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la difficile alternanza di imperfetto e passato

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la difficile alternanza di imperfetto e passato
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO
PROSSIMO IN ITALIANO: TEMPO, ASPETTO, AZIONE
A Gmin
Abstract
L’alternanza d’uso di passato prossimo e imperfetto è uno degli aspetti più complessi e
più interessanti del sistema verbale dell’italiano. Entrambi i tempi verbali sono adoperati
per esprimere azioni nel passato, secondo due prospettive aspettuali opposte (perfettiva
VS imperfettiva), non sempre “intuitivamente” motivabili (anche per un madrelingua),
né motivabili con un’unica ragione, bensì attraverso l’interazione di ragioni e parametri
differenti e spesso interdipendenti.
Questo lavoro vorrebbe quindi fornire una descrizione il più possibile scientifica e rigorosa sulla questione, attraverso il confronto e l’utilizzo di strumenti specialistici di orizzonti teorici anche differenti. Si prefigge inoltre di verificare l’alternanza dei due tempi
nell’uso sincronico, con minimi richiami contrastivi ad usi diacronici oggi ormai marginali
nel sistema verbale italiano, ma che - proprio per questa caratteristica - sono risultati particolarmente significativi per la discussione. Infine, richiamando e rendendo ragione delle
interazioni tra Sistema e Processo (per dirla con Hjelmslev), lo sguardo si appunta in modo
allargato a mettere in relazione il Sistema e i Testi, cioè l’esperienza del Sistema nei Testi.
The alternation of present perfect (passato prossimo) and past continuous (imperfetto)
is one of the most complex and interesting aspects of the verbal system of Italian. Both
tenses are used to express actions that took place in the past, but their aspects are quite
different (perfective vs imperfective) and even native speakers can’t always justify their
choices on the grounds of their intuition, or of one reason only, for in fact they choose
on the grounds of different and interrelated reasons and parameters.
My aim in this paper is to provide a rigorous scientific description of this issue, by comparing and using specialized tools from different theoretical traditions. I also aim to survey
the alternation of the two tenses in the synchronic usage, with only few contrastive remarks
on past usages that have become marginal in present-day Italian, but which, precisely for
this reason, are particularly important for this discussion. Finally, considering the interactions between System and Process (as Hjelmslev would say), I will focus on the general issue
of the relation between System and Texts, that is, on experiencing the System within Texts.
INTRODUZIONE
Credo che uno degli aspetti più complessi e più interessanti del sistema verbale
dell’italiano sia l’alternanza d’uso di due tempi in particolare, il passato prossimo
e l’imperfetto, adoperati entrambi per esprimere azioni nel passato, indicanti due
prospettive aspettuali opposte (perfettiva VS imperfettiva), eppure non sempre
“intuitivamente” motivabili (anche per un madrelingua), né, motivabili – soprattutto - attraverso un’unica ragione, ma solo attraverso l’interazione di ragioni e
parametri differenti e spesso interdipendenti.
Acme 1-2/2013 p.247-294 - DOI 10.13130/2282-0035/3878
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Elisabetta Mauroni
Questo lavoro vorrebbe quindi fornire una descrizione il più possibile scientifica
e rigorosa sulla questione, attraverso il confronto e l’utilizzo di strumenti specialistici di orizzonte teorico anche differente1; si prefigge inoltre di verificare l’alternanza dei due tempi nell’uso sincronico2, con minimi richiami contrastivi ad usi
diacronici oggi ormai marginali nel sistema verbale italiano, ma che ‒ proprio per
questa caratteristica ‒ sono risultati particolarmente euristici; infine, richiamando
e rendendo ragione delle interazioni tra Sistema e Processo (per dirla con Hjelmslev),
lo sguardo si appunta in modo allargato a mettere in relazione Sistema e Testi, cioè
l’esperienza del Sistema nei Testi3. Una verifica quindi inerentemente linguistica
che potrà poi avere applicazioni presso quelle discipline4 - come la glottodidattica
- che nella loro multidisciplinarità recuperano da altri studi di aree specialistiche
“confinanti” le forze vitali che mettano in collegamento proficuo pratica e ricerca. Una traduzione che ritengo preziosa per la Linguistica, che esibisce ancora una
volta gli strumenti metodologici rigorosi che le sono propri, e nello stesso tempo
il suo collegamento con il mondo delle realizzazioni linguistiche reali e in contesto,
come da anni insegnano e sollecitano Pragmatica e Testualità5.
Prima di entrare nel vivo della questione, mi preme fare due precisazioni che
ritengo preliminari ed essenziali: una di tipo metodologico, l’altra di tipo storico-sociolinguistico.
Inizierò dalla seconda in quanto più circoscritta. Ho parlato di passato prossimo e imperfetto come due Tempi legati alla espressione di azioni, circostanze, stati
1. Per citarne alcuni: Weinrich 1978; Serianni 1989; GGIC; Dardano - Trifone 1997; Salvi - Vanelli 2004; Prandi 2006; Schwarze 2011.
2. La precisazione non è oziosa, in quanto l’uso sincronico dell’imperfetto rivela la
distanza da un possibile uso “perfettivo” a carico del Tempo imperfetto, frequente fino
a metà del Novecento sia in letteratura sia nella cronaca giornalistica, ed ora presente in
quest’ultima solo sporadicamente, o in testi che mimino uno stile letterario consapevolmente ancien regime, o uno stile ironicamente burocratico.
3. Faccio qui riferimento al recupero metodologico dei concetti cardine di Hjelmslev
sviluppati da Francesco Sabatini e tradotti in pratica grammaticale in Sabatini et alii 2011.
4. Faccio riferimento, per esempio, alla glottodidattica che è principalmente interdisciplinare (Luise 2006, p. 113 ss.) poiché si confronta con le acquisizioni di altre discipline
(pedagogia, linguistica descrittiva e acquisizionale, neurolinguistica, sociologia ecc.) per
trovare poi, con gli strumenti che le sono propri, le modalità migliori con cui tradurre
tali acquisizioni nella didattica delle lingue.
5. L’aggancio alla glottodidattica e all’educazione linguistica nascono da un interesse
scientifico personale e parallelo all’attività primaria di ricerca accademica su temi più
strettamente legati alla Linguistica italiana. Un interesse maturato nel campo della glottodidattica, della linguistica acquisizionale e, da un quindicennio, nella pratica didattica
con apprendenti di italiano L2 (da cui ho potuto trarre un corpus d’indagine significativo
e statisticamente attendibile per i pur brevi rilievi che si incontreranno in questo lavoro).
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passati. Passato prossimo e imperfetto6 sono, come è noto dalla pluridecennalità
degli studi di riferimento ormai canonici (Sabatini 1985, Berruto 1987), i due tempi
deittici7 più usati a livello di italiano neo-standard, il quale vede la restrizione d’uso dell’alternanza passato prossimo e passato remoto (a discapito del secondo) per
esprimere eventi passati, indipendentemente dalla loro lontananza nel tempo e dal
perdurare o meno degli effetti nel presente dell’azione / stato espresso dal verbo.
La definizione di imperfetto come Tempo impone un’altra precisazione a suo carico: fin troppo note sono ormai anche le vicende legate all’uso modale dell’imperfetto (Sabatini 1985), che occupa sempre più le aree del condizionale e del congiuntivo, e che quindi da Tempo (nel senso restrittivo e grammaticale di tense) “diventa”
anche modo. In questo studio si è scelto, però, coerentemente con un’indagine entro il sistema dei Tempi, di non fare menzione degli usi modali dell’imperfetto.
L’imperfetto8, inoltre, non indica semplicemente la collocazione dell’azione/
stato sulla linea temporale del passato, ma rimanda inerentemente anche alla categoria dell’aspetto (imperfettivo), facendosi carico di riflettere il modo in cui il
parlante considera lo svolgersi dell’azione / stato espresso dal verbo. Non possedendo l’italiano una grammaticalizzazione dell’aspettualità, si determina una
complessità delle funzioni dell’imperfetto, una difficoltà d’uso per i non-nativi9, e
di riconoscimento metalinguistico anche per i madrelingua: in alcuni casi, infatti,
la scelta dell’imperfetto o viceversa del passato prossimo – a parità di contesto risulta perfettamente possibile e grammaticale e non influisce sul significato della frase: ciò che cambia è “solo” come il parlante intende “raccontare” l’azione10.
6. Uso questa successione, in accordo con la sequenza di acquisizione indicata per l’italiano come lingua seconda (L2) o lingua straniera (LS), ma anche come lingua materna
(LM), in Pallotti 1998, Bernini 2010.
7. Riprendo la definizione di tempi deittici da Bertinetto 1991 (GGIC), Dardano-Trifone
1997, Prandi 2006; diversamente è in Schwarze 2011, in cui la stessa categoria è etichettata in realtà come Tempo dell’enunciazione (p. 473), pur venendo comunque identificata
come categoria deittica.
8. Mi soffermo per ora sulla sola aspettualità dell’imperfetto in quanto, nella dinamica
con il passato prossimo, il primo è quello che ha meno mezzi grammaticali per esprimere le diverse sfumature dei propri valori aspettuali (si vedano nel corso della trattazione
i tre aspetti dell’imperfettività, par. 6).
9. In particolare, i non-nativi che non presentano nella loro lingua madre la stessa partizione
temporale-aspettuale italiana tra passato con valore perfettivo e passato con valori imperfettivi.
10. Un esempio: Quella mattina a Torino ha nevicato/nevicò ‒ aspetto perfettivo: al parlante importa mettere in evidenza l’accadimento del fatto, dell’azione, presentati come
conclusi; Quella mattina a Torino nevicava ‒ aspetto imperfettivo: al parlante importa mettere in evidenza lo svolgersi dell’azione, la sua “apertura” sulla linea temporale, senza
stabilire i termini entro cui questa si verifica né la sua durata: la qual cosa avrebbe do-
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Elisabetta Mauroni
Infine, un accenno già qui all’azione o natura semantica del verbo (Aktionsart),
che appare fin dal titolo di questo lavoro, e che risulta spesso determinante sulla
scelta ora del passato prossimo ora dell’imperfetto11. La focalizzazione, dunque, di
elementi diversi e della loro interazione si pongono come base per questo lavoro12.
Quanto invece alle questioni di metodo: senza citare qui, naturalmente, tutti gli studi
di cui mi sono avvalsa, credo di dovere precisare che la partenza generativa (Bertinetto in GGIC) e quella stilistico-testuale (Weinrich) sono i binari lungo i quali si è mossa
questa ricerca: lungo il primo, per l’ampia e plurima valutazione dei tratti del verbo13
che credo possa fornire risposte “nuove” e più complete alla questione dell’alternanza imperfetto/passato prossimo; lungo il secondo binario, per la preminenza delle ragioni del testo, e della lingua in contesto: della lingua, quindi, non solo come sistema
ma come organismo vivo ed usato dai parlanti, che incrocia pragmatica e testualità.
1. L’IMPERFETTO: PRIME INDICAZIONI D’USO
(LA «VULGATA»)14
Prima di addentrarmi nel vivo del tema, richiamo solo con un accenno la differenza tra tempo fisico e tempo verbale15, tanto più necessaria per la lingua italiana che
vuto, viceversa, essere espressa attraverso il passato prossimo insieme ad un indicatore
temporale di durata: Ieri a Torino ha nevicato tutta la mattina.
11. Per esempio, il verbo arrivare indica di per sé un’azione momentanea (Marco arriva
alle nove) che mal sopporterebbe l’aggiunta di elementi che ne rendessero durativa l’azione: *Marco arriva per tutto il giorno. La natura dell’azione determina (e può spiegare) pertanto l’aspettività, e incide di conseguenza sulla scelta di un Tempo che possa supportarla:
in ultima analisi, quindi, anche sulla scelta di un imperfetto e/o di un passato prossimo.
12. Imprescindibile per questo lavoro anche la verifica di ogni ipotesi o acquisizione
teorica attraverso sia testi autentici (o esempi d’invenzione “allargati”, inseriti in e dotati di un contesto linguistico (co-testo) e situazionale (contesto) che li renda validi, credibili, e attuali. Gli exempla ficta, invece, servono soprattutto a “stirare la lingua” fino a
dove la regola e la prassi che si stanno verificando dimostrino di “reggere” ancora entro
i termini della grammaticalità e dell’appropriatezza pragmatica e semantica.
13. Aspetto e azione sono caratteristiche messe in rilievo, per l’italiano, da non lungo
tempo nella nostra tradizione grammaticale.
14. Il termine vulgata non vuole essere in alcun modo svalutativo, ma vuole alludere
a ciò che comunemente e mediamente riportano le indicazioni grammaticali di testi non
strettamente specialistici, sia che si rivolgano a madrelingua o a stranieri. Una medietas
necessaria e assolutamente condivisibile, almeno fino a quando non si metterà meglio a
punto un modo induttivo, accessibile, comprensibile per affrontare alcuni aspetti dell’imperfetto su cui mi diffonderò nei prossimi paragrafi.
15. D’ora in avanti, rispettivamente tempo e Tempo.
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non distingue neppure con termini diversi le due dimensioni (più funzionalmente
in altre lingue: l’inglese contempla rispettivamente time e tense). Le due dimensioni
non sono omogenee: il tempo cronologico è misurabile e rapportabile agli avvenimenti reali, quello linguistico no: «Il tempo linguistico funziona dunque in senso
topologico, non metrico; esso non misura intervalli, ma si limita a situare relazionalmente gli eventi, secondo l’idea di un prima, un durante, un dopo» (GGIC, vol.
II, p. 13). I Tempi verbali, quindi, ci informano dunque del loro rapporto e collocazione rispetto al momento dell’enunciazione; con questi interagisce poi l’aspetto
che segnala anche la qualità di questi intervalli e non certo la loro quantità: «E se [il
tempo linguistico] misura la durata degli intervalli, lo fa soltanto […] verbalizzando
gli strumenti che vengono adoperati per la misurazione del tempo fisico»16 (Ibidem).
Nei valori aspettuali dell’imperfetto l’apprendente di italiano LM e L2/LS17 si imbatte molto presto. Naturalmente, nella pratica didattica scolastica (LM) e nei corsi di
italiano a partire dal livello A218 (L2/LS) non vengono affrontati subito tutti gli aspetti,
ma quelli più individuabili e più differenziabili rispetto agli usi del passato prossimo:
a)Descrivere luoghi e persone (stati fisici e psicologici)19 e condizioni generali20
(il sole splendeva nel cielo; da piccolo ero biondo / introverso; siccome conoscevo un po’
di francese, emigrai in Francia)
16. Ess, ho atteso l’autobus dalle 9.00 alle 9.40; per mezz’ora non è arrivato nessuno.
17. (LM) lingua materna: lingua appresa in età infantile per mezzo del processo naturale e spontaneo dell’acquisizione linguistica, precedente a ogni contesto formalizzato
di istruzione; (L2) lingua seconda: lingua, diversa da quella materna, che si apprende nel
Paese in cui è lingua della comunicazione quotidiana dei nativi; (LS) lingua straniera: lingua, diversa da quella materna, che si apprende nel proprio Paese d’origine o in un Paese
di cui non sia lingua della comunicazione quotidiana dei nativi.
18. Per la suddivisione dei livelli di competenza linguistica, mi riferisco, naturalmente, a quelli indicati dal QCER (Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue). Quanto
alla sequenza del sillabo grammaticale, faccio riferimento: 1) alla teoria della processabilità delle sequenze di apprendimento (Pallotti 1998, Bernini 2010) in cui l’acquisizione
del passato prossimo precede quella dell’imperfetto; 2) al Sillabo di Italiano L2 (Lo Duca
2006) frutto della collaborazione del Centro Linguistico d’ateneo dell’Università di Padova e l’Osservatorio di Pavia; 3) alla pratica didattica riscontrabile in molti Corsi di italiano
(es. Contatto1 (A1/A2), Espresso 2, Domani 2, Nuovo Rete!); 4) alla pratica didattica di molte
scuole di italiano L2 presso cui ho avuto esperienza di insegnamento (Milano 1999-2013).
19. Corrispettivo dell’aspetto abituale degli stativi permanenti descritto in Bertinetto
(GGIC, p. 52 segg.). Questo uso dell’imperfetto, è quello che compare per primo nelle interlingue di apprendenti in contesto spontaneo e non guidato (Bernini 2010, p. 98), soprattutto grazie all’uso di verbi stativi costruiti come “essere + aggettivo”.
20. Si veda la nozione di creazione di uno sfondo a carico dell’imperfetto (GGIC, p. 74;
e infra par. 8).
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b)Indicare fatti passati che si ripetono con abitudine21 (D’inverno facevamo tornei
infiniti di subbuteo)
c)Raccontare azioni passate in corso22 (Mi sono affacciata alla finestra e ho visto la
macchina che bruciava)
d)Raccontare azioni passate continue23 (Durante la conferenza parlava ininterrottamente con i colleghi di fianco)
e)Descrivere due azioni passate in corso e parallele24 (mentre stiravo, guardavo la
televisione)
Qualche breve e preliminare considerazione sulla “vulgata” relativa agli usi e
funzioni dell’imperfetto. Le indicazioni in a) relative alla descrizione al passato
di persone e luoghi appaiono piuttosto chiare, accessibili e reimpiegabili piuttosto facilmente; mentre già più difficile è la dicitura, a mio parere, di “condizione
generale”, obiettivamente molto comoda e terminologicamente non deviante, che
rimanda in modo necessariamente sintetico, ma non sempre chiaro, ad una azione che implicitamente non è puntuale, non è prominente, ma è uno stato di fatto,
una condizione preesistente. Purtroppo, avanzando le capacità anche metalinguistiche dello studente LM e/o l’interlingua degli apprendenti L2/LS, l’indicazione diventa troppo poco precisa, e non si addentra - necessariamente, ripeto, in
quelle prime indicazioni – nel problema complesso di mettere in evidenza il valore imperfettivo più caratterizzante, quello della durata dell’azione, il cui inizio e
fine non sono dati (quindi l’apertura dell’azione/stato descritti); ma elude anche
quell’idea così proficua di piano narrativo di sfondo contrapposto e contrapponibile al primo piano (cfr. infra par. 8.): cosa che invece potrebbe portare, non solo
quando la riflessione metalinguistica (in LM) e/o l’interlingua dello studente è
piuttosto sviluppata (dal livello B2-C1) ma anche in fasi iniziali (per i non-nativi,
il livello A2), a esiti cognitivi interessanti e ad una comprensione delle funzioni
dell’imperfetto sotto un punto di vista forse più accessibile.
Le indicazioni c) e d) – a rigore – coinvolgono il medesimo aspetto fondante
dell’imperfetto, cioè il suo indicare una azione aperta nel momento in cui que21. Corrispettivo dell’aspetto abituale descritto in Bertinetto (GGIC, p. 44 segg.), e infra par. 6.
22. Corrispettivo dell’aspetto progressivo descritto in Bertinetto (GGIC, p. 41 segg.), e
infra par. 6.
23. Corrispettivo dell’aspetto continuo descritto in Bertinetto (GGIC, p. 49 ss.), e infra
par. 6.
24. Proprietà tipica del valore temporale dell’imperfetto, che è il Tempo della «simultaneità nel passato» (GGIC, p. 73).
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sta è raccontata; ma tale distinzione – difficile peraltro da proporre metacognitivamente quando si è a livelli iniziali – è sdoppiata rispettivamente in due
aspetti: quello dell’azione in corso rispetto ad una azione più puntuale al passato prossimo (•), e quello della durata non definita o addirittura della durata che
occupa un certo periodo di tempo lungo e indefinito (spesso visualizzato come
una serpentina
).
In due delle maggiori grammatiche scientifiche per italiani troviamo queste
indicazioni:
Dardano - Trifone 1997:
L’imperfetto esprime la durata o la ripetizione nel passato; […] dal punto di vista
aspettuale l’imperfetto indica un’azione incompiuta nel passato; per questo motivo,
di norma, un verbo all’imperfetto non è sufficiente a conferire alla frase un senso
compiuto. Se dico: ieri tornavo a casa la frase rimane come sospesa e il mio interlocutore si aspetta un’integrazione, per esempio: ieri tornavo a casa quando ho incontrato
Gianni.
Nelle narrazioni l’imperfetto costituisce il tempo della descrizione per eccellenza; esso
si presta infatti a rappresentare scene statiche, in cui tutti gli elementi sono collocati sul
medesimo piano temporale: La stazione era deserta. Carla indossava un soprabito scuro. L’orologio segnava le venti e trenta.
La stessa scena, resa con verbi al passato remoto, dà piuttosto l’idea di un susseguirsi poco coerente di frasi: La stazione fu deserta. Carla indossò un soprabito scuro. L’orologio segnò
le venti e trenta.
Questa differenza è messa a frutto quando si esercita, a qualsiasi livello, l’arte del raccontare: l’imperfetto descrive luoghi e personaggi o delinea stati di cose, mentre i tempi perfettivi […] sono necessari per dare il via alla storia, per riferire in modo ordinato il
susseguirsi degli avvenimenti.
C’era una volta a Palermo un certo Don Giovanni Misiranti, che a mezzogiorno si sognava il pranzo e alla sera la cena, e di notte li sognava tutti e due. Un giorno, con la fame che gli allungava le
budella, uscì fuori porta.25 (grassetto del testo)
Le indicazioni segnalate in grassetto sono una prospettiva descrittiva estremamente interessante perché indicano due nozioni – quella di sfondo e di primo piano – che sono particolarmente proficue per la differenziazione d’uso dei
due tempi verbali in questione, e che svilupperò oltre in modo più articolato
(cfr. infra par. 8).
Ugualmente in Prandi 2006:
25. Dardano - Trifone 1997, pp. 320-321.
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Nei testi narrativi26, la scelta tra l’imperfetto e il passato remoto è una questione di prospettiva: vanno all’imperfetto i dati presentati come sfondo, mentre i dati di primo piano sono al
passato remoto. […] Le descrizioni sono lo sfondo per eccellenza della narrazione. Ma anche i
fatti, gli avvenimenti, possono fare da sfondo ad altri avvenimenti. Questa differenza di ruolo
tra i diversi fatti di una narrazione è segnalata dall’alternarsi di imperfetto e passato remoto.27
Dardano e Trifone aggiungono, poi, anche un altro uso dell’imperfetto: l’imperfetto narrativo, caratteristico della lingua letteraria e dei resoconti cronachistici (non particolarmente contemporanei, in realtà) dove, dicono, «l’imperfetto assume valori aspettuali propri del passato remoto […] Nel ribollire della
disamistade cadevano le elezioni regionali del 51 (Sciascia); allo scoccare della mezzanotte l’assassino entrava di soppiatto in casa della vittima; al ventesimo minuto della ripresa il centravanti raccoglieva un abile invito del numero 10 e metteva in rete» (p. 321).
Ormai, in realtà, tale uso è piuttosto raro e demodé28, nonché spesso utilizzato consapevolmente per dare uno tocco retrò alla scrittura: in tal senso, quindi,
spicca all’orecchio del madrelingua. Lo spunto di Dardano - Trifone 1997 è molto
interessante, e lo sarebbe anche per uno straniero se fosse sviluppato oltre, attraverso un’ulteriore spiegazione e precisazione: in che cosa consista ‒ in quegli
esempi ‒ l’uso perfettivo dell’imperfetto, e più contrastivamente l’aspetto imperfettivo rispetto a quello perfettivo (anche su questo si tornerà più avanti nei
parr. seguenti)29.
Similmente in Schwarze 2011, nelle cui pagine si parla di primo piano e sfondo
in termini simili a quelli visti fino ad ora:
Fa parte dell’arte di narrare il creare uno sfondo agli eventi importanti della storia, qualcosa come una situazione di partenza o una cornice a cui si ancora la storia. Per strut26. Con questo termine Prandi 2006 non si riferisce necessariamente a testi di fantasia o letterari, ma a testi che hanno una tonalità narrativa, cioè la capacità di «metterci in
contatto con un mondo diverso dal nostro mondo quotidiano, con un suo tempo che non
è il nostro. La tonalità narrativa presenta due tempi base, il passato remoto e l’imperfetto» (p. 202), nozione che si chiarisce meglio se ci si sofferma sulla definizione contrastiva
di tonalità discorsiva: «centrata sul mondo e sul tempo del discorso vivente e dell’esperienza quotidiana. Il suo tempo base è il presente» (Ibidem).
27. Prandi 2006, p. 205.
28. Si veda a questo proposito quanto avvertito nell’Introduzione, e quanto dice, in
particolare, lo stesso Bertinetto nella GGIC (pp. 84-88). Notazioni sintetiche ma chiare,
precise e di respiro diacronico anche in Lepschy-Lepschy 1995, p. 201.
29. Un accenno, meritorio, pur se breve, in questa direzione è in Patota 2003, pp. 128129. Una minore sintesi avrebbe potuto dare risultati molto proficui per i lettori non madrelingua a cui è destinata la grammatica in questione, proprio per la particolare difficoltà per gli apprendenti non-nativi di italiano di capire a fondo tutti gli usi aspettuali e
temporali dell’imperfetto.
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turare la narrazione in primo piano e sfondo si possono utilizzare i tempi: tipicamente
l’imperfetto fornisce lo sfondo, mentre il primo piano è segnalato dal perfetto semplice,
dal perfetto composto o dal presente storico.30
Schwarze inoltre riporta alcuni usi e commenti dell’imperfetto tratti dall’analisi di una novella di Pirandello già presente in Weinrich 1978:
Viceversa nella presentazione di una serie connessa di avvenimenti il passaggio dal perfetto all’imperfetto può segnalare il ritorno allo sfondo, come nella seguente citazione,
che costituisce la chiusa (abbreviata) di una novella: Il Groa guardò il figlio con occhi
atroci. – No? – fremette. – No? – E lo respinse da sé, piano, senza aggiungere altro. […]
Lo Spina voleva ora convincere il padre del torto del Romelli, che seguitava ad ascigarsi il
volto in disparte. Il padre stava a guardare lo Spina con occhi sbarrati, feroci; all’improvviso lo afferrava per il bavero della giacca, gli dava un poderoso scrollone e lo mandava
a schizzar lontano [….]. In questo esempio, del resto, non agisce nemmeno il principio
secondo il quale imperfetti consecutivi segnalano la contemporaneità: gli stati di cose
segnati da afferrava, dava e mandava si susseguono.31 (grassetto del testo)
Anche qui, si sarebbe potuto mettere più distintamente in evidenza la validità
temporale circoscritta dell’uso esemplificato di imperfetto cronachistico o narrativo
(Otto e Novecento) avvertendo esplicitamente che si tratta di un uso perfettivo
a carico dell’imperfetto (una serie di segnali rimandano a questa funzione “deviante”: la locuzione avverbiale all’improvviso, la sequenza rapida di azioni in evidente successione cronologica e puntuale/prominente all’improvviso lo afferrava
per il bavero della giacca, gli dava un poderoso scrollone e lo mandava a schizzar lontano).
Indicazioni più chiare e sistematizzate in Serianni 1989. L’accenno all’imperfetto narrativo o cronistico è forse meglio esemplificato da un passo riportato entro un
contesto più ampio: in esso il parlante madrelingua potrà notare lo scarto rispetto
all’uso contemporaneo. Un po’ meno indagato invece il confronto metalinguistico e
contrastivo tra le differenze fondanti ora l’aspetto imperfettivo ora quello perfettivo:
L’imperfetto è un tipico tempo “aspettuale”: segnala infatti un’azione incompiuta nel passato […] o meglio, un’azione passata le cui coordinate (momento di inizio, conclusione,
ecc.) restano inespresse. […]. Distinguiamo in particolare: a) Imperfetto descrittivo – Tipico
per l’appunto delle descrizioni, è forse la specie d’imperfetto in cui si colgono meglio i valori aspettuali di incompiutezza e di duratività […] b) Imperfetto iterativo – Sottolinea il carattere abituale, ripetuto di un’azione; è spesso accompagnato da un avverbio o da un’espressione temporale32 «mio padre s’alzava sempre alla quattro del mattino» (Ginzburg)
30. Schwarze 2011, p. 488.
31. Schwarze 2011, p. 489.
32. Si può notare come la mancata precisazione della natura e delle funzioni degli avverbi temporali lascino l’indicazione in realtà aperta a più soluzioni: niente vieta, in de-
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Elisabetta Mauroni
[…] Invece di un’azione ripetuta a intervalli regolari, l’imperfetto iterativo può segnalare
la durata ininterrotta di un’azione in un arco di tempo, come nei seguenti titoli giornalistici: «La Juve non perdeva da quindici giornate» (Corriere della Sera 1984) c) Imperfetto narrativo (o storico, o cronistico) – Il particolare valore di questo tempo verbale, che ha conosciuto una larga diffusione solo tra Otto e Novecento, parrebbe contravvenire alla ‘vocazione
aspettuale’ dell’imperfetto, in quanto assume spesso connotati decisamente perfettivi
[…] «Della grave situazione si rendeva immediatamente conto un anziano pescatore […], il
quale, vestito com’era, si lanciava in acqua, sollevava il capo inerte del giovane e lo portava
sulla banchina dove tentava disperatamente di tenerlo in vita con la respirazione bocca a
bocca. Purtroppo i suoi sforzi risultavano vani» (Il Mattino 1986).33
2. L’IMPERFETTO PRESENTATO IN ALTERNANZA CON IL
PASSATO PROSSIMO
Riprendo in forma schematica, per agilità di consultazione, le caratteristiche
oppositive dei due tempi e aspetti in questione:
a)Azioni che non si sono concluse o che non hanno una durata ben definita Vs
Azioni del passato concluse (Ieri pomeriggio Maria faceva i compiti Vs Ieri Maria ha fatto i compiti)
b)Azioni abituali Vs Azioni avvenute una sola volta (Da piccolo andavo in Spagna
Vs Da piccolo sono andato in Spagna)
c) Azioni che si sviluppano per un indeterminato periodo di tempo Vs Azioni puntuali
d)Azioni passate di durata più estesa ed iniziate prima (imperfetto) di quelle di
durata più breve (passato prossimo) che si immettono durante il loro svolgimento, (Mentre salivo le scale, ho incontrato Carlo)
2.1. PASSATO PROSSIMO E IMPERFETTO:
QUANDO LA CODIFICAZIONE VULGATA NON BASTA
Già nella presentazione della vulgata, sia in contesto didattico che descrittivodefinitorio, si è visto come manchino – per varie e plausibili ragioni – alcuni elementi che facciano comprendere più precisamente la differenza tra le caratteristiche profonde di imperfetto e passato prossimo, sia dal punto di vista temporale
sia, soprattutto, dal punto di vista aspettuale.
terminati contesti, di potere dire: mio padre si è alzato tutte le mattine alle quattro. Si discuterà delle indicazioni temporali anche più oltre (infra, par. 1.4). Rimando già qui invece alla
trattazione specifica della GGIC per gli avverbiali di tempo (GGIC, parr. 1.1.4; 1.4.3.1-2).
33. Schwarze 2011, pp. 468-469.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
257
Diamo, quindi, uno sguardo alle principali differenze aspettuali tra passato prossimo e imperfetto, messe in evidenza da una grammatica come quella di Dardano e Trifone 1997. Includo in questo paragrafo anche un breve confronto con il
passato remoto34 perché meglio mette in rilievo i tre aspetti del verbo presenti in
italiano e i loro corrispettivi temporali.
La nozione di aspetto verbale è definita come la categoria grammaticale che
esprime i diversi modi di osservare la dimensione temporale interna alla situazione descritta dal verbo.
Nell’italiano standard, la descrizione abituale, convenzionale, dei 3 aspetti rimanda ai corrispettivi Tempi esemplificativi35:
(1) Maria tornò a casa.aspetto perfettivo, l’azione è considerata come del
tutto conclusa;
(2) Maria tornava a casa.aspetto imperfettivo, l’azione è considerata nel suo
svolgersi;
(3) Maria è tornata a casa.aspetto compiuto, si considera il perdurare, nel presente, degli effetti di un evento avvenuto in precedenza.
Gli stessi Dardano e Trifone, nella loro trattazione, aggiungono però che l’aspetto imperfettivo può essere rappresentato anche al/dal presente: (4) Maria torna a casa; il cui aspetto di non-compiutezza è più spesso tradotto in italiano con
una perifrasi progressiva: (5) Maria sta tornando a casa.
Se si passa, poi, alla ricchissima e, per più aspetti, dirimente trattazione di Bertinetto in GGIC, in merito alla questione dell’aspettualità dell’imperfetto, appare fin dalle prime pagine del capitolo sul verbo l’aspetto basilare e nodale che è
trattato e visualizzato in modo particolarmente efficace:
Aspetto imperfettivo
(6) Quel mattino, Giovanni andava a scuola.
34. Il confronto mi pare necessario anche se il passato remoto ha modificato la sua
presenza nella lingua italiana, soprattutto parlata ma non solo, e in alcuni ambiti regionali anche la sua funzione (cfr. Patota 2006, p. 104).
35. Per questa prima descrizione introduttiva dell’aspetto mi sono avvalsa di quanto
proposto da Dardano - Trifone 1997, pp. 282-285.
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Elisabetta Mauroni
Aspetto perfettivo
(7) Quel mattino, Giovanni andò a scuola36.
L’aspetto semantico delle due frasi si può dire identico, ciò che cambia è la focalizzazione diversa che il parlante (o scrivente) adotta nel riportare l’accadimento.
Nell’esempio (6) chi parla coglie il protagonista nell’atto di andare a scuola; mentre nell’esempio (7) l’evento è proposto nella sua globalità, per cui non possono esserci focalizzazioni su un particolare istante all’interno dello svolgersi dell’azione.
Infatti, nel caso di (6) la frase può essere parafrasata in Quel mattino, Giovanni
stava andando a scuola, e continuata per es. con ….quando improvvisamente si sentì
male. Viceversa, nel caso di (7) nessuna continuazione di questo tipo sarebbe lecita né grammaticale:
(8) *Quel mattino, Giovanni andò a scuola quando improvvisamente si sentì male.
Un altro esempio significativo, che aggiunge anche un primo accenno all’interferenza dell’azione (Aktionsart) con l’aspettualità:
(9) *Maria tornò a casa, quando inaspettatamente incontrò Luciano.
(10) *Maria è tornata a casa, quando inaspettatamente ha incontrato Luciano.
(11) Maria tornava a casa, quando inaspettatamente incontrò Luciano.
(12) *Maria tornò/è tornata a casa, quando inaspettatamente incontrava
Luciano37.
Se gli esempi (9) e (10) sono analoghi al numero (8) e pertanto ugualmente
agrammaticali, in questi ultimi compare un ulteriore elemento che implica la li36. MA rappresenta il momento dell’accadimento; ME il momento dell’enunciazione.
37. Su questa frase e sull’uso dell’imperfetto in questo contesto tornerò più avanti parlando dell’imperfetto narrativo o cronachistico, che era ancora usato fino a una
cinquantina di anni fa, soprattutto nella cronaca giornalistica, e che quindi non
avrebbe reso questa frase agrammaticale. Anche oggi, l’agrammaticalità (*) verrebbe meno se l’intenzione stilistica e consapevole del parlante (o meglio scrivente,
in questo caso) fosse quella di riprendere un tratto ormai in disuso e considerato
un po’ retrò.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
259
ceità di una riprova aggiuntiva, che ho tradotto poi negli ess. (11) e (12): tornò come anche è tornato, i due perfetti ormai equiparati in certi contesti per funzione
e aspetto (perfettivo), segnalano qui, aspettualmente, un’azione puntuale, quindi momentanea. Ancor più il verbo incontrare, che in questo contesto è intrinsecamente momentaneo38, non-durativo, secondo la natura dell’azione (Aktionsart)
che descrive. Non potremmo usare infatti con il verbo incontrare né la modalità
imperfettiva, come in (12), né la modalità perfettiva con elementi temporali che
chiudano entro un certo lasso di tempo l’azione espressa, in quanto l’azione in
questo caso è appunto non-durativa:
(13) *Maria inaspettatamente incontrò Luciano per due ore.
In altri casi, invece, la modalità perfettiva abbinata a indicazioni temporali durative (per due ore, l’altro giorno, nel giro di un mese, ecc.)39 è assolutamente grammaticale; un esempio:
(13) Marco ha parlato per mezz’ora.
Il verbo riporta un accadimento che è durato un certo lasso di tempo, ma quel
lasso di tempo è presentato come concluso; ma non solo, è definito nella sua “globalità” e non è proposto come suddivisibile o focalizzabile in qualche suo singolo
momento; viceversa:
(14) *Marco parlava per mezz’ora.
risulta, oltre che non autosufficiente40, anche agrammaticale, in quanto l’imperfetto vuole indicare che in quel momento del passato l’azione era ancora aperta, non
delimitata, cosa inevitabilmente in contrasto con l’indicazione di durata (mezz’ora).
Per rendere accettabile (14) dovremmo usare un indicatore temporale diverso
(di tipo decorrenziale)41:
38. La precisazione vuole ribadire ancora una volta l’importanza del contesto e del significato del verbo incontrare in questo testo; in altri casi lo stesso verbo può avere anche
valore durativo (cfr. la nozione di opposizione infra-lessicale, ovvero le opposizioni azionali
presenti all’interno di uno stesso verbo, GGIC, p. 37 ss.): es. Il Ministro Rossi ha incontrato
oggi per due ore il Presidente, con cui ha discusso della spinosa questione economica.
39. GGIC, p. 17.
40. Dardano - Trifone 1997, p. 320.
41. GGIC, p. 17.
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(15) Marco parlava da mezz’ora.
Per comprendere appieno la nozione particolarmente proficua dell’apertura
dell’azione che l’imperfetto stabilisce e determina - o meglio che il parlante sceglie di rappresentare attraverso l’uso dell’imperfetto - possiamo tornare a Giovanni, colto ora nel momento del suo andare a scuola (6), ora presentato secondo l’azione che ha compiuto (7), provando a ripercorrere quanto focalizza, con
successive prove esemplificative, lo stesso Bertinetto.
Si proverà ad aggiungere una determinazione temporale puntuale42 (verso le
5) che ancora di più mette in evidenza la differenza tra aspetto perfettivo ed
imperfettivo:
(16) Quel mattino, verso le 5, Giovanni andava a scuola43.
(17) Quel mattino, verso le 5, Giovanni andò a scuola.
Ancora una volta, dal punto di vista strettamente temporale, entrambi i Tempi
ci dicono che sia in (16) che in (17) il momento dell’accadimento (MA) precede il
momento di enunciazione (ME).
Quello che cambia (come ugualmente era in (6) e (7) del resto) è che in (16) l’accadimento è presentato come ancora in corso al momento dato (verso le 5); mentre
in (17) il parlante, usando un perfetto (passato prossimo/remoto) indica e vuole
rappresentare l’accadimento come concluso entro un certo istante, localizzabile
attraverso l’avverbiale di tempo (verso le 5). La prospettiva di (17) infatti non ammetterebbe, come in (14), alcuna aggiunta:
(18) *Quel mattino, verso le 5, Giovanni andò a scuola, quando si accorse di
avere dimenticato il quaderno di matematica, per cui tornò indietro a prenderlo.
L’accadimento in (16), invece, proprio perché presentato nella sua apertura
(cioè come ancora aperto nel momento indicato dal localizzatore temporale verso le 5) non ci dice nulla, senza un ulteriore contesto, della conclusione/sviluppo
del processo, cosicché (16) potrebbe essere proseguito variamente44:
(19) ... ma non vi giunse mai. Qualcosa di misterioso gli accadde.
42. Ibidem.
43. Gli esempi sono sempre tratti da Bertinetto 1991, in GGIC, p. 24.
44. I due esempi in Bertinetto 1991, in GGIC, p. 24.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
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(20) … quando all’improvviso si ricordò di non aver fatto i compiti e decise di
darsi assente.
L’aspetto dunque non è legato al problema della localizzazione degli eventi ma
riguarda il «portare alla luce delle valenze semantiche che ineriscono ai Tempi
verbali in relazione alla diversa visualizzazione del processo adottata di volta in
volta dal locutore» (GGIC, p. 24); ovvero, l’aspetto rappresenta il punto di vista di
chi parla e la sua intenzione di raccontarci qualcosa secondo diverse prospettive:
una scena di una certa durata, un accadimento puntuale, un accadimento colto
in un dato momento senza che se ne precisi l’inizio o la fine.
(21) Quella mattina nevicava.
In (21) l’accadimento è presentato come durativo ma niente è detto del quando
abbia iniziato a nevicare né del quando abbia smesso.
(22) Quella mattina nevicò.
In (22) l’accadimento è presentato nella sua globalità; anche in (22) niente è detto del quando abbia iniziato a nevicare né del quando abbia smesso: se lo fosse stato,
chi parla/scrive avrebbe potuto aggiungere un’indicazione temporale durativa: per
tre ore, per tutta la mattina, ecc. Il che avrebbe dato una informazione sulla durata del
processo descritto ma non l’avrebbe colto nel suo farsi, e avrebbe ancora una volta
espresso l’intenzione di visualizzare l’accadimento nel suo semplice essersi verificato.
Se provassimo ancora una volta ‒ come in (15) ‒ ad aggiungere a (21) un indicatore temporale, non verrebbe meno la sua imperfettività, in quanto saremmo
obbligati a utilizzare, ancora una volta, un indicatore temporale decorrenziale:
(23) Quella mattina nevicava da tre ore.
L’indicazione mette un inizio al processo, ma focalizza l’attenzione su quel lasso di tempo, durativo, esteso ma non definito, che visivamente ci rimanda a un
persistente e continuativo cadere della neve. Ma soprattutto descrive e visualizza quel momento (istante di focalizzazione: tf) in cui si poteva dire che erano già tre
ore che continuava a scendere la neve.
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Elisabetta Mauroni
Ulteriore riprova del rimando da parte dell’imperfetto ad un momento che
viene considerato e rappresentato ancora aperto nel momento del passato a cui si fa
riferimento (quindi indipendentemente dal ME) è il seguente esempio45:
(24) Lo trovai che mangiava abbondantemente; tanto abbondantemente, che
in seguito dovettero ricoverarlo per indigestione.
In (24), grazie ad un contesto più allargato degli esempi precedenti, si può chiaramente vedere come l’imperfetto visualizza il momento in cui il parlante/scrivente racconta la scena, presentandolo come “aperto”, in fase di svolgimento, a
prescindere dalla effettiva conclusione successiva che ha avuto l’accadimento, e
che è ben nota al momento dell’enunciazione (tanto abbondantemente, che in seguito dovettero ricoverarlo per indigestione).
Ma ugualmente illuminante è il periodo dell’esempio (25)46, che mostra come
sia il punto di vista del parlante a orientare e visualizzare la scena in senso perfettivo o imperfettivo, al di là che nella realtà il processo si sia concluso e avverato oppure non ancora:
(25) Da che mondo è mondo, dopo la primavera è sempre venuta l’estate; dunque non capisco perché temi la fine del mondo per via di queste piogge!
In (25), infatti, l’avvicendarsi delle stagioni non è colto nel momento aperto del processo (la
primavera che “trapassa” nell’estate) ma qui è indicato come dato di fatto generale – mediante l’uso del passato prossimo e quindi del suo valore perfettivo ‒ indipendentemente
dal fatto che nella realtà l’avvicendamento della stagione si sia già compiuto o no (al momento dell’enunciazione l’estate non è ancora arrivata):
In (25) il processo non può essere considerato concluso, visto che l’intenzione del parlante consiste nel pronosticare la prossima venuta della buona stagione; il perfetto composto assume dunque un senso generico, detemporalizzato. Viceversa, in (24) viene focalizzato un particolare istante entro l’intervallo considerato, mettendo tra parentesi il
fatto che l’evento si sia poi concluso nel modo indicato. In sostanza (24) invita a interpretare le cose secondo una certa prospettiva (ossia, proietta sugli eventi una particolare visione), senza che gli eventi in se stessi possiedano alcuna caratteristica che costringa a guadarli in
quel determinato modo.
Che si tratti di un particolare punto di vista del locutore, piuttosto che di una proprietà
intrinseca della situazione, si nota dal fatto che uno stesso evento può essere successivamente descritto, in un medesimo testo, sia secondo una modalità perfettiva, sia secondo
una modalità imperfettiva. Si consideri: […] Quel mattino, Giovanni andò a scuola come
al solito. Ma mentre andava, si avvide di una cosa sconvolgente: era uscito in pantofole.
45. GGIC; p. 25.
46. Ibidem.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
263
Il processo dell’andare a scuola è sempre identico a se stesso, cambia il modo in cui esso
viene visualizzato47. (corsivo mio)
2.2. IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO: PRIME DOLENTI NOTE
Credo fortemente che la funzione “profonda” e più identificativa dell’uso
dell’imperfetto, quindi la sua netta opposizione all’aspetto perfettivo, sia il punto più importante e cognitivamente più oneroso da acquisire sia per i bambini
di lingua madre italiana48, sia per quegli apprendenti di italiano L2/LS che non
contemplino nella loro lingua madre la stessa partizione temporal-funzionalaspettuale.
E credo, ancor più, che questo punto dolente riguardi anche chi si occupa di
educazione linguistica (rivolta a madrelingua e non), il quale spesso necessita
di essere completamente consapevole - per primo - della valenza temporale e
aspettuale relativa al verbo, ma soprattutto di trovare un modo per spiegare o
meglio tradurre in termini semplici, accessibili e induttivi che cos’è l’aspetto e come esso riguardi in primo luogo la prospettiva del parlante e la sua volontà rappresentazionale: una prospettiva e una volontà, però, che non sono totalmente
arbitrarie e indifferenti alle caratteristiche intrinseche dell’aspetto imperfettivo o perfettivo e alla loro possibilità d’uso. Se il parlante quindi si può trovare
nella condizione di potere “liberamente” evidenziare, per lo stesso contesto,
il valore imperfettivo o perfettivo (si vedano più sotto gli esempi (26)-(27) e la
discussione relativa), in altri casi la scelta tra i due aspetti diventa “obbligatoria” in relazione a quel particolare testo e contesto: in relazione, cioè, alla semantica, alla natura dell’azione del verbo utilizzato, alla testualità, al focus informativo (quindi, alla distribuzione della informazione all’interno del testo),
alle circostanze pragmatiche che variano di volta in volta e/o alla concertazione
sistemica di tutti questi elementi.
A questo proposito ricordo le parole di Lo Duca (2004) che in un suo giustamente apprezzato volume ricorda che in merito alle funzioni e usi dell’imperfetto «dobbiamo […] fin dall’inizio del nostro percorso essere ben consapevoli che
si tratta di una materia molto complessa, di cui ci limiteremo a proporre solo
alcuni aspetti, quelli più immediatamente accessibili ad un lavoro in classe» (p.
128). E qui si accentua il punto dolente nei confronti dei non-madrelingua, per47. GGIC, pp. 25-26. I numeri all’interno del brano citato sono stati cambiati rispetto
all’originale, per potere fare più facilmente riferimento agli esempi di questo lavoro e
alla loro effettiva numerazione.
48. Si vedano Calleri et alii 2010, Banfi - Bernini 2010.
264
Elisabetta Mauroni
ché la studiosa dichiara che la questione è complessa perfino per quegli studenti
di madrelingua italiana frequentanti la I e II liceo (quindi con un background metalinguistico che si è potuto sviluppare gradualmente e che è, in teoria, ancora
“attivo”49) a cui sono stati sottoposti gli «esperimenti grammaticali» riportati
nell’omonimo suo studio.
Facciamo anche noi qualche esperimento:
(26) Quando ero in Spagna, andavo al mare tutte le domeniche.
(27) Quando ero in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche.
Se allarghiamo il contesto, possiamo cercare di evidenziare il fattore legato alla scelta libera o obbligata dal carattere sistemico del testo:
(28) Quando ero in Spagna, andavo al mare tutte le domeniche: partivo all’alba quando le strade erano ancora deserte, arrivavo quando il sole cominciava a
creare le prime ombre e mi installavo nei pressi della curva della baia dove il sole
rimaneva di solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo andavo nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi deliziavo con ogni sorta di frutti di mare e di pesce
pescato di fresco.
(29) Quando ero in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche: partivo
all’alba quando le strade erano ancora deserte, arrivavo quando il sole cominciava a creare le prime ombre e mi installavo nei pressi della curva della baia dove
il sole rimaneva di solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo andavo nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi deliziavo con ogni sorta di frutti di mare e di
pesce pescato di fresco.
Diverso il cambio, o meglio i cambi, proposti in (30):
(30) *Quando ??sono stato in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche: sono
partito all’alba quando le strade erano ancora deserte, sono arrivato quando il sole ha cominciato a creare le prime ombre e mi sono installato nei pressi della curva
49. Con “attivo” intendo presente nella memoria, in quanto nel percorso scolastico
le categorie grammaticali fanno parte degli strumenti usati se non giornalmente, almeno frequentemente, per riflettere sulla lingua e sui testi. Meno scontato (ma ovviamente
non impossibile) ritrovare persone ormai lontane dalla scuola da anni ‒ e che naturalmente non abbiano più utilizzato la terminologia linguistico-grammaticale per motivi
professionali o di interesse personale ‒ che ricordino con facilità nomi e funzioni delle
categorie grammaticali apprese.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
265
della baia dove il sole rimaneva di solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo
sono andato nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi sono deliziato con ogni sorta
di frutti di mare e di pesce pescato di fresco.
L’unica sostituzione grammaticale possibile (e dipendente dalla volontà del
parlante di mettere un focus sull’accadimento in sé e non tanto sulla sua abitudinarietà, che pur è data dall’avverbiale tutte le domeniche) è sicuramente la
sostituzione dell’imperfetto originario (andavo) con il passato prossimo (sono
andato); le altre sostituzioni non sono accettabili in quanto rimanderebbero di
necessità a un solo episodio tra i tanti invece dichiarati ad inizio di periodo:
quelli di tutte le domeniche trascorse in Spagna; ma non esiste nel testo (38)
alcun segno linguistico del passaggio al possibile racconto di un singolo particolare episodio.
Un discorso a parte credo si debba/possa fare, invece, per la sostituzione iniziale di ero con sono stato che infatti ho segnalato con il simbolo (??) per indicare ‒ sulla scorta della prassi della GGIC ‒ la “stranezza” della frase (o della scelta
puntuale, come in questo caso) e/o la sua possibile validità in alcuni contesti o
registri linguistici, ma non la sua totale agrammaticalità.
Gli stessi estensori della GGIC (oltre alle osservazioni pragmatiche o più circoscritte di altri studiosi, e quelle sul campo di molti insegnanti di L250) ammettono, pur in una descrizione della lingua e del suo sistema così scientificamente rigorosa e formalizzata, l’influenza anche di una concreta “questione di orecchio”
nella verifica della plausibilità di certe formulazioni51 che, se non agrammaticali,
appaiono al parlante madrelingua comunque o meno frequenti, o “strane”, “sospette”, non immediatamente e completamente allineabili alla sua grammatica
50. Cfr. Duso 2002. Ho limitato, in questo caso, la segnalazione agli insegnanti di L2
(tralasciando quelli di LS) in quanto soprattutto i loro studenti (ma non solo), che sono immersi anche fuori dalla classe in un contesto linguistico che è quello della lingua
target, hanno maggiori possibilità di “farsi l’orecchio”, quindi accelerare l’acquisizione spontanea, dell’alternanza tra imperfetto e passato prossimo. Ho precisato in questa
stessa nota soprattutto i loro studenti (ma non solo), giacché ormai attraverso il web e la sua
utilizzazione pressoché pervasiva, la possibilità di esposizione alla lingua target, oltretutto autentica, da parte di un apprendente di italiano LS è divenuta molto più facile e
frequente rispetto al passato.
51. Il contesto della GGIC in cui mi sono imbattuta nel tratto dell’orecchiabilità, in
realtà, è altro rispetto alla questione dell’imperfetto (cfr. la posizione dell’aggettivo
in italiano in GGIC; vol. I, p. 438), nella cui trattazione ovviamente non avrebbe avuto
motivo di essere accolta perché la GGIC non ha tout court come punto di partenza una
prospettiva acquisizionale (né da parte di italiani né da parte di non-madrelingua).
Mi è sembrato però utile riprendere questa “possibilità metodologica” per gli scopi di
questo lavoro.
266
Elisabetta Mauroni
interna (competenza), né alla sua esperienza delle molteplici realizzazioni concrete della lingua (esecuzione).
Mutatis mutandis, quindi, la sostituzione in (30) di ero con sono stato - in realtà difficilmente riscontrabile in un madrelingua, in questo preciso contesto - è
percepibile forse come non completamente agrammaticale, ma solo disfunzionale (in quanto non prepara lo sfondo necessario, e necessariamente continuo,
che in questo caso l’imperfetto deve dare al racconto in vista di quanto verrà successivamente riportato: come si svolgevano le domeniche al mare). La
non completa estraneità della frase al nostro sistema linguistico (per lo meno
ad una prima impressione o superficiale considerazione) potrebbe essere data dalla esperienza della plausibilissima occorrenza del passato prossimo con
determinati elementi che sono plurifunzionali (es. quando)52, cioè riscontrabili
in più contesti e quindi “orecchiabilmente” accostabili ad usi grammaticali53.
Qualche esempio:
(31) Da bambina ho fatto vacanza in tanti Paesi diversi, e mi sono sempre divertita. Per esempio quando sono stata in Spagna andavo al mare tutte le domeniche.54
Il pur minimo allargamento del contesto (Da bambina ho fatto vacanza in tanti Paesi diversi, e mi sono sempre divertita) rende assolutamente naturale il passato
prossimo (quando sono stata), in quanto – con i due iniziali passati prossimi ‒ pre52. La parola quando, in effetti, può avere diverso valore grammaticale (appartenere a
diverse classi) e funzionale: ess. quando arrivi? (avverbio interrogativo temporale); quando arrivi, chiamami! (congiunzione subordinante causale).
53. Una ipotesi che ovviamente andrebbe confortata con una riprova statistica maggiore di quella che ho potuto realizzare per questa sede. Nello stesso tempo, i risultati emersi
sono interessanti: oltre a me stessa, ho provato a sottoporre l’esempio (30) ad altri parlanti
nativi (il cui numero, ovviamente, non può né azzarda a porsi come statisticamente rilevante); da tali informanti ho avuto conferma che l’enunciato non appare come agrammaticale; anzi, quando ho mostrato l’esempio (30) preceduto da una domanda volutamente
ampia e per nulla direzionante (Quando hai tempo mi dai un parere sulla seguente frase? Che te
ne pare?), alcuni hanno dato, in prima istanza, risposte sullo stile (e non sulla grammatica)
di quello che poteva sembrare l’inizio di un racconto; altri mi hanno chiesto, dopo la prima
lettura, che parere mi servisse (quindi dimostrando di non avvertire elementi di disturbo
così evidenti); e così via, fino a che non hanno pian piano notato qualcosa di “strano” attraverso piccoli indizi che permettevano loro di fare qualche ipotesi sul testo, senza però
sapere subito quale fosse lo scopo della mia richiesta (che avrebbe potuto influenzarli eccessivamente). Tengo a precisare, per avvalorare i risultati dei pareri richiesti, che gli informanti erano persone istruite ‒ es. laurea e vari master sull’apprendimento; dottorato
di ricerca in lingua e letteratura italiana – e particolarmente formate linguisticamente e
attente al linguaggio e alle interazioni comunicative anche per professione.
54. L’esempio è stato realizzato ‒ e gentilmente concesso ‒ da una delle mie informanti.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
267
dispone la scena testuale ad una narrazione che vuole dare la prospettiva della
successione degli eventi salienti, visti nella loro puntualità55, nel loro essere accaduti, e non nella loro durata.
2.3. PASSATO PROSSIMO E IMPERFETTO: ANCORA SULL’ESEMPIO (30)
A questo punto, verificate alcune ipotesi di sostituzione, possiamo ritornare
all’esempio (30):
(30) Quando ero in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche: sono partito all’alba quando le strade erano ancora deserte, sono arrivato quando il sole
ha cominciato a creare le prime ombre e mi sono installato nei pressi della curva
della baia dove il sole rimaneva di solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo
sono andato nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi sono deliziato con ogni sorta di frutti di mare e di pesce pescato di fresco.
Nel par. 2.2. (supra) si era giunti alla conclusione che le sostituzioni proposte
dopo i due punti non erano accettabili in quanto rimanderebbero di necessità al
racconto di un solo episodio, rispetto invece ai tanti allusi ad inizio di periodo:
quelli di tutte le domeniche trascorse in Spagna; e si era inoltre concluso che
questa interpretazione non sarebbe stata possibile giacché non esiste nel testo
(30) alcun segno linguistico del passaggio dalla menzione di episodi plurimi e
consuetudinari al racconto di un singolo particolare episodio.
Se adottassimo quindi quest’ultima ipotesi (la volontà di descrivere un solo episodio tra i tanti) dovremmo introdurre nel testo almeno un segnale del
“cambio di rotta” rispetto all’informazione d’esordio; per esempio nel seguente modo:
(32) Quando ero in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche, ma quella
prima del mio compleanno è stata più piacevole del solito: sono partito all’alba quando
le strade erano ancora deserte, sono arrivato quando il sole ha cominciato a creare
55. Uso il termine puntualità, soprattutto per indicare, qui, che chi parla non è interessato a dire o a descrivere quanto e se gli avvenimenti riportati si siano svolti in un certo
lasso di tempo, o quante volte siano avvenuti (solo l’ultimo verbo andare è infatti all’imperfetto), ma è interessato piuttosto a dire che sono accaduti e semmai in quale sequenza. Non a caso una delle informanti si è così espressa confrontando i due esempi (29) e
(28) – esattamente in quest’ordine ‒ : «sono andato al mare tutte le domeniche mi evoca
tanti punti rossi sparsi ogni 7 neri […] andavo mi evoca la durata di quei punti rossi: non
vedo più quelli neri ma solo quelli rossi che si dilatano».
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Elisabetta Mauroni
le prime ombre e mi sono installato nei pressi della curva della baia dove il sole è
rimasto di solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo sono andato nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi sono deliziato con ogni sorta di frutti di mare e di pesce pescato di fresco.
L’introduzione del riferimento temporale (quella prima del mio compleanno) segnala che tra tutte le domeniche al mare vissute quando il protagonista era in
Spagna, una in particolare ci viene raccontata. E non a caso viene introdotta da
un perfetto: ma quella prima del mio compleanno è stata più piacevole del solito, insostituibile con un imperfetto, in questo contesto e in quel punto della narrazione, in quanto ciò che serve al parlante è mettere in rilievo, portare cioè in primo
piano, un’informazione precisa, puntuale (che qui si carica oltretutto del giudizio del parlante, ed è anche semanticamente posta in rilievo): la maggiore piacevolezza della domenica 10 maggio (ipotizzando che sia la data precisa a cui il
parlante allude), e non - per esempio - la sua durata o quanto avvenuto durante
la giornata stessa (la cui descrizione, invece, è affidata alla parte del testo successiva ai due punti).
Primo piano e sfondo56, come si vedrà meglio in seguito (infra par. 8), sono delle caratteristiche importanti sia per capire, in certi contesti, le motivazioni
dell’alternanza dell’imperfetto e del passato prossimo, sia per agganciare un’altra differenziazione, quella tra Tempi propulsivi e descrittivi, che si rivela spesso proficua, e particolarmente utile a questo lavoro e ai suoi scopi. Per Tempi
propulsivi, intendo, sulla scorta di Bertinetto 2003, quelli destinati ad assolvere
«il compito di fare progredire la trama narrativa»; mentre per Tempi descrittivi
mi riferisco a quelli più generalmente «impiegati per gli intermezzi descrittivi,
che costituiscono lo “sfondo” della narrazione» (pp. 19-20).
Infine, in questo esempio (32) l’unica permanenza necessaria perché il periodo
non diventi agrammaticale è quella riferita al sintagma erano ancora deserte (*sono state ancora deserte) ove l’imperfetto interviene per il suo valore descrittivo di
uno stato di cose, ma soprattutto per descrivere un lasso di tempo non delimitato nel momento visualizzato, “aperto” alla sua probabile successiva evoluzione
di scenario: dalla quiete stradale (in/fino a quel momento) al traffico. In realtà,
anche la sostituzione dell’imperfetto in dove il sole rimaneva di solito fino a tardi nel
pomeriggio, è resa possibile solo se viene meno l’indicazione avverbiale dell’iteratività (di solito).
56. Per primo piano e sfondo rimando qui a Werlich 1978, Chini 1999, Talmy 2000; più
oltre, si veda il par. 8.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
269
O ancora, il periodo (28), pur ri-strutturato sul passato prossimo, risulterebbe
ugualmente accettabile se viceversa, per es., l’abitudinarietà dell’accadimento
(andare al mare) fosse segnalata ogni volta, (quasi) per ciascun verbo, da un elemento temporale opportuno; proviamoci con l’esempio sottostante:
(33) Quando ero in Spagna, sono andato al mare tutte le domeniche: sono sempre
partito all’alba quando le strade sono generalmente ancora deserte, e ogni volta sono
arrivato quando il sole effettivamente comincia a creare le prime ombre, e immancabilmente mi sono installato nei pressi della curva della baia dove il sole rimane di
solito fino a tardi nel pomeriggio. Per pranzo sono andato ogni volta nel ristorantino vicino alla spiaggia e mi sono deliziato con ogni sorta di frutti di mare e di pesce pescato di fresco.
Con (33) stiamo indubbiamente “stirando la lingua” all’estremo per vedere fin
dove essa tiene e fin dove possiamo giustificare plausibilmente un cambiamento
del Tempo verbale e quindi una commutazione dall’originario aspetto imperfettivo (28) a quello perfettivo (svariatamente declinato negli ess. successivi), senza
rendere totalmente agrammaticale il periodo.
Ancora una volta, esistono dei punti del testo (dei sintagmi verbali) in cui non
appare possibile commutare l’aspetto imperfettivo senza incorrere nell’inaccettabilità dell’enunciato.
I cambi che si sono provati a fare in 1) le strade sono generalmente ancora deserte; 2) quando il sole effettivamente comincia a creare le prime ombre, 3) dove il sole rimane di solito fino a tardi nel pomeriggio, hanno commutato l’imperfetto con
il Tempo presente, che però nella sostanza non cambia le cose: ancora una volta
infatti, in questi tre contesti, il presente o ha valore imperfettivo continuo soprattutto nel primo caso, se si lascia l’avverbiale ancora; imperfettivo progressivo
e anche abituale nel secondo, in cui l’aggiunta dell’avverbio effettivamente indica l’istante di focalizzazione in un continuum aperto di istanti, e accentua con la
perifrasi cominciare a il contemporaneo valore incoativo; atemporale e generico
nell’ultimo.
3. PASSATO PROSSIMO E IMPERFETTO:
INTERFERENZE TRA ASPETTO E AZIONE
Un aspetto estremamente rilevante su cui soffermarsi in questa sede sono proprio le interferenze che le due categorie di aspetto e azione presentano, e il cui rilevamento può contribuire a dare ragione della duplice compatibilità ‒ a seconda
270
Elisabetta Mauroni
delle intenzioni del parlante e del contesto – di aspetto perfettivo o imperfettivo,
o viceversa l’incompatibilità logico-semantica.
Prima di indagare nel dettaglio le interferenze accennate, riporto brevemente le categorie azionali57, suddividendole nelle due macrocategorie della duratività
(processi che si dilatano nel tempo) e non-duratività (processi di rapido svolgimento in cui il punto di inizio coincide idealmente con quello di fine).
Verbi con azione durativa:
Stativi (indicano qualità permanenti o stati di fatto non modificabili):
Maria è intelligente; Maria somiglia a sua madre
Continuativi (indicano eventi che hanno un’estensione temporale, ma che non
hanno una meta intrinseca):
Maria dorme, Giacomo lavora, Lucia dipinge
Risultativi - e Telici – (indicano eventi che hanno un’estensione temporale ma che
implicano una conclusione dopo il raggiungimento di una meta [imparare, cadere]):
Mario ha imparato il francese (e ora sa il francese)
Lucia ha dipinto58 il ritratto della nonna
Verbi con azione non-durativa:
Trasformativi ‒ e Telici – (indicano eventi senza estensione temporale e che implicano un cambiamento di stato [partire, svegliarsi]):
Piero è partito; Piero si è svegliato
Puntuali (indicano eventi senza estensione temporale e che non implicano un
cambiamento di stato [incontrare, stupirsi]):
57. Cfr. GGIC, pp. 26-37.
58. Ho aggiunto questo esempio per fare notare una caratteristica dei verbi continuativi (durata – nessuna meta intrinseca): qualora siano accompagnati da un complemento oggetto (il ritratto della nonna) possono diventare risultativi (e quindi anche telici).
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
271
Piero si è stupito della reazione di Marco
Ma ecco qualche caso di interferenza più sopra accennata59: i verbi stativi, per
esempio, sono incompatibili con alcune categorie morfologiche:
Perifrasi aspettuale progressiva
*Maria sta essendo intelligente.
Imperativo
*Sii bello!
I verbi non-durativi sono incompatibili, come è facile ipotizzare, con alcuni avverbiali durativi di tempo:
*La nave esplose finché durò l’attacco.
*Giovanni si schianterà per molto tempo.
Ma come è risaputo da chiunque si occupi di Sistema e di Testi (e come ribadisce lo stesso Bertinetto in GGIC60) non sempre le categorizzazioni possono estendersi con assoluta certezza e sistematicità alla realtà linguistica “effettuale” (ci si
consenta il machiavellismo pragmatico): per questo occorre mettere a fuoco, di
volta in volta secondo il contesto e co-testo, gli aggiustamenti necessari a spiegare le possibili restrizioni di validità61. Ugualmente, infatti, per i verbi stativi (essere in gamba, permanere, fare l’avvocato/l’idraulico ecc.) esiste una sottoclasse, gli
stativi non-permanenti, che sono caratterizzati dalla precarietà dello stato/azione
indicato (capire, essere lunedì, stare sulle spine ecc.):
Durante i primi incontri ci capivamo al volo, ma da una settimana qualcosa è cambiato.
Sono sulle spine da ore, non vedo l’ora che comunichino il vincitore.
59. GGIC, p. 37 ss.
60. «Quando si afferma che un verbo appartiene ad una data classe, si allude in realtà ad una serie di contesti tipici, non alla totalità dei contesti in cui esso può comparire» (GGIC, p. 36).
61. Come nel caso, più sopra accennato dei continuativi che possono trasformarsi in
risultativi con l’aggiunta di un complemento oggetto (dipingere; dipingere un ritratto).
272
Elisabetta Mauroni
Non è possibile, ovviamente, in questa sede riportare con minuzia ogni sottocategorizzazione o variazione categoriale, spesso dipendenti da fattori molto diversi, farò
quindi riferimento da qui in avanti a qualche restrizione, precisazione, risistemazione
categoriale che coinvolga in particolare l’alternanza tra passato prossimo e imperfetto.
3.1. VERBI TELICI
Una prima notazione si può fare in merito ai verbi Telici che coniugati secondo
un Tempo imperfettivo non danno nessuna indicazione, o meglio, non consentono di fare alcuna inferenza in merito alla conclusione positiva del processo in atto.
La categoria, come si è ricordato più sopra, coinvolge due tipologie di verbi,
quelli trasformativi (non-durativi) come partire, morire, affogare, arrivare, accorgersi,
gettare ecc., e quelli risultativi (durativi) come imparare, costruire una casa, disegnare
un ritratto, elaborare una strategia, lavare una camicia ecc., che sono accomunati dal
fare riferimento ad azioni finalizzate ad un risultato.
Giovanni dipingeva il ritratto di sua zia. (verbo risultativo)
La frase non ci permette di inferire se Giovanni ha poi finito o meno il ritratto
della zia, cosa che invece ci consente di fare un Tempo perfettivo:
Giovanni ha dipinto il ritratto di sua zia. (verbo risultativo)
Ugualmente con i trasformativi:
Il treno partiva proprio in quel momento, non c’era un istante da perdere.
Anche in questo caso, non si può essere certi che il treno poi sia effettivamente partito oppure no. Ben diversamente, invece, accade con i verbi non-telici, che
non rimandano ad alcuna meta da raggiungere: anche coniugati in un Tempo
imperfettivo possiamo risalire al fatto che l’azione si sia effettivamente svolta:
Maria nuotava in piscina.
Il verbo in questione (nuotare) non prevedendo in questa frase nessuna meta
da raggiungere, pur nel suo aspetto imperfettivo segnala effettivamente che, in
quel momento del passato, l’azione è avvenuta (pur se visualizzata in corso di
svolgimento).
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
273
4. L’INFLUSSO DEL MICRO-CONTESTO SULL’AZIONE
VERBALE
Come esistono, dunque, dei verbi che a seconda della presenza o assenza
di un complemento cambiano la natura dell’azione indicata (per es. un complemento oggetto in dipendenza da verbi continuativi può trasformarli in risultativi: disegnare > disegnare un volto), ne esistono altri che possono subire
l’influenza del tipo di elemento retto dal verbo, quindi di un micro-contesto
significazionale:
Lucia dà l’impressione di essere molto stanca. (durativo)
Lucia dà un biscotto alla nipotina. (non-durativo)
Maria porta un libro a sua madre. (trasformativo)
Maria porta dei pantaloni bianchi. (stativo)
Oppure l’influenza del soggetto del verbo stesso:
La neve cade. (durativo)
Il sasso cade. (non-durativo)
Altro elemento del micro-contesto che può incidere molto sulla natura dell’azione è il valore metaforico che può assumere il verbo:
Maria si è punta con l’ago mentre rammendava. (non-durativo)
Marco era punto dal rimorso per quel che aveva detto. (durativo)
5. L’INFLUSSO DEL TEMPO VERBALE SULL’AZIONE VERBALE
In altri casi ancora è invece l’uso diverso del Tempo verbale a modificare la
natura dell’azione del verbo; si tratta delle «opposizioni infra-lessicali» (GGIC,
p. 37)62, ovvero di quelle opposizioni riguardanti l’azione che sono insite in un
unico verbo; negli esempi sottostanti, in a) il verbo ha natura statica; in b) natura dinamica:
62. Dalla GGIC (pp. 37-40) gli esempi che seguiranno in questo paragrafo.
274
Elisabetta Mauroni
(a) I soldati impugnavano il mitra. (senso statico, durativo)
(b) I soldati impugnarono il mitra. (senso dinamico, non-durativo)
(a) Luca mi voltava le spalle. (senso statico, durativo)
(b) Luca mi voltò le spalle. (senso dinamico, non-durativo)
In altri casi ancora, invece, alcuni Tempi verbali sono totalmente, o fortemente, incompatibili con l’Aktionsart di un verbo, es. dare sul cortile, rompere la simmetria (durativi - stativi):
La finestra dava sul cortile (Tempo imperfettivo - aspetto durativo - statico)
*
La finestra diede sul cortile (Tempo perfettivo - aspetto non-durativo)
La casa rompeva la simmetria della piazza. (durativo - statico)
??
La casa ruppe l’asimmetria della piazza.
Perché la frase dell’ultimo esempio diventi accettabile, occorre che si verifichino delle condizioni pragmatiche precise, per es.:
La casa ruppe l’asimmetria della piazza [in seguito alla sua costruzione].
(non durativo - dinamico)
Ma vediamo altri esempi:
La parete cadeva a picco sul mare. (statico)
La parete cadde a picco sul mare. (dinamico)
Le colline morivano in lontananza. (statico)
Le colline morirono in lontananza.
(dinamico - ipotizzando la presenza di un osservatore in movimento)
Come si vede, spesso i Tempi imperfettivi rimandano ad una azione statica, mentre quelli perfettivi ad un’azione dinamica63: «c’è dunque qualche affinità tra azione
non-durativa ed aspetto perfettivo da un lato, e azione durativa ed aspetto imperfettivo dall’altro. Ma essa rappresenta soltanto una tendenza.» (GGIC, p. 39; corsivo mio).
63. L’equivalenza rimanda in qualche modo alla notazione presente in Dardano-Trifone 1997.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
275
Normalmente, infatti, un verbo può declinarsi sia secondo Tempi perfettivi sia
imperfettivi ‒ esclusi gli esempi visti in questo paragrafo ‒ senza mutare il suo
senso di base; tanto che anche un verbo non-durativo come sfracellarsi può essere utilizzato in senso imperfettivo64:
Mentre Giovanni si sfracellava al suolo, Teresa continuava a ripetere che lo
avrebbe lasciato.
6. GLI ASPETTI DELL’ASPETTO:
I TRE ASPETTI DELL’IMPERFETTIVITÀ
L’aspetto imperfettivo è caratterizzato a sua volta secondo 3 aspetti: progressivo, abituale, continuo. L’aspetto progressivo si attiva quando il verbo indica «un
processo colto in un singolo istante del suo svolgimento» (GGIC, p. 41): ne è riprova il fatto che in questo caso l’imperfetto possa essere sostituito con la perifrasi progressiva “stare + gerundio”65. Laddove questo sia possibile, si è in presenza di un imperfetto progressivo; per cui le due frasi seguenti si presentano come
equivalenti66:
In quel momento, Enrico dormiva profondamente.
In quel momento, Enrico stava dormendo profondamente.
Secondo Bertinetto, due elementi caratterizzano l’aspetto progressivo dell’imperfetto67:
- l’esistenza di un istante di focalizzazione (di cui si è già parlato nel par. 2.1)
- lo stato di indeterminatezza riguardante il proseguimento del processo descritto oltre tale istante di focalizzazione
64. GGIC, p. 40; Ibidem il relativo esempio riportato.
65. La perifrasi aspettuale progressiva viene generalmente introdotta con il Tempo presente, e ne viene indicato l’uso (presente progressivo) quando si vuole esprimere
un’azione che si svolge nel momento in cui si parla: es. Lucia sta cucinando la cena; sto arrivando a casa.
66. Gli esempi riportati provengono tutti da GGIC, p. 42 ss.
67. Specifico “dell’imperfetto”, per non dovere precisare ulteriormente – come fa Bertinetto nella sua ben più completa trattazione ‒ alcuni tratti che con modi e conseguenze diverse riguardano altri Tempi di aspetto ugualmente progressivo come il presente.
276
Elisabetta Mauroni
Riguardo al secondo punto, ancora una volta Bertinetto ribadisce, però, che
l’indeterminatezza circa la prosecuzione dell’azione permane ed è assolutamente indipendente dal fatto che il parlante sappia o no come l’azione si sia conclusa
nella realtà. «Ciò che fa la differenza è il modo di proporre i fatti all’osservazione
degli interlocutori» (p. 42).
Occorre sempre distinguere, dunque, tra situazione di fatto e punto di vista
assunto da chi parla: cosa che si verifica anche nel caso di verbi non-durativi, dei
quali non è messo in rilievo se l’azione prosegua oltre l’istante di focalizzazione,
quanto piuttosto l’istante di focalizzazione stesso:
Proprio mentre Tristano, con gli occhi che gli bruciavano per lo sforzo, sbatteva
le palpebre, l’UFO scomparve repentinamente alla sua vista.
Mentre il razzo si schiantava al suolo, il tecnico stava ancora cercando
febbrilmente il pulsante giusto.
L’aspetto abituale riguarda «il presentarsi più o meno regolare di un certo processo, in relazione per es. a talune condizioni ambientali ben definite e ricorrenti» (GGIC, p. 44)68:
In quel periodo, Marco si alzava alle 6.
Il fatto che una consuetudine si sia prolungata molto o poco nel tempo e il fatto che gli occorrimenti siano di numero elevato oppure modesto poco importa:
l’aspetto abituale non richiede un’iterazione frequente dell’azione; è piuttosto
più importante che l’evento si sia verificato con sufficiente regolarità ogni volta
che ce n’era la possibilità:
Già allora Nicola veniva raramente a trovarci durante le vacanze.
Incompatibile, invece, l’aspetto abituale con gli specificatori numerici:
*Quell’estate, Filippo ci veniva a trovare tre volte.
Per l’abitualità è essenziale che le iterazioni rimangano indeterminate, giacché
l’indeterminatezza «è infatti il tratto distintivo dell’aspetto imperfettivo» (GGIC,
p. 45); cosa che analogamente si era notata per l’aspetto progressivo, che non dà
68. Da qui anche gli esempi sottostanti.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
277
importanza alla consapevolezza o rappresentazione effettiva della prosecuzione
dell’azione oltre l’istante di focalizzazione.
L’aspetto continuo rappresenta la terza accezione dell’aspetto imperfettivo e ha due varianti: durativa (34) e iterativa (35), che hanno comunque caratteristiche di fondo uguali:
(34) Per tutta la durata dell’incontro, Marco guardava davanti a sé con aria desolata. (= Per tutta la durata dell’incontro, Marco non faceva altro che / continuava
a guardare davanti a sé con aria desolata.)
(35) Durante la conferenza, Luigi chiedeva ad Anna di tradurgli ciò che diceva
l’oratore. (= Durante la conferenza, Luigi non faceva altro che / continuava a chiedere ad Anna di tradurgli ciò che diceva l’oratore.)
Infine, non si può che rilevare quanto riporta Bertinetto (GGIC, p. 52 segg.) sulla
combinazione tra aspetto imperfettivo e continuo e i verbi stativi permanenti (che
descrivono azioni o stati permanenti appunto):
Lucia era nota per la sua gentilezza.
L’hotel aveva solo una camera libera.
Ugo era basso e tozzo.
Alice aveva i capelli ricci.
Andrea era un valente farmacista.
Gli stativi permanenti che descrivono una proprietà fisica, poi, difficilmente possono essere utilizzati in altri contesti al perfetto:
Lucia fu nota per la sua gentilezza.
L’hotel ebbe solo una camera libera.
??
Ugo fu basso e tozzo.
??
Alice ebbe i capelli ricci.
??
Andrea fu un valente farmacista.
??
??
A parte qualche eccezione contestuale, per es. riscontrabile nelle opere storiografiche o commemorative:
Leopardi fu uomo di vastissima cultura e di ingegno precocissimo.
Ma più difficilmente in contesti quotidiani:
278
Elisabetta Mauroni
??
Il mio vicino di casa di quegli anni fu un uomo spiritoso.
Gli stativi non-permanenti, invece, possono trovarsi non solo negli usi continui,
in quelli progressivi, e talvolta – ma più raramente – in quelli abituali, ma anche
in quelli perfettivi:
In quel momento, avevo una feroce emicrania. (= progressivo)
In quel mese, avevo spesso feroci emicranie. (= abituale)
Per tutto il giorno, ho avuto una feroce emicrania. (= perfettivo)
Riprendendo Bertinetto, schematicamente si possono delineare le caratteristiche dei 3 aspetti progressivo, abituale, continuo:
Progressivo: [stare + gerundio…]
Quando entrai, mangiava svogliatamente
a)l’occorrimento dell’azione presentata è unico
b)il riferimento temporale è sempre determinato (in quell’istante, alle 8 di mattina, ecc.)
c)la prosecuzione dell’azione oltre l’istante di focalizzazione è lasciata come indeterminata
Abituale: [essere solito…]
Da bambino mi addormentavo spesso davanti alla televisione accesa
a)gli accadimenti dell’azione presentata sono numericamente indeterminati, ma
plurali
b)il riferimento temporale è indeterminato (avverbiali di quadro temporale: in
quel periodo, quand’era bambino, ecc.)
c)l’azione è data nel suo ripresentarsi più volte, ma in ogni suo ripresentarsi è
data come conclusa
Continuo: [continuare a / non far altro che]
Durante la rappresentazione teatrale sbadigliava continuamente
a)il quadro situazionale è unico
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
279
b)l’azione (sia essa durativa o iterativa) è presentata come indeterminata sia riguardo alla sua prosecuzione oltre l’istante di focalizzazione, sia riguardo al
numero delle iterazioni
c)l’istante di focalizzazione non è individuabile
7. PASSATO PROSSIMO E IMPERFETTO:
TEMPORALITÀ E RAPPRESENTAZIONE
Ho già citato sparsamente le nozioni di sfondo e primo piano, rimandandone
una più specifica trattazione a questo paragrafo. Possiamo partire dalle caratteristiche propriamente temporali dell’imperfetto per poi mettere meglio a
fuoco questi due livelli prospettici, generalmente contrassegnati da due Tempi differenti.
Il tempo imperfetto è il Tempo della «simultaneità nel passato» (GGIC, p. 73
ss.), come si può vedere dai seguenti esempi69 (dei quali appaiono meno accettabili (?) quelli che non presentano una indicazione di simultaneità):
Ieri giocavo a carte.
Ieri a quest’ora giocavo a carte. Come passa il tempo!
?
La settimana scorsa mi vedevo parecchi film.
La settimana scorsa, mentre tu passavi tutto il tempo sui libri,
io mi vedevo parecchi film.
?
In questo senso, l’imperfetto è un Tempo «relativo» e non autosufficiente come invece lo sono i perfetti; nonostante questa caratteristica, l’ancoraggio temporale non deve necessariamente essere esplicitato.
Nel caso dell’accezione progressiva, p.es., l’individuazione dell’istante di focalizzazione all’interno dello svolgimento di un processo rappresenta già di per sé
una «virtuale indicazione di simultaneità» (GGIC, p. 74):
Giovanni passeggiava avanti e indietro.
Se si immagina un senso progressivo per questa frase, esso appare come assolutamente plausibile se implicitamente contestualizzato dalla situazione, per la
quale si possono immaginare appropriati avverbi temporali come in quel momento, allorché squillò il telefono e simili.
69. Tutti gli esempi sono tratti da GGIC, p. 73 ss.
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Elisabetta Mauroni
Ugualmente quando l’imperfetto ha accezione continua o abituale, è possibile
immaginare (o effettivamente aggiungere) un ancoraggio temporale durativo
(non puntuale):
Giovanni passeggiava avanti e indietro ininterrottamente (= continuo)
Giovanni passeggiava avanti e indietro ogni volta che doveva concentrarsi
(= abituale)
Le indicazioni di simultaneità saranno diverse e diversamente integrate in rapporto alle varie accezioni dell’aspetto imperfettivo (date dalla volontà del parlante, dal contesto pragmatico ecc.).
Per cui con l’aspetto continuo, potrà integrarsi un ancoraggio temporale diverso
da quello indicato per l’aspetto progressivo, per es. mentre aspettava che sua moglie
uscisse dalla visita; e per l’aspetto abituale, si potrà considerare appropriata un’espressione temporale come nel periodo in cui era ancora uno studente.
Fin qui, nulla di spiccatamente nuovo rispetto a quanto abbiamo osservato nel
capitolo precedente. Ma ogni volta che si cerca di racchiudere la realtà in una legge sistematica, occorre prevedere delle eccezioni, dei comportamenti «fuori classificazione», e cercare di dare ragione del perché e del loro valore.
Il caso che avanza a questo punto Bertinetto nella GGIC è rappresentato dai
verbi stativi permanenti - tali per natura70 (essere vecchio) o riclassificati come tali
da uno specifico contesto (anche da bambino capivo sempre tutto quello che mi spiegavano) - che si trovano per lo più all’imperfetto, quando esprimono il passato, e
mancano di una espressione di «quadro temporale» (GGIC, p. 74):
L’uomo di cui parli si chiamava Alberto.
Quel libro metteva a nudo i difetti dei pisani.
Gli imperfetti degli esempi citati non indicano nessun tipo di simultaneità e
non richiedono, né implicitamente presuppongono, alcun ancoraggio temporale
tra quelli visti più sopra: in quel periodo, contemporaneamente a quanto si narra ecc.
Ed è qui che si delinea la parte più interessante e forse più profittevole per la
nostra indagine sulle molteplici ragioni dell’alternanza passato prossimo e imperfetto:
70. Rimando a questo proposito alla trattazione in GGIC, p. 30.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
281
Ciononostante, [gli imperfetti degli ultimi due esempi da me trascritti] non vengono
adoperati all’interno di un testo per sviluppare una sequenza di eventi, ma piuttosto per creare sfondi di carattere descrittivo, su cui si staglia la catena degli accadimenti veri e propri. È questa una funzione testuale svolta spesso dall’imperfetto a prescindere dall’azione del verbo impiegato, e ad essa vanno ricondotti
gli imperfetti definiti, dal punto di vista stilistico, di «apertura», di «chiusura»71,
di «rottura», ecc. Pertanto anche gli imperfetti degli esempi [8-9] possono essere interpretati come tempi «della simultaneità», benché in un’accezione dilatata
di questa qualificazione. Una pausa descrittiva del tipo qui considerato (descrizione di un ambiente, di un personaggio, caratterizzazione di un oggetto, ecc.) è
pur sempre una puntualizzazione che si accompagna alla sequenza degli avvenimenti, oppure una sorta di dilatazione del quadro entro cui essi si collocano72.
Questa caratteristica mi sembra il presupposto fondamentale per introdurre
la prospettiva della rappresentazione tridimensionale a cui si allude all’interno
di un testo facendo esso riferimento alla realtà esterna (in modo diretto o indiretto73 attraverso la lingua). Se ben si considera, il testo verbale deve rappresentare tempo e spazio secondo i suoi mezzi specifici, che occupano una superficie
planare (l’“area” occupata dalla scrittura, dotata di 2 dimensioni). La difficoltà
sta nel rappresentare la terza dimensione, quella della “profondità di campo”,
quella cioè della scena di una “realtà” che, pur di finzione, deve verosimilmente
riprodurre quella extratestuale.
E se il tempo viene percepito convenzionalmente in termini di allineamento rispetto a un prima e a un dopo o a un contemporaneamente rispetto all’atto di
enunciazione – ed è rappresentato da una linea direzionata da sinistra a destra, lo
spazio, o meglio la sua rappresentazione, deve misurarsi con il fatto di avere due
dimensioni a disposizione ma di potere/dovere alludere alla terza per una maggiore verosimiglianza con la realtà dei contesti concreti. Non è un caso che tale
competenza rappresentazionale sia spesso assente nelle descrizioni di semicolti,
in testi di svariato genere e finalità (lettere, memoriali ecc.)74.
La rappresentazione dello spazio è infatti un’abilità che presuppone coscienza
dello spazio reale e di quello linguistico; la capacità di decidere attraverso quali co-
71. Anche Weinrich 1978 parla di imperfetti in apertura e chiusura di narrazione.
72. GGIC, p. 74.
73. Con diretto e indiretto mi riferisco alla capacità della lingua di rimandare alla realtà esterna, ad un referente extratestuale, attraverso un riferimento deittico (diretto) o
mediato prima dal referente testuale che compare nel testo (cfr. Palermo 2012, p. 76 ss.).
74. Berruto 1987.
282
Elisabetta Mauroni
ordinate descrivere quello fisico traducendolo opportunamente in quello verbale;
quale criterio utilizzare perché le tre dimensioni non confliggano tra loro ma rispettino non tanto la visione dell’occhio umano, necessariamente globale e sintetica
(almeno inizialmente), quanto la possibilità cognitiva di percepire la complessità
delle scene, di ciò che sta davanti e ciò che sta dietro, di ciò che simultaneamente
esiste ma che non può essere rappresentato contemporaneamente nella scrittura.
Ebbene l’imperfetto ha anche questo compito: la sua funzione di Tempo della
simultaneità, infatti, lo rende idoneo a rappresentare scene di sfondo75, soprattutto
quando sono scene realizzate attraverso l’impiego di verbi statici:
(36) ??Fuori piovve. Gina indossò un abito grigio. La stanza fu in disordine.
(37) Fuori pioveva. Gina indossava un abito grigio. La stanza era in disordine.
La difficoltà di accettare l’esempio (36) risiede nel fatto che i perfetti, ben differentemente dall’imperfetto, non rimandano a scene statiche in cui tutti i componenti risultino su uno stesso piano temporale.
I perfetti non si prestano ad esprimere simultaneità, in quanto richiamano il
focus dell’attenzione e della rappresentazione su un punto iniziale o finale del
processo, non sul periodo di tempo occupato dallo svolgersi del processo stesso.
Quando Luca è caduto, Marco faceva le scale assieme a lui. (l’imperfetto ha qui
un valore progressivo)
Quando Luca è caduto, Marco ha fatto le scale assieme a lui (ad es., per aiutarlo a
salire dopo che si era fatto male)
Ancor più, quando intervengono i verbi stativi insieme ad un altro verbo la cui
azione sia contemporanea l’imperfetto è l’unica possibile opzione:
Quando scoppiò la guerra, avevo / *ebbi / *ho avuto tre anni.
Quando arrivai, Franco era /*fu /*è stato a casa.
Ciò non esclude che i perfetti non possano indicare eventi simultanei, ma in
questo caso occorre creare un contesto adeguato:
(38) Quel giorno, mentre Vanna studiava inglese nella stanza accanto, Marina
si esercitava al pianoforte.
75. Si veda anche Prandi 2006, p. 206.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
283
(39) Quel giorno, mentre Vanna ha studiato inglese nella stanza accanto, Marina
si è esercitata al pianoforte.
E in ogni caso, i significati delle due frasi degli ultimi due esempi non sono
perfettamente coincidenti, in quanto se (38) rimanda necessariamente alla focalizzazione della simultaneità dei due processi, (39) la rende implicita; sempre
(38), inoltre, ci dà la possibilità di immaginare che possa intervenire qualcosa
a interrompere i processi in atto o almeno uno di questi (Quel giorno, mentre
Vanna studiava inglese nella stanza accanto, Marina si esercitava al pianoforte,
ma dovette smettere perché suonarono alla porta). Cosa non possibile in (39) giacché
l’uso del perfetto implica che i due processi siano dati per conclusi integralmente. E ancora, (39) è l’unica frase delle due in cui ci sia la possibilità di interpretare il mentre come un elemento avversativo e non necessariamente come una
indicazione di simultaneità.
Viceversa, anche l’imperfetto può raccontare una successione di eventi in
ordine:
(40) Tutte le mattine, il professore si alzava alle 7 e un quarto, si rasava e scendeva al bar per fare colazione.
Se utilizzassimo lo stesso esempio mutando però gli imperfetti in perfetti (41),
ne risulterebbe una successione di azioni in cui i singoli gesti sono focalizzati, sono
resi significativi e autonomi (mentre in (40) ogni gesto sfuma nell’altro come una sequenza inscindibile, che fa da abitudinario sfondo narrativo, in cui il singolo gesto
non è messo sotto l’attenzione dell’ascoltatore né assume un rilievo particolare)76:
(41) Tutte le mattine, il professore si alzò alle 7 e un quarto, si rasò e scese al bar
per fare colazione.
Naturalmente, più si allarga il contesto, e più siamo di fronte a testi autentici77,
meglio si possono rilevare pragmaticamente le variazioni di prospettiva tra per-
76. GGIC, p. 77.
77. Intendo per testo autentico un testo fatto da un madrelingua per altri madrelingua
senza finalità didattiche precostituite. Più oltre metteremo alla prova le considerazioni fin qui trattate in modo definitorio e “teorico” non più attraverso esempi puramente
d’invenzione, che pur erano provvisti di contorni contestuali minimi sufficienti a mettere in luce aspetti diversi del verbo e dei suoi tratti. Le considerazioni teoriche saranno
ora fatte reagire il più possibile con testi e contesti autentici.
284
Elisabetta Mauroni
fetto e imperfetto, notarne le differenze, le possibili sostituzioni e viceversa l’obbligatorietà di alcune occorrenze78:
(42)
Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città
per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio,
ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un gran silenzio, si
udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina, sua mamma stava alzandosi per
salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide dell’accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio
quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice;
delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero
mai (D. Buzzati, Il deserto dei Tartari, Milano, Mondadori, 2000, p. 9).
8. PASSATO PROSSIMO E IMPERFETTO:
PRIMO PIANO E SFONDO
Il primo a parlare di una divisione e differenziazione funzionale se non addirittura di una localizzazione topologica79 dei diversi Tempi nel testo letterario,
come è ben noto, è stato Weinrich, nel suo pionieristico saggio del 1964, ancora
non tradotto dalla lingua tedesca quando la linguistica testuale cominciava a fare
i suoi primi importanti passi: «nella letteratura tout court i tempi hanno una funzione segnaletica che va al di là della informazione sul tempo» (Weinrich 1978, p.
36). L’idea di Weinrich, brevemente, è quella di suddividere i Tempi verbali in due
categorie: quella dei Tempi narrativi (tra cui include l’imperfetto), e quelli commentativi (tra cui il passato prossimo) che si ripartirebbero le due funzioni di creare uno sfondo, un’ambientazione, un momento distensivo (imperfetto), oppure,
viceversa, di introdurre le considerazioni dell’autore o il giudizio della voce nar-
78. Segnalerò graficamente, nel brano di Buzzati, l’alternanza dei soli tempi deittici
(passato remoto; imperfetto) e non quelli anaforici (trapassato remoto, trapassato prossimo ecc.).
79. Secondo Weinrich 1978, alcuni Tempi si addensano in determinati luoghi del testo
(soprattutto letterario), come l’imperfetto all’inizio e alla fine di una narrazione.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
285
rante o le parti meno descrittive ma più in tensione. Weinrich porta come esempi alcune novelle di Pirandello80, in cui la sua distribuzione funzionale dei tempi
appare sufficientemente condivisibile ma, a mio parere non così generalizzabile
e applicabile a tanti contesti, pur narrativi.
Non è possibile in questo lavoro addentrarsi nello specifico della trattazione
dello studioso, ma credo che mettere in evidenza nuovamente la necessità - più
volte ribadita da Weinrich - di una valutazione testuale del problema dell’uso dei
Tempi nelle narrazioni (letterarie o quotidiane, in un certo senso, poco importa
per i nostri scopi) sia importante conferma metodologica per la comprensione
del testo e delle scelte che il parlante/scrivente ha fatto a monte, e che il testo nei
suoi tratti linguistici puntuali riporta: ogni testo e contesto richiedono anche una
valutazione testuale appunto, relativa alle regole di “genere” ma anche ai fattori
pragmatici che ogni prodotto linguistico riporta al suo interno.
Weinrich ha anche il merito di avere messo a fuoco un aspetto importantissimo
dell’imperfetto, cioè quello di funzionare non solo come un Tempo ma anche come un elemento che rimanda a “mondi possibili” (cosa che oggi ritroviamo confermata, non a caso, nei sempre maggiori suoi usi modali). Di qui l’uso, inoltre,
dell’imperfetto nelle formule introduttive e conclusive delle fiabe, per separare
nettamente il mondo vero da quello della fiaba: «C’era una volta… non significa un
altro Tempo, ma un altro mondo con un Tempo suo proprio che non corrisponde
a quello del nostro orologio» (Weinrich 1978, p. 65). Per lo studioso, con la fiaba
il bambino impara a riconoscere il mondo narrato, e solo gradualmente capisce
che non si tratta del mondo reale ma di un altro. Con la fiaba, il bambino deve
imparare anche a partecipare a un mondo che si sottrae al suo intervento, e dove
impara a interessarsi ad altro rispetto alla ristretta cerchia dei suoi bisogni immediati. Ma il processo è graduale: ci sono periodi del bambino in cui il mondo
commentato non si è ancora scisso dal mondo narrato, durante i quali si notano tentativi diversi da parte del bambino di raccontare la fiaba con i tempi commentativi. Fattore che cambia molto le cose, perché usare il tempo del commento
per la narrazione cambia la prospettiva enunciativa (Weinrich 1978, pp. 68-70).
Le indicazioni di Weinrich ci indirizzano profittevolmente al tema dell’acquisizione della LM e alle sue somiglianze con quella della L2/LS81, di cui farò solo
un accenno. Nei bambini in corso di apprendimento della LM la situazione è con-
80. Weinrich 1978, p. 108 ss.
81. Un interessante intervento a proposito delle somiglianze e differenze nell’acquisizione di L1 e L2, con accenni anche all’apparizione e differenziazione dei valori temporali e aspettuali dei diversi Tempi verbali è in Calleri et alii 2010.
286
Elisabetta Mauroni
troversa: alcuni studi82 riportano una prevalenza dell’aspetto sul tempo e quindi
sostengono che la comparsa dell’imperfetto, generalmente in storie di finzione
e legato ai verbi stativi, rimanderebbe a una nozione modale di non-attualità e a
valori aspettuali, caricandosi solo in seguito il senso di passato; mentre lo studio
di Calleri et alii 2010 sottolinea come nei primi imperfetti emersi dal loro campione si possa individuare un chiaro valore perfettivo, che scompare poi quando
si sarà progressivamente aggiustato l’intero sistema verbale.
La breve digressione ci dà modo di constatare che in entrambi i processi acquisizionali (LM e L2/LS) i Tempi verbali rivestono un ruolo importante per la rappresentazione della realtà attraverso la lingua e l’inserimento della prospettiva
del parlante. In entrambi i processi, infatti, i Tempi vengono acquisiti con gradualità e con un certo ordine che pare costante in molte lingue: nel caso dell’italiano, l’imperfetto compare dopo il passato prossimo, e con esso anche l’elemento
dell’aspettualità: «Con l’imperfetto fa il suo ingresso nelle varietà di apprendimento anche la categoria dell’aspetto imperfettivo, che vede il tempo di validità
dell’asserzione incluso nel tempo della situazione, senza che si dica nulla circa la
durata e l’eventuale conclusione di essa» (Banfi-Bernini 2010, p. 98). E, cosa ancor
più importante e che ci riporta al tema più circoscritto di questo lavoro: «Anche
per l’imperfetto si nota la rilevanza del carattere azionale del lessema verbale
nel guidare la sua diffusione nelle varietà di apprendimento. Le prime forme di
imperfetto compaiono infatti con predicati durativi, come nel caso degli stativi
costruiti con essere + aggettivo» (Banfi-Bernini 2010, p. 98).
Negli apprendenti di italiano L2/LS, quindi, l’imperfetto come Tempo dello
sfondo descrittivo, quello che potremmo dire più canonico delle narrazioni e
quindi particolarmente riconoscibile, appare per primo:
(43)
Quando arrivai a casa di Lucia vidi per prima cosa il suo bel giardino: era pieno
di fiori coloratissimi, aveva alberi verdi molto alti e qualcuno appena piantato. Sul
fondo c’era un tavolino in ferro battuto bianco e un bersò che dondolava al vento.
C’era anche una bellissima altalena, che mi venne voglia di provare subito, ma che
potei provare solo due ore dopo. C’era infine un gatto molto pigro che era accoccolato
vicino all’aiuola delle rose: era grigio, era grasso e morbido e aveva dei baffi lunghissimi.
L’imperfetto di sfondo diventa meno riconoscibile e più difficile da usare quando
l’elemento che è posto sullo sfondo è dato da una condizione, da un atteggiamen82. Antinucci - Miller 1976 citati in Calleri et alii 2010, p. 233.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
287
to, o da una caratteristica di un personaggio o situazione che non appare con i
classici connotati descrittivi (di creazione di un ambiente o di un ritratto fisico/
morale), e che spesso viene “circondato” da una serie di azioni che si susseguono
nel tempo come processi autonomi, autosufficienti e in singolo rilievo (cfr. GGIC,
p. 74, e la discussione del passo in questo capitolo, supra):
Riporto a questo proposito uno stralcio di testo autentico83 che si propone agli
studenti di livello A2-B1. Si tratta di un’intervista giornalistica a Eros Ramazzotti
che racconta i suoi esordi e il suo successo:
(44)
Cosa avrebbe fatto se non avesse fatto il cantante?
Il barbiere. Facevo sempre i capelli a mio padre. Lo sa che quando tentai di
entrare al conservatorio, nel ’73, non mi hanno voluto? E ho dovuto rinunciare.
Prendevano solo i ricchi, quelli che potevano pagarsi le lezioni private a 70 mila lire
all’ora, date da loro stessi. Mio padre guadagnava centomila lire al giorno, e poi
che cosa ci mangiavamo, i colli delle chitarre?
Gli imperfetti che ci interessano particolarmente in questo esempio sono quelli
evidenziati in corsivo (Prendevano solo i ricchi; quelli che potevano pagarsi), spesso
resi con il passato prossimo (Hanno preso solo i ricchi; quelli che hanno potuto pagarsi) anche da studenti di livello medio-alto (B1-B2), di lingua madre non neolatina.
Mentre facevo viene identificato facilmente con un imperfetto abituale, gli imperfetti in corsivo nelle formulazioni di apprendenti L2/LS subiscono l’influsso della precedente terna di eventi raccontati in successione temporale lineare
al passato remoto e prossimo (tentai, non mi hanno voluto, ho dovuto rinunciare), e
vengono attratti così nella sequenza degli eventi in primo piano; mentre quegli
imperfetti segnano l’inizio di un piano di sfondo che, dapprima, rimanda a una
condizione e a un dato di fatto “ambientale” che non coincide con le vicende in
primo piano del protagonista (cambia infatti anche il soggetto grammaticale), e
che apre alla successiva descrizione (riconoscibile come tale) dello status sociale
della famiglia di provenienza del protagonista (guadagnava centomila lire al giorno) che ha valore abituale. Tralascio di soffermarmi sull’ultimo imperfetto (e poi
che cosa ci mangiavamo, i colli delle chitarre?), usato con valore modale (al posto del
condizionale composto avremmo mangiato che avrebbe richiesto lo standard) in
una chiusa piuttosto informale che sia l’oralità dell’intervista, sia l’espressività
dal personaggio hanno sollecitato.
83. Il testo è in Volare 2, p. 17 ed è tratto dal settimanale «Venerdì di Repubblica».
288
Elisabetta Mauroni
In questo caso, la nozione di sfondo e primo piano potrebbe spiegare in modo
non inaccessibile la differenza d’uso tra passato prossimo e imperfetto, e la non
plausibilità, restando inalterato il contesto, di utilizzare al posto dei due imperfetti in questione il passato prossimo.
Se però proviamo a mutare un po’ il contesto potremmo ancora meglio fare
vedere la differenza d’uso di aspetto perfettivo e imperfettivo:
(45)
Cosa avrebbe fatto se non avesse fatto il cantante?
Il barbiere. Facevo sempre i capelli a mio padre. Lo sa che quando tentai di
entrare al conservatorio, nel ’73, non mi hanno voluto? E ho dovuto rinunciare.
A quell’epoca eravamo un gruppo di amici molto affiatati che volevano fare i
musicisti: alcuni erano di buona famiglia, quartieri eleganti, macchine, vacanze
in riviera; altri di povere origini, qualche lavoretto per comprarci una chitarra un po’ stonata e con le corde vecchie. Al conservatorio erano severi e snob,
così di noi hanno preso solo i ricchi, quelli che avevano potuto pagarsi le lezioni
private a 70 mila lire all’ora…
In questa formulazione, nella quale compaiono come co-protagonisti anche i
compagni più abbienti di Ramazzotti, c’è lo spazio per dedicare anche a loro un
evento “emergente” dallo sfondo (hanno preso solo i ricchi) e che si allinei agli altri
fatti in successione temporale consequenziale. Ovviamente, l’uso ‒ ora plausibile ‒ del passato prossimo in hanno preso solo i ricchi ha imposto, per una corretta
consecutio, l’arretramento dell’azione prendere le lezioni di chitarra ad un tempo precedente a quello dell’esito essere stati presi in conservatorio: il che comporta l’uso di
un trapassato prossimo (quelli che avevano potuto pagarsi le lezioni).
Un’ultima considerazione: nell’esempio (44) le espressioni prendevano solo i
ricchi e quelli che potevano pagarsi le lezioni sono realizzabili con lo stesso Tempo
verbale (l’imperfetto) - mentre nel caso di (45) i Tempi sono diversi e agganciati in una sequenza di prima e dopo (passato prossimo-deittico; e trapassato
prossimo-anaforico) - proprio perché in (44) interviene una qualità temporale
fondamentale dell’imperfetto, la simultaneità delle azioni - da considerarsi qui in
senso lato (cfr. supra) – che opera un livellamento dello sfondo, che come tale
deve presentarsi alla stregua di un fondale senza particolari giochi di prospettive, se non quella di “contenere” e fare risaltare quanto avviene sul palcoscenico, in primo piano.
L’imperfetto crea qui la tridimensionalità dello spazio, senza intervenire ‒
all’interno della dimensione del passato ‒ sulla disposizione cronologica degli
eventi (codificati appunti entrambi all’imperfetto).
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
289
Un altro stralcio di testo autentico84: qui si evidenzia ancor più la dinamica tra
gli accadimenti in primo piano, che “portano avanti la storia” e, viceversa, gli accadimenti o stati di fatto di sfondo, su cui si stagliano appunto i primi:
(46)
Durante la guerra civile nel mio paese ho perso i genitori e sono stato arrestato,
mentre mia moglie e i miei figli fuggivano in una nazione vicina. Ho vissuto in carcere a lungo, in condizioni disumane, senza notizie dei miei, ma alla fine, con l’aiuto di
amici influenti, ho ottenuto la libertà e mi sono rifugiato in Italia. Parlavo un po’ la vostra lingua e mi sono iscritto alla scuola serale, per prendere il diploma di terza media.
La difficile comprensione rilevata negli apprendenti di italiano L2/LS rispetto
all’alternanza dei tempi nel brano (46) richiama la difficoltà di acquisizione proprio della dimensione aspettuale più profonda dell’imperfetto, legata alla volontà rappresentazionale del locutore, alla sua prospettiva di rappresentare la scena
ora concentrandosi sull’istante di riferimento, o sull’apertura temporale, o sulla
continuità ecc., o piuttosto sulla globalità e sulla chiusura definitiva del processo.
Tale difficoltà richiama anche che l’esplicitazione di quest’alternanza così complessa del sistema verbale italiano rimane un campo aperto che necessiterebbe
di maggiori «esperimenti grammaticali» sotto forma di didattica induttiva, che
coinvolga sia studenti madrelingua, sia persone che abbiano compiti di educazione linguistica, massimamente di italiano L2/LS, sia infine apprendenti nonmadrelingua a cui si possa proporre una chiave di lettura metalinguistica, non
specialistica ma precisa e il più possibile “distintiva”, attraverso l’analisi consapevole e guidata di testi autentici (orali/scritti):
Io penso che dalla nostra conoscenza dell’organizzazione della lingua e dei
principi che determinano la sua struttura non si possa costruire direttamente
un programma didattico. Possiamo solo suggerire che un programma didattico
sia concepito in modo da dare libero gioco a quei principi creativi che gli esseri
umani utilizzano nel processo dell’apprendimento linguistico, e presumo nell’apprendimento di qualsiasi altra cosa. Penso che dovremmo probabilmente tentare
di creare un ricco ambiente linguistico per l’euristica intuitiva che l’essere umano possiede automaticamente85.
84. Ancora una volta il testo è tratto dal corso Volare, vol. 2, p. 115, ed è incentrato
esplicitamente sull’uso del passato prossimo e dell’imperfetto.
85. Il passo è di Chomsky, citato in Lo Duca 2004, p. 9.
290
Elisabetta Mauroni
Ma vediamo ora qualche ipotesi rilevata con frequenza in gruppi di studenti di
italiano L2 di nazionalità varia:
(47)
Durante la guerra civile nel mio paese ho perso i genitori e sono stato arrestato,
mentre mia moglie e i miei figli sono fuggiti in una nazione vicina. ??Vivevo in carcere a
lungo, in condizioni disumane, senza notizie dei miei, ma alla fine, con l’aiuto di amici
influenti, ho ottenuto la libertà e mi sono rifugiato in Italia. ??Ho parlato un po’ la vostra
lingua e mi sono iscritto alla scuola serale, per prendere il diploma di terza media.
Consideriamo il primo item che presenta la scelta di un passato prossimo - in
questo contesto plausibile quanto un imperfetto (mentre mia moglie e i miei figli
fuggivano in una nazione vicina)86. Il passato prossimo attribuirebbe in questo modo al mentre un valore avversativo, rispetto a quello di simultaneità che assume
invece con l’imperfetto.
Più oltre: non è difficile capire il perché di alcune ipotesi realizzate dai nonmadrelingua, inaccettabili in questo contesto, come Vivevo in carcere a lungo
dove l’indicazione di durata ha “attratto” la scelta di un imperfetto; così come
la scelta del passato prossimo per l’espressione Ho parlato un po’ la vostra lingua
che la mette sullo stesso piano di rilievo / importanza informazionale di mi sono iscritto. Nel primo caso non è sempre semplice né immediato fare acquisire
né fare apprendere87 la differenza tra un’indicazione perfettiva che può ugualmente alludere ad una durata (a lungo) ma che non presenta la scena come in atto
nel passato, bensì come data per conclusa; e l’aspetto imperfettivo che racconta di quando quella scena, quella situazione, quello stato, erano ancora “aperti”, in atto, senza pronunciarsi necessariamente sulla effettiva prosecuzione o
conclusione del processo.
Nel secondo caso (Ho parlato un po’ la vostra lingua), la mancanza di una solida differenziazione tra gli avvenimenti su base temporale e aspettuale (l’imperfetto come un continuum su cui si possono inserire eventi al passato prossimo) e una incerta
gerarchizzazione degli avvenimenti, secondo una funzione di “sviluppo della sto-
86. Evidentemente le due scelte non sono completamente indifferenti e sovrapponibili: c’è sempre uno scarto semantico pur lieve che generalmente in un testo è sempre motivato e richiesto dal contesto o dal co-testo. Nel caso dell’esempio (46) il brano è troppo
esiguo per dire se la scelta del passato prossimo, al posto di un più consueto e prevedibile
imperfetto, determini un significato lontano dalla volontà rappresentativa del parlante.
87. Per il binomio acquisizione/apprendimento rimando all’ormai classico studio di
Krashen 1985.
LA DIFFICILE ALTERNANZA DI IMPERFETTO E PASSATO PROSSIMO IN ITALIANO
291
ria” e piano rappresentativo (di sfondo o di prominenza), può intervenire e indurre
a scelte che non corrispondono in toto a quelle della lingua target: l’immagine e la
funzionalità concreta della differenziazione di primo piano e sfondo e la differenziazione tra gli avvenimenti può essere proficuamente aggiunta all’idea imperfettiva
di durata indeterminata o meglio di azione/stato i cui confini non sono espressi.
Parlando di differenziazione tra gli avvenimenti, è possibile ora meglio contestualizzare l’accenno già fatto alla nozione di tempi propulsivi e descrittivi (cfr. par.
2.3.) messi in luce da Bertinetto 2003 che li differenzia in base alla loro funzione
di rappresentare azioni che hanno il compito di fare progredire la storia (propulsivi), o di alludere ad eventi/stati che servono a descrivere, completare, allargare
la scena, o dilatarne un particolare (descrittivi).
Nel caso di (46) i punti salienti di sviluppo della storia sono sempre affidati al
passato prossimo che scandisce gli avvenimenti nel tempo e racconta in ordine
cronologico lineare la storia del protagonista.
Ugualmente, lo stesso Weinrich 1978 parla del rapporto tra Tempo verbale e
«rilievo narrativo» (p. 125 ss.) indicando una distribuzione di massima88 di questo
tipo: il passato remoto (a cui oggi possiamo sicuramente allineare anche il passato prossimo) per le circostanze primarie, e l’imperfetto per le circostanze secondarie.
Una sorta quindi di parallelismo con i tempi propulsivi e descrittivi di Bertinetto
2003, nonché una consonanza messa in rilievo da Weinrich stesso con un altro
studioso, Stammerjohann che indica come tempi narrativi in grado di fare procedere l’azione narrativa i soli passé simple in francese e passato remoto in italiano89,
mentre non considera narrativo l’imperfetto perché funge solo da costituzione
dello sfondo (1978, p. 129).
Per concludere, brevemente, credo che durante il percorso fin qui fatto siano state poste alcune basi e direttrici per potere affrontare aspetti anche più operativi, che
non tratterò in questa sede ma che rimando a un momento e a un lavoro successivi.
Elisabetta Mauroni
Università degli Studi di Milano
[email protected]
88. Lo stesso Weinrich ammette che è impossibile dire aprioristicamente cosa sia sfondo e cosa sia primo piano in un racconto, né che si possa dire automaticamente che ci sia
perfetta corrispondenza tra i due piani e l’imperfetto e il passato remoto.
89. Il saggio di Stammerjohann, a cui Weinrich si riferisce, è datato 1970, di qui la menzione del solo passato remoto e dell’esclusione del passato prossimo, che oggi – come si
è detto più volte – è sovra-esteso anche alle funzioni del passato remoto.
292
Elisabetta Mauroni
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E. Wiberg, s. v. Passato prossimo, in Il Vocabolario Treccani. Enciclopedia dell’Italiano, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2011.
Weinrich 1978
H. Weinrich, «Tempus». Le funzioni dei tempi nel testo, Bologna,
Il Mulino, 1978 (I ed. in tedesco 1964).
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