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Seminario sulla teoria della traduzione Corso di laurea in “Lingue e
Università degli studi di Modena e Reggio Emilia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Largo S. Eufemia n. 19 - 41100 Modena
Seminario sulla teoria della traduzione
Corso di laurea in “Lingue e culture europee”
Facoltà di Lettere e Filosofia
Anno accademico 2004-5
Hans Honnacker (cur.)
Traduzione ed intercultura
Materiali di discussione
Nr. 5 (2006)
INDICE
Prefazione di Hans Honnacker
p. 3
Franco Nasi (Università di Modena), Le maschere di Leopardi
e l’esperienza del tradurre
p. 5
Emilio Mattioli (Università di Trieste), L’etica del tradurre
p. 23
Gulliermo Carrascón (Università di Modena), L’errore di traduzione:
una prospettiva didattica
p. 27
Maria Carreras i Goicoechea (Università di Bologna/SSLMIT di Forlì),
“La bomba al panzanio” di Stefano Benni: tradurre l’ironia
p. 39
Laura Gavioli (Università di Modena), Tradurre parlando: alcuni esempi di
traduzione dialogica
p. 50
Aleardo Tridimonti (Università di Modena), Tradurre l’identità –
l’identità della traduzione. Lo scrittore e il suo doppio: il traduttore.
Palomar al museo dei formaggi di Italo Calvino
p. 64
Demetrio Giordani (Università di Modena), Viaggiatori musulmani tra i due
mondi. Il tema del Mi‘râj nella letteratura medievale in Oriente e in Occidente
p. 85
Luigi Ballerini (UCLA/University of Los Angeles California)
Pellegrino Artusi “tradotto” da Giuliano della Casa
p. 96
Giuseppe Palumbo (Università di Modena), Il ruolo centrale della
traduzione specializzata nell’evoluzione degli studi sulla traduzione
p. 101
Hans Honnacker (Università di Modena), La traduzione italiana di Sebastian
Haffner, «Geschichte eines Deutschen»: problemi e curiosità
p. 110
Nota sugli autori
p. 124
In memoria
del poeta
Mario Luzi
PREFAZIONE
Il presente lavoro continua l’esperienza di un seminario organizzato dal sottoscritto presso
l’ateneo modenese nell’anno accademico 2004-5 in seguito ad un analogo seminario tenutosi l’anno
precedente: dieci relazioni, tenute da altrettanti docenti, sul tema “Traduzione ed intercultura”
durante l’intero arco del secondo semestre. Questo tema, particolarmente attuale e sentito in tempi
di globalizzazione che sembra rispecchiare la felice intuizione di Martin Heidegger, che equiparò
traduzione (Übersetzung) e traduzione (Übersetzung), concependo l’atto di tradurre come un
‘collocarsi oltre’ su un’altra sponda, in un altro ambito culturale.1
Anche in questa seconda esperienza, l’approccio del seminario è rimasto volutamente
interdisciplinare: il seminario, dedicato sia alla prassi che alla teoria della traduzione, la cosiddetta
traduttologia, si rivolgeva agli studenti che seguivano un corso di traduzione del secondo anno,
quindi ancora poco esperti delle problematiche traduttologiche. Il seminario verteva su varie
questioni che la teoria e la prassi della traduzione oggi pongono in ambito letterario e non,
affrontate da docenti di diverse discipline, non solo di quelle linguistiche. Si trattava quindi di un
seminario interdisciplinare che coinvolgeva, fra gli altri, i docenti di inglese, francese, spagnolo,
arabo, tedesco e di filosofia. Principale obiettivo del seminario era fornire allo studente strumenti
per una corretta riflessione sull’atto di tradurre e sull’interdipendenza tra il tipo di testo, la sua
funzione linguistica o comunicativa e la forma di traduzione, offrendogli nel contempo strategie
traduttive pratiche.
Anche quest’anno il successo riscosso presso gli studenti (circa 50 di loro hanno partecipato
ad ogni incontro) ha premiato la scelta dell’approccio interdisciplinare. Da un questionario
distribuito agli studenti nel corso del primo incontro e dalla valutazione finale del seminario,
emergeva il forte interesse nonché il desideratum per un seminario che affrontasse da varie
prospettive il ‘mare magnum’ che rappresenta oggigiorno la tematica della teoria e della prassi della
traduzione.
Nell’intervento inaugurale del seminario,2 “Le maschere di Leopardi e l’esperienza del
tradurre”, Franco Nasi parla dell’esperienza traduttiva di Giacomo Leopardi il cui pensiero
originale, in questo campo specifico, nella critica viene spesso offuscato dai più noti poeti romantici
e teorici tedeschi, quali Friedrich Hölderlin, Friedrich Schleiermacher e Wilhelm von Humboldt,
per citarne solo alcuni. Nasi dimostra in che modo l’esperienza del tradurre abbia influito anche
sulla poetologia e sulla prassi poetica dello stesso Leopardi che pubblicò poesie anticheggianti sotto
pseudonimi antichi, dimostrando il “ruolo [non] ancillare e sussidiario [della traduzione] rispetto
alla produzione poetica creativa nella storia della letteratura di una nazione”.
Nel suo intervento dal titolo “L’etica del tradurre”, Emilio Mattioli tocca un tema molto
discusso ultimamente negli studi di traduttologia. Richiamandosi al pensiero del teorico francese
Antoine Berman (L’épreuve de l’étranger, 1984), mette in guardia da ogni tentazione di una
1
M. Heidegger, Parmenides, in Gesamtausgabe, II. Abteilung: Vorlesungen 1923-1944, vol. 54, Frankfurt
a.M., V. Klostermann, 19922, pp. 17-18, §1 b (v. anche la traduzione italiana: M. Heidegger, Parmenide, a cura di F.
Volpi, trad. di G. Gurisatti, Milano, Adelphi, 1999, pp. 47-48).
2
L’ordine dei contributi qui raccolti rispecchia l’ordine cronologico in cui sono state tenute le rispettive
relazioni all’interno del seminario, con l’unica eccezione del mio contributo che sostituisce un intervento della collega
Claudia Buffagni. La pubblicazione è dedicata al grande poeta (e traduttore) fiorentino, Mario Luzi, scomparso pochi
giorni prima che cominciasse il seminario.
3
traduzione etnocentrica che “sotto l’apparenza della trasmissibilità, opera una negazione sistematica
dell’estraneità dell’opera straniera”.
L’intervento di Gulliermo Carrascón, “L’errore di traduzione: una prospettiva didattica”
fornisce una panoramica esaustiva dei vari concetti e delle svariate tipologie dell’errore nella
traduzione, presenti negli studi di traduttologia, adducendo numerosi esempi concreti, come ad
esempio quello del titolo del Don Quijote di Cervantes nella traduzione italiana.
Maria Carreras i Goicoechea, nel suo intervento ““La bomba al panzanio” di Stefano Benni:
tradurre l’ironia”, si occupa di uno dei maggiori problemi di traduzione letteraria (ma non solo),
cioè il tradurre testi da tratti altamente ironici, portando come esempio un articolo di giornale
fortemente polemico di Stefano Benni, scritto in occasione dello scoppio della Seconda Guerra
dell’Iraq nel marzo del 2003.
Laura Gavioli, presentando una conferenza dal titolo “Tradurre parlando: alcuni esempi di
traduzione dialogica”, discute gli aspetti specifici della traduzione orale (l’“interpretazione”), in
passato trascurata dalla traduttologia che predilegeva lo studio della traduzione scritta, riportando
esempi empirici di interpretariato, evidenziandone i problemi peculiari.
Nel suo intervento “Tradurre l’identità – l’identità della traduzione. Lo scrittore e il suo
doppio: il traduttore. Palomar al museo dei formaggi di Italo Calvino”, Aleardo Tridimonti affronta
il tema della traduzione come mediazione tra due culture, esemplificandolo con il Palomar di Italo
Calvino e mettendo in risalto il ruolo del traduttore come ‘secondo autore’.
L’intervento di Demetrio Giordani, “Viaggiatori musulmani tra i due mondi. Il tema del
Mi‘râj nella letteratura medievale in Oriente e in Occidente”, tratta il tema del viaggio nelle opere
della letteratura medievale araba e le loro traduzioni nelle lingue occidentali, in particolare in latino.
Ne emerge un affascinante viaggio da Il Libro Della Scala di Maometto alla Divina Commedia
dantesca fino all’Orlando furioso ariostesco.
Luigi Ballerini, nella sua conferenza “Pellegrino Artusi “tradotto” da Giuliano della Casa”,
parla dell’edizione einaudiana dell’Artusi del 2001, corredata dalle “traduzioni” delle ricette in
pittura da parte del pittore emiliano Giuliano della Casa, mettendo in evidenza i cambiamenti dovuti
a tale passaggio intersemiotico dalla letteratura alla pittura, e il loro gioco dialettico che ne
scaturisce.
Giuseppe Palumbo affronta il tema “Il ruolo centrale della traduzione specializzata
nell’evoluzione degli studi sulla traduzione”, sottolineando l’importanza della traduzione
specializzata per lo sviluppo della traduttologia, oramai definitivamente “affrancatasi dal legame
con gli studi letterari”.
Last but not least, il sottoscritto, presentando un intervento dal titolo “La traduzione italiana
di Sebastian Haffner, Geschichte eines Deutschen: problemi e curiosità”, discute la traduzione
italiana di un’autobiografia di un giornalista e saggista storico tedesco, Sebastian Haffner, la quale
ha suscitato molto scalpore in Germania quando è stata pubblicata nel 2000. Ripercorrendo la storia
editoriale del libro, l’autore mette in luce quanto sia importante per un traduttore la genesi di un
testo letterario e non, al fine di poterlo tradurre adeguatamente.
Come l’anno scorso, vorrei infine ringraziare tutti i relatori per la loro squisita disponibilità
che ha reso possibile lo svolgimento regolare del seminario. Un particolare ringraziamento va al
collega e amico Franco Nasi per i suoi suggerimenti sempre pertinenti. Dulcis in fundo, vorrei
esprimere la mia gratitudine a Giovanna Procacci per il suo prezioso e sempre competente
appoggio, senza il quale la pubblicazione del presente volume non sarebbe stata possibile.
Modena, marzo 2006
Hans Honnacker
4
FRANCO NASI
Le maschere di Leopardi e l’esperienza del tradurre
Ero giovane, così, naturalmente,
dovevo travestirmi
J. L. Borges
Le api saccheggiano i fiori qua e là, ma
poi ne fanno il miele, che è tutto loro
M. de Montaigne
Secondo Antoine Berman la traduttologia non è una teoria della traduzione intesa come
“sapere obiettivante e esteriore”, ma è “l’articolazione cosciente dell’esperienza della traduzione”,
ovvero una “riflessione della traduzione su se stessa a partire dalla sua natura di esperienza”.1
Berman spiega che cosa intende per esperienza citando un passo di Heidegger tratto da Unterwegs
zur Sprache:
Fare un’esperienza con quel che sia (…) vuol dire: lasciare che venga su di noi, che ci raggiunga, ci
piombi sopra, ci rovesci e ci renda altro. In questa espressione, “fare” non significa, appunto, che noi
siamo gli operatori dell’esperienza; fare vuol dire qui, come nella locuzione “fare una malattia”,
passare attraverso, soffrire da cima a fondo, sopportare, accogliere ciò che ci raggiunge
sottomettendoci a lui.
Il soggetto che “subisce” l’esperienza non è estraneo all’esperienza stessa, ma si trasforma con essa.
Meno sofferta, ma per certi versi simile, è l’esperienza del cibo. Mangiando qualcosa ci
trasformiamo e ciò che mangiamo diventa parte di noi. Ogni esperienza con il cibo ci porta ad
acquisire una conoscenza nuova, sia di ciò che mangiamo sia delle nostre risposte, fisiologiche o di
gusto. Come il nostro corpo cambia continuamente, e con esso le nostre reazioni al cibo, così
cambiano anche i modi in cui comprendiamo, in cui accogliamo in noi i testi letterari e li
traduciamo. La similitudine del traduttore come cannibale “che divora il testo di partenza in un
rituale il cui fine è la creazione di qualcosa di completamente nuovo”, introdotta dai traduttori
brasiliani e ricordata da Susan Bassnett (1993),2 rientra nella stessa famiglia d’immagini che
sottolineano come ogni elemento nel processo (non solo il testo, dunque, ma anche il traduttore, e di
certo anche la percezione che abbiamo dell’autore e del testo originale) subisca una trasformazione.
L’esperienza della traduzione di un testo letterario, dunque, non può lasciarci come
eravamo, così come non può lasciare inalterata la nostra riflessione sull’esperienza del tradurre,
quella che Berman chiama, appunto, traduttologia. Al contrario, l’imposizione di una teoria
dogmatica all’esperienza del tradurre, una teoria che muove dalla definizione di che cosa deve
essere la traduzione, che cosa deve fare il traduttore, renderà ogni esperienza traduttiva una
tautologia: non faremo esperienza dell’altro, ma reitereremo l’esperienza di un io sterile e chiuso in
sé che guarda l’altro, qualunque esso sia, con le stesse lenti deformanti, imponendosi all’altro.
Le teorie sulla traduzione, così come i sistemi filosofici chiusi e definitivi, danno
l’impressione di grande solidità e scientificità, ma mostrano spesso un’asettica indifferenza nei
confronti dell’esperienza. Le riflessioni non sistematiche di chi passa faticosamente attraverso
l’esperienza del tradurre sembrano invece vibranti di vita anche perché segnate da contraddizioni,
incertezze, affermazioni e smentite, tutti segni di quella provvisorietà di cui è sostanziata l’esistenza
(e la traduzione). I poeti che traducono i poeti e che sanno riflettere sulla loro esperienza di
1
2
Berman (2003), p. 16.
Bassnett (1993), p. 5.
5
traduzione offrono in questo senso materiali preziosissimi alla traduttologia. Anche la cultura di
lingua italiana ha avuto i suoi Novalis e Hölderlin, basti pensare alle intense pagine di Foscolo sulle
traduzioni omeriche dei primi dell’Ottocento o, nel Novecento, alle riflessioni di Giudici sulla sua
versioni di Puškin3 o di Luzi su Mallarmé.4 Queste riflessioni sono ancor più interessanti quando
mostrano come l’esperienza del tradurre trasformi anche lo stile e le poetiche di questi poeti.
Studiare le influenze del tradurre nella definizione delle poetiche costituisce un percorso ricco di
sorprese, anche nel caso dei nostri maggiori da Leopardi a Pascoli a Caproni. Come scriveva
Anceschi in un intervento sul “verri” del 1960:
Le traduzioni ci danno il tono, la misura, il diretto significato del modo di leggere di un secolo, di un
movimento letterario, di una personalità: quel modo di leggere, quel gusto particolare che nel discorso
critico esige di essere trasposto, sia pure per immagini, in un ériger en lois, qui può essere dato
immediatamente nel modo con cui nel passaggio dal testo originale al testo tradotto si sottolineano
certe ragioni formali, se ne trascurano, ignorano, dimenticano altre.5
Un caso esemplare che mostra la continua e sollecitante complementarità fra traduzione e
creazione è il giovane Leopardi. Già De Sanctis, nelle sue fondamentali lezioni del 1876, a
proposito della traduzione del quinto idillio di Mosco, aveva chiarito quanto la traduzione sia
decisiva per il poeta di Recanati:
Questa non è una traduzione, è poesia originale, e direi profetica. Perché qui c’è già un primo indizio
della maniera leopardiana: la base idillica della sua anima e del suo canto, la prima e tenue corda di
quello che un giorno sarà una orchestra.6
L’interesse per la riflessione di Leopardi sulla traduzione è invece più recente, e non è privo di
momenti particolarmente fecondi come gli studi di Emilio Bigi, Antonio Prete, Pino Fasano, o
l’utile recente compendio di Simonetta Randino, solo per citarne alcuni. Le pagine come sempre
illuminate dello Zibaldone, le note che frequentemente Leopardi premette alle traduzioni che
intende pubblicare, le traduzioni stesse e le recensioni costituiscono un materiale prezioso per
indagare a fondo l’esperienza e la riflessione di uno scrittore che non finisce mai di stupire per la
sua singolarissima forza profetica.
Cercherò, qui di seguito, correndo un poco e trascurando molti testi importanti, di inoltrarmi
per un piccolo tratto di questo intricato percorso, fatto di esperienze (I) e di riflessioni (II), che porta
il giovanissimo Leopardi a cimentarsi nella invenzione/traduzione di alcuni frammenti per poi
giungere alla stesura della sua prima canzone, all’Italia, nascondendosi spesso con una maschera,
una specie di schermo, che gli permette di pubblicare le sue prime prove poetiche quasi senza
esporsi (III). In questo percorso s’incontrano non solo curiose e ben architettate finzioni poetiche,
ma anche momenti di originale e anticipatrice riflessione sulla traduttologia, a testimonianza di una
continua e feconda hölderliniana “prova dell’estraneo”.7 Anche grazie a queste “prove di ascolto” e
a queste sfide (ogni traduzione letteraria è una prova, una sfida) Leopardi giunge all’acquisizione e
alla definizione del suo stile personalissimo, semplice e prezioso, così ben descritto nelle pagine
dello Zibaldone, e modello della poesia italiana del Novecento.
I.
Esperienze. Nel 1815 Giacomo Leopardi, diciassettenne, traduce dieci poesie attribuite a
Mosco, autore greco del II sec. a.C. Nel Discorso sopra Mosco Leopardi nota che nello stile di
Mosco è presente una caratteristica che diventerà uno dei capisaldi della poetica del poeta di
Recanati:
La natura nelle poesie di Mosco non è coperta dagli ornamenti, non è offuscata dalle frasi poetiche,
non è serva dell’arte. (…) Mosco è un poeta civilizzato ma non corrotto; è un pastore che è sortito
3
Giudici (1982), p. X.
Luzi in Buffoni (2004), p. 50.
5
Anceschi (1960), p. 637.
6
De Sanctis (1983), p. 36.
7
Vedi Berman (1997), pp. 207 sgg.
4
6
qualche volta dalla sua villa, ma che non ha contratto i vizi dei cittadini; è il Virgilio dei Greci, ma un
Virgilio che inventa e non trascrive, e che inoltre canta in una lingua più delicata, e in un tempo che
conserva alquanto dell’antica semplicità.8
Quello dell’“antica semplicità” e della contrapposizione ai modi artefatti della società è un tema che
ritorna continuamente nelle pagine giovanili dello Zibaldone.9 Una scrittura antica nella sua
semplicità non è frutto di un’intuizione libera e ingenua, ma piuttosto di una ricerca rigorosa e
prolungata: “E lo vediamo nei fanciulli che per le prime volte si mettono a comporre: non iscrivono
mica con semplicità e naturalezza (...): ma per contrario non ci si vede altro che esagerazione e
affettazioni e ricercatezze” (Zib., 20).10 Scrivere in modo artefatto o secondo affettazione, in poesia,
coincide spesso con l’appiattirsi del poeta alle regole e alle norme della poetica dominante di un
certo periodo. Così il poeta anziché “inventare” “trascrive”, si adatta alla norma, segue fedelmente
il modello in voga in quel momento, e trova in esso una omologante protezione.
I.1
Leopardi traduttore accoglie appieno lo stile “degli ornamenti” o della dizione poetica
condivisa in alcune versioni giovanili. Emblematica è la sua traduzione del frammento 168B di
Saffo, databile tra il 1814 e il 1816, e pubblicato a Recanati nel 1816 in un opuscoletto assieme ad
altre sette versioni dal greco in occasione delle nozze Santacroce Torri:
Oscuro è il ciel: nell’onde
La luna già s’asconde,
E in seno al mar le Pleiadi
Già discendendo van.
È mezzanotte, e l’ora
Passa frattanto, e sola
Qui sulle piume ancora
Veglio ed attendo invan.11
Si capisce bene quanto questa prova sia poco più di un esercizio di stile se si confronta con una
recente traduzione in prosa di Ferrari:
È tramontata la luna con le Pleiadi, la notte è al mezzo, il tempo trascorre, e io dormo sola.12
oppure con una in versi, quasi coeva, di Foscolo (1794):
Sparìr le Pleiadi
Sparìo la luna,
È a mezzo corso
La notte bruna.
Già fugge rapida
Ogni ora, e intanto,
Sola in le piume,
Io giaccio in pianto.13
È evidente che la scelta di una forma chiusa, in Leopardi come in Foscolo, caratterizzata da un
sistema preciso del metro, degli accenti e delle rime, dà alle versioni una facile musicalità. La
versione di Leopardi sembra, fra le due, quella meno sciolta. Introduce un’immagine (il mare in cui
scompaiono la luna e le Pleiadi) non presente nell’originale; insieme alle zeppe (come “ancora”),
8
Leopardi (1988), I, p. 480.
Vedi Anceschi (1992).
10
Leopardi (1969), p. 14.
11
Leopardi (1988), I, p. 898.
12
Saffo (1987), p. 233.
13
Foscolo (1976), p. 251.
9
7
alle apocopi “mar” e “ciel”, così come quelle finali delle quartine (“van” e “invan”) sembrano
artifici forzati, utili solo per far quadrare il cerchio della misura metrica assunta (quartine di
settenari piani, con la sola eccezione di un settenario sdrucciolo, e gli ultimi versi tronchi). Lo si
capisce anche semplicemente contando le parole (un criterio che non spiega molto ma che dà conto
della capacità di restare più o meno aderente all’economia del dettato poetico dell’originale): le 17
del testo originale in greco di Saffo diventano 19 nella versione di Ferrari, 28 in Foscolo e 38 in
Leopardi. Un altro luogo retorico consolidato è la metonimia delle piume per il letto. Sia Foscolo
sia Leopardi l’adottano quasi fosse il solo modo codificato dalla poesia per riferirsi al luogo e
quindi all’atto del dormire. Come è noto, la poesia è stata in molte occasioni della sua storia una
lotta fra norme convenzionali e impulsi a dire in modi nuovi. Nel caso della versione di Saffo non
credo che l’attività di Leopardi come traduttore sia di alcun rilievo critico, se non come una tessera
per ricostruire il mosaico della sua biografia intellettuale: la lotta fra l’impulso al nuovo e
l’adeguamento alla norma è qui vinta dalla seconda intenzione. Già De Sanctis aveva evidenziato le
incertezze che caratterizzano questo volgarizzamento leopardiano: “‘Cielo oscuro’ e ‘notte negra’
sono fratelli carnali – scrive il critico napoletano – e il tramonto della luna e delle Pleiadi è descritto
come se Saffo lo guardasse dalle piume, e “frattanto”, “ancora”, “invan” sono rimpinzamenti inutili
di poeti tironi”; in Saffo vi è una “Divina semplicità, che ha la sua espressione e il suo motivo
nell’ultimo verso, il sentimento della solitudine nel silenzio della notte… Semplicità non sentita qui,
e guasta da ricami e da ripieni.”14
I.2
Altro discorso va fatto per la traduzione del quinto idillio di Mosco. Anche in questo caso,
seguendo alcune indicazioni di metodo di Berman,15 si può lasciare da parte inizialmente il
confronto con il testo originale, per concentrarsi sull’organicità del testo di arrivo e sulla
comparazione con una versione quasi contemporanea della stessa composizione. Si tratta della
traduzione di Luigi Rossi (1764-1824), apparsa per la prima volta nel 1795 e ripubblicata nel 1809,
in un elegante volumetto dedicato (e mi sembra doveroso ricordarlo in questa sede) “al conte
Giovanni Paradisi, presidente degli Studi di Reggio”. Nell’idillio quinto si parla delle diverse
reazioni (di oblio, di paura, o di abbandono sognante) che l’io poetico prova di fronte al mare ora
calmo ora in tempesta e alla terra calma o battuta dal vento:
Quando il vento lieve lieve
Sferza il glauco ondoso letto,
Il cor timido nel petto
Sento scotersi e balzar.
Né conforto ormai riceve
dalla terra in pria diletta:
Più la vista allor l’alletta
Del tranquillo immenso mar.
Ma qualor bianco rimugge,
E s’incurva il salso piano
E rigonfio il flutto insano
L’atre spume incalza al suol,
Dal mar l’alma allor rifugge,
Lunge io scampo, e il guardo errante
Alla terra, ed alle piante
Rimirar mi giova sol.
14
15
De Sanctis (1983), pp. 28-29.
Si veda Berman (2000).
8
La campagna a me diviene
Fida sede, e dove invita
D’alto bosco ombra gradita,
Mi sollecita il pensier.
Là, se ancora a romper viene
Que’ silenzj un vento alpino,
Parmi il fremito del pino
Bel concento lusinghier.
Pescatore sventurato!
Cui la barca è casolare,
D’esercizio è campo il mare,
Preda incerta i pesci son.
Sotto un platano comato
per me il sonno amo, e d’un rio,
Che al villano un dolce obblio,
16
Non terrore apporta, il suon.
Il testo di Mosco è giunto a noi senza titolo. In francese, ricorda Leopardi, era stato tradotto
malamente da M. Poinsinet de Sivry, che lo intitolò La paresse, titolo che il poeta recanatese
avrebbe ripreso “se i termini italiani di pigrizia, infingardaggine, poltroneria, non mi fossero
sembrati troppo grossolani per un Idillio di Mosco, che però amai meglio lasciar senza titolo”.17
Ecco la versione del 1815 di Leopardi:
Quando il ceruleo mar soavemente
Increspa il vento, al pigro core io cedo:
La Musa non mi alletta, e al mar tranquillo,
Più che alla Musa, amo sedere accanto.
Ma quando spuma il mar canuto, e l’onda
Gorgoglia, e s’alza strepitosa, e cade,
Il suol riguardo, e gli arbori, e dal mare
Lungi men fuggo: allor sicura, e salda
Parmi la terra, allor in selva oscura
Seder m’è grato, mentre canta un pino
Al soffiar di gran vento. Oh quanto è trista
Del pescator la vita, a cui la barca
È casa, e campo il mare infido, e il pesce
È preda incerta! Oh quanto dolcemente
D’un platano chiomato io dormo all’ombra!
Quanto m’è grato il mormorar del rivo,
Che mai nel campo il villanel disturba!18
Se dovessimo guardare soltanto alla regolarità e al virtuosismo delle soluzioni metriche, allora la
versione di Rossi sarebbe senz’altro da preferire: quartine di ottonari piani con l’ultimo tronco e uno
schema di rima (ABBC - ADDC) che si ripete ogni due quartine. Un intreccio minuziosamente
costruito, di fronte al quale l’endecasillabo sciolto di Leopardi, reso ancor meno cadenzato dai
numerosi enjambement, potrebbe apparire prosastico. Eppure, credo che all’orecchio di tutti noi,
oggi, la versione di Leopardi suoni meno artefatta, assai più semplice, naturale; in una parola:
“poetica”. Questo giudizio non si basa su una comparazione fra testo originale e testo in traduzione,
ma semplicemente sull’ascolto dei nuovi idilli di Mosco in italiano. Come dice Berman: “Solo la
16
Rossi (1809), p. 125.
Leopardi (1988), I, p. 476.
18
Ivi, p. 509.
17
9
lettura della traduzione permette d’intuire se il testo tradotto regge. Reggere assume qui un duplice
significato: reggere come lavoro scritto nella lingua ricevente, per cui la qualità della scrittura non
deve essere inferiore alle norme standard; reggere inoltre, al di là di questa esistenza basilare, come
un vero testo (sistematicità, correlatività, organicità di tutti i suoi costituenti). Quello che la rilettura
scopre o non scopre è il grado di consistenza immanente al di fuori di ogni relazione con l’originale,
nonché il suo grado di vita immanente”.19 Il testo regge dunque per il lettore di oggi se le scelte
formali del traduttore corrispondono al modo di leggere di una cultura, al gusto particolare di un
secolo. Se alla poesia di Metastasio o dell’Arcadia preferiamo oggi i ritmi di Saba, Montale o
Magrelli, se questo tono poetico e non quello suona più lirico al nostro orecchio, è probabile che il
nostro giudizio estetico considererà migliore, o più poetica, la versione di Leopardi rispetto a quella
di Rossi. Un lettore oggi, dopo che la poesia di Leopardi è stata la poesia canonica dell’Ottocento e
dopo che gran parte del Novecento si è rifatto a quella lezione, probabilmente legge con più piacere
e meno senso di spaesamento l’Idillio quinto di Mosco tradotto da Leopardi, mentre nel 1815 il
favore dei lettori andava probabilmente a Rossi. Leopardi stesso ricorda la fortuna della traduzione
di Rossi nel suo “Discorso su Mosco”:
La raccolta di alcuni Idilli di Teocrito, Mosco e Bione volgarizzati in rima dal sig. Luigi Rossi,
ristampata elegantemente in Padova dal Bettoni nel 1809 col testo originale, è troppo recente e troppo
nota perché faccia d’uopo parlarne.20
Questo esempio ci permette di affermare che un’indagine sulla traduzione di una poesia non può
non considerare la storia della retorica della lingua in cui quella poesia è tradotta: una traduzione
sarà più o meno riuscita, più o meno utile quanto più saprà restituire la compattezza e inscindibilità
di senso e forma dell’originale in compattezza e inscindibilità di senso e forma nella lingua d’arrivo.
Ma non bisogna dimenticare che non sempre le migliori traduzioni sono quelle che rispondono alle
aspettative del lettore, cioè alle sue abitudini estetiche, così come non sempre, o quasi mai, le opere
d’arte riuscite sono quelle che hanno successo immediato. Se non si avverte alcun senso di sorpresa,
se tutto è come deve essere, se non c’è alcun sobbalzo del sentimento che proviene, non
infrequentemente, dal nuovo, dalla rottura di una modalità percettiva codificata, allora è probabile
che ciò che abbiamo di fronte (quadro, poesia, traduzione) sia una buona opera, ma non un’opera
destinata a segnare una tappa nella storia delle istituzioni letterarie.21 Il senso di stupore che si prova
davanti a versi importanti è dato non solo da quello che ci viene detto (spesso le cose che ci dicono i
grandi autori sono le stesse che ci dicono le persone che incontriamo al mercato) ma dal modo in
cui è detto. Il modo in cui si dice è quello che si dice. Leopardi, con questa traduzione, così
semplice e sentita, per nulla atteggiata o in posa, si avvicina a quelle norme del suo proprio fare
poetico (dell’indeterminatezza, della vaghezza, della evocatività, della musicalità interiore) che
costituiranno i capisaldi della sua poetica e che si imporranno come modello forte nella poesia
italiana, plasmando così il nostro gusto e indirizzando le nostre valutazioni estetiche. Liberarsi da
una forma chiusa come quella scelta da Rossi e scegliere di tradurre in endecasillabi sciolti anche
una breve lirica non è una scelta assolutamente innovativa, ma certo, a differenza di quanto si è
visto nel caso della breve versione del frammento di Saffo, va in quella direzione.
I.3
Esperienza della traduzione e riflessione sul tradurre si intrecciano in un terzo caso, quello
della versione dei Salmi. Nel 1816 Leopardi scrive per lo “Spettatore italiano” una lunga recensione
intitolata Parere sopra il Salterio ebraico. Il volume, oggetto della recensione, pubblica i salmi in
quattro versioni che corrono tutte verticalmente, come testi a fronte paralleli. Nella prima colonna è
riprodotto il testo ebraico, nella seconda la versificazione del Commendatore Giovambatista
Gazola, nella terza la “italianizazione” (sic) dell’abate Giuseppe Venturi e infine una serie di
annotazioni (un quarto testo che riporta le traduzioni letterali di quelle espressioni che Venturi
19
Berman (2000), p. 51.
Leopardi (1988), I, p. 490.
21
Si veda Jauss (1999).
20
10
aveva ritenuto di dover addomesticare nella “italianizzazione”). L’abate, in una nota introduttiva,
traccia una breve storia delle traduzioni dei Salmi e dichiara di aver scelto di pubblicare una
“italianizazione” (sic) e non una parafrasi. Queste ultime per Venturi sono forme eccessivamente
libere in cui gli autori per rendere più “concatenata” la loro versione, introducono delle “loro
aggiunte” e in esse “vi si affoga il testo, talvolta da non più ravisarsi, e fan per lo più passare per
sentimenti degli autori ispirati molti dei propri; e se non altro con una prolissità tutta affatto
contraria al laconismo di quelle stringatissime composizioni ne levano la vibratezza ed il verbo, né
lasciano più ravvisare il cantore di Zionne” (Salterio 1816, VIII). Venturi stabilisce così una scala
di possibilità traduttive che va dalla versione interlineare (le annotazioni), alla italianizzazione (“mi
son servito del verbo Italianizzare e suoi derivati, che so bene non trovarsi nel Dizionario”, Salterio
1816, IX), alla parafrasi (non presente qui, ma possibile come forma di riscrittura) e, infine alla
versificazione. La riscrittura poetica è affidata a Gazola, che in una nota Al lettore dichiara di
essersi assunto il “dovere di adottare e possibilmente imitare la varietà dello stile ch’è
nell’originale, dove semplice dove ornato dove sublime” e di avere utilizzato “quale tra i metri
italiani più vi corrispondesse… e conservando scrupolosamente la divisione dei versetti… di modo
che questi Salmi nell’italiano possono recitarsi a coro” (Salterio 1816, XV). Si hanno così varie
forme poetiche: dalla canzone alfabetica, agli epigrammi alfabetici, al sonetto, quartine, ottave,
selva, metro ebraico, terzine ecc. fino a due salmi resi in endecasillabi sciolti.
Le note introduttive mostrano l’avvedutezza con cui i due traduttori operarono, ma questo non
attenua il giudizio tranchant del giovane Leopardi rivolto non tanto all’italianizzazione di Venturi
(che nonostante alcune imprecisioni notate con puntiglio tuttavia “rimane utilissima e degnissima
d’esser letta, e lodata da qualsiasi dotto”), ma alle artificiosità delle soluzioni formali adottate dal
Commendator Gazola:
Veggo che ora mi convien parlare della versione poetica (…) e mi spiace, perché lettala pur
ora, io son tutto ghiaccio (…). Gran freddo è ciò che io ho sentito in correndo questi paesi
Ebreo-Italiani, e so di certo che tutto il debbo alle leggi severissime, che come ne fa avvisati
egli stesso, ha creduto doversi imporre il Sig. Commendatore; empie leggi contra le quali non
posso adirarmi a bastanza.
Poco importa al lettore che il metro della traduzione somigli quello che si pretende scorgere
nel testo; pochissimo, che la versione serbi la distinzion de’ versetti che è nell’originale;
niente che i salmi, alfabetici o acrostici nel testo, il siano altresì nella traslazione: ma molto
che il traduttore si vegga acceso, avvampato dal fuoco dell’originale; moltissimo che la
traduzione conservi la semplicità, la forza, la rapidità, il calore della fantasia orientale e
profetica, (…) sommamente che la versione il commuova quasi come il commuoverebbe
l’originale, e come forse il commuove alcuna interpretazione in prosa che non ha altro pregio
che la fedeltà, e la stessa Vulgata. Le troppe difficoltà (delle quali io penso sia stata la
massima quella della rima, con cui sembra impossibil cosa fare una buona traduzione, e che
pure in questa sorta di poesia per nostra mala ventura appar necessaria) han fatto, se io non
erro, che il terribil mediocre si affacci alle labbra di chi legge questa versione (…).22
I toni e i contenuti della critica, così come le immagini sono romantiche (la poesia deve avvampare,
le leggi severissime della dizione poetica invece ghiacciano, lasciano indifferenti); le notazioni sulla
poesia sono tipicamente leopardiane (la traduzione deve conservare “la semplicità, la forza, la
rapidità…”); si indica inoltre nell’autoimposto vincolo della rima una delle cause principali della
mediocrità della traduzione. Quando la preoccupazione principale del traduttore è di “cercare le
rime”, di “dare al verso la giusta misura”, allora il traduttore non è “uomo ispirato”23 e il lettore
resta indifferente. L’analisi di Leopardi continua con l’individuazione di una serie, a suo avviso,
inutile di allungamenti, per concludersi poi con la citazione di alcuni versi invece ben riusciti, dove
Gazola “ha sparso rime a suo talento” sottraendosi in qualche modo ai vincoli ferrei delle forme
22
Leopardi (1988), II, pp. 914-915.
11
poetiche chiuse, e con una notazione finale sull’efficacia poetica dell’endecasillabo sciolto: “Non
dubito che i due salmi trasportati (…) in versi sciolti, non siano assaissimo migliori degli altri”.24
La considerazione sulla versione poetica di Gazola testimonia degli approfonditi studi sulla
lingua ebraica intrapresi da Leopardi, ma anche della sua riflessione sullo “stile” del tradurre che si
intreccia, anche in questo caso, con una precedente esperienza di traduzione. Alcuni mesi prima
Giacomo e il fratello Carlo avevano portato a termine una sorta di esperimento traduttivo: si trattava
di sette diverse versioni (greco, latino letterario, latino metrico, italiano, spagnolo, francese, inglese)
del Salmo 46 (47 nella numerazione ebraica), con Giacomo probabilmente responsabile delle prime
quattro e Carlo delle altre tre. Il testo non fu pubblicato (appare solo nel 1979 grazie al lavoro di
Ornella Moroni) anche perché Carlo Antici, su indicazione dell’erudito romano Francesco
Cancellieri, dissuase il padre Monaldo dal finanziare la pubblicazione, considerandolo poco
rilevante.25 Forse, nella severa critica a Gazola Leopardi fa tesoro anche della sua esperienza di
traduttore e della probabile insoddisfazione per il proprio tentativo giovanile. Un breve confronto
fra l’italianizzazione di Venturi e le versificazioni di Gazola e Leopardi mostrerà, da sola, quanto le
critiche di inutili “allungamenti” (per quanto possa valere, 41 sono le parole nell’italianizzazione,
55 in Gazola, 60 in Leopardi), di eccessiva fredda e calcolata osservanza delle norme metriche e
della rima, che Leopardi rivolge a Gazola nella recensione si possano rivolgere anche alla versione
che Leopardi stesso aveva da qualche mese terminato:
(Abate Venturi)
Tutti o popoli, battete palma
palma: /
Esultate in Dio con voci
contentezza. /
Poiché l’altissimo IDDIO
terribile, il /
Re possente su tutta la terra, /
Adduce i popoli sotto di noi; e
prostrarsi /
Le nazioni ai nostri piedi.
(Leopardi)
(Gazola)
a Tutti popoli battete / Esaltanti Palma con palma orsù battete, o
genti, /
palma a palma: /
E delle voci dell’applaudir
di Lieta l’alma – a Dio volgete /
sincero /
Fra concenti di piacer. //
Mescete il suon de’ musici
e Poiché IDDIO (che i cieli
stromenti. //
ascende /
Altissimo, infinito, immenso
Dio tremendo, che l’impero /
impero /
fa Sull’intero mondo stende /
Ha il Dio che regna sull’eteree
Infinito in suo poter) //
volte, /
Terre e genti in pria straniere /
Il Dio che regge l’universo
Sotto il nostro scettro adduce: /
intero. //
E conclude – armate schiere /
Cento nazioni e cento egli ha
Tributarie al nostro piè. //
raccolte, /
Sotto le nostre leggi, al nostro
piede /
Li soggettolle, ei l’ha di ceppi
avvolte. //
È poco più di un’ipotesi, ma pare proprio che l’esperienza di traduttore, anche in questo caso, abbia
consentito una più avveduta e profonda riflessione sullo stile e la poetica del tradurre, con alcune
23
Ivi, p. 915.
Ivi, p. 919.
25
Lettera del 30.1.1816 in Moroni (1979), pp. 430-432.
24
12
importanti indicazioni anche sulle scelte di poetica (relative alla forma metrica, al lessico,
all’economicità dell’enunciato) che saranno in seguito codificate nella pratica creativa.26
II.1
Riflessioni. Non meno preziosa fu l’esperienza traduttiva del secondo canto dell’Eneide; in
particolare il confronto con la versione canonica di Annibal Caro, sulla quale Leopardi scrive
alcune considerazioni di rilievo sia nella Premessa che accompagna la pubblicazione della versione
del 1817, sia nel “preambolo” alla Titanomachia di Esiodo apparsa sullo “Spettatore italiano” nel
giugno del 1817. Anche in questo caso sarebbe utile fermarsi prima sulla comparazione delle scelte
lessicali, sintattiche, metriche dei due traduttori per poi procedere all’esposizione delle
considerazioni leopardiane. Ma forse sarà sufficiente rimandare a una lettura ad alta voce delle due
versioni della descrizione della drammatica scena di Laoconte e dei figli ghermiti dagli orrendi
draghi marini. Non si può dire certo che Annibal Caro non mostri di esser poeta.27 La sua versione
corre con un ritmo incalzante, come incalzante e drammatica è la scena descritta. Assai più della
traduzione di Leopardi. Ma è proprio questo che Leopardi contesta ad Annibal Caro:
Io trovo vizioso il maggior pregio della traduzione del Caro. Il quale sta in quella scioltezza, o volete
disinvoltura, che fa parere l’opera non traduzione, ma l’originale. E questa s’ha procacciata il Caro con
usar parole e frasi al tutto proprie della lingua nostra, e modi non ignobilmente volgari, che danno
all’opera un calore di semplicità vaghissima e di nobile famigliarità. …. Ma questa semplicità e questa
famigliarità per essere lecitamente scelte dal Caro a qualità principali della sua traduzione, doveano
certo essere qualità principali dello stile di Virgilio. Ora voi aprite l’Eneide, e di queste in genere non
trovate niente o quasi niente, ma invece un dire sempre grande, sempre magnifico, sempre
segnalatamente nobile, sempre superiore a quello del comune degli uomini. Questo risulta e vi dà negli
occhi, e questo chiamate carattere dello stile virgiliano, il quale ognuno raffigura a quel colore patetico
dato costantemente a che che sia, e a quell’oro in cui sono legati anche i ciottoli: dove il Caro perché la
sua traduzione corra sempre libera e spedita, s’adopera a fare bellamente famigliari anche i luoghi
nobilissimi; e questo chiamate carattere del suo stile. Laonde questi due caratteri sono se non opposti,
certo disparatissimi. Ora s’egli è obbligo stretto del traduttore il conservare anche i minutissimi
lineamenti del testo, l’averne tramutato il distintivo e la proprietà principale, certo sarà un gran
peccato. Per tanto il Caro non mai letto né studiato abbastanza, a me pare che sia da imitar con molto
giudizio come traduttore…28
Siamo qui entrati in pieno nelle considerazioni più interessanti di Leopardi come teorico della
traduzione. Per Leopardi la fedeltà allo stile del testo di partenza, obiettivo irrinunciabile, va
perseguita proponendo un modello stilistico omologo fra le poetiche presenti nel panorama
letterario della lingua d’arrivo. Per Virgilio non serve lo stile semplice, familiare e leggiadro di
Caro, ma quello più nobile e austero di Parini: “Dovrebbe un traduttore di Virgilio studiare
assaissimo il Parini, e quanto più al Pariniano s’accostasse, tanto più avrebbe del Virgiliano”. In
questo modo si potrebbe far “a Virgilio far parlare l’italiano virgilianamente”.29 La lingua italiana, a
differenza di quella francese, permette secondo Leopardi il massimo di adattabilità alle lingue
26
Probabilmente nello stesso anno o, come ipotizza Mario Verducci, nel 1817, Leopardi tenta una traduzione
tetraglotta (latino, francese, italiano, greco) anche del Salmo 132 (133). Il testo, conservato fra le Carte Leopardiane
nella Biblioteca Nazionale di Napoli, è stato pubblicato per la prima volta da Verducci nel 1991. La versione italiana,
che qui più ci interessa, è in quattro strofe – due quinari e due sestine alternate – di settenari quasi sempre sdruccioli con
l’ultimo verso di ciascuna strofa tronco. Il ritmo della versione è ancora piuttosto meccanico e rigido: “Oh quanto, oh
quanto al tenero / Cuor di fratelli unanimi, / Oh quanto è dolce il vivere / In un commun ricovero / In pace, in
amistà…”). Secondo Verducci, degne di nota sono tuttavia alcune soluzioni lessicali che permettono di esprimere per
questa seconda traduzione di Leopardi un giudizio più positivo rispetto alla prima prova sul Salmo 46 (Verducci (1991),
p. 10).
27
La disputa cinquecentesca sull’adozione dell’endecasillabo sciolto per il genere epico, anziché il
mantenimento della più attestata ottava rima, è troncata d’autorità dalla traduzione del Caro, a riprova del fatto che le
traduzioni non svolgono solo un ruolo ancillare e sussidiario rispetto alla produzione poetica creativa nella storia della
letteratura di una nazione (si veda Giuliani (1992), p. 13).
28
Leopardi (1988), I, pp. 592-593.
29
Ivi, p. 594.
13
straniere: più che imporsi alle lingue straniere e piegarle alla propria rigida sintassi, consente invece
un’elastica adattabilità (Zib. 92-94 e 963-970). In questo spettro il traduttore deve cercare di forzare
questo congegno, considerando non già le abitudini dei lettori, ma le esigenze del testo di
partenza.30 La semplicità, che in Mosco, ma anche in Esiodo viene esaltata come segno di poeticità
contro l’affettazione di maniera della dizione poetica, è qui vista come un limite. I testi non vanno
tradotti tutti allo stesso modo, seguendo le categorie stilistiche di moda: se un poeta straniero usa
uno stile sublime, si dovrà trovare nella gamma degli esempi di poetiche nella lingua di arrivo uno
stile che sia il più possibile capace di rendere quello stile. Sembra una posizione dettata dal buon
senso, e forse lo è, ma, purtroppo, capita spesso di leggere traduzioni che riducono gli stili dei testi
di partenza a un unico stile nella lingua di arrivo. E quello stile può coincidere a volte con una
facilmente criticabile langue du bois, come la chiama Meschonnic, cioè un traduttese neutro e privo
di vita.31 Altre volte invece può succedere che la poetica del traduttore sia talmente esuberante da
imporsi ai diversi autori facendo perdere loro la specificità e rendendoli omologhi alle peculiarità
della poetica dello scrittore-traduttore. Un esempio di questa pesante, a volte intollerabile
sovrapposizione, la troviamo in Aldo Busi, traduttore geniale, ma anche sopraffattore e
soverchiatore di Boccaccio.32
II.2
Nelle riflessioni sulle versioni da Luciano (già studiate da Mattioli)33 Leopardi mostra con
chiari esempi la sua intenzione di preservare il più possibile la complessità del testo originale sia
quando si affronta la versione di singole parole sia quando in questione è la ritmica di una sentenza.
Così nello Zibaldone (12) una lunga riflessione riguarda la traduzione di un neologismo di Luciano:
Un’osservazione importantissima intorno alle traduzioni, e non so se altri abbiano fatta, e di cui non ho
in mente alcuno che abbia profittato, è questa. Molte volte noi troviamo nell’autore che traduciamo,
per esempio greco, un composto una parola che ci pare ardita, e nel renderla ci studiamo di
trovargliene una che equivalga, e fatto questo siamo contenti. Ma spessissimo quel tal composto o
parola comeché sia, non solamente era ardita, ma l’autore la formava allora a bella posta, e però nei
lettori greci faceva quell’impressione e risaltava nello scritto come fanno le parole nuove di zecca, e
come in noi italiani fanno quelle tante parole dell’Alfieri, per esempio spiemontizzare ec. ec.
Onde tu che traduci, posto ancora che abbi trovato una parola corrispondentissima proprissima
equivalentissima, tuttavia non hai fatto niente se questa parola non è nuova e non fa in noi
quell’impressione che facea ne’ greci. E qui è così comune l’inavvertenza che nulla più. Perché, se
traducendo trovi quella parola e non l’intendi, tu cerchi ne’ Dizionari, e per esser quella parola di un
classico, tu ce la trovi con la spiegazione in parole ordinarie, e con parole ordinarie la rendi e non
guardi, prima se quell’autore che traduci è il solo che l’abbia usata; secondo se è il primo; perché
potrebbe anche dopo di lui esser passata in uso, e nondimeno non esser stato meno ardito né nuovo né
esprimente il suo primo usarla.
Ecco un esempio. Luciano ne’ Dialoghi de’ morti; Ercole e Diogene; usa la parola άντανδρον. Cerca
ne’ Lessici; spiegano succedaneus ec. ma se tu volti: sostituto, o che so io, non arrivi per niente
all’efficacia burlesca e satirica di quella nuova parola di Luciano che vuol dire: contrappersona, e
colla sua novità ha una vaghezza e una forza particolare specialmente di deridere. (…) Quello che io
34
ho detto della parola va inteso anche dei modi frasii ec. ec. ec.
Il termine utilizzato in traduzione deve creare la stessa sorpresa di quella creata dal termine
utilizzato da Luciano. È interessante notare che Leopardi però non propone una traduzione
stranierizzante, che crei in italiano un forestierismo a conio sul greco, come potrebbe essere
antantropo, ad esempio, ma suggerisce una traduzione straniante, contrappersona, che si fonda su
convenzioni linguistiche proprie della lingua italiana, e che crea comunque lo stupore della novità,
come avveniva nel greco con il neologismo άντανδρον.
30
Si veda per le questioni di linguistica Gensini (1984).
Meschonnic (2000), pp. 16-17.
32
Busi – Boccaccio (1990).
33
Mattioli (1983), pp. 81-112.
34
Leopardi (1969), pp. 8-9.
31
14
Quando in ballo c’è la compattezza ritmica del proverbio e in italiano non c’è un equivalente
Leopardi dichiara la propria incapacità e getta la spugna. Lo si legge in una interessante nota al
frammento del volgarizzamento di Come va scritta la storia:
Qui Luciano ha un proverbio al quale non corrisponde nessuno de’ nostri ch’io sappia; e il proverbio è
di quelli che renduti secondo che suonano, o restano insulsissimi o anche senza senso: ora parafrasato e
dichiarato nessun proverbio è più proverbio, e per l’ordinario diventa freddura. Sicch’io l’ho saltato di
35
netto: e pure in questa traduzione ho proposto di essere fedelissimo.
Per Leopardi dunque l’unico modo di tradurre un proverbio è di trovarne uno corrispondente capace
di restituire la compattezza ritmica/semantica del testo originale, poiché ogni parafrasi priva del
suono e ogni mero gioco di parole privo di senso non portano a nulla. È questa una posizione
diffusa nella traduzione dei proverbi; secondo Meschonnic costituisce anzi uno dei luoghi comuni
del tradurre, e come tutti i luoghi comuni esso può essere parziale e limitante. Il termine tecnico che
Meschonnic utilizza è “disidiomatizzare”, cioè riportare tutto, anche le espressioni idiomatiche, alla
cultura d’arrivo. Grave limitazione per Meschonnic che vede nella traduzione alla ricerca di
un’equivalenza, dinamica o formale, un’intollerabile semplificazione e banalizzazione della
complessità del testo di partenza.36 Cosa invece evidentemente auspicabile per Leopardi, senza la
quale la traduzione diventa impossibile.
Sia nel caso del neologismo sia in quello del proverbio Leopardi sembra esemplificare
quanto afferma in una pagina del 21 novembre 1821 dello Zibaldone (2134-36) dove si legge che
una traduzione non deve rendere straniera la lingua di arrivo, ma cercare di ottenere sul nuovo
lettore lo stesso effetto che l’invenzione o lo stilema avevano suscitato nel lettore del testo
originale: “La perfezione della traduzione consiste in questo, che l’autore tradotto, non sia p. e.
greco in italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale egli è in greco o
in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in tutte le lingue è possibile”.37 La buona
traduzione non deve fare cioè quello che auspicava Benjamin, quando, nel suo Il compito del
traduttore, citando Rudolf Pannwitz, ricorda che la buona traduzione dovrebbe trasformare la lingua
di arrivo lasciandola “potentemente scuotere e sommuovere dalla lingua straniera”: “Le vostre
versioni, - scrive Pannowitz - anche le migliori, partono da un falso principio, in quanto si
propongono di germanizzare l’indiano, il greco, l’inglese, invece di indianizzare, grecizzare,
inglesizzare il tedesco”.38 Credo che potrebbe essere di qualche utilità istituire una differenza più
esplicita di quanto si faccia di solito - penso ad esempio a Lawrence Venuti (1995)39 - fra
stranierizzazione, straniamento e addomesticamento. Se l’addomesticamento va chiaramente nella
direzione di un etnocentrismo linguistico e culturale, l’atteggiamento inverso non deve essere di
necessità l’annullamento della lingua di arrivo a favore dell’acquisizione delle strutture sintattiche,
degli idiotismi, del lessico della lingua di partenza. Ci sono modi diversi in cui l’altro può venire
assunto. Una cosa è la stranierizzazione della lingua d’arrivo (pensiamo ad esempio all’influenza
della sintassi inglese nella narrativa italiana contemporanea o l’acquisizione a volte imbarazzante e
inutile di forestierismi alla moda), altra cosa è invece rendere nella lingua di arrivo le innovazioni
stilistiche, le evasioni dalla norma, le particolarità presenti nel testo di partenza.
II.3
In un passo famoso dello Zibaldone (963) Leopardi, facendo ricorso alla bella immagine
della Camera Oscura, afferma che “L’effetto di una scrittura in lingua straniera sull’animo nostro, è
come l’effetto delle prospettive ripetute e vedute nella camera oscura, le quali tanto possono essere
distinte e corrispondenti veramente agli oggetti e prospettive reali, quanto la camera oscura è adatta
a renderle con esattezza; sicché tutto l’effetto dipende dalla camera oscura piuttosto che
35
Leopardi (1988), II, p. 1150.
Meschonnic (2005), p. 231.
37
Leopardi (1969), p. 564.
38
Benjamin (1962), p. 48.
39
Venuti (1995).
36
15
dall’oggetto reale…”.40 La nostra visione del testo straniero è determinata dalle nostre abitudini
linguistiche, siano esse codificate o da introdurre coerentemente alle possibilità che la lingua di
arrivo offre. Benissimo interpreta questo passo dello Zibaldone Antonio Prete: “Per Leopardi il
rapporto tra due lingue non avviene nel campo di una visibilità diretta, non segue una trasposizione
immediata. La visione della prima lingua, della lingua da cui si traduce, muove dall’universo
linguistico di colui che traduce: è questo il recinto, la “camera oscura” in cui la prima lingua appare
secondo i modi di un’indagine riflessa. (…) Adattare la camera oscura vuol dire preparare,
tecnicamente, cioè secondo stile e necessità, la propria lingua perché sappia accogliere e intrattenere
e comprendere questo ospite che è la lingua originale”.41
Così come è necessario che esistano più stili per riproporre in italiano lo stile sublime di
Virgilio o quello semplice di Mosco, magari ricercandoli in modelli codificati nella tradizione della
lingua di arrivo (e allora Monti o Parini o Caro, a seconda dell’accordo con lo stile del testo da
tradurre), così sarà anche necessario ascoltare con la massima attenzione quello che il testo fa nella
lingua di partenza (come nell’esempio della traduzione dell’ άντανδρον di Luciano) per creare un
modo nuovo di accoglienza nella camera oscura che è la lingua di arrivo.
III.1 Ripensando a quegli anni di intenso studio e di assorbimento, anche attraverso tanti esercizi
di traduzione, della lirica e dell’epica greca e latina, Leopardi nel 1821 giudica il proprio ingegno
diverso da quello di tanti altri non perché più creativo, originale o innovativo, ma per la sua
pervadente capacità di mimetizzarsi, di insinuarsi completamente nell’ingegno degli autori che
andava leggendo, assumendone le particolarità:
Io, nel mio povero ingegno mio, non ho riconosciuta altra differenza dagli ingegni volgari, che una
facilità di assuefarlo a quello ch’io volessi, e quando io volessi, e di fargli contrarre abitudine forte e
radicata, in poco tempo. Leggendo una poesia, divenir facilmente poeta; un logico, logico; un
pensatore, acquistar subito l’abito di pensare nella giornata; uno stile, saperlo subito o ben presto
42
imitare; una maniera di tratto che mi paresse conveniente, contrarne l’abitudine in poco d’ora.
Ancora, in una lettera a Giordani del 21 marzo 1817:
Quando ho letto qualche Classico, la mia mente tumultua e si confonde. Allora prendo a tradurre il
meglio, e quelle bellezze per necessità esaminate e rimenate a una a una, piglian posto nella mia
mente, e l’arricchiscono e mi lasciano in pace.43
È forse anche per questo che Leopardi quando passa a scrivere autonomamente lo fa servendosi si
maschere. La prima è quella di un umile traduttore di un anonimo poeta greco. Leopardi pubblica
nello “Spettatore italiano”, t. VII, quad. LXXV, 1° maggio 1817, la traduzione di un Inno a
Nettuno, corredato di una dedica, un avvertimento al lettore e una serie di note puntigliose. Da
questo materiale risulta che il testo presentato è la traduzione di un inno greco adespoto, da poco
trovato in “una piccola biblioteca” romana da un amico. Ci troviamo di fronte a una splendida,
arguta e, mi pare, ironica finzione, nella quale Leopardi diciannovenne attribuisce alle insistenze
dell’anonimo amico la pubblicazione della sua provvisoria versione in italiano. L’ironia emerge
continuamente nella nota introduttiva: quando Leopardi parla celiando della “impazienza” con cui il
pubblico aspetta con ansia la pubblicazione di questi ritrovamenti, o nella chiusura dove il
traduttore dichiara la strategia che lo ha guidato nel suo volgarizzamento in endecasillabi sciolti:
“Ho adoperato molto per tradurre fedelissimamente, e non ho trascurato pure una parola del testo, di
che potrà agevolmente venire in chiaro chi vorrà ragguagliare la traduzione coll’originale, uscito
che sarà questo alla luce”.44 Il gioco del travestimento è svelato in una bella lettera al Giordani del
40
Leopardi (1969), p. 279.
Prete (1998), pp. 145 e 147.
42
Di “pratica mimetica” parla Damiani (2002), pp. 24 sgg.
43
Leopardi (1977), p. 9.
44
Leopardi (1988), I, p. 315.
41
16
30 maggio 1817, in cui colpisce, oltre alla prosa semplice, tersa ma ricchissima di immagini e
riferimenti, una evidente auto-ironia:
E l’Inno però e le note col resto, l’ho scritto appunto un anno fa (…). Da questo Ella vedrà, se non l’ha
già veduto, che quanto io spaccio della scoperta dell’Inno, è una novella. Innamorato della poesia
greca, volli fare come Michel Angelo che sotterrò il suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credea
d’antico, portò il braccio mancante. E mi scordava che se egli era Michel Angelo io sono Calandrino;
oltreché la stretta necessità d’imitare, o meglio di copiare (…) m’impastoiò e rallentò per modo la
mente che senza dubbio io ho fatto tutt’altro che poesia.45
Per spiegare l’importanza di questa esperienza creativa nell’ambito della riflessione più generale
sulla traduzione, Antonio Prete utilizza l’immagine del cibo, come se si trattasse di una sorta di
transustanziazione che consente la rimessa in vita di un testo dopo la morte. Per Prete infatti l’Inno
a Nettuno è una finzione che tuttavia “per la densità dell’artificio e per la solida costruzione del
commento, finisce col confessare uno dei seguenti impulsi propri della traduzione: alimentarsi della
sparizione dell’originale, raccogliere la morte dell’originale nella vita del nuovo testo”.46
Un’immagine afferente alla stesso campo semantico è utilizzata da Emilio Pasquini quando parla di
Leopardi studioso di Petrarca. Per Pasquini Leopardi è stato “il maggior petrarchista nei secoli dal
XIV ad oggi. Non esiste altro autore che sia andato tanto a fondo nell’attraversamento di un
modello: quello di Leopardi con Petrarca è un caso limite di simbiosi artistica (…). È irripetibile: è
un poeta che fagocita un poeta”.47
III.2 La seconda maschera indossata da Leopardi è quella dell’autore anonimo delle due Odae
Adespotae, scritte nel 1816 e pubblicate assieme all’Inno di Nettuno. Le due odi anacreontiche
appaiono in greco con versione latina a fronte, questa volta senza nessun particolare paratesto che
espliciti ulteriormente la finzione. La novità di questi sonetti sta nell’immagine della luna che è al
centro della seconda Odae e che tornerà in tante altre poesie di Leopardi, a cominciare da Vita
solitaria:
Lunam caněre lubet.
Te, luna, canemus
sublimen, os argenteam.
Tu enim coelum habens,
Quietae noctis imperium
Nigrorumque somniorum tenes (…)
Te dii quoque amant,
Te honorant homines,
Sublimen, os argenteam,
Venerandum, pulcram, luciferam.
ma anche nella semplicità e nella grazia del dettato che però non sembra paragonabile a quella
arcadica e di maniera delle prime prove traduttorie. Come ha notato Gilberto Lonardi, il ricorso a
una grammatica semplice del greco e del latino “consente un difficile e per ora eccezionale
equilibrio, che costituisce un passo avanti molto importante verso la semplicità né arcadica né
grandioso arcaica dell’idillio o almeno dei più importanti idilli leopardiani”.48 Qui, più che
l’imitazione di un modello preciso, Leopardi cerca di costruire una sua lingua naturale e semplice,
capace di guardare alla natura in modo naturale, senza la mediazione della dizione poetica
convenzionale, ma per farlo deve immergersi nella lingua straniera: una sorta di rigenerazione
attraverso l’allontanamento.
45
Leopardi (1977), p. 24.
Prete (1998), p. 153.
47
Pasquini (2004), p. 205.
48
Lonardi (1969), p. 21.
46
17
III.3 La terza maschera, quella che Leopardi indossa con più autorevolezza, è quella di Simonide.
Siamo alla prima Canzone, All’Italia, pubblicata da Leopardi nel 1818. Sarebbe necessario
un’intera lezione per leggerla e commentarla, considerando anche la traduzione endolinguistica in
prosa (non credo si possa parlare di parafrasi) di Marco Santagata che, alla sua uscita, ha suscitato
un acceso dibattito sul danno o l’utilità della versione dei nostri autori classici in un italiano più
vicino alla lingua d’uso. Una lezione che potrebbe iniziare con una citazione di Leopardi stesso,
tratta dalla sua premessa al commento delle Rime del Petrarca del 1826: “Nessuno oggi in Italia,
fuori dei letterati (io voleva dir fuori di pochissimi letterati), conosce né può intendere facilmente la
lingua italiana antica”.49 Ma restando All’Italia, e per sommi capi: la canzone come noto è dedicata
all’Italia umiliata dalla restaurazione, che soffre “negletta e sconsolata” (v. 15) l’offesa delle
“catene” (v.13) e “piange” la scomparsa della “forza antica” (v. 28). Le prime due strofe della
canzone sono un’apostrofe all’Italia e un compianto per la sua decadenza. Nella terza strofa si parla
degli italiani che ora muoiono per la campagna napoleonica di Russia sacrificando le loro vite non
per la patria, ma per un imperatore straniero in terra straniera. A questo punto, con un salto di tempo
e di spazio, la scena è spostata nell’antica Grecia, alle Termopili, quando Leonida e i suoi trecento
spartani sacrificarono le loro vite per opporsi all’avanzata di Serse e dei persiani (strofa 4-5). È qui
che Leopardi indossa la maschera. Per esaltare l’atto eroico di Leonida e dei suoi, cita l’epicedio
che Simonide avrebbe scritto su di loro e per loro proprio alle Termopili, rendendo il loro sacrificio
immortale (strofa 5-6-7). Forse è inutile dire che questi versi sono una creazione originale di
Leopardi che si avvale solo di alcuni frammenti dell’inno di Simonide sulle Termopili, e si
immedesima nella figura del vate greco per tessere, questa volta in italiano, il suo canto di
ringraziamento agli eroi antichi. E non è difficile cogliere quanto più naturale e semplice e
poeticamente riuscita risulti questa seconda parte della canzone, scritta sotto la protezione della
maschera se raffrontata alla magniloquenza e artificiosità della prima parte.
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell’imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall’uno all’altro polo.
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest’alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch’io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
Simonide auspica per se stesso una gloria altrettanto duratura quanto quella degli eroi morti e
cantati. La finzione è qui elevata a potenza: Leopardi che all’inizio vorrebbe morire per la patria (e
questa volta i versi sono davvero retorici: “Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de’ tuoi?
L’armi, qua l’armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io”) qui invece, nascosto dietro la
49
Leopardi (1988), II, p. 991.
18
maschera di Simonide, offre alla sua terra ciò che di meglio ha: il suo canto e con esso la speranza
che il canto gli porterà la “Fama… appo i futuri”.
IV.
All’inizio mi ero riproposto di percorrere un piccolo tratto dell’intricato cammino intrapreso
da Leopardi fra esperienze di traduzione, riflessioni sul lavoro svolto e creazioni poetiche
mascherate. Sono sicuro di avere toccato solo pochissime stazioni di questo percorso, ma spero che
si sia almeno intuita la grande importanza del confronto continuo che il giovane Leopardi stabilisce
con l’altro, del suo fagocitante immedesimarsi con i poeti antichi per carpirne la maestria, entrando
in competizione con loro, tentando di trovare nelle ampie possibilità di scelta offerte dalla lingua e
dal canone letterario italiano gli stili che meglio si adattavano alla forza del testo di partenza,
sperimentando infine modi nuovi, come ad esempio il rifiuto della forma chiusa tradizionale per
l’adozione di un endecasillabo sciolto non vincolato quindi dalle rime, oppure di un lessico che
rifugge dalle convenzioni di maniera per ricercare la naturalezza e la semplicità, che diventeranno
una modalità della sua poetica e di tanta parte della poesia italiana seguente.50 Questo suo muoversi
irrequieto e continuo fra i testi da tradurre, spinto da una grande ammirazione, da una finissima
capacità di ascolto e da un profondo desiderio di fare esperienza di questi testi (immedesimandosi in
loro, appropriandosene, facendosi contaminare, dialogando con essi) ci dà l’idea, come dice Prete a
proposito dello Zibaldone, di un “discorso” dove “tutto resta aperto verso ogni possibile ripresa”,
dove nulla “è mai risolto e chiuso dentro una trattazione”.51 Leopardi non irrigidisce le proprie
riflessioni ed esperienze sulla traduzione in un trattato, ma, fedele allo spirito che anima lo
Zibaldone, preferisce la misura e lo spirito del saggio, dell’assaggio, nel tentativo di pensare e
soppesare l’esperienza della traduzione, per approssimazioni, per avvicinamenti e allontanamenti. I
risultati non sono mai definitivi: nella sua biografia intellettuale la lotta con il testo da tradurre sarà
in certi momenti sospesa perché ritenuta impossibile, in altri sarà vista solo come un artificio per
consentire la diffusione, in prosa, del pensiero antico.52 Ma la prova con l’estraneo, questo
confronto formativo, sarà sempre uno stimolo a proseguire un cammino di ricerca, fatto di scoperte,
di sfide e di passioni. Forse è anche per questo che la vicenda di Leopardi ci sembra così vicina. Ed
è forse anche per questo che Gianni Celati parla di Leopardi come di “un nostro compagno di
strada”. E in questo cammino “quello che conta alla fine non sono le mete a cui arriviamo, ma il
continuo transito attraverso gli stati di affezione che sorgono, con una mobilità eccitatoria che è
l’anima” della scrittura di Leopardi.53
50
Sul lessico di Leopardi traduttore si veda Savoca – Primo (2003).
Prete (2004), pp. 32 e 36.
52
Si veda Fasano (1985).
53
Celati (2004), p. 67.
51
19
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22
EMILIO MATTIOLI
L’etica del tradurre
È ormai una espressione corrente “le virage éthique en traduction”, la svolta etica nel
tradurre. Di che cosa si tratta? È un fenomeno plurale non riconducibile ad un unico autore né ad
un’unica concezione, ma sicuramente è maturata da parecchi anni ormai la consapevolezza di una
dimensione etica del tradurre, di una responsabilità morale che si assume chi traduce. È forse utile
segnalare qualche data. Si ritiene in genere che l’atto di nascita della traduttologia sia segnato dalla
pubblicazione a Parigi nel 1963 di Les problèmes théoriques de la traduction di Georges Mounin,
mentre il termine traductologie è stato coniato in francese nel 1973 da Brian Harris, la svolta etica
si può fissare al 1984 con la pubblicazione de L’épreuve de l’étranger di Antoine Berman. In questa
opera risulta con estrema chiarezza quale sia la portata di questa svolta. Nel paragrafo intitolato
“Etica” della traduzione Berman scrive:
Tradurre significa indubbiamente scrivere e trasmettere. Ma questa scrittura e questa trasmissione
prendono il loro vero senso solo a partire dalla finalità etica che le governa. In questo senso, la
traduzione è più vicina alla scienza che all’arte - almeno se si presuppone la irresponsabilità etica
dell’arte.
Definire più precisamente questa finalità etica, e in tal modo liberare la traduzione dal suo ghetto
ideologico, ecco uno dei compiti della teoria della traduzione. Ma questa etica positiva presuppone a
sua volta due cose. In primo luogo, un’etica negativa, vale a dire una teoria dei valori ideologici e
letterari che tendono a distogliere la traduzione dalla sua pura finalità. La teoria della traduzione non
etnocentrica è anche una teoria della traduzione etnocentrica, ovvero della cattiva traduzione. Chiamo
cattiva traduzione quella che, generalmente sotto l’apparenza della trasmissibilità, opera una negazione
1
sistematica dell’estraneità dell’opera straniera.
Nelle pagine precedenti Berman ha chiarito che “la finalità stessa della traduzione (è) aprire
sul piano della traduzione un certo rapporto con l’Altro, fecondare il Proprio tramite la mediazione
dell’Estraneo”2 e ancora: “l’essere della traduzione è di essere apertura, dialogo, meticciato,
decentramento. È un mettere in relazione, o non è nulla.”3
Dunque, nella prova dello straniero la traduzione è concepita come accoglimento dell’altro e
quindi come esercizio di alto valore morale. In un saggio dell’anno successivo, 1985, La traduction
et la lettre ou l’auberge du lointain, tradotto in italiano con il titolo La traduzione e la lettera o
l’albergo nella lontanaza,4 la concezione etica della traduzione trova un ulteriore sviluppo e si
concretizza nella traduzione letteraria.
Il punto di partenza di Berman è netto, tanto da prendere forma di assioma: “la traduzione è
traduzione della lettera in quanto è lettera” (ovviamente non si tratta della traduzione parola per
parola, della traduzione servile, ma della traduzione letterale) ed è un attacco alla traduzione
dominante nel mondo occidentale caratterizzata dall’essere culturalmente etnocentrica,
letteralmente ipertestuale, filosoficamente platonica. A queste tre forme di traduzione Berman
contrappone rispettivamente la traduzione etica, la traduzione poetica, la traduzione pensante. La
lettera è lo spazio di gioco di queste ultime. Chiariamo i termini con le parole di Berman,
etnocentrico significa “che riconduce tutto alla propria cultura, alle sue norme e a valori e considera
ciò che ne è al di fuori – l’Estraneo – come negativo o al massimo buono per essere annesso,
adattato, per accrescere la ricchezza di quella cultura. ‘Ipertestuale’ rinvia ad ogni testo generato per
imitazione, parodia, pastiche, adattamento, plagio, o qualunque altra specie di trasformazione
formale, a partire da un altro testo, già esistente.”5
1
Berman (1997), pp. 15-16.
Ivi, p. 14.
3
Ivi, p. 15.
4
Berman (2003).
5
Ivi, p. 25.
2
23
Traduzione platonica non significa, ovviamente, la concezione che Platone ha della
traduzione, dato che il filosofo non se ne è mai occupato, ma fa riferimento alla scissione fra
sensibile e intellettuale, fra corpo e anima istituita da Platone che è il presupposto per un tipo di
traduzione che cerca di cogliere il senso (l’anima) al di là della lettera (il corpo). Berman è convinto
che questo tipo di traduzione abbia un’origine storica (per esempio la traduzione etnocentrica è nata
a Roma) e che la verità della traduzione possa essere recuperata soltanto per via indiretta attraverso
l’analisi delle tendenze deformanti che agiscono nella traduzione.
Questa analisi è molto ricca e utile anche per chi non accetti l’impostazione di Berman. Le
tendenze individuate e analizzate sono 13: la razionalizzazione, la chiarificazione, l’allungamento,
la nobilitazione e volgarizzazione, l’impoverimento quantitativo, l’omogeinizzazione, la distruzione
delle reti significanti sottostanti, la distruzione dei sistematismi testuali, la distruzione (o
l’esotizzazione) dei reticoli vernacolari, la distruzione delle locuzioni e degli idiotismi, la
cancellazione della sovrapposizione delle lingue. Dall’analisi di questo sistema di deformazioni
emerge quello che Berman intende per traduzione letteraria; ma – e questo è importante – egli non
propone affatto una nuova metodologia che sarebbe non meno normativa e dogmatica delle
precedenti, suggerisce invece una riflessione sulla essenza della traduzione che può sfuggire alle
tendenze deformanti. La traduzione non è soltanto un processo di comunicazione, di trasmissione di
messaggi da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo. Mettere sullo stesso piano la traduzione
di un testo tecnico e quella di un’opera è possibile soltanto ad un livello di astrazione molto elevato,
un testo tecnico, tende a trasmettere una certa quantità di informazioni, “ma un’opera non trasmette
alcuna specie di informazione, anche se ne contiene: essa apre all’esperienza di un mondo”. La
comunicazione per Berman è un concetto troppo astratto per definire l’opera e la sua traduzione. La
traduzione è piuttosto definita dal suo scopo etico, poetico e filosofico.
La definizione dello scopo etico e il suo legame con la lettera è il punto cruciale di questo
discorso. “L’atto etico-scrive Berman-consiste nel riconoscere e ricevere l’Altro in quanto Altro
/…/. Questa natura dell’atto etico è implicitamente contenuta nelle saggezze greca ed ebraica, per le
quali, sotto la figura dello Straniero (per esempio del supplice), l’uomo incontra Dio o il Divino.
Accogliere l’Altro, lo Straniero, invece di respingerlo o di cercare di dominarlo, non è un
imperativo. Nulla vi ci obbliga. Achille, nell’Iliade, può respingere Priamo supplice, e tutto lo
induce a farlo; ma può anche aderire alla sua supplica e, così facendo, innalzarsi ad una sfera che
trascende quella delle imprese epiche… Ebbene, la traduzione, attraverso il suo obiettivo di fedeltà,
appartiene originariamente alla dimensione etica. Essa è, nella sua e stessa essenza, animata dal
desiderio di aprire l’Estraneo in quanto Estraneo al proprio spazio di lingua. Il che non vuol dire
affatto che storicamente sia andata spesso così. Al contrario, l’obiettivo appropriatore e
annessionista che caratterizza l’Occidente ha quasi sempre soffocato la vocazione etica della
traduzione. La ‘logica dello stesso’ ha quasi sempre prevalso. Ciò non impedisce che l’atto di
tradurre obbedisca a un’altra logica, quella dell’etica.”6
È stupefacente che Berman nell’opera postuma: Pour une critique des traductions: John
Donne,7 “abbia abbandonato il campo dell’etica tale quale l’aveva definito precedentemente cioè
come traduzione della lettera o la letteralità”.8 La stessa Godard ha scorto in Berman “una
oscillazione fra due termini (l’orizzonte e la poetica) e dietro di essi fra due strade distinte
(l’epistemologia e la metafisica).”9 “Da una parte un approccio storico funzionale con la
delineazione di un orizzonte traduttivo, dall’altra un approccio idealista che privilegia la riflessione
6
Ivi, pp.61-62, passim.
Berman (1995). In italiano ne è stato tradotto un capitolo con il titolo Traduzione e critica produttiva, Salerno
e Milano, Oedipus ed., 2000, da Gisella Maiello.
8
Trad. nostra da Barbara Godard, L’étique du traduire: Antoine Berman et le “virage éthique” en traduction,
p. 68, pubblicato in “TFR” 14/2 (2001), dedicato ad A. Berman.
9
Ibidem (trad. nostra).
7
24
di un soggetto autonomo e l’auto-consistenza di una traduzione ‘vera’ che sarà un’opera d’arte
avente per missione di rivelare l’essere del testo originale”.10
Comunque sia, Berman ha segnato la svolta etica ed ha lasciato un’eredità che ha conosciuto
svolgimenti molto diversi, ma che questo tipo di riflessione ci sia stato conta nel panorama attuale
ed è un punto di riferimento anche per capire chi ha sviluppato un discorso etico sulla traduzione,
ignorando completamente Berman, per esempio la scrittrice bengalese Guyatrik Spivak che insegna
alla Columbia University.
La svolta etica assume significati diversi a seconda dell’idea di cultura cui fa riferimento,
l’idea di cultura presente nell’etnografia con coincide con quella di Berman: per Berman la cultura
va intesa nel senso di Bildung (formazione), non a caso dato che il suo capolavoro L’épreuve de
l’étranger si occupa della cultura romantica tedesca e quindi il rapporto con lo straniero serve
soprattutto ad arricchire la lingua in cui si traduce, nell’ambito etnografico, invece, ad un
ovviamente diverso concetto di cultura corrisponde una funzione della traduzione diversa che
riconosce l’altro nella sua estraneità e incrina i rapporti di potere.
Val la pena prendere in esame gli sviluppi dell’etica del tradurre in alcuni autori. Partirò da
Henri Meschonnic che di Berman è stato ispiratore, ma con il quale ha poi avuto rapporti
conflittuali. Per Meschonnic il ritmo si configura come etica e poetica del tradurre. Per capire il
senso di questa affermazione bisogna aver presente che, secondo Meschonnic, “il ritmo, come
organizzazione soggettiva di un discorso, storicità di questo discorso, fonda il continuo che fa che
un testo sia letteratura.” L’esempio più clamoroso è dato dalla traduzione della Bibbia che
Meschonnic sta conducendo da anni. Nel tradurre la Bibbia non si è mai tenuto conto del suo ritmo
che è dato dagli accenti fissati dalla tradizione masoretica e non si è capito che nella Bibbia non c’è
distinzione fra prosa e poesia. Le conseguenze sono impressionanti, la Bibbia, secondo questa
prospettiva, non è mai stata tradotta in francese. Rispettare il ritmo nella traduzione è rispettare
l’etica, perché significa rispettare l’unicità e la specificità del testo. Il ritmo si contrappone al segno
e costituisce il legame fra la poesia e la vita. La poetica del ritmo di Meschonnic rappresenta una
delle posizioni più avanzate della teorizzazione contemporanea e svolge una funzione critica
fortissima.
Lawrence Venuti di cui in italiano circola L’invisibilità del traduttore,11 si riconnette
esplicitamente a Berman, ma ha una decisa posizione politica. Proprio a pagina 72 dell’opera citata,
Venuti scrive:
Il fine ultimo di questo libro è quello di costringere i traduttori e i loro lettori a riflettere sulla violenza
etnocentrica della traduzione e di conseguenza stimolarli a scrivere e leggere i testi tradotti secondo
modalità che cerchino di riconoscere la differenza linguistica e culturale dei testi stranieri. Ciò che sto
difendendo non è una valorizzazione indiscriminata di ogni cultura straniera o di un concetto
metafisico dell’identità straniera; in realtà il testo straniero viene privilegiato dalla traduzione
estraniante solo fin dove rende possibile un’azione di disturbo nei confronti dei codici culturali della
lingua d’arrivo, in modo tale che il suo valore, a seconda della situazione culturale in cui viene
tradotto, sia sempre strategico. La questione consiste piuttosto nell’elaborare i mezzi teorici, critici e
testuali attraverso i quali la traduzione può essere studiata e praticata come locus della differenza, e
non dell’omogeneità come accade oggi in gran parte dei casi.
Togliere quindi l’illusione della trasparenza del traduttore ha per Venuti un valore etico e
politico. L’analisi della prassi traduttiva dominante in America, determinata da esigenze
economiche e politiche, una prassi che tende a rendere invisibile il traduttore e scorrevole la
traduzione, mette in luce la pretesa egemonica e l’illusione culturale che regnano in questo ambito.
Cercare di far dimenticare al lettore che legge una traduzione è un autentico imbroglio, codificato
nei contratti stessi che debbono firmare i traduttori.
10
11
Ibidem (trad. nostra).
Venuti (1999).
25
I due concetti di “addomesticamento” ed “estraniamento” che corrispondono alla traduzione
etnocentrica e a quella etica di Berman nella prospettiva di Lawrence Venuti variano in rapporto
alla situazione geopolitica, infatti lo studioso ha sviluppato un’etica della situazione che dà alla sua
analisi una concretezza molto efficace. Questo si riflette, ovviamente, nella concezione dei rapporti
interculturali e tende a marcare non l’unità dello spirito come in Berman, ma la differenza.
Con Gayatry Spivak, che si dedica agli studi di genere nell’ambito della letteratura
femminista post-coloniale, la svolta etica della traduzione entra decisamente nel campo delle lotte di
potere e diventa una forma di azione socio-politica.12 L’importante però è capire per quale via la
Spivak pensa che si possa dar luogo alla traduzione etica nel campo di cui si occupa. Il linguaggio
nella sua concezione si articola in retorica, logica, silenzio, soltanto se si rispetta la retorica anche
nella traduzione dalle lingue del terzo mondo si compie una operazione etica. Con retorica qui
evidentemente si intendono le specificità di ogni singola lingua. Ignorando queste specificità si dà
luogo al traduttorese “cosicché la produzione di una scrittrice palestinese inizia a somigliare nella
grana della prosa a quella di uno scrittore di Taiwan.”13 Si tratta quindi di trasformare i rapporti
egemonici stabiliti dall’imperialismo fra le culture euro-americane e quelle del Terzo mondo. In
particolare per quel che riguarda le lingue si tratta di rompere quella situazione per la quale da una
parte c’è l’inglese, preso per la semiotica come tale e dall’altra gli idiomi presi come degli idiotismi
storici. Se il discorso della Spivak nasce da un contesto particolare, le sue considerazioni sulla
traduzione assumono un valore generale a cominciare dall’affermazione che “la traduzione è l’atto
più intimo di lettura.”14 Come ha giustamente sottolineato la curatrice della versione italiana del
saggio, Alessandra Biglia: “La retorica / nella concezione della Spivak /… può spezzare la coesione
di un testo e favorire invece la casualità e la possibilità che le cose non siano sempre organizzate dal
punto di vista semiotico.”15 C’è dunque oltre ad un forte impegno per una “traduzione
democratica”, uno sforzo per prendere il testo nella sua specificità che è sicuramente il presupposto
di ogni forma di traduzione etica.
Testi citati
Berman (1995)
Berman, A., Pour une critique des traductions: John Donne, Paris, Gallimard, 1995
Berman (1997)
Berman, A., La prova dell’estraneo, trad. a cura di Gino Giometti, Macerata, Quodlibet, 1997
Berman (2003)
Berman, A., La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontanaza, trad. a cura di Gino Giometti, Macerata,
Quodlibet, 2003
Venuti (1999)
Venuti, L., L’invisibilità del traduttore, Roma, Armando Armando, 1999
12
Non a caso il saggio della Spivak pubblicato nel numero 31 di “Testo a fronte”, dicembre 2004, si intitola La
politica della traduzione.
13
“TFR”14/2 (2001), p. 30.
14
Ivi, p. 31.
15
Ivi, p. 62.
26
27
GUILLERMO CARRASCÓN
L’errore di traduzione: una prospettiva didattica
Da un punto di vista teoretico, l’errore di traduzione presenta, nell’ambito di studio della
traduttologia, un notevole interesse: infatti, quali che siano il metodo applicato, i criteri di
traduzione, la finalità e la modalità del tradurre, sembra scontato, persino tautologico, che la miglior
traduzione è quella che contiene il minor numero possibile di errori, un numero tendenzialmente o
idealmente uguale a zero. Ma in realtà, pensandoci bene non è facile stabilire fino a quale punto
possiamo estendere il precedente ragionamento: per la perfezione della traduzione, la assoluta
assenza di errori è solo condizione necessaria o è pure condizione necessaria e sufficiente? O detto
in altri termini: qualsiasi imperfezione nel risultato di una traduzione, cioè, nel testo tradotto, si può
considerare un errore di traduzione? E sono solo questo tipo di imperfezioni o difetti testuali che
vanno annoverati come tali? Magari sì, ma bisogna tener conto, come numerosi autori hanno
segnalato e anche se ciò trascende i nostri interessi attuali, che il motivo dell’insuccesso di una
traduzione non si limita alle possibili imperfezioni linguistiche o ai possibili tradimenti al senso
originale del testo tradotto: questo in effetti nasce sempre con una funzione e in un contesto
comunicativo preciso; così l’inadeguatezza della traduzione al suo scopo è stata sovente ritenuta,
dagli studiosi funzionalisti, come un tipo di errore “pragmatico” non di rado considerato più grave
degli stessi errori linguistici o semantici. Quindi, la soluzione a questi quesiti sembrerebbe
dipendere anche da quello che consideriamo errore di traduzione e dal modo in cui valutiamo le
diverse possibilità di inadeguatezza testuale e pragmatica, un versante sul quale la traduttologia non
ha mancato certo di fornire delle risposte o, al meno, delle proposte.
In un livello generale si collocano alcune di esse, come quella di Gouadec (1989)1, che
definiva l’errore come una distorsione ingiustificata del messaggio originale, o quella di KupschLosereit (1985) che pare sia stata la prima studiosa ad indicare che il livello di correttezza
linguistica di un testo si possa far dipendere, in realtà, dalla sua adeguatezza funzionale, nella
misura in cui le formulazioni linguistiche devono variare a seconda dei loro destinatari, delle
situazioni in cui si producono e delle funzioni e degli obiettivi attribuiti loro. Si può tuttavia
riportare questa gerarchia ad una dicotomia, diversa da quella stabilita da Spilka nonostante la
coincidenza terminologica (1984),2 tra errore e difetto di traduzione, integrando nella prima
categoria – cioè l’errore – tutti i problemi di adeguatezza funzionale, che si potrebbero attribuire ad
un livello macrotestuale e che investono, quindi, l’impostazione generale, il metodo traduttivo e le
strategie di traduzione; mentre come difetti di traduzione si annovererebbero le scorrettezze
linguistiche a livello microtestuale: fraintendimenti, sviste, calchi e altri errori puntuali di senso e di
lingua. Insieme a quella menzionata da Kupsch-Losereit, non sono poche le teorie funzionali che
puntano a sottolineare la portata che per la valutazione della traduzione acquista il concetto di
adeguatezza pragmatica, al punto da proporre che lo si possa considerare gerarchicamente più
importante di quello di correttezza linguistica, lessico-grammaticale e testuale. In parole povere, il
primo test che il testo tradotto deve superare è quello di svolgere in maniera soddisfacente la
funzione comunicativa e sociale che gli è chiesta: da chi ha commissionato la traduzione, dai suoi
nuovi destinatari, etc.
Ciò nonostante, si potrebbe obiettare a queste affermazioni generali, che riteniamo tuttavia
valide, che la necessità di adeguatezza pragmatica non è una condizione specifica del testo o del
discorso tradotto, bensì un’esigenza generale di ogni tipo di produzione linguistica comunicativa,
anche di quelle che vivono solo nella lingua originale. Allo stesso tempo, non vi è dubbio che la
correttezza linguistica – anch’essa, certo, requisito esigibile ad ogni testo – di un testo tradotto e la
1
Ma riprendendo idee di 1981; apud Hurtado (2004), pp. 293-94.
I.V. Spilka definì come errori un tipo di problemi «sistematici e ricorrenti, dovuti all’interferenza, a errori
pedagogici, alla complessità intrinseca della lingua meta o persino ad una tattica di comunicazione con cui lo studente
usa delle formule difettose ma, ciò nonostante comprensibili ... I difetti sono invece contingenti, dovuti a fattori quali la
stanchezza, o delle distrazioni e negligenze momentanee» (Spilka (1984), p. 72; trad. mia).
2
28
sua aderenza all’originale, sia in termini di senso sia nella costellazione di aspetti relativi alla sua
formulazione linguistica – correttezza e fedeltà che si possono considerare elementi non accessori
nella qualità generale della traduzione, anche nella misura in cui possono costituirsi in veri ostacoli
alla comunicazione, come non di rado succede – si contano tra le prime istanze sulle quali le
operazioni di traduzione rischiano di incidere negativamente. Potrebbe fare al caso nostro il
seguente esempio, tratto da un manuale tecnico, nel quale la confusione tra il senso letterale e quello
figurato di una parola nella lingua di partenza può dare origine a un malinteso da parte del lettore
del testo tradotto, malinteso, tra l’altro, dalle conseguenze che non esiterei a qualificare come gravi
se il testo dovesse mai venire preso alla lettera:
Appendice B. Suggerimenti e tecniche
A. Suggerimenti per il DV camcorder
• Formatti il nastro DV prima della fucilazione del video.3
Sembra ovvio che il traduttore abbia sbagliato interpretando in un senso più letterale del dovuto la
parola inglese shooting, che in quella lingua si usa, com’è risaputo, per fare riferimento al
funzionamento sia delle armi da fuoco, sia dei vari dispositivi ottici per la ripresa d’immagini, per
cui si sparano allo stesso modo i fucili e pure le videocamere o le macchine fotografiche; la
similitudine, in effetti, è grande: anche in italiano si parla, ad esempio, di safari fotografico, nel
quale la caccia è stata addolcita sostituendo i colpi con le foto, ma non per ciò una ripresa può
diventare una fucilazione. Inoltre, un caso come questo – un manuale tecnico on-line –
intuitivamente sembra confermare come il rischio che la traduzione incida, come nell’esempio
proposto, su aspetti linguistici del testo è molto più elevato della probabilità che intacchi seriamente
la sua funzionalità pragmatica. Sono certo che nessun utente prenderà sul serio l’indicazione di
fucilare la sua cassetta di video digitale, per cui la capacità comunicativa del testo non è
compromessa da questo errore, ma senza dubbio non si può considerare sufficiente la qualità del
testo dal punto di vista logico-linguistico.
Ad ogni modo, quelli che nella terminologia di Spilka sarebbero “errori” di traduzione,
senza pretesa di conferir loro un valore assoluto come parametro di qualità di una traduzione e
senza preclusione di ulteriore valutazione degli aspetti pragmatici,4 costituiscono elementi valutabili
anche in sé e per sé. E se è vero quanto afferma Nord (1991)5 e cioè, che dal punto di vista
professionale gli errori pragmatici possono essere i più importanti, non è meno vero che dal nostro
punto di vista, che è piuttosto quello della didattica della traduzione, sembra fondamentale che tanto
l’acquisizione quanto lo sviluppo di una competenza traduttiva si basino sulla capacità di produrre
traduzioni che, prive come sovente lo sono quelle eseguite nell’aula da condizionamenti esterni,
portino alla ribalta la capacità di aderenza semantica al testo originale nonché il rispetto per le
regole grammaticali e testuali della lingua di arrivo. È in questa prospettiva didascalica che ci
avvicineremo al concetto di ET ed a una sua classificazione da un punto di vista, quindi,
immanentemente testuale e linguistico, per concludere con delle considerazioni che si collocano
nella sfera del culturale sottolineando la stretta interdipendenza fra testualità, intertestualità e
cultura.
Facciamo un’ipotesi: supponiamo di leggere due testi in traduzione, A e B, ignari però, e
quindi noncuranti, della loro natura di traduzione, di testo tradotto. Il testo A si presenta nella sua
interezza con un livello adeguato di coerenza e di coesione, di correttezza grammaticale e, per dirla
brevemente, con quell’insieme di caratteristiche che costituiscono le condizioni di adeguatezza e
correttezza di un testo del suo genere nella lingua di arrivo. Di conseguenza, noi ricettori lo
accetteremo come un testo riuscito, senza porci il problema della possibile esistenza, in esso, di
errori di traduzione. Invece il testo B, pur essendo comprensibile in toto, presenta in maniera palese
3
Guida dell’applicazione informatica VideoStudio, scaricabile on-line.
Di più: non dimenticando che questi ultimi possono incidere sui primi, cioè, sui giudizi stabiliti in base agli
aspetti prettamente linguistici, fino a rovesciarli completamente, giustificando pragmaticamente quello che da un punto
di vista esclusivamente linguistico si era giudicato sbagliato.
5
Nord (1991), pp. 170 e sgg.
4
29
la mancanza di alcune delle caratteristiche predette, che A possiedeva, per cui lo percepiamo come
almeno parzialmente non riuscito. Allertati, quindi, da queste imperfezioni, sulla natura di
traduzione del testo B, andremo a controllare sul testo originale; il confronto ci permetterà di
verificare se il traduttore, che non ha rispettato tutte le regole della testualità nella lingua di arrivo
(LA), ciò nonostante è riuscito a produrre in essa un testo difettoso ma comprensibile e che
trasmette lo stesso senso del suo originale. Già nei panni del traduttologo, continuiamo la nostra
indagine e andiamo a confrontare pure il testo tradotto (TT) A – un testo riuscito nella LA – con il
suo testo originale (TO) per scoprire che in realtà questo TT, pur essendo ben costruito ad ogni
livello, trasmette un senso diverso da quello del suo originale. Quello che si palesa qui altro non è
che il vecchio problema de les belles infidèles: è preferibile la correttezza, la perfezione linguistica e
la bellezza del TT o piuttosto deve esser ad essa anteposta la fedeltà al TO?6
Un paio di esempi ci possono servire a chiarire ulteriormente questa dicotomia. Prendiamo
questa frase della traduzione di Tristana, il romanzo di Benito Pérez Galdós, eseguita da Francesco
Guazzelli7 (pur consapevoli che la brevità dell’esempio proposto potrebbe in qualche maniera
snaturare il nostro ragionamento):
L’età del buon gentiluomo, da me calcolata al tempo dei fatti, era una cifra che non si prestava a
verifica, proprio come l’ora di un orologio smontato.
Si tratta di una frase perfettamente accettabile, corretta, anzi, persino elegante per gli standard
dell’italiano letterario, per cui possiamo considerarla come esempio del nostro testo A.
Consideriamo adesso, invece, il titolo di questo saggio di D. F. Wallace, pubblicato nel 2005 dalla
casa editrice torinese Codice: Tutto e di più. Storia compatta dell’infinito.8 Subito ci rendiamo
conto che, stando almeno a quello che ci indicano i dizionari se non la nostra competenza lessicale,
la parola “compatta” tradisce a prima vista, come proponevamo per il testo B, la condizione di
traduzione di questa frase.9 A nessuno dovrebbe, infatti, sfuggire che “compatto” non è in italiano
sinonimo di “conciso”, contrariamente a quello che succede in inglese,10 e che quindi ci troviamo
qui di fronte ad un caso di anglicismo. Non è da escludere che questo ubbidisca a una scelta
consapevole del traduttore,11 scelta che si potrebbe giustificare nel quadro di una tendenza generale
verso la traduzione “straniante” che ha avuto nel tempo rappresentanti tanto illustri come
Nabokov;12 comunque si tratta di una scelta che palesa la natura tradotta del testo, ma che non
6
Mounin (1965), pp. 44 sgg.
Roma: Gruppo editoriale L’Espresso, 2004 (La biblioteca di Repubblica; Ottocento, 20).
8
Titolo originale: Everything and More: A Compact History of Infinity, New York, Norton, 2003.
9
Infatti, il dizionario De Mauro ci offre queste possibili accezioni della parola: “com·pàt·to. agg., s.m. AU, 1a.
agg., costituito di parti strettamente unite fra loro: terreno compatto, roccia compatta; fitto: infiorescenze compatte |
fig., concorde, solidale, unanime: i braccianti scesero compatti in sciopero; 1b. agg., che ha consistenza molto densa,
spec. di alimenti che possono essere consumati anche allo stato liquido: yoghurt compatto; 2a. agg., progettato in modo
da contenere al massimo l'ingombro risultando il più lineare possibile: auto compatta, televisore compatto; 2b. s.m.,
impianto di riproduzione sonora, spec. stereofonico, costituito da elementi diversi inseriti nella stessa struttura di
dimensioni ridotte”. Il Dizionario Italiano Sabatini Coletti (Giunti, 1997) ci dà simili definizioni. Nessuna di loro, però,
sembra molto adeguata per qualificare, almeno in maniera positiva, una storia dell’infinito; ma sappiamo benissimo che
il termine inglese che suona come “compatto”, compact, conta tra le sue più comuni accezioni quella di “Conciso/-a”,
che si presterebbe bene per il titolo in questione. Un conto è il fatto che questo anglicismo sia stato introdotto o meno in
maniera consapevole dal traduttore del saggio di Wallace; un altro conto il fatto indiscutibile, a parer mio, che persino
adesso che si sente dire “skillare” per significare “fornire delle competenze e delle abilità”, l’aggettivo compatto nel
contesto proposto si percepisce come un chiaro anglicismo.
10
Il dizionario elettronico plurilingue Oxford SuperLex (Oxford U.P. 1996) ci dà: “compact 1 adj. a (small and
neat) compatto ; b (tightly packed) ‹ soil › compatto ; c (concise) ‹style of writing› conciso”.
11
Sulla versione italiana, di Fabio Paracchini e Giuseppe Strazzeri, ho letto numerose critiche, per cui questo
“compatto” potrebbe essere semplicemente un altro dei loro, a quanto pare, numerosi errori di traduzione. Mi sembra,
però, significativo che persino nelle critiche più feroci, che adducono come esempio la traduzione dell’espressione
matematica “integer number” con “numero integrale”, piuttosto che con il giusto “numero intero”, non si faccia mai
menzione di questo aggettivo del titolo. Sarà che l’anglicismo “compatto (= conciso)” è già saldamente radicato in
italiano, nonostante le testimonianze dei dizionari?
12
Faini (2004), pp. 86-87; cfr. pure ivi, pp. 20-22.
7
30
modifica gravemente il suo senso. Nel peggiore dei casi, un lettore di questo titolo che sia
completamente mancante di ogni nozione d’inglese – cosa, direi, piuttosto difficile da trovare ai
giorni nostri – attribuirebbe all’aggettivo “compatta” l’accezione che De Mauro raccoglie come 2a:
“progettato in modo da contenere al massimo l’ingombro”, e non sarebbe molto lontano dal senso
originale poiché si può ipotizzare che un volume conciso sia compatto e viceversa.13
Confrontiamo adesso i due piccoli testi proposti con i rispettivi originali:
Testo A
L’età del buon gentiluomo, da me calcolata al
tempo dei fatti, era una cifra che non si
prestava a verifica, proprio come l’ora di un
orologio smontato.
Testo B
Tutto e di più. Storia compatta dell’infinito
Testi originali
La edad del buen hidalgo, según la cuenta que
hacía cuando de esto se trataba, era una cifra
tan imposible de averiguar como la hora de un
reloj descompuesto.
Everything and More: A Compact History of
Infinity
Se leggiamo con attenzione l’originale di A, ci rendiamo conto che quello che dice è completamente
diverso di quello che è stato tradotto in italiano. Tanto per cominciare, e questa è la deviazione più
grave, chi “faceva i conti” (hacía las cuentas) relativi all’età nell’originale spagnolo non è un “io”
narrante, come ha letto il traduttore, bensì “el buen hidalgo”.14 Poi la frase “cuando de esto se
trataba” non ha il vago significato reso in italiano con “al tempo dei fatti”; in essa il pronome
neutro “esto” è riferito, di nuovo, all’età del buen hidalgo, e sarebbe molto più giustamente tradotto
con un semplice e letterale “quando di ciò si parlava” o “si discorreva”. Davanti a queste alterazioni
così gravi del senso, il fatto che averiguar non sia la stessa cosa che “verificare” oppure che un
reloj descompuesto sia un “orologio rotto” e non uno “smontato” diventano peccata minuta; tuttavia
una traduzione, sicuramente meno bella, ma più fedele al senso avrebbe dovuto dire qualcosa come:
“L’età del buon gentiluomo, stando ai calcoli che egli stesso faceva quando di ciò si discorreva, era
una cifra impossibile da scoprire, proprio come l’ora di un orologio rotto.”15 Può sembrare un
particolare insignificante, ma in realtà quello che è andato perso nella traduzione italiana, oltre ad
una certa logica della narrazione che non sto qui ad analizzare, è la civetteria del personaggio, che
cerca di nascondere il desiderio di non rivelare la sua età sotto le mentite spoglie dell’ignoranza
della propria data di nascita (ignoranza che, nell’epoca di ambientazione del romanzo, metà
Ottocento, non era poi così straordinaria). Certo che nell’economia di un intero romanzo un errore
di questo tipo non riveste una grossa importanza. Purché sia solo uno.
13
Mal che andasse il nostro lettore anglofobo lo interpreterebbe nel senso, figurato, di 1b: “che ha consistenza
molto densa”, guardandosi bene, di conseguenza, dal cercare di leggere il libro che tale titolo porta. In questo caso, la
traduzione del titolo avrebbe tradito l’intenzione conativa del suo originale: se a concise story ci può incentivare alla
lettura del libro che presenta, mi pare certo che “storia densa” non sia tanto invitante. L’errore linguistico si proietta così
sul piano pragmatico e diventa molto grave, nel dissuadere possibili lettori dalla lettura.
14
Nonostante che l’ambiguità morfologica della forma verbale dell’Imperfetto dell’Indicativo spagnolo – che
vede sistematicamente uguali le forme della prima e della terza persone singolari – possa permettere di capire altro, per
uno spagnolo non c’è ambiguità semantica, in quanto la casella vuota del soggetto viene automaticamente riempita
dall’ultimo attante enunciato. Se si volesse introdurre un’altro soggetto bisognerebbe, quindi, enunciarlo, dicendo, ad
esempio: “según la cuenta que hacía yo cuando...”
15
Infatti la frase suonava così nella traduzione eseguita da Augusto Guarino: “L’età del buon gentiluomo,
secondo il conto che egli faceva quando si entrava in argomento, era una cifra impossibile da appurare quanto l’ora di
un orologio guasto.” B. Pérez Galdós, Tristana, introduzione di Vito Galeota, traduzione e note di Augusto Guarino,
con testo a fronte, Venezia, Marsilio, 1991, p. 37.
31
Invece, dopo tutto, come abbiamo già commentato, la “storia compatta” può indirizzarci
verso il senso del titolo originale, pregiatosi in realtà di una concisione che si potrebbe
traslatoriamente manifestare attraverso la compattezza. Quindi, il testo apparentemente corretto
nasconde abilmente i suoi errori di traduzione tradendo così fino in fondo il senso originale, mentre
quello palesemente mal tradotto ci permette, nonostante tutto, di capire il senso originale e
comunque ci “avverte” della sua natura di TT e quindi della possibile convenienza ad andare ad
abbeverarci nelle sorgenti primordiali, laddove le acque non sono ancora state inquinate.
Qui, in sintesi, tutte le possibilità di errore che si possono trovare, a livello prettamente
testuale, nei testi tradotti, senza escludere che nella realtà il caso più probabile sarà quello di trovare
dei testi in cui si mescoleranno i difetti di B con la infedeltà di A (infedeltà “globale” fatta, tra
l’altro, probabilmente, di piccole “infedeltà” locali).16 Ma in una prospettiva didattica constatare
l’esistenza di errori e descrivere e spiegare perché sono da considerarsi tali, non è tuttavia
sufficiente. Per cercare di ridurre al minimo l’insorgere di errori è importante considerare la
traduzione nella sua dimensione di processo17 per mettere in luce, nella misura in cui è possibile,
quale sia il meccanismo che produce l’errore, quale la sua genesi. Certo che per garantire la totale
assenza di errori non esiste una ricetta valida, ma se capiamo bene i passi che bisogna compiere per
transitare da un testo originale al suo equivalente tradotto, se conosciamo la strada, ridurremo
sicuramente il rischio di traviare.
Non è rischioso, qualunque sia il modello di rappresentazione del processo di traduzione che
predilegiamo, affermare che i due tipi di errore che abbiamo esemplificato si generano in momenti
diversi di esso: l’errore A, alterare il Senso Originale producendo delle forme corrette e adeguate
nella LA, si produce nel processo che possiamo denominare, seguendo diverse tendenze teoriche,
come deverbalizzazione, decodificazione o comprensione, cioè quella fase in cui il traduttore ha
ricostruito un senso non verbale, globale, dai significati offerti dai segni linguistici che compongono
il testo; l’errore B, invece, si produce più in là nel processo di traduzione, in alcuna delle sottofasi
all’interno della fase di riverbalizzazione, ricodificazione o riformulazione del senso nella LA.
Schema semplificato di Atto
traduttivo
Senso O
Senso T
Senso t.re
S.to O
S.te O
S.te T
Segnale O
S.te O
Dec
S.to O
Rec
S.to T
S.to T
Segnale T
S.te T
Processo Traduttore
Adattato da Luis J. Prieto “L’atto di comunicazione traduttivo” (1995, 25-27)
Figura 1: O: originale; T: tradotto; t.re: Traduttore; S.to: Significato; S.te: Significante; Dec:
Decodificazione; Rec: Ricodificazione
16
Sono due tipi di errore che si possono vedere come paralleli a quelli individuati da Martínez Melis nelle due
categorie “erreures qui se detéctent en comparant le TA au TO” e “erreures qui se detéctent à la seule lecture du TA”
(Martínez Melis (2001), p. 229).
17
Hurtado Albir (2001), p. 289.
32
Nell’illustrazione si riassumono i principali passaggi dell’atto di comunicazione traduttivo
come lo concepì Luis J. Prieto, applicando i ben noti concetti di Ferdinand de Saussure. La figura
va letta da sinistra a destra, seguendo le frecce, in questo modo:
0. Da un Senso Originale, attraverso il processo di codificazione linguistica (e successivamente di
scrittura, ma questo passaggio è aneddotico), si arriva ad un Testo Originale, composto, come ogni
messaggio linguistico, da un Significato e un Significante. Questo, ovviamente, rimane fuori dal
processo di traduzione del quale, però, costituisce la base.
1. Il segnale di volontà di comunicare costituito in prima istanza dal Significante Originale, viene
accolto da un ricettore-traduttore che di conseguenza recepisce il Significante e gli attribuisce
automaticamente un Significato;
2. Se questo significato recepito coincide con il Significato Originale saremo sulla buona strada per
ottenere, attraverso un processo che si è chiamato comprensione, decodificazione o
deverbalizzazione, un Senso di Ricezione che coincida con il Senso Originale, ma questo non
sempre avviene così; in questo passaggio può già intercorrere l’errore di traduzione anche se sembra
tuttavia difficile stabilire in quale dei due passi di semantizzazione – quello (1) che porta dal
Significante Originale al Significato Recepito attraverso il Significante Recepito;18 oppure quello
(2, la deverbalizzazione propriamente detta) che porta dal Significato Recepito al Senso di
Ricezione (“Senso t.re” nella figura) – si introduce un errore di interpretazione simile a quello che,
come abbiamo visto, ha portato Guazzelli a leggere in hacía un “[io] facevo” al posto di un “[egli]
faceva”;
3. Il Senso di Ricezione verrà successivamente riverbalizzato o ricodificato in una lingua diversa,
quella di arrivo, generandosi così un nuovo testo, per l’appunto il Testo Tradotto; anche in questo
passaggio possono verificarsi degli errori traduttivi: ad esempio la comparsa di “falsi amici” come
quello che avevamo visto nel titolo della nostra Storia compatta si può spiegare come una
‘scorciatoia’ in questo processo, per la quale la verbalizzazione nella lingua di arrivo ‘salta’ per
semplice similitudine fonetica dal Significante Ricepito al Significante Tradotto senza passare dalle
necessarie tappe semantiche costituite dal Significato Originale, dal Senso del Traduttore e dal
Significato Tradotto. Pare, d’altronde, possibile che ogni tipo di calco sui diversi piani linguistici si
possa generare in un modo simile a questo.
Sui due grandi tipi di errore che fin qui abbiamo preso in considerazione non è difficile
proiettare, rimaneggiandola almeno in parte, la classificazione di Delisle come riassunta da Sager
(1989), in maniera di prendere in considerazione delle sottocategorie che possono avere un notevole
interesse didattico:
Errore semantico
(difetto di traduzione)
Errore linguistico
(difetto di lingua)
Deviazione
semantica
Sovratraduzione
Sottotraduzione
Interferenza
(Calco
involontario)
Controsenso
Falso senso
Nonsenso
Piano lessicale: false friends
Piano fonomorfologico
Piano morfosintattico
Piano sintattico
Infatti il “difetto di traduzione” o errore semantico è quello che come abbiamo visto si produce nella
fase di comprensione del testo originale e si manifesta attraverso una serie di tipi diversi di infedeltà
al senso originale, quello che nei nostri esempi aveva fatto Guazzelli; il difetto di lingua, invece, si
18
Se sono il Significante Originale e quello Recepito a non coincidere, bisognerebbe giustificarlo come una
semplice lettura sbagliata, ma anche questo tipo di errori meccanici può incidere sul risultato finale di una traduzione.
33
produce nei diversi livelli della lingua di arrivo, generalmente attraverso l’interferenza delle
strutture proprie della lingua originale che alterano indebitamente quelle proprie del testo tradotto,
come abbiamo visto che succede con i falsi amici – quale “compatto” per “conciso”.
Partendo da questo secondo gruppo dei difetti di lingua, cerchiamo di spiegare con qualche
esempio in cosa consistono le diverse classi di errore linguistico; è stato detto che sul piano
lessicale è la contiguità fonica tra il significante originale e il significante tradotto quello che può
indurre a sostituire una parola della LP con un termine della LA che ‘suona uguale’ – magari per
via di una stessa origine etimologica – pur non avendo lo stesso significato. Fenomeni omologhi
possono incidere su altri piani linguistici: nel seguente esempio19 la normale struttura
morfosintattica della frase spagnola è stata sconvolta, di nuovo, da un tipo di traduzione letterale
che ha preso come punto di mira l’unità linguistica del piano lessicale, la parola, invece di
considerare un’unità discorsiva di rango superiore, come la frase.
Italiano
Vi
ringraziamo
per
preferenza accordataci
Traduzione italianeggiante
Traduzione spagnola
agradecemos
la *Les agradecemos por la Les
preferencia que nos han preferencia que nos
acordado
concedido
la
han
Infatti, il processo traduttivo si basa sull’equivalenza fra elementi testuali in due lingue, ma
l’equivalenza giusta deve essere stabilita in maniera coordinata su più piani linguistici
contemporaneamente. Nell’esempio appena esposto (a parte la presenza del ‘falso amico’
“accordare” : “acordar”) è prevalso il piano lessicale, sui cui elementi, ‘parola per parola’, sono
state stabilite delle equivalenze senza tener conto delle esigenze di unità appartenenti a piani
diversi, come quello morfosintattico, che in spagnolo impone un regime transitivo al verbo
agradecer, diverso da quello che ha in italiano “ringraziare”: in questa lingua l’oggetto è l’agente
benefico e il beneficio ricevuto s’introduce obliquamente con la preposizione “per”, mentre in
spagnolo oggetto del verbo agradecer è il beneficio stesso, mentre l’agente che lo causa diventa
complemento di termine: “ringraziare qualcuno per qualcosa” si traduce quindi con agradecer algo
(qualcosa) a alguien (qualcuno), e non, con *agradecer alguien por algo, frase impossibile in
spagnolo, che costituisce un calco morfosintattico dell’italiano.
Nell’esempio successivo, invece, ci troviamo con una costellazione di calchi sui diversi
piani linguistici che possiamo riassumere analizzando l’interferenza come un unico calco sintattico:
Italiano
Per una maggiore efficienza
del servizio, per richiesta di
assistenza o di pezzi di
ricambio, Vi preghiamo di
seguire le istruzioni del
manuale ricambi.
Traduzione italianeggiante
*Para una mayor eficiencia del
servicio, a pedido de asistencia
o de piezas de repuesto, Les
rogamos de
seguir las
instrucciones contenidas en el
manual repuestos.
Traduzione spagnola
Para una mayor eficiencia del
servicio en la solicitud de
asistencia
o
piezas
de
repuesto, les rogamos que
sigan las instrucciones del
manual de repuestos.
In effetti, costruzioni sintattiche proprie dell’italiano, come l’assenza di articolo determinativo in
“per richiesta”, la ripetizione della preposizione davanti ai due termini in coordinazione (“richiesta
di assistenza o di pezzi di ricambio”), la subordinazione implicita “Vi preghiamo di seguire” o la
complementazione per apposizione del sintagma nominale come in “manuale ricambi” devono
essere rese d’accordo con le regole sintattiche dello spagnolo, che richiedono la determinazione del
sostantivo indipendentemente dalla presenza di una preposizione (en la solicitud), suggeriscono la
soppressione della preposizione davanti al secondo elemento coordinato (solicitud de asistencia o
piezas de recambio) ed esigono la complementazione prepositiva di specificazione (manual de
19
Ringrazio Anna Maria Venuta per questo esempio e per quello successivo, tratti da un Manuale d’istruzioni.
34
repuestos) e la subordinazione esplicita in caso di non coincidenza tra i soggetti del verbo principale
e di quello subordinato (les rogamos que sigan).
Questi due esempi potrebbero, quindi, corroborare l’ipotesi che i calchi si producano come
un salto tra il significante della lingua di partenza e quello della lingua di arrivo, dovuto a una
mancata conoscenza da parte del traduttore delle regole morfologiche e sintattiche di quest’ultima o
comunque a un loro venir meno per motivi che hanno più a che fare con la psicologia e la scienza
cognitiva che non con la linguistica in senso stretto. Mentre ci riserviamo per la fine, per le sue
implicazioni culturali, un curioso esempio d’interferenza fonomorfologica, passiamo adesso a
considerare alcuni esempi di diversi tipi di errore semantico. Probabilmente quelli più abbondanti
sono le deviazioni semantiche, simili a quel caso già visto nella traduzione di Tristana, con i quali il
tradutore modifica il senso originale. Se la stragrande maggioranza di questi errori è giustificata da
caratteristiche di ambiguità intrinseche della LO, ogni tanto è possibile trovare delle vere e proprie
alterazioni del senso, che quindi originano un falso senso nel testo di arrivo, e che sembrano
assolutamente arbitrarie; la seguente frase, all’inizio del famoso racconto di Jorge Luis Borges
intitolato «Tlön, Uqbar, Orbis Tertius»,
Bioy Casares había cenado conmigo esa noche y nos demoró una vasta polémica sobre la ejecución
de una novela en primera persona…
si può tradurre in italiano in questo modo:
Bioy Casares si era fermato a cena da me quella sera e ci attardammo in una vasta polemica
sull’esecuzione di un romanzo in prima persona...
Invece una delle traduzioni pubblicate in Italia (nella raccolta intitolata Finzioni) dice così:
Bioy Casares, che quella sera aveva cenato con me, stava parlando di un suo progetto di romanzo
in prima persona…
È difficile spiegare perché e con quale criterio siano state scelte dal traduttore italiano le modifiche
innecessarie e arbitrarie che ha introdotto nel testo. Non c’è niente nel prosieguo della narrazione
che giustifichi l’attribuzione a Bioy Casares del progetto di romanzo in prima persona, che allo
stesso modo potrebbe essere, nell’originale, un’idea del narratore o una questione teorica.
Comunque sia, se l’alterazione sintattica – per cui una proposizione principale seguita da una
coordinata è diventata una subordinata relativa con funzione esplicativa – non è facilmente
giustificabile (le conseguenze stilistiche sono difficili da valutare il che esula comunque dai nostri
interessi) il difetto più palese è l’aggiunta di un elemento di significato che nell’originale non era
presente, parallela a quello che invece potremmo considerare come sottrazione di qualcosa di molto
significativo: è ovvia la differenza che c’è fra quell’appassionato attardarsi di due interlocutori in
“una vasta polemica” e quella fastidiosa esposizione di un progetto di romanzo da parte del povero
Bioy Casares, che il traduttore italiano ha fatto diventare protagonista di un noioso monologo.
Queste due caratteristiche, aggiunta più sottrazione, potrebbero far pensare alle categorie di
addizione e omissione che Delisle definiva in questi termini:
Addizione: introdurre nel testo di arrivo, in maniera ingiustificata, elementi d’informazione
superflui o effetti stilistici assenti nel testo di partenza.
Omissione: non tradurre, in maniera ingiustificata, un elemento di senso o un effetto stilistico del
testo di partenza.20
In effetti, i diversi tipi di errore che abbiamo preso da Sager e Delisle hanno ricevuto numerose
critiche per l’indefinizione che li caratterizza, per la scarsa chiarezza delle frontiere che li separano
e che sovente rende difficile stabilire con sicurezza a quale categoria appartiene un difetto
particolare. Se nel primo esempio che abbiamo visto, quello del romanzo di Pérez Galdós, era facile
individuare come origine dell’errore una ambiguità morfologica dello spagnolo, nel caso del
20
Delisle (1993), pp. 37-38, apud Hurtado Albir (2001), p. 291.
35
racconto di Borges, ad esempio, non sembra possibile stabilire con uguale certezza la causa delle
indicate alterazioni del senso originale. Noi ci dovremo accontentare, in questo caso, della
constatazione che è stato introdotto un senso diverso da quello originale e in quanto tale, “falso”.
Queste difficoltà di classificazione possono bene palesare i motivi per cui non pochi studiosi hanno
mosso delle critiche alle categorie tradizionali di Delisle, pur riconoscendo loro una indubbia utilità
didattica. In questo senso sono fondamentali le apportazioni di Jeanne Dancette,21 che ritenendo
poco chiarificatori i concetti tradizionali, ha cercato a più riprese di esplorare la genesi dell’errore
sia sul terreno della linguistica sia nell’ambito della psicologia cognitiva.
Altri tipi di errore, tuttavia, sono più facilmente definibili e di conseguenza non è difficile
trovarne esempi chiari. Così succede con il caso di nonsenso, nel quale potremmo annoverare
l’esempio già visto della “fucilazione del video” insieme a quella “gonna da vestire”, traduzione
letterale dello spagnolo falda de vestir (gonna elegante), che troviamo su una sedia nella traduzione
all’italiano di un romanzo dell’autore spagnolo contemporaneo Javier Marías.22 E lo stesso
potremmo dire del controsenso, per il quale si attribuisce “ad una parola o ad un gruppo di parole un
senso erroneo o più in generale si tradisce il pensiero dell’autore del testo di partenza”.23 Un buon
esempio di quest’ultimo tipo di difetto di traduzione lo troviamo in una versione italiana, scaricabile
da Internet, del famoso Llanto por Ignacio Sánchez Mejía di F. García Lorca, versione nella quale
la frase “y el toro solo, corazón arriba” è diventato “*solo il toro ha il cuore in alto”. Anche in
questo caso la mancata comprensione passa dal piano lessicale: è ovvio che il traduttore non
conoscesse il senso del modismo spagnolo per il quale anteponendo all’avverbio arriba un
sostantivo spaziale concreto quale calle (via), carretera (strada), río (fiume), monte (montagna) o
escaleras (scale) si ottiene una serie di locuzioni avverbiali che denotano un movimento ascendente
lungo l’itinerario o attraverso il luogo indicato dal sostantivo. Di conseguenza una traduzione più
fedele al senso originale potrebbe essere stata “e il toro va su da solo verso il cuore” che può
rendere un po’ di più l’idea poetica del testo originale, cioè questo toro che ha invaso il corpo del
torero morto e sale attraverso le sue vene e il suo cuore. Inutile sottolineare la forza catartica di
un’immagine così potente, così sconvolgente, che nella traduzione è stata malamente banalizzata da
una comprensione erronea.
Come si può osservare, non sono pochi gli errori semantici che dallo spagnolo all’italiano si
generano sul piano lessicale, e molti di essi ci rimandano all’uso reale della lingua attraverso il
quale certi raggruppamenti di parole, quali le locuzioni e le parole composte, acquisiscono un
significato che non è facilmente deducibile dalla semplice somma dei significati delle parole che
integrano l’insieme. Questa è tuttavia una questione complessa di lessicologia che richiederebbe un
trattamento più esteso di quanto qui possiamo accordarle. Vorrei invece prendere in considerazione,
per finire, un caso particolare che ci permette di riflettere da una parte, sulle implicazioni culturali
che può comportare in alcuni casi la scelta del traduttore, dall’altra sull’importanza che per una
adeguata risoluzione dei problemi di traduzione riveste una conoscenza approfondita, attraverso
un’accurata analisi del testo in considerazione, dei rapporti intertestuali da esso intrattenuti e più
precisamente, della sua precisa situazione nella costellazione della cultura testuale di partenza.
Come si sa, nel 2005 si è celebrato in Italia come in tutto il mondo il IV centenario della
pubblicazione del più famoso e universale dei romanzi della letteratura spagnola, Las aventuras del
ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha. L’opera, presto tradotta in inglese e in francese, lo fu
pure in italiano, nell’anno 1621, a cura di Lorenzo Franciosini, uno studioso che aveva dato già
abbondanti dimostrazioni della sua conoscenza e del suo interesse per la lingua della Castiglia.
Nonostante ciò, ci sono buoni motivi per affermare che, nella sua scelta d’italianizzare nel modo in
cui lo fece il nome del protagonista, Don Chisciotte, il Franciosini sbagliò. In primo luogo, e in sua
21
Dancette (1989), Dancette (1995) e Dancette (1997).
In questo caso la genesi dell’errore sembra chiara: il traduttore ha ignorato il valore di locuzione che sul
piano lessicale dello spagnolo colloquiale acquisisce l’insieme di parole de + vestir, e ha così tradotto parola per parola
un’associazione che genera solidalmente il suo significato e deve quindi essere tradotta in maniera unitaria.
23
Delisle (1993), p. 31, apud Hurtado Albir (2001), p. 291.
22
36
giustificazione, bisogna tener conto del fatto che se da una parte era pratica abituale all’epoca la
traduzione dei nomi propri, rimane anche ai giorni nostri il fatto oggettivo della difficoltà insita nel
suono del fonema velare fricativo sordo rappresentato dalla <j> di Don Quijote per gli italofoni.
Questo dato di fatto era in effetti un incentivo per adattare il nome. Ma il primo traduttore
dell’immortale romanzo avrebbe dovuto prendere in considerazione due tipi di argomenti, da cui
farsi guidare in questa operazione di addattamento: in primo luogo quelli morfologici e poi, anche
se non meno importanti, quelli intertestuali. Da una parte l’analisi morfologica del nome “Quijote”,
ci rivela – e in questo ci conforta la lettura del libro – che questo nom de guerre è formato su una
base ‘Quij-‘, probabilmente presa da uno dei possibili cognomi dell’hidalgo pazzo, Quijano o
Quejada,24 alla quale è stato aggiunto un suffisso alterativo ‘-ote’ che ancor oggi il Diccionario de
la Real Academia Española definisce come “utile per formare accrescitivi e peggiorativi”, anche se
probabilmente la maggior parte delle alterazioni che si possono derivare con questo suffisso assume
tutte e due le sfumature. Ma è ovvio che Alonso Quijano non scelse con questi criteri negativi il
soprannome che riteneva – a ragione – destinato a far perdurare le sue prodezze cavalleresche nella
memoria delle genti. Il povero hidalgo – e questa è una tipica ironia cervantina – non si rendeva
conto di quanto fosse buffo, proprio per via del suffisso, il nome da lui scelto. Sul vero motivo che
in realtà lo spingesse a prendere come nome cavalleresco quello scelto, niente ci dice il testo del
romanzo: “Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno
per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte”.25
Tuttavia, poco più in là del passaggio citato, lo stesso personaggio ci fa capire cosa avesse avuto in
mente per dare a se stesso un nome così poco fortunato. In effetti, nel capitolo successivo, mentre
alcune povere servette lo spogliano dalla sua armatura in quella venta che lui pensa essere castello,
Don Quijote si rivolge a loro recitando, mutatis mutandis, una vecchia ballata castigliana che offro
in versione bilingue:
Non fu al mondo cavaliere
che dame tanto onorassero
come lo fu Don Chisciotte
quando lasciò il suo villaggio.
Principesse a lui badavano
e donzelle al suo ronzino.
Nunca fuera caballero
de damas tan bien servido
como fuera Don Quijote
cuando de su aldea vino:
doncellas curaban de él,
princesas, del su rocino.
Si tratta di un componimento di tipo popolare, autore anonimo, diffusione orale e molto conosciuto
all’epoca, il cui vero protagonista, però, non era il nostro hidalgo bensì il cavaliere della arturiana
Tavola Rotonda, Lancillotto del Lago, in spagnolo conosciuto come Lanzarote del Lago.26
E con questo mi pare evidente che ci siano già piste sufficienti per individuare quale
dovrebbe essere stato il più giusto adattamento italiano del nome del nostro personaggio: Don
Chisciotto. Infatti, l’italiano riconosce il suffisso ‘-otto’ come tale, contrariamente a quanto succede
con ‘-otte’ e in questa lingua,27 inoltre, il nome del cavaliere leggendario che ha ispirato il battesimo
d’armi dell’hidalgo spagnolo è, appunto, Lancillotto, mica Lancillotte. È molto probabile, tuttavia,
che in questo errore di traduzione, che si è perpetuato nel tempo in maniera tale che oggi non è più
possibile correggerlo, si possano scorgere due origini diverse: da una parte, è stato il piano fonetico
dello spagnolo a esercitare un’interferenza indesiderabile, in maniera che è prevalso su quello
24
“Si risolse a chiamarsi Don Chisciotte; dal che, come s’è detto, gli scrittori di questa autentica storia
dedussero che doveva chiamarsi Quijada e non già Quesada come piacque ad altri sostenere”. Don Chisciotte della
Mancha, Cap. I della I parte. Trad. di Vittorio Bodini, Torino, Einaudi, 1957, p. 30. Ma alla fine, già rinsavito e nel suo
letto di morte, lo stesso personaggio si riferisce a se stesso come “Alonso Quijano il Buono” (ivi, p. 934).
25
Ivi, p. 30.
26
L’originale diceva, infatti: “Nunca fuera caballero/ de damas tan bien servido / como fuera Lanzarote /
cuando de Bretaña vino:/ doncellas curaban de él,/ princesas, del su rocino”
27
Sebbene le sue connotazioni non siano così decisamente peggiorative come quelle dello spagnolo ‘-ote’,
l’effetto ironico nascerebbe in italiano proprio dal valore diminutivo del suffisso.
37
morfologico – sul quale il traduttore italiano si sarebbe dovuto imperniare – imponendo l’unità
linguistica ‘fono’ piuttosto di quella ‘morfo’ come base dell’equivalenza; dall’altra, è possibile
ipotizzare un influsso collaterale della lingua francese, della quale traduzione (eseguita da César
Oudin e pubblicata nel 1614) si servì sicuramente il Franciosini28 e in cui il cavaliere errante era già
stato battezzato come Don Quichotte.29
Questo esempio, quindi, oltre a fornirci un caso chiaro di interferenza della LO sul piano
morfonematico della LA, mette in rilievo quanto sia importante, tra gli ingredienti che compongono
la competenza traduttrice, una conoscenza approfondita dell’universo culturale e in particolare della
cultura testuale della lingua di partenza.
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Mounin (1965)
Mounin, Georges, Teoria e storia della traduzione, Torino, Einaudi, 1965
28
29
Ruffinatto (2002), p. 129.
Un altro conto sarebbe stabilire la correttezza di questo adattamento al francese.
38
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Spilka, I.V., “Analyse de traduction”, in La traduction. L’universitaire e le praticien, Éditions de
l’Université d’Ottawa, 1984, pp. 72-81
39
MARIA CARRERAS I GOICOECHEA
“La bomba al panzanio” di Stefano Benni:
tradurre l’ironia*
Introduzione
La bomba al panzanio di Stefano Benni è un articolo di opinione con un forte uso dell’ironia
e di una particolare cifra stilistica, quella che da alcuni viene chiamata bennilingua e che si
riconosce anche nei suoi romanzi e testi teatrali. Per quanto riguarda l’autore, è un personaggio
molto noto che desta nei lettori sentimenti ambivalenti (o lo si ama o lo si odia: basta navigare un
po’ sulla Rete per vedere quanto è stato usato il testo da noi preso in esame come base di dibattito in
molti forum di discussione e quali reazioni ha provocato fra i suoi amanti e detrattori). Stefano
Benni, nato a Bologna il 12 agosto 1947, è giornalista, scrittore e poeta; collabora con numerose
testate giornalistiche e riviste tra cui Corto Maltese, Cuore, Effe, Il Manifesto, Panorama, La
Repubblica, L'espresso, Linus, Micromega, etc. Scrive per Smemoranda, è autore di svariate
introduzioni e di diverse collaborazioni, persino nell’ambito musicale, autore di una lettura di Lolita
di Nabokov e traduttore dal francese (Il rapimento di Ortensia 1988, di Jacques Roubaud), ma è,
soprattutto, autore di corsivi, racconti e romanzi.1 È inoltre un personaggio molto attivo in Rete, con
un proprio sito dal quale risponde alle domande dei suoi lettori e autore di diversi seminari nella
Libera Università di Alcatraz, dove partecipano anche Dario Fo e Franca Rame, tra altri.
Procediamo ad un’analisi del testo finalizzata alla traduzione in spagnolo dello stesso anche
se i problemi che andiamo a presentare sono validi per qualunque lingua,2 mentre le soluzioni
potrebbero cambiare. Per permettere il lettore di seguire meglio le nostre riflessioni, alleghiamo il
testo di Benni dove abbiamo indicato con diversi colori alcune delle cose che più ci interessa
commentare.
Situazione comunicativa:
Il testo, pubblicato come si è già detto il 5 aprile 2003 su Il Manifesto, appare in prima
pagina e con la firma del suo autore.3 Bisogna dire che quest’articolo era stato annunciato alcuni
giorni prima della sua comparsa da altri giornali come La Repubblica, dando modo di leggerlo a
lettori non necessariamente del Manifesto ma conoscitori dell’autore. Si presenta sotto forma di
notizia (nello stile della cronaca di guerra) con un titolo accattivante e misterioso allo stesso tempo,
ma è evidente che il referente è solo un pretesto. La modalità è l’elemento chiave della presenza
dell’autore. Abbiamo inoltre uno stile tutto personale, la cosiddetta bennilingua, riconoscibile
*
Questo articolo nasce dall’esperienza didattica forlivese Settimana d’insegnamento sulla guerra (28 aprile-2
maggio 2003, SSLMIT) anche se è stato rivisto e corretto in occasione di questo seminario.
1
Alcune delle sue opere sono La tribù di Moro seduto (1977), Non siamo stati noi: corsivi e racconti (1978),
Prima o poi l’amore arriva (poesie, 1981), Terra! (romanzo, 1983), I meravigliosi animali di Stranalandia, con disegni
di Pirro Cuniberti (1984), Comici spaventati guerrieri (romanzo, 1986), Il bar sotto il mare (racconti, 1987), Baol, una
tranquilla notte di regime (romanzo, 1990), Ballate (poesie, 1991), La Compagnia dei Celestini (romanzo, 1992),
L’ultima lacrima (racconti, 1994), Elianto (romanzo, 1996), Bar Sport (racconti, 1997), Bar Sport Duemila (racconti,
1997), Blues in sedici, ballata alla città dolente (poesie, 1998), Il mondo di Stefano Benni: asino chi non legge (1999),
Leggere, scrivere, disobbidire. Conversazione con Goffredo Fofi (1999), Teatro (copioni, 1999), Spiriti (romanzo,
2000), Dottor Niù: corsivi diabolici per tragedie evitabili (corsivi, 2001), Saltatempo (romanzo, 2001), Teatro 2
(copioni, 2003), Margherita Dolcevita (romanzo 2005).
2
Anche se ovviamente le strategie traduttive dipenderanno non solo dalla lingua di arrivo ma anche, e
soprattutto, dalla cultura di arrivo: non sarà lo stesso tradurlo in francese per il Belgio, per la Francia o la Svizzera che
per i lettori dei territori d’oltremare, e non tanto per le varianti linguistiche che si trovano fra questi bensì per le
differenze culturali poiché abbiamo un testo molto incentrato sul punto di vista dell’Occidente.
3
La parte introduttiva, in corsivo, e altri tre paragrafi si trovano esattamente al centro della prima pagina, il
resto a pagina tredici. Si tratta di un articolo di 1165 parole.
40
subito sin dal titolo. Infatti, in La bomba al Panzanio troviamo questo sostantivo neologico formato
per composizione (panzana + uranio), fantascientifico composto che riusciamo a decodificare
grazie all’accostamento con il sostantivo bomba.4 Come vedremo, la notizia (il bombardamento di
panzane) non è altro che un pretesto per sviluppare attraverso l’ironia una dura critica.
•
Macrostruttura:
Possiamo dividere il nostro testo in quattro parti, in pratica l’apparato dei titoli, l’occhiello
(in corsivo nel TO, da I mortiferi… ad esplodere), il corpo dell’articolo e le conclusioni, il tutto
senza connettori. Più in generale, in due parti: il riassunto da un lato e il racconto vero e proprio
dall’altro, come si illustra nello schema sottostante:
4
È interessante osservare come si sia rapidamente esteso l’uso della locuzione coniata da Benni, bomba al
panzanio, che in Rete ormai viene usata per indicare appunto la manipolazione dell’informazione. Diversi poi sono
coloro che si riferiscono alle “bombe al panzanio come le definisce Benni” o alle “bombe che Benni chiama al
panzanio”. Interessanti anche “i media panzanici”, con il derivato virgolettato, sempre in Rete.
41
Iraq
Titolo
paragrafo 1
RACCONTO
occhiello
paragrafo 2
paragrafo 23
conclusioni.
………
paragrafo 3
I mortiferi B52… pronte a esplodere
ARTICOLO
RIASSUNTO
La bomba al panzanio
42
•
Titoli:
Presentano il tema o topico, in questo caso la guerra contro l’Iraq (è sufficiente un toponimo
come questo da solo per situare il lettore nello spazio e nel tempo) e un tipo di bomba
apparentemente sconosciuto ma che automaticamente fa pensare al nucleare. Così, la bomba al
panzanio ci introduce nel contesto: situazione allarmante, di pericolo, appena 15 giorni dopo
l’inizio del ‘conflitto’, come lo hanno chiamato spesso i giornali evitando l’uso di parole più dirette
come quelle che sceglie Benni. Ovviamente, un lettore familiarizzato con lo stile dello scrittore
bolognese può facilmente intuire il gioco di parole che comunque viene subito chiarito
nell’occhiello.
•
Occhiello:
Vi possiamo individuare quattro sequenze ed in ognuna è presente almeno una volta la
parola chiave bomba. La prima sequenza (I mortiferi B 52 …la superbomba tagliamargherite)
presenta una lista di cinque tipi di bombe in un’autentico bombardamento di informazione ottenuto
grazie alla giustapposizione con elisione totale di verbi. L’ironia fa subito capolino passando dagli
autentici ordigni esplosivi (i B52, le testate chimiche e le bombe a grappolo) a altre bombe meno
reali benché possibili, se non fosse per l’assurdo del loro uso (la minibomba nucleare a
gittata…federalista e la superbomba…tagliamargherite). Il riferimento all’informazione bugiarda
nata nel seno della Lega e quella destinata a danneggiare la Margherita è chiaro. Nella seconda
sequenza (Ma fra tutte …corpi massacrati) ritroviamo il tema questa volta con un tono molto serio
grazie alla ripresa del titolo, come si usa solitamente negli articoli giornalistici, e all’esplicitazione
del suo significato, dapprima molto tecnica: la bomba P., cioè al panzanio arricchito; poi
sarcastica: bomba che quando esplode sparge intorno a sé decine di panzane, bugie e omissioni,
notizie false…. Nella terza sequenza (È assai più potente… ex democrazia del mondo) la bomba in
questione viene descritta secondo la sua potenza e i suoi utenti e in questo modo si anticipa il vero
destinatario della critica in atto, cioè l’America da un lato e la manipolazione dell’informazione
dall’altro (chiaro anche il riferimento al conflitto di interessi del Presidente del Consiglio italiano).
L’ultima sequenza, infine, (Ecco… pronte ad esplodere) annuncia in cosa consisterà il resto del
testo: una serie di esempi di manipolazione dell’informazione, ovviamente in chiave ironica.
In ognuna di queste sequenze troviamo, almeno una volta, il termine bomba, a conferma di
un piano fonologico significativo, dove le accuse cadono come macigni, con il ritmo delle bombe
lasciate cadere da un aereo.
•
Corpo del testo:
Lo sviluppo e l’espansione del tema avviene in ben ventitré paragrafi che raccontano, come
in una cronaca di guerra, diversi fatti in un crescendo di assurdità, crescendo che si conclude con
una possibilità ben più reale di quanto possa sembrare: dopo l’Iraq la guerra preventiva potrebbe
venire applicata anche contro Siria e Corea. Con un consiglio: “Chi vuol capire capisca” che ha una
gran forza perlocutiva poiché sta esortando il lettore a vigilare, ad agire… Il traduttore dovrà trovare
una forma proverbiale adeguata che abbia la stessa forza perlocutiva nella lingua di arrivo.5
•
Microstruttura del corpo della notizia:
Dicevamo di ventitré paragrafi, attraverso i quali si sviluppano tre storie parallele: la cronaca
di guerra tra USA e GB contro l’Iraq (i paragrafi 1, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 20, 21 e 22),
l’esilarante cronaca della conquista di Bassora (par. 2, 6, 12, 15, 19 e 20, che abbiamo trascritto in
rosso) e il ruolo dell’Italia nella guerra e, più in generale, il suo passato più recente (par. 17), tra
l’altro il paragrafo più ampio fra tutti e situato nel centro del testo.
5
Per esempio, in spagnolo, A buen entendedor pocas palabras.
43
•
Piano lessicale
Come si può intuire, domina il linguaggio relativo alla guerra (evidenziato da noi in giallo).
Oltre alle diverse bombe di cui si è già detto, bisogna notare diversi tipi di armi, fra cui i tank, gli
spari, i colpi di bazzooka, le armi chimiche; l’esercito, rappresentato dai soldati, le truppe inglesi, i
marines e i caporalmaggiori; il contesto a loro più naturale, cioè una base militare e i campi di
addestramento; la guerra vera e propria, vale a dire l’attacco e la battaglia, i corpi massacrati che
portano alla vittoria o gli eufemismi come operazione e scaramuccia; numerosi verbi e collocazioni
legati alla guerra come bombardare, sganciare (bombe), centrare, attaccare, scoppiare, esplodere,
spargere, sparare, controllare, conquistare, sfilare; un regime e una ex-democrazia che in qualche
modo sono coinvolti nella guerra; una banalissima giacca militare e diverse strategie e tattiche. La
parola guerra però si trova solo quattro volte: una nell’occhiello, che annuncia gli argomenti a
trattare, e tre concentrate nel paragrafo 17, quello dedicato all’Italia. Ci sono inoltre alcuni esempi
che potremmo chiamare ‘positivi’ come il fuoco amico, la resistenza, i superstiti e, soprattutto, la
pace e i pacifisti, i quali non hanno molto spazio (la pace appare solo una volta e i suoi derivati altre
tre, tutti nello stesso paragrafo 17). Non c’è bisogno di dire quanto sia importante preservare la
sensazione di squilibrio tra la pace e la guerra trasmessa al lettore con un campo semantico così
iterato e l’altro a malapena nominato.
Di fronte al settore della guerra rimangono soltanto in secondo piano, ma sono utilissimi per la
riflessione sulla traduzione di testi divulgativi, i toponimi, antroponimi, nomi di organismi e
istituzioni internazionali e locali. Tra gli antroponimi si possono notare alcuni nomi di personaggi
che a un lettore straniero risulteranno più familiari di altri (Ciampi, Saddam, Bush, Collin Powell)
contro altri come Gasparri, Casini, Previti, etc., meno noti fuori dall’Italia ai lettori non esperti nella
politica del Bel Paese (abbiamo evidenziato in grigio i nomi dei politici noti e meno noti). Si
osservino infine le deformazioni di alcuni dei protagonisti, come Silvio W. Berlusconi o il soldato
Previti. Da commentare, infine, che i ragazzini tra gli otto e i quattordici anni che durante il
fascismo si radunavano in formazioni paramilitari, i balilla, (in grasseto e grigio) risultano spesso
sconosciuti ai ventenni6 i quali, purtroppo, hanno veramente poca familiarità con il loro passato
storico. Ne riparleremo a proposito dei problemi di traduzione. Per quanto riguarda gli organismi, si
notino la Fininvest, la Esso, Mediobanca e Corsera. Un altro riferimento importante è quello alla
legge Gasparri, che ai nuovi lettori andrà in qualche modo esplicitata.
Come si osserva spesso nei testi giornalistici, anche qui troviamo diversi esempi di anglicismi
sebbene bisogna dire che, tutto sommato, non sono troppi. Alcuni, come week-end, ormai la forma
più usata in Italia per indicare il sabato e la domenica, in spagnolo vanno senz’altro tradotti (fin de
semana). Altri, come Bazooka, tank e spray, si adatteranno al sistema morfofonologico castigliano
(tanque, bazuca, espray). Lasceremo invece invariati Pay Tv e My Tv perché contribuiscono a
rendere l’immagine di questa Tv tutta commercio e pubblicità. Per quanto riguarda il gallicismo
choc si possono proporre sia il prestito sia la traduzione trauma, che sposta il foco dalla causa sul
risultato.
•
Piano morfologico
Si è già anticipato che l’aspetto più interessante della cosiddetta bennilingua è la formazione di
nuove parole, sia per derivazione che per composizione, molto spesso non solo inventate ma anche
improbabili. Si tratta di un aspetto molto affascinante anche dal punto di vista traduttivo e a volte si
tramuta in una vera e propria sfida. Ritorniamo per un momento al titolo: la bomba al panzanio. La
difficoltà più grande sarà rendere allo stesso tempo sia l’idea di pericolo legata all’accostamento tra
bomba e uranio sia il sema di ‘bugia’ raccolto in panzana. Chiarito che si tratta di una voce comune
(DLI, De Mauro), ci divertiremo a cercare sinonimi di bugia in spagnolo che mantengano lo stesso
6
La fascia di età degli studenti universitari va dai 19 ai 25 anni circa.
44
registro e permettano di ottenere un effetto simile a quello del titolo originale. Alcune soluzioni
possono essere mentiranio, trolanio, bolanio, patrañio.
Altri esempi di formazione di parole sono alcune deformazioni dei nomi di personaggi famosi
(Tony Blairforce, George We[h]rmachtBush che abbiamo evidenziato in verde scuro), di luoghi
(Camp Italy), e di cose (la già citata My TV per analogia con Pay Tv).
•
Piano semantico
Come si è anticipato nell’introduzione, la strategia di Benni consiste nel passare dalle
informazioni vere a quelle plausibili per poi arrivare a quelle assurde che fanno scattare la risata. Si
tratta, in effetti, dell’uso di una figura retorica assai complessa poiché “il suo paradosso consiste nel
fatto che per funzionare deve essere riconoscibile ma se è troppo scoperta perde di efficacia e si
avvicina all’amarezza del sarcasmo: il discorso ironico si gioca quindi tra riconoscibilità e
leggerezza”.7 L’ironia è simile all’antifrasi (in altre parole dire il contrario di quello che si pensa
realmente), anche se meno svelata, e alla litote, benché più sottile, e ha un rapporto molto delicato
con l’enfasi. Come spiega Beccaria:
I.
Per ottenere l’ironia è di fondamentale importanza che l’emittente e il destinatario
condividano la medesima presupposizione pragmatica o, detto in parole di Umberto Eco, la
stessa enciclopedia. È proprio questo, come vedremo più avanti, a rendere difficile la
traduzione del nostro testo: se gli eventuali lettori spagnoli conoscono bene i fatti della
guerra contro l’Iraq, sono meno informati sulla particolarità della politica italiana (anche se
non bisogna dimenticare che diversi autori di corsivi citano il Presidente Berlusconi
continuamente) e quindi non sempre possono riconoscere i riferimenti extratestuali troppo
“locali”.
II.
Qualsiasi enunciazione ironica in realtà esprime un giudizio di valore dato che contiene un
fondo morale e un certo senso di superiorità nascosto nella ‘norma’ immaginata da chi parla:
nel nostro caso Benni considera immorale il comportamento dei governanti di USA, Gran
Bretagna e Italia (le parti più dure nei confronti del governo italiano e del suo presidente le
abbiamo evidenziate in rosso).8
III.
L’ironia è basata sulla polifonia e cioè sulla presenza in ogni enunciato di altri enunciati: in
effetti, La bomba al Panzanio presenta vari esempi di discorso diretto attribuito a terzi (una
donna bombardata, Rumsfeld, Bush, Blair, Ciampi, Pisanu, i pacifisti, Frattini, Berlusconi,
Powell, etc.).9
IV.
L’ironia non si chiude in una fase ma dipende da una sequenza interattiva che può diventare
strategia o stile. Tutto il testo di Benni è strutturato in questo modo (si osservino i brani
evidenziati in verde oliva).
V.
Infine, il ricorso all’ironia presuppone la negoziazione con il lettore e la sua complicità,
altrimenti il testo non viene apprezzato in quanto si è in disaccordo con le affermazioni fatte
e viene presto abbandonato. Questo spiega anche perché, come dicevamo sopra, il nostro
7
Beccaria (1994), pp. 400-401.
E, dobbiamo supporre, la Spagna, visto che aveva aderito alla proposta di guerra preventiva senza prendere in
considerazione che quasi il 90% degli spagnoli si era dimostrato contrario alla stessa. Va da sé che la traduzione
dell’articolo di Benni avrebbe trovato una accoglienza positiva proprio nella condivisone del giudizio morale. La
pubblicazione del testo tradotto in spagnolo doveva però essere fatta in tempi molto vicini ai fatti commentati da Benni
per avere un senso. Pubblicato ora, alcuni anni dopo, l’articolo non perderebbe la sua forza come documento ma
bisognerebbe tener presente che il contesto è cambiato molto: la Spagna del PP è stata sconfitta alle ultime elezioni e la
prima azione importante del governo di Zapatero (PSOE) è stato ritirare le truppe spagnole dall’Irak. Purtroppo la
notizia in sé, cioè la guerra in Irak, è ancora attuale.
9
Tra l’altro è anche una nota strategia per dare autorità all’informazione raccolta nei testi giornalistici che allo
stesso tempo, se accompagnata dalla citazione virgolettata, dovrebbe evitare non pochi guai ai giornali.
8
45
autore, che spesso fa uso di una delle “forme maligne” dell’ironia10 dove “prevale l’intento
derisorio”, ha amanti o detrattori.
Alcuni problemi di traduzione
• I riferimenti culturali: durante la nostra analisi, ci siamo chiesti quali fossero i problemi di
traduzione dovuti alla tipologia testuale, come la presenza di antroponimi, toponimi, nomi di
istituzioni o enti che presenta qualsiasi testo giornalistico e che abbiamo già elencato nel piano
lessicale,11 ma ci siamo anche chiesti quali fossero invece i problemi dovuti all’ancoraggio del testo
alla realtà italiana, come i molteplici riferimenti a diversi personaggi politici senza alcuna
indicazione dei partiti di appartenenza e dei loro incarichi istituzionali. Lo stesso avviene con i
personaggi appartenenti al contesto culturale italiano. Si sono dovute vagliare soluzioni diverse per
ognuno di loro: come far capire il celodurismo della Lega o il riferimento al bando di Lutazzi dalla
TV senza rompere l’equilibrio del testo originale? Ben più semplici e immediati il già citato Camp
Italy, sulla falsa riga di Camp Derby, e il soldato Previti (dove l’allusione al film Salvate il soldato
Ryan rimane riconoscibile mentre la figura di Previti forse, chi lo sa, andrebbe chiarita ad un lettore
spagnolo). L’accostamento tra Casini e i Balilla si può risolvere facendo precedere al nome del
primo il ruolo di presidente della Camera, mentre confideremo nei lettori meno giovani per il
riconoscimento dei piccoli soldatini. Il famoso arbitro Moreno (reo dell’eliminazione dell’Italia
negli ultimi mondiali di calcio) non ha bisogno di ulteriori chiarimenti, ma forse bisognerà trovare il
modo di permettere al lettore spagnolo di cogliere appieno la critica a Pisanu, che si ripete nelle sue
osservazioni sul movimento non global, e a Fini, accusato di provocare i pacifisti. Il paragone tra il
ministro degli esteri, Frattini, e Cipollino (il famoso personaggio di Massimo Boldi?) si potrebbe
accompagnare dal nome di Jaimito, personaggio delle barzellete spagnole simile all’italiano
Pierino, con una perdita di informazione dovuta alla semplificazione che ci sembra di poter
accettare. Insomma, benché il cuore del testo di Benni sia dedicato all’Italia, al nostro nuovo
destinatario dovrebbe bastare riconoscere alcuni dei bersagli dell’autore per riuscire a capire quanto
siano dure le accuse che vengono loro avanzate.
Altro aspetto interessante del nostro testo è il discorso diretto e l’uso dei verba dicendi che
introducono la polifonia di cui si è già parlato a proposito dell’ironia: (secondo x, ha ribadito, ha
risposto, ha detto, ha dichiarato, ha detto, hanno risposto, ha aggiunto, ha dichiarato, etc.): più che
tradurre letteralmente il verbo del TO è importante preservare il ritmo degli interventi e la volontà
dell’autore di riprodurre lo stile caratteristico delle cronache vere con una totale mancanza di ricerca
stilistica (“ha detto” si ripete ben 10 volte).
Ben più complesso ci è sembrato riuscire a preservare i cambiamenti di registro, il grado di
implicazione tra l’autore e il messaggio, ovverosia la soggettività di questo testo, e il suo grado di
perlocutività, vale a dire le intenzioni comunicative, senza perdere né il ritmo né l’ironia strada
facendo.
La parte dedicata all’Italia contiene una serie di accuse molto forti che l’autore non cerca di
nascondere: sostantivi come fascismo e i suoi derivati o voci legate a quegli anni come balilla e
Mussolini hanno un peso considerevole. L’argomento della cattiva informazione annunciato
nell’occhiello si sviluppa tutto qua: Berlusconi controlla l’informazione e la manipola e quindi il
suo modo di governare ha tutti i presupposti per essere paragonato ai passati regimi. Altri membri
importanti del governo sono altrettanto responsabili (Casini, presidente del Parlamento, Frattini,
ministro agli esteri, Pisanu, ministro agli interni, Fini, vicepresidente del governo…).
10
Beccaria (1994), pp. 400-401.
Tra l’altro, in questo caso, poiché il contesto è il Medio Oriente, si presenta la questione della trascrizione
dei nomi arabi che, solitamente, i giornali italiani trascrivono servendosi direttamente della lingua inglese o dal francese
mentre in spagnolo si rispettano le proprie regole di ortografia (ad esempio Bassora, Saddam… in spagnolo si
trascrivono con la consonante semplice perché non esiste altra doppia che -rr-).
11
46
Un traduttore può rifiutarsi di accettare un incarico di traduzione di un testo come questo ma
se lo accetta, sarà suo obbligo morale preservare l’integrità del testo originale senza aggiungere né
togliere nulla di quanto dice l’autore. La fedeltà al testo originale si otterrebbe:
• preservando il piano fonologico del primo paragrafo
• preservando la forma e la microstruttura
• preservando la presenza dell’autore attraverso l’uso della modalità
• preservando lo stile dell’autore in chiave ironica
• preservando la critica all’Italia
• preservando i giochi linguistici
Ma non sarà lo stesso tradurre in tutte le lingue. Abbiamo già detto che tradurre non è solo
passare da una lingua ad un’altra ma che si tratta anche, e soprattutto, di un’operazione di tipo
culturale. Ecco alcuni dei fattori che non dobbiamo dimenticare:
• Inglese: gli inglesi e gli americani sono criticati, derisi, e persino ridicolizzati nel testo.
• Tedesco: il riferimento alla Wehrmacht può essere offensivo?
• Arabo: le popolazioni di lingua araba sono le vittime di questo testo ma forse Damasco si
potrebbe offendere per l’accusa non tanto velata di sudditanza.
• Francese e Spagnolo: apparentemente due paesi fuori dal conflitto, anche se la Spagna di Aznar
appoggiò il conflitto. Ricordiamo inoltre che sono due lingue parlate in molti altri paesi che
hanno culture diversissime e che il francese è seconda lingua in molti paesi arabi.
Testi citati
Beccaria (1994)
Dizionario di linguistica, metrica, retorica, diretto da Gian Luigi Beccaria, Torino, Einaudi, 1994
47
IRAQ
LA BOMBA AL PANZANIO
Stefano Benni
scaramuccia un colpo di bazooka ha centrato il
nastro dei bagagli. Un gruppo di passeggeri di
ritorno dalle Maldive, esasperato dal ritardo, ha
attaccato le forze angloamericane con inaspettata
violenza, facendo uso di armi chimiche quali spray
antizanzare. La battaglia in corso è dura, ma
l’aeroporto sarà conquistato entro poche ore o
qualche mese.
I mortiferi B 52, le testate chimiche, le bombe a
grappolo, la minibomba nucleare a gittata
federalista, la superbomba tagliamargherite. Ma fra
tutte le armi impiegate in questa sporca guerra la
più letale è senz’altro la bomba P, ovvero bomba al
panzanio arricchito, quella che esplodendo sparge
intorno a sé decine di panzane, bugie e omissioni,
notizie false e sfilate di tank al posto dei corpi
massacrati. È molto più potente della vecchia
Bomba Propaganda, usata da ogni esercito e
regime. È centuplicata dai caporalmaggiori
dell’informazione, ed è pianificata nei computer
della Cia, il cervello paranoico della più grande exdemocrazia del mondo. Ecco alcune delle bombe al
panzanio già scoppiate o pronte a esplodere.
Le truppe inglesi hanno il completo controllo di
Bassora.
L’esercito americano è entrato a Baghdad tra due ali
di folla festante. Non un solo colpo è stato sparato. I
bambini festanti e superstiti mostravano ritratti di
Bush e Topolino. Un uomo è andato incontro al
marines ed è letteralmente esploso per la gioia.
I marines hanno occupato l’aeroporto di Baghdad
senza incontrare resistenza. Purtroppo durante la
SEGUE A PAGINA 13
48
Una donna, bombardata in
ospedale, ha dichiarato che lo
choc l’ha liberata da una
forma d’asma di cui soffriva
da anni.
Il Pentagono ha accertato che
i missili caduti sul mercato di
Baghdad non sono americani,
ma sono stati lanciati da
un’associazione
di
consumatori
iracheni
esasperati dal rincaro delle
verdure.
Le truppe inglesi sono entrate
a Bassora malgrado la strenua
resistenza opposta dal fuoco
amico. Ora Bassora è tutta
controllata a eccezione delle
case con numeri dispari.
Sono state trovate nelle città
irachene numerose bombe
atomiche di fabbricazione
cinese, oltre a dodici campi
d’addestramento per terroristi
travestiti da campi di calcio.
L’operazione antiamericana
era stata chiamata in codice
«campionato di serie A».
marines
hanno
sotto
I
controllo la sala Vip e metà
delle piste dell’aeroporto di
Baghdad, ma per uno sciopero
dei controllori di volo non
possono ancora far atterrare i
B 52.
Nessuno screzio tra Rumsfeld,
Powell e i generali americani.
In un cordiale incontro
svoltosi al Pentagono tutti
sono stati d’accordo sulla
bontà della strategia usata e
sulle tattiche future. Lo stesso
Rumsfeld è uscito dalla sala
per incontrare i giornalisti.
Alla domanda: come mai è
venuto qui lanciato dalla
finestra, Rumsfeld ha riposto:
avevo fretta di parlarvi.
Non ci ha mai interessato il
petrolio, ha detto Bush in
conferenza
stampa,
non
sapevo neanche che in Iraq ci
fosse il petrolio. Quando ero
socio con Bin Laden lui me lo
diceva sempre, ma pensavo
che scherzasse. Non è vero che
sono pagato dai petrolieri e dai
mercanti d’armi. È come dal
benzinaio. Mi danno un
bollino-premio ogni dieci
nemici eliminati. Ho già vinto
la giacca militare e lo stereo,
con altri mille punti prendo il
telefonino.
Nessun lite tra Tony Blairforce
e George WermachtBush sul
futuro dell’Iraq. Secondo Blair
il governo dell’Iraq dovrà
essere retto da iracheni,
mentre per Bush il parlamento
sarà locale ma il presidente del
consiglio potrebbe essere un
tecnico o un bipartisan. I
candidati
sono:
Arnold
Schwarzenegger,
Laura
Bush e il presidente della
Esso.
Gli inglesi sono entrati a
Bassora, sono usciti di slancio,
hanno passato due volte il
Tigri e l’Eufrate, poi hanno
fatto un’inversione a U e sono
stati visti dirigersi verso la
periferia di Istanbul. Si ignora
dove siano adesso.
Bush ha detto che la vittoria è
vicina. Saddam gli ha riposto
in televisione che vincerà lui.
Bush ha detto che la risposta
di
Saddam
era
una
videocassetta registrata e sullo
sfondo si vedeva un albero di
Natale. Saddam ha replicato
che Bagdad ha viveri per sette
mesi. Bush ha chiesto altri
duecentomila soldati. Saddam
ha detto che ha usato solo un
terzo delle forze. Bush ha
detto che ce l’ha più lungo.
Saddam ha tirato giù le braghe
49
a un sosia.
uomini.
Questi
sono
Non si hanno notizie sulla
sorte di Bin Laden ma pare
che stia per ricomparire con un
video molto costoso diretto da
Spielberg.
I marines hanno conquistato
l’aeroporto di Bassora dopo
aver piegato la resistenza delle
truppe inglesi, o viceversa,
attendiamo notizie più precise.
Il Pentagono ha precisato che
Peter Arnett è stato licenziato
non perché aveva parlato male
perché
dell’America,
ma
aveva parlato al telefono con
Luttazzi.
Notizie dalla più grande base
militare Usa del mondo, Camp
Italy. Il presidente Ciampi ha
dichiarato che non manderemo
soldati italiani in Iraq per una
decisione autonoma e sovrana,
ovvero perché non ce li hanno
chiesti. Il premier Silvio W.
Berlusconi, borsanerista e
approfittatore anche in tempo
di
pace,
approfitta
naturalmente della guerra per
fare affari, per impossessarsi
di Mediobanca e del Corsera,
per tentare di salvare il soldato
Previti e per far passare la
legge Gasparri che secondo il
premier prevede entro il 2005
la sostituzione della Pay Tv
con la My Tv. Il balilla
Casini, tanto imparziale da
essere ormai definito il
Moreno della Camera, ha
difeso il privilegio che guida
ogni giorno e ogni atto
dell’illegalità
democratica
italiana, cioè la prepotenza di
comportarsi da maggioranza
anche quando non lo si è più.
Il ministro Pisanu ha detto che
i pacifisti devono isolare i
provocatori e i violenti, e i
pacifisti hanno risposto che
loro Fini non lo vedono da
mesi. Il ministro dei Rapporti
con il parlamento americano,
Cipollino Frattini, ha detto
che i parà usciti dalla caserma
di Vicenza non sono andati in
guerra. Metà sono a puttane e
metà galleggiano in aria per un
gioco di correnti ascensionali.
Berlusconi,
Dopodiché
proprietario del novanta per
cento dell’informazione e
della pubblicità, ha detto che
sui
giornali
i
pacifisti
antigovernativi hanno anche
troppo spazio, e che le
bandiere rosse sono un
simbolo sanguinario e lo
spaventano, perché i fascisti
come lui se le sono trovate
troppo spesso contro durante
la resistenza. Per finire, ha
ribadito che la ricostruzione
dell’Iraq non gli interessa. Il
depliant
degli
oleodotti
Fininvest era già stato
stampato prima della guerra.
Questa ultima bomba P è
sembrata troppo grossa anche
agli americani per sganciarla.
un parlamento autonomo.
Inoltre sono già pronti gli aiuti
umanitari per i bambini siriani
e coreani. Chi vuol capire,
capisca.
sabato 5 aprile 2003
http://www.ilmanifesto.it
Bassora è stata conquistata dai
turchi.
Le
truppe
americane
controllano
finalmente
l’aeroporto di Damasco. È un
errore scusabile, ha detto
Powell, non capiamo la
segnaletica araba.
E anche quella cinese, ha
aggiunto Rumsfeld.
Il ruolo dell’Onu nella
ricostruzione
nell’Iraq
è
ancora da definire, ha detto
Powell. Ma potrebbero aiutarci
a caricare le taniche.
Nell’ultima conferenza stampa
prima di partire per il weekend, Bush ha dichiarato: non
abbiamo mai confuso il
terrorismo di Geronimo con il
popolo pellerossa, e la riprova
è che gli Apache hanno
mantenuto la propria nazione e
50
LAURA GAVIOLI
Tradurre parlando: alcuni esempi di traduzione dialogica
0. Introduzione
La traduzione orale e, in particolare, la traduzione all’interno di una conversazione sta
diventando un fenomeno sempre più diffuso soprattutto nelle interazioni di tipo istituzionale, e
come tale sta assumendo un crescente interesse negli studi traduttologici, in quelli linguistici e
sull’interazione, e nella formazione degli “esperti linguistici” in generale.
In questo contributo, traccerò un breve resoconto di come questo interesse si è sviluppato in
tempi recenti e mi soffermerò su alcuni aspetti della traduzione e del ruolo del traduttore che
caratterizzano da un lato la traduzione orale e dall’altro la costruzione dell’interazione che vede
coinvolti parlanti di lingue diverse con l’“aiuto” di un partecipante che le parla e comprende
entrambe. In particolare analizzerò tre aspetti che mi sembrano caratterizzare l’interazione mediata
dall’interprete: l’aspetto della traduzione vera e propria dei turni e delle sequenze, il ruolo di
coordinamento e di organizzazione dell’interazione che viene spesso assunto dall’interprete e il
ruolo di “filtro” delle informazioni e di quanto espresso dai partecipanti che si attua inevitabilmente
e in vari modi attraverso il contributo dell’interprete come traduttore e coordinatore dell’interazione
in due lingue.
Questo studio si basa su due prospettive di analisi che ritengo fondamentali nello studio della
traduzione dialogica: a. la traduzione viene vista all’interno del “parlato” e come costitutiva
dell’interazione; b. l’analisi si basa su “esempi”, cioè dati conversazionali raccolti al fine di poter
osservare il contributo dei partecipanti a un’interazione mediata da un interprete: in altre parole si
tratta di una ricerca a sfondo empirico. Queste due prospettive di analisi mettono in luce alcuni
aspetti di cui può essere importante tener conto nella formazione dei traduttori e di chi si occupa
della comunicazione in ambiti in cui sono coinvolti parlanti di più lingue e di diverse culture.
1. Lo sviluppo dell’interesse scientifico per la traduzione orale e alcune definizioni
Benché la traduzione orale sia stata probabilmente una delle forme di traduzione più diffuse
sin dall’antichità,1 tradizionalmente gli studi traduttologici si sono concentrati su testi scritti,
prevalentemente letterari. Solo molto recentemente si è individuata la necessità di concentrarsi sulla
traduzione orale come un’area di indagine a se stante.2 L’“interpretazione”, come viene
normalmente denominata la traduzione orale, ha quindi, ultimamente, riscosso un crescente
interesse sia all’interno degli studi sulla traduzione che all’interno di quelli linguistici.
Questo ritardo nel definire l’area di studi ha ragioni storiche, alcune delle quali sono legate
allo sviluppo della ricerca linguistica. Gli studi sulla lingua orale, soprattutto quelli sul parlato
conversazionale, infatti, hanno, in generale, un’origine piuttosto recente e risalgono circa agli anni
sessanta del secolo scorso. Sono sostanzialmente legati alla comparsa di attrezzature che ne
permettano la registrazione, e quindi l’osservazione.3 Insieme a questo aspetto, diciamo “tecnico”, a
cui sono associati gli studi sul testo parlato, occorre però anche ricordarne almeno altri due. Il primo
è dato da un crescente interesse dei ricercatori per l’analisi di “dati”, cioè di esempi naturalistici di
testo prodotto da parlanti e/o scriventi nelle loro comunicazioni quotidiane. Questo ha comportato
uno spostamento dell’interesse della ricerca linguistica da un’analisi di tipo introspettivo, basato
sulla competenza cognitiva del parlante, a un’analisi della produzione del parlante. Il secondo,
strettamente legato al primo, è dato dallo sviluppo di studi che collegano la produzione linguistica
all’interazione fra i parlanti e al contesto comunicativo.4 Questi sviluppi hanno contribuito a rendere
la traduzione nella conversazione un fenomeno osservabile e studiabile.
1
Hermann (1956/2002).
Pöchhacker e Schelsinger (2002), p. 1.
3
Brown e Yule (1983), p. 21.
4
Widdowson (1996), pp. 65-68.
2
51
Tradizionalmente,5 la traduzione orale viene distinta in quattro tipi principali:
interpretazione simultanea, consecutiva, chuchottage e dialogica. L’interpretazione simultanea
avviene quando un oratore viene tradotto da un interprete mentre sta parlando, con un leggero
décalage, cioè una brevissima distanza tra il momento in cui l’oratore pronuncia la frase e quello in
cui l’interprete pronuncia la traduzione. Normalmente comporta l’uso di una cabina insonorizzata e
di microfoni collegati ad auricolari: mentre l’oratore parla, l’interprete traduce al microfono
all’interno della cabina e l’ascoltatore riceve la traduzione sull’auricolare; in questo modo la voce
dell’interprete “si sostituisce” a quella dell’oratore. L’interpretazione consecutiva avviene invece
per “unità” che vengono definite fra oratore e interprete. L’oratore parla per un periodo di tempo
che può andare dai cinque ai quindici minuti e quindi si ferma e lascia spazio alla traduzione. In
questo modo l’interprete riformula nell’altra lingua quanto detto dall’oratore, “pezzo dopo pezzo”.
Il chuchottage avviene allo stesso modo dell’interpretazione simultanea, ma anziché utilizzare una
cabina con microfono e auricolari, l’interprete siede accanto all’ascoltatore e “sussurra” la
traduzione in modo tale che l’ascoltatore possa sentirla.
Questi tre tipi di interpretazione si adattano a determinate situazioni e composizioni di
pubblico. Ad esempio, perché una traduzione consecutiva abbia effetto è necessario che gli
ascoltatori siano tutti della stessa lingua e che ci siano tempi adeguati per poter “raddoppiare” la
durata del discorso dell’oratore, mentre la simultanea si adatta ad un pubblico composto di
ascoltatori di diverse lingue e alla necessità di non allungare troppo i tempi, e, infine, per il
chuchottage, è indispensabile che gli ascoltatori che ne usufruiscono siano pochi perché il brusio
non disturbi oratore e platea.
Nonostante questi diversi tipi di “organizzazione traduttiva” richiamino diversi tipi di
situazione comunicativa (ad esempio il chuchottage si adatta a un convegno, essenzialmente in una
lingua, in cui vi sia un numero molto limitato di ospiti stranieri che seguono i lavori, mentre la
simultanea si adatta a riunioni internazionali, con molti parlanti di diverse lingue), i tre tipi di
interpretazione descritti hanno in comune il fatto che si prestano a situazioni in cui uno dei parlanti
parla davanti a un pubblico che ascolta. Si tratta, dunque, di situazioni come i convegni, le
conferenze, le lezioni accademiche, i meeting politici internazionali.
Il quarto tipo di interpretazione, l’interpretazione dialogica, è sostanzialmente diverso dalle
altre tre poiché prevede parlanti che si alternano nella presa del turno in una conversazione che li
vede tutti coinvolti come parlanti e come ascoltatori. Si adatta quindi a situazioni come le trattative
di affari, gli scambi di informazioni su prodotti commerciali (ad esempio presso le fiere), oppure
scambi all’interno di istituzioni pubbliche che coinvolgono un parlante straniero, ad esempio in
ospedale, fra medico e paziente o infermiere e paziente, o in ambiti legali, ad esempio fra
giudice/avvocato e accusato o fra polizia e trattenuto.
I primissimi studi sull’interpretazione la riconoscono come una “pratica” più che come un
oggetto di studio e le prime pubblicazioni sono manuali scritti da interpreti per interpreti e sono
basati sull’esperienza degli autori che danno una serie di consigli su ciò che si fa e ciò che non si fa
quando si traduce oralmente. Forse anche in seguito al processo di Norimberga, che per la prima
volta ha dato visibilità all’importanza della traduzione orale nelle questioni di politica
internazionale, la ricerca sulla traduzione simultanea e consecutiva parte un po’ in anticipo rispetto
a quella sulla traduzione dialogica. Intorno agli anni settanta, vengono infatti pubblicati una serie di
studi sperimentali di natura essenzialmente psicologica che indagano il processo cognitivo
dell’interprete simultaneo e che influenzeranno pesantemente gli studi successivi.6 La ricerca
sull’interpretazione dialogica si sviluppa dapprima come un sotto-campo dell’interpretazione
soprattutto consecutiva e occorre aspettare una decina di anni perché escano i primi studi che la
indagano come un evento comunicativo a se stante e fortemente svincolato dai requisiti che
caratterizzano gli altri tipi di interpretazione.7
5
Paneth (1957/2002).
Cfr. Gile (1995).
7
Pöchhacker e Schelsinger (2002), pp. 5-8.
6
52
In questo contributo mi soffermo in particolare sulla traduzione dialogica e sui significati del
ruolo del traduttore all’interno dell’interazione parlata.
2. Tradurre parlando: orientamento al testo e orientamento all’attività
Il fatto che la traduzione dialogica sia stata, almeno per un periodo, “assorbita” all’interno
degli studi sulla traduzione simultanea e consecutiva, ha fatto sì che l’interprete dialogico venisse
osservato in qualche modo come un traduttore di “brevi monologhi”, di “turni”, piuttosto che
collocato all’interno di sequenze conversazionali. Soprattutto da un punto di vista analitico, questo
ha portato a considerare il turno come unità testuale e traduttiva e conseguentemente a valutare la
traduzione come resa coerente e coesa del singolo turno, uno dopo l’altro. A questo proposito,
Wadensjö (1998)8 articola un’utile distinzione fra ciò che chiama “talk as text” e “talk as activity”.
Nota che orientarsi al parlato come testo o al parlato come attività, ha esiti diversi sia per l’analista
che esamina la (trascrizione della) conversazione, sia, probabilmente per le scelte dell’interprete
coinvolto. Orientarsi al parlato come testo significa sottolineare l’importanza della ricezione e della
produzione testuale e ha, secondo Wadensjö, le seguenti implicazioni:
a. l’uso linguistico viene visto in relazione al tipo di testo che viene prodotto;
b. le funzioni delle azioni verbali sono viste inerentemente alle lingue nelle quali
vengono espresse;
c. i turni vengono visti come singole unità di significato.
Orientarsi al parlato come attività significa invece tenere conto dell’interazione e della costruzione
del significato nella situazione comunicativa; ciò ha, a sua volta, alcune implicazioni:
a. l’uso linguistico viene visto all’interno dell’interazione e in co-produzione con l’attività di
altri partecipanti;
b. le funzioni delle azioni verbali sono viste in associazione alla comprensione, da parte dei
partecipanti, della situazione comunicativa e di quanto viene detto hic et nunc;
c. i turni sono visti come attività che fanno parte dell’interazione e della situazione
comunicativa e che assumono un senso all’interno di essa.9
I due orientamenti, al parlato come testo e al parlato come attività, sono per molti versi
complementari ed è probabilmente necessario tenerli presenti entrambi per valutare il contributo
dell’interprete dialogico, sia da parte dell’analista, sia da parte di chi esercita la traduzione.
Vorrei, a questo proposito, introdurre due esempi. Il primo è tratto da una situazione di
interpretazione consecutiva. L’oratore è il romanziere Hanif Kureishi che parla dei suoi romanzi
all’interno di un evento culturale che ha luogo a Mantova ogni anno, intitolato Festivaletteratura. La
sequenza su cui mi soffermo è quella introduttiva, in cui Kureishi prende la parola per salutare il
pubblico dopo una lunga presentazione in italiano (il simbolo (.) indica una breve pausa nel
discorso). Il saluto è molto caloroso e anticipa la lettura di un racconto che Kureishi terrà per il
pubblico poco dopo:
Esempio 2.1
HK: Thank you very much for coming this evening (.) erm (.) It’s a very beautiful city you have here in
Mantua this is the second time I’ve been and I would be happy to come every year (.) erm (.) it’s
wonderful com-to come to a city that is (.) eh (.) dedicated to books(.) erm (.) I was walking this
afternoon in the city and everywhere (.) eh (.) I looked I could see books and it’s wonderful that people
want to-want to read (.) so (.) I’m going to read myself now (.) f-from (.) erm (.) this is a story called
“Four Blue Chairs” and I would like to (.) erm (.) dedicate this reading to (.) erm (.) my editor Bompiani
Elisabetta Sgarbi who has always published m-me an-and (.) looked after me very well.
8
9
Wadensjö (1998), pp. 21-47.
Ivi, pp. 22-23.
53
La traduzione che ne viene data è la seguente:
I: Eh (.) allora intanto grazie di essere (.) eh (.) grazie di essere qui è sempre un piacere venire in una
bellissima città come Mantova, è la seconda volta che io vengo a Mantova e (.) eh (.) confesso mi
farebbe piacere ritornarci anche tutti gli anni soprattutto perché è molto bello camminare per una città
che (.) in questo momento è completamente dedicata ai libri ho fatto una passeggiata oggi e c’erano libri
dappertutto eh questa è sempre una- una grande gioia per l’animo e per celebrare i libri vorrei cominciare
facendo una lettura eh da un eh racconto ehm:: pubblicato nel mio ultimo libro “Mezzanotte tutto il
giorno” che vorrei dedicare alla mia editor alla Bompiani che mi ha sempre curato molto e che mi segue
con molto interesse.
Due caratteristiche abbastanza evidenti di questa traduzione rivelano le scelte della traduttrice nel
trattare il contributo di Kureishi. In primo luogo, il testo di partenza contiene un certo numero di
pause ed esitazioni che vengono ridotte drasticamente nella traduzione, in modo tale da abbreviarne
il tempo di produzione. In secondo luogo, il testo di partenza si articola in una serie di battute divise
da pause ed esitazioni, senza connettori espliciti che le colleghino. La traduttrice, invece, introduce
diverse espressioni di collegamento testuale nella traduzione. Possiamo ad esempio notare
“confesso mi farebbe piacere ritornarci”, dove Kureishi dice “I would be happy to come every
year”, oppure “soprattutto perché è molto bello camminare” per “I was walking this afternoon in the
city” e infine “per celebrare i libri vorrei cominciare facendo una lettura” dove Kureishi usa “so”
senza precisare se si riferisce al festival, ai libri o all’amore per la lettura più in generale: “so (.) I’m
going to read myself now”.
Attraverso queste scelte, la traduttrice mostra un’attenzione alla traduzione “come testo” e
alla sua coesione, e tratta questa parte del discorso dell’oratore come un’unità a se stante. Poiché si
tratta di un esempio di traduzione consecutiva di un’attività monologica, è difficile in questo caso
dire in che modo e se la traduttrice si orienta anche al parlato come attività. Mentre abbiamo, infatti,
il contributo dell’interprete che manifesta la propria comprensione dell’attività orale in cui è
inserita, non abbiamo un contributo esplicito del pubblico. Per quanto riguarda l’oratore, in seguito
al contributo della traduttrice, dà avvio alla lettura del racconto, mostrando così di aver preso atto
che la lettura è stata annunciata e, in qualche modo, resa rilevante per il pubblico.
All’interno della conversazione, l’attenzione alla traduzione “come testo” e “come attività” è
più evidente poiché è osservabile il contributo di tutti i partecipanti alla comunicazione. Introduco, a
questo proposito il secondo esempio citato sopra. Si tratta di una conversazione in un ambulatorio
ospedaliero, che ha luogo fra il medico americano, la madre e il padre, italiani, di una bambina
cardiopatica e l’interprete.10 L’incontro è nella fase iniziale in cui il medico raccoglie i dati relativi
ai cambiamenti di peso e di altezza del bambino.
Esempio 2.2 (D: medico, I: interprete, F: padre, M: madre)
1
D you you gained three kilos?
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
(.)
I hai aumentato di tre chili? (.) sì? giusto?
(1)
F sì è cresciuto
(.)
I yeah he got taller too
(.)
D that’s right =
I = OK è giusto
(.)
M in nove mesi
(.)
I in nine months =
10
Dati di Amato (2006), in stampa.
54
15
16
D = yeah =
I = his last visit was nine months ago so (.) not six ti sei allungato anche (.) benissimo
Come si può vedere in questo esempio, l’interprete traduce, turno per turno, ciò che viene detto dal
medico, dal padre e dalla madre. I partecipanti si scambiano informazioni di tipo medico relative
alla crescita del bambino e l’interprete si orienta a questa come attività principale dei parlanti.
Traduce quindi il primo turno del medico come una richiesta di informazioni (“you gained three
kilos?” / “hai aumentato di tre chili), sottolineando la rilevanza della correttezza dell’informazione
(“sì, giusto?”), quindi traduce il turno del padre, “sì è cresciuto”, non come una semplice conferma
al medico, ma come un’aggiunta di informazione (“he got taller too”) e di nuovo il turno del medico
(“that’s right” / “ok è giusto”) come una conferma della veridicità del dato di crescita, piuttosto che
come un più generico “sì”.
L’interprete quindi, in questa prima parte, traduce un turno dopo l’altro, interpretando i
contributi dei parlanti in base all’attività che sono lì per svolgere: raccogliere informazioni sulla
crescita del bambino. Nonostante, in questo esempio, questa sia forse l’attività primaria dei parlanti,
si può vedere che nell’interazione viene resa rilevante un’ulteriore attività, quella di esprimere
soddisfazione per la crescita del bambino. Questo è particolarmente evidente nel contributo della
madre che sottolinea, attraverso l’intonazione, la brevità del tempo in cui è avvenuta la crescita (“in
nove mesi”). Nell’ultimo turno dell’esempio, l’interprete mostra di nuovo di orientarsi all’attività di
scambio di informazioni, offrendo un proprio contributo, non traduttivo, mirato a correggere il
tempo trascorso dall’ultima visita. Recupera quindi l’espressione della soddisfazione dei
partecipanti aggiungendo una coda in italiano: “ti sei allungato anche, benissimo”.
L’orientamento dell’interprete all’attività conversazionale che la vede coinvolta può essere
determinante per la comprensione e l’interpretazione dei contributi dei partecipanti. Nell’esempio
2.2 l’interprete si orienta ai turni interpretandoli secondo quelli che ritiene essere gli scopi generali
dell’attività conversazionale fra i partecipanti (lo scambio di informazioni mediche) e anche gli
scopi dell’attività che vengono resi rilevanti nell’interazione, come, in questo caso, esprimere
soddisfazione o gioia per la crescita del bambino e questo si riflette anche sulla traduzione “come
testo”. Mentre in un evento monologico, come quello visto nell’esempio 2.1, i partecipanti
all’interazione non possono esprimere, tutti e allo stesso modo, la propria comprensione o il proprio
atteggiamento verso l’attività comunicativa, poiché una delle parti, il pubblico, non partecipa
attivamente, in un evento dialogico, come quello visto nell’esempio 2.2, i partecipanti cocostruiscono l’attività conversazionale rendendo più o meno rilevanti determinate azioni ed
espressioni di atteggiamenti.
3. L’interprete come coordinatore nell’interazione
Anche quando l’interprete traduce “come testo”, dunque, manifesta un orientamento ad una
attività, come mostrato sopra, attraverso l’esempio 2.2, allo scambio di informazioni mediche o
all’espressione della soddisfazione dei partecipanti. Da questo punto di vista, è difficile pensare che
l’interprete possa agire nell’interazione come una semplice “macchina traduttiva”, anche quando di
fatto traduce turno dopo turno e in modo molto “aderente al testo”. In contrapposizione a una
letteratura precedente che sottolineava un ruolo etico di “massima neutralità” e “minima visibilità”
dell’interprete, la letteratura più recente sull’interpretazione dialogica11 tende a sottolineare
l’aspetto di “partecipazione” dell’interprete all’interazione: ciò permette di capire meglio qual è il
significato del ruolo di un partecipante, come l’interprete, la cui presenza è motivata
sostanzialmente dal fatto di rendere possibile l’interazione fra altri partecipanti. Wadensjö (1998),12
in particolare, nota che l’interprete dialogico prende spesso un importante ruolo di coordinamento
dell’interazione: in quanto si tratta del partecipante maggiormente in grado di gestire le due lingue
11
12
Ad esempio Roy (1993/2002); Wadensjö (1993/2002), Wadensjö (1998); Davidson (2002).
Wadensjö (1998), pp. 108-110.
55
(a volte, non sempre, l’unico che ne ha accesso), l’interprete svolge una funzione fondamentale nel
distribuire i turni fra i partecipanti e nel coinvolgerli nell’interazione. Nota, inoltre, che un
orientamento dell’interprete al parlato come attività può facilitare questa attività di coordinamento.
Qui vorrei discutere brevemente due casi che esemplificano diversi modi in cui l’interprete
partecipa all’interazione e vedere le implicazioni delle azioni di coordinamento dell’interprete
rispetto alla partecipazione degli altri interlocutori, al loro coinvolgimento e “messa in contatto”.
I due esempi sono stati entrambi registrati presso stand di fiere campionarie dove ditte che
esponevano i propri prodotti si sono servite di interpreti per agevolare la comunicazione con clienti
stranieri. Diversamente da quanto poteva forse suggerire l’esempio 2.2, sopra, la traduzione
dialogica non avviene sempre sistematicamente turno dopo turno, ma la rilevanza della traduzione
viene co-gestita dai partecipanti all’interazione. Negoziare la rilevanza della traduzione
nell’interazione significa che i partecipanti possono agire in modo da richiederla o non richiederla e
che l’interprete può fornirla subito, ritardarla o non fornirla e tutte queste azioni possono contribuire
a creare spazi, momenti di contatto e tipi di coinvolgimento molto diversi per i partecipanti.
3.1 Primo esempio
L’esempio 3.1, qui di seguito, è tratto da una conversazione registrata presso una fiera di
prodotti ciclistici fra un cliente danese (D), un’interprete (I) e un esibitore italiano (E) che hanno già
avuto precedenti contatti.13 Nella trascrizione, vediamo una parte in cui dopo essersi salutati, il
cliente danese fa notare all’esibitore che la sua conoscenza dell’italiano è migliorata e che possono
così comunicare direttamente, senza l’interprete. Anche se, come vediamo nella prima parte
dell’esempio, il cliente danese userà pochissimo l’italiano, l’interprete non interviene, lasciando agli
altri due partecipanti lo “sforzo” di comunicare senza l’aiuto della traduzione:
Esempio 3.1 - prima parte
[…]
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
D: Come va? Imparo italiano eehh?
E: Ha!Ha! Bravo! Noi stiamo bene (.) faticoso però.
D: (mh)
E: It’s very tiring!
D: Oh capito!
E: Caffè? D: Caffè italiano! Espresso!
E: Per tutti e due?
(.)
E: Due caffè?
D: Sì. Due.
E: Bene. Come stanno le vostre famiglie?
(.)
E: Your families?
D: Bene. Sì bene. A casa (.) eehm..Denimarca.
E: Oh bene (.) e la fiera com’è?
(.)
E: La fiera. Mmh the the (.) mmh exhibition. Good?
D: Sì bello.
E: Mmh Vogliamo parlare parliamo di biciclette?
(.)
E: Then we start talking about bicycles?
D: Ha!Ha! Ya, ok! Ya! Let’s stop joking!
13
Dati di Lazzaretti (2003).
56
L’interprete non interviene e gli altri interlocutori usano il poco inglese e italiano che conoscono per
queste “due chiacchiere” iniziali. Con la sua scelta di non intervenire, l’interprete coordina
l’interazione fra i partecipanti in modo che siano loro a esprimersi come vogliono e come possono.
L’interprete mostra qui un orientamento al parlato come attività, dove l’attività è la creazione di un
contatto, di una “relazione simpatica” fra i partecipanti.
L’intervento dell’interprete viene reso rilevante dall’ultima coppia di turni dei parlanti, qui
sopra, che decidono che è giunto il momento di parlare di biciclette e di “smettere di scherzare”.
Nel momento in cui viene annunciato un turno in cui si “smetterà di scherzare”, il cliente danese
smette di parlare italiano e l’esibitore smette di parlare inglese e questo rende rilevante l’intervento
dell’interprete, nel secondo turno, nella seconda parte dell’esempio 3.1 qui sotto:
Esempio 3.1 – seconda parte
23
D: Well mmh we heard about this new Campagnolo Neutron wheel and and actually (.) we would
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
like to know more details about it.
I: Hanno sentito parlare della Neutron e vorrebbero avere qualche qualche dettaglio.
E: Perfetto, sì dunque quest’anno la versione copertoncino si presenta quest’anno con il cerchio
alleggerito che riduce il peso delle ruote. Però rimangono le caratteristiche tecniche della ruota. Ok
vai scusa I: Grazie (.) mmh, this year we propose a new clincher tie version. It has a rim that has been
lightened by a special process and it this reduces the weight by about 30 grams. But it it it maintains
the wheels technical properties (.) and D: Sorry, but but what’s the difference with Neutron 2001? If I may ask.
I: Substantially mmh they’re the same wheel with a new name mmh but the difference but is the use
of aerodynamic spokes mmh streamlined on the right of the the rea- rear wheel.
D: Oh! Well but can one use can we use full carbon wheels brake pads with another wheel that has a
car breaking surface.
I: Chiedono vogliono sapere se (.) did you say “full carbon”?
D: Ya!
I: Ok bene vogliono sapere se si possono utilizzare i pattini freno speciali con superficie frenante in
fibra di carbonio? Penso intendano i BR-701 credo
E: Questo ce lo chiedono tutti.. dovremo metterlo nelle istruzioni mmh no no quei freni sono stati
concepiti solo per la ruota Hyperon no non si deve assolutamente usarle diglielo bene non si devono
usare con altre ruote proprio è proprio pericoloso (.) vai vai
I: Mmh well..Absolutely no- you can’t use er different types of carbon fibres have different
properties and and they require specialized brake pads It’s dangerous don’t use with different wheels
it’s really really dangerous! The pads..mmh the pads won’t stop properly the bicycle!! Really don’t
don’t use them with different wheels
D: I see ehm
I: If you have any other doubt –
L’interprete inizia così il proprio lavoro traduttivo orientandosi allo scambio di informazioni
“serie”, in quanto reso rilevante dal contributo del cliente e dell’esibitore. Possiamo vedere che,
oltre a tradurre, l’interprete svolge, nuovamente, un importante lavoro di coordinamento. Ad
esempio, ai turni 25-26 e un po’ oltre, ai turni 33-34, è interessante notare che l’esibitore e
l’interprete si accordano sullo scambio di turno (“ok vai scusa” – “grazie”) rendendo così esplicita
la rilevanza dell’intervento dell’interprete. L’interprete interviene, inoltre, o con contributi traduttivi
(in cui traduce ciò che è stato detto nel turno precendente, ad esempio nel turno 26) oppure
fornendo/chiedendo chiarimenti (turni 28, 30) o offrendo aiuto (turno 36). Dal punto di vista della
gestione dei turni, la traduzione rende rilevante, cioè “chiama in causa”, nella conversazione un
turno del terzo interlocutore, coinvolgendo tutti i partecipanti nella conversazione, mentre fornire un
chiarimento o offrire aiuto sono azioni che l’interprete rivolge ad un parlante, spostando
l’interazione da tre a due partecipanti. Nella seconda parte dell’esempio 3.1 esercita la propria
funzione di coordinamento bilanciando l’attività di traduzione (che coinvolge tutti i partecipanti) e
57
quella di chiarimento e offerta di aiuto (a volte necessaria per rendere possibile la traduzione) e in
questo modo promuove la possibilità di partecipazione ed espressione degli interlocutori che
forniscono le informazioni che reciprocamente vengono ritenute rilevanti. Nella prima parte
dell’esempio, l’astensione dell’interprete aveva un’analoga funzione di coordinamento, con l’effetto
di promuovere la partecipazione e la messa in contatto degli altri interlocutori.
3.2 Secondo esempio
Il secondo esempio che discuto in questa sezione è tratto ancora da una fiera campionaria; i
prodotti commercializzati sono, in questo caso, tecnologie ferroviarie. La conversazione ha luogo
fra un cliente italiano (It), l’interprete (I) e un esibitore olandese che parla inglese (E).14
Diversamente da ciò che accade nell’esempio 3.1 visto sopra, in questo caso il coordinamento fra i
partecipanti è più difficile. L’interprete mostra di orientarsi più al testo che all’attività e questo crea
alcune difficoltà nell’interazione.
Tali difficoltà vengono espresse attraverso forme “di rimedio”: i partecipanti non accettano
alcune delle attività che vengono iniziate nella conversazione, declinando, riformulando o
sottolineando la mancanza di rilevanza di un’azione. Nella primissima parte, ad esempio, il cliente
(turno 1) saluta in italiano, l’interprete tratta il saluto “come testo” e traduce; l’esibitore risponde in
italiano, mostrando così l’irrilevanza della traduzione per l’attività dei saluti:
Esempio 3.2 – prima parte
1
2
3
It: Buongiorno
I: Good Morning
E: Buongiorno
Nella parte successiva, il cliente italiano si rivolge all’interprete per chiedere il suo aiuto; questo
apre una sequenza a due, che si protrae per alcuni turni, in cui vengono trattate l’accettazione
dell’interprete di aiutare nella comunicazione e le lingue straniere che vengono usate. Questa
sequenza a due esclude il terzo partecipante, l’esibitore, che, al turno 10, invita l’interprete a
tradurre. Anche questa volta l’interprete, orientandosi al contenuto del testo prodotto, piuttosto che
all’attività del parlato, risponde “nothing important” ed evita di mettere l’esibitore a parte della
conversazione. L’esibitore re-interviene offrendo un caffè (turno 12) e l’inizio di traduzione
dell’interprete (turno 13) viene immediatamente reso irrilevante dal cliente italiano che dichiara di
aver capito (turno 14):
Esempio 3.2 – seconda parte
4
It
Siamo della Colmar ehm (.) sei l’interprete per caso?
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
I
It
I
It
I
E
I
E
I
It
I
14
Sì parlate pure con me.
Proprio (.) fortuna. Non parliamo una parola di tedesco.
Comunque loro sono olandesi. Con me parlano inglese Inglese qualcosa. Poco però.
Ah, non vi preoccupate.
You might want to translate Nothing important.
Well, ask if they want a coffee.
Volete Questo l’abbiamo capito. Un caffè. Sì volentieri.
Yes.
Dati di Lazzaretti (2003).
58
Nelle prime due parti dell’incontro, pare che il coordinamento promosso dall’interprete non faciliti
la partecipazione degli interlocutori le cui azioni non vengono accettate, o vengono accettate con
una certa resistenza da parte degli altri parlanti.
Nella terza parte dell’incontro i partecipanti passano a discutere problemi relativi alle
tecnologie ferroviarie. Anche in questo caso, l’interprete mostra di orientarsi al testo piuttosto che
all’attività del parlato e fatica così a creare un coordinamento fra i partecipanti, con conseguenti
difficoltà “a intendersi”. Ad esempio il parlante italiano nel turno 16 fa una premessa alla quale
segue una richiesta. L’interprete traduce il turno cercando di mantenerne l’organizzazione testuale e
inizia quindi dalla premessa (turno 17). Questa premessa è ritenuta poco significativa dall’esibitore
che, al turno 18, chiede precisazioni. Di nuovo, l’interprete tratta questa richiesta di precisazioni
come testo, non risponde all’esibitore traducendo ciò che era già stato precisato dal cliente e invece
traduce, riproponendo la domanda al cliente italiano. Al turno 20, il cliente italiano sottolinea che ha
già spiegato (“come dicevamo”) che gli interessa il servizio e che vuole sapere se la ditta offre i suoi
servizi in Germania. L’interprete traduce (turno 21) e la traduzione non viene capita dall’esibitore
che non risponde alla richiesta del cliente (turno 22). L’interprete non inizia a questo punto una
sequenza di chiarimento per ottenere la risposta che era stata resa rilevante dal cliente, ma di nuovo
si limita a tradurre ciò che ha detto l’esibitore portando il cliente a ri-formulare la sua richiesta per
la terza volta: “sì ma intendiamo il servizio” (turno 24):
Esempio 3.2 – terza parte
16
It
17
I
18
19
20
E
I
It
21
22
23
24
25
26
I
E
I
It
I
E
27
I
28
It
[…]
Dunque ecco noi siamo della Colmar e produciamo binari per la Deutsche Bahn e noi
quest’anno dovremmo saremmo interessati alle loro macchine molatrici. In Italia l’offerta è
scarsa e stiamo cercando ehm un po’ all’estero. La Pfleiderer track systems ci ha detto di
venire qui volevamo sapere se lavorano anche in Germania voglio dire se offrono il servizio
oppure vendono solo i macchinari perché noi saremmo interessati anche al servizio…
Well, they are manufacturers of track systems and they are
interested in your machines hem grinding machines.
Do they want a description of the machines, brochures or..
Volete una descrizione dei macchinari?
Mmh no, come dicevamo ci interessa il servizio. Sappiamo che
lavorano bene solo non sappiamo se offrono anche il servizio ad esempio in Germania.
They want to know if you work in Germany.
In Germany? We are from Holland.
Olandesi, sono olandesi.
Sì ma intendiamo il servizio
Ah (.) they mean if you make the service abroad too
Well, we are in (.) we sell our grinding machines together with the
pertinent staff. If one wants the machine we can also sell just the machine, but we provide
for the service too.
Non c’è (.) Sì insieme alla macchina molatrice offrono uno staff
qualificato che provvede che fa la molatura quindi potete affidare qualsiasi tipo di lavoro che
loro lo fanno in tempi brevi.
Sì, mmh bene dunque come la può chiedere come avviene la molatura -
Come possiamo vedere, diversamente da quanto accade nell’esempio 3.1, in questo secondo
esempio, l’interprete agisce come “traduttore di turni” orientandosi al singolo turno come testo e
ignorando la funzione più generale che quel turno ha nell’attività in corso. Questo la porta a
declinare la sua potenziale funzione di coordinatore dell’interazione che si manifesta nel modo in
cui seleziona i propri interventi (offrendo o non offrendo traduzioni in modi spesso ritenuti non
rilevanti), nel modo in cui si astiene dall’avviare sequenze di chiarimento, nel modo i cui passa o
non passa il turno agli interlocutori (ad esempio nel turno 11 in cui non accetta la richiesta
dell’esibitore di tradurre, impedendogli così il coinvolgimento nella prima parte dell’interazione).
59
4. L’interprete come “filtro” nell’interazione
Alcuni studi sull’interpretazione dialogica in ambito ospedaliero15 notano che l’azione
dell’interprete esercita un filtro nel passaggio delle informazioni fra medico e paziente. In
particolare, osservano che, nella traduzione, l’interprete tende a selezionare le informazioni di tipo
strettamente medico, riducendo ampiamente o eliminando quegli aspetti della comunicazione
medico-paziente che sottolineano l’atteggiamento degli interlocutori verso la malattia, ad esempio
l’espressione di preoccupazione da parte del paziente o la rassicurazione da parte del medico.
Questa caratteristica dell’interpretazione in ambito medico è visibile anche nell’esempio 2.2
riportato più sopra in questo contributo. Anche in quel caso la traduttrice mostrava un orientamento
a interpretare il testo nella sua funzione informativa, traducendo i dettagli relativi alla crescita del
bambino e lasciando da parte l’espressione di soddisfazione da parte dei genitori.
L’orientamento sistematico da parte dell’interprete a trascurare i racconti, le esperienze e le
percezioni soggettive della malattia da parte del paziente riducono, in particolare secondo Bolden
(2000), le possibilità del paziente di sentirsi “ascoltato” dal medico e questo può riflettersi su un
peggioramento anche della prestazione medica. Un orientamento dell’interprete al parlato come
attività, dunque, comporta un’attenzione ad aspetti dell’interazione che non sono puramente legati
alla trasmissione di informazioni e, di conseguenza, l’espressione di atteggiamenti, sentimenti,
percezioni assume un’importanza fondamentale nella costruzione del rapporto fra gli interlocutori
che può essere a sua volta funzionale alla costruzione della comunicazione complessiva.16
La maggior parte degli studi sull’interpretazione dialogica, anche quelli che analizzano
l’interazione, tendono a focalizzarsi soprattutto sull’azione dell’interprete. Occorre, tuttavia,
ricordare che in un’ottica interazionale, l’interprete non è l’unico responsabile della costruzione
della comunicazione, ma che si inserisce in un complesso sistema in cui le azioni di tutti gli
interlocutori vengono rese rilevanti da altre azioni degli altri interlocutori. Da questo punto di vista,
anche l’azione di “filtro” dell’interprete può essere resa rilevante o non rilevante dai partecipanti
all’interazione e può essere gestita dagli interlocutori in modo più o meno funzionale all’attività in
corso.
In uno studio di un lungo meeting aziendale mediato da un’interprete,17 abbiamo mostrato
che l’azione di filtro dell’interprete può essere resa rilevante nella conversazione per ottenere una
funzione di mitigazione delle informazioni, a sua volta funzionale a stabilire “buoni rapporti” fra gli
interlocutori. In particolare si è notato che mentre in situazioni in cui viene espresso accordo fra i
partecipanti, l’azione traduttiva dell’interprete viene molto ridotta o resa irrilevante nella
conversazione, in situazioni in cui viene espresso disaccordo, i partecipanti ritardano le loro
risposte, secondo il meccanismo descritto da Pomerantz (1984), consentendo così all’interprete di
intervenire. L’intervento dell’interprete ha spesso la funzione di mitigare la sequenza di disaccordo.
Vediamo a tal proposito due esempi presi dalla trattativa di affari in questione. Nel primo, le
parti stanno discutendo gli aumenti di capitale dell’azienda in caso di fusione e uno degli
interlocutori (S1) spiega che non c’è nessun interesse da parte della propria azienda a rimanere la
sola responsabile. L’interprete inizia a tradurre prima al turno 2, dove viene interrotta da S1 che
riformula la propria posizione, poi al turno 6. L’interlocutore I1 interrompe la traduzione sia al
turno 7 che al turno 9 per dire che ha capito e che è d’accordo e infine, al turno 16 esprime il
proprio accordo in inglese.
15
Davidson (2000), Bolden (2000).
Gli studi linguistici e sociolinguistici che mettono in luce l’importanza di aspetti “affettivi” nel parlato sono
numerosi. Ricordo, a questo proposito, la distinzione classica di Brown e Yule (1983) fra parlato transazionale (legato
alla costruzione dell’informazione) e parlato interazionale (legato alla costruzione del rapporto fra gli interlocutori) e gli
studi di Ochs e Schieffelin (cfr. ad esempio 1989).
17
Fogazzaro e Gavioli (2004).
16
60
Esempio 4.1
1
S1
2
3
X
S1
4
5
X
S1
6
X
7
I1
8
9
10
X
I1
X
11
12
13
14
15
16
I1
X
S3
S2
S1
I1
= and I think what should be said more direct is this. that we
don’t have any interest to try to raise the capital in such a way that we are becoming
only shareholder of the company.
lui [vuole m[as I mean our first principle is the ruleset that we
should
try to go together
=certo.
the reason why they want to have is is that we want that the
company to survive in the future. [this is our aim.
[dunque il, lui vuole
puntualizzare il fatto che loro non hanno nessuna intenzione
di aumentare il capitale in modo da ah [ottenere la: il +100%
della proprietà.
[sì è chiaro è chiaro è
chiaro
=loro vogliono che le due quote di partecipazione
=camminino [di pari passo.
[procedano* parallelamente, perché questo è il
modo migliore per assicurare il futuro dell’azienda.
=benissimo. ok. condividiamo in pieno.
we ah we agree with you.
[all right?
[ok?
[yeah?
ok. -- very (??).
In questa trascrizione, gli interlocutori si sovrappongono alla traduzione e partecipano interagendo
direttamente, mostrando di “essersi capiti” e di essere d’accordo.
Nell’esempio che segue (4.2) invece, benché non ci sia nulla sul piano linguistico che possa
far pensare che ciò che viene detto qui sia “meno comprensibile” di ciò che viene detto in 4.1, i
parlanti ritardano il proprio intervento lasciando all’interprete il compito di creare comprensione,
non solo sul piano linguistico/traduttivo, ma anche attraverso un tentativo di trovare una
condivisione su ciò di cui si discute. Nell’esempio 4.2 si parla della possibilità che alcuni manager
dell’azienda che viene assorbita possano andare in pensione in seguito all’assorbimento. Uno dei
parlanti (S1) chiede se questo pensionamento si verificherà effettivamente. Il parlante I1 si mostra
titubante e risponde che il pensionamento non dipende dalla volontà dei manager o della propria
ditta, ma da ciò che deciderà la ditta di S1. Questo punto viene espresso in modo scherzoso nei turni
7 e 9, dove il parlante italiano spiega che la decisione non dipende dall’azienda italiana; al turno 10
l’interprete riformula in inglese quanto espresso da I1 e aggiunge un invito ai rappresentanti
dell’altra azienda a esprimersi in merito al pensionamento (“ehm I mean Mr Bianchini and Mr
Rossoli could as well retire but could keep working. it depends on what ehm”). A questo invito il
parlante S2 risponde che si tratta di una decisione difficile e non ancora presa (turno 11).
Esempio 4.2
1
S1
2
3
4
X
S1
X
5
I1
= and then we have understood it like that you Mr - Bianchini
and Mr Rossoli, when they are coming new - you are retiring from the company.
chiede se quando,
=that’s that how we have understood it.
appunto. chiede, vuole capire se ehm è stato detto che quando
loro assorbono l’azienda, ehm Mr il signor Bianchini e il signor Rossoli vanno in
pensione.
sì
61
6
7
X
I1
8
9
X
I1
10
X
11
S2
è vero questo quando loro,
diciamo che. vanno in pensione. [ride] possiamo decidere di
andarci, possiamo decidere di non andarci. non dipende da [noi.
[it de*pends [on
[cioè loro stanno bene, sono in forma, sono in
salute, sono sono attivi,
it depends on on what we want to do. ehm I mean Mr Bianchini
and Mr Rossoli could as well retire but could keep working. It
depends on what ehm
yeah. ehr it is hard for us to know you see.
In questo esempio, dunque, l’azione di “filtro” esercitata dall’interprete viene resa rilevante per
trattare la delicatezza dell’argomento. Mentre il parlante italiano si limita a dire “non dipende da
noi” (turno 7), come “terzo interlocutore”, non direttamente coinvolto nell’uno o nell’altro gruppo,
l’interprete si orienta alla propria attività di coordinamento della conversazione e pone il problema
come problema “collettivo (“It depends on what we want to do”); attraverso il suo intervento,
esprime la posizione dell’azienda italiana e invita l’altra azienda a esprimere la propria.
Gli esempi 4.1 e 4.2 mostrano dunque che l’azione dell’interprete come filtro può essere
resa rilevante nell’interazione per gli scopi dell’attività in corso. Poiché partecipa all’interazione
con la funzione di rendere possibile la comunicazione, l’interprete è un partecipante un po’
particolare: è coinvolto nell’interazione, ma forse non così coinvolto come gli altri interlocutori
negli argomenti che vengono discussi. Il suo ruolo può quindi essere utilizzato dagli interlocutori
come una risorsa per gli scopi dell’attività in corso.18 Mentre negli incontri fra medico e paziente,
un orientamento dei partecipanti alla trasmissione di informazioni inibiva l’espressione di
preoccupazione e rassicurazione e il “filtro” esercitato dall’interprete nella traduzione andava nella
direzione di ridurre fortemente la partecipazione di tipo “affettivo” a favore di quella di tipo
informativo,19 nell’esempio 4.2, l’orientamento dei partecipanti alla discussione di “problemi
comuni” fornisce all’interprete l’opportunità di offrire la propria azione di “filtro” come risorsa per
mitigare o per trattare un argomento delicato e di potenziale disaccordo.
5. Conclusioni
L’analisi di esempi di conversazioni mediate dall’interprete, registrate in situazioni
quotidiane istituzionali, mostra dunque che, nell’interazione, l’interprete esercita una funzione
molto più complessa di quella di “tradurre turni” di parlato e che, in qualche caso, un orientamento
alla traduzione dei turni di parlato “come testo” a se stante può ostacolare la comunicazione.
L’interprete agisce nell’interazione come partecipante e le sue azioni vengono rese rilevanti nella
co-costruzione della conversazione in sintonia con quelle degli altri partecipanti.
Questo non toglie all’interprete la peculiarità della propria funzione; il punto è che tale
funzione, all’interno della conversazione, è ancora poco studiata. Osservandola, attraverso strumenti
linguistici basati sull’analisi della conversazione, essa si rivela di grande interesse per gli studi sulla
traduzione, sulla comunicazione e sulla descrizione del parlato in due lingue e in situazioni
interculturali. Qui abbiamo visto che un’orientamento al parlato come attività rispetto al parlato
come testo può avere esiti molto diversi per il contributo traduttivo e conversazionale
dell’interprete. All’interno dell’orientamento al parlato come attività, poi, scelte come orientarsi a
trasmettere informazioni rispetto a esprimere soddisfazione sono, a loro volta, correlate con esiti
molto diversi per la traduzione a livello testuale.
Le funzioni dell’interprete che abbiamo visto sopra, in particolare quella traduttiva, quella di
coordinamento e quella di filtro, vengono rese rilevanti dagli interlocutori nella conversazione,
18
19
Vedi Wadensjö (2006).
Davidson (2000).
62
secondo i meccanismi di gestione dei turni su cui si basa la conversazione. I parlanti accettano o
declinano le azioni iniziate dagli altri parlanti manifestando così il proprio orientamento alla
comunicazione. Allo stesso modo accettano o declinano il contributo dell’interprete, nel tradurre,
nel coordinare o nel filtrare (e come filtrare) i contenuti.
Ciò che ho delineato in questo contributo si basa essenzialmente su una descrizione del
parlato mediato dall’interprete utilizzando strumenti di analisi della conversazione e strumenti
relativi allo studio della comunicazione. Quanto discusso ha, tuttavia, una potenziale importanza
anche per la formazione degli interpreti dialogici. Come accennato nella prima sezione di questo
contributo, la ricerca sull’interpretazione dialogica è ancora molto giovane e, almeno in una prima
fase, i contributi nel campo della formazione sono stati essenzialmente “vademecum” scritti da
interpreti per altri interpreti che fornivano indicazioni di massima su ciò che si deve o non si deve
fare per tradurre in determinate situazioni. Questo ha inevitabilmente ridotto la problematicità della
funzione e anche della professione dell’interprete dialogico a principi di carattere etico o operativo a
cui è spesso difficile attribuire un significato concreto. L’analisi delle interazioni mediate sottolinea,
invece, la complessità del lavoro dell’interprete dialogico problematizzando aspetti relativi alla
“neutralità” del suo ruolo o alla “fedeltà” della traduzione. In questo senso, benché il lavoro di
analisi sull’interpretazione dialogica sia ancora agli inizi e sia difficile trarre conclusioni su che cosa
implichi per la formazione dell’interprete, permette di suggerire una linea diversa da quella
precedentemente tracciata e potenzialmente, utilmente, complementare ad essa.
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64
ALEARDO TRIDIMONTI
Tradurre l’identità – l’identità della traduzione
Lo scrittore e il suo doppio: il traduttore. Palomar al museo dei formaggi
di Italo Calvino
La traduzione
Aiuta a fare uscire il mondo
dal silenzio, a farlo esistere
A dargli un senso, uno stile
La traduzione
Ci fa liberi e la libertà
Dà a ognuno la possibilità
Di esprimere la propria identità
La propria cultura
La libertà ci fa uguali
È la nostra verità
È il nostro destino
Il museo dei formaggi
Il signor Palomar fa la coda in un negozio di formaggi, a Parigi. Vuole comprare certi formaggini di
capra che si conservano sott’olio in piccoli recipienti trasparenti, conditi con varie spezie ed erbe. La fila dei
clienti procede lungo un banco dove sono esposti esemplari delle specialità più insolite e disparate. È un
negozio il cui assortimento sembra voler documentare ogni forma di latticino pensabile; già l’insegna
“Spécialités froumagères” con quel raro aggettivo arcaico o vernacolo avverte che qui si custodisce l’eredità
d’un sapere accumulato da una civiltà attraverso tutta la sua storia e geografia.
Tre o quattro ragazze in grembiule rosa accudiscono i clienti. Appena una è libera, prende a carico
il primo della fila e l’invita a dichiarare i suoi desideri; il cliente nomina e più spesso indica, spostandosi per
il negozio verso l’oggetto dei suoi appetiti precisi e competenti.
In quel momento tutta la fila si sposta avanti d’un passo; e chi finora aveva sostato accanto al “Bleu
d’Auvergne” venato di verde viene a trovarsi all’altezza del “Brin d’amour” il cui biancore trattiene fili di
paglia secca appiccicati; chi contemplava una palla avvolta in foglie può concentrarsi su un cubo cosparso
di cenere. C’è chi dagli incontri di queste fortuite tappe trae ispirazione per nuovi stimoli e nuovi desideri:
cambia idea su quel che stava per chiedere o aggiunge una nuova voce alla sua lista; e c’è chi non si lascia
distrarre nemmeno per un istante dall’obiettivo che sta perseguendo e ogni suggestione diversa in cui
s’imbatte serve solo a delimitare, per via d’esclusione, il campo di ciò che lui testardamente vuole.
L’animo del signor Palomar oscilla tra spinte contrastanti: quella che tende a una conoscenza
completa, esaustiva, e potrebbe essere soddisfatta solo assaporando tutte le qualità; o quella che tende a una
scelta assoluta, all’identificazione del formaggio che solo è suo, un formaggio che certamente esiste anche
se lui ancora non sa riconoscerla (non sa riconoscersi in essa).
Oppure, oppure: non è questione di scegliere il proprio formaggio ma d’essere scelti. C’è un
rapporto reciproco tra formaggio e cliente: ogni formaggio aspetta il suo cliente, si atteggia in modo
d’attrarlo, con una sostenutezza o granulosità un po’ altezzosa, o al contrario sciogliendosi in un
arrendevole abbandono.
Un’ombra di complicità viziosa aleggia intorno: la raffinatezza gustativa e soprattutto olfattiva
conosce i suoi momenti di rilassatezza, d’incanagliamento, in cui i formaggi sui loro vassoi sembrano
offrirsi come sui divani d’un bordello. Un sogghigno perverso affiora nel compiacimento d’avvilire
l’oggetto della propria ghiottoneria con nomignoli infamanti: crottin, boule de moine, bouton de culotte.
Non è questo il tipo di conoscenza che il signor Palomar è più portato ad approfondire: a lui
basterebbe stabilire la semplicità d’un rapporto fisico diretto tra uomo e formaggio. Ma se lui al posto dei
formaggi vede nomi di formaggi, concetti di formaggi, significati di formaggi, storie di formaggi, contesti
di formaggi, psicologie di formaggi, se – più che sapere – ha presente che dietro a ogni formaggio ci sia
tutto questo, ecco che il suo rapporto diventa molto complicato.
La formaggeria si presenta a Palomar come un’enciclopedia a un autodidatta; potrebbe
memorizzare tutti i nomi, tentare una classificazione a seconda delle forme – a saponetta, a cilindro, a
cupola, a palla –, a seconda della consistenza – secco, burroso, cremoso, venoso, compatto –, a seconda dei
materiali estranei coinvolti nella crosta o nella pasta – uva passa, pepe, noci, sesamo, erbe, muffe –, ma
65
questo non l’avvicinerebbe d’un passo alla vera conoscenza, che sta nell’esperienza dei sapori, fatta di
memoria e d’immaginazione insieme, e in base ad essa soltanto potrebbe stabilire una scala di gusti e
preferenze e curiosità ed esclusioni.
Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo; prati incrostati di
sale che le maree di Normandia depositano ogni sera; prati profumati d’aromi al sole ventoso di Provenza;
ci sono armenti con le loro stabulazioni e transumanze; ci sono segreti di lavorazione tramandati nei secoli.
Questo negozio è un museo: il traduttore visitandolo sente, come al Louvre, dietro ogni oggetto esposto la
presenza della civiltà che gli ha dato forma e che da esso prende forma.
Questo negozio è un dizionario; la lingua è il sistema dei formaggi nel suo insieme: una lingua la
cui morfologia registra declinazioni e coniugazioni in innumerevoli varianti, e il cui lessico presenta una
ricchezza inesauribile di sinonimi, usi idiomatici, connotazioni e sfumature di significato, come tutte le
lingue nutrite dall’apporto di cento dialetti. È una lingua fatta di cose; la nomenclatura ne è solo un aspetto
esteriore, strumentale; ma per il signor Palomar impararsi un po’ di nomenclatura resta sempre la prima
misura da prendere se vuole fermare un momento le cose che scorrono davanti ai suoi occhi.
Estrae di tasca un taccuino, una penna, comincia a scrivere dei nomi, a segnare accanto a ogni nome
qualche qualifica che permetta di richiamare l’immagine alla memoria: prova anche a disegnare uno schizzo
sintetico della forma. Scrive pavé d’Airvault, annota “muffe verdi”, disegna un parallelepipedo piatto e su
un lato annota “4 cm circa”; scrive St-Maure, annota “cilindro grigio granuloso con un bastoncino dentro” e
lo disegna, misurandolo a occhio “20 cm”; poi scrive Chabicholi e disegna un piccolo cilindro.
- Monsieur! Houhou! Monsieur! – Una giovane formaggiaia vestita di rosa è davanti a lui, assorto nel suo
taccuino. È il suo turno, tocca a lui, nella fila dietro di lui tutti stanno osservando il suo incongruo
comportamento e scuotono il capo con l’aria tra ironica e spazientita con cui gli abitanti delle grandi città
considerano il numero sempre crescente dei deboli di mente in giro per le strade.
L’ordinazione elaborata e ghiotta che aveva intenzione di fare gli sfugge dalla memoria; balbetta;
ripiega sul più ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato, come se gli automatismi della civiltà di massa
non aspettassero che quel suo momento d’incertezza per riafferrarlo in loro balìa.
Italo CALVINO, Palomar, Milano, Mondadori,1983
____________________________
Leggendo questo brano, viene spontaneo pensare allo scrittore e al suo doppio, il traduttore.
Infatti, se sostituiamo il protagonista con “traduttore”, il negozio di formaggi con “editore” oppure
“libreria”, formaggi con “scrittore” oppure “opere da tradurre” o “opere da leggere” e i clienti con
“lettori”, eccoci in fila per un viaggio di iniziazione, una Recherche nel mondo della traduzione
che si snoda in varie tappe che cercheremo di interpretare. Il viaggio inizia alla superficie del reale,
in una festa di forme, di colori, di sapori, di arredi, con sbrigative ragazze in grembiule rosa ad
accoglierci, un po’ in contrasto con questo luogo Belle-Epoque. Prima osserviamo dall’esterno la
superficie delle parole, poi, pian piano, con Palomar come guida, ci addentriamo sempre più in
profondità nella mente del traduttore, nella sua psicologia, nell’universo oscuro della
comprensione, fino a toccare con mano i meccanismi infinitesimali di quella macchina misteriosa
e assolutamente straordinaria che è la “recréation vivante” di un libro. Certo, non è con questa
intenzione esplicita che Calvino ha scritto il breve racconto che analizzeremo. Egli pensava che la
lezione da trarre da questo XX secolo ansimante era quella di rinnovare il rapporto tra linguaggio e
mondo.
Il mio problema nello scrivere Palomar è stato che io non sono mai stato quello che si dice
un osservatore; dunque la prima operazione che dovevo fare era concentrare la mia
attenzione su qualcosa e poi descriverla, o meglio fare le due cose allo stesso tempo. (…)
Devo dire che la maggior parte dei libri che ho scritto e di quelli che ho in mente di
scrivere, nascono dall’idea che scrivere un libro così mi sembrava impossibile. Quando mi
sono convinto che un certo tipo di libro è completamente al di là delle possibilità del mio
temperamento e delle mie capacità tecniche, mi siedo alla scrivania e mi metto a scriverlo.1
1
Calvino (2002), p. 122.
66
La stessa sfida della scrittura di traduzione, la stessa épreuve quotidiana ma con l’étranger, lo
stesso sforzo che fa il traduttore per padroneggiare ciò che non conosce o non sa, per significare
l’altro lato delle parole, per rendere possibile agli altri di esprimersi attraverso di lui. Da esperto
conoscitore della traduzione per averla a lungo praticata,2 Calvino, narratore sembra qui sdoppiarsi
in traduttore, intendendo il suo lavoro e quello del lettore come quello di un traduttore. Egli
osserva se stesso, si traduce e cerca di trasmetterci “il senso dell’approccio all’esperienza, più che
il senso dell’esperienza raggiunta” perché “scrivere, come leggere e tradurre è un’esperienza
d’iniziazione, comporta una continua educazione di se stessi, e questo dovrebbe essere il punto
d’arrivo d’ogni azione umana”.3
Già negli anni ’60, Calvino seguiva da vicino la linguistica e le nuove teorie sulla
traduzione, che solo allora cominciava ad essere considerata scienza e non più prevalentemente
opera di artigiani formati dalla pratica. Egli rimase particolarmente incuriosito dall’opera di
Saussure e di Mounin,4 che proponeva un approccio nuovo alla materia. Mounin rappresentò in
pieno l’epoca in cui i lavori della linguistica, dell’antropologia culturale di Lévy-Strauss,
dell’etnografia e della critica letteraria venivano mossi da un comune e innovativo spirito
organizzatore e sistematico.
Per tradurre un testo scritto in una lingua straniera, bisogna rispettare due condizioni, e non
una soltanto; due condizioni necessarie, nessuna delle quali è sufficiente di per se stessa:
conoscere la lingua e conoscere la civiltà di cui parla questa lingua (e ciò significa la vita,
la cultura, l’etnografia più completa del popolo di cui questa lingua è il mezzo
d’espressione).5
Calvino entusiasta per teorie così affascinanti e, per la prima volta chiare sul tradurre, tenta
di metterle in pratica con una grande impresa: la traduzione di Les Fleurs bleues di Queneau che
rappresentavano la summa del suo scrivere. Queneau possedeva un’erudizione enciclopedica,
passava indistintamente da materie scientifiche a materie umanistiche; nessun tipo di conoscenza
disponibile gli era estraneo. Per leggere Les Fleurs bleues, è necessario condividere la cultura di
Queneau, disporre di un bagaglio di conoscenze straordinario, di una padronanza linguistica da
virtuoso per cercare di cogliere e preservare la forza della lingua popolare dell’originale con
espressioni orali e proverbiali, calembours, contrepèteries, l’amore per il suono della parola, per i
paradossi concettuali, nonché le parodie letterarie. E poi, Queneau, matematico, è sempre
estremamente preciso. Tradurlo, è titanismo. Ecco perché l’analisi della traduzione di questo
romanzo costituisce un’ideale fonte per comprendere come Calvino lavorasse da traduttore e come
vedesse questa figura. Ma non è oggetto di questo lavoro. Tuttavia, il brano preso in esame,
rispecchia a parer nostro, il suo modo di vedere il traduttore e affronta tutti i maggiori problemi
della traduzione.
1° paragrafo
Il soggetto narrante è un italiano a Parigi, che scrive in italiano, per dei lettori italiani.
Dunque, l’Io che penetra lentamente nel mondo intimo dell’Altro e cerca di descrivercelo con
l’occhio e la mente dello straniero. Il nome del personaggio evoca un potente telescopio, ma la sua
attenzione si posa su tutte le cose che gli capitano sotto gli occhi. Nel raccontare la sua esperienza,
egli procede come se fosse un etnografo che descrive intraculturalmente i fatti culturali e di un
antropologo che li riporta interculturalmente tramite un linguaggio specifico. Egli li scruta nei
minimi dettagli con un ossessivo scrupolo di precisione, egli si concentra ogni volta su un
fenomeno isolato. Senza questa messa a fuoco preliminare nessuna forma di conoscenza gli
sembra possibile, ma l’operazione all’atto pratico risulta ogni volta meno semplice di quel che si
2
Queneau (1965). La traduzione italiana è: Queneau Raymond, I fiori blu. Nella traduzione di Italo Calvino,
Torino, Einaudi, 19812. La relazione tra Calvino e il gruppo Oulipo passa attraverso questa passione per Queneau.
3
Ivi, p. 135.
4
Calvino curò, nel 1965, la pubblicazione Teoria e critica della traduzione di Mounin per l’Einaudi.
5
Mounin (1963), p. 122.
67
poteva credere. L’oggettività e l’immobilità dell’osservazione si trasformano in racconto,
peripezia, coinvolgimento della propria persona. Più Palomar circoscrive il campo dell’esperienza,
più esso si moltiplica al proprio interno aprendo prospettive vertiginose, come se in ogni punto
fosse contenuto l’infinito. Uomo taciturno, egli intercetta segnali fuori d’ogni codice, intreccia
dialoghi muti, tenta di costruirsi una morale che gli consenta di restare zitto, neutrale il più a lungo
possibile. Esattamente come il traduttore.
“Spécialités froumagères”: esempio di lingua di civilisation legato al “genio” specifico
della lingua francese, ma anche porta di accesso a un altro mondo. In una società che muta da tutte
le parti, sembra che qui il tempo si sia fermato, abbia preservata intatta dalle influenze esterne un
luogo primitivo immobile, omogeneo, armonioso e ideale. Questo è uno dei buoni negozi
gastronomici della metropoli, miracolosamente sopravvissuto in un quartier dove l’appiattimento
del commercio di massa, le tasse, il basso reddito dei consumatori, la crisi, hanno smantellato a
una a una le vecchie botteghe sostituendole con anonimi supermagazzini. Aspetto linguistico per il
traduttore, ma anche antropologico. Riprendendo la tesi di Saussure sull’impossibilità di avere due
elementi di uguale valore, dunque delle equivalenze dirette perché ogni lingua divide il suo spazio
semantico a modo suo, Calvino mette in discussione la nozione di equivalenza e di transfert sulle
quali si basavano le teorie tradizionali e ci invita a riflettere sui problemi che ostacolano la
comunicazione tra due lingue e due culture, o meglio tra due lingue-cultura. Fino agli anni ’70, il
testo da tradurre veniva considerato come una sequenza lineare di unità e la traduzione come
un’operazione di decodifica durante la quale il traduttore sostituiva le unità del testo di partenza
con unità equivalenti del testo di arrivo, un po’ come diceva Victor Hugo, “gli ingegneri rendono
carrozzabili le alte montagne”. Non bisogna dimenticare che la storia della traduzione è
strettamente legata allo sviluppo degli Stati-nazione, alla visione del mondo, ai processi di
normalizzazione linguistica. Non a caso l’antropologia è nata mentre l’Europa era impegnata nella
conquista del mondo e la sua cultura inventava la modernità. Con la decolonizzazione, l’accesso
all’indipendenza e le grandi trasformazioni geo-politiche che hanno scosso la seconda metà del
‘900, difficilmente i modelli fin lì sviluppati potevano continuare ad essere applicati ai contesti
oggetto di studio. L’approccio strutturalista o funzionalista che consisteva nello studiare le società
(e le lingue) in quanto insiemi omogenei e statici in un’ottica etnocentrica, tendeva a collocare
l’oggetto dello studio in uno spazio fuori dalla modernità, idealizzato e dunque privo di ogni
potenziale creativo, costruttivo. I crescenti disordini sociali e politici, i problemi economici del
Terzo mondo, i fenomeni migratori, mettevano in discussione questa visione, imponendo agli
studiosi nuovi orientamenti che li avrebbero portati ad affrontare aspetti contemporanei e pertinenti
per queste società. Questo ha costretto gli antropologi ad interrogarsi sul loro operato, a cominciare
dal loro ruolo in situ, a ripensarsi nella loro etica professionale, a mettere in conto la possibilità di
essere letti da coloro che costituivano le società oggetto del loro studio e di conseguenza essere
esposti anche a delle critiche. Non si poteva più non mettere in conto sia prima, che durante e dopo
il lavoro svolto sul terreno anche i pareri e le interpretazioni di coloro che, fin a quel momento,
non erano mai stati ritenuti lettori e critici potenziali, ma solo semplici informatori. Il contesto
diventa così oggetto di nuove riflessioni e di nuovi compromessi. L’uomo psico-chimico è,
comunque, dal punto di vista antropologico un essere di cultura. Chi dice cultura dice particolari
visioni del mondo e le visioni del mondo sono spesso divisioni del mondo, tensioni, perché le
culture servono anche a stabilire dei confini tra i gruppi, a identificarli, a trasformarli. La lingua vi
assume il ruolo di specchio d’identificazione e al contempo di riconoscimento culturale. Con
l’analogia tra la figura dell’antropografo e quella del traduttore, tra la cultura e il testo
(quest’ultimo in quanto rappresentazione culturale) Calvino ci fa riflettere sulla costruzione delle
conoscenze e sulla natura del processo traduttivo. Per questo, al paragrafo 2, prima di introdurci
nell’officina del traduttore, Palomar ci invita a considerare le condizioni, diciamo così ambientali /
istituzionali (tempi di consegna, figura dell’editore, gusti dei lettori, ideologia personale del
traduttore e sua vulnerabilità in quanto interprete culturale, sua capacità di interpretare gli altri) che
fin qui erano sottintese e che ora vengono messe in discussione.
68
Per tornare all’anacronistica insegna spécialités froumagères, come suscitare nella mente
del lettore straniero l’immagine, il senso particolare che queste parole evocano in quella dei
francesi che sono parte dello stesso contesto culturale, linguistico, storico in cui il segno si
manifesta? È sufficiente fornire l’equivalente della semplice superficie lessicale e sintattica?
Calvino comincia con lo sfatare alcuni luoghi comuni. Contrariamente a ciò che affermavano
allora gran parte dei linguisti e teorici della traduzione, la traduzione è in primo luogo traduzione
di una cultura in un’altra cultura. L’atto verbale diventa tale solo di riflesso, per il contenuto, il
quale è di natura sociale. È una operazione che risulta da un insieme di interrelazioni sociali e
culturali, prima di tutto nell’ambito della propria lingua e cultura e poi tra lingue e culture
straniere. Per Nida, il compito della traduzione è quello di produrre nella LA l’equivalente naturale
più vicino al messaggio espresso dalla LP, prima di tutto per quanto riguarda il senso, poi lo stile.
Il traduttore non deve prestarsi all’“insicurity about his own language”. Egli deve sorvegliare le
frontiere al fine di evitare che delle parole straniere penetrino attraverso le voci e le vie anche le
più ufficiali. Modulare, adattare, naturalizzare. Se proprio non vi è altro modo per rendere
l’ambientazione del testo di partenza, l’effetto di spaesamento, si tollera, eccezionalmente, la
trascrizione, ma deve essere fatta secondo alcuni canoni stilistici, enfatizzandola col corsivo o le
virgolette. È quanto fa Calvino, non per convenzione, ma per rispetto della cultura dell’Altro. Egli
ne esplicita anche il senso in maniera naturale attraverso un’operazione di incrementazione,
aggiungendo “quel raro aggettivo arcaico o vernacolo avverte che …”. Newmark a sua volta
sostiene che la trascrizione è dimostrazione di una certa “incompetenza” del traduttore. Tale
procedimento è la negazione della traduzione. Se si accetta il principio dell’universalità dello
spirito umano e il concetto di “metalinguistico” come insieme dei rapporti che uniscono i fatti
sociali, culturali e psicologici alle strutture linguistiche (dunque anche questi universali e in teoria
traducibili), le trascrizioni sono probabilmente tutte dimostrazioni di una certa incompetenza del
traduttore, ma è anche vero che l’adattamento può portare al paradosso descritto da Ionesco in La
leçon6:
Le professeur
«Je vous donne un exemple: l’expression néo-espagnole célèbre à Madrid: «ma patrie est la
néo-Espagne» devient en italien : «ma patrie est ...
L’élève
«La néo-Espagne »
Le professeur
«Non! Ma patrie est l’Italie» (...) C’est pourtant bien simple: pour le mot Italie, en français,
nous avons le mot France qui en est la traduction exacte. Ma patrie est la France. Et France
en oriental: Orient. Ma patrie est l’Orient. Et Orient en portugais: Portugal! L’expression
orientale: ma patrie est l’Orient se traduit donc de cette façon en portugais: ma patrie est le
Portugal! Et ainsi de suite...
L’esempio, anche se teatrale, è calzante e non necessita commenti. Se accettiamo il presupposto
che la traduzione è uno strumento chiave per la rappresentazione e il riconoscimento di una cultura
straniera e per la formazione di “identità culturali”, che rappresentazione ce ne fornisce il
traduttore che si attiene ai principi di Newmark e di Nida e che obbliga l’Altro a passare dallo
stampo della naturalizzazione? Calvino si era subito accorto che la traduzione costruisce l’essenza
delle culture e delle identità e che la lingua, prima ancora di essere strumento che serve a
descrivere la cultura è essa stessa cultura. Posto ciò, il lavoro del traduttore non consiste solo nel
riprodurre, nel pasticher l’autore che egli traduce. In quanto mediatore culturale, egli è un
profondo conoscitore delle due culture delle due lingue a confronto e costituisce l’anello di
collegamento che determina la loro interazione. Il risultato finale del suo lavoro deve essere per il
lettore destinatario il medesimo che si propone al madrelingua. Egli deve fare sì che, come il
romanzo, la traduzione diventi lingua, giungendo a una sensibilità comune tale da realizzare le sue
6
Ionesco (1954), pp. 133-134.
69
proprie parole, senza che queste cessino di essere quelle dell’autore, facendo rivivere quello spazio
comune tra gli elementi semiotici e simbolici della lingua, tra la “vera” vita interiore e la vita
sociale, esteriore, così come tra le due lingue.
Il problema del traduttore è in realtà il problema stesso dello scrivere e il traduttore ne sta al
centro, forse ancor più dell’autore. A lui si chiede (…) di dominare non una lingua, ma tutto
ciò che sta dietro una lingua, vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo
di vedere il mondo.7
A questo proposito, Kristeva scrive:
Traduire, signifie se situer avec chaque mot que je choisis, chaque phrase que je construis, au
carrefour de ces deux mondes. Je dois habiter cet espace entre le senti de la langue et la
langue en tant que structure et clarté d’intelligence – ce même espace qui existe entre les
langues, ce même espace qui existe entre les mots eux-mêmes: dans cet espace qui crée
l’étrangeté du langage littéraire. Il faut l’oreille fine, sans doute, mais il faut aussi cette autre
capacité qu’a le petit garçon, celle de sentir ce qu’il y a de commun entre les choses .8
Più che una scienza, “tradurre è un’arte: il passaggio di un testo letterario, qualsiasi sia il suo
valore, in un’altra lingua richiede ogni volta un qualche tipo di miracolo. (…) La vera letteratura
(…) lavora sul margine intraducibile di ogni lingua. Il traduttore letterario è colui che mette in
gioco tutto se stesso per tradurre l’intraducibile”9. Fino allo strutturalismo, il mondo era diviso tra
lingue superiori e lingue inferiori, le une, espressione dell’Uomo portatore di civiltà, le altre,
espressione di “animali” più o meno ragionevoli, mossi da passioni oscure. Un po’ la concezione
platonica. Con lo strutturalismo, tutte le lingue hanno un universale, ovvero una struttura e una
capacità di generarsi, in base a un disegno razionale e una volontà. Calvino, anticipando sulla
traduttologia, libera la traduzione dalla linguistica teorica e applicata e la riporta nel suo ambito
naturale che Kant definiva “movimento del linguaggio”, “dottrina del gusto”, filosofia
dell’estetica. In ogni testo è fondamentale tenere in considerazione il concetto di movimento del
linguaggio, di stratificazione delle lingue storiche. Da qui la necessità di guardare nella profondità
della LP e della LA, nei corrispettivi stili collettivi, perché la traduzione sia vera. E queste
stratificazioni, non è possibile rilevarle con gli strumenti della linguistica teorica.
2° paragrafo
“(…) l’invita a dichiarare i suoi desideri; il cliente nomina e più spesso indica, spostandosi per il negozio
verso l’oggetto dei suoi appetiti precisi e competenti.”
Prima di cominciare ad operare in situ, di avviare il processo di elaborazione del prodotto,
per meglio definire il suo ruolo, Palomar invita il traduttore a conoscere bene il terreno nel quale si
inserisce il suo lavoro, la situazione che precede e segue l’atto traduttivo vero e proprio, con le sue
innumerevoli servitù. Ci invita a osservare i libri già tradotti, disposti sugli scaffali e che aspettano
solo di essere letti; i clienti-lettori-consumatori; ci invita a considerare l’importanza del
“packaging” nell’orientare gli appetiti del pubblico i cui gusti spesso prevalgono sulla qualità, a
conferma della forza dei pregiudizi riguardo ciò che la letteratura deve essere anziché di ciò che è;
degli editori, che ne sono responsabili. Anzitutto, per evitare i rischi in termini di guadagni.
Secondariamente, per il fatto che una casa editrice è gestita da teste pensanti, che hanno,
chiamiamoli così, i loro gusti, le loro preferenze, anche ideologiche. Il criterio per il quale si
decide di tradurre e pubblicare un autore piuttosto che un altro, non è necessariamente legato alla
qualità letteraria. Il motivo di disinteresse per la produzione letteraria di alcuni paesi non sta nelle
differenze culturali o nel pretesto che non vi sono nomi degni di traduzione. Relegare nella sfera
dell’ignoto o dell’esotico, rafforzando gli stereotipi, è rassicurante. Senza mai dimenticare le
relazioni storiche, economiche, geopolitiche tra i vari paesi che hanno un grosso peso sulla
7
Fruttero & Lucentini (2003).
Kristeva (1998), p. 395.
9
Calvino (2002), p. 87.
8
70
traduzione. Inoltre, il traduttore, in quanto interprete culturale, deve riconoscere il ruolo di
distorsione che produrrà il filtro ideologico personale attraverso il quale egli interpreta gli Altri. Di
riflesso, tutti questi numerosi condizionamenti incideranno, anche se in maniera inconsapevole, sul
suo lavoro. Nel 1966, Michel Foucault10 parlava di “modi di essere” di una cultura: modi di vivere
e di pensare comuni a una determinata comunità, che portano gli individui che vi appartengono ad
agire in certe situazioni sociali in maniera comune. Questi modi di essere sono importanti anche
perché possono indurre i traduttori a tradurre in un modo particolare e comune, legato al contesto e
ai vincoli sociali che caratterizzano quel momento. Nel 1984, un’opera di Berman11 colpì il
mondo accademico della traduzione perché dimostrava il ruolo che un intero movimento culturale
(in questo caso quello romantico tedesco) può assegnare alla traduzione nella costruzione
dell’identità nazionale. Una decina d’anni più tardi, Delisle e Woodsworth12 affermano: « Par delà
les décideurs (commanditaires, éditeurs, etc.), par delà la matérialité des textes, (...) il brouille les
cartes, en l’occurence ces cultures, ces valeurs, celles de l’autre comme les siennes propres qu’on
voudrait bordées, délimitées, alors qu’elles sont fluides, mouvantes ». Un po’ ciò che Mallarmé
scriveva nel 1877: “Le traducteur n’est pas uniquement prospecteur de différences, explorateur de
territoires culturels inconnus. Il est aussi celui qui, dans sa reconnaissance de l’autre, change les
perspectives de sa communauté, dérange les «mots de sa tribu »” . In The Scandals of
Translation13, Lawrence Venuti parla di politica della traduzione e scrive:“Translation wields
enormous power in creating representations of foreign cultures.”
Come gli antropologi prima di lui, il traduttore deve riconoscere la sua propria influenza
sulla costruzione e la comprensione di culture altre, riconoscere che non solo è un osservatore
parziale, ma anche un protagonista. Pur non operando sul terreno, egli deve tuttavia documentarsi,
consultare fonti, interrogarsi, svolgere ricerche. Poiché il dialogo tra l’antropologo e i suoi
informatori assume un ruolo molto importante nel metodo di lavoro, anche per la traduzione è di
grande rilevanza lo studio dall’interno dell’interazione tra il traduttore e il contesto che da senso
alla lingua-cultura.
Toute saisie d’un objet par un sujet constitue un filtrage, c’est à dire une médiation par le sujet
récepteur. Celui-ci plaque sur l’objet la grille de présupposés culturels, idéologiques,
expérientiels, intellectuels qu’il s’est constituée au fil d’une existence et, à moins de se faire
violence pour résister à la tentation de caser l’objet nouveau dans les structures du connu, à
moins de faire table rase de ses préjugés, ce qui exige une véritable ascèse d’anthropologue, il
finit par ne reconnaître que ce qu’il a appris au préalable à connaître.14
Dopo questo necessario preambolo, Palomar ci avvicina ai meccanismi che ci consentono
intralinguisticamente di dichiarare i nostri desideri, i nostri appetiti competenti, di nominare.
Mentre l’Europa si imponeva alle altre società, negando le loro culture, le loro lingue e le loro
identità, paradossalmente, nello stesso periodo, molti studiosi si sono interrogati sulla natura delle
parole, sulla la loro relazione con i segni del mondo, sulla loro percezione. Calvino più attratto da
Mounin, Saussure e probabilmente anche dalla filosofia del linguaggio di Wittgenstein, si
dissocerà da strutturalisti come Lukàcs. “Affermare che ogni parola significa qualcosa equivale a
non dire nulla. Le parole hanno funzioni disparate, come disparate sono le funzioni degli
utensili”.15 Ogni singola realizzazione concreta del linguaggio risponde a precise regole e a una
logica interna fissate dall’uso ordinario di esso, esattamente come avviene con qualunque gioco. Il
significato di una parola è il suo uso nel linguaggio sociale ed è il risultato di una percezione
tradotta in una rappresentazione o linguaggio mentale di ciascun individuo poi repertoriata. Lo
stesso dicasi per il significato di un segno. In sé non è nulla. La “messa in parole” o ri-traduzione
10
Foucault (1966).
Berman (1984).
12
Delisle e Woodsworth (1995).
13
Venuti (1998), p. 67.
14
Folkart (1991).
15
Wittgenstein (1958), citato da Osimo (2004).
11
71
in codice esterno comune ad altri, è l’atto indispensabile unicamente per la vita sociale
dell’individuo, per poter condividere con altri il contenuto dei propri atti cognitivi e percettivi.
(…) se per la sopravvivenza biologica di un singolo individuo è sufficiente che vengano
soddisfatti determinati bisogni naturali, la vita di una collettività, quale che sia, non è possibile
senza una cultura (…) Tutti i bisogni dell’uomo si possono ripartire in due gruppi. Gli uni
richiedono una soddisfazione immediata e non possono (o quasi) venire accumulati. (…) I
bisogni che possono essere soddisfatti mediante l’accumulazione di riserve formano un gruppo
distinto. Essi sono la base oggettiva per l’acquisizione, da parte dell’organismo, di
informazione extragenetica. (…) L’uomo nella lotta per la vita è inserito in due processi:
nell’uno interviene come consumatore di valori materiali, di cose, nell’altro invece, come
accumulatore d’informazione. Ambedue sono necessari all’esistenza. Se all’uomo come
creatura biologica è sufficiente il primo, la vita sociale presuppone ambedue. (…) La cultura è
un fascio di sistemi semiotici (lingue) formatisi storicamente. (…) La traduzione dei medesimi
testi in altri sistemi semiotici, l’assimilazione di testi diversi, lo spostamento dei confini fra i
testi che appartengono alla cultura e quelli che si trovano oltre i suoi limiti costituiscono il
meccanismo d’appropriazione culturale della realtà. Tradurre un certo settore della realtà in una
delle lingue della cultura, trasformarlo in un testo, cioè in un’informazione codificata in un
certo modo, introdurre questa informazione nella memoria collettiva: ecco la sfera dell’attività
culturale quotidiana. Solo ciò che è stato tradotto in un sistema di segni può diventare
patrimonio della memoria. La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per
la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della
memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi.16
Poiché ogni uso coinvolge un’intera memoria collettiva di contenuti culturali già elaborati nonché di
forme che la storia ha sedimentato, è importante sapere come il testo è stato prodotto, conoscerne il
contesto linguistico, sociale, culturale (anche in senso etnologico).
3° paragrafo
“C’è chi dagli incontri di queste fortuite tappe trae ispirazione per nuovi stimoli e nuovi desideri: cambia idea su
quel che stava per chiedere o aggiunge una nuova voce alla sua lista;
e c’è chi non si lascia distrarre nemmeno per un istante dall’obiettivo che sta perseguendo e ogni suggestione diversa
in cui s’imbatte serve solo a delimitare, per via d’esclusione, il campo di ciò che lui testardamente vuole.”
Dopo questo breve excursus, Palomar ci riporta alla traduzione interlinguistica e cerca di
farci capire quanto la relazione tra processo di transfert linguistico, soggettività del traduttore e
“construction du phrasé” sia, di fatto estremamente complessa. Il traduttore non è il solo a tradurre,
ma nemmeno traduce da solo e neanche il suo ruolo è riducibile a un’operazione di mero transfert
interlinguistico. Abbiamo visto che, in ambito linguistico, non vi sono certezze, né assoluti, ma
solo arricchimenti; ogni individuo interpreta a modo suo e in maniera progressiva un segno,
espandendo o delimitando meglio il campo. “Un traduttore che non ha dubbi non può essere un
buon traduttore: il mio primo giudizio sulla qualità d’un traduttore mi sento di darlo sul tipo di
domande che mi fa.”17
Non svolgendo un testo le sue funzioni finché non è letto e essendo la lettura a sua volta una
sorta di traduzione dal linguaggio verbale esterno al linguaggio non verbale interno, con gli stessi
meccanismi di funzionamento del linguaggio verbale, quando un traduttore legge il testo da
tradurre, egli percepisce ciò che legge desumendone interpretazioni e inferenze sui possibili intenti
dell’autore del messaggio al momento della sua stesura, li trasferisce dal contesto naturale per
proiettarlo nella sua mente dove prendono forma, in maniera veloce, provvisoria e non sempre del
tutto consapevole. Le sue potenziali possibilità di traduzione si materializzeranno successivamente
in un prodotto risultante dal suo status culturale e linguistico personale e che risponde alle varie
convenzioni in uso nella sua lingua. Che si tratti di un testo originato dalla propria cultura oppure
16
17
Lotman (1987) citato da Osimo (2004).
Calvino (2002), p. 88.
72
da una cultura straniera, ogni lettore lo percepirà attraverso la propria griglia e i propri presupposti
e ne interpreterà solo ciò che è riuscito a riconoscervi e dunque ciò che già conosceva.
L’interpretazione che farà leggere ai suoi lettori e di cui è interamente responsabile, è la sua,
ovvero una tra tante altre, risultato della costruzione del senso e della forma che non avviene in un
vuoto culturale. Per questo, la traduzione è un’operazione letteraria, creativa, dove c’è sempre
l’apporto di un’interpretazione personale, anche perché il traduttore scrive nella propria lingua
che, comunque non è quella dello scrittore.
Come scriverei bene se non ci fossi? Se tra il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie
che prendono forma e svaniscono senza che nessuno le scriva non si mettesse di mezzo quello
scomodo diaframma che è la mia persona! Lo stile, il gusto, la filosofia personale, la soggettività,
la formazione culturale, l’esperienza vissuta, la psicologia, il talento, i trucchi del mestiere: tutti
gli elementi che fanno sì che ciò che scrivo sia riconoscibile come mio, mi sembrano una gabbia
che limitano le mie possibilità. Se fossi solo una mano, una mano mozza che impugna una penna
e scrive … Chi muoverebbe questa mano? La folla anonima? Lo spirito dei tempi? L’inconscio
collettivo? Non so. Non è per essere il porta-voce di qualcosa di difendibile che vorrei annullare
me stesso. Solo per trasmettere lo scrivibile che attende d’esser scritto, il narrabile che nessuno
racconta. 18
Lingua, testo e funzione del testo sono prodotti e riflessi diversi di una stessa cultura. La sorte
interpretativa di un testo fa pertanto parte del proprio meccanismo generativo. Il traduttore
interpreta e costruisce il suo testo intrattenendo un dialogo costante e muto tra se stesso e l’autore
invisibile. “En traduction, on ne peut pas, on ne doit pas être neutre. La neutralité n’est pas le
correctif du dogmatisme”19. Da qui la necessità, per il traduttore, di accompagnare il suo lavoro da
una profonda riflessione e da una rimessa in discussione continua delle sue scelte.
4° paragrafo
“L’animo del signor Palomar oscilla tra spinte contrastanti:
- quella che tende a una conoscenza completa, esaustiva, e potrebbe essere soddisfatta solo assaporando tutte le
qualità;
- o quella che tende a una scelta assoluta, all’identificazione del formaggio che solo è suo, un formaggio che
certamente esiste anche se lui ancora non sa riconoscerla (non sa riconoscersi in essa).”
I conflitti, le tensioni, le negoziazioni, le decisioni, le controversie fanno parte del processo
traduttivo. Oltre a essere “preso fra il dire tutto a nessuno, dire nulla a tutti, e le due situazioni sono
inversamente proporzionali”20, il traduttore deve anche confrontarsi con le teorie delle varie scuole
di pensiero: teoria strutturalista, teoria del senso o teoria interpretativa, teoria delle equivalenze,
teoria dello skopos, teoria della lettera e dell’autonomia linguistica, teoria della fedeltà, della
congruenza, dei “ciblistes”, dei “sourciers”…Tradurre un testo è un’attività trans-linguistica
quanto l’attività stessa della sua scrittura e tale procedimento non può essere teorizzato dalla
linguistica dell’enunciato (Lukàcs) né dalla poetica formale di Jakobson.
La mente dello scrittore è ossessionata dalle contrastanti posizioni di due correnti filosofiche.
La prima dice: il mondo non esiste; esiste solo il linguaggio. La seconda dice: il linguaggio
comune non ha senso; il mondo è ineffabile. Secondo la prima, lo spessore del linguaggio si
erge al di sopra d’un mondo fatto d’ombre; secondo la seconda, è il mondo a sovrastare come
una muta sfinge di pietra un deserto di parole come sabbia trasportata dal vento. La prima
corrente ha stabilito le sue sorgenti a Parigi; la seconda scorre dall’inizio del secolo partendo da
Vienna ed è passata attraverso varie trasmigrazioni riacquistando attualità in anni recenti anche
in Italia. Entrambe le filosofie hanno forti ragioni dalla loro. Entrambe rappresentano una sfida
per lo scrittore: la prima, esige l’uso d’un linguaggio che risponda solo a se stesso, alle sue
18
Baranelli e Ferrero (2003), p. 260.
Meschonnic (1973), p. 63.
20
Guiraud (1982), p. 461.
19
73
leggi interne; la seconda, l’uso d’un linguaggio che possa far fronte al silenzio del mondo.
Entrambe esercitano su di me il loro fascino e la loro influenza. Ciò significa che finisco per
non seguire né l’una né l’altra, che non credo né nell’una né nell’altra.21
Lo stesso dilemma ossessiona la mente del traduttore. Se nei brani seguenti sostituiamo “libro” con
“traduzione”, la posizione saggia di Calvino invita il traduttore a prendere le distanze dalla
linguistica e ad avere un atteggiamento di giusto equilibrio nei confronti del lavoro che egli è
chiamato a svolgere, consapevole del fatto che la Traduzione assoluta non esiste, né l’equivalenza
ideale.
L’idea d’un libro assoluto si presenta ogni tanto anche alla letteratura profana, come il Libro
con l’elle maiuscola vagheggiato da Mallarmé, ma direi che è una tentazione diabolica.
Meglio il gesto perplesso e modesto di chi spinge avanti il proprio libro come una glossa
(…). Il libro magico, il libro assoluto, i cui arcani superano i limiti d’ogni linguaggio, non
sarebbe dunque altro che un modello di cervello elettronico? Ma il computer vale per noi
solo in quanto può memorizzare ed eseguire una gran quantità di programmi che siamo noi a
elaborare e a inserire nei suoi microcircuiti. Torniamo alla molteplicità come condizione
prima d’ogni atto di conoscenza. Come il computer non ha senso senza i programmi, senza il
suo software, così anche il libro che pretenda d’essere considerato “il Libro” non ha senso
senza il contesto di molti, molti altri libri intorno a lui. (…) Un grande libro non vale tanto
perché ci insegna a conoscere un determinato individuo, ma perché ci presenta un nuovo
modo di capire la vita umana, applicabile anche agli altri, di cui anche noi possiamo servirci
per riconoscere noi stessi. Se ogni persona umana contenesse un proprio libro e non le
restasse che depositarlo sulla carta (o scodellarlo come un uovo), le biblioteche sarebbero
affollate da popolazioni sterminate di doppi cartacei di tutti i vissuti e defunti, meno
deperibili dei corpi di carne e ossa che si affolleranno nella valle di Giosafatte, prospettiva
che sarebbe questa sì, la più angosciosa di tutte. Io preferisco credere a una biblioteca ideale
che accolga i modelli esemplari d’esperienza, i prototipi, le forme essenziali dalle quali si
potrà dedurre tutto il possibile. (…) Più che dal desiderio di scrivere il mio libro, il libro
come equivalente di me stesso, io sono spinto dal desiderio d’aver davanti a me il libro che
mi piacerebbe di leggere, e allora provo ad identificarmi con l’autore immaginario di questo
libro ancora da scrivere, un autore che potrebbe anche essere molto diverso da me.22
Come il computer non ha senso senza i programmi, così neanche la traduzione non ha senso senza
l’esperienza diretta del traduttore e l’apporto di tante altre esperienze di traduzione. Anche le
parole, ad immagine dei loro parlanti o traduttori, hanno un’anima, una storia, una sensibilità. Ed è
ciò che differenzia il linguaggio umano da quello della macchina, la traduzione umana da quella
automatica, dalla Traduzione. La totalità e la neutralità sono un concetto dei filosofi che resterà
sempre astratto. Una traduzione non potrà comunque mai essere equivalente all’originale né
considerarsi “finita”, ma solo provvisoria e sempre migliorabile. È inevitabile che, trattandosi di un
confronto dinamico tra due lingue e due culture, essa porta inevitabilmente a evidenziare e
problematizzare le differenze, a volte inconciliabili tra di esse.
Ogni traduttore incontrerà immancabilmente uno dei due scogli seguenti: o seguirà con
troppo scrupolo l’originale, a scapito del gusto e della lingua del suo popolo, o aderirà
all’originalità del suo popolo, a scapito dell’opera da tradurre.23
Tuttavia, visto che “ciò che cercano gli scrittori di romanzi è tessere una rete che leghi l’esperienza
custodita nei libri durante i secoli a quel pulviscolo d’esperienza che attraversiamo giorno per
giorno nelle nostre vite e che ci risulta sempre più inafferrabile e indefinibile”,24 il traduttore deve
21
Calvino (2002), p. 116.
Ivi, pp. 134-135.
23
Lettera a Schlegel, 23 luglio 1796, citata da Berman (1984), p. 9.
24
Calvino (2002), p. 133.
22
74
separare ognuno degli elementi visibili del testo in un’infinità di elementi invisibili senza i quali
glie ne sfugge la percezione.
La traduzione è un mestiere che s’impara, ma a sua volta è un mestiere che insegna a
scrivere, che offre l’opportunità di esplorare a fondo il senso delle parole e le strutture della lingua
per la necessità di riconoscerle e di paragonarle con loro consimili in una lingua diversa, fino a
rinfrancare il proprio stile. La ricerca lessicale e sintattica è mirata alla perfezione tecnica perché
per il grande scrittore come per il bravo traduttore, se si vuole essere letti senza difficoltà, scrivere
diventa estremamente difficile.25 La tentazione della traduzione sta anche in questo, nell’essere
un’occasione di scrittura che può diventare un riferimento per gli altri. Ciò significa affrontare
l’aspetto autoriale della traduzione. Perché a un certo punto, come abbiamo visto con Calvino e
Eco, il traduttore quasi si immedesima con l’autore, condivide la stessa visione del mondo, scrive
con lo stesso stile, trova con facilità le parole, le espressioni. Ma, di solito, il traduttore non è lo
scrittore ed è bene che non cerchi di esserlo.
5° - 6° paragrafo
“Oppure, oppure: non è questione di scegliere il proprio formaggio ma d’essere scelti. C’è un rapporto
reciproco tra formaggio e cliente: ogni formaggio aspetta il suo cliente, si atteggia in modo d’attrarlo, (…) o al
contrario sciogliendosi in un arrendevole abbandono. Un’ombra di complicità viziosa aleggia intorno: la raffinatezza
gustativa e soprattutto olfattiva conosce i suoi momenti di rilassatezza, d’incanagliamento, in cui i formaggi sui loro
vassoi sembrano offrirsi come sui divani d’un bordello. Un sogghigno perverso affiora nel compiacimento d’avvilire
l’oggetto della propria ghiottoneria con nomignoli infamanti.”
È il testo che si fa tradurre o è il traduttore che sceglie come tradurlo? Domanda
apparentemente banale, ma in realtà molto più subdola. Vi è un rapporto gerarchico tra lingua e
traduttore?
L’uomo si comporta come se fosse lui a forgiare e a dominare la lingua, mentre è la lingua
invece che resta la padrona dell’uomo. Quando questa relazione di dominio viene invertita,
l’uomo si trova limitato a strani espedienti. La lingua diventa allora mezzo di espressione, la
lingua può degenerare in puro mezzo d’espressione (in pura stampa). Sforzarsi di aver cura del
proprio discorso, persino quando la lingua viene usata in questo modo, è lodevole. Ma da solo,
questo non basta a districarsi dall’invasione e della confusione del vero rapporto gerarchico tra
la lingua e l’uomo. Giacché di fatto è la lingua a parlare. L’uomo parla soltanto nella misura in
cui “risponde” - “corrisponde” – alla lingua e ascolta il suo appello, il suo consenso. Fra tutti i
consensi che noi uomini non possiamo mai articolare da soli, la lingua è il più elevato e il
primo in assoluto.26
E Calvino:
Il pensiero che i libri siano generati dai libri come una forza biologica propria della carta scritta
può comunicare angoscia: se è il discorso scritto che passa attraverso la mano che scrive, e
l’autore non è che uno strumento di qualcosa che si scrive indipendentemente da lui, forse non
siamo noi a scrivere i libri ma sono i libri che scrivono noi.27
Qui ci viene da fare un paragone con quanto avvenne agli albori del Novecento, con lo scientismo
che erigeva a livello di verità scientifica assoluta una concezione materialista e determinista
dell’universo, dove nessun spazio veniva concesso all’esistenza della mente e neanche alla libertà.
Bergson scosse i benpensanti dell’Occidente, con “les données immédiates de la conscience” e il
“dinamismo della vita interiore” dell’individuo e li pose di fronte alla domanda imbarazzante: in
virtù di quale ragione abbiamo preso una decisione, compiamo un atto? Risposta: forse contro ogni
ragione! Gli atti liberi sono dunque rari; nella maggior parte delle nostre azioni quotidiane (la vita
è fatta di circostanze ordinarie e di circostanze solenni) siamo degli automi coscienti; infine, siamo
25
Calvino (2002), p. 86.
Heidegger (1954), citato da Steiner (2004), p. 21.
27
Calvino (2002), p. 133.
26
75
liberi solo quando i nostri atti emanano dalla nostra intera personalità, quando la esprimono e
assumono l’indefinibile assomiglianza che si trova a volte tra l’opera e l’artista. Bergson invitava i
suoi contemporanei a riappropriarsi di quel flusso ininterrotto della propria vita interiore, mostrare
che nulla vi si ripete, che il prolungarsi del passato nel presente e del presente nell’avvenire è una
“creazione continua di imprevedibili novità”. Così facendo, si riscopre la realtà e la libertà della
mente come evidenze immediate. Poi Freud svelò che l’inconscio rappresenta un campo molto più
vasto dell’Io conscio, addirittura l’essenziale della vita psichica, determina i nostri comportamenti
al punto da essere l’Io stesso. La natura del tradurre sta proprio nella ricerca di questo legame
misterioso con il nascosto, con i miti. Tradurre, significa ascoltare tutto ciò che dice il testo, sia
direttamente che indirettamente, tra e dietro le righe; significa assumersi responsabilità nei
confronti delle scelte da fare, difenderle pur sapendo che si tratta solo di una tra le tante possibili
interpretazioni; significa ricreare la musica e le immagini di un discorso in un’altra lingua, nella
maniera in cui egli le ha percepite con la sua sensibilità, ma nel pieno rispetto dell’autore e
dell’alterità che riveste il suo discorso. Ogni testo tradotto rivela l’atteggiamento del traduttore nei
confronti del testo stesso, del suo autore, dei futuri lettori del nuovo testo in versione tradotta. Il
suo senso gli è dato dall’incontro casuale con un lettore qualsiasi oppure da un modello di lettore
che il suo autore ha previsto. Eco dice che “chi scrive deve prevedere un modello di lettore
possibile o Lettore Modello, che suppone sia in grado di affrontare interpretativamente le
espressioni nello stesso modo in cui l’autore le affronta generativamente.”28 La traduzione si situa
in uno spazio sociale nel quale, sia l’autore che scrive il testo originale per i suoi destinatari, che il
traduttore, che scrive la sua propria versione del testo all’intenzione di altri destinatari, hanno
obiettivi e interessi che orientano le rispettive enunciazioni e che non per forza di cose coincidono.
Tentare di rendere il piacere di chi legge un libro in traduzione pari a quello di chi legge
l’originale, significa esigere moltissimo di se stesso. Però quando il traduttore riesce ad entrare
veramente a fondo in un romanzo e, quindi, a tradurlo bene, non solo esprime un rapporto di
fedeltà, ma si crea anche un senso di possesso al punto che un romanzo che non è suo un po’ lo
diventa, ne è orgoglioso, segue le sue sorti con partecipazione e un po’ di apprensione. La natura
del tradurre sta proprio in quel legame misterioso, in quella complicità viziosa. Affidandosi al testo
del quale diventa responsabile, il traduttore conquista negli angoli più remoti del proprio Io, il
permesso di trasgredire alla traccia dell’autore. Calvino traduttore di Les fleurs bleues e a Eco di
Exercices de style dimostrano una totale autonomia linguistica, forzando talvolta la traduzione al
punto da renderla spesso infedele, seppur corretta nel senso e nelle tematiche. Una volta compreso
il senso, essi si prendono la libertà di riscrivere Queneau, spostano sottilmente l’equilibrio del
romanzo attraverso compensazioni, “calvinizzando” o “echizzando” lo stile di Queneau, invece di
limitarsi a tradurlo.
Le corps verbal ne se laisse pas traduire ou transporter dans une autre langue: il est cela
même que la traduction laisse tomber. Laisser tomber le corps, telle est même l’énergie
essentielle de la traduction.29
La traduzione diventa allora la dimostrazione della sicurezza acquisita; nel mostrare la loro
sicurezza, essi ricreano l’opera, restituendo “l’air de la chanson”. Umberto Eco scrive a questo
proposito: “Fedeltà significa capire le regole del gioco, rispettarle e poi giocare una nuova partita
con lo stesso numero di mosse”. Lo stesso concetto di gioco era stato espresso, come già detto, da
Wittgenstein. Le due opere sono così il frutto di due stili letterari, accomunati dalla scelta dei temi
e dalla struttura dei medesimi, ma null’affatto dallo stile e dalle caratteristiche linguistiche30. Il
motivo di tanta congenialità tra questi scrittori risiede nel metodo di scrittura, nella concezione del
ruolo dello scrittore e del traduttore, nell’importanza che attribuiscono all’ironia, alla comicità,
all’esattezza, al ritmo, al rigore matematico. Ogni parola è soppesata: lo si percepisce nella
28
Eco (1995).
Derrida (1967), p. 312.
30
M.-F. Federici, Calvino e la traduzione di Les fleurs bleues, University of Reading.
29
76
passione a giocare con la combinazione di eventi e situazioni in formule linguistiche sorprendenti.
Ma non è sempre così. È più frequente trovare testi che sono stati veramente avviliti e i modi per
farlo sono quelli contenuti nelle parole di Italo Calvino, che introducono la terza delle sue Lezioni
americane intitolata “Esattezza”:
Sento il bisogno di difendere dei valori che ad altri potranno sembrare ovvii perché mi
sembra che il linguaggio venga sempre più usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e
ne trovo un fastidio intollerabile. (…)
A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà
che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste di linguaggio che si manifesta come
perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare
l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le
punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove
circostanze.
Non m’interessa qui chiedermi se le origini di questa epidemia siano da ricercare nella
politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media,
nella diffusione scolastica della media cultura.
Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la
letteratura) – e noi aggiungiamo la traduzione – può creare degli anticorpi che contrastino
l’espandersi della peste del linguaggio. (…)
Ma forse l’inconsistenza non è nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce
anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali,
confuse, senza principio né fine.
Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre
l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura.31
Oppure quelli elencati da Berman:32 la razionalizzazione, la chiarificazione, l’allungamento, la
nobilitazione, l’impoverimento qualitativo, l’impoverimento quantitativo, l’omogeneizzazione, la
distruzione dei ritmi, la distruzione dei reticoli significanti soggiacenti, la distruzione o
l’esotizzazione dei reticoli linguistici vernacolari, la distruzione delle locuzioni, la cancellazione
della sovrapposizione di lingue. Secondo l’autore, queste tendenze formano assieme un sistema
che concorre a disfare il rapporto che l’opera ha stabilito tra la lettera e il senso, dove non è più la
lettera che “assorbe” il senso ma il senso che doma la lettera.
La storia della traduzione ci insegna che, sia per ragioni culturali, che linguistiche, sociali e
politiche, questo atteggiamento del traduttore, assunto liberamente e spontaneamente oppure
imposto, è sempre ruotato attorno a due poli: “sourcier” oppure “cibliste”. Come abbiamo visto, la
traduzione, in particolare francese, sin dalle “Belles infidèles” del XVII secolo, ha lasciato tracce
indelebili nel modo di concepire sia il “bel linguaggio” che la traduzione e tende verso il
“ciblisme”. Queste dicotomie che Calvino invita a superare, sono ignorate dalla critica letteraria. E
questo è paradossale, poiché la traduzione letteraria è frutto anch’essa di (ri)creazione. Il traduttore
subisce ancora troppo spesso pressioni non solo, come abbiamo visto, da parte dell’editore, del
pubblico, ma anche dal punto di vista culturale a causa dell’ossessione della norma, del corretto,
dell’accettato, dello standard. Questo avvilimento, di fatto, colpisce il testo originale. Porta a
smussarlo, ad adattarlo, a sostituire le metafore originali con clichés linguistici che neutralizzano il
discorso, lo privano della sua forza. Scrive a questo proposito Meschonnic:
Je définirais la traduction la version qui privilégie en elle le texte à traduire et l’adaptation,
celle qui privilégie (volontairement ou à son insu, peu importe) tout ce hors-texte fait des
idées du traducteur, sur le langage et sur la littérature. Sur le possible et sur l’impossible (par
quoi il se situe) et dont il fait le sous-texte qui envahit le texte à traduire.
Oltre alla conoscenza perfettamente funzionale delle lingue, è necessaria, per tradurre, anche la
conoscenza comparata delle azioni-reazione del testo all’interno della lingua e della cultura “fonte”
31
32
Calvino (1993).
Berman (1984), pp. 53-66.
77
assieme alle probabili letture che la cultura d’arrivo imporrà. L’immersione del traduttore nel testo
è una delle condizioni senza la quale non vi può essere alcuna buona traduzione: tra opera da
tradurre, traduttore e cliente-lettore c’è dunque un rapporto reciproco, un’ombra di complicità
viziosa. “Plus le traducteur s’inscrit comme sujet dans la traduction, plus, paradoxalement, traduire
peut continuer le texte. C’est à dire dans un autre temps et une autre langue, en faire un texte.
Poétique pour poétique ”.33
7° paragrafo
“Non è questo il tipo do conoscenza che il signor Palomar è più portato ad approfondire: a lui basterebbe
stabilire la semplicità d’un rapporto fisico diretto tra uomo e formaggio. Ma se lui al posto dei formaggi vede nomi
di formaggi, concetti di formaggi, significati di formaggi, storie di formaggi, contesti di formaggi, psicologie di
formaggi, se – più che sapere – ha presente che dietro a ogni formaggio ci sia tutto questo, ecco che il suo rapporto
diventa molto complicato.”
Adesso Palomar ci guida verso luoghi più reconditi, dove si cela la ricchezza del taciuto. In
queste poche righe, e in quelle che seguono, è riassunta tutta la problematica della traduzione. La
parola non è nulla se non la si pensa. E pensare, significa liberarsi, tramite la traduzione, dalla sfera
di riferimento materiale, dalla situazione da tradurre. Il decalaggio che esiste tra la lingua di una
società e il linguaggio personale di ognuno di noi, esiste anche tra il personaggio sociale di uno
scrittore e ciò che scrive, ovvero il suo “stile”, il suo cosmo nonché tra il traduttore e la sua identità
sociale e quella dell’autore che deve tradurre. Ogni opera letteraria costituisce un minuziosissimo
sistema atomico, o un’enorme sistema solare, dove una ferrea legge connette fra loro tutte le pagine,
le immagini, i personaggi, lo stile, l’archittura, la punteggiatura, gli spazi bianchi, le intenzioni
palesi o nascoste, le allusioni, i lapsus, dove tutto ciò che è scritto significa. Senza mai dimenticare
che dietro ogni testo che leggiamo, abita un testo nascosto. Il ritorno di certe immagini, il gioco di
certe metafore, ci fanno riscoprire questo secondo libro, che sta dietro il primo e dove si celano i
miti o Weltanschauung che ogni scrittore porta con sé e che impregnano più o meno intensamente
tutti gli elementi del suo libro. Il traduttore deve evitare di scivolare sulla superficie, deve riuscire a
rivelare questo libro nascosto e far parlare l’immenso patrimonio del non detto, portando alla luce la
massa di implicito racchiuso dentro il testo.
A proposito di Proust, Kristeva diceva che scrivere, significa tradurre il libro interiore delle
impressioni e dei non-segni sensoriali in lingua:
Ce qui se présente ainsi obscurément au fond de la conscience, avant de le réaliser en oeuvre,
avant de le faire sortir au-dehors, il faut lui faire traverser une ragion intermédiaire entre notre moi
obscur et l’extérieur, notre intelligence, mais comment l’amener jusque là, comment le saisir?34
La stessa terribile domanda assilla anche il traduttore. Prosegue Kristeva
Nous sentons la présence d’une langue maternelle, des paroles anciennes qui résonnent à partir
d’une couche profonde et antérieure à l’écriture. Traduire Proust, c’est trouver en nous-mêmes cette
langue source, la musique latente de notre propre langue maternelle. Il ne s’agit pas seulement de
trouver les mots qui conviennent dans un idiome à partir d’un autre; il faut avoir cette même
«oreille fine» dont parle Proust dans Contre Sainte Beuve, celle qui appartient au «garçon» qui se
développera en un des «moi» dans la Recherche. Cette «oreille fine» est la contrepartie réceptive à
35
la capacité de transformer une sonorité intérieure en musique stylistique au niveau de la langue.
A sua volta, in Contre Sainte-Beuve, Proust dice:
Dès que je lisais un auteur, je distinguais bien vite sous les paroles l’air de la chanson, qui en
chaque auteur est différent de ce qu’il est chez tous les autres, et tout en lisant, sans m’en rendre
compte, je chantonnais ... 36
33
Meschonnic (1999), p. 27.
Ivi, p. 393.
35
Ivi, pp. 385-396.
36
Proust (2002), p. 295.
34
78
Tradurre, dunque, non significa solo concentrarsi sulle parole in quanto singole entità, ma lasciarsi
impregnare da ciò che vi è di comune tra di esse, entrare in quello spazio che le separa e che porta
oltre; significa ritrovare quel contesto particolare da dove scaturisce lo stile dell’autore. La
differenza tra un vero scrittore e un dilettante non sta nel fatto che il primo non percepisce il mondo
allo stesso modo del secondo, ma piuttosto nel fatto che il secondo è incapace di rendere sensibile
agli altri, di svelare e comunicare loro ciò che è nascosto e sfugge al rapporto fisico diretto. Se il
lavoro del pittore come quello dello scrittore dovesse limitarsi a riprodurre la realtà che ha davanti ai
suoi occhi o attorno a sé, e se la prova della sua bravura dovesse essere una piatta assomiglianza,
una riproduzione, non si capisce allora qual’è la necessità dell’arte, a meno che non si tratti di un
semplice passatempo per oziosi. Che cosa aggiunge un doppione alla nostra conoscenza? Se
prendiamo come esempio la storia della pittura dal ‘900 ad oggi, forse riusciamo a rendere meglio il
senso di questo rapporto complicato. La pittura moderna non è compresa da tutti, in particolare dal
senso comune, perché si crede, appunto, che l’oggetto dell’arte consista nel riprodurre la natura.
Mentre il suo senso sta proprio nel farcela scoprire, nel svelarcela in un modo che gli è proprio,
facendo violenza ai sensi che la percepiscono. Parafrasando Leonardo da Vinci, come la pittura, la
lingua “è cosa mentale”. “Ogni scrittore è costretto a costruirsi la propria lingua, a spostare i confini,
a spingerli oltre ai limiti concordati. Lo scrittore, di qualsiasi corrente, ha l’incarico di inventare la
lingua, cioè di ricrearla, di trasformarla in una sorta di lingua straniera, e non è un’altra lingua, né un
dialetto rivalutato, ma un diventare altro della lingua.” Nella Recherche du Temps perdu, la
domanda che Marcel pone a se stesso è proprio quella di sapere se egli sarà capace non di descrivere
i tre campanili di Martinville, ma bensì di rendere con la scrittura l’impressione da essi suscitata in
lui. Tutta la sua vita, il suo senso dipende da questo suo talento. Lo stesso vale per la breve suonata
di Vinteuil o le tele di Elstir. E così, più il traduttore circoscrive il campo dell’analisi, più esso si
moltiplica al proprio interno, aprendo prospettive vertiginose, come se in ogni punto, in ogni parola
fosse contenuto l’infinito.
Il traduttore di un’opera letteraria non è un professionista del mistero o un mistico, né un
vero scrittore: è piuttosto un intarsiatore di legni altrui, che tuttavia riesce a rivelare il libro
nascosto, a fare parlare l’immensa ricchezza del taciuto.37
8° paragrafo
“La formaggeria si presenta a Palomar come un’enciclopedia a un autodidatta; potrebbe memorizzare tutti i
nomi, tentare una classificazione (…), ma questo non l’avvicinerebbe d’un passo alla vera conoscenza, che sta
nell’esperienza dei sapori, fatta di memoria e d’immaginazione insieme, e in base ad essa soltanto potrebbe stabilire
una scala di gusti e preferenze e curiosità ed esclusioni.”
L’enciclopedia rappresenta il tentativo di concentrare il sapere di tutti i libri in un solo
discorso, di tracciare una mappa dei territori del sapere umano, di verificare i confini delle nostre
conoscenze. Nasce da un bisogno d’ordine e di metodo.
Forse ogni civiltà, ogni epoca non può fare a meno di tentare l’impresa enciclopedica: ma è
pur vero che ogni volta che questa pretesa d’unificare i saperi plurimi si rivelerà
un’illusione perché ogni tipo di conoscenza ha il suo metodo e il suo linguaggio che
diverge dagli altri metodi e dagli altri linguaggi e non si lascia inserire in un disegno
circolare quale quello che il nome stesso di enciclopedia suggerisce.38
Mentre lo scopo della scienza è quello di modificare la realtà a partire dalla conoscenza delle
sue leggi, lo scopo del discorso, come dell’arte, è quello di superarla. Essendo la
testualizzazione frutto di un processo sociale, culturale e identitario, lo status di una parola e
gli atti di enunciazione sono indissociabili dal tempo, dallo spazio, dal gruppo di parlanti e
scriventi e sono a loro volta in continuo assestamento.
37
38
P. Citati, Ritratti del Vero e del Falso, La Repubblica, 11 novembre 1991.
Calvino (2002), pp. 131-132.
79
Non ci sono delle epoche, delle classi sociali, dei luoghi dati che si servono delle parole e
della sintassi per esprimere esattamente la stessa cosa, per emettere gli stessi segnali quanto
al giudizio o all’ipotesi. E neanche due esseri umani. Ognuno di noi si riferisce,
deliberatamente o per abitudine, a delle basi linguistiche: la lingua corrente, che
corrisponde al livello di cultura personale, e un fondo privato.39
Tradurre un testo è una attività trans-linguistica quanto l’attività stessa della scrittura di un testo, e
non può essere teorizzato dalla linguistica dell’enunciato né dalla poetica formale di Jakobson.
Come per l’etnologia, il processo di traduzione culturale, prima che con le parole, inizia con
l’osservazione, il rilevamento di dati, le ricerche documentarie e terminologiche, prosegue con la
distanza simbolica, allo stesso tempo pragmatica e semantica che consente il linguaggio per
concludersi con il transfert o riformulazione, che è una variante dell’interpretazione. Come lo
abbiamo già visto, la riformulazione, in senso antropologico, non è riducibile a un semplice
problema di linguaggio, ma bensì di discorso, di cui il traduttore deve conoscerne i significati
specifici. Se da un lato, non solo le parole hanno sempre un senso nella nostra mente prima che le
si usi e l’uso mobilita un’intera memoria collettiva di contenuti culturali pre-elaborati e forme
sedimentate dalla storia, dall’altro, sono i parlanti, “in base alla loro esperienza dei sapori, fatta di
memoria e d’immaginazione insieme, e in base a essa soltanto che possono stabilire una scala di
gusti e preferenze e curiosità e esclusioni”. Non è la lingua a fare riferimento alle conoscenze
quando si parla. Non sono gli enunciati che sono in rapporto con il mondo, ma coloro che ne fanno
uso. E così, il traduttore “non ha mai finito di conoscere quel che deve conoscere per dire quel che
ha da dire l’autore che deve tradurre”.40
9° paragrafo
“Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo; ci sono segreti di
lavorazione tramandati nei secoli. Questo negozio è un museo: il signor Palomar visitandolo sente, come al Louvre,
dietro ogni oggetto esposto la presenza della civiltà che gli ha dato forma e che da esso prende forma.”
Parler de traduction, c’est parler des oeuvres, de la vie, du destin et de la nature des oeuvres; de
la manière dont elles éclairent nos vies; c’est parler de la communication, de la transmission, de
la la tradition; c’est parler du rapport du Propre et de l’Etranger; c’est parler de la langue
maternelle, natale, et des autres langues; c’est parler de l’être-en-langues de l’homme; c’est parler
de l’écriture et de l’oralité; c’est parler du mensonge et de la vérité, de la trahison et de la fidélité;
c’est parler du mimétique, du double, du leurre, de la secondarité; c’est parler de la vie du sens et
de la vie de la lettre; c’est être pris dans un enivrant tourbillon réflexif où le mot «traduction» lui41
même ne cesse de se métamorphoser.
L’esistenza dell’arte e della letteratura, la realtà della storia vissuta da un gruppo umano, sono
condizionate da un processo continuo, ma spesso inconscio, di traduzione interna. La lingua
dunque, come luogo dove sono raccolti, tradotti, ordinati, custoditi e trasmessi a una collettività
sociale, fatti e significazioni convenzionali (di natura storica, artistica, scientifica, tecnica…), modi
condivisi di vedere il mondo. L’identità culturale che ne scaturisce fonda una socialità consensuale
basata su un’etica (valori riguardo il vero e il bene) e un’estetica (consenso sul sentimento di bello
e di brutto). La lingua come specchio del mondo e autoritratto dell’individuo. La traduzione come
luogo dove si possono osservare le tendenze di una collettività. Gli studi di antropologia hanno
riconosciuto il fatto che tutte le culture del mondo sono costruzioni sociali e storiche in continuo
assestamento e rimescolamento, che le differenze culturali si allentano in un posto per rinsaldarsi
altrove e in maniera diversa, dimostrando così l’eterna e universale mescolanza tra le popolazioni e
facendo di conseguenza crollare molti luoghi comuni. Il mondo, come il museo è luogo di
39
Steiner (2004).
Calvino (2002).
41
A. Berman, inedito del 1991, riportato sul quarto di copertina della versione francese di La traduction et la
lettre ou l’auberge du lointain, Paris, Seuil, 1999.
40
80
transculturalità. Non sempre il confronto è spontaneo e pacifico. Nel mondo, come all’interno della
Torre di Babele o in Parlamento, si litiga, ci si scontra in maniera aspra. Ma il conflitto, a patto che
resti nell’ambito delle idee, è sempre salutare. Perché nel dialogo, si è obbligati a conoscersi bene,
mentre la pace forzata come l’assoluto sembrano fatti apposta per potersi ignorare
In Dopo Babele, Steiner insiste sulla necessaria appropriazione di un testo da parte di chi lo
traduce, sulla intimità che viene a crearsi tra di loro.
S’emparer d’un texte en le pénétrant à fond, en découvrir et recréer les forces vives en un
même mouvement (prise de conscience), représente une démarche qu’on ressent dans sa
chair mais qu’on ne peut pour ainsi dire ni expliciter ni systématiser. C’est un problème
«d’instruments spéculatifs », comme les appelait Coleridge dont l’intelligence allait au
coeur des choses. On ne peut se passer d’une intimité gourmande et lucide avec l’histoire
de la langue considérée, avec les courants d’affectivité changeants qui font de la syntaxe
une image de l’être social.42
La lingua è dunque un sistema storico in continua evoluzione sia nel contesto culturale nel quale è
inserita, sia all’interno della coscienza dialogante del traduttore. Gli slittamenti di significato fanno
da specchio a fenomeni di portata più generale, influenzano, condizionano il nostro modo di pensare
e di comunicare, plasmano il rapporto con la realtà che ci circonda. La traduzione non è riducibile al
passaggio da una lingua ad un’altra. “È piuttosto il passaggio di un testo, di un messaggio da una
cultura o da un sistema ad un altro, di un’identità ad un’altra che può anche diventare differenza,
riproduzione per divenire piuttosto produzione”.43
10° paragrafo
“Questo negozio è un dizionario; la lingua è il sistema dei formaggi nel suo insieme: una lingua la cui
morfologia registra declinazioni e coniugazioni in innumerevoli varianti, e il cui lessico presenta una ricchezza
inesauribile di sinonimi, usi idiomatici, connotazioni e sfumature di significato, come tutte le lingue nutrite
dall’apporto di cento dialetti. È una lingua fatta di cose; la nomenclatura ne è solo un aspetto esteriore, strumentale;
ma per il il signor Palomar, impararsi un po’ di nomenclatura resta sempre la prima misura da prendere se vuole fermare
un momento le cose che scorrono davanti ai suoi occhi…”
Immaginiamo un istante, con Pietro Citati44, che il testo, più che un dizionario, sia un immenso
sistema macchina, composto da milioni di bulloni e di viti quasi invisibili. Il traduttore scompone
questa macchina immaginaria, suddivide ogni elemento, ogni frase, ogni parola e ogni immagine,
finché ha l’illusione di avere davanti agli occhi, disposti ordinatamente sul tavolo di meccanico della
letteratura, tutti gli elementi primi del testo. Lavora nel buio, a tentoni, a tastoni, illuminato solo da
una piccola luce portatile. In quell’oscurità, le idee brillanti, le formule rapide, le teorie linguistiche
non servono a nulla. Laggiù, ogni cosa è così piccola, così delicata, così fragile. Con la sua
lampadina portatile, segue il significato di ogni elemento, i rapporti che si stabiliscono tra gli
elementi, tutte le associazioni, le combinazioni, le corrispondenze, le trasformazioni… Le sue mani
debbono essere lente, precise, delicatissime. Sbagliare è così facile. Basta che egli interpreti male
una metafora, o colga erroneamente un rapporto perché la comprensione del libro gli resti per
sempre preclusa. Certo, porta nella memoria tutti i libri che ha letto; le associazioni lontane, le
remote immagini e le analogie tra libri che non si sono mai incontrati lo aiutano, possono contenere
una scintilla di luce. Ogni testo letterario è un cosmo. E il traduttore non deve mai dimenticare che il
suo è un lavoro di estrema precisione, un continuo gioco di equivalenze, che si deve compiere senza
nessun capriccio impressionistico. Egli deve leggere, rileggere e rileggere ancora, in maniera quasi
maniacale il testo da tradurre, sperando che esso si stanchi di difendere il proprio segreto.
42
Steiner (1998), p. 61.
Gambier (1999-2000).
44
P. Citati, Ritratti del Vero e del Falso, La Repubblica, 11 novembre 1991.
43
81
Da qualsiasi lingua e in qualsiasi lingua si traduca, occorre non solo conoscere la lingua, ma sapere
entrare in contatto con lo spirito della lingua, lo spirito delle due lingue, sapere come le due lingue
possono trasmettersi la loro essenza segreta.45
Calvino dirà a questo proposito: “Io non sono un devoto dei dizionari: quel che conta per me è la
vittoria dell’armonia e della logica interna della frase presa nel suo complesso, anche se questo
avviene con la piccola violenza, lo strappo che il parlato tende a imporre alla regola”.46
I termini con cui una società esprime informazioni, relazioni, emozioni, sentimenti, sogni,
ovvero comunica non può non riflettere la sua struttura e riflettersi su di essa. Dietro ad ogni parola
si sente “la presenza della civiltà che gli ha dato forma, e che da essa prende forma”. Non è con la
lingua spontanea, del semplice rapporto diretto che si trasmette una civiltà, una cultura, la
democrazia. La lingua è una delle maggiori conquiste sociali di una società. Ne è la grammatica e
la carta d’identità e può perfino avere effetti riparatori, servire da collante di fronte a rischi di
disgregazione politica. Per tradurre, dunque, non bastano le nomenclature, le equivalenze, gli
attrezzi del mestiere, come un dizionario, un’enciclopedia. Il deficit di conoscenze del traduttore lo
costringe a completarle per giungere a una comprensione adeguata dell’enunciato. Da qui
l’importanza delle ricerche documentarie e terminologiche, l’elaborazione di glossari funzionali.
Osservando come Palomar procede per imparare un po’ di nomenclatura, ci sembra di vedere
all’opera non solo uno scrittore come Balzac, ma il traduttore professionista che consulta, cataloga,
elabora schede terminologiche, glossari. “Comincia a scrivere dei nomi, a segnare accanto a ogni
nome qualche qualifica che permetta di richiamare l’immagine alla memoria…
La scienza, modello di rigore, senso dell’ordine, della razionalizzazione per organizzare la
materia letteraria diventa un atteggiamento mentale importante anche per il traduttore perché
ordinare il mondo, geometrizzarlo, classificarlo, significa avere una visione chiara, organizzarne la
percezione per il futuro. È il pedaggio da pagare per i principi di precisione, eleganza e soprattutto
di leggerezza.
11° - 12° paragrafo
“Monsieur! Houhou! Monsieur! (…) È il suo turno, tocca a lui, nella fila dietro di lui tutti stanno
osservando il suo incongruo comportamento e scuotono il capo con l’aria tra ironica e spazientita con cui gli
abitanti delle grandi città considerano il numero sempre crescente dei deboli di mente in giro per le strade.
L’ordinazione elaborata e ghiotta che aveva intenzione di fare gli sfugge dalla memoria; balbetta; ripiega
sul più ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato, come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero
che quel suo momento d’incertezza per riafferrarlo in loro balìa.”
Stiamo arrivando alla fine del percorso. La voce della materialità e della modernità in grembiulino
rosa annuncia la fine del viaggio verso l’altrove intimo dello scrittore. Anche per questa
conclusione vi sono due livelli d’interpretazione: etnologico e linguistico. La ghiottoneria del
traduttore forse è solo mentale, estetica, simbolica, intenzionale. Il legame alla propria cultura, alla
propria rappresentazione del bello, del corretto, di ciò che rientra o no nel buon gusto e che
scaturisce dall’ambiente culturale nel quale egli è cresciuto lo fa balbettare e ripiegare sul più
ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato, sugli automatismi della civiltà di massa. Genera dei
tics traduttivi involontari o “figures de la traduction” che gli fanno preferire sistematicamente una
costruzione o delle immagini ad un’altra, un determinato ordine delle parole ad un altro. I calchi o
prestiti semantici e sintattici che si cristallizzano in moduli “pronti all’uso”, causando un
impoverimento nelle scelte terminologiche e stilistiche che tendono a standardizzare, e in ultima
analisi a erodere, non solo la qualità della traduzione, ma più in generale, a accelerare il
depauperamento delle risorse linguistiche e culturali. Egli obbedisce, senza volerlo a tutto ciò che
viene considerato come norma, come “limiti concordati”, come modo più naturale di esprimersi in
lingua materna, non solo per quanto riguarda il lessico, ma anche per l’aspetto referenziale e
45
46
Calvino (2002), p. 88.
Ivi p. 53.
82
sintattico. In quanto agente e anello della comunicazione, il traduttore dovrebbe essere al centro
della società, ma di fatto, perché lavora al confine, al limite tra due culture e due lingue, si trova ai
suoi margini. Nella nostra società manca, purtroppo, una cultura della traduzione. E così, chi
pratica questa professione, oltre ad essere misconosciuto, costituisce una presenza incompresa,
“incongrua”, un po’ come l’antropologo il cui strano comportamento era oggetto di curiosa
osservazione da parte degli indigeni. La traduzione è un prezioso esercizio cognitivo ed etico che
allarga i confini della propria identità e apre le porte alla cultura del relativo e alla perfettibilità
infinita come essenza della vita della mente. Il significato ultimo della traduzione come sfida a
rivelare il significato ultimo del segno. Il lettore non immagina nemmeno lontanamente lo sforzo
immane e tutto il tempo che sono stati richiesti al traduttore per raccogliere nella mente tutti i fili,
tutti i colori, tutti i punti di quella immensa tela, necessaria per elaborare quel prodotto ghiotto e
ben pubblicizzato che, una volta sugli scaffali, egli divora in un attimo, spesso senza neanche
assaporarne le qualità. Scrivere significa prendere coscienza, e non vi è coscienza senza
sofferenza. Il grande rigore è appannaggio del grande scrittore e, di riflesso, del bravo traduttore. Il
lettore-consumatore non capirà mai che la traduzione letteraria è guidata da obblighi tanto
numerosi e rigorosi che generano fatalmente in chi vi lavora con maggior dedizione un certo
inappagamento, un senso di diluizione dei sentimenti. Il lettore non capirà mai quanto si deve
esigere di se stesso perché il piacere di chi legge un libro in traduzione sia pari a quello di chi
legge l’originale; egli non capirà mai che da una traduzione, si esce sfiniti. Dopo lo scrittore, il
traduttore è sicuramente la persona che capisce meglio il romanzo, che ne è il suo miglior lettore. È
per questo che nel momento in cui lo deve lasciare, consegnata la traduzione, egli sa che mai
nessuno lo leggerà come lui. Come se non bastasse, alla scarsa rilevanza che viene data al suo
lavoro, al suo nome, si aggiunge la sottovalutazione anche a livello economico. A lui
si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui.
Ma un simile lavoro non ha prezzo! Appunto per questo i cinici editori l’hanno sempre
retribuito male. Essi sanno di aver a che fare con un asceta, un eroe essenzialmente
disinteressato, pronto a dare tutto se stesso in cambio di un tozzo di pane e a scomparire nel
crepuscolo, anonimo e sublime, quando l’epica impresa è finita. Il traduttore è l’ultimo, vero
cavaliere errante della letteratura. Cribbio! Ma allora non è un mestiere, è una vocazione!47
In un atmosfera inquinata dal cattivo gusto della parola, dalla superficialità, dall’omologazione di
massa, dagli imperativi di mercato, fino a dove il traduttore riesce a sfuggire ai condizionamenti
del linguaggio e dell’ambiente che pervadono tutto il fuori e tutto il dentro di sé stesso? Questo
processo infinito di arricchimento verso la conoscenza, alla prova dei fatti, per la sua
consapevolezza, rischia di convincere il traduttore d’essere lui il profano, l’estraneo, l’escluso.
In conclusione, ricordiamo che le parole non designano soltanto le cose, ma trasportano
modelli di cultura. Anche le scelte che potrebbero considerarsi meramente linguistiche implicano
sempre parametri etici, al punto che l’attività stessa del tradurre diventa veicolo di valori quali
l’integrità, la responsabilità, la fedeltà, l’audacia, l’umiltà. Calvino ha seguito con attenzione le
riflessioni di natura etica e epistemologica con le quali hanno dovuto confrontarsi gli antropologi e
che ha portato ad inserire la traduzione nel suo contesto sociale, politico, storico; a riconoscerne la
potenza creativa e costruttiva; a mettere in discussione il modo di lavorare del traduttore, la sua
identità, la sua responsabilità, il suo filtro ideologico, a sapere per chi traduce, facendo diventare la
traduzione modo di rappresentare, strumento di dialogo. Tuttavia, perché vi sia dialogo, occorre
che ognuno sia convinto di aver qualcosa da imparare dall’altro. Purtroppo, il nostro monologo ha
cercato di orientare tutte le culture in funzione del nostro personale modo di essere, mentre la
comprensione di un’altra cultura richiede una vera mutazione della nostra mentalità, un grande
sforzo di umiltà intellettuale e di accoglienza per rinunciare alle mutilazioni reciproche, ai
compromessi e consentire ad ognuno di diventare ciò che è e di essere ciò che diventerà. L’Altro
47
Fruttero e Lucentini (2003), p. 60.
83
può aiutarci a prendere coscienza dei limiti della nostra visione del mondo. Per questo, è
necessario ammettere la relatività di ciò che rappresentiamo. Nel 1977, in Pour un dialogue des
civilisations, Roger Garaudy scriveva: “Qu’un ethnologue africain étudie les multinationales!
Qu’un ethnologue boudhiste étudie la publicité européenne! Ils décèleraient sûrement, dans leurs
analyses, les traces d’un cerveau reptilien le plus archaïque qui existe chez l’homme. Je souhaite
que ces coopérants d’Afrique ou d’Asie viennent compléter notre éducation. Nous sommes, sur
bien des points essentiels de la vie, des sous-développés.” Il rifiuto delle dicotomie sulle quali era
cresciuta l’antropologia funzionalista e l’importanza data ad una epistemologia dialettica che
fondava la sua conoscenza su un principio di scambio e di confronto hanno avuto come risultato il
rimpatrio dell’antropologia nelle società occidentali di appartenenza e hanno fatto emergere una
nuova figura, quella dell’antropografo “indigeno”. Questo ci induce a riflettere seriamente sulla
transculturalità, nel senso attribuitogli da Marc Augé,48 ovvero come volontà di superare l’ineguale
incrocio di sguardi per istaurare un dialogo tra osservatore e osservato e iscriversi in un universo
dove tutti e due si riconoscono. Tale riconoscimento reciproco di un universo di significazioni
condivise nell’ambito di un dialogo riposa interamente sulla possibilità della cultura di essere
tradotta. Riuscirà la traduzione a non essere più considerata soltanto come riproduzione,
“passaggio da una lingua ad un’altra” per diventare piuttosto passaggio di un testo da una cultura,
identità o sistema ad un altro per diventare semmai differenza, produzione? Nello spazio
transnazionale di differenze accettate che è il nostro destino, è proprio la traduzione che forse
riuscirà a traghettarci verso la “citoyenneté à venir”.
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85
DEMETRIO GIORDANI
Viaggiatori musulmani tra i due mondi.
Il tema del Mi‘râj nella letteratura medievale in Oriente e in Occidente
Il racconto del viaggio notturno del Profeta Muhammad e della sua ascensione è uno dei
temi che hanno maggiormente destato l’interesse degli orientalisti moderni. La letteratura del
misticismo islamico, araba, persiana, indiana e turca, ha composto le sue opere migliori proprio
intorno al tema del Mi‘râj; le tracce di questa leggenda orientale sono ben visibili anche nella
letteratura medievale occidentale, al punto da risultare inconfondibili per chiunque volesse indagare
a fondo sulla costruzione della Commedia dantesca o su alcuni temi dell’Orlando Furioso.
LE FONTI ORIGINALI
La narrazione tradizionale del Mi‘râj trae origine dal Corano; si tratta in realtà di pochi
accenni contenuti nei primi versetti della “Sûra della Stella” (Corano LIII: 1-18) e nel primo
versetto della “Sûra del Viaggio Notturno”:
Gloria a Colui che rapì il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per
mostrargli del Nostri Segni. In verità Egli è l’Ascoltatore, il Veggente (Corano XVII: 1).
La maggior parte del racconto è però ricavata dalle tradizioni profetiche, in particolar modo
dagli hadîth della compilazione di Al-Bukhârî (m. 870) 1, dal resoconto di Ibn ‘Abbâs (m. 688 ca.) 2,
oppure dalla prima biografia di Muhammad composta da Ibn Hishâm (m. 828)3. Questi i principali
temi del Mi‘râj del Profeta, secondo il racconto tramandato da Anas ibn Mâlik (m. 711 ca.)4 e
riportato nel Jâmi‘ al-Sahîh di Al-Bukhârî: Jibrîl, l’Arcangelo Gabriele, scende a visitare il Profeta
mentre è addormentato presso il cortile della Ka‘ba, alla Mecca; dopo averlo svegliato, dopo avergli
aperto il petto, lavato e purificato il cuore in un bacile d’oro, l’Arcangelo invita Muhammad a salire
sulla creatura alata dal manto bianco e con una fisionomia “a mezzo tra il mulo e l’asino”, che è
presso di lui. In groppa ad Al-Burâq, così nel testo è chiamata la cavalcatura celeste, Muhammad
vola dalla Mecca a Gerusalemme, poi inizia ad ascendere, e nel primo cielo incontra il profeta
Adamo, nel secondo Yahyâ (Giovanni Battista) e ‘Isâ ibn Maryam (Gesù figlio di Maria); Yûsuf
ibn Ya‘qûb (Giuseppe figlio di Giacobbe) nel terzo, nel quarto Idrîs, Hârûn (Aronne) nel quinto,
Mûsâ (Mosè) nel sesto, e Ibrâhîm (Abramo) nel settimo. Poi, sempre guidato dall’Arcangelo,
Muhammad arriva alla Casa Abitata (al-Bayt al-Ma’mûr), il prototipo soprannaturale della Ka‘ba,
situata nei pressi del “Loto dell’Estremo Limite” (Sidrat al-Muntahâ);5 in quel luogo al Profeta
sono offerte tre coppe, una di vino, una di latte e una di miele, e tra le tre egli sceglie quella piena di
latte.
Sempre secondo il resoconto di Anas Ibn Mâlik, Muhammad giunge al cospetto di Dio; là
riceve l’ordine di far eseguire cinquanta preghiere giornaliere alla sua comunità. Sulla via del
ritorno incontra di nuovo Mosè nel sesto cielo che gli fa capire che quelle cinquanta preghiere
giornaliere sono troppe per la sua nazione, perché, per sua esperienza, neanche i figli di Israele si
erano adattati a condizioni così dure. Mosè consiglia quindi Muhammad di tornare da Dio per
chiederne una riduzione; Muhammad torna quindi da Dio e ottiene una riduzione di dieci preghiere,
1
Al-Bukhârî (1992), vol. IV, pp. 628-630.
‘Abd Allâh ibn ‘Abbâs ibn ‘Abd al-Muttalib (m. 688) cugino e intimo compagno del Profeta, considerato
come suprema autorità dell’esegesi tradizionale della prima generazione dei musulmani.
3
Ibn Hishâm (1998), vol.II, pp. 17-24.
4
Anas ibn Mâlik al-Ansârî al-Khazrajî, accompagnò il Profeta sin dalla più tenera età. Fu un prolifico
trasmettitore di detti profetici (hadîth), trascorse gran parte della sua vita a Medina, poi si trasferì a Basra dove morì
centenario.
5
È così chiamato nel Corano il limite estremo del mondo sensibile che neanche l’Arcangelo Gabriele può
oltrepassare. Oltre questo limite Dio «rivelò al servo Suo quel che rivelò.» (Corano LIII: 10).
2
86
ma Mosé gli riconferma le sue perplessità; Muhammad torna da Dio e ottiene una riduzione di altre
dieci preghiere, ma Mosè gli dice ancora che sono troppe. La storia si ripete per altre tre volte nello
stesso identico modo, finché Muhammad riesce ad ottenere che la sua nazione preghi solo per
cinque volte al giorno, ma anche quelle cinque per Mosè sono sempre troppe, e consiglia a
Muhammad di tornare ancora da Dio per ottenere un’ulteriore riduzione. A quel punto il Profeta
dice a Mosè che non se la sente più di tornare indietro, e le cose restano così per l’eternità.
LA VERSIONE DI IBN ‘ABBÂS.
Il racconto di Anas ibn Mâlik, anche se è la fonte più stimata dall’Islâm tradizionale, è fin
troppo sintetico ed è privo di quella ricchezza narrativa di cui è dotato invece il Kitâb al-Isrâ’ wa-lMi‘râj di Ibn ‘Abbâs, che è senza dubbio il modello che ha ispirato tutte le opere apparse
successivamente. Qui si trovano descrizioni e racconti che mancano nel breve resoconto di Anas ibn
Mâlik, come ad esempio le visioni dell’Inferno e del Paradiso, o la descrizione di Al-Burâq o della
Scala; mancano però alcuni particolari importanti, come ad esempio la descrizione dell’“apertura
del petto” di Muhammad operata da Jibrîl all’inizio del viaggio. L’ordine degli avvenimenti poi è
leggermente diverso, come nel caso dell’episodio della presentazione delle tre coppe, che nel Kitâb
al-Isrâ’ wa-l-Mi‘râj avviene all’inizio del viaggio celeste:
Allora Jibrîl mi precedette a Gerusalemme (bayt al-maqdis), poi io lo seguii; quando mi accolse vidi
che aveva con sé tre coppe: nella prima vi era latte, nella seconda vino, nella terza acqua. Allora mi disse:
“Bevi quello che vuoi”, io presi il latte e ne bevvi un po’. Allora Jibrîl mi disse: “Hai scelto la pura natura
umana (al-fitra), se avessi scelto il vino la tua nazione si sarebbe fuorviata, se avessi scelto l’acqua la tua
nazione sarebbe naufragata, se avessi bevuto tutto il latte nessuno della tua nazione sarebbe mai entrato
nell’inferno”. Dissi allora: “Oh Jibrîl fratello mio, ridammi la coppa!” Ma egli disse: “Impossibile
Muhammad, la cosa è ormai decisa e l’inchiostro della penna s’è seccato! Questo è ciò che è”.6
Quando arriva nel terzo cielo viene accolto dagli angeli che discendono sulla terra la “Notte
del Destino” (Laylat Al-Qadr)7 e in mezzo a loro:
Un giovane seduto su di un trono di luce, lo splendore che proveniva dal suo volto e dalla sua figura
era come quello della luna piena e dissi: “chi è quel giovane o Jibrîl, fratello mio?” Disse: “Quello è Yûsuf,
figlio di Ya‘qûb che Iddio ha favorito con la bontà e la bellezza, coma ha favorito la luna su tutte le altre
stelle”.8
Nel quarto cielo, poi, Muhammad chiede ad ‘Izrâ’îl, l’angelo della morte, di mostrarsi:
Allorché l’angelo della morte posò il suo sguardo su di me, seppi che questo basso mondo è nelle sue
mani così come una moneta (dirham) è nelle mani di uno di voi che la rigira come vuole9.
Sempre nel quarto cielo l’angelo della morte apre una porta attraverso la quale Muhammad
vede il Jahannam, l’Inferno.
Vi vidi allora settantamila mari di ghislîn10, settantamila mari di ghassâq11, settantamila mari di pece
e settantamila mari di piombo fuso, e sulle rive di ognuno di quei mari, mille città di fuoco, e in ogni città
mille palazzi di fuoco, e in ogni palazzo settantamila casse di fuoco, e in ogni cassa settantamila scrigni di
fuoco, e in ogni scrigno di fuoco settantamila varietà di castigo.12
6
Ibn Abbâs (s.d.), p. 6.
La ventisettesima notte di Ramadân, quando il Profeta ricevette per la prima volta la rivelazione di alcuni
versetti del Corano. Si parla di questa notte anche nella sura XCVIII, come della notte “più bella di mille mesi”, in cui:
«Scendono gli angeli e lo Spirito a fissare ogni cosa» (Corano XCVIII: 4).
8
Ibn Abbâs (s.d.), p. 11.
9
Ivi, p. 14.
10
Cibo riservato ai peccatori di cui parla il Corano (LXIX: 36).
11
Bevanda fetida di cui parla il Corano (XXXVIII: 57 e LXXVIII: 25).
12
Ibn Abbâs (s.d.), p. 16.
7
87
Seguono, sempre nel racconto di Ibn ‘Abbâs, dettagliate descrizioni delle categorie dei
peccatori e del castigo a cui sono sottoposti; ogni volta Muhammad si rivolge a Jibrîl chiedendo
spiegazioni sulla loro condizione, così come avrebbe fatto Dante rivolgendosi a Virgilio.
Giunti all’ultimo dei sette cieli, laddove è situata “La Casa Visitata” (al-Bayt al-Ma’mûr), il
tempio celeste archetipo della Ka‘ba, attorno a cui girano settecentomila angeli ogni giorno, Jibrîl si
congeda da Muhammad annunciandogli che non può proseguire oltre. Alla reazione dispiaciuta del
Profeta, l’angelo risponde che gli duole separarsi da lui, ma ciò non dipende dalla sua volontà:
Per Colui che ha ti inviato come Profeta con la Verità, ad ognuno di noi è assegnata una stazione
prestabilita, e se qualcuno di noi dovesse oltrepassare la sua stazione, sarebbe annientato dalla luce13.
Muhammad continua da solo il suo viaggio, incontra allora Mîkâ’îl, l’Arcangelo Michele, e
assieme a lui e ad altri settantamila angeli alla sua destra e alla sua sinistra prosegue nella sua
ascesa:
Lacerammo settantamila veli di luce bianca, settantamila veli di smeraldo (zumurrud) verde,
settantamila veli di broccato d’oro (al-istabraq), settantamila veli di seta (al-sundus), settantamila veli di
luce e settantamila veli di tenebra, settantamila veli di muschio (al-misk), settantamila veli d’ambra (al‘anbar), settantamila veli del Regno della Potenza (al-jabarût) e tra l’uno e l’altro velo vi erano cinquecento
anni....14
Giunto al cospetto divino vengono sollevati gli ultimi veli e il Profeta resta a lungo in
colloquio con Dio, alla misteriosa distanza “di due archi o meno ancora” (Corano LIII: 9); parti di
questo colloquio vengono riportate in alcuni capitoli del Corano, mentre altre parti fanno sono
ripetute nelle invocazioni recitate nella fase conclusiva della preghiera canonica. Al ritorno
dall’incontro con Dio, Muhammad incontra il profeta Mûsâ che gli chiede degli esiti del colloquio;
il Profeta gli racconta che ha ricevuto da Dio l’ordine di far compiere alla sua gente cinquanta
orazioni giornaliere, Mosè gli fa notare la difficoltà degli uomini ad assolvere un compito così
gravoso e consiglia a Muhammad di tornare da Dio per ottenere un alleggerimento; l’episodio
avviene in parte com’è riportato nel già citato hadîth di Anas ibn Mâlik e in altre fonti, e alla fine
Muhammad ottiene da Dio di ridurre a cinque le preghiere per la sua comunità, il cui valore è
invece pari a cinquanta.
Durante la sua discesa, il Profeta infine incontra di nuovo Jibrîl che nel frattempo non s’è
mosso dal luogo in cui si erano precedentemente separati; l’arcangelo affida Muhammad a Ridwân,
il guardiano del paradiso, il quale mostra al Profeta le terre e i cieli, le piante, i padiglioni, i fiumi e
le altre meraviglie delle dimore celesti.
Il racconto di Ibn ‘Abbâs termina con il ritorno di Muhammad a La Mecca prima del sorger
del sole, prima dell’arrivo in città delle carovane che egli aveva notato dall’alto giungendo da
Gerusalemme. Jibrîl si congeda da lui raccomandandogli di raccontare ai meccani per filo e per
segno gli avvenimenti prodigiosi di quella notte.
Durante i secoli molti hanno ripreso e arricchito di particolari il racconto del Viaggio
Notturno del Profeta. La storia dell’ascensione è divenuta nel tempo la parte più celebre della
biografia di Muhammad; la tradizione letteraria araba, popolare e colta, ha ripreso e ha rielaborato il
tema in vario modo e lo ha poi travasato nella letteratura persiana, da qui poi nel mondo turco e
indiano, dove ha dato luogo ad adattamenti e a raffinate rielaborazioni. Durante tutti questi passaggi
la struttura portante del Mi‘râj, e il suo contenuto, hanno rivestito forme letterarie e poetiche di
vario genere, in epoche e luoghi a volte molto distanti tra loro. Soprattutto poeti e teologi sufi hanno
variamente riadattato quel modello, utilizzando molti dei suoi elementi in modo simbolico per
esprimere gli stadi dell’ascesi o per comunicare una visione contemplativa. Abû Yazîd al-Bistâmî,
Muhyiddîn Ibn ‘Arabî, Farîd ad-Dîn ‘Attâr furono solo alcuni tra coloro che hanno narrato con
13
14
Ivi, p. 26.
Ivi, pp. 29-30.
88
parafrasi e metafore, in epoche diverse e in diverse forme, un identico viaggio, il prototipo del quale
è sempre il Viaggio Notturno.
LE VISIONI DI BAYAZÎD.
Abû Yazîd al-Bistâmî (m. 874) è una figura leggendaria del Sufismo persiano vissuto a
cavallo tra il secondo e il terzo secolo dell’Egira, divenuto celebre per i suoi detti e per le sue
affermazioni stravaganti ampiamente testimoniate nei testi di Sufismo d’epoca successiva.15 Egli
non ha lasciato in realtà nessuno scritto che possa essergli attribuito con certezza; gli viene tra
l’altro attribuita la breve narrazione di un suo viaggio ultramondano, in cui riappare in maniera
inequivocabile la struttura originale del Mi‘râj. L’affinità tra il suo e il Viaggio di Muhammad sta
soprattutto nella salita ai sette paradisi, che nel suo caso esemplifica il progresso attraverso le sette
maqâmât, le stazioni del cammino spirituale dei Sufi. All’inizio del suo racconto non c’è
l’Arcangelo che lo prende con sé, ma un uccello:
Vidi in un sogno che stavo ascendendo ai cieli e quando arrivai al cielo di questo mondo (samâ’ aldunya) un uccello verde allargò una delle sue ali, mi prese su, e volò con me finché non raggiungemmo
schiere di angeli, i quali, stando eretti, con i piedi che bruciavano sulle stelle, lodavano Iddio mattina e sera.16
Ad accogliere Abû Yazîd all’arrivo ad ogni sfera celeste, non vi sono i profeti della
tradizione, come nel caso del Viaggio di Muhammad, ma moltitudini di angeli che lo accolgono e
che in alcuni casi, lo guardano “come gli abitanti di una città guardano l’arrivo di un principe
conquistatore”. Essi cercano di trattenerlo con offerte e lusinghe; ma l’elemento costante della sua
narrazione è la sua determinazione a oltrepassare ogni sfera, ad andare oltre per dirigersi verso
Allâh, che è il vero scopo del suo viaggio. Abû Yazîd sa bene che ad ogni tappa Dio lo vuole
mettere di fronte ad una prova, ma egli ogni volta rinuncia a tutto quel che gli viene offerto e ogni
volta proclama che non è quello il fine del suo viaggio. Quando Iddio comprende la sua sincera
determinazione e il suo sincero desiderio, un angelo, allora, stende la mano e lo solleva al grado
successivo.
Giunto nel terzo cielo uno di questi angeli gli dice a un certo punto:
“Sei tu, dunque, uno superiore a noi?” Dissi: “Sono un servo a cui Iddio l’Altissimo ha elargito il
Suo favore”. L’angelo disse: “Vuoi vedere i miracoli di Dio?” “Certo!” Dissi, e allora l’angelo dispiegò una
delle sue ali, e in ognuna delle piume del suo manto c’era una lampada che oscurava lo splendore della luce
del sole, poi disse: “Avvicinati Abû Yazîd, rifugiati all’ombra della mia ala, così potrai lodare Iddio
l’Altissimo ed esaltarlo fino al giorno della tua morte.” Ed io gli risposi: “Iddio mi è sufficiente!” Allora un
bagliore della luce della mia conoscenza scaturì dal profondo del mio cuore facendo eclissare la luce delle
lanterne, e l’angelo divenne come un moscerino di fronte alla mia perfezione. Continuarono a mostrarmi
regni e possedimenti che nessuna lingua può descrivere, ma io sapevo che in questo modo Iddio mi stava
mettendo alla prova; distolsi lo sguardo da tutto ciò, magnificai la Sua nobiltà e dissi: “O amato, quel che io
desidero non è ciò che Tu mi mostri!”.17
Dopo avere attraversato tutte le sfere celesti ed essere passato oltre il settimo cielo, Abû
Yazîd, è trasformato da Dio in uccello, ogni piuma delle sue ali è lunga più di mille volte della
distanza che c’è tra l’Oriente e l’Occidente. Dopo aver volato attraverso innumerevoli regni,
innumerevoli pianure e mari, e dopo aver lacerato infiniti veli, Abû Yazîd ha la visione del mare di
luce “in cui onde di luce si scontravano fra di loro, e il loro splendore adombrava la luce del sole,
su quel mare navigavano vascelli, la luce dei quali era tale da oscurare quella del mare stesso.”18
15
Vedere a questo proposito il capitolo a lui dedicato nella Tadhkirat al-Awliyâ’ di Farîduddîn ‘Attâr, dove tra
l’altro si riporta la descrizione della sua ascensione (mi‘râj) che corrisponde solo in parte al testo che viene qui preso in
esame. Cfr. Attâr (1994), pp.198-201.
16
“Mi‘râj Abî Yazîd al-Bistâmî”, in Al-Tu‘mî (cur.) (2000), p. 224. Vedere anche El-Azma (1973), pp. 93104.
17
“Mi‘râj Abî Yazîd al-Bistâmî”, in Al-Tu‘mî (cur.) (2000), pp. 225-226.
18
Ivi, p. 228.
89
Giunge poi al Trono del Misericordioso e si spinge ancora oltre inseguendo il richiamo di Allâh che
lo vuole vicino a Sé; egli infine si avvicina a Dio, “più di quanto non sia vicina l’anima al corpo”. A
quel punto le anime dei profeti lo accolgono, lo salutano e si congratulano con lui per aver
raggiunto un simile traguardo. Infine Muhammad stesso si mostra e gli dà il benvenuto; lo invita
infine a tornare sulla terra a portare il suo saluto alla sua comunità e a guidare gli uomini verso il
suo stesso traguardo; ma Abû Yazîd si spinge ancora oltre e continua a viaggiare fin dove termina
l’Essere, “là dove il Vero permane senza forma né distanza, senza come né dove”.19
LA SCALA DI MUHYIDDÎN.
Alla prosa poetica e visionaria di Abû Yazîd al-Bistâmî si contrappone invece il linguaggio
ermetico di Muhyiddîn Ibn ‘Arabî (m. 1240) il grande sufi andaluso autore di opere come AlFutuhât al-Makkiyya, (Le Rivelazioni Meccane) e i Fusûs al-Hikam (I Castoni della Saggezza) che
contengono in maniera estesa il suo sistema teosofico. Tutte le sue opere portano indiscutibilmente
le tracce del Mi‘râj di Muhammad, ma, in particolare, l’opera in cui egli riporta la descrizione
dettagliata di un viaggio tra i due mondi è il Kitâb al-Isrâ’ ilâ maqâm al-Asrâ (Il Libro del Viaggio
notturno verso la dimora di coloro che sono stati catturati). Tale opera conta approssimativamente
cinquanta pagine,20 trentaquattro capitoli composti in versi e in prosa rimata, in cui i temi
fondamentali del Mi‘râj del Profeta vengono simbolicamente ripresi per comporre una lunga
allegoria del Sufismo.
Chi compie stavolta il viaggio è un “viandante” (sâlik) che è il termine comunemente usato
nel linguaggio tecnico per indicare il pellegrino della Via dei Sufi, ma il testo lascia implicitamente
intendere che il soggetto del viaggio è l’autore stesso. Jibrîl, la guida di Muhammad nella versione
di Ibn ‘Abbâs, viene sostituito nella prima parte del trattato da un giovane soprannaturale (fatâ
rûhânî), poi da un maestro sufi che, nella seconda parte, viene chiamato “L’Inviato (rasûl) della
Grazia divina”. Prende il posto della cavalcatura celeste di Muhammad il “Burâq della purezza”, su
cui è posata la “gualdrappa del tripudio” e la “briglia della sincerità”. Il petto del viandante viene
aperto poi dal “coltello della Pace trascendente” (sikkin al-sakîna) e il suo cuore viene estratto e
riposto nel “bacile della soddisfazione” (tast al-ridâ’) per far cadere da esso la presa di Satana.21
Prima di salire al primo dei cieli il viandante deve raggiungere Gerusalemme (al-bayt almaqdis) partendo dall’Andalusia, passando attraverso sei stazioni alla cui descrizione Ibn ‘Arabî
dedica i primi sei capitoli dell’opera; la prima di queste sei tappe è il capitolo dedicato al “Viaggio
del Cuore”, l’ultimo al grado dell’“Anima Pacificata”. Tutte queste tappe sono preparatorie
all’ascensione vera e propria e corrispondono al viaggio orizzontale di Muhammad dalla Mecca a
Gerusalemme (ne è conferma il fatto che, nella quinta tappa, anche il viandante di Ibn ‘Arabî, come
il Profeta Muhammad nel racconto di Ibn ‘Abbâs, viene posto di fronte alla scelta tra vuotare una
coppa di latte oppure una di vino).22 Solo dopo questo primo viaggio orizzontale può iniziare la
seconda parte del viaggio, ovvero l’ascensione nel vero senso del termine, che occupa la parte
centrale dell’opera.
Come nel racconto di Abû Yazîd al-Bistâmî anche nella narrazione di Ibn ‘Arabî viene
mantenuta la struttura dei sette cieli, la stessa del modello iniziale, e vengono omesse le descrizioni
dell’Inferno e del Paradiso. Ibn ‘Arabî, diversamente da Abû Yazîd, lascia a ciascun cielo il suo
profeta, nello stesso ordine indicato nel Mi‘râj di Ibn ‘Abbâs; anche qui il viandante colloquia con
ciascun profeta che lo accoglie e gli parla confidandogli segreti e verità teologiche. L’ordine dei
profeti non coincide con l’ordine cronologico della loro missione, né con una loro improbabile
disposizione in senso gerarchico; tale ordine semmai dipende da alcune qualità connesse alle
caratteristiche della loro natura e della loro funzione. La prima tappa dell’ascensione è nel cielo
19
Ivi, pp. 228-229.
Nella versione contenuta in Muhyiddîn ibn ‘Arabî (2001), pp. 133-182.
21
Ivi, p. 137.
22
Ivi, p. 138.
20
90
della Luna, chiamato anche “il cielo dei corpi” (samâ’ al-ajsâm), dov’è Âdam, il padre della razza
umana, il primo a sopportare il fardello della condizione corporea. Il secondo è il cielo di Mercurio,
chiamata anche “il cielo degli spiriti” (samâ’al-arwâh), dov’è al-Masîh (Gesù) per mezzo del quale
Iddio ha parlato direttamente all’umanità23. Il terzo è il cielo di Venere ed è “il cielo della Bellezza”
(samâ’ al-jamâl), dove Yûsuf spiega al viandante l’ordine, l’armonia e la Bellezza dell’universo. La
quarta tappa del viaggio dell’itinerante è il cielo del Sole, ovvero “il cielo dell’Autorità” (samâ’alimâra) dimora di Idrîs, il nome arabo del profeta biblico Enoch. La quinta tappa è il cielo di Marte,
la sfera del profeta Hârûn, che è altresì “il cielo del Comando” (samâ’al-shurta). La sesta tappa è
nel cielo di Giove ed è “il cielo della Legge e del Giudizio” (samâ’al-qadât), dimora del profeta
Mûsâ. La settima stazione è il cielo di Saturno, è “il cielo del Fine ultimo” (samâ’al-ghâyat) ed è il
luogo dove l’itinerante resta in colloquio con Ibrâhîm, il padre di tutte le religioni.
Il viaggio dell’itinerante prosegue oltre la settima sfera, oltrepassa il “Loto dell’Estremo
Limite”, ripercorre l’itinerario del Profeta in tutti i luoghi e sotto ogni aspetto, finché in prossimità
del Trono tutti i veli rimanenti tra la creatura e il Creatore vengono rimossi. La parte finale del
trattato è composta da una serie di dialoghi intimi (munâjât) che il servo intrattiene con il Signore
tradotti nel linguaggio ermetico del Sufismo. La parte conclusiva è riservata ai colloqui che
l’itinerante intrattiene con le realtà spirituali di tutti i profeti, i quali gli affidano i propri segreti e lo
rivestono della loro autorità.
I TRENTA UCCELLI E IL SÎMURG
Molto diversa nella forma ma non nel contenuto è la narrazione di Farîduddîn ‘Attâr, poeta
sufi persiano, morto a Nîshâpûr intorno alla prima metà del secolo XIII, probabilmente durante
l’invasione mongola della Persia. La versione poetica del viaggio più rappresentativa di ‘Attâr è il
Mantiq al-Tayr, “Il Verbo degli Uccelli”, opera persiana in versi dove viene descritto il Mi‘râj di un
folto stormo di uccelli che partono alla ricerca del loro mitico sovrano, il Sîmurg, la dimora del
quale è posta oltre monti, deserti e città, sulla sommità del Monte Qâf, la mitica montagna che nella
cosmologia musulmana segna i confini del mondo. Gli uccelli sono guidati dall’upupa, che nel
Corano porta a Re Salomone notizie di Bilqis, la regina di Saba (Corano XXVII:20-29).
L’esposizione del viaggio non è come nel caso di Ibn ‘Arabî affidata al linguaggio
enigmatico del Sufismo arabo, ma è invece una sottile analogia che usa il simbolo dell’uccello per
narrare l’avventura dello spirito attraverso le prove dell’ascesi, nella forma stilistica più consueta
della poesia mistica persiana medievale, che è il mathnawî. L’allegoria dell’uccello era già stata
proposta da Al-Ghazâlî nella sua breve epistola in prosa araba, la Risâla al-Tayr, (Trattato
dell’Uccello) e da Avicenna, in un’opera omonima, ma il canovaccio è lo stesso e gli stessi sono i
“pioli” della struttura narrativa del prototipo che è, in questo e in tutti gli altri casi, il Viaggio
notturno del Profeta.
Il poema inizia con una invocazione a Muhammad e ai primi quattro califfi, poi prosegue
con una doppia serie di dialoghi in cui ogni uccello confida all’upupa dubbi e incertezze, oppure
chiede spiegazioni sul senso del viaggio; a tali interrogativi l’uccello risponde ora pazientemente,
ora duramente, con sentenze e consigli. Ogni dialogo è sempre seguito da racconti di carattere
aneddotico che illustrano il tema principale del capitolo: la morte, l’ambizione, l’amore,
l’appagamento; i protagonisti sono sempre dei sufi o dei profeti: Abû Yazîd, Râbi‘a, Gesù,
Giuseppe ecc.. Poi inizia la narrazione del viaggio che si rivela lungo e difficile: per giungere in
cima al monte Qâf dove abita il Sîmurgh gli uccelli devono valicare sette valli, e precisamente le
valli della Ricerca, dell’Amore, della Conoscenza, del Distacco, dell’Unificazione, dello Stupore,
dell’Annientamento.
Il drappello originale composto di centomila uccelli si assottiglia ad ogni tappa finché solo
trenta di loro, “spennacchiati, stanchi e malati, dal cuore spezzato, sfiniti, dal corpo consunto”,
23
Ivi, p. 141. Bisogna qui ricordare che uno dei più ricorrenti nomi dati a Gesù nella tradizione islamica è
appunto “Lo Spirito divino” (Rûh Allâh).
91
giungono alla mèta. La storia si conclude con l’incontro dei superstiti che sono ammessi alla visione
del loro Re, ma in quell’incontro essi non vedono altro che loro stessi, il Sîmurg infatti non è altro
che sî-murg, il “Trenta-Uccelli”24, l’immagine speculare di quelli che sono giunti alla sua corte.
Finalmente il fulgido sole dell’intimità rifulse su di loro e i suoi raggi vennero riflessi dallo specchio
delle loro anime. Nell’immagine del volto di Sîmurg contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere
il volto di Sîmurg. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Sîmurg e
che Sîmurg era i trenta uccelli: infatti volgendo nuovamente lo sguardo verso Sîmurg, videro i trenta uccelli,
e guardando ancora se stessi videro lui. O meraviglia, questo era quello e quello era questo! Quando mai nel
mondo si era assistito a un simile prodigio? Gli uccelli, sgomenti e confusi, rimasero un poco a pensare pur
senza pensieri, ma non venendo a capo di nulla interrogarono senza parole quell’augusta presenza,
implorando la spiegazione di questo assoluto mistero per cui il “noi” e il “tu” apparivano uniti.25
Nel finale della storia la prospettiva panteista, anche se preannunciata, è nettamente esclusa;
l’epilogo è nel classico stile della metafisica sufi: a tutti gli esseri individuali è necessariamente
destinata la sorte degli accidenti; gli uccelli finiscono con l’estinguersi nell’Essenza divina senza
lasciare alcuna traccia del loro essere.
E gli uccelli si annullarono eternamente in lui: l’ombra si dissolse nel sole, e così sia. Finché gli
uccelli procedevano lungo la via, avanzava con loro il mio racconto. Ma ora che sono giunti alla meta e di
loro non è rimasta una sola piuma, necessariamente devo tacere. La guida e i viandanti sono svaniti nel nulla
trasformandosi nella via.26
Oltre al Mantiq al-Tayr Farîduddîn ‘Attâr ha scritto un altro mathnawî la cui trama non si
discosta di molto da quella delle opere sin qui analizzate. Nel Mosîbat-Nâma (letteralmente Il Libro
della Sventura) il viandante attraversa quaranta stazioni mosso dal desiderio della ricerca del
rimedio che gli consenta di guarire dal dolore dell’esistenza. Dopo una serie di dialoghi con un
maestro (pîr) che lo esorta al viaggio, e che lo seguirà per tutto il percorso, il viandante inizia la sua
ascesa e nelle prime dieci stazioni si intrattiene con gli stessi angeli che aveva incontrato
precedentemente Muhammad nel suo Mir‘âj: Jibrîl, Isrâfîl, Mîkâ’îl, ‘Izrâ’îl, poi con gli angeli che
sostengono il Trono divino; nessuno di loro riesce a dare al viandante una risposta alla sua ricerca.
Vengono poi il Trono, lo Sgabello, la Tavola Custodita, il Calamo, il Paradiso e tutte le realtà
ultramondane già descritte nell’opera di Ibn ‘Abbâs. Seguono quindi l’Inferno, il Cielo, il Sole, la
Luna, il Fuoco, il Vento, l’Acqua, la Terra: tutte queste realtà si mostrano al viandante
profondamente pervase dal suo stesso dolore, e gli confermano che esso è connesso alla natura degli
esseri creati. Infine il viandante si reca dagli spiriti dei profeti della tradizione; costoro non
esprimono sentimenti di dolore, ma impartiscono al viandante ammonimenti e insegnamenti, e lo
invitano a recarsi dal profeta degli ultimi tempi, Muhammad. Questi lo accoglie e lo invita ad
annientarsi nell’Essere assoluto, a diventare un’ombra che si dissolve nel Sole. Il viandante allora
inizia il viaggio in se stesso sotto la guida del suo pîr che lo guida nelle fasi successive della via dei
sufi, sino all’esito finale, che è anche qui, come nel Mantiq al-Tayr, l’estinzione dell’individualità
nella realtà eterna.27
UN MIR‘ÂJ OCCIDENTALE
Inequivocabili tracce di questa grande tradizione letteraria sono riscontrabili in Occidente in
una delle redazioni del viaggio che è inaspettatamente tra le più somiglianti alle fonti originali.
Enrico Cerulli, funzionario diplomatico in Spagna, aveva segnalato nel 1944 l’esistenza di
due codici giacenti l’uno a Oxford e l’altro a Parigi, di una versione francese e latina del racconto
del Mi‘râj (intitolate in maniera deformata Halmaerig e Halmahareig). Il racconto, fantasioso e
24
In persiano sî vuol dire “trenta” e morg “uccello”.
‘Attâr (1986), p. 206.
26
Ivi, p. 207.
27
Vedere a questo proposito Pagliaro e Bausani (1968), pp. 443-445.
25
92
ripetitivo, era la traduzione di un testo originale arabo, andato probabilmente perduto, fatta eseguire
da Alfonso X di Castiglia, detto “Il Savio” al medico ebreo Abraham Alfaquim, che per primo lo
tradusse in castigliano nel 1264; esso fu poi ritradotto in latino come Liber scalae Machomethi dal
notaio senese Bonaventura. Una terza versione in latino di questa storia è contenuta in Vaticano,
nella Collectio Toledana, la raccolta di testi scientifici arabi fatti tradurre a Toledo a partire dal XII
secolo per iniziativa di Pietro il Venerabile, che costituisce l’esempio più significativo del
passaggio di conoscenze dal mondo islamico a quello cristiano.
Le ricerche di Enrico Cerulli approdarono nel 1949 alla stesura di un’importantissima opera
che contribuì alla formulazioni di ipotesi più che credibili sulle fonti della Commedia dantesca,
intitolata: Il «Libro della Scala» e la questione delle fonti arabo spagnole della Divina
Commedia.28 La recente traduzione italiana del Libro della Scala scaturisce dal raffronto tra le
versioni latina e quella francese, conservate rispettivamente nella Biblioteca Nazionale di Parigi e
nella Biblioteca Bodleiana di Oxford.29
L’esposizione del Viaggio notturno del Profeta che viene fatta nel Libro della Scala appare
più circostanziata, variopinta e fantasiosa delle fonti che l’hanno ispirata; mantiene inoltre lo stile
tipicamente ripetitivo di certa prosa araba medievale, ed è possibile qua e là identificare passi del
Corano, tracce di tradizioni profetiche o addirittura alcuni passaggi della narrazione originale di Ibn
‘Abbâs, come nel caso della descrizione della scala (mi‘râj) da cui il libro stesso prende nome:
Dopo che io, Maometto, ebbi compiuto in quel tempio (Gerusalemme) le mie preghiere con i profeti
lì radunati, e dopo essere stato ricevuto con onore e anche abbracciato da loro, come avete udito, ecco che
Gabriele mi prese per mano e mi condusse fuori del tempio e mi mostrò una scala che scendeva dal primo
cielo fino alla terra su cui mi trovavo. E quella scala era la cosa più bella che si fossa mai vista. Essa
poggiava su quella pietra presso cui in precedenza ero disceso. I suoi gradini erano fatti come segue: il primo
era di rubino, il secondo di smeraldo, il terzo di perla luminosissima, e tutti gli altri di pietre preziose, ognuna
secondo la sua natura, lavorati con perle e oro purissimo, tanto riccamente che nessun cuore umano sarebbe
in grado di concepirlo.30
Così è invece la descrizione della scala celeste nel testo arabo di Ibn ‘Abbâs:
Allora Jibrîl, su di lui la pace, mi portò fino alla pietra ed ecco che (vidi) la scala (al-mi‘râj) che
scendeva sulla pietra dalle nuvole del cielo; non avevo mai visto nulla di più bello di quella scala; essa aveva
un gradino d’oro, un gradino d’argento, un gradino di crisolito (al-zabarjad), un gradino di rubino ….31
È altrettanto interessante confrontare la descrizione di Al-Burâq, la cavalcatura celeste di
Muhammad, nelle due versioni. Si legge nel Libro della Scala:
Dopo che io, Maometto, mi fui inchinato di fronte a Gabriele, come avete appena udito, ecco che
guardando io vidi che teneva per le briglie una bestia che aveva portato per me e il cui nome arabo era
“Alborak”, che in latino significa “maschio d’anatra o di piccola oca”. Tale infatti, era per forma, mentre per
dimensioni era più grande di un asino e più piccola di un mulo. Aveva volto umano, crini di perla e criniera
di smeraldo; la coda era di rubino, e aveva gli occhi più chiari del sole. I suoi zoccoli e le unghie erano come
quelli del cammello e i suoi colori erano di purissimo splendore. Aveva una sella così magnifica e così
riccamente e mirabilmente ornata di perle e pietre preziose che nessuno saprebbe descriverla. L’arcione era
d’oro purissimo e persino il cuoio non era cuoio, ma la stessa gloria di Dio; il freno e il pettorale erano di
rubini, topazi e smeraldi; e le staffe di croco. Vidi anche che la bestia era attorniata da angeli che su di lei
vigilavano».32
28
Un’altra importante opera da segnalare su questo stesso argomento è quella del religioso spagnolo Miguel
Asìn Palacios che nel 1919 pubblicò a Madrid: La escatologia musulmana en la Divina Commedia, in cui delineò
l’ipotesi che a ispirare l’opera dantesca avesse contribuito indirettamente anche l’opera di Muhyiddîn ibn ‘Arabî.
L’opera è stata recentemente tradotta in italiano con il titolo Dante e l’Islam, Parma, 1994 e 1997.
29
Il Libro Della Scala di Maometto (1991).
30
Ivi, p. 23.
31
Ibn Abbâs (s.d.), p. 7.
32
Il Libro Della Scala di Maometto (1991), p. 20.
93
La stessa descrizione nel testo di Ibn Abbâs si traduce come segue:
Ed ecco, al-Burâq stava in attesa, Jibrîl lo conduceva. Esso non assomigliava a nessun altro animale,
era a metà strada tra l’asino e il mulo, aveva il viso come quello di un essere umano, il corpo come quello di
un cavallo, ed era l’animale più bello di questo basso mondo e di tutto quel che c’è in esso. La criniera era di
perle lucenti in cui erano incastonati rubini splendenti di luce, le briglie di smeraldo verde; gli occhi erano
come due astri luminosi che ardevano sfolgoranti come i raggi del sole. Il manto era grigio cenere a chiazze
bianche, le zampe bianche fino allo stinco, tutte tranne l’anteriore destra. La gualdrappa intarsiata di perle e
di gemme, nessuno saprebbe descriverla se non Iddio l’Altissimo. Il suo respiro era come il respiro di un
essere umano.33
I versetti del Corano che appaiono nel Libro della Scala corrispondono approssimativamente
al senso originale,
O voi che non credete ai profeti e ai nunzi miei, ecco, il fuoco di Halgahym sarà vostro possesso e
destino.34
Che corrisponde a:
Mentre coloro che rifiutano la fede e i Nostri segni smentiscono, sono quelli dell’inferno (al-jahîm)
(Corano V:10, V:86, 58:19).
Ma sono soprattutto le trascrizioni dall’arabo che denotano un faticoso tentativo di
riprodurre il testo originale:
E mentre le contemplavo, ecco che udii da oltre le cortine una voce pronunciare le parole del Corano,
la dove si inizia a dire: “hamina harazul bine unzila ylay “che vuol dire: “il nunzio ha creduto a tutto ciò che
gli fu rivelato”.35
Che corrisponde bene o male al versetto:
Il Messaggero di Dio crede in ciò che gli è stato rivelato (dal suo Signore)» (Amana al-rasûl bi-mâ
unzila ilayhi min rabbihi. – Corano II:285 –).
CONCLUSIONI
Quanto è stato detto finora dimostra che il Mi‘râj di Muhammad è stato il prototipo a cui si
sono ispirati liberamente gli autori e i poeti che abbiamo esaminato, e anche molti altri, le opere dei
quali non sono state prese in considerazione in queste brevi note; basterebbe ricordare “L’Epistola
del Perdono” (Risâla al-Ghufrân) del poeta siriano Abû-l-‘Alâ’ al-Ma‘ârrî (m. 1058), o il
“Racconto dell’Esilio Occidentale” (Qissat al-ghurbat al-gharbiyya) di Shaykh Shihabuddîn
Suhrawardî “al-Maqtûl” (m.1191), oppure il “Viaggio dei Servi di Dio nel Regno del Ritorno”
(Sayr al-‘ibâd ilâ al-Ma‘âd) uno dei mathnawî di Sanâ‘î di Ghazna (m. 1141), per vedere ancor più
chiaramente il percorso del modello del Mi‘râj nei vari contesti letterari orientali. Durante il suo
lungo tragitto il racconto ha varcato i limiti del mondo islamico medievale e le sue tracce sono ben
visibili in luoghi non lontani dalla Firenze di Dante e di Beatrice. In molti, inevitabilmente, hanno
cercato di vedere somiglianze tra la Divina Commedia e le fonti arabo-islamiche; le ha intraviste
anche J. L. Borges, che in uno dei suoi brevi appunti letterari ha accostato, non senza una vena di
scetticismo, l’Aquila imperiale che appare a Dante nel canto XVIII del Paradiso e il Simurg. A suo
giudizio, infatti:
La differenza tra l’Aquila e il Simurgh non è meno evidente della somiglianza. L’Aquila non è altro
che inverosimile; il Simurgh impossibile. Gli individui che compongono l’Aquila non si perdono in essa
(Davide funge da pupilla di un occhio, Traiano, Ezechia e Costantino da ciglia): gli uccelli che guardano il
Simurgh sono anch’essi il Simurgh. L’Aquila è un simbolo momentaneo, come prima lo furono le lettere, e
33
Ibn Abbâs (s.d.), pp. 3-4.
Il Libro Della Scala di Maometto, p. 110.
35
Ivi, p. 81.
34
94
coloro che lo compongono non cessano di essere ciò che sono; l’ubiquo Simurgh è inestricabile. Dietro
l’Aquila c’è il Dio individuale di Israele e di Roma; dietro il magico Simurgh c’è il panteismo36.
Si potrebbe pensare che Borges abbia travisato la fine del poema di ‘Attâr, che termina,
come abbiamo visto, con l’apoteosi del Non-Essere. Forse per semplice disattenzione, oppure,
forse, perché la ragione del grande scrittore argentino, come quella di ogni uomo sincero, di fronte
all’Infinito si ferma e retrocede. Lo sapeva anche il poeta persiano quando scriveva:
La ragione parla come Gabriele:
37
«oh Ahmad (Muhammad) se avanzo ancora di un passo, mi brucerà».
36
37
J.L. Borges, Il Simurgh e l’Aquila, in Borges (1985), vol. II, p. 1299.
Jalâl ad-Dîn Rûmî: Mathnawî ma‘nawî, 1:1066, Teheran 1349 (h).
95
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Il Libro Della Scala di Maometto (1991)
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Saccone, Milano 1991
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Il Corano, trad. a cura di Alessandro Bausani, Milano, 2001
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Muhyiddîn ibn ‘Arabî, Rasâ’il, Beirut, Dâr al-Kutub al-‘Ilmiyya, 2001
Pagliaro e Bausani (1968)
Pagliaro, Antonino e Bausani, Alessandro, La letteratura persiana, Firenze, 1968
96
LUIGI BALLERINI
Pellegrino Artusi “tradotto” da Giuliano della Casa
La storia editoriale de La Scienza in cucina e l’arte del mangiar bene è uno degli ingredienti
essenziali dell’esperienza che, oggigiorno, la semplice menzione del libro, o che fa lo stesso, del
nome del suo autore, suscita e rappresenta. Non esiste edizione moderna di qualche pregio che
ometta il fervorino che Pellegrino Artusi prepose all’edizione del 1902 e in cui racconta, neanche
troppo velatamente, i difficili inizi di quella sua opera che, dall’esordio nel 1881 e fino al 1910,
anno della morte dell’autore, avrebbe conosciuto ben quattordici edizioni. Molto opportunamente
egli volle intitolare quel suo capitoletto prefativo: “Storia di un libro che rassomiglia alla storia di
Cenerentola”.
Rifiutata da un editore fiorentino (con ogni probabilità il Barbera), pubblicata a proprie
spese e inviata direttamente dall’autore (contro pagamento, è chiaro) a chi gliene avesse fatto
richiesta, La scienza in cucina fa oggi parte del catalogo di numerosi editori tra cui Garzanti, Giunti,
Rizzoli e, ben inteso, Einaudi che, nel 1970, grazie alla cura (e alla disinvoltura) di Piero
Camporesi, trasformò il manuale noto a tutte le madri d’Italia e da loro religiosamente trasmesso
alle proprie nuore, in un classico della letteratura italiana.
Resta ora un altro passo da compiere: un’edizione critica del testo esemplata sulle varie
edizioni: non vi furono solo aggiunte di ricette (da un’edizione all’altra), ma anche modifiche sia di
sostanza sia di dicitura. È compito cui, se non andiamo errati, stanno per accingersi Massimo
Montanari e Alberto Capatti, all’insegna della Casa Artusi, un’istituzione voluta
dall’amministrazione comunale di Forlimpopoli che prevede il pieno funzionamento di una
biblioteca di gastronomia e la pubblicazione di testi ispirati all’Artusi e alla sua eredità
gastronomica e culturale.
L’annuncio, non formalmente esplicito, e però nemmeno gravato da ipoteche o incertezze, è
stato fatto durante il convegno: “La scienza in cucina nel mondo”, svoltosi il 18 giugno del 2005,
secondo giorno della Festa Artusiana, e da cui è emerso, tra l’altro, che la Cenerentola ha trovato il
suo principe azzurro e, anzi, o tempora o mores, che ne ha addirittura trovati più d’uno: a
un’edizione tedesca, in cui però di artusiano è rimasto solo il nome, fanno riscontro un’edizione
spagnola, una olandese, e una nordamericana, in cui dell’Artusi scrittore è stato rispettato fin
l’ultimo capello (d’angelo, naturalmente).
Ma è all’edizione Einaudi che dobbiamo velocemente tornare e, in particolare, alla ristampa
che l’editore ne fece per la collana I Millenni: parliamo dunque del 2001. In quell’occasione, al trio
ormai consolidato di Artusi, Camporesi e, ben inteso, dello stesso Einaudi, si aggiunse, in qualità di
illustratore (ma, mai, come in questo caso il termine e si è rivelato inadeguato e fuorviante)
Giuliano Della Casa.1 Il risultato fu, come usa dire, “senza precedenti”. Quella che doveva essere
un’operazione di ordinaria amministrazione si trasformò in una svolta epocale.
Gli acquerelli dell’artista modenese che da cinque anni a questa parte accompagnano il testo
dell’Artusi, ecco, per l’appunto, non lo “accompagnano” affatto. Essi sono, in realtà, e lo sono stati
fin dal loro primo apparire, parte integrante dell’esperienza che si fa quando si prende in mano per
leggere (e dunque non solo per consultare) l’Artusi. Per dire meglio, gli acquarelli di Giuliano Della
Casa hanno permesso all’Artusi di assomigliare a se stesso, o, se si preferisce, di diventare quel che
era destinato a diventare. Ciò vuol anche dire che chi si avvicinasse all’Artusi per il tramite di
un’edizione non galvanizzata da Della Casa si troverebbe tra le mani un testo buono al massimo per
imparare a cuocere le uova, o per essere un po’ meno grossolani, un testo godibile solo come
reperto archeologico, come pezzo da museo.
1
È giusto ricordare che l’edizione einaudiana del 2001 uscì corredata anche da una simpatica “toccata e fuga”
prefativa firmata dallo scomparso scrittore e pittore Emilio Tadini. Citiamo qui le frase conclusiva del suo breve testo:
“Doveva avere un ricettario, l’Artusi, per essere in grado di preparare tanti eccellenti piatti di parole...”
97
Non si può non pensare alla risposta che, quanto meno secondo un tratto persistente
dell’aneddotica che lo circonda, Picasso avrebbe dato a chi gli faceva incautamente osservare che il
suo ritratto di Getrude Stein non assomigliava affatto alla scrittrice nordamericana: “Le
assomiglierà”. E poiché i fatti sembrano avergli dato ragione (la Stein in carne e ossa, da quanto è
lecito dedurre guardando le foto dell’epoca, si andò somaticamente conformando all’anticipazione
visuale del suo “illustratore”) non si può non concludere che Picasso avesse intuito, in partenza,
l’evoluzione del proprio soggetto.
All’Artusi (non persona, è chiaro, ma libro, e dunque scrittura) è successo qualcosa di simile
grazie a un artista che ha non solo indovinato il modo in cui il gastronomo avrebbe desiderato
presentarsi per continuare a essere, ma anche individuato il dna cromatico del suo messaggio
culturale. Si può ugualmente dire che tra l’Artusi e Della Casa si sia stabilito un inquieto equilibrio,
paragonabile forse a quello osservabile in liquido contenuto in vasi comunicanti di diametro
pressoché equivalente... ma non proprio equivalente.
Non sarà, per tanto, del tutto inimmaginabile sostenere che l’incontro Artusi-Della Casa sia,
in realtà, un’ekfrasis rovesciata. È vero che prima sono venute le parole, e solo a distanza di quasi
un secolo le immagini (queste immagini), ma le parole sono state scritte per dare modo a certi
sapori di materializzarsi e corrispondono oggigiorno ai colori in cui Della Casa li ha tradotti. C’è,
per questo andirivieni, e cioè, per dire più seriamente, per questa trasferenza significante che opera
al di fuori delle coordinate cronologiche, una spiegazione ben precisa. L’ha ben colta, a mio parere,
Pablo Echaurren, che credo sia stato il primo ad accennare al binomio sapore/colore:
La pittura di Giuliano è anticoncettuale, sorgiva, istintuale, tanto quanto il suo autore è una
forza della natura, un prodotto della cultura della sua regione, della tradizione, di quando si
seguiva il dettato di Pellegrino Artusi e non si sarebbero degnati di alcuna attenzione gli
astrusi officianti devoti alla nouvelle cuisine ... Così come nella fattura di un acquerello non
è permesso il ripensamento, il cincischiamento, l’indugio, anche l’arte del mangiare si
basava sulla schiettezza, sulla risolutezza, sulla determinazione a andare al fondo della
questione senza girarci troppo intorno, senza ritoccare, aggiustare, correggere.
La specialità della casa di Giuliano Della Casa sta proprio in questo binomio
colore/sapore, il suo segno è rapido e pregno come un tortello, incisivo e lieve come un
culatello, effimero e permanente come il tartufo nel timballo.2
Accogliendo, con entusiasmo, il parallelo qui istituito tra la fiducia nell’esecuzione di un
piatto secondo le istruzioni dell’Artusi (e questo fidarsi, sia ben chiaro, non è un adagiarsi di
comodo, in quanto che il gastronomo romagnolo concede comunque ampi margini di libertà
all’esecutore, e anzi lo coinvolge nella continua sperimentazione di cui ogni piatto è occasione,
ponendosi quindi agli antipodi di un Escoffier, per cui la cucina è una scienza esatta la cui
frequentazione richiede piuttosto obbedienza che fiducia) e la fiducia che l’artista ripone nel suo
gesto senza ripensamenti, mi pare utile domandarsi in che modo debba o possa valutarsi
l’identificazione dell’ulteriore e reciproca parentela proposta da Echaurren, tra l’immediatezza del
segno pittorico e la schiettezza, l’autenticità, potremmo interpretare, dell’esperienza gastronomica.
E qui, per autenticità, suppongo che sia lecito intendere non altro che uno stato di grazia non
mediato dalle attese, dalle aspettative di un fruitore, cui l’artista vuole piacere (è lecito) senza mai
compiacerlo, e anzi senza neppure eleggerlo a condizione dell’atto creativo.
È autentico, in sostanza, ciò che rispetta le implicazioni della fonte dalla quale procede e non
si fa sedurre da opportunità linguistiche preconfezionate o, comunque, a portata di mano.
L’autentico, per tanto, non paga nessun tributo agli obblighi contratti dal genere (una
macchinazione mentale sempre approssimativa e avente, al massimo, funzione orientativa) in cui
viene calato, ed è assai più complesso e dispotico del semplicemente genuino. L’autentico prevede
alchimie, rituali, montaggi e non è mai, dunque, una semplice presentazione di materiali puri o
2
Vedi il catalogo della mostra di Giuliano della Casa alla Biblioteca Civica Luigi Poletti di Modena (MarzoGiugno 2002).
98
purificati (in questi termini è già traccia di una moralità chiesastica e dunque mercantile, capace di
ingenerare attività proficue intese a rendere meno intollerabile e scomodo un mondo che, sottratto ai
ricatti e alle abitudini di quelle stesse attività, diventa, ipso facto, perfettamente godibile). Il
genuino dunque non garantisce l’autentico. Nel primo sono schietti i materiali, nel secondo sono
schietti i procedimenti, le manipolazioni, i passaggi, i tradimenti, perfino, delle premesse quando
fossero diventate o stessero per diventare vincolanti (genuine).
In fatti ciò che solo ha in sé il proprio ente (ma tremo all’idea di verificare questo etimo) è il
passo, il passaggio, lo stare tra due, un essere che non è più e non è ancora, una cosa in bilico il cui
manifestarsi non dipende né dalla sua origine né dal suo destino, né dalla partenza né dall’arrivo.
Forse è per questo che la vita ci “sfugge” continuamente: perché nell’incertezza inevitabile del suo
trascorrere e palesarsi noi cerchiamo testardamente la certezza confermante del nascere e del
morire.
Per apodittiche che possano sembrare, tali affermazioni suggeriscono un fondamentale
distacco tra il principio della modularità riproduttiva e l’esperienza dell’affidamento interno, di
quella pistis medianica (e non mediatica), in cui né oggetto si cattura, né soggetto si assume
preposto (magari con tanto di autorizzazione accademica) alla cattura dell’oggetto. In luogo di tali
rapacità si suggerisce qui di tentare la via del trasalimento, del conoscere per traduzione reciproca
dei significanti. È nella qualità dell’espressione che si apposta il senso (e il godimento) del
conoscere, non nella sua specifica aderenza a un codice supinamente accettato.
Ciò premesso, conviene pensare al lavoro “artusiano”3 di Giuliano Della Casa come a
un’opera di traduzione, non intesa a rendere l’equivalente di un testo in un altro testo, cosa del resto
insensata, specialmente quando i testi medesimi si esprimono secondo fisicità diverse
(alfabeticamente Artusi, iconicamente Della Casa), ma neppure a torturare il testo di arrivo affinché
“sostenga” a tutti i costi e fino a sfociare nell’incomprensibile, le istigazioni e le peculiarità di
quello di partenza.
Si tratta piuttosto di un affidamento trasferitivo, in cui, secondo quanto indicava Walter
Benjamin nel suo celebre saggio, il compito del traduttore consiste nell’osservare le contrazioni e
gli spasimi della nascita di un testo nuovo stimolato da un testo di partenza: “anziché assomigliare
al significato dell’originale, una traduzione deve con amore e attenzione rivolta ai dettagli,
incorporare le modalità di significazione attive nell’originale, in modo che tanto l’originale quanto
la traduzione si rivelino come frammenti di un linguaggio superiore”. E ancora prima: “Il compito
del traduttore consiste nel trovare nella lingua in cui tradurre quel particolare effetto [intenzione]
capace di suscitarvi un’eco dell’originale”.4
Se passiamo ora a esaminare gli iconogrammi in cui Giuliano della Casa ha tradotto i
“palatogrammi”, per usare un efficace neologismo coniato da Paolo Fabbri, non faremo fatica ad
ammettere che il principio benjaminiano di una traduzione ironica e infinitamente provvisoria,
come voleva, ancora e sempre, il filosofo tedesco – e necesssariamente parodica, si potrebbe
aggiungere – che consente al proprio mezzo linguistico (familiare, domestico) di farsi efficamente
aprire e visitare, e fino a rilasciare inedite possibilità espressive, da un altro mezzo linguistico
(estraneo, foresto), è non solo religiosamente rispettato, ma intensamente praticato fino a dimostrare
come lo scopo ultimo di ogni traduzione non possa essere che “quello di esprimere quel rapporto di
reciprocità con altre lingue senza del quale una lingua non sarebbe nemmeno tale”.5
Nella ricetta “Tordi colle olive”, la formula di cottura rimanda a quanto già detto per i
“Piccioni in umido”: essa è dunque assai sbrigativa. Come spesso accade, nell’Artusi, le
“istruzioni” sono precedute o seguite (in questo caso seguite) da riflessioni d’ogni genere. Qui la
scelta è caduta su di un aneddoto, per altro assai scipito, che viene a dimostrare come la massima
3
Ma anche rabelaisiano. Vedi, sempre per i tipi dell’Einaudi (2004), l’edizione “illustrata” da Della Casa di
Gargantua e Pantagruel.
4
Queste “traduzioni” sono parafrasi della traduzione inglese del testo benjaminiano.Vedi Benjamin (1969),
rispettivamente alle pagine 78 e 76.
5
Traduzione, anche qui assai libera, da Benjamin (1969), p. 72.
99
“chi è più furbo è meno furbo” sia specialmente vera, quando il “personaggio” di cui si parla è
taccagno (“Per non cedere a furberia, o forse perché con essi quel signore si mostrava soltanto largo
in cintura, “gliela vogliamo fare” gridarono [i camerieri] ad una voce...” La morale della favola è
che il cliente si trova a mangiare sei tordi striminzi, anziché i sei “belli, freschi e grassi come i
beccafichi” da lui stesso recati al ristorante.
La soluzione del mistero si legge a pagina 272 de La scienza in cucina e a tale luogo
rimando volentieri il lettore curioso. Qui preme notare che assolutamente nulla di tutto questo
emerge dal gouache di Della Casa (che tra l’altro, è, come anche tutte le altre, una tavola fuori testo,
inserita a distanza di diverse pagine dal brano di testo cui dovrebbe corrispondere). Il Della Casa
prende l’Artusi in parola, e accoltane la provocazione, gliela, ma più opportunamente, ce la
restituisce traformata in idillio. Il tordo di Giuliano Della Casa è vivo e se ne sta appoggiato a un
ramo di olive che ha piuttosto l’aspetto di un ideogramma filiforme, lungo il quale si rinoscono le
bacche verdi dell’ulivo, è chiaro, ma anche una ‘g’ minuscola (la stessa che compare nella firma
dell’artista) e, dulcis in fundo, dei numeri. Dei numeri? Si perché la ‘g’, ripetendosi, ha finito con
l’assomigliare a un due (sono due anche le olive sul ramo) e il due non può stare senza il tre. Ma
qui, per buona misura c’è anche il quattro. E sul mistero che in quest’ultimo si annida (sempre di
tordi si tratta) non saprei profferire verbo. Tutto questo è assurdo? Ben inteso. Solo l’assurdo poteva
rimettere in moto la macchina artusiana, ma che dico rimettere in moto? Farla correre a Monza... a
Indianapolis. Chi ha mai visto un libro di cucina “illustrato” in questo modo, lanci la prima pietra.
C’è di più, naturalmente. Anzi ce ne sono due... due “di più” su cui abbiamo scelto di
soffermarci, che altri ancora se ne potrebbero elencare.6 Il primo riguarda il fatto che il cibo, grazie
alla bacchetta magica di Della Casa, viene restituito alla primigenia inspiegabilità e defunzionalità
della natura. Il che significa proseguire (e trasvalutare) l’insegnamento dello stesso Artusi il cui
humour culinaire, ha scritto Piero Camporesi, “pose finalmente fine... all’aspetto truce che le
operazioni coquinarie portano fatalmente con sé, come se a questa “scienza” sia negata la
redenzione dall’antico peccato originale nel quale quotidinamente ricade”.7
Parallelamente a quanto descritto due paragrafi or sono, nell’ultima edizione nordamericana,8 cui abbiamo più sopra accennato (anche su questa Della Casa ha lasciato la sua
inconfondibile impronta) ci imbattiamo in un pesce gatto che nuota disinvolto su di un piatto ai
bordi del quale ha trovato comodo ospizio anche una rana. Sopra entrambi volteggia (zig-zaga?)
una farfalla o, se non proprio una farfalla, certo un insetto meraviglioso.
Viene in mente, mi auguro non a sproposito, quanto confessava il poeta romagnolo Tonino
Guerra, reduce dai campi di concentramento:
Cuntént própri cuntént
a sò stè una masa ad vólti tla vóita
mó piò di tótt quant ch’i m’a liberè
in Germania
6
Un terzo “di più” ebbe essere costituito dalla disposizione assolutamente perversa delle tavole nel testo. Non
una di esse accompagna una precisa ricetta, come usa, nei manuali “ufficiali” di gastronomia. Il muso di un porcello
appare a metà della sezione dedicata dall’Artusi alla cottura del pesce, per esempio.
7
Vedi la sua introduzione alla citata edizione einaudiana (I millenni), p. LXI. L’affermazione dello studioso è
preceduta da un elenco di formule stereotipe del gergo cucinario: “pulite e disossate”, “pulite e sventrate”, ... “scorticate
e sventrate”, “spellate e sventrate” e dall’osservazione che “questo cursus rituale ... conserva nelle sue glaciali formule
linguistiche da obitorio qualcosa del momento sacrificale e della ritualità dell’assassinio della vittima predestinata”, p.
LX. È “idillica”, in Della Casa, perfino la tavola delle braciole.
8
In Nordamerica le edizioni artusiane, cioè manuali di gastronomia “emunti” dall’Artusi sono cominciate nel
1939. Un’edizione “defintiva” è apparsa nel 2003 a Toronto (University of Toronto Press, a cura del sottoscritto, e con
tavole, come si è detto, di Giuliano della Casa). Unico dispiacere: la parsimonia con cui l’editore canadese si è avvalso
dell’opera di Della Casa: otto tavole in tutto, contro le 24 dell’edizione einaudiana.
100
ch’a m sò mèss a guardè una farfàla
sénza la vòia ad magnèla.9
L’idea di mangiare, a dire vero, non passa neanche per l’anticamera del cervello di chi guarda (e
vede) quel che Della Casa gli ha messo davanti agli occhi. In questa pagina lievita una dolcezza
contemplativa che l’irriverente didascalia (“fritto di pesce gatto come in Luisiana” – di cui non è
traccia nel testo artusiano – e “come in rane fritte alla fiorentina”) non solo non scalfisce, ma
addirittura incrementa. Dove ci troviamo? Siamo in cucina o in qualche estuario o fossato o lago?
Forse in tutti e due. Una tenerezza campestre, un sapore di passeggiata, annulla completamente la
maledizione della necessità che inerisce al dettato culinario (anche quello alleggerito dell’Artusi).
Il secondo “di piu” è lo “straniamento locativo”, l’elemento fuorviante che ammorbidisce
l’atmosfera neo-positiva, avvocatizia che trapela ogni tanto nel testo artusiano. Se Della Casa
affronta il tema “ciliege” possiamo star certi che il loro nitore assoluto verrà esaltato a tutti i costi:
la loro esuberanza cromatica travolge, nel libro, ogni logica figurativa: dipinte su di una carta
appesa al muro esse sono contemplate da un barattolo (rosso) che dovrebbe contenerle: le ciliegie,
in altre parole, sono “esposte” e il barattolo non è che un visitatore discreto e mogio... e intimidito
dal trovarsi in un museo. Per un cocktail... un coppa di cristallo attende due ciliegie che paiono
impegnate in un duello, quanto meno in una logomachia. È certo che queste ciliege non si faranno
mai avvilire dalla tentazione di un Whiskey Sour.
Siamo alle prese con le salse? Si tre diverse salse: salsa di acciughe, maionese e salsa di
pomodoro. Ma ecco, prima di tutto in mezzo alla pagina ci sono tre vasi vuoti (e più adatti alle
conserve che alle salse)... le salse ci sono, si, ma sono appena accennate: tre macchie, tre
pozzangherine su cui “posano” o navigano i tre rispettivi contenitori.
Ma di questo straniamento l’esempio più significativo è forse la tavola con frigorifero e
ferro da stiro. Qui all’elemento spaziale si aggiunge uno scarto temporale, visto che ai tempi
dell’Artusi, questi elettrodomestici erano di là da venire. Un “filologo” dell’illustrazione si sarebbe
spinto fino alla cucina economica e alla ghiacciaia... ma al frigorifero non avrebbe certo pensato.
Dunque cosa ci fa qui questo frigorifero accolto in una sua mandorla alonata quasi si trattasse
dell’apparizione della Madonna di Pompei o di Fatima o di Guadalupe? Forse si tratta proprio di
questo: di una profezia visuale, suscitata dal gusto delle tre “frittelline” numerate che occupano,
modestamente, la parte in alto a sinistra della tavola. E non lo suggerisce anche la didascalia (di
difficile lettura) che le accompagna: “Fatemi sognare frittelline mie”. Ma sognare una Madonna
frigorifero! Dove andremo a finire?
Meglio: dove andremo a non finire? Perché quando si passa da un’arte per modo di dire,
quale quella dei fornelli, a un’arte reale, quale la pittura per acquerelli di Giuliano Della Casa, a ogni
“lettura” ci si imbatte in arrivi provvvisori sempre diversi che scatenano, ogni volta, partenze
ulteriori. Limitiamoci dunque, per concludere, a dire anche noi provvisoriamente, e anzi a ribadire,
che, oggi (in effetti dal 2001), La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene senza Giuliano Della
Casa non si può.
Testi citati
Benjamin (1969)
Benjamin, W., Illuminations, New York, Shocken Books, 1969
Guerra (1992)
Guerra, T., Il Polverone, Rimini, Maggioli editore, 1992
9
Contento proprio contento / sono stato molte volte nella vita / ma più di tutte quando mi hanno liberato / in
Germania / che mi sono messo a guardare una farfalla / senza la voglia di mangiarla. Vedi “La farfàla”, in Guerra
(1992).
101
GIUSEPPE PALUMBO
Il ruolo centrale della traduzione specializzata nell’evoluzione
degli studi sulla traduzione1
Introduzione
L’esplosione di studi sulla traduzione, definitivamente affrancatasi dal legame con gli studi
letterari e ormai osservata e discussa dalle prospettive più disparate, conferma il superamento sia
della tradizionale visione del traduttore come figura solitaria sia della traduzione come processo
meccanicistico, rapporto tra due “oggetti” meramente linguistici tra i quali stabilire un’equivalenza
di natura non meglio specificata. Un approccio tendenzialmente funzionalista è acquisito, pur con
vari distinguo, dalla maggioranza degli studiosi, ma se quell’approccio operava ancora in una
prospettiva essenzialmente testuale, oggi le ricerche si concentrano anche su altre dimensioni, in
primis quella cognitiva (studi sulla traduzione come processo) e quella sociologica (studi sulle
condizioni di lavoro dei traduttori, sulla traduzione come “catena produttiva”, sulle aspettative dei
destinatari, e così via), dimensioni che, pur quando rimangono lontane da una tradizionale
attenzione agli aspetti meramente linguistici, finiscono spesso con avere ricadute significative anche
su questi ultimi. Un lavoro come Robinson (2003), tanto per citare un esempio, fa della traduzione,
analizzata anche nei suoi numerosi aspetti di contorno e anzi spesso proprio a partire da quelli, un
caso esemplare di atto linguistico, fenomeno nel quale (come del resto già confermavano gli
approcci funzionalisti appena ricordati) diventa evidente la tendenza della lingua ad agire (“doing”)
sui destinatari e non semplicemente a trasmettere (“saying”) contenuti informativi. La traduzione
diventa dunque paradigma del funzionamento della lingua tout court, specchio attraverso il quale
diventa possibile esaminare le modalità e le implicazioni di ogni atto di comunicazione.
Tutto ciò ha portato a riconsiderare in maniera talvolta radicale le modalità secondo le quali
un traduttore sceglie, in lingua di arrivo, un equivalente per un determinato elemento (parola, frase,
capoverso, intero testo) della lingua di partenza. Che la scelta avvenga in base alle considerazioni
più disparate è cosa ovvia per molti di coloro che la traduzione la praticano a livello professionale,
ma forse i tentativi di spiegare la traduzione esclusivamente facendo ricorso a una prospettiva
linguistica, magari improntata a un più o meno rigido formalismo, hanno in passato a lungo
impedito un’analisi lucida dei fenomeni traduttivi e dei fattori che concorrono a determinarli. Negli
ultimi decenni, tuttavia, la nascita dei Translation Studies come disciplina ha portato al centro del
dibattito una fondamentale domanda (“Quali sono le modalità secondo le quali il traduttore opera le
sue scelte e quali fattori condizionano tali scelte?”) cui si tenta di dare una risposta con
spregiudicatezza metodologica e senza timori reverenziali nei confronti delle discipline affini, a
partire proprio dalla linguistica.
La traduzione specializzata si è affermata come uno dei filoni di ricerca principali all’interno
della più vasta area dei Translation Studies. Sono ormai lontani i tempi in cui il testo specialistico
veniva visto, anche in ottica traduttiva, come caratterizzato essenzialmente da una elevata densità di
termini tecnici. La ricerca linguistica e, in parallelo, quella sulla traduzione hanno ormai assodato
che la peculiarità del testo specialistico va cercata tanto nel lessico quanto nelle sue particolari
caratteristiche morfosintattiche. L’attenzione degli studiosi, tuttavia, è andata anche al di là del
livello frastico, estendendosi alle caratteristiche testuali e, in tempi più recenti, alla valenza retoricopragmatica degli enunciati che compongono i testi. Ci si è in definitiva allontanati definitivamente
da una visione del testo specialistico parcellizzata e isolata dal contesto socio-culturale e si è
approdati a una concezione più organica e articolata, incentrata sul testo come atto comunicativo
che non prescinde (ossia non può prescindere) dalla situazione sociale e culturale in cui è calato.
La pratica della traduzione a livello professionale ha, in un certo senso, seguito
un’evoluzione parallela, favorita dall’imporsi di mezzi di comunicazione inediti (tanto per fare un
1
Questo contributo è apparso, con un titolo diverso e con qualche piccola modifica al testo, nel numero 9 della
Rivista internazionale di tecnica della traduzione.
102
esempio macroscopico, Internet). L’avvento del computer, in generale, ha rappresentato per la
traduzione professionale un punto di svolta: con l’informatica le modalità di produzione e fruizione
dei testi sono cambiate a tutti i livelli e questo non poteva non avere ripercussioni sull’attività di chi
questi testi li traspone in un’altra lingua e per culture, e mercati, diversi. La concezione stessa di
testo ne ha risentito (il menù di un’interfaccia software è un testo o no?) e, sempre a partire dalla
pratica, sono in alcuni casi usciti chiaramente allo scoperto i punti deboli o le lacune di quelle
concezioni teoriche della traduzione che vedono nella parola il proprio cardine. Le innovazioni nella
traduzione come professione, insomma, hanno sancito la consacrazione degli approcci teorici
funzionalisti più spinti - quali, per dirne uno, la Skopostheorie di H. Vermeer - che sono apparsi
dotati degli strumenti più adatti alla riflessione sulla traduzione come viene praticata oggi dai freelance e dalle aziende specializzate del settore. Ovvio che gli ormai numerosi centri di formazione
dei traduttori a vario livello facessero propri tali approcci, sebbene al loro interno siano spesso sorti
aspri (e, perché no?, fecondi) conflitti con i “formatori” di estrazione letteraria.
La traduzione specializzata ha dunque fatto in un certo senso da anello di congiunzione tra
tendenze affermatesi in diversi campi: linguistico (si pensi all’attenzione data di recente al
“discorso”e a i “generi testuali”), propriamente traduttologico (vedi la svolta “culturale”, quella
“funzionale” e l’attenzione oggi rivolta agli aspetti etici e sociologici della traduzione),
terminologico (gli studiosi si stanno chiedendo cosa sia un termine, come esso si leghi ai concetti e
come arrivi ad imporsi nell’uso), cognitivo (si guardino, ad esempio, gli studi sulla
categorizzazione) e filosofico (in filosofia della scienza, ma anche in linguistica, è stato indagato da
più autori il rapporto tra lingua ed epistemologia, fino ad individuare, nei testi scientifici, una
retorica parallela a quelle di altre discipline).
In questo contributo propongo una breve ricognizione di alcuni concetti che hanno animato
il dibattito sulla traduzione negli ultimi decenni, scelti tra quelli che hanno apportato, e che
sembrano poter apportare in futuro, spunti innovativi di discussione e di analisi per quanto riguarda
in particolare la traduzione specializzata, il cui studio ha contribuito in maniera decisiva alla
complessiva maturazione della disciplina dei Translation Studies. In particolare, mi interessa vedere
come tali concetti (essenzialmente due: le “norme traduttive” e la “competenza traduttiva”) possano
essere applicati su due distinti versanti, quello della didattica e quello della pratica professionale,
nella convinzione che la riflessione teorica sulla traduzione possa avere non poco da offrire tanto a
chi è già oggi chiamato a fornire, sul campo, servizi di mediazione linguistica e culturale quanto a
chi si sta preparando a farlo.
La prospettiva sociologica
Un utile punto di partenza, in base a una prospettiva eminentemente sociologica, è la presa
d’atto della dimensione collettiva del lavoro di traduzione. Molti testi tradotti sono in effetti il
risultato di un lavoro a più mani, anche quando non sono presentati come tali: un traduttore ha oggi
la possibilità di chiedere aiuto ai colleghi attraverso canali un tempo non disponibili, come le
mailing-list, canali che creano veri e propri gruppi virtuali di professionisti in costante contatto gli
uni con gli altri; se usa una memoria di traduzione, il traduttore può riutilizzare il lavoro fatto da
altri in passato e confluito nella memoria; in determinati ambiti, come quello dei servizi editoriali o
della localizzazione del software, può contare sulla collaborazione di tutti gli altri operatori
coinvolti nel progetto di traduzione. La capacità di relazionarsi con i colleghi, di chiedere aiuto e di
rivolgersi alle persone giuste viene anzi ormai vista da non pochi studiosi come parte intergrante del
bagaglio di competenze minimo del traduttore professionista.
103
Ma si potrebbe andare oltre, e osservare come ormai i processi di automazione stiano
spostando l’attività di traduzione verso una specie di “cervello diffuso”2 (sia esso una comunità online, il server di un’azienda o l’intero World Wide Web) del quale i singoli traduttori possono essere
visti come singoli neuroni, punti di smistamento (nevralgici, ma per quanto ancora lo rimarranno?)
di un’immensa offerta di traduzioni già disponibili sotto forma di memorie di traduzione, banche
dati terminologiche, dizionari, enciclopedie, corpora e, non ultime, le pagine web raggiunte
attraverso i motori di ricerca, questi ultimi per certi versi ormai infinitamente più utili di qualsiasi
dizionario.
Non si tratta, come si può vedere, della traduzione automatica come ce la si immaginava
fino a pochi anni orsono, ma di qualcosa di ben più affascinante e, probabilmente, di molto più
efficace, perlomeno in termini di produttività. Dal punto di vista del dibattito sulla qualità delle
traduzioni, è interessante notare come, almeno per il momento, i processi di automazione si
sviluppino in senso contrario al percorso seguito dalla riflessione teorica: se questa ha spostato
gradualmente la sua attenzione dalle unità minime al testo, le più diffuse applicazioni software sono
attualmente imperniate sulla corrispondenza tra unità frastiche e terminologiche, anche se non sono
affatto da escludere progressi che consentano al software di superare questa barriera e arrivare al
trattamento di segmenti testuali ben più ampi.
Ancora in prospettiva sociologica è interessante notare come, mentre il lavoro di traduzione
si distribuisce a una “squadra”, al singolo traduttore venga oggi demandata una pluralità di compiti,
molti di quali posti al di fuori di quello che una volta era percepito come il nucleo caratterizzante
della sua attività, ossia la trasposizione di testi, di materiale linguistico:
The translator needs to develop the expertise of a project manager, a computer scientist, a
documentalist, a DTP specialist, a terminologist, a language engineer, an evaluator, a
localizer, and a technical writer.3
Va ricordato tuttavia, che le ultime linee di sviluppo del mercato della traduzione lasciano presagire
un ritorno alle mansioni prevalentemente linguistiche, pur in un quadro di spiccata vocazione
tecnologica. Esselink (2005), ad esempio, spiega come negli anni a venire la gestione delle memorie
di traduzione, di cui i traduttori sono attualmente responsabili, verrà assunta esclusivamente dalle
aziende, lasciando al traduttore il compito di dialogare con il server nel quale la memoria risiede e
di concentrarsi sul controllo di qualità delle corrispondenze offerte dalla memoria (col rischio che
egli perda di vista la dimensione testuale, spesso indispensabile per valutare la bontà di una
soluzione traduttiva).
Il dibattito sulle “norme” traduttive
In qualsiasi settore egli operi, quella del traduttore può essere vista come una “‘normgoverned’ freedom”.4 Lasciato (per il momento?) da parte il dibattito sull’equivalenza, diversi
studiosi della traduzione si sono in effetti dedicati all’osservazione e all’analisi delle convenzioni,
delle tendenze o delle attitudini (in breve delle “norme”, osservate descrittivamente) che regolano
l’attività del traduttore, studiandole a partire da una prospettiva non linguistica ma sociopragmatica. Tra i primi a impegnarsi in tale ricerca è stato Gideon Toury (1980) e (1995), che ha
aperto la strada a un notevole numero di studi, alcuni dei quali si sono innestati, talvolta
abbandonando la prospettiva esclusivamente sociologica, sul filone delle ricerche sugli universali
della traduzione e sullo sviluppo e le modalità di acquisizione della competenza traduttiva. Ma
fermiamoci, per il momento, a illustrare brevemente la proposta di Toury e a vedere come essa sia
stata discussa e integrata in lavori successivi, in particolare quelli di Simeoni (1998) e Robinson
(2003). Sullo sfondo del dibattito sulle norme c’è l’idea che il giudizio di qualità sulla traduzione
2
Cfr. i concetti di “elusive, composite epistemic subject”, di “virtual authorship” e di “collective
constructionism” di cui parla Simeoni (1998), p. 36.
3
Rico Pérez (2002).
4
Robinson (2003), p. 89.
104
non può non essere influenzato da quelle che si ritiene siano le convenzioni che, più o meno
tacitamente, regolano l’attività dei traduttori in un dato periodo storico e in un dato segmento socioprofessionale.
Il modello di Toury è di chiara impronta sociologica: allo studioso interessa vedere in che
modo i traduttori arrivino a conformarsi alla prassi che regola il particolare settore della società in
cui essi sono professionalmente impegnati. Le norme possono essere viste come strategie che i
traduttori, in una data situazione socioculturale, tendono a scegliere al posto di alte strategie pur
possibili. Nella definizione di Hermans (1995),5 uno degli studiosi che hanno sviluppato le idee di
Toury, le norme sono
internalized behavioural constraints which embody the values shared by a community and govern
those decisions in the translations process which are not dictated by the two language systems
involved.
Definizione nella quale è evidente lo spostamento della prospettiva dall’equivalenza linguistica e
testuale ai meccanismi che determinano le scelte del traduttore.6
Il lavoro di Simeoni (1998) riprende, rielaborandolo e in parte criticandolo, il modello di
Toury. L’enfasi rimane sulla pratica del tradurre, piuttosto che sui testi, ma il baricentro si sposta
dalla forza normativa della prassi alla rielaborazione che di questa fa ogni singolo traduttore:
concetto centrale per Simeoni (1998)7 è quello di habitus, visto come “elaborate result of a
personalized social and cultural history”. Al modello di Toury Simeoni imputa la mancanza di
quattro aspetti giudicati cruciali:
1) una esauriente spiegazione delle modalità di apprendimento e interiorizzazione delle norme;
2) una illustrazione dei meccanismi di trasmissione delle norme;
3) il riconoscimento della libertà di movimento del traduttore, se non altro di fronte alla scelta della
norma da preferire qualora egli si trovi di fronte a norme in conflitto;
4) una visione complessa della dimensione sociale in cui si trova ad operare il traduttore e delle
modalità secondo cui tale dimensione viene interiorizzata.
Gli elementi che qui ci interessano più da vicino sono quelli richiamati ai punti (2) e (4).
Come tiene a sottolineare Robinson (2003),8 al quale si deve anche la schematizzazione delle
critiche rivolte da Simeoni a Toury, nell’essere trasmesse le norme possono anche subire leggere
modifiche. I “portatori” delle norme, in altre parole, possono, nel tramandarle, introdurvi degli
elementi personali, e altrettanto può fare chi le norme le riceve, apprendendole e interiorizzandole;
il tutto in base a un processo che Robinson vede come caratteristico di ogni atto di trasmissione di
enunciati linguistici o di pratiche sociali:
translation norms arise out of the structured/structuring interactions of the marketplace, not
out of the work or committees or other decision-making bodies to which translators might
be appointed as the representatives of “practitioners” or some such.9
Ciò lascia intravedere un margine di movimento molto più ampio di quello ipotizzato da
Toury, margine evidente anche nella facoltà di scegliere norme diverse, specie laddove esse siano in
conflitto tra loro. Ed è interessante notare, da questo punto di vista, come Robinson (2003),10 nel
riprendere la critica di Simeoni, faccia riferimento non all’etereo mondo della traduzione letteraria
5
Hermans (1995), p. 216.
Alle “norme” è dedicato anche un lavoro di Chesterman (1993; v. anche 1997), in cui si adotta una
prospettiva sociologica ma si rende conto anche della dimensione testuale. Nella categoria delle “professional norms”,
infatti, Chesterman inserisce anche le “relation norms” basate sul criterio del mantenimento di un rapporto di
equivalenza tra testi di partenza e arrivo. La proposta di Chesterman è scopertamente prescrittiva, ancorché di un
prescrittivismo probabilistico, ossia basato sull’osservazione delle regolarità rintracciabili nel comportamento dei
traduttori.
7
Simeoni (1998), p. 32.
8
Robinson (2003), pp. 86-87.
9
Ivi, 87.
10
Ivi, p. 88.
6
105
(mondo che forse poi tanto etereo non è) quanto alla attività quotidiana del traduttore free-lance alle
prese con i committenti e gli incarichi più diversi:
the same freelancer may be asked in the course of a single month to do a back-translation,
sticking as closely as possible to the original syntax to show the client whether the original
translation was properly done; to localize a piece of software […]; to give a client the gist of
a letter over the phone; an to edit the work of another translator. What are the norms of this
translator’s behaviour?
La competenza traduttiva
Torniamo, insomma, a uno dei nostri punti di partenza, vale a dire all’esplosione di compiti
diversi demandati al traduttore (e, conseguentemente, delle competenze che gli si richiedono).
Esplosione che lo rende operatore giocoforza flessibile e magari anche più aperto a considerare,
nota Simeoni (1998),11 le istanze dei Translation Studies, cui non pochi traduttori professionisti
guardano tradizionalmente con diffidenza. Secondo Simeoni, anzi, il mondo della traduzione è
troppo aperto e variegato perché si possa parlare, come invece tendeva a fare Toury, di norme
monopolizzate da una ristretta cerchia e imposte a chi intende entrarvi. Se si accetta questa riserva,
it will be difficult to envisage actual products of translation as anything more than the
results of diversely distributed social habituses, or, specific habituses governed by the rules
pertaining to the fields in which the translation takes place. Not the field of translation, but
that of heteronomous (literal, scientific, technical legal, etc.) production.12
Questo a sua volta, ci ricollega alla visione della traduzione come lavoro essenzialmente di
squadra, dato che sono rari i casi di traduttori che siano al contempo figure attive nel campo in cui
la traduzione si colloca.13 Sono molto più frequenti invece i casi di traduttori che si specializzarono
nei testi di un dato settore, ma è evidente come essi non diventino specialisti tout court del campo,
bensì professionisti capaci di orientarvisi e magari di sapere entrare, a fini di documentazione e di
consultazione, in relazione proficua con chi vi opera (qui, in fondo, sta l’essenza della dimensione
fortemente collaborativa della traduzione specializzata). Tutto ciò si badi bene, non va
assolutamente inteso nel senso di un ridimensionamento della figura del traduttore, bensì (e
all’opposto) come tentativo di identificarne le prerogative, i tratti distintivi che lo presentano come
figura specializzata nel mediare tra lingue e culture (anche culture settoriali e specialistiche)
diverse.
Altra conseguenza dell’osservazione di Simeoni appena riportata è il fatto, messo in luce
dallo stesso studioso, che probabilmente le decisioni stilistiche (lessicali, retoriche e relative
all’organizzazione testuale) prese dai traduttori sono una funzione delle differenze esistenti tra gli
habitus specializzati dei vari settori cui i testi da tradurre afferiscono. In altre parole, l’approccio di
ciascun traduttore tenderà a variare a seconda del settore in cui egli opera. La traduzione viene così
a configurarsi come mosaico di attività e abitudini diverse, nessuna delle quali esaurisce in sé, presa
singolarmente, le caratteristiche del campo più vasto che chiamiamo appunto “traduzione”. Se le
attività sono diverse, tuttavia, comune sembra la predisposizione (o la capacità, che dir si voglia) a
individuare di volta in volta i fattori preminenti dell’atto di trasposizione linguistica e culturale,
secondo una definizione minimalista di competenza traduttiva che riecheggia la definizione
proposta da Pym (2002) ma che, a differenza di questa, recupera in maniera più esplicita il ruolo dei
fattori socio-culturali. Pym infatti vedeva nella capacità di selezione l’essenza dell’attività del
traduttore ma, forse nel timore di complicare la definizione, non specificava la natura del fattori che
guidano la selezione: il riferimento di Simeoni all’habitus (quello proprio del traduttore e quello del
11
Simeoni (1998), pp. 13-14.
Ivi, pp. 19-20; corsivo nell’originale.
13
Uno dei settori in cui accade più spesso che a tradurre un testo specialistico sia uno specialista del campo
stesso è la medicina. Si tratta, tuttavia, di una mia impressione personale non suffragata da indagini statistiche, che forse
sarebbe interessante condurre per capire, tra le altre cose, se vi siano settori che, per l’elevato grado di specializzazione
o magari per evitare intrusioni nella categoria, tendono a “respingere” i traduttori.
12
106
settore cui la sua attività afferisce) permette forse di chiarire di che natura possano essere tali
fattori.14 Anche se è difficile “to even conceive of a distinct ‘community’ of translators” (Simeoni
1998),15 è tuttavia possibile rintracciare capacità che sembrano caratterizzare l’attività traduttiva in
tutte le sue pur diverse manifestazioni, capacità fra cui lo stesso Simeoni (1998)16 annovera quella
“adaptive faculty” cui si richiama la definizione di “competenza” appena proposta.
Ricadute sulla didattica e sull’ethos professionale
Come possiamo, in base alle necessariamente brevi e schematiche considerazioni fatte
prima, riconfigurare i vincoli che agiscono sull’attività del traduttore, in particolare nel campo della
traduzione specializzata? Primo passo verso questa riconfigurazione può essere quello di liberare il
termine stesso, “vincolo”, da qualsiasi connotazione negativa, vederlo nel senso non di costrizione
ma di fattore che concorre a determinare una serie di scelte, nel quadro di una visione della
traduzione come processo decisionale basato su considerazioni di carattere funzionale e contestuale.
Ogni incarico di traduzione può essere allora visto come rientrante in un “progetto”,
delineato esplicitamente o implicitamente, che fissa le coordinate in base alle quali il traduttore (e
chi collabora con lui) opera le proprie scelte: coordinate stilistiche, testuali ma anche situazionali,
ossia legate alle condizioni di lavoro (tempistica, disponibilità e tipo degli strumenti di
consultazione, possibilità di consultare colleghi) e alle aspettative dei destinatari, alle conoscenze
pregresse del traduttore sull’argomento trattato nel testo e ad altri fattori eterogenei quali la linea
editoriale, le implicazioni etiche del lavoro di traduzione, le aspettative del committente, ecc. I
vincoli insomma nascono non solo dal testo ma anche da tutta una serie di fattori extratestuali; il
traduttore è dunque spesso “libero” nei confronti del testo, ma vincolato da fattori solo
apparentemente estranei ma di fatto cogenti e – considerazione non secondaria – di volta in volta
diversi.
Nella traduzione specializzata, a fare da contraltare a questo generale accoglimento delle
posizioni funzionaliste o comunque fondate su una visione dinamica dell’equivalenza traduttiva,
hanno contribuito a lungo gli studi in campi affini quali la terminologia e la linguistica. In
terminologia ha dominato per decenni il paradigma wüsteriano, che aveva nell’esatta
corrispondenza tra termine e concetto un suo caposaldo. In linguistica, non pochi studiosi hanno in
passato presentato della lingua tecnico-scientifico un’immagine idealizzata, poco rispondente al
vero, ossia quella di una lingua neutra, monoreferenziale e, in definitiva, “oggettiva”; immagine, è
interessante notare, che molti studenti di traduzione sembrano ormai aver introiettato, come
testimonia, ad esempio, lo studio illustrato in Sevilla Muñoz (2004).17
Queste posizioni hanno contribuito non poco a far figurare la traduzione specializzata come
un’eccezione in un quadro generale pur fondato sull’abbandono del meccanicismo. Come molti
traduttori sanno, tuttavia, e come diversi studiosi hanno cominciato a far notare, anche la traduzione
14
Più di recente lo stesso Pym (2004) ha riveduto la sua definizione: abbandonata la pur elegante
individuazione del criterio della selezione come principio fondante dell’attività traduttiva, lo studioso delinea un quadro
in cui le scelte traduttive sono compiute in ottica perlopiù extralinguistica, facendo del “rischio” associato alle diverse
componenti di un testo il cardine delle scelte operate dai traduttori, in base al seguente principio: il traduttore concentra
i propri sforzi sugli elementi che sono a più alto rischio nell’economia complessiva del testo.
15
Simeoni (1998), p. 26.
16
Ivi, p. 31.
17
Nello studio di Sevilla Muñoz (2004) si presentano i risultati di un sondaggio svolto, in Spagna, tra gli
studenti di alcuni corsi universitari di traduzione tecnico-scientifica e volto a identificare quelle che, per loro, sono le
principali caratteristiche della lingua tecnico-scientifica e le maggiori difficoltà legate alla traduzione di testi incentrati
su argomenti tecnici o scientifici. I tratti che la maggioranza degli studenti identifica, tra cui la precisione linguistica e
l’universalità e univocità terminologiche, sono, guarda caso, gli stessi appena citati a proposito dell’idealizzazione della
lingua della tecnica e, soprattutto, della scienza. Sarebbe stato interessante vedere che ruolo giocano nelle risposte
fornite dagli studenti la loro esperienza diretta della lingua tecnico-scientifica e quelli che invece possiamo ipotizzare
essere i giudizi indotti dalla consultazione delle opere di linguistica cui gli studenti hanno presumibilmente avuto
accesso nel loro corso di studi. Sevilla Muñoz stesso, in ogni caso, è concorde nel ritenere quella espressa degli studenti
un’immagine riduttiva e poco aderente alla realtà.
107
specializzata è fondata in buona parte su strategie e modalità operative dinamiche se non addirittura
incentrate sulla stessa creatività solitamente associata a tipi di traduzione molto diversi (e di
dinamismo si parla apertamente ormai anche in terminologia – cfr. ad esempio Temmerman (2000)
e Ahmad (2002) – mentre la linguistica, come si ricordava in apertura, è approdata a una concezione
più problematica della lingua specialistica, cominciando a rilevarne le componenti sociopragmatiche e presentandole non come aspetti marginali ma come tratti costitutivi).
In sede didattica, fare riferimento a questo quadro che vede i fattori contestuali come
preminenti nel processo decisionale del traduttore appare dunque non un corollario del percorso
formativo ma un suo elemento cardine. Anzi, il riferimento alla dimensione socio-pragmatica può
essere talvolta, per il docente, l’unico modo di cavarsi di impaccio di fronte chi è ansioso di sapere
perché una dato equivalente può essere considerato migliore di altri, pur possibili (magari gli unici
proposti dai dizionari). Se ciò può far temere a qualcuno che a risentirne sia lo sviluppo delle
competenze linguistiche (viste come primo passo nella preparazione dei traduttori, fase preliminare
alla fine della quale, e solo allora, si può cominciare a tradurre), gioverà forse ricordare che la
traduzione può essere un efficacissimo strumento di apprendimento linguistico proprio perché porta
allo scoperto la dimensione essenzialmente “performativa” della lingua.
Ma non solo: il fatto che ormai la traduzione possa essere considerata, seppure in una
prospettiva “virtuale”, un’attività collettiva, svolta cioè coniugando competenze individuali e
competenze “diffuse”, dovrebbe forse spingerci a riconsiderare alcuni specifici aspetti della
formazione. In particolare, sarebbe forse opportuno inserire a pieno titolo nei percorsi formativi
questa nuova dimensione e sforzarsi di individuarne quegli aspetti da discutere criticamente o
quantomeno da far presente agli studenti perché ormai facenti parte a pieno titolo del bagaglio
professionale dei traduttori.
Oltre che in sede didattica, il quadro delineato fin qui potrebbe dare un contributo anche in
sede di costruzione di una identità professionale “forte” del traduttore, identità da imperniare non
(solo) sulle competenze linguistiche ma anche sulla più volte richiamata attitudine a gestire la
comunicazione interculturale. In una orgogliosa rivendicazione come quella di Scarpa (2004),18 del
resto, questa componente figura già in maniera preminente: secondo la studiosa, infatti, tra le
competenze che costituiscono lo specifico della traduzione non possono mancare né la capacità di
mediazione culturale, né la capacità di riflessione sulla propria attività di traduttori, né, infine, la
capacità di adeguare il proprio metodo di lavoro ai bisogni del mercato (cfr., a proposito di
quest’ultima, la “adaptive faculty” richiamata sopra). Ed è su queste basi che i traduttori (aiutati
magari dagli istituti di formazione) possono assumere, nei confronti dei committenti un ruolo
propositivo, attenuando l'enfasi eccessiva che in alcuni casi l’industria pone sulla produttività a
scapito della qualità.
Di tale consapevolezza, del resto, si stanno facendo portavoce anche gli stessi traduttori
attivi sul mercato, molti dei quali cominciano a notare lo scarto molto forte esistente tra il proprio
ideale di qualità e le aspettative dei committenti. Benis (2005),19 ad esempio, ricorda come i
parametri presi in considerazione nell’eseguire i controlli di qualità sui grandi progetti di traduzione
siano tuttora ancorati ad una visione che fa del testo di partenza la “authority” ultima, lasciando così
da parte quello che invece dovrebbe essere il criterio principale, ossia la “suitability for purpose”
dei testi tradotti. Sempre Benis (2005),20 inoltre, fa notare come, nel promuovere un cambiamento
di prospettiva sulla qualità dei testi tradotti, i singoli traduttori, più che le grandi aziende, possano
svolgere un ruolo decisivo, “acting individually or in partnership to provide the specialist crosscultural consultancy that the increasing number of clients who have got their fingers burnt with
inappropriate communications now demand” (corsivo mio).
18
Scarpa (2004), p. 137.
Benis (2005), pp. 27-28.
20
Ivi, p. 30.
19
108
Conclusioni?
Più che a vere e proprie conclusioni, le sbrigative riflessioni fin qui esposte sembrano
condurre naturalmente a una serie di domande. Innanzitutto: come fare in modo che a tali riflessioni
(a patto di trovarle valide e giustificate) sia dato non solo un posto ma anche il giusto rilievo nei
corsi di formazione? Chi insegna si trova spesso in oggettiva difficoltà nel valutare la bontà di una
scelta traduttiva proposta da uno studente: tale difficoltà può risultare proprio dalla mancanza di un
“progetto” che, anche implicitamente, possa essere visto come insieme delle coordinate che guidano
le scelte del traduttore. Tra le capacità di chi forma i traduttori non può non esserci, a mio parere,
quella di immaginare diverse ipotesi di utilizzo e di fruizione per i testi oggetto delle esercitazioni.
Da qui la necessità che i docenti possano contare su un certo bagaglio di esperienze di traduzione a
livello professionale.
Seconda domanda: come si possono “educare” i committenti, spesso ancora legati a una
visione rigida e semplicistica dell’attività dei traduttori? In particolare, come far capire loro che in
molti casi il rischio non è legato a una mancata trasmissione di tutte le informazioni contenute in un
testo quanto (tanto per rimanere su un parametro di valutazione che ormai viene universalmente
riconosciuto in sede di riflessione teorica) alla mancata aderenza ai canoni stilistici e redazionali che
governano quel determinato tipo di testo in lingua d’arrivo? A tale proposito si può notare un
paradosso, relativo allo scarto tra le richieste qualitative del mercato (non di rado basse) e quello
che da diversi anni ormai si trasmette agli aspiranti traduttori in sede di formazione allorché li si
avverte della necessità di prestare grande attenzione alle aspettative dei destinatari, ai canoni
redazionali e così via. Laddove per il committente questi aspetti rimangano secondari, tutti gli sforzi
compiuti in tal senso dal traduttore andranno persi e anzi potranno ingenerare un atteggiamento di
diffidenza nel committente, che crede di non ritrovare nel testo di arrivo quello che vedeva nel testo
di partenza.
Terza, e conclusiva, domanda: come assicurare che, in sede di formazione, venga rispettato
il delicato equilibrio tra le richieste del mercato, da un lato, e le istanze di salvaguardia della qualità
espresse dai formatori (e dai traduttori) più avvertiti? Su questo tema sono sorte in passato aspre
polemiche tra istituti di formazione e rappresentanti del mondo produttivo, non di rado dovute a una
mancata comprensione dei rispettivi ruoli. Il mondo accademico, tuttavia, sta compiendo uno sforzo
di accoglimento delle prospettive più vicine alla reale attività dei traduttori, sforzo che, come
abbiamo visto, sembra ripagare anche nei termini di una più lucida analisi teorica dei fenomeni
traduttivi.
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Toury, G., Descriptive Translation Studies and Beyond, Amsterdam/Philadelphia, Benjamins, 1995
110
HANS HONNACKER
La traduzione italiana di Sebastian Haffner,
«Geschichte eines Deutschen»: problemi e curiosità1
Geschichte eines Deutschen di Sebastian Haffner ha suscitato scalpore non soltanto in
Germania, ma in tutto il mondo, quando uscì postuma nel 2000. Per mesi il libro di Haffner era in
vetta alla classifica dei libri di saggistica più venduti in Germania. Al riguardo Volker Ulrich scrisse
in un articolo della “Zeit” del giugno 2001: “Über 170 000 Exemplare sind bereits verkauft. Seit
Monaten besetzt das Werk Platz eins der Bestsellerlisten, und es wird vermutlich noch einige Zeit
dort verweilen.“ 2 Anche in Inghilterra dove il figlio di Haffner, Oliver Pretzel, ha curato l’edizione
con il titolo Defying Hitler. A Memoir, Geschichte eines Deutschen ha riscosso un grande successo.3
Non stupisce quindi che, solo un anno dopo la seconda edizione tedesca del libro di Haffner, sia
uscita anche una traduzione italiana che, come vedremo, denota alcune particolarità e qualche
difetto, riconducibili forse ai tempi stretti della pubblicazione della traduzione.
Prima di entrare nel merito della edizione italiana, vorrei fare alcune brevi osservazioni
riguardo alla biografia di Haffner e alla storia editoriale della Geschichte eines Deutschen visto che,
a mio avviso, sono rilevanti per la traduzione e la sua descrizione.
I. Storia editoriale
1. Breve biografia di Sebastian Haffner
Raimund Pretzel, alias Sebastian Haffner, nato a Berlino nel 1907, conseguì il dottorato di
ricerca in legge prima di emigrare in Inghilterra nel 1938 dove lavorò come giornalista di “The
Observer”. Tornato in Germania nel 1954, scrisse per il giornale “Die Welt” e più tardi per la rivista
“Stern”. Pubblicò una serie di bestseller storici: Winston Churchill (1967), Anmerkungen zu Hitler
(1978), di cui il noto critico letterario Marcel Reich-Ranicki disse che era il libro migliore che
avesse mai letto su Hitler, infine Historische Variationen (1985) e Von Bismarck zu Hitler (1987).4
Haffner si era dunque fatto un nome nel campo della saggistica storica. Insisto su questo fatto dal
momento che la ricostruzione delle attese dei lettori, determinata da altre opere dell’autore
precedentemente uscite, è decisiva per una traduzione. Tornerò su questo in seguito.
2. Due edizioni di Geschichte eines Deutschen
Quando Haffner morì nel 1999, suo figlio, Oliver Pretzel, che tuttora vive a Londra, scoprì
nel lascito di suo padre il manoscritto di Geschichte eines Deutschen, di cui non sapeva niente come
egli stesso scrive nella postfazione sulla storia editoriale della seconda edizione del 2002. La prima
edizione apparve nel 2000 presso la casa editrice Deutsche Verlagsanstalt e suscitò un notevole
interesse presso il grande pubblico nonché la stampa, cosa che colse lo stesso Oliver Pretzel di
sorpresa, “besonders da das [Buch] auch ja ein Torso ist und Mitte 1933 unbefriedigend abbricht,
wo doch nachher so viel Schlimmeres noch folgte”.5
Nel 2002 seguì la seconda edizione con aggiunte, rese possibili dal ritrovamento di due
manoscritti da parte del giovane storico Jürgen Peter Schmied nell’archivio federale tedesco. Si
1
Il presente saggio è una versione modificata di una relazione tenuta al “Fünfundzwanzigstes Seminar:
Italienisch-deutsche wissenschaftliche Übersetzung” a Bolzano (11.-13. November 2004) ed in parte si basa sulla tesi di
laurea di Katia Abelli: “Wer deutsch ist, bei dem kann Hitler nicht weit sein”? Die “Geschichte eines Deutschen” von
Sebastian Haffner und ihre italienische Übersetzung, discussa nel luglio 2005.
2
Volker Ullrich, in “Die Zeit”, giugno 2001 (www.zeit.de/2001/06/Kultur/200106_p-haffner.html).
3
Cfr. Haffner (2002c). Questo vale anche per l’edizione francese, come ha confermato Oliver Pretzel.
4
Accanto alla sua attività giornalistica per “The Observer”, Haffner compose nell’esilio inglese Germany:
Jekyll and Hyde (1940) e Offensive against Germany (1941) (v. a tale riguardo Haffner (2002b), p. 5, nota 1). Nel suo
recente libro Begegnungen lo storico Joachim Fest fornisce un ritratto di Haffner ricco di spunti interessanti, sebbene
non sempre positivo (Fest (2004), pp. 21-54). In questo contesto va segnalata anche l’intervista sull’esilio inglese,
condotta da Jutta Krug con Sebastian Haffner nel 1989 (Haffner (2004)).
5
Oliver Pretzel nella postfazione a Haffner (2002a), p. 303.
111
tratta della mancante versione dattiloscritta dei capitoli 25 e 35-40 che proseguono il racconto fino
al dicembre del 1933. “Mit diesen beiden Ergänzungen”, scrive Pretzel, “entspricht nun das Buch,
bis auf das zurückübersetzte Kapitel 10, in vollem Umfang dem Zustand, den das Manuskript im
Herbst 1939 hatte, als es beiseite gelegt wurde”.6
3. L’edizione italiana di Geschichte eines Deutschen e la traduzione italiana di Anmerkungen
zu Hitler di Haffner
Come sopra accennato, l’edizione italiana di Geschichte eines Deutschen è uscita a maggio
del 2003 presso Garzanti di Milano, e cioè appena un anno dopo la pubblicazione della seconda
edizione tedesca. Nel 2002 era apparso presso lo stesso editore Hitler. Appunti per una spiegazione
di Haffner, la traduzione di Anmerkungen zu Hitler (1978), che il noto politologo Gian Enrico
Rusconi presentava con queste parole:
È diventato un classico della letteratura pubblicistica che si occupa della figura e della
personalità del Führer. Può considerarsi un esempio di “pedagogia civile tramite la storia”,
con le sue penetranti considerazioni che rispondono a un diffuso bisogno di conoscenza e di
giudizio sia delle generazioni più giovani sia di quelle più anziane che continuano a chiedersi:
“Chi era davvero Hitler? Come è stato possibile? Che posto ha nella storia tedesca? Può
presentarsi di nuovo?”7
Anche in Italia quindi Haffner era conosciuto al pubblico come scrittore di almeno un saggio storico
prima della pubblicazione della Geschichte eines Deutschen – del resto la prima edizione di
Anmerkungen zu Hitler era già apparsa nel 1979 con il titolo Il caporale Hitler erschienen.8 Claudio
Groff, ha sicuramente tenuto conto di questo libro nella sua traduzione di Geschichte eines
Deutschen.
II. Tipologia testuale
1. Saggio storico vs. autobiografia
Geschichte eines Deutschen. Die Erinnerungen 1914-1933 può essere considerata un saggio
storico, un’autobiografia o entrambe le cose? Nella classifica dei libri più venduti in Germania il
libro di Haffner viene classificato come saggio storico quindi in un certo senso come un’opera
storiografica o, come scriveva Joachim Fest in Anmerkungen zu Hitler, un testo di ‘saggistica
storica’). Tuttavia il testo denota palesi tratti tipici dell’autobiografia, avendo così differenti
funzioni comunicative dominanti. Questo emerge chiaramente già dal capitolo introduttivo del
racconto di Haffner:
Der Staat ist das Deutsche Reich, der Privatmann bin ich. Das Kampfspiel zwischen uns mag
interessant zu betrachten sein, wie jedes Kampfspiel [...]. Aber ich erzähle es nicht allein um
der Unterhaltung willen [..]. Mein privates Duell mit dem Dritten Reich ist kein vereinzelter
Vorgang. Solche Duelle, in denen ein Privatmann sein privates Ich und seine private Ehre
gegen einen übermächtigen feindlichen Staat zu verteidigen sucht, werden seit sechs Jahren
in Deutschland zu Tausenden und Hunderttausenden ausgefochten [...]. Ich will in diesem
Buch nur erzählen, keine Moral predigen. Aber das Buch hat eine Moral, welche, wie das
«andere und größere Thema» in Elgars Enigma-Variationen «durch und über das Ganze
geht» – stumm. Ich habe nichts dagegen, daß man nach der Lektüre alle die Abenteuer und
6
O. Pretzel, Vorbemerkung zur Taschenbuchausgabe, ivi, p. 5. Il perché mise da parte il manoscritto, Haffner
lo spiegava nel modo seguente: “Als der Krieg ausbrach, hatte ich das Gefühl, jetzt ist die Zeit zu ernst für diese
persönlichen, feuilletonistisch empfundenen Erinnerungen. Ich nahm mir vor, systematischer zu schreiben.” (v.
Schmied (2002), p. 14). Si ricorda che, durante l’esilio di Haffner in Inghilterra, fu iniziata anche una versione inglese
di Geschichte eines Deutschen che però non fu mai pubblicata e non si sa chi ne fosse l’autore (O. Pretzel, Nachwort,
Haffner (2002a), p. 294).
7
Haffner (2002b), p. 5. Rusconi accenna qui brevemente a Geschichte eines Deutschen senza tuttavia entrare
nel merito della storia editoriale (cfr. ivi, p. 5, nota 1).
8
Haffner (1979).
112
Wechselfälle wieder vergißt, die ich erzähle. Aber ich wäre sehr befriedigt, wenn man die
Moral, die ich verschweige, nicht vergäße.9
2. Differenti funzioni comunicative dominanti
Da un lato Haffner esprime qui le impressioni personali dell’epoca (la funzione emotiva
nella terminologia di Roman Jakobson), dall’altro è convinto di poterle generalizzare, dando un
quadro generale della situazione storica intorno al 1933 (funzione referenziale), al fine di
convincere il lettore della pericolosità del regime nazista (funzione conativa) – la morale
„sottaciuta“ di cui Haffner parla, che doveva essere l’intenzione testuale originale. Infine non va
dimenticata la funzione poetica che Roman Jakobson postula per testi letterari10 che, almeno per
certi brani del testo di Haffner, deve essere tenuta in considerazione, come si mostrerà in seguito.
Una traduzione deve tenere conto di queste diverse funzioni comunicative al fine di poter rendere
adeguatamente il testo originale, fermo restando che l’intenzione testuale nella lingua di partenza
non deve necessariamente coincidere con quella della lingua di arrivo.11 In aggiunta, come nel caso
di Geschichte eines Deutschen l’edizione tedesca apparsa postuma non ha più la stessa intenzione
testuale del manoscritto composto da Haffner alla fine degli anni Trenta. A ciò si dovrebbe
accennare in una breve prefazione di una traduzione. Il traduttore dovrebbe chiarire fin dall’inizio, a
quale pubblico la traduzione è destinata (nel nostro caso: storici o, più in generale, un pubblico più
vasto con interessi storici), nel caso in cui questo non sia già stato precedentemente stabilito dal suo
committente.
3. Attese dei lettori
Quale aspettativa nutriva il pubblico tedesco, e non solo quello ben informato, riguardo
all’edizione di Geschichte eines Deutschen? Certamente, quella di un saggio storico, come fanno
presumere le note opere sopra citate: Winston Churchill, Anmerkungen zu Hitler, Historische
Variationen e Von Bismarck zu Hitler. Nondimeno i lettori interessati di storia conoscevano già un
brano del capitolo 25 che Haffner aveva messo a disposizione dello “Stern” nel 1983 in occasione
del cinquantesimo anniversario del boicottaggio degli ebrei, indetto dai nazisti il 1° aprile 1933. Il
pubblico della prima edizione tedesca aveva quindi avuto un ‘assaggio’ del modo di raccontare
totalmente diverso che Haffner stesso descriveva come soggettivo e feuilletonistico, se ad esempio
lo si paragona con quello delle Anmerkungen zu Hitler. Questa forse è stata la ragione per cui
Haffner non ha voluto pubblicare (almeno non integralmente) Geschichte eines Deutschen finché
era in vita.
Per il pubblico italiano che il traduttore ha in mente vale un discorso simile: come detto
sopra, Haffner era conosciuto in quanto autore di saggi storici di successo:12 Geschichte eines
Deutschen, invece del tutto sconosciuto, viene però ugualmente presentato come saggio. Questo in
breve era quindi l’‘orizzonte di attesa’ dal quale il traduttore italiano ha preso le mosse.
III. La traduzione italiana di Geschichte eines Deutschen
1. Elementi paratestuali
Prima di proporre in seguito una critica della traduzione italiana di Geschichte eines
Deutschen, vorrei puntualizzare che non mi preme qui giudicare la traduzione di Claudio Groff, ma
piuttosto descriverla e discuterla. Chiunque si sia cimentato anche solo una volta in un lavoro di
traduzione destinato alla pubblicazione, sa fin troppo bene in quali condizioni difficili un traduttore
si trovi spesso a lavorare, fatto che comporta sviste evidenti e, a volte, soluzioni traduttive curiose.
9
Haffner (2002a), pp. 10 sg.
Per la funzione poetica si veda Schwarz / Linke / Michel / Scholz Williams (1988), pp. 21 sg. A tale riguardo
si confronti il giudizio di Oliver Pretzel: “[Das Manuskript] weist nicht den knappen Stil auf, den er sich als Sebastian
Haffner erarbeitet hat. Sein Stil ist vielmehr emotionaler und ›literarischer‹. [...] Es gibt aber ein graphisches Bild seiner
Zeit.” (O. Pretzel, Nachwort a Haffner (2002a), p. 302).
11
Cfr. a questo proposito anche Hönig/Kußmaul (19995), pp. 39 sg. e Kautz (20022), pp. 55 e 61.
12
Cfr. a tale riguardo Gian Enrico Rusconi in Haffner (2002b), pp. 5 sgg.
10
113
In questo contesto vorrei solo menzionare i tempi stretti e le condizioni contrattuali imposte dagli
editori o dai committenti che, per motivi pratici di spazio, non permettono per esempio una pre- o
postfazione, note a piè di pagina etc.
Sfogliando l’edizione italiana, colpisce subito la modifica del sottotitolo e della copertina del
libro di Haffner, non insolita nelle traduzioni ma, a mio avviso, significativa per la strategia
editoriale. Il sottotitolo non è, come sarebbe stato da aspettarsi, “Le memorie (o i ricordi) dal 1914
al 1933” (nell’originale: “Die Erinnerungen 1914 –1933”),13 ma “un ragazzo contro Hitler dalla
repubblica di Weimar all’avvento del Terzo Reich”. Tale sottotitolo, da una parte, specifica il lasso
di tempo indicato dal testo tedesco, dall’altra esclude la descrizione della prima guerra mondiale
trattato nei primi capitoli del libro (capp. 1-5) e sottace l’indicazione testuale di un’autobiografia:
“Erinnerungen” (al contrario per esempio delle edizioni francese e inglese). In compenso esplica fin
dall’inizio la tendenza di fondo di Geschichte eines Deutschen: l’opposizione di Haffner contro il
nascente regime nazista sorgente. Tale modifica del sottotitolo corrisponde sicuramente ad una
strategia editoriale ben precisa del traduttore e/o della casa editrice, e cioè attirare l’attenzione del
lettore italiano, servendosi abilmente di certi stereotipi dell’immaginario non solo italiano riguardo
ai tedeschi: accanto a “tedesco” si legge subito “Hitler” sebbene questi non fosse, come è ben noto,
tedesco di nascita.14 Questo vale anche per l’edizione inglese per la quale l’editore pretese il nome
di Hitler nel titolo, benché assente nell’originale, come ha confermato il figlio di Haffner. Se fosse
stato per la casa editrice, il libro di Haffner porterebbe il titolo “Betraying Hitler”, come se fosse
stato un rinnegato delle SS. Anche la copertina dell’edizione italiana segue questa logica, in cui non
è riprodotta (come nell’originale tedesco, ma anche nell’edizione inglese) una foto del giovane
Haffner (un ulteriore indizio dell’autobiografia), ma una caricatura del noto grafico berlinese
George Grosz (1893-1959).
Sebbene tali modifiche del titolo e della copertina siano assolutamente legittime – la foto di
Haffner non avrebbe avuto probabilmente nessun significato per il pubblico italiano –, nondimeno
sorprende il fatto che nell’edizione italiana che segue l’edizione tedesca del 2002 manchino sia la
prefazione che la postfazione sulla storia editoriale. Proprio quest’ultima è a mio avviso
imprescindibile per la comprensione anche da parte del pubblico italiano (come accennato sopra):
anche il lettore italiano dovrebbe essere informato dell’incompiutezza del libro di Haffner e del suo
carattere frammentario. Con ogni probabilità questa scelta editoriale non è stata presa dal traduttore,
ma dall’editore che, per motivi di spazio, ha voluto rinunciare a tali elementi paratestuali.15
Nondimeno tale decisione rimane incomprensibile, considerando anche il fatto che una prefazione
di venti pagine circa precede l’edizione italiana delle Anmerkungen zu Hitler in cui Gian Enrico
Rusconi, come detto sopra, discute e, in parte, critica le teorie storiche di Haffner. Forse tale
introduzione doveva fungere da prefazione a entrambe le edizioni italiane, cioè alla riedizione di
Anmerkungen zu Hitler e alla prima edizione di Geschichte eines Deutschen (usciti nel biennio
2002-2003) che probabilmente erano entrambi parte di un progetto editoriale. La mancanza di una
prefazione stupisce tanto più se si considera che l’edizione italiana è stata sovvenzionata dal Goethe
Institut-Inter Nationes.
Analogamente alla prima edizione tedesca anche quella italiana è uscita in tempi ristretti,16
altrimenti non si spiegherebbe il perché il traduttore abbia tralasciato una pagina intera del
manoscritto (come nella prima edizione tedesca), non seguendo la seconda edizione tedesca più
13
L’edizione francese della Geschichte eines Deutschen riporta di conseguenza il seguente titolo: Histoire d’un
allemand. Souvenirs 1914-1933. Come in Germania, in Francia sono del resto apparse due edizioni presso la casa
editrice Actes Sud (2002 e 2003).
14
Tale binomio corrisponde ancora oggi ai ‘pre-giudizi’ della maggior parte dei paesi europei nei confronti
della Germania (si veda a tale riguardo Jessen (2003), p. 33).
15
Soltanto dalla copertina si apprendono le più elementari notizie bio- e bibliografiche dell’autore. Riguardo a
Geschichte eines Deutschen si legge solo: “Storia di un tedesco, scritto alla fine degli anni Trenta ma pubblicato dal
figlio solo dopo la morte dell’autore, è apparso in Gran Bretagna e in Germania nel 2000 ed è stato tradotto in venti
paesi.”
16
O. Pretzel, Nachwort zu Haffner (2002a), p. 303.
114
completa del 2002. Che nella prima edizione tedesca mancasse un brano, si potrebbe spiegare con il
carattere frammentario del manoscritto ma, guardando meglio, è più che evidente. Nel testo tedesco
si legge:
Ich lernte – und zwar, wie gesagt, so schnell, als hätte ich es immer gewußt – die Namen von
Heerführern, die Stärke von Armeen, die Bewaffnung mit naiver Lust und ohne Spur von
Zweifel oder Konflikt, die Auswirkung der seltsamen Begabung meines Volkes,
Massenpsychosen zu bilden.17
Nella traduzione italiana tale passaggio viene riportato fedelmente:
Imparai – e, l’ho già detto, così rapidamente come se li avessi sempre saputi – i nomi dei
generali, la consistenza degli eserciti, i tipi di armi, con ingenuo piacere e senza traccia di
dubbio o di dissidio, effetto della strana propensione del mio popolo a creare psicosi di
massa.18
La lacuna si avverte al punto “Bewaffnung [...] mit naiver Lust”: non solo il sostantivo
‘Bewaffnung’ non viene specificato da un complemento nominale come quelli precedenti
(‘Namen’, ‘Stärke’), ma anche la successiva parte della frase (“die Auswirkung der seltsamen
Begabung meines Volkes, Massenpsychosen zu bilden”) non sembra collegata in modo chiaro con
il resto della frase. Infatti, se tale parte della frase proseguisse l’elenco precedente, ci si sarebbe
aspettati una congiunzione coordinata copulativa come ‘und’ prima dell’ultima parte della frase.
Inoltre l’infinito ‘die Auswirkung lernen’ richiederebbe un completamento, cioè ‘kennen lernen’,
per concludere la frase correttamente. Se si trattasse invece di un’apposizione, il ‘talento’ del
popolo tedesco di creare psicosi di massa sarebbe il motivo per cui il giovane Haffner abbia
imparato così velocemente i nomi dei generali e la consistenza degli eserciti etc.; una spiegazione
troppo sbrigativa e distorta, come dimostra la versione integrale:
Ich lernte – und zwar, wie gesagt, so schnell, als hätte ich es immer gewußt – die Namen von
Heerführern, die Stärke von Armeen, die Bewaffnung und Wasserverdrängung von Schiffen,
die Lage der wichtigsten Festungen, den Verlauf der Fronten – und ich kam alsbald dahinter,
daß hier ein Spiel im Gange war, geeignet, das Leben spannend und aufregend zu machen
wie nichts zuvor. Meine Begeisterung und mein Interesse für dieses Spiel erlahmten nicht bis
zum bitteren Ende. Ich muß hier meine Familie in Schutz nehmen. Es waren keineswegs
meine nächsten Angehörigen, die mir den Kopf verdrehten. Mein Vater litt unter dem Kriege
vom ersten Augenblick an und blickte auf die Begeisterung der ersten Wochen mit Skepsis,
auf die Haßpsychose, die ihr folgte, mit tiefem Ekel – wenn er auch selbstverständlich, loyal
und patriotisch, Deutschlands Sieg wünschte. Er gehörte zu den vielen liberalen Geistern
seiner Generation, die im Stillen fest überzeugt gewesen waren, daß Kriege unter Europäern
ein Ding seien, das der Vergangenheit angehörte. Er konnte mit dem Kriege, sozusagen,
nichts anfangen – und er verschmähte es durchaus, sich, wie so viele andere, etwas darüber
vorzumachen. Ich hörte ihn ein paarmal bittere und skeptische Worte sagen – nicht mehr nur
über die Österreicher –, die mich in meiner neugewonnenen Kriegsbegeisterung befremdeten.
Nein, mein Vater – und ebenso meine übrigen Angehörigen – waren unschuldig daran, daß
ich binnen weniger Tage zum fanatischen Chauvinisten und «Heimkrieger» wurde. Schuld
war – die Luft; die anonyme tausendfältig spürbare Stimmung ringsum; der Sog und Zug der
massenhaften Einigkeit, die den, der sich hineinwarf (und sei es ein siebenjähriger Junge) mit
unerhörten Emotionen beschenkte, und den, der draußen blieb, fast ersticken ließ in einem
Vakuum von Öde und Einsamkeit. Ich verspürte zum ersten Mal, damals mit naiver Lust und
ohne Spur von Zweifel oder Konflikt, die Auswirkung der seltsamen Begabung meines
Volkes, Massenpsychosen zu bilden.19
17
Haffner (20016), pp. 18 sg.
Haffner (2003), p. 17.
19
Haffner (2002a), pp. 18-20 (il corsivo è mio).
18
115
L’entusiasmo per la guerra, dimostrato da Haffner ad appena sette anni, si esprime nel suo
personale gioco di guerra (l’imparare dei nomi di generali e della consistenza degli eserciti etc.), ed
è dunque l’effetto del particolare ‘talento’ del popolo tedesco di creare delle psicosi di massa.
Nel caso di un testo originale ambiguo come questo, il traduttore o l’editore si sarebbero
dovuti rivolgere alla casa editrice tedesca o al curatore, cioè a Oliver Pretzel: si sarebbero così
accorti della non insignificante lacuna; non insignificante dal momento che il lettore viene a sapere
di fatti importanti riguardo al ‘clima’ durante la prima guerra mondiale e riguardo ai liberali
europei, e quindi anche tedeschi, per i quali all’inizio del Novecento una guerra costituiva un
anacronismo.20 In effetti questa pagina fornisce un ritratto della borghesia liberale tedesca
totalmente diverso – personificata nella figura del padre di Haffner che con disprezzo reagì alla
psicosi di odio della prima guerra mondiale –, da quello fornito normalmente ancora oggi nella
storiografia internazionale in cui, sebbene non esclusivamente come accadeva fino a poco tempo fa,
nella maggior parte dei casi la colpa della guerra fu attribuita in toto ai tedeschi.21
2. Strategie implicite e decisioni del traduttore
Dal momento che, per quanto io sappia, mancano osservazioni esplicite di Claudio Groff
riguardanti la sua traduzione (presumo non per propria scelta, ma per quella dell’editore), possiamo
evincere le sue strategie e decisioni traduttive soltanto dal testo stesso.
Dapprima va segnalato che Groff intendeva evidentemente scrivere una traduzione fluente e
ben comprensibile in italiano (cosa che, senza dubbio, è riuscito a fare); nel complesso, la sua
traduzione è orientata più alla lingua di arrivo che alla lingua di partenza – una distinzione che
risale, passando per Friedrich Schleiermacher e Wilhelm von Humboldt, addirittura fino a Lutero22
e che viene adottata ancora oggi nella traduttologia. Un indizio di una traduzione orientata al lettore
sono anche le note a piè di pagina, seppure abbastanza rare, che spiegano al lettore italiano termini
incomprensibili o nomi di personaggi storici sconosciuti e che Groff non traduce, conservando la
dizione tedesca. Per fare alcuni esempi: NSV = “Nationalsozialistische Volkswohlfahrt, l’ente
nazionalsocialistico per la previddenza sociale”, “Rote Fahne” e “Tägliche Rundschau” =
“«Bandiera rossa»; il titolo consueto significa «cronaca quotidiana»” e
“Noske” =
“Socialdemocratico di destra, Gustav Noske (1868-1946) fu nominato ministro della Difesa nel
gabinetto Ebert (1918) e diresse la repressione dell’insurrezione spartachista”.23 Nella traduttologia
l’uso di annotazioni o note è assai discusso – per motivi di spazio, gli editori vorrebbero
permetterne il minor numero possibile –, tuttavia queste sono a mio parere inevitabili se si parte dal
presupposto, come fa Umberto Eco, che diversi sistemi linguistici sono incommensurabili, ma pur
tuttavia paragonabili.24 In traduzioni di saggi le note sono più diffuse rispetto a traduzioni di testi
letterari, e quindi sono da considerarsi appropriate se vediamo un saggio storico nel testo di
20
Cfr. a tale proposito anche Detti / Gozzini (2000-2002), vol. I, p. 379.
Ivi, vol. II, p. 23 sgg.
22
Martin Luther, Sendbrief vom Dolmetschen (1530). Si veda a tale riguardo Nergaard (cur.) (1993), pp. 99 sgg.
Per Schleiermacher e von Humboldt cfr. ivi, pp. 125 sgg. e 143 sgg.
23
Haffner (2003), pp. 10, 24 e 29. Cfr. a tale riguardo ivi, pp. 33, 106-107, 147-148, 159, 190 e 192. Un altro
esempio per il ‘resto intraducibile’ (v. a tale proposito Osimo (1998), passim), che potrebbe essere spiegato in una nota,
è: “Heute gehts Null Komma fünf” (Haffner (2002a), p. 17). Groff traduce questo modo di dire – evidentemente tipico
della Pomerania orientale – della domestica letteralmente: “Oggi la va di zero virgola cinque” (Haffner (2003), p. 15),
probabilmente visto che il significato di questa espressione rimane nascosto allo stesso autore, Haffner, e che poi in
seguito viene in parte spiegato. Qui forse il traduttore avrebbe potuto trovare un modo di dire regionale corrispondente
(ad esempio: “oggi è un casotto”). In generale Groff parte dall’idea di un pubblico erudito, se dà per scontato che il
lettore italiano di oggi sa che cosa sono le Enigma-Variationen di Elmar (ivi, p. 11). Edward William Elgar,
compositore brittanico (1857-1934), negli anni Trenta del secolo XX era conosciuto in particolare per le sue Variations
on an original theme (‘Enigma’).
24
Eco (2003), pp. 345 sgg. Eco considera note a piè di pagina o annotazioni una sconfitta del traduttore (cfr. ivi,
p. 95).
21
116
Haffner. Nell’opera di Haffner Hitler. Appunti per una spiegazione, che è chiaramente da ritenersi
un saggio storico, il traduttore, Ettore Zelioli, ne fa uso benché misuratamente.25
Nondimeno Groff cerca di riprodurre parzialmente anche il ‘fascino’ del testo tedesco di
partenza, per quanto sia possibile, orientando in parte la sua traduzione all’originale. Il terzo
capitolo, da cui è tratto il seguente brano, ne offre un esempio interessante:
Nie werde ich diesen 1. August 1914 vergessen, und immer wird die Erinnerung an diesen
Tag ein tiefes Gefühl von Beruhigung, von gelöster Spannung, von »Alles wieder gut« mit
heraufbringen. So seltsam kann das »Geschichte-Miterleben« vor sich gehen. Es war ein
Sonnabend, mit all der wundervollen Friedlichkeit, die ein Sonnabend auf dem Lande haben
kann. Die Arbeit war vorbei, Geläute heimkehrender Herden in der Luft, Ordnung und Stille
über dem ganzen Gutshof, die Knechte und Mägde putzten sich in ihren Kammern für
irgendein abendliches Tanzvergnügen [...]. Als ich soweit zugehört hatte, ging ich hinaus, das
Herz ganz geschwellt von Erlöstheit, Zufriedenheit und Dankbarkeit, und sah mit geradezu
frommen Gefühlen über den Wäldern, die nun wieder mein Besitz waren, die Sonne
untergehen. Der Tag war bedeckt gewesen, aber gegen Abend hatte er sich immer mehr
aufgeklärt, und jetzt schwamm die Sonne, golden und rötlich, im reinsten Blau, einen
wolkenlosen neuen Tag verheißend.26
Groff traduce nel modo seguente questo brano piuttosto ‘lirico’ che in questo punto non somiglia
affatto a un saggio storico:
Non dimenticherò mai il 1° agosto 1914, e il ricordo di quel giorno porterà sempre con sé un
profondo senso di quiete, di tensione risolta, di «va tutto bene». È strano il modo in cui può
svolgersi la «partecipazione alla storia». Era un sabato, con tutta la meravigliosa tranquillità
che può avere un sabato in campagna. Il lavoro era finito, nell’aria suoni di greggi che
tornavano all’ovile, ordine e silenzio in tutta la tenuta, gli stallieri e le domestiche si facevano
belli nelle loro stanzette prima di andare a ballare da qualche parte [...]. Quando ebbi sentito
abbastanza uscii, il cuore gonfio di sollievo, di contentezza e di riconoscenza, e colmo di
sensazioni addirittura religiose guardai il sole tramontare dietro i boschi, che ora mi
appartenevano di nuovo. Il giorno era stato coperto, ma verso sera si era rasserenato sempre
di più e adesso il sole, dorato e rossastro, nuotava nell’azzurro più luminoso promettendo una
nuova giornata senza nubi.27
Eccetto le traduzioni delle espressioni «va tutto bene» (per »Alles wieder gut«) e «partecipazione
alla storia» (per »Geschichte-Miterleben«), sulla cui adeguatezza si potrebbe discutere, mi sembra
che Groff riproduca fedelmente la sintassi e il ritmo del testo originale, per quanto naturalmente sia
possibile.28 Un discorso analogo vale per il registro stilistico medio-alto (in particolare la metafora
del sole), cosicché anche in italiano si ha l’impressione di una descrizione romantica del paesaggio
e dell’anima che, per quanto riguarda l’atmosfera di gioia prefestiva, ricorda il famoso incipit de Il
sabato nel villagio di Giacomo Leopardi, ben noto anche ad un lettore italiano medio. Una tale
traduzione è giustificata dal momento che, se il lettore tedesco associa la scena descritta a brani
dell’opera di Joseph von Eichendorff, Aus dem Leben eines Taugenichts, la rievocazione con la
poesia leopardiana per il pubblico italiano è tutt’altro che fuorviante.29
25
Haffner (2002b), pp. 61, 102 e 149. È interessante che Zelioli conserva certe parole-chiave in tedesco (benché
fra parentesi), traducendole poi in seguito (ivi, pp. 128, 154 etc.). Stranamente manca anche in questa traduzione una
frase del testo di partenza, per quanto io possa vedere: “Das entscheidende Kennzeichen dieses Lebens ist seine
Eindimensionalität” (Haffner (200121), p. 8).
26
Haffner (2002a), pp. 15 sg.
27
Haffner (2003), pp. 14 sg.
28
Come è ben noto, la sintassi tedesca, soprattutto la posizione finale del verbo, non può essere riprodotta in
italiano. Nella traduzione italiana la sintassi, nel complesso, assomiglia a quella del testo tedesco, per quanto sia
possibile. Questo sicuramente non è un caso: Groff avrebbe potuto suddividere i lunghi periodi di frase di questo brano
in più frasi brevi.
29
Cfr. G. Leopardi, Il sabato nel villaggio, in Leopardi (1988), pp. 236 sgg. (vv. 1-21): “La donzelletta vien dalla
campagna, / in sul calar del sole, / col suo fascio dell’erba [...] / Or la squilla dà segno / della festa che viene [...]” e
117
Che Groff cerchi di riprodurre l’atmosfera descritta in parte anche nella sintassi, emerge
chiaramente dal seguente lungo periodo di frase:
Ma giù nella sala con le corna di cervo alle pareti e le stoviglie di stagno e i lucidi piatti di
terraglia sul pavimento trovai mio padre e il proprietario della tenuta, il nostro padrone di
casa, seduti in profonde poltrone mentre consideravano misuratamente ogni cosa discorrendo
con accortezza. Naturalmente non capii molto di ciò che dicevano e del resto l’ho del tutto
dimenticato. Ma non ho dimenticato come suonavano calme e consolanti le loro voci, quella
più acuta di mio padre e il basso profondo del padrone di casa, come saliva nell’aria in brevi
colonne, infondendo fiducia, il fumo aromatico dei loro sigari lentamente aspirati e come, più
a lungo parlavano, tutto diventava sempre più chiaro, sempre più positivo, sempre più
confortante.30
Nell’originale si legge:
Unten aber in der Halle mit den Hirschgeweihen an den Wänden und den Zinngeräten und
blanken Steinguttellern auf den Borden fand ich, in tiefen Lehnstühlen sitzend, meinen Vater
und den Gutsherrn, unsern Wirt, vor, wie sie in besonnenem Gespräch alles bedächtig
erwogen. Selbstverständlich verstand ich nicht viel von dem, was sie redeten, und ich habe es
auch völlig vergessen. Nicht vergessen habe ich, wie ruhig und tröstlich ihre Stimmen
klangen, die hellere meines Vaters und der tiefe Baß des Gutsherrn, wie vertrauenseinflößend
der wohlriechende Rauch ihrer langsam gerauchten Zigarren in kleinen Säulen vor ihnen in
die Luft stieg, und wie, je länger sie redeten, alles immer klarer, immer besser und immer
tröstlicher wurde.31
Con l’eccezione dell’evidente svista “Boden” / “Borden” (“pavimento” / “mensole”) – in questo
caso un redattore di bozze avrebbe dovuto ricorrere al suo sapere enciclopedico, per usare un
termine di Eco (piatti di terraglia che, anche in un podere, sicuramente non stavano per terra) –
Groff dà un quadro similmente tranquillizzante come appare nel testo tedesco: il fumo dei sigari che
sale piano piano nella sala in cui si trova padre di Haffner con il padrone del podere che convince il
bambino che la guerra non sarebbe potuta scoppiare.32 Nella prima frase ad esempio, il traduttore
segue la struttura della frase orientata verso sinistra, tipica per il tedesco, cioè che informazioni di
una certa rilevanza vengono nominate prima del verbo e del soggetto, quindi non seguendo la
sintassi tipica italiana, orientata normalmente verso destra.33 Groff avrebbe potuto tradurre ad
esempio nel modo seguente, seguendo un ritmo forse più familiare per il lettore italiano: ‘Ma trovai
mio padre e il proprietario della tenuta, il nostro padrone di casa, seduti in profonde poltrone,
mentre consideravano misuratamente ogni cosa discorrendo con accortezza giù nella sala con le
corna di cervo alle pareti e le stoviglie di stagno e i lucidi piatti di terraglia sulle mensole.’ È
l’atmosfera della sala (il setting) che Haffner descrive in modo intenso e che, non a caso, si trova a
stare all’inizio della frase: la sala in cui il padre di Haffner discute con il padrone del podere la
situazione politica dell’epoca viene rappresentata dalla prospettiva del giovane Haffner che si trova
al primo piano e dà un quadro della situazione tranquillizzante che, in una sorta di ecfrasi,34 il
Eichendorff (19842), pp. 58, 110, 212 e passim. L’analogia con il romanzo di Eichendorff risulta evidente nell’uso
dell’espressione “Alles wieder gut” che, in forma leggermente modificata, conclude l’Aus dem Leben eines
Taugenichts, trovandosi in una posizione di massimo rilievo: “und es war alles, alles gut!” (ivi, p. 278); interessante,
seppur insolita, la traduzione di Lydia Magliano: “tutto, tutto era divinamente bello” (ivi, p. 279).
30
Haffner (2003), pp. 14 sg.
31
Haffner (2002a) p. 16.
32
Per l’effetto “tranquillizzante” del fumo si veda anche Banda (2001), pp. 98-101: “Guardarlo, poterlo guardare,
a lungo, il fumo, il filo di fumo, le spirali di fumo, le capriole di fumo; contemplarlo, a lungo, molto a lungo, mentre si
svolge dal sigaro, mentre voluttuoso e volubile si districa dal sigaro, si divincola, lento, lentissimo, dal sigaro, e sale e si
disperde, quel filo di fumo, e si raddensa in nuvole, di fumo...” [ivi, p. 100]).
33
A tale riguardo si confronti Rega (2001), pp. 128 sgg. Rega si richiama qui alla teoria di M. Doherty della
‘Verzweigungsrichtung’ che, nella linguistica, però non è indiscussa (ibidem). Vedi anche Schmidt (1995), in
particolare. 183 sgg.
34
Per l’ecfrasi si veda Lausberg (19632) , p. 119, § 369.
118
lettore crede di vedere davanti a sé con i propri occhi. Groff riesce a ricreare lo stesso effetto –
avrebbe potuto cambiare non solo la struttura della frase, ma suddividere la lunga sequenza in più
frasi: ‘Ma trovai mio padre e il proprietario della tenuta, il nostro padrone di casa, seduti in
profonde poltrone giù nella sala con le corna di cervo alle pareti e le stoviglie di stagno e i lucidi
piatti di terraglia sulle mensole. Stavano considerando misuratamente ogni cosa discorrendo con
accortezza.’
Si potrebbero addurre numerosi esempi di tale strategia traduttiva ma, per motivi di spazio,
non posso entrare più nel dettaglio della questione. Nondimeno, riassumendo si può affermare che,
da un canto, il Groff procede generalmente nella sua traduzione in modo orientato al lettore, ma
dall’altro cerca di seguire il registro talvolta letterario-poetico del testo tedesco (e quindi anche la
differente funzione comunicativa), e per quanto sia possibile, perfino la sintassi (eccetto la
posizionale finale del verbo).
In conclusione vorrei occuparmi di un esempio testuale che, nel testo originale, non è
frammentario, ma ambiguo a tal punto da non permettere un’interpretazione chiara, ma più
interpretazioni possibili – caso che i traduttori non raramente devono affrontare: “Manche von den
Duellanten, heldischere oder märtyrerhaftere Naturen, haben es weiter gebracht als ich: bis zum
Konzentrationslager, bis zum Block, und bis zu einer Anwartschaft auf künftige Denkmäler.”35
Groff traduce: “Alcuni dei duellanti, temperamenti più eroici o più votati al martirio, sono arrivati
più lontano di me: fino al campo di concentramento, fino al ceppo, e fino alla candidatura a futuri
monumenti.”36 Quello che, ad una prima lettura, sembra chiaro, diventa una difficoltà per la
traduzione: che intende Haffner esattamente con ‘Block’? Tale lessema è riprodotto adeguatamente
in italiano con ‘ceppo’? Il Duden (Deutsches Universalwörterbuch) riporta dodici significati per
‘Block’, di cui nessuno in questo contesto è veramente appropriato.37 Dapprima il lettore
penserebbe probabilmente ad uno stabilimento di un casa o di una prigione visto che, nella frase
seguente, si parla di N.S.V.-Blockwalter con cui si intende evidentemente l’unità organizzativa più
piccola della suddivisione regionale della NSDAP (20-30 nuclei familiari circa) e che Groff traduce
di conseguenza. Nella frase precedente ‘Block’ è però ambiguo: in questo contesto tale parola
potrebbe stare per un particolare stabilimento di una prigione o di un patibolo. Entrambe le
interpretazioni sarebbero, a mio avviso, possibili anche se quest’ultima sembra più plausibile per il
climax della frase (Konzentrationslager – Block – Denkmäler). Groff decide per una soluzione che,
a prima vista, sorprende, traducendo (come accennato sopra) ‘Block’ con ‘ceppo’, cosa che
sicuramente non è casuale; lessemi che d’altronde hanno lo stesso significato di base ‘Holzklotz’
(blocco di legno). Groff non ha scelto ‘ceppo’ ovviamente in questo significato, ma in quello
secondario di ‘Hinrichtungsstätte’ (patibolo). Avrebbe potuto scegliere proprio ‘patibolo’ parola che
forse per il lettore italiano sarebbe stata più chiara, ma univoca.38 Il lessema ‘ceppo’ al plurale ha
anche il significato traslato di ‘prigione’,39 e così Groff ha trovato un lessema altrettanto ambiguo.
Questa naturalmente è un’eccezione, spesso il traduttore in un caso simile deve prendere una
decisione secondo la sua interpretazione: in breve, è costretto a rendere il testo originale ambiguo
con un testo univoco (ad esempio con ‘patibolo’).
35
Haffner (2002a), p. 10.
Haffner (2003), p. 10.
37
Per esempio: “kompakter, kantiger Brocken aus hartem Material”, “Einrichtung zur Sicherung des
Eisenbahnverkehrs auf Bahnhöfen u. Strecken”, “in sich geschlossene, ein Quadrat bildende Gruppe von
[Wohn]häusern innerhalb eines Stadtgebietes; Häuserblock” etc. (Duden. Deutsches Universalwörterbuch (20014), p.
299).
38
È interessante che il figlio di Haffner, Oliver Pretzel, abbia tradotto nella traduzione inglese da lui curata
‘ceppo’ con ‘gallows’, parola che corrisponde all’italiano ‘patibolo’ (cfr. Haffner (2002c), p. 4).
39
Il lessema italiano ‘ceppo’ ha fra gli altri, i seguenti significati: ‘parte inferiore del tronco di un albero’, ‘un
tempo, tronco sul quale appoggiavano la testa i condannati alla decapitazione’, pl. (fig.) ‘prigionia’ (L’Enciclopedia.
Dizionario di italiano (2004), vol. 21, p. 566). ‘Blocco’ ha più denotazioni che non sono identiche a quelle della parola
tedesca ‘Block’: ‘massa compatta di notevoli dimensioni’, ‘block-notes’, ‘unione stretta’, ‘alleanza di gruppo’ etc. (ivi,
pp. 395 sg.).
36
119
IV. Alcune conclusioni teoriche
1. Gamma di interpretazioni e traduzioni possibili
Il fatto che in un tale caso il traduttore debba prendere una decisione e fare una scelta
secondo la sua interpretazione, è una delle principali conclusioni teoriche da trarre da questa breve
descrizione dell’edizione italiana di Geschichte eines Deutschen di Haffner. Una traduzione
presuppone un’interpretazione da parte del traduttore, e in questo punto concorda la maggior parte
dei teorici della traduzione.40 Tradurre dunque vuol dire sempre anche interpretare, anche se non è
sempre vero il contrario come sostiene invece Martin Heidegger.41 Il traduttore/la traduttrice si può
vedere costretto/a a tradurre un passo ambiguo nel testo originale chiarendolo, come affermava già
Hans-Georg Gadamer, se nella lingua di arrivo non esistono analoghi lessemi ambigui.
2. Rilevanza delle scelte e strategie traduttive
Dopo un’attenta lettura del testo originale, il traduttore deve maturare decisioni, elaborare
ipotesi di lavoro a seconda della tipologia di testo e della funzione comunicativa dominante le quali
vanno verificate durante il processo di traduzione.42 Di tali decisioni può fare parte la scelta di
rinunciare generalmente a note e/o annotazioni o meno. D’altro canto è possibile che tali ipotesi
traduttive, prese all’inizio del processo traduttivo, vengano via via modificate o persino capovolte.
È importante che il traduttore prenda certe decisioni traduttive che mantenga fino alla fine, il che
non vuol dire che, come detto sopra, non le possa rivedere. Idealmente il traduttore dovrebbe aver la
possibilità di spiegare e motivare brevemente le sue decisioni al fine di evidenziare le difficoltà
traduttive incontrate. Che spesso i committenti di traduzioni o le stesse case editrici non permettano
questo, ce lo insegna purtroppo l’esperienza. Nondimeno nel caso di Geschichte eines Deutschen
ciò sarebbe necessario solo per la storia editoriale sopra descritta.
3. Possibilità di manipolazione o di deformazione dell’originale
Come abbiamo visto nei pochi esempi, traduzione non significa una semplice
trascodificazione di un testo da un sistema linguistico ad un altro.43 Essa va anzi intesa come un
processo interculturale di trasformazione in cui un sistema culturale viene trasposto in un altro
(übersetzen come übersetzen in un altro spazio culturale, come lo intende Heidegger).44 In questo
processo si arriva quasi necessariamente ad una ré-écriture, cioè una riscrittura del testo di
partenza,45 al fine di renderlo accessibile nella lingua di arrivo. Naturalmente consiste in questo
anche il pericolo di una manipolazione o deformazione del testo – nel senso del modo di dire
italiano traduttore, traditore,46 modo di dire o meglio gioco di parole che, ad esempio, non può
essere tradotto in tedesco. La lacuna della pagina non irrilevante, di cui si è parlato sopra, in
Geschichte eines Deutschen potrebbe far pensare in un primo momento a una tale manipolazione –
in passato le traduzioni accorciate non erano l’eccezione –, che tuttavia si spiega con
l’incompiutezza della prima edizione tedesca.
Tuttavia proprio nel caso di temi sensibili, come la rielaborazione del recente passato
tedesco, bisogna prestare particolare attenzione, come dimostra Lorenza Rega con l’esempio del
discusso libro di Goldhagen: la traduzione tedesca sarebbe attenuata, se paragonata con l’originale
40
Cfr. a tale riguardo per esempio Eco (2003), pp. 225 sgg., Gadamer (19906), pp. 387 sgg., Heidegger (1984),
pp. 74-76 e Drumbl (2003), pp. 83-99, in particolare 97-99. Di parere opposto Mattioli (2003), pp. 29-36, in particolare
p. 33 e Nasi (2001), pp. 135-150, soprattutto 142 sg. Tuttavia a mio avviso, Mattioli e Nasi ‘assolutizzano’ la posizione
di Gadamer a tale riguardo (v. Honnacker (2006)).
41
Heidegger (1984), pp. 74-76.
42
A tale proposito cfr. Eco (2003), pp. 80 sgg. e Nasi (2004), pp. 20 sg.
43
Si veda a tale proposito S. Nergaard, Un approccio semiotico alla traduzione multimediale, in
Bollettieri Bosinelli / Heiss / Soffritti / Bernardini (cur.) (2000), pp. 431-449, in particolare 431.
44
Heidegger (19922), pp. 17-18, §1 b.
45
Nasi (2004), pp. 17 sg.
46
Cfr. R. Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione, in Nergaard (cur.) (1995), pp. 51-62, soprattutto 62.
120
inglese, soprattutto quando si parla del tema della ‘colpa collettiva tedesca’. Il traduttore tedesco ha
respinto queste accuse, definendole come sofisticherie.47
Anche nel caso di Geschichte eines Deutschen nell’edizione italiana, a causa della mancanza
della pagina sopra citata, emerge, benché sicuramente in modo del tutto involontario,
un’impressione diversa della posizione dei liberali nei confronti della prima guerra mondiale
rispetto alla seconda edizione tedesca. Un eventuale accenno al carattere frammentario dell’opera in
una pre- o postfazione avrebbe potuto se non evitare, almeno relativizzare questa impressione
‘falsa’. In generale sarebbe auspicabile che tutti i partecipanti al processo traduttivo, dai traduttori
alle case editrici fino ai committenti fossero più consapevoli della loro responsabilità riguardo alla
trasmissione interculturale del sapere, come postulò già nel 1995 Reinhard Schmidt per la
traduzione scientifica,48 al fine di garantire una trasposizione adeguata (e non deformante) di opere
scientifiche significative.
47
Rega (2001), pp. 20 sg. A. Lefèvere vede nella traduzione generalmente una ré-écriture inevitabile e
manipolazione del testo di partenza (vedi Lefèvere (1998), p. 10). Per la polemica riguardante il libro di Goldhagen si
confronti anche Haffner (2002b), p. 7. Per Lefèvere e la problematica della traduzione come ré-écriture si vedano le
osservazioni di F. Nasi, Da un italiano ad altri: riscritture e traduzioni endolinguistiche del Decameron, in Honnacker
(cur.) (2005), p. 46.
48
Schmidt (1995), pp. 163-202, in particolare pp. 198 sg.
121
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124
NOTA SUGLI AUTORI
LUIGI BALLERINI (Milano, 1940) è professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’UCLA
University of Los Angeles California. Tra le sue numerose pubblicazioni di poesia e traduzione ricordiamo
solo alcuni titoli essenziali: La piramide capovolta (Venezia, 1975), Il terzo gode, con un saggio di Remo
Bodei (Venezia, 1994), Uscita senza strada, ovvero come sbrinare una bandiera rossa, con introduzione di
Francesco Muzzioli (Firenze/Palermo, 2000) e G. Stein, La sacra Emilia e altre poesie, a cura di L. Ballerini
(Venezia, 1998).
GUILLERMO CARRASCÓN (Madrid [Spagna], 1959) è ricercatore di letteratura spagnola; ha insegnato
Lingua spagnola presso le università di Torino e Bologna, e precedentemente negli Stati Uniti, al Dickinson
College in Pennsylvania e alla John Hopkins University di Baltimora; insegna attualmente “Traduzione
spagnola” e “Spagnolo terza lingua” all’interno del corso di laurea “Lingue e culture europee”. Da segnalare
i suoi seguenti saggi: Fondamenti di fonologia e di morfologia dello spagnolo (Torino, 2000), Usos
escénicos del sueño en el primer Lope, in Sogno e scrittura nelle culture iberiche (Roma, 1998) e La
tradución como modelo epistemológico en los programas universitarios de lenguas para enseñar, enseñar a
traducir (in corso di stampa).
MARIA CARRERAS I GOICOECHEA (Barcelona [Spagna], 1965) è ricercatrice di letteratura e lingua
spagnola presso l’Università di Bologna; insegna attualmente traduzione dall’italiano verso lo spagnolo
presso la SSLMIT (Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori) di Forlì. Tra le sue pubblicazioni vanno
menzionate: Anglicismo y lenguas de especialización: los prefijos de intensificación en italiano, catalán y
español, in F. San Vincente (cur.), L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica,
Bologna, Clueb, 2000, pp. 171-196, La Divina Commedia nelle versioni spagnole e catalane, in “Tratti.
Fogli di letteratura e grafica da una provincia dell’Impero” 67 (2004), pp. 63-73 e La didáctica de la
tradución jurídica italiano-español, in Carmen Mata Pastor (cur.), Introducción a la traducción jurídica
jurada italiano-español, Málaga, Comares (in corso di stampa).
LAURA GAVIOLI (Castelfranco Emilia [Modena], 1962) è professore associato presso l’Università di
Modena, ha insegnato per circa dieci anni presso la SSLMIT (Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori) di
Forlì (Università di Bologna); attualmente insegna “Linguistica inglese” all’interno del corso di laurea
“Lingue e culture europee” presso l’ateneo modenese. Fra le sue pubblicazioni si ricordano alcuni articoli in
cui affronta il tema dell’apprendimento della traduzione attraverso il testo scritto, orale e cinematografico (Il
doppiaggio: Trasposizioni linguistiche e culturali, a cura di L. Gavioli, Raffaella Baccolini e Rosa Maria
Bollettieri Bosinelli, Bologna, Clueb, 1994, The learner as researcher: introducing corpus concordancing in
the classroom, in G. Aston (cur.), Learning with Corpora, Bologna, Clueb, 2001, pp. 108-137 e, insieme a E.
Fogazzaro, L’interprete come mediatore: riflessioni sul ruolo sociolinguistico dell’interprete in una
trattativa d’affari, in G. Bersani Berselli, G. Mack e D. Zorzi (cur.), Studi sulla traduzione orale, Bologna,
Clueb, 2004) e la monografia Exploring Corpora for ESP Learning (John Benjamins Pub.).
DEMETRIO GIORDANI (Roma, 1955), dottore di ricerca dell’École des Hautes Études en Sciences
Sociales di Parigi, insegna Storia dei Paesi Islamici come ricercatore presso l’ateneo modenese. Da segnalare
le sue seguenti traduzioni: Abd Al-Rahmân Al-Sûlamî (932-1021), Introduzione al Sufismo (2001)
(traduzione dall’arabo in italiano); L’inizio e il ritorno di Ahmed Sirhindi (2003) (traduzione dall’arabo e dal
persiano in italiano e francese); Appunti per un Commento alla Sûra CII (1992) + XCIV. Inoltre si ricorda il
suo saggio Traduzioni e traduttori del Corano in H. Honnacker (cur.), Dieci incontri per parlare di
traduzione, “Materiali di discussione” 3 (2005), pp. 23-30 (http://www.lettere.unimo.it/dipslc/materiali/
Honnacker% 20Modena%20-%20seminario%20-%20 pubblicazione.pdf).
HANS HONNACKER (Bonn [Germania], 1966) si è laureato in italianistica con una tesi sull’Orlando
Furioso all’Università di Firenze nel 1996. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso la Freie Universität
Berlin nel 2000 e ha tradotto vari saggi della critica tedesca sulla letteratura italiana. Attualmente insegna
Traduzione Lingua Tedesca all’Università di Modena e Reggio Emilia. Tra le sue pubblicazioni si ricordano
i seguenti saggi: Der literarische Dialog des primo Cinquecento. Inszenierungsstrategien und ‘Spielraum’
(Baden-Baden, Koerner, 2002), ‘Renaissance’ della traduzione nella didattica delle lingue straniere. La
125
traduzione e la sua rivalutazione come processo interculturale di trasformazione in H. Honnacker (cur.),
Dieci incontri per parlare di traduzione, “Materiali di discussione” 3 (2005), pp. 10-22 (http://www.lettere.
unimo.it/dipslc/materiali/Honnacker%20Modena%20-%20seminario%20-%20 pubblicazione.pdf). Infine si
segnala la sua traduzione di K.W. Hempfer, Letture discrepanti. La ricezione dell’Orlando Furioso nel
Cinquecento. Lo studio della ricezione storica come euristica dell’interpretazione, trad. di H. Honnacker,
Modena, Panini, 2004.
EMILIO MATTIOLI (Modena, 1933), già professore ordinario di estetica all’Università di Trieste. Oltre a
importanti studi sul Sublime e su Luciano di Samosàta (Luciano e l’Umanesimo, Bologna, Il Mulino, 1980),
Emilio Mattioli ha pubblicato molti saggi sulla traduzione fin dal 1965, fra gli altri: Introduzione al problema
del tradurre, apparso sulla rivista “Il Verri”, 19 (1965), in cui venivano discusse e criticate posizioni teoriche
allora molto diffuse come quelle di Benedetto Croce o Roman Jakobson; Contributi alla teoria della
traduzione letteraria (Palermo 1993), Per una critica della traduzione (“Studi di estetica”, 14 (1996) e Ritmo
e traduzione (Modena, Mucchi, 2001), La traduzione letteraria (“Il confronto letterario”, 39 (2003), pp. 171179) in cui Mattioli tira le somme delle sue riflessioni sulla traduzione, proponendo, sulla scia di Henri
Meschonnic, una poetica della traduzione. A tale proposito è da segnalare anche la traduzione italiana di
un’opera fondamentale del filosofo francese (H. Meschonnic, Un colpo di Bibbia nella filosofia, Milano,
Medusa, 2005), introdotta dallo studioso modenese. Altre iniziative importanti di Mattioli sono la creazione e
la direzione della più importante rivista di traduzione letteraria in Italia, “Testo a fronte”.
FRANCO NASI (Reggio Emilia, 1956) è ricercatore di Letteratura Italiana Contemporanea presso
l’ateneo modenese. Dal 1998 al 2001 è stato Visiting Lecturer alla University of Chicago. Attualmente
insegna Letteratura Italiana e Traduzione presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha tradotto e
curato opere di estetica e teoria letteraria di S.T. Coleridge, W. Wordsworth, J.S. Mill, e raccolte di poesie di
Roger McGough e Brian Patten. È curatore della raccolta di saggi Sulla traduzione letteraria. Figure del
traduttore – Studi sulla traduzione. Modi del tradurre, Ravenna, Longo, 2001 ed autore di Stile e
comprensione. Esercizi di critica fenomenologica sul Novecento, Bologna, CLUEB, 1999 e Poetiche in
transito. Sisifo e le fatiche del tradurre, Milano, Medusa, 2004.
GIUSEPPE PALUMBO (Torre del Greco [Napoli], 1972) è attualmente ricercatore di “Lingua e
traduzione inglese” presso l’ateneo modenese; si è occupato della traduzione specialistica (tecnologia
dell’architettura) e ha lavorato sia come traduttore che come lessicografo. Fra le sue pubblicazioni nel campo
della linguistica e della traduttologia ricordiamo: La localizzazione dall’inglese in italiano dei prodotti
software: problemi e tendenze (Trieste, 1999), A Model for Translation-Oriented Terminography in the
Domain of Building Construction (Vienna, 1999), I dizionari bilingui italiano e inglese su CD-Rom: uno
strumento realmente innovativo (Trieste, 2001) e A Multilingual Translation Project in an Academic
Context: Lessons to be Learned (Leeds, 2005).
ALEARDO TRIDIMONTI (Sarsina, 1949) insegna Traduzione italiano-francese presso la Scuola Superiore
di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì – Università di Bologna e, presso l’ateneo modenese,
Mediazione e Trattativa francese-italiano. Si segnala il suo lavoro sulla politica linguistica dell’Unione
Europea: Europa: la vecchia signora che ama leggere romanzi d’amore ovvero la memoria dimenticata,
MEP Model European Parliament, 2001. Di recente, ha pubblicato un’analisi della Industria delle lingue e i
mestieri della traduzione. Il traduttore tecnico, ingegnere della comunicazione multilingue e multimediale.
Ha inoltre collaborato alla redazione del dizionario bilingue francese-italiano Larousse avancé (2005).
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TITOLI GIÀ PUBBLICATI IN QUESTA COLLANA
Nr. 1: Massimiliano Spotti, Constructing native speakers to be in the multilingual
classroom. A case study of the discourse of a monolingual primary teacher in Belgian
Flanders (maggio 2004)
Nr. 2: Maria Chiara Felloni, Il plurilinguismo istituzionale all’interno dell’Unione
Europea (settembre 2004)
Nr. 3: Hans Honnacker (cur.), Dieci incontri per parlare di traduzione (aprile 2005)
(http://www.lettere.unimo.it/dipslc/materiali/Honnacker%20Modena%20%20seminario%20-%20pubblicazione.pdf)
Nr. 4: Silvia Gaetani, Le lingue della communicazione scientifica (febbraio
2006)
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