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Mi spiace, mai stato comunista. Non ho mai creduto a Marx

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Mi spiace, mai stato comunista. Non ho mai creduto a Marx
L' opinione
"Mai stato comunista"
- Perché siamo in "guerra"
- Primarie contro i “feudatari”
- Quel '68 d' importazione
- Le forze frenanti dell' indipendentismo Sardo
Dicembre 2008.
Editoriale
Mi spiace, mai stato comunista.
Non ho mai creduto a Marx, quantomeno non ne ritengo appropriate le
sue ricette nel mondo moderno. Ma questo non significa che sia
anti-comunista. Non avverto neppure il bisogno di inventare un presunto
passato da libertario per giustificare l' essere un indipendentista.
Sono un liberaldemocratico Sardo, tutto quì.
Ma le parole seguenti potrebbero benissimo essere dette da un socialista o
da chiunque avverta la necessità di liberarsi da inutili schematismi dialettici
che limitano una riforma a 360 gradi della politica identitaria.
C' è una Nazione Sarda da tutelare, cittadini e territorio. La battaglia che
oggi dovrebbe vedere impegnato l' indipendentismo contemporaneo non è
tanto quella di attaccare politicamente a priori i ritardi della partitocrazia
italiana che causano danno socio-economico alla Sardegna, la vera battaglia
sarebbe piuttosto l' atto di innovare l' indipendentismo da tutti i mali che oggi
ne arretrano il suo sviluppo politico.
Quali sono questi mali? Buona parte di essi derivano dal 1968 italiano e
dagli strascichi ideologici che le attuali dirigenze indipendentiste con fatica
ritengono di aver superato, nei fatti, persistendo con gli stessi vizi di una
metodica anti-sistema a priori in cui non viene abbinata alcune seria
alternativa politica che giustifichi elettoralmente la medesima contestazione.
I movimenti identitari sono in lotta tra loro per un interesse che riguarda un
piccolo feudo da 1% , i nostri interessi invece sono e devono essere globali.
Per iniziare una riforma interna, come affermato in più occasioni, intanto
sarebbe opportuno adottare le Primarie come sintomo di premiazione delle
dirigenze che hanno saputo distinguersi, innovare ed estendere la nostra
comune politica. I problemi si sviluppano su due direttrici:
1): La reiterazione nel presente di dogmi e tecniche politiche promosse dal
Marxismo.
2): La saldatura alla prima direttrice di un sottile anti-autonomismo derivante
a sua volta dai fallimenti politici del Partito Sardo d' Azione.
Cerchiamo di capire meglio perché queste dinamiche non abbiano alcuna
speranza di far sdoganare l' indipendentismo nei grandi numeri della politica.
Dalla prima direttrice deriva tutta l' asistemicità della politica indipendentista,
quella in cui non è presente alcuna cultura di governo ed ogni azione politica
ruota attorno alla promozione di due elementi: a) La presentazione di
programmi politici spesso utopici e privi di credibilità nelle soluzioni esposte
agli occhi dell' elettorato. b) Il continuo ricorso della piazza come unico
strumento per segnalare la presenza della loro politica nell' immaginario
collettivo.
Nel punto (a) la perdita di credibilità deriva dall' assenza di una coscienza
identitaria diffusa nel nostro territorio che quindi porta alcune proposte
indipendentiste a non essere comprese: Ad esempio perché non si è mai
lavorato ad un VERO autonomismo che creasse nel nostro territorio
elementi strutturali di coesione sociale progressivi quali istruzione, cultura
sarda, fiscalità, sicurezza, media, etc.
Tutti questi elementi oggi sono al 90% italiani.
Se il Popolo è semplicemente attraversato da un proteiforme sardismo
diffuso* (*retaggio della nostra natzione in estinzione) ma non da una
chiara visione di appartenenza ad una Nazione Sarda, è pertanto ovvio che
non vi sarà mai alcuna comprensione di ciò che viene esposto dai
movimenti identitari. A ciò si abbinano soluzioni economiche incompatibili
con la realtà socio-economica corrente, similari a quelle esposte dalla
sinistra o persino dalla destra radicale italiana e che in un sistema
economico come quello contemporaneo, porterebbero allo sfacelo della
finanza pubblica. Da tali elementi parte un primo problema di credibilità.
Punto (b), come affermato in precedenza, si delinea nel ricorso alla piazza
l' unico strumento di visibilità di cui alcuni movimenti possono avvalersi in
assenza della succitata cultura di governo.
Anche perché taluni ritardi ideologici post-sessantottini apportano quasi
esclusivamente nei movimenti militanti/candidati impresentabili nelle
competizioni elettorali. A partire dalle amministrazioni locali.
Non ci sono dunque solo problemi finanziari ma soprattutto pesa l' assenza
di serie riforme interne che porta alla cristallizzazione della politica
indipendentista. E' in questo frangente che spesso nasce il folklorismo
politico, la comparsata. L' atto di ostentare la propria identità che spesso
decade in ulteriore perdita di credibilità e consolidamento della pessima
immagine nella Pubblica Opinione in cui annaspa l' indipendentismo Sardo.
In esso notiamo un gravoso problema: "L' utopizzazione della causa".
La volontà becera di creare una società perfetta, volontà da cui partono i timori
isolazionisti che intravede l' elettorato che di sicuro non premia tale politica.
Anche il sogno di una "Cuba Mediterranea" di Feltrinelliana memoria è
l' ennesimo ritardo ideologico derivante dalla cultura Marxista che ancora
impregna i dettami dei dirigenti politici responsabili della situazione.
Difficile credere che ad ogni flop elettorale siano sempre "tutti bravi" e le
responsabilità siano da ricercare sempre all' esterno dei movimenti.
Probabilmente bisogna cercarle all' interno.
L' indipendentismo -non ci stancheremo mai di ripeterlo- non è un modello
sociale. Non dobbiamo, nè possiamo proporre fantasie o sedicenti stati
perfetti. Dobbiamo semplicemente operare per liberare il territorio dai ritardi
strutturali in cui l' Italia imbriglia il nostro potenziale sociale ed economico,
nonché tutelando e promuovendo una identità oggi negata.
E' questo il primo step per l' adesione alla Comunità Internazionale.
Nella seconda direttrice, come suddetto, l' anti-autonomismo è quel male
che accompagna tutti i problemi esposti. E' in questa dinamica che la scarsa
credibilità dell' indipendentismo viene sigillata dalla protervia di voler "tutto e
subito", senza un barlume di percorso che illumini la strategia da seguire.
Come si convince una popolazione a seguire le istanze identitarie se non
possiede una coscienza nazionale sarda ma italiana?
Sviluppando un vero autonomismo: Fattore che può far emergere quel
proteiforme sardismo diffuso dando ad esso una dimensione politica che
possa essere assunta dai movimenti identitari e cavalcata elettoralmente.
Se il PSD' AZ ha fallito negli ultimi venti anni, ciò non può essere un valido
motivo per terze sigle per proporre qualcosa di irricevibile senza il preventivo
consenso popolare degli stessi cittadini che si dovrebbero rappresentare.
In buona sostanza, l' indipendentismo non può pensare di volere
l' indipendenza senza il suo Popolo e senza averne edificato le condizioni
economiche e strutturali per gradi. Ecco cosa ci differenzia dai Baschi, dagli
Scozzesi, etc.
Non basta stampare 100 volantini per arrivare all' obiettivo, ma servono 100
disegni di legge, qualora esistesse una cultura di governo ed una metodica
politica indipendentista non più asistemica.
Ma attenzione: Operare in tale percorso autonomista non significa seguire
l' ottica di certo fasullo autonomismo/sardismo.
Significa lavorare al riconoscimento della Nazionalità Sarda e di un sempre
maggiore trasferimento di poteri da stato centrale a istituzioni periferiche:
Regione, Enti locali, etc. Solo a seguito di tale percorso potremmo parlare di
un ipotetico referendum sull' autodeterminazione che altre nazioni nel mondo
oggi vanno proponendo con successo: Ma perché il loro nazionalismo ne ha
costruito le idonee condizioni.
In Sardegna i pesanti limiti ideologici importati dall' antifascismo italiano hanno
addirittura consolidato la falsa equazione: Nazismo = Nazionalismo.
Niente di più falso. Abbiamo le mani legate in tutto sul piano delle riforme
interne.
Come dimostrano le più svariate esperienze internazionali, tra cui quella dello
Scottish National Party: Il nazionalismo oggi è la semplice tutela e promozione
della propria Nazione.
Che dire di certo strisciante anticlericalismo che permea i "vetero-marxisti"
dell' indipendentismo?
Una Nazione è composta da più orientamenti. Progressisti e conservatori
devono avere gli stessi diritti nell' indipendentismo.
In assenza di pluralismo, di cosa stiamo parlando? Chi stiamo
rappresentando? Quale "Popolo" ci sta seguendo?
Grazie per l' attenzione.
U.R.N. Sardinnya ONLINE
www.urn-indipendentzia.com
[email protected]
Note del Lettore:
Fine.
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