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Il dolore al femminile: oncologico, cronico e da parto

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Il dolore al femminile: oncologico, cronico e da parto
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IL DOLORE AL FEMMINILE:
oncologico, cronico e da parto
In ricordo di Anna Merzagora
A cura di Francesca Morelli
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Francesca
Merzagora
Presidente,
Osservatorio Nazionale
sulla salute della Donna,
Milano
O.N.Da
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L’Organizzazione Mondiale della sanità (O.M.S.) nel 1947
ha definito la salute come “stato di benessere fisico, psichico
e relazionale”, di conseguenza nel momento in cui uno di
questi tre elementi è alterato o viene a mancare, si può
rilevare lo stato di malattia.
A partire da questa definizione, risulta astratto e quantomeno
limitativo considerare il dolore solo puramente fisico. Esso
infatti abbraccia una molteplicità di componenti, le più
importanti sono di ordine psicologico-emotivo il cui peso
varia da persona a persona. Il dolore, nella nostra cultura,
va dunque affrontato tenendo presenti tre dimensioni
fondamentali. La prima, di tipo sensitivo, porta a valutare
grazie agli studi sul dolore finora attuati, che esistono
importanti differenze nella percezione del dolore fra uomini
e donne dove, nella maggior parte dei casi, sono queste
ultime a denunciarne livelli più severi, più frequenti e di
maggior durata. Le ragioni vanno ricercate nelle diversità
anatomiche, ormonali e fisiologiche che caratterizzano i
due sessi. Basti pensare al dolore correlato alla gravidanza,
al ciclo mestruale, alle emicranie quotidiane, alla maggiore
longevità della donna che la espone a malattie degenerative
e patologie croniche, per comprendere come il dolore
possa trasformarsi in un vero e proprio dramma per chi lo
vive.
Il dolore, dunque, fin dal suo apparire non va sottovalutato:
è il primo campanello di allarme che il corpo invia, una
sorta di meccanismo protettivo che può e deve contribuire
a sviluppare attenzione al mantenimento della salute.
Rispondere sensibilmente al dolore, come avviene con
maggiore facilità nella donna, non diventa quindi una
debolezza bensì una forza adattiva, un monito che avvisa
sulla necessità di fare qualcosa per evitare che un semplice
dolore diventi sintomo prolungato e lesivo del benessere
della persona.
La seconda dimensione da considerare è di tipo emotivo.
Nella donna il dolore è vissuto più intensamente rispetto
all’uomo poiché esiste un rapporto molto stretto con lo
stato più intimo, condizionato dal fatto che essa è spesso
chiamata dalla vita ad occuparsi anche del dolore degli
altri, ad accettare situazioni precostituite che l’hanno
portata ad affrontare, se non a subire, il dolore e a
riconoscerlo. È quindi più probabile che nella donna al
dolore fisico si aggiunga un dolore mentale e dell’anima
che le fa vivere questo stato con maggiore empatia.
Ed infine una terza dimensione di tipo sociale, che da un
lato pone attenzione all'evidenza che le donne non
ricevono trattamenti adeguati alle proprie caratteristiche di
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genere, e dall'altro fa emergere la necessità di riconoscere
come il dolore possa generare uno stato fisico e
psicologico tale da essere definito una malattia a tutti gli
effetti, con condizioni di depressione e di distacco dalla
vita quotidiana.
Perchè
una pubblicazione
sul dolore
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Forti delle ripercussioni che il dolore può avere sul naturale
andamento e sulla qualità della vita, diventa un impegno
dominante combattere il dolore “inutile”. I mezzi di cui
oggi disponiamo per alleviare la sofferenza innanzitutto
fisica sono molteplici, ma essi devono tener conto del tipo
di dolore di fronte al quale ci troviamo. È vero comunque
che il dolore deve essere lenito, senza ritardo, senza posa
e senza tregua ed in qualunque tipo di malattia.
Esistono dolori che cessano quando è possibile curare
bene la causa che li provoca ed altri in cui le molteplici
modalità terapeutiche antidolorifiche, non arrivano o non
possono eliminare la causa del dolore ma che, comunque,
si prefiggono di ridurre o abolire il dolore stesso.
Le energie e gli sforzi vanno incentrati in questa direzione
poiché non vi è confine di fronte al rispetto della vita, non
vi è confine che freni la scienza nell’obiettivo di spostare il
fuoco dal “curare” il dolore a “prendersene cura”, perché
seppure esso faccia parte del naturale ciclo vitale, non
deve diventare esperienza mortificante e avvilente per la
dignità di ogni creatura umana. Ma ancora oggi, a volte, è
così.
Non disponiamo di indagini epidemiologiche esaurienti a
livello paneuropeo in grado di definire la portata del
problema del dolore. Tuttavia un numero di ricerche svolte
in un raggio ben più limitato è stato sufficiente per
dimostrare, oltre ogni dubbio, che in Europa il dolore è uno
dei principali problemi sanitari.
Il nostro impegno vuole partire da qui, cominciando a
sensibilizzare sul tema del dolore con azioni concrete.
Questa pubblicazione è dedicata al ricordo di una persona
a me molto cara, Anna Merzagora, una zia che ci ha lasciato
molto presto combattendo il dolore per anni e trovando
finalmente un po’ di sollievo grazie al Prof. Cesare Bonezzi
a cui va il ringraziamento di tutta la mia famiglia.
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La Fondazione
Anna Merzagora
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Giugno 1994 in visita a Roma: mia moglie ha un’occlusione
intestinale improvvisa, un tumore all’intestino; salvata con
una laparatomia in urgenza; poi in una via crucis di cinque
anni, metastasi al fegato, altre occlusioni, altre sei
laparatomie, infinite chemioterapie, sofferenze, speranze,
delusioni; tutte o quasi le cliniche di Milano, e poi Bolzano
d’urgenza, in New Jersey e così via.
Il cancro è stato curato benissimo, sia con la molteplice
chirurgia sia con una terapia d’avanguardia, praticata con
grande umanità dal dott. Giovanni Paganelli dello IEO, gli
Anticorpi Monoclonali, che portano molecole radioattive
sulle cellule malate e solo su di loro.
Lei una forza incredibile: sempre pronta a combattere e a
sperare; appena sta un poco meglio corre al suo lavoro, per
aiutare gli altri, anche se quasi non sta in piedi; segue in
ogni momento i figli lontani e ha la forza di mantenere i
contatti con i veri amici, che le saranno vicino fino
all’ultimo.
Nel gennaio del 1999, dopo sette laparatomie, sta un po’
meglio; andiamo in montagna e decide di rimettersi gli sci:
un paio d’ore di felicità, come una bambina, andando su e
giù con lo skilift baby, lei che sciava bene su qualsiasi pista.
Dopo due mesi la metastasi al fegato si espande fino al
costato: arriva un dolore atroce e senza tregua.
I dolori del post-operatorio erano forti ma potevano essere
controllati e duravano solo qualche giorno; adesso bisogna
andare a dosi sempre crescenti di morfina, che toglie il
dolore ma intontisce completamente, spegne ogni forza e
in più blocca l’intestino; Anna è disperata e non accetta di
non essere più se stessa.
Nel grande istituto che sta curando benissimo il cancro, le
parole Terapia del Dolore e Ospedale Senza Dolore
vogliono dire prescrivere e fare iniezioni di morfina … e
basta.
Io non so cosa fare, ma ne parlo in giro e finalmente il
chirurgo che l’aveva operata due o tre laparatomie prima
mi dice di portarla a Pavia, dal Prof. Bonezzi: la sua ed
anche la mia vita cambiano.
Bonezzi dirige il reparto di Terapia del Dolore
nell’ospedale della Fondazione Maugeri di Pavia: la prende
in cura con intelligente dolcezza e pochi giorni dopo le
applica, sotto la cute, una micro-pompa che invia nella
spina dorsale una quantità infinitesima di morfina: è la
Peridurale, da anni usata anche per il parto indolore.
Il dolore e il rintontimento sono finiti, Anna ritorna se
stessa ed è felice, anche se la prognosi non cambia.
A quel punto sono felice anch’io e nello stesso tempo
arrabbiato, anzi furioso (avrebbe reso meglio il concetto
una parolaccia, ma non sta bene): ma com’è possibile, in
un Paese civile e per di più a Milano, che quasi nessun
ospedale pratichi le terapie del dolore che in altri paesi
vicini e lontani sono normali? Perché Anna, insieme a
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migliaia di altre persone, avrebbe dovuto soffrire fino
all’ultimo, se il dolore fisico si può combattere e senza
umiliare la persona?
Eppure i nostri medici sono preparati, vanno ai congressi,
leggono le grandi riviste mediche, vanno in stage in tanti
paesi, applicano ogni giorno nuove terapie: perché per il
Dolore no? Perché siamo cattolici e Cristo ha tanto sofferto
sulla croce? No, una risposta così non è possibile: Cristo
non avrebbe risposto così.
Nei primi giorni di gennaio del 2000 l’ultima occlusione
intestinale, inoperabile: dobbiamo solo attendere.
Anna è stanca, ha capito tutto e teme per il percorso che
ha davanti, ma quasi non sente alcun dolore fisico; in
clinica può e vuole ricevere amici, figli e i quattro nipotini
che nel frattempo sono arrivati.
Anna muore il 19 maggio 2000, coperta di baci e carezze,
ascoltando le Variazioni Goldberg e senza alcun dolore
fisico.
Dopo un paio di mesi, in uno stato d’animo che non
occorre descrivere, sento il bisogno di fare ancora
qualcosa per lei e nello stesso tempo sento crescere,
insieme alla gratitudine per il Prof. Bonezzi, lo sdegno per
il dolore che lei ha dovuto sopportare e che altri malati
neppure sanno che potrebbero evitare.
Anna ha lasciato dei gioielli, alcuni normalissimi e altri, di
famiglia, di grande valore, che lei per altro non metteva: io
e i figli decidiamo di vendere i gioielli più importanti e di
destinare il ricavato a un fine coerente con la vita di Anna,
sempre concretamente vicina a chi soffre e non solo di
dolore fisico.
Vado a trovare il Prof. Bonezzi che mi dice del suo sogno
nel cassetto: istituire un corso di Terapia del Dolore,
ovviamente per medici già avviati nella professione, ma
senza una certezza di pareggio economico il suo ospedale
non può far partire nulla.
Alla fine del 2002 e in pochi mesi la Fondazione è
costituita mentre noi vendiamo i gioielli di Anna con
un’asta da Sotheby’s.
I nostri obiettivi erano:
• Diffondere la conoscenza generica della Terapia del
Dolore tra i medici specialisti di tutti i tipi.
• Dare un’iniziale preparazione di Terapia del Dolore ai
giovani specializzandi in Anestesiologia o Oncologia,
orientandoli, verso una carriera di terapisti del dolore.
• Informare malati e parenti dell’esistenza della Terapia del
Dolore, dando una semplice idea di come e dove si
curano i diversi dolori.
• Spingere, a livello regionale e nazionale, i politici perché
la Terapia del Dolore fosse riconosciuta dalle rispettive
ASL e quindi rimborsata.
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Non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti o raggiunti in
pieno, però qualcosa è stato fatto:
• Abbiamo reso possibile una prima formazione in Terapia
del Dolore di 65 medici già specializzati e 156 medici
specializzandi, un terzo dei quali ultimi ha scelto di
lavorare nel settore dolore.
• Abbiamo realizzato, insieme all’Associazione Amici di
Anna Merzagora Onlus, una brochure d’informazione
per malati e familiari, comprensibile per chiunque,
distribuita dalle farmacie di Milano e Pavia e poi inserita
in un sito specializzato nel dolore.
• Abbiamo acquistato per la scuola del Prof. Bonezzi
attrezzature didattiche e un prezioso apparato per la
ricerca, unico in Italia.
• Tra il 2003 e il 2004 abbiamo finanziato soggiorni di
studio in Svizzera, Germania, Belgio, Spagna e U.S.A.
per tre medici italiani, che praticano e studiano la
Terapia del Dolore ad un elevato livello scientifico e
professionale.
Adesso i soldi iniziali e i pochi altri che siamo riusciti a
tirar su negli otto anni di vita della Fondazione stanno per
finire e quindi liquidiamo la Fondazione, ma siamo
abbastanza sereni perché crediamo che le risorse e il
lavoro che abbiamo messo nella Fondazione siano serviti a
qualcosa.
Il problema dolore c’è ancora, ma qualche cosa si è mossa
e continua a muoversi, forse anche un po’ per merito
nostro: siamo stati in tanti a spingere e adesso la gente e i
giornali ne parlano e sta per uscire una nuova legge che
riconosce l’esistenza della Terapia del Dolore e ne prevede
l’insegnamento con una super-specializzazione successiva
alla specializzazione in Anastesiologia; piano piano
cominceranno ad arrivare medici competenti in materia e
tutto si metterà in moto, perché il problema è vero e
grande: prima si moriva presto e adesso si muore più tardi,
ma alcuni sfortunati devono pagare un prezzo altissimo,
soffrire ferocemente durante tutta la vita in più che gli è
stata donata o imposta.
Ovviamente Anna Merzagora non ha avuto nessun
beneficio da tutto quello che abbiamo fatto in suo nome;
lei è morta, non ha saputo nulla del nostro impegno e
ormai è solo un nome: chi lei è stata lo sanno e lo
ricordano solo i pochi che l’hanno conosciuta e quanto
prima tutto sarà dimenticato, come tutto e tutti.
Forse, oltre ai malati che soffriranno di meno e ai medici ai
quali abbiamo dato una mano, l’unico altro che ha avuto
un beneficio sono stato io, perché per qualche anno l’ho
sentita quasi viva, mentre ero impegnato per la Fondazione
e nello stesso tempo cercavo di ricostruire il pezzo di vita
che mi è rimasto.
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Comunque si va avanti: la Fondazione chiude, ma il
ricordo di Anna rimane vivo dentro di me e nello stesso
tempo, per gli altri, passa nelle mani di Francesca
Merzagora Tedeschi, la “nipotina” adorata di Anna, figlia
della sorella di Anna, Nicoletta che, anche lei, ci ha
lasciato troppo presto.
Francesca, dopo la Bocconi e dopo quindici anni di
dirigenza alla Fondazione Balzan, si è occupata solo di
non profit, presso l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO)
fondando Sottovoce, poi presiedendo per 10 anni il Forum
Italiano di Europa Donna e fondando e gestendo
l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna
(O.N.Da) e sul suo sito sta organizzando un settore
dedicato al Dolore, anche degli uomini, nel quale sarà
ricordata la zia Anna.
Io sono sicuro che la mia “nipotina” Francesca farà
benissimo, prima di tutto per informare e aiutare chi ha
bisogno di una guida per uscire dal Dolore e poi per far
rivivere, per qualche attimo, il ricordo della zia.
Sergio Cesa
Anna Merzagora
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Cesare Bonezzi
Primario, Unità di
Medicina del Dolore,
Fondazione Salvatore
Maugeri IRCCS Pavia
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L’Ingegner Cesa ha già descritto nei particolari la nascita
della Fondazione e tutte le iniziative che sono state attuate.
Tutto è nato grazie alla decisa volontà, maturata durante la
sua triste e diretta esperienza, di portare alla gente comune
la conoscenza della possibilità di non soffrire grazie alla
terapia del dolore e ai medici il sapere per poter affrontare
i differenti tipi di dolore. Si è messo vicino a noi e ci ha
aiutato in questi due ambiziosi progetti, dimostrando tutta
la sua voglia di impedire che altri malati potessero soffrire,
come sua moglie aveva sofferto. Molto è stato fatto e
certamente di più di quanto lui abbia percepito e
raccontato. Attorno alla scuola si è creato un gruppo di
medici che continua a frequentare il centro, si aggiorna e
pratica la terapia del dolore in modo sempre più moderno
ed efficace. Molti di questi medici devono alla Fondazione
la possibilità di essere quello che oggi sono.
La Fondazione ha vissuto i momenti cruciali della nascita
e della diffusione di un nuovo sapere scientifico portando
un contributo veramente importante. Abbiamo visto
diffondersi la conoscenza della diagnosi e della cura del
dolore, abbiamo visto nascere i primi centri di terapia del
dolore in Italia, abbiamo visto negli ospedali crescere la
sensibilità al soffrire e registrare nella cartella clinica
l’entità del dolore come segno vitale, abbiamo visto
scrivere una legge che sta seguendo l’iter parlamentare e
che definirà i modi e criteri per la costruzione di una rete
nazionale di centri dediti alla lotta al dolore inutile. Egli ha
sempre capito i momenti critici e i successi ottenuti; ha
gioito con noi e ci ha consolato nei momenti di delusione.
Ma il vero obiettivo dell’Ingegnere è sempre stato quello di
lottare contro una mediocre conoscenza delle cure da
adottare. Egli voleva far sapere che si può e si deve non
soffrire senza vivere in uno stato di sonnolenza e di
inattività. Aveva vissuto vicino a sua moglie il bisogno di
comunicare, di vivere e di condividere gli ultimi mesi ed
odiava la confusione e l’isolamento in cui la moglie aveva
vissuto a causa dei farmaci che assumeva per combattere il
dolore.
A lui, che ha sempre avuto il dubbio di non avere fatto
abbastanza, dico grazie. Lo dovrebbero dire i pazienti
curati per gli aiuti che ci ha dato, i medici che ha
contribuito a formare, le Istituzioni che poco hanno fatto
per diffondere la cultura della lotta al dolore.
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Il dolore
Il dolore è un segnale di allarme finalizzato ad allertare il
corpo sulla presenza di stimoli pericolosi, o
potenzialmente tali, nell’ambiente o nell’organismo stesso.
Esso per la sua funzionalità può essere dunque un alleato
o un nemico. La sua insorgenza è comunemente dovuta a
lesioni dei tessuti oppure a qualche tipo di malattia e la cui
intensità è solitamente commisurata al tipo di problema.
Il dolore oncologico
Il dolore di origine neoplastica rappresenta un problema di
enorme importanza sanitaria e sociale. Esso, infatti, è il
sintomo più frequente, si può dire quasi costante, di ogni
tipo di malattia neoplastica. Nonostante i progressi
dell’oncologia ed i moderni metodi di cura dei tumori,
spesso nella sua evoluzione il cancro si accompagna a
dolori severi con punte più elevate nei tumori ossei, del
polmone e del pancreas, e in tutte le forme che
determinano formazioni di metastasi ossea. Il dolore è
presente nel 20-50% dei pazienti con cancro in fase
iniziale (alla diagnosi) ed in più del 70% di quelli in fase
avanzata e terminale.
Eppure il dolore da cancro può essere efficacemente
controllato nella grande maggioranza dei pazienti con un
programma integrato fra trattamenti farmacologici per
l’analgesia e terapie anti-cancro (radio-chemio ed
ormonoterapia). Il dolore non è un sintomo isolato: nausea,
vomito, astenia e deterioramento delle facoltà cognitive
contribuiscono ad aggravare la sofferenza globale del
malato. La terapia farmacologica è il cardine del
trattamento, riuscendo a controllare il dolore in almeno il
90% dei pazienti; solo una piccola minoranza ha bisogno
di misure più invasive (terapie spinali, neurolitiche e
neuroablative). Malgrado ciò, il dolore è sottostimato e
trattato inadeguatamente. In Italia solamente il 20% dei
pazienti che ne avrebbero bisogno riesce ad accedere a
cure antalgiche efficaci.
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Cos’è il dolore da cancro?
Il dolore da cancro può essere considerato come un
fenomeno duplice: la percezione della sensazione e la
reazione emozionale che da essa scaturisce.
L’interpretazione e la risposta che il malato di cancro ha in
conseguenza dello stimolo doloroso varia con la cultura,
con la morale, con l’umore, con le precedenti esperienze
dolorose, con l’aspettativa di guarigione e con il significato
che viene attribuito al dolore.
Il dolore oncologico ha delle caratteristiche molto
peculiari rispetto a tutti gli altri dolori anche gravi.
Generalmente cresce con l’evolvere della malattia ed ha
un totale coinvolgimento della personalità del malato e del
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contesto sociale in cui vive. Si presenta in svariati modi:
localizzato o generalizzato, puntorio, gravativo, urente, e
con caratteristiche particolari secondo la struttura colpita
(ossea, viscerale, muscolare, tendinea e altro). Gli esperti
distinguono un dolore nocicettivo (dovuto alla trasmissione
del trauma al sistema nervoso centrale da parte di nervi
normali), uno neuropatico (determinato da una lesione
primitiva o disfunzione del sistema nervoso e può essere
periferico e centrale), uno psicogeno, ognuno dei quali si
cura in modo diverso.
Sebbene il nostro organismo sia capace di riconoscere il
segnale doloroso, purtroppo non è preparato
geneticamente, se non in piccola misura, a cessarne lo
stimolo dopo che ha avvertito il danno in cui si è incappati.
Da qui nasce il dovere morale per il medico di potenziare
i processi endogeni di protezione dell’organismo contro il
dolore, in modo che:
• il minore dolore permetta di partecipare alla vita sociale
e familiare;
• tutte le energie siano concentrate nella cura della malattia;
• sia possibile una qualità di vita dignitosa e più serena
possibile.
Le cause del dolore oncologico
Il dolore da cancro può essere dovuto a diversi meccanismi
in grado di produrre dolore che, variamente combinati
nelle differenti situazioni cliniche, possono condurre a
quadri clinici complessi. Le ragioni di questa complessità
dipendono dal fatto che il dolore da cancro può essere
dovuto a:
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1. l’invasione tumorale della pelle, dei muscoli, delle ossa
e delle articolazioni. La crescita del tumore in queste
sedi può comportarne la compressione o l’infiltrazione
con sostituzione del tessuto normale con quello
patologico;
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2. l’invasione tumorale dei visceri. Nel caso dei visceri
cavi è possibile che vi sia la compressione di un canale
che trasporta un liquido organico, per esempio le vie
biliari o l’uretere, mentre nei visceri pieni, come il
fegato, l’invasione tumorale può comportarne l’aumento
di volume con dolore da distensione della capsula di
rivestimento;
3. l’invasione tumorale dei nervi. La crescita di un tumore
in prossimità dei nervi può produrre un dolore da
infiammazione o da distruzione del nervo.
Le cause organiche del dolore oncologico, inoltre, possono
essere dovute al coinvolgimento diretto da parte della
neoplasia, alle complicanze della terapia antineoplastica,
alle complicanze della terapia antalgica, alle alterazioni
biochimiche e fisiologiche legate alla neoplasia, a
patologie dolorose non legate al cancro o alla terapia e alla
combinazione dei diversi fattori.
Riconosciuto il meccanismo che produce il dolore, esso
può essere controllato, con una adeguata terapia. La
possibilità di applicare tecniche antalgiche specialistiche
in grado di controllare il dolore è compito dell’algologo
che valuterà la situazione in base:
1. al meccanismo che produce il dolore,
2. alla distribuzione del dolore,
3. alla fase di malattia, all’aspettativa di vita del paziente,
al suo atteggiamento psicologico, alle sue preferenze
terapeutiche, alle sue abitudini di vita e di lavoro ed alla
sue reali aspettative.
Metodi per curare il dolore da cancro
Esistono delle scale e dei questionari per quantificare il
dolore che possono aiutare a valutarne l’intensità. La più
diffusa è la Scala Analogica Visiva (VAS) in cui il malato è
invitato ad identificare il dolore con un numero il cui
massimo è 10. I valori compresi tra 1-3 identificano dolori
lievi, tra 3-4 dolori medi e tra 5-10 dolori gravi.
Le principali metodiche per controllare il dolore da cancro
consistono in:
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1. trattamenti farmacologici, preferibilmente per via orale,
con gli analgesici (anti-infiammatori e morfinici) se il
dolore dipende dall’invasione tumorale della pelle, dei
muscoli, delle ossa, delle articolazioni e dei visceri o
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con i farmaci per il dolore neuropatico se il dolore
dipende dall’invasione tumorale dei nervi;
2. trattamenti farmacologici per via spinale.
Il dolore cronico
In Italia l’attenzione rivolta al tema del dolore cronico è
ancora molto scarsa e nonostante il riconoscimento
generalizzato del Diritto di accesso alla terapia del dolore
per tutti i cittadini malati, nel nostro Paese il dolore viene
ancora sottovalutato e trattato in maniera inadeguata.
I cittadini segnalano ostacoli di vario genere nell’accesso
alla terapia del dolore cronico ma soprattutto nel
mantenimento di uno stadio di dolore tale da permettere
una vita quotidiana di qualità.
Secondo uno studio condotto dalle Associazioni Europee
(EFIC) facenti capo all’Associazione Internazionale per lo
Studio del Dolore (IASP), il dolore cronico colpisce in
prevalenza le donne. In Occidente a soffrirne sono ben 12
milioni: il 39,6% lo sperimenta nel proprio quotidiano,
contro il 31% degli uomini.
Che cos’è il dolore cronico?
Se un dolore perdura da più di sei mesi senza che le cure
mediche o chirurgiche, rivolte alla malattia responsabile,
abbiano apportato sollievo, può essere definito cronico.
Diventa così un indesiderato compagno di viaggio che non
abbandona mai e che rende estremamente più difficile
condurre una vita quotidiana normale. Il dolore, a questo
stadio, diviene un sintomo inutile che va trattato nel modo
più tempestivo e completo possibile.
12
Quali sono le cause del dolore cronico?
Il dolore cronico è il più delle volte riconducibile a:
• Una malattia degenerativa (come nelle artrosi, primarie o
secondarie a traumi o a lavori usuranti) o una patologia
infiammatoria (artriti, spondiliti).
• Una patologia del sistema nervoso periferico o centrale
(da compressione di nervi o loro radici, da strappamento
delle radici, da ictus).
• Una malattia che ha provocato un danno del nostro
sistema di percezione del dolore e che, seppur eliminata,
lascia come tragica conseguenza il dolore (dolore da
amputazione, da interventi chirurgici ecc).
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Il dolore cronico può essere influenzato anche dallo stile di
vita, da scompensi alimentari, fumo, abuso di alcol o
droghe, da inattività fisica.
Chi ne può essere colpito
Il dolore cronico colpisce in prevalenza le donne, gli
anziani, i soggetti con altre malattie croniche (diabete,
artrite o problemi alla schiena) o interessati da disturbi
d’ansia o depressione. Non è sempre possibile prevenire il
dolore cronico, ma se si interviene in modo tempestivo e
mirato possiamo impedire che al dolore si associno tutte le
altre conseguenze che esso è in grado di generare e quindi
la possibilità che insorga uno stato vero e proprio di
“malattia dolore”.
Perché sensibilizzare alla prevenzione e cura del dolore
cronico?
Se trascurato, le conseguenze del dolore cronico possono
diventare importanti e condurre in forma progressiva ad
una “malattia-dolore” caratterizzata da:
• Immobilità con conseguente deperimento dei muscoli,
delle articolazioni, ecc.
• Depressione del sistema immunitario e aumentata
suscettibilità alle malattie
• Disturbi del sonno
• Inappetenza e malnutrizione
• Dipendenza da farmaci
• Eccessiva dipendenza dalla famiglia o da altri addetti
all’assistenza
• Abuso o uso non appropriato dei servizi sanitari
• Scarso rendimento sul lavoro, invalidità
• Isolamento da società e famiglia, chiusura in se stessi
• Ansia, paura, frustrazione, depressione, suicidio
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Le forme di dolore cronico
Da vari anni, nel mondo scientifico, sta assumendo
crescente evidenza l’osservazione che molte delle
patologie che comportano dolori cronici tendono ad avere
una maggiore incidenza nel sesso femminile. Si sta così
ampliando la lista delle patologie caratterizzate dal
sintomo dolore per le quali la donna sembrerebbe
presentare una particolare suscettibilità. Tra queste hanno
una particolare rilevanza:
• La lombalgia e cervicoalgia: un dolore che colpisce la
regione lombare o cervicale (protrusioni o ernie discali,
spondiliti, spondiloartrosi, crolli vertebrali da
osteoporosi, metastasi tumorali).
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• Le vasculopatie periferiche che causano la riduzione del
calibro o l’infiammazione dei vasi sanguigni periferici
con una possibile evoluzione verso la trombosi.
• Le neuropatie dolorose, generate da compressioni dei
nervi, scompensi nutrizionali, diabete, alcolismo,
infezioni e patologie autoimmuni, insufficienza renale o
cancro.
• La cefalea ed emicrania nelle sue diverse forme
(vasomotoria, muscolo tensiva, ecc).
• La fibromialgia una forma di dolore muscolo-scheletrico
diffuso, accompagnato da affaticamento moderato o
severo e da una ridotta resistenza alla fatica.
• L’artrosi, una malattia cronica degenerativa che interessa
le cartilagini articolari.
La diagnosi
Nell’affrontare questo tipo di patologie è molto importante
avvalersi di un approccio specialistico in quanto occorre
considerare i disturbi correlati al dolore cronico nei loro
molteplici fattori ed aspetti, che sempre coinvolgono la
sfera somatica e psicologica. Per questo è necessario
rivolgersi a centri e strutture specializzate dove è possibile
ricorrere a un lavoro di équipe, garantito dalla presenza di
differenti e specifiche figure professionali, in grado di
valutare tutte le svariate sfumature che la complessità di
questi disturbi tende a generare.
Le opportunità di cura
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La scelta della terapia dipende dal tipo specifico di dolore,
dalla sua gravità e dal successo delle terapie precedenti. Le
opportunità per il controllo del dolore sono costituite da:
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✓ Farmaci analgesici oppiodi e anti-infiammatori per via
orale, rettale, transdermica e per iniezione (intramuscolare,
endovenosa, sottocutanea).
✓ Farmaci antipilettici e antidepressivi per il controllo del
dolore da lesione nervosa.
✓ Farmaci cortisonici assunti generalmente per bocca al
mattino.
✓ Neurostimolazione: stimolazione elettrica che va dalla
stimolazione della cute alla più complessa stimolazione
dei cordoni midollari o dei nervi periferici.
✓ Blocchi delle vie nervose: applicazione di un anestetico
locale e/o farmaci steroidei mediante un’iniezione
nell’area dolorosa.
✓ Interventi percutanei minivasivi sulla colonna vertebrale,
a livello delle faccette articolari, dei dischi
intervertebrali.
✓ Termolesioni a radiofrequenza delle afferenze sensitive
alle strutture sofferenti.
✓ Interventi di chirurgia in caso di problemi strutturali alla
schiena o di ernia del disco.
✓ Altre terapie: chiropratica con manipolazione delle
articolazioni, agopuntura.
✓ Fisio-chinesiterapia che aiuta a ripristinare la funzionalità
di articolazioni e muscoli irrigiditi.
✓ Sostegno psicologico e terapia cognitivo-comportamentale.
Il dolore da parto
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Il dolore è l’aspetto del parto che più preoccupa la maggior
parte delle donne, almeno nella nostra cultura. Infatti esso
viene classificato come uno dei dolori di intensità più
elevata che l’organismo umano possa percepire. Si
comprende pertanto come l’uomo sin dall’antichità abbia
cercato di alleviare “le doglie” ricorrendo a varie soluzioni
disponibili per quelle epoche: bevande soporifere a base di
alcool, sostanze morfino simili, estratti da radici e piante e
così via. Ma è solo con l’avvento dell’anestesia moderna
che il trattamento del dolore durante il parto ha avuto una
sua applicazione clinica. La prima descrizione dell’uso
dell’etere durante il parto risale al 1847 (Edimburgo –
Scozia), mentre la prima applicazione dell’anestesia
regionale risale agli inizi del 1900 (Basilea – Svizzera). Da
allora di tempo ne è passato e grazie all’aumento delle
conoscenze ma soprattutto alla disponibilità di nuovi
farmaci sicuri, efficaci e potenti il ricorso alle tecniche di
analgesia durante il travaglio da parto ha avuto un
progressivo sviluppo ed una sempre più vasta applicazione.
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…dove siamo arrivati
Oggi il controllo farmacologico del dolore da parto, è al
centro di un acceso dibattito che riporta in primo piano il
significato fisiologico di tale dolore che, in questo caso, ha
lo scopo di guidare le azioni della madre durante il
travaglio e il parto. Infatti la donna assume istintivamente
le posizioni più antalgiche in cui ci sono minore resistenza
e minore compressione, al fine di proteggersi da possibili
danni al bacino, al collo dell’utero e al perineo e, nello
stesso tempo, proteggere il bambino da un’eccessiva
compressione. Non solo, il dolore ha anche un’azione di
stimolo alla produzione di ossitocina, necessaria per il
corretto svolgimento del travaglio e del parto, e di
endorfine, che aumentano nella madre e nel bambino lo
stato di benessere e la capacità di tollerare il dolore.
Il controllo del dolore da parto
Per far fronte al dolore del travaglio e del parto oggi sono
percorribili due vie distinte di analgesia: quella fisiologica
e quella farmacologica.
L’analgesia fisiologica si basa su diverse tecniche naturali
che hanno lo scopo di mettere la donna nelle condizioni di
affrontare e reagire attivamente al dolore che non viene
annullato, ma mantenuto ai minimi fisiologici.
Le principali tecniche di analgesia naturale ricorrono a:
• Tecniche di respirazione: il respiro è la prima funzione
vitale, in grado di favorire l’eliminazione dello stress,
sciogliere le tensioni muscolari e migliorare
l’ossigenazione del feto e della placenta.
• Tecniche di visualizzazione che facilitano l’interazione
tra mente e corpo favorendo lo svolgimento di tutte le
fasi del travaglio e del parto e il legame con il proprio
bambino.
• Il lavoro corporeo che ha lo scopo di preparare il fisico
al parto attraverso lo scioglimento delle tensioni
muscolari, la mobilizzazione del bacino e della colonna
e una maggiore percezione del proprio corpo.
• Gli impacchi, i massaggi e la musica che aiutano il
rilassamento, riducono l’ansia, lo stress, la tensione
muscolare e alleviano il dolore.
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L’analgesia farmacologica, invece, si basa sulla somministrazione
di analgesici, anestetici o narcotici, e può essere effettuata a
due livelli: con la somministrazione intramuscolare,
endovenosa o inalatoria di sedativi e narcotici o, più
frequentemente, con l’analgesia epidurale (o peridurale).
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Qualunque tecnica si decida di utilizzare, fattori essenziali
sono un’adeguata informazione e una giusta preparazione,
anche psicologica, in modo che il dolore non venga
amplificato dalla paura e dalla tensione.
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L’analgesia epidurale
L’epidurale è una analgesia di tipo medico. Si tratta di una
tecnica anestesiologica che consente di operare in sala
operatoria tenendo sveglio il paziente. Si pratica
introducendo un ago attraverso due vertebre fino a
raggiungere lo spazio epidurale che è posizionato fra la
dura madre (una delle tre meningi che avvolgono il
midollo spinale) e la colonna vertebrale. Una volta
raggiunto lo spazio epidurale si può iniettare l’anestetico
locale direttamente in un’unica soluzione o, più
frequentemente, attraverso un piccolo catetere. La
somministrazione di farmaci viene modulata a seconda
dell’intensità del dolore nei vari momenti del travaglio,
restando tuttavia sempre in concentrazioni molto basse
poiché l’effetto vuole essere analgesico e non anestetico
(cioè si elimina il dolore del travaglio, ma non la possibilità
di muoversi). L’analgesia epidurale va sempre e solo
eseguita da un medico anestesista esperto in questa
tecnica.
La peridurale può essere associata nello stesso momento,
senza praticare altre punture, alla spinale. Questa tecnica,
chiamata CSE (Combined Spinal Epidural) è di recente
introduzione nell’analgesia per il parto. Ha il vantaggio di
indurre una analgesia in tempi brevissimi, cioè la latenza,
che con la peridurale si aggira intorno ai 10-15 minuti,
mentre è quasi immediata con la CSE.
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Quali i benefici?
Usata nel corso di molte prestazioni chirurgiche, trasferita
in sala parto l’analgesia epidurale ha molteplici vantaggi:
permette alla gestante di mantenere uno stato di coscienza
vigile e una respirazione spontanea, ma soprattutto di
contenere in maniera importante il dolore e l’uso di
farmaci. Al momento del parto e della fase espulsiva
l’epidurale non ridurrà la forza muscolare e permetterà di
mantenere integra la capacità di spingere adeguatamente
fino al momento dell’espulsione. Il parto avviene quindi
con piena ed attiva partecipazione e senza alcuna
percezione dolorosa. Anche in caso di episiotomia
(incisione chirurgica in prossimità della vagina che
favorisce l’estrazione del feto), l’analgesia peridurale
consentirà di non avvertire dolore né durante l’esecuzione
dell’intervento né, successivamente, durante la sutura.
Quali le controindicazioni?
L’analgesia epidurale può essere praticata nella
grandissima maggioranza delle partorienti. Vi sono però
alcune condizioni nelle quali non è possibile eseguirla,
come in presenza di gravi malattie emorragiche o di terapie
anticoagulanti, di infezioni nella zona di introduzione del
catetere, di gravi malformazioni della colonna vertebrale e
di gravi malattie del sistema nervoso periferico.
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Quali gli effetti collaterali per la mamma?
Se correttamente eseguita, l’analgesia epidurale è una
tecnica sicura e non ha effetti collaterali spiacevoli. La
complicanza più frequente è il:
• Mal di testa (<1%) che in genere insorge a distanza di
24-48 ore dal parto. Tipicamente è un mal di testa che si
esacerba assumendo la stazione eretta e si esaurisce in
alcuni giorni. Può essere controllato con semplici
analgesici e assumendo abbondanti liquidi.
In rari casi possono presentarsi:
• Brividi: è un fenomeno abbastanza comune durante il
travaglio anche in assenza di una analgesia
farmacologica praticata con la peridurale.
• Riduzione della pressione arteriosa: è facilmente
controllabile con la somministrazione di liquidi per via
endovenosa e/o con l’utilizzo di farmaci appropriati.
• Prurito: può essere la conseguenza dell’uso di alcuni
farmaci per controllare il dolore. In genere è in forma
lieve, tollerata e non frequente. In alcune forme insistenti
può essere trattato adeguatamente con farmaci specifici.
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• Persistenza del dolore in alcune aree: raramente
l’anestetico non si distribuisce in modo omogeneo e non
riesce a coprire tutta l’area interessata al quale si può
ovviare con una serie di procedure per limitare o
contenere questo fenomeno.
Quali gli effetti collaterali per il feto?
Sono piuttosto rari i rischi per il nascituro. Tra i possibili,
vanno annoverate:
- Variazioni del battito fetale: occasionalmente entro 10-15
minuti dall’inizio di una peridurale, cioè quando si
cominciano ad avvertire i benefici di questa procedura,
si potrebbero osservare delle variazioni del battito fetale
(rallentamenti o alterazione della variabilità temporale)
che sono comunque di breve durata (3-4 minuti) e del
tutto benigne.
Anestesia epidurale per il parto cesareo
In caso di parto cesareo, l’anestesia epidurale permette di
affrontare l’intervento chirurgico abolendo totalmente la
sensibilità nell’area interessata e controllando in modo
efficace il dolore acuto postoperatorio.
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L’analgesia epidurale rientra nei LEA?
In Italia l’analgesia del parto mediante peridurale continua
è una pratica poco diffusa rispetto ad altre nazioni con
standard sanitari simili. Ciò è dovuto soprattutto a motivi
culturali e di politica sanitaria, da cui discendono gravi
carenze organizzative e gestionali. L’analgesia epidurale è
stata recentemente inserita nei LEA ma solo il 16% degli
Ospedali italiani la offre alle pazienti. Tale opportunità
quando è prevista viene richiesta dal 90% delle partorienti.
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Dolori post-partum
Circa il 20-40% delle donne che hanno partorito lamenta
di soffrire di mal di testa, dolori al perineo e altri fastidi di
varia natura che fanno sentire la neomamma in una
condizione di lieve malessere generale.
Dolore al perineo: spesso per lo sforzo il perineo si lacera
o viene inciso per poter permettere la migliore fuoriuscita
del bambino. Per riabilitare il perineo occorre fare esercizi
specifici di contrazione e rilassamento alternato che
coinvolgano i muscoli dell’ano e della zona perineale. Per
alleviare il dolore anche all’atto del defecare, può servire
cospargere di crema l’orifizio anale prima di andare in
bagno ed alimentarsi in modo che le feci siano molto più
morbide. È possibile ricorrere ad antidolorifici locali, in
spray o in gel, a base di ibuprofene o all’utilizzo di una
ciambella di gomma o a un cuscino di gommapiuma su cui
sedersi che allevia e favorisce la guarigione.
Cefalea da sforzo: compare a causa dell’intenso sforzo a
cui è sottoposta tutta la muscolatura del corpo durante il
parto. Uno dei rimedi principali è quello dell’utilizzo di
antidolorifici a base di paracetamolo che può essere
assunto anche durante l’allattamento.
Emicrania: l’emicrania colpisce solo un lato della testa, a
differenza della cefalea da sforzo. Il dolore è molto intenso
accompagnato da sensazione di vomito, intolleranza alla
luce e al rumore. Anche il tal caso, se il mal di testa è
inteso, è consigliato il paracetamolo come antidolorifico.
In caso di nausea e vomito sarà il medico a prescrivere il
medicinale specifico.
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Legge
15 marzo 2010,
n. 38
(Estratto)
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Nel corso degli ultimi mesi il Governo ha varato un nuovo
testo di legge, costituito da 12 articoli atti a garantire
l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. A
conclusione del nostro breve percorso su alcuni tra i più
comuni ed intensi dolori della donna, vorremmo citare
alcuni punti che ci sembrano tra i più salienti:
Art. 1 – Finalità
3 – (…) le strutture sanitarie che erogano cure palliative e
terapia del dolore assicurano un programma di cura
individuale per il malato e la sua famiglia, nel rispetto dei
seguenti principi fondamentali:
a) tutela della dignità e dell’autonomia del malato, senza
alcuna discriminazione;
b) tutela e promozione della qualità della vita fino al suo
termine;
c) adeguato sostegno sanitario e socio-assistenziale della
persona malata e della famiglia.
Art. 3 – Competenze del Ministero della Salute e della
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le
regioni e le province autonome di Trento e Bolzano
Le cure palliative e la terapia del dolore costituiscono
obiettivi prioritari del Piano nazionale (…)
Art. 4 – Campagne di informazione
2. - Le campagne (…) promuovono e diffondono
nell’opinione pubblica la consapevolezza della rilevanza
delle cure palliative, anche delle cure pediatriche e della
terapia del dolore, al fine di promuovere la cultura della
lotta contro il dolore e il superamento del pregiudizio
relativo all’utilizzazione dei farmaci per il trattamento del
dolore, illustrandone il fondamentale contributo alla tutela
della dignità della persona umana e al supporto per i loro
familiari.
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Art. 9 – Monitoraggio ministeriale per le cure palliative e
per la terapia del dolore
1. Presso il Ministero della Salute è attivato, eventualmente
anche attraverso l’istituzione di una commissione
nazionale, avvalendosi delle risorse umane disponibili a
legislazioni vigente, il monitoraggio per le cure palliative e
per la terapia del dolore connesso alle malattie
neoplastiche e a patologie croniche e degenerative. (…). Il
Ministero provvede a monitorare in particolare:
a) i dati relativi alla prescrizione e all’utilizzo dei farmaci
nella terapia del dolore e in particolare dei farmaci
analgesici oppiacei;
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b) le attività di formazione a livello nazionale e regionale;
c) le attività di ricerca; (…)
Art. 10 – Semplificazione delle procedure di accesso ai
medicinali impiegati nella terapia del dolore
3 (…) e) (…) per la prescrizione, nell’ambito del Servizio
Sanitario Nazionale, di farmaci previsti dall’allegato III-bis
[oppioidi] per il trattamento di pazienti affetti da dolore
severo (…) può essere utilizzato il ricettario del Servizio
Sanitario Nazionale (…)
Art. 11 – Relazione annuale al Parlamento
Il Ministero della salute, entro il 31 dicembre di ogni anno,
presenta una relazione al Parlamento sullo stato di
attuazione della presente legge, riferendo anche in merito
alle informazioni e ai dati raccolti con il monitoraggio di
cui all’art.9.
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Indice
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O.N.Da
Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna
Francesca Merzagora
Pag. 2
Perché una pubblicazione sul dolore
Pag. 3
La Fondazione Anna Merzagora
Sergio Cesa
Pag. 4
Introduzione
Cesare Bonezzi
Pag. 8
Il dolore oncologico
Pag. 9
Il dolore cronico
Pag. 12
Il dolore da parto
Pag. 15
Legge 15 marzo 2010, n. 38 (Estratto)
Pag. 21
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