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Isole Borromeo: bella gita e tanta solidarietà

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Isole Borromeo: bella gita e tanta solidarietà
Notiziario
N° 20 - Dicembre 2012
per i
soci
Dal 1892 competenza e professionalità prestate in un rapporto umano
Isole Borromeo: bella gita e tanta solidarietà
La carica
dei 400 soci
Rinuncia al regalo di 5.000 euro per devolverlo
alle popolazioni terremotate dell’Emilia.
p.12
MONASTERO AL BINENGO
Il tempio caro ai Sergnanesi
p.18
LA BANCHÈTA DA SANTA MAREA
Don Lunghi: «Mio padre, direttore...»
Le nostre riflessioni
Non siamo un’isola:
cooperare conviene
Celebriamo l’anno internazionale della cooperazione. Con l’obiettivo
di conciliare sempre produttività economica e responsabilità sociale.
Il 2012 è l’anno internazionale delle
Cooperazione che l’Onu ha dedicato al
milione e 400mila cooperative diffuse in
oltre 100 Paesi del mondo e agli 800 milioni di cooperatori. Dentro le quali ci sono
anche le banche locali e cooperative italiane, estranee alle attività finanziarie ad alto
rischio che hanno causato la crisi e che, al
contrario, hanno continuato a concentrare
la propria attività sull’economia reale, concedendo credito alle famiglie e alle piccole
e medie imprese anche quando altre banche avevano cessato di farlo. Non è narcisismo e autoreferenzialità. Sono i bilanci a
parlare. E di quello di Banca Cremasca ne
parliamo proprio in queste pagine. Nella
massima trasparenza.
Ma andiamo al nocciolo della questione: che cosa significa essere un’impresa
cooperativa? A mio parere, il ruolo di una
cooperativa, bancaria e non, è quello di
02
diventare un motore di sviluppo sociale ed
economico del territorio. Di vivere da protagonista il processo di miglioramento del
bene comune che ha sempre rappresentato
la linea guida del nostro istituto, un ruolo
sempre più apprezzato e riconosciuto dalle
comunità nelle quali Banca Cremasca ha
visto svilupparsi le proprie radici.
Ma essere cooperativa significa anche
promuovere la partecipazione piena delle
persone; quindi, diventare un ingranaggio
ben lubrificato e affidabile di democrazia partecipata perché basata sul rapporto
dialettico tra banca, soci, correntisti, istituzioni e comunità. Con l’obiettivo possibile
di conciliare produttività economica e responsabilità sociale.
L’anno internazionale delle Cooperative
arriva in un momento in cui l’economica
è sempre più globalizzata. E se, tempo fa,
il modello cooperativo contribuì principal-
mente a sradicare la povertà in molte parti del mondo, oggi l’impresa cooperativa
offre reali speranze di risolvere i problemi
anche nei Paesi sviluppati alle prese con la
crisi finanziaria, gli spread e i debiti sovrani. In che modo? Non certo con l’attività
speculativa, ma con la consapevolezza che
si può coniugare business ed etica. Infatti le
cooperative - imprese a proprietà diffusa e
a gestione democratica che tendono a migliorare la vita dell’uomo in ogni angolo del
pianeta – con il loro modello di business
hanno già raggiunto in Italia 108 miliardi
di produzione generati da 71.500 imprese
attive e oltre un milione di lavoratori.
Su questo tracciato ci stanno le Bcc che,
fra i pilastri del sistema bancario cooperativo, hanno conferito stabilità ai sistemi
bancari e finanziari, e promosso la tenuta
e lo sviluppo dei territori. Sono l’ennesima
dimostrazione che le aziende cooperative,
in genere, possono dare un contributo decisivo nella crisi perché risultano radicate
nelle loro aree di appartenenza, non “scappano” all’estero per massimizzare i profitti e
rivolgono particolare attenzione al capitale
umano.
Infine, non sembri il mio un discorso
utilitaristico, ma si deve cooperare non
soltanto per responsabilità solidale, ma anche perché conviene. Lo ha detto anche il
premier Mario Monti che considera la cooperazione un investimento strategico in
termini di sicurezza, di gestione di flussi
migratori, di protezione dell’ambiente, di
sicurezza energetica e di promozione di opportunità per le imprese italiane. Già molti
piccoli e medi imprenditori, anche concorrenti tra loro, cooperano con contratti di
rete per competere sui mercati mondiali.
L’uomo, finalmente, ha scoperto davvero di
non essere un’isola. Il credito cooperativo
l’ha scoperto 129 anni fa con la nascita della prima Cassa Rurale nel 1883 a Loreggia,
in provincia di Padova. E 120 anni fa con
la nascita di Banca Cremasca.
Francesco Giroletti
03
Filo diretto Notiziario
con i soci per i soci:
una copia
per casa
Se avete qualche comunicazione da trasmettere alla banca, se avete dei chiarimenti
da chiedere, se avete bisogno di consigli e se
volete risolvere i vostri dubbi, ora puoi scrivere o telefonare a Banca Cremasca. Sarai
ascoltato e troverai una risposta.
La lotta agli sprechi nasce anche da piccoli
gesti. Infatti, può capitare che in una famiglia ci siano più soci a Banca Cremasca, a
ognuno dei quali viene spedito il «Notiziario per i soci» della banca. Ma avere in
casa più copie della stessa pubblicazione è
sicuramente uno spreco. Per riceverne una
sola, scrivi o telefona a Banca Cremasca.
E’ stata fornita
liquidità alle aziende
e alle famiglie
Il nostro bilancio
Sommario
PAG.2
Le nostre filiali
PAG.3
Giroletti: cooperare conviene
PAG.5
Bilancio 2011: fornita liquidità
a famiglie e aziende
PAG.8
Cosmesi: un plafond
di 5 milioni
PAG.11
Azimut, un partner
PAG.12
Un monastero di religiose unito
al Santuario del Binengo
In che modo? Ricordiamo l’emissione di obbligazioni per finanziare le imprese,
il «Piano Famiglie» per rinegoziare i mutui e sospendere il pagamento
delle rate, la garanzia dell’erogazione del credito ai lavoratori in difficoltà.
PAG.16
La Cattedrale
sta tornando bellissima
PAG.18
Se hai un computer, scrivi a questa
e-mail: [email protected]
Se hai un computer, scrivi a questa
e-mail: [email protected]
La banchèta da Santa Marea:
ecco come è nata e come
si è sviluppata. Due
testimonianze importanti
PAG.24
L’internet banking:
la tua banca in tasca con un
semplice smartphone
PAG.25
Se hai un telefono, chiama:
Vera Delmiglio 0373-877136
Se hai un telefono, chiama
Vera Delmiglio 0373-877136
Av v i s o i m p o r t a n t e
Direttore responsabile:
Sergio Cuti
Coordinatore editoriale:
Vera Delmiglio
Comitato di redazione:
Francesco Giroletti, Giuseppe Capellini, Lamberto
Brambatti, Gianfranco Rossi e Cesare Cordani.
Testi di:
Chiara Scuri, Gionata Agisti, Michele
04
PAG.26
Gita alle isole Borromeo: una bella
giornata, e anche tanta solidarietà.
PAG.28
Nell’ottica di agevolare la canalizzazione delle disposizioni di bonifico dall’estero, a decorrere da LUNEDI’ 8 OTTOBRE 2012 il CODICE BIC (Bank Identifier Code) di
Banca Cremasca Credito Cooperativo è stato variato. Pertanto, dalla decorrenza sopra
indicata, il nuovo codiice BIC di Banca Cremasca Credito Cooperativo è il seguente:
ICRA IT RR TW0.
NOTIZIARIO PER I SOCI
Termini finanziari: dizionario
Editore: Banca Credito Credito Cooperativo soc.coop
p.zza Garibaldi 29 CREMA
Registrazione del Tribunale di Crema n.128
del 20.1.2003
Progetto Grafico: TRENTUNODIECI
Stampa: Grafica G.M. via degli Artigiani 8,
Spino d‘Adda (provincia di Cremona)
Associato all’USPI
Si ringraziano tutti coloro che hanno messo
a disposizione le immagini presenti nel notiziario
Bcc, «non ci resta che crescere»:
tutto il resoconto
del convegno di studi del
Credito cooperativo lombardo
PAG.29
Sport: Banca Cremasca
ha premiato le squadre finaliste
del trofeo Dossena
PAG.30
Libri: «Vince in Bono Malum»
di Vittorio Dornetti
PAG.31
Cucine: tortelli cremaschi
Sul numero scorso, avevamo fatto alcuni
cenni al bilancio 2011 della banca, approvato il 20 maggio scorso dall’assemblea dei
soci, riportando i dati essenziali che dimostravano sia la solidità di Banca Cremasca
sia la fedeltà alla sua missione che è quella di sostenere l’economia del territorio.
Avevamo, quindi, riassunto alcuni dati:
l’utile netto di 1,7 milioni, il coefficiente
patrimoniale di solvibilità superiore del
doppio al minimo previsto, i maggiori finanziamenti (rispetto al 2010) a imprese e
famiglie, le molteplici attività di supporto
alla cultura e allo sport così come numerose
sono state le iniziative di solidarietà ritenute meritevoli.
Dopo i flash, ecco su questo numero
l’approfondimento del conto economico.
Innanzitutto, la situazione dell’economia
cremasca nello scorso anno, che, come
quella a livello nazionale, ha risentito degli
effetti della crisi finanziaria – iniziata nel
2008 negli Usa – che si è poi allargata lungo tutta la Penisola; a questi vanno aggiunti
i contraccolpi dovuti ai debiti sovrani e al
declassamento del rating di alcuni Paesi europei, tra i quali anche l’Italia. Come uscire
dal tunnel? Banca Cremasca ha indicato alcuni rimedi, quali: l’accesso al credito, l’internazionalizzazione e l’innovazione delle
imprese. E si è attivata su questa strada con
iniziative - realizzate in proprio o insieme
alle istituzioni economiche del territorio per fornire liquidità ad aziende e famiglie.
Quali? Ricordiamo «Insieme per il territorio-bond territoriali»: è stata un’opera05
Il tavolo della presidenza. Da sinistra: Mauro Regazzetti (vice direttore), Mario Tagliaferri (presidente del Collegio sindacale), Giuseppe Capellini
(vice presidente), Francesco Giroletti (presidente dell’istituto), Cesare Cordani (direttore generale) e Giovanni Barbaglio (notaio).
Gli atti concreti di supporto
all’economia cremasca hanno
fornito ossigeno alle imprese
e alle famiglie nella speranza
che la fine della crisi possa migliorare la «bontà» del credito.
Banca Cremasca nel 2011 ha
prestato molti più soldi che nel
2010: 397 milioni, crescita del 4%.
zione vincente, realizzata con l’associazione
Industriali di Cremona, che ha permesso
di finanziare le aziende del settore manifatturiero attraverso l’emissioni di obbligazioni che, in brevissimo tempo, sono state
collocate presso i risparmiatori. Il «Piano
famiglia»: la Bcc ha prorogato i termini
di adesione all’iniziativa, proposta dal ministero delle Finanze, che aveva previsto la
possibilità, nei casi di difficoltà, di rinegoziare i mutui e di sospendere il pagamento
delle rate.
Banca Cremasca ha anche prorogato il
protocollo per anticipare l’indennità di cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria, siglato nel 2009 da amministrazione provinciale, Camera di commercio,
06
sindacati, associazioni di categoria e banche
locali, che si sono impegnate per garantire l’erogazione del credito alle categorie di
lavoratori in difficoltà. Ma non è finita: la
banca ha sostenuto con continuità le iniziative imprenditoriali in appoggio allo
sviluppo economico e sociale delle proprie
comunità. La realizzazione di tutte queste
azioni è stata possibile grazie all’elevato livello di liquidità ed al significativo patrimonio della Banca.
Questi atti concreti di supporto all’economia cremasca hanno fornito ossigeno
alle imprese e alle famiglie pur nella consapevolezza che il perdurare della crisi può
migliorare la «bontà» del credito. Banca
Cremasca, nel 2011 ha prestato molti più
soldi che nel 2010: 397 milioni, una crescita del 4%. Il 71,3% dei finanziamenti
ha riguardato i mutui che, nel giro di un
anno, sono passati da 271 a 283 milioni,
con un incremento del 4,4%. Ma come anticipato, proprio a causa dei tempi lenti di
uscita dalla crisi, sono contemporaneamente cresciuti (5,1 milioni) i crediti deteriorati che, al lordo delle svalutazioni, hanno
raggiunto la cifra di 21,7 milioni. Questo
deterioramento del credito ha influito negativamente sulla redditività della banca
a causa dei costi connessi alle rettifiche di
valore apportate.
Sempre parlando dei crediti non performing, cioè deteriorati, c’è da rilevare il
capitolo delle sofferenze. Se al lordo dei
dubbi esiti, sono ammontate a 10,4 milioni (6,7 milioni nel 2010) con l’indicatore
sofferenze/impieghi al 2,6% (inferiore alle
percentuali a livello provinciale e regionale che si sono attestate rispettivamente al
3,9% e al 4,6%), queste stesse sofferenze,
al netto delle svalutazioni effettuate, sono
risultate pari a 6 milioni e il rapporto sugli
impieghi netti si è attestato all’1,5% rispetto allo 0,7% del 2010. Queste ultime cifre
e percentuali che cosa indicano? Un fatto
importante: la buona qualità delle garanzie
a supporto dei crediti in esame e le fondate
aspettative di recupero hanno prodotto una
significativa riduzione della necessità di accantonamento.
Se i prestiti (gli «impieghi») sono stati
in crescita nel 2011, la raccolta da clientela
complessivamente è scesa del 2,2% - rispetto al 2010 - a 718,3 milioni di euro. Che
cosa è successo? Questo: invece di mettere
i soldi sul conto corrente, i clienti di Banca
Cremasca hanno investito in titoli obbligazionari o di Stato; e questa scelta è stata
penalizzante nel totale delle masse amministrate per la forte diminuzione dei corsi nel
secondo semestre. La raccolta indiretta è,
invece, cresciuta dell’1,2% a 212,9 milioni,
dopo un buon primo semestre a +7,13%
sul 31 dicembre 2011 con una quota di
225,4 milioni.
Il patrimonio, una voce fondamen-
tale per il giudizio della gestione di ogni
azienda.Dunque, il patrimonio netto di
Vigilanza ha raggiunto i 67,656 milioni,
in aumento di 1,2 milioni rispetto al 2010
mentre il requisito patrimoniale del coefficiente di solvibilità, ottenuto dal rapporto
tra il patrimonio di Vigilanza e le attività a
rischio a fine 2011, è stato pari al 16,85%
contro un minimo previsto dell’8%.
L’utile netto. il bilancio 2011 ha chiuso
a oltre 1,7 milioni, in diminuzione rispetto
ai 2,5 milioni del 2010. Un calo dovuto al
venire meno dei ricavi da intermediazione,
dall’aumento delle spese amministrative e
dall’inasprimento percentuale delle imposte (950 milioni, pari al 35,8% dell’utile
lordo realizzato, mentre nel 2010 la percentuale era stata del 27,3%).
Grande è stata l’attenzione della banca
nei confronti della clientela. Oltre ad avere prorogato i provvedimenti anticrisi a
favore di imprese e famiglie (“sospensione
dei debiti delle Pmi nei confronti del sistema creditizio” e “piano famiglie» già citati
all’inizio dell’articolo), l’istituto ha puntato
sui servizi di «Trading On Line» e «Directa», entrambi fruibili sul sito Internet della
banca, mentre tra i prodotti offerti è stato
istituto il «Conte Corrente On Line», un
importante segnale rivolto soprattutto ai
giovani che sono il segmento di clientela più incline all’utilizzo della tecnologia.
Inoltre è entrato in vigore il «Conto Cassaforte»: è un conto di deposito che offre
una particolare remunerazione alle giacenze subordinate a un vincolo di durata di 12
mesi.
Il personale. Al 31 dicembre 2011 i dipendenti erano 127 con un incremento di
3 unità. E l’incidenza del personale impiegato nella rete commerciale rispetto al totale dei collaboratori, è passato dal 64% al
71%; il che dimostra l’impegno della banca
a rafforzare il numero dei dipendenti in servizio presso le filiali, mentre anche lo scorso
anno è stato centrale l’impegno sulla formazione (7.300 ore) per supportare l’ampliamento delle conoscenze e competenze
tecniche del personale.
A chiusura dell’esercizio, inoltre, e precisamente il 23 febbraio scorso, gli organi di
Vigilanza di Bankitalia hanno consegnato
il resoconto della loro periodica attività di
ispezione, che ha fatto emergere risultanze
positive. Infine Banca Cremasca ha partecipato all’asta a lunga scadenza indetta
dalla Bce, sottoscrivendo una tranche di
30 milioni di fondi. Questa liquidità ha già
permesso alla banca di fronteggiare ogni
richiesta di finanziamento ritenuta meritevole di fiducia.
Beneficenza e liberalità. Ma segnaliamo
anche sponsorizzazioni, eventi ed iniziative
a favore di soci, clienti e comuni del territorio. Un lungo capitolo sulla scelta della
banca di «costruire il bene comune…». Ne
citiamo alcune di queste liberalità non per
narcisismo e auto-celebrazione, ma per ragioni di trasparenza. Nel 2011 sono stati
erogati 140mila euro a favore delle parrocchie e regalativi circoli della Diocesi di
Crema e del Cremasco. Per il recupero della
Cattedrale è stato assegnato un contributo di 100mila euro. Per quanto riguarda
la fondazione Benefattori Cremaschi Onlus, l’istituto ha continuato a contribuire
al mantenimento dell’hospice cittadino ed
è stato concesso un contributo significativo per l’acquisto di un «ecocolordoppler».
Altri apporti sono stati concessi in opere e
risorse all’Anffas e all’Auser Anziani, e anche alle iniziative editoriali de «Il Nuovo
Torrazzo» e de «La Provincia» per la stampa
di due volumi a ricordo della visita di papa
Giovanni Paolo II a Crema e Cremona.
Numerosi i sostegni alla cultura sia a
Crema che nel Cremasco, così come molteplici sono stati gli interventi nell’ambito
sportivo, dal calcio alle bocce, dalla pallavolo al basket, mentre tra i tornei più significativi, ricordiamo le sponsorizzazioni
al «Trofeo Dossena» di calcio, al «Trofeo
Città di Crema» organizzato dall’A.S.D.
Crema Nuoto, e al Torneo di A1 del Tennis Club. Per quanto riguarda le scuole, da
sottolineare i fattivi contributi destinati
agli enti morali, in primis alla Fondazione
Manziana, punto di riferimento importante e qualificato per l’educazione cattolica
nel territorio, oltre al sostegno alle scuole
dell’infanzia. Da ricordare il concorso «Talent Scout», organizzato dalla Camera di
commercio di Cremona e dall’Associazione
Giovani Industriali, in collaborazione con
Bcc Cremonese, e il concorso «Intraprendere» promosso dall’omonima associazione
e dalla Libera artigiani di Crema. E si potrebbe continua per altre pagine. Atti concreti, nel perseguire il miglioramento delle
condizioni morali, culturali ed economiche
di soci, clienti e per la scelta di costruire il
bene comune.
07
Il presidente e il direttore
di Banca Cremasca - Francesco
Giroletti e Cesare Cordani sono soddisfatti delle magliette
griffate «Polo» (della cosmesi)
ricevute in regalo da Reindustria
per il supporto finanziario
dato alle aziende del settore.
I nostri finanziamenti
Un plafond
di 5 milioni
alla cosmesi
L
’ idea è nata in collaborazione con
Reindustria e gli imprenditori del
Polo della cosmesi mentre i vertici di Banca Cremasca partecipavano al Cosmoprof
di Bologna. L’ipotesi di un finanziamento
da parte dell’istituto di credito si è formata
proprio lì. I titolari delle imprese del make
up avevano illustrato la situazione del loro
comparto che viaggia su buoni livelli produttivi, ma ha bisogno di liquidità e ne ha
bisogno in fretta perché spesso gli ordini
arrivano improvvisi. E, quindi, c’è estrema
necessità di un fido subito per acquistare
materia prima o assumere personale a tempo determinato.
Detto, fatto. Banca Cremasca ha messo
a disposizione degli operatori della cosmesi un plafond di 5 milioni di euro che sia
Reindustria che Banca Cremasca si augurano vengano utilizzati al più presto perché
significherebbe che il settore sta continuando a macinare fatturati. «Se così sarà» ha
detto il presidente dell’istituto di credito di
piazza Garibaldi, a Crema, Francesco Giroletti, «ne metteremo altri a disposizione
delle aziende del comparto».
Alla conferenza stampa, oltre al presidente Giroletti e ai numerosi imprenditori del
settore che hanno voluto così sottolineare
con la loro presenza l’importanza dell’iniziativa, erano presenti anche Giuseppe
Capellini e Alessandra Ginelli (rispettivamente presidente e direttore di Reindustria, e Capellini è pure vice presidente
08
09
Azimut, un partner
I nostri accordi
Sottoscritta la convenzione con la società leader del risparmio gestito
L’obiettivo di Banca Cremasca è garantire alla propria clientela una più ampia disponibilità di soluzioni,
con un’offerta di fondi che hanno dimostrato di essere validi e performanti. Ma sono stati illustrati anche
i fondi pensione proposti dal mercato. A parlarne nella sede dell’istituto Roberto Zoia e Andrea Milesio.
Da sinistra: Alessandra Ginelli (direttore Reindustria), Giuseppe Capellini (presidente Reindustria), Francesco Giroletti (presidente di Banca
Cremasca), Cesare Cordani (direttore di Banca Cremasca) e Paola Riviera (funzionario di Banca Cremasca). Sotto: imprenditori e giornalisti.
dell’azienda creditizia), Cesare Cordani e
Paola Riviera (rispettivamente direttore
generale e funzionario di Banca Cremasca),
e molti imprenditori della cosmesi, comparto che vanta 90 aziende e 3mila addetti,
mentre il fatturato annuo è di 500 milioni.
Un settore che ne sta trainando altri.
Giroletti, infatti, non ha dubbi: «Con la
cosmesi, ambito all’avanguardia, stiamo
sperimentando questa formula di finanziamento, in attesa che possa venire presto
applicata ad altre aree produttive». Come
a quella della meccanica, che oggi è ancora in difficoltà, ha rimarcato Capellini,
ma Banca Cremasca, «che ha superato in
modo brillante l’ispezione di Bankitalia, sta
Sono tre le caratteristiche
principali del prodotto
finanziario riservato alle
aziende del Polo della
cosmesi: la sua flessibilità
perché è stato modulato
sulle necessità di ciascun
imprenditore; ma anche
la velocità e la certezza
del finanziamento. Infatti,
se la liquidità è importante,
averla subito è meglio.
andando incontro alle esigenze di settori
specifici della nostra economia con prodotti studiati appositamente per loro».
10
Per quanto riguarda le imprese del make
up, il finanziamento è legato allo smobilizzo dei crediti già fin dall’atto della sottoscrizione del contratto. Se, infatti, un
imprenditore presenta in banca il contratto, l’istituto di credito anticipa il 35% ed
integra queste anticipazioni fino all’80%
contro la presentazione della fattura o delle
fatture. E l’imprenditore estinguerà la sua
posizione con l’incasso delle fatture stesse.
Se la liquidità è importante, averla subito
è ancora meglio. La caratteristica dell’iniziativa di Banca Cremasca sta, infatti, proprio
in questo: la velocità e la certezza di erogazione del finanziamento, una volta accertata la documentazione presentata all’istitu-
to. La somma ha un tetto di 250mila euro
per azienda, mentre i tassi sono stati fissati
al 5,25% per l’anticipo ordini e contratti
e al 4,75% per anticipo delle fatture. Lo
strumento che è stato messo a disposizione
delle aziende - per alcuni importi consentiti
dalla legge anche oltre il Cremasco - ha la
peculiarità di essere flessibile e quindi modulato sulle necessità di ciascun imprenditore. Giustamente ha sottolineato Cordani,
«non prefabbrichiamo prodotti standard,
ma li costruiamo su misura per il cliente.
Il nostro è un finanziamento che viene
modulato a seconda delle richieste del beneficiario. Lo possiamo fare perché Banca
Cremasca è un istituto solido e liquido».
Banca Cremasca ha sottoscritto una convenzione con Azimut, società di gestione
leader sul mercato che già collabora con
altre banche cooperative. Come mai questa
scelta dal momento che le Bcc operano con
Aureo Gestioni SgrpA, che resta la società
di riferimento per la gestione del risparmio del credito cooperativo? La risposta è
semplice: per garantire alla clientela una
più ampia disponibilità di soluzioni, con
un’offerta di fondi che hanno dimostrato
di essere validi e performanti.
A spiegare questa opportunità ai clienti
della Bcc di piazza Garibaldi (60 persone
circa presenti all’incontro che si è svolto
in Banca Cremasca), sono intervenuti due
qualificati relatori. Uno dei quali era il dot-
tor Roberto Zoia, responsabile dell’Ufficio
studi e analisi di Azimut; nel gruppo da oltre 15 anni, coordina un team di analisti
che producono report sull’andamento dei
mercati azionari, valutari e obbligazionari e, sempre all’interno della Sgr, si occupa del gruppo di formazione specialistica
su tematiche relative alla costruzione dei
portafogli. Zoia ha effettuato un excursus
sulle dinamiche e le prospettive del mercato finanziario, e sugli spread che hanno
infiammato l’estate europea delle Borse, del
mondo del credito e soprattutto di alcuni
Stati - come Grecia e Spagna - alle prese
con i loro debiti e con “i compiti a casa”
richiesti dall’Unione europea per rientrare
dai debiti con riforme economiche e sociali
non più procrastinabili; inoltre ha spiegato
che la situazione non si è ancora rasserenata, e quindi le preoccupazioni per il futuro
restano.
L’altro relatore era il dottor Andrea Milesio, ex giornalista economico di «Milano
Finanza» che ha recentemente pubblicato
due manuali sulla pianificazione patrimoniale per Buffetti e un manuale sulle pensioni per la Sperling. Entrato in Azimut dal
2005 segue le banche clienti nell’ambito
dell’asset management e della previdenza.
Milesio si è, infatti, soffermato sui fondi
pensione, sui prodotti che propone oggi il
mercato e a chi convengono, ricordando
che la crisi ha cambiato anche il settore della previdenza.
11
I nostri monumenti
Il monastero
proprio unito
al Santuario
del Binengo
Lo ha promesso il vescovo, monsignor Oscar
Cantoni. E il parroco di Sergnano conferma
che il progetto resta ancora valido. La storia
architettonica, religiosa e pittorica del tempio.
Al suo interno, c’è la statua della Madonna
che ha “preferito” Sergnano a Pianengo.
L
a notizia ce la ricorda don Francesco Vailati: nella sua visita alla comunità di Sergnano, nel 2010, il vescovo
di Crema, monsignor Oscar Cantoni,
aveva svelato questo suo progetto: «So
quanto i Sergnanesi amino il loro Santuario del Binengo, un’oasi di pace, un luogo
di preghiera e di consolazione. Dopo aver
molto pregato e riflettuto, con il consiglio
di molte persone che hanno condiviso il
mio desiderio, penso di aver identificato
nel vostro Santuario del Binengo, lo spazio utile per la costruzione, nei prossimi
anni, di un piccolo Monastero di religiose
(o religiosi) dedite alla vita contemplativa.
Già abbiamo provveduto a dotare il futuro
Monastero di un congruo spazio di terreno
adiacente, mentre si attende di conoscere la
spiritualità delle Religiose che accetteranno
l’invito a risiedere per poter progettare un
convento adeguato».
Don Francesco ci conferma che quel progetto resta sempre valido. Come ripete che
gli abitanti di Sergnano sono da sempre devoti al loro santuario della Beata Vergine al
Binengo al quale è riservata una specifica
festa popolare e religiosa la prima domeni12
ca di settembre. La struttura sorge vicino
alle rive del Serio su un alto terrapieno.
Della località, di origine longobarda, si
parla fin dal 1022. Non è nota la data della sua costruzione (certo prima del secolo
XV), forse a seguito di una apparizione o
ritrovamento di una statua della Madonna
nel Serio. La chiesetta, architettonicamente molto semplice e graziosa, preceduta da
un pronao a tre archi, è arricchita da un
ciclo di affreschi, di scuola del Busso, che
ne fanno un capolavoro dell’arte popolare
cremasca.
Quale può essere l’origine e il significato del nome «Binengo»? Dobbiamo leggere quanto ha scritto monsignor Gabriele
Lucchi che di Sergnano è stato un illustre
parroco dal 1948 al 1976, ma che fu anche
uomo di studio e amante delle arti figurative e letterarie. Troviamo il termine «Binengo», anche se nella forma di «Albeningo»,
in un documento del 3 novembre 1022 e
successivamente nel 1192 in un documento imperiale nel quale si parla di «Albernegum». E ancora: nel 1756, negli Atti della
Visita Lombardi, si legge «Albinengo» e nel
1911 nella «Carta dell’Istituto Geografico
13
In alto da sinistra: sopra la porta dell’entrata nel tempio è affrescata una settecentesca immagine di Maria, sotto la quale fu apposto il versetto:
Mostra Te esse Matrem; don Francesco Vailati, l’attuale parroco di Sergnano e lo spendido interno del Santuario del Binengo.
Militare» si legge «Il Binengo». Ci siamo.
Binengo sarebbe un termine composto
da due parole: «bine» dall’antico tedesco
«bühne» ed «engo» di denominazione longobarda. Bühne significherebbe «suddivisione di vicinia», e nel nostro caso l’interpretazione potrebbe essere «parte della
vicinia» di Sergnano. Altri storici sottolineano, invece, che la parola «bina» è usata a indicare «riparo, palafitta, chiusa…»,
e infatti i due corsi d’acqua che irrigano il
Serio, la Babbiona e il Menasciutto, hanno
origine proprio di fronte al Binengo, mediante «chiusa» di traverse e palafitte.
Sicuramente la desinenza «engo», che
significa abitato, insediamento circostante, sta a indicare che il nome Binengo è di
origine longobarda. Questa desinenza «longobardica ci persuade che l’epoca d’origine
della località debba assegnarsi al secolo VII
14
circa» scrive sempre monsignor Lucchi. Il
Binengo è caratterizzato da un’antica chiesa
con il suo campanile e la casa del custode.
«C’è ancora un custode» avverte don Francesco, «che si prende cura del santuario».
In antico, forse, qui sorgeva un gruppo di
case. E nei pressi del santuario «esisteva
un’altra chiesetta dedicata a S. Stefano», la
chiesa di una piccola comunità oppure la
cappella cimiteriale del villaggio scomparso. Si sa, invece, che ancora nel 1756 qui vi
dimorava in permanenza un sacerdote che
vi celebrava la messa ogni giorno.
«Una tradizione immemorabile» registrata negli Atti della Visita Lombardi (1756),
«racconta che la Madonna sarebbe apparsa
l’8 settembre (non si dice di quale anno)
a una fanciulla che conduceva le oche al
pascolo. La Vergine avrebbe ingiunto che
in quel luogo si edificasse un santuario in
suo onore, e in segno del suo volere sarebbe
stato fatto fiorire miracolosamente la piccola verga che la fanciulla teneva nelle mani.
Secondo una variante, la verga sarebbe fiorita dopo che fu piantata in terra… Tutto è
da ritenersi una favolosa diceria popolare,
a cui non si può dare nessun credito, e che
abbiamo qui riferito solo per smentirla».
Veniamo alla struttura: «… il nostro oratorio, che la gente si compiace di chiamare
santuario, è di semplice e bella architettura
cinquecentesca…», ed entrando «nel divoto ed elegante santuario, la prima impressione è quella di entrare nell’atelier del
pittore Aurelio Busso, perché tutto qui ci
riporta a lui… dobbiamo ammettere che
al seguito del vecchio Busso si era formata
una nutrita schiera, o scuola, di allievi che
presero da lui non solamente l’avvio dell’arte, ma ne ereditarono i disegni e i carto-
In basso, sempre a partire da sinistra: l’esterno del noto santuario; l’arco trionfale sul quale vi è rappresentata l’assunzione di Maria con, ai lati,
san Giovanni Battista e santo Stefano, e sopra il crocefisso ligneo cinquecentesco; infine, lo splendore dell’altare con la nicchia dove si venera la
famosa Madonna con Bambino, fiancheggiata da due statue rappresentanti i genitori di Maria, cioè Giochino e Anna.
ni… siamo quindi davanti ad un episodio
artistico che caratterizza la pittura cremasca
sulla fine del Cinquecento e il principio del
Seicento. Sono gli anni in cui l’eredità del
Civerchio è esaurita; i nuovi astri della pittura cremasca, Carlo Urbino e Giovanni da
Monte, benché si dica di loro che furono
allievi di Aurelio Busso, lavorano lontano;
l’epoca del Pombioli e del Barbelli non è
ancora venuta; sul nostro suolo sono rimasti gli allievi del Busso, che cercano di fare
del loro meglio copiando il maestro... si
comprende che tutto questo lavoro è frutto
di diverse mani; diciamo di un maestro-capo, molto dotato e molto vicino al Busso, e
verosimilmente suo diretto discepolo, con
dei collaboratori più o meno esperti…».
Di sicuro, sempre secondo monsignor
Lucchi, dopo quello «grossolano del 1944
che ripassò con maldestro pennello tutte le
figure...», nel 1985 ci fu un secondo restauro, «una sospirata revisione restituì tutte le
parti originali, levando via le false sovradipinture e mettendo in chiaro le condizioni
degli affreschi originali. Questa prima operazione di pulitura rivelò subito finezze inaspettate, specialmente nei volti soavi delle
Madonne»
La figura centrale è quella della Madonna con Bambino, rara immagine in terracotta policroma che la rappresenta seduta
su un trono in terracotta. Questa è un’importante opera risalente «al fine del secolo
XV», «che si venera nell’oratorio» e che secondo le credenza popolare, «fu depositata
dalle onde infuriate» del Serio, e poi essendo «sorta la questione tra Sergnano e Pianengo, a chi dovesse toccare il privilegio di
appropriarsela», la statuetta stessa ha indicato «Sergnano col volgersi ripetutamente e
misteriosamente verso Sergnano».
«... il nostro oratorio
che la gente si compiace
di chiamare santuario»
scrive monsignor Lucchi,
«è di semplice e bella
architettura cinquecentesca...
ed entrando nel divoto
ed elegante santuario, la prima
impressione è quella
di entrare nell’atelier del
pittore Aurelio Busso, perché
tutto qui ci riporta a lui...»
15
La Cattedrale sta
ritornando bellissima
Purtroppo è slittata ancora l’apertura del Duomo. Ma una visita
al cantiere ci dimostra che il principale tempio di Crema non è
mai stato così bello. Si procede comunque verso la fine dei lavori.
B
isognerà pazientare ancora un po’
per ammirare finalmente il Duomo
restaurato. Non è chiaro quanto, ma l’augurio di monsignor Vito Barbaglio, presidente del Capitolo della cattedrale, nonché
della Commissione Restauri, è che l’opera
possa essere completata entro l’anno, dopo
oltre un anno e mezzo di lavori. Non è
stato, infatti, possibile riaprire il Duomo
in occasione del 12 ottobre, data in cui ha
preso il via l’Anno della fede indetto dal
Papa, così come avrebbe sperato il vescovo
Oscar Cantoni. La primavera scorsa si era
parlato addirittura di una possibile, parzia-
le apertura per la festa di San Pantaleone, il
10 giugno, ma fu presto evidente che rimaneva ancora molto da fare.
Il restauro ha interessato le cappelle del
Crocifisso, della Madonna e di San Pantaleone e le tre navate, di cui è stata completata
la pulitura del cotto, delle pareti intonacate e delle parti in pietra, con un’attenzione
particolare alle volte, dove si è lavorato per
mantenere la tonalità d’intonaco originaria, rinvenuta durante la stessa operazione
di pulitura. Il rosone della facciata nord è
stato smontato per intero, in modo da consentire una pulitura efficace e poi è stato
Quelle che potete ammirare in queste due pagine sono soltanto alcune delle foto che sono state
scattate dal geometra Ferdinando Vacchi, responsabile della sicurezza del cantiere del Duomo.
16
risistemato, con l’aggiunta di un secondo
telaio metallico come protezione, identico
all’originale ma con vetro trasparente, così
da figurare invisibile.
La stessa procedura ha riguardato anche
le vetrate: pure in questo caso, sono state
realizzate delle protezioni invisibili. Per
quanto riguarda le opere in pietra, come la
lunetta che domina il portone principale, i
tecnici si sono avvalsi di un particolare sistema di pulitura a laser, per rimuovere in
maniera molto più soddisfacente lo strato
di sporco, accumulatosi con il tempo. Scartata, invece, dopo una prima presa in considerazione, l’ipotesi di interrare il sistema di
riscaldamento. All’appello, ora, mancano
solo il campanile, l’impianto di illuminazione e i lavori affidati a Mario Toffetti,
che si sta occupando della cattedra, del pavimento del presbiterio e dell’ambone.
Lo scultore è attualmente al lavoro sul
pavimento, è a buon punto con la cattedra episcopale. Per l’impianto luci, come
ci informa l’architetto Vania Scaramuzza,
coordinatrice dei restauri, occorre aspettare il parere positivo della Soprintendenza,
il cui sopralluogo è atteso a giorni. «Fino
a che non ci sarà questo controllo» spiega l’architetto, «non è possibile lucidare il
pavimento e quindi trasportare gli arredi
all’interno».
Infine, i lavori al campanile sono terminati da breve. L’intera opera di restauro
arriverà a costare presumibilmente 3,5 milioni di euro, praticamente un milione in
più della cifra iniziale, ma il Capitolo aveva
preventivato questo possibile aumento.
«Tuttavia, questi costi sono notevoli»
sottolinea il presidente del Capitolo della
Cattedrale. «Per questo stiamo cercando
altri sponsor, oltre a quelli che già ci hanno sostenuto. In caso contrario, dovremo
per forza di cose ricorrere a un mutuo».
Come si ricorderà, Banca Cremasca è stata tra i primi sponsor che hanno risposto
all’appello per il restauro della Cattedrale
di Crema.
17
La nostra storia
Sono ormai passati 120 anni
dalla sua fondazione dovuta
alla forte determinazione
dell’allora parroco, don
Agostino Fasoli. La Cassa
ebbe sede nella canonica
per tanti anni, e per questo
fu il simbolo di una scelta
confessionale marcata. Poi,
il nostro salto nel tempo ci
porta agli anni Trenta quando
- fino ai tempi del «miracolo»
economico - a dirigere
l’istituto fu chiamato Mario
Lunghi. E suo figlio, don
Marco, ci svela quel periodo
nel quale il microcredito
salvò moltissimi dalla miseria.
La banchèta
da Santa Marea:
ecco come è nata
e si è sviluppata
Una tesi di laurea ci illustra
perché le origini di Banca Cremasca
si trovano anche in questo quartiere.
E il figlio illustre di un grande
direttore ci racconta i suoi ricordi.
Q
uando, come e perché è nata la
Bcc di Santa Maria che oggi fa
parte di Banca Cremasca? Fra i testi che
abbiamo trovato, degno particolarmente di
nota è la tesi di laurea di Elena Pariscenti
(Economia e Commercio, Facoltà di Economia dell’università degli Studi di Bergamo) dal titolo: «Storia delle Banche Cooperative: il Caso della Cassa Rurale dei Prestiti
fra i Terrazzani di Santa Maria della Croce». E’ da questa tesi di laurea che andiamo
a prendere alcuni paragrafi per inquadrare
la nascita e i primi anni di vita di quella che
venne familiarmente chiamata «la banchèta
da Santa Marea». Leggiamo.
«Domenica 27 novembre 1892, nel comune di S.Maria della Croce e precisamente nella casa parrocchiale sita nella Piazza
del Santuario, venne formato l’atto costitutivo della Cassa di prestiti tra i Terrazzani
del comune di Santa Maria della Croce. La
denominazione “terrazzani” è traducibile
con “contadini”, ma anche con “abitanti di
un borgo, paesani”; essa ben rappresenta le
categorie a cui si rivolse la Cassa, la stretta
circoscrizione locale di riferimento e il forte senso di appartenenza ad una comunità
limitata». Lo scopo della Cassa, così come
indicato nell’atto costitutivo era quello di
«migliorare la condizione materiale e mora18
le dei suoi soci, fornendo loro, sotto speciali garanzie e contratti, il denaro necessario
per i loro bisogni agricoli e commerciali e
di favorire nello stesso tempo il risparmio».
Continua lo scritto di Elena Pariscenti:
«La costituzione della Cassa avvenne per
iniziativa del parroco, don Agostino Fasoli… l’atto venne redatto dal notaio Luigi
Meneghezzi, che aveva stilato anche quello della cassa Rurale di S. Bernardino… la
Cassa venne costituita sotto forma di società cooperativa in nome collettivo da venti
soci fondatori… appare subito evidente la
scelta confessionale abbracciata dalla Cassa, testimoniata non solo dalla presenza tra
i soci del parroco e del curato (era Carlo
Polomini ndr) della parrocchia, ma anche
dalla scelta della casa parrocchiale come
sede ufficiale della Cassa (ubicazione che
rimase invariata per molti anni). Dopo le
guerre, l’ufficio della Cassa venne trasferito in un locale delle Acli di S.Maria e solamente in seguito si affittò un locale che
fosse riservato esclusivamente all’attività
della Cassa».
Dunque, ecco la caratteristica dominante
della «banchèta»: era una banca «fortemente cattolica fin dalla sua nascita; elemento
caratterizzante della sua storia fu il fortissimo legame tra i parrocchiani e il loro par19
La nostra storia
roco, Don Agostino Fasoli, e il loro grande
impegno in campo religioso»; un’impronta
cattolica «in contrasto con quella laica della Cassa rurale di S. Bernardino». Ma nello
statuto della banca non viene richiesto di
essere cattolici, come in altre Casse; fra i requisiti fondamentali richiesti è la residenza
nel comune di Santa Maria della Croce o
l’avere lì “frequente dimora o coll’avervi
continuate relazioni”, tanto che il trasferimento della residenza ad altro comune è
motivo di perdita della qualità di socio».
Chi era don Fasoli? «Nato il 30 novembre 1825 a San Michele, figlio di Michele
Fasoli, di professione contadino, e di Margherita (o Margarita) Fusar Poli, originaria di Credera, venne ordinato sacerdote il
23 settembre 1848 nel Duomo di Crema.
Nel 1850 fu ordinato coadiutore del Vicario Spirituale di S. Benedetto di Crema,
nel 1858 preposto di S. Michele e nel settembre 1860, parroco di Santa Maria della
Era il 16 gennaio 1893: quel
giorno si riunirono 17 dei 20
soci fondatori della banca. Che
elessero il primo Consiglio
d’amministrazione dell’istituto
che fu rappresentato da un
«fittabile», un «negoziante»,
2 «possidenti» e 2 «lavandai».
derazione di Santa Maria della Croce come
parrocchia “difficile”». Forse c’era già stato,
prima dell’arrivo di don Fasoli, «qualche
tentativo di manifestazione anticlericale,
contro il quale la popolazione della parrocchia si era ribellata… all’interno del paese si
manifestavano contrasti tra i cattolici e al-
carattere molto forte.
Ma ritorniamo alla banca. «Il 16 gennaio
1893 si riunirono 17 dei 20 soci fondatori per “nominare gli individui che devono
assumere le cariche di componenti la Amministrazione della Società”». In pratica, il
Consiglio di amministrazione di oggi. Nella stanza dei bottoni dell’istituto entrarono
un «fittabile», un «negoziante», due «possidenti» e due «lavandai». «La professione di
lavandaio (“laandèr”) era tipica del comune
di Santa Maria della Croce. Essi lavavano la
biancheria dei nobili e dei borghesi cremaschi, le tovaglie delle trattorie e le lenzuola
dell’ospedale utilizzando enormi caldaie
nelle quali facevano bollire ad acqua e cenere i panni che poi venivano sciacquati
nei numerosi fossi… i lavandai erano una
categoria privilegiata con guadagni superiori a quelli dei contadini. Significativa nel
Comune era anche la presenza dei mulini e
A sinistra, don Marco Lunghi. In alto, l’attuale sede della filiale di S. Maria di Banca Cremasca. Qui sotto, la villetta in via Bergamo, subito
dopo la curva della Basilica in direzione di Pianengo, nella quale Mario Lunghi, l’amato e stimato direttore della «banchèta da Santa Marea»,
trasferì l’istituto di credito negli anni che furono contrassegnati dal boom economico. «I clienti venivano sia da Crema che dai paesi vicini».
Don Marco Lunghi
Croce». Divenne prevosto di questa parrocchia per meriti particolari? No. Ecco, infatti, un’altra delle tante curiosità storiche
trovate in questa tesi di laurea: «… il vescovo Ferrè annunciò il concorso per l’assegnazione della parrocchia. Don Fasoli fu
l’unico candidato, forse a causa della consi20
cuni abitanti laici o addirittura anticlericali, contrasti resi più aspri dal clima generale
di scontro tra Stato e Chiesa e dal conflitto
di competenze sorto tra potere religioso e
potere laico… Don Agostino Fasoli entrò
in conflitto con il potere laico in più occasioni…». Era un sacerdote, dunque, dal
dei mugnai, che rientravano nella categoria
degli agricoltori. Lungo la Via Mulini, infatti, le attività diffuse erano quelle dei lavandai e dei mugnai per la presenza di fossi
su entrambi i lati della via».
Ma qual era la professione dei primi soci
della banca? Lo si scopre leggendo il verbale
della sesta adunanza dell’assemblea generale della Cassa. «Quando la nostra Società si
è costituita legalmente, i Soci iscritti erano
17, e al 31 dicembre 1893 salirono a 28.
Undici soci in più! E’ un bel numero se si
considera che questa nostra Società Cooperativa è ristretta al solo nostro Comune che
non arriva alle duemila anime. Di questi
soci, 9 sono agricoltori, 10 possidenti, 5
lavandai, 3 negozianti, 2 sacerdoti, 1 muratore».
Vediamo ora che cosa emerge dall’analisi dei primi bilanci. «Nonostante l’esiguità
del capitale sociale (£ 280) e dei depositi
di terzi quasi inesistenti (£ 5,17), la Cassa
Rurale di Santa Maria della Croce riuscì nel
primo anno d’esercizio a erogare ai soci ben
26 prestiti utilizzando un prestito in Conto
Corrente aperto presso la Banca Popolare
di Crema. I prestiti venivano richiesti principalmente per esigenze legate all’attività
produttiva. E’ significativo sottolineare
che, tranne il primo anno d’attività, la Cassa non ha mai registrato perdite negli anni
presi in considerazione (1892-1901). E a
conferma dell’importanza sociale di questa istituzione, il numero dei soci continuò
a crescere, passando da 20 a 62 nei primi
otto anni di attività, così come aumentarono le richieste di prestiti e i depositi di
terzi».
Infine, per quanto riguarda i primi anni
di vita della banca, ecco il verbale dell’assemblea che ha approvato il primo bilancio
(1893) redatto dal presidente don Agostino
Fasoli: «Ciò che merita di essere bene rilevato da Voi è: 1. Il cresciuto numero dei Soci
in questo primo anno di vita della nostra
Società; 2. Il movimento di Cassa, che in
detto anno si è effettuato; 3. L’ammontare
dei Prestiti distribuiti; 4. L’uso che di questi
si è fatto… Il movimento di Cassa in questo primo anno d’esercizio salì a 4.364,92
tanto nell’entrata quanto nell’uscita. I prestiti fatti per un ammontare di 3.580 furono 26. Di questi, 7 per la complessiva
somma di £ 1.120 furono impiegati nella
compera di legna da fuoco, 9 per la complessiva somma di £ 1.200 hanno servito in
parte a soddisfare affitti scaduti ed in parte
a comperare Bestie, 1 per £ 200 fu impiegato nella compera di grano da commerciare,
3 per £ 370 a pagare la “mercede” ad operai
impiegati in lavori necessari ed utili, 1 di
21
santa maria
La nostra storia
Mario Lunghi con il figlio, don
Marco. Ricorda il sacerdote:
«Mio padre era un buon
ragazzo e una buona testa,
nonostante i suoi studi non
siano mai andati oltre
le elementari». Due furono
i suoi maestri di economia
e finanza: «Lello Frezza»,
milanese, e «Rito Rocca»,
cremasco, «direttore della
Cassa rurale di Capralba».
Altro momento storico: così imbandierata,
viene inaugurata la nuova sede della
Cassa rurale ed artigiana di S. Maria.
22
£ 180 per far acquisto di masserizie, 5 per
£ 510 furono impiegati nella compera di
frutti da rivendere».
E il verbale così continua: «E’ un discreto movimento e, possiamo dirlo con
compiacenza, attivato e compiuto con la
prescritta regolarità, mercé l’opera assidua
giudiziosa del nostro contabile, nelle mani
del quale sta la relativa registrazione e per la
puntualità, con cui i Soci hanno soddisfatto il loro dovere alla scadenza delle relative
cambiali. Questo cioè: le attività del nostro contabile, e la puntualità dei Soci nel
soddisfare ai propri impegni, quando non
vengano meno, fanno sperare un prospero
avvenire nella nostra Cassa Rurale; prospero avvenire che, ove si effettui, come ne ho
piena fiducia, tornerà di grande vantaggio
al nostro Comune, e di non scarsa soddisfazione anche per noi tutti, che ci siamo
adoperati a fondarla, e con diligente premura la sosteniamo».
Ora, come se avessimo in mano la
macchina del tempo, passiamo dalla fine
dell’Ottocento, ai primi decenni del Novecento. Che banca era diventata quella di
Santa Maria? Per saperlo, ci viene in soccorso don Marco Lunghi, figlio di Mario, il
famoso e amato direttore che tenne prima
in vita l’istituto di credito e costruì, poi,
le basi per lo sviluppo della «banchèta».
«Ho vissuto di riflesso quanto accadeva alla
banca perché a quei tempi frequentavo il
seminario, e i seminaristi non erano tanto
presenti nelle loro famiglie».
D’accordo. Affidiamoci, quindi, ai ricordi di don Marco, docente di antropologia
culturale all’università Cattolica, direttore
di «Insula Fulcheria», e inoltre, racconta, «mi occupo degli scout, scrivo e tengo
conferenze». Via al racconto. «Le origini
dei Lunghi risalgono ai “laander” di Santa
Maria. Poi si sono dedicati all’agricoltura:
possedevano una cascina alla Boscarina con
i campi attorno. Era la “old house” (la “vecchia casa”) della famiglia. Papà è nato lì, vi
è cresciuto prima di trasferirsi al Torchio,
località nei pressi del cimitero di Santa Maria, dove c’era la ruota del mulino. In poche
parole, papà dirigeva una piccola azienda
agricola». «La mia era una famiglia molto religiosa» continua don Marco, «legata
alla parrocchia e dedita alle opere sociali
promosse dai parroci all’inizio del secolo
scorso. Erano i tempi dei “masaniei” e della
gente che emigrava in America. Le prime
grandi iniziative del credito cooperativo
nascono nell’ambiente delle parrocchie. A
Vaiano, soprattutto, dove era diventata emblematica la figura del parroco come persona attiva sia in campo religioso che sociale».
Nel 1885, infatti, don Barboni fondò la
Società Operaia di Mutuo Soccorso che garantiva un minimo di assistenza in caso di
malattia o infortunio ai lavoratori agricoli;
nella stessa direzione andò anche la sua più
importante iniziativa: la fondazione della
Cassa Rurale nel 1894.
Ma riandiamo agli primi anni del Novecento. «Mario Lunghi» racconta il figlio
sacerdote, «era un buon ragazzo e una
buona testa, nonostante i suoi studi non
fossero andati oltre le elementari». Il futuro direttore della «banchèta» era del 1904.
La moglie, figlia di un mugnaio, veniva da
via Mulini. Parroco ai quei tempi era don
Pietro Brazzoli, canonico onorario. Un
quartiere turbolento quello di Santa Maria, si diceva. «C’erano i lavandai, gli operai
della Ferriera» racconta don Lunghi, «e si
stavano diffondendo i primi segnali di socialismo. Brava gente, senza dubbio, ma
parroco e curato avevano una maggiore
predilezione per i parrocchiani che venivano dalla campagna».
D’accordo. Ma come si è arrivati alla
«banchèta»? «A Santa Maria, abitava una
nobile, Antonietta Donati. Durante la
guerra del ‘15-’18, conobbe un ufficiale,
Lelio Frezza. Veniva da Milano. Lo accolse
in casa. Frezza aveva frequentato le scuole
superiori e aveva conoscenze in quella che
oggi chiameremmo la business admistration. Sposatosi, si era trasferito con la famiglia nell’abitazione della Donati diventando amministratore dei beni della signora.
Aveva fondato anche una fabbrica di ferri
da cavallo. Aveva aderito al fascismo e partecipato alla guerra civile spagnola; nella
battaglia di Guadalajara, che si svolse dall’8
al 23 marzo del 1937, fu ferito a morte,
lasciando così una la moglie vedova e tre
orfani, due ragazze e un ragazzo».
Come avete capito, siamo negli anni
Trenta. Mario Lunghi è giovane. «Frezza, con pazienza» racconta sempre don
Marco, «lo istruisce, e papà impara». Nel
frattempo, diventa utile la conoscenza di
un altro personaggio importante per il giovane direttore della Rurale di Santa Maria:
Rito Rocca, direttore della Cassa rurale di
Capralba che aveva una preparazione più
specifica avendo frequentato quelle che un
tempo si chiamavano le «Commerciali».
«Mio papà, per casi specifici, sentiva sempre Rocca». Il giovane bancario si sposa nel
1932, don Marco nasce nel 1933, primo di
nove figli, e la famiglia si trasferisce dalla
Boscarina al Torchio dal 1934. In un locale
della casa, ricomincia la storia della banca
di Santa Maria.
Poi la seconda Guerra mondiale. Tempi
difficili. «La gente apprezzava mio papà,
un uomo sincero e pio. Alla sera, all’ora di
cena, c’era sempre un via vai di povera gente che veniva a chiedere in prestito i soldi
per sposare i figli, per aprire una piccola
attività, per pagare i debiti. Mio papà mangiava rapidamente ed era poi disponibile
ad accogliere queste persone che arrivavano
anche sotto l’acqua e la neve. Finché vivrò,
non potrò dimenticare quegli sguardi pieni
di tristezza e di speranza. Forse le mie future scelte di sacerdote ebbero origine proprio
lì, nell’osservare quelle facce di umanità
semplice e dignitosa».
Finita la guerra, «noi seminaristi tornavamo a casa per le feste di Natale. Mi
ricordo i bilanci di fine anno che dovevano essere chiusi il 31 di dicembre. Venivo
assoldato anche se in matematica non ero
una cima, ma per fare somme e sottrazioni,
insomma, ci arrivavo anch’io. Si trascorreva
l’ultimo giorno dell’anno a fare i conti. Lo
stesso succedeva nelle altre banche». Don
Marco si ricorda anche le tradizionali visite
(«una volta l’anno») degli ispettori di Banca
d’Italia: «Papà non ha mai avuto problemi
con la Vigilanza, ma in quei due o tre giorni di ispezioni, in casa scendeva il silenzio».
E, finita la guerra, «ci fu un salto di qualità». Il fratello Domenico, dopo le «Commerciali», entrò in banca che venne trasferita in una villetta (oggi è un’abitazione
privata), costruita negli anni ’50-’60 su via
Bergamo, appena dopo la Basilica in direzione di Pianengo. «E fu il boom. I clienti venivano dai paesi vicini e da Crema».
Vennero assunti altri collaboratori. Mario
Lunghi si trasferì dal Torchio in via Berga-
mo, a pochi passi dalla «banchèta», nella
casa che fu di Antonietta Donati, la nobile
che aveva ospitato quel Frezza che gli aveva
insegnato i primi rudimenti su come dirigere una banca. «Poi papà andò in pensione
negli anni Settanta». Oggi don Marco abita
nella casa paterna che considera l’autentico
patrimonio di suo padre: patri-munus, etimologicamente «il dono del padre».
Racconda sempre don Marco:
«La gente apprezzava mio
papà, uomo sincero e pio. Alla
sera, all’ora di cena, c’era
sempre un via vai di povera
gente che veniva a chiedere
in prestito i soldi per sposare
i figli, per aprire una piccola
attività, per pagare i debiti».
Quanti ricordi! Siamo al momento della benedizione della nuova sede della filiale di Santa Maria
di Banca Cremasca con un sorridente monsignor Carlo Manziana, l’allora vescovo della nostra città.
23
Il nostro linguaggio
Sopra, Luisa Bajetta dell’ufficio analisi gestionale, direzione strategica e mercati finanziari
di Abi. Sotto, Federico Rajola, professore di organizzazione aziendale della Cattolica.
F
ederico Rajola, professore di organizzazione aziendale dell’università
Cattolica, direttore del Cetif (Centro di
ricerca su tecnologie, innovazione e servizi
finanziari) non ha dubbi: «Ci sono canali
diversi dallo sportello da utilizzare in modo
strategico e attraverso i quali fare marketing
negli istituti». Se, infatti, si parla di tecnologia nel rapporto tra banca e cliente, «bisogna accendere i riflettori su Internet perché
nulla è paragonabile alla Rete e ai canali
virtuali». «Il nuovo territorio è il Web. Con
uno smartphone si ha la banca in tasca». La
multicanalità? «E’ già vecchia, oggi bisogna
parlare di intercanalità».
Luisa Bajetta, dell’ufficio analisi gestionale, direzione strategica e mercati finan24
L’internet
banking:
la tua banca
in tasca con
un semplice
smartphone
ziari di Abi, ci fornisce dati interessanti: i
clienti di Internet banking erano 9 milioni
due anni fa, sono cresciuti a 10 milioni nel
2010 e saranno 12 milioni e 800mila nel
2012. Fra questi, il 38% è cliente di più
istituti di credito, il 50% utilizza l’home
banking per i bonifici, il 48% per fare investimenti e il 77% ha la carta di credito.
Sono esperti della Rete: il 20% naviga tutti
i giorni nei siti, altri una volta la settimana.
I 2/3 di questo esercito si serve di Internet
banking da casa, il 37% dal posto di lavoro
e, infine, il 25% utilizza non solo il computer, ma altri strumenti quali gli smartpho-
C’è chi continua a preferire
gli sportelli delle banche
perché ha la filiale vicino
a casa o vuole interloquire
con il cassiere e il funzionario
o ritiene la Rete ancora poco
sicura a causa degli hacker.
ne, i palmari e i tablet.
Ma ci sono molti italiani che preferiscono la filiale. Loro l’hanno spiegato così: il
34% privilegia lo sportello perché vuole
interloquire di persona con il cassiere e il
funzionario, il 39% perché ha l’istituto di
credito a pochi passi da casa, il 41% perché
ritiene superfluo il Web dovendo effettuare solo pochi movimenti, mentre, infine, il
(20%) ritiene poco sicuro l’Internet ban-
king. Ecco altri dati interessanti: nel 2005
passavano comunque in filiale un milione
e 900mila clienti (media mensile) che utilizzavano già l’Internet banking; i quali,
5 anni dopo, erano già scesi a 1,5 milioni, mentre il 30% di chi utilizza la Rete,
in agenzia non ha messo piede nell’ultimo
anno.
Se questa è la realtà, se cioè il cliente banconauta dallo scaffale finanziario virtuale
prende quello che vuole, questa sua autosufficienza si rivela un bene o un male per
il marketing? Luisa Bajetta avverte: «E’ un
cliente difficile da approcciare per fare business. I motivi? Tanti. Il primo: i prodotti
finanziari non sono facili da trasferire sulla
Rete. Il secondo riguarda le aspettative: chi
usa il canale virtuale si aspetta di ottenere tutto e subito, mentre l’apertura di un
conto corrente e la vendita di un prodotto
finanziario sono operazioni che richiedono
un certo tempo».
Insomma, l’Internet banking crea una
desertificazione della relazione. Coloro che
lo usano hanno codici propri e, quindi, bisogna saper dialogare con un mondo che
si aspetta essenzialmente tre cose: utilità,
velocità, economicità. Soprattutto per loro,
la nuova frontiera del marketing deve saper costruire una piattaforma esperienziale
plurimodale. Che significa: coinvolgere il
cliente sulla Rete, emozionarlo, consolidarne la relazione, spingerlo ad avere un
atteggiamento empatico nei confronti della
stessa banca.
Dizionario
Finanziario
TITOLI DI STATO
BTP
Btp è la sigla indicante un titolo del debito
pubblico emesso dallo Stato italiano a tasso fisso che di norma viene emesso su scadenze a medio e lungo termine. I Btp sono
acquistabili in asta in base ad un apposito
calendario definito dal Dipartimento del
Tesoro del Mef, il Ministero dell’Economia
e delle Finanze. Oppure si possono comprare sul MOT, il Mercato Telematico Obbligazionario tutti i giorni di Borsa aperta.
Sul mercato i prezzi dei Btp si muovono in
funzione di diversi fattori. Uno dei principali è dato dal rating che identifica il rischio paese.
CCT
I Cct o Certificato di Credito del Tesoro
sono titoli di debito a tasso variabile emessi dallo Stato italiano attraverso delle aste
programmate e riservate agli investitori
privati ed a quelli istituzionali. I Cct sono
indicizzati nel tasso all’andamento dei Buoni ordinari del Tesoro, e pagano al pari del
Btp una cedola con la cadenza semestrale. I
Cct possono essere acquistati e venduti sul
MOT per lotti che attualmente sono pari
a 1000 euro nominali o multipli di mille
euro. Il MOT - Mercato Obbligazionario
Telematico - è accessibile attraverso gli intermediari sia da parte degli investitori privati, sia da quelli qualificati e istituzionali.
CTZ
Il Ctz, o Certificato di Credito del Tesoro
Zero Coupon, è un titolo di debito emesso dallo Stato italiano a tasso fisso e con
scadenza a 24 mesi. Il Dipartimento del
Tesoro del ministero dell’Economia e delle
Finanze lo emette sul mercato in base ad
uno specifico calendario di aste. Una volta collocati, i Ctz si possono poi negoziare
tutti i giorni di Borsa aperta sul Mercato
Obbligazionario Telematico (MOT) organizzato e gestito da Borsa Italiana S.p.A.
Sul MOT, detto anche mercato secondario, i Ctz si possono comprare e vendere
tutti i giorni di Borsa aperta per lotti pari a
minimo mille euro nominali o multipli di
mille euro.
Avere una cultura finanziaria è meglio.
Perché parlare la stessa lingua di chi lavora in banca
significa capirsi bene. I termini di attualità.
OBBLIGAZIONI
Le obbligazioni sono dei titoli di debito
emessi da società quotate e non, enti pubblici. Possono essere emesse anche da uno
Stato sovrano e rientrano allora nella categoria dei titoli di Stato. Le obbligazioni
offrono un rendimento che può essere a
tasso fisso, variabile o misto in ragione di
parametri noti e definiti in sede di collocamento delle obbligazioni stesse. Il rendimento delle obbligazioni è funzione
del grado di solvibilità dell’ emittente che
viene misurato con il cosiddetto rating da
parte delle Agenzie specializzate. Più il rating è di qualità, minore sarà il tasso offerto
dall’emittente per rastrellare liquidità sul
mercato. Il mancato rimborso dei prestiti
obbligazionari si traduce in un default sia
per una società, quotata e non, sia per uno
Stato sovrano.
AZIONI
Le azioni sono titoli rappresentativi di
una quota della proprietà di una società.
Le azioni sono dei titoli che, quotati e negoziabili su un mercato regolamentato ( detto
mercato azionario), risultano essere rappresentativi del capitale contribuito alla
società da parte degli azionisti, chiamato
anche capitale di rischio o capitale sociale.
Le azioni più diffuse in Italia sono quelle
ordinarie, ma ci sono anche le azioni di
risparmio e le azioni privilegiate. I titolari di azioni ordinarie di una società hanno
diritto a partecipare alle Assemblee degli
azionisti e a votare anche per delega.
FONDI COMUNI
DI INVESTIMENTO
Il Fondo Comune di Investimento è
una forma di “investimento collettivo”
nel quale confluiscono i capitali messi a
disposizione da svariati investitori. Il fondo Comune di Investimento fa parte degli
organismi di Investimento Collettivo del
Risparmio. I Fondi raccolgono il risparmio
degli investitori con le somme conferite
che vengono investite sui mercati, ad esempio in quelli azionari e/o obbligazionari. In
Italia, un Fondo Comune di Investimento
è soggetto ad uno stringente controllo e a
una altrettanto severa politica di vigilanza
a tutela dei risparmiatori. Le quote di un
Fondo comune di Investimento si possono sottoscrivere in banca previa lettura del
prospetto e delle note informative dove
sono contenuti anche i fattori di rischio
legati all’investimento unitamente agli
eventuali costi di sottoscrizione. Le quote
di un Fondo Comune di Investimento si
possono sottoscrivere anche fuori dai locali commerciali avvalendosi del supporto e
della consulenza offerta da un promotore
finanziario.
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Gita alle isole
Borromeo: che
bella giornata
con solidarietà
I soci hanno rinunciato al premio annuale
di 5mila euro - offerto a loro dalla banca per devolvere questa cifra alle popolazioni
terremotate dell’Emilia.Un grande gesto.
E
vento con solidarietà. L’evento,
come annunciato, c’è stato nel settembre scorso con oltre 400 soci di Banca
Cremasca che hanno visitato le Isole Borromeo, situate nel Lago Maggiore a 400
metri circa al largo di Stresa. La solidarietà è stata, invece, una sorpresa: durante il
pranzo, nei saloni dello splendido Regina
Palace, i soci hanno rinunciato al regalo annuale del valore di 5 mila euro offerto dalla
banca per devolvere questa cifra alle popolazioni terremotate dell’Emilia, concordando, quindi, con la proposta avanzata dal
Consiglio di amministrazione della Bcc e
illustrata dal presidente dell’istituto, Francesco Giroletti, che ha ricordato come il
2012 sia stato proclamato dall’Onu «anno
internazionale della solidarietà». Sempre
in quest’occasione, il presidente Giroletti e il vice presidente di Banca Cremasca,
Giuseppe Capellini, hanno premiato il
socio più anziano (Francesco Paiardi detto
Tonino, del 1920) e la più giovane partecipante (Daniela Zavattiero del 1988).
Grandi applausi. Assistiti da 24 dipendenti
della banca, i soci sono arrivati a Stresa alle
10 circa del 23 settembre. Poi, la traversata
in traghetto per l’Isola Bella con la visita
a Palazzo Borromeo e al suo lussureggiante
parco, illustrata da guide molto professionali.
26
Di gusto barocco, l’imponente edificio,
la cui costruzione è iniziata nel 1632 ed è
terminata nel 1671, è ancora di proprietà
dei Borromeo che occupano a tutt’oggi i
locali ai piani superiori. Molto apprezzati
sono stati l’interno, elegantemente arredato, e le grotte sotterranee - incrostate di
conchiglie e decorate da ninfe - utilizzate
nei secoli per la loro frescura dai Borromeo
e dai loro ospiti che vi passeggiavano d’estate. L’edificio fu visitato anche da Napoleone
con Josephine de Beauharnais. Ma ciò che
veramente ha colpito e lasciato senza parole
i soci di Banca Cremasca è stato il famoso
parco: un giardino all’italiana composto da
dieci terrazze sovrapposte a piramide mozza, abbellito da statue, fontane, arbusti rari,
piante esotiche e fiori dai profumi delicati
come la magnolia e le camelie. Ammiratissima e molto fotografata la parte in alto dei
giardini, soprannominata «anfiteatro» per
le rappresentazioni che qui si tenevano.
Risaliti sui traghetti, i soci hanno passeggiato per l’Isola dei Pescatori, la più
pittoresca delle Isole Borromeo e l’unica
a essere stabilmente abitata. Il suo piccolo
e antico borgo è caratterizzato dagli stretti
vicoli su cui spiccano le tipiche abitazioni a
più piani, con lunghi balconi adibiti all’essiccamento del pesce; gli abitanti dell’isola
vivevano principalmente di pesca, mentre
oggi il turismo è la principale loro attività.
L’Isola Madre, la più vasta tra le Isole Borromeo non è abitata, e i soci hanno potuto
ammirare dai traghetti una parte del suo
splendido giardino botanico all’inglese.
Ritornati a Stresa, i soci hanno avuto la sorpresa di essere serviti sotto berceaux bianchi del Regina Palace che coprivano tavoli
imbanditi per gli aperitivi. Poi, il generoso
e sostanzioso pranzo, qualche passo di danza per alcuni ballerini e visita a Stresa per la
gran parte dei soci che hanno potuto ammirare la città e consumare qualche caloria.
Infine, la ripartenza per il Cremasco. Bella
gita. Bella compagnia. Bella giornata.
Bcc, «non ci resta
che crescere!»
Il convegno delle banche lombarde di credito cooperativo:
l’esigenza della crescita è centrale per gli istituti e il Paese.
L
e Banche di Credito Cooperativo non
arretrano dinanzi alla crisi e consolidano i risultati ottenuti nell’ultimo anno nonostante un contesto economico e sociale
che rimane molto incerto, complesso e in
parte peggiorato. È quanto emerge dagli indicatori economici aggregati del primo semestre 2012 riferiti alle 44 Banche di Credito Cooperativo operative nel territorio
della Lombardia che sono stati presentati
nel corso del convegno di studi del Credito
Cooperativo lombardo a Pacengo di Lazise
del Garda (Verona).
In particolare, la raccolta presso la clientela nel primo semestre del 2012 è cresciuta
di quasi due punti percentuali, superando
i 30 miliardi di euro (nel giugno 2011 le
Bcc lombarde avevano raccolto 29,5 miliardi di euro). In leggero aumento anche
gli affidamenti alla clientela passati dai 27,6
a 27,7 miliardi di euro (+0,6% rispetto a
giugno 2011). Il dato di crescita forse più
significativo per le 44 Bcc della Lombardia
è quello relativo alla base sociale, passata
dai 165.764 soci del primo semestre 2011
ai 171.669 del 2012.
Numeri importanti si rilevano anche sul
fronte della rete commerciale sul territorio:
al 30 giugno 2012 le filiali e gli sportelli
delle Bcc lombarde erano 832, mentre i
dipendenti ammontano a 6.061 unità. Nel
complesso, quello delle Bcc si conferma un
sistema capace di rispondere alle molteplici
esigenze provenienti da famiglie e imprese.
«Il contesto tuttavia è ancora molto incerto, per queste serve un forte impegno per
governare il cambiamento» ha dichiarato
Alessandro Azzi, presidente di Federcasse
e della Federazione Lombarda delle Banche di Credito Cooperativo. «Le nostre linee strategiche, già indicate nel Convegno
di studi 2011, rimangono quanto mai attuali: rafforzamento della rete, razionalizzazione dei costi, sistema dei controlli e fondi
di garanzia».
Il titolo del convegno era: «Non ci re28
sta che crescere». Che cosa ha detto Azzi?
«“Non ci resta che crescere” è un’espressione
che può valere sia per l’Italia, sia per il credito cooperativo. Se guardiamo al sistema
Paese, l’esigenza della crescita risulta centrale. Dai dati dell’Istat, emerge che a metà
del 2012 il Pil è sui livelli di fine 2003. La
crescita del Prodotto negli anni 2000-2011
è stata in Italia del 4,2%, rispetto al 16,5%
della media Ue a 27 Paesi. Se guardiamo
all’industria bancaria italiana nel suo insieme, emerge un dato molto preoccupante
- sottolineato dal presidente dell’Abi - circa la drammatica caduta di redditività. Le
banche italiane non riescono a guadagnare:
nel 2011 il Roe dei principali gruppi bancari è stato del 2,1% al netto delle rettifiche
sugli avviamenti, il più basso in Europa (la
media è del 7%). Se si fa un confronto tra
settori produttivi dei rendimenti totali per
gli azionisti (sommando dividendi e capital
gain), quello bancario è negativo per oltre
il 32%».
Ha continuato il presidente Azzi: «E intanto sui conti economici delle aziende di
credito si riflettono i costi della crisi (au-
mento del rischio essenzialmente, ma anche innalzamento del costo della raccolta) e
la difficoltà di comprimere i costi operativi,
la cui voce principale è rappresentata dalle spese per il personale, decisamente più
alte nel nostro Paese rispetto all’Europa,
con prospettive di gestione che la riforma
pensionistica, con l’innalzamento dell’età
pensionabile, ha reso più difficili. Sui giornali si parla di esuberi per 37.000 persone,
più del 10% della popolazione bancaria.
Sull’edizione bresciana del Corriere della
Sera si titolava: “Bancari, su Brescia la scure
dei tagli”, rilevando che, per ora, il sistema
BCC non è stato toccato dalla riorganizzazione. Potremo continuare a permettercelo? A quali condizioni?».
Belle domande. Ma continua il presidente di Federcasse: «Intanto i ricavi faticano
ad aumentare. L’Italia ha il 76% di conti
correnti per abitante in meno della media
europea; il 103% in meno delle carte di
credito per abitante. Lo stock investito nei
fondi pensione in rapporto al PIL è in Italia
del 2,4%, rispetto al 26,5% della media europea». Dunque…non ci resta che crescere!
La tavola rotonda al convegno e Alessandro Azzi (a destra e sotto), presidente di Federcasse e della Federazione lombarda delle Bcc.
E, allora, qual è il senso del “non ci resta
che crescere” per il Credito Cooperativo?».
Ecco le cinque risposte di Azzi. «C’è la
crescita in intensità e profondità di relazione con i propri soci, clienti e territorio:
ci siamo già detti che in questo il Credito
Cooperativo deve fare passi in avanti. Ci
stiamo accorgendo del fatto che la concorrenza sta sempre più lavorando sul crossselling? Guardate la recente comunicazione
pubblicitaria di una grande banca che propone le polizze auto allo sportello…».
C’è la crescita dimensionale: «Non
bisogna essere troppo piccoli da essere costretti ad arrancare, né troppo grandi da
correre il rischio di perdere il contatto con
i nostri territori».
C’è la crescita in termini di approccio
al mercato, che può diventare più evoluto
e proporsi proattivamente per accompagnare le esigenze di privati e imprese lungo
tutto l’arco della vita, biologica o professionale. C’è la crescita in termini di visibilità, reputazione, capacità di rappresentanza
degli interessi, tutti ambiti nei quali il Credito Cooperativo ha fatto indubbi passi in
avanti. Ma che oggi pongono nuove, impegnative, sfide, all’interno di culture che
permangono poco orientate alla biodiversità bancaria e poco disposte a riconoscere
peculiarità, proporzionalità ed esigenze di
semplificazione.
C’è soprattutto la crescita in termini
di cultura, che, «metodologicamente, dovrebbe essere la prima crescita su cui investire. E significa apertura, investimento in
conoscenza e competenza, capacità di elaborazione strategica distintiva, capacità di
fare rete, capacità di valorizzare l’identità».
Ed ecco i temi sui quali interrogarsi,
che riguardano tutta l’industria bancaria e,
quindi, non possono non riguardare anche
il Credito Cooperativo:
• Se la ripresa si allunga, come riuscire a
«garantire la tenuta»?
• Data la compressione dei margini,
come continuare a fare banca per l’economia reale?
• C’è una forte tendenza alla rivisitazione
del modello di business delle banche. Da
un lato, la standardizzazione dei servizi “di
massa” (la «banca supermercato»); dall’al-
tro, la qualificazione e personalizzazione
dei servizi di consulenza, sui quali è richiesto un costante investimento in professionalità e competenza (la «banca boutique»).
Come ci poniamo come credito cooperativo rispetto a tali tendenze?
Tema costi. Se la tendenza è verso la
segmentazione dei canali di fruizione ed
una crescente digitalizzazione dei rapporti,
come “saturare” la capacità produttiva dei
nostri 4.400 sportelli?
Personale. Noi crediamo al valore delle
persone, e lo abbiamo dimostrato in questi anni, anche sostenendo l’occupazione.
Ma non siamo immuni dai problemi che il
contesto pone a tutti. Anche in relazione ai
contratti di primo e secondo livello, quali
sono le flessibilità che dobbiamo costruire,
per salvaguardare il bene primario della stabilità e del futuro delle aziende e di chi vi
lavora?
Tema ricavi. Quali investimenti sono
imprescindibili per rafforzare la nostra capacità di reddito? Investimenti in cultura,
in competenze, in organizzazione, in strumenti?
Banca Cremasca premia le finaliste del «Dossena»
Cesare Cordani e i mister di Parma (Pizzi) e Albinoleffe (Del Prato)
Cesare Cordani, direttore di Banca Cremasca, mentre premia Fausto Pizzi (a sinistra), allenatore del Parma, e Ivan Del
Prato, allenatore dell’Albinoleffe. Le due
squadre si sono affrontate, il 15 giugno
scorso, allo stadio Voltini di Crema, nella
finalissima del Trofeo Dossena 2012.
A vincere questa edizione è stato l’Albinoleffe. La rete ha deciso il torneo alla
mezz’ora circa della ripresa: l’attaccante Belotti è stato abile a raccogliere la respinta
del portiere parmense De Angelis su calcio di punizione battuto da Pontiggia. Per
l’Albinoleffe è stato un successo che vale
il primo trofeo Dossena della sua storia e
l’inserimento della squadra nell’albo d’oro
della manifestazione.
29
Le nostre ricette
S
Obiettivo:
la cooperazione
migliora la vita da subito
«Vince in Bono Malum», cioè
«Vinci il Male con il Bene».
E’ il titolo del libro scritto
dal professor Vittorio Dornetti
che ha spiegato la nascita
delle Casse rurali cremasche.
U
n libro nato su commissione, quando
scattarono i 100 anni di fondazione
della Casse rurali di San Bernardino e di Santa Maria, le antesignane di tutte le attuali Bcc
del Cremasco. Il lavoro fu, infatti, commissionato a Vittorio Dornetti - docente di italiano, latino, storia antica al liceo Scientifico
di Crema, e già autore di altre pubblicazioni
- dal Consiglio di amministrazione dell’allora Cassa rurale ed artigiana di Crema di cui
faceva parte anche Giorgio Natale Carniti,
insegnante di francese al liceo Scientifico di
Crema. Fu lui a scegliere il titolo della pubblicazione: «Vince In Bono Malum» («Vinci
il Male con il Bene») e a segnalare il professor
Dornetti al Cda della cooperativa di credito.
Un libro di 302 pagine. Tante per una
storia locale, o no? «Sì, se ci si basa sui pochi
documenti che ci sono stati tramandati. Ma il
metodo di investigazione storica che predili30
go parte certamente dai fatti locali che, però,
vengono inquadrati e spiegati da avvenimenti di ambito nazione. Così si capisce perché
le Casse rurali sono nate in Italia e perché
sono nate anche qui. Fondate in un’Italia
prettamente contadina, dirette da parroci e
curati, e animate da semplici fedeli che si organizzavano intorno ai prevosti e ai Comitati
parrocchiali, queste banche raggiunsero due
obiettivi: quello urgente di dover alleviare
la miseria nelle campagne senza fare ricorso
a metodi rivoluzionari, e quello più a lungo
tempo che doveva dimostrare come il cooperativismo fosse il modo di produzione - alternativo a capitalismo e socialismo rivoluzionario - in grado di migliorare la struttura stessa
dell’economia».
E perché le Bcc attecchirono qui?
«Perché il Cremasco era una zona bianca, diretta e coordinata dai parroci, gli “intellettuali” di questa enclave. E perché qui fece proseliti, soprattutto nel “basso clero”, l’Opera dei
Congressi e, quindi, l’integralismo cattolico
di fine Ottocento: le Casse rurali, insomma,
nacquero anche per realizzare una presenza
nuova di cattolici all’interno di uno Stato liberale che veniva radicalmente osteggiato dal
clero e nelle parrocchie. Non bisogna neppure dimenticare, però, che anche i cosiddetti
“radicali” , cioè la sinistra dell’allora partito liberale, che aveva sèguito nella piccola e media
borghesia, non erano molto teneri nei loro
attacchi anticlericali».
Ma al di là dei rapporti Stato-Chiesa,
quale fu l’importanza delle Casse rurali?
«Furono la risposta giusta per contadini, piccoli commercianti e lavoratori autonomi ai
quali mancava la liquidità. I contadini, per
esempio, pagavano con la merce l’affitto della
terra e il costo delle sementi, e non gli rimanevano mai soldi da investire. Le Casse rurali
diedero a queste persone cifre modiche, ma
che permisero loro non solo di evitare gli usurai, ma anche di svincolarsi dalla schiavitù dai
proprietari terrieri».
Per esempio?
«Questi anticipavano il denaro ai contadini
quel tanto che bastava per acquistare sementi
e attrezzi, ma già sapendo che non sarebbero
riusciti, comunque, a restituirlo per intero.
Così il proprietario terriero legava sempre di
più a sé chi lavorava la terra. La Cassa rurale,
invece, cominciò a elargire del micro-credito e
per molti contadini fu l’uscita dal tunnel della miseria potendo disporre di piccole somme
da investire e sulle quali progettare un futuro
di guadagni. A capo di questi istituti troviamo sempre il parroco che custodiva le risorse
nella casa parrocchiale. Il capitale era formato
dalle tasse di iscrizione, anche rateizzate, alla
cooperativa di credito e, con gli interessi ricavati, si cominciò a prestare i primi soldi. Altre
risorse arrivavano da rappresentanti dell’alta
borghesia e nobiltà. Così è iniziata una grande lezione di economia, di cooperazione e di
solidarietà sociale che continua ancora oggi».
i dice che il Cremasco sia la patria
del tortello. E che ogni paese di
questo territorio, e addirittura all’interno
di ogni comunità, ci siano tortelli e tortelli.
Nel senso che ogni ricetta, top secret, viene
tramandata di madre in figlia. Il 15 di agosto si festeggia la tortellata in piazza Aldo
Moro a Crema, nelle feste popolari e nelle
sagre il piatto di tortelli non manca mai.
Per saperne l’origine, bisogna andarsi a leggere il capitolo scritto da Roberta Schira
e Annamaria Piantelli nel libro «Crema
a tavola ieri e oggi» edito dal Gruppo Antropologico Cremasco. Da cui prendiamo
alcuni passi. Scrive Roberta Schira: «E’
possibile ipotizzare l’origine del ripieno dei
tortelli cremaschi al XVI secolo, periodo
che vide la mescolanza di dolce e salato nei
piatti e soprattutto nel ripieno di ravioli e
tortelli…». «Anche l’uva sultanina compare in più di una ricetta; sono presenti oltre
che due libre di carne, un’oncia e mezza di
cannella, una libbra e mezza di uvetta secca
e una libbra di zucchero (1 oncia= 28 g; 1
libbra = 336 g)…». «Se il tortello cremasco è una derivazione di questo genere di
preparazione, resta da stabilire quando e
perché si è persa la presenza di carne nel
ripieno…». «Per quanto riguarda le spezie,
presenti in tutte le versioni della ricetta, ma
soprattutto componente base del famoso
mustassì…».
Aggiunge Annamaria Piantelli: «La realizzazione dei tortelli è quasi un rito, perché
richiede il ripetersi di gesti, un impegno
di tempo notevole, e il coinvolgimento di
diverse persone. Bisogna distinguere le tre
fasi di lavoro: il ripieno, la pasta, la cottura.
Il ripieno è quello che lascia più spazio alla
fantasia, in quanto gli ingredienti (amaretti, uvetta, cedro, pane grattato, biscotto
mustasì, noce moscata, formaggio grana,
sale, uovo, mentine, qualche liquore) vengono amalgamati in dosi non stabilite, e
non sempre tutti utilizzati, a secondo dei
gusti».
«La pasta (farina, uovo, acqua) dovrebbe essere rigorosamente prodotta a mano,
tirata sottile con il matterello, tagliata in
cerchio, in genere con un bicchiere; i cerchi
vengono, poi, imbottiti col ripieno, che è
riposato almeno dodici ore, piegati, pizzicati o fissati con la forchetta;: in genere in
famiglia c’è l’esperto per ognuna delle fasi.
La cottura, in acqua salata, lentamente; la
scolatura e il condimento con abbondante
burro fuso, salvia e grana grattugiato. «I gà
da negà ‘dal buro = devono annegare nel
burro; «I gnòc quant iè còt i ga da vègn a
Tortelli cremaschi
I segreti, le versioni, i riti
Roberta Schira e Annamaria Piantelli ne svelano l’anima. Il ripieno
risale al XVI secolo. Come lavorarli e cuocerli, gli ingredienti da usare.
gala, i turtèi i va sota = gli gnocchi quando
sono cotti devono venire a galla, i tortelli
devono cadere sul fondo della pentola». Infine, «Quant i sa tira so còn la furchèta, se i
sbasa i ale i è cot = quando si sollevano con
la forchetta, se abbassano le “ali” (i bordi)
sono cotti».
IN CUCINA, PICCOLO GLOSSArIO
(DI FrANCA GINELLI)
Buter = burro;
al noda ‘andal buter = avere tutto facilmente, essere nel lusso.
Cece = carne
Chisoi = schiacchite di pane
chisoi ‘n padèla = dolci fatti di pastella cotti
nello strutto.
Cinà = succhiare rumorosamente, mangiare la fetta d’anguria fino alla parte verde.
Còte o còce da pa = infornate di pane.
Custine da maiàl = costine di maiale generalmente cucinate con le verze.
Furmai = formaggio;
Truà chél dal furmai = trovare chi ti insegna
a stare al tuo posto.
Gandoie = noccioli
Grèmula = arnese per impastare il pane;
Fa ‘nda la grèmula = masticare, mangiare.
Mantìl = tovagliolo.
Marùda = matura, pronta
Tirà marut = spazientire.
Méche = pane di forma rotonda.
Menà = impastare
Al siòta menala = continua a girarci attorno.
Mischèrpa = mascarpone; restà come la mischèrpa = rimanere senza parole.
Mustasì = mostacino, biscotto speziato usato per i tortelli.
Nadròt = anatra.
Pacià = mangiare.
Paciàda = scorpacciata.
Poce = intingolo.
Quèrc = coperchio.
Ròsca = buccia.
Saurìt = saporito
Scusàl = grembiule.
Sfregoia = sbriciolarsi.
Sgagnàt = masticato.
Tòch = pezzo.
Tùchelì = pezzettino.
31
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