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La mafia intorno a noi - ASSOCIAZIONE GENITORI MOROSINI

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La mafia intorno a noi - ASSOCIAZIONE GENITORI MOROSINI
La mafia
intorno a noi
Incontro di ragazze e ragazzi di terza media con
il prof. Nando Dalla Chiesa
Docente di Sociologia della Criminalità Organizzata, presidente
della Commissione Antimafia del Comune di Milano, presidente
emerito dell’Associazione Libera
Scuola Manara
1/3/2013
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Ringraziamenti – Roberto Falessi (Presidente del Consiglio d’Istituto)
Buongiorno ragazze e ragazzi
Abbiamo un bell’incontro da mettere a frutto.
Porto i saluti del Preside e i ringraziamenti del consiglio d’Istituto al
prof.Nando Dalla Chiesa che terrà questo incontro: è docente di sociologia
della criminalità organizzata dell’Università Statale di Milano, Presidente
emerito dell’associazione Libera e Presidente della Commissione
Antimafia presso il Comune di Milano.
Presento anche la prof.ssa Elena Granata, docente di urbanistica al
Politecnico di Milano, che animerà con voi il dibattito.
Ringrazio tutto il corpo insegnanti che ha preparato e organizzato questo
appuntamento ed, in particolare, le insegnanti che l’hanno promosso, le
prof.sse Pappalardo, Pipitone e Albertini.
Vi auguro un buon ascolto e un buon incontro.
Riconoscere la mafia – prof. Elena Granata (Politecnico di Milano)
Ragazzi, stamani abbiamo un’occasione incredibile, perché abbiamo con
noi un testimone speciale, per capire dov’è la mafia, come facciamo a
riconoscerla intorno a noi, quali sono i segnali che ci dicono che la mafia è
presente anche nelle nostre città. Rivolgiamo allora le prime domande al
prof. Dalla Chiesa. C’è la mafia al Nord? Come facciamo ad accorgerci
della mafia intorno a noi? Cosa ci dice oggi che il fenomeno mafioso non è
soltanto nei film o nel sud Italia ma è presente anche nei contesti in cui
abitiamo?
Dalle intercettazioni di due boss a Milano: “il mondo si divide in due: ciò
che è Calabria e ciò che lo diventerà” - Partirei da tre frasi che si colgono
nelle intercettazioni. Come sapete, quando si fanno le indagini, in
particolare nei confronti delle organizzazioni mafiose che sono molto
chiuse e, quindi, lasciano trapelare poco all’esterno quello che fanno, si
utilizza la tecnica delle intercettazioni. Possono essere intercettazioni
telefoniche oppure ambientali. Con le prime metto sotto controllo i
telefoni; con le seconde metto quella che viene chiamata la cimice dentro
la macchina della persona su cui sto facendo le indagini, sotto il tavolo
dove faranno delle riunioni. La polizia apre segretamente la macchina,
qualche volte utilizzando anche ladri professionisti. Apre la portiera senza
lasciare un segno e mette la cimice. Questo perché molte volte il mafioso
ritiene poco sicuro il telefono, si lascia andare poco al telefono, parla in
modo cifrato; alcune registrazioni hanno colto due personaggi che si
parlavano con i fischi dei pastori, per non farsi comprendere. Mentre
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nell’auto o in alcuni bar o appartamenti, in cui si pensa di non essere
controllati, ci si lascia andare un po’ di più.
Se qualcuno di voi pensa che la mafia o la ‘ndrangheta (che è la mafia
calabrese) non siano al Nord, senta queste conversazioni. Brevissime.
Dopo averle lette, potrei anche chiudere qui e affidarmi alla vostra
intelligenza.
Conversazione tra due boss nella provincia di Milano, uno più anziano e
uno più giovane; il più anziano dice: «e tu ricordati una cosa. Il mondo si
divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.»
Capite qual è la strategia, ciò che stanno facendo, il senso di padronanza
delle aree su cui si sono insediati, che per loro voi siete ciò che è Calabria
o ciò che lo diventerà e si adotteranno gli stessi metodi di comando, di
dominio e di governo che si utilizzano nelle aree a tradizionale presenza
mafiosa.
Dall’intervista ad un collaboratore di giustizia: “Eravamo contenti a sentir
dire che la mafia a Torino non esiste” - La seconda frase è tratta da
un’intervista televisiva del giornalista Iacona (autore e conduttore del
programma televiso “Presa Diretta”) su Torino e l’interland di Torino ad
un collaboratore di giustizia. Il giornalista chiede: «ma voi, quando i
politici torinesi dicevano che a Torino la mafia non esiste, che cosa
pensavate?» Risposta del collaboratore di giustizia che si chiama Rocco
Varacalli: «noi eravamo contenti.» Non immaginate che siano solo i politici
a dire che la mafia non esiste. Riportatela a voi e immaginate la domanda
posta a Varacalli su cosa pensavano a sentir dire dai giovani di Torino che
la mafia non esiste; avrebbe risposto ugualmente: “noi eravamo contenti.”
Perché, quando c’è un avversario e chi lo dovrebbe vedere non lo vede,
questo avversario percepisce che può agire in modo indisturbato, senza
che nessuno lo contrasti.
Da un’intercettazione tra un boss a Genova e il capo in Calabria:
“abbiamo portato lì quello che c’è qui” - La terza frase è, invece,
intercettata ed è fra il capo della ‘ndrangheta in Liguria e il capo supremo
della ‘Ndrangheta in Calabria. Il capo della ‘ndrangheta in Liguria non è
un uomo d’affari ma un verduraio del centro storico di Genova. I due boss
dicono: «noi abbiamo portato lì, quello che c’è qui. Amministriamo lì, per
conto di qui.» Cosa vuol dire? Abbiamo portato il nostro mondo lì e lo
abbiamo trapiantato e lì governiamo e amministriamo quello che c’è in
nome degli interessi che ci sono qui.
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L’infiltrazione indisturbata della mafia al Nord - Le tre frasi ora riportate
sono state dette, una a Milano, la seconda in Piemonte e la terza in
Liguria: le tre Regioni che una volta costituivano il triangolo industriale,
che sono state a lungo le più sviluppate economicamente del Paese, quelle
nelle quali, quando si parlava di mafia, si diceva “quelli di giù”. Si parlava
di quello che accadeva giù con una certa superiorità, come se si trattasse
di fenomeni folcloristici, sia che fosse l’omicidio del commissario di polizia
o quello di un magistrato. Si diceva: “sono cose che accadono in Sicilia. In
Calabria un po’ di meno perché ha avuto strategie diverse. E succedono in
Campania. Da noi non succedono”. Ma questo non è vero. Noi scontiamo
una forma di penetrazione della criminalità organizzata di stampo
mafioso da alcuni decenni che è avvenuta indisturbata proprio per la
ragione che dice Varacalli. Se non ci vedono e continuano a dire che non
esistiamo, entriamo come lama nel burro in questa società. Chi ci
contrasta? Voi immaginate un mondo che avesse detto, negli anni del
terrorismo, i terroristi non ci sono: uccidevano, sparavano alle gambe,
facevano gli agguati sotto la casa delle vittime. Se dei cittadini avessero
detto “il terrorismo non esiste” sarebbero stati giudicati dei pazzi. E’ la
stessa cosa.
A Milano, un processo da 65 ergastoli - Dovete sapere che il processo che
ha avuto il maggior numero di ergastoli in tutta la storia d’Italia non si è
celebrato a Palermo o a Catania, a Napoli o Reggio Calabria ma a Milano.
E’ l’unico processo nel quale sono stati comminati 65 ergastoli per
associazione mafiosa. Gli altri non hanno assolutamente proporzione con
quel processo. E per celebrare quel processo si è dovuto costruire un’Aula
bunker a Ponte Lambro, nella periferia di Milano, perché si era saputo
che si voleva attaccare lo svolgimento del processo anche con bazooka, cioè
con armi da guerra.
Vittime di ieri e di oggi - Io credo che sia importante prendere
consapevolezza di questo, perché molte volte l’idea che si ha è che si
uccidono tra di loro. E’ un’idea che ha fatto molto comodo. Cosa ci importa
a noi? Io dove li vedo? Si uccidono tra quelli che fanno i traffici di
stupefacenti o il gioco d’azzardo. Invece, per esempio a Torino, è stato
ucciso vent’anni fa il procuratore capo della Repubblica, il giudice Caccia.
E’ stato ucciso dai clan calabresi mentre usciva a portare fuori il cane.
C’era modo di accorgersene? Eccome. Se dici che non li vedi, li fai contenti.
Quale regalo maggiore che avere della gente che non capisce neanche con
gli omicidi ed i processi? A Milano avevano deciso di uccidere, dieci anni
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dopo, il sostituto procuratore Alberto Nobili che indagava sulla mafia di
Buccinasco. Hanno studiato lui, il percorso di strada suo e di sua figlia che
andava a scuola con le altre compagne. Per fortuna li hanno presi prima
che passassero all’azione. Sono stati arrestati tutti e il progetto non si è
realizzato. Abbiamo avuto casi di omicidi. Un sindacalista dei fiori a
Milano guidava il camioncino insieme al figlio di 18, 20 anni ed è stato
ucciso. Altrove si diventa una leggenda. A Milano è stato dimenticato per
quasi vent’anni e finalmente il figlio e la moglie hanno pensato di vivere
in una città solidale che non si dimentica delle persone. Abbiamo avuto
dei professionisti che sono stati uccisi, perché si opponevano o erano vicini
alla mafia. La mafia li usa come dei suoi servitori. Ma se non fanno quello
che dicono li uccide. E’ successo così anche qui. Sono stati uccisi dei
testimoni. I ragazzi della facoltà di Fisica hanno indetto una grande
manifestazione di solidarietà con un venditore di panini a cui è stato fatto
bruciare il furgone in piazza Leonardo da Vinci. La ‘ndrangheta aveva
stabilito un controllo su tutti i venditori ambulanti di panini e c’è stato un
processo in cui, dopo aver pedinato i clan mafiosi, la Guardia di Finanza
ha messo un proprio furgone e i clan sono andati a chiedere il pizzo.
Hanno così scoperto che era vero quello che si vociferava, e cioè che veniva
chiesto il pizzo. Quando si è trattato di testimoniare, nessuno ha avuto il
coraggio di testimoniare. E questo è la più grande dimostrazione della
presenza della ‘ndrangheta. Quando la gente si comporta come nella
Corleone degli anni ’60, è la più grande dimostrazione della presenza della
‘ndrangheta. La gente non ha il coraggio di denunciare, ha paura di
denunciare anche quando li vede in manette o dietro le sbarre, perché sa
che quando torneranno, per il vincolo associativo che c’è tra di loro,
potranno subire una punizione. Il venditore di panini vicino a Fisica ha
avuto il coraggio di denunciare e gli hanno incendiato il furgone. I ragazzi
di Fisica hanno fatto una cosa bellissima. Non hanno pensato “sono fatti
suoi”. Hanno raccolto le firme di solidarietà con il venditore di panini e
poi, quando è tornato con il furgone rimesso a nuovo davanti alla Facoltà,
hanno festeggiato il suo ritorno, dandosi tutti appuntamento davanti al
venditore di panini: per due ore non ha fatto altro che vendere panini. Ti
hanno punito e noi ti premiamo. Loro hanno cercato di metterti fuori gioco
e noi ti compriamo i panini. E’ una bella logica. Quando si dice: cosa
possiamo fare? Questo possiamo fare. Di fronte al caso concreto, questo si
può fare. Di episodi come questi ce ne sono tanti.
Prof.Granata: dove vedere la mafia? Qual è la forza della mafia? –
Rispetto alla mafia che c’è intorno a noi, cosa e dove possono vederla dei
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cittadini comuni? E ancora. Tu una volta hai scritto: la forza della mafia è
fuori dalla mafia. I mafiosi possono essere potenti, perché fuori c’è un
sistema o che tace o che non vede o che partecipa e ha degli interessi.
Vi racconto un breve aneddoto. Un mio studente di architettura fa uno
stage, dopo i cinque anni di architettura, in una ditta che costruisce e fa
movimento terra. E’ di una ingenuità colossale. L’impresa gli dà un
furgone e gli fa smaltire i rifiuti dietro alcune villette. E’ uno studente del
Politecnico e non si pone il problema di quali rifiuti smaltisce.
Sul territorio vediamo alcune cose che non quadrano. Troppe case sul
nostro territorio. Troppi cantieri edili. Spesso nascondono interessi illeciti.
Spiegaci allora cos’è quell’area grigia di cui hai parlato in alcuni tuoi libri.
Non c’è solo il mafioso che fa il suo interesse privato ma tutta una serie di
personaggi, l’architetto, il geometra, l’amministratore comunale che
partecipano ad un banchetto problematico.
La mafia si vede negli incendi in città (uno ogni due giorni) - Buona parte
di questa area grigia spesso non si vede. Allora cosa possono vedere anche
dei ragazzi? Avete mai sentito parlare della numerosità degli incendi di
negozi, esercizi commerciali, auto che ci sono stati in questi anni?
Qualcuno ha mai visto delle foto sui giornali di negozi incendiati?
Proviamo a capire perché ci sono tutti questi incendi. Ci sono perché
spesso qualcuno, un commerciante, un artigiano, un professionista, si
rifiuta di pagare il pizzo oppure di accettare richieste che gli vengono fatte
dalla mafia. Se viene chiesto ad un medico di fare un falso certificato e
questi si rifiuta, gli viene incendiata la macchina. Quello che voi sapete e
avete visto dà la risposta alla domanda “ma io dove la vedo?” La vedete in
tutti questi incendi. Come Comitato Antimafia della città di Milano
stiamo facendo un censimento di tutti questi incendi. C’è una media di un
incendio ogni due giorni. Naturalmente sui giornali molte cose non ci
vanno. L’utilitaria usata incendiata non fa notizia. A volte non vengono
indicati come incendi dolosi ma come autocombustione, auto che bruciano
da sole. Trovate una spiegazione del genere persino in gennaio. C’è una
pressione su Milano particolarmente elevata. Un incendio ogni due giorni
rivela una pressione forte e una resistenza ad assecondare le richieste
della ‘ndrangheta ma anche che la criminalità non molla, perché il mondo
si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà. I criminali
vogliono comandare e per ora incendiano. E’ importante essere attenti a
queste cose, perché gli incendi si vedono. Avete, così, un modo per capire
cosa sta accadendo. Certamente non ogni volta che c’è un incendio si
tratta di un attentato mafioso, ma quando ce ne sono tanti e si tratta del
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chiosco di un negoziante che ha testimoniato, si può dire con certezza che
la firma è della mafia.
Le attività illecite e lecite della mafia (un elenco da aggiornare
continuamente) - In quali attività si è infiltrata la mafia?
La prima attività è il traffico di cocaina. La domanda è: chi la compra?
Milano è la piazza più grossa d’Italia per la cocaina. La stima è che ci
siano a Milano ca. 120.000 consumatori abituali di cocaina. Un esercito di
consumatori che ha l’abitudine di prenderla. La forza della mafia sta fuori
dalla mafia. La loro forza sta nel fatto che c’è della gente che chiede
cocaina, che non è capace di vivere la sua normalità ed eccezionalità con le
proprie forze. La mafia organizza la vendita dello stupefacente, rischiando
il meno possibile, usando delle persone affidabili che rischiano e fanno da
schermo con loro, per rendere difficile trovare prove nei loro confronti.
Poi c’è il traffico di rifiuti tossici. Questo provoca dei problemi? Alla lunga
sì. Provate ad inzeppare i terreni di materiali tossici, di amianto, e
vedrete i risultati in termini di salute delle persone.
C’è il movimento terra, la costruzione delle case. A Milano sono attività
svolte solo da calabresi.
I ristoranti, le pizzerie, gli alberghi.
Ora le sale giochi, perché si ricicla denaro, c’è gente che si indebita e alla
quale si possono proporre prestiti usurari. E’ irresponsabile il modo in cui
si stanno estendendo le sale giochi nelle città.
I compro-oro possono nascondere attività mafiose.
Queste attività illecite vengono anche esportate: in questo momento è
forte la presenza mafiosa in Germania e in Spagna.
Il ruolo della donna nella famiglia mafiosa - Nelle famiglie mafiose la
donna svolge un ruolo importante perché educa i figli ai valori dei padri,
trasmette i valori. Ci sono sociologi e, soprattutto, sociologhe che hanno
studiato il ruolo della donna nelle famiglie mafiose. La madre, se uccidono
il padre, educa i figli alla vendetta e li alleva con l’idea che quando
saranno abbastanza grandi dovranno vendicare il padre o il fratello
maggiore. Garantiscono che quel modo di pensare si trasmetta a tutta la
famiglia. La donna continua ad usare nei confronti delle forze dell’ordine
la parola sbirro, insegna che lo Stato è un nemico, che bisogna stare zitti,
insomma tutto quello che è la cultura mafiosa.
Da un po’ di tempo, siccome cominciano ad esserci condanne all’ergastolo,
la donna comincia a prendere anche funzioni diverse, di guida del clan,
per l’assenza dei membri maschi della famiglia mafiosa.
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In qualche caso è successo che una donna si sia trovata a guidare una
famiglia della ‘ndrangheta. A Milano il piazza Prealpi c’è stata una donna
che chiamavano nonna eroina ed era temutissima. I delinquenti sulla
piazza andavano a chiedere il permesso, perché aveva un esercito di figli
maschi che comandava a bacchetta.
Organizzazioni e territorio – Due esempi: Scampia e Buccinasco Le
organizzazioni mafiose sono molte; quelle italiane sono storicamente le
più forti: la mafia siciliana (cosa nostra), quella campana (camorra) e
calabrese (‘ndrangheta). La mafia si chiama così per una parola di origine
araba che entra nel nostro linguaggio, sembra nel 1863. La mafia era
storicamente una forma di potere, nata nel latifondo siciliano e tutti
pensavano che lì sarebbe rimasta. Invece si è espansa, perché la società
che la ospitava era debole e vulnerabile.
Sono molto forti la mafia cinese e russa, molto meno quella turca. Sono
stati molti forti (ora un po’ più deboli) i narcotrafficanti colombiani. Sono
fortissimi i narcotrafficanti messicani.
Ci sono quartieri dominati dalla mafia, come Scampia, che conosco molto
bene. Scampia è un quartiere immenso che sembra una città; qui
comanda la camorra. Poi ci sono una serie di attività importanti contro la
camorra: ad esempio, c’è un ragazzo di 24 anni che si è messo ad educare
al gioco del calcio i ragazzi di Scampia. Ne ha tirati su 500 che giocano con
lui e che sfidano altre squadre importanti. Questo serve a tirarli via dalla
camorra. Ci sono insegnanti e preti molto bravi. I camorristi, però, usano
le armi, per cui se non c’è una sufficiente protezione di quelle aree anche
di notte, riescono a fare quello che vogliono. Ricordo che una volta nove
scuole di Napoli fecero un convegno contro la droga a Scampia, per sfidare
la camorra. Quella zona si liberò, perché c’erano nove scuole, la polizia, gli
ospiti da fuori. Posso dirvi che ai bordi di quell’area passavano
tranquillamente le moto con a bordo i trafficanti di droga che andavano o
tornavano dal Lazio, perché quella è una piazza importantissima per il
traffico di cocaina. Pensate che, per girare il film Gomorra in quel
quartiere, hanno dovuto pagare il pizzo alla camorra, perché il controllo
del territorio è loro. Si è saputo dopo, alla fine del film. Hanno pagato per
paura che incendiassero gli strumenti, gli attrezzi e i camion. A volte i
poliziotti sono corrotti. Dobbiamo raccontare la storia della mafia nella
quale molti poliziotti sono stati uccisi. Ma è capitato, ad esempio a
Buccinasco, su cui ho scritto, dove sono rimasto colpito dalla quantità dei
fenomeni di corruzione di cui è infarcita la storia della ‘ndrangheta in quel
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Comune. Una volta il maresciallo dei carabinieri, una volta l’ispettore di
polizia, una volta il medico, una volta il giudice, il funzionario o l’avvocato.
Comportamenti complici della mafia - La forza della mafia è, dunque,
fuori dalla mafia. Per questo anche a Milano ci stiamo attrezzando perché,
nei posti in cui si decide qualcosa, vadano le persone migliori. La
criminalità deve sapere che quelle che vanno a controllare sono al di sopra
di ogni sospetto. Anche se non sono state condannate. Devono essere le
persone migliori, integerrime.
Quelli che aggiudicano gli appalti, devono essere le persone migliori.
A volte succede che si apre e si chiude un’impresa immediatamente per
non rispondere di quello che hanno fatto. Compro-oro è una delle attività
sulle quali bisogna mettere la lente di ingrandimento. L’estensione non si
giustifica.
E’ vero che pagare la camorra per fare un film contro è come dare del cibo
al cane al quale vorresti toglierlo. Purtroppo hanno ceduto ad una
esigenza cinematografica, pagando il prezzo di questa esigenza. Sono
entrati negli appartamenti. Poteva riprendere dall’esterno e ricostruire la
case dall’interno. Non si può pagare il pizzo alla camorra.
E’ accaduto in un’altra serie televisiva su Palermo; anche in quel caso si
sono presentati a chiedere il pizzo. In questa logica, pur dicendo di voler
combattere la mafia, contribuisco a rafforzarla dall’esterno. Il giudice
Borsellino ha detto che la mafia e la politica o si fanno la guerra o si
mettono d’accordo. I non mafiosi decidono di convivere con la mafia o
chiedono i voti. I candidati devono andare a prendere i voti, uno per uno.
Se la ‘ndrangheta promette 500 voti, questi voti arrivano. In una persona
priva di scrupoli è un ragionamento che lascia il segno e le barriere morali
diventano meno forti. Falcone stimò che nella provincia di Palermo i voti
della mafia erano 180.000. Voti controllati con i quali si eleggevano tre
parlamentari.
Ci sono preti che combattono la mafia; alcuni sono stati anche uccisi, come
don Puglisi a Palermo o don Diana a Casal di Principe.
Non si può entrare nella mafia se si hanno parenti che sono
rappresentanti dello Stato, carabinieri, giudici. Però nello Stato possono
entrare i figli o i parenti dei mafiosi. Loro sono forti perché lo Stato non ha
accesso. I confidenti li uccidono. Se qualcuno decide di uscire e di
collaborare, lo Stato riesce ad avere un contributo importante.
Ieri sono andato a Pozzo d’Adda, in una scuola, la cosa che mi ha colpito di
più è che gli studenti lasciavano tutto sui banchi. Questa è una scuola
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antimafiosa. Avevano la certezza che nessuno avrebbe tirato via nulla dei
loro oggetti.
Se si rimprovera qualcuno perché segnala che qualcosa è sparito, siamo
all’inizio della cultura mafiosa.
Punizioni e premi: le strategie della mafia - La mafia che non brucia o
uccide, potrebbe compiere altri comportamenti, corrompendo, premiando,
convincendo con altri mezzi. Ci sono due forme di persuasione: la
punizione o il premio. Può essere l’incendio o la violenza fisica. Dipende
dalle valutazioni che vengono fatte. La camorra fa un uso anarchico della
violenza fisica. La mafia e la ‘ndrangheta ne fanno un uso più ponderato.
Pensano sempre al modo migliore per utilizzarla, stando sottotono o
esagerando volutamente. Poi ci sono i premi. Cosa mi dai? Per te, in
cambio del favore, abbiamo pensato un importante posto di lavoro in una
banca o alla rai. Ti faremo trasferire. Oppure benefici per il figlio.
Vengono fatte le promesse. La mafia usa tutt’e due questi metodi. Se
bisogna chiedere qualcosa, prima si porta in dono qualcosa e, in caso di
rifiuto, scatta la punizione. In cambio del dono, devo essere disposto a
tenere un comportamento illegale.
Professionisti collusi - All’Università di Architettura di Reggio Calabria, il
figlio di un boss fa nove esami in 45 giorni per laurearsi. Viene venduto
l’esame. Una volta va a fare un esame e dice, in una intercettazione, di
aver fatto l’esame di agricoltura (che non c’è). I professori universitari
avevano preso un capretto o una partita di olio. Cosa farà come architetto?
Farà progetti che aiuteranno le strategie dei clan a cui appartiene, grazie
a nove professori.
C’è un boss della camorra, Giuseppe Spatola, il capo militare del clan dei
Casalesi, descritto in Gomorra, che ha chiesto di uscire dal carcere e si è
finto cieco. Ha fatto fare una perizia in una clinica a Pavia (al centro di
tanti casi di corruzione) e l’oculista ha certificato falsamente che era
diventato cieco e che non si poteva operare. Questo è andato agli arresti
domiciliari in questa clinica, dalla quale è scappato e ha ucciso 18
persone, tra le quali alcuni testimoni che avevano deposto contro di lui. Di
questo oculista cosa facciamo? Ci hanno messo anni ad incriminarlo.
Nessuno potrebbe condannare l’oculista per l’omicidio di 18 persone.
Questa è la forza della mafia: sta in questi professionisti, professori,
medici, collusi con la mafia.
Ci sono organizzazioni mafiose che intervengono sugli esami di maturità
dei privatisti.
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Il coraggio: virtù collettiva - Forse non è possibile eliminare del tutto la
mafia. Se però lo Stato facesse lo Stato e i cittadini i cittadini, non ci
sarebbe spazio. Non basta una minoranza attiva: occorre che coinvolga
tutti gli altri. Se penso alla mafia degli anni ottanta, dico che abbiamo
fatto molti progressi.
Se nessuno avesse più paura della mafia, allora la si potrebbe sconfiggere,
ma il coraggio non è individuale, bensì collettivo. Se tutti insieme
decidessimo, non solo le singole persone singolarmente, di combattere la
mafia, alla fine si sconfiggerebbe.
Chi è dentro un’organizzazione mafiosa può uscire con la morte o cercando
la protezione dello Stato.
Prof. Granata: conclusioni
Questa mattina con il prof. Dalla Chiesa abbiamo imparato molte cose: in
particolare che con gli occhi, i nostri occhi, anche noi, nella nostra vita
quotidiana possiamo cogliere i segni della mafia e della ‘ndrangheta nel
nostro territorio. Non è poco. Dalle vostre parole abbiamo capito che già lo
sapevate fare, perché gli esempi che ci avete portato sono tantissimi (gli
incendi, i negozi, le slot-machine, ecc.). Anche se siete molto giovani, voi
siete già in grado di rendervi conto della mafia che c’è intorno a noi. La
mafia esiste, è vicino a noi, e possiamo accorgercene. Già accorgersene è
un modo per combatterla.
Poi non bisogna avere paura. Non ha senso avere paura, perché la paura
non è un argomento sensato. Con i nostri comportamenti quotidiani, con il
nostro mestiere, voi con le vostre vite, possiamo fronteggiare questi
fenomeni.
Ma c’è un argomento più importante che è venuto fuori stamattina: la
parentela tra alcuni comportamenti e l’atteggiamento mafioso. E’ lì che
possiamo agire, crescendo, imparando a stare insieme. Dobbiamo rifiutarli
come mafiosi. Sono comportamenti che aiutano la mafia. Dobbiamo essere
abilissimi nel riconoscerli come appartenenti ad una categoria che non ci
piace. Se impariamo a riconoscerli. Se aiutiamo a riconoscerli, li
combattiamo.
L’ultimo argomento è rifiutare l’indifferenza. Si vedono i comportamenti
negativi come quelli positivi, e bisogna prendere posizione, non stare in
disparte. Occorre fare attenzione alle cose legate alla vita di tutti i giorni,
dando sempre il proprio contributo, perché la mafia prospera
nell’indifferenza. Ma la vostra partecipazione appassionata di questa
mattina dimostra che avete già fatto una scelta di impegno.
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(a cura di R.Falessi)
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