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Ancora sulla diacronia di però

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Ancora sulla diacronia di però
Ancora sulla diacronia di però
Domenico PROIETTI
Seconda Università di Napoli1
[email protected], [email protected]
Recibido: 30/06/2015
Aceptado: 28/09/2015
RIASSUNTO
Dopo una rassegna degli studi recenti sulla diacronia di però, si evidenzia, con relativa
documentazione, il ruolo svolto nel passaggio dall’originario valore causale a quello
avversativo dai nessi latini e mediolatini ac/et/sed per hoc, specie nella forma con negazione
posposta ac/et/sed per hoc non. Per l’italiano antico si segnala la presenza di esempi in cui
con il però si traduce un connettivo avversativo latino (sed, tamen, ecc.) e si sottolinea
l’importanza e la diffusione del nesso ma però. Per i secoli dal Cinquecento a Settecento si
riportano dati derivati da fonti metalinguistiche (grammatiche e vocabolari) e dall’esame di
opere di diversi scrittori. Per l’Ottocento si evidenzia la diversa diffusione del però
avversativo in diversi campi disciplinari e si segnala la sopravvivenza del però causale, che
prosegue anche nel Novecento, in particolare con connettivi di nuova formazione (come
epperò). Dai dati presentati nell’articolo si ricavano alcune considerazioni generali.
Parole chiave: studio diacronico dei connettivi, frase avversativa; frase causale; ac per hoc
(non), et/sed per hoc (non); grammaticalizzazione; opere metalinguistiche (grammatiche e
vocabolari); linguistica dei corpora.
Further remarks about the diachrony of Italian però
ABSTRACT
The paper starts with a brief report on the recent research on the diachronic evolution of the
connective però, followed by some considerations and extensive documentation to highlight
the role played by Latin and Medieval Latin connectives ac/et/sed per hoc (also in the
negative forms ac/et/sed per hoc non) on the development of però from the original causal
meaning to the next adversative sense. For the early Italian, are there indicated some
contexts in which the it. però translates Latin adversative connectives (sed, tamen, et cet.)
and some remarks are devoted to the widespread of the nexus ma però. For XVI, XVII and
XVIII centuries is underlined the importance of the so called “metalinguistic sources”
(grammars and dictionaries) to check up the widespread of adversative però; and the
circulation (also in the spoken language) of this connective is verified also in the works of
_____________
1
Dipartimento di Lettere e Beni culturali, Corso Aldo Moro 232, I-81055 – Santa Maria
Capua Vetere (CE).
Cuadernos de Filología Italiana
2015, vol. 22, 73-104
73
ISSN 1133-9527
http://dx.doi.org/10.5209/rev_CFIT.2015.v22.50952
Domenico Proietti
Ancora sulla diacronia di però
some important writers. The widespread of the adversative però and, nevertheless, the
correlative and concurrent survival of the causal connectives (e.g. epperò) are indicated for
the XIX and XX centuries. Finally, some general remarks are drawn from the data shown in
the paper.
Keywords: diachronic researches on the interclausal connectives; adversative clause;
causal/resultative clause; ac per hoc (non), et/sed per hoc (non); grammaticalization;
imetalinguistic works (grammars and dictionaries); corpus linguistics.
1. L’avverbio temporale con cui si apre il titolo del presente contributo si riferisce al
cospicuo numero di interventi che studiosi di diversa formazione hanno dedicato, in
particolare nell’ultimo quindicennio, alle origini e alle vicende evolutive della
congiunzione italiana però: dalle sue origini latine (< PER HOC, ma anche PER HAEC
e PRO HOC, cfr. Hölker 2010: 162-178); alla sua definizione come connettivo
“deduttivo” (Sabatini / Coletti 2005: 1909) o “causale resultativo [o risultativo]”
(Giacalone Ramat 2012: 24) con il valore di perciò, per questo, pertanto; fino alla
sua più recente specializzazione come connettivo “avversativo-limitativo” (Sabatini
/ Coletti 2005: 1909) o “avversativo” con funzione di “contrasto controaspettativo”
(Giacalone Ramat / Mauri 2008: 304, con rinvio a Scorretti 1988: 230-231)2. Una
veloce rassegna dei principali tra questi interventi ci consentirà di avere il quadro di
conoscenze in cui inserire le osservazioni sulla formazione e le vicende di però che
intendiamo presentare nelle pagine seguenti.
Un primo gruppo di studi3 può essere indicato in ricerche volte a indagare, in
prospettiva romanza, la definizione e i rapporti reciproci tra le proposizioni e
congiunzioni avversative (Herrero Ruiz de Loizaga 1999); e, tra queste, in
particolare, l’insieme degli esiti neolatini del latino PER HOC (Hölker 2010). Dalle
pagine dedicate alla ricostruzione dell’evoluzione dello spagnolo pero in Herrero
Ruiz de Loizaga (1999: 299-307) è possibile ricavare alcune osservazioni non
sempre valorizzate negli studi successivi sulle vicende di però. Tra queste, la
segnalazione (p. 299)4 che già nel V secolo d.C. il grammatico Virgilio «incluye per
hoc entre las conjunciones consecutivas, junto a ergo, ideo, itaque e igitur; y piensa
que empleada con este valor en frases negativas, adquiriría después el sentido de
‘sin embargo’, ‘a pesar de’». E altrettanto interessante risulta la riflessione (p. 300)
che la grammaticalizzazione dei continuatori di PER HOC, connessa con la perdita
_____________
2
E, quindi, come equivalente più stretto di ma (che oltre al valore “controaspettativo” ha
anche quello di «corrective contrast», cf. Giacalone Ramat / Mauri 2008: 304).
3
Non consideriamo per ora alcune osservazioni occasionali (ma tutt’altro che
trascurabili) sullo sviluppo di forme neolatine quali lo spagnolo pero o l’italiano però
presenti in opere classiche (Herman 1963: 83; Rohlfs 1969: 170; Corominas / Pascual 1985:
495-496), sulle quali comunque torneremo.
4
Ripresa dal remoto ma ancora utile contributo di Vallejo (1925: 72-73), ma con
riferimento anche a Herman (1963: 83).
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del valore (anaforico-)deittico di HOC (p. 299), fu facilitata «pues al perderse la
forma hoc en la serie de los demostrativos». Si precisa inoltre che in castigliano la
precoce e più radicale grammaticalizzazione di pero («un mayor grado», p. 302) fu
propiziata dalla sparizione di PER e dalla commistione dei suoi valori con quelli di
PRO (da cui il successivo pro), circostanza, quest’ultima, segnalata dalla non
etimologica accentazione piana dello spagnolo pero, un unicum tra gli esiti nel
dominio romanzo, tutti tronchi. Notevole, infine, la sottolineatura (pp. 302 ss.) che
la stabilizzazione della posizione di pero a inizio di periodo (talora nella sequenza
mas pero) coincide con la sua definizione come connettivo avversativo-restrittivo
(congiuntamente alla formazione di sino, avversativo «exclusivo», p. 307).
Argomento del contributo di Hölker (2010) sono i problemi (già incidentalmente
toccati nelle pagine di Herrero Ruiz de Loizaga 1999) della connessione tra la
scomparsa della originaria valenza anaforico-deittica di PER HOC, della conseguente
perdita della sua trasparenza semantica per effetto del collasso del sistema dei
dimostrativi latini e della successiva grammaticalizzazione come congiunzioni
(prima deduttive poi avversative) dei suoi derivati romanzi. Di PER HOC (ma anche
dei connessi PER HAEC e PRO HOC) vengono descritti (pp. 162-173), nella loro
evoluzione diacronica e nelle più significative attestazioni d’autore, i principali
valori morfosintattici, sulla falsariga della sistemazione consolidata in trattazioni
grammaticali e lessicografiche (a partire dal Forcellini), che viene però data per
sottintesa5. Alla ricognizione delle tracce dell’originario valore locativo-deittico di
HOC (pp. 173-178) segue la ricostruzione delle trafile di grammaticalizzazione delle
forme univerbate romanze derivate da PER HOC (pp. 178-182). Infine, tra le
osservazioni dedicate a però va rilevata la ripetuta (pp. 163 e 173) segnalazione
dell’uso come esclamazione, in posizione fortemente isolata (all’inizio o alla fine di
periodo: cfr. Sabatini / Coletti 2005: 1909). Tale valore, che è l’ultimo sviluppo
nell’evoluzione di però, deve essere ancora adeguatamente indagato; e da Hölker è
opportunamente connesso con la definizione di però come connettivo avversativorestrittivo (p. 173): «Dazu [allo sviluppo di però come connettivo avversativorestrittivo] gehören seine Verwendung als Exklamativ / Interjektion (A: Mi ha dato
cento euro. B: Però!) […] und die Verwendung als ‘Protest’-Marker (Capitano
sempre a me perché sono piccolo e nero. È un’ingiustizia, però!)».
Esclusivamente o in larga parte dedicati a però sono alcuni studi di Anna
Giacalone Ramat e Caterina Mauri (Giacalone Ramat / Mauri 2008; Giacalone
Ramat / Mauri 2012; Mauri / Giacalone Ramat 2012; Giacalone Ramat 2012), in
cui l’evoluzione del connettivo è inquadrata e ricostruita, nella prospettiva e
secondo i metodi della teoria della grammaticalizzazione, considerandone in pratica
solo gli sviluppi in italiano (mettendo cioè sullo sfondo le premesse latine e
mediolatine e i raffronti con gli omologhi romanzi: cfr. Giacalone Ramat / Mauri
2008: 306-307). In tale quadro, l’evoluzione di però dall’originario valore causale
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5
Forcellini (1940: 628; s.v. per); Stolz / Schmalz / Hofmann (1928: 521). Ma cfr. anche
Herman (1963: 83), in cui si rinvia anche a Bonnet (1890: 590-591).
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“resultativo” a quello, successivo, di connettivo avversativo con funzione di
“contrasto controaspettativo” viene esaminata anche quale caso esemplare (case
study) di un paradigma o modello o di grammaticalizzazione poco studiato, quello
da causa a contrasto (Giacalone Ramat / Mauri 2008: 303-304), nel quale svolge un
ruolo decisivo un fattore ricorrente e “cruciale” nei casi di grammaticalizzazione,
quello della soggettivizzazione (cioè l’insieme di «mutamenti semantici che
mettono in primo piano gli atteggiamenti e opinioni del parlante e la sua attenzione
verso l’ascoltatore», Giacalone Ramat (2012: 21); ma cfr. anche Giacalone Ramat /
Mauri 2008: 313). Questa trafila, per la quale si passa dall’accezione-funzione
originaria (source meaning) a quella d’arrivo (target meaning), peraltro, non appare
esclusiva di però ma è riscontrabile nell’evoluzione di altri connettori avversativi
(mentre, pertanto, tuttavia), in cui, pur nella comune tendenza verso la
soggettivizzazione, entrano in gioco altri meccanismi. Comune all’evoluzione di
tutti e quattro i connettivi, invece, è un percorso graduale, secondo un modello a
quattro stadi (illustrato in Giacalone Ramat / Mauri 2012: 5-6; Mauri / Giacalone
Ramat 2012: 28-30; e Giacalone Ramat 2012: 24). Nel caso di però, i quattro stadi
di evoluzione possono essere così descritti (utilizzando la sintesi presente in
Giacalone Ramat 2012: 24-25; riproposta anche in Mauri / Giacalone Ramat 2012:
30):
1. stadio [initial stage]: dal latino per hoc ‘per questo motivo’ all’italiano antico però
‘perciò’ con valore risultativo, accanto a però che = ‘perché’, causale […].
2. stadio [pragmatic inference and successive form-function reanalysis]: non però. I
contesti per la reinterpretazione (o form-function reanalysis) di però in senso contrastivo
sono quelli negativi. Già nel XIV sec. troviamo contesti ambigui che ammettono due
interpretazioni [vengono citati e commentati i vv. 94-97 del canto XVII del Paradiso]. I
contesti a doppia compatibilità aumentano di frequenza durante i secoli XIV e XV (Mauri
& Giacalone Ramat 2012 per dettagli) ed è in questo periodo che è plausibilmente
avvenuta la rianalisi di però da resultativo a contrastivo.
3. stadio [syntactic and semantic specialization]: nei secoli XVI e XVII emerge una
distribuzione sintattica complementare, che è associata sistematicamente al valore
originario o al valore avversativo di però, mentre i contesti a doppia compatibilità
diminuiscono: - (e) però in posizione iniziale ha valore resultativo; - non (VP) però e ma
però in posizione posposta hanno valore avversativo. Solo dall’inizio del XVII sec. si
trovano casi in cui la negazione può essere tralasciata perché ormai però ha assunto
valore avversativo.
4. stadio. Estensione di però avversativo a qualsiasi posizione e scomparsa del valore
resultativo: questo sviluppo si attua nel corso del XIX secolo.
Va precisato che questa descrizione dello sviluppo in diacronia dei diversi valori
di però è basata sull’analisi di un corpus dapprima costituito da 41 testi dal XIII al
XIX secolo (Giacalone Ramat / Mauri 2008: 316-317), poi sensibilmente allargato,
in particolare con una sezione di testi letterari e non del XX e XXI sec. (Mauri /
Giacalone Ramat 2012: 32-33). Da segnalare, infine, che nell’analisi dei testi è stato
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deliberatamente tralasciato il pur richiamato uso esclamativo di però («Leaving the
exclamative use aside (però! “Wow!”)», Giacalone Ramat / Mauri 2008: 304).
Ricordando solo di passata i rapidi accenni a però presenti in due recenti opere
complessive dedicate alla fase antica dell’italiano (la Grammatica dell’italiano
antico curata da Lorenzo Renzi e Giampaolo Salvi6, e la Sintassi dell’italiano
antico a cura di Maurizio Dardano7), possiamo concludere questa rassegna-bilancio
citando due risposte a quesiti sull’evoluzione e sui significati di però pubblicate nel
periodico dell’Accademia della Crusca, La Crusca per voi: Serianni (1999) e
Proietti (2013). Luca Serianni, osservando che è «difficile dire a che epoca il però
causale-conclusivo sia tramontato», concludeva che tale «valore si può trovare
ancora oggi in una prosa sostenuta o libresca» (si riporta un esempio da Tommaso
Landolfi); da parte sua, chi scrive, rilevando che la «definitiva affermazione del
però avversativo» (che peraltro non implica la correlativa scomparsa del però
causale-conclusivo) sembra delinearsi dall’inizio dell’Ottocento in poi (Proietti
2013: 11), sottolineava l’importanza delle cosiddette “fonti riflesse” (cioè le
trattazioni lessicografiche e grammaticali) per stabilire la cronologia di questo e
altri fenomeni di mutamento semantico-funzionale, richiamando anche l’attenzione
sulla diversa velocità di propagazione dello stesso fenomeno in ambiti testuali e/o
disciplinari diversi (per es., il però causale-conclusivo continua ad avere una non
sporadica circolazione nella prosa storiografica per tutto l’Ottocento e fino ai primi
decenni del Novecento).
Prendendo avvio da quanto sin qui evidenziato, nelle pagine seguenti si
proporranno alcune osservazioni sul lungo e non lineare processo di
specializzazione di però come connettivo avversativo (e sulla correlativa
sopravvivenza degli usi come nesso causale), dedicando nel contempo non più di
qualche accenno al problema (ancora da impostare e risolvere) della dinamica e
della cronologia di quello sembra il suo più recente sviluppo, cioè il suo uso come
esclamazione.
_____________
6
Indicato ora come «avverbio connettivo» (Renzi / Salvi eds. 2010: 255), ora come
«connettore avverbiale» (p. 783), è considerato soltanto come congiunzione subordinante in
strutture di tipo correlativo (p. 993; specie in costrutti condizionali, p. 1060) con valore
«specificamente causale» (p. 995). Ma, soprattutto, viene escluso dalla trattazione l’uso
come avversativo sulla base del presupposto che però non ha ancora sviluppato il «valore
avversativo moderno» (p. 257, con rinvio a p. 996).
7
Nel contributo di Consales (2012), si parte invece dal valore avversativo, osservando:
«Però, dall’originaria componente causale (lat. per hoc), acquisisce già nell’it. ant., un
significato avversativo-concessivo in proposizioni negative, quando introduce una
conclusione che non realizza l’effetto atteso in base alle premesse, al punto da specializzarsi,
con il tempo, unicamente, come elemento avversativo (p. 104). E se la diffusione del però
avversativo viene limitata alla forma negativa, l’incidenza del però causale è drasticamente
ridimensionata: «In it. ant. però può conservare il suo originario significato congiungendo
ad alcune premesse le conclusioni che da esse derivano. Sovente si abbina a e in apertura di
periodo, che ne rafforza il valore conclusivo» (p. 107).
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2. Prima di concentrarci sulle vicende dell’affermazione di però come connettivo
avversativo, sarà tuttavia opportuno soffermarci su due aspetti/momenti della fase
tardo- e mediolatina di PER HOC, poco indagata e invece premessa e sfondo
essenziale per inquadrare compiutamente la comparsa e i primi sviluppi di però
nell’italiano antico.
2.1. Abbiamo già ricordato la segnalazione, in Herrero Ruiz de Loizaga (1999: 299,
con rinvio a Herman 1963: 83), del seguente passo del grammatico Virgilio
Marone,V sec. d.C. (Marone 1886: 172.):
Scire et hoc debemus, quod coniunctiones omnes aut praepositiuae aut subiunctiuae aut
communes sunt. sunt etiam quae nullius ordinis. sunt praepositiuae: et at si quoniam ac
atque porro ceterum ceros. subiunctiuae: autem uero, que scilicet et cetera. communes:
ergo ideo itaque idcirco perhoc proinde, epita igitur.
Qui, oltre alla più volte rilevata inclusione di PER HOC nella serie delle
congiunzioni causali, vanno evidenziate la scriptio univerbata perhoc e la
conseguente pronuncia tronca perhò(c), indizi inequivocabili dell’ormai pienamente
compiuta specializzazione (o, se si vuole, grammaticalizzazione) come connettivo
causale.
2.2. È la base, il passaggio necessario e sufficiente per la formazione di una serie di
nessi sconosciuti al latino classico e a loro volta essenziali per la definizione di
connettivi romanzi quali però. Tali nessi, curiosamente, sfuggiti in pratica a tutti gli
studiosi moderni, erano invece ben presenti, nel Seicento, a Gilles Ménage, che, da
ex avvocato, nella sua opera Le origini della lingua italiana (Ménage 1685: 364)
alla voce però, dopo aver richiamato l’etimo dal latino PER HOC, apre la serie degli
esempi d’autore con due citazioni da due giuristi romani (Florentino e Pomponio,
del I-II sec d.C.), le cui opere sono confluite nel Digesto giustinianeo:
Servi ex eo appellati sunt, quod imperatores captivos vendere ac per hoc servare nec
occidere solent (Florentinus, in D. 1.5.4.2).
Servorum appellatio ex eo fluxit, quod imperatores nostri captivos vendere ac per hoc
servare nec occidere solent (Pomponius in D. 50.16.239.1).
proseguendo con due passi del trattato De gubernatione Dei di Salviano di
Marsiglia (V sec.):
Ac per hoc sublata est omnis spes falsae opinionis.
Ac per hoc culpam ipsam inopia minus culpabilem facit.
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Nelle quattro citazioni, evidentemente, ricorre il nesso ac per hoc, che negli
esempi tratti da Salviano compare a inizio di periodo/enunciato e che era ancora
vivo nel latino (specie giuridico e filosofico) dei tempi di Ménage. Si tratta di
un’indicazione preziosa: infatti, il nesso ac per hoc (meno frequente, come
vedremo, la forma et per hoc), definitosi in epoca postclassica e poi saldamente
radicatosi nel latino cristiano e medievale, è perfettamente omologo al però causale
(oltre che, naturalmente, agli altri derivati neolatini), di cui costituisce l’antecedente
immediato e necessario. Siamo, cioè, in una situazione del tutto analoga a quella,
ben nota, nella formazione di connettivi romanzi da precedenti mediolatini (tipico il
caso del per cui assoluto, esito del mediolatino per quod, cfr. Proietti (2002: 222225).
La prova della diffusione e della continuità d’uso di ac / et per hoc (all’incirca
da S. Agostino a S. Tommaso) può essere agevolmente ottenuta anche solo
scorrendo le 4790 occorrenze della stringa ac per hoc e le 1871 di et per hoc
restituite dall’interrogazione del Corpus corporum, l’amplissimo repository di
opere latine (classiche, cristiane, medievali e rinascimentali) in rete presso il sito
dell’Università di Zurigo8. La frequenza, altissima, di occorrenze di tali nessi in
apertura di periodo/enunciato attesta la loro utilità ed efficacia quali giunture
insieme sintetiche ed elastiche. Una manciata di esempi.
Da S. Agostino:
Physicos dixit utilitatis causa scripsisse, poetas delectationis. Ac per hoc ea, quae a
poetis conscripta populi sequi non debent, crimina sunt deorum, quae tamen delectant et
populos et deos (De civitate Dei, VI, 6).
Ac per hoc non glorietur prudens in sua prudentia, et non glorietur potens in sua
potentia (De civitate Dei, XVII, 4, a inizio di capoverso).
Alcune occorrenze di et per hoc, ancora dal De civitate Dei:
Et per hoc Christus Deus, antequam in illa civitate per Mariam fieret homo, ipse in
Patriarchis et Prophetis fundavit eam (XVII, 16);
e, da altre opere:
Proficimus ergo in renovationem iustamque vitam per quod filii Dei sumus, et per hoc
peccare omnino non possumus, donec totum in hoc transmutetur, etiam illud quod adhuc
_____________
8
Corpus Corporum. Repositorium operum Latinorum apud Universitatem Turicensem,
interrogabile in rete all’indirizzo Internet http://www.mlat.uzh.ch/MLS/. Quando non si
danno indicazioni bibliografiche per gli esempi via via citati, si intende che essi sono tratti
dalle edizioni presenti nel Corpus Corporum.
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filii saeculi sumus: per hoc enim et peccare adhuc possumus (De peccatorum meritis et
remissione, PL 44, 157)9.
Sed peccatum per bonum fallit, et per illud occidit eos qui cum sint carnales, putant suis
viribus Legem spiritualem se posse complere; et per hoc fiunt non solum peccatores,
quod essent, etiamsi Legem non accepissent, sed etiam praevaricatores, quod non essent
nisi Legem accepissent (Epistolae, PL 33, 892).
Per venire all’Italia, un passo da S. Zeno, vescovo di Verona (IV sec.):
Peccator autem ille est, qui charitatem non habet Dei: ac per hoc operanti iram recte
subiacet legi (Tractatus, PL 11, 274C);
e, ben più avanti nel Medioevo, un’occorrenza in S. Pier Damiani (XI sec.):
Ac per hoc quod illic praeconio laudis attollitur, hic generaliter inditum gloriam non
meretur (De vita eremitica et probatis eremitis, PL 145, 753C).
Con la rinascita culturale del XII secolo, ac/et per hoc sono attestati con una
certa frequenza nella prosa argomentativa di teologi e filosofi, che vi ricorrono
spesso e volentieri in quanto nessi sintetici e veloci. Come nei passi seguenti di
Pietro Lombardo:
Ac per hoc, nullum est quod dicitur malum, si nullum sit bonum; sed bonum omnino
malo carens, integrum bonum est (Sententiae, PL 192, 733).
Et per hoc inobedientia potuit puniri, ne ad supplicium tartareum eius anima raperetur
(Collectanea in epistolas Pauli 1, PL 191, 1649A);
o di Pietro Abelardo:
Ac per hoc quando legitis a Deo seduci homines aut obtundi aut obdurari corda eorum,
nolite dubitare praecessisse mala merita eorum (Sic et non, PL 178, 1391B).
Ac per hoc et ad peccandum liber est qui peccati servus est (Sic et non, PL 178, 1426C).
Acquisivit enim sibi Deus populum, et per hoc genuit (Expositio in Epistolam Pauli ad
Romanos, PL 178, 796A).
Et per hoc etiam videtur Ecclesia ex gentibus holocaustis obnoxia fieri (Expositio in
Epistolam Pauli ad Romanos, PL 178, 817D).
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Si noti anche il per hoc che introduce l’ultimo membro del periodo.
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Interessante (e di larga influenza) è poi il caso di S. Tommaso d’Aquino, nelle
cui opere10, rispetto alle non numerose occorrenze di ac per hoc
totum quod in nobis est, ipsi [Deo] debemus; ac per hoc vere dominus noster est (Contra
Gentiles, lib. 3 cap. 119 n. 9).
Incepit ille regnare anno centesimo sexagesimo quinto, ut supra cap. 10, habetur. Ac per
hoc regnavit septem aut octo annis ad plus, computando annum sexagesimum quintum et
septuagesimum secundum (In libros Machabaeorum expositio, lib. 1 cap. 14),
risulta assai più frequente la presenza di et per hoc, utilizzato perlopiù come
formula ormai cristallizzata a conclusione di sezioni argomentative (Et per hoc
patet responsio / solutio, ecc.); ma non di rado anche come nesso discorsivo:
Ergo et filius ab aeterno est natus. Et per hoc etiam respondet ad rationem ipsorum,
distinguendo hanc: omne quod natum est, coepit esse (Super Sent., lib. 1 d. 9 q. 1 pr.).
Ergo sicut Deus movet ad consilium bonum, et per hoc directe est causa boni; ita
Diabolus movet hominem ad consilium malum, et per hoc sequitur quod Diabolus
directe sit causa peccati (Summa theologiae I-II, q. 80 a. 1 arg. 3).
2.3. Molto più rari i casi con negazione, ma di estrema importanza, come
largamente riconosciuto (Rohlfs 1969: 170; Corominas / Pascual 1985: 495;
Herrero Ruiz de Loizaga 1999: 299; Mauri / Giacalone Ramat 2008: 304-306, 2012:
4-7; Consales 2012: 104; Giacalone Ramat / Mauri 2012: 12-13, 15; Giacalone
Ramat 2012: 24-25) per lo sviluppo del valore avversativo negli esiti romanzi di per
hoc.
2.3.1. Così, scegliendo tra le non numerose attestazioni (63) restituite dal Corpus
corporum, segnalo il passo seguente da Attone di Vercelli (X sec.):
Non per hoc nostram sanctitatem commendat, sed nimiam iniquitatem, quam nemo
potuit curare, nisi ille (Expositio epistolarum S. Pauli, PL 134, 770B).
Ma è di nuovo la prosa di S. Tommaso d’Aquino che spicca:
Unde etiam si diceretur in Evangelio quod spiritus sanctus non procedit nisi a patre, non
per hoc removeretur quin procederet a filio (Summa contra gentiles, 4, 25, 2; 5).
_____________
10
Solo in parte comprese nel Corpus corporum di Zurigo ma interrogabili in toto
mediante l’Index Thomisticus, in rete all’indirizzo http://www.corpusthomisticum.org/it/
index.age/
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Unde si Adam non peccasset, Eva peccante, non per hoc fuisset peccatum traductum ad
posteros (Super Epistolam B. Pauli ad Romanos lectura, 5, 3; 69).
E, al di fuori del Corpus corporum, si possono aggiungere:
et quasi generalis ac pestifer morbus [superbia] corpus omne corrumpit, ut quidquid illa
invadente agitur, etiam si esse virtus ostenditur, non per hoc Deo, sed soli vanae gloriae
serviatur (Gregorio Magno, Moralia in Job, XXXIV, 22).
Cum enim fides plurali numero personas confitetur, non per hoc in essentia tria esse
intelligit, sed eamdem personam non esse declarat (Ugo da San Vittore, Speculum
Ecclesiae, PL, 177, 379D).
Inoltre, in autori tardo-medievali si ha l’impressione che l’uso ormai ben
delineato di però con valore avversativo sia, per così dire, rimbalzato sul latino.
Come in questo passo del giurista Baldo degli Ubaldi (1576: 152v):
Si duo fratres invicem de restituendo rogati, dividunt haereditatem, non per hoc
renunciant iuri fideicommissi.
2.3.2. Ma ancora più rilevanti, nella prospettiva dello sviluppo del successivo valore
di però (e omologhi neolatini), risultano, sia al livello fonetico-prosodico, sia dal
punto di vista sintattico-semantico, i più frequenti casi (456 nel Corpus corporum)
di (ac/et) per hoc con negazione posposta, nei quali di solito il valore anaforicodeittico del dimostrativo è vago e generico.
Iniziando dal semplice per hoc non, possiamo citare:
ad coelum se in superbiae cornibus exaltarent, qui saepe forte aliquid de virtutibus
faciunt, sed per hoc non coelum, sed terram petunt (S. Pier Damiani, Sermones, PL 144,
878C).
Quod vero dicitur solus Filius formam servi accepisse, per hoc non excluditur divina
natura ab acceptione servilis formae; sed aliae duae personae, Pater scilicet et Spiritus
sanctus (Pietro Lombardo, Sententiae, PL 192, 766).
E, ancora una volta, nella prosa di S. Tommaso d’Aquino si riscontrano casi in
cui per hoc ricorre in espressioni ormai d’andamento formulare, cristallizzate in
clausole quali ergo/sed/unde per hoc non:
Ergo per hoc non excluditur quin sit peccatum veniale (Quaestiones disputatae de malo,
2, 2, 5; 48).
Sed per hoc non excluditur quin simpliciter motus localis sit primus tempore
(Commentaria in octo libros Physicorum, 8, 14, 8; 4).
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Unde per hoc non potest probari quod adventus Antichristi iam de propinquo immineat
(Liber contra impugnantes Dei cultum et religionem, 5, 5; 68).
Né mancano esempi tardi in cui, come già osservato, il volgare pare premere sul
latino:
Declarat hoc etiam alius evangelista, qui loco huius quod hic dicitur panem quotidianum,
dixit panem supersubstantialem, docens per hoc non de pane aliquo materiali, sed de
divino potius aliquo et supercoelesti pane hic haberi sermonem (Giovanni Pico della
Mirandola, In orationem Dominicam expositio, p. 6; 1).
Quanto alle forme ac / et per hoc, si possono riportare solo alcuni tra i numerosi
esempi:
Ac per hoc, Non glorietur prudens in prudentia sua, et non glorietur potens in potentia
sua, et non glorietur dives in divitiis suis (S. Agostino, De civitate Dei, XVII, 4).
Bene, licentiam quidem quaesisti, sed quomodo non licebat; ac per hoc non accepisti,
sed extorsisti (S. Bernardo di Chiaravalle, Epistolae, PL 182, 212C).
Di nuovo, la prosa argomentativa di filosofi e teologi risulta un terreno
particolarmente fertile:
Ecce his verbis exprimitur quod charitas est affectio et motus animi; ac per hoc non
videtur esse Spiritus sanctus (Pietro Lombardo, Sententiae, PL 192, 569).
Ac per hoc non est peccatum ei qui dimittitur propter Deum, si alii se iunxerit (Pietro
Abelardo, Sic et non, PL 178, 1546D).
Ac per hoc non omnia, quae licita sunt, expediunt (Pietro Abelardo, Sic et non,
1554A).
PL
178,
In particolare, al solito, gli scritti di S. Tommaso d’Aquino:
Unde quidquid fit secundum voluntatem, fit secundum hominis inclinationem, et per hoc
non potest esse violentum (Quaestiones disputatae de veritate, 22, 22, 5; 111).
Ad quartum dicendum, quod quamvis anima materiae coniungatur ut forma eius, non
tamen materiae subditur ut materialis reddatur; ac per hoc non sit intelligibilis in actu,
sed in potentia tantum per abstractionem a materia (Quaestiones disputatae de veritate,
10, 10, 8; 141).
2.4. Quanto sinora osservato e, in particolare, la dinamica di costante interrelazione
tra latino e volgare (che va sempre tenuta presente per l’italiano antico stante
l’effettiva condizione di diglossia, più che di bilinguismo, che caratterizzava la
formazione e l’attività degli intellettuali del tardo Medioevo) trovano esemplare e
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variata ricapitolazione nelle opere latine di Dante, in cui ritroviamo tutti i nessi e le
tendenze qui in esame11.
Innanzitutto, spicca la presenza del nesso et per hoc (segno, tra i tanti altri, della
ben nota influenza tomistica su Dante), in particolare quale formula conclusiva,
come nella chiusa del cap. XI del terzo libro della Monarchia:
Et sic patet quod Papa et Imperator, in quantum homines, habent reduci ad unum; in
quantum vero Papa et Imperator, ad aliud: et per hoc patet ad rationem
oppure in questo passo famoso dell’Epistola a Cangrande:
Similiter differunt in modo loquendi: elate et sublime tragedia; comedia vero remisse et
humiliter […] Et per hoc patet quod Comedia dicitur presens opus.
E si può citare anche il seguente passaggio, più discorsivo, della Quaestio de aqua
et terra (dove va notata anche l’occorrenza, come variatio, della forma pienamente
classica propter hoc):
Ad quintum, cum dicitur quod aqua est corpus imitabile orbis lune, et per hoc
concluditur quod debeat esse ecentrica, cum orbis lune sit ecentricus, dico quod ista ratio
non habet necessitatem; quia licet unum adimitetur aliud in uno, non propter hoc est
necesse quod imitetur in omnibus.
Né mancano i casi di per hoc prolettico di una dichiarativa, perfettamente
corrispondente al però… che volgare (cfr. Vignuzzi 1973a e b); per es., di nuovo,
nell’Epistola a Cangrande:
Et est comedia genus quoddam poetice narrationis ab omnibus aliis differens. Differt
ergo a tragedia in materia per hoc, quod tragedia in principio est admirabilis et quieta, in
fine seu exitu est fetida et horribilis
o, anche, in questi passi, ancora, della Monarchia (I, XV):
Constat igitur quod omne quod est bonum per hoc est bonum: quod in uno consistit
e della Quaestio de aqua et terra:
Consequentia probabatur per hoc, quod aqua naturaliter fertur deorsum.
_____________
11
Traggo i risultati qui presentati dall’interrogazione del corpus dantesco (latino e
volgare) presente nel sito www.bibliotecaitaliana.it/
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3. Documentato in tal modo lo sfondo tardo- e mediolatino, è opportuna, prima di
proseguire, una precisazione.
Già alla metà del Duecento, come vedremo, si rilevano i primi, ma non
numerosi, affioramenti certi del però avversativo. Essi tuttavia non possono essere
valutati solo, dal punto vista statistico-quantitativo, nella loro numerosità-diffusione
(indubbiamente, circoscritta); vanno invece considerati, per il loro peso, come
preziose testimonianze (come punte di iceberg, per così dire) di un’evoluzione
avvenuta, tra parlato e scritto, nell’interazione tra latino e volgare.
La traslazione e l’adattamento grafico-fonetico in volgare del nesso latino per
hoc (con i connessi effetti di perdita dei valori deittico-causali veicolati dall’hoc
latino, ormai non riconoscibile, dopo l’univerbazione e la perdita della consonante
finale, portatrice appunto di tali valori, cfr. Herrero Ruiz de Loizaga 1999: 299-300
e Hölker 2010: 173-178) portarono a compimento quel processo di ‘slittamento’
semantico-sintattico dall’originario valore causale a quello avversativo di cui
abbiamo visto le premesse nel (medio)latino, in frasi introdotte da nessi con
negazione e quindi interpretabili come causali semanticamente equivalenti ad
avversative. Va poi aggiunto che tale dinamica risulta del tutto analoga a quelle
precedentemente dispiegatesi nel provenzale (X-XI sec.) e, subito dopo, nel
castigliano (XIII sec.), nel quale il pero avversativo (per effetto della sua
accentuazione piana) trovò ben presto stabile posizione a inizio di frase (cfr.
Corominas 1985: 495; Herrero Ruiz de Loizaga 1999: 300).
In questo quadro, la presenza, nell’italiano duecentesco, dei sia pur poco
numerosi esempi netti, inequivocabili del però avversativo va vista come l’ultimo
atto di un processo in corso nel latino medievale e, insieme, come l’avvio di una
nuova vicenda, di cui in questa sede ci limiteremo a osservare due soli momenti.
Insomma, è un po’ (ci siano consentiti il paragone e la citazione) come lo scorrere
dei fiumi secondo il celebre aforisma di Leonardo da Vinci (Cod. Triv. 34v, in
Leonardo da Vinci ed.1974: 68):
L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene;
così il tempo presente.
3.1. Tra le attestazioni duecentesche del però avversativo spicca quella presente nel
Fiore di rettorica di Bono Giamboni (libero volgarizzamento della Rhetorica ad
Herennium, con inserti dal De invenzione di Cicerone), in cui (al paragrafo 28,
dedicato all’ornamento detto «isbrigamento») si legge (Giamboni 1994: 28; il passo
era già stato segnalato in Proietti 2013:11):
Questo ornamento vale molto quando per presunzioni si vuole mostrare la verità della
cosa; però non è in questo, come negli altri ornamenti, che ’l possa usare lo dicitore
quando li piace
che, a sua volta, traduce il seguente passo della Rhetorica ad Herennium (IV, 41; da
Cornificio ed. 1993: 181):
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Haec exornatio plurimum iuvabit coniecturalis argumentationes. Sed non erit, tamquam
in plerisque, ut, cum velimus, ea possimus uti.
È un’attestazione del però avversativo di particolare interesse e valore: sia perché la
congiunzione compare in un contesto affermativo netto (la negazione non riguarda
l’avversativa e l’intera frase non è interpretabile anche come causale), sia,
soprattutto, perché con il però volgare Giamboni traduce il latino sed. Il
volgarizzatore, quindi, ha consapevolezza che il però da lui scelto equivale al sed
latino e ciò, oltretutto, in uno dei passi in cui traduce letteralmente l’opera antica.
E restando nel Duecento e nell’ambito degli studi di retorica, si può ricordare
questo brano della Rettorica di Brunetto Latini, in cui lo «sponitore» (cioè lo stesso
Brunetto), commentando un luogo del De inventione (I, 2), osserva (ed. Segre /
Marti 1959: 143):
Et là dove dice «tutte cose quasi faceano per forza e non per ragione» intendo che dice
«quasi» ché non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e
per senno
dove, il però (preceduto da un ché argomentativo con valore causale) se non ha un
valore schiettamente avversativo è comunque utilizzato con un’evidente sfumatura
limitativa.
Ci porta invece in pieno Trecento un caso del tutto analogo a quello duecentesco
di Bono Giamboni: si tratta di un passo del volgarizzamento, anonimo ma ora
attribuito a frate Agostino da Scarperia (ed. 1842: 187; per il testo latino, PL 41,
138.)12, del De civitate Dei di S. Agostino, in cui si legge (l. IV, cap. XXXI):
Certo qui [Varrone] manifestò tutto’l consiglio e la intenzione di quelli che paiono savi,
per li quali s’hanno a reggere li popoli e le cittadi. Di questa però fallacia per
maravigliosi modi s’allegrano e dilettano li maligni demoni, li quali posseggono insieme
l’ingannati e l’ingannatori, della cui tirannia non libera se non la grazia di Dio per Iesù
Cristo nostro Signore»,
in cui con il però si rende un tamen dell’originale latino:
Hic certe totum consilium prodidit velut sapientium, per quos civitates et populi
regerentur. Hac tamen fallacia miris modis maligni daemones delectantur, qui et
deceptores et deceptos pariter possident, a quorum dominatione non liberat nisi gratia
Dei per Iesum Christum Dominum nostrum.
_____________
12
Cfr. la scheda, con ampia e aggiornata bibliografia, dedicata a questo volgarizzamento
nella base dati del CASVI (Censimento, archivio e studio dei volgarizzamenti italiani) presso
il sito della Scuola Normale Superiore di Pisa (all’indirizzo Internet:
http://casvi.sns.it/index.php?op=fetch&type=opera&lang=it&id=424).
Sul
significato
storico-linguistico dei volgarizzamenti del De civitate Dei, v. in partic. D’Achille (1996).
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Per il Trecento, poi, direi che, senza addentrarci in calcoli statistici, vada
innanzitutto rilevato che occorrenze certe, sia pur rade, del però avversativo (anche
in frasi affermative) si riscontrano nei principali autori, a cominciare dalle Tre
Corone13.
Per Dante possiamo ricordare, almeno, questo passo del Convivio (III I 8), in cui
il però, con netto valore avversativo, ricorre in una frase affermativa, con funzione
limitativa rispetto alla concessiva che precede:
avegna che lo servo non possa simile beneficio rendere allo signore quando da lui è
beneficiato, dee però rendere quello che migliore può con tanto di sollicitudine e di
franchezza.
Inoltre, rinunziando ad allegare i passi in cui compare «una sfumatura
avversativa-concessiva»14 ed evitando di entrare nella controversa interpretazione di
Inferno II, 1615, mi limito a ricordare le osservazioni di Serianni (1999: 10) a
proposito di Purgatorio X, 106:
Dante, dopo aver descritto la dura pena dei superbi, che procedono curvi sotto il peso di
enormi massi, osserva: “Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi / di buon proponimento
_____________
13
Avviso che le ricerche sugli autori trecenteschi sono state eseguite utilizzando il già
citato motore di ricerca della base dati Biblioteca italiana e che da tale archivio sono tratti i
passi citati.
14
Vignuzzi (1973: 428): «Una sfumatura avversativa-concessiva sembra essere presente
in Pd IV 26 Queste son le question che nel tuo velle / pontano igualmente; e però pria /
tratterò quella che più ha di felle (si veda anche Cv II VII 2), e in Vn XXII 5 se non fosse ch’io
attendea audire... di lei... io mi sarei nascoso incontanente che le lagrime m’aveano
assalito. E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne passaro...; tale connotazione
è assai più forte in Vn XV 2 sì tosto com’io imagino la sua mirabile bellezza, sì tosto mi
giugne uno desiderio di vederla, lo quale è di tanta vertude, che uccide e distrugge ne la
mia memoria ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono le passate
passioni [“sofferenze”] da cercare la veduta di costei, e in Rime c 10 Io son venuto al punto
de la rota / che...: / e però non disgombra / un sol penser d’amore... / la mente mia, dov’è da
rilevare il lungo e lento snodarsi (per ben 10 versi, con la voluta ripetizione dei moduli
accentrativi) delle premesse, e, di contro, l’‘effetto mancato’ (quasi ‘catastrofico’) racchiuso
nei brevi e tormentati versi successivi (qui Barbi-Pernicone interpretano espressamente e =
“ma”, con valore avversativo)».
15
Si tratta del valore da attribuire al però iniziale del v. 16 (il contesto è il seguente, vv.
13-21: «Tu dici che di Silvïo il parente, / corruttibile ancora, ad immortale / secolo andò, e
fu sensibilmente. // Però, se l'avversario d’ogne male / cortese i fu, pensando l'alto effetto /
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale / non pare indegno ad omo d'intelletto; / ch’e’ fu de
l’alma Roma e di suo impero / ne l’empireo ciel per padre eletto»): alcuni interpreti (A.
Pagliaro; U. Bosco / G. Reggio, ecc.) lo intendono in senso avversativo; altri (Sapegno)
come concessivo (con il valore di purché); altri, infine (F. Mazzoni, E. Pasquini, A.
Quaglio), come nesso causale (perciò) da connettere con il che iniziale del verso 20.
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per udire / come Dio vuol che ’l debito si paghi”. Quel però ha, in primo luogo,
l’abituale significato arcaico causale-conclusivo (‘non voglio, per questo, cioè per aver
saputo di pene tanto gravose, che tu ti distolga dal pentimento’); ma è presente anche una
sfumatura avversativa: ‘ma non voglio che tu ti distolga ecc.’
Quanto a Petrarca, possono essere riportate queste due occorrenze nel
Canzoniere, entrambe in frasi negative: n. 172, vv. 5-1116:
Da radice n’ài svelta mia salute:
troppo felice amante mi mostrasti
a quella che’ miei preghi humili et casti
gradí alcun tempo, or par ch’odi et refute.
Né però che con atti acerbi et rei
del mio ben pianga, et del mio pianger rida,
poria cangiar sol un de’ pensier’ mei
e n. 362, vv. 12-1417:
Responde: Egli è ben fermo il tuo destino;
et per tardar anchor vent’anni o trenta,
parrà a te troppo, et non fia però molto.
Anche da Boccaccio si traggono solo esempi in frasi negative. Come i due
seguenti dal Decameron (III, 5 e VII, 4, rispettivamente):
egli abbracciandola e basciandola centomilia volte sù per le scale la seguitò; e senza
alcuno indugio coricatisi gli ultimi termini conobber d’amore. Né questa volta, come che
la prima fosse, però l’ultima; per ciò che mentre il cavaliere fu a Melano, e ancor dopo la
sua tornata, vi tornò con grandissimo piacere di ciascuna delle parti il Zima molte
dell’altre volte.
Aveva questa donna una sua fante, la quale non era però troppo giovane, ma ella aveva il
più brutto viso e il più contraffatto che si vedesse mai.
Si può aggiungere il passo seguente dall’Amorosa visione (XLV, 68-70):
_____________
16
Marco Santagata, nell’edizione da lui commentata, annota: «NÉ PERÒ… CANGIAR: ma
tuttavia non potrebbe […] » (Petrarca ed. 1996: 780).
17
Nell’ed. a cura di Contini (Petrarca ed. 1964: 451), il però è glossato «non per questo,
tuttavia non». Analogamente, M. Santagata (Petrarca ed. 1996: 1402) annota: «questo tempo
a te sembrerà troppo, ma in verità non sarà molto».
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Ancora sulla diacronia di però
Ver è che molto prolissa speranza
mi tenne in questa via, non però tanto
che ’l mio proposto gisse in oblianza.
Ed è interessante osservare che i casi di però avversativo, sempre in contesti
frasali con negazione, risultano più frequenti negli scritti argomentativo-espositivi.
Due esempi dalle Esposizioni sopra la Commedia di Dante:
E, quantunque a quegli, che in questa forma trapassano in inferno, sia licito, volendo, il
poterne uscire, non posson però uscirne per tornarsi addietro per la via donde entrarono,
per ciò che per lo peccato non si può di peccato uscire.
in compagnia dell’onde bige, cioè lunghesso l’acque bige, come i compagni vanno l’uno
lunghesso l’altro per un cammino: e chiama quest’acqua oscura e nera «bigia», non
volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma, largamente parlando, lo
’ntende per nero.
Infine, sempre restando nell’ambito degli scritti danteschi, un passo dal
Trattatello in laude di Dante:
passando egli davanti ad una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente,
non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a l’altre: –
Donne, vedete colui che va ne l’inferno e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di
coloro che là giù sono?
3.2. Quanto sin qui riportato conferma in definitiva la prevedibile (e giustamente
rilevata da Giacalone Ramat 2012: 24-25) netta preminenza nei testi due e
trecenteschi di occorrenze del però avversativo in frasi negative, evidenziando
comunque, anche da questo particolare punto di osservazione, la peculiarità della
lingua dantesca, composita e, al solito, più articolata.
D’altra parte, emergono con chiarezza e, per quanto mi consta, non sono state
sinora specificamente documentate la continuità (anche con il già evidenziato
precedente latino sed per hoc) e la crescente diffusione del nesso avversativo ma
però, a partire dalla lirica siciliana. Come nella canzone A pena pare ch’io saccia
cantare di Jacopo Mostacci (vv. 23-25)18:
_____________
18
È bene precisare che il Ma però del v. 23 è la lettura dell’ed. Panvini, accolta nel sito
di Biblioteca italiana. Nei Poeti del Duecento a cura di G. Contini (1960: 142) e nella più
recente edizione I poeti della scuola siciliana. Poeti della corte di Federico II, diretta da C.
Di Girolamo (2008: 397), è adottata la lezione E però, nella quale comunque resta invariato
il valore avversativo del però.
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Ma però canto sì amorosamenti
a ciò che sia gaudenti
lo meo coragio di bona speranza,
Nel Trecento spicca, naturalmente, il famoso e isolato passo di Inferno XXII 142-143:
Lo caldo sghermitor subito fue;
ma però di levarsi era neente
a proposito del quale Vignuzzi (1973: 428) osserva: «le due congiunzioni si
rafforzano in questo caso vicendevolmente, per maggiore insistenza
nell’opposizione; cfr. S. Battaglia - V. Pernicone, La grammatica italiana, Torino
1970, 440».
A tale passo, nell’ambito della lirica trecentesca, si possono aggiungere queste
due occorrenze19. La prima nelle Rime amorose di Antonio da Ferrara (XXXII,
Lagrime i occhi e ’l cor sospiri amari, vv. 109-110):
Ben mille volte al dì chiamo la Morte,
ma però, per chiamar, non ven la Morte.
La seconda, per la verità non nettissima, dalla canzone di anonimo Mentre che
visse il mio dilecto spoço (n. 6 del canzoniere in volgare tramandato nel ms.
Beinecke Phillips 8826 della Yale University):
al Re mi disposai, per propria voglia,
credendo per lui essere honorata
e in testa portar corona d’oro,
come fanno coloro
che tienno sceptro in su la regal soglia;
ma però quella doglia
ch’io sostenea, da me non si divise.
Per la prosa, possono essere ricordati due luoghi di opere boccacciane, in realtà
di interpretazione, per così dire, ancipite (in cui il ma però risulta, cioè,
interpretabile anche con valore causale). Dal Filocolo:
Possibile è agli uomini folli e a’ savi usare i consigli e de’ folli e de’ savi, secondo il loro
parere, ma però la infallibile verità non si muta, la quale ci lascia vedere che più tosto la
bella e giovane donna, che la vecchia e laida, sia da prendere da colui a cui tale partito
donato fosse.
_____________
19
Ambedue i testi sono presenti nel corpus Biblioteca italiana, dal quale derivano anche
i prelievi dai testi in prosa trecenteschi.
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E, di nuovo, dalle Esposizioni sopra la Commedia di Dante:
Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi ’l dicesse, questi cotali sono della
loro oppinione ingannati, per ciò che in ciascuna figurata scrittura si pongono parole che
hanno a nascondere la cosa figurata e alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma
però vi si pongono, perché quelle che figurano possan consistere, sì come per essemplo
si può dimostrare in assai parti nella presente opera.
Ben quarantatre occorrenze (su quarantacinque totali) di ma però con valore
nettamente avversativo si registrano invece nella Nuova cronica di Giovanni
Villani. Se ne riportano solo due, scelte quasi a caso, a mero titolo esemplificativo:
Baldo da Montespertoli, sì pensò d’uccidere messer Gianni d’Epa, e armossi di tutte
armi a cavallo, e a corsa coll’elmo in capo e colla lancia abassata si mosse per fedire
messer Gianni, il quale s’avide della venuta del cavaliere, ma però non si mosse, ma
attese (VIII, 82).
e se ’l padre non fosse in prima morto che ’l detto Carlo secondo, gli succedea il reame,
il quale succedette poi al re Ruberto suo secondo fratello; ma però il detto Carlo non ne
fu mai contento (X, 176).
Una frequenza così alta (senza confronti in testi contemporanei e successivi) se
per un verso va vista, evidentemente, come un tratto espressivo personale, per
l’altro suggerisce due considerazioni. Primo. Un tratto tanto ricorrente e insistito
difficilmente può essere attribuito a innovazione o uso individuali ma va visto come
accentuazione personale di un uso corrente (nel parlato?). Secondo. Un caso come
questo pone il problema del rapporto tra i dati ottenibili con una campionatura (sia
pure larga) e quelli desumibili da un singolo autore o da un sola opera. I dati da
campioni (specie se accortamente bilanciati e quindi altamente rappresentativi)
indicano, naturalmente, la tendenza media, statisticamente determinata. I casi
singoli fortemente dissonanti dai valori medi in tal modo ottenuti vanno tuttavia
considerati attentamente, quali varianti o scarti occasionali oppure come indizi,
segnali di linee di tendenza non rispecchiate o solo in parte rispecchiate dalla
campionatura effettuata, della quale quindi risultano perlopiù utili correttivi e quasi
mai totali smentite.
3.3. Tornando, per concludere, al però avversativo nei testi del Due e Trecento, si
può proporre un’ultima osservazione. La prova (o il riscontro) che la diffusione del
però avversativo-limitativo nella lingua antica non dovette essere larghissima si può
evincere, tra l’altro, anche dall’altrimenti inspiegabile assenza di tale accezione
nella voce però in tutte e quattro le edizioni complete del Vocabolario degli
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Ancora sulla diacronia di però
Accademici della Crusca (1612, 1623, 1691, 1729-3820). Il corpus spogliato dagli
accademici compilatori (elencato nella Tavola dei citati), per quanto largo (e
accresciuto nelle «impressioni» più recenti) e pur nell’idea che dovesse
rappresentare la lingua degna di tal nome (cfr. Sabatini 2011: 227-229), era
comunque centrato su autori-modello trecenteschi (in particolare Petrarca e
Boccaccio), nei quali, come abbiamo visto, effettivamente la diffusione del però
avversativo è limitata. Inoltre, sugli accademici compilatori probabilmente influiva
il pronunciamento di uno dei fondatori dell’Accademia, Lionardo Salviati, che nei
suoi Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone (II, 2, 3) osservava (Salviati
1809-10, vol. III: 277):
D’articolo pensa, oltr’a questo, ch’abbia forza l’ultima lettera nella voce però, che da per
hoc si dee creder sicuramente, che la trasformassero i barbari, e di cotale, senza alcun
dubbio, ritien continuo il sentimento, e vale per questo, e per ciò.
4. Questi rilievi ci portano a un’ulteriore considerazione: come in altri casi, le opere
di riflessione e sistemazione metalinguistica (grammatiche, vocabolari, ecc.)
possono, evidentemente, darci informazioni spesso interessanti; ma ciò vale e in che
misura anche per lo studio della diacronia di però?
4.1. Ora, stando al passo di Salviati appena citato, abbiamo un’immagine
sensibilmente meno aggiornata di quella nota per la seconda metà del Cinquecento
(cfr. Mauri / Giacalone Ramat 2012: 30; Giacalone Ramat 2012: 25), ritardo
peraltro spiegabile col fatto che Salviati osserva la lingua del Decameron, nella
quale, come abbiamo visto, il però avversativo fa solo capolino (e in una frase
negativa). Il quadro cambia sensibilmente, tuttavia, se proviamo a ‘rovesciare’21 il
testo di Salviati, guardando non alla lingua descritta nell’opera ma alla lingua da lui
usata per descriverla. Nel nostro caso il però avversativo, che Salviati non descrive
metalinguisticamente, compare in contesti netti e con larga frequenza nella sua
scrittura. Alcuni esempi, quasi a caso:
Ma onde debba, chi toglie a metterle insieme, ritrar le regole de’ volgari idiomi, alcuna
volta recar si suole in disputa: la qual però, se non siamo ingannati, sie molto agevole a
diffinire: posciaché quindi torle, dov’elle si ritrovino, senza alcun fallo, è mestieri
(Salviati 1809-10, vol. I: 144).
_____________
20
La quinta «impressione» del Vocabolario (1863-1923), come è noto, fu interrotta alla
voce ozono.
21
Analogamente a quanto, come è noto, è stato fatto, sulla base di una felice intuizione
di Giovanni Nencioni, per lo stesso Vocabolario della Crusca, cfr. Sessa (2001: 3-18).
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Ancora sulla diacronia di però
E benché, dica Quintiliano, scrivasi come si parla, se però l’uso non abbia ottenuto il
contrario, altro non vagliono le sue parole, se non che all’uso, in questa parte, non si può
far contrasto (Salviati 1809-10, vol. II: 80).
Qualora il nome sta senza articolo davanti al nome; il vicecaso, se però la voce il
richiegga, senza tramezzo d’altra parola, suol riporsi nel favellare (Salviati 1809-10, vol.
III: 117).
4.2. Il che ci riporta a valori e tendenze decisamente più in linea con quanto si può
riscontrare nella prosa di altri autori cinquecenteschi, contemporanei e concittadini
di Salviati. Per esempio, Benedetto Varchi, del quale si segnala questo passo dal
libro nono delle Storie fiorentine, in cui ricorrono due però avversativi a poca
distanza l’uno dall’altro (Varchi 1858: 175):
Ora perché io debbo descrivere Firenze, non quale egli fu già, né quale egli è ora, ma
come stava in quei tempi, quando lo stato si mutò, onde ha il suo vero principio la storia
nostra, cioè dintorno al mille cinquecento ventisette; però io non come al presente, ma
come se in quel tempo fossimo, quasi sempre ragionerò. E se alcuno si maravigliasse che
io in alcune cose e specialmente nelle misure, dalle Cronache di Giovanni Villani, uomo
assai semplice e idiota, ma fedelissimo però, e diligentissimo scrittore delle gesta de’
Fiorentini, discordassi; sappia che i libri suoi […] sono per tutto in moltissimi luoghi
manifestamente scorretti.
Notevoli risultano anche due passaggi22 da due delle traduzioni di Varchi, in
entrambi i quali al però avversativo corrisponde un tamen nell’originale latino. Il
primo dalla versione (1554) del De beneficiis di Seneca (II, 35):
Benché noi diciamo che chi ha ricevuto il benifizio volentieri, l’ha ristorato, vogliamo
però che egli sia tenuto a rendergli alcuna cosa simile alla sua.
L’altro, dalla traduzione (1551) del De consolatione philosophiae di Boezio (V, 1):
Queste cose che tu mi dimandi, tuttoché sieno utilissime a conoscere, sono però alquanto
lontane, e fuori del sentiero del proponimento nostro.
Sempre a Firenze, in quello stesso torno di tempo, operava Giovan Battista Gelli,
di cui (da una documentazione assai più ampia) si trascrivono qui solo questi tre
esempi, dai dialoghi I capricci del bottaio (1546 [1855: 200, 237 e 250]):
_____________
22
Si cita, rispettivamente, da: L. A. Seneca, De’ benefizii. (ed. 1822: 156; l’originale
latino recita: «Itaque, quamuis rettulisse illum gratiam dicamus, qui beneficium libenter
accipit, iubemus tamen et simile aliquid ei, quod accepit, reddere»); Boezio Severino, Della
consolazione della filosofia (ed. 1827: 169; originale latino: «Haec autem etsi perutilia
cognitu, tamen a propositi nostri tramite paulisper aversa sunt»).
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Domenico Proietti
Ancora sulla diacronia di però
e chi vuol vedere come in uno specchio quel che può questa seconda parte ben usata [la
scelta e la disposizione delle parole nella frase], conferisca gli scritti de’ Fiorentini con
gli scritti de gli altri che non son Toscani, e sentirà (s’egli ha orecchie però) la dolcezza
che universalmente è nelle clausole di questi, e la durezza di quelli altri (ragionamento
4).
Le frutte è vero, ch’elle son dolci, ma per esser crude, e difficili a digerire non generano
molto buon sangue, né buoni umori; eccetto però i fichi e le uve, i quali sono molto sani
(ragionamento 7).
Dimmi un poco; se noi siamo d’accordo noi, chi è quello (mercè de la libertà e de le
forze che ci ha date Dio) che possa contro di noi? eccetto però egli (ragionamento 8).
In questo contesto, non è certo per caso che Pierfrancesco Giambullari, nel suo
trattato grammaticale Regole della lingua fiorentina (pubblicato nel 1552), inserisce
il però nel gruppo delle «legature [congiunzioni] adversative» (Giambullari 1986:
98):
Le adversative, levano gli ostacoli; et mostrano che nulla impedisce quello che si
desidera inferire. Et sono queste, benché, advegna, advegnaché, ancoraché, se bene. Et
le rispondenti a queste, tuttavia, tuttafiata, tuttavolta, nondimeno, nondimanco,
nulladimeno, nulladimanco, nientedimeno, nientedimanco, però, et simili.
È l’affiorare alla coscienza metalinguistica di un uso certo ancora minoritario
rispetto a quello prevalente del però causale, ma ormai pienamente definito (come
dimostrano gli esempi, quasi tutti ormai in frasi affermative) e saldamente radicato,
specie in testi argomentativo-espositivi non lontani dal parlato, dal quale,
evidentemente, viene sospinto.
4.3. In questa sede non è possibile e opportuno seguire i percorsi e le vicende della
diffusione del però argomentativo dalla fine Cinquecento e lungo tutto il Seicento.
Sarà sufficiente soffermarsi su un’altra importante tappa metalinguistica, segnata,
appunto alla fine del Seicento (a quasi un secolo dalle pagine di Salviati), dal
capitolo che Daniello Bartoli, nella sua celebre opera Il torto e ’l diritto del non si
può, dedicò a La particella PERÒ adoperata per NONDIMENO (cap. 176, aggiunto
nella terza edizione, 1680; in Bartoli 1844: 204-207). Dal riconoscimento si passa
all’apologia. Bartoli polemizza contro quanti condannavano l’uso di però come
particella avversativa giudicando tale uso come nuovo, “basso” o “volgare”,
assente, cioè, nella scrittura “alta” dei buoni autori (e quindi, evidentemente, diffuso
nel parlato non formale o poco accurato, come diremmo oggi). Contro tali censure,
Bartoli rivendica, con una cospicua serie di esempi tratti da autori contemporanei e
antichi, la legittimità grammaticale e l’antichità (cioè la letterarietà) del però
avversativo. Così, dopo aver presentato e commentato esempi dai «più moderni
Scrittori, avuti in pregio di regolati e colti» (Guarini, Tasso, Caro, Ariosto), fa
osservare che «la ragione del ben usarla [la “particella” però avversativa] i moderni
[è] l’averla così usata gli antichi» e allega una ricca serie di esempi «tutti […] del
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Ancora sulla diacronia di però
buon Secolo» (Dante, Giovanni e Matteo Villani, Boccaccio, Passavanti, Brunetto
Latini, Petrarca).
Dalle pagine di Bartoli, oltre all’evidente attestazione della crescente
circolazione del però avversativo, si possono ricavare altre indicazioni: la lenta
anche se costante penetrazione del però avversativo nel linguaggio letterario
(arginata dalla contemporanea vigenza del però causale in tale ambito o livello
d’uso); e soprattutto la, presumibilmente, sempre più larga diffusione del però
avversativo nel parlato. Sono linee di tendenza, fronti d’evoluzione e arretramento
che non abbiamo qui possibilità di ricostruire in dettaglio, sicché bisognerà limitarsi
a indicare il caso di due opere in cui questa fase di concorrenza tra i due valori di
però si manifesta esemplarmente. Mi riferisco alla Istoria del Concilio tridentino
(1619) di Paolo Sarpi, in cui le 726 occorrenze23 di però sono ormai in gran parte
avversative; mentre tra le 352 del pur successivo Dialogo sopra i due massimi
sistemi (1632) di Galilei la presenza del però causale risulta percentualmente ben
più nutrita (secondo una tendenza che nei testi scientifici si manterrà fino alla fine
dell’Ottocento).
4.4. Se con un salto in avanti, ancora, di poco più di un secolo ci spostiamo alla
meta del Settecento, troviamo una situazione sensibilmente diversa. In talune opere
e autori24 la prevalenza del però avversativo su quello causale è ormai schiacciante,
se non assoluta. Così, se nelle 11 occorrenze di però nella Vita scritta da se
medesimo di Giambattista Vico (1725) due (o tre) possono essere interpretate come
causali, le sei riscontrabili nelle Memorie autobiografiche di Antonio Genovesi
(1755-60) sono tutte avversative e solo un’occorrenza delle 54 presenti nella Vita
(1790-1803) di Vittorio Alfieri è interpretabile come causale (mentre le 7 del
trattato Della tirannide, 1789, dello stesso Alfieri, sono tutte avversative).
Esemplare, in questo contesto, è il caso del teatro goldoniano: delle 47
occorrenze di però (distribuite in 11 commedie, tra cui le più note: La famiglia
dell’antiquario, La bottega del caffè, I rusteghi, Il campiello, La locandiera, ecc.)
solo una è causale e si trova, non per caso, nella lettera dedicatoria premessa alla
certo meno celebre tragicommedia in versi martelliani La sposa persiana (1753). Le
attestazioni presenti nel teatro di Goldoni, poi, sono di particolare interesse non solo
per l’evidente connessione con il parlato che vi si riflette, ma specialmente perché
tra esse troviamo due occorrenze di un certo peso a conferma dell’ormai avvenuta
affermazione del però avversativo.
Abbiamo infatti uno dei primi esempi noti del però avversativo in frase sospesa
(La famiglia dell’antiquario, a. III, sc. 3):
_____________
23
Questo dato e quelli successivi, relativi a Galilei, derivano dall’interrogazione del più
volte citato corpus in rete presso il sito Biblioteca italiana.
24
Anche per il Settecento i dati sono desunti dalla base dati del sito Biblioteca italiana,
con l’eccezione di quelli relativi ai periodici Il Caffè e La frusta letteraria, derivati
dall’interrogazione del corpus su CD-Rom LIZ4.0 Lettera italiana Zanichelli (2001).
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Ancora sulla diacronia di però
PANCRAZIO. Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell’onore. Signor Conte, io
son venuto per illuminarla, mosso dall’onestà di galantuomo, ed eccitato a farlo dal
signor Pantalone. Vossignoria è attorniato da bricconi, che l’ingannano, e gli fanno
comprare delle porcherie, e però...
Ma soprattutto è notevole il passo seguente (Il campiello, a. II, sc. 11), in cui il
però in fine di frase, per la sua posizione isolata che lo stacca dal precedente ma
limitativo, va verosimilmente interpretato come esclamazione (anche se non
segnalata ed enfatizzata dalla presenza del punto esclamativo):
CAVALIERE.
È ver, voi siete ancora giovanissima. Ma graziosa però.
Si tratterebbe dunque di una precoce attestazione dell’affioramento del però
esclamativo, che pertanto comincerebbe a emergere, non certo per caso, proprio nel
momento in cui si afferma il però avversativo. Di quest’ultimo, evidentemente, il
però esclamativo è un caso particolare: la posizione isolata (per ora in fine di
enunciato) e prosodicamente enfatizzata fa sì che il connettivo cominci a essere
utilizzato come un elemento se non sintatticamente autonomo, certo con legami
sintattici fortemente indeboliti. Ulteriori, necessarie ricerche dovranno partire da
questo e altri passi (coevi?) per verificare la dinamica e la cronologia del però
esclamativo.
Tornando all’affermazione del però avversativo nel corso del Settecento, è
evidente che tale ascesa non determina ipso facto la sparizione del però causale, che
resiste nella prosa argomentativa. In quest’ambito, può essere considerato tipico il
caso del periodico degli illuministi milanesi, Il Caffè (1764-66), in cui poco meno di
venti tra le 142 occorrenze di però hanno valore causale. Analogamente, sempre in
ambito illuministico, tra le nove occorrenze di però nel Dialogo sopra la nobiltà
(1757) di Giuseppe Parini circa la metà (4) sono quelle in funzione di nesso causale;
mentre, tra le 287 occorrenze nella Frusta letteraria (1763-65) di Giuseppe Baretti,
quelle con valore causale a malapena superano la decina. L’ascesa del però
avversativo, quindi, è netta (e accompagnata dalla comparsa di esempi in frase
sospesa e con funzione esclamativa, precondizioni essenziali per l’ulteriore
passaggio a elemento fatico) ma il quadro è mosso e chiaroscurato dalla
concomitante vitalità del però causale.
4.5. La percezione metalinguistica di tale situazione si ha, all’inizio dell’Ottocento,
in questo passo del Saggio sulle permutazioni della italiana orazione di Luigi
Muzzi (1811: 78-79), in cui il valore avversativo è trattato prima di quello causale,
evidentemente sentito ormai come minoritario rispetto all’altro ma che tuttavia
viene considerato più corretto (perché più perspicuo!):
La particella però ha gemino significato: ha quello avversativo del ma; ha quello causale
del per ciò: in ambedue la ravviso permutabile. Nel significato di per ciò non può nascer
dubbio: sì bene nell’altro.
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È il primo di una serie di pronunciamenti pro o contro il però avversativo che,
nella prima metà dell’Ottocento, ne accompagnano la definitiva affermazione. Alle
censure di quanti sconsigliavano l’uso di però con il valore di nondimeno (Ugolini
1848: 135; Parenti 1857: 54-55) considerato un uso del parlato basso, non avallato
dalla tradizione letteraria dei buoni autori, si contrapposero intorno alla metà del
secolo gli interventi di puristi moderati e classicisti (Gherardini 1847: 459-467;
Viani 1860: 174-175; Fornaciari 1870: 131), i quali, riprendendo e arricchendo le
attestazioni trovate da Bartoli, documentarono la continuità dell’uso avversativo di
però dalla lingua antica ai loro tempi. Come in altri casi, al di là del loro interesse
storico-culturale e dei loro scarsi, o meglio nulli, effetti pratici, questi e simili
dibattiti (su altri connettivi quali comunque e per cui assoluti, onde, ecc.) erano un
tempestivo segnale dell’affermazione non solo nello scritto dei vocaboli o dei
costrutti dei quali si discuteva.
Anche nel caso del però le scelte linguistiche manzoniane risultarono esemplari
e anticipatrici. Infatti, solo una delle 151 occorrenze di però nel Fermo e Lucia ha il
valore deduttivo-conclusivo di perciò: e si trova nel brano che si finge estratto dal
manoscritto dell’anonimo. È quindi uno dei molti tratti della finissima riproduzione
che Manzoni fa della prosa seicentesca. La stessa situazione si riscontra sia nelle
215 occorrenze nella prima redazione dei Promessi sposi (1827), sia nelle 224
dell’edizione definitiva (1840-42). E per la narrativa il ciclo può considerarsi chiuso
se si guarda a due delle opere decisive di fine Ottocento: I Malavoglia (1881) e
Mastro-don Gesualdo (1889), in cui il però deduttivo-conclusivo è del tutto assente.
Questo andamento, comunque, non trova riscontro in altri settori della prosa
ottocentesca, nei quali l’affermazione del però avversativo-limitativo risultò meno
precoce e netta, con la correlativa sopravvivenza del però causale. Quest’ultimo,
lungi, dallo scomparire, continuava a circolare, anche nella veste di composti
arcaici come perocché o in formazioni più recenti quali epperò, in un panorama più
articolato e chiaroscurato di quanto possa risultare dall’interrogazione, limitata al
solo però, di corpora anche di ampie dimensioni (Giacalone Ramat 2015: 25; Mauri
/ Giacalone Ramat 2012: 30). Di tale panorama ci restituisce un’immagine tutto
sommato fedele il passo che, a fine secolo, Raffaello Fornaciari dedica ai diversi
valori del però nella sua Sintassi italiana dell’uso moderno (1879-84), in cui, come
in tutta l’opera, la descrizione procede in ordine cronologico a partire dalle
attestazioni e dagli usi antichi (Fornaciari 1884: 290):
Però e perciò valgono propriamente per cagione di ciò. – Spesse volte avviene che l’arte
è dall’arte schernita, e perciò è poco senno il dilettarsi di schernire altrui. Boccaccio. –
Tu sai che stamani fu sotterrato al luogo de’ frati Minori lo Scannadio ecc. e però tu te
n’andrai segretamente prima ad Alessandro. Boccaccio […]
Non perciò, non però (di rado non per tanto) hanno forza avversativa e negativa insieme,
e valgono non per questa ragione, ciò nondimeno non […]
Però semplicemente usato, e più spesso posposto a qualche parola, piglia il senso di
nondimeno. – Aveva questa donna una sua fante, la quale non era però troppo giovane.
Boccaccio. – Comecchè in viso pallida e smarrita .... Tanto però di bello anco le avanza
Che con le Grazie Amor vi può aver stanza. Ariosto, XXVIII, 97, 7-8.
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Ancora sulla diacronia di però
Un primo esempio, tra altri possibili, di quanto in settori diversi della prosa (non
solo) ottocentesca la penetrazione, l’uso e, per converso, la sopravvivenza di
connettivi e/o congiunzioni possa variare anche sensibilmente ci è dato dai testi
scientifici. In testi della prima metà dell’Ottocento (dall’Introduzione alla fisica
sperimentale (1803) di Domenico Scinà, al Saggio sopra la vera struttura del
cervello (1809) di Luigi Rolando, fino alla Fisica de’ corpi ponderabili, ossia
Trattato della costituzione generale de’ corpi (1837-41) di Amedeo Avogadro e alla
memoria Sui contagi in generale e specialmente su quelli che affliggono l’umana
specie (1844) di Agostino Bassi) ricorre con una certa frequenza l’alternanza, anche
nella stessa pagina, del però causale (affiancato dai nessi e però e (im)pero(c)ché)
all’ormai più frequente però avversativo. Una sola citazione, dall’opera di
Avogadro (1837: 84):
Ma non si hanno ancora esperienze abbastanza precise per determinare separatamente il
grado di ciascuna delle suddette proprietà pei diversi metalli. Ne vedremo però alcuna
cosa nel capo seguente […].
Si è veduto che il vetro il quale, secondo questo metodo di giudicare della durezza,
sarebbe più duro del ferro e dell’acciajo non temprato, offre però molto minore
resistenza alla separazione delle sue parti per trazione.
Nella seconda metà del secolo, la prevalenza ormai assoluta del però
avversativo, se elimina il però casuale, determina il rilancio di connettivi causali
composti quali epperò e, insieme, la sopravvivenza di forme desuete quali
(im)pero(c)ché, come si potrà agevolmente verificare nei due volumi in cui sono
raccolte le Opere di Galileo Ferraris (1902).
Ancora diverso, invece, lasciando il campo delle scienze biofisiche, il caso di un
testo centrale nella cultura non solo linguistica dell’ultimo trentennio del secolo, il
Proemio all’Archivio glottologico italiano di Graziadio Isaia Ascoli (1873), in cui
due delle cinque occorrenze di però hanno valore di nesso causale; la seconda delle
quali, oltretutto, si trova a ridosso di un però avversativo (Ascoli 1975: 44-45):
Ma se l’Archivio vuol principalmente dedicarsi a sviscerare la storia dei dialetti italiani
ancora superstiti, non però egli si asterrà dall’accogliere speciali studj anche sulle varie
lingue dell’antica Italia e pur sulle estranee che alla loro immediata illustrazione possan
giovare. Né trascurerà quegli idiomi stranieri che sono ancora parlati da popolazioni
italiane, e avrà confini ancora più indeterminati per le notizie bibliografiche ch’egli si
propone di ammannire. Dalla latitudine del campo, non dovrà però mai derivare alcuna
bizzarra mescolanza nella disposizione dei frutti che si riesca a raccogliervi, od alcun
ostacolo alla loro migliore e maggior diffusione.
Uno sguardo, l’ultimo, al terreno delle opere storiografiche, mostrandoci una
situazione ancora differente, ci porta dentro il Novecento, consentendoci di avviarci
alla conclusione di quello che è diventato ormai un discorso troppo lungo. Sondaggi
effettuati in un corpus di testi storiografici del periodo 1798-1915 (D’Achille /
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Ancora sulla diacronia di però
Proietti 2004: 644-645), infatti, indicano che l’uso del però avversativo non solo
presenta significative flessioni in alcuni autori (specie intorno alla metà del
secolo25), ma risulta netto solo nei testi più recenti e d’impostazione prettamente
scientifica, come la monografia Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295
(1899) di Gaetano Salvemini (con trenta occorrenze, di cui tre a inizio di
periodo/enunciato). Tale situazione sembra prolungarsi fino alla prima parte del
Novecento nell’opera storiografica di Benedetto Croce, nella quale la prevalenza
del però avversativo è moderata da occorrenze non sporadiche del però causale (per
es. nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915, del 1928), che invece in altri casi, come
nella successiva Storia d’Europa dal 1815 al 1915 (1932), risulta del tutto evitato.
In questo quadro, più o meno in quegli stessi anni, Trilussa promuoveva il
connettivo avversativo, in forma sospesa, a titolo di uno dei suoi apologhi poetici
contro il totalitarismo fascista (Però…)26: segno evidente che il però è ormai
correntemente inteso solo e senza incertezze come avversativo, anche in occorrenze
isolate e/o fuori contesto.
L’originario valore causale resiste ormai solo nei nessi causali-deduttivi e però
ed epperò27, dei quali va registrata infine la sicura sopravvivenza (se non proprio la
larga circolazione) fino a tempi tutto sommato recenti: un’occorrenza nel Fu Mattia
Pascal (1904: «c’era la luna, quella sera, e però tutti i lampioncini erano spenti, al
solito, per le vie quasi deserte»); due occorrenze della forma univerbata nella
Coscienza di Zeno (1923). Fino a Soldati («Frattanto, sbadigliò. Epperò si accorse
di aver fame», America primo amore, 1935), Pratolini («La scomparsa di Virginia
apriva adesso il campo alle più opposte congetture, che infine, via via che le ore
passavano, ed era ormai notte alta, le due, le tre dopo mezzanotte, sembravano
ridursi ad una solamente, la più angosciosa epperò quella che più a lungo essi si
trattennero dal formulare», Un eroe del nostro tempo, 1949); e Moravia («Sinora
aveva creduto di conoscersi abbastanza bene e però di essere in grado di controllarsi
ogni volta che l’avesse voluto», Il conformista, 1951). E a questi esempi va
aggiunta l’occorrenza in Landolfi già segnalata da Serianni (cfr. supra, § 1).
5. Le osservazioni e qualche dato che, anche troppo sommariamente, abbiamo
inteso presentare nelle pagine precedenti possono essere così sistemati e sintetizzati.
Sull’evoluzione di però e in particolare sullo sviluppo dall’originario significato
deduttivo-conclusivo (o causale) al più recente valore avversativo esistono
numerosi contributi, in particolare nella prospettiva degli studi sui fenomeni e
_____________
25
Il però avversativo compare, per es., una sola volta nella Cronaca dei fatti di Toscana,
1845-1849 (1850) di Giuseppe Giusti; mentre se ne rilevano ben 43 occorrenze nel pur
precedente Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di Vincenzo Cuoco (1801).
26
Il testo si può leggere in Trilussa (ed. 2004: 1101-1102).
27
I dati sono ricavati dall’interrogazione della già citata LIZ4.0 e del Primo tesoro della
lingua letteraria italiana del Novecento, a cura di T. De Mauro (2007).
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Domenico Proietti
Ancora sulla diacronia di però
processi grammaticalizzazione. Sicché poco o nulla resta da chiarire, a livello di
spiegazione teorica, sulla dinamica e le trafile di tali trasformazioni. Diverse
osservazioni e integrazioni possono invece essere proposte su alcuni momenti e
aspetti della storia di però.
A cominciare dalle vicende relative ai suoi antecedenti latini e mediolatini e, in
particolare, ai nessi ac / et per hoc, diffusissimi nel latino cristiano e medievale.
Segnalati da Gilles Ménage nel Seicento ma poi di fatto ignorati negli studi
successivi, tali antecedenti ebbero, invece, un peso determinante sia come moduli
correnti di connettivo causale, sia soprattutto, nelle forme con la negazione posposta
(ac/et/sed per hoc non), come stadio iniziale nella transizione dal valore causale a
quello avversativo-limitativo.
Per l’italiano antico sono stati qui messi in luce alcuni aspetti in ombra o non
visibili con ricerche basate su campionature anche molto larghe: la presenza, in
traduzioni dal latino, di usi consapevoli di però con valore avversativo; e la
diffusione del nesso ma però, continuatore diretto del mediolatino sed per hoc,
presente con altissima frequenza nella Nuova cronica di Giovanni Villani e attestato
anche in Dante; nel caso di quest’ultimo si rileva come, per questo come per molti
altri tratti, le scelte linguistiche nel volgare risultano allineate e connesse con molte
delle soluzioni della sua prosa latina. Infine, si è evidenziata la possibilità di trarre
informazioni sull’effettiva circolazione del però avversativo utilizzando testi di
riflessione e sistemazione metalinguistica (grammatiche e vocabolari).
In quest’ultima prospettiva, sono state ricavate diverse informazioni sulla
crescente diffusione (anche nel parlato) del però avversativo nel Cinquecento e
Seicento, anche in rapporto con la permanente supremazia del però casuale (e nessi
affini); e conferme a tali dati sono venute dall’osservazione dell’uso di singoli
autori.
Analogamente, si è potuta anticipare alla seconda metà del Settecento
l’affermazione del però avversativo, in un panorama in cui tuttavia si rilevano
sensibili oscillazioni da un autore all’altro e nel quale l’arretramento del però
causale non è né netto né uniforme. Inoltre, si è segnalata una precoce attestazione
in Goldoni del però usato come esclamativo, formulando l’ipotesi, da verificare con
ulteriori e più dettagliate ricerche, che lo sviluppo del però esclamativo coincida
cronologicamente con l’affermazione del però avversativo e ne sia in qualche modo
effetto e/o sviluppo.
Analogamente, nel corso dell’Ottocento la persistenza del però causale, la
conservazione di nessi e composti letterari (come (imp)ero(c)ché) e/o la creazione
di neoformazioni (epperò) fecero da riscontro all’assoluta predominanza del però
avversativo: il tutto, comunque, con modalità e proporzioni variabili nei diversi
ambiti testuali-disciplinari e (all’interno di questi) anche in singoli autori. Per il
Novecento si sono messi in evidenza due direttrici di svolgimento. Per un verso è
stata evidenziata la sopravvivenza del però causale (ormai quasi solo nella forma
univerbata epperò), per l’altro si è rilevata la crescente diffusione di due fasi
ulteriori del però avversativo: il suo uso in forma sospesa e come esclamativo a
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inizio o fine di enunciato (avviamenti verso lo statuto di elemento fatico cui
risultano tendere molti connettivi nella fase matura della loro evoluzione).
Infine, dalle prospezioni qui tentate nella storia di però (sulla quale resta
comunque ancora da indagare) è forse legittimo dedurre una considerazione
d’indole generale: lo studio della diacronia di questo e altri elementi linguistici
mediante campionature e/o corpora anche molto vasti e accortamente bilanciati dà
informazioni e dati certo utili e significativi ma limitati ai processi generali in atto,
alle tendenze di fondo e ai loro valori medi. Descrizioni a più alta risoluzione, cioè
circostanziate e particolareggiate, si possono avere solo se tali dati e informazioni
sono integrati e affinati con l’escussione di altre testimonianze (in primis le opere di
riflessione e sistemazione metalinguistica) e con l’osservazione dell’uso di singoli
scrittori, specie in ambiti e forme disciplinari e testuali diversi. Inoltre, per l’italiano
antico va sempre attentamente tenuto presente il rapporto con lo sfondo e i
precedenti latini e mediolatini. Solo così si potranno ottenere quadri in cui, accanto
alle tendenze e alle trasformazioni salienti, non vadano perdute zone d’ombra e
sfumature, esiti contraddittori e singolarità. Tenendo, in ogni caso, presente che:
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
[…]
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
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