74 d.P.R. 309/1990).
13 In particolare, art. 11 del decreto-legge 9 settembre 1991, n. 292, come convertito, con
modificazioni, dalla legge 8 novembre 1991, n. 356.
14 Delitto di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) e delitti commessi avvalendosi delle
condizioni previste dal citato articolo o al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose (in
pratica, i delitti aggravati ai sensi dell’art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, come convertito,
con modificazioni, dalla legge n. 203 del 1991).
7 609-octies c.p.), salvo che gli stessi fossero attenuati dalle circostanze
specifiche previste dalle relative fattispecie incriminatrici15.
Ai nostri fini è importante rilevare che un primo vaglio della
compatibilità costituzionale della presunzione assoluta era stato
condotto quando la norma sulla stessa fondata si trovava al suo minimo
storico, quanto alla base «statistica» per la sua applicazione, e cioè
riguardava i soli reati di mafia.
La relativa questione di legittimità era stata dichiarata manifestamente
infondata con la ordinanza n. 450 del 1995, ma in quell’occasione erano
stati posti due argini precisi:
a) sul piano della pericolosità individuale non sono concepibili
meccanismi presuntivi a carattere assoluto (rileva in particolare, nella
dimensione cautelare, il portato della presunzione di non colpevolezza);
b) sul piano dell’adeguatezza delle misure (il quomodo) le presunzioni
assolute sono tollerabili, ma solo in quanto ragionevoli. In quanto riferite,
cioè, a situazioni che, nella generalità dei casi, si palesano adeguate al
trattamento introdotto con la norma presuntiva. Sul terreno in esame, a
situazioni di pericolosità contenibile solo mediante la custodia in carcere.
Ed infatti era risultata decisiva «la delimitazione della norma all’area dei
delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso», tenuto conto del
«coefficiente di pericolosità per le condizioni di base della convivenza e della
sicurezza collettiva che agli illeciti di quel genere è connaturato»16.
Una logica dello stesso genere aveva salvato la normativa emergenziale
anche a Strasburgo: sentenza 6 novembre 2003, Pantano contro Italia) e
nelle prese di posizione della giurisprudenza ordinaria17. La quale, per
15 Come si ricorderà, e come già era accaduto all’epoca di introduzione dello stesso regime per
altri reati, si è posto il problema del trattamento di persone che, per i reati medesimi, si
trovassero sottoposti a misure non carcerarie al momento di entrata in vigore della novella.
All’inizio degli anni ‘90 vi era stato un serio conflitto di giurisprudenza, parendo ad alcuni che le
misure in corso potessero protrarsi invariate, e ad altri che le stesse misure, invece, dovessero
essere convertite nella custodia in carcere. A favore della soluzione più rigorosa si erano poi
pronunciate le Sezioni unite (Cass., Sez. Un., 27/03/1992, n. 8, Di Marco, in C.E.D. Cass., n.
190246). Qualche sbandamento, nonostante i precedenti, si è registrato anche nella
giurisprudenza seguita alla riforma del 2009, presso la stessa Corte suprema, che in un paio di
occasioni si è pronunciata per la continuazione del trattamento cautelare più favorevole (Cass.,
Sez. VI, 08/07/2009, n. 31778, Turelli, ivi, n. 244264; Cass., Sez. VI, 06/10/2009, n.
45012, Di Blasi, ivi, n. 245474). Tuttavia, in tempi recenti, si è riproposto con insistenza anche
l’orientamento contrario e più rigoroso (tra le più recenti, Cass., Sez. I, 30/09/2009, n. 44180,
Bartolomeo, ivi, n. 245673). La questione è stata quindi nuovamente rimessa alle Sezioni unite,
che dovrebbero definirla il 31 marzo prossimo. Nota bene. Nelle more della pubblicazione di
questo contributo è stata effettivamente deliberata Cass., Sez. un., 31/03/2011, n. 27919,
Ambrogio, ivi, n. 250195, ove è stabilito che una misura cautelare in atto non può essere
aggravata solo per effetto della sopravvenienza di una normativa più severa per il trattamento
del reato in contestazione.
16 C. cost., 24 ottobre 1995, n. 450.
17 Cass., Sez. VI, 26/01/2005, n. 20447, Marino, in C.E.D. Cass., n. 231451: «In tema di
misure cautelari, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del secondo
comma dell'art. 299 cod. proc. pen., nella parte in cui preclude per i delitti indicati al terzo comma
del precedente art. 275 la sostituzione della custodia in carcere con altra misura meno grave, per
l'asserito contrasto con gli art. 3, 13, 27 e 111 della Costituzione. (In motivazione la Corte ha tra
l'altro osservato come, data la peculiare gravità dei delitti pertinenti al fenomeno mafioso, debba
8 altro, non ha mancato di prodursi, anche su questo terreno, nel tentativo,
rimasto più che isolato, di limitare la presunzione al momento genetico
del trattamento cautelare e non anche alla relativa prosecuzione (in altre
parole, applicazione «obbligatoria» della custodia in carcere ma successiva
possibilità di sostituirla con altra misura)18.
Ora, ad un legislatore attento non sarebbe potuta sfuggire la palese
incompatibilità costituzionale delle norme che nel 2009 hanno esteso la
presunzione assoluta anche a reati «non di mafia».
Ed infatti, con la sentenza n. 265 del 201019, la Consulta ha
considerato, e parzialmente accolto, le censure mosse alla disciplina della
cautela per i reati sessuali.
La sentenza è anzitutto uno strumento di precisazione e di
aggiornamento circa i limiti costituzionali del ricorso alla carcerazione
preventiva, in un ordinamento segnato dalla presunzione di non
colpevolezza. In nessun modo la cautela può perseguire le finalità tipiche
della pena, e d’altra parte le necessità cautelari debbono essere assicurate
secondo il principio del «minore sacrificio necessario». Dunque il criterio
originario del codice (obbligo per il giudice di applicare la meno severa tra le
misure utili allo scopo) costituiva diretta applicazione dei principi
costituzionali, così come della giurisprudenza della Corte di Strasburgo20.
Ancor oggi la Consulta, proprio con la sentenza in commento, si spinge
ad osservare: «Tratto saliente complessivo del regime ora ricordato – conforme
al quadro costituzionale di riferimento – è quello di non prevedere
automatismi né presunzioni. Esso esige, invece, che le condizioni e i
presupposti per l’applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà
personale siano apprezzati e motivati dal giudice sulla base della situazione
concreta, alla stregua dei ricordati principi di adeguatezza, proporzionalità e
escludersi che la norma discrimini tra situazioni assimilabili e costituisca atto irragionevole di
esercizio della discrezionalità legislativa, e come la presunzione di non colpevolezza non precluda
la previsione di misure restrittive per finalità cautelari)».
18 Cass., Sez. VI, 09/04/2010, n. 25167, Gargiulo, ivi. n. 247595: «Ad avviso del Collegio,
l'obbligatorietà della custodia in carcere ex art. 275 c.p.p., comma 3, concerne soltanto l'adozione
per la prima volta della misura coercitiva, ma non le vicende successive della revoca, sostituzione
e del ripristino della misura, poiché in tal caso va valuta il decorso del tempo e la concreta
sussistenza della prosecuzione della pericolosità sociale e, qualora risulti attenuata, la legittima
possibilità di applicare misura meno affittiva (Sez. 1, 24 maggio 1996, dep. 6 agosto 1996, n.
3592; Sez. 6, 13 gennaio 1995, dep. 1 marzo 1995, n. 54)». Si è trascritta integralmente la parte
pertinente della motivazione. Contrarie numerosissime decisioni. Tra le più recenti Cass., Sez.
VI, 09/07/2010, n. 32222, Galdi, ivi, n. 247596; Cass., Sez. II, 16/02/2011, n. 11749,
Armens, ivi, n. 249686.
19 C. cost., 21 luglio 2010, n. 265: illegittimo il comma 3 dell’art. 275 c.p.p. «nella parte in cui
– nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli
articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia
cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono
esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in
relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte
con altre misure».
20 Sono citate le sentenze 2 luglio 2009, Vafiadis contro Grecia, e 8 novembre 2007, Lelièvre
contro Belgio.
9 minor sacrificio, così da realizzare una piena “individualizzazione” della
coercizione cautelare».
Tuttavia, la logica della presunzione assoluta sul quomodo non è stata
posta in discussione. È stata posta in discussione – e questa sembra una
tendenza ormai consolidata – la ragionevolezza della presunzione operata
nel caso di specie.
L’art. 275, comma 3, comprende ormai fattispecie poste a tutela di
differenti beni giuridici, assai diversamente strutturate e con trattamenti
sanzionatori anche molto diversificati. È ovvio che, con una dilatazione
progressiva dell’oggetto della presunzione, la relativa base empirica si
sfalda, cioè perde la capacità di assicurare una accettabile frequenza delle
corrispondenze tra caratteristiche del caso concreto e previsione astratta. La
Corte non poteva che citare la sentenza pronunciata poche settimane prima
a proposito del gratuito patrocinio per le accuse di mafia (supra): «le
presunzioni assolute, specie quando limitano un diritto fondamentale
della persona, violano il principio di eguaglianza, se sono arbitrarie e
irrazionali, cioè se non rispondono a dati di esperienza generalizzati,
riassunti nella formula dell’id quod plerumque accidit». In particolare,
l’irragionevolezza della presunzione assoluta si coglie tutte le volte in cui sia
“agevole” formulare ipotesi di accadimenti reali contrari alla
generalizzazione posta a base della presunzione stessa.
Nella prospettiva in esame, i reati sessuali non sono paragonabili ai
crimini di mafia. Sono generalmente fatti individuali, e comunque – ferma
restando la gravità che loro deriva dall’importanza del bene tutelato – si
articolano (già a livello di fattispecie astratta) secondo una scala molto
ampia delle modalità aggressive (dal lieve contatto fisico indesiderato al più
violento degli stupri): «ciò rende anche più debole la “base statistica” della
presunzione assoluta considerata».
Neppure i livelli molto elevati delle pene edittali avrebbero potuto
giustificare l’opzione legislativa, non foss’altro per la piena discrezionalità
giudiziale ancora esistente, in punto di scelta della misura cautelare, per
reati con trattamento sanzionatorio ancora più elevato.
Sennonché, esercitando un self restraint già sperimentato a proposito del
patrocinio a spese dell’erario per i reati di mafia21, la Corte ha ritenuto
intollerabile la presunzione solo per il suo carattere assoluto, di fatto
riconoscendo al legislatore la possibilità di fondare sul titolo del reato
modificazioni del regime di prova in punto di adeguatezza del trattamento
cautelare. Si è ritenuto in altre parole ragionevole che per i reati sessuali
non attenuati si presuma la necessità della custodia in carcere, stabilendo
però che la presenza di elementi sintomatici di una pericolosità ridotta
(rectius: contenibile mediante misure meno gravi) possa condurre il giudice
ad un trattamento differenziale. Insomma, la presunzione assoluta si è
21
Si veda la già citata sentenza n. 139 del 2010.
10 trasformata in presunzione relativa. Una soluzione ispirata al criterio del
«minimo sacrificio necessario» della discrezionalità legislativa.
È la seconda manifestazione di questa tendenza: un intervento
manipolatorio utile, appunto, ad eliminare solo il carattere assoluto della
presunzione irragionevole.
Naturalmente, non poteva che venire al pettine anche il secondo dei nodi
intrecciati dalla novella del 2009, e cioè l’inclusione dell’omicidio
volontario nel catalogo dell’art. 275, comma 3, del codice di rito.
Varie questioni sono state già sollevate in questo senso, e la loro
soluzione dovrebbe essere imminente, visto che la Corte costituzionale ne
tratterà alcune all’udienza e nella camera di consiglio del 19 e del 20 aprile
prossimi22. Non solo. Dovrà essere fissata, tra le altre, anche la trattazione
di questioni concernenti la «carcerazione obbligatoria» con riguardo al reato
di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o
psicotrope23.
4. Il caso della recidiva.
Stiamo parlando di un processo di verifica oggi in pieno svolgimento, ma
non va dimenticato come tale processo affondi le sue radici in una
giurisprudenza costituzionale ormai risalente.
Avrebbe dovuto esser chiaro da tempo, dunque, che il legislatore, nei
limiti in cui ritiene di valorizzare la pericolosità dell’agente, deve fare un
ricorso molto moderato alle presunzioni. E tuttavia la tendenza, da molti
anni ormai, risulta esattamente quella opposta.
È paradigmatica, sotto molti aspetti, la vicenda della recidiva.
La riforma del 2005 ha eliminato nella giurisprudenza ogni residua
tendenza ad una considerazione della recidiva come status personale,
orientando ad una piena sua valorizzazione quale circostanza pertinente
al reato. Il che, nell’ottica dei giudici, giustifica la sua applicazione nella
prospettiva
della
proporzionalità,
della
colpevolezza,
talvolta
dell’offensività. Ma, proprio per questo, la recidiva richiede un
accertamento, nel caso concreto, della relazione qualificata tra il fatto ed i
precedenti penali del suo autore.
Il principio è ripetuto ormai secondo scelte lessicali ricorrenti. Piace citare
fin d’ora, anche perché concerne la dichiarazione di illegittimità della
Nota bene. Nelle more della pubblicazione del presente contributo è stata deliberata la
sentenza C. cost., 12 maggio 2011, n. 164, che ha dichiarato illegittimo il comma 3 dell’art.
275, in termini analoghi a quelli assunti con la sentenza n. 265 del 2010, per quanto concerne il
delitto di omicidio volontario.
23 Nota bene. Nelle more della pubblicazione del presente contributo è stata deliberata anche la
sentenza C. cost., 22 luglio 2011, n. 231, che ha dichiarato illegittimo il comma 3 dell’art.
275, in termini analoghi a quelli assunti con la sentenza sopra citata, relativamente al delitto di
associazione per il narcotraffico (art. 74 del d.P.R. n.309 del 1990).
22
11 aggravante fondata sulla condizione di soggiorno irregolare dello straniero,
la sentenza della Corte costituzionale n. 249 del 2010: «con la sola
eccezione dei reati di maggior gravità, l’applicazione della circostanza è
subordinata all’accertamento in concreto, da parte del giudice, di una
relazione qualificata tra i precedenti del reo ed il nuovo reato da questi
commesso, che deve risultare sintomatico – in rapporto alla natura e al tempo
di commissione dei fatti pregressi – sul piano della colpevolezza e della
pericolosità sociale»24.
Si tratta di una affermazione ormai comune alla giurisprudenza
costituzionale ed alla giurisprudenza ordinaria25, il cui valore non è
sminuito da qualche eccessiva tolleranza per prassi motivazionali
sbrigative26.
Ora, questa giustificazione «costituzionale» dell’istituto esige l’assenza di
«automatismi», cioè della instaurazione presuntiva di una relazione
qualificata tra reato commesso e status della persona. Ed infatti, nelle scelte
interpretative cui la giurisprudenza è stata chiamata dalla legge 251 del
2005, è stato privilegiato il recupero della valutazione discrezionale,
anzitutto per quella parte della disciplina che concerne la fase cognitiva del
giudizio.
La matrice di quest’orientamento è data naturalmente dalla sentenza
della Corte costituzionale n. 192 del 200727, poi ripresa molte e molte
volte28. Di fronte ad una lettera quanto meno equivoca della norma (ed a
qualche segnale conforme proveniente dai lavori preparatori), contro
l’opinione maggioritaria della dottrina, alcuni giudici affermavano il
carattere «obbligatorio» dell’aumento di pena in caso di recidiva reiterata, e
24 C. cost., 5 luglio 2010, n. 249, dichiarativa della illegittimità costituzionale dell’art. 61, n.
11-bis, del codice penale.
25 Per la giurisprudenza di legittimità si può citare il più recente arresto delle Sezioni unite,
secondo cui è compito del giudice quello di verificare in concreto se la reiterazione dell'illecito sia
sintomo effettivo di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore, avuto riguardo
alla natura dei reati, al tipo di devianza di cui essi sono il segno, alla qualità e al grado di
offensività dei comportamenti, alla distanza temporale tra i fatti e al livello di omogeneità esistente
tra loro, all'eventuale occasionalità della ricaduta e a ogni altro parametro individualizzante
significativo della personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero e indifferenziato
riscontro formale dell'esistenza di precedenti penali: Cass., Sez. Un., 27/05/2010, n. 35738,
Calibè e altro, in C.E.D. Cass., n. 247838. Nello stesso senso, in seguito, Cass., Sez. VI, del
23/11/2010, n. 43438, Manco, ivi, n. 248960.
26 Si afferma talvolta, con scarsa coerenza, che richiederebbe motivazione espressa solo la non
applicazione dell’aumento di pena (ad esempio Cass., Sez. V, 19/11/2009, n. 711/10,
Stracuzzi, ivi, n.245733). Non mancano, comunque, prese di posizione pienamente compatibili
con la considerazione «sostanziale» della recidiva, e che dunque esigono adeguata motivazione,
in particolare, con riguardo alla nuova azione costituente reato e alla sua idoneità a manifestare
una maggiore capacità a delinquere che giustifichi l'aumento di pena (ad esempio, tra le più
recenti, Cass., Sez. VI, 25/09/2009, n. 42363, Dommarco, ivi, n. 244855).
27 C. cost., 14 giugno 2007, n. 192.
28 Relativamente al novellato quarto comma dell’art. 69 c.p. – a parte alcuni provvedimenti
fondati su inammissibilità di matrice “processuale” (ordinanze 14 giugno 2007, n. 198 e 29
maggio 2009, n. 171) – la Corte ha ribadito più volte il proprio giudizio di inammissibilità su
base interpretativa: ordinanze 30 novembre 2007, n. 409; 21 febbraio 2008, n. 33; 4 aprile
2008, n. 90; 6 giugno 2008, n. 193; 10 luglio 2008, n. 257.
12 ponevano problemi sul piano della ragionevolezza, della offensività, della
funzione rieducativa, del principio di colpevolezza.
La Corte non ha certo risposto accreditando la tollerabilità
costituzionale dell’automatismo, ed anzi ha superato le questioni di volta in
volta sollevate negandone l’esistenza. Di più, perché l’automatismo è stato
spezzato nei due segmenti che, in potenza, lo caratterizzavano. Non solo in
punto di aumento della sanzione, ma riguardo anche agli effetti secondari
od indiretti della recidiva. Segnando sostanzialmente la fine della
concezione bifasica della discrezionalità – pure riproposta da una
giurisprudenza minoritaria, forse più interessata a radicalizzare il dibattito
che ad affermare un orientamento di maggior rigore29 – la Corte ha
suggerito in chiave «adeguatrice» che gli stessi effetti secondari non operano
se non quando, ritenendo espressivo il fatto concreto, il giudice abbia
stabilito di applicare effettivamente l’aumento di pena30.
Dunque, e per cominciare, la speciale disciplina in tema di comparazione
con le attenuanti, imposta dal nuovo quarto comma dell’art. 69 c.p., non
opera nel caso di «non applicazione» della recidiva. La regola presuntiva che
dovrebbe celarsi dietro il prospettato automatismo non sussiste. Pure nel
caso di recidiva reiterata la meritevolezza della maggior pena, anche in
rapporto al concorso eterogeneo di circostanze, deve essere documentata in
concreto31.
A partire da questa dinamica essenziale, molti degli automatismi
«consequenziali» sono stati depotenziati dalla giurisprudenza. Troviamo un
comodo (ma parziale) catalogo nella sentenza delle Sezioni unite,
relativamente recente32, che ha stabilito la necessità dell’aumento di pena
in concreto (o, se del caso, della valutazione di meritevolezza) quale
presupposto per l’attivazione di varie discipline speciali attualmente
operanti nei confronti del recidivo. La «non applicazione» della recidiva
neutralizza, oltre che il divieto del giudizio di prevalenza delle circostanze
attenuanti, l’obbligo per il giudice di applicare a titolo di cumulo giuridico
ex art. 81 c.p. un aumento non inferiore al terzo della pena stabilita per il
reato più grave: soluzione ancora una volta anticipata dalla Consulta33. Sul
Cass., Sez. VI, 27/02/2007, n. 18302, P.G. in proc. Ben Hadhria, in C.E.D. Cass., n.
236426: «Il divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata trova
applicazione, unitamente alle altre regole sul giudizio di comparazione, pur quando il giudice
ritenga, dopo aver accertato la sussistenza della contestata recidiva, di non disporre l'aumento di
pena». Nello stesso senso Cass., Sez. IV, 22/02/2008, n. 15232, Fahir, ivi, n. 240209.
30 Tra le altre, ordinanze n. 409 del 2007, cit.; n. 33 del 2008, cit.; n. 90 del 2008, cit.; 4
aprile 2008, n. 91; n. 193 del 2008, cit.; n. 257 del 2008, cit.
31 Prima delle Sezioni unite citate appresso, e da ultimo, Cass., Sez. V, 15/05/2009, n. 22871,
Held, in Ced. Cass., n. 244209.
32 Cass., Sez. Un., 27/05/2010, n. 35738, Calibè, ivi, n. 247839.
33 La Corte costituzionale, con la citata ordinanza n. 193 del 2008, ha compiuto una doppia
operazione: per un verso ha accreditato la tesi che la recidiva rilevante per l’applicazione minima
dell’aumento di pena è solo quella ritenuta per lo stesso reato cui la pena stessa si riferisce; da
tale premessa, la conseguenza della possibilità di disapplicazione discrezionale della recidiva
quale strumento di neutralizzazione della regola censurata, cioè del quarto comma dell’art. 81
c.p. Occorre dare atto, a conferma che parliamo di tendenze, per quanto marcate, e non di un
29
13 piano processuale, viene meno la preclusione di accesso al
«patteggiamento allargato» e alla relativa riduzione premiale, secondo il
disposto dell’art. 444, comma 1-bis, c.p.p.
Per inciso, la soluzione adottata dalle Sezioni unite assicura coerenza tra
la giurisprudenza costituzionale appena citata e quella che si era
espressamente pronunciata sulla preclusione del patteggiamento
allargato per i recidivi. A ben vedere, nel contesto di una considerazione
ostile verso la definizione mediante un rito a-cognitivo di procedimenti per
reati gravi e gravissimi, la Consulta aveva giudicato ragionevole una
preclusione assoluta, esplicitamente giustificata in base ad un
ragionamento presuntivo, senza prendere in considerazione eventuali spazi
di discrezionalità per il giudice34. Ora, nella logica accreditata dalle Sezioni
unite, la preclusione vale (tendenzialmente) solo per il recidivo
«sostanziale», e viene a fondarsi su un giudizio condotto per il caso
concreto. Appunto, senza automatismo.
Alcune soluzioni giurisprudenziali riguardo a problemi applicativi
ulteriori si inseriscono nella stessa tendenza. È recente una (ribadita)
applicazione del principio riguardo al computo dei termini prescrizionali
del reato. Prima della sentenza di merito, naturalmente, la più severa
disciplina dei tempi di estinzione (secondo comma dell’art. 99 c.p.) opera
sulla base della mera contestazione della recidiva, la quale si considera
circostanza aggravante ad effetto speciale35. Dopo la decisione però, nel
caso che il giudice non abbia identificato una relazione qualificata dei
quadro stabile e del tutto armonico, che in precedenza una parte della giurisprudenza aveva
centrato l’attenzione su una precedente dichiarazione di recidiva reiterata, comunque con il
fine, piuttosto trasparente, di ridurre la portata applicativa della norma: Cass., Sez. I,
22/04/2010, n. 17928, Caniello, in C.E.D. Cass., n. 247048; Cass., Sez. I, 02/07/2009, n.
32625, Delfino, ivi, n. 244843; Cass., Sez. I, 01/07/2010, n. 31735, Samuele, ivi, n.. 248095:
«L'aumento minimo di un terzo della pena stabilita per il reato più grave, previsto dall'art. 81,
comma quarto, cod. pen., si applica solo quando l'imputato sia stato ritenuto recidivo reiterato con
una precedente sentenza definitiva, e non anche quando egli sia ritenuto recidivo reiterato in
rapporto agli stessi reati uniti dal vincolo della continuazione, del cui trattamento sanzionatorio si
discute».
34 C. cost., 23 dicembre 2004, n. 421 e C. cost., 28 dicembre 2006, n. 455. Ovviamente i
provvedimenti, soprattutto il primo, si fondavano sulla giurisprudenza «tradizionale» che ha
sempre ritenuto costituzionalmente compatibile il trattamento differenziale per i recidivi,
anche nella specifica dimensione della prognosi sui futuri comportamenti (ad esempio per il
divieto di sospensione condizionale: sentenze 12 gennaio 1977, n. 5; 30 luglio 1980, n. 133;
18 luglio 1991, n. 361; ordinanza 16 novembre 1993, n. 393), senza però dedicare
particolare attenzione al tema degli automatismi. Lo stesso può dirsi per altre risalenti decisioni,
a proposito di fattispecie concernenti specifici aggravamenti di pena per i recidivi (sentenza n. 5
del 1977, cit.) o delle norme processuali sulla restrizione cautelare di libertà (sentenza 11
marzo 1971, n. 100).
35 Da ultimo, Cass., Sez. V, 07/06/2010, n. 35852, Di Canio, in C.E.D. Cass., n. 248502: «La
recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale è circostanza aggravante a effetto speciale e
rileva ai fini della determinazione del tempo necessario alla prescrizione del reato».
14 precedenti col fatto addebitato (recidiva ritenuta ma non applicata), la
circostanza perde il suo rilievo a fini di prescrizione del reato36.
Lo stesso principio è stato affermato con riguardo all’incidenza della
recidiva sul prolungamento dei termini nel caso di interruzione o
sospensione, disposto dal secondo comma dell’art. 161 c.p.: se il giudice
non ha ritenuto di applicare l’aumento di pena, i termini prorogati
resteranno quelli comuni37, e non quelli computati per la metà o per i due
terzi della durata iniziale38.
Dovrebbe invece essere superata – almeno nei termini in cui
storicamente si è posta – una questione in tema di oblazione speciale, la
norma relativa alla quale preclude l’accesso nei casi previsti «dal terzo
capoverso dell’art. 99» (terzo comma dell’art. 162-bis c.p.)
La giurisprudenza antecedente alla riforma della recidiva (o pertinente a
fattispecie anteriori) assumeva che, per attivare la preclusione, bastassero le
condizioni formali della recidiva reiterata, a prescindere dalla precedente
«dichiarazione»: una soluzione favorita dalla formulazione dell’art. 162-bis
(quando «ricorrono i casi»)39. Oggi, che la recidiva non è più applicabile alle
contravvenzioni, si potrebbe al più teorizzare che il ricorso all’oblazione sia
precluso per chi, in passato, sia stato condannato per delitto con
l’aggravante della recidiva. Un implausibile automatismo del quale, per quel
che mi risulta, la giurisprudenza non ha mai fatto applicazione.
5. Recidiva e rapporto esecutivo.
Molto più complesso è il quadro degli effetti della recidiva che si
producono dopo la definizione della fase cognitiva del giudizio: in primo
36 Cass., Sez. VI, 07/10/2010, n. 43771, P.g. in proc. Karmaoui, ivi, n. 248714: «In tema di
prescrizione del reato, quando il giudice abbia escluso la circostanza aggravante facoltativa della
recidiva qualificata (art. 99, comma quarto, cod. pen.), non ritenendola in concreto espressione di
una maggiore colpevolezza o pericolosità sociale dell'imputato, la predetta circostanza deve
ritenersi ininfluente anche ai fini del computo del tempo necessario a prescrivere il reato».
Analogamente in precedenza: Cass., Sez. II, 08/04/2009, n. 18595, Pancaglio, ivi, n. 244158;
prima della riforma: Cass., Sez. II, 17/12/2004, n. 11008, P.G. in proc. Morrone ed altro, ivi,
n. 231772.
37 Cass., Sez. VI, 07/10/2010, n. 43771, cit.
38 Non ha trovato invece risposta, al momento, il comprensibile dubbio di legittimità
costituzionale sollevato, anche in giurisprudenza, circa il raddoppio della percentuale di
allungamento dei termini prescrizionali in caso di interruzione o sospensione della decorrenza.
Per ben due volte le questioni sono state dichiarate inammissibili, per difetto di rilevanza, dalla
Corte costituzionale: sentenza 1 agosto 2008, n. 324 e ordinanza 6 febbraio 2009, n. 34.
39 Da ultimo Cass., Sez. I, 05/04/2006, n. 17316, Giunta, in C.E.D. Cass., n. 234251: «Ai fini
dell'ammissibilità dell'oblazione speciale di cui all'art. 162 bis cod. pen. non é richiesto che la
recidiva reiterata, l'abitualità e la professionalità nelle contravvenzioni siano state giudizialmente
dichiarate dal giudice, essendo sufficiente la mera cognizione del magistrato della sussistenza di
detti "status", dal momento che l'art. 162 bis cod. pen. subordina la non ammissibilità
dell'oblazione al fatto che "ricorrano" i casi previsti dal terzo capoverso dell'art. 99, dall'art. 104 o
dall'art. 105 stesso codice, ovvero che permangano le conseguenze dannose o pericolose del reato,
eliminabili da parte del contravventore, come si desume dal tenore letterale e logico della
disposizione».
15 luogo, dunque, nel procedimento di esecuzione, e poi nella prospettiva del
trattamento penitenziario.
Una premessa. Si è posto il problema della nozione di recidiva
«applicata» dal giudice del merito, ed è ormai stabilito che tale condizione
ricorre anche quando l’aumento di pena non abbia luogo in forza del
giudizio di valenza con circostanze di segno opposto40. La soluzione sembra
congrua: la recidiva non applicata non giunge neppure alla comparazione
con le attenuanti, tanto da restare inattive le norme che la presuppongono,
ma l’attivazione del meccanismo comparativo consegue, appunto, ad una
valutazione di rilevanza dei precedenti fondativi.
Il quadro, come si accennava, non è lineare, anche per effetto delle
mutevoli forme assunte dal dettato normativo.
In materia di prescrizione della pena – pur affermando che la norma
ostativa per i recidivi opera a condizione che la recidiva sia stata
«dichiarata», non rilevando dunque la mera sequenza delle condanne41 – la
giurisprudenza non sembra aver valutato specificamente il caso della
recidiva «ritenuta» ma non «applicata». Lo stesso atteggiamento si riscontra
relativamente al termine maggiorato, riguardo ai recidivi, per l’ammissibilità
della richiesta di riabilitazione42.
Nel caso della liberazione condizionale, invece, si rinvengono decisioni
in cui – ferma restano la necessità della previa «dichiarazione» –
espressamente viene affermata l’operatività della preclusione anche nei casi
in cui il giudice della cognizione abbia ritenuto di non applicare l’aumento
di pena connesso alla recidiva43.
In una ulteriore occasione (pertinente alla richiesta di cancellazione del
riferimento alla recidiva in una annotazione del casellario giudiziale), la
soluzione è stata generalizzata: la circostanza rileverebbe, per le norme di
esecuzione che la presuppongono, anche nel caso che il giudice della
Per la Consulta si può citare la sentenza 8 ottobre 2010, n. 291. Per la giurisprudenza di
legittimità, tra le più recenti, Cass., Sez. I, 14/10/2008, n. 43019, Buccini, in C.E.D. Cass., n.
241831. Il concetto è stato ribadito ed avallato da Cass., Sez. Un., 27/05/2010, n. 35738, cit.
41 Da ultimo: Cass., Sez. I, 26/05/2010, n. 23878, Di Muro, in C.E.D. Cass., n. 247673:
«L'estinzione della pena per decorso del tempo non opera nei confronti dei condannati recidivi di
cui al capoverso dell'art. 99 cod. pen. a condizione che la recidiva sia stata dichiarata nel giudizio
di merito e che riguardi condanne anteriori a quella che ha dato luogo alla pena della cui
estinzione».
42 Cass., Sez. I, 17/09/2008, n. 36751, Siciliano, ivi, n. 241139: «Il maggior termine di otto
anni dall'estinzione dell'ultima pena, previsto per la presentazione della domanda di riabilitazione
da parte dei recidivi, non è applicabile se la recidiva non sia stata dichiarata nelle sentenze di
condanna. Ne consegue che è illegittima la declaratoria di inammissibilità della relativa istanza da
parte del presidente del Tribunale di sorveglianza sulla base delle sole annotazioni del certificato
del casellario».
43 Così Cass., Sez. I, 09/06/2009, n. 26472, Chiti, ivi, n. 244034, nella cui motivazione di
legge: « (…) ai sensi dell'art. 176, co. 2 c.p., opera, per il "recidivo nei casi preveduti dai capoversi
dell’articolo 99", la parziale preclusione al beneficio della liberazione condizionale in
considerazione del mero status del soggetto, come dato di fatto o entità ontologica,
indipendentemente, quindi, dal peso svolto dalla specifica aggravante nel giudizio di
bilanciamento con le eventuali attenuanti e nella concreta determinazione della pena».
40
16 cognizione non abbia ritenuto di applicare il corrispondente aumento della
pena44.
Per quanto riguarda invece l’esecuzione della pena, l’ambito operativo
degli automatismi legati alla recidiva è stato generalmente scollegato dallo
status, e connesso al trattamento concernente sanzioni inflitte con
l’aggravamento dovuto alla circostanza in questione (anche in forma di
bilanciamento per circostanze di segno opposto).
La giurisprudenza ha assunto un chiaro atteggiamento di garanzia,
anzitutto, quanto al fondamentale istituto della sospensione della
esecuzione per le pene di breve durata (art. 656, comma 9, lettera c, c.p.p.):
il divieto vale solo per coloro che il giudice della cognizione abbia ritenuto
concretamente meritevoli dell’aumento di pena45, e con esclusivo
riferimento alla sentenza di condanna per il reato aggravato in concreto
dalla recidiva. In altre parole, il soggetto potrà anche essere stato
condannato più volte quale recidivo reiterato, ma non per questo, se con la
sentenza da eseguire ciò non è avvenuto, sarà inibita la sospensione
dell’esecuzione46. Scelta ragionevole. Sempre meno si accredita la
concezione della recidiva come status.
Analogo l’atteggiamento nei confronti della restrizione più grave e
«simbolica» che la legge n. 251 ha introdotto, contro i recidivi (reiterati), sul
piano dell’ordinamento penitenziario, ed in particolare riguardo alle misure
alternative alla detenzione. Secondo il novellato comma 7-bis dell’art. 58quater, dette misure non possono essere accordate «più di una volta al
condannato al quale sia stata applicata la recidiva prevista dall’art. 99,
quarto comma, del codice penale».
Nelle reazioni iniziali, tanto a livello dottrinale che giurisprudenziale, la
norma è stata salutata come la versione italiana del californiano «tre colpi e
sei fuori»: se sei recidivo reiterato (cioè due volte condannato), ed hai già
fruito di un beneficio penitenziario, ogni ulteriore accesso a benefici dello
stesso genere sarà precluso per sempre.
Bene, intanto la Corte costituzionale ha stroncato immediatamente la
possibilità di una applicazione «retroattiva» della disposizione,
dichiarandola illegittima nella parte pertinente al caso di detenuti già
pervenuti ad un grado di rieducazione che avrebbe consentito l’accesso ai
44 Cass., Sez. I, 18/06/2009, n. 26786, Favuzza, ivi, n. 244656: «La recidiva contestata
all'imputato nel giudizio di cognizione, e non esclusa dal giudice, è idonea a produrre i suoi
molteplici effetti penali, per quanto non abbia avuto effetti sulla determinazione della pena». In
motivazione si specifica, così da giustificare l’assunto del testo, che la mancata incidenza della
recidiva sulla quantificazione della pena può derivare sia dall’esito del bilanciamento con
circostanze attenuanti, sia dal fatto che il giudice abbia ritenuto di non applicare l’aumento
consentito dalla recidiva ritualmente contestata».
45 Da ultimo: Cass., Sez. V, 26/04/2010, n. 21603, Musci, ivi, n. 247956.
46 Cass., Sez. I, 05/12/2007, n. 9205, Milano, ivi, n. 239174; nello stesso senso, in
precedenza, Cass., Sez. I, 30/01/2007, n. 8152, P.M. in proc. Lebiati, ivi, n. 235520.
17 benefici47. Qualcuno sostiene, con un po’ di malizia, che questa
giurisprudenza (già espressa in occasione di altre modifiche peggiorative)48
sia ispirata più dall’intento di non prendere posizione sulla natura
sostanziale o processuale delle norme sull’esecuzione della pena, che da
esclusive preoccupazioni d’una vanificazione del ruolo rieducativo della
sanzione49. Comunque sia, un primo colpo alla preclusione.
Colpo prodromico – di questo stiamo parlando – ad una stabile e decisa
restrizione per via ermeneutica della base applicativa del divieto. Ancora
una volta, tale divieto vale non per lo status del pluricondannato, ma in
relazione esclusiva ad una condanna con applicazione della recidiva
reiterata50 (di talché un soggetto, che pure abbia dovuto scontare una pena
senza benefici in applicazione della norma, potrebbe in futuro fruire dei
benefici medesimi, per condanne inflitte senza valorizzazione della recidiva).
Ma la Consulta – con la sentenza n. 291 del 2010 – aggiunge che anche il
primo beneficio conta, quale elemento preclusivo, solo se accordato per
una pena inflitta con aumento ex art. 99, quarto comma), e solo quando il
nuovo reato sia successivo alla sperimentazione della misura51.
La Cassazione ha poi osservato efficacemente: «movendo dal presupposto
che non può in linea di principio ammettersi che una circostanza, priva di
effetti ai fini della determinazione della pena per i singoli reati contestati
all'imputato perché non indicativa, in tesi, di maggiore colpevolezza o
pericolosità del reo, possa produrre un sostanziale aggravamento della
risposta punitiva in sede di applicazione di istituti volti all'opposto fine di
mitigare la pena (…), è di tutta evidenza che non può, a maggior ragione,
ammettersi che la recidiva non dichiarata in sede di cognizione possa
essere ritenuta dal giudice dell'esecuzione»52.
Del resto il collegamento necessario tra disciplina del rapporto esecutivo
e qualità del reato cui si connette la pena da eseguire, fuori da ogni logica di
status, era stato prefigurato dalla Consulta già in epoca risalente, nella
prospettiva tipica della censura alle presunzioni fondate su status, e cioè
il principio di uguaglianza. Lo si era detto a proposito dello «scioglimento»
del cumulo con reati ostativi ex art. 4-bis ordinamento penitenziario, ma
C. cost., 16 marzo 2007, n. 79. Si vedano anche le successive ordinanze 18 giugno 2007,
n. 219 e 21 febbraio 2008, n. 35.
48 A proposito della preclusione concernente i permessi premio, di cui all’art. 30-quater
dell’Ordinamento penitenziario, la sentenza 4 luglio 2006, n. 257, della stessa Corte
costituzionale. In precedenza, riguardo alla revoca dei benefici penitenziari per condannati
riguardo a fatti di criminalità organizzata, la sentenza 8 luglio 1993, n. 306.
49 Per altro la giurisprudenza di legittimità sembra ormai orientata nel senso che si tratta di
norme processuali, soggette al principio tempus regit actum: Cass., Sez. I, 11/11/2009, n.
46649, Nazar, in C.E.D. Cass., n. 245511; Cass., Sez. I, 26/06/2009, n. 33890, Miglioranza,
ivi, n. 244831.
50 In motivazione, Cass., Sez. I, 15/10/2009, n. 42462, Pezzuto, ivi, n. 245572. In precedenza,
tra le altre, Cass., Sez. 1, del 28/09/2006, n. 36040, Buonuomo, ivi, n. 235192.
51 C. cost., 8 ottobre 2010, n. 291.
52 Cass., Sez. I, 15/10/2009, n. 42462, cit.
47
18 con chiarezza e portata generale53. Con la conseguenza, tra l’altro, che nel
caso di esecuzione concorrente di pene non inflitte con l’aumento per la
recidiva il divieto di accesso ai benefici non può valere, una volta scontata
la porzione concernente i reati aggravati dalla recidiva medesima54.
Vorrei osservare per altro, a questo punto, che, nella misura in cui è
stata recuperata per la fase della cognizione, la centralità della valutazione
discrezionale rappresenta probabilmente una soluzione di corto respiro.
Non tutti gli effetti in sede esecutiva si giustificano razionalmente, almeno
sotto il profilo della loro automatica produzione, in caso di «applicazione»
pur discrezionale della recidiva.
Il giudice della cognizione esprime un giudizio essenzialmente centrato
sulla meritevolezza della maggior pena, sui profili quantitativi del
trattamento sanzionatorio, secondo criteri che non assumono un significato
necessario nella prospettiva della esecuzione, o, ad esempio, a fini di
successive vicende cautelari.
Come si è appena visto, la discrezionalità «iniziale» è stata valorizzata
dalla Consulta perfino nell’unico caso in cui, alla data odierna, una
preclusione assoluta per il recidivo, razionalmente giustificabile solo in
base ad una presunzione, è stata ritenuta compatibile con il dettato
costituzionale. Alludo alla già citata sentenza n. 291 del 2010, concernente
il divieto di ammissione ai benefici penitenziari per i recidivi reiterati. Per
accreditare il giudizio di ragionevolezza del meccanismo presuntivo la Corte
ha osservato come detto meccanismo operi, in generale, solo rispetto a
soggetti cui più volte il giudice ha ritenuto di applicare, concretamente e
dunque discrezionalmente, l’aumento di pena per la recidiva.
Sennonché – ripeto – sembra tutta da dimostrare la razionalità di
automatismi e vincoli generati, anche per giudizi futuri, da una
valutazione discrezionale fondata essenzialmente sul fatto di reato, e
dunque non «pensata» in termini di creazione dello status.
V’è anche il rischio, già puntualmente segnalato dagli studiosi, che la
consapevolezza del giudice circa la rilevanza delle conseguenze connesse
C. cost., 27 luglio 1994, n. 361: «non si rinvengono dati normativi per sostenere che la nuova
disciplina recata dall'art. 4-bis abbia creato una sorta di status di "detenuto pericoloso" che permei
di sé l'intero rapporto esecutivo a prescindere dal titolo specifico di condanna … Al contrario …
deve ritenersi ulteriormente valorizzato il tradizionale insegnamento giurisprudenziale della
necessità dello scioglimento del cumulo in presenza di istituti che, ai fini della loro applicabilità,
richiedano la separata considerazione dei titoli di condanna e delle relative pene. La contraria
opinione collega invece il permanere della pericolosità soggettiva al dato contingente di un
rapporto esecutivo in atto; con la conseguenza che, per circostanze meramente casuali (dipendenti
ad esempio dal sopravvenire di nuovi titoli detentivi nel corso della esecuzione della pena per
precedenti condanne) verrebbe ad atteggiarsi in modo differente il regime dei presupposti per
l'applicazione delle misure alternative. Una tale conseguenza configurerebbe, sotto il profilo della
irragionevole discriminazione di situazioni tra loro assimilabili, la lesione dell'art. 3 della
Costituzione; sicché, in presenza del riferito contrasto di orientamenti giurisprudenziali deve
comunque essere preferita la soluzione interpretativa conforme a Costituzione, che è quella di cui è
espressione l'orientamento più tradizionale».
54 Così, infatti, Cass., Sez. I, 15/10/2009, n. 42462, cit.
53
19 allo status determini uno sviamento della sua valutazione discrezionale, in
un senso o nell’altro.
6. Il nodo irrisolto della recidiva «obbligatoria».
Sono dinamiche ben note a coloro che seguono l’esperienza giudiziaria,
patologie che la scelta del recupero di discrezionalità quale «correttivo» sta
elevando a connotati di sistema, con evidenti ricadute sulla relativa
coerenza.
Un esempio per tutti. Tra gli automatismi denunciati dai giudici ordinari,
v’è il carattere «fisso» delle quote di aumento della pena nei casi di
recidiva regolati dai commi 1, 3 e 4 dell’art. 99 c.p. Ebbene la Corte
costituzionale, nonostante la propria giurisprudenza antecedente sulle pene
«fisse» (concettualmente severa, anche se tollerante, nei fatti, grazie alla
valorizzazione di strumenti esterni alla fattispecie per il recupero della
discrezionalità), ha respinto le relative eccezioni (ordinanza n. 91 del 2008).
Dei tre argomenti principali, due si risolvono – a ben vedere – nell’accredito
della discrezionalità quale strumento di elusione della regola censurata, e
non di mero adeguamento della sua portata. Si dice, in primo luogo, che
l’effetto in ipotesi sproporzionato di aumento della pena può essere evitato
«disapplicando» la recidiva. Ma quel potere non attiene al quantum del
trattamento, bensì alla relazione tra i precedenti del reo ed il significato del
fatto, nei suoi profili oggettivi e soggettivi. Si dice, analogamente, che, poiché
l’aumento in misura non variabile (ad esempio, il 50%) accede comunque
ad una quantità variabile, sarà sufficiente per il giudice diminuire la base di
calcolo per recuperare alla pena un carattere di accettabile proporzionalità.
Con buona pace dei criteri legali per la determinazione della sanzione. Con
sostanziale elusione della norma in considerazione, introdotta proprio per
imporre un aumento in misura fissa della pena «ordinariamente»
collegabile al fatto55. E la Corte, naturalmente, se ne è resa ben conto: «pur
costituendo, quello scrutinato, un assetto che si discosta per più versi dalle
linee generali del sistema»56. Il quale forse, e piuttosto, richiederebbe una
presa d’atto del ritorno dell’autore pericoloso.
Ma, soprattutto, va notato che il recupero (eventualmente indiretto) della
discrezionalità negata dalla regola sugli effetti indiretti può funzionare
(male) a condizione che l’applicazione della recidiva sia frutto di una
valutazione in concreto della maggior pericolosità del reo. Restano invece
ipotesi, quali che siano, di applicazione cd. obbligatoria della recidiva, che
il quinto comma dell’art. 99 costruisce su uno dei principali «cataloghi»
utilizzati per dare fondamento a trattamenti differenziali fondati su
Considerazioni analoghe possono svolgersi, mutatis mutandis, per la già citata ordinanza n.
193 del 2008, a proposito dell’aumento minimo di pena in caso di cumulo giuridico ex art. 81
c.p.
56 C. cost., 4 aprile 2008, n. 91.
55
20 presunzioni di pericolosità (con l’aggravante che si tratta di un elenco che
dovrebbe razionalmente selezionare tutt’altro, e cioè i casi con indagini
fisiologicamente complesse: art. 407, comma 2, lettera a) del codice di rito.
Non è un caso che, contro la recidiva obbligatoria, la discrezionalità sia
stata utilizzata anche sul piano dell’interpretazione, cioè in una logica di
massima possibile restrizione dei casi effettivi di integrazione della relativa
fattispecie. E questo vale tanto per gli effetti diretti che per quelli indiretti. E
vale, mutatis mutandis, tanto per la fase cognitiva che per la fase
esecutiva.
Nella prima prospettiva, l’esempio più importante si innesta sulla
scrittura, particolarmente maldestra, del quinto comma dell’art. 99 c.p.
(«se si tratta di uno dei delitti»). Il problema consiste nell’identificazione
dell’oggetto della regola presuntiva (pericolosità non discutibile): quando
cioè «si tratti» di reato riconducile al catalogo dell’art. 407 c.p.p.
A seconda delle quattro possibili soluzioni – al catalogo devono
appartenere il solo reato espressivo, od il solo reato pregresso, o
indifferentemente l’uno o l’altro, o entrambi – si constata una progressiva
modificazione della base empirica sulla quale dovrebbe fondarsi la regola di
esperienza, e dunque – per inciso – una progressiva crescita di attendibilità
della presunzione sfavorevole al reo57.
Ora, sebbene la giurisprudenza di legittimità sembri ormai orientata
verso una soluzione «intermedia»58, la Corte costituzionale ha censurato
per l’omessa esplorazione di una soluzione adeguatrice anche la questione
proposta da un giudice che procedeva per un reato inserito nel catalogo: « il
rimettente dà, in effetti, per scontato che l'obbligatorietà scatti allorché – come
nel caso di specie (…) – appartenga all'elenco il nuovo reato, senza
perscrutare affatto le alternative ermeneutiche, e, segnatamente, la
possibilità di ritenere che, a detti fini, debbano rientrare nell'elenco anche il
reato o i reati oggetto di precedente condanna […] l'eventuale adesione
a quest'ultima soluzione interpretativa verrebbe ad inficiare tanto la
Da C. cost., 29 maggio 2009, n. 171: «nel sollevare la questione, il giudice a quo non si pone,
tuttavia, l'ulteriore problema interpretativo – pure ripetutamente evidenziato da questa Corte nelle
pronunce in precedenza citate – di stabilire quale reato debba rientrare nell'elenco di cui all'art.
407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen., affinché divenga operante il regime di obbligatorietà: se,
cioè, il delitto oggetto della precedente condanna, ovvero il nuovo delitto che vale a costituire lo
status di recidivo, indifferentemente l'uno o l'altro, o addirittura entrambi (soluzioni tutte
alternativamente prospettate dagli interpreti, senza che sul punto possa dirsi allo stato
sussistente un orientamento consolidato)». In precedenza, tra le altre, l’ordinanza n. 409 del
2007, cit.
58 La giurisprudenza sembra orientarsi, in effetti, nel senso che la fattispecie sarebbe applicabile
nei confronti del soggetto, già recidivo per un qualunque reato, che commetta un delitto
riconducibile al catalogo, a nulla rilevando se il delitto per cui vi è stata precedente condanna
sia anch'esso incluso nell'elenco dell’art. 407 c.p.p.: Cass., Sez. I, 23/09/2010, n. 36218,
Pisanello, in C.E.D. Cass., n. 248289; Cass., Sez. I, 12/11/2009, n. 46875, Moussaid, ivi, n.
246254; Cass., Sez. II, 11/06/2009, n. 27599, P.G. in proc. Huyer, ivi, n. 244668; Cass., Sez.
II, 05/12/2007, n. 46243, Cavazza, ivi, n. 238520.
57
21 motivazione sulla rilevanza che quella sulla non manifesta infondatezza della
questione»59.
Naturalmente, la forza dell’indicazione è quella, tipicamente ridotta, delle
pronunce di inammissibilità «su base interpretativa»60.
Altre opzioni, sempre riguardo alla fase cognitiva, tendono di fatto a
diminuire il peso della recidiva, anche quando sia «obbligatoria», almeno
in termini di concreta incidenza sul computo della sanzione.
Ad esempio, dopo alcune decisioni discordanti, la giurisprudenza di
legittimità sembra definitivamente orientata – anche grazie alla pronuncia
delle Sezioni unite (ric. Indelicato) deliberata il 24 febbraio scorso – a
valorizzare il temperamento offerto dal quarto comma dell’art. 63 c.p., per il
caso che la recidiva obbligatoria concorra con altra circostanza ad effetto
speciale: delle due, si applica solo la più grave, ed un ulteriore aumento di
pena è solo facoltativo; ancora una volta, un parziale recupero di
discrezionalità61.
Altre questioni applicative, talvolta connesse alla considerazione della
recidiva quale circostanza ad effetto speciale, sono risolte nel senso della
Ancora l’ordinanza n. 171 del 2009.
Nota bene. Nelle more della pubblicazione del presente lavoro è intervenuta Corte cost., 10
giugno 2011, n. 183, che sembra invece esprimere, pur in tono incidentale, una adesione
all’orientamento dominante in giurisprudenza: «A ben vedere il secondo comma dell’art. 62-bis
cod. pen. dà luogo a un duplice automatismo, basato su presunzioni: il primo deriva dal quinto
comma dell’art. 99 cod. pen., che nel caso di commissione da parte di un recidivo di uno dei reati
previsti dall’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. rende obbligatoria l’applicazione della
recidiva (mentre negli altri casi si ritiene che sia rimessa alla valutazione discrezionale del giudice:
sentenza n. 192 del 2007; ordinanze n. 171 del 2009, n. 257, n. 193, n. 90 e n. 33 del 2008) …».
61 Inizialmente, Cass., Sez. I, 17/03/2010, n. 18513, Amantonico, in C.E.D. Cass., n. 247202:
«Allorché concorrano due circostanze ad effetto speciale (nella specie, recidiva specifica di cui
all'art. 99, comma secondo, cod. pen. e aggravante di cui all'art. 585 stesso codice), è illegittima
l'applicazione di distinti aumenti di pena, dovendosi, in base al disposto dell'art. 63, comma
quarto, cod. pen., applicare solo l'aumento connesso alla circostanza più grave, con la possibilità,
per il giudice, di aumentare la pena così stabilita». In senso opposto Cass., Sez. II, 16/06/2009,
n. 26517, Grande, ivi, n. 244723: «La previsione dell'obbligatorietà dell'aumento di pena per la
recidiva reiterata specifica, di cui all'art. 99, comma quinto, cod. pen. determina l'obbligatorietà
dell'aumento di pena per le circostanze aggravanti ad effetto speciale che qualificano i reati
indicati dall'art. 407, comma secondo lett. a), cod. proc. pen., così derogando alla previsione di cui
all'art. 63, comma quarto, cod. pen., che prevede, in caso di concorso di più circostanze aggravanti
ad effetto speciale, l'applicazione soltanto della pena stabilita per la circostanza più grave, sia
pure con possibilità per il giudice di aumentarla». Sul punto – come detto nel testo – sono
intervenute le Sezioni unite, con motivazione depositata nelle more della pubblicazione di
questo lavoro, stabilendo che la recidiva, quando può determinare un aumento di pena
superiore a un terzo, è circostanza aggravante ad effetto speciale e, pertanto, soggiace, ove
ricorrano altre circostanze aggravanti ad effetto speciale, alla regola dell’applicazione della pena
stabilita per la circostanza più grave, con possibilità per il giudice di un ulteriore aumento
(informazione provvisoria): Cass., Sez. un., 24 febbraio 2011, n. 20798, Indelicato, ivi, n.
249664. Si è giustamente osservato (G. PIFFER, I nuovi vincoli alla discrezionalità giudiziale: la
disciplina della recidiva, in www.penalecontemporaneo.it) come la necessaria applicazione della
recidiva e del relativo aumento di pena non valga certo ad escludere che il meccanismo di
computo sia regolato dalle norme ordinarie in materia, ed in particolare dalla disciplina del
concorso di circostanze omogenee.
59
60
22 neutralizzazione dell’aggravante nell’ambito di meccanismi processuali
regolati su indici di pericolosità62.
Ora, dalla ricostruzione che precede dovrebbero essere emerse la vastità
e l’unità di ratio dell’opera di erosione che la giurisprudenza ha compiuto
sui meccanismi presuntivi che legittimano, fuori almeno dall’ottica esclusiva
della retribuzione, il nuovo trattamento della recidiva. Il fatto è, però, che
uno «zoccolo duro» esiste, e prima o poi bisognerà fare i conti con esso, sul
piano sostanziale e su quello processuale, così come per la fase
dell’esecuzione.
In realtà già pende innanzi alla Consulta una questione che sembra non
consentire la via di fuga del recupero di discrezionalità (r.o. 54 del 2011). Il
rimettente infatti censura la disciplina differenziata per il riconoscimento
delle attenuanti generiche relativamente a taluno dei delitti di cui all'art.
407, comma 2, lett. a), cod. proc. pen., puniti con una pena non inferiore
nel minimo a cinque anni, sotto il profilo della irrazionalità e della violazione
del principio della finalità rieducativa della pena.
La trattazione del procedimento è stata fissata per la camera di consiglio
del 20 aprile 201163.
7. Titolo del reato e presunzioni di pericolosità nell’ordinamento
penitenziario.
Un diverso indice di pericolosità, utilizzato sempre più frequentemente
dal legislatore, è quello fondato sulla natura del reato contestato o
commesso, secondo una logica presuntiva che costituisce l’unica
giustificazione razionale quando si discute in termini cautelari, ma resta
ugualmente riconoscibile e dominante nella dimensione del rapporto
esecutivo. Se il soggetto ha commesso (in ipotesi o secondo il giudicato) un
determinato reato, deve presumersi che sia pericoloso al punto da
commetterne altri, ed in particolare che non raggiungerà (o raggiungerà in
62 È il caso del problema sorto relativamente all’art. 278 c.p.p., e dunque a proposito del rilievo
della recidiva contestata nel computo dei valori edittali di pena a fini di applicabilità delle
misure cautelari. Nella parte iniziale la norma pone la regola di irrilevanza della recidiva, oltre
che della continuazione e delle circostanze del reato, ma nella seconda parte viene fatta
eccezione, tra l’altro, riguardo alle aggravanti ad effetto speciale. Nella camera di consiglio del 24
febbraio 2011, le Sezioni unite penali hanno stabilito, con sentenza depositata dopo
l’elaborazione del presente contributo, che della recidiva non si tenga conto. Si veda, oggi, Cass.,
Sez. un., 24/02/2011, n. 17386, Naccarato, in C.E.D. Cass., n. 249482.
63 Come già si è avuto modo di accennare, la questione è poi stata definita dalla citata sentenza
n. 183 del 2011, dichiarativa della «illegittimità costituzionale dell’art. 62-bis, secondo
comma, del codice penale […] nella parte in cui stabilisce che, ai fini dell’applicazione del primo
comma dello stesso articolo, non si possa tenere conto della condotta del reo susseguente al
reato». In estrema sintesi può segnalarsi come la Corte abbia in effetti ritenuto che la norma
esprimesse una doppia presunzione: quella di pericolosità del recidivo reiterato colpevole di
reati riconducibili all’art. 407 c.p.p., e quella di irrilevanza dell’atteggiamento successivo al reato
quale segnalatore della condizione di pericolosità del reo nel momento della condanna. Alla
Corte, per superare l’irragionevole automatismo, contrario anche al principio di necessaria
finalizzazione rieducativa della pena, è bastato rimuovere la seconda delle due presunzioni.
23 tempi e modi particolari) quell’affidabilità necessaria e sufficiente per
l’accesso a forme alternative di esecuzione della pena.
Ho già dato ampiamente conto dei recenti sviluppi giurisprudenziali
concernenti le regole di trattamento cautelare personale che si basano
sul titolo del reato contestato. E già si è visto, inoltre, come nella materia
cautelare presunzioni fondate sul titolo del reato si affianchino a
presunzioni costruite su caratteristiche della persona o su
comportamenti pregressi della medesima (come per il divieto di arresti
domiciliari a persona già condannata per evasione, di cui al comma 5-bis
dell’art. 284 c.p.p.)
Ebbene, un intreccio dello stesso genere (anche se con diversa
proporzione nel rapporto tra regole fondate sul titolo del reato e norme
relative a condizioni «personali») si riscontra nella disciplina del rapporto
esecutivo.
Possiamo cominciare dal ruolo delle presunzioni per tipologia di reato
nell’accesso ai benefici penitenziari. Presunzioni cui il legislatore ha
generalmente collegato preclusioni (parziali o totali) a carattere assoluto,
dando vita quindi ai cd. automatismi preclusivi, tra i quali primeggiano
quelli instaurati dall’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario.
Su questo terreno, forse più che altrove, la giurisprudenza costituzionale
si caratterizza per il tentativo di recupero, in via interpretativa, di margini
discrezionali per il giudice, ed anche per la parziale demolizione di alcune
manifestazioni, tra le più aspre, della logica presuntiva.
Un processo molto graduale, ed anche limitato, nel suo avvio, da una
valorizzazione pressoché esclusiva del parametro della finalizzazione
rieducativa della pena. Facilmente fu stabilito, a quel punto, che
preclusioni fondate sul titolo del reato commesso non violano, per sé stesse,
l’art. 27 Cost.64. In particolare, l’accesso alle misure alternative non è l’unico
strumento rieducativo, tale dovendosi considerare anche, e per esempio, la
liberazione anticipata. D’altra parte la funzione rieducativa è elemento
indefettibile, ma non esclusivo, nella dimensione costituzionale della pena
(deputata anche ad assicurare esigenze di protezione sociale)65. Insomma,
un giudizio misto di ragionevolezza della presunzione di pericolosità e di
valorizzazione della funzione retributiva e specialpreventiva.
La situazione, però, era destinata ad evolvere: «la tipizzazione per titoli di
reato non appare consona ai principi di proporzione e di individualizzazione
della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario, mentre appare
preoccupante la tendenza alla configurazione normativa di “tipi d’autore”, per
C. cost., 2 luglio 1980, n. 107.
C. cost., 8 luglio 1993, n. 306, relativamente alla semilibertà, e C. cost., 17 febbraio 1994,
n. 39, relativamente alla liberazione condizionata.
64
65
24 i quali la rieducazione non sarebbe possibile o potrebbe non essere
perseguita»66.
Le preclusioni vennero in effetti rimodulate, ma in stretto rapporto al
fenomeno del cd. «pentitismo». Sembra ovvio che la relativa disciplina
avesse ed abbia soprattutto una spregiudicata funzione sollecitatoria nei
confronti dei detenuti provenienti dal contesto della criminalità organizzata,
politica o mafiosa. Ma nella giustificazione formale delle deroghe ai divieti di
accesso ai benefici prevale la configurazione della scelta collaborativa quale
sintomo del distacco dall’opzione criminale, e, dunque, di una nuova
presunzione: se si vuole, una sorta di contropresunzione67. Oppure,
volendo, un nuovo caso di presunzione «dissimulatoria».
Insomma la collaborazione processuale è divenuta l’unico elemento di
prova ammissibile per neutralizzare una presunzione altrimenti assoluta di
pericolosità fondata sul titolo del reato.
Opzione irragionevole, perché tale fra l’altro da escludere dai benefici i
criminali più marginali rispetto al proprio contesto. Perché tale, soprattutto,
da indebolire la ratio ostentata per la deroga al divieto.
Lo stesso legislatore dell’emergenza aveva conferito rilievo, ma solo per
fatti di partecipazione marginale, a situazioni di collaborazione irrilevante.
La Consulta, con sentenze additive (fondate anche, se non solo, sul principi
di uguaglianza e ragionevolezza), ebbe a generalizzare l’accessibilità dei
benefici per delinquenti marginali impossibilitati a prestare un’utile
collaborazione, ferma restando la dimostrata rottura dei vincoli criminali.
Queste decisioni, a ben guardare, avevano restituito una relativa
discrezionalità riguardo al valore sintomatico del reato commesso,
eliminando il vincolo tipologico della prova di non perdurante pericolosità:
venuta meno la necessità della collaborazione, assumevano rilevanza indici
di partecipazione marginale al fatto ed elementi vari di rappresentazione del
distacco dal contesto di provenienza68; indici da porre in relazione, per altro,
non direttamente alla valutazione di pericolosità dell’interessato, ma alla
stregua di giustificazioni del mancato atteggiamento collaborativo.
Il che resta vero anche riguardo all’ulteriore passaggio compiuto dalla
Consulta per il contrasto alla presunzione di pericolosità (la marginalità di
ruolo come spiegazione normativamente accettata dell’inerzia collaborativa):
illegittimo tra l’altro l’art. 4-bis nella parte in cui precludeva l’accesso ai
benefici a prescindere dalla qualità di ruolo, quando il difetto di
collaborazione dipenda dal già intervenuto accertamento dei fatti, e
sempreché risulti la soluzione dei rapporti con il contesto di provenienza69.
Così la già citata sentenza n. 306 del 1993.
Così, espressamente, nei lavori parlamentari prodromici all’approvazione della legge n. 356
del 1992, di conversione del decreto-legge n. 306 del 1992. Notevole lo scetticismo non solo della
dottrina, ma della stessa Corte costituzionale: punto 9 del Considerato della citata sentenza n.
306 del 1993.
68 C. cost., 19 luglio 1994, n. 357.
69 C. cost., 1 marzo 1995, n. 68. La Corte, per altro, era rimasta palesemente insoddisfatta del
risultato raggiunto. È accettabile che occorra verificare positivamente l’assenza di collegamenti
con la criminalità organizzata, ma le manipolazioni recate all’art. 4-bis (con il decreto -legge 8
giugno 1992, n. 306, convertito dalla legge 7 agosto 1992, n. 356) avevano «obliterato fino a
66
67
25 L’ampliamento dell’influsso dei casi di non collaborazione, in chiave di
neutralizzazione del divieto, non è comunque l’unico fronte della critica
portata dalla giurisprudenza all’automatismo in questione.
Anzitutto non possiamo che registrare, anche in questa sede, l’esclusione
di effetti retroattivi della preclusione, all’indomani dei provvedimenti che
l’avevano inasprita, a prescindere da atteggiamenti collaborativi o non
collaborativi «qualificati»70.
Ma la tendenza giurisprudenziale ad edulcorare la portata dei
meccanismi presuntivi nel sistema dell’esecuzione si manifesta con
significativa continuità. Nel 2009, con un doppio intervento nel giro di pochi
mesi, l’art. 4-bis ha subito un’addizione di grande momento, sia pur con
riguardo esclusivo ai reati sessuali compresi nel relativo catalogo. I benefici
penitenziari saranno concessi solo dopo un anno almeno di osservazione
scientifica collegiale della personalità (con la partecipazione degli esperti di
cui all’art. 80 ord. pen.)71.
Brevissima notazione sulla tecnica legislativa: la disposizione non è stata
coordinata con il comma 1 dell’art. 4-bis, che consente l’ammissione ai
benefici per i collaboratori di giustizia. Una tensione che, per quel che
consta, viene risolta nel senso che sia ormai necessaria una doppia
condizione (collaborazione processuale e osservazione prolungata della
personalità).
È stata dunque sperimentata, come si vede, la combinazione inedita ed
in parte contraddittoria di due meccanismi presuntivi. Uno, del quale già si
è detto, è che la cessazione di pericolosità va tendenzialmente provata da
atteggiamenti collaborativi (salvi i temperamenti introdotti dalla
Consulta). L’altro è che detta cessazione o riduzione non è accertata
credibilmente, su circostanze evidentemente diverse, se non attraverso
una prolungata osservazione scientifica, presumibilmente intramuraria,
della personalità del condannato.
dissolverli i parametri probatori alla cui stregua condurre un siffatto accertamento, per assegnare
invece un risalto esclusivo ad una condotta - quella collaborativa - che si assume come la sola
idonea a dimostrare, per facta concludentia, l'intervenuta rescissione di quei collegamenti. Si
passa, pertanto, da un sistema fondato su di un regime di prova rafforzata per accertare
l'inesistenza di una condizione negativa (assenza dei collegamenti con la criminalità organizzata),
ad un modello che introduce una preclusione per certi condannati, rimuovibile soltanto attraverso
una condotta qualificata (la collaborazione). Da ciò consegue, quindi, che, essendo la funzione
rieducativa della pena valore insopprimibile che permea l'intero trattamento penitenziario, in tanto
è possibile subordinare ad una determinata condotta l'applicazione di istituti che di quel
trattamento sono parte integrante, in quanto la condotta che si individua come presupposto
normativo risulti oggettivamente esigibile, giacché, altrimenti, residuerebbe nel sistema
null'altro che una preclusione assoluta, del tutto priva di bilanciamento proprio sul piano dei
valori costituzionali coinvolti».
70 C. cost., 14 dicembre 1995, n. 504, relativamente al divieto di ulteriori permessi premio; C.
cost., 30 dicembre 1997, n. 445, relativamente alla semilibertà; C. cost., 22 aprile 1999, n.
137, nuovamente sui permessi premio.
71 Dapprima l’art. 3 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, come modificato dalla legge di
conversione, e poi dall’art. 2, comma 27, lettera a), n. 2 della legge 15 luglio 2009, n. 94.
26 È da discutere se, come si è notato per altre fattispecie, si tratti in realtà
di una presunzione dissimulatoria, volta a coprire un diverso intento del
legislatore, cioè la necessaria incarcerazione del condannato, anche se
«collaboratore», per almeno un anno, a prescindere dalla sua attuale
pericolosità e con fini di rassicurazione sociale.
Ma qui interessa porre in luce, come si accennava, l’atteggiamento
assunto dalla giurisprudenza (per ora solo quella ordinaria). Non sorprende
anzitutto la riaffermazione, sullo specifico terreno in esame, della regola per
la quale la nuova preclusione non opera riguardo a detenuti che avessero
già raggiunto un grado di rieducazione adeguato per l’accesso al
beneficio72. In secondo luogo, più decisioni hanno palesato la netta
tendenza a ridurre od escludere il periodo di carcerazione «necessaria»,
riconducendo alla nozione di osservazione scientifica, utile per la
valutazione eventualmente favorevole al condannato, anche periodi di
custodia cautelare antecedenti alla condanna, o periodi di soggiorno in
regime di detenzione domiciliare, per diversi reati, presso una comunità
terapeutica73.
Più radicalmente si è affermato, con ampia motivazione, che la nuova
disposizione non esigerebbe una osservazione intramuraria, essendo
sufficiente anche l’eventuale relazione intrattenuta dal condannato, prima
della sentenza irrevocabile, con gli uffici territoriali di cui all’art. 72 ord.
pen.74.
72 Cass., Sez. I, 10/06/2009, n. 27670, Massaro, in C.E.D. Cass., n. 244716; Cass., Sez. I,
21/01/2010, n. 8092, Vizzini, ivi, n. 246332.
73 Cass., Sez. I, 28/04/2010, n. 18746, Monosi, ivi, n. 247457.
74 Cass., Sez. I, 21/01/2010, n. 8092 (cit., m. 246331): «Ora, va innanzitutto precisato che la
disposizione evocata non fa affatto riferimento alla sola osservazione intramurale. E il silenzio
della norma sul punto è quanto mai significativo se si considera che essa è frutto di un
emendamento (proposta on. Ferrante) che espressamente prevedeva, all'origine, il carattere
intramurale dell'osservazione richiesta, successivamente eliminato. In linea astratta non esiste
dunque ragione per sostenere che all'osservazione non possano procedere gli Uffici locali di
esecuzione penale esterna (UEPE) previsti dall'art. 72 o.p., in collegamento con i Centri di servizio
sociali ai quali espressamente è affidato, ai sensi dell'art. 118, comma 7 del Regolamento, il
compito di osservazione esterna per l'applicazione delle misure alternative, purché siano rispettate
tutte le condizioni di durata e "serietà" scientifica volute dalla norma. Proprio la verifica di
compatibilità della novella legislativa con i principi che hanno portato alla regolazione nei termini
attuali dell'istituto dell'affidamento in prova al servizio sociale, parrebbe fornire d'altro canto
ragione della esclusione di detta delimitazione. È noto infatti che nell'impostazione originaria della
legge l'affidamento in prova era concedibile solo dopo un periodo di carcerazione durante il quale
potesse aver luogo l'osservazione intramurale della personalità. Ma tale condizione è stata
eliminata per effetto della sentenza n. 569 del 1989 della Corte costituzionale, che aveva
rimarcato l'assoluta irragionevolezza di una disciplina che consentiva il trattamento "premiale" a
coloro che avevano subito custodia cautelare e non a coloro che, evidentemente meno pericolosi,
erano rimasti in libertà sino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Sicché
l'affidamento in prova può essere concesso a prescindere da osservazione intramurale quando
sulla scorta della osservazione esterna risulta che il condannato ha serbato un comportamento
tale da consentire il favorevole giudizio richiesto per il beneficio: ferma la necessità, per i delitti
elencati nella L. n. 354 del 1975, art. 4-bis, comma 1-quater, che detta osservazione risponda, alla
luce delle nuove "irrigidite" regole introdotte dal legislatore del 2009, ai requisiti di una
"osservazione scientifica della personalità", di durata almeno annuale, condotta collegialmente e
con la partecipazione dei professionisti esperti indicati nella L. n. 354 del 1975, art. 80, comma 4».
27 Il problema si pone in modo affatto particolare per i condannati
minorenni, rispetto ai quali la legge non sembra prevedere regole peculiari,
tanto che sono state sollevate specifiche questioni di legittimità, che la Corte
costituzionale dovrebbe aver definito nella camera di consiglio del 9 marzo
scorso75.
È il momento, però, di una considerazione ormai familiare. Per quanto
intervengano decisioni atte a smussare gli aspetti più spigolosi delle
preclusioni, e per quanto se ne possano restringere in via ermeneutica i
presupposti applicativi, la logica delle presunzioni assolute di pericolosità
permea anche attualmente il nostro diritto dell’esecuzione penale.
Abbiamo già visto che, riguardo a regole cautelari fondate sulla qualità
del reato contestato, il controllo di ragionevolezza ha subito una
fortissima accelerazione in tempi recenti, producendo un netto
ridimensionamento delle dinamiche presuntive predilette dall’odierno
legislatore. Ed invece va constatato – pur senza trascurare che sul piano
dell’esecuzione operano logiche di retribuzione e prevenzione speciale
che sarebbero improponibili nella dimensione cautelare – che la strada
percorsa riguardo al diritto penitenziario è assai meno lunga e illuminata.
A cominciare dalla norma fondamentale del genere in esame, cioè l’art. 4bis ord. pen.
La presunzione assoluta che dovrebbe giustificare il trattamento
sfavorevole dei non collaboratori di giustizia, nei limiti in cui è rimasta
attuale, ha trovato giustificazione in due provvedimenti della Consulta,
risalenti però al 2001, e pertinenti dunque ad un catalogo ben diverso.
Provvedimenti soprattutto motivati, in misura risolutiva, sul contesto di
criminalità organizzata cui dovevano riferirsi i reati presi in
considerazione nei giudizi a quibus76.
75 In effetti la questione è stata poi definita, ma con decisione di inammissibilità per carenze
nella motivazione sulla rilevanza da parte del rimettente: C. cost., 1 aprile 2011, n. 111.
76 C. cost., 20 luglio 2001, n. 273: « In questa prospettiva, in relazione all'esecuzione delle pene
detentive per i delitti indicati dal comma 1, primo periodo, dell'art. 4-bis, la collaborazione con la
giustizia […] assume, non irragionevolmente, la diversa valenza di criterio di
accertamento della rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata, che a sua
volta è condizione necessaria, sia pure non sufficiente, per valutare il venir meno della pericolosità
sociale ed i risultati del percorso di rieducazione e di recupero del condannato, a cui la legge
subordina, ricorrendo a varie formulazioni sostanzialmente analoghe, l'ammissione alle misure
alternative alla detenzione e agli altri benefici previsti dall'ordinamento penitenziario […]
L'atteggiamento di chi non si adoperi "per evitare che l'attività delittuosa sia portata a
conseguenze ulteriori" o per aiutare "concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella
raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l'individuazione o la cattura degli
autori dei reati" (art. 58-ter dell'ordinamento penitenziario) è valutato come indice legale della
persistenza dei collegamenti con la criminalità organizzata e, quindi, della mancanza del
sicuro ravvedimento del condannato. Presunzione peraltro vincibile, posto che, con riferimento al
principio di cui all'art. 27 della Costituzione (per cui vedi sentenze n. 137 del 1999, n. 445 del
1997, n. 504 del 1995, n. 306 del 1993), questa Corte ha ritenuto che l'oggettiva impossibilità o
l'inesigibilità della collaborazione non è di ostacolo, in costanza di elementi tali da escludere in
maniera certa l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, alla concessione dei
benefici penitenziari (v. sentenze n. 68 del 1995 e n. 357 del 1994)». Analoghe considerazioni in
C. cost., 25 luglio 2001, n. 308.
28 Dunque la stessa presunzione sarà presumibilmente oggetto di verifica,
quanto meno, con riguardo ai nuovi reati del catalogo. La vera e
ponderata valutazione complessiva della logica sottesa all’art. 4-bis, nella
sua attuale configurazione, deve ancora essere attuata.
8. Ordinamento penitenziario e condizioni personali del condannato.
Con maggiore frequenza di quanto accada per le regole sulla restrizione
cautelare della libertà, l’ordinamento penitenziario e la disciplina
dell’esecuzione sono segnati anche da norme presuntive costruite su una
condizione dell’interessato, o su un accadimento della sua vita, non
direttamente connesso al fatto per il quale deve essere eseguita la
condanna.
In punto di rilevanza delle condizioni personali, per la verità, ve n’è
almeno una che dovrebbe precludere (invece che giustificare) il ricorso a
presunzioni, e che in effetti genera da lungo tempo un contenzioso sul piano
costituzionale. Si è già avuto modo di accennare che, per i soggetti minori
d’età, non sembra trovare eccezioni la nuova regola che, per parte dei reati
sessuali, impone una osservazione scientifica della personalità prima
dell’eventuale accesso a benefici penitenziari.
Eppure il quadro della giurisprudenza in materia porterebbe a ritenere la
incompatibilità radicale delle presunzioni di pericolosità nel rapporto
esecutivo concernente i minorenni. L’esigenza di differenziazione nasce
dalla qualità del condannato, portatore di una personalità in via evolutiva,
ed interessato dalla direttiva costituzionale dell’art. 31. Anche gli strumenti
internazionali di tutela dell’infanzia contengono prescrizioni in questo
senso77.
Ebbene, lo si nota in via incidentale, il legislatore italiano ha modulato le
regole del rito penale, ma non ha mai dato corso alle necessaria scrittura di
un ordinamento penitenziario per i minorenni, di talché valgono le
regole ordinarie78. Situazione, si badi, che la Consulta ha già definito
complessivamente illegittima, anche se ha dovuto arrendersi, attraverso
una pronuncia di inammissibilità, di fronte al necessario esercizio di
discrezionalità legislativa per un complessivo riassetto delle misure
alternative alla carcerazione in favore dei minori79.
77 Da ultimo, la Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa n. 11 del
2008:Recommendation of the Committee of Ministers to member states on the European Rules for
juvenile offenders subject to sanctions or measures (Adopted by the Committee of Ministers on 5
November 2008 at the 1040th meeting of the Ministers' Deputies).
78 Come a titolo provvisorio, da quasi 40 anni, stabilisce l’art. 79 della legge di ordinamento
penitenziario.
79 C. cost., 25 marzo 1992, n. 125.
29 In effetti l’art. 31 della Costituzione, per risalente giurisprudenza, impone
nel caso dei minori una valenza assorbente della funzione rieducativa80, la
quale, per quanto vogliano prospettarsi finalità «secondarie», esige la
possibilità di una regolazione «fine» del trattamento rispetto alle
caratteristiche del caso concreto. Dunque, se regole di contenimento
fondate su presunzioni di pericolosità (o sulla preponderanza dell’aspetto
retributivo e specialpreventivo) sono accettabili per gli adulti, ammesso che
lo siano, lo stesso non vale per i ragazzi. La decisione più recente
sull’argomento individua «un criterio, costituzionalmente vincolante, che
esclude siffatti rigidi automatismi e richiede sia resa possibile invece una
valutazione individualizzata e caso per caso»81. Ed il principio non riguarda
solo le regole del trattamento penitenziario, ma investe il terreno
dell’arsenale sanzionatorio a disposizione del giudice della cognizione82,
delle misure di sicurezza83 o, mutatis mutandis, quello delle misure
cautelari personali.
La breve ricostruzione della giurisprudenza costituzionale concernente
l’esecuzione penale nei confronti di minori è utile anche in quanto la Corte
costituzionale è parsa in qualche misura generalizzare alcuni passaggi del
ragionamento, trattando di regole presuntive fondate su «caratteristiche
personali», acquisite da un soggetto in forza di comportamenti tenuti prima
od a margine dello svolgimento del rapporto esecutivo.
Si legga la sentenza n. 189 del 2010, pertinente al divieto temporaneo
di accesso ai benefici penitenziari per coloro i quali siano stati condannati
per un fatto di evasione (comma 1 dell’art. 58-quater ord. pen.)84.
Intanto, e secondo una logica che ben conosciamo, si è seguita la strada
di un recupero della discrezionalità giudiziale in via interpretativa. Qui
la Consulta ha potuto limitarsi a registrare una tendenza «adeguatrice» già
fortemente radicata nella giurisprudenza ordinaria. Ove la lettera della
legge, a parte qualche ingegnoso sfruttamento della pessima prosa
normativa85, viene più che altro elusa, e – fatto in sé significativo – senza
80 Si può qui ricordare la decisione che ha reso illegittima la disciplina di applicabilità
dell’ergastolo nel caso di delitti commessi da minori: C. cost., 28 aprile 1994, n. 168.
81 C. cost., 1 dicembre 1999, n. 436, a proposito delle preclusioni derivanti dalla revoca di un
precedente beneficio (infra). In precedenza, secondo una logica necessitata di demolizione
pezzo per pezzo del sistema preclusivo nei confronti dei minori, C. cost. 30 dicembre 1998, n.
450 e C. cost., 17 dicembre 1997, n. 403, relativamente a limiti per la concessione di
permessi premio; C. cost., 22 aprile 1997, n. 109, riguardo al divieto di affidamento in prova e
di semilibertà per l’esecuzione di pene derivanti da conversione dovuta all’inosservanza delle
prescrizioni inerenti alla semidetenzione ed alla libertà controllata.
82 C. cost., 18 febbraio 1998, n. 16, dichiarativa della parziale illegittimità della norma sui
limiti soggettivi per l’accesso alle sanzioni sostitutive (art. 60 della legge n. 689 del 1981), nella
parte in cui si riferiva ai minori.
83 Può ricordarsi C. cost., 24 luglio 1998, n. 324, relativa alla possibilità di disporre il ricovero
in ospedale psichiatrico giudiziario anche di persone minori.
84 C. cost., 28 maggio 2010, n. 189.
85 Si è affermato ad esempio che rilevano solo i fatti di evasione successivi alla sentenza
irrevocabile di condanna: Cass., Sez. I, 21/10/1992, n. 4202, Brusegan, in C.E.D. Cass., n.
192372.
30 alcun particolare sforzo di motivazione, se non per qualche cenno alla
irragionevolezza della soluzione legislativa (ad esempio nella parte in cui
non limita nel tempo l’effetto preclusivo). Sebbene la norma stabilisca che i
benefici «non possono essere concessi», la Cassazione ha concluso che
l’accesso «non è automaticamente impedito dalla condanna per evasione», e
che la disposizione avrebbe solo l’effetto di impegnare il giudice ad un
esame particolarmente approfondito della personalità dell’evaso86.
La Consulta insomma, come accennato, non poteva che accreditare un
«diritto vivente» già orientato in senso costituzionalmente compatibile,
rimproverando al giudice rimettente, con l’usuale «sanzione» della
inammissibilità, di non avere sperimentato una soluzione adeguatrice non
solo attendibile, ma addirittura già affermata.
Quel che più interessa della sentenza, sul piano generale, è la
ricostruzione dei principi che devono guidare la legislazione in materia.
Riferendosi alla norma censurata, e al denunciato suo carattere di
preclusione assoluta, la Corte ha osservato: «è possibile invece una sua
lettura costituzionalmente orientata, basata sull’ineliminabile funzione
rieducativa della pena, sancita dall’art. 27, terzo comma, Cost. e confermata
dalla giurisprudenza di questa Corte, che ha escluso l’ammissibilità, nel
nostro ordinamento penitenziario, della prevalenza assoluta delle esigenze di
prevenzione sociale su quelle di recupero dei condannati. Nella materia dei
benefici penitenziari, è criterio «costituzionalmente vincolante» quello che
esclude «rigidi automatismi e richiede sia resa possibile invece una
valutazione individualizzata caso per caso» (sentenza n. 436 del 1999).
Se si esclude radicalmente il ricorso a criteri individualizzanti, «l’opzione
repressiva finisce per relegare nell’ombra il profilo rieducativo»
(sentenza n. 257 del 2006; in senso conforme sentenza n. 79 del 2007) e si
instaura di conseguenza un automatismo «sicuramente in contrasto con i
principi di proporzionalità ed individualizzazione della pena» (sentenza n. 255
del 2006)».
Si deve dare atto, del resto, che la Corte costituzionale ha avuto modo di
censurare anche un automatismo favorevole al condannato. Si ricorderà,
in particolare, il regime «automatico» di applicazione del cd. indultino, cioè
della sospensione condizionata della pena di cui all’art. 1 della legge n. 207
del 2003. Anche quella previsione conteneva un catalogo di «esclusioni» su
base presuntiva, ma in assenza delle relative condizioni imponeva al
magistrato di sorveglianza l’applicazione del beneficio. E la Corte, con la
sentenza n. 255 del 2006, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della
norma nella parte in cui non prevede che il giudice di sorveglianza possa
negare la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva al
Cass., Sez. I, 10/11/2009, n. 44669, P.G. in proc. Resta, ivi, n. 245682; nello stesso senso,
in precedenza, Cass., Sez. I, 22/10/2009, n. 41956, P.G. in proc. Bello, ivi, n. 245078; Cass.,
Sez. I, 06/05/2009, n. 22368, P.G. in proc. Leone, ivi, n. 244130.
86
31 condannato quando ritiene il beneficio non adeguato alle finalità previste
dall'art. 27, terzo comma, della Costituzione.
È rimarchevole, anche se non sorprendente, che il percorso motivazionale
fosse del tutto identico, anche nei richiami ai precedenti, a quello che aveva
caratterizzato ed avrebbe caratterizzato la giurisprudenza di
contenimento delle politiche criminali di inasprimento: la Costituzione
impone «un potere discrezionale al magistrato di sorveglianza nella
concessione dei benefici penitenziari»87.
Non si creda per altro, a questo punto, che sia senz’altro segnato il
destino delle preclusioni assolute poste in ragione di presunzioni collegate
ad episodi della vita del condannato. In diverse occasioni – in realtà – la
Consulta ha ritenuto la compatibilità costituzionale di norme preclusive, in
base all’assunto essenziale – più o meno direttamente espresso – della
ragionevolezza della presunzione.
Questo è soprattutto vero nei casi in cui la conseguenza automatica si
collega ad un provvedimento assunto discrezionalmente dal giudice. Mi
pare ad esempio questa, almeno per una parte, la ratio decidendi
dell’ordinanza n. 289 del 2002, pertinente al divieto di accesso ai benefici
posto nei confronti di persone cui misure del genere siano state revocate
dal giudice nel corso di una precedente vicenda esecutiva (comma 2 dell’art.
58-quater ord. pen.)88. Una logica siffatta (ragionevolezza assicurata dalla
discrezionalità esercitata «a monte») emerge ancor più chiaramente da una
successiva ordinanza sul medesimo oggetto89.
In altri casi, anche sulla scorta dell’impostazione conferita dal rimettente
al quesito di legittimità, si è dato rilievo al fatto che il soggetto cui è inibito
l’accesso ad un determinato beneficio, se favorevolmente valutato in
concreto, può ottenere misure alternative di altro genere, sicché la
preclusione posta in astratto per detto beneficio (nella specie, la semilibertà
rispetto all’affidamento in prova) finisce con l’essere ragionevole per una
sorta di sua valenza «residuale»90.
Insomma, sebbene qualche battaglia sia già stata compiuta sul terreno
dell’art. 58-quater ord. pen., la norma è uscita indenne dal sindacato di
costituzionalità (salvo che per i suoi pretesi effetti «retroattivi» e con riguardo
ai minorenni) perché prospetta, almeno nella gran parte delle sue previsioni,
conseguenze sfavorevoli connesse a specifiche condotte sintomatiche,
successive al reato e particolarmente incisive, già in astratto, sul piano del
percorso rieducativo. Resta da vedere se tali condizioni sussistano sempre,
C. cost., 4 luglio 2006, n. 255.
C. cost., 26 giugno 2002, n. 289.
89 C. Cost., 21 gennaio 2004, n. 87. Si può citare anche C. Cost., 31 maggio 1996, n. 181,
che nella nostra prospettiva interessa soprattutto in quanto afferma che la revoca fondata su
imputazioni sopravvenute e poi risultate infondate è revocabile, e dunque può essere rimossa
quale fattore ostativo alla nuova concessione di benefici.
90 Si veda in tal senso C. cost., 10 ottobre 2008, n. 338.
87
88
32 e se la complessiva valutazione di ragionevolezza finora espressa reggerebbe
nel caso di loro assenza.
9. Cenni all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
Ancor meno progredita è una verifica di compatibilità costituzionale, nei
suoi profili sostanziali, della disciplina della «sospensione dell’applicazione
delle regole trattamentali», altrimenti nota come regime del «41-bis» (dal
numero dell’articolo che lo prevede nell’ambito dell’ordinamento
penitenziario).
Non che la norma non sia stata sottoposta numerose volte a scrutinio,
ma l’attenzione della Consulta si è storicamente concentrata sugli
strumenti di sindacato giudiziale del provvedimento ministeriale applicativo,
e l’Italia, per evidenti ragioni, ha potuto nel complesso contare su una certa
tolleranza da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo91.
91 La Corte di Strasburgo non ha mai formulato un giudizio negativo sull’in sé della sospensione
delle regole trattamentali. Una delle sentenze che impostano la materia nei suoi termini
generali, cioè rispetto al divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti (art. 3 C.e.d.u.) è
rappresentata dal provvedimento Gallico v. Italia, che risale al 2005. Il ricorrente era stato
sottoposto al regime speciale per un lunghissimo periodo. La Corte ha respinto, sotto questo
profilo, il suo ricorso. È possibile che prolungate restrizioni nelle condizioni di vita interne al
carcere diano luogo ad un trattamento inumano. Ma, anzitutto, ciò può dipendere dal contenuto
delle prescrizioni, e non dalla loro durata. In ogni caso, la Corte ha postulato una relazione tra
la gravità dei fatti commessi e la qualità del trattamento, e soprattutto ha valorizzato la
ragionevolezza delle misure in rapporto a concrete esigenze di prevenzione. Parametri che, nel
caso concreto, erano stati positivamente riscontrati, anche data la validazione da parte
giudiziale dei vari provvedimenti susseguitisi con riguardo al ricorrente. Molte altre decisioni,
antecedenti e successive, hanno confermato l’orientamento dei Giudici di Strasburgo a non
occuparsi in astratto della norma italiana, né dei contenuti formali dei provvedimenti «censurati»
dai ricorrenti, quanto piuttosto della ragionevolezza e proporzionalità delle restrizioni in
rapporto alle circostanze del caso concreto. Può guardarsi ad esempio alla motivazione delle
sentenze Attanasio (novembre 2007) e Bagarella (gennaio 2008). Ma per semplicità e rapidità
può guardarsi, soprattutto, alla decisione della Grande camera nel procedimento Enea v. Italia
(settembre 2009), che costituisce anche un «riesame» aggiornato dei precedenti: «La Corte
ammette che in linea generale l'applicazione prolungata di alcune restrizioni può porre un detenuto
in una situazione che potrebbe costituire un trattamento inumano o degradante. Tuttavia, essa
non può considerare una durata precisa per determinare il momento a partire dal quale è
raggiunta la soglia minima di gravità per ricadere nell'ambito di applicazione dell'articolo 3. Al
contrario, la durata deve essere esaminata alla luce delle circostanze di ogni caso di specie,
questo implica verificare soprattutto se il rinnovo e la proroga delle restrizioni in causa fossero
giustificati o meno […] le restrizioni imposte al ricorrente a seguito dell’applicazione del regime
speciale di detenzione erano necessarie per impedire all’interessato, socialmente
pericoloso, di mantenere contatti con l’organizzazione criminale alla quale appartiene […]».
L’Italia è stata per altro condannata ripetutamente, in relazione al regime speciale, sotto due
profili specifici. Il primo concerne i controlli sulla corrispondenza, che venivano disposti dal
Ministro col provvedimento applicativo del regime differenziale. Nella decisione della Grande
Camera relativa al caso Labita v. Italia (aprile 2000), la responsabilità del nostro Stato fu
collegata all’effettuazione di controlli sulla corrispondenza in assenza di una legge che li
consentisse (ma si vedano, in precedenza, le sentenze Domenichini e Diana). L’Italia, per altro, è
stata ripetutamente condannata anche dopo che, per il visto di controllo, prese il via l’adozionale
di provvedimenti giudiziali assunti a norma del settimo comma dell’art. 18 ord. pen. Infatti,
secondo i giudici di Strasburgo, anche la norma da ultimo citata difettava di tassatività. Può
citarsi al proposito la sentenza Natoli v. Italia (gennaio 2001), cui hanno fatto seguito altre di
analogo tenore, fino alla recente Bagarella v. Italia (gennaio 2008). Anche in ragione di questi
33 Vi sono per altro forti dati di novità dopo il «secondo pacchetto sicurezza»
dell’attuale legislatura, e cioè la legge n. 94 del 2009, che è intervenuta
radicalmente sull’istituto.
Il più significativo, comunque la si guardi, è la forte riduzione della
discrezionalità del Ministro nel determinare le limitazioni trattamentali
destinate a contenere la pericolosità degli interessati. A tale riduzione –
almeno secondo la ricostruzione adeguatrice compiuta dalla Corte
costituzionale con la recente sentenza n. 190 del 2010 – ha fatto riscontro
una eliminazione del rimedio giurisdizionale dedicato che, dopo ripetuti
interventi della Consulta e (una volta tanto) un successivo intervento
legislativo di adeguamento, era venuto a consolidarsi attraverso il comma 2quinquies dello stesso art. 41-bis92. Quel rimedio, nella parte in cui
arresti, con la legge 95 del 2004, l’intera disciplina dei controlli sulla corrispondenza è stata
trasferita in un nuovo art. 18-ter dell’ordinamento penitenziario, che regola analiticamente
presupposti e forme del provvedimento, affidato all’autorità giudiziaria, e delinea un
procedimento per il sindacato del provvedimento medesimo.
Un altro profilo di crisi del nostro sistema ha per lungo tempo segnato il meccanismo di
sindacato giudiziale dei provvedimenti assunti ex art. 41-bis. Può ricordarsi in sintesi che la
Cassazione dichiarava l’inammissibilità dei ricorsi per sopravvenuta carenza di interesse
quando il provvedimento ministeriale impugnato veniva sostituito da un nuovo provvedimento
di proroga, il che spesso evitava – data la breve durata applicativa dei singoli provvedimenti, in
rapporto ai tempi dilatati dei giudizi – che, almeno a livello di legittimità, venisse verificato il
fondamento della restrizione (tra le molte, Cass., Sez. Un., 24/03/1995, n. 10, Meli, in C.E.D.
Cass., n. 200819). La Corte di Strasburgo ha quindi ripetutamente condannato l’Italia, data
l’ineffettività dei rimedi giurisdizionali a disposizione degli interessati: tra le altre, sentenze
Musumeci v. Italia (gennaio 2005), Gallico v. Italia (giugno 2005), Viola v. Italia (giugno 2006),
Asciutto v. Italia (novembre 2007). La questione si è avviata a soluzione solo quando la nostra
Corte di legittimità ha stabilito che la perdita di efficacia del provvedimento impugnato non
implica la carenza di interesse al sindacato giudiziale sulla sua legittimità (Cass., Sez. I, del
26/01/2004, n. 4599, Zara, ivi, n. 228049, e altre successive).
92 Nella sua versione iniziale (scaturita dal decreto-legge 306 del 1992) la disciplina mancava di
indicazioni espresse circa le indispensabili forme di sindacato del provvedimento ministeriale di
applicazione. Poco dopo intervennero due sentenze della Consulta (28 luglio 1993, n. 349 e
23 novembre 1993, n. 410), che, secondo lo schema delle pronunce interpretative di rigetto,
asserirono la sindacabilità del provvedimento secondo il modello procedurale previsto dall’art.
14-ter dello stesso Ordinamento penitenziario: dalla norma, cioè, che prevedeva il reclamo
contro i provvedimenti di assoggettamento alla sorveglianza particolare di singoli detenuti (il
regime di Sorveglianza particolare era stato a sua volta introdotto nel 1986, ed era regolato,
come è tuttora regolato, dall’art. 14-bis ord. pen.). Con due ulteriori sentenze la Corte
costituzionale pervenne infine a modulare lo schema essenziale del sistema di tutela (18
ottobre 1996, n. 351 e 5 dicembre 1997, n. 376). L’azione del Ministro doveva ritenersi
sindacabile sia quanto ai presupposti del provvedimento applicativo (imputazione o condanna
per determinati reati, ecc.), altrimenti definiti limiti «esterni» al potere dell’Autorità
amministrativa, sia quanto alla legittimità ed alla congruenza delle singole disposizioni
limitative dell’ordinario regime di detenzione, altrimenti detti limiti «interni». La svolta fu
risolutiva, anche se continuarono incertezze e contrasti su aspetti essenziali del procedimento.
Finalmente, con la legge n. 279 del 2002, il legislatore pose mano ad un riforma organica della
materia, modificando i commi 2 e 2-bis dell’art. 41-bis, ed introducendo gli ulteriori commi da 2ter a 2-sexies. In sostanza si volle stabilizzare la disciplina del «carcere duro», tipizzare le
limitazioni che in concreto il Ministro poteva imporre al fine specifico di contenere la pericolosità
dei singoli interessati (comma 2-quater, lettere da b ad f), precisare in dettaglio il meccanismo
di sindacato giudiziale sui provvedimenti adottati ex art. 41-bis. A norma del comma 2quinquies il detenuto od il suo difensore potevano proporre reclamo «sulla sussistenza dei
presupposti per l’adozione del provvedimento e sulla congruità del contenuto dello stesso
rispetto alle esigenze di cui al comma 2». Insomma, era stata accolta l’impostazione della
Consulta a proposito dei limiti «esterni» ed «interni» del provvedimento ministeriale. In più, la
34 concerneva la congruità delle singole limitazioni allo scopo istituzionale
della sospensione, è divenuto superfluo per il sopravvenuto automatismo
nella relativa applicazione, ed è dunque stato limitato alla verifica di
ricorrenza dei presupposti (nuovi commi 2-quinquies e 2-sexies). Ma
naturalmente – ha aggiunto la Corte – la riforma non ha eliminato la
giurisdizione sui diritti dei detenuti. Con la soppressione della procedura
«dedicata» al sindacato di una discrezionalità amministrativa ormai rimossa,
si espande nuovamente l’ambito di applicazione di quel rimedio generale
contro la violazione di diritti che la stessa giurisprudenza costituzionale
aveva individuato nell’art. 14-ter ord. pen.93.
Ora, non è forse azzardato il rilievo che, anche su questo terreno,
potrebbe essersi verificata, nel passato, una sorta di azione calmieratrice
della giurisprudenza attraverso l’espansione, talvolta estrema, dei relativi
spazi di discrezionalità. Una azione che in qualche misura potrebbe aver
rallentato la riflessione sul piano sostanziale circa le regole di trattamento
dei delinquenti pericolosi, quasi confidando sulla loro disapplicazione.
Sarà un caso, ma nel giro di un anno dalla riforma del 2009 la Consulta
è stata investita di nuove e ripetute censure sul merito delle disposizioni
trattamentali imposte dalla legge, non discrezionalmente, per i destinatari
del provvedimento ministeriale.
È ragionevole, e comunque compatibile con il divieto di applicare pene
disumane o degradanti, che il detenuto trascorra solo due ore al giorno
fuori della propria cella, di cui una soltanto all’aria aperta? È ragionevole
che vengano fortemente ridotti i tempi di colloquio, finanche telefonico, con
il difensore? È ragionevole che sia fatto divieto di cuocere il proprio cibo,
norma che le amministrazioni hanno addirittura trasformato nel divieto di
acquistare alimenti crudi?
Finora, su questioni di questo genere, la Consulta ha adottato
provvedimenti a carattere processuale94, «eludendo» il merito delle questioni
medesime. Ma, naturalmente, il tema è su tappeto.
10. Lo straniero come tipo d’autore.
Non v’è dubbio che, quando si guarda ai meccanismi presuntivi fondati
su status o condizioni personali, la parte del leone spetti alle norme
progressivamente introdotte riguardo al fenomeno dell’immigrazione.
Ragioni di brevità impongono ormai di concentrarsi sulla norma simbolo
del fenomeno, la cd. aggravante di clandestinità, anche perché la sua
valutazione, in termini di compatibilità costituzionale, ha consentito nuove
legge aveva chiarito la possibilità di accoglimento parziale del reclamo, cioè relativamente a
singole limitazioni imposte dal Ministro.
93 C. Cost., 28 maggio 2010, n. 190. Si veda anche la nota che precede.
94 Riguardo al numero delle ore da trascorrere all’aperto di veda la citata sentenza n. 190 del
2010. Sui colloqui con i difensori, nel senso della manifesta inammissibilità, cfr. C. cost., 17
giugno 2010, n. 220. Sul divieto di cottura dei cibi, C. cost., 18 febbraio 2011, n. 56.
35 riflessioni, talvolta inedite, su ulteriori aggravanti di «status», come
potrebbero essere la recidiva e la latitanza, cioè fattispecie di incremento
della pena almeno obiettivamente sganciate dalla fisionomia del fatto
punibile.
Tutti sanno che l’art. 61 n. 11-bis del codice penale, al pari delle norme
che ne presupponevano l’esistenza, è stato dichiarato illegittimo con la
sentenza n. 249 del 201095, coeva ad altra che ha respinto direttamente o
indirettamente (cioè quale premessa di innumerevoli ordinanze successive)
una parte delle censure mosse all’art. 10-bis (costruite, in modo per la
verità piuttosto inattendibile, anche sulla pretesa che la norma sia stata
fondata su di una arbitraria presunzione di pericolosità dello straniero
«irregolare»)96.
La norma censurata era stata introdotta con il primo «pacchetto
sicurezza» della legislatura, cioè con il decreto-legge n. 92 del 2008, ed
aveva subito modifiche solo formali in sede di conversione (legge n. 125 del
2008). Da quel momento il sistema conteneva una aggravante comune, ad
effetto comune, applicabile a qualunque genere di reato (delitti,
contravvenzioni, dolo, colpa, ecc.), fondata sulla mera violazione di una
qualsiasi delle norme che regolano l’ingresso, la circolazione e la
permanenza degli stranieri nel territorio dello Stato97.
Ebbene, ha osservato in premessa la Consulta, i diritti inviolabili sono
oggetto di tutela per ogni persona, e non per i soli cittadini. D’altra parte
nessun trattamento legale può essere articolato in base alla differenza di
condizioni personali, se non quando questo sia necessario per assicurare
interessi di analogo rango costituzionale. E qui la Corte ha operato un
passaggio che ancora va sviluppato in tutta la sua portata, e che segna il
netto distacco dal brocardo tante volte ripetuto circa la piena discrezionalità
legislativa in punto di trattamenti sanzionatori, salvo il caso della manifesta
irragionevolezza. Meglio citare testualmente: «il rigoroso rispetto dei diritti
inviolabili implica l’illegittimità di trattamenti penali più severi fondati su
qualità personali dei soggetti che derivino dal precedente compimento di atti
“del tutto estranei al fatto-reato”, introducendo così una responsabilità
penale d’autore “in aperta violazione del principio di offensività […]”
(sentenza n. 354 del 2002) [...] Ogni limitazione di diritti fondamentali deve
partire dall’assunto che, in presenza di un diritto inviolabile, «il suo contenuto
C. cost., 8 luglio 2011, n. 249.
C. cost., 8 luglio 2011, n. 250.
97 Per inciso, e come anche risulta anche dai lavori parlamentari (nonché dalla occasio legis, che
come molti ricorderanno riguardava soprattutto delitti commessi da cittadini comunitari), la
norma era stata costruita per riguardare tutti i cittadini di nazionalità non italiana, compresi
gli stranieri provenienti da Paesi dell’Unione. Specie in questo aspetto, la scelta del legislatore
aveva incontrato violentissime critiche, ad esempio presso il Commissario per i diritti umani del
Consiglio di Europa, e presso la stessa Commissione europea, che con prese di posizione
ufficiali aveva considerato la disciplina in contrasto (almeno) con le norme comunitarie sulla
circolazione dei cittadini dell’Unione. Di qui l’introduzione nel «secondo pacchetto sicurezza» di
una pretesa norma di interpretazione (art. 1, comma 1, della legge 94 del 2009), in base alla
quale la fattispecie aggravante non si applicava ai cittadini comunitari.
95
96
36 di valore non può subire restrizioni o limitazioni da alcuno dei poteri costituiti
se non in ragione dell’inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico
primario costituzionalmente rilevante» (sentenze n. 366 del 1991 e n. 63 del
1994).
La necessità di individuare il rango costituzionale dell’interesse in
comparazione, e di constatare altresì l’ineluttabilità della limitazione di un
diritto fondamentale, porta alla conseguenza che la norma limitativa deve
superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo sufficiente, ai
fini del controllo sul rispetto dell’art. 3 Cost., l’accertamento della sua non
manifesta irragionevolezza (sentenza n. 393 del 2006)».
Con riferimento al caso specifico, si deve ricordare che le «condizioni
personali e sociali» fanno parte dei sette parametri esplicitamente
menzionati dal primo comma dell’art. 3 Cost., quali divieti direttamente
espressi dalla Carta costituzionale, che rendono indispensabile uno
scrutinio stretto delle fattispecie sospettate di violare o derogare
all’assoluta irrilevanza delle “qualità” elencate dalla norma costituzionale ai
fini della diversificazione delle discipline».
Ora, mi pare che il nucleo essenziale della decisione risieda nella
constatazione che non v’è (maggior) offesa al bene tutelato che giustifichi la
(maggior) punizione dello straniero in condizione di soggiorno irregolare98.
D’altra parte, non sarebbe proponibile una giustificazione fondata
sull’interesse al controllo dei flussi migratori, o sulla pericolosità espressa
attraverso la violazione delle regole sull’ingresso ed il soggiorno nel territorio
dello Stato. Tra l’altro – e stupisce che il senso dell’argomento non sia stato
colto da alcuni – questa giustificazione, come ogni altra, esce indebolita
dalla esclusione dell’aggravante per gli «irregolari» comunitari (che ben
possono esistere): è evidente che la presunzione non si connette alla
violazione delle norme sulla immigrazione (altrimenti dovrebbe valere anche
per i cittadini comunitari).
Insomma, una presunzione assoluta di maggior pericolosità fondata
sul nulla (già con la sentenza n. 78 del 2007 la Corte aveva escluso che la
carenza di un idoneo titolo di soggiorno incidesse «automaticamente» sulla
prognosi circa i futuri comportamenti dell’interessato99), ed anzi volta a
dissimulare, secondo il parere di alcuni, un chiaro intento
discriminatorio100.
Volendo,
un
nuovo
caso
di
presunzione
«dissimulatoria».
In particolare la lettera della norma escludeva il ricorso ad interpretazioni restrittive con
funzione adeguatrice, come ad esempio quella, suggerita da alcuni, di considerare applicabile
l’aggravante solo in presenza di un nesso qualificato tra irregolarità del soggiorno e reato di volta
in volta preso in considerazione (nesso finalistico, di facilitazione, ecc.).
99 C. cost., 16 marzo 2007, n. 78.
100 La Corte non si è limitata, per altro, a far valere la violazione del principio di offensività e di
quello di uguaglianza. Si è spinta piuttosto, anche per seguire il ragionamento dei rimettenti
(assurdo che una violazione amministrativa comporti l’aumento di sanzioni penali) e misurarne
la resistenza alla sopravvenuta incriminazione del soggiorno irregolare, a studiare i rapporti tra
la circostanza aggravante e la nuova fattispecie incriminatrice. In sostanza, si è ravvisata una
98
37 Ai nostri fini è particolarmente interessante, come accennavo, l’analisi
dedicata agli argomenti fondati sulla comparazione con le altre previsioni
circostanziali fondate, in qualche misura, su logiche presuntive.
Due i tertia più rilevanti: la recidiva e la condizione di latitanza. Nessuna
delle due circostanze comuni, secondo la Corte, risulta realmente
assimilabile a quella denunciata.
Anzitutto la legittimità della previsione concernente la latitanza. È forse
significativo come la Consulta abbia osservato, sia pure in tono incidentale,
che la stessa fattispecie dell’art. 61, n. 6, c.p. non è mai stata scrutinata.
Quasi vent’anni fa, la Suprema Corte aveva giudicato infondata una
questione di legittimità costituzionale, producendosi nello sforzo di
attribuire un incremento di pericolosità a colui che si determina nello stesso
tempo ad una violazione della legge penale e ad una specie di comando
affinché si costituisca. Una sorta di riscontro ad un atteggiamento
«ribellistico» particolarmente intenso101. Forse occorrerà vedere se davvero,
al punto in cui oggi è giunta la riflessione sui rapporti tra pena e fatto,
argomenti di tal genere ancora possano giustificare una siffatta
sistemazione del tema.
In ogni caso, nel pensiero della Corte costituzionale, sembrano prevalere
piuttosto i segnali promananti dal fatto cui si riferisce il provvedimento
restrittivo, e non dalla scelta di sottrarsi alla relativa esecuzione. Vero che il
latitante trasgredisce ad un ordine che individualmente lo riguarda (cosa
niente affatto necessaria perché si applicasse l’aggravante di
«clandestinità»). Vero anche, e soprattutto, che il latitante è tale in quanto
raggiunto da un provvedimento per la cui emanazione sono richiesti precisi
presupposti: una condanna a pena eseguibile (di specie detentiva, non
condizionalmente sospesa, non suscettibile di espiazione in forme
alternative, ecc.), o da un provvedimento fondato su gravi indizi di reità
per un fatto di elevato significato offensivo, e soprattutto su un giudizio
individualizzato di pericolosità, espresso dal giudice cautelare e soggetto
a controllo nell’ambito delle impugnazioni cautelari. Niente di tutto questo
per l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 61, n. 11-bis c.p.
Ancora una volta, come si vede, logiche di recupero «a monte» della
discrezionalità nella valutazione del caso concreto (e ciò sebbene gli effetti
dell’aggravante di latitanza possano essere neutralizzati con relativa facilità).
violazione del ne bis in idem sostanziale, come sintomo di irragionevolezza della previsione
circostanziale.
101 Cass., Sez. I, 20/01/1994, n. 3780, De Feo ed altro, in C.E.D. Cass., n. 196883: «La
ragione dell'aggravante […] sta soprattutto nel diverso e più intenso grado di ribellione all'ordine
costituito, insito nell'azione di colui che non si sottomette al potere coercitivo dello Stato,
sottraendosi a provvedimenti restrittivi della libertà personale, e che, contemporaneamente,
compia nuovi reati. Trattasi perciò di una ragione che prescinde dalla colpevolezza o meno del
soggetto così perseguito, tanto che l'aggravante non potrebbe essere esclusa neppure nel caso di
intervenuta e successiva assoluzione dal delitto cui è conseguito il provvedimento restrittivo».
38 La Corte poi, come si accennava, ha comparato l’aggravante di
clandestinità alla recidiva, il che ci consente di chiudere il nostro cammino,
più o meno, da dove l’avevamo iniziato.
Osserva la Consulta: il recidivo è persona risultata positivamente
indifferente al messaggio dissuasivo della sanzione, perché commette un
delitto non colposo dopo la condanna definitiva per un altro delitto non
colposo; cionondimeno, con la sola eccezione dei reati di maggior gravità,
l’applicazione della circostanza è subordinata all’accertamento in concreto,
da parte del giudice, di una relazione qualificata tra i precedenti del reo ed
il nuovo reato da questi commesso, che deve risultare sintomatico – in
rapporto alla natura e al tempo di commissione dei fatti pregressi – sul
piano della colpevolezza e della pericolosità sociale.
Scopo della riflessione era quello di porre in chiara evidenza la differenza
tra la recidiva e l’aggravante di clandestinità (applicabile a prescindere da
qualunque relazione con il fatto commesso dallo straniero)102. Ma la
funzione «strumentale» dei rilievi non ne diminuisce certo l’importanza.
Come già si è notato (supra, § 4), la Consulta ha fondato un proprio
ragionamento di compatibilità costituzionale sul carattere discrezionale
della applicazione della recidiva, riferito alla relazione qualificata tra
precedenti e fatto, e salvaguardato relegando in un inciso («salvo che nei
casi di recidiva obbligatoria») la deroga al consolidato fondamento delle
proprie riflessioni sulla pericolosità.
È un nodo – forse il nodo – che prima o poi dovrà essere sciolto.
Per inciso, a differenza di quanto non sia per la responsabilità del recidivo in ordine ai fatti
pregressi (accertata, come si è appena ricordato, prima ancora del nuovo reato), la condizione di
irregolarità del soggiorno era valutabile in modo incidentale nel giudizio pertinente al reato
aggravato, con il rischio che l’interessato fosse assolto nel giudizio sul reato di immigrazione e
condannato alla maggior pena nel giudizio per il reato comune (o viceversa).
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