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Il bisogno di dire
Università Ca’ Foscari Venezia
Dottorato di ricerca in FILOSOFIA, 22° ciclo
(A.A. 2006/2007 – A.A. 2008/2009)
Il bisogno di dire
La questione dell’indicibile nella filosofia di Adorno e Wittgenstein
SETTORE SCIENTIFICO-DISCIPLINARE DI AFFERENZA: M-FIL/05
Tesi di dottorato di VIVIANA CEPPA, 955361
Coordinatore del dottorato
Tutore della dottoranda
prof. CARLO NATALI
prof. LUIGI PERISSINOTTO
0
A Luigi Perissinotto e Lucio Cortella,
Wittgenstein e Adorno, le cui parole
hanno dato voce alle mie.
1
Indice
5
Elenco delle abbreviazioni
11
Introduzione
14
Ringraziamenti
Parte prima
Dire l’indicibile
La paradossalit{ dell’impresa filosofica
16
I.
ADORNO CRITICO DI WITTGENSTEIN
16
1.
Il lavoro di Sisifo ed il gioco semiserio della filosofia
23
2.
L’informulabilità dell’etica
32
II.
LA DOMANDA SUL SENSO
32
1.
«Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere» («Wovon man nicht
sprechen kann, darüber muss man schweigen»)
34
2.
Il limite oltre il quale non sarà che nonsenso
36
3.
Dalla domanda sulla verità alla domanda sul senso
38
4.
«L’uomo possiede la capacità di costruire linguaggi con i quali ogni
senso può esprimersi»
40
5.
Il metodo ascientifico della filosofia
42
6.
Il carattere atemporale delle osservazioni filosofiche
2
45
III.
L’ ARTE DI ESPRIMERSI CHIARAMENTE
45
1.
«La filosofia delimita il campo disputabile della scienza naturale»
49
2.
La profondità filosofica
52
3.
Filosofia e linguaggio
54
4.
Filosofia e chiarezza
57
5.
L’attualità della filosofia
59
6.
Filosofia come «arte dell’esprimersi chiaramente»
61
IV.
IL BISOGNO DI DIRE
61
1.
Verità come momento espressivo
64
2.
Filosofia e sistema
68
3.
Filosofia ed esperienza
Parte seconda
La cura del linguaggio
72
I.
WITTGENSTEIN E LA GRAMMATICA
72
1.
«Nel mio libro ho proceduto ancora in modo dogmatico»
75
2.
Dalla forma logica alla grammatica
79
3.
Arbitrarietà e non arbitrarietà della grammatica
81
4.
Proposizioni empiriche e proposizioni grammaticali
87
5.
La dicibilità dell’indicibile
3
93
II.
ADORNO E LA DIALETTICA
93
1.
Una ferita curabile
97
2.
Il progetto di una dialettica negativa
100
3.
L’autoriflessione della dialettica
104
4.
La sintesi
105
5.
Un esempio di contraddizione nel concetto: il concetto di libertà
107
6.
La testimonianza della cosa
117
III.
ADORNO E WITTGENSTEIN
117
1.
«Un’immagine ci teneva prigionieri»
121
2.
Costellazioni e somiglianze di famiglia
126
Conclusioni
127
Bibliografia
4
ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI
Adorno:
ADF
Die Aktualität der Philosophie, in Philosophische Frühschriften; Gesammelte Schriften, Bd. 1, a
cura di R. Tiedemann, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1973. Tr. it. di M. Farina,
L’attualit{ della filosofia, in L’attualit{ della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico,
Mimesis, Milano-Udine 2009, pp. 37-58 (cito indicando il numero della pagina della traduzione
italiana)
APF
Anmerkungen zum philosophischen Denken, relazione per la radio tedesca, trasmessa il 9
ottobre 1964; in Neue deutsche Hefte, n. 107, ottobre 1965, p. 5 e sgg. Tr. it. Annotazioni sul
pensiero filosofico, in PC, pp. 7-20.
DI
Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1969.
Tr. it. di R. Solmi, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966 (cito indicando il numero
della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il numero della pagina
dell’edizione tedesca)
DN
Negative Dialektik, in Gesammelte Schriften, Bd. 6, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1966,
pp. 7-411. Tr. it. di P. Lauro, Dialettica negativa, a cura di S. Petrucciani, Einaudi, Torino 2004
(cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il
numero della pagina dell’edizione tedesca)
ICDF
Der Begriff der Philosophie, in Frankfurter Adorno Blätter II, Theodor W. Adorno Archiv, (a cura
di), Edition Text+Kritik, München 1992, pp. 9-91. Tr. it. di P. Ciccarelli, Il concetto di filosofia,
Manifestolibri, Roma 1999 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana e
tra parentesi quadre il numero della pagina dell’edizione tedesca)
IDPS
Einleitung zum »Positivismusstreit in der deutschen Soziologie, edito originariamente in Der
Positivismusstreit in der deutschen Soziologie, Hermann Luchterhand Verlag GmbH, NeuwiedBerlin 1969 ed ora in Gesammelte Schriften, Bd. 8, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1972,
pp. 280-353. Tr. it. di A. M. Solmi, Introduzione a Dialettica e positivismo in sociologia, Einaudi,
Torino 1972, pp. 9-82 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana e tra
parentesi quadre il numero della pagina dell’edizione tedesca presente nelle Gesammelte
Schriften)
5
KKRV
Kants «Kritik der reinen Vernunft» (1959), in Nachgelassene Schriften IV.4, a cura di R.
Tiedemann, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1995 (cito indicando il numero della pagina)
MM
Minima Moralia. Reflexionen aus dem beschädigten Leben, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am
Main 1951. Tr. it. di R. Solmi, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, Torino
1954 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il
numero della pagina dell’edizione tedesca)
MTC
Zur Metakritik der Erkenntnistheorie. Studien über Husserl und die phänomenologischen
Antinomien, in Gesammelte Schriften, Bd. 5, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1970, pp. 7245. Tr. it. Metacritica della teoria della conoscenza. Studi su Husserl e sulle antinomie
fenomenologiche, Mimesis, Milano 2004 (cito indicando il numero della pagina della
traduzione italiana e tra parentesi quadre il numero della pagina dell’edizione tedesca)
OD
Ontologie und Dialektik, in Nachgelassene Schriften IV.7, a cura di R. Tiedermann, Suhrkamp
Verlag, Frankfurt am Main 2002 (cito indicando il numero della pagina)
PC
Stichworte. Kritische Modelle, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1969. Tr. it. Di M. Agrati,
con un saggio introduttivo di T. Perlini, Parole chiave. Modelli critici, SugarCo Edizioni, Milano
1974 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il
numero della pagina dell’edizione tedesca)
TE
Ästetische Theorie, in Gesammelte Schriften, Bd. 7, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1970.
Tr. it. di G. Matteucci, Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009 (cito indicando il numero della
pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il numero della pagina dell’edizione
tedesca)
TF
Philosophische Terminologie, a cura di R. zur Lippe, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1973.
Tr. it. di A. Solmi, Terminologia filosofica, Einaudi, Torino 1975 (cito indicando il numero della
pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il numero della pagina dell’edizione
tedesca)
TSH
Drei Studien zu Hegel, in Gesammelte Schriften, Bd. 5, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main
1970, pp. 247-381. Tr. it. di F. Serra, Tre studi su Hegel, il Mulino, Bologna 1971 (cito indicando
il numero della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre il numero della pagina
dell’edizione tedesca)
VND
Vorlesung über Negative Dialektik, Fragmente zur Vorlesung 1965/66, in Nachgelassene
Schriften IV. 16, a cura di R. Tiedemann, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 2003 (cito
indicando il numero della pagina)
6
Wittgenstein:
AOFL
Some Remarks on Logical Form, in «Proceedings of the Aristotelian Society»,
Supplementary Volume 9 (1929) [Knowledge, Experience, and Realism], pp. 162-71. Tr.
it. di M. Rosso, Alcune osservazioni sulla forma logica, 1929, in Osservazioni filosofiche,
Einaudi, Torino 1976, pp. 259-66 (cito indicando il numero della pagina della
traduzione italiana)
BT
The Big Typescript, Springer-Verlag, Wien 2000. Tr. it. di A. De Palma, Einaudi, Torino
2002 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana)
CR
Recollections of Wittgenstein, a cura di R. Rhees, Oxford University Press 1984. Tr. it. di
E. Coccia e V. Mingiardi, Conversazioni e Ricordi, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005 (cito
indicando il numero della pagina della traduzione italiana)
F
Philosophie. Tr. it. di M. Andronico, Filosofia, Donzelli Editore, Roma 1996 (cito
indicando il numero della pagina della traduzione italiana)
LB
The Blue and Brown Books, Basil Blackwell, Oxford, 1958. Tr. it. a cura di A. G. Conte,
Libro blu e libro marrone, Einaudi, Torino 1983 (cito indicando il numero della pagina
della traduzione italiana)
LC
Lectures and Conversations on Aesthetics, Psychology and Religious Belief, Oxford 1966.
Tr. it. di M. Ranchetti, Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica, la psicologia e la
credenza religiosa, Adelphi, Milano 2001 (cito indicando il numero della pagina della
traduzione italiana)
LLV
Lectures on Freedom of the Will. Notes by Jorick Smythies, in L. Wittgenstein,
Philosophical Occasions 1912-1951, a cura di J. C. Klagge e A. Nordmann, Hackett
Publishing Company, Indianapolis-Cambridge 1993, pp. 427-44. Tr. it. di A. Voltolini,
Lezioni sulla libertà del volere, in Causa ed effetto seguito da Lezioni sulla libertà del
volere, Einaudi, Torino 2006, pp. 53-78 (cito indicando il numero della pagina della
traduzione italiana)
LvF
Briefe an Ludwig von Ficker, a cura di G. H. von Wright e W. Methlagl, Otto Müller
Verlag, Salzburg 1969. Tr. it. di D. Antiseri, Lettere a Ludwig von Ficker, Armando
Editore, Roma 1974 (cito indicando il numero della lettera)
7
NF
Bemerkungen über Frazers «The Golden Bough», a cura di R. Rhees, «Synthese» 17,
(1967), pp. 233-253. Tr. it. di S. de Waal, Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, Adelphi,
Milano 2000 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana)
OF
Philosophische Bemerkungen, Basil Blackwell, Oxford, 1964. Tr. it. di M. Rosso,
Osservazioni filosofiche, Einaudi, Torino 1976 (cito indicando il numero della pagina
della traduzione italiana)
Q
Notebooks 1914-1916, Basil Blackwell, Oxford 1961. Tr. it. di A.G. Conte, Quaderni
1914-1916 in Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino
1998 (cito indicando la data della annotazione)
RF
Philosophische Untersuchungen, a cura di G.E.M. Anscombe, G.H. von Wright e R. Rhees,
Basil Blackwell, Oxford 1953. Tr. it. a cura di M. Trinchero, Ricerche filosofiche, Einaudi,
Torino 2002 (cito indicando per la prima parte il numero del paragrafo e per la
seconda parte il numero della pagina)
T
Tractatus logico-philosophicus, Routledge and Kegan Paul, London 1961. Tr. it. a cura
di A. G. Conte, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino
1998 (cito indicando il numero della proposizione)
UG
On Certainty, a cura di G.E.M. Anscombe e G.H. von Wright, Basil Blackwell, Oxford
1969. Tr. it. di M. Trinchero, Della Certezza, Einaudi, Torino 2001 (cito indicando il
numero del paragrafo)
VB
Vermischte Bemerkungen, a cura di G.H. von Wright, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am
Main 1977. Tr. it. di M. Ranchetti, Pensieri diversi, Adelphi, Milano 2001 (cito indicando
il numero della pagina della traduzione italiana e tra parentesi quadre la pagina della
traduzione tedesca)
WL 30-32
Wittgenstein’s Lectures. Cambridge 1930-1932, a cura di D. Lee, Basil Blackwell, Oxford
1980. Tr. it. a cura di A. G. Gargani, Lezioni 1930-1932, dagli appunti di John King e
Desmond Lee, Adelphi, Milano 1995 (cito indicando il numero della pagina della
traduzione italiana)
8
WWK
Wittgenstein und der Wiener Kreis. Colloqui annotati da Friedrich Waismann. A cura di
B. F. McGuinness, Basil Blackwell, Oxford 1967. Tr. it. di S. de Waal, Ludwig
Wittgenstein e il Circolo di Vienna. Colloqui annotati da Friedrich Waismann, con una
Presentazione di B. F. McGuinnes, La Nuova Italia, Firenze 1975. Contiene gli Appunti
di conversazioni con Wittgenstein, di Friedrich Waismann pubblicati in LC alle pp. 1925 (cito indicando il numero della pagina della traduzione italiana)
Z
Zettel, Basil Blackwell, Oxford 1967. Tr. it. a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino
1986 (cito indicando il numero del frammento)
9
Le diverse filosofie […] non sono affatto
separate nettamente le une dalle altre
come le pietanze elencate in un menù; fra
di esse c’è invece una connessione di senso
o di fondazione, nel senso che in una
misura straordinariamente ampia una
filosofia è la risposta all’altra, che una
comincia con i problemi che non sono stati
risolti da un’altra, dà risposte che non si
trovano in un’altra, o che […] una filosofia
diventa, in un senso molto radicale, critica
dell’altra. (TF 90 [Bd. I, 95])
10
INTRODUZIONE
L’ideale filosofico sarebbe
che il rendiconto di ciò che
si fa divenga superfluo
nell’atto del fare. (DN 46
[58])
Il presente lavoro vuole operare un confronto tra la filosofia di Theodor W. Adorno
e quella di Ludwig Wittgenstein sul tema dell’indicibile. Il motivo di un tale confronto
è da ricercare nella necessità di dare una risposta a quelle tante, troppe
interpretazioni della Dialettica negativa di Adorno, che se per lo meno hanno avuto il
buonsenso di prendere l’opera in considerazione ‒ rispetto alla sterminata quantità di
saggi sul filosofo francofortese che vi sorvolano direttamente ‒ si meritano però il
rimprovero di non essere stati fedeli ad essa fino in fondo. Il limite di queste letture
consiste ‒ a mio parere ‒ nel loro consiglio di seguire il pensiero di Adorno fino ad un
certo punto, fin dove convince, per abbandonarlo poi non appena in esso si
incontrano delle difficoltà; si preferisce così andare alla ricerca di nuove strade più
lineari, piuttosto che porsi all’interno di quelle contraddizioni che, secondo
l’insegnamento dello stesso Adorno, racchiuderebbero invece la vita del pensiero ed
il suo momento di verità; a mio parere, coloro che offrono tali interpretazioni si
comportano alla fin fine, come chi, per evitarsi la fatica di sbrogliare la matassa,
finisce per buttar via tutto il lavoro a maglia. La mia idea è che un’interpretazione non
unilaterale di Adorno non possa che partire dai testi cercando di seguirli riga per riga
senza abbandonarli neppure laddove essi sembrano deludere o sorprendere, ma anzi
lasciandosi stupire da essi e seguendoli con maggiore impegno proprio là dove
contrastano le nostre aspettative. Un confronto con Wittgenstein si rivela fruttuoso
proprio in tal senso: esso fornisce da un lato la costellazione di motivi utili a
dischiudere il testo di Adorno e a farlo parlare, mentre permette dall’altro di riportare
l’attenzione su quei passaggi del pensiero wittgensteiniano la cui interpretazione non
può che trarre vantaggio da un confronto diretto con i testi e dello stesso autore e del
pensatore francofortese. Il lavoro si presenta dunque come il tentativo di leggere
11
Adorno attraverso Wittgenstein e Wittgenstein attraverso Adorno. Consci del fatto
che «rendere ragione a un pensatore significa sempre anche fargli torto», 1 di fronte
alle evidenti differenze che sussistono tra i due autori presi in considerazione, la
scelta è stata quella di sottolinearne piuttosto le profonde somiglianze anche laddove
questa operazione finiva per scontrarsi inevitabilmente contro le esplicite intenzioni
dei pensatori stessi. L’operazione non è stata per nulla facile: come emergerà ad
esempio dall’analisi di concetti quali quelli di “profondità”, “chiarezza” o “verità”,
dietro ad un uso assai differente dei medesimi si celano affinità non da poco che è
però molto difficile mettere in luce proprio a causa dei forti condizionamenti
terminologici. I due filosofi infatti, fanno uso dei medesimi concetti ma danno ad essi
significati radicalmente diversi, che si rivelano essere poi, ad un’ulteriore analisi, il
modo di dare espressione allo stesso pensiero.
Di fronte al fiume di inchiostro che è stato versato nella produzione critica su questi
due autori, e di fronte alla totale assenza di testi che possano essere davvero di aiuto
per operare un confronto proficuo tra i due, la scelta è stata quella di escludere
dall’elaborato qualsiasi riferimento alla critica che non fosse indispensabile al
prosieguo del lavoro per evitare di appoggiare una linea interpretativa piuttosto che
un’altra, e lasciare ancora una volta che fossero i testi stessi a parlare. Non si è agito
così per negligenza o per privare il lettore di una guida, ma piuttosto perché non è
questo il tipo di guida che gli si intende dare.
Al lettore esperto di Adorno di certo non sfuggirà che la prima parte, pur nel
raffronto continuo con il pensiero di Wittgenstein e pur senza farne quasi mai
menzione, ricalca quasi passo passo la scansione tematica della lunga Introduzione
alla Dialettica negativa; mentre quanto nella seconda parte è dedicato al pensiero di
Adorno, ne segue il movimento del capitolo centrale: Dialettica negativa. Il concetto e
le categorie. Si è tentato di non leggere nei testi la conferma delle proprie intenzioni,
ma di permettere che fossero essi a dare qualcosa da intendere lasciandoli parlare,
poiché avevano molto da dire. I momenti di stupore, bisogna ammettere, non sono
stati rari, trattandosi da un lato di un’opera dialettica fino al midollo e dall’altro del
precipitato di ricerche filosofiche di chi, a riconsiderare il proprio pensiero, ha
passato l’intera vita.
1
TF 431 [Bd. II, 237]
12
Orientato da questo modo di procedere, il lavoro che qui si presenta nasce proprio
dalla selezione e rielaborazione di una serie pressoché sterminata di quelli che si
potrebbero chiamare “appunti di lettura” o “note a margine”. Essi sono stati rivisti e
riordinati più volte, nel tentativo di dargli un assetto che riuscisse a trasmettere nel
modo più chiaro possibile quanto si cercava di esprimere. Poiché ci si ritrovava a
giungere da strade diverse sempre al medesimo punto, la difficoltà maggiore era
quella di riuscire a comporre insieme i differenti sentieri intrapresi per cercare di
offrire l’immagine dell’intero percorso; essi erano come tante tessere che si trattava
di andare a ricomporre; ogni tessera rappresentava un’analogia o una differenza tra i
due pensatori ed era al tempo stesso la parte di un mosaico che, nel formarsi, doveva
dare vita ad un’immagine unitaria.
Questo, in sintesi, è il modo in cui si è deciso alfine di procedere. Il testo si presenta
suddiviso in due parti: la prima è dedicata a cercare di comprendere se la filosofia
possa o meno avere ancora senso dal momento che, a parere di Adorno, il linguaggio
scientificizzato sembra essere diventato un «ceppo che proibisce al pensiero di
pensare»2. Muovendo da un esame della critica che Adorno rivolge alla proposizione
7 del Tractatus, si perviene al riconoscimento dell’obiettivo comune che guida i due
pensatori: sottolineare la differenza che intercorre tra la filosofia e la scienza. A
partire da un tale riconoscimento, quanto nella filosofia di Adorno e Wittgenstein si
presenta come indicibile o inesprimibile si svela essere tale solo per il linguaggio
formalizzato della scienza; quel compito paradossale di dire l’indicibile che Adorno
assegna alla filosofia ed il cui proposito si è mostrato essere nel frattempo per nulla
estraneo a Wittgenstein, viene a perdere in tal modo la sua paradossalità. Nella
seconda parte si cerca allora di mostrare per quali vie Adorno e Wittgenstein siano
riusciti a portare ad espressione l’inesprimibile: l’uno elaborando il progetto di una
dialettica negativa e l’altro richiamando l’attenzione sulla distinzione che sussiste tra
proposizioni che svolgono funzione empirica e proposizioni che svolgono funzione
grammaticale. In entrambi i casi, il momento espressivo del linguaggio viene
salvaguardato per mezzo di una cura nei confronti del linguaggio.
2
MTC 82 [49-50]
13
Ringraziamenti
L’idea che un confronto tra Adorno e Wittgenstein potesse risultare fruttuoso per
una migliore comprensione della filosofia di entrambi, è nata dopo che ho avuto la
fortuna di seguire nel 2002 un corso su Della certezza di Wittgenstein e nel 2004 uno
sulla Dialettica negativa di Adorno, tenuti rispettivamente dai proff. Luigi Perissinotto
e Lucio Cortella; tali insegnamenti sono stati lo stimolo prima di ulteriori ricerche e
poi di questo lavoro. Mi sento di ringraziare il prof. Perissinotto ed il prof. Cortella
non solo per avermi introdotto al pensiero di Wittgenstein e Adorno, ma anche per
l’aiuto prezioso ed il sostegno che essi hanno voluto darmi. A loro va tutto il mio
affetto e la mia gratitudine. Sono particolarmente riconoscente nei confronti del prof.
Luigi Perissinotto, per essere stato per me, nella sua qualità di tutor, una valida guida;
il suo esempio mi è sempre servito di sprone a proseguire le mie ricerche e a superare
le difficoltà che via via mi si presentavano. Ricordo, che nell’estate in cui mi sono
laureata, quando gli manifestai il mio desiderio di occuparmi oltre che del pensiero di
Wittgenstein anche di quello di Adorno, fu lui a suggerirmi di leggere la Terminologia
filosofica ed aggiunse di non prestare la benché minima attenzione alle insensatezze
che Adorno in quel testo veniva dicendo su Wittgenstein, poiché era chiaro che
Wittgenstein, da Adorno, era stato profondamente frainteso. Mi auguro dunque che
non me ne vorrà per aver deciso di cominciare e di far ruotare tutto il mio lavoro
proprio attorno a quelle assurdità, persuasa del fatto che spesso è proprio nei
nonsensi che si annidano quelle che per il pensiero sono le questioni più importanti e
più urgenti che abbisognano solo di trovare in qualche modo espressione.
Ci tengo inoltre a ringraziare il prof. Martin Seel della Goethe Universität di
Francoforte ‒ mio tutor nel periodo di ricerca che ho svolto presso la suddetta
università ‒ per l’interesse che ha sempre mostrato nei confronti del mio lavoro e per
gli utili consigli che ha saputo darmi.
Voglio ricordare inoltre Claudio per avermi esortato quotidianamente ai miei doveri
di dottoranda, i miei genitori per il loro appoggio morale ed economico, mia sorella
Cristiana per il suo aiuto concreto e tutti gli amici che ho avuto la fortuna di conoscere
in questi tre anni e che tanto hanno significato e continuano a significare per me:
Paola, Mimmo, Numa, Francesca e Samuele, Nicolò e Niccolò, Andrea, Valentina,
Roberta, Elisabetta, Carlos, Bianca, Giacomo, Luca, Paolo, Riccardo B. e Riccardo M.,
Federica, Vanni, Carlo, Anja e Danilo.
Un ultimo e doveroso ringraziamento va invece a loro, i fedeli compagni delle mie
giornate, Wittgenstein e Adorno: al primo per avermi aiutato oramai innumerevoli
volte ad uscire da quelle situazioni in cui non si riesce «a superare un certo fatto» e
dalle quali non sembra esservi dunque alcuna via d’uscita; ed al secondo per avermi
insegnato come prendermi cura dell’altro, e dunque l’importanza di quella forma
d’amore che se non brucia le distanze nella smania di possesso, non si converte però
nel disinteresse per il fatto di mantenerle. Credo che il riuscire a trasmettere ad un
altro un tale insegnamento sia il primo passo verso la realizzazione di quel mondo
riconciliato nel quale tutti noi speriamo un giorno di poter vivere.
14
PARTE PRIMA
Dire l’indicibile
La paradossalità dell’impresa filosofica
Il paradosso è la passione del pensiero,
e i pensatori privi del paradosso sono
come amanti senza passione: mediocri
compagni di gioco. Ma la potenziazione
estrema di ogni passione è sempre di
volere la propria fine: così la passione
più alta della ragione è di volere l’urto,
benché l’urto possa in qualche modo
segnare la sua fine. E’ questo allora il
supremo paradosso del pensiero, di
voler scoprire qualcosa ch’esso non può
pensare.
(Kierkegaard 1844, p. 219)
15
CAPITOLO PRIMO
Adorno critico di Wittgenstein
1. Il lavoro di Sisifo ed il gioco semiserio della filosofia
Tra il semestre estivo del 1962 e quello invernale del 1962-63 Adorno tenne presso
l’università di Francoforte sul Meno un corso introduttivo alla terminologia filosofica.
Le lezioni di tale corso sono state trascritte e pubblicate in Germania già nel 1973 in
un volumetto che ha per titolo proprio Terminologia filosofica. A partire dalla
discussione dei termini filosofici, tale corso si propone di fornire una vera e propria
introduzione alla filosofia, introduzione che costituisce una risorsa preziosa per
comprendere la concezione della filosofia propria del filosofo Adorno, attraverso un
linguaggio più divulgativo ed un’esposizione meno oscura rispetto a quella dei testi
da lui scritti. Tra le pagine di queste lezioni troviamo qua e là dei riferimenti alla
filosofia di Wittgenstein che sono di estremo interesse e che non devono passare
inosservati: da tali accenni, infatti, appare chiaro che Adorno sta tentando di portare
avanti una concezione della filosofia che si strutturi – a suo parere – in netta
opposizione a quella che egli ritiene propria di Wittgenstein. Se la filosofia ha un
compito, tale compito è esattamente l’opposto di quello che Wittgenstein sembra
assegnarle. Eppure, nel suo prendere distanza dalla posizione che attribuisce a
Wittgenstein, Adorno si limita sempre alla critica di una singola proposizione, come
se in essa fosse racchiusa l’essenza della concezione che Wittgenstein aveva della
filosofia.3 La proposizione incriminata e da respingere con forza è la proposizione 7
Sull’unilateralità della critica adorniana vedi Perissinotto 2003, in particolare le pp. 104-108; sulla
ricezione di Wittgenstein da parte della filosofia continentale ed in particolare da parte della Scuola di
Francoforte vedi, oltre al già citato Perissinotto 2003, anche Perissinotto 1997b; per un confronto
specifico tra Adorno e Wittgenstein vedi Demmerling 1994, Wiggershaus 2000 e Wellmer 1989; per un
confronto che, oltre ad Adorno e Wittgenstein include anche Heidegger vedi Glauner 1997 e Schwarte
2000.
3
16
del noto Tractatus Logico-Philosophicus: «Su ciò, di cui non si può parlare, si deve
tacere»4. Nelle pagine della Terminologia filosofica il nome di Wittgenstein compare
solo sei volte, ma in ben quattro occasioni esso viene citato allo scopo di opporsi
esplicitamente proprio a tale proposizione. 5
Contro il tono rinunciatario che Adorno sente emergere da questa proposizione,
egli afferma risoluto che se la filosofia ha un compito, questo è l’esatto opposto della
rinuncia a parlare. Tacere, dunque, è proprio ciò che il filosofo non deve fare. Il
filosofo deve parlare anche se ciò significa cadere nel paradosso di dire con i concetti
ciò che con i concetti non può essere detto; di fronte a tale paradosso la filosofia, lungi
dal professare l’epochè, dichiarando così implicitamente la propria sconfitta, ha il
dovere di immergersi totalmente in esso. Il compito che Adorno assegna alla filosofia
è quindi propriamente un compito paradossale: si tratta nientemeno che di dire
l’indicibile.
Pur con la consapevolezza che tali similitudini rischiano di esporre al ridicolo tanto
la filosofia quanto chi se ne occupa, Adorno non manca di istituire due insoliti
paragoni: uno tra il lavoro del filosofo e quello di Sisifo6, e l’altro tra la filosofia e la
farsa clownesca7. Come Sisifo, anche il filosofo compie una fatica, uno sforzo senza
speranza che, per il solo fatto di essere destinato all’insuccesso, non cessa però di
essere un dovere ineluttabile: «catturare ciò che a rigore catturare non si può»;8 al
tempo stesso però la filosofia si avvicina alla farsa clownesca: essa è sì «la cosa più
seria di tutte, ma non lo è poi nemmeno tanto». Allo sforzo, alla fatica della filosofia,
che sembra contraddistinguersi principalmente per il carattere della serietà, non è
dunque estraneo il momento del gioco: momento serio e momento giocoso vanno
anzi tenuti assieme e la filosofia è proprio il prodotto di questa singolare unità. La
filosofia può quindi essere vista, a ragione, come il gioco più serio di tutti, una sorta di
gioco del “come se”: essa «sa di non arrivare al pensato e deve perciò sempre parlare,
come se lo possedesse interamente».
T7
Cfr. TF 50, 77, 379, 482-483 [Bd. I, 56, 82 Bd. II, 183, 288-289]; sulla critica di Adorno a Wittgenstein
vedi anche SH 148, 149 [336]; DN 11 [21]; KKRV 271; VND 100, 111-112; IDPS pp. 11, 14-15, 30-31,
53-54, 57, 65-67, 79 [282, 285-286, 301-302, 324-325, 328, 336-338, 350]; OD 60-61; MTC 81 [49].
6 Come noto, Sisifo era stato condannato dagli dei a far rotolare senza sosta un macigno sino alla cima
di una montagna, montagna dalla quale la pietra sarebbe poi caduta, costringendo Sisifo a compiere
nuovamente il lavoro.
7 DN 15-16 [26]
8 Cfr. DN 99 [114-115]
4
5
17
Nella filosofia movimenti di pensiero in sé coerenti possono apparire come semplici
giochi intellettuali; ma poiché si tratta invece delle cose più serie, in realtà uno si trova
in una situazione simile a quella della farfalla che di sera picchia continuamente la
testa contro il vetro e non riesce a passare. ‒ Forse il vero compito della filosofia non è
altro che l’imitazione di quel movimento; poiché rinunciare semplicemente a questo
movimento equivarrebbe a rimanere nell’oscurità, ma se si vuole uscire dall’oscurità si
deve necessariamente correre questo rischio. […]
Questo rischio è proprio l’elemento vitale della filosofia, […] la filosofia comincia,
diventa interessante […] solo quando affronta anche il rischio di fallire, mentre quando
dispone di conoscenze assolutamente sicure e positive si riduce preliminarmente a un
puro accertamento fattuale o a una pura operazione logica.9
Di fronte al dominio totale del metodo la filosofia contiene, come correttivo, il
momento del gioco che la tradizione della sua scientifizzazione le vorrebbe
allontanare.10
Ebbene, a parere di Adorno, la filosofia di Wittgenstein sarebbe proprio quella
filosofia che, per paura di fallire, ha scelto di astenersi dal gioco e di non affrontarne il
rischio. Nell’Introduzione a Dialettica e positivismo in sociologia 11, la critica che
Adorno muove a Wittgenstein si fa sempre più serrata, particolareggiata e radicale: la
filosofia di Wittgenstein, si sarebbe lasciata sedurre dal «celebre postulato della
chiarezza: “Tutto ciò che può venire pensato, può venire pensato chiaramente. Tutto
ciò che può essere espresso, può essere espresso chiaramente»12, destinando in tal
modo se stessa a rimanere confinata nell’oscurità. Wittgenstein avrebbe ipostatizzato
il «momento conoscitivo della chiarezza a canone della conoscenza» trascurando di
domandarsi: «se il pensiero di ciò che in se stesso non è chiaro possa mai essere
chiaro a se stesso»;13 in tal modo avrebbe vincolato la filosofia ad occuparsi solo di ciò
che accade (was der Fall ist), dei singoli dati di fatto positivi, senza rendersi conto che
essi non sono altro che un’astrazione e restano perciò un che di soggettivo che non
gode affatto di quell’oggettività di cui gli si fa vanto.14 Inoltre egli avrebbe mancato di
vedere che «nessuna astrazione è mai interamente chiara, ogni astrazione è anzi vaga
e indistinta a causa della molteplicità dei possibili contenuti a cui si riferisce». Mentre
«l’esigenza di chiarezza» espressa da Wittgenstein, o, meglio, «l’esigenza che
TF 273-274 [Bd. II, 73-74]
DN 15 [25-26]; cfr. anche VND p. 129-143. Il momento giocoso è quello stesso momento irrazionale o
mimetico che Adorno riconosce come indispensabile alla filosofia.
11 IDPS pp. 9-82
12 IDPS 65 [336]; Quello che Adorno chiama il “celebre postulato della chiarezza” non è altro che la
proposizione 4.116 del Tractatus.
13 IDPS 66 [337]
14 Cfr. IDPS 67 [338]
9
10
18
l’espressione debba rendere rigorosamente conto della cosa, è legittima», a non
essere legittimata è la mossa successiva che soddisfa questa esigenza con un che di
immediato ed astratto. In tal modo, Wittgenstein avrebbe soddisfatto una legittima
esigenza di chiarezza con qualcosa che, lungi dall’esser chiaro, è piuttosto intricato e
confuso;15 egli non avrebbe compreso che «la chiarezza pertiene esclusivamente alla
coscienza soggettiva» ed è solo «un momento nel processo della conoscenza; non è
tutta la conoscenza».16 Per questa sua svista Wittgenstein non sarebbe riuscito a
superare quel soggettivismo latente che si aggira «come uno strano spettro» tra le
pagine del Tractatus e sarebbe stato vittima della medesima contraddizione che
colpisce il Positivismo:
Il Positivismo, per il quale le contraddizioni sono bestemmie, ha la sua
contraddizione più profonda e inconsapevole in ciò, che ritiene di essere votato
all’obiettività più completa, purificata da tutte le proiezioni soggettive, ma proprio per
questo è tanto più prigioniero della particolarità di una ragione meramente soggettiva,
strumentale.17
Anche ammesso che Wittgenstein sia «il più critico dei positivisti»18 egli resta pur
sempre, per Adorno, un positivista, e come tale votato alla scienza. Per amore della
scienza egli ha sacrificato la filosofia rendendola in ultima analisi «impermeabile a se
stessa». Ma questa non è che una faccia della medaglia. Se è vero che Adorno
annovera Wittgenstein tra i positivisti, egli non manca però di riconoscerne al tempo
stesso la superiorità. Se Wittgenstein sbaglia a trattenersi nel paradosso senza
tentare alcun movimento per uscirvi, egli ha avuto per lo meno il merito di mostrare
che tale paradosso è l’esito necessario del programma positivistico. Per Adorno,
infatti:
Wittgenstein esaspera, scientisticamente, l’esigenza di oggettività al punto che essa va
in pezzi, e lascia il posto a quella totale paradossalità della filosofia che costituisce il
nimbo di Wittgenstein.19
IDPS 65 [336]
IDPS 14, 66 [285, 337]
17 IDPS 14 [285]
18 IDPS 11 [282]
19 IDPS 14 [285]
15
16
19
Per amore della non contraddittorietà, il Positivismo vorrebbe attenersi al dato
immediato, privo di contraddizioni e di aggiunte soggettive; ogni dato è però mediato
tanto dal soggetto ‒ e pertanto necessariamente soggettivo ‒, quanto dall’oggetto
perché costituito a sua volta da quell’oggettività che in esso non si risolve; non
avendo riconosciuto questa duplicità inevitabile, il Positivismo cade in una aperta
contraddizione, la stessa pericolosa trappola da cui avrebbe voluto liberare
definitivamente la filosofia. Giungendo «alle soglie di una coscienza dialettica dei
cosiddetti problemi di costituzione», Wittgenstein avrebbe quindi mostrato che
«quanto più il positivismo è realizzato coerentemente, tanto più esso tende a uscire
da se stesso».20
La necessità del paradosso che Wittgenstein dichiarò apertamente prova che, in
genere, la non-contraddittorietà non può avere, per il pensiero conseguente, l’ultima
parola, nemmeno là dove esso riconosce la sua norma. La superiorità di Wittgenstein
sui positivisti del Circolo di Vienna appare qui in tutta la sua evidenza: il logico si rende
conto dei limiti della logica.21
Nonostante la critica di soggettivismo, quindi, a Wittgenstein viene comunque
riconosciuto un duplice merito: egli si sarebbe reso conto sia del fatto che il
linguaggio fa riferimento a qualcosa che non è da capo linguaggio, ed è dunque
mediato oggettivamente, sia del fatto che ciò che non è linguistico può essere a sua
volta conosciuto solo attraverso il linguaggio, e quindi attraverso la mediazione
soggettiva.
Sebbene Wittgenstein abbia il merito di aver portato all’assurdo la pretesa di
oggettività avanzata dallo scientismo, la critica che Adorno gli muove non diviene
perciò meno radicale: Wittgenstein rimane pur sempre il sostenitore della
proposizione 7, colui che ha imposto alla filosofia di restare confinata entro i taciti
margini del paradosso e di dimenticarsi una volta per tutte di quelli che sono i suoi
problemi vitali, ma ‒ e questa è la sentenza conclusiva ed inappellabile emessa da
Adorno ‒ «i problemi filosofici non vengono liquidati per il fatto che […] ci si impone
con la violenza di dimenticarli».22 Adorno giunge persino a tacciare la proposizione 7
di «indicibile volgarità intellettuale», poiché negherebbe per principio alla filosofia di
IDPS 31, 79 [302, 350]
IDPS 30 [301]
22 IDPS 67 [338]
20
21
20
occuparsi di quello che invece è propriamente l’ambito del suo interesse: l’espressione
dell’inesprimibile.23 Con l’ingiunzione a tacere su tutto ciò che non può essere detto,
Wittgenstein avrebbe vietato alla filosofia «lo sforzo permanente e quanto si voglia
disperato»24 di esprimere ciò che non può essere espresso concettualmente, ovvero
tutto ciò che la filosofia propriamente è: Wittgenstein avrebbe negato alla filosofia la
filosofia stessa.25
Se questi sono i presupposti, non stupisce affatto che il programma affidato da
Adorno alla dialettica negativa sia precisamente questo: «contro Wittgenstein […]
dire ciò che non può essere detto». 26 Per Adorno tutto il compito della filosofia
consisterà essenzialmente nello sfinirsi lavorando a questa contraddizione; «tocca a
lei», infatti, «la fatica di andare oltre il concetto per mezzo del concetto». 27
Eppure le cose non sono esattamente così semplici come Adorno tenta di farle
sembrare. Prendere una singola proposizione e farne la portavoce di una definizione
della filosofia non è certo il modo di argomentare che ci si aspetterebbe da un
pensatore dichiaratamente dialettico. 28 Il sospetto è che Adorno abbia dato
volutamente una lettura semplicistica di quella concezione complessa della filosofia
che emerge dai testi wittgensteiniani; ciò che gli premeva, infatti, era sostanzialmente
di trovare una tesi da confutare per potervi poi, in opposizione, costruire la propria, e
la proposizione 7, il cui significato appare così chiaro ed evidente ad una prima
lettura, ben si prestava ad un tale uso e/o abuso. Adorno, infatti, era assolutamente
conscio del fatto che ogni cosa, e quindi anche questa lapidaria proposizione,
acquisisce il suo senso solo dal contesto in cui è inserita: l’importanza del contesto
può anzi essere considerata come una delle linee guida dell’intera sua filosofia,
Cfr. TF 50-51 [Bd. I, 56]; DN 99-101 [114-116]
TF 77 [Bd. I, 82]
25 Nel fare questo Wittgenstein ha disertato là dove Hegel ha quanto meno tentato. Per Adorno tutta la
filosofia di Hegel non sarebbe stata altro che un grande sforzo «di dire ciò di cui non si può parlare; di
aiutare il non-identico ad esprimersi […] Poiché il non identico non si lascia mai dire immediatamente,
poiché ogni immediato è falso ‒ e perciò necessariamente non-chiaro nell’espressione ‒ egli lo dice,
instancabile, in modo mediato». (TSH 148 [336]) È in ciò che risiede a parere di Adorno il merito della
filosofia hegeliana, anche laddove quest’ultima non è riuscita a mantenere completamente la sua
promessa; anch’essa infatti avrebbe mancato il segno, anche se in modo diverso rispetto al Positivismo:
invece che cercare invano di soddisfare l’esigenza di chiarezza in modo immediato, Hegel avrebbe
tentato l’arte del rinvio, nell’illusione che la chiarezza potesse essere raggiunta una volta per tutte
nell’intero; (cfr. TSH 142-149 [331-336])
26 DN 11 [21]
27 Cfr. VND 100; DN 16 [27]
28 «La famosa definizione della filosofia che si trova alla fine del Trattato di Wittgenstein, secondo cui si
deve parlare solo di quello che si può esprimere chiaramente, mentre su ciò che non può essere
espresso chiaramente bisogna tacere, a mio giudizio è addirittura l’opposto della filosofia» (TF 482483 [Bd. II, 288-289])
23
24
21
nonché la base della stessa dialettica.29 Apponendo alla filosofia di Wittgenstein
l’etichetta: «su ciò di cui, non si può parlare, si deve tacere», Adorno si è precluso la
possibilità di comprenderla, contravvenendo in questo modo ad uno dei principi del
suo stesso pensiero secondo il quale:
Ci si preclude la possibilità di capire la filosofia, se prima di cominciare a leggere una
filosofia la si colloca sotto una certa etichetta. In genere si trarrà dalla filosofia un
beneficio tanto maggiore, essa diventerà tanto più feconda, quanto meno la si riduce
all’etichetta, al concetto generale e astratto sotto cui appare.30
Il primo passo da compiere, per comprovare o meno la validità della critica che
Adorno muove al filosofo austriaco, sarà dunque quello di considerare la
proposizione 7 all’interno del contesto in cui è inserita. Compiuto questo primo passo
saremo in grado di rispondere alle seguenti domande: a) se la storia della filosofia «è
fatta di insuccessi permanenti» 31, se il lavoro del filosofo è senza speranza e destinato
necessariamente allo scacco, che senso può avere ancora l’impresa filosofica? Ovvero:
perché mai qualcuno dovrebbe continuare ad occuparsi di questo «precario
mestiere»32?; b) se, nonostante tutto, la filosofia ha ancora un senso, e se questo
senso, come afferma Adorno, consiste nell’articolazione del paradosso di dover dire
ciò che dire non si può, com’è che Adorno si propone di venirne a capo?; e ancora: c) il
compito che Adorno assegna alla riflessione filosofica è realmente in opposizione a
quello assegnatole da Wittgenstein? O non è vero piuttosto che tra le due filosofie
sussiste una profonda sintonia che si tratta solo di lasciare affiorare in superficie?
A giudizio di chi scrive, se Adorno fosse stato coerente col dettato del proprio
pensiero si sarebbe reso conto, non solo che Wittgenstein non ha mai aderito alla
corrente del Positivismo33, né può essere, a maggior ragione, considerato uno
TF 13-14 [Bd. I, 17], 218 [Bd. II, 15]
TF 221 [Bd. II, 19]
31 DN 100 [115]
32 TF 483 [Bd. II, 289]
33 Sebbene sia innegabile che Wittgenstein abbia influito in maniera rilevante sulla corrente del
neopositivismo logico, non lo si può per questo considerare né un positivista, né un neopositivista, non
solo perché Wittgenstein non si lasciò mai persuadere a partecipare agli incontri del “Circolo di
Vienna” «cioè di quel gruppo di filosofi e matematici che condividevano un approccio di tipo positivista
alla problematica filosofica e una Weltanschauung di matrice scientifica» (Monk 1990, p. 243), ma
anche perché il riconoscimento da parte dei neopositivisti, di Wittgenstein quale padre del movimento
viennese si fonda su un fraintendimento preconcetto delle finalità ultime del Tractatus, ed in particolar
modo su un’interpretazione ingenua dell’atteggiamento di Wittgenstein nei confronti della metafisica;
si potrebbe quasi dire che alla base dell’accusa di scientismo che Adorno rivolge a Wittgenstein stia il
29
30
22
scientista34, ma anche che il movimento descritto da Adorno, come proprio della
filosofia, è il medesimo movimento che caratterizza in toto la filosofia di Wittgenstein;
essa è infatti, al tempo stesso, sia l’imitazione del movimento dell’insetto che «picchia
continuamente la testa contro il vetro e non riesce a passare», sia l’indicazione di
come sia possibile liberarsi dalla necessità di quel movimento. Come ammesso dallo
stesso Wittgenstein, infatti, lo scopo della sua filosofia consiste precisamente
nell’«indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola».35
Mostrare questo sarà lo scopo di quanto segue; ma cominciamo per gradi.
2. L’informulabilit{ dell’etica
Le proposizioni del Tractatus che cadono sotto 6.4 e 6.5, dunque quelle che avviano
il libro alla chiusura e ne segnano il punto di arrivo concludendo e convalidando i
pensieri contenuti nelle proposizioni precedenti, trattano del valore, dell’etica, del
Mistico, del senso del mondo e della volontà. Sembra alquanto strano ritrovare tali
argomenti al termine di un libro che, a partire dal titolo e da quanto ammesso dallo
stesso autore36, dovrebbe trattare sostanzialmente di questioni inerenti alla logica.
Eppure, se un filosofo come Wittgenstein, che tornava continuamente a riorganizzare
i propri pensieri e per il quale l’ordine con cui essi erano esposti era altrettanto
medesimo fraintendimento che ha portato i membri del Circolo a considerare Wittgenstein come
l’ispiratore del loro movimento. Monk 1990 scrive che, una volta entrati in contatto personale con
Wittgenstein, a Carnap, Feigl e Waismann risultò subito piuttosto evidente «che l’autore del Tractatus
logico-philosophicus non era precisamente quel positivista che si aspettavano. […] Per i positivisti, la
chiarezza era in pratica tutt’uno col metodo scientifico, e, soprattutto per Carnap, fu veramente un
colpo rendersi conto che l’autore del libro ritenuto paradigmatico della precisione e della chiarezza
filosofica era in realtà risolutamente non scientifico sia dal punto di vista del metodo sia per carattere».
(Monk 1990 p. 244); Come ricorda Carnap: «quando avevamo letto il libro di Wittgenstein nel “Circolo”
mi ero convinto, in maniera affatto erronea, che il suo atteggiamento nei confronti della metafisica
fosse simile al nostro. Non avevo prestato la dovuta attenzione alle varie affermazioni di stampo
mistico presenti nel suo libro; credo perché quanto egli pensava e sentiva in questo campo divergeva
troppo dai miei pensieri e sentimenti […] Il suo modo di considerare e di rapportarsi alla gente, come
del resto ai problemi, voglio dire anche ai problemi teorici, era molto più affine a quello di un artista
che non di uno scienziato e, si potrebbe persino dire, affine a quello di un profeta religioso o di un
veggente. […] Talvolta avevo l’impressione che l’atteggiamento scientifico che si suole rigorosamente
razionale ed esente da emozioni, come del resto qualsiasi idea in odore di ‘illuminismo’, suscitassero in
Wittgenstein una netta ripugnanza». (Schilpp 1963, pp. 24-30; ora in Fann 1967, pp. 33-39; citato in
Monk 1990 p. 244-245). Sui rapporti tra Wittgenstein ed i membri del Circolo di Vienna vedi
McGuinness 1967; Voltolini 1997, pp. 289-299; Monk 1990, pp. 242-245, 282-294, 303-306, 317-319,
321, 354-355.
34 Cfr. TF 364 [Bd. II, 167]
35 RF 309
36 «Tutto il mio compito consiste nello spiegar l’essenza della proposizione» (Q 22. 1. 15)
23
determinante del contenuto ivi espresso, ha compiuto la scelta di trattare tali
argomenti proprio a quel punto, ciò non può essere un caso: forse sono proprio
queste ultime proposizioni quelle che racchiudono o rappresentano al meglio il senso
dell’unico libro che egli abbia deciso di pubblicare in vita.37 Quel che è certo è che
sono proprio queste le proposizioni del Tractatus che più delle altre sembrano dare
ragione ad Adorno. Tramite esse, infatti, l’etica viene delimitata “dall’interno”: tutto
ciò che se ne dice è che essa non può dirsi, «non può formularsi» e che di conseguenza
non «vi possono essere proposizioni dell’etica». 38 Tale concetto viene ribadito ed
ampliato ad un tempo, in una lettera inviata da Wittgenstein a Ludwig von Ficker,
direttore della rivista «Der Brenner» e possibile editore del Tractatus; in tale lettera
Wittgenstein scrive:
il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, ed inoltre di tutto quello che
non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante. Ad opera del mio
libro, l’etico viene delimitato, per così dire, dall’interno; e sono convinto che l’etico è da
delimitare rigorosamente solo* in questo modo.
In breve credo che: tutto ciò su cui molti oggi parlano a vanvera, io nel mio libro l’ho
messo saldamente al suo posto, semplicemente col tacerne.39
Da questo passaggio si possono trarre due importanti conclusioni: a) l’etica rientra a
pieno titolo nell’ambito di ciò che non può essere detto/espresso mediante il
linguaggio; b) quel “ciò” di cui non si può parlare e su cui si deve tacere a cui fa
riferimento la proposizione 7 è in primis proprio l’etica.
Per Wittgenstein «è chiaro che l’etica non può formularsi» 40 e su questo punto non
può sussistere il benché minimo dubbio. Pensare che l’etica si lasci formulare
significherebbe negare uno per uno tutti gli assunti fondamentali del Tractatus,
significherebbe innanzi tutto affermare che il linguaggio sia in grado di esprimersi su
ciò che è necessario, ma questo è impossibile: per avere senso una proposizione deve
poter essere vera o falsa, deve poter rappresentare correttamente o falsamente ciò
che accade nel mondo. “Dire qualcosa” significa allora dire qualcosa del mondo, di
come stanno le cose nel mondo, ma nel mondo tutto è contingente e «una necessità
Sulla decisione di pubblicare il Tractatus e sulle difficoltà incontrate nell’impresa vedi Monk 1990,
cap. 8; Sul modo di lavorare di Wittgenstein vedi Rosso 1988 e Perissinotto 1997a, p. 66.
38 T 6.42, 6.421
39 LvF 23
40 T 6.421
37
24
cogente, per la quale qualcosa debba avvenire poiché qualcos’altro è avvenuto, non
v’è»41. Una proposizione necessaria sarebbe una proposizione vera per tutte le
possibilità di verità delle proposizioni elementari che la compongono, una
proposizione che resterebbe vera comunque stiano le cose nel mondo,
indipendentemente da quelli che sono i fatti del mondo, ma una proposizione del
genere verrebbe tutt’al più ad asserire una necessità logica ed in nessun caso una
necessità naturale. Una proposizione che fosse sempre vera, non essendo in grado di
dirci nulla su come stanno le cose nel mondo, sarebbe del tutto priva di senso, una
mera tautologia, utile tutt’al più a mostrare «le proprietà formali – logiche – del
linguaggio»42. Non solo essa non ci direbbe nulla sul mondo, non sarebbe in alcun
modo informativa, ma – cosa ancor più grave per una proposizione che volesse essere
“etica” e valere dunque come norma dell’agire – non potrebbe in alcun modo
determinare la realtà, essendo del tutto incapace di governare gli eventi, di far sì che
qualcosa debba o non debba avvenire. 43 Affinché ciò che noi desideriamo possa
avvenire, sarebbe necessario che tra la nostra volontà ‒ il «portatore dell’etico» ‒ ed il
mondo, sussistesse una relazione causale, una sorta di «necessità interiore», che ci
consentisse non solo di conoscere gli eventi futuri, ma anche di poterli determinare;
Wittgenstein è però fermamente deciso su questo punto:
Il mondo è indipendente dalla mia volontà.
Anche se tutto ciò che noi desideriamo avvenisse, tuttavia ciò sarebbe solo, per così
dire, una grazia del fato, poiché non v’è, tra volontà e mondo, una connessione logica
che garantisca ciò, e la supposta connessione fisica non potremmo certo volerla a sua
volta.44
Questa presa di posizione da parte di Wittgenstein è evidentemente connessa con la
sua valutazione dei tentativi operati dalla scienza di dare una spiegazione del mondo
in termini di causa-effetto. Altrettanto radicale è infatti il suo giudizio sulla questione
del nesso causale: «un nesso causale […] non v’è» e «la credenza nel nesso causale è la
superstizione», che vi sia libero arbitrio dipende in sostanza proprio dal fatto che sia
T 6.37; che nel mondo tutto ciò che accade sia accidentale è per Wittgenstein, una diretta
conseguenza dell’indipendenza logica scorta tra gli argomenti di verità delle proposizioni, ovvero tra le
proposizioni elementari, tra le quali non sussistono leggi di inferenza. (Cfr. T 5.134, 5.135)
42 Cfr. T 6.12
43 Cfr. T 4.46-4.4661, T 5.142-5.143
44 T 6.373, 6.374
41
25
impossibile conoscere ora le azioni future.45 «La legge di causalità è non una legge, ma
la forma d’una legge», fa parte della rete con la quale cerchiamo di catturare il mondo
per descriverlo in forma unitaria, fa parte dunque del nostro sistema di descrizione
del mondo; che il mondo si lasci descrivere in termini di causa-effetto però, non
enuncia nulla intorno al mondo, ma ci dice semmai qualcosa della rete che usiamo per
descriverlo.46 Certo: ci sono reti che ci permettono di descrivere il mondo più
semplicemente di altre, reti che in un certo senso ci agevolano il lavoro; che il mondo
si lasci descrivere più semplicemente da un sistema piuttosto che da un altro non può
che dipendere da come il mondo è fatto, ma questo non ci autorizza in alcun modo ad
ascrivere alla realtà le proprietà del sistema (della rete) che usiamo per descriverla.
A parere di Wittgenstein «tutta la moderna concezione del mondo si fonda
sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni
naturali»;47 questa però è e rimane un’illusione, infatti le così dette leggi naturali non
sono in grado di spiegare alcunché: esse si limitano ad «assumere la legge più
semplice che possa essere accordata con le nostre esperienze» 48 ed in questo modo
riescono con maggiore o minore precisione a descrivere la realtà, ma sempre a partire
da un sistema di descrizione dato a priori e perciò del tutto arbitrario. Le leggi
naturali sono quindi il frutto di un procedimento che «ha un fondamento non logico,
ma solo psicologico» mediante il quale viene registrata una regolarità negli eventi e
viene dato un nome a quella regolarità. In realtà, chiarirà Wittgenstein qualche anno
più tardi, l’errore della “moderna concezione del mondo” non consiste tanto nel
credere che esistano delle leggi naturali: «noi effettivamente abbiamo leggi naturali»,
«c’è un grande dominio, gradualmente crescente, in cui abbiamo trovato leggi
naturali»49; l’errore consiste semmai nel lasciarsi fuorviare da quella che è una
semplice metafora, la metafora che ci porta a vedere nelle leggi naturali «dei binari
lungo cui le cose devono muoversi». 50 Sulla base di questa metafora noi siamo indotti
a credere che la regolarità che constatiamo negli eventi naturali sia in qualche modo
costretta: «deve muoversi così perché i binari sono stati fissati così», ma questo è
indice di un modo di guardare agli eventi che non è in grado di dirci nulla di più del
Cfr. T 6.423, 5.136-5.1362
T 6.32-6.36
47 T 6.371
48 Cfr. T 6.363
49 LLV p. 62
50 LLV p. 59
45
46
26
fatto che «la cosa va come va». 51 Le regolarità che possiamo constatare nel mondo,
quindi, non solo non giustificano la credenza che le leggi naturali siano la spiegazione
dei fenomeni naturali, ma neppure autorizzano la mossa successiva, che consiste nel
credere che per il fatto che le cose vanno così, debbano continuare ad andare sempre
così.52
Che non vi possano essere proposizioni dell’etica, non è allora un postulato, di cui si
ammette a priori la validità, o un divieto che si proibisce di infrangere, ma è bensì
l’ultimo anello della catena di pensiero che, nel succedersi delle proposizioni forma il
Tractatus. Se le cose stanno così, come il Tractatus afferma che stiano, allora «è
chiaro che l’etica non può formularsi»53. L’etica non si lascia formulare perché le
proposizioni non possono esprimere nient’altro che stati di cose, niente che non abbia
la caratteristica di poter essere vero o falso. Ma l’etica non ha questa caratteristica,
essa concerne non l’ambito del vero e del falso, non l’ambito dei fatti, ma bensì
qualcosa di più alto, la sfera di ciò che ha valore, una sfera che le nostre proposizioni
sono però inadeguate ad esprimere poiché esse tutte «sono di pari valore»54. «Le
nostre parole, usate come noi le usiamo nella scienza», afferma Wittgenstein durante
la sua conferenza sull’etica55, «potranno esprimere solamente fatti» «sempre fatti,
semplicemente, fatti e fatti, e non etica» e questo perché «nessuna asserzione di fatti
può mai essere, o implicare, un giudizio di valore assoluto». 56 Se le proposizioni con
cui noi abbiamo a che fare sono proposizioni scientifiche, descrizioni del mondo,
immagini di fatti contingenti, che potrebbero essere come non essere, è evidente che
qualsiasi tentativo di volervi leggere dei giudizi di valore assoluto è del tutto
insensato, infatti:
«Che diavolo significherebbe che la legge naturale costringe una cosa ad andare come va? La legge
naturale è corretta, e questo è tutto. Perché mai si dovrebbe pensare alle leggi naturali come ad eventi
costrittivi? Se ciò che dico è corretto sembrerebbe che si sia preso un granchio. Prima di tutto, l’idea di
una costrizione risiede già nella stessa parola “legge”. […] Si potrebbe dire che l’uso dell’espressione
“legge naturale” è connesso a un certo tipo di fatalismo. Ciò che succederà è già fissato da qualche
parte… se solo ci impossessassimo del libro in cui le leggi naturali sono state davvero fissate. Le regole
sono state fissate da una Divinità – scritte in un libro. […] Questo (libro) conterrebbe davvero una
descrizione autorevole di quei binari su cui scorrono tutti gli eventi» (LLV p. 61; cfr. anche pp. 60, 62)
52 «La seduzione che esercita la prospettiva causale sta nel fatto che essa porta a dire: “È ovvio – così
doveva succedere”. Mentre si dovrebbe pensare: può essere andata così, oppure in molti altri modi»
(VB p. 77)
53 T 6.421
54 Cfr. T 6.4
55 È questa una conferenza che Wittgenstein ha tenuto a Cambridge presumibilmente fra il settembre
1929 e il dicembre 1930 per i membri di un’associazione chiamata “The Heretics”, ed il cui testo è ora
pubblicato in LC 2-18.
56 LC 9-11
51
27
Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è e tutto avviene
come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore.
Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’esser fuori da ogni avvenire ed esser-così.
Infatti, ogni avvenire ed essere-così è accidentale.
Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a
sua volta, accidentale.
Dev’essere fuori del mondo.57
Se esiste qualcosa capace di privare ciò che accade della sua accidentalità, se esiste
qualcosa che sia “il senso del mondo” questo deve trovarsi fuori dal mondo ed il
linguaggio non lo può dire. Il linguaggio infatti, non è in grado di asserire alcunché di
ciò che si trova fuori dal mondo: «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio
mondo», «la logica pervade il mondo; i limiti del mondo sono anche i limiti di essa». 58
Il linguaggio può dire solo ciò che appartiene al mondo, «solo ciò che possiamo
pensare anche altrimenti»59, laddove un giudizio etico sarebbe piuttosto qualcosa di
cui «non posso immaginare il contrario». Tutte le proposizioni del nostro linguaggio
hanno pari valore, e la loro conseguente neutralità le rende inadeguate a
rappresentare giudizi di tipo etico. «Non vi sono proposizioni che, in qualsiasi senso
assoluto, sono sublimi, importanti o correnti»;60 se vi fosse una proposizione più
importante o sublime di altre, questa sarebbe una proposizione a cui dovremmo
attenerci per forza, qualsiasi cosa accada; una tale proposizione godrebbe di un
valore assoluto; sarebbe per così dire espressione della volontà di Dio. Sarebbe essa
stessa la parola di Dio.
Se vi è una proposizione che esprime proprio ciò che intendo, è: Bene è ciò che Dio
ordina.61
E ora debbo dire che se osservo ciò che l’etica veramente dovrebbe essere, se ci fosse
una scienza del genere, il risultato mi sembra del tutto ovvio. Mi sembra evidente che
nulla di ciò che noi potremmo pensare o dire sarebbe la cosa; che noi non possiamo
scrivere un libro scientifico, il cui tema possa essere intrinsecamente sublime e
superiore a qualsiasi altro tema. […]
T 6.41
T 5.6, 5.61
59 Cfr. OF 35
60 LC 9-10; cfr. T 6.4
61 LC 23
57
58
28
Vediamo ora che cosa potremmo eventualmente voler dire con l’espressione «la via
assolutamente giusta». Penso sarebbe la via che ciascuno, vedendola, dovrebbe, per
necessità logica, percorrere, o vergognarsi di non farlo. E, similmente, il bene assoluto,
se è uno stato di cose descrivibile, sarebbe quello che chiunque, indipendentemente
dai propri gusti e dalle proprie inclinazioni, dovrebbe necessariamente conseguire, o
sentirsi colpevole per non conseguirlo. Voglio dire, inoltre, che un simile stato di cose è
una chimera. Nessuna situazione possiede, in quanto tale, quello che mi piacerebbe
chiamare il potere coercitivo di un giudice assoluto.62
Sembrerebbe allora che non vi sia via di scampo: se l’etica non è formulabile non ci
resta che trovare rifugio nelle proposizioni della scienza, dunque in «qualcosa che con
la filosofia nulla ha a che fare» e mettere fine, in questo modo, a qualsivoglia impresa
filosofica, a qualsiasi tentativo di esprimersi sul valore e sul senso della vita e del
mondo.63 La proposizione 6.53 sembra confermare proprio questo punto d’approdo:
Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò
che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che con
la filosofia nulla ha a che fare –, e poi, ogni volta che un altro voglia dire qualcosa di
metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato
significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro – egli non
avrebbe la sensazione che noi gli insegniamo filosofia -, eppure esso sarebbe l’unico
metodo rigorosamente corretto.64
Può dunque sembrare, come vorrebbe suggerire Adorno, che Wittgenstein qui stia
chiedendo alla filosofia né più ne meno che un atto di rinuncia e non una rinuncia da
poco, dato che essa dovrebbe rinunciare a trattare di ciò che più le importa, ovvero
l’ambito di ciò che ha valore, di ciò che è importante e rilevante nella nostra vita; la
filosofia dovrebbe insomma rinunciare a se stessa, poiché impossibilitata ad
LC 10-11
Una tale posizione sembrerebbe approdare ad una prospettiva simile a quella espressa dal
relativismo etico; in realtà, come mostrato da Luckhardt nel suo saggio su Wittgenstein e il relativismo
etico, la posizione di Wittgenstein non si accorda con tale relativismo; infatti, i relativisti
commetterebbero l’errore di estendere la valutazione morale agli standard che vengono usati per
compiere valutazioni morali, ma solo: «di singole azioni ha senso chiedere se siano giuste o sbagliate,
ma non ha senso chiederlo degli standard morali in sé» (Luckhardt 1988, p. 301). Come si cercherà di
mostrare più avanti, la posizione di Wittgenstein, pur presentando con questa apparenti analogie, non
è vicina neppure a quella versione estrema di relativismo etico sostenuta da Ayer in Linguaggio, verità
e logica (Ayer 1936) e, secondo la quale, i giudizi morali non avrebbero un vero e proprio significato,
ma sarebbero la semplice espressione dei sentimenti di chi li formula. Per ora possiamo anticipare che
relegare l’etica nella sfera dei sentimenti la farebbe ricadere nel campo della psicologia, cosa che
Wittgenstein non sarebbe in nessun caso disposto a concedere. Certo, l’etica si può ed anzi, il più delle
volte si accompagna a dei sentimenti, ma non per questo ciò che è in questione qui è una pura faccenda
di sentimenti. Si potrebbe dire che per Wittgenstein l’etica è più una questione logica che psicologica,
in un senso che verrà chiarito meglio in seguito.
64 T 6.53
62
63
29
esprimere quella che è una sua esigenza profonda: esprimere col linguaggio quel
senso che col linguaggio non può essere detto. Ma, scrive Adorno:
In verità si può filosofare solo se si è già consapevoli di quell’impossibilità, e tuttavia
si cerca ugualmente di esprimere l’inesprimibile. Chi capitola, chi non intraprende
l’impossibile in piena coscienza appunto di questa impossibilità, farà bene a non
occuparsi di questo precario mestiere. Costui è realmente terre à terre, down to earth,
è dunque l’opposto di colui di cui si parla nell’allegoria del cocchio trainato dai due
cavalli, che com’è noto deve sollevarsi fino al sole. E se in una filosofia non è contenuto
questo momento – anche se essa non afferma di riuscire a raggiungere il suo scopo,
anche se sa fin troppo bene che non lo raggiungerà –, dunque senza questo momento
dell’autoelevazione il pensiero in senso forte non è affatto possibile. 65
Eppure i conti non tornano: se l’intenzione che aveva mosso Wittgenstein a scrivere
il Tractatus era stata solo quella di sbarazzarsi una volta per tutte della filosofia per
lasciare che la scienza regnasse sovrana; se con il Tractatus Wittgenstein non voleva
fare altro che dare una mano al progresso, spazzando via una volta per tutte quelle
ragnatele di falsi problemi e di fraintendimenti, che i filosofi con la loro mente
contorta non cessavano di tessere, rimanendovi poi essi stessi prigionieri,66 qual è
stata allora la ragione che ha spinto Wittgenstein ad affermare, nella già citata lettera
indirizzata a von Ficker, che «il senso del libro è un senso etico»?67 Un tale appunto
non rivaluta infatti l’etica ‒ e con essa la filosofia ‒ facendola, per così dire, rientrare
dalla finestra subito dopo averla sbattuta fuori dalla porta? Sulle prime, infatti, una
tale ammissione non può che stridere, se confrontata con l’affermazione, che non solo
l’etica qui e ora non è formulabile, ma che neppure lo sarà, dato che qualsiasi
tentativo di volerla esprimere non può che generare nonsensi. Come potrebbe un
nonsenso diventare il senso di un libro? Non è forse questa un’affermazione
paradossale? Di fatto, era stato Wittgenstein stesso a dichiarare, nella penultima
proposizione del Tractatus:
Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce
insensate, se è asceso per esse ‒ su esse ‒ oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare
via la scala dopo essere asceso su essa.) Egli deve trascendere queste proposizioni; è
allora che egli vede rettamente il mondo.68
TF 483 [Bd. II, 289]
Cfr. KKRV 268
67 LvF 23
68 T 6.54
65
66
30
Ma è tutto qui? Porre l’accento ad un tempo, e sull’insensatezza delle proposizioni
del Tractatus, e sul senso etico di un libro costituito di proposizioni dichiaratamente
insensate, non equivale piuttosto a mostrare che c’è dell’altro? Nel mostrare che, per
dirla con Adorno, «ciò che è, è più di quel che è»? Non equivale forse, tanto al
riconoscimento di quel paradosso, di quell’impossibilità propria della filosofia, quanto
al tentativo di intraprendere comunque l’impossibile nella piena coscienza di questa
impossibilità? Ma allora, se Adorno muove a Wittgenstein l’accusa di essersi lasciato
sedurre dalla scienza e di aver in tal modo pervertito la filosofia, facendole
dimenticare ciò che solo le interessa ‒ l’espressione dell’inesprimibile ‒ e facendole in
tal modo rinnegare a priori il suo proprio concetto; se Adorno accusa Wittgenstein di
essersi fatto, dell’impossibilità dell’impresa filosofica «un tabù della ragione ‒ il quale
mentre pone un divieto alla filosofia elimina virtualmente la stessa ragione»,69 tale
accusa può davvero essere ancora sostenibile?
Certo, se il senso del Tractatus, racchiuso a detta della Prefazione nella proposizione
7, è un senso etico, rimane ancora da chiarire in che modo lo sia, ovvero in che modo
una tale asserzione possa avere a che fare con l’etica; chiarire questo sarà
precisamente l’intento del prossimo capitolo.
69
TSH 148, 149 [336]
31
CAPITOLO SECONDO
La domanda sul senso
1. «Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere» («Wovon man nicht sprechen kann,
darüber muss man schweigen»)70
La proposizione 7 è quella che chiude il Tractatus e si distingue dalle altre che
l’hanno preceduta per essere l’unica priva di commenti. Essa si limita a riassumere in
modo perentorio quello che nella Prefazione veniva affermato essere il senso del
libro: «Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si
può parlare, si deve tacere»71.
Un primo tentativo di rendere ragione del senso etico del Tractatus potrebbe quindi
essere questo: tutto il senso del libro è racchiuso nelle parole “su ciò, di cui non si può
parlare, si deve tacere” e tale sentenza ha carattere etico. Lo scopo del libro sarebbe
quello di mettere al riparo da tentativi fallimentari di espressione una regione del
senso che non può essere espressa sensatamente dal linguaggio, quella regione «fuori
dal mondo» «fuori da ogni avvenire ed essere-così», in cui ne sono però racchiusi il
senso ed il valore.72 Date queste premesse la critica che Adorno muove a Wittgenstein
sembra essere del tutto legittima: tutte le proposizioni del Tractatus avrebbero come
unica finalità quella di mettere a tacere quanti parlano a vanvera su ciò di cui non si
può parlare; il carattere etico di un tale obiettivo starebbe allora ad indicare che la
proposizione 7 va letta come una «legge etica generale della forma “Tu devi…” (du
sollst…)».
In realtà, però, qui non ci troviamo affatto di fronte ad una legge etica di questo tipo.
Come ci ricorda Wittgenstein, infatti, il primo pensiero che nasce di fronte ad una
T7
T p. 23
72 Cfr. T 6.41
70
71
32
massima di questo genere è: «E se non lo faccio?» e qui ci rendiamo conto che, mentre
per l’etica il problema delle conseguenze di un’azione deve essere del tutto
irrilevante, in quanto premio etico e pena etica devono trovarsi nell’azione stessa e
non essere dunque eventi conseguenti all’azione, nel caso della proposizione 7 ad
essere rilevanti sono proprio le conseguenze che derivano dal trasgredirla. 73 Secondo
Wittgenstein, ogni qualvolta si è tentato, nella storia della filosofia, di dire ciò che non
può essere detto, le proposizioni che ne sono scaturite non sono state mai né vere, né
false, ma bensì insensate.74 L’intenzione che muove Wittgenstein a formulare la
proposizione 7 non è allora quella di enunciare una legge etica generale, ma piuttosto
quella di mostrare per quale ragione l’etica non possa essere sensatamente enunciata.
Wittgenstein non sta dunque imponendo un divieto a parlare, ma sta piuttosto
mostrando una necessità75: la necessità di tacere su ciò, di cui non si può parlare.
Detto in altri termini: Wittgenstein ci sta mostrando che non tutto può dirsi, che vi è
qualcosa che sfugge al tentativo di essere detto, qualcosa di ineffabile che non si piega
allo sforzo del linguaggio di esprimersi sensatamente su di esso. 76 Non solo:
Wittgenstein ci sta dicendo anche che tutto quanto rientra nell’ambito
dell’inesprimibile è proprio ciò che riguarda i nostri «problemi vitali», il senso ed il
valore del mondo e della nostra vita, dunque tutto ciò che più conta ed è
massimamente importante per noi. La proposizione 7 non ha dunque lo scopo di
vietare l’espressione dell’inesprimibile, ma piuttosto quello di mettere in mostra il
carattere paradossale di un tale tentativo, tentativo che peraltro Wittgenstein rispetta
profondamente e che mai e poi mai vorrebbe, a costo della vita, porre in ridicolo. 77 Ma
se le cose stanno così, fin qui Wittgenstein ed Adorno verrebbero a dire nientemeno
che il medesimo: vi è qualcosa che non può essere detto dal linguaggio o che il
linguaggio fatica a dire e questo qualcosa è proprio ciò che più conta per noi e di
conseguenza ciò che più conta per la filosofia, la quale (e su ciò i due filosofi, anche se
tacitamente, concordano appieno): «deve trattare di cose che sono essenziali,
Cfr. T 6.422
Cfr. T 4.003
75 Necessità ben espressa dal verbo “müssen”; non dunque: “du sollst…”, ma piuttosto: “du musst...”; vedi
a questo proposito Perissinotto 2003, p. 105.
76 Cfr. T 6.522
77 Cfr. LC p. 18
73
74
33
essenziali per ogni essere umano» 78 e le cui risposte: «devono essere fondamentali
per la vita di ogni giorno e per la scienza».79
Come abbiamo visto, però, quello che Adorno critica a Wittgenstein non è l’aver dato
della filosofia l’immagine di un’impresa paradossale, anzi, questa è semmai la parte
buona del pensiero di Wittgenstein, quel risultato da tener fermo e che Adorno
condivide appieno. Quella che Adorno critica è invece l’ingiunzione che Wittgenstein
sembra far seguire ad una tale presa d’atto. La critica che Adorno muove a
Wittgenstein è allora sostanzialmente questa: consapevole della paradossalità
dell’impresa filosofica, Wittgenstein chiede alla filosofia di abdicare al proprio
incarico proprio perché impossibilitata ad adempiere il proprio ruolo di paladina
dell’indicibile; a parere di Adorno però, un pensiero filosofico onesto, il pensiero in
senso forte, dovrebbe prendere le mosse proprio dalla presa di coscienza di questa
impossibilità. La presa di coscienza dell’impossibilità di esprimere l’inesprimibile,
lungi dal costituire il punto di arrivo della riflessione filosofica, lungi dall’essere
quell’ultima proposizione che mette la parola fine ad un libro che con l’esortazione a
tacere ritiene di aver definitivamente risolto i problemi della filosofia 80, dovrebbe
piuttosto costituire il punto di partenza dell’attività filosofica stessa.
Per verificare se la critica di Adorno sia o meno fondata ci rimane allora da
analizzare un ultimo punto: la proposizione 7 appone o meno la parola fine ad ogni
tentativo di esprimere l’inesprimibile? Ebbene, la risposta a questa questione si trova,
ancora una volta, racchiusa tra le pagine del Tractatus.
2. Il limite oltre il quale non sarà che nonsenso
Come indicato da Adorno, il compito che Wittgenstein si era prefisso di portare a
termine con il Tractatus era stato proprio quello di tracciare un limite
all’«espressione dei pensieri», limite che avrebbe separato nettamente ed una volta
per tutte il senso (il dicibile) dal nonsenso (l’indicibile). L’idea era sostanzialmente
questa:
TF 5 [Bd. I, 9]
WL 30-32, p. 62
* “solo”: sottolineato due volte
80 «La verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile ed irreversibile. Io ritengo, dunque,
d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi» (T p. 24 [S. 10])
78
79
34
esprimere in un adeguato simbolismo ciò che nel linguaggio comune ingenera
fraintendimenti senza fine. In altri termini: dove il linguaggio traveste e maschera la
struttura logica, dove esso consente la formazione di pseudo proposizioni, dove esso
ambiguamente usa un unico e stesso termine in una infinità di significati differenti, là
noi dobbiamo sostituire al linguaggio comune un simbolismo il quale ci offra una
chiara immagine della struttura logica, escluda pseudo proposizioni, ed usi i termini in
modo non ambiguo.81
Una tale operazione non aveva però come scopo quello di sostituire al linguaggio
comune imperfetto, un linguaggio perfetto che fosse capace di escludere a priori ogni
possibile fraintendimento. Quanto a Wittgenstein interessava non era infatti di
costruire un linguaggio ideale82, ma piuttosto di pervenire alla struttura logica del
linguaggio, a ciò che fa sì che un linguaggio sia un linguaggio, per comprenderne il
funzionamento. La «sostituzione d’un simbolismo chiaro all’attuale simbolismo
impreciso» aveva allora lo scopo di mettere in luce la forma logica del linguaggio,
quella forma che il linguaggio ha in comune con la realtà e sulla base della quale gli è
possibile essere un’immagine vera o falsa di essa. 83 L’idea di Wittgenstein era infatti
che mediante l’indagine logica dei fenomeni linguistici fosse possibile desumere
quella logica del linguaggio, quella forma generale della proposizione alla quale era
impossibile pervenire immediatamente.84 Una volta portata alla luce una tale logica
sarebbe stato facile chiarire quei fraintendimenti e quelle confusioni «delle quali la
filosofia tutta è piena» e che nascono proprio dal fatto che «noi non comprendiamo la
nostra logica del linguaggio».85 La maggior parte delle domande e delle proposizioni
della filosofia si basavano, a parere di Wittgenstein, sull’ambiguità con cui i termini
venivano usati nel linguaggio comune, ambiguità che rendeva tali proposizioni né
AOFL p. 117
Che l’analisi del linguaggio non avesse lo scopo di costruire un linguaggio ideale, è cosa che
Wittgenstein ripete in più luoghi: «Credo che abbiamo essenzialmente un solo linguaggio, il linguaggio
comune. Non abbiamo bisogno di inventarne uno nuovo o di costruire una simbolica: il linguaggio
quotidiano è già il linguaggio, a condizione che sia liberato dalle ambiguità che contiene» (WWK p. 34);
«Che strano se la logica si occupasse di un linguaggio “ideale” e non del nostro! Cosa dovrebbe
esprimere, infatti, quel linguaggio ideale? Di certo quello che ora esprimiamo nel nostro linguaggio
ordinario; ma è questo linguaggio, allora, che la logica deve indagare. […] L’analisi logica è l’analisi di
qualcosa che abbiamo, non di qualcosa che non abbiamo. Sarà dunque l’analisi delle proposizioni così
come sono. (Sarebbe strano se l’umanità avesse parlato fino a oggi senza mettere insieme neppure una
proposizione corretta).» (OF p. 5; cfr. anche LB p. 40, BT p. 73) Contrariamente quindi a quanto viene
affermato da Russell nella sua Introduzione al Tractatus, secondo la quale: «Wittgenstein si occupa
delle condizioni d’un linguaggio logicamente perfetto». (T p. 4)
83 Cfr. T 2.18
84 Cfr. AOFL p. 117; T 4.002; RF 65
85 T 3.324, 4.003
81
82
35
vere né false, ma bensì prive di senso. Era sulla base di questi presupposti che alla
filosofia veniva assegnato quel particolare compito di delimitazione e di «critica del
linguaggio» che la allontanava dalla filosofia tradizionale: essa doveva «delimitare
l’impensabile dall’interno attraverso il pensabile» 86 escludendo così quelle
combinazioni di significato del tutto prive di senso che erano all’origine di molti
grattacapi filosofici. La filosofia veniva ad essere così non una dottrina ma un’attività:
l’attività di «chiarire e delimitare nettamente i pensieri» delimitando così al tempo
stesso «il campo disputabile della scienza naturale». 87
3. Dalla domanda sulla verità alla domanda sul senso
Veniva in tal modo precisata la differenza sussistente tra scienza e filosofia. Mentre
è proprio della scienza produrre proposizioni vere, tanto che «la totalità delle
proposizioni vere è la scienza naturale tutta (o la totalità delle scienze naturali)», i
risultati della filosofia non sarebbero stati proposizioni, ma bensì «il chiarificarsi di
proposizioni»88. Questo aveva naturalmente a che fare con quella che era la natura
propria dell’indagine filosofica, i cui problemi non erano certo problemi della scienza
naturale, ma inerivano piuttosto a «qualcosa che sta sopra o sotto, non già presso, le
scienze naturali».89 I problemi della filosofia erano infatti da sempre o i più profondi,
o i più sublimi, quelli che non riguardavano il mero esser così del mondo, il suo darsi
accidentale, ma piuttosto il suo stesso esserci, ciò che fa sì che il mondo esista, ovvero
la necessità che sta alla base del darsi accidentale del mondo. 90 Ciò che fin dagli albori
aveva mosso gli uomini alla filosofia non era stata la meraviglia per il “come” del
mondo, ma per la sua stessa esistenza, per il fatto che ci fosse qualcosa piuttosto che il
nulla, la meraviglia dunque per l’esistenza di qualcosa che era e che non si poteva
pensare essere altrimenti. Che la filosofia si interrogasse su questioni, le quali non
avevano, né potevano avere di principio alcuna risposta, poiché non erano rivolte a
stabilire se qualcosa fosse vero piuttosto che falso, ma si basavano piuttosto sulla
constatazione di qualcosa che non potendo essere altrimenti, non era né vero né falso,
T 4.114
Cfr. T 4.112, 4.113
88 T 4.11, 4.112
89 Cfr. T 6.4312, 4.111
90 «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è» (T 6.44)
86
87
36
faceva sì che i suoi problemi, i quali erano – lo ricordiamo – i più profondi, non
fossero, agli occhi di Wittgenstein, propriamente dei problemi. Un problema è infatti
un quesito che attende una soluzione, ma laddove non sussiste soluzione non sussiste
a rigore neppure il problema. È questa la ragione che aveva portato Wittgenstein ad
affermare che: «l’enigma non v’è. Se una domanda può porsi, può anche avere una
risposta» e «d’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la
domanda».91 Tale affermazione non aveva in alcun modo lo scopo di minimizzare i
“problemi” della filosofia, ma era atta piuttosto a sottolineare ancora una volta il fatto
che le questioni di cui si occupava la filosofia non erano in alcun modo le questioni
della scienza; laddove infatti la scienza era rivolta al mondo, al contingente, a ciò che,
potendo essere vero o falso, può essere o non essere, la filosofia indagava il senso del
mondo, quel ciò che è e non può non essere, e su cui, dunque, a rigore, non si può
parlare. Se le proposizioni sono in grado di rappresentare solo il sussistere ed il non
sussistere di stati di cose, è chiaro che tutto ciò che non è un tale stato non possa
essere espresso mediante il linguaggio; 92 conseguentemente: una proposizione che
non rappresentasse uno stato di cose possibile (ma esprimesse ad esempio una
necessità logica), verrebbe ad essere non falsa, ma bensì insensata. Ciò significa che se
molte proposizioni filosofiche erano prive di senso, poiché ponevano domande che
non rispettavano la logica, ovvero la grammatica del linguaggio 93, la restante parte
delle proposizioni filosofiche veniva ad essere insensata, poiché poneva domande su
ciò su cui non si può domandare.
Se infatti la risposta ad una domanda deve fissare la realtà «sino al sì o al no» 94, le
risposte e le domande della filosofia fanno piuttosto riferimento a quello sfondo «al di
là del giustificato e dell’ingiustificato» che, stando «a fondamento di ogni chiedere e di
ogni pensare», «non è né vero né falso» e si trova dunque “prima del sì e del no”, alla
base di ogni possibile distinzione tra vero e falso. 95 È questo uno sfondo indubitabile,
sul quale è insensato porre domande, «ché dubbio può sussistere solo ove sussista
una domanda; domanda, solo ove sussista una risposta; risposta, solo ove qualcosa
possa essere detto».96
T 6.5
Cfr. T 4.1
93 «(Esse sono come la domanda, se il bene sia più o meno identico del bello.)» (T 4.003)
94 Cfr. T 4.023
95 Cfr. UG 359, 415, 205
96 T 6.51
91
92
37
Contrariamente a quanto affermato da Adorno dunque, se c’era una cosa che a
Wittgenstein era perfettamente chiara era proprio il fatto che la filosofia si occupasse
e si dovesse occupare di qualcosa di totalmente altro, rispetto a ciò che
semplicemente accade e che può essere detto. Laddove la scienza si interrogava sul
mondo ed era interessata alla verità o falsità delle proposizioni, la filosofia si
interrogava sul senso del mondo ed il suo interesse era rivolto quindi alla possibilità
della verità o falsità. Ma il senso, indagato dalla filosofia, era proprio ciò che, potendo
essere mostrato, non poteva essere detto.97
4. «L’uomo possiede la capacit{ di costruire linguaggi con i quali ogni senso può
esprimersi»98
Uno degli assunti fondamentali del Tractatus era, come noto, che la proposizione,
pur potendo «rappresentare la realtà tutta», non fosse però in grado di
«rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla
rappresentare – la forma logica».99 La proposizione, che in quanto immagine della
realtà, rappresenta le proprietà e le relazioni esterne dei fatti, degli stati di cose, non
può rappresentare le proprietà e le relazioni interne di tali fatti. È questo che viene
enunciato da Wittgenstein attraverso la formula: «ciò, che nel linguaggio esprime sé,
noi non lo possiamo esprimere mediante il linguaggio».100 A detta del Tractatus,
dunque, così come un volto possiede dei tratti che lo contraddistinguono da ogni altro
volto, anche il linguaggio e la realtà possiedono dei tratti che è impensabile che essi
non abbiano. Questi, che pure sono i tratti essenziali, necessari della realtà e del
linguaggio, non possono essere però espressi con il linguaggio, perché questo
presupporrebbe che noi ci potessimo porre «con la proposizione fuori dalla logica,
ossia fuori del mondo»101; nondimeno tali tratti non sono destinati a rimanere
inaccessibili o nascosti, poiché essi esprimono sé linguisticamente nel linguaggio: il
«La proposizione mostra il suo senso. La proposizione mostra come le cose stanno, se essa è vera. E
dice che le cose stanno così.» (T 4.022; cfr. anche T 4.1212)
98 T 4.002
99 Cfr. T 4.12
100 T 4.121
101 Cfr. T 4.12
97
38
linguaggio li mostra, proprio come un volto esibisce quelli che sono i suoi tratti
caratteristici.102
Ebbene: è proprio a quanto nel linguaggio si mostra e non a ciò che con il linguaggio
può essere detto, che si rivolge, secondo Wittgenstein, l’interesse della filosofia. Ma
allora: laddove l’attività delimitativa della filosofia ha lo scopo di escludere le
combinazioni di significato ambigue e prive di senso, onde prevenire confusioni e
fraintendimenti, la sua attività chiarificatrice viene a svolgere il compito ben più
fondamentale, di rappresentare chiaramente tutto ciò che è dicibile, per far sì che ciò
che non è dicibile (ovvero ciò che realmente interessa alla filosofia) si mostri nel
modo più chiaro possibile.103 Per usare un’espressione del Tractatus, attraverso
questa attività di chiarificazione, la filosofia viene a significare «l’indicibile
rappresentando chiaramente il dicibile». 104 Wittgenstein è ben conscio del fatto che
ogni tentativo di esprimersi in merito al senso ed al valore del mondo, in merito
dunque a quelli che sono i temi cari alla filosofia, non potrebbe fare altro che
ingenerare nonsensi, proprio per questo, non forza la filosofia a dire ciò che non
potendo essere detto sarebbe insensato tentare di dire, ma le indica la via da seguire
per far sì che quanto non si lascia dire/esprimere con il linguaggio si mostri, esprima
sé nel linguaggio. Se il metodo filosofico inaugurato da Wittgenstein «consiste,
essenzialmente, nel passaggio dalla domanda sulla verità a quella sul senso»105, la
risposta a questa domanda non consisterà nel dire il senso ‒ proposito del tutto
fallimentare e per l’appunto privo di senso ‒ ma bensì nel mostrarlo.106 Poiché “dire
l’indicibile” è un’impresa di natura paradossale, la filosofia non si propone di dirlo, ma
bensì di mostrarlo, anzi, una volta delimitato chiaramente l’ambito del dicibile, ciò che
è indicibile si mostrerà da sé.
Cfr. T 3.34, 3.341, 4.122, 4.1221, 4.123, 4.124, 4.125; considerazioni interessanti su questo tema si
possono trovare in McGinn 2009.
103 Cfr. T 4.112
104 T 4.114, T 4.115
105 [traduzione modificata sulla base dell’originale: «Diese Methode ist im Wesentlichen der Übergang
von der Frage nach der Wahrheit zur Frage nach dem Sinn»] (VB p. 17 [21])
106 L’unico modo che avremmo per dire il senso di una proposizione starebbe nel ripetere la
proposizione o nel formulare proposizioni che esprimono lo stesso senso, ma con ciò non avremmo in
alcun modo detto il senso, ma lo avremmo semplicemente mostrato. (Vedi a questo proposito quanto
Wittgenstein scrive in VB p. 32-33)
102
39
5. Il metodo ascientifico della filosofia
Nell’eterogeneità che sussiste tra la domanda che chiede la verità e la domanda che
si interroga sul senso si mostra tutta la distanza che, stando a Wittgenstein, separa la
filosofia dalla scienza. Come abbiamo visto, le domande della filosofia sono domande
di natura qualitativamente diversa rispetto alle domande della scienza; esse, infatti, a
differenza di quelle scientifiche, non possono essere messe a tacere da una
qualsivoglia risposta, perché più che domande in attesa di risposta, più che problemi
in attesa di soluzione, sono espressioni di meraviglia per qualcosa che non può essere
altrimenti e su cui dunque non ha senso domandare. Le domande dei filosofi piuttosto
che attendere risposta, esprimono una sensazione di disagio mentale; esse, afferma
Wittgenstein, sono come le domande dei bambini che tramite i loro «Perché?» non
richiedono tanto delle informazioni precise, ma esprimono piuttosto delle
perplessità.107 Ma allora, se le nuove scoperte della scienza non possono esercitare
alcuna influenza su quelli che sono i problemi della filosofia, non stupisce affatto che,
per Wittgenstein, la scienza non sia in alcun modo in grado di dare una soluzione a
quelli che sono i nostri problemi vitali. Questa inadeguatezza della scienza è qualcosa
che viene avvertito da ogni essere umano che si trovi ad interrogarsi seriamente sul
senso e sulla problematicità della vita, da ogni essere umano, quindi, che si trovi in
preda ad un’inquietudine filosofica e che aspiri a trovare la parola liberatrice.108
Cfr. WL 30-32, p. 40
Sebbene l’inadeguatezza della scienza sia qualcosa che in linea di massima può essere intuita da
chiunque, Wittgenstein ritiene però che, a conti fatti, siano ben pochi gli esseri umani capaci di una tale
presa di coscienza: sono questi quei pochi «amici dispersi negli angoli del mondo», che costituiscono
quella «piccola cerchia di persone» per la quale egli scrive e dalla quale si aspetta di poter essere
compreso; i pochi amici che Wittgenstein sente appartenere alla sua patria ‒ di contro alla moltitudine
di uomini che gli sono invece stranieri ‒ sono coloro che sono «amichevolmente disposti» verso lo
spirito da lui condiviso, uno spirito che si contrappone alla cultura dominante ed a quella che ne è la
parola d’ordine: la parola “progresso” (Cfr. VB pp. 27, 32; OF CXLIII). È proprio a questi pochi
“compatrioti” che, come lui, non si lasciano trasportare dalla «grande corrente della civiltà europea e
americana», che Wittgenstein si riferisce allorché, nel testo, usa il pronome “noi” e scrive: «Noi
sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i
nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati» (T 6.52).
Che la presa di coscienza dell’inadeguatezza della scienza sia un’esperienza accessibile a pochi viene
affermato anche dallo stesso Adorno in quel paragrafo dell’Introduzione alla Dialettica negativa che ha
per titolo: Il privilegio dell’esperienza. Qui si sostiene che l’esperienza filosofica non è alla portata di
tutti, ma è piuttosto un privilegio concesso a pochi; non si tratta insomma di «una qualità naturale», ma
di qualcosa di cui sono capaci solo coloro che non sono stati modellati del tutto dal mondo
amministrato. Infatti: «sarebbe fittizio supporre che tutti possano capire o anche solo notare tutto», ma
«è compito di coloro che hanno avuto nella loro costituzione spirituale l’immeritata fortuna di non
adattarsi completamente alle norme vigenti […] esprimere con slancio morale, per così dire in funzione di
supplenza, ciò che quei più per i quali lo dicono non riescono a vedere o si vietano di vedere per conformità
alla realtà» (DN 39 [51]).
107
108
40
È importante sottolineare che, se il dare una risposta al “problema della vita” non è
in potere della scienza, ciò non implica affatto che a questo problema non si possa
trovare una soluzione, ma semplicemente che tale soluzione non è una soluzione
scientifica. Su questo Wittgenstein non ha alcun dubbio: se vi è una risoluzione del
problema della vita ‒ e una tale risoluzione vi è ‒ questa non è ottenibile per mezzo di
un progresso della scienza109, ma bensì mediante un cambiamento di prospettiva, o di
atteggiamento, nei confronti della vita e di ciò che in essa costituisce un problema.
Scrive infatti Wittgenstein:
difficoltà della filosofia: non la difficoltà intellettuale delle scienze, ma la difficoltà di
cambiare atteggiamento. Si devono superare le resistenze della volontà.110
Certo, che la volontà sia centrale nella risoluzione dei problemi filosofici non è
qualcosa che risulti immediatamente evidente. Lo «spirito della grande corrente della
civiltà europea e americana», quella che nel Tractatus, Wittgenstein chiama la
«moderna concezione del mondo», è talmente accecata dall’idea di progresso, da non
accorgersi neppure che esiste un modo di guardare al mondo che non è il modo di
guardarvi proprio della scienza; 111 l’abitudine di guardare al mondo con occhio
scientifico, di descrivere gli eventi in termini di causa-effetto, l’eccessiva influenza
accreditata a tutto ciò che accade, a quelli che sono i fatti del mondo, porta a
misconoscere il ruolo di primo piano rivestito dalla volontà nelle questioni etiche e
filosofiche. Se è vero infatti che la nostra volontà non influisce su quelli che sono i fatti
del mondo, non è in grado di cambiare gli eventi, di far sì che essi rispondano alle
ipotesi scientifiche anticipate, ad essa però Wittgenstein riconosce un ruolo di tutto
rispetto nella risoluzione tanto dei nostri problemi vitali quanto delle difficoltà
filosofiche.112 A suo parere, infatti, le difficoltà filosofiche nascono dal contrasto che
sussiste tra ciò che gli uomini vedono e ciò che invece vogliono vedere113; per questo
il lavoro filosofico viene ad essere propriamente «un lavoro su se stessi. Sul proprio
modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su che cosa si pretende da esse)».114
«Le risposte che la filosofia dà alle nostre domande […] devono essere indipendenti dalle scoperte
sperimentali della scienza» (WL 30-32, p. 62).
110 F p. 3
111 Cfr. OF p. CXLIII
112 Cfr. OF p. 10; T 6.371, 6.372; VB p. 43, 45, 104
113 VB p. 45
114 VB p. 43
109
41
Wittgenstein è però consapevole del fatto che lavorare su se stessi, «pensare, o tentar
di pensare, con vera onestà alla nostra vita e a quella degli altri» non è né semplice, né
appassionante, ma anzi «spesso senz’altro disgustoso», poiché implica il
riconoscimento di quelli che sono i propri limiti, e dunque un’implicita ammissione
della propria incapacità.115 È questo che, se da un lato rende il lavoro filosofico così
complicato, ne fa al tempo stesso qualcosa di «estremamente importante»; infatti: se è
vero che il lavoro filosofico comporta necessariamente la demolizione dell’edificio del
proprio orgoglio, cosa che «dà un lavoro tremendo», perché «niente è così difficile
come non ingannare se stessi», è vero anche che tale ardua impresa è la
precondizione per diventare persone decenti, per vivere in modo tale «che la vita
cessi di essere problematica», e quindi, in sostanza, per vivere felicemente.116
Se la risoluzione delle difficoltà filosofiche si ottiene in virtù della scelta coraggiosa
di essere ciò che si è, e dunque di descrivere ciò che si vede realmente ‒ piuttosto che
cercare in ciò che si guarda la conferma delle proprie aspettative ‒ è chiaro che il
metodo scientifico, che consiste proprio nell’anticipare modelli di descrizione del
mondo ed ipotesi che si vogliono verificate dall’esperienza, non solo non è di alcun
aiuto all’indagine filosofica, ma è per essa addirittura fuorviante: esso infatti pretende
che tutto venga spiegato, che tutto ciò che accade sia filtrato e ricondotto al sistema
scientifico di riferimento, laddove invece in filosofia tutto ciò che si dovrebbe fare
sarebbe solo «descrivere e dire: così è la vita umana».117
6. Il carattere atemporale delle osservazioni filosofiche
Non solo allora il metodo corretto in filosofia non può essere il metodo adottato
dalle scienze, ma, poiché l’interesse della filosofia è rivolto non a ciò che accade nel
mondo, ma piuttosto a quell’immagine del mondo che sta a fondamento di tutto ciò
che nel mondo accade, la parola “filosofia” assume una caratterizzazione del tutto
particolare, in virtù della quale: «“filosofia” potrebbe anche chiamarsi tutto ciò che è
possibile prima di ogni nuova scoperta o invenzione» 118, prima «d’ogni esperienza che
Malcolm 1984, p. 59; cfr. VB p. 129, 113.
Cfr. VB p. 72, 58; Q 6.7.16, 8.7.16, 29.7.16, 30.7.16.
117 NF p. 19; cfr. T 6.372
118 RF 126
115
116
42
qualcosa è così»119, tutto ciò quindi, che è possibile prima di ogni considerazione
scientifica. Occorre precisare che qui l’avverbio “prima” non è usato per indicare
anteriorità nel tempo, ma piuttosto atemporalità: la filosofia si interroga
precisamente su quella sfera del senso che concerne l’ambito del possibile, non
l’ambito del contingente, e che è dunque prima del tempo nel modo fondamentale di
essere al tempo sottratta.120 Proprio perché è in questa sfera del senso che fa da
substrato ad ogni possibile indagine e discorso scientifico121 che si decide la
possibilità o meno dei discorsi della scienza, è alla filosofia, alla quale per l’appunto
questa sfera compete, che spetta delimitare il campo disputabile della scienza
naturale.122 Ciò significa non solo, che le interrogazioni della filosofia si sottraggono
costitutivamente al gioco del vero e del falso che è il gioco proprio della scienza, ma
anche che esse concernono proprio ciò che questo gioco rende possibile:
quell’insieme di pratiche che vanno a costituire la logica o la grammatica del gioco del
vero e del falso, stabilendo in tal modo il «metodo del nostro dubitare e del nostro
ricercare»123. Che lo «scopo della filosofia» sia «il rischiaramento logico dei
pensieri»124, equivale a dire quindi, per usare un’espressione cara a Wittgenstein, che
il compito della filosofia è precisamente quello di rendere perspicua la logica/la
grammatica del nostro linguaggio, essendo l’indagine della filosofia propriamente
un’indagine logica/grammaticale. La particolarità dell’indagine filosofica si manifesta
nel fatto che, diversamente dalle scienze, «la filosofia non è depositata in
proposizioni, ma in un linguaggio»125, il quale presuppone un accordo originario tra
gli uomini che «non è una concordanza delle opinioni, ma della forma di vita».126 Ma
allora non vi sono proposizioni filosofiche così come vi sono invece proposizioni
scientifiche: le osservazioni filosofiche non possono essere considerazioni ipotetiche,
verificabili o falsificabili dall’esperienza allo stesso modo in cui lo sono invece le
T 5.552
In filosofia, annota Wittgenstein nella Ricerche: «è come se dovessimo guardare attraverso i
fenomeni: la nostra ricerca non si rivolge però ai fenomeni, ma, si potrebbe dire, alle ‘possibilità’ dei
fenomeni». Sulla questione del tempo e del senso della vita in Wittgenstein vedi Perissinotto 2002.
121 Cfr. UG 162
122 Cfr. T 4.113
123 UG 151
124 T 4.112
125 F p. 61
126 RF 241; «Le proposizioni vere descrivono la realtà. La grammatica è uno specchio della realtà. La
grammatica ci mette in grado di esprimere proposizioni vere e false; e che faccia questo ci dice
qualcosa sul mondo. Quello che può essere espresso dalla grammatica circa il mondo è, infatti, che ciò
che esso è non può essere espresso in una proposizione. Poiché questa proposizione presupporrebbe
la propria verità, cioè presupporrebbe la grammatica» (WL 30-32, p. 25).
119
120
43
proposizioni della scienza naturale e questo perché le osservazioni filosofiche
descrivono proprio quello sfondo sul quale si decide della nostra interpretazione
dell’esperienza e si determina tanto che cosa valga come controllo di una
proposizione, quanto dove tale controllo debba avere un termine 127. Questo spiega
anche quell’affermazione di Wittgenstein racchiusa nelle Ricerche secondo la quale:
«se in filosofia si volessero proporre tesi, non sarebbe mai possibile metterle in
discussione, perché tutti sarebbero d’accordo con esse»;128 mentre una tesi è qualcosa
che si enuncia e si discute per dimostrarne la validità contro chi gliela nega, una tesi
filosofica, sarebbe una tesi del tutto particolare: su di essa tutti dovrebbero già
convenire prima ancora di poterla negare, il che equivale a dire che nessuno sarebbe
davvero in grado di negarla in modo ragionevole; ne consegue che sia la negazione,
sia la stessa enunciazione di una tesi siffatta, verrebbero ad essere del tutto prive di
senso, essendo privo di senso tanto il voler negare qualcosa su cui tutti convengono,
quanto l’asserire qualcosa di cui non abbiamo ragione di dubitare. Una tesi può
sempre essere negata ma, proprio perché la filosofia è sedimentata in un linguaggio,
colui il quale intendesse negare una tesi filosofica intraprenderebbe il fallimentare
tentativo di negare qualcosa che deve essere presupposto per poter essere negato:
egli si troverebbe nell’aporetica situazione di dover negare col linguaggio lo stesso
linguaggio. In filosofia dunque, diversamente che in ambito scientifico, non possono
esservi “tesi”, spiegazioni o deduzioni, e questo perché propriamente non vi è nulla da
scoprire, nessun progresso da fare129; l’unica vera scoperta che davvero si può
compiere in filosofia è, scrive Wittgenstein: «quella che mi rende capace di smettere
di filosofare quando voglio. Quella che mette a riposo la filosofia, così che essa non è
più tormentata da questioni che mettono in questione la filosofia stessa»130.
Cfr. UG 109-110, 164
RF 128
129 Cfr. VB pp. 40-41
130 RF 133
127
128
44
CAPITOLO TERZO
L’arte di esprimersi chiaramente
1.
«La filosofia delimita il campo disputabile della scienza naturale»131
Come è emerso dal capitolo precedente, l’obiettivo del Tractatus non è quello
positivistico di «liquidare la filosofia»132, ma piuttosto, quello di portare l’attenzione
sulla distinzione che sussiste tra filosofia e scienza naturale. Ben lungi dal voler
liquidare la filosofia, il Tractatus le conferisce piuttosto un ruolo di primo piano nel
ridimensionare le pretese della scienza di avere sempre l’ultima parola sul mondo:
alla filosofia spetta nientemeno che il compito di delimitare «il campo disputabile
della scienza naturale»133. La critica di Adorno dunque non è sostenibile poiché
manca di vedere qualcosa di fondamentale, ovvero che quel limite che il libro traccia
all’espressione dei pensieri non taglia fuori la filosofia, ma è piuttosto un limite
tracciato dalla stessa filosofia. È questo quanto si evince dalle proposizioni 4.1134.115 del Tractatus, dove si legge:
La filosofia delimita il campo disputabile della scienza naturale.
Essa deve delimitare il pensabile e, con ciò, l’impensabile.
Essa deve delimitare l’impensabile dall’interno attraverso il pensabile.
Essa significherà l’indicibile rappresentando chiaramente il dicibile.134
Mediante questa operazione di delimitazione, che la filosofia compie dall’interno
del linguaggio scientifico stesso, essa riesce a dare significato a tutto quanto è
T 1.113
Cfr. IDPS 14 [285]
133 T 4.113
134 T 4.113-4.115
131
132
45
indicibile: è nel dire, infatti, che dicibile ed indicibile acquistano significato. Si
chiarisce in tal modo il senso etico del Tractatus: indicando i limiti della scienza il
libro mette in piena luce il senso ed il valore di tutto ciò che si sottrae al discorso
scientifico sul mondo. Il Tractatus mostra che la scienza non sarà mai in grado di
influenzare, determinare, conferire o privare di senso i fatti del mondo, per il
semplice motivo che questo senso è qualcosa che sta fuori dall’ambito dei fatti e
dunque dal campo di pertinenza della scienza.
Con il Tractatus Wittgenstein sgombra il campo da un possibile equivoco: quello di
considerare la filosofia come scienza o come alternativa complementare alla scienza.
a) La filosofia non è una scienza perché, differentemente da quest’ultima non è una
ricerca volta a compiere nuove scoperte. I suoi problemi sono sì grandi ed essenziali,
ma non in senso scientifico 135, tanto è vero che la scienza non è in alcun modo in
grado di risolverli:136 la soluzione dei problemi filosofici non consiste infatti in quella
che potremmo chiamare una scoperta scientifica, ma piuttosto in un modo di
atteggiarsi di fronte al problema, in un modo di vivere il problema.137 b) La filosofia
non è neppure un’alternativa al discorso scientifico: l’idea che vi sia un linguaggio
della filosofia, altro, rispetto a quello che usiamo quotidianamente, l’idea che la
filosofia parli di cose che sono diverse rispetto ai fatti di cui parla la scienza, che la
filosofia tratti di questioni metafisiche, laddove la scienza si occupa piuttosto di fisica,
è un’idea che per Wittgenstein è all’origine di confusioni ed equivoci. Se l’attività della
filosofia è volta a prevenire e guarire i fraintendimenti della logica del linguaggio, se
la sua azione è rivolta principalmente ai fenomeni linguistici, è però importante
sottolineare che la filosofia «non tratta del linguaggio – o del pensiero – nel senso in
cui una scienza della natura tratta di un fenomeno naturale».138 La filosofia in un
senso molto generale non tratta di nulla; essa non produce proposizioni vere o false, o
meglio, non produce proposizioni affatto: la sua attività consiste infatti nel chiarire la
logica del linguaggio dall’interno del linguaggio medesimo. La modalità di questo suo
intervento all’interno del linguaggio viene chiarita meglio nelle pagine delle Ricerche;
qui Wittgenstein precisa ulteriormente in che senso la ricerca filosofica sia qualcosa
di qualitativamente diverso rispetto alla ricerca scientifica e lo fa partendo proprio da
Cfr. VB p. 33
T 6.52
137 Cfr. VB pp. 60-61
138 RF 81
135
136
46
una critica al Tractatus. Il filosofo si rende conto che tra le pagine del suo primo libro
serpeggia ancora l’idea che alla ricerca logica competa una particolare profondità,
profondità tale da far sì che si possa pensare erroneamente alla logica come ad una
sorta di scienza suprema a fondamento di tutte le altre. Scrive Wittgenstein:
Con queste riflessioni siamo arrivati al punto in cui si pone il problema: In che senso
la logica è qualcosa di sublime?
Sembra, infatti, che ad essa competa una particolare profondità – un significato
universale. Essa starebbe – così sembrava – a fondamento di tutte le scienze. Perché la
ricerca logica indaga l’essenza di tutte le cose. Vuol vedere le cose nella loro ragion
d’essere e non è tenuta ad affliggersi con i particolari di ciò che effettivamente accade.
Non nasce da un interesse per i fatti naturali, né da un bisogno di cogliere nessi causali,
bensì dallo sforzo di comprendere il fondamento, o l’essenza, di tutto ciò che è
empirico. Ma non nel senso che per far ciò dobbiamo andare alla ricerca di nuovi fatti:
essenziale alla nostra ricerca è piuttosto il fatto che con essa non vogliamo apprendere
nulla di nuovo. Vogliamo comprendere qualcosa che sta già davanti ai nostri occhi.
Perché proprio questo ci sembra, in qualche senso, di non comprendere.139
È vero che la logica cerca di comprendere la funzione e la struttura del linguaggio e
quindi in un certo senso il fondamento o l’essenza del linguaggio, ma questa essenza
non è qualcosa di nascosto che si tratta di scoprire e di portare alla luce, ma è
piuttosto qualcosa di già aperto alla vista che diventa perspicuo una volta rimesso in
ordine.140 Diversamente da quella scientifica, la ricerca logica non va a caccia di nulla
di nuovo, ma è piuttosto volta a chiarire ciò che già c’è; essa si indirizza alle forme di
espressione nel tentativo di prevenire quei fraintendimenti che spesso riguardano
l’uso delle parole. Per chiarire questo punto, Wittgenstein cita quel passo delle
Confessioni in cui Agostino si domanda: «Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno
me lo chiede lo so; quando voglio spiegarlo a qualcuno che me lo chiede, non lo so».
«Questo» afferma Wittgenstein, «non si potrebbe dire di una questione di scienza
naturale (per esempio, di una questione circa il peso specifico dell’idrogeno). Ciò che
si sa quando nessuno ce lo chiede, ma non si sa più quando dobbiamo spiegarlo, è
qualcosa che si deve richiamare alla mente. (E si tratta evidentemente di qualcosa che,
per una ragione qualsiasi, è difficile richiamare alla mente)»141. Noi tutti
quotidianamente proferiamo enunciati inerenti alla nozione del tempo, ci
domandiamo ad esempio: “quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo
RF 89
Cfr. RF 92
141 RF 89
139
140
47
visti?”, “quanto manca alla fine della partita?”, oppure produciamo affermazioni del
tipo: “sei in ritardo!”, “stranamente questo treno è in perfetto orario”, “ai miei tempi
le cose andavano ben diversamente!”, etc. e tutto questo senza porci minimamente il
problema di definire che cosa sia effettivamente il tempo; semplicemente facciamo
uso di questa nozione. Ebbene, l’attività della filosofia consiste proprio nel portare
l’attenzione sull’uso che facciamo delle parole all’interno dei differenti contesti; «è
come», scrive Wittgenstein, «se dovessimo guardare attraverso i fenomeni: la nostra
ricerca non si rivolge però ai fenomeni, ma, si potrebbe dire, alle “possibilità” dei
fenomeni. Richiamiamo alla mente, cioè, il tipo di enunciati che facciamo intorno ai
fenomeni. Pertanto anche Agostino richiama alla memoria diversi enunciati che si
fanno intorno alla durata degli eventi, al loro passato, presente o futuro. (Non sono,
naturalmente, enunciati filosofici intorno al tempo, al passato, al presente, al
futuro.)».142 Gli enunciati ai quali si rivolge la filosofia non sono, ribadisce qui
Wittgenstein, enunciati filosofici; diversamente dalla scienza, la filosofia non produce
linguaggio143, ma, in quanto domanda sul senso, si impernia sui differenti fenomeni
linguistici allo scopo di chiarirne la logica. È in questo senso che l’azione della filosofia
è interna al linguaggio, ed è questo che intende Wittgenstein allorché nel Tractatus
scrive che «il risultato della filosofia sono non “proposizioni filosofiche”, ma il
chiarificarsi di proposizioni.»144 Anche la chiarezza a cui aspira la filosofia si
differenzia dalla chiarezza ricercata nelle scienze; diversamente da quest’ultima
infatti, essa è fine a se stessa, non è volta a gettare le fondamenta di qualcosa di più
complesso, ma consiste piuttosto nel guardare sempre alla stessa cosa da angolature
ogni volta diverse, per comprendere la cosa nella sua molteplicità. Come appunta
Wittgenstein in un’annotazione del 1930, uomo di scienza e filosofo procedono in
modi diversi: mentre il primo «costruisce prendendo in mano una pietra dopo l’altra,
l’altro afferra sempre la stessa pietra»; diversamente che all’uomo di scienza dunque,
al filosofo non interessa innalzare edifici, ma piuttosto «vedere in trasparenza […] le
fondamenta degli edifici possibili»145: è questo un modo di cogliere l’essenza della
cosa, ma quell’essenza che non è qualcosa di nascosto che si celerebbe nel cuore della
RF 90
«Non c’è neanche bisogno che in filosofia vengano impiegate parole nuove, ma ci bastano le vecchie,
solite parole del linguaggio» (F p. 45; cfr. BT p. 419)
144 T 4.112
145 Cfr. VB pp. 27-28
142
143
48
cosa, ma piuttosto, un che di aperto alla vista che si tratta solo di osservare e
descrivere. Perciò, conclude Wittgenstein nelle Ricerche:
Era giusto dire che le nostre considerazioni non potevano essere considerazioni
scientifiche. […] E a noi non è dato costruire alcun tipo di teoria. Nelle nostre
considerazioni non può esserci nulla di ipotetico. Ogni spiegazione dev’essere messa al
bando, e soltanto la descrizione deve prendere il suo posto. E questa descrizione riceve
la sua luce, cioè il suo scopo, dai problemi filosofici. Questi non sono, naturalmente,
problemi empirici, ma problemi che si risolvono penetrando l’operare del nostro
linguaggio in modo da riconoscerlo: contro una forte tendenza a fraintenderlo. I
problemi si risolvono non già producendo nuove esperienze, bensì assestando ciò che
da tempo ci è noto. La filosofia è una battaglia contro l’incantamento del nostro
intelletto, per mezzo del nostro linguaggio.146
«Il linguaggio», scriverà Wittgenstein altrove, «ha pronte per tutti le stesse
trappole»:147 esse risiedono da un lato, nel fatto che spesso nel nostro modo di
esprimerci, ci lasciamo trasportare dalle analogie che intravediamo tra le parole e
finiamo per usare parole diverse allo stesso modo; dall’altro, nel fatto che alcune
parole, come ad esempio “esperienza”, “mondo”, “linguaggio”, “verità”, ci sembrano
dotate di una particolare profondità che ci induce a porci interrogativi filosofici che
non hanno risposta, poiché nascono semplicemente dal fatto che non comprendiamo
la logica del nostro linguaggio.
2. La profondità filosofica
Per Wittgenstein la profondità che pertiene alla filosofia è qualcosa di diverso
rispetto a quella che le è stata attribuita nei secoli. Si è sempre pensato che i problemi
della filosofia fossero i più profondi poiché riguardavano quanto si celava nel
profondo delle cose, e che allora per risolvere i problemi della filosofia fosse
necessario trovare qualcosa, un’essenza o un fondamento, capace di spiegare una
volta per tutte il funzionamento della realtà. A parere di Wittgenstein, però, questo
modo di intendere la profondità si basa sull’illusione che a certi termini del nostro
linguaggio sia associato un qualche significato metafisico che ci fa credere che essi si
riferiscano a qualcosa di più di ciò a cui si riferiscono nel linguaggio quotidiano. La
146
147
RF 109
F p. 55; cfr. BT p. 422
49
filosofia, così come la intende Wittgenstein, ha allora il compito di criticare questa
presunta profondità delle questioni filosofiche e di smascherarne l’illusorietà. Poiché
il filosofo ritiene che siano le nostre forme d’espressione «a impedirci, in un modo o
nell’altro, di vedere che si tratta delle solite cose, e a mandarci a caccia di chimere», 148
la filosofia diviene propriamente, nelle sue pagine, «una lotta contro il fascino, contro
l’incantesimo che le forme d’espressione esercitano su noi»;149 ma per lui, «affermare
che la filosofia riguarda i problemi dell’espressione non significa minimizzare quei
problemi».150 Se da un lato Wittgenstein afferma che i problemi più profondi della
filosofia non sono propriamente problemi151, poiché nascono dall’illusione che a certe
parole sia associata una particolare profondità che in realtà non gli compete affatto,
dall’altro lato egli non nega però che tali «problemi che nascono a causa di un
fraintendimento delle nostre forme linguistiche» abbiano «il carattere della
profondità». Si tratta infatti di «inquietudini profonde» «radicate così profondamente
in noi come le forme del nostro linguaggio; e il loro significato è tanto grande quanto
l’importanza del nostro linguaggio»152. L’idea di Wittgenstein è che gli uomini siano
«profondamente irretiti nelle confusioni filosofiche», e che possano esserne liberati
solo una volta che si sia riuscito cogliere le difficoltà nel profondo.
Cogliere la difficoltà nel profondo, questo è il problema. Colta in superficie, infatti,
rimane appunto una difficoltà. Dev’essere estirpata alle radici; e ciò vuol dire che si
deve cominciare a pensare a queste cose in modo nuovo. È un mutamento decisivo,
come ad esempio il passaggio dal modo di pensare dell’alchimia a quello della chimica.
– È il nuovo modo di pensare che è così difficile da fissare.
Una volta fissato il nuovo modo di pensare, i vecchi problemi spariscono; e diventa
perfino difficile afferrarli di nuovo. Perché quei problemi risiedono nella maniera di
esprimersi; e, se ne indossiamo una nuova, si gettano i vecchi problemi insieme col
vecchio vestito.153
Come emerge dal passo citato, cogliere la difficoltà nel profondo non significa per
Wittgenstein andare alla ricerca di un fondamento ultimo del reale o di essenze
nascoste, ma equivale piuttosto a pensare alle stesse cose in modo nuovo: se i
problemi in cui la filosofia rimane invischiata sono problemi che hanno origine nella
RF 94
LB p. 40
150 WL30-32 p. 16
151 «Né meraviglia che i problemi più profondi propriamente non siano problemi» (T 4.003)
152 RF 111
153 VB p. 97
148
149
50
nostra maniera di esprimerci, è chiaro che la risoluzione dei problemi filosofici
consisterà nel «dare forma ad un’espressione in modo tale che certe inquietudini
/problemi/ spariscano»154; nel mettere ordine all’interno del linguaggio, in modo tale
da prevenire il sorgere di dubbi e di questioni che nascono unicamente dalla nostra
cecità nei confronti di ciò che in realtà sta sotto gli occhi di tutti e che proprio per
questo ci è difficile mettere a fuoco.
Proprio per questo modo nuovo di intendere la profondità filosofica, a parere di
Adorno, «l’opera di Ludwig Wittgenstein, che a ben vedere è stata pensata come
mordace polemica contro la profondità, può essere nondimeno considerata un’opera
profonda».155 Wittgenstein ha visto che la profondità di un pensiero non consiste
nell’andare alla ricerca di qualcosa che si celerebbe sotto alla superficie, in uno
sprofondarsi del soggetto all’interno dell’oggetto per carpirne una presunta essenza,
o in uno sprofondarsi del soggetto in se medesimo a caccia di una supposta
concretezza che non è poi altro se non la maschera di una vuota astrazione. Egli ha
intuito che qualsiasi fondamento o principio primo che il pensiero trova al fondo delle
sue indagini non è altro che la reificazione di un’esigenza; ma soprattutto
Wittgenstein ha compreso quello che per Adorno è un punto fondamentale, ovvero
che in filosofia il criterio della profondità non può mai consistere in un risultato,
perché:
Questo procedimento, per cui si parte da ciò che può essere solo il punto di arrivo del
pensiero, per cui il risultato è dunque trasformato preliminarmente nel criterio del
pensiero, blocca, propriamente, il pensiero stesso; poiché in questo modo esso viene
determinato a partire dal suo terminus ad quem, dal suo possibile risultato, e viene
così privato proprio e precisamente di quella profondità che necessariamente
raggiunge se si propone solo di essere pensiero coerente. 156
«Profondo» allora «non è ciò che si richiama a una pretesa profondità, ai
fondamenti originari, all’essenzialità, e se possibile ne deriva le proprie pretese, ma
F p. 47; cfr. BT p. 420.
TF p. 126 [Bd. I, p. 133]. In realtà, afferma Adorno, è stato Nietzsche il primo a mettere in crisi il
concetto di profondità in senso tradizionale e a scoprire quella che si potrebbe chiamare «la profondità
della superficie»155: da un lato egli ha smascherato la tentazione della profondità, quella che spinge gli
uomini a non accontentarsi della facciata e ad andare sempre alla ricerca di qualcosa che si celi dietro
di essa, mentre dall’altro lato ha mostrato come molte categorie che generalmente vengono attribuite
alla superficie, siano in realtà molto più profonde di quelle che generalmente si spacciano come tali.
(Cfr. TF 129-130 [Bd. 136-137])
156 TF 132 [Bd. I, p. 139]
154
155
51
profondo è solo ciò che è pensato con intransigenza, senza riserve né
compromessi»157. La profondità è insita nel rapporto che la filosofia intrattiene con il
suo oggetto, ma «non è invece a sua volta un oggetto, una cosa da raggiungersi»;158
essa sta nell’insistenza con cui il pensiero si rapporta alla realtà «senza però
ipostatizzare e presupporre qualcosa che risiederebbe all’interno della cosa, oppure,
viceversa, nel soggetto stesso» 159. L’insistenza del pensiero richiesta alla filosofia è
quella che Wittgenstein così sintetizza in un’annotazione del 1948: «dove gli altri
proseguono, là io mi fermo».160 Pensare in modo profondo, non significa allora
scavare col pensiero in profondità al di sotto di quanto appare, al di sotto del mondo
fenomenico, ma piuttosto fermarsi a guardare sempre le stesse cose ogni volta da
prospettive differenti. È la natura della ricerca filosofica, per Wittgenstein, a
richiedere un tale modo di procedere: essa «ci costringe a percorrere una vasta
regione di pensiero in lungo e in largo e in tutte le direzioni», ad avvicinare gli stessi
punti «sempre di nuovo, da direzioni differenti» e a schizzarne sempre nuove
immagini.161 Il movimento richiesto al pensiero filosofico non è orientato né verso il
basso, né verso l’alto: non è il lavoro di scavo che potrebbe compiere una talpa, cieca
nei confronti di tutto quanto sta in superficie, e neppure il lavoro di costruzione
messo in atto dall’uomo di scienza, il quale cerca di salire sempre più in alto; «dove
debbo tendere davvero», scrive Wittgenstein, «là devo in realtà già essere».162
3. Filosofia e linguaggio
Se la profondità della filosofia sta nell’insistere sempre sullo stesso punto, nel
prendere di mira ogni volta il medesimo bersaglio,163 si vede bene come l’esposizione
linguistica le sia in un certo qual modo essenziale. Su questo punto Adorno è
pienamente concorde con Wittgenstein: il pensiero filosofico è un pensiero che insiste
sulla cosa con una costanza che «non è né un muoversi solerte, né un ostinarsi
TF pp. 130-131 [Bd. I, p. 137]
TF p. 135 [Bd. I, p. 142]
159 TF p. 132 [Bd. I, p. 139]
160 VB p. 126
161 RF p. 3
162 Cfr. VB p. 28
163 Cfr. UG 387
157
158
52
caparbio, bensì lo sguardo prolungato e non violentemente tirannico sull’oggetto» 164;
questa costanza, con cui il pensiero si rivolge alla cosa da conoscere trova la sua
oggettivazione proprio nella capacità espressiva del linguaggio. La filosofia, scrive
Adorno, «non consiste nella restituzione di uno stato di cose, bensì in un processo» 165
il quale include tanto il conoscente quanto il conosciuto; questa sua caratteristica fa sì
che in essa il linguaggio acquisti una dignità molto maggiore, rispetto a quella che gli è
conferita dalle scienze naturali; nella filosofia infatti il linguaggio non si riduce ad un
mero sistema di segni indifferente alla cosa da conoscere, ma è bensì il medio
attraverso il quale soggetto ed oggetto trovano espressione.
Dato che il pensiero filosofico si realizza sempre e solo nell’elemento del linguaggio
e che l’oggetto della filosofia non è mai scindibile dalla sua formulazione linguistica,
Adorno ritiene, proprio come Wittgenstein, che i problemi della filosofia siano
problemi essenzialmente legati al linguaggio. Le varie formulazioni con cui Adorno si
esprime su questo
argomento
spiccano
per
il loro
tono
marcatamente
wittgensteiniano. Oltre a riconoscere che «alla filosofia il suo linguaggio è
essenziale»166 e che «se la filosofia è un pensiero che riflette su se stesso deve
necessariamente riflettere sul proprio elemento e strumento», ovvero, «sul
linguaggio»167, Adorno non manca di pronunciare frasi che non sarebbe strano
trovare piuttosto tra le pagine del filosofo viennese, come: «i problemi della filosofia
sono in larga misura problemi di linguaggio»168; oppure: «il linguaggio si accumula
come una massa densa e ci pone una quantità di difficoltà» 169.
Per Adorno il linguaggio della filosofia si differenzia tanto dal linguaggio
determinato delle scienze particolari, quanto dal linguaggio quotidiano, infatti,
nonostante abbia forti affinità con quest’ultimo per il comune riferimento al tutto 170,
il linguaggio della filosofia finisce per differenziarsene, non riuscendo a sottrarsi
completamente al processo di specializzazione. Se da un lato la filosofia, proprio in
virtù della sua relazione al tutto, è l’esatto opposto di una specializzazione, d’altro lato
PC 13 [14]
ICDF 45 [25]
166 TF 3 [Bd. I, 7]
167 TF 210 [Bd. II, 7]
168 TF 3 [Bd. I, 7]
169 ICDF 47 [27]
170 Il riferimento del pensiero filosofico al tutto viene messo in evidenza anche da Wittgenstein; così si
esprime infatti, al fine di distinguere il proprio movimento di pensiero – che è poi quello del filosofo –
dal movimento che caratterizza il pensiero dell’uomo di scienza: «ogni frase che scrivo intende già il
tutto, e dunque di continuo la stessa cosa. Non sono altro, per così dire, che vedute di un unico oggetto
osservato sotto angoli diversi» (VB p. 28).
164
165
53
però essa storicamente «si specializza nei confronti dell’uso linguistico generale».
Venendo fissate a significati particolari, le sue parole «escono dal linguaggio comune»
e «diventano parole straniere, anche se filologicamente non lo sono affatto» 171. In tal
modo, il linguaggio filosofico si cristallizza «in una terminologia particolare, che porta
infine […] alla reificazione di questo linguaggio, e cioè veramente alla filosofia come
una sorta di gergo»172. «La terminologia filosofica», non manca di commentare
Adorno, «da un certo punto di vista è simile al gergo di una banda di malfattori; nel
senso che un certo linguaggio serve ad assicurare ai membri di una determinata
scuola il privilegio di impossessarsi della verità, poiché essi soltanto parlano tale
linguaggio, mentre gli altri ne restano esclusi»173. A cristallizzarsi nei termini non
sono però solo le parole con cui il pensiero filosofico trova espressione, ma anche e
soprattutto i problemi con i quali di volta in volta si è confrontata la storia della
filosofia. L’idea di Adorno, infatti, è che ogni termine filosofico sia propriamente «la
cicatrice di un problema irrisolto».174 Il filosofo francofortese ci invita ad osservare
che nella storia della filosofia, gli stessi termini ricompaiono a distanza di tempo in
pensieri molto diversi tra loro pur mutando di volta in volta significato; a suo parere,
un termine che ricompare continuamente, che pure assume significati diversi, è indice
di qualcosa di cui i filosofi non sono ancora riusciti a venire a capo: mentre
l’invarianza dei termini esprimerebbe l’identità dei problemi tramandati, il
cambiamento dei significati starebbe ad indicare i differenti modi in cui sono stati
storicamente affrontati quei problemi.175
4. Filosofia e chiarezza
Poiché le terminologie filosofiche non sono altro che monumenti di problemi
irrisolti,176 che sono poi da capo problemi di linguaggio, la questione della
formulazione diventa per la filosofia una questione cruciale. Per Adorno, «le questioni
filosofiche, nelle quali si tratta di esprimere un che di “ultimativo”, dove sono in gioco
TF 43 [Bd. I, 48]
TF 44 [Bd. I, 49]
173 TF 44 [Bd. I, 49]
174 TF 213 [Bd. II, 10-11]
175 Cfr. TF 215 [Bd. II, 12]
176 Cfr. TF 216 [Bd. II, 13]
171
172
54
le espressioni ultime, sono sempre propriamente questioni di formulazione. Esse non
possono essere separate dal medium del linguaggio»; dato che in filosofia «l’oggetto
non si fa mai presentare indipendentemente dal linguaggio», «la filosofia fallisce
quando non si giunge alla più rigorosa relazione con l’espressione». 177 Se il compito
della filosofia consiste nel portare ad espressione nel modo più fedele possibile quello
che ne costituisce l’oggetto, tale compito non viene però adempiuto producendo
giudizi chiari. La chiarezza infatti, per Adorno, non può mai essere lo scopo della
filosofia, neppure nel caso in cui si tratti di pervenire alla chiarezza ultima178; il
pensiero che così debba essere può nascere solo sulla base del fraintendimento del
rapporto che la filosofia ha da intrattenere con la scienza. È importante che la filosofia
non prenda a modello la scienza, perché il suo interesse e le sue finalità sono diverse
da quelle che muovono la ricerca scientifica. Diversamente da quanto avviene nelle
scienze positive, la filosofia non richiede la neutralizzazione del soggetto: essa infatti
non si riduce ad un mero accertamento di fatti; al tempo stesso però neppure si
risolve nella pura trasparenza del soggetto a se stesso. Poiché l’oggetto della filosofia
coinvolge al tempo stesso il soggetto, tale oggetto si differenzia da quello di cui si
occupa la scienza: la filosofia non ha mai a che fare con oggetti statici e definiti; essa è
pensiero in movimento che deve portare ad espressione quel movimento in cui lei
stessa consiste. La ricerca della chiarezza dunque, non può assurgere a scopo della
filosofia perché il concetto di chiarezza presuppone proprio quella staticità tra
soggetto e oggetto che inevitabilmente fa sì che la filosofia manchi il suo obiettivo. Per
Adorno:
Si può pretendere chiarezza solo in quanto si è stabilito che le cose sono scevre da
ogni dinamica che le sottrarrebbe allo sguardo che tien fermo in modo univoco il
fenomeno. Il desideratum della chiarezza diventa doppiamente problematico non
appena il pensiero conseguente scopre che ciò su cui esso filosofa non passa davanti
allo sguardo come su un veicolo, ma si muove in se stesso […] Correlativamente a
questa visuale si forma l’altra che anche il soggetto non giri come una macchina
Cfr. ICDF 46 [26]
L’oggetto esplicito della polemica è la definizione di filosofia proposta da Hans Cornelius (18631947), professore universitario di Adorno con il quale questi si era addottorato nel 1924. Tale
definizione «si basava sul concetto della scienza come sforzo di raggiungere la chiarezza, e allora la
filosofia era intesa, nei confronti delle scienze particolari […] come sforzo di raggiungere l’ultima
chiarezza» (TF 199 [Bd. I, 209]) A parere di Adorno, se è da tener fermo il momento della filosofia
come «arte dell’esprimersi chiaramente», il compito della filosofia non può essere però quello di
«produrre giudizi chiari. Essa adempie alla propria destinazione solo quando produce qualcosa
inerente alla cosa stessa» (ICDF 42 [24]); cfr. a questo proposito anche le considerazioni che Adorno
elabora in ICDF nelle pagine successive, pp. 42-48 [24-28]).
177
178
55
fotografica su un supporto, ma grazie alla sua relazione con l’oggetto in sé mosso
anch’esso si muove – il che è proprio una delle tesi centrali della Fenomenologia
hegeliana. Di fronte a questa la semplice richiesta della chiarezza e distinzione diventa
un’anticaglia.179
Pensare che la filosofia debba produrre giudizi chiari, significa per Adorno
promuovere l’identità di soggetto e oggetto a scopo della filosofia; infatti: «la
“chiarezza” può essere pretesa come alcunché di definitivo per la filosofia solo se il
pensiero e il pensato risultano identici, se il pensato si risolve definitivamente
mediante l’analisi del pensiero». 180 Il concetto di chiarezza quindi presuppone, agli
occhi di Adorno, l’idea di una conciliazione forzata ed astratta: un’armonia tra
soggetto e oggetto che non è altro che un appianamento delle contraddizioni. «Le
controversie all’interno della filosofia» però, «non possono essere appianate nel
modo netto e definitivo in cui siamo abituati […] a pensare che possano esser risolte
le controversie delle scienze positive» e «questo carattere di inappianabilità» è
«connesso con l’oggetto della filosofia, che ha il suo vero campo proprio e soltanto nei
problemi che rifiutano una soluzione univoca in senso scientifico».181
Se l’analisi del concetto di chiarezza compiuta da Adorno sembra tracciare un
solco invalicabile tra la sua posizione e quella di Wittgenstein, ad un esame più
approfondito essa si rivela piuttosto come un ulteriore elemento di contatto con
quella; ad un primo esame troviamo due posizioni contrapposte: da un lato quella di
Adorno, il quale nega che la filosofia debba essere ricerca della chiarezza, e dall’altro
Wittgenstein, il quale ci dice invece che la sua filosofia ha come finalità nientemeno
che il raggiungimento della chiarezza completa (vollkommene Klarheit);182 se però
guardiamo le cose più da vicino ci accorgiamo che quanto Wittgenstein intende,
allorché stabilisce quello che Adorno chiama il «celebre postulato della chiarezza» 183,
non è poi diverso da quello che ha in mente Adorno allorché invece rifiuta di definire
la filosofia come ricerca della chiarezza ultima. Come Adorno, Wittgenstein ritiene che
il filosofo non debba andare alla ricerca né della chiarezza a cui aspirano le scienze,
TSH 145 [334]; l’idea di Adorno è che il concetto di chiarezza continui a guidare la prassi della
conoscenza anche dopo che Hegel, ne ha messo in luce la problematicità. La coscienza reificata infatti
continua a trattare gli oggetti come se fossero degli in sé che si tratta solo di fotografare: essa «congela
gli oggetti a in sé, affinché diventino, come un per-altro, disponibili per la scienza e la prassi» (TSH 146
[335]); da qui l’importanza per la filosofia di ripensare il concetto di chiarezza.
180 ICDF 57 [33]
181 TF 273 [Bd. II, 73]
182 Cfr. RF 133
183 IDPS 65 [336]
179
56
né tantomeno della chiarezza ultima: il pensiero che così debba essere infatti, nasce
proprio da quell’equivoco che il Tractatus si era proposto di scansare: quello di
considerare la filosofia come scienza o peggio ancora come scienza suprema;
Wittgenstein sa bene, proprio come Adorno, che «la trasformazione della filosofia in
scienza, e foss’anche […] in scienza prima e fondante le scienze singole oppure
suprema e coronante […] scalza insieme anche il concetto stesso della filosofia».184 La
chiarezza a cui aspira il filosofo dunque «è certo una chiarezza completa. Ma questo
vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente».185 I
problemi filosofici hanno origine dalla mancanza di chiarezza che caratterizza la
grammatica del linguaggio; già nel Tractatus Wittgenstein afferma che la filosofia ha
precisamente il compito di «chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti
sarebbero torbidi e indistinti»:186 questa chiarezza non viene però ottenuta né
andando a caccia di «nuovi profondi //inauditi// chiarimenti (Aufschlüsse)»,187 né
rendendo trasparente alla coscienza il non chiaro determinandolo in un in sé astratto,
quanto piuttosto enunciando o scrivendo il medesimo pensiero «in forme espressive
molto diverse».188 La risoluzione dei problemi filosofici sta dunque nel riformulare gli
elementi che costituiscono il problema, in modo tale che sia il problema stesso a
sparire. «I problemi filosofici», scrive Wittgenstein, «possono essere paragonati alle
serrature delle casseforti che vengono aperte componendo una certa parola o un
certo numero, di modo che nessuna forza può aprire la porta prima che sia stata
trovata proprio quella parola; e una volta che è stata trovata, ogni bambino la può
aprire».189 La chiarezza completa a cui aspira la filosofia è dunque quella in cui i
problemi vengono dissolti «come una zolletta di zucchero nell’acqua»190.
5. L’attualit{ della filosofia
La concezione che abbiamo visto essere propria di Wittgenstein va nella stessa
direzione di quella indicata da Adorno ne L’attualit{ della filosofia: in questo scritto
MTC 81 [48-49]
RF 133
186 T 4.112
187 F p. 43; BT p. 419
188 F p. 37; BT p. 417
189 F p. 35; BT p. 416
190 F p. 49; BT p. 420
184
185
57
del 1931, Adorno si domanda se la filosofia possa ancora considerarsi attuale dopo
che, in seguito al crollo dei sistemi idealistici, è venuta meno per lei la speranza di
riuscire ad «afferrare la totalità del reale con la forza del pensiero»;191 la sua risposta
è che essa può ancora essere attuale solo se ripensa a fondo quello che è il suo
obiettivo, il quale non può più consistere nell’edificare un sistema, ma deve piuttosto
assumere i caratteri dell’interpretazione della realtà. Il presupposto da cui parte
Adorno è il medesimo che muove le riflessioni del Tractatus, ovvero l’idea che la
realtà sia priva di senso: venuta meno la possibilità di cercare il senso interno della
realtà, l’attività della filosofia non può più consistere nell’offrire un senso positivo, nel
«giustificare e spiegare la realtà come se fosse “dotata di senso”» 192; il suo compito è
piuttosto quello di rintracciare quegli elementi isolati della realtà che in sé sono privi
di senso accostandoli in modo tale da formare immagini e figure sensate capaci di
gettare luce su di essi. Per adempiere al suo compito la filosofia non deve svincolarsi
dalla scienza. L’idea di Adorno è che la filosofia, pur essendo qualcosa d’altro rispetto
alla scienza193, debba intrattenere però con essa uno stretto rapporto, poiché è solo
sperimentando l’attrito che ne deriva, che le sue riflessioni riescono a mantenere la
concretezza necessaria senza degenerare in una visione del mondo (Weltanschauung)
priva di qualsivoglia valore.194 È dalle domande della scienza allora che la filosofia
deve ricevere il materiale da interpretare, perché è proprio in esse che si annidano
quei problemi filosofici irrisolvibili che vanno dissolti tramite l’interpretazione.
Adorno ritiene che l’azione della filosofia debba essere analoga a quella della
risoluzione degli enigmi, dove la risoluzione non avviene introducendo nuovi
elementi, ma ricomponendo quelli già noti così che svanisca d’un lampo la
configurazione enigmatica; allo stesso modo la filosofia deve «assumere gli elementi
che riceve dalle scienze e […] trasferirli in ordini di ricerca (Versuchsanordnungen)
modificabili fino a quando essi non vengano a trovarsi in quella figura che sola
diviene leggibile come risposta mentre, allo stesso tempo, scompare la domanda».195
ADF p. 37
ADF p. 48
193 Per Adorno: «la filosofia non è solo la riflessione, l’autoriflessione del soggetto pensante, ma è
sempre anche la riflessione della scienza; non è dunque né una pura scienza di base, come si è voluto
far credere nel XIX secolo, né una scienza suprema, un supremo sistema di proposizioni a cui fa capo la
scienza, e infine non si riduce neanche a critica della scienza. È invece una terza cosa, è appunto ciò che
consiste nella riflessione della scienza, con la quale deve essere incessantemente nel più stretto
contatto, e a cui tuttavia non si può abbandonare del tutto» (TF 84-85 [Bd. I, 90])
194 Cfr. TF 86 [Bd. I, 92]
195 ADF p. 49
191
192
58
6. Filosofia come «arte dell’esprimersi chiaramente»
Se anche la filosofia non può essere definita come ricerca della chiarezza, perché la
chiarezza ci dice qualcosa solo sul modo in cui l’oggetto viene percepito dalla
coscienza, ma non ci dice ancora nulla su quello che è poi il contenuto dell’oggetto
medesimo,196 Adorno ritiene che essa possa però essere adeguatamente intesa come
«arte dell’esprimersi chiaramente». 197 All’interno del concetto di chiarezza vi è
dunque un momento che va salvato e salvaguardato, ovvero:
l’obbligo che l’espressione colga esattamente la cosa espressa, anche quando questa
contrasta per suo conto alla veduta corrente di un qualcosa da esporre chiaramente.
Anche in questo la filosofia incappa in un paradosso: dire chiaramente il non-chiaro,
non circoscritto, recalcitrante alla cosificazione; così che i momenti che si sottraggono
allo sguardo fissante, o non sono accessibili, vengano egualmente indicati con la
massima distinguibilità. Non è questa un’esigenza meramente formale, ma proprio una
parte del contenuto al quale mira la ricerca filosofica.198
La filosofia ha l’obbligo di esprimere adeguatamente l’inteso, anche quando esso si
presenta come qualcosa di poco chiaro; essa non deve però farlo mettendolo a fuoco e
fissandolo una volta per tutte in un’immagine ‒ seppure nitida ‒ , ma portandone ad
espressione i vari momenti, di modo tale che siano questi a gettare luce gli uni sugli
altri. «Il comandamento della chiarezza esige, invano, dal linguaggio – senza
interruzione, ora e qui, immediatamente – qualcosa che esso, nella immediatezza
delle sue parole e delle sue proposizioni, non può assolutamente fornire; perché lo
può unicamente fare, e in modo anche abbastanza frammentario, nella configurazione
che esse assumono»;199 è importante allora che la filosofia rinunci a voler esprimere
in maniera immediata quanto non si lascia dire immediatamente e che faccia
piuttosto della richiesta di chiarezza un compito che anche se non può essere mai
assolto una volta per tutte va però eseguito di volta in volta nell’esposizione. A parere
di Adorno, nella filosofia: «si tratterebbe davvero sia di ultima chiarezza che di
maggiore oscurità, e l’acrobazia di sviluppare l’identità di questi due desiderata fra
loro vistosamente contraddittori in ultima analisi non sarebbe affatto una cattiva
Cfr. TF 201 [Bd. I, 210]
ICDF 45 [25]
198 TSH 146-147 [335]
199 TSH 153 [340]
196
197
59
definizione della filosofia»200. Onde riuscire nell’impresa di tenere assieme entrambi i
momenti
della
chiarezza
e
dell’oscurità,
la
filosofia
deve
perciò
«dire
contemporaneamente anche ciò che non può dire, tentare di chiarire i limiti
immanenti della chiarezza. È meglio che essa chiarisca espressamente che non può
non deludere l’aspettativa di un’espressione che adegui in ogni istante, in ogni
concetto e in ogni proposizione, l’intenzionato; piuttosto che, intimorita dal successo
delle singole scienze, prendere a prestito una norma al cui confronto deve poi fare
bancarotta».201 L’oggetto della filosofia non è mai una datità in sé definita e conclusa
di cui si può disporre a piacimento, esso è piuttosto quell’inesprimibile che si sottrae
costitutivamente a quell’esigenza di chiarezza che vale invece come norma presso le
scienze; proprio per questo il pensiero che tenta di tematizzarlo direttamente
rendendolo esplicito e compatto «lo stravolge fino a trasformarlo in ciò che meno
desidera, nell’assurdo di un oggetto assolutamente astratto» 202.
TF 202-203 [Bd. I, 213]
TSH 146-147 [335-336]
202 DN 101 [116]
200
201
60
CAPITOLO QUARTO
Il bisogno di dire
1. Verità come momento espressivo
Dietro al problema della chiarezza si cela per Adorno nientemeno che il problema
della verità. Il concetto di chiarezza e quello di verità sono infatti strettamente
intrecciati, perché se da un lato l’oggetto si sottrae all’esigenza di chiarezza, d’altro
lato però Adorno ritiene che si lasci esprimere chiaramente solo ciò che è vero.203
Diviene dunque importante comprendere quale sia propriamente la verità di cui la
filosofia va da sempre in cerca.
Per Adorno, la filosofia è pensiero in senso enfatico, ovvero un pensiero che, a
differenza di quello delle scienze naturali, «non è già stato manipolato secondo le
esigenze di qualche disciplina o finalità»; esso non è «uno specchio rivolto all’esterno
e che rifletta una qualche realtà, ma, assai più, il tentativo di dare un valore oggettivo
stringente all’esperienza».204 È chiaro quindi che quando Adorno utilizza il termine
“verità” in rapporto alla filosofia sta dando ad esso una connotazione ben diversa
rispetto a quella che le viene conferita dalla scienza.205 Diversamente da quest’ultima,
la filosofia non pretende di possedere la verità «come si possiede un oggetto stabile e
definito»206, perché la sua è la ricerca di qualcosa che non avrà mai la certezza di
«Mentre la richiesta di chiarezza s’impiglia nel linguaggio, poiché il linguaggio delle parole non
consente propriamente chiarezza […] linguisticamente la chiarezza è ugualmente in dipendenza dalla
posizione del pensiero rispetto all’oggettività; in quanto si lascia dire come chiaro, senza residui, solo
ciò che è vero. La piena trasparenza dell’espressione dipende non solo dal rapporto fra questa e lo
stato di cose rappresentato, ma anche dalla validità del giudizio. Se questo è infondato o conclude
falsamente, si preclude la possibilità della formulazione adeguata; finché questa non possiede la cosa al
completo, rimane vaga rispetto a quella. Il linguaggio stesso, che è un indice del vero, è indice del falso.
[Sprache selbst, kein Index des Wahren, ist doch einer des Falschen]» (TSH 151 [339])
204 TF 78-79 [Bd. I, 83-84]
205 TF 79 [Bd. I, 84]
206 Cfr. TF 77 [Bd. I, 82]
203
61
possedere del tutto; «tuttavia la filosofia non rinuncia alla verità, piuttosto illumina i
limiti di quella scientifica». 207 Adorno sottolinea l’importanza di distinguere la
domanda sulla verità propria del filosofo da quella propria dell’uomo di scienza; egli
sa che la verità di cui si pasce la scienza, non è in alcun modo in grado di soddisfare il
filosofo, perché «la forma dell’organizzazione immanente alla scienza che la filosofia
assorbe, impedisce il conseguimento della meta che sta dinanzi agli occhi della
filosofia».208 Qualcosa è vero, per la scienza, se e solo se può anche essere falso; la
verità scientifica è quindi limitata perché legata alla contingenza degli stati di cose ed
alla mutevolezza degli eventi; inoltre le indagini scientifiche non nascono dall’amore
per la verità, ma piuttosto dal desiderio di controllare e manipolare tutto ciò che
accade. Quanto la scienza cerca nella verità, non è altro che una garanzia del suo
dominio sulla realtà, così, nell’atto del conoscere, «non si indugia presso il suo oggetto
per renderlo accessibile. Anzi in sostanza essa non lo prende affatto di mira ma lo
riduce a pura e semplice funzione dello schema del quale sovranamente lo riveste; più
essa si atteggia a oggettiva, a purificata da ogni illusione e ogni aggiunta
dell’osservatore, e più diviene soggettiva nella totalità del procedimento»209.
Diversamente, la filosofia insiste sul suo oggetto, perché quanto le interessa non è
sentirsi garantita, ma piuttosto conoscere davvero la cosa alla quale si rivolge;
proprio a questo scopo si trattiene presso di lei, le presta le sue parole affinché
anch’essa abbia una voce e possa finalmente esprimersi; dato che la sua fedeltà alla
cosa è mantenuta grazie alla capacità espressiva del linguaggio, la filosofia è
strettamente connessa con quell’esigenza della coscienza umana che sia Adorno che
Wittgenstein riconoscono come un «bisogno di dire». 210 Così, scrive Adorno,
se partiamo dal presupposto che la coscienza si è scissa nella mimeticità o capacità
espressiva da un lato, quale viene in genere aggiudicata all’arte secondo la teoria
ufficiale, e nella concettualità filosofica dall’altra, allora si potrebbe dire che la filosofia
[…] è propriamente il tentativo di salvare o riprodurre con i mezzi del concetto quel
momento dell’espressione, quel momento mimetico che in verità è connesso con
l’amore nel modo più profondo. Forse il filosofo non cerca la verità nel senso usuale,
come qualcosa di oggettivo, ma cerca piuttosto di esprimere la propria esperienza con i
mezzi del concetto; forse cerca di creare un’oggettivazione mediante l’espressione nel
DN 100 [115]
MTC 83 [51]
209 MTC 83 [51]
210 Cfr. LC 18 [19]; TF 78 [Bd. I, 83]
207
208
62
linguaggio del concetto. In questo modo anche il concetto filosofico della verità
verrebbe certo a distinguersi in modo assai rigoroso.211
Come Wittgenstein, Adorno sa che la domanda sulla verità è la domanda propria
non del filosofo, ma dell’uomo di scienza; sa pure che «il concetto della filosofia non
coincide affatto o non coincide senz’altro con il concetto della verità» e che dunque se
la filosofia cerca una verità, questa non può in alcun modo conformarsi «con il
concetto della verità nel suo uso prefilosofico o extrafilosofico».212 La verità ricercata
dalla filosofia non può consistere per Adorno né in verità di ragione né in verità di
fatto; nulla di quanto la filosofia dice, infatti, «si piega ai criteri tangibili di quanto
accade; nessuna delle sue proposizioni sul concettuale si piega a quelli del rapporto
logico di cose, come nessuna di quelle sul fattuale a quelli della ricerca empirica»; 213
«Se la filosofia cerca una verità, questa non consiste primariamente nell’adeguazione
di proposizioni o giudizi o pensieri a stati di fatto dati e precostituiti, ma si tratta assai
di più del momento espressivo».214 Per Adorno, la filosofia vuole essere espressione
ed oggettivazione di quelle esperienze originarie che ciascuno fa intorno al mondo.
Proprio per questa ragione, essa «coinvolge il soggetto in modo ben diverso di quanto
accade nelle scienze particolari, oggettivate e oggettivanti»:215 la verità che essa cerca
«non è ciò che avanza dopo l’allontanamento di tutto il soggettivo, non è un concetto
residuale»216, ma bensì qualcosa a cui la partecipazione attiva del soggetto è
essenziale.217 È questa una verità oggettiva «dove il momento della soggettività
appare come momento di mediazione, ma non come ciò che costituisce lo stesso
contenuto filosofico».218 Proprio perché la filosofia vuole rendere conto di quelle
esperienze originarie in cui la coscienza soggettiva «incontra ciò che non è coscienza,
e si sforza di venirne a capo»,219 il suo contenuto, ovvero, la sua verità, non è
«l’estratto, ciò che resta alla fine» 220, ma è piuttosto processo, «costellazione in
divenire»,221 e dunque mai qualcosa che la filosofia possa prendere e mettere in
TF 76 [Bd. I, 81]
TF 77 [Bd. I, 82]
213 DN 100 [115]
214 TF 78 [Bd. I, 83]
215 TF 77 [Bd. I, 82]
216 ICDF 41 [24]
217 DI 262 [261]
218 TF 201-202 [Bd. I, 211-212]
219 TF 202 [Bd. I, 212]
220 TF 356 [Bd. 2, 159]
221 PC 15 [16]
211
212
63
tasca.222 Se è evidente da un lato che, con il concetto filosofico della verità, Adorno
intenda qualcosa di assai diverso dal concetto di verità di cui fanno uso le scienze
naturali ‒ le quali, lo ricordiamo, sono volte principalmente non all’espressione, ma
alla manipolazione ‒ risulta anche piuttosto chiaro come tale accezione del termine
“verità” sia usata per descrivere un ambito che somiglia molto a quello che
Wittgenstein nel Tractatus tratteggia come proprio del senso;223 è questo l’ambito di
ciò che ha valore ed ha valore perché riguarda il singolo, la sua esperienza particolare,
quella sorta di ricchezza che costituisce propriamente la sua vita e che dunque non si
lascia trattare come cosa tra cose, fatto tra fatti. 224 Sia Wittgenstein che Adorno sono
allora concordi nel ritenere che la filosofia debba guardare alle cose con uno sguardo
diverso da quello scientifico; è questo uno sguardo che, a differenza del primo, che nel
tentativo di cogliere l’essenza delle cose non fa altro che imprimere su di esse
quell’essenza falsa che risponde alle proprie esigenze di controllo, lascia essere tutto
così com’è. La via d’accesso ad una tale prospettiva altra, a quell’atteggiamento che
Adorno chiama “mimetico”, si ottiene mediante quel passaggio dalla spiegazione alla
descrizione, di cui Wittgenstein nelle Ricerche ha sottolineato la necessità225.
2. Filosofia e sistema
La filosofia non deve ricondurre ad un sistema prefabbricato di categorie tutto ciò
che le si trova dinnanzi, ma deve piuttosto mantenersi aperta nei confronti di quanto
le si presenta nell’esperienza. Ciò implica per Adorno, l’abbandono di quella pretesa
«La filosofia è veramente e nel senso più rigoroso la forma della coscienza che non tiene affatto e in
nessun modo in pugno la verità. E solo chi si persuade di questo, chi è profondamente convinto del
fatto che proprio ciò di cui si tratta, le conoscenze, sono appunto le conoscenze che non stanno scritte
nere su bianco e si possono portare tranquillamente a casa, solo chi ha capito questo dovrebbe
occuparsi di filosofia» (TF 107 [Bd. I, 112]).
223 Se da un lato è stato lo stesso Adorno ad escludere che la filosofia coincida con il «problema del
senso» nella sua accezione tradizionale, è anche vero però che con tale affermazione egli non intendeva
in alcun modo negare la capacità della filosofia di dare senso alla realtà, ma semplicemente frenare
l’illusione che la realtà celi in sé un senso che sarebbe compito della filosofia scoprire. È importante
ovviamente tenere a mente il modo in cui la filosofia sviluppa questa sua facoltà: non si tratta infatti di
conferire alla realtà un senso positivo che metta a tacere tutto ciò che lo contraddice, quanto piuttosto
di far emergere il senso della realtà dalle sempre nuove configurazioni che i suoi elementi ‒ di per sé
isolati e privi di senso ‒ acquistano per mezzo dell’esposizione linguistica. (Cfr. ADF pp. 48-49)
224 Cfr. TF 173 [Bd. I, 181]
225 Cfr. RF 109
222
64
di sistematicità che aveva caratterizzato i sistemi idealistici.226 Come sistemi chiusi,
essi pretendevano di catturare l’infinito attraverso un sistema finito di categorie
scontrandosi inevitabilmente con quell’antinomia tra totalità e infinità che aveva
l’esito di rendere finita la stessa filosofia.227
Se si vuole che il sistema sia effettivamente chiuso, che non tolleri niente al di là del
suo circolo magico, allora in quanto infinità positiva diventa finito, statico, per quanto
lo si concepisca dinamicamente. Che si sostenga da sé, cosa che Hegel vantava del
proprio, lo fa morire. I sistemi chiusi, detto volgarmente, sono fertig, rovinati.228
Nella loro furia di racchiudere in sé la totalità del reale, i sistemi finivano
inevitabilmente per violentare quell’oggettività alla quale si riferivano; essi infatti,
potevano raccogliere il molteplice al di sotto delle proprie categorie solo al costo di
espellerne tutte le determinazioni qualitative: la molteplicità veniva integrata
all’interno del sistema a patto di essere stata prima disintegrata dalla razionalità.
Proprio per questo loro carattere dispotico e repressivo, i sistemi erano già di per sé
condannati alla non verità: essi infatti non aprivano le porte all’oggetto, ma vi
proiettavano sopra l’ombra di un pensiero che avvolgeva l’oggetto fino a strozzarlo.229
Il sistema, forma espositiva di una totalità a cui nulla resta esterno, assolutizza il
pensiero di fronte a ciascuno dei suoi contenuti e sublima il contenuto nel pensiero: è
idealistico ancor prima di ogni argomentazione a favore dell’idealismo.230
I sistemi presentavano come un in sé qualcosa che in verità era stato posto dalla
ragione; una ragione paradossale, che quanto più si avvicinava al reale per
comprenderlo, tanto più inevitabilmente se ne allontanava; essa infatti, per affermarsi
come sistema, non conosceva altro modo che quello di fagocitare il reale dopo averlo
assoggettato al principio di identità, costringendolo dunque in un impianto in cui esso
non poteva più riconoscersi. L’ordine imposto dal sistema era il prodotto di quella
Cfr. DN 20-28 [39];
Cfr. DN 26-28 [36-39]; VND 114-128
228 DN 26-27 [37-38]
229 Nella Terminologia filosofica, Adorno, con quell’attenzione che gli è tipica verso il mondo
dell’infanzia, non manca di istituire un insolito paragone tra i sistemi e la «regina di Biancaneve, che
non può assolutamente sopportare l’idea che al di là delle montagne, presso i sette nani, ci sia una
fanciulla che è più bella di lei ‒ anche se è solo una povera ragazza». Per Adorno la favola di Biancaneve
contiene in nuce la preistoria del pensiero sistematico e totalitario. (TF 458 [Bd. II, 264])
230 DN 24 [35]
226
227
65
medesima ragione malata da cui avrebbe poi preso origine il pensiero formale, quel
pensiero che nel tentativo di conoscere il contenuto si stacca da esso e
riconducendolo a grandezze astratte finisce immancabilmente per perderlo. Se il
sistema idealistico proietta sulle cose un’unità e un’univocità che a queste non
appartengono ‒ perché sono solo il frutto dell’azione repressiva del pensiero ‒ esso
ha però il pregio, rispetto alle procedure proprie della scienza, di ricordare
legittimamente quell’«affinità reciproca degli oggetti che il bisogno scientifico di
ordine considera tabù, per poi far posto al surrogato dei suoi schemi»;231 Adorno è
infatti dell’dea che «la comunicazione degli oggetti» presupposta dalla forma del
sistema, sia «la traccia della determinatezza degli oggetti in sé»; l’oggetto non è
«l’atomo conformato dalla logica classificante», ma piuttosto elemento in relazione ad
altri elementi. Che la filosofia debba rinunciare alla pretesa di sistematicità, non
implica allora che essa debba rinunciare a descrivere i suoi oggetti all’interno del loro
sistema di riferimento; questo è anzi proprio ciò che essa deve fare: non più imporre
un sistema a cui ricondurre i suoi oggetti, ma piuttosto comprendere gli oggetti
all’interno del sistema di relazioni che gli è proprio.
Comprendere una cosa stessa, non semplicemente inserirla o riportarla al sistema di
riferimento, non è altro che cogliere il singolo momento nella sua relazione immanente
con altri. Un siffatto antisoggettivismo si agita sotto l’involucro frusciante
dell’idealismo assoluto nell’inclinazione a schiudere le cose da trattare, ricorrendo a
come sono divenute. La concezione del sistema ricorda, in figura capovolta, la coerenza
del non identico, violata proprio dalla sistematicità deduttiva.232
La filosofia ha il compito di portare ad espressione l’intima connessione e la forte
interdipendenza degli oggetti tra loro. Per farlo non deve né erigere sistemi, né
«essere esaustiva secondo l’uso scientifico», riducendo «i fenomeni a un minimo di
proposizioni»;233 essa deve piuttosto aprirsi a ciò che le si presenta nell’esperienza
rapportandosi ai fenomeni «disarmata»234. L’esaustività non si addice alla filosofia
perché la completezza a cui essa aspira non è, né può essere di tipo quantitativo;235 il
primo ad averlo intuito, per Adorno, è stato Kant 236; a parere del filosofo
DN 25 [36]
DN 25 [36]
233 DN 14 [24]
234 DN 20 [31]
235 Cfr. VND 113
236 Cfr. Kant 1787
231
232
66
francofortese, nella dottrina kantiana del blocco e nella teoria dell’inconoscibilità
della cosa in sé, è già possibile riconoscere un confuso presentimento 237 del fatto che
le scienze della natura non sono in grado di dirci l’ultima parola sulla natura
medesima. Kant avrebbe presentito che quanto più noi ci avviciniamo alla natura nel
tentativo di catturarla tramite le nostre reti categoriali, tanto più essa finisce per
sfuggirci e per divenirci estranea; tra le pagine della Critica si celerebbe quindi il
duplice riconoscimento che: a) quanto noi catturiamo tramite le nostre categorie non
è in realtà quanto noi pensiamo di aver catturato; b) la nostra conoscenza è già
preformata da quel bisogno di dominare la natura che fa sì che si conosca solo quanto
si può dominare. Sebbene Kant ha insistito, proprio come i positivisti, tanto sulla
finitezza della conoscenza, quanto sul rifiuto della metafisica, la sua posizione è, per
Adorno, del tutto diversa da quella del Positivismo: la dottrina del blocco, infatti,
esprime ancora quel lutto della conoscenza che il Positivismo ha invece rimosso del
tutto: quel sentimento di perdita che colpisce inevitabilmente il soggetto nel
momento in cui esso si accorge che quanto più si avvicina all’oggetto per farlo suo,
tanto più questo gli si rivela estraneo sfuggendogli inesorabilmente. Rispetto al
Positivismo, Kant si rifiuta di portare il pensiero alle sue estreme conseguenze: se da
un lato afferma l’inconoscibilità del noumeno, non per questo lo bandisce a favore del
fenomeno; questa incoerenza del suo atteggiamento, che può suggerire l’impressione
che si abbia a che fare con un pensatore titubante ed indeciso, è piuttosto il suo punto
di forza: essa infatti evita che venga instaurata quell’assoluta identità tra mondo e
pensiero che segnerà poi il fallimento dei sistemi idealistici e la non verità del
Positivismo. A Kant, Adorno riconosce precisamente quanto invece nega a
Wittgenstein: di aver quanto meno tentato di esprimere l’inesprimibile; Kant ha
cercato di tenere fermo il progetto della filosofia di comprendere il tutto, mostrando
che l’unico modo che rimane al pensiero per riuscire nella sua impresa è quello di
comprendere che il tutto in definitiva non può essere compreso. Il valore della
filosofia di Kant sarebbe quindi racchiuso, per Adorno, proprio nelle fratture e nelle
antinomie immanenti al suo pensiero; un pensiero che giustamente avrebbe rifiutato
l’esaustività come criterio di verità. 238
Questo confuso presentimento è per Adorno qualcosa come un’«esperienza metafisica»
(metaphysische Erfahrung) che Kant avrebbe fatto senza esserne peraltro consapevole. (Cfr. KKRV
266)
238 Per tutte le osservazioni contenute in questo paragrafo vedi KKRV 258-273.
237
67
3. Filosofia ed esperienza
Alla pretesa di sistematicità imperante nella filosofia, Adorno contrappone
l’esigenza di un pensiero aperto che lungi dal ricondurre la molteplicità al di sotto di
un numero finito di categorie, si consegni piuttosto ad essa priva di garanzie e riserve.
È questo il progetto di una filosofia che sia rivolta realmente alle cose e non sempre e
solo alla loro astrazione nel concetto; una filosofia che, sottrattasi alla tentazione di
tessere da sé ogni contenuto, si immerga effettivamente nei fenomeni lasciandoli
parlare. Per Adorno, solo una tale trasformazione qualitativa, può fare assumere
davvero alla filosofia quel carattere di infinitezza che le rimane altrimenti
necessariamente precluso.
Il contenuto filosofico si può afferrare solo là dove la filosofia non lo impone. È da
abbandonare l’illusione che essa possa imprigionare l’essenza dentro la finitezza delle
sue determinazioni. […] La filosofia tradizionale crede di possedere il suo oggetto come
infinito e diventa così, come filosofia, finita e conclusa. Una filosofia trasformata
dovrebbe cassare quella pretesa, non convincere più sé e altri che essa disponga
dell’infinito. Ma potrebbe diventare invece, debolmente intesa, anch’essa infinita nella
misura in cui rifiuta di fissarsi in un corpus di teoremi enumerabili. Il suo contenuto
potrebbe averlo nella molteplicità di oggetti non conformata da schema alcuno, che le
s’impongono o che essa cerca; a essi potrebbe abbandonarsi veramente, se non li
usasse come specchio in cui vedere ancora una volta se stessa, scambiando il suo
riflesso con la concrezione. Essa non sarebbe altro che l’esperienza piena, integrale nel
medium della riflessione concettuale.239
Il progetto di Adorno è quello di una filosofia come «esperienza spirituale»: una
filosofia che rivolgendosi realmente all’esperienza, per descriverla ed interpretarla,
venga a fare tutt’uno con essa; quanto la filosofia deve descrivere non ha nulla a che
spartire con il comune concetto di esperienza, perché la nozione di dato sensibile, che
per quest’ultimo è canonica, qui non ha invece alcun peso; si ha a che fare, piuttosto,
con un’esperienza già mediata spiritualmente, in cui lo spirito ‒ sceverato dalle sue
componenti idealistiche ‒ non si limita a registrare dei semplici fatti, ma supera
l’immediatezza dell’esperienza sensibile nel mentre che riflette su di essa. Tanto
Adorno quanto Wittgenstein sono concordi nell’affermare che la filosofia non deve
essere descrizione di fatti, ma deve piuttosto tentare di descrivere quelle esperienze
originarie che ciascuno fa del mondo che sono qualcosa di più di un semplice dato
239
DN 14-15 [25-25]
68
d’esperienza. Nella sua Conferenza sull’etica, Wittgenstein, per illustrare cosa egli
intenda per valore etico, richiama l’attenzione su tre differenti esperienze che a suo
parere presentano la medesima caratteristica di «possedere, in un certo senso, un
valore intrinseco, assoluto» 240 tale, da far sì che esse siano valide comunque stiano le
cose: a) l’esperienza di meraviglia per l’esistenza del mondo, ovvero «l’esperienza di
vedere il mondo come un miracolo»; b) l’esperienza di sentirsi assolutamente al
sicuro; c) l’esperienza di sentirsi colpevoli. 241 È chiaro, egli afferma, che qui non
abbiamo in alcun modo a che fare con asserzioni di fatti, di esperienze nel senso
scientifico del termine, ma piuttosto, con espressioni che la scienza si limiterebbe a
rifiutare come insensate. A parere di Wittgenstein, però, queste espressioni non sono
insensate perché non si è ancora trovata la loro espressione corretta, ma piuttosto
perché la loro mancanza di senso è «la loro essenza peculiare»; esse infatti sono
insensate solo agli occhi della scienza e semplicemente perché «il modo scientifico di
guardare un fatto non è il modo di guardarlo come un miracolo».242 Queste
formulazioni non sono altro che un tentativo di dare espressione a quanto la scienza,
con tutte le sue teorie e spiegazioni, non è in alcun modo in grado di esprimere, e
dunque un modo di esprimere quell’inesprimibile che rimane tale solo finché non
viene abbandonata la pretesa di far aderire la filosofia ai canoni ed ai metodi della
scienza e ci si ostina ad usare quest’ultima come norma esclusiva di descrizione del
mondo.243 Il balbettio, a cui, a detta di entrambi gli autori si riduce il tentativo della
filosofia di esprimere l’inesprimibile, lungi dall’essere l’indice della sua impossibilità,
è semmai la forma attraverso la quale esso riesce a trovare propriamente
espressione.244
Poiché una ragione sana è una ragione in cui i due momenti della quantità e della
qualità si compenetrano e si integrano l’un l’altro, come «esperienza spirituale» la
filosofia deve essere in grado di rendere conto di quel momento qualitativo della
ragione che le procedure scientifiche, con la loro tendenza alla quantificazione,
sopprimono inesorabilmente.
LC p. 16
LC pp. 12-17
242 LC p. 17
243 Cfr. LC p. 18
244 Se Adorno scrive che tutta la filosofia, come tentativo di dire ciò che dire non si può, è propriamente
solo un infinito balbettio (cfr. KKRV 271), Wittgenstein d’altro canto riconosce questa caratteristica
alla sua stessa produzione; scrive infatti: «quel che voglio esprimere lo esprimo sempre e solo “a
metà”! Anzi, neppure tanto, forse riesco a esprimerne solo la decima parte. Questo vorrà pur dire
qualcosa. Il mio scrivere è spesso solo un “balbettare”». (VB 47)
240
241
69
Abbandonarsi all’oggetto equivale a rendere giustizia ai suoi momenti qualitativi.
L’oggettivazione scientifica, seguendo la tendenza alla quantificazione di tutta la
scienza a partire da Decartes, tende a escludere le qualità, a trasformarle in proprietà
misurabili. La stessa razionalità viene sempre più assimilata more matematico alla
capacità di quantificare. Sebbene ciò tenga esattamente conto del primato della
trionfante scienza della natura, non è riposto nel concetto di ratio in sé. Non in ultimo
essa è abbagliata, perché si chiude ai momenti qualitativi, a loro volta razionalmente
pensabili. La ratio non è soltanto synagoge, ascesa dai fenomeni dispersi al loro
concetto di genere. Altrettanto essa esige la facoltà di differenziare. Senza di essa la
funzione sintetica del pensiero, l’unificazione astrattiva, non sarebbe possibile: mettere
insieme l’uguale significa necessariamente separarlo dal diseguale. Ma questo è il
qualitativo; il pensiero che non lo pensa è già castrato e in disaccordo con sé. 245
Un pensiero che renda conto delle qualità non può fare a meno, per Adorno, di quel
momento irrazionale o mimetico che è essenziale alla ragione tanto quanto il suo
momento razionale.246 Il momento mimetico, per mezzo del quale la coscienza si
rende simile all’altro da sé al fine di conoscerlo, è momento integrale della verità.
Grazie alla mimesi, il pensiero riesce a sostituire all’identificazione della cosa operata
dal concetto, quell’identificazione con la cosa che sola permetterà ad esso di
dischiuderla e farla parlare.
DN 40-41 [53]
Sul concetto di “mimesi” in Adorno vedi: TE 72-77 [86-90]; DI 18, 195-201 [27, 188-196] DN 16, 4244 [54-57]; VND 129-143; TSH 74 [285].
245
246
70
PARTE SECONDA
La cura del linguaggio
Il filosofo tratta una questione; come una malattia (RF 255)
71
CAPITOLO PRIMO
Wittgenstein e la grammatica
1. «Nel mio libro ho proceduto ancora in modo dogmatico»
Come già abbiamo visto, nelle Ricerche Wittgenstein si oppone recisamente a
quell’idea, da lui bollata come “metafisica”, secondo la quale all’indagine
logico/grammaticale che caratterizza la ricerca filosofica competerebbe una
particolare profondità; secondo questa idea la logica deterrebbe un significato
universale e starebbe, per così dire, a fondamento di tutte le scienze: essa, infatti,
indagherebbe l’essenza di tutte le cose, laddove la scienza naturale si limiterebbe
invece a studiare ciò che effettivamente accade. 247 Certo, l’idea che vi sia una essenza
del linguaggio, e che il compito del filosofo consista precisamente nel riportare alla
luce questa essenza nascosta, è il pensiero che, in un certo senso fa da sfondo a tutta
la prima opera di Wittgenstein248, ed è noto che il bersaglio polemico di gran parte
delle annotazioni contenute nelle Ricerche sia in primis proprio l’autore del Tractatus;
ciò che impegna Wittgenstein a partire dal 1929 ‒ data che segna ad un tempo il suo
ritorno a Cambridge ed alla filosofia ‒ è proprio una revisione ed una critica costante
dei pensieri contenuti nel Tractatus. L’autore delle Ricerche è convinto che l’idea che
aveva guidato le riflessioni del Tractatus sia la superstizione da cui ora ci si deve
liberare: la superstizione che vi sia una forma logica, un’essenza del linguaggio; la
superstizione quindi, che il linguaggio funzioni sempre in un unico modo e che il
compito del filosofo consista precisamente nello spiegare tale funzionamento. Il modo
di procedere del Tractatus è ancora affetto, dunque, dal medesimo atteggiamento
Cfr. RF 89
Si veda a questo proposito quanto Wittgenstein annota nei Quaderni 1914-1916 in data 22.1.15:
«Tutto il mio compito consiste nello spiegar l’essenza della proposizione. Vale a dire, nel dar l’essenza
di tutti i fatti la cui immagine è la proposizione. Nel dar l’essenza d’ogni essere».
247
248
72
dogmatico che pretenderebbe di smascherare; Wittgenstein ritiene che tale
atteggiamento possa essere giustificato solo dal fatto che tramite esso gli è stato
possibile fissare qualcosa che riusciva faticosamente ad intravedere senza essere
peraltro ancora in grado di metterlo a fuoco. In una conversazione avuta con
Waismann nel 1931, Wittgenstein, riesaminando i «gravi errori» 249 commessi nel suo
primo libro, si trova ad ammettere:
Nel mio libro ho proceduto ancora in modo dogmatico. Questo procedimento è
legittimo solo se si tratta di fissare per così dire la fisionomia di quello che si riesce
appena, faticosamente, a riconoscere, e questa è la mia giustificazione. Da lontano
vedevo qualcosa in modo molto indeterminato e ne volevo estrarre tutto il possibile.
Ma una seconda infusione di tesi di questo genere non è più legittima.250
Il ritorno alla filosofia deve quindi, innanzitutto, segnare l’abbandono di questa
forma residuale di dogmatismo. Per il Wittgenstein delle Ricerche, la superstizione
che opera sullo sfondo del Tractatus non é molto diversa da quella che opera in
ambito scientifico: essa infatti induce a sublimare la logica, a scorgere nella
proposizione qualcosa di assolutamente singolare, ed a concepire, di questo passo,
l’essenza del linguaggio e della proposizione, come qualcosa che,
se oggi ci è
nascosto, un domani potrebbe però, grazie a nuove ricerche, essere definitivamente
scoperto.251 Oltre ad un errore per così dire “formale”, che consiste nell’aver conferito
al tutto un aspetto dogmatico, vi è quindi un errore ben più grave che Wittgenstein
sente di aver commesso nello scrivere il Tractatus, errore che interessa non tanto la
forma, quanto il contenuto, infatti:
Ad una presentazione dogmatica si può rimproverare anzitutto di essere in una certa
misura arrogante. Ma questo non è ancora la cosa peggiore. È molto più pericoloso un
altro errore che permea anche tutto il mio libro ed è la concezione secondo cui vi
sarebbero domande alle quali si troverà una risposta in seguito. Non si ha il risultato
ma si pensa di avere la strada che conduce ad esso. […] Mi sono staccato da questo
errore solo negli ultimi anni. Nel manoscritto del mio libro ho scritto a suo tempo (ma
non l’ho fatto stampare nel trattato): Le soluzioni dei problemi filosofici non devono
Cfr. RF p. 4
WWK p. 173
251 «‘L’essenza ci è nascosta’: questa è la forma che ora assume il nostro problema. Chiediamo: «Che
cos’è il linguaggio?» «Che cos’è la proposizione?» E la risposta a queste domande dev’essere data una
volta per tutte; e indipendentemente da ogni esperienza futura» (RF 92).
249
250
73
mai sorprendere. Nella filosofia non si può scoprire nulla. Ma io stesso non lo avevo
ancora compreso abbastanza chiaramente e ho peccato a riguardo.252
L’indagine sulla natura della logica a cui Wittgenstein si dedica nel Tractatus, è
quindi affetta dalla stessa illusione su cui si fonda la scienza, l’illusione per la quale:
«si crede di star continuamente seguendo la natura, ma in realtà non si seguono che i
contorni della forma attraverso cui la guardiamo». 253 Non solo l’autore del Tractatus
è ancora vittima della medesima illusione che vorrebbe smascherare, ma tale
illusione, traslata in ambito filosofico assume dei contorni particolari, dei tratti in un
certo senso “metafisici”: da un lato, infatti, la logica viene considerata alla stregua di
una scienza, e viene persa così di vista quella differenza che si voleva invece
salvaguardare, ma dall’altro essa si trasforma addirittura, nelle pagine dell’autore, in
una sorta super-scienza, la quale starebbe a fondamento di tutte le altre. Nel
Tractatus:
Il pensiero è avvolto da un’aureola. – La sua essenza, la logica, rappresenta un ordine, e
precisamente l’ordine a priori del mondo, vale a dire l’ordine delle possibilità che
devono essere comuni al mondo e al pensiero. Ma quest’ordine dev’essere, pare,
estremamente semplice. È anteriore ad ogni esperienza; deve compenetrare tutta
l’esperienza, e, a sua volta, non deve venir contaminato da oscurità o incertezze di
natura empirica. – Dev’essere anzi di cristallo purissimo. Ma questo cristallo non si
presenta come un’astrazione; ma come qualcosa di concreto, anzi come la cosa più
concreta, per così dire, la più dura (Tractatus logico-philosophicus, 5.5563).254
Wittgenstein si rende conto che l’impostazione del Tractatus è forviante; le
intuizioni che stanno alla base del libro sono corrette, ma a non essere corretto è
l’argomento mediante il quale esse vengono introdotte: si presuppone ad esempio che
l’analisi logica del linguaggio debba pervenire a delle proposizioni elementari dando
per scontato che tali proposizioni vi siano; esse però vengono date per scontate non
in virtù del loro essere a priori, nozione che sarebbe coerente con l’affermazione
dell’apriorità della logica, ma piuttosto perché si crede che, se anche oggi non siamo
in grado di fornire esempi di proposizioni elementari, un giorno potremmo però
esserlo. In tal modo la determinazione di ciò che si intende mediante la nozione di
“proposizione elementare” viene fatta dipendere da qualcosa che si potrà forse
WWK pp. 171-172
RF 114
254 RF 97
252
253
74
scoprire in futuro, contravvenendo così al principio secondo il quale «in logica non
possono mai esservi sorprese»255 e trattando di conseguenza la logica come se fosse
una scienza empirica. Il superamento del dogmatismo «in cui si cade così facilmente
facendo filosofia»256, comporta quindi innanzi tutto l’abbandono definitivo di:
quella concezione sbagliata secondo cui saremmo in grado di scoprire qualcosa che
oggi non vediamo ancora, di trovare qualcosa di nuovo. Questo è un errore. In realtà
noi abbiamo già tutto e lo abbiamo attualmente, non abbiamo alcun bisogno di
aspettare. Ci muoviamo nell’ambito della grammatica del nostro linguaggio comune e
tale grammatica c’è già. Quindi abbiamo già tutto e non abbiamo bisogno di aspettare il
futuro.257
Se dunque nel Tractatus, sono già presenti molti dei temi che ritroveremo poi nelle
Ricerche, è anche vero che là, forse, il pensiero di Wittgenstein non è ancora
abbastanza maturo per essi. Involontariamente infatti, nella prima formulazione di
quella che può essere vista come “la sua filosofia”, Wittgenstein si ritrova ad essere
infedele ai suoi stessi principi, principi che ora, se si tratta di tornare alla filosofia,
vanno assunti fino in fondo e condotti fino alle loro estreme conseguenze. Prendere
sul serio il Tractatus significa innanzi tutto riconoscere che la nozione di forma logica
non è più sostenibile così come nel libro era stata formulata.
2. Dalla forma logica alla grammatica
Per il Tractatus ogni proposizione era, come noto, immagine della realtà. Nel
tentativo di dare una giustificazione di come la proposizione potesse essere immagine
ed essere dunque connessa con la realtà, Wittgenstein era giunto alla conclusione che,
per poter rappresentare correttamente o falsamente la realtà,
la proposizione
dovesse avere qualcosa in comune con essa ed aveva individuato questo qualcosa
precisamente nella forma di raffigurazione propria dell’immagine258; «l’immagine»,
infatti, «può raffigurare ogni realtà della quale ha la forma. L’immagine spaziale, tutto
T 6.1251
RF 131
257 WWK p. 172
258 «La forma di raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una con l’altra nella stessa relazione
che gli elementi dell’immagine» (T 2.151)
255
256
75
lo spaziale; la cromatica, tutto il cromatico; etc.». 259 Vi sono dunque differenti forme
di raffigurazione, ognuna delle quali rappresenta la realtà nel modo che le è peculiare,
ma «ciò che ogni immagine, di qualunque forma essa sia, deve avere in comune con la
realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente ‒, è la forma logica, ossia
la forma della realtà».260 La forma logica viene ad essere tanto ciò che è comune
all’immagine ed alla realtà, quanto ciò che è comune ad ogni forma di raffigurazione;
essa eredita dunque il ruolo che storicamente è stato assegnato alla nozione di
essenza ed in essa Wittgenstein riconosce precisamente «l’essenza incomparabile del
linguaggio», quell’essenza quindi a cui mira l’analisi logica del linguaggio così come è
stata elaborata nel Tractatus.
Per Wittgenstein, riconoscere i «gravi errori» presenti nel Tractatus significa
innanzi tutto riconoscere: «che ciò che chiamiamo «proposizione», «linguaggio», non
è quell’unità formale che immaginavo, ma una famiglia di costrutti più o meno
imparentati l’uno con l’altro.»261 Ma, si domanda Wittgenstein, se non c’è qualcosa che
sia il linguaggio, se propriamente non vi è qualcosa che sia l’essenza del linguaggio e
se dunque la nozione stessa di forma logica viene fatta saltare, «che ne è allora della
logica? Qui il suo rigore sembra dissolversi. – Ma in questo caso essa non svanisce del
tutto? – Come può infatti la logica perdere il suo rigore?»; in realtà, conclude
Wittgenstein, a dover svanire non è la logica, ma «il pregiudizio della purezza
cristallina»262, quell’idea quindi, che esista qualcosa come «l’essenza incomparabile
del linguaggio» e che lo scopo dell’analisi logica consista nel portare alla luce questa
essenza nascosta. A doversi dissolvere è quindi quella domanda che nel chiedere «che
cos’è il linguaggio?» «che cos’è la proposizione?» pensa di poter ottenere una risposta
cercando «qualcosa che sta sotto la superficie. Qualcosa che sta all’interno, che
possiamo vedere se penetriamo la cosa con lo sguardo, e che un’analisi deve portare
alla superficie».263 Se il dissolversi di questa domanda porta sicuramente con sé la
nozione di forma logica, non vale lo stesso per la logica in quanto tale. Il “pregiudizio
della purezza cristallina” svanisce, infatti, scrive Wittgenstein, «facendo rotare tutte
quante le nostre considerazioni», e riconoscendo quindi che quella che nel Tractatus
gli appariva come la purezza cristallina della logica in realtà non gli si era «affatto
T 2.171
T 2.18
261 RF 108
262 RF 108
263 RF 92
259
260
76
data come un risultato», ma era bensì, nient’altro che «un’esigenza». 264 A Wittgenstein
appare ora chiaro che la logica sia tutt’altro che «una lastra di ghiaccio dove manca
l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali», ma sia piuttosto
paragonabile ad un «terreno scabro», dove l’attrito, se da un lato ne compromette la
purezza, dall’altro ci permette quanto meno di camminare 265. Se nel Tractatus
Wittgenstein era ancora convinto che il linguaggio travestisse il pensiero, e che lo
travestisse in modo tale che «dalla forma esteriore dell’abito» non si potesse «inferire
la forma del pensiero rivestito»266, egli si rende ora conto che al di sotto dell’abito non
vi è proprio alcuna forma da mettere a nudo, perché tutto ciò che c’è da vedere fa già
bella mostra di sé attraverso il vestito. «Rotare tutte quante le nostre considerazioni»
comporta una presa d’atto del fatto che «la filosofia della logica parla di proposizioni
e di parole in un senso per nulla diverso da quello in cui ne parliamo nella vita
quotidiana», infatti quando parliamo del linguaggio «parliamo del fenomeno spaziotemporale del linguaggio; non di una non-cosa fuori dello spazio e del tempo. […] Ma
ne parliamo come parliamo dei pezzi degli scacchi quando enunciamo le regole del
giuoco, e non come quando descriviamo le loro proprietà fisiche». 267
Man mano che Wittgenstein prende consapevolezza dei limiti che condizionano il
Tractatus, il termine “grammatica” viene ad occupare sempre più stabilmente nei suoi
scritti, il posto rimasto vacante dopo l’abbandono della nozione di forma logica. Non
si tratta semplicemente dell’adozione di una nuova terminologia, ma di un vero e
proprio superamento della posizione precedente. Il riferimento alla grammatica
permette infatti di abbandonare definitivamente l’idea che il linguaggio sia qualcosa
di unico nel suo genere, che ci sia quindi «qualcosa come un’analisi ultima delle
nostre forme linguistiche, e dunque una forma completamente scomposta di
un’espressione. Cioè, che le nostre forme di espressione di uso corrente siano
essenzialmente ancora non analizzate; che vi sia in esse qualcosa di nascosto che va
portato alla luce.»268 Già a partire dalle lezioni del 1930-32, Wittgenstein si rende
conto che riconoscere il ruolo rivestito dalla grammatica fa tutt’uno col
riconoscimento della molteplicità del linguaggio, in quanto «la molteplicità del
linguaggio è data dalla grammatica»; è infatti ad essa che spetta fissare le regole per
Cfr. RF 107
Cfr. RF 107
266 Cfr. T 4.002
267 RF 108
268 RF 91
264
265
77
l’uso di una certa parola, poiché è essa che «ci consente con il linguaggio di fare alcune
cose e non altre».269 Se da un lato la grammatica «fissa il grado di libertà» essa lascia
però al linguaggio il grado di libertà necessario: il linguaggio infatti, non è fissato
ovunque da regole;270 Wittgenstein abbandona molto presto l’idea del linguaggio
come di un calcolo delimitato ovunque da regole, che aveva guidato le sue riflessioni
all’inizio degli anni Trenta e secondo la quale operare con le parole del linguaggio
sarebbe lo stesso che operare con il segno del calcolo;271 egli si rende conto che come
nei giochi le regole vi sono, ma non predeterminano in toto lo svolgimento del gioco,
così nel linguaggio le regole che pure vi sono, sono tali da non delimitare
completamente l’applicazione di una parola. Una regola infatti «sta lì, come un
indicatore stradale»272 e «l’indicatore stradale è a posto, ‒ se, in circostanze normali,
adempie al suo scopo»; 273 ciò significa che, così come noi generalmente seguiamo un
segnale senza domandarci in che modo lo dobbiamo seguire, senza quindi che sorga
in noi il dubbio se, ad esempio, seguirlo significhi andare nella direzione che esso
indica o non piuttosto nella direzione opposta, allo stesso modo noi usiamo una
parola senza sentire la previa necessità di consultare una tabella in cui siano indicate
le regole per l’uso di quella data parola. 274 Seguire le indicazioni di un segnale
stradale, così come seguire una regola, non è altro che un’abitudine che abbiamo
contratto sulla base dell’osservazione e dell’addestramento. Certo, un segnale
stradale può lasciar adito a dubbi su come debba essere seguito, ma ciò non implica
che per seguirlo io debba prima consultare, a monte, un altro cartello che mi indichi
come seguirlo; il cartello stradale io lo seguo ciecamente, così come ciecamente seguo
WL 30-32, p. 21
Cfr. RF 68, 84
271 Così si esprime Wittgenstein in una conversazione con Waismann del 1931: «Fra il modo di usare le
parole del nostro linguaggio e un calcolo non sussiste una mera analogia, anzi, posso formulare il
concetto di calcolo in modo tale che comprenda l’uso delle parole […] Quel che faccio con le parole del
linguaggio, in quanto le comprendo, è la stessa cosa che faccio con il segno del calcolo: opero con essi»
(WWK pp. 159-160). L’immagine del linguaggio come calcolo e quindi come un sistema limitato
ovunque da regole non è ancora riuscita a disancorarsi dalla superstizione che vi sia una forma logica e
quindi un’essenza immutabile del linguaggio; essa va abbandonata, perché è ancora troppo vicina alla
posizione erronea del Tractatus: tale immagine infatti presuppone che, sulla base di un presunto
sistema di regole che permetterebbe il nostro operare con il linguaggio, sia possibile predeterminare
quali siano le combinazioni linguistiche permesse e quali quelle non consentite e che sia quindi
possibile tracciare quel limite capace di separare una volta per tutte senso e nonsenso, che
Wittgenstein credeva di aver definitivamente tracciato con il Tractatus. (Cfr. WL 30-32, pp. 67-68)
272 RF 85
273 RF 87
274 Cfr. RF 53
269
270
78
una regola.275 Esiste infatti «un modo di concepire una regola che non è
un’interpretazione, ma che si manifesta , per ogni singolo caso d’applicazione, in ciò
che chiamiamo “seguire la regola” e “contravvenire ad essa”» 276: «“seguire la regola” è
una prassi»277.
Per Wittgenstein, quindi, il gioco del linguaggio non ci è reso
accessibile dal fatto che ci siano state prima dettate le regole del gioco, ma è piuttosto
un gioco che abbiamo imparato da un lato, guardando altri giocare e dall’altro
giocandolo: partecipando ai giochi che ci venivano proposti e sperimentandone a
nostra volta di nuovi.278
3. Arbitrarietà e non arbitrarietà della grammatica
È così che lentamente, passando attraverso l’esame della nozione di grammatica e
di regola, Wittgenstein giunge a formulare quella di “gioco linguistico”. Il filosofo si
rende conto che il modo di impiego del concetto di “linguaggio” è similare a quello del
concetto di “giuoco”; vi sono differenti processi che chiamiamo «giuochi»: «giuochi da
scacchiera, giuochi di carte, giuochi di palla, gare sportive, e via discorrendo» 279, ma
questo non significa che sia possibile individuare qualcosa di comune a tutto ciò che
chiamiamo «giuoco»; allo stesso modo il termine «linguaggio» non ha un unico
impiego, ma viene utilizzato per indicare fenomeni differenti, fenomeni «che sono
imparentati l’uno con l’altro in molti modi differenti. E grazie a questa parentela, o a
queste parentele, li chiamiamo tutti “linguaggi”».280 Non c’è dunque qualcosa che sia il
linguaggio, ma ci sono piuttosto differenti giochi linguistici all’interno dei quali
valgono regole differenti,
e questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi
di linguaggio, nuovi giuochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri
invecchiano e vengono dimenticati. […] Qui la parola «giuoco linguistico» è destinata a
mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una
forma di vita.281
Cfr. RF 219
RF 201; cfr. RF 198-242
277 RF 202
278 «Noi apprendiamo/insegniamo il linguaggio usandolo» (WL 30-32, p. 18)
279 RF 66
280 RF 65
281 RF 23
275
276
79
Le regole della grammatica non sono mai stabilite una volta per tutte, ma valgono
sempre e solo all’interno di un determinato gioco linguistico. Non solo è possibile
immaginare che si diano giochi linguistici differenti, ma anche che si diano
grammatiche differenti all’interno delle quali si danno regole differenti, ed anzi, a
parere di Wittgenstein, immaginare differenti giochi linguistici e differenti
grammatiche è un ottimo modo per sottrarsi al rischio di sublimare il linguaggio, e di
peccare di dogmatismo. La possibilità che si diano grammatiche differenti, rispetto
alla grammatica del nostro comune linguaggio, pone ovviamente il problema
dell’arbitrarietà della grammatica. Wittgenstein si domanda: «la grammatica è
dunque arbitraria?»282 E la sua risposta è che la grammatica del linguaggio è al tempo
stesso arbitraria e non arbitraria: arbitraria perché non può essere giustificata e non
arbitraria,
nella misura in cui non è arbitraria la determinazione delle regole della grammatica di
cui posso fare uso. La grammatica, se la si descrive per se stessa, è arbitraria; ciò che la
rende non arbitraria è il suo uso. Una parola può essere usata in un senso entro un
sistema grammaticale, in un altro senso entro un altro sistema».283
Le regole della grammatica sono arbitrarie nel senso in cui sono arbitrarie le regole di
un gioco. Possiamo stabilirle in modo differente. Ma si tratterà allora di un gioco
differente.284
Chi crede che la grammatica sia arbitraria, presuppone che essa debba essere
giustificata tramite un sistema di regole supplementare, ma un tale sistema non può
darsi, perché altrimenti necessiterebbe a sua volta di essere giustificato da un altro
sistema e così via in un regresso all’infinito. Che la grammatica non possa essere
giustificata, non comporta però per Wittgenstein una sua totale arbitrarietà, essa
infatti non viene usata dalla comunità di parlanti in maniera arbitraria: la comunità di
parlanti non è interessata a che cosa accadrebbe «se non giocassimo questo gioco», 285
e questa è, per Wittgenstein, la sola «giustificazione della grammatica» che noi
possiamo dare; tutto ciò che potremmo rispondere a chi domandasse «che cosa
WL 30-32, p. 70
WL 30-32, p. 70
284 WL 30-32, p. 81
285 Questo intende Wittgenstein quando scrive: «Le regole della grammatica si possono chiamare
“arbitrarie”, se con ciò si vuol dire che lo scopo della grammatica è soltanto quello del linguaggio» (RF
497).
282
283
80
accadrebbe se non seguissimo la grammatica, oppure se la nostra grammatica non
fosse ciò che è?» è che «se non avessimo la nostra grammatica dovremmo passare a
un’altra grammatica».286 Certo, qualcuno potrebbe essere tentato di controbattere
che «se il nostro linguaggio non avesse questa grammatica, non potrebbe esprimere
questi fatti», ma anche a questa obiezione Wittgenstein saprebbe come replicare: egli
inviterebbe l’interlocutore a domandarsi quale significato abbia nella sua
affermazione la parola «potrebbe» e l’interlocutore sarebbe in tal modo portato a
rendersi conto del fatto che il suo stesso enunciato in realtà non era altro che un
enunciato grammaticale, un enunciato quindi condizionato dalla grammatica in uso,
che ne mette in luce le caratteristiche, ma che non può in alcun modo predeterminare
quelle che potrebbero essere altre grammatiche ed altri eventi possibili. 287
4. Proposizioni empiriche e proposizioni grammaticali
Come diretta erede della nozione di forma logica, a partire dagli anni Trenta, la
grammatica assume i contorni di quanto nel Tractatus veniva a configurarsi come
indicibile: essa, infatti, è ora «ciò, che nel linguaggio esprime sé», «ciò che può essere
mostrato» e che si mostra nel linguaggio.288 Tramite questo passaggio si chiarisce
però il senso di questa impossibilità di dire e si vede come questa impossibilità
corrisponda ad una insensatezza: noi non possiamo dire la grammatica non perché
sia ineffabile e misteriosa, ma perché essa fa da sfondo ai nostri giochi linguistici. Non
ha alcun senso dire ciò che per poter dire qualcosa dobbiamo presupporre, o meglio,
può avere senso solo all’interno di un particolare gioco linguistico, solo in
determinate circostanze nelle quali ad esempio siamo chiamati a rendere conto del
perché abbiamo agito in un determinato modo: generalmente e perlopiù la
grammatica resta sullo sfondo e permette in tal modo al gioco linguistico di
funzionare. Normalmente dunque la grammatica non viene esplicitata ma si mostra
nel linguaggio e nell’uso che di esso facciamo. Rispetto all’impostazione del Tractatus,
quella delle Ricerche ha il vantaggio di far vedere come in realtà non vi sia nulla che
sia di per sé inesprimibile: ciò che rimane inespresso fa da substrato a tutto ciò che
Cfr. WL 30-32, pp. 110-111
Cfr. RF 497
288 Cfr. T 4.121, 4.1212
286
287
81
viene asserito e lungi dall’essere un misterioso x che si sottrae alla nostra facoltà di
dire, ne è piuttosto un presupposto facente parte delle tacite intese che rendono
possibile il funzionamento dei vari giochi linguistici.
Abbiamo visto che in base al Tractatus tutte le proposizioni sensate sono
proposizioni della scienza naturale, proposizioni empiriche, passibili di essere
verificate o falsificate dall’esperienza; questo fa sì che le proposizioni della logica, le
quali non rappresentano alcuna possibile situazione, vengano invece classificate
come prive di senso. Esse, scrive Wittgenstein, sono tautologie, proposizioni
analitiche che non dicono nulla.289 Tali proposizioni appartengono al simbolismo, e,
rispetto a tutte le altre proposizioni occupano una posizione speciale: si tratta infatti
di proposizioni che siamo in grado di riconoscere come vere a partire da loro stesse e
quindi indipendentemente dal confronto con la realtà, cosa invece impossibile per le
proposizioni non logiche.290 Nel loro non dire nulla, e dunque nel loro essere
tautologie, le proposizioni della logica mostrano «le proprietà formali ‒ logiche ‒ del
linguaggio, del mondo», mostrano quindi quella che Wittgenstein definisce
precisamente come la «logica del mondo». 291 Ciò significa che è il loro stesso essere
sempre vere a caratterizzare la logica, a mostrare e delineare quale aspetto abbia la
logica di cui facciamo uso. È ora importante notare che, diversamente da quanto
potrebbe sembrare, nel riconoscere i gravi errori che erano presenti nel suo primo
libro, Wittgenstein non ritratta affatto questo punto, ma piuttosto lo rielabora in
modo del tutto nuovo; anche in questo caso, infatti, il superamento della posizione
precedente viene ottenuto «facendo rotare»292 le considerazioni contenute nel
Tractatus. Il filosofo si rende conto che vi sono proposizioni che pur avendo la forma
delle proposizioni empiriche hanno il medesimo carattere tautologico delle tautologie
menzionate nel Tractatus293: si tratta infatti di proposizioni delle quali sarebbe del
Cfr. T 6.1, 6.11
Cfr. T 6.112 - 6.113
291 Cfr. T 6.12, 6.22
292 Cfr. RF 108
293 Nel § 401 di Della certezza Wittgenstein cerca di chiarire questo punto: «Voglio dire: Del
fondamento di tutto l’operare con i pensieri (con il linguaggio) fanno parte non soltanto le proposizioni
della logica, ma anche certe proposizioni che hanno la forma di proposizioni empiriche» (UG 401); ma
subito si sente costretto a correggersi: «in quest’osservazione l’espressione: “proposizioni che hanno la
forma di proposizioni empiriche” è già del tutto cattiva». Affermare che vi siano proposizioni che pur
avendo la forma di proposizioni empiriche svolgono una funzione logica infatti non farebbe altro che
riammettere quella nozione di forma logica che è oggetto di critica nelle Ricerche e di conseguenza
l’idea « che ci sia qualcosa come un’analisi ultima delle nostre forme linguistiche, e dunque una forma
completamente scomposta di un’espressione» (Cfr. UG 401-402; RF 91).
289
290
82
tutto insensato dubitare, proposizioni “sempre vere” non perché concordano
incondizionatamente con i dati di fatto, ma piuttosto perché non possono essere false.
È quindi vero che in un senso molto generale tutte le proposizioni sensate sono
proposizioni della scienza naturale, ma è anche vero che tra le proposizioni empiriche
ve ne sono alcune che «stanno fuori della strada lungo la quale procede la ricerca» 294,
che «hanno cessato di far parte del traffico» e che «per così dire, sono state deviate su
un binario morto»295. Sono queste le proposizioni che invece che venire controllate
fungono da regola di controllo per le altre proposizioni. Esse sono sempre vere non in
virtù della loro particolare struttura logica, ma piuttosto per il ruolo che svolgono
all’interno del sistema del nostro linguaggio. In un certo senso quindi, Wittgenstein
tiene ferma l’idea che le proposizioni logiche siano tautologie, ma al tempo stesso
specifica che ciò che le rende sempre vere indipendentemente dall’esperienza e
dunque da quelli che sono i fatti del mondo, non è la specificità della loro forma, ma è
piuttosto la funzione che tali proposizioni vengono a svolgere nel linguaggio; una
proposizione quindi è una proposizione logica non perché ha una forma logica, ma
bensì perché è una proposizione che all’interno del sistema delle nostre proposizioni
empiriche svolge una funzione logica del tutto particolare.296 Se le cose stanno così è
chiaro che tali proposizioni sono sempre vere non in virtù del loro contenuto di verità
(proposizioni empiriche vere) o del loro essere prive di tale contenuto (tautologie del
Tractatus), ma piuttosto perché, più semplicemente, non vengono messe in dubbio e
non vengono messe in dubbio perché, come chiarirà Wittgenstein in Della certezza, un
dubbio è possibile solo laddove qualcosa sia già stato dato per assodato. Si tratta
quindi di proposizioni che non hanno condizioni di verità, perché paradossalmente
sarebbero vere anche se si dimostrassero false; anche in un caso del genere infatti noi
non saremmo obbligati a cambiarle;297 tali enunciati, scrive Wittgenstein,
sono
fondamentali, ma «non servono come fondamenti nello stesso modo in cui vi servono
le ipotesi che, quando si dimostrano false, vengono sostituite da altre» 298; ma se le
proposizioni logiche sono vere comunque stanno le cose, allora è chiaro che il loro
stesso valore di verità è del tutto particolare: su di esse noi non ci possiamo sbagliare
Cfr. UG 88
Cfr. UG 210
296 Cfr. UG 136
297 Cfr. UG 512
298 UG 402
294
295
83
semplicemente perché da esse l’errore è stato «escluso logicamente»299. Va da sé che
affermare di tali proposizioni che siano «certamente vere»300 viene ad essere
nient’altro che un banale nonsenso; qui infatti, «l’uso di “vero o falso” ha qualcosa di
forviante, perché è come se si dicesse: “concorda o non concorda con i fatti”, e il
problema è, appunto, che cosa sia, qui, “concordanza”».301 Secondo quella che era
l’impostazione del Tractatus, la «concordanza e non-concordanza, con le possibilità
del sussistere, e non sussistere, degli stati di cose» 302 erano i criteri stessi del senso
della proposizione: una proposizione sensata era una proposizione che poteva
concordare o non concordare con lo stato di cose rappresentato; una proposizione
rappresentava uno stato di cose possibile: se aveva senso allora doveva avere senso
anche la sua negazione e viceversa. Una tautologia era priva di senso proprio perché
non stava in alcuna relazione di rappresentazione con la realtà e perché in essa «le
condizioni della concordanza con il mondo – le relazioni di rappresentazione –» si
annullavano «l’una l’altra».303 Ora Wittgenstein si rende conto che è proprio il fatto
che certe proposizioni siano state, per così dire, sottratte alle relazioni di
rappresentazione e di conseguenza al gioco del senso, a stabilire la nozione ed i criteri
della concordanza con i fatti, a mostrare, che cosa voglia dire in ultima analisi “avere
senso” e “concordare”.304 Ma allora la stessa nozione di concordanza ne risulta
sostanzialmente mutata; che una proposizione concordi incondizionatamente con il
mondo dei dati di fatto non consiste infatti in altro che in questo: «che ciò che in
questi giochi linguistici è una prova parla in favore della nostra proposizione». 305
Qualcosa vale come prova, non perché certe cose ci saltano immediatamente agli
occhi come vere, ma piuttosto perché vi è qualcosa che viene accettato come criterio
valido per discernere il vero dal falso, e dunque in ultima istanza perché vi è tutta una
«nidiata di proposizioni»306 per noi incontestabile che va a costituire «l’impalcatura di
tutte le nostre considerazioni»307.
Cfr. UG 194
Cfr. UG 197
301 UG 199
302 T 4.2
303 Cfr. T 4.462
304 Cfr. UG 203
305 UG 203
306 Cfr. UG 225
307 Cfr. UG 211
299
300
84
Le proposizioni sulle quali è stato, per così dire, impresso «il marchio
dell’incontestabilità»308 non esprimono né fatti contingenti, né fatti necessari 309, ma
piuttosto necessità logiche; se nel Tractatus queste proposizioni erano dette
insensate, occorre tuttavia riconoscere che esse sono tanto insensate quanto il
tentativo di negarle; sembra che in merito ad esse io abbia il diritto di dire: «qui non
posso sbagliarmi»310 anche qualora io fossi in errore, anche qualora io mi stessi
effettivamente sbagliando. Si tratta di proposizioni che esercitano una funzione
simile311 nel sistema dei nostri giudizi empirici: quella di fungere da paradigmi; noi
non giungiamo a queste proposizioni per mezzo di una ricerca 312 ma sono piuttosto
esse a formare il sistema sulla base del quale ci è possibile compiere delle ricerche,
effettuare controlli, dubitare di qualcosa. Ciò fa sì che abbia senso parlare di tali
proposizioni come dei «principi fondamentali della ricerca umana» 313. Wittgenstein
richiama l’attenzione sul fatto che ogni qualvolta noi ci troviamo ad affermare in
merito ad una proposizione: «questo non può essere falso», non significa che il
contenuto della proposizione sia certamente vero, che su questo punto io sia, per così
dire, infallibile; il nodo centrale del Tractatus resta fermo: noi non abbiamo alcun
potere su quelli che sono i fatti del mondo, non possiamo far sì che qualcosa accada o
non accada. Tramite questa asserzione quindi noi non stiamo condizionando gli
eventi e neppure stiamo argomentando in favore del nostro assunto, ma stiamo
piuttosto compiendo una determinazione concettuale, e lo facciamo mettendo in
primo piano quella che è la nostra immagine del mondo, quel sistema di proposizioni
che teniamo ferme perché costituiscono l’intelaiatura sulla cui base operiamo giudizi,
e distinguiamo il vero dal falso. In definitiva, infatti, scrive Wittgenstein nel paragrafo
241 delle Ricerche filosofiche: «vero e falso è ciò che gli uomini dicono; e nel linguaggio
gli uomini concordano. E questa non è una concordanza delle opinioni, ma della forma
di vita».314 Se non vi fosse una concordanza di base tra gli uomini nell’uso del
linguaggio, nulla di quanto asserito dai singoli individui potrebbe essere vero o falso,
Cfr. UG 655
Wittgenstein manterrà sempre ferma l’idea espressa nel Tractatus sulla contingenza dei fatti del
mondo: «nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene» (T 6.41) e «una necessità cogente,
per la quale qualcosa debba avvenire poiché qualcos’altro è avvenuto, non v’è. V’è solo una necessità
logica». (T 6.37)
310 Cfr. UG 663
311 Cfr. UG 137
312 Cfr. UG 138
313 Cfr. UG 670
314 RF 241
308
309
85
perché verrebbero a mancare i criteri su cui distinguere una proposizione vera da
una proposizione falsa. È da qui che si sviluppa tutta la critica di Wittgenstein nei
confronti della possibilità che si dia un linguaggio essenzialmente privato. I criteri
sulla cui base opera il linguaggio sono criteri intersoggettivi, condivisi dalla comunità
linguistica. Il linguaggio è un fatto sociale perché la sua grammatica non è acquisita
dal singolo individuo nella sua solitudine; Wittgenstein richiama l’attenzione su come
un bambino apprenda l’uso del linguaggio: il bambino impara a parlare perché cresce
tra persone che parlano, perché le osserva parlare e da queste viene addestrato a
farlo; non gli viene insegnata una grammatica, ma egli apprende piuttosto la
grammatica assieme al linguaggio, prendendo parte ai molteplici e differenti giochi
linguistici degli adulti. Giocando assieme agli adulti il gioco del linguaggio, il bambino
acquisisce una gran quantità di proposizioni tra loro connesse che vanno a costituire
il sistema della sua credenza e delle sue convinzioni: la sua immagine del mondo. Ma,
osserva Wittgenstein:
la mia immagine del mondo non ce l’ho perché ho convinto me stesso della sua
correttezza, e neanche perché sono convinto della sua correttezza. È lo sfondo che mi è
stato tramandato, sul quale distinguo tra vero e falso.
Le proposizioni che descrivono quest’immagine del mondo potrebbero appartenere a
una specie di mitologia. E la loro funzione è simile alla funzione delle regole del giuoco,
e il giuoco si può imparare anche in modo puramente pratico, senza bisogno
d’imparare regole esplicite.
Ci si potrebbe immaginare che certe proposizioni che hanno forma di proposizioni
empiriche vengano irrigidite e funzionino come una rotaia per le proposizioni
empiriche non rigide, fluide; e che questo rapporto cambi col tempo, in quanto le
proposizioni fluide si solidificano e le proposizioni rigide diventano fluide.
La mitologia può di nuovo tramutarsi in corrente, l’alveo del fiume dei pensieri può
spostarsi. Ma io faccio una distinzione tra il movimento dell’acqua nell’alveo del fiume,
e lo spostamento di quest’ultimo; anche se, tra le due cose, una distinzione netta non
c’è.
Se però qualcuno dicesse: «Dunque, anche la logica è una scienza empirica», avrebbe
torto. Ma questo è giusto: che la medesima proposizione può essere trattata, una volta,
come una proposizione da controllare con l’esperienza, un’altra come una regola di
controllo. 315
315
UG 94-98
86
Wittgenstein è ancora persuaso che le più grandi confusioni della filosofia nascano
dal fatto che generalmente noi fraintendiamo la logica del nostro linguaggio316, ma
riesce ora a precisare più chiaramente in che cosa consista questo fraintendimento:
esso consiste nel fatto che spesso noi trattiamo come proposizioni empiriche, e
dunque come proposizioni che vanno sottoposte a controllo, proposizioni che invece
nel sistema del nostro linguaggio svolgono una funzione logico-grammaticale. Ma
allora, si domanda Wittgenstein:
Che cosa significa il dire: «Non posso immaginare il contrario», oppure: «Come
sarebbe, se fosse diversamente?» […]
Naturalmente: «Non posso immaginare il contrario» non vuol dire, qui: non ho
sufficiente forza d’immaginazione. Con queste parole ci difendiamo contro qualcosa
che, ingannati dalla sua forma, scambiamo per una proposizione empirica, ma che in
realtà è una proposizione grammaticale.317
Nel lavoro di analisi il filosofo è tenuto a prestare la massima attenzione nei
confronti delle molteplici differenze che soggiacciono all’uso del linguaggio perché, a
parere di Wittgenstein, è proprio dalla nostra cecità nei confronti di queste sottili
differenze che nascono i problemi filosofici: questi ultimi hanno origine da quelle
false analogie che ci portano a credere che il linguaggio funzioni sempre e solo in un
unico modo318. Onde prevenire le confusioni ed i fraintendimenti di cui la filosofia è
tutta piena, si tratta quindi innanzitutto di riconoscere che non tutto quello che ha la
forma di una proposizione empirica è una proposizione empirica. 319
5. La dicibilit{ dell’indicibile
Come abbiamo visto, una stessa proposizione può essere usata una volta con
funzione empirica ed un’altra volta con funzione grammaticale, ma dalla sola
proposizione non ci è possibile prevedere in anticipo se essa verrà usata in un modo o
nell’altro. Se ora riprendiamo in mano il testo della Conferenza sull’etica, diviene
subito chiaro che è a questa importante differenza tra uso empirico e uso logicoCfr. T 4.003
RF 251
318 Cfr. RF 304
319 Cfr. UG 308
316
317
87
grammaticale del medesimo enunciato che Wittgenstein allude allorché afferma che
la stessa proposizione può essere usata in due sensi molto diversi: «il senso corrente,
o relativo, da una parte, e il senso etico o assoluto, dall’altra» 320. È evidente che
all’epoca della Conferenza la distinzione tra funzione empirica e funzione
grammaticale non era ancora stata elaborata da Wittgenstein, eppure ritengo che
rileggere i primi testi del filosofo alla luce delle conquiste concettuali di quelli
successivi non sia né infruttuoso né arbitrario. È lo stesso Wittgenstein infatti, a
suggerire che il richiamo alle fasi successive del suo pensiero possa essere utile per
chiarirne le riflessioni precedenti; 321 basti ricordare a questo proposito quanto egli
aveva detto a Waismann nel corso di quella conversazione del 1931 che già abbiamo
citato: in tale occasione il filosofo aveva giustificato il dogmatismo presente nel
Tractatus affermando che un tale modo di procedere gli era servito per fissare
qualcosa che gli sarebbe stato chiaro solo in seguito, ma che nel suo primo libro era
riuscito soltanto vagamente ad intravedere 322. È dunque lecito supporre che le
affermazioni dogmatiche del Tractatus possano essere adeguatamente comprese e
sceverate dal dogmatismo di cui sono affette, se combinate assieme ai risultati
ottenuti nelle opere successive; se ora infatti proviamo a rotare le sentenziose
considerazioni che Wittgenstein compie in merito all’etica e dunque al così detto
“indicibile”, facendo perno sulla nozione di uso e sulla differenza rilevata tra empiria
e grammatica, vediamo bene come tali affermazioni ci appaiano da subito sotto una
nuova luce e diventino immediatamente meno oscure e più comprensibili.
La proposizione 6.4 del Tractatus afferma che: «tutte le proposizioni sono di pari
valore». Wittgenstein ritiene che il fatto che le proposizioni abbiano pari valore e non
possano quindi «esprimere nulla di ciò che è più alto» sia la giustificazione del fatto
che non vi possano essere «proposizioni dell’etica» e che dunque l’etica non possa
formularsi. Affermare che non vi sono proposizioni dell’etica, non è però diverso dal
dire che non vi sono proposizioni della grammatica. Ed in effetti per Wittgenstein
LC pp. 7-8
Se questo è vero, è però vero anche il contrario; scrive infatti Wittgenstein nella Prefazione
dell’autore alle Ricerche filosofiche: «quattro anni fa ebbi l’occasione di rileggere il mio primo libro (il
Tractatus logico-philosophicus) e di spiegare le idee che vi sono espresse. Improvvisamente mi parve
che avrei dovuto pubblicare quei vecchi pensieri insieme coi nuovi, e che questi ultimi sarebbero stati
messi in giusta luce soltanto dalla contrapposizione col mio vecchio modo di pensare, e sullo sfondo di
esso». (RF p. 4) Pare quindi lecito pensare al pensiero di Wittgenstein come ad un unico pensiero che
di certo si evolve e si modifica, ma nel quale vi è sempre qualcosa che resta saldo e che è forse quel
medesimo bersaglio al quale egli, nelle sue ultime annotazioni, riconosce di aver «incessantemente
continuato a mirare» (Cfr. UG 387).
322 Cfr. WWK p. 173
320
321
88
proposizioni della grammatica non vi sono: dalla sola forma della proposizione noi
non possiamo sapere se quella determinata proposizione sia una proposizione
empirica o grammaticale, o meglio, non possiamo sapere se essa verrà trattata come
una proposizione da controllare con l’esperienza o se non fungerà piuttosto da regola
di controllo. Questo non significa però che sia impossibile distinguere una
proposizione empirica da una proposizione grammaticale, ed anzi imparare a
riconoscere se una proposizione stia svolgendo l’una o l’altra funzione è per
Wittgenstein della massima importanza. È quindi vero che il valore di una
proposizione non è mai contenuto nella proposizione: esso infatti sta piuttosto nel
modo in cui quella proposizione viene trattata all’interno della nostra forma di vita.
Affermare dunque che l’etica non si possa formulare non significa che tutto quanto
concerne l’ambito dell’etica non possa essere detto, che tutto quanto è importante e
rilevante per la nostra vita sia indicibile ed inesprimibile: significa piuttosto ribadire il
fatto che l’etica non è una scienza e che guardare al mondo dalla prospettiva dell’etica
non è lo stesso che guardarvi dal punto di vista scientifico. 323 Una medesima
proposizione può essere guardata da angolazioni differenti e può svolgere uffici
differenti, a seconda del ruolo che quella proposizione svolge nella mia vita. La
proposizione: «non si deve uccidere», non mi impedisce di uccidere qualcuno; come
dice Wittgenstein:
«nessuna situazione possiede, in quanto tale, quello che mi
piacerebbe chiamare il potere coercitivo di un giudice assoluto» 324; eppure, se quella
proposizione è uno dei cardini attorno al quale faccio ruotare la mia vita, se essa è
parte dello sfondo delle mie convinzioni sulla base del quale io agisco nel mondo,
allora è chiaro che in situazioni normali non compierò omicidi. Poniamo però che mi
trovi in una situazione eccezionale, che ad esempio sia di fronte ad un nemico che mi
spara contro in uno stato di guerra. In questo caso i miei commilitoni potrebbero
esortarmi ad ucciderlo ed a questo punto io potrei decidere di sparare, ma potrei
anche rispondere che «non posso farlo». È evidente che tramite una tale affermazione
io non starei affermando che vi è un impedimento fisico al mio compiere l’azione: ho
l’arma carica in pugno e nulla mi ostacola nel premere il grilletto; la mia affermazione
sarebbe un’annotazione grammaticale che porterebbe in primo piano quella che è la
mia immagine del mondo, ciò a cui io attribuisco valore e dunque quello che è il
Cfr. a questo proposito il breve saggio di R. Rhees, La conferenza di Wittgenstein sull’etica, riportato
in LC pp. 27-43.
324 LC p. 11
323
89
sistema della mia credenza. Affermare che l’etica sia trascendentale, che i fatti
espressi in una proposizione siano sempre e comunque accidentali e che ciò che li
rende non accidentali non possa essere nel mondo, ma debba trovarsi fuori di esso, in
ultima analisi non vuol dire altro se non che il valore di una proposizione non è, per
dirlo con le parole del Tractatus, una “proprietà interna” della proposizione, e non è
neppure un qualcosa che si aggiunge alla proposizione dal di fuori, ma fa piuttosto
tutt’uno con la funzione che la proposizione svolge nel linguaggio, con l’uso che di tale
proposizione viene fatto e dunque con il fatto che nella nostra forma di vita la
proposizione valga come regola di controllo per le altre proposizioni, piuttosto che
come ipotesi da controllare. La distinzione operata nel Tractatus tra ciò che può
essere detto con il linguaggio e ciò che invece nel linguaggio si mostra è ancora valida:
il valore di una proposizione infatti non è espresso dalla proposizione, ma si mostra
nel linguaggio, nella funzione che la proposizione svolge nei differenti giochi
linguistici a cui prendiamo parte. Ma questo non rende l’etica qualcosa di indicibile ed
incomunicabile; certo, non vi possono essere proposizioni dell’etica, ma vi sono però
proposizioni che nella nostra vita svolgono una funzione etica: le proposizioni che
appartengono al nostro sistema di riferimento, e che decidono della nostra
prospettiva sul mondo, del nostro modo di guardare e di giudicare quelli che sono i
fatti del mondo.
È probabile che in un senso molto generale le proposizioni che formano il sistema
della mia credenza e delle mie convinzioni possano anche non essere mai state
enunciate, di sicuro non le ho mai enunciate tutte, non ho mai avuto ragione di farlo;
mi sarà però di certo capitato di enunciarne qualcuna, perché richiesto dal gioco
linguistico che stavo giocando. 325 Per tornare all’esempio di prima, nella mia
quotidianità io non ho alcuna ragione di proferire la proposizione: «non si deve
uccidere», anche se questa è per me una proposizione fondamentale; il suo carattere
fondamentale infatti, «si mostrerà», non dal fatto che io pronuncio la proposizione,
ma piuttosto «dal modo in cui agisco e parlo delle cose», dal fatto quindi che io non
uccida nessuno e che quanto dico sia conforme alla mia convinzione che non si debba
uccidere;326 io potrei anche affermare che non si deve uccidere e nel frattempo
Come scrive Wittgenstein: «Le proposizioni che per me sono incontestabili non le imparo
esplicitamente. Posso forse trovarle in seguito, così come si trova l’asse di rotazione di un corpo
rotante. Quest’asse non è stabile nel senso che sia mantenuto stabile, ma nel senso che è il movimento
intorno ad esso a determinarne l’immobilità» (UG 152).
326 Cfr. UG 395
325
90
uccidere qualcuno; potrei addirittura pronunciare quelle parole nell’attimo stesso in
cui premo il grilletto: tra il mio pronunciare quella frase e l’atto di uccidere non vi è
alcun nesso causale che impedisca l’azione. Riecheggiano qui le parole del Tractatus:
«una necessità cogente, per la quale qualcosa debba avvenire perché qualcos’altro è
avvenuto, non v’è».327 Eppure se non vi è alcuna necessità fisica, vi è però quella che
Wittgenstein chiama «necessità logica»: tale necessità fa sì che sia quanto appartiene
alla logica a decidere cosa sia possibile e cosa non lo sia; la logica (la grammatica)
«non è l’espressione di ciò che accade, bensì di ciò che è possibile»; 328 è quindi il fatto
che la proposizione «non si deve uccidere» appartenga alla logica (alla grammatica)
del mio linguaggio a far sì che io non possa compiere omicidi329.
Se generalmente e per lo più la grammatica resta sullo sfondo delle mie azioni e dei
miei proferimenti senza essere tematizzata, non per questo non possiamo
immaginare casi in cui sia giustificato riportarla in primo piano e discuterne. Non è
certo difficile pensare a casi in cui io sia legittimato a rivedere o quanto meno a
discutere la proposizione «non si deve uccidere» e tutto l’attuale dibattito
sull’eutanasia ne è una conferma; immaginiamo ad esempio che mio figlio, vittima di
un incidente, sia rimasto in uno stato vegetativo persistente: di certo questo fatto mi
porterebbe a rivedere la mia logica, a farmi domande intorno ad essa, a cercare
risposte, a prendere decisioni. Potrei decidere di riesaminare la mia proposizione, di
rivedere i confini della sua applicazione ma da questa operazione la mia intera
immagine del mondo ne verrebbe modificata. Come metterà in evidenza Wittgenstein
in Della certezza, ogni singola proposizione logica non se ne sta isolata, ma è piuttosto
parte di un sistema «in cui le conseguenze e le premesse si sostengono
reciprocamente»330; è per questo che anche la più piccola modifica apportata alla
logica incide inevitabilmente tanto sul sistema quanto su tutte le domande e tutte le
risposte a cui il sistema è ancorato. Ma allora, se la mia logica è la prospettiva a
partire dalla quale guardo il mondo, se ogni modifica della logica modifica
necessariamente la mia immagine del mondo, anche le proposizioni finali del
Tractatus suonano assai meno paradossali: è chiaro infatti che nel modificare la logica
è il mondo stesso a divenire un altro mondo, a «crescere o decrescere in toto. Come
T 6.37
Cfr. WL 30-32, p. 26
329 «Come v’è solo una necessità logica, così v’è solo una impossibilità logica» (T 6.375).
330 Cfr. UG 142; «Non già che io possa descrivere il sistema di queste convinzioni. Ma le mie convinzioni
formano un sistema, un edificio» (UG 102).
327
328
91
per aggiunta o caduta d’un senso».331 Il mutamento di prospettiva fa sì che la totalità
del mondo assuma un aspetto nuovo. È questo il senso in cui l’etica è trascendentale:
essa, come atto di volontà «è una presa di posizione del soggetto verso il mondo» 332 e
in quanto tale, ne è, come la logica, una sua condizione.333 Se «il soggetto che pensa è
certo vana illusione», «il soggetto che vuole», invece senza alcun dubbio «c’è»334. È
questi che rende il mondo o buono o cattivo; «bene e male non interviene» infatti che
attraverso il soggetto»,335 e «”significato” le cose acquistano solo per il loro rapporto
alla mia volontà».336 È chiaro che poiché «lo sguardo dell’uomo ha questo di peculiare,
che può rendere le cose preziose»337, è sempre possibile, in linea di principio, che il
mondo dell’infelice possa diventare il mondo del felice. Come si vedrà nel prossimo
capitolo, la premessa perché ciò accada sta in una cura nei confronti del linguaggio,
che diventi un modo di prendersi cura del mondo. Si tratterà allora di prestare
attenzione innanzitutto a come vengono usati i nostri concetti; se la logica, come
l’etica, è una condizione del mondo, un intervento su di essa non potrà che portare ad
una modifica del mondo in cui viviamo; poiché «all’interno dell’impianto identificante
non si può recuperare, integrandolo, ciò che esso elimina essenzialmente» si tratterà
di «cambiare l’impianto a partire dalla conoscenza della sua imperfezione».338
Cfr. Q 5.7.16.
Q 4.11.16.
333 Cfr. Q 4.11.16.
334 Q 5.8.16.
335 Q 2.8.16.
336 Q 15.10.16
337 VB 18
338 DN 348 [380]
331
332
92
CAPITOLO SECONDO
Adorno e la dialettica
1. Una ferita curabile
All’interno della Dialettica dell’illuminismo Horkheimer e Adorno avevano cercato
di risalire agli albori della nostra ragione nel tentativo di comprendere «perché
l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo
genere di barbarie»; 339 l’esito della loro indagine era stato il riconoscimento del fatto
che la nostra ragione, lungi dall’essere il simbolo dell’emancipazione dell’uomo dalla
natura,
non
è
altro
che
autoconservazione
rinselvatichita
(verwilderte
Selbsterhaltung),340 ovvero natura dimentica di essere tale. Al fine di liberarsi dalla
natura, di emanciparsi da essa, la ragione non avrebbe fatto altro che usare contro la
natura la natura stessa ribadendo con ciò la propria naturalità; essa si sarebbe
affrancata dalla natura portandone avanti le istanze di fondo del dominio e
dell’assoggettamento. Lo strumento usato dalla nostra ragione per effettuare un
controllo sulla natura ‒ sia per sottrarsi all’imprevedibilità degli eventi naturali sia
per controllarla per scopi manipolativi ‒ viene individuato da Adorno nell’istanza
logica
della
ragione
e
più
precisamente
in
quel
pensiero
identificante
(identifizierendes Denken) o pensiero d’identità (Identitätsdenken) che non sopporta
nulla di estraneo e di diverso, nulla insomma che si sottragga alle sue leggi.
Il circolo dell’identificazione, che in fondo identifica sempre e solo se stessa, è stato
tracciato da quel pensiero che non tollera niente fuori; la sua prigionia è opera sua.
Questa razionalità totalitaria, e perciò particolare, fu dettata storicamente dalla natura
minacciosa. Questo è il suo limite. Il pensiero identificante, l’omologare ogni diseguale,
perpetua nell’angoscia la deiezione naturale. Una ragione irriflessa viene abbagliata
339
340
DI 3 [1]
DN 258-259 [285]
93
sino alla follia da tutto ciò che si sottrae al suo dominio. Per il momento la ragione è
patologica; solo il curarla sarebbe ragionevole. 341
Il circolo magico dell’identificazione è stato tracciato da quella razionalità
totalitaria che si è imposta come necessaria per sfuggire alla minaccia naturale. Si
tratta di una razionalità patologica, limitata, irriflessa, che, per sfuggire alla natura si è
costruita da sola la propria cella di sicurezza all’interno della quale trovare riparo.
Essa si è isolata dal mondo esterno e si è in tal modo resa prigioniera, ma tale
prigionia è opera sua, per cui nulla le vieta, per principio, di evadere dal carcere che si
è creata. Essa «non tollera niente fuori», ovvero omologa tutto a se stessa, identifica
tutto ciò che non le è uguale e non ammette nulla che le sia differente; così facendo,
però, non fa altro che ribadire la propria naturalità esercitando su ogni diseguale lo
stesso dominio dal quale cerca follemente di sottrarsi. Adorno ci dice che questa
ragione può essere curata, e che solo questo sarebbe davvero ragionevole. La ragione
patologica, totalitaria, è una ragione particolare, circostanziale, che si è storicamente
determinata come malata, ma che può guarire; per guarire essa non necessita di un
aiuto esterno, ma può curarsi da sé. Poiché si tratta di una ragione irriflessa, la sua
cura sta nella riflessione, nel prendere coscienza di sé come ragione particolare e
patologica, come prosecuzione del dominio naturale.
Il pensiero, nel cui meccanismo coattivo la natura si riflette e si perpetua, riflette,
proprio in virtù della sua coerenza irresistibile, anche se stesso come natura
immemore di sé, come meccanismo coattivo. Certo la facoltà rappresentativa
[Vorstellung] è solo uno strumento. Gli uomini si distanziano col pensiero dalla natura
per averla di fronte nella posizione in cui dominarla. Come la cosa, lo strumento
materiale, che si mantiene identico in situazioni diverse, e separa così il mondo ‒
caotico, multiforme e disparato ‒ da ciò che è noto, uno ed identico, il concetto è lo
strumento ideale, che si apprende a tutte le cose nel punto in cui si possono
afferrare.342
Lo strumento usato dalla ragione per separare da sé il mondo e riuscire in tal modo
a dominarlo è il concetto; per mezzo del concetto la ragione riesce a catturare la
molteplicità dispersa del reale, a classificarla e a tradurla nei suoi schemi; in tal modo
essa può portare a compimento il progetto illuministico di «dissolvere i miti e di
341
342
DN 155-156 [174]
DI 46-47 [45-46]
94
rovesciare l’immaginazione con la scienza».343 Per sottrarsi al dominio naturale, la
natura viene matematizzata, resa calcolabile e perciò stesso prevedibile. Nel compiere
questo processo però, il pensiero «arriva tuttavia a ravvisare, nella logica
dell’alternativa (coerenza e antinomia), con cui si è radicalmente emancipato dalla
natura, questa natura stessa, inconciliata ed estraniata a se stessa». 344 Il pensiero,
mettendosi di fronte alla natura per dominarla, si ritrova di fronte anche a quella
parte di sé che non è altro che natura dimentica di essere tale; in tal modo esso ha la
facoltà di prendere coscienza di sé come dominio e di moderare la propria smania di
controllo.
La condanna della superstizione ha significato sempre, insieme al progresso del
dominio, anche lo smascheramento del medesimo. L’illuminismo è più che
illuminismo; natura che si fa udire nella sua estraniazione. Nella coscienza che lo
spirito ha di sé come natura in sé scissa, è la natura che invoca se stessa, […] ma come
qualcosa di mutilo e cieco. La condanna naturale consiste nel dominio della natura,
senza il quale non ci sarebbe spirito. Nell’umiltà con cui esso si riconosce dominio e si
ritratta in natura, si scioglie la sua pretesa di dominio che è proprio quella che lo
asserve alla natura. Anche se l’umanità non può fermarsi nella fuga davanti alla
necessità […] senza rinunciare alla conoscenza stessa, essa almeno non vede più, nei
valli che erige contro la necessità […] i pegni della libertà futura. Ogni progresso della
civiltà ha rinnovato, col dominio, anche la prospettiva di placarlo.345
Se è vero che lo spirito può costituirsi come tale solo a patto di emanciparsi dalla
natura e dunque di dominarla, è anche vero però che ad esso è dato di prendere
consapevolezza dell’inevitabilità di questo processo; nel compiere questo atto di
riconoscimento, questo atto di anamnesi, esso può sciogliere la sua pretesa di
dominio, che è poi proprio quella che gli impedisce di essere davvero spirito. La tesi
della Dialettica dell’illuminismo non consiste solo nella constatazione che quanto si
spaccia per illuminismo non è ancora davvero illuminismo e quanto si presenta come
spirito non è ancora davvero spirito, ma anche nell’indicazione del percorso che lo
spirito ha da compiere per poterlo diventare; lo spirito può diventare davvero spirito
‒ non per mezzo di una sua rinuncia alla conoscenza della natura ‒ ma piuttosto
tramite una presa di consapevolezza della ferita che la conoscenza arreca
inevitabilmente a se stessa e a quanto vuole conoscere, ogni qualvolta tenta di farlo. Il
DI 11 [9]
DI 46 [45]
345 DI 47 [46]
343
344
95
mezzo dato a quest’ultima per sanare e ridurre quella ferita inevitabile, è lo stesso che
la produce, ovvero il concetto. Il concetto infatti:
non si limita a distanziare, come scienza, gli uomini dalla natura, ma come presa di
coscienza di quello stesso pensiero che ‒ nella forma della scienza ‒ rimane legato alla
cieca tendenza economica, permette di misurare la distanza che eterna l’ingiustizia.
Mercé questa anamnesi della natura nel soggetto, nel compimento della quale è la
verità misconosciuta di ogni cultura, l’illuminismo è, in linea di principio, opposto al
dominio.346
La prospettiva di placare il dominio non ha altro strumento per attuarsi che quello
della conoscenza; «la prassi che rovescia», infatti, «dipende dall’intransigenza della
teoria verso l’incoscienza con cui la società lascia indurirsi il pensiero».347
La Dialettica negativa di Adorno sarà proprio l’occasione per quella teoria
intransigente di portare il pensiero a riflettere su di sé al fine di «sostituire il
principio unico e il dominio universale del concetto sovraordinato con l’idea di ciò
che potrebbe essere al di fuori del bando di questa unità».348 La dialettica negativa,
come «autocoscienza dell’oggettivo contesto di accecamento» 349 dovuto al «mitico
rispetto scientifico dei popoli per il dato che essi producono» 350 avrà come obiettivo
quello di spezzare dall’interno il meccanismo coattivo dell’identità usando i mezzi del
linguaggio medesimo; essa combatterà contro quell’istanza identificante riprodotta
incessantemente dal linguaggio scientifico, per mezzo della quale «ciò che potrebbe
essere altrimenti viene livellato», tutto viene reso identico con tutto e «nulla può
essere» più «identico con se stesso».351 La Dialettica negativa si impegnerà
precisamente in quella «battaglia contro l’incantamento del nostro intelletto, per
mezzo del nostro linguaggio»352 in cui Wittgenstein ritiene debba consistere la stessa
filosofia. Che la filosofia sia precisamente una tale battaglia è un’affermazione che
Adorno non potrebbe che condividere; tale asserto può avere infatti un duplice
DI 47-48 [47]
DI 49 [48]
348 DN 4 [10]
349 DN 364 [398]; «La dialettica è un automovimento fra termini opposti; e quindi non è affatto
pensabile senza il momento della riflessione, e cioè senza il momento per cui una cosa diventa il
proprio altro in forza della propria autocoscienza. Ma poiché la riflessione nel proprio altro può
avvenire solo in una coscienza, la dialettica comprende necessariamente il momento della soggettività
o della riflessione». (TF 409 [Bd. II, 215])
350 DI 49 [48]
351 DI 20 [18]
352 RF 109
346
347
96
significato: può significare sia che l‘incantamento da cui è affetto il nostro intelletto è
originato dal nostro linguaggio, sia che l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per
contrastare un tale incantamento, e curare così il nostro intelletto, è il linguaggio
medesimo; e questo, come abbiamo visto, è proprio ciò che intende Adorno allorché
scrive: «solo i concetti possono compiere quel che il concetto impedisce. La
conoscenza è un trosas iasetai ».353 Il linguaggio arreca alla conoscenza una ferita che
può essere curata solo dallo stesso linguaggio, ma da ciò consegue evidentemente che
si tratti di una ferita curabile.
2. Il progetto di una dialettica negativa
Coerente con la sua idea che la filosofia debba «esprimere, con le sue mediazioni o,
se si preferisce, in qualche altro modo, ciò che non può essere espresso
immediatamente o a rigore non può essere espresso affatto»,354 Adorno affida alla
Dialettica negativa proprio tale compito paradossale di dire ciò che non si lascia dire,
di dare voce all’inespresso. «La dialettica, quale modo filosofico di procedere», è
precisamente, «il tentativo di districare con il più antico medium dell’Aufklärung,
l’astuzia, il nodo di questa paradossalità».355 È già dal titolo che l’opera si configura
come paradossale e di questo Adorno è pienamente consapevole; come ci ricorda egli
stesso, infatti, l’«espressione dialettica negativa viola la tradizione». Storicamente la
dialettica – a partire da Platone – è stata sempre intesa in senso positivo; ciò a cui
essa mirava, passando attraverso il negativo e la negazione era proprio il
raggiungimento di un positivo.356 Di contro, la dialettica negativa ‒ e di qui il suo
carattere paradossale ‒ intende fermarsi al momento negativo «senza perdere» però
con ciò «neanche un po’ di determinatezza» 357. Adorno ritiene che sia indispensabile
fermarsi al momento negativo della dialettica, per non pagare il prezzo che è stato
invece pagato dalla dialettica hegeliana, la quale alla fine si è trovata ad affermare la
concettualità del tutto. A parere di Adorno un tale esito non fa altro che ribadire il
dominio del principio di identità e dunque l’assoluta illibertà di quanto viene
DN 49-50 [62]
TF 482 [Bd. II, 288]
355 DN 128 [145]
356 DN 3 [9]
357 DN 3 [9]
353
354
97
sussunto sotto il concetto. Quella conciliazione che per Hegel doveva seguire
all’«l’inclusione di tutto il non identico e dell’oggettivo nella soggettività elevata e
ampliata a spirito assoluto»358 è per Adorno una conciliazione falsa che ha origine
dalla violenza con cui l’«l’insaziabile principio d’identità perpetua l’antagonismo
reprimendo ciò che lo contraddice. Ciò che non tollera niente che non sia come lui
scaccia quella conciliazione che crede di essere. L’atto di violenza dell’omologare
riproduce la contraddizione da esso espulsa».359 La filosofia di Hegel dunque sarebbe
colpevole nei confronti di quanto si sottrae al principio di identità almeno quanto il
positivismo: elevando ad assoluto il risultato della dialettica, essa avrebbe messo a
tacere la contraddizione di quanto dialetticamente non si lascia risolvere nel
pensiero, inferendo al non identico una ferita ulteriore.360 Una dialettica che si metta
davvero al servizio del non identico, non può terminare in un positivo: essa ha da
essere «più positivistica del positivismo che la disprezza»; a parere di Adorno la
logica dialettica ha però precisamente questa caratteristica; essa infatti «come
pensiero rispetta il pensabile, l’oggetto, anche là dove esso non asseconda le regole
del pensiero. La sua analisi tocca le regole del pensiero. Il pensiero non deve più
accontentarsi della sua legalità; è in grado di pensare contro se stesso senza buttarsi
via».361 Se la dialettica vuole mettersi davvero al servizio del non identico, essa deve
però mantenersi negativa. Ciò che fa della dialettica una dialettica negativa è
precisamente il suo imprescindibile rapporto con la contraddizione. È proprio nel
tentativo di rendere giustizia alla figura della contraddizione, messa a tacere troppo
semplicemente dalla filosofia hegeliana, o da questa strumentalizzata a «veicolo di
identificazione totale», che Adorno tratteggia il suo progetto di una dialettica
negativa: è questo il progetto di una filosofia che non termina nel concetto di identità,
né intende presupporlo, ma si oppone al concetto hegeliano di sintesi per rendere
ragione di quanto nella sintesi viene inesorabilmente perduto: il «Diverso» (das
Verschiedene).362 Lo scopo di una tale filosofia è quello di fermarsi alla
contraddizione, senza aggirarla o zittirla, ma piuttosto dandole voce al fine di
articolare, descrivere l’inconciliabilità, l’essere separato di concetto e cosa e di
soggetto e oggetto: è questo il senso della dialettica come «logica della disgregazione»
DN 129 [145]
DN 129 [146]
360 Cfr. DI 32 [30]
361 DN 128 [144]
362 Cfr. DN 138-139 [156]
358
359
98
(Logik des Zerfalls). Fermarsi alla contraddizione non significa creare contraddizioni
dall’alto per «ostinazione speculativa», ma piuttosto tentare di riconoscere la
contraddizione intrinseca al particolare e di comprenderla. Si tratta di comprendere
che “ciò che è è più di quel che è”, e che «niente di particolare è vero, niente è se
stesso, come pretende la sua particolarità». 363 È da tenere ben presente però che il
reale si presenta come contraddittorio solo di fronte ad un pensiero che lo pensa e
che vuole renderne ragione in termini identificanti ed è proprio sotto questo aspetto
che la dialettica si configura come “ontologia dello stato falso”. 364 La dialettica
rispecchia le reali contraddizioni di una società che è falsa, costituita in modo coatto;
è questa una società antagonistica fin nelle sue radici, perché reprime la libertà dei
soggetti, mina la loro individualità negandone la differenza e spaccia per universalità
il prodotto dell’interesse particolare. La critica operata dalla dialettica ha allora un
duplice scopo: nel mentre che si fa critica del pensiero identificante diventa per ciò
stesso critica della società. È così che “dialettica negativa” e “teoria critica” finiscono
per designare il medesimo. A differenza del termine “teoria critica”, però, il termine
“dialettica negativa” non si limita ad indicare il lato soggettivo del pensiero, la teoria,
ma denota al tempo stesso la realtà colpita da questa teoria, diventando critica in un
triplice senso: a) critica della pretesa di identità di concetto e cosa; b) critica a
quell’ipostasi dello spirito come l’assolutamente primo, che si nasconde in una tale
pretesa di identità; c) critica della realtà antagonistica. 365 Se la società è attraversata
intimamente dalla contraddizione, se dunque la contraddizione investe non solo il
lato del soggetto, ma anche quello che Adorno chiama il lato dell’oggetto, ovvero la
realtà oggettiva, questo dipende in ultima istanza dal medesimo principio che regola
entrambi i lati: il principio del dominio sulla natura, lo stesso principio quindi che ha
dato origine alla logica. La logica è regolata sulla base del principio dell’identità;
secondo questo principio tutto ciò che non si piega alla costrizione di identità
(Identitätszwang) assume necessariamente il carattere della contraddizione e viene
per ciò stesso rifiutato ed escluso dalla logica. La tesi di Adorno è che lo stesso
DN 138 [155]
«Il differenziato appare divergente, dissonante, negativo, finché la coscienza in base alla sua
formazione deve premere per l’unità; finché essa adegua ciò che non le è identico alla sua pretesa di
totalità. La dialettica rinfaccia questo alla coscienza come una contraddizione. […] L’identità e la
contraddizione del pensiero sono saldate tra loro. La totalità della contraddizione non è altro che la
non verità dell’identificazione totale, come si manifesta all’interno di questa. La contraddizione è la non
identità sotto il bando di quella legge da cui è affetto anche il non identico.» (DN 7-8 [17-18])
365 Cfr. VND 25-39
363
364
99
pensiero logico che regola il lato soggettivo della dialettica regoli poi di fatto anche le
relazioni: tra la società e gli individui che la compongono e tra gli stessi individui. Il
principio del dominio, sulla base del quale si è costituita la logica, si propaga nel
tessuto sociale e investe la realtà oggettiva rendendola contraddittoria. Lo stesso
sforzo che anima il pensiero di rendere uguale a sé tutto ciò su cui si posa e di
dominare quindi tutto ciò che è altro, si fa dominio dell’uomo nei confronti dell’uomo,
e repressione della società sugli individui. Il ruolo centrale che la figura della
contraddizione riveste all’interno di una dialettica negativa è allora doppiamente
giustificato: noi siamo condotti al pensiero dialettico sia dal fatto che la nostra logica
si è costituita sulla base del principio di non contraddizione (lato del soggetto), sia dal
fatto che viviamo in una società antagonistica, immanentemente contraddittoria (lato
dell’oggetto). La dialettica dunque rispecchia ad un tempo le contraddizioni in cui si
involve il pensiero e le contraddizioni che lacerano la società. In entrambi i casi
abbiamo a che fare con una contraddizione di tipo immanente, ovvero con una
contraddizione nella cosa stessa.
3. L’autoriflessione della dialettica
Il principio del dominio è all’origine sia delle contraddizioni in cui si involve il
pensiero logico allorché imprime sulla cosa il marchio dell’identità, sia delle
contraddizioni che ritroviamo sul piano sociale sotto forma di antagonismo, ma se
questo è vero, per superare la contraddizione occorre riconoscere che quella del
dominio non è la strada giusta da percorrere ai fini della conciliazione. È da questa
presa di consapevolezza che si apre per Adorno la possibilità di un’autoriflessione del
pensiero che ha come esito finale un’autoriflessione della stessa dialettica. Se
dapprima la dialettica è utile a mostrare le contraddizioni di un pensiero che imprime
su ogni cosa il marchio dell’identità ed a smascherarne quindi le pretese di
assolutezza, in un secondo momento essa non va elevata a verità del tutto, ma va
abbandonata, in quanto vittima dello stesso contesto di accecamento dal quale
permette di scampare.366 Sono numerosi i passi della Dialettica Negativa in cui si
accenna alla possibilità di accedere, proprio tramite un atto di autoriflessione, ad uno
366
Cfr. DN 363-365 [397-400]
100
stato di cose giusto, conciliato, ad un pensiero libero che non sia più prigioniero
dell’identità. L’opera stessa «mira a realizzare questa forma di pensiero»:367 in quanto
programma di una dialettica negativa, essa è il programma di un «antisistema»368 in
cui si mostra «come dovrebbe presentarsi una filosofia che da un lato si liberasse
dall’idea del sistema senza d’altro lato rinunciare a quella stringenza del pensiero»
che è però la stringenza di un pensiero libero e non di uno «scientisticamente
controllato»369. La Dialettica Negativa mette le carte allo scoperto e mostra la
necessità, per un pensiero che opera sulla base del principio dell’identità, di pensare
contro se stesso: essa ha il «compito di spezzare con la forza del soggetto l’inganno di
una soggettività costitutiva» di modo tale che il soggetto risarcisca «il non identico di
ciò che gli ha inferto».370 Ciò a cui mira la critica dell’identità non è la scomparsa pura
e semplice di una tale pretesa, ma è piuttosto una sua trasformazione qualitativa.
«Criticandola, l’identità non scompare», ma «si trasforma qualitativamente» 371. Per
dirla con le parole di Wittgenstein attraverso la critica del principio del dominio e
dell’identità, il mondo dell’infelice ha da divenire il mondo del felice. 372 Le risorse utili
ai fini di una tale trasformazione sono tutte interne al pensiero. Quella che Adorno
chiama “l’autoriflessione dell’illuminismo” «non è la sua revoca: lo diventa quando
viene corrotto per favorire lo status quo attuale. Anche la svolta autocritica del
pensiero unico non ha altra risorsa che i concetti»; 373 ciò significa che il passaggio ad
uno stato di cose giusto, conciliato, razionale, non passa in alcun modo attraverso
l’irrazionalità, attraverso una ricaduta nel mito, ma solo attraverso una autocritica
della ragione. È il pensiero stesso che, nel mentre impone la propria forma sulla cosa
da conoscere si avvede della propria insufficienza ed è spinto da questa a rivedere la
propria pretesa.374 La presa di consapevolezza passa necessariamente attraverso la
dialettica, la quale mette in luce le contraddizioni da cui è affetto un pensiero che si
appaga di quella falsa identità con cui copre il non-identico. Al pensiero è richiesto un
atto di autoriflessione che è al tempo stesso un atto di anamnesi: ciò che occorre
TF 461 [Bd. II, 267]
DN 4 [10]
369 TF 461 [Bd. II, 267]
370 DN 4, 132 [10, 149]
371 DN 135 [152]
372 Cfr. T 6.43
373 DN 143 [160]
374 « “Una cosa è identica a se stessa”. – Non c’è più bell’esempio di una proposizione inutile, la quale
però è connessa con un gioco dell’immaginazione. È come se immaginassimo di mettere la cosa nella
sua propria forma e vedessimo che conviene a essa» (RF 216)
367
368
101
ricordare è che ciò a cui mira la conoscenza non è l’identità, ma il non identico, ovvero
ciò che sta oltre la formalizzazione del linguaggio per scopi operativi.
La regressione della coscienza è il prodotto della sua mancanza di autoriflessione.
Questa è ancora in grado di scorgere il principio d’identità, ma non si può pensare
senza identificazione, ogni determinazione è identificazione. Comunque proprio essa si
avvicina anche a quel che l’oggetto è in quanto non identico: mentre lo plasma, vuole
lasciarsi plasmare da lui. Segretamente è la non identità il telos dell’identificazione, ciò
che è da salvare in lei; è l’errore del pensiero tradizionale considerare l’identità come
suo scopo.375
La conoscenza del non identico a cui mira la dialettica non prescinde in alcun modo
dal principio di identità, ed anzi, a differenza del pensiero identificante, identifica
persino di più, poiché non si appaga di dire sotto quale categoria cade una certa cosa,
«di cosa è esemplare o rappresentante», e dunque di ciò che la cosa non è, 376 ma vuole
raggiungere l’identità vera della cosa, ciò che essa è. La trasformazione qualitativa del
pensiero di identità si ha proprio nel momento in cui il pensiero si avvede che
l’identità a cui mira la conoscenza è quella del non identico e non quella imposta ad
esso dal pensiero identificante; il pensiero deve prendere consapevolezza che
l’identificazione non è fine a se stessa, ma ha un fine che sta oltre sé e che è la nonidentità. Solo una volta che la ragione avrà preso coscienza di quello che è il suo vero
scopo, ovvero la conoscenza del non-identico, essa potrà essere davvero razionale.
L’errore del pensiero, il suo autoinganno, sta nel considerare quello che è un
momento necessario della conoscenza, ovvero l’identificazione, come un momento
ultimo; necessariamente il pensiero allorché pensa identifica, ma il momento
identificante è solo un momento nel processo della conoscenza, non tutta la
conoscenza; il pensiero deve proseguire oltre questa soglia che egli stesso,
identificando, ha frapposto tra sé e la cosa, per accedere a quell’identità vera della
cosa che si cela al di là di essa. L’ideale dell’identità non è quindi da buttar via. Nel
giudizio di identità sono compresenti due elementi: a) l’elemento pragmatico del
dominio; b) un elemento utopico: il desiderio che la cosa sia ciò che ancora non è,
ovvero identica al suo concetto. 377 Nello stesso momento ideologico presente nel
pensiero puro, che consiste nel presupporre che l’identità vera della cosa sia
DN 135 [152]
Cfr. DN 135 [152]
377 Cfr. DN 135-136 [153]
375
376
102
raggiungibile coi mezzi della logica formale, è racchiuso, a parere di Adorno, un
momento di verità: «la prescrizione [Anweisung] che non debba esserci
contraddizione, antagonismo».378 Nel momento ideologico del pensiero è racchiuso
un elemento normativo e dunque non puramente utopico. Nel mentre che il pensiero
prende coscienza della negatività o falsità che contamina lo stato di cose esistente, dà
a se stesso un ordine, un’indicazione: fare in modo che le cose cambino, che non vi
debbano essere più né contraddizione, né antagonismo. Potremmo descrivere quella
che Adorno chiama “autoriflessione del pensiero” come l’esito di tre momenti distinti
di consapevolezza da parte del pensiero: a) innanzitutto il pensiero, che si involve in
contraddizioni allorché tenta di dire la cosa, prende coscienza del fatto che l’identità
che impone alla cosa è pura apparenza, che in seguito all’atto di identificazione
l’identità vera della cosa non è ancora raggiunta; b) al tempo stesso però il pensiero si
avvede che le stesse deformazioni da cui è affetto trovano riscontro nella realtà
sociale: la realtà oggettiva è essa stessa contraddittoria e antagonistica; c) il pensiero
è a questo punto in grado di riconoscere quanto di buono era racchiuso nel suo
momento ideologico: una speranza, la speranza nella riconciliazione; esso dunque
può ora leggere nel suo atto di hybris, nella pretesa che la cosa sia uguale al suo
concetto, la possibilità di prescriversi un fine, uno scopo, una meta: fare in modo che
non ci siano più né antagonismo, né contraddizione. È in questo senso che l’identità
sottoposta a critica si trasforma qualitativamente: da marchio imposto sulla cosa
l’identità diventa meta del pensiero; da meta raggiunta essa diventa scopo futuro.
Quello che era un atto di hybris sulla cosa si trasforma in una prescrizione che il
pensiero prescrive a se stesso, di superare l’antagonismo e di giungere alla
conciliazione, alla «coesistenza del diverso» (ein Miteinander des Verschiedenen).379
Che quest’ultima sia definita come utopica non deve spaventare: se la perfezione è un
ideale irraggiungibile, ciò non vieta un miglioramento della situazione attuale.
L’utopia della conciliazione vale allora qui come ideale regolativo e svolge in un certo
qual modo la medesima funzione che Kant aveva assegnato alle idee della ragione. 380
È questo il nuovo imperativo categorico di: «pensare e agire in modo che Auschwitz
non si ripeta, che non accada niente di simile».381
DN 135 [153]
DN 136 [153]
380 Cfr. Kant 1787, pp. 254-255.
381 DN 328 [358]
378
379
103
4. La sintesi
Il pensiero ha, a parere di Adorno, tutte le risorse necessarie ad agire in conformità
a questo imperativo. Se è vero che pensare significa identificare e che non è dato un
accesso alla cosa che non sia mediato concettualmente, è però vero anche che la
conoscenza non è un processo statico: «mentre il concetto si percepisce come non
identico con sé e mosso internamente, esso, non più solo se stesso, porta, nella
terminologia hegeliana, al suo Altro, senza fagocitarlo. Esso si determina per mezzo
dell’esterno, perché propriamente non si esaurisce in se stesso. Come se stesso non è
affatto solo se stesso»;382 ma questo risultato è proprio l’esito della dialettica ed il lato
buono della sintesi hegeliana: se da un lato l’idea della sintesi è altamente criticabile,
perché presuppone un’unità di soggetto e oggetto che è repressione delle differenze e
dunque eco del dominio mitico, dall’altro lato essa risponde all’intenzione di
correggere l’atto di dominio inferto dall’identificazione. È così che la sintesi hegeliana
si rivela essere molto più vicina alla dialettica negativa proposta da Adorno, di quanto
a prima vista non possa sembrare. A parere di Adorno, la sintesi, non è tanto un
movimento in avanti verso il raggiungimento di qualcosa di più alto, ma è piuttosto il
movimento del pensiero che si rivolge all’indietro, a quella non identità che è stata
messa a tacere dall’identificazione. È proprio l’identificazione di due concetti
contraddittori contrapposti l’uno all’altro a far emergere la loro non identità, infatti:
«Solo compiendo la sintesi, unificando i momenti contraddittori, si rivela la loro
differenza. Senza il passo che l’essere sarebbe lo stesso che il nulla, entrambi
resterebbero, come ama dire Hegel, reciprocamente indifferenti; solo mentre
sarebbero lo stesso, diventano contraddittori».383 La sintesi hegeliana dunque non
consiste in altro che in questo: nel momento in cui viene posta l’antitesi, la tesi torna a
farsi valere.384 Se questo è vero, allora la sintesi non è, come vorrebbe Hegel, un
positivo che scaturisce dalla negazione della negazione, non è dunque l’espressione
suprema dell’identità, ma è invece proprio espressione della non identità, anamnesi
di quel dominio inferto al concetto mediante l’atto dell’identificazione e dunque
correzione di quel dominio: «Il dispiegamento del concetto è anche regresso, la sintesi
determinazione di quella differenza che è tramontata, “svanita” nel concetto; quasi
DN 142 [159]
DN 142 [160]
384 Cfr. VND 49-53
382
383
104
come in Hölderlin, anamnesi del naturale che dovette perire». 385 Il concetto di sintesi,
anche se non deve in alcun modo essere innalzato a «idea guida e suprema», 386 ha il
merito di rendere manifesto il momento di non identità analiticamente racchiuso nel
concetto: il concetto, statico secondo la sua forma, è internamente dinamico,
racchiude in sé quella non identità che il pensiero mette a tacere solo «per praticità
mentale».387 È questa quella che Adorno, citando Benjamin, chiama «dialettica in stato
di quiete»388: ciascun concetto «in forza del suo stesso senso, dunque della sua
identità»389 è non identico a se stesso.
5. Un esempio di contraddizione nel concetto: il concetto di libertà
Questa eccedenza del concetto rispetto alla sua mera identità con sé emerge
chiaramente dalle riflessioni che Adorno compie in merito al concetto di libertà. Se è
vero che ogni cosa è sempre qualcosa in più rispetto al concetto sotto il quale viene
posta nel giudizio predicativo, è però vero anche che il concetto è sempre qualcosa in
più rispetto a ciò che viene compreso sotto di lui. Se affermo di un uomo che è libero,
è vero sia che quest’uomo ha determinazioni che non rientrano nel concetto di libertà,
sia che nel concetto di libertà è racchiuso qualcosa di più di quel che viene attribuito
ad un individuo dicendo che questi è libero.390 Nel concetto di libertà non è racchiuso
semplicemente ciò che viene attribuito ad un uomo allorché lo si afferma come libero,
ma è racchiusa al tempo stesso l’idea di libertà, ciò che la libertà è, o meglio potrebbe
essere se trovasse compimento nello stato di cose esistente. Tale idea di libertà
eccede la libertà che si predica del singolo individuo, poiché in questi non trova piena
realizzazione. Ogni giudizio identificante «che valga la pena» racchiude in sé questa
eccedenza rispetto a ciò che sussume, ed in questo modo rinvia ad una possibilità che
ancora non ha trovato attuazione. Nell’uomo definito libero si manifesta la scintilla di
qualcosa che ancora non c’è e balena la possibilità che ci possa essere. La
contraddizione del concetto risiede dunque in ciò: allorché il concetto viene
DN 142 [160]
DN 141 [158]
387 DN 139 [156]
388 DN 142 [159]
389 DN 141 [158]
390 Cfr. DN 136-137 [153-154]; VND 18
385
386
105
determinato, applicato empiricamente, e dunque identificato, questo viene a dire ciò
che non intende, o meglio, meno di quanto intende. Nel conferire all’uomo il concetto
di libertà gli si vorrebbe ascrivere l’idea di libertà, ovvero «l’idea di una condizione in
cui i singoli avrebbero qualità che qui e ora non potrebbero essere attribuite ad
alcuno»,391 ma appunto per questo si finisce per attribuirgli solo una libertà parziale,
non ancora compiutamente attuata, e perciò falsa. L’individuo non riesce a mettersi in
pari col concetto che gli si attribuisce, non riesce ad esserlo fino in fondo e questo gli
impedisce di essere veramente se stesso, di realizzarsi pienamente come individuo
realizzando al tempo stesso la propria identità. Per Adorno dunque è essenziale alla
salvezza del particolare non solo il riconoscimento dell’eccedenza dell’individuale
rispetto al suo concetto, ma altrettanto il riconoscimento dell’eccedenza del concetto
rispetto all’individuale. Nonostante l’individuale sia in possesso di tutta una serie di
qualità, di determinazioni ulteriori, rispetto a quella che gli viene conferita dal
concetto di libertà, esso è tuttavia «indigente» (bedürftig), fintanto che non è in grado
di realizzare appieno tale concetto. Il concetto si configura allora come ciò che
l’individuale ancora non è, con la speranza che lo possa diventare. La contraddizione
del concetto ci viene a dire che l’individuo non è ancora libero, dunque non è ancora
individuo e che quella che si spaccia per individualità è una individualità falsa. Il
concetto è allora imperfetto perché non ancora realizzato, perché racchiude in sé un
potenziale che non trova attuazione. Affinché possa trovare attuazione esso esige la
critica di ciò che il concetto è non appena viene applicato empiricamente. La
contraddizione concettuale smaschera la falsità di ciò a cui il concetto si attribuisce,
mostra che l’individuo non è ancora tale, mostra l’indigenza dell’individuo. La
contraddizione ha allora un ruolo di smascheramento: essa rimette in moto il
risultato di cui ci eravamo appagati. Scrive Adorno: «molto spesso un pensiero non è
confutato dalle proprie contraddizioni, le contraddizioni sono invece la sua verità.
Nelle contraddizioni viene in luce quel momento della cosa stessa a cui mira il
pensiero che non si risolve nella coerenza logica». 392 Questo significa che la
contraddizione non va vista come un tarlo che corrode dall’interno il nostro
linguaggio mostrando l’insufficienza dei nostri concetti, ma come lo strumento per
smascherare il fatto che l’identificazione è impossibile. La contraddizione non
dipende infatti da un’insufficienza dei nostri concetti, ma dall’ossessione di trattarli
391
392
DN 136 [154]
TF 392 [Band II, 197]
106
come entità definite una volta per tutte e rigorosamente separate le une dalle altre.
Superare la contraddizione non significa allora accanirsi nel risolverla, ma bensì
comprenderla con uno sguardo qualitativamente diverso: essa è l’indice del fatto che
l’identità del concetto non è data dalla sua mera identità con sé, ma piuttosto dalla sua
relazione con altri concetti. Conoscere un concetto significa allora comprenderlo
all’interno della costellazione di concetti nella quale è inserito.
6. La testimonianza della cosa
Come abbiamo visto, il pensiero è posto da Adorno come agente dell’identità.
Identificare risulta essere quindi la peculiarità del pensiero, il quale, per riuscire a
dire, a conoscere la cosa, necessita di determinarla, di sussumerla sotto quel termine
generale che ne è il concetto. Nel fare questo però, a parere di Adorno, il pensiero
finirebbe per perdere, per sopprimere quella che è la specificità della cosa, ciò che la
fa essere non identica a quanto cade sotto il suo stesso concetto. La sfida per il
pensiero sarebbe allora quella di riuscire a determinare la cosa senza determinarla, di
pensare senza identificare, senza lasciare però al tempo stesso il “da pensare” in un
fondo oscuro e confuso, un inconoscibile “cosa in sé” al di là del pensiero.
Nelle pagine di Adorno è racchiusa a mio parere, la possibilità di un pensiero che
non sia meramente identificante e ritengo che una tale possibilità possa essere
dischiusa proprio dalla concezione adorniana del concetto. All’interno del concetto,
dunque, sarebbe già presente quella potenzialità di apertura e di chiusura che sola è
in grado di permetterci una conoscenza della cosa che, pur non lasciandola
nell’assoluta indeterminatezza, non finisca al tempo stesso per dominarla o
addirittura sopprimerla. Una tale potenzialità scaturisce da una triplice differenza ‒ o
non identità ‒ : quella tra concetto e parola393, quella tra concetto e oggetto e quella
tra concetto e pensiero.
393
Col termine “parola” si intende qui quanto risulta dalla formalizzazione scientifica del linguaggio.
107
a) Il concetto non è la parola
In quelle pagine della Dialettica dell’illuminismo che sono riconducibili ad Adorno394,
questi mette bene in luce la violenza operata dal linguaggio, o meglio, dalle parole
formalizzate del linguaggio, sulla cosa:
man mano che il linguaggio si risolve più completamente e più integralmente nella
comunicazione di un messaggio, che le parole si trasformano, da portatori sostanziali
di significato, in segni impersonali e privi di qualità, che trasmettono in forma sempre
più pura e trasparente l’oggetto intenzionato della comunicazione, esse diventano,
nello stesso tempo, sempre più opache e impenetrabili.395
Nel tentativo di trasmettere contenuti immediati il linguaggio si risolve nella
forma a scapito del contenuto. Con le parole di Adorno: «la cecità e il mutismo dei dati
a cui il positivismo riduce il mondo, si trasmette anche al linguaggio che si limita alla
registrazione di quei dati»; «lungo l’itinerario verso la nuova scienza», infatti «gli
uomini rinunciano al senso [Sinn]. Essi sostituiscono il concetto con la formula»396. Al
fine di rendere più rapida la comunicazione, le parole vengono depurate da ciò che le
trascende, ma, in tal modo, si raggiunge lo scopo inverso a quello che ci si era
proposti: le parole, infatti, lungi dal riuscire a manifestare in modo più limpido la cosa
significata, si rivelano opache, la loro purezza sporca la cosa, la nasconde, la oscura
impedendole di venire alla luce.397 «Ciò che, in una successione stabilita di lettere,
Cfr. Müller-Doohm 2003, p. 376 e Habermas 1991, p. 104
DI 177-178 [173]; per Adorno occorre tenere presente che: «criterio del vero non è la sua
comunicabilità immediata a chiunque. Bisogna resistere alla coercizione quasi universale a scambiare
la comunicazione del conosciuto con quest’ultimo o a porla magari più in alto, mentre attualmente ogni
passo verso la comunicazione svende e falsifica la verità. Di questo paradosso soffre ormai tutto ciò che
è linguaggio. La verità è oggettiva, non plausibile. Sebbene essa non spetti immediatamente a chiunque
e sebbene abbia bisogno della mediazione soggettiva». (DN 39-40 [51-52])
396 DI 13 [11]; trad. modificata sulla base dell’originale.
397 Se è vero che «il linguaggio come espressione della cosa non finisce nella comunicazione, nella
partecipazione agli altri», è anche vero però, per Adorno, che esso non è «semplicemente indipendente
dalla comunicazione. Altrimenti si sottrarrebbe a qualsiasi critica, anche nel suo rapporto con la cosa, e
lo abbasserebbe a pretensione arbitraria. Il linguaggio come espressione della cosa e il linguaggio come
partecipazione sono inscindibilmente intrecciati. L’attitudine a nominare la cosa stessa si è pure
formata dalla e nella necessità di trasmetterla e conserva questa necessità. […] Anche il
comportamento linguistico più integro non può eliminare l’antagonismo di in- sé e per-altro. Mentre
nella poesia questo antagonismo può rimanere sospeso al di sopra dei testi, la filosofia è tenuta a
includerlo. Ciò viene reso più difficile dal momento storico nel quale la comunicazione imposta dal
mercato […] grava sul linguaggio in modo tale che questo, per contrastare il conformismo di quello che
il positivismo chiama “linguaggio quotidiano”, liquida di forza la comunicazione. Esso preferisce
diventare incomprensibile che non deformare le cose con una comunicazione la quale impedisce di
metterle in comunione. Ma lo sforzo linguistico del teoretico tocca un limite che esso deve
attentamente considerare, qualora non voglia arrivare al sabotaggio di se stesso per la sua fedeltà alla
cosa; come gli capiterebbe per altro verso per la sua fedeltà. […] Il correttivo è lo sforzo, per quanto
394
395
108
trascende, e cioè non si lascia risolvere» 398 è proprio la cosa, la quale trascende la
datità della parola e non si lascia definire da un sistema meramente segnico. A causa
di questo suo non lasciarsi risolvere, la cosa viene vista come un «qualcosa di oscuro»,
«come un relitto di metafisica verbale» 399 e viene dunque rimossa, ritenuta un di più
inessenziale alla comunicazione. Quello che Adorno ci sta dicendo in questo passo è
che la ricerca di un significato immediato, puro e diretto, tradisce la propria
intenzione e si capovolge nell’opposto, ovvero, conduce all’insignificanza. Per
designare la cosa, per dirla, la parola si attacca alla cosa, ma così facendo la soffoca, ne
blocca il respiro vitale, e finisce per imbalsamarla fissandola in una formula vuota;
invece che dare voce alla cosa, la parola la riduce al mutismo, al silenzio.
Invece di rendere l’oggetto accessibile all’esperienza, la parola depurata da ogni
residuo estraneo lo presenta come il caso particolare di un momento astratto, e tutto il
resto, che viene escluso e reciso dall’espressione (che, in realtà, non esiste più) da un
obbligo spietato di univocità e di chiarezza, deperisce, in tal modo, anche nella realtà.
[…] La parola razionalizzata è divenuta una camicia di forza, un’armatura soffocante.400
La parola resa funzionale all’espressione di significati univoci perde con ciò la
propria facoltà espressiva. L’espressione allora non esiste più, perché la parola non fa
altro che ribadire se stessa, ovvero fallisce il suo tentativo di trasmettere un
contenuto conoscitivo. A questo punto al contenuto, alla cosa, rimane, come all’
Odisseo del celebre excursus della Dialettica dell’illuminismo, una sola possibilità di
mantenersi in vita, che è quella di scomparire: «egli [Odisseo] afferma se stesso
rinnegandosi come nessuno, salva la propria vita facendosi scomparire» 401. Ad
Odisseo rimane un unico espediente per salvare se stesso e con ciò la propria identità:
rinnegarla, negarla. Allo stesso modo, la cosa può mantenersi in vita, può mantenere
la sua identità ‒ o non identità ‒ solo sottraendosi all’identità impostale dalla parola.
La cosa è quel minimo che scomparendo si mantiene in vita, che non si lascia
incatenare perché si fa più piccolo delle maglie della catena con cui lo si vorrebbe
costringere e così, passando inosservato si conserva.
sempre irriconoscibile, a intendersi. Questo rimane come il polo opposto alla pura oggettività
linguistica. Solo nella tensione dei due poli si raggiunge la piena verità dell’espressione». (TSH 152-153
[339-340])
398 Cfr. DI 178 [173]
399 Cfr. Ibid.
400 Ibid.
401 DI 68 [68]
109
Ma appunto la cosa non scompare del tutto, il tentativo di formalizzare il linguaggio
fallisce perché la cosa continua a far sentire la propria voce e lo fa attraverso la
dialettica, attraverso la contraddizione concettuale. Se vi è dunque una possibilità di
accedere alla cosa, questa risiede innanzi tutto nella non identità tra parola e
concetto.
b) Il concetto non è identico né all’oggetto né al pensiero
La non identità tra concetto e oggetto e tra concetto e pensiero emerge chiaramente
da un’attenta lettura dei passi adorniani; mi riferisco qui in particolare a quella parte
centrale della Dialettica negativa che ha per titolo proprio: Dialettica negativa. Il
concetto e le categorie; dove possiamo leggere:
La filosofia poteva appagarsi con il pensiero dell’appercezione trascendentale oppure
ancora dell’essere finché quei concetti erano per essa identici al pensiero che li pensa.
Se questa identità viene revocata per principio essa trascina nel suo crollo anche la
quiete del concetto come un ultimo.402
E più avanti:
Ma una dialettica del genere non è più compatibile con Hegel. Il suo movimento non
tende all’identità nella differenza di ogni oggetto dal suo concetto; piuttosto ha in
sospetto l’identico. La sua logica è disgregativa della figura armata e reificata dei
concetti che il soggetto conoscente ha immediatamente di fronte. Che questa figura sia
identica al soggetto è la non verità.403
Da questi passi si possono desumere delle importanti considerazioni. Innanzi tutto
si può dire che il concetto non è identico all’oggetto e compito della dialettica negativa
è proprio la salvaguardia di questa differenza tra concetto e oggetto. Diversamente
dalla dialettica hegeliana, quindi, la dialettica negativa non tende all’identità, ma
piuttosto alla tutela dell’irriducibilità dell’oggetto al concetto. Se vi è dunque un’idea
che Adorno tiene ferma fino in fondo è proprio l’idea che il mondo con il quale
abbiamo a che fare non sia un mondo puramente concettuale, ovvero un mondo
spiritualizzato. Nel parlare del “qualcosa” come di un «sostrato mentalmente
402
403
DN 124 [140]
DN 131 [148] corsivo mio.
110
necessario»404, Adorno mostra tutta la sua vicinanza a Kant. «Il qualcosa […] non è
tuttavia eliminabile per mezzo di alcun ulteriore processo mentale» 405. Nell’idealismo
è racchiuso un momento anti-idealistico ‒ il qualcosa ‒, «che non si lascia volatilizzare
di nuovo nel pensiero»406; la sintesi hegeliana è dunque mendace: c’è qualcosa che
resiste alla spiritualizzazione del tutto, non tutto è spirito, il pensiero pensa qualcosa
che non è da capo pensiero. L’astrazione compiuta dal pensiero, l’astrazione logica, è
possibile solo se vi è qualcosa da cui astrarre: «senza il qualcosa la logica formale è
impensabile»407.
Il pensiero tenta di liberarsi da ciò da cui astrae, tenta cioè di essere solo pensiero,
ma è costretto a tornare sui suoi passi dalla dialettica in cui inciampa nel proprio
percorso. La dialettica, in quanto «autocritica del concetto» 408 si configura quindi in
Adorno come una logica correttiva. La dialettica non si oppone alla logica, ma la
corregge; è una logica volta a correggere la logica.
La dialettica negativa è legata, come al suo punto di partenza, alle massime categorie
della filosofia dell’identità. Pertanto resta anch’essa falsa, logico-identitaria, lo stesso
contro cui viene pensata. Essa deve correggersi nel suo procedere critico che modifica i
concetti da essa trattati formalmente come se per lei fossero ancora i primi.409
La dialettica negativa, la quale tratta i concetti «formalmente come se per lei
fossero ancora i primi» deve correggersi avvedendosi di quel residuo ontico presente
nei concetti, di quel loro carattere rinviante, che non li fa essere primi ed impedisce al
tempo stesso la loro formalizzazione. Una volta che ci si sia resi conto della necessità
della dialettica, di una critica del concetto come un primo, questa non può venire a
sua volta assolutizzata, ma deve, per essere coerente fino in fondo, togliere anche se
stessa:
La critica dell’ontologia non mira a un’altra ontologia, neanche a una del non
ontologico. Altrimenti essa porrebbe semplicemente un altro come l’assolutamente
primo; questa volta non l’assoluta identità, l’essere, il concetto, bensì il non identico,
l’ente, la fatticità. Ma così ipostatizzerebbe il concetto del non concettuale e agirebbe
contro ciò che esso intende. La filosofia fondamentale, prote philosophia, comporta
DN 123 [139]
Ibid.
406 DN 124 [140]
407 DN 123 [139]
408 Ibid.
409 DN 134 [150]
404
405
111
necessariamente il primato del concetto; ciò che lo rifiuta abbandona anche la forma di
un presunto filosofare a partire dal fondamento.410
L’ontologia va criticata perché pone un “assolutamente primo”, mentre questo
assolutamente primo non c’è, ciò che si da è una mediazione tra i momenti che non va
a sua volta assolutizzata. Ciò che è falso, nella filosofia fondamentale è proprio l’idea
che si debba partire da un fondamento; abbandonare l’idea che vi sia un primato del
concetto significa dunque abbandonare l’idea che vi sia un fondamento, qualcosa da
cui partire. A parere di Adorno, Hegel avrebbe giustamente rilevato che «non c’è
niente che non sia stato mediato» 411, ma avrebbe mancato di vedere che «non
potrebbe esserci alcuna mediazione senza il qualcosa» 412. Mentre affermare che non
vi può essere mediato senza mediazione indica semplicemente che non è possibile
«determinare il qualcosa senza la mediazione» 413, il concetto di immediatezza rinvia a
qualcosa di oggettivo, a «ciò che non può esser tolto di mezzo dal proprio
concetto»414. Senza la mediazione non possiamo determinare e dunque conoscere
alcunché, ma l’immediatezza non necessita di essere mediata allo stesso modo in cui
la mediazione necessita di un immediato da mediare. Che non ci sia mediato senza
mediazione è poco più che una tautologia, mentre che non ci sia mediazione senza
immediatezza indica un dato di fatto, molto più che una necessità logica.
«“Mediazione” non significa affatto che essa assorbe tutto, anzi postula qualcosa da
mediare, non assorbibile»415; parlare di mediazione ha senso, dunque, solo in
relazione ad un immediato che verrebbe mediato.
Poiché però la sparizione della differenza è riconoscibile dalla dialettica,
l’identificazione totale non ha in questa l’ultima parola. Essa è in grado di abbandonare
il circolo magico dell’identificazione senza opporle dogmaticamente dall’esterno una
sedicente tesi realista. 416
L’idealismo può giungere al dominio assoluto del soggetto, allo spirito come
mediazione totale, proprio perché tralascia questa differenza, che però viene messa in
DN 124 [140]
Cfr. DN 155 [173]
412 Cfr. DN 155 [173]
413 Cfr. DN 155 [173]
414 Cfr. DN 155 [174]
415 DN 155 [174]
416 DN 155 [174]
410
411
112
luce dalla dialettica. La dialettica impedisce di “sorvolare su questa differenza
apparentemente minima” smascherando la falsità dell’identificazione totale, di una
mediazione che assorbirebbe tutto. Per fare questo la dialettica non ha bisogno di
opporre dogmaticamente dall’esterno una tesi realista a quella idealista, perché le
basta essere anamnesi di quella differenza tra immediatezza e mediazione che è stata
sorvolata dall’idealismo. Una volta riportata alla luce tale differenza è dato alla
dialettica di «abbandonare il circolo magico dell’identificazione». Una tale possibilità
consegue dunque al riconoscimento che la mediazione non è in grado di assorbire
ogni cosa, che vi è qualcosa che si sottrae pur sempre alla spiritualizzazione del tutto.
La seconda considerazione che si può fare in merito ai due illuminanti passi citati
all’inizio è che “la non verità” è l’identità dei concetti con il soggetto conoscente. Il
soggetto preforma il fenomeno soggettivamente e crede di possederne il concetto, ma
il concetto non è qualcosa che il soggetto possa possedere. Il concetto non è identico
al soggetto, il concetto è qualcosa in più, il concetto è non identico. Certo: il concetto è
«l’organo generale dell’identità» ed è stato coniato da quella soggettività che:
come momento che si conserva identico è il prototipo di ogni altra identità. […] Tutti i
momenti unificanti con cui noi imprimiamo un’identità a ciò che è diverso da noi, sono
stati appunto coniati da questa soggettività, sono concetti […]; lo stesso principio
d’identità è un principio del pensiero; […] ogni principio a cui si può ricorrere, sotto cui
si deve sussumere tutto il molteplice o da cui tutto il molteplice deve essere dedotto, è
necessariamente un principio del pensiero. […] Ciò che non è per parte sua soggetto ha
per principio un carattere di non-chiusura, o di apertura […] che si sottrae appunto alla
riduzione a unità. Solo il soggetto, che in quanto pensiero crede di essere interamente
sicuro di se stesso e della propria identità, può raccogliersi in sé, unirsi in sé, e quindi,
in forza del concetto, in certo modo con violenza, conferire questo carattere chiuso
all’aperto con cui ha a che fare.417
Se tutto ciò è vero, è però vero anche che il concetto mantiene un momento di
apertura, di libertà nei confronti del soggetto: esso infatti è immanentemente
dialettico; «nel suo sviluppo esso non resta uguale a se stesso, ma in certi casi per il
suo stesso movimento si trasforma nel proprio opposto».418 I concetti trapassano
l’uno nell’altro ed ogni concetto rinvia ad altri concetti; «la dialettica non è altro che
questa lotta fra i concetti; ciò appare proprio nel fatto che i singoli concetti usati
acquistano un significato diverso secondo lo strato in cui vengono a trovarsi, agendo e
417
418
TF 283-284 [Bd. II, 83-84]
TF 271 [Bd. II, 71]
113
reagendo l’uno sull’altro».419 Per comprendere la dialettica non c’è dunque neppure
bisogno di postulare una cosa in sé, un qualcosa che stia dietro al concetto, perché la
dialettica è tutta interna al concetto.
Il concetto ha sempre anche un momento di autonomia rispetto a ciò che sussume. I
concetti non sono solo le abbreviazioni, le sigle che simboleggiano le note comuni agli
oggetti a cui si riferiscono. Non c’è nulla per noi, nulla ci è dato, neanche l’esperienza
sensibile più semplice ed elementare, che non sia stata filtrata attraverso il concetto;
poiché noi non possiamo affatto trarci fuori dall’apparato concettuale, in cui siamo in
un certo senso chiusi. E’ perciò una finzione fare come se ci fosse qualcosa di
veramente reale che non contenesse anche il momento del concetto.420
«La dialettica non è un principio universale di spiegazione che si possa estendere
alla natura»421 e questo proprio perché la natura non è dialettica, dialettico è semmai
il nostro tentativo di dirla, di concettualizzarla. E’ il «carattere immanentemente
antinomico»422 del concetto che spinge il pensiero a cercare qualcosa che stia oltre la
contraddizione.
Dunque, è vero che il concetto non è identico alla cosa di cui è concetto, ma il
concetto non è neppure qualcosa di identico al pensiero. Il concetto non è trasparente
al pensiero, il che equivale a dire che il pensiero non sarà mai in grado di avere un
controllo totale sul concetto, di padroneggiarlo una volta per tutte. L’idea che ne
consegue è che il soggetto non è “padrone” dei propri concetti. Il concetto non è
qualcosa che se ne sta quieto, statico, definito e determinato una volta per tutte, non è
cosa identica, ma è inquieto, è qualcosa di sfuggente e inafferrabile, non è, quindi,
qualcosa che il pensiero possieda immediatamente in modo chiaro e distinto. L’idea
che il concetto sia un ultimo, un fondamento, crolla, non appena ci si renda conto che
il concetto non è identico al pensiero che lo pensa. Il concetto non è qualcosa di
immediatamente disponibile al pensiero, ovvero, nel concetto è già racchiuso quel di
più, quella sporgenza rispetto al pensiero che ritroviamo poi nella cosa. Si potrebbe
persino giungere a dire che il concetto è molto più simile alla cosa che al pensiero che
lo pensa. Il pensiero dunque non solo non è in grado di afferrare la cosa, ma non è in
grado di afferrarne neppure il concetto; il pensiero vorrebbe possedere il concetto
TF 258 [Bd. II, 57]
TF 107 [Bd. I, 113]
421 DN 128 [145]
422 DN 132 [149]
419
420
114
della cosa per poterla identificare e dominare, ma il concetto gli sfugge tra le mani
come un pezzo di sapone, si contraddice, manifesta in lui quell’alterità di cui è
messaggero.
La critica reciproca dell’universale e del particolare, gli atti identificanti che
giudicano se il concetto renda giustizia al sussunto e se anche il particolare riempia il
suo concetto, sono il medium del pensiero della non identità del particolare e del
concetto. E non soltanto quello del pensiero.423
Qui non ci viene detto che la non identità non può essere pensata, ma anzi, ci viene
proprio indicata la strada per poterla pensare, ci viene detto che per poter pensare la
non identità non c’è una via preferenziale ma occorre passare necessariamente
attraverso gli atti identificanti e la dialettica.
Meglio sarebbe un procedimento che evitando accuratamente le definizioni verbali,
come mere stipulazioni, arrivasse a foggiare i concetti, con tutta la fedeltà possibile, su
ciò che essi dicono nella lingua: virtualmente, come nomi. 424
Quei nomi che non rivestono categorialmente la cosa, ma a prezzo della loro funzione
conoscitiva. Una conoscenza integra vuole ciò a cui le è stato insegnato di rinunciare, e
che i nomi oscurano per troppa vicinanza.425
Adorno qui ci sta dicendo che ci sarebbe in linea di principio una strategia di
pensiero capace di sottrarsi alla dialettica e che questa starebbe nel conferire alle
cose dei nomi. Poiché il nome ha la peculiarità di non definire la cosa sulla base delle
sue proprietà, sembrerebbe essere in grado di lasciare alla cosa il suo spazio vitale,
ma questa distanza, aggiunge Adorno, sarebbe pagata a caro prezzo: i nomi infatti non
hanno alcuna funzione conoscitiva. E’ vero che se io chiamo il mio gatto Jaromil non
solo lo lascio essere nella sua differenza ma me ne prendo addirittura cura, perché
Jaromil è riconosciuto nella sua diversità da Clementina, Matilda, Sofia etc.; ovvero,
nel mentre che chiamo il gatto “Jaromil”, Jaromil viene ad essere molto più che un
gatto, viene riconosciuto nella sua differenza e specificità e non come mero esemplare
di una specie; però, se mi limito a questo, se assieme al nome non ho anche il concetto
di gatto, se non sono in grado di classificare Jaromil anche come esemplare di una
DN 132-133 [149]
TSH 153 [340]
425 DN 49 [61]
423
424
115
specie, in questo caso della specie “gatto”, accedo alla differenza ma perdo l’identità,
ovvero Jaromil diventa qualcosa di semplicemente diverso che non può neppure
essere pensato, perché non ho le categorie per poterlo pensare. “Una conoscenza
integra”, però, vuole proprio questo, poter pensare la cosa e l’unico modo che ha per
poterla pensare è passare attraverso concetti. Ma «cogliere mediante il concetto il
non-concettuale, con il linguaggio ciò che non può essere detto col linguaggio» 426 è
precisamente il compito della filosofia:
la filosofia rappresenta il non-concettuale sempre e soltanto mediante il concetto,
ovvero rappresenta ciò che non può essere pensato mediante il pensiero. Nel
confronto continuo e logorante con questo paradosso, nel tentativo di sviluppare
quella che pare un’insolubile contraddizione in modo che diventi nondimeno qualcosa
di possibile, la filosofia ha propriamente la sua vita. 427
La filosofia allora, per essere all’altezza del suo incarico deve scontrarsi
continuamente con questo paradosso, di dire ciò che non può essere detto e di farlo
mediante concetti; qualsiasi tentativo di sottrarsi alla contraddizione, di aggirarla e di
prendere la via più breve è destinato allo scacco. Quella filosofia che Adorno definisce
«regolare» e che nel suo tentativo di raggiungere la purezza dei pensieri decide di
interessarsi solo dei «concetti superiori» e di lasciare che le singole scienze si
occupino invece dell’ontico, fallisce il suo intento. Per quanto tale filosofia tenti di
limare i concetti che adopera per privarli di quelle asperità che ne costituirebbero
invece la sostanza e raggiungere così l’anelata purezza, rimane pur sempre in quei
concetti un «minimo residuo ontico» che la costringe alla «materialità», all’inclusione
di quell’esistente di cui si voleva invece liberare 428. Ma questo significa proprio che i
concetti hanno la potenzialità di farsi portavoce della cosa e che il pensiero non li può
scartavetrare a tal punto da purificarli liberandoli dal contenuto. Il concetto viene
dunque ad essere precisamente quell’anello di congiunzione, quel ponte tra soggetto
e oggetto, che, essendo diverso da entrambi, permette la comunione tra i due e la loro
reciproca mediazione. L’ideale del concetto puro è un ideale del pensiero, ma il
concetto resiste ad un tale svuotamento. In lui sopravvive pur sempre la
testimonianza della cosa.
TF 82 [Bd. I, 87]
Ibid.
428 DN 125 [141-142]
426
427
116
CAPITOLO TERZO
Adorno e Wittgenstein
1. «Un’immagine ci teneva prigionieri»429
Così come in Adorno la dialettica è chiamata a mettere in mostra le contraddizioni
in cui si involve il pensiero identificante allorché cerca di definire in maniera
conclusiva i propri concetti cercando di dire l’essenza ‒ ciò che non può essere detto‒
allo stesso modo in Wittgenstein la filosofia è chiamata a mettere in luce le
deformazioni da cui è affetto il pensiero allorché, lasciatosi fuorviare dall’ideale logico
della purezza cristallina, si mette alla ricerca di un super-ordine che possa valere come
spiegazione ultima dell’essenza del nostro linguaggio. Al fine di mettere tutto in
mostra, la filosofia deve fornire una rappresentazione perspicua (übersichtliche
Darstellung) delle nostre forme linguistiche;
tale rappresentazione perspicua media il comprendere //la comprensione//, che
consiste precisamente nel fatto che “vediamo le connessioni”. Da qui l’importanza dei
membri intermedi. Del trovare //membri intermedi//.430
Se è vero che «il problema filosofico è una consapevolezza del disordine nei nostri
concetti e può essere rimosso mettendoli in ordine» 431, è anche vero che la chiarezza
completa a cui aspira la filosofia non viene raggiunta instaurando l’ordine a cui tutto
si dovrebbe piegare, ma instaurando uno dei tanti ordini possibili, allo scopo di
mettere «continuamente in rilievo quelle distinzioni che le nostre comuni forme
RF 115
F p. 37; cfr. RF 122
431 F p. 47
429
430
117
linguistiche ci fanno facilmente trascurare». 432 Il metodo della filosofia consiste
proprio nel trovare e nell’inventare membri intermedi, connessioni, somiglianze e
differenze, tenendo sempre ben presente però che «non c’è un metodo della filosofia,
ma ci sono metodi; per così dire, differenti terapie» 433. Come in Adorno allora, la cura
del linguaggio avviene attraverso un’apertura dei nostri concetti, là dove avremmo la
tendenza a chiuderli con una definizione ultima. Si tratta di contrastare precisamente
quel «potere che il linguaggio possiede di rendere tutto uguale» 434, che impedisce di
cogliere sfumature e differenze. Fornire una rappresentazione perspicua dei fatti
linguistici non è diverso dal far emergere la cosa ponendo i concetti in costellazione.
Ciò che non è solubile in alcuna relazione premeditata trascende spontaneamente in
quanto non identico il proprio isolamento. Comunica con ciò da cui il concetto lo divise.
E’ opaco solo per la pretesa totalizzante dell’identità a cui oppone resistenza. Come tale
tuttavia è alla ricerca della parola [Laut]. Grazie al linguaggio esso si scioglie dal bando
della sua ipseità. Quel che nel non identico non si lascia definire nel suo concetto
trascende la sua esistenza singola, a cui si riduce solo polarizzandosi con il concetto,
guardandolo fisso. L’interno del non identico è il suo rapporto con ciò che esso non è,
con ciò che la sua congelata, installata identità con se stesso gli preclude.435
Abbiamo visto che, per Adorno, nel linguaggio è racchiusa la potenzialità di dare
voce alla cosa, di farla emergere nella sua natura relazionale. Nella cosa è contenuto
quel di più che essa stessa non è e che rimane nascosto solo allorché noi
concentriamo lo sguardo sul singolo concetto. Dare voce alla cosa significa allora
ampliare il proprio orizzonte e comprendere che ogni singola cosa non è
comprensibile al di fuori del fitto tessuto di relazioni all’interno del quale è inserita; il
modello di ciò lo troviamo già nel linguaggio, allorché invece che fissare il singolo
concetto lo pensiamo in costellazione. Paradossalmente scoprire l’interno della cosa,
il suo vero in sé, è precisamente andare ad indagare ciò che è esterno ad essa, il
mondo col quale essa comunica436. Ciò che è opaco, è opaco solo se lo guardiamo fisso,
se lo congeliamo in un’identità astratta, mentre la sua identità concreta è la sua
relazione.
Cfr. RF 132
RF 133
434 VB 52 [46]
435 DN 147 [165]
436 È per questo che Adorno scrive che l’identità vera della cosa sarebbe solo la sua non-identità. (Cfr.
DN 147 [165])
432
433
118
L’oggetto si apre ad una insistenza monadologia che è coscienza della costellazione in
cui si trova: la possibilità di sprofondare all’interno ha bisogno di quell’esterno. Ma
questa universalità immanente dell’individuale è oggettiva come storia sedimentata.
Questo è dentro e fuori di lui, un avvolgente, in cui esso ha il suo posto. Prendere
coscienza della costellazione in cui la cosa si trova significa decifrare quella che
l’individuale contiene in sé in quanto divenuto.437
L’universale è sia immanente all’individuale come storia che si è sedimentata in lui,
sia esterno ad esso, come quell’universale in cui l’individuale trova il suo spazio.
Prendere coscienza della costellazione in cui la cosa si trova equivale dunque a
comprendere o svelare ciò che la cosa contiene in sé. La cosa, l’individuale, non è un in
sé stabile, ma è qualcosa di divenuto, che divenendo ha assorbito in sé quella stessa
costellazione in cui è immerso e la porta ora con sé come ciò che ha di più intimo,
come la sua storia. La costellazione che la cosa serba in grembo è precisamente la
storia sedimentata in essa che la costituisce come ciò che essa è. Dimenticare la storia
sedimentata nell’oggetto è allora dimenticarne il lato essenziale, ciò che lo istituisce
come tale.
La conoscenza dell’oggetto nella sua costellazione è quella del processo accumulato
al suo interno. Come costellazione il pensiero teorico accerchia il concetto, che
desidera aprire, sperando che scatti come le serrature delle casseforti ben custodite:
non per mezzo di una sola chiave o di un solo numero, ma di una combinazione di
numeri.438
Per poter allora aprire il concetto e vedere ciò che è sedimentato in esso, occorre
uno sguardo non unilaterale che, lungi dal fissare il concetto nella sua solitudine, si
allarghi fino a considerare l’orizzonte in cui questo è inserito. Pensare per
costellazioni equivale a tentare di: «esprimere, attraverso la raccolta di concetti
attorno a quello centrale cercato, ciò a cui esso mira, anziché schematizzarlo per scopi
operativi»439.
Quanto Adorno e Wittgenstein mettono in luce è allora che ad essere limitato è il
pensiero identificante, ma non il pensiero tout court: nel pensiero stesso è presente
infatti quella potenzialità del superamento delle sue deformazioni, che è possibile
proprio in virtù del fatto che pensiamo attraverso concetti. Poiché è la
DN 147-148 [165]
DN 148 [165-166]
439 DN 150 [168]
437
438
119
schematizzazione del concetto «per scopi operativi» che fa del concetto un’entità in sé
definita ed astratta, ciò che è richiesto al fine di superare le deformazioni da cui è
affetto il nostro linguaggio è solo un uso differente dei nostri concetti; ma allora non è
necessario postulare un pensiero alternativo al pensiero concettuale: per superare la
sua limitatezza il pensiero non deve far altro che pensare con i concetti, ma appunto
qui si esige il plurale. Un’immagine ci teneva prigionieri: che tutto dovesse per forza
piegarsi al principio di identità, che ciò che è non identico, che si contraddice, dovesse
per ciò stesso essere messo da parte o piegato per adeguarlo al concetto che ci
aspettavamo da esso; l’immagine secondo la quale esprimere un concetto significa
esprimere l’essenza della cosa. Ma la cosa è più della sua essenza, e il concetto
esprime molto più dell’essenza, grazie al suo rinvio costante ad altri concetti, a
discorsi sempre nuovi ed ulteriori. Il linguaggio non è qualcosa a cui ci dobbiamo
piegare, una costrizione, una violenza da subire e neppure è qualcosa da piegare,
infatti:
ogni proposizione del nostro linguaggio “è in ordine così com’è. Vale a dire: non ci
sforziamo di raggiungere un’ideale: come se le vaghe proposizioni che usiamo
comunemente non avessero ancora un senso del tutto ineccepibile e noi dovessimo
ancora costruire un linguaggio perfetto. – D’altra parte sembra chiaro questo: che dove
c’è senso, là dev’esserci ordine perfetto. – L’ordine perfetto deve dunque essere
presente anche nella proposizione più vaga.440
Anche Adorno è concorde sul fatto che noi non dobbiamo in nessun caso disfarci dei
nostri concetti, forse dobbiamo piuttosto, seguendo l’insegnamento di Wittgenstein,
imparare a farne buon uso; ma appunto essi non devono essere una prigione, una
gabbia, non ci si deve piegare al sistema che noi stessi ci siamo creati, e al quale
crediamo di doverci adattare; il nostro è come il supplizio dell’asceta che tra i lamenti
solleva una pesante palla e viene liberato da qualcuno che gli dice “lasciala cadere” 441.
Il linguaggio è piuttosto un’inesauribile fonte di giochi che dobbiamo imparare a
giocare. Dobbiamo ricordarci che, finché non decidiamo di smettere di giocare, i
giochi non sono mai chiusi una volta per tutte, perché è solo giocando quel gioco che il
linguaggio è che possiamo dare sfogo e significato a questo nostro «bisogno di dire».
440
441
RF 98
Cfr. F 30-33
120
2. Costellazioni e somiglianze di famiglia
Il linguaggio, per Adorno, non ha una mera funzione definitoria: «il campo della
definizione è sempre quello della spiegazione di un concetto mediante altri
concetti»442, ma si vede bene che questa è una funzione specifica del linguaggio che
emerge solo in situazioni particolari. Wittgenstein direbbe che è «quando il linguaggio
fa vacanza»443 che sentiamo la necessità di definire i nostri concetti, ovvero quando il
linguaggio per qualche motivo non funziona, non ingrana e viene di conseguenza in
primo piano; generalmente e per lo più il linguaggio ha una funzione espressiva, è
teso ad esprimere la cosa del discorso. Sebbene il pensiero non possa procedere solo
per definizioni, così come pretenderebbe lo “scientismo volgare”, al tempo stesso
però le definizioni non sono, a parere di Adorno, neppure qualcosa da mettere al
bando: il pensiero non può appagarsi di procedere solo tramite definizioni, né può
procedere senza definizioni. «Un pensiero che nel suo cammino non avesse la
capacità di definire, che non fosse in grado per un attimo di lasciare supplire la cosa
dalla pregnanza linguistica, sarebbe sterile al pari di uno che si satura di definizioni
verbali».444 Scopo della dialettica è allora precisamente quello: «di uscire dalla
macchina infernale, dal meccanismo coattivo di un pensiero chiuso in se stesso, senza
peraltro abbandonare il pensiero definitorio con un salto, ma spezzando questo
pensiero dall’interno ‒ mettendolo di fronte alle esigenze sue proprie, interne». 445
Spezzare il pensiero definitorio dall’interno equivale a riconoscere che una
definizione non solo non è sempre e comunque necessaria, ma non è neppure
definitiva, o meglio, lo è solo per scopi determinati. Un concetto può essere
determinato attraverso predicati in modo definitivo, rigoroso e completo, solo in
riferimento ad un contesto e ad un uso specifico che ne deve esser fatto. Comprendere
questo è comprendere che i concetti non sono delimitati da confini prestabiliti, non
hanno «funzioni fisse e regolari»446, ma mutano, sono “vivi”, infatti, come direbbe
Wittgenstein: «Soltanto nel fluire del pensiero e della vita le parole hanno
TF 8 [Bd I, 11]
RF 38
444 DN 149 [167]
445 TF 200 [Bd. I, 209-210]
446 LB 61
442
443
121
significato».447 Si tratta allora di rendere conto di questa vita coagulata nei concetti e
di comprendere come renderle giustizia. È proprio nel tentativo di raggiungere
questo obiettivo comune che le filosofie di Wittgenstein e di Adorno, ancora una volta,
percorrono strade analoghe, sviluppando l’uno la nozione delle “somiglianze di
famiglia” e l’altro quella di “costellazione”. L’intenzione che anima entrambi è quella
di riportare l’attenzione della filosofia sui casi concreti, i soli in grado di rendere
ragione dell’uso che dei concetti viene fatto. Sia Wittgenstein che Adorno si battono
contro quel «desiderio di generalità» caratteristico del metodo della scienza e da cui
la filosofia si lascia troppo facilmente sedurre, che non è altro che un «atteggiamento
di disprezzo per il caso particolare»: è questa l’idea secondo la quale per
comprendere il significato di un concetto o per farne uso si deve prima «trovare
l’elemento comune a tutte le sue applicazioni», giungere a quel «qualcosa che sta sotto
la superficie» che è come «un’ essenza che tutto abbraccia». 448 Non solo però noi
siamo perfettamente in grado di utilizzare un concetto anche senza averlo prima
delimitato in maniera precisa e rigorosa, ma una tale delimitazione spesso non è
neppure possibile, tranne che per un impiego specifico. I confini dei concetti infatti
«non sono tracciati»449; questo però non ci impedisce in alcun modo di «tracciarne
qualcuno»450, ed anzi, «tu sei libero di tracciare il confine come vuoi», ma «questo
confine non coinciderà mai interamente con l’uso effettivo, poiché quest’uso non ha
un confine netto».451 Affermare questo equivale ad affermare che non vi è un’essenza
comune a tutto ciò che cade sotto un termine generale e che quella che viene
spacciata per “essenza”, è dunque, come direbbe Adorno, una «mala essenza»
(Unwesen), riflesso di quell’organizzazione del mondo che fa sì che gli uomini
diventino puro strumento di quel principio dell’autoconservazione che mentre
riproduce il genere umano e finge dunque di agire in suo favore, «minaccia e amputa»
la vita degli uomini. 452 L’idea di Adorno è che la vera essenza, se ancora di essenza si
vuole parlare, si manifesti allora non nell’universalità, nella generalità con cui
copriamo il caso particolare, ma piuttosto proprio in ciò che «è inessenziale per il
Z 173; Cfr. anche «Il discorso, l’applicazione e l’interpretazione fluisce e soltanto nel fluire la parola
ha il suo significato» (Z 135);
448 LB 28, 30; Z 444; Cfr. anche: «’L’essenza ci è nascosta’: questa è la forma che ora assume il nostro
problema. Chiediamo: “Che cos’è il linguaggio?” “Che cos’è la proposizione?” E la risposta a queste
domande dev’essere data una volta per tutte; e indipendentemente da ogni esperienza futura» (RF 92);
449 RF 69
450 RF 68
451 LB 30
452 Cfr. DN 151-154 [169-172]
447
122
verdetto del corso del mondo» 453, e dunque in ciò che non è identico. Questa non
identità che sembra violata dai concetti è in realtà salvaguardata da essi, infatti «l’idea
ingenua che ce ne facciamo non corrisponde per nulla alla realtà. Ci aspettiamo un
contorno liscio, regolare, e invece ne vediamo uno tutto frastagliato. Qui si potrebbe
davvero dire che ce n’eravamo fatti un’immagine falsa». 454 Che molte parole non
abbiano un significato ‘rigoroso’ però non è un difetto, infatti «non è l’eleganza ciò che
noi cerchiamo»455; una definizione può essere utile per dare un’indicazione sull’uso
che si fa di un determinato concetto nel nostro linguaggio, per chiarirne la
grammatica456, ma una tale definizione non potrà mai essere la definizione ‘corretta’
in senso assoluto, infatti: «noi non sappiamo circoscrivere chiaramente i concetti che
usiamo; e questo non perché sia a noi ignota la loro definizione reale, ma perché una
loro ‘definizione’ reale non esiste». 457 Presupporre che esista una definizione reale
che sia in grado di rendere conto in maniera esaustiva di tutte le possibili applicazioni
di una parola equivale a presupporre che il linguaggio sia una sorta di calcolo di cui
basta applicare le regole per mettersi al riparo da errori e inesattezze. Ma il
linguaggio comune non «procede secondo regole rigorose. Questo è un modo molto
unilaterale di considerare il linguaggio. In pratica, ben di rado noi usiamo il linguaggio
come un tale calcolo. Non solo noi non pensiamo alle regole d’uso (definizioni, etc.)
mentre usiamo il linguaggio, ma in molti casi non sappiamo neppure indicarle quando
ce lo chiedono».458 La tesi di fondo sostenuta sia da Adorno che da Wittgenstein è che
sia proprio un tale atteggiamento nei confronti del linguaggio, che vede il linguaggio
come un sistema chiuso, delimitato ovunque da regole, a ingenerare aporie e
contraddizioni. È questo l’atteggiamento di coloro i quali ritengono che una
definizione sia ciò che,
una volta per tutte, «eliminerà le difficoltà» 459; costoro
cercano di dare una definizione esatta della parola che suscita in loro perplessità, ma
una volta che si sono resi conto che la definizione trovata è insoddisfacente, vanno
alla ricerca di un’altra definizione che possa essere quella corretta, senza rendersi
conto che «una parola non ha un significato datole, per così dire, da un potere
indipendente da noi, così che possa esservi una sorta di ricerca scientifica di ciò che
DN 154 [172]
Z 111
455 LB 28
456 Cfr. LB 38
457 LB 37
458 LB 37
459 LB 39
453
454
123
quella parola significa realmente. Una parola ha il significato che qualcuno le ha dato.
Vi sono parole con più significati chiaramente definiti, che è facile enumerare. E vi
sono parole delle quali si potrebbe dire: esse sono usate in mille modi differenti che
gradualmente sfumano l’uno nell’altro».460 Se il metodo definitorio può essere valido
nell’ambito della matematica o della scienza esso non funziona quando si fa filosofia.
In filosofia le definizioni non bastano: «la definizione è come un finto cornicione che
non sorregge nulla», infatti, «che cosa guadagneremmo con una definizione, se essa
non può non rimandarci ad ulteriori termini indefiniti?» 461. Il fatto che un concetto
venga definito per mezzo di altri concetti solleva immediatamente la questione «se
questi stessi concetti indicano adeguatamente l’oggetto che si intende col concetto
definito»462, e questo apre la strada a tutta una serie di difficoltà; oltre a ciò occorre
tener conto del fatto che «nella stessa filosofia c’è tutta una serie di concetti che non
sono affatto passibili di definizione»463, come ad esempio i concetti di tempo, di
spazio, o di essere, i quali suscitano perplessità per le apparenti contraddizioni
racchiuse nella loro grammatica. Ma allora la domanda che chiede “che cos’è il
tempo?” non presuppone come risposta una definizione in grado di restituire
l’essenza del tempo, ma chiede piuttosto una chiarificazione dei differenti usi o
significati della parola “tempo”. «Ciò che occorre fare in tali casi è sempre guardare
come le parole in questione siano effettivamente usate nel nostro linguaggio». 464
Questo comporta una presa di consapevolezza del fatto che, per comprendere il
significato di un concetto, le differenze sono altrettanto importanti delle somiglianze
e questo proprio in virtù dell’apertura dei nostri concetti. Ogni concetto non ha un
significato preciso, ma ha piuttosto «tutta una famiglia di significati» 465: noi possiamo
estendere i nostri concetti «così come, nel tessere un filo, intrecciamo fibra con fibra.
E la robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua
lunghezza, ma dal sovrapporsi di molte fibre l’una all’altra». 466 Il fatto che i confini di
un concetto non siano tracciati non rende in alcun modo inutilizzabili i nostri
concetti; pensare come un difetto il fatto che molte parole non abbiano un significato
rigoroso «sarebbe come dire che la luce della mia lampada non sia una luce vera e
LB 40
RF 217; LB 38
462 TF 8 [Bd. I, 11-12]
463 TF 11 [Bd. I, 14-15]
464 LB 77
465 RF 77
466 RF 67
460
461
124
propria poiché non ha un confine netto».467 Ma allora l’atto di anamnesi che Adorno
richiede al pensiero potrebbe non consistere in altro che nel seguire quell’indicazione
che Wittgenstein dà a tutti coloro che si ostinano a cercare definizioni che
corrispondano ai nostri concetti; costoro non devono fare altro che porsi le seguenti
domande: «allora come abbiamo imparato il significato di questa parola, per esempio
della parola “buono”? In base a qual genere di esempi? In quali giochi linguistici?»468
Ponendosi tali domande essi si renderanno conto del fatto che è solo all’interno dei
giochi linguistici in cui vengono applicati che i nostri concetti assumono significato. Vi
sono dunque molteplici possibilità differenti di impiego dei nostri concetti, «e questa
molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di
linguaggio, nuovi giochi linguistici […] sorgono e altri invecchiano e vengono
dimenticati»469. Se pensiamo a come noi stessi abbiamo imparato il significato di una
parola, per esempio della parola “buono”, ci rendiamo conto che non l’abbiamo
imparato perché qualcuno un giorno ce ne ha fornito una definizione conclusiva, ma
piuttosto perché ci sono stati fatti esempi dell’uso di quella parola all’interno di
differenti giochi linguistici. I nostri concetti allora, pur conservando la medesima
forma, mutano qualitativamente, non solo compaiono in connessioni diverse, ma
«cambiano già in se stessi» e «ciò che accade di qualitativamente nuovo si esprime nel
nuovo uso» che ne viene fatto.470
Laddove il linguaggio non è puramente definitorio, non procede per astrazioni, i
concetti non vengono definiti, ma posti in relazione, connessi l’uno all’altro e centrati
attorno alla cosa da conoscere. Conoscere un concetto significa allora comprenderlo
all’interno della fitta trama di relazioni in cui è inserito: «come costellazione il
pensiero teorico accerchia il concetto, che desidera aprire, sperando che scatti come
le serrature di casseforti ben custodite: non per mezzo di una sola chiave o di un solo
numero, ma di una combinazione di numeri».471 Riconoscere tale funzione espressiva
del linguaggio equivale al riconoscimento che l’utopia è possibile, che la conoscenza
della cosa non passa necessariamente o semplicemente attraverso la sua
identificazione.
LB 40
RF 77
469 RF 23
470 Cfr. TF 12 [Bd. I, 16]
471 DN 148 [166]
467
468
125
CONCLUSIONI
Un’educazione completamente
diversa dalla nostra potrebbe
anche essere il fondamento di
concetti completamente diversi
(Z 387)
Il bisogno di dire che caratterizza la filosofia nasce da un sano desiderio di
conoscenza di quanto è altro da noi. A questo muoversi verso l’altro per conoscerlo, fa
eco però una difficoltà di portare ad espressione il diverso, senza con ciò fargli
violenza definendolo ed identificandolo; per dirlo non c’è altro mezzo del concetto,
ma il concetto rischia di diventare la sua prigione. Il linguaggio infatti, formalizzato
dalla scienza, impedisce un rapporto di conoscenza onesto. L’intento di entrambi i
filosofi protagonisti di questo studio, potrebbe essere descritto come l’intento etico di
agire con il linguaggio contro il linguaggio, o meglio, contro le istanze identificanti
presenti in esso. Sia Wittgenstein che Adorno vogliono rendere giustizia all’ambito di
ciò che si sottrae all’omologazione operata dalla scienza per mezzo del principio di
identità. In entrambi gli autori trattati, la cura del linguaggio, diviene la base di un
atteggiamento nei confronti del mondo che non sia già preordinato a tale principio e
la premessa di un prendersi cura di quanto non è puramente concettuale. Si tratta di
lasciar essere le cose così come sono, nella loro alterità, senza piegarle a conferma di
quanto ci si aspetta da esse. Che la filosofia possa riuscire nella sua impresa, di dire
quanto non si lascia dire, è reso possibile solo dalla devozione e dall’insistenza con cui
essa si dedica alla cosa e da quelle risorse di apertura che tanto Wittgenstein quanto
Adorno riconoscono essere interne al linguaggio, il quale: «non è certo una gabbia».472
In questo lavoro più che in ogni altro mette conto ritornar sempre a esaminare
sotto nuovi profili, come non risolte, questioni che si ritengono risolte.473
472
473
LC 25
Q 15.11.14
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