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La Regina Dei Castelli Di Carta

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La Regina Dei Castelli Di Carta
STIEG LARSSON
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
(Luftslottet Som Sprängdes, 2007)
Parte prima
Intermezzo in un corridoio
8 - 12 aprile
Si calcola che circa seicento donne prestarono servizio nella guerra civile americana. Si erano arruolate travestendosi da uomo. Al riguardo, Hollywood si è lasciata sfuggire un pezzo di storia della civiltà - o forse l'argomento è troppo spinoso sul piano ideologico? Difficilmente i libri di storia si occupano di donne che non rispettano i confini sessuali, soprattutto
in tema di guerra e uso delle armi. Dall'antichità fino all'epoca moderna, si
sono tuttavia conservati numerosi racconti di donne guerriere - le amazzoni. Gli esempi più noti trovano posto nei libri di storia perché le donne vi
compaiono come "regine", ovvero rappresentanti della classe dominante.
La successione politica, per quanto possa suonare sgradevole, a intervalli
regolari mette infatti una donna sul trono. Siccome le guerre scoppiano anche quando a capo della nazione c'è casualmente una donna, ci sono regine
guerriere che necessariamente compaiono alla stregua di un Churchill, uno
Stalin o un Roosevelt qualsiasi. Semiramide di Ninive, che creò il regno
assiro, e Boadicea, che guidò una delle rivolte inglesi più sanguinose contro l'impero romano, sono solo un esempio. La seconda, fra parentesi, è
immortalata in una statua che decora il ponte sul Tamigi di fronte al Big
Ben. Fatele un saluto, se vi capita di passarle davanti.
Invece, i libri di storia parlano molto poco delle donne guerriere che,
come soldati comuni, si esercitano nell'uso delle armi, fanno parte delle
truppe e vanno in battaglia contro gli eserciti nemici alle stesse condizioni
dei loro colleghi maschi. Eppure sono sempre esistite. Non c'è guerra che
sia stata combattuta senza partecipazione femminile.
1.
Venerdì 8 aprile
Il dottor Anders Jonasson fu svegliato dall'infermiera Hanna Nicander.
Mancavano pochi minuti all'una e mezza di notte.
«Che c'è?» domandò confuso.
«Elicottero in arrivo. Due pazienti. Un uomo anziano e una giovane
donna. La donna ha ferite d'arma da fuoco.»
«Aha» fece Anders Jonasson stancamente.
Si era appisolato una mezz'oretta e aveva ancora sonno. Stava facendo il
turno di notte al pronto soccorso dell'ospedale Sahlgrenska di Göteborg.
Era stata una serata alquanto faticosa. Da quando era entrato in servizio alle sei di sera, l'ospedale aveva accolto quattro persone reduci da uno scontro frontale subito fuori Lindome. Una era in gravi condizioni e di un'altra
era stato constatato il decesso subito dopo l'arrivo. Il dottore aveva anche
curato una cameriera con un'ustione a una gamba conseguente a un incidente nelle cucine di un ristorante dell'Avenyn, il corso principale di
Göteborg, e salvato la vita a un bambino di quattro anni, che era arrivato
con un blocco respiratorio dopo aver ingerito la ruota di una macchinina
giocattolo. Inoltre, aveva fatto in tempo a medicare un'adolescente finita in
una buca con la bicicletta. La manutenzione stradale aveva scelto opportunamente di piazzare lo scavo all'uscita di una pista ciclabile, e qualcuno
aveva buttato i cavalletti di avvertimento dentro lo scavo. La ragazza era
stata ricucita con quattordici punti in faccia e avrebbe avuto bisogno di due
incisivi nuovi. Jonasson aveva poi riattaccato un pezzo di pollice che un
entusiasta falegname della domenica si era mozzato con la pialla.
Verso le undici il numero delle urgenze era diminuito. Aveva fatto il giro per controllare lo stato dei pazienti ricoverati e poi si era ritirato nel suo
studio per riposarsi un po'. Era di turno fino alle sei e non aveva l'abitudine
di dormire, anche se non arrivavano emergenze, ma proprio quella notte si
era appisolato quasi subito.
Hanna Nicander gli allungò una tazza di tè. Non aveva ricevuto altri dettagli sui due casi in arrivo.
Anders Jonasson sbirciò fuori dalla finestra e vide che al largo sul mare
era tutto un susseguirsi di lampi. L'elicottero aveva fatto veramente appena
in tempo. D'improvviso cominciò a piovere a dirotto. Il temporale era arrivato su Göteborg.
Mentre era in piedi accanto alla finestra, sentì il rombo del motore e vide
l'elicottero barcollare nella burrasca verso la piattaforma di atterraggio.
Trattenne il respiro quando il pilota parve avere qualche difficoltà a mantenere il controllo. Poi il velivolo sparì dal suo campo visivo e si sentì il
motore che calava di giri. Bevve un sorso di tè e mise da parte la tazza.
Anders Jonasson accolse le barelle all'ingresso del pronto soccorso. La
collega Katarina Holm si fece carico del primo paziente che fu portato
dentro - un uomo di una certa età con estese ferite al viso. Toccò invece al
dottor Jonasson occuparsi dell'altro paziente, la donna con ferite d'arma da
fuoco. Fece un rapido controllo e constatò che all'apparenza si trattava di
un'adolescente, tutta insudiciata e sanguinante, con gravi ferite. Sollevò la
coperta che il personale di soccorso le aveva avvolto intorno al corpo e notò che qualcuno aveva chiuso le ferite all'anca e alla spalla con del largo
nastro adesivo argentato, iniziativa che giudicò insolitamente intelligente.
Il nastro teneva lontani i batteri e fermava la fuoriuscita di sangue. Una
pallottola aveva colpito l'anca penetrando attraverso il tessuto muscolare.
Le sollevò la spalla e localizzò il foro d'ingresso nella schiena. Non c'erano
fori d'uscita, il che significava che la pallottola era ancora da qualche parte
dentro la spalla. Sperava che non avesse forato il polmone, e siccome non
rilevò la presenza di sangue nella cavità orale della ragazza, trasse la conclusione che probabilmente non era successo.
«Radiografia» ordinò all'infermiera. Non c'era bisogno di spiegare altro.
Infine tagliò la fasciatura con la quale il personale di soccorso le aveva
avvolto il cranio. Si raggelò quando con le dita sentì il foro d'ingresso e si
rese conto che la ragazza era stata colpita anche alla testa. Neppure lì c'erano fori d'uscita.
Anders Jonasson si fermò un secondo a osservarla. D'improvviso si sentiva scoraggiato. Da lui arrivavano ogni giorno persone in condizioni molto diverse ma con un unico scopo - ricevere aiuto. Signore di settantaquattro anni che si erano afflosciate al centro commerciale di Nordstan per un
arresto cardiaco, ragazzi di quattordici con il polmone sinistro perforato da
un cacciavite, ragazze di sedici che avevano rosicchiato pasticche di
ecstasy e ballato per diciotto ore di fila per poi crollare con la faccia cianotica. Vittime di incidenti sul lavoro e di maltrattamenti. Bambini aggrediti
da cani da combattimento in Vasaplatsen e uomini in gamba che dovevano
soltanto segare qualche asse con il Black & Decker e avevano finito quasi
per amputarsi una mano. Anders Jonasson stava fra il paziente e le pompe
funebri. Era la persona che stabiliva cosa era necessario fare. Se prendeva
la decisione sbagliata, il paziente poteva morire o essere condannato all'invalidità. Il più delle volte faceva la cosa giusta, il che dipendeva dal fatto
che la grande maggioranza dei pazienti aveva un problema specifico evidente. Una coltellata in un polmone o una frattura in conseguenza di un incidente automobilistico erano fenomeni comprensibili. Il paziente soprav-
viveva a seconda della natura del danno e di quanto lui era stato abile.
Ma c'erano due tipi di lesioni che Anders Jonasson detestava. Le ustioni
gravi, le cui conseguenze, a prescindere dalle misure che avesse adottato,
si sarebbero protratte per tutta la vita. E le lesioni alla testa.
La ragazza che aveva di fronte poteva vivere con una pallottola nell'anca
e una pallottola nella spalla. Ma una pallottola da qualche parte nel cervello era un problema di tutt'altro ordine di grandezza. D'un tratto sentì che
Hanna stava dicendo qualcosa.
«Prego?»
«È lei.»
«Lei chi?»
«Lisbeth Salander. La ragazza cui stanno dando la caccia per il triplice
omicidio di Stoccolma.»
Anders Jonasson guardò il viso della paziente. Hanna aveva perfettamente ragione. Era la sua foto che lui e tutti gli altri svedesi avevano visto
sulle locandine fuori da ogni edicola nei giorni di Pasqua. E adesso l'assassina era stata a sua volta colpita, il che costituiva forse una sorta di poetica
giustizia.
Ma la cosa non lo riguardava. Il suo lavoro era salvare la vita dei suoi
pazienti, che fossero pluriomicidi o premi Nobel. O tutte e due le cose allo
stesso tempo.
Quindi scoppiò il caos efficiente che caratterizza un pronto soccorso. Il
personale della squadra di Jonasson si mise all'opera con consumata abilità. Gli indumenti rimasti addosso a Lisbeth Salander furono tagliati con le
forbici. Un'infermiera riferì la pressione sanguigna, cento e settanta, mentre il dottore poggiava lo stetoscopio sul petto della paziente e auscultava
un battito che sembrava relativamente regolare e un respiro che non lo era
altrettanto.
Il dottor Jonasson non esitò a classificare immediatamente le condizioni
di Lisbeth Salander come critiche. Le ferite alla spalla e all'anca per il
momento potevano aspettare, tamponate con un paio di compresse di garza
o anche con gli stessi pezzi di nastro che qualche anima ispirata ci aveva
messo sopra. L'importante era la testa. Il dottor Jonasson ordinò che fosse
fatta una tac, con l'apparecchiatura nella quale l'ospedale aveva investito la
sua parte di tasse.
Anders Jonasson era biondo con gli occhi azzurri, ed era originario di
Umeå. Lavorava da vent'anni al Sahlgrenska e all'Östra Sjukhuset alterna-
tivamente come ricercatore, patologo e medico del pronto soccorso. Aveva
una peculiarità che sconcertava i colleghi e rendeva il personale orgoglioso
di lavorare con lui: nessun paziente doveva morire nelle mani della sua
squadra, e in qualche modo miracoloso era effettivamente riuscito a mantenere a zero il numero dei decessi. Alcuni dei suoi pazienti erano morti, è
vero, ma era sempre accaduto nel corso dei trattamenti successivi o per
cause del tutto diverse dai suoi interventi.
Jonasson aveva una visione talvolta poco ortodossa della medicina. A
suo parere, alcuni dottori tendevano a trarre conclusioni senza fondamento
e di conseguenza si arrendevano troppo in fretta. Oppure dedicavano troppo tempo a individuare con esattezza il problema del paziente per procedere a un trattamento corretto. Certamente era il metodo suggerito dal manuale, il problema era che il paziente rischiava di morire mentre i medici erano ancora lì a riflettere.
Ad Anders Jonasson però non era mai capitato in precedenza qualcuno
con una pallottola in testa. Qui probabilmente c'era bisogno di un neurochirurgo. Si sentì inadeguato, ma d'un tratto si rese conto di essere forse
più fortunato di quanto non meritasse. Prima di lavarsi e infilarsi il camice
gridò a Hanna Nicander: «C'è un professore americano che si chiama
Frank Ellis e lavora al Karolinska a Stoccolma, ma in questo momento è a
Göteborg. È un noto studioso del cervello e un mio buon amico. È all'Hotel Radisson, sulla Avenyn. Puoi trovarmi il numero di telefono?»
Mentre Anders Jonasson aspettava le radiografie, Hanna Nicander tornò
con il numero del Radisson. Jonasson diede un'occhiata all'orologio, l'una
e quarantadue, e alzò la cornetta. Il portiere era assolutamente contrario a
passare qualsiasi chiamata a quell'ora di notte e il dottor Jonasson fu costretto a usare qualche parola molto dura prima che la sua chiamata fosse
inoltrata.
«Buon giorno, Frank» disse quando la cornetta fu finalmente sollevata.
«Sono Anders. Ho sentito che eri a Göteborg. Avresti voglia di venire su al
Sahlgrenska per assistermi in un intervento al cervello?»
«Are you bullshitting me?» si sentì dall'altra parte del telefono. Nonostante Frank Ellis abitasse in Svezia ormai da anni e parlasse correntemente lo svedese - pur con accento americano - la sua lingua rimaneva l'inglese. Jonasson parlava in svedese ed Ellis rispondeva in inglese.
«Frank, mi dispiace di aver perso la tua conferenza, ma pensavo che avresti potuto darmi qualche lezione privata. Ho qui una giovane donna alla
quale hanno sparato in testa. Foro d'ingresso subito sopra l'orecchio sini-
stro. Non ti telefonerei se non avessi bisogno di una second opinion. E mi
è difficile immaginare una persona più adatta a cui chiederla.»
«È una cosa seria?» domandò Ellis.
«Si tratta di una ragazza sui venticinque anni.»
«E le hanno sparato alla testa?»
«Foro d'ingresso, nessun foro d'uscita.»
«Però è viva?»
«Battito debole ma regolare, respiro meno regolare, pressione cento e
settanta. Inoltre ha una pallottola nella spalla e una nell'anca. Ma quelli sono due problemi che posso trattare io.»
«Sembra incoraggiante» disse il professor Ellis.
«Incoraggiante?»
«Se una persona ha una pallottola in testa ed è ancora viva, la situazione
dev'essere considerata incoraggiante.»
«Mi puoi assistere?»
«Devo ammettere che ho passato la serata in compagnia di buoni amici.
Sono andato a letto all'una e ho probabilmente un tasso alcolico impressionante...»
«Sarò io a prendere le decisioni e ad agire in concreto. Ma ho bisogno di
qualcuno che mi assista e mi dica se sto facendo qualche idiozia. E, detto
sinceramente, un professor Ellis ubriaco fradicio è probabilmente molto
meglio di me quando si tratta di giudicare dei danni cerebrali.»
«Okay. Arrivo. Però mi devi un favore.»
«C'è un taxi che ti aspetta fuori dall'albergo.»
Il professor Frank Ellis si spinse gli occhiali sul naso e si grattò la nuca.
Focalizzò lo sguardo sullo schermo del computer che mostrava ogni angolo del cervello di Lisbeth Salander. Ellis aveva cinquantatré anni, i capelli
di un nero corvino spruzzati d'argento e la barba scura, e sembrava uno che
recitasse una parte secondaria in E. R. - Medici in prima linea. Il suo corpo
lasciava capire che trascorreva un certo numero di ore alla settimana in palestra. Frank Ellis si trovava bene in Svezia. Era andato lì come giovane ricercatore ospite alla fine degli anni settanta e si era fermato per due anni.
Poi c'era tornato in ripetute occasioni, finché gli era stato offerto un posto
di professore al Karolinska. A quel punto era già un nome noto e rispettato
a livello internazionale.
Anders Jonasson conosceva Frank Ellis da quattordici anni. Si erano incontrati a un seminario a Stoccolma e avevano scoperto di essere entrambi
appassionati di pesca sportiva; così Anders aveva invitato Frank ad ac-
compagnarlo in un tour di pesca in Norvegia. Negli anni si erano tenuti in
contatto e i tour di pesca si erano ripetuti. Ma non avevano mai lavorato
insieme.
«I cervelli sono un mistero» disse il professor Ellis. «Ho dedicato
vent'anni allo studio del cervello. Anche di più.»
«Lo so. Scusami se ti ho disturbato, ma...»
«Lascia perdere.» Ellis agitò una mano per chiudere l'argomento. «Ti
costerà una bottiglia di Cragganmore la prossima volta che andiamo a pescare.»
«Okay. Me la cavo con poco.»
«Ebbi una paziente qualche anno fa quando lavoravo a Boston, scrissi di
quel caso sul New England Journal of Medicine. Si trattava di una ragazza
della stessa età di questa. Stava andando all'università quando qualcuno la
prese di mira con una balestra. La freccia penetrò al margine esterno del
sopracciglio sinistro, attraversò tutta la testa e uscì quasi al centro della
nuca.»
«E lei sopravvisse?» domandò Jonasson stupefatto.
«La situazione sembrava disperata quando arrivò al pronto soccorso.
Tagliammo le parti sporgenti della freccia e le infilammo la testa in un tomografo. La freccia attraversava tutto il cervello. Secondo ogni ragionevole stima avrebbe dovuto essere morta o in ogni caso avere un trauma così
esteso da essere in coma.»
«Com'erano le sue condizioni?»
«È sempre stata cosciente. Non solo. Ovviamente era terrorizzata, ma
perfettamente lucida. Solo, aveva una freccia che le attraversava la testa.»
«Cosa hai fatto?»
«Be', presi una pinza e tirai fuori la freccia e poi applicai dei cerotti sulle
ferite. All'incirca.»
«Se la cavò?»
«Non sciogliemmo la prognosi per alcuni giorni, è ovvio, ma detto onestamente avremmo potuto mandarla a casa subito. Non ho mai avuto un
paziente più in buona salute.»
Jonasson si chiese se non lo stesse prendendo in giro.
«D'altro lato» continuò Ellis, «qualche anno fa a Stoccolma ebbi un paziente di quarantadue anni che aveva battuto la testa contro lo stipite di una
finestra riportando una leggera commozione. Si era sentito male e l'avevano portato in ambulanza al pronto soccorso. Quando arrivò da me era privo
di conoscenza. Aveva un piccolo bernoccolo e una piccolissima emorragia.
Ma non si riprese mai e morì dopo nove giorni di terapia intensiva. Ancora
oggi non so quale sia stata la causa del decesso. Nel referto autoptico scrivemmo emorragia cerebrale post-traumatica, ma nessuno di noi era soddisfatto di quella conclusione. L'emorragia era estremamente circoscritta, e
dalla posizione non avrebbe dovuto avere alcuna influenza su nulla. Eppure fegato, reni, cuore e polmoni smisero a poco a poco di funzionare. Più
divento vecchio, più mi sembra una specie di roulette. Personalmente credo che non scopriremo mai esattamente come funziona il cervello. Ora cosa pensi di fare?»
Picchiettò con una penna sull'immagine che compariva sullo schermo.
«Speravo che me l'avresti detto tu.»
«Sentiamo il tuo giudizio.»
«Be', anzitutto sembra trattarsi di una pallottola di piccolo calibro. È entrata all'altezza della tempia e si è fermata circa quattro centimetri all'interno del cervello. Poggia contro il ventricolo laterale e in quel punto c'è
un'emorragia.»
«Misure?»
«Per usare la tua terminologia, prendere una pinza e tirare fuori la pallottola per la stessa strada per cui è entrata.»
«Ottima idea. Ma io userei la pinzetta più sottile che hai.»
«Così semplice?»
«In questo caso, cos'altro possiamo fare? Possiamo lasciare la pallottola
lì dove sta, e lei forse continuerà a vivere fino a cent'anni, ma anche questo
è un rischio. La paziente potrebbe avere problemi di epilessia, emicrania,
ogni genere di disturbo. E una cosa che nessuno vorrebbe fare è trapanarle
il cranio fra un anno quando la ferita sarà guarita. La pallottola si trova a
una certa distanza dalle grandi arterie. In questo caso raccomanderei che tu
la estraessi, ma...»
«Ma cosa?»
«Non è la pallottola in sé che mi preoccupa. È questo l'aspetto affascinante delle lesioni al cervello, se è sopravvissuta al fatto di avere una pallottola in testa, allora è segno che sopravviverà anche se gliela togliamo. Il
problema è piuttosto qui...» indicò sullo schermo «... intorno al foro d'ingresso c'è una quantità di frammenti ossei. Posso vederne almeno una dozzina di lunghi qualche millimetro. Alcuni sono penetrati nel tessuto cerebrale. Ecco quello che potrebbe ucciderla, se non operi con la dovuta cautela.»
«Questa parte del cervello è associata all'uso della parola e alle capacità
matematiche.»
Ellis alzò le spalle.
«Bah. Non saprei dire a cosa servano nello specifico queste cellule grigie. Tu puoi soltanto fare del tuo meglio. Sei tu quello che opera. Io guarderò da sopra la tua spalla. Posso prendere un camice e lavarmi da qualche
parte?»
Mikael Blomkvist diede un'occhiata all'orologio e vide che erano da poco passate le tre del mattino. Era ammanettato. Chiuse gli occhi un secondo. Era mortalmente stanco ma l'adrenalina lo teneva sveglio. Riaprì gli
occhi e guardò furibondo il commissario Thomas Paulsson che ricambiò
l'occhiata con un'espressione sconvolta. Sedevano al tavolo della cucina di
una casa contadina bianca in un posto nei pressi di Nossebro che si chiamava Gosseberga e del quale Mikael aveva sentito parlare per la prima
volta in vita sua meno di dodici ore prima.
La catastrofe era un dato di fatto.
«Idiota» disse Mikael.
«Mi stia un po' a sentire...»
«Idiota» ripeté Mikael. «L'avevo detto, accidenti, che era estremamente
pericoloso. L'avevo detto che dovevate trattarlo come una bomba a mano
senza sicura. Ha ucciso minimo tre persone, è fatto come un carro armato
ed è capace di ammazzare a mani nude. E lei manda due poliziotti di paese
a prelevarlo, come fosse un ubriacone del sabato sera.»
Mikael chiuse di nuovo gli occhi. Si domandò cos'altro sarebbe andato
storto nel corso di quella nottata.
Aveva trovato Lisbeth Salander poco dopo mezzanotte, gravemente ferita. Dopo aver chiamato la polizia era riuscito a convincere il pronto intervento sanitario a inviare un elicottero per trasportarla al Sahlgrenska. Aveva descritto dettagliatamente le sue ferite e il foro da pallottola in testa ricevendo supporto da qualche persona saggia e intelligente che si era resa
conto che la ragazza aveva bisogno di cure immediate.
Eppure era trascorsa più di mezz'ora prima che l'elicottero arrivasse.
Mikael era uscito e aveva recuperato due automobili dalla vecchia stalla,
che fungeva da garage, e accendendone i fari aveva marcato una sorta di
pista d'atterraggio illuminando il campo davanti alla casa.
Il personale dell'elicottero e due operatori sanitari al seguito avevano agito con esperienza e professionalità. Uno dei sanitari aveva prestato a Lisbeth Salander i primi soccorsi mentre l'altro si occupava di Alexander Za-
lachenko, conosciuto anche come Karl Axel Bodin. Zalachenko era il padre di Lisbeth Salander e il suo peggior nemico. Aveva cercato di ucciderla, ma aveva fallito. Mikael l'aveva trovato parecchio malridotto nella legnaia, con una brutta ferita da accetta alla testa e una frattura alla gamba.
In attesa dell'elicottero, Mikael aveva fatto quel che aveva potuto per Lisbeth. Recuperato un lenzuolo pulito da un armadio, l'aveva tagliato improvvisando una fasciatura di fortuna. Dato che il sangue si era coagulato
formando una sorta di tappo sul foro d'ingresso nella testa, era rimasto incerto se bendare o meno. Infine aveva annodato il lenzuolo intorno alla testa della ragazza senza stringere troppo, più che altro perché la ferita non
rimanesse esposta a batteri e sporcizia. Aveva fermato il sangue che usciva
dalle ferite all'anca e alla spalla nella maniera più semplice che gli fosse
venuta in mente. In un armadietto c'era un rotolo di largo nastro adesivo
argentato e l'aveva usato per chiudere le ferite. Poi le aveva inumidito il viso con un asciugamano bagnato, cercando di rimuovere alla bell'e meglio
lo sporco.
Infine era andato nella legnaia e aveva soccorso Zalachenko. Ma nel suo
intimo aveva constatato che onestamente non gliene importava un fico
secco.
Mentre aspettava il pronto intervento sanitario aveva anche telefonato a
Erika Berger per spiegarle la situazione.
«Tu stai bene?» volle subito sapere Erika.
«Io sto bene» rispose Mikael. «È Lisbeth che è ridotta male.»
«Povera ragazza» disse Erika. «Ho letto l'inchiesta di Björck per la
Säpo, i servizi segreti, durante la serata. Come gestirai questa faccenda?»
«Non ho nemmeno la forza di pensarci» disse Mikael.
Mentre parlava con Erika stava seduto sul pavimento e teneva un occhio
vigile su Lisbeth Salander. Le aveva tolto le scarpe e sfilato i pantaloni per
poterle medicare la ferita all'anca e gli capitò di mettere la mano sui pantaloni che aveva buttato per terra accanto al divano. Senti che c'era qualcosa
dentro una tasca e tirò fuori un Palm Tungsten T3.
Corrugò le sopracciglia e osservò pensieroso il palmare. Quando sentì il
rumore dell'elicottero se lo infilò nella tasca interna della giacca. Quindi mentre ancora era solo - si chinò e frugò in tutte le tasche di Lisbeth. Trovò un mazzo di chiavi dell'appartamento di Mosebacke e un passaporto intestato a Irene Nesser. Infilò velocemente il tutto in uno scomparto della
borsa del computer.
La prima macchina con Fredrik Torstensson e Gunnar Andersson della
polizia di Trollhättan arrivò qualche minuto dopo che l'elicottero del pronto intervento sanitario era atterrato, seguita da quella del commissario in
servizio esterno, Thomas Paulsson, che assunse immediatamente il comando della situazione. Mikael si era fatto avanti e aveva cominciato a
spiegare cosa fosse successo. Paulsson gli sembrò subito un sergente maggiore presuntuoso e ottuso. Dopo il suo arrivo, le cose avevano cominciato
ad andare per il verso sbagliato.
Paulsson non diede nessun segno di aver capito di cosa stesse parlando
Mikael. Sembrava stranamente intimorito e l'unico fatto che recepì fu che
la ragazza malridotta stesa per terra davanti alla cassapanca della cucina
era la super-ricercata triplice omicida Lisbeth Salander, e che si trattava
quindi di una cattura particolarmente importante. Paulsson aveva chiesto
tre volte all'occupatissimo operatore del pronto intervento se la ragazza poteva essere arrestata sul posto. Alla fine il paramedico si era alzato e aveva
urlato a Paulsson di tenersi a distanza di un braccio.
Quindi Paulsson si era concentrato sul martoriato Alexander Zalachenko
e Mikael l'aveva sentito riferire alla radio che Lisbeth Salander aveva cercato di ammazzare un'altra persona.
A quel punto Mikael era così arrabbiato con Paulsson, il quale evidentemente non ascoltava una sola parola di quanto cercava di dirgli, che aveva alzato la voce intimandogli di chiamare immediatamente l'ispettore Jan
Bublanski della polizia di Stoccolma. Si era offerto di fare lui stesso il numero con il proprio cellulare. Paulsson non si era mostrato affatto interessato.
Dopo di che Mikael aveva commesso due errori.
Aveva spiegato con decisione che il vero triplice omicida era un uomo di
nome Ronald Niedermann che era una specie di robot anticarro, soffriva di
una malattia denominata analgesia congenita e al momento era legato come un salame in un fosso lungo la strada per Nossebro. Mikael spiegò come localizzare Niedermann e raccomandò che la polizia mobilitasse un
plotone di militari con armi di rinforzo per andare a prenderlo. Paulsson
aveva domandato come avesse fatto Niedermann a finire nel fosso e
Mikael aveva ammesso apertamente che era stato lui a sistemarlo in quel
modo, minacciandolo con un'arma.
«Minacciandolo con un'arma?» aveva chiesto il commissario Paulsson.
A quel punto Mikael avrebbe dovuto rendersi conto che Paulsson era un
imbecille. Avrebbe dovuto prendere il cellulare e chiamare lui stesso Jan
Bublanski, pregandolo di intervenire per diradare la nebbia in cui Paulsson
sembrava immerso. Invece aveva commesso l'errore numero due cercando
di consegnare l'arma che aveva nella tasca della giacca - la Colt 1911 Government che ore prima aveva trovato nell'appartamento di Lisbeth Salander a Stoccolma, con l'aiuto della quale aveva tenuto a bada Ronald Niedermann.
Il gesto aveva indotto Paulsson a fermarlo su due piedi per porto abusivo
di arma da fuoco. Paulsson aveva quindi dato ordine agli agenti
Torstensson e Andersson di dirigersi verso il punto della strada per Nossebro che Mikael aveva indicato, e di controllare se ci fosse qualcosa di vero
nella storia secondo cui c'era una persona in un fosso, legata a un cartello
con scritto Attenzione alci. Se così effettivamente era, gli agenti avrebbero
dovuto ammanettare la persona in questione e portarla da lui al podere di
Gosseberga.
Mikael aveva immediatamente protestato, spiegando che Ronald Niedermann non era un soggetto che si potesse semplicemente prendere e
ammanettare - era un pericolosissimo assassino. Quando Paulsson aveva
mostrato di ignorare le sue proteste, la stanchezza aveva fatto valere i propri diritti. Mikael aveva dato a Paulsson del somaro incompetente, urlando
che Torstensson e Andersson non dovevano assolutamente liberare Ronald
Niedermann senza prima chiamare rinforzi.
Il risultato della stanchezza era stato che Mikael era finito in manette sul
sedile posteriore della macchina di Paulsson, dalla quale aveva guardato
imprecando i due agenti allontanarsi con la loro automobile. L'unico bagliore di luce nelle tenebre era che Lisbeth Salander era stata trasportata
all'elicottero ed era sparita sopra le cime degli alberi in direzione del
Sahlgrenska. Mikael si sentiva del tutto impotente e lontano dal flusso delle informazioni e poteva solo sperare che Lisbeth finisse in mani competenti.
Il dottor Anders Jonasson eseguì due profonde incisioni fino all'osso e
ripiegò la cute intorno al foro d'ingresso. Usò delle graffe per fissarla.
Un'infermiera introdusse con cautela una cannula per drenare il sangue.
Poi arrivò la terribile fase in cui il dottor Jonasson utilizzò un trapano per
allargare il foro nell'osso. Il tutto si svolse con una lentezza snervante.
Alla fine il dottore ottenne un foro sufficientemente largo perché il cervello di Lisbeth Salander diventasse accessibile. Infilò con cautela una
sonda e allargò il canale della ferita di qualche millimetro. Quindi introdusse una sonda più sottile e localizzò la pallottola. Dalla radiografia della
scatola cranica poté constatare che formava un angolo di quarantacinque
gradi rispetto al canale della ferita. Usò la sonda per raggiungere la pallottola e dopo una serie di tentativi falliti riuscì a muoverla un po' e a portarla
nella posizione giusta.
Infine introdusse una sottile pinza chirurgica con le estremità scanalate.
Le strinse forte intorno alla base della pallottola e la afferrò saldamente.
Poi tirò indietro la pinza. La pallottola la seguì quasi senza opporre resistenza. Jonasson la sollevò un secondo in controluce e constatò che sembrava intatta, dopo di che la fece cadere in una bacinella.
«Pulire» disse, e l'ordine fu subito eseguito.
Diede un'occhiata all'elettrocardiogramma che mostrava che la sua paziente aveva ancora un'attività cardiaca regolare.
«Pinza.»
Abbassò una lente a forte ingrandimento e la puntò sulla zona messa a
nudo.
«Piano» disse il professor Frank Ellis.
Nel corso dei successivi quarantacinque minuti, Anders Jonasson recuperò non meno di trentadue minuscoli frammenti ossei intorno al foro d'ingresso. Il più piccolo era praticamente invisibile a occhio nudo.
Mentre Mikael Blomkvist, frustrato, cercava di recuperare il proprio cellulare dal taschino della giacca - operazione che si dimostrò impossibile
con le mani legate -, arrivarono a Gosseberga diverse automobili con poliziotti e tecnici della scientifica. Il commissario Paulsson ordinò loro di
mettere al sicuro le prove nella legnaia e di ispezionare a fondo la casa dove erano già state messe sotto sequestro parecchie armi. Mikael osservò
rassegnato le loro manovre dal sedile posteriore della macchina di
Paulsson.
Fu solo dopo un'ora circa che il commissario parve accorgersi che gli
agenti Torstensson e Andersson non erano ancora tornati. Tutto d'un tratto
assunse un'aria preoccupata e portò Mikael in cucina chiedendogli di fornire nuovamente una descrizione della strada.
Mikael chiuse gli occhi.
Era ancora seduto in cucina in compagnia di Paulsson quando la squadra
inviata per dare man forte a Torstensson e Andersson tornò a fare rapporto.
L'agente Gunnar Andersson era stato trovato morto, con il collo spezzato.
Il suo collega Fredrik Torstensson era ancora vivo ma era stato percosso
selvaggiamente. Entrambi erano stati rinvenuti nel fosso accanto al cartello
Attenzione alci. Le loro armi di servizio e la macchina della polizia erano
sparite.
Da una situazione pressoché sotto controllo, il commissario Thomas
Paulsson si ritrovò d'improvviso a fronteggiare l'omicidio di un poliziotto e
la fuga di un uomo disperato e armato.
«Idiota» ripeté Mikael Blomkvist.
«Insultare la polizia non è di nessun aiuto.»
«Su questo punto siamo d'accordo. Ma io la inchioderò per negligenza in
servizio fosse l'ultima cosa che faccio. Sarà descritto come il poliziotto più
stupido di tutto il paese in tutti i giornali svedesi.»
La minaccia di essere esposto al pubblico scherno era evidentemente l'unica cosa che toccava Thomas Paulsson sul vivo. Assunse un'aria inquieta.
«Cosa suggerisce?»
«Esigo che telefoni all'ispettore Jan Bublanski della polizia di Stoccolma. Adesso.»
L'ispettore Sonja Modig si svegliò di soprassalto quando il suo cellulare,
che era in carica dall'altra parte della camera da letto, cominciò a suonare.
Guardò la sveglia sul comodino e vide turbata che erano passate da poco le
quattro del mattino. Quindi diede un'occhiata a suo marito, che continuava
beatamente a russare. Sarebbe stato capace di andare avanti a dormire anche sotto un attacco di artiglieria. Sonja si alzò barcollando dal letto e trovò il tasto rispondi sul cellulare.
Jan Bublanski pensò. Chi altri.
«È scoppiato l'inferno giù dalle parti di Trollhättan» esordì il suo capo
senza tante formalità. «L'X2000 per Göteborg parte alle cinque e dieci.»
«Cosa è successo?»
«Blomkvist ha trovato Lisbeth Salander, Niedermann e Zalachenko. Lui
è stato fermato per oltraggio a pubblico ufficiale, resistenza e porto abusivo di arma da fuoco. Lisbeth Salander è stata trasportata al Sahlgrenska
con una pallottola in testa. Zalachenko anche ma con un'accetta nel cranio.
Niedermann è a piede libero. Ha ucciso un poliziotto.»
Sonja Modig batté le palpebre due volte e avvertì la stanchezza. Più di
ogni altra cosa avrebbe voluto infilarsi di nuovo sotto le coperte e prendersi un mese di vacanza.
«L'X2000 delle cinque e dieci. Okay. Cosa devo fare?»
«Chiama un taxi per la stazione centrale. Jerker Holmberg verrà con te.
Prenderete contatto con un certo commissario Thomas Paulsson della polizia di Trollhättan, che chiaramente è responsabile di buona parte del tumulto di stanotte e che a detta di Blomkvist è, cito testualmente, un imbecille di proporzioni galattiche, fine della citazione.»
«Hai parlato con Blomkvist?»
«A quanto pare è agli arresti in catene. Sono riuscito a convincere
Paulsson a reggergli la cornetta per un attimo. Io sto andando alla centrale
a Kungsholmen e cercherò di fare chiarezza su quello che sta succedendo.
Ci teniamo in contatto col cellulare.»
Sonja Modig guardò ancora una volta l'ora. Quindi chiamò il taxi e si infilò sotto la doccia per un minuto. Si lavò i denti, passò un pettine fra i capelli, indossò un paio di pantaloni neri e una T-shirt nera. Infilò l'arma di
servizio nella borsa a tracolla e scelse una giacca di pelle rosso scuro da
mettere sopra. Quindi svegliò il marito scuotendolo piano e gli disse che
stava andando via e che avrebbe dovuto pensare lui ai bambini. Uscì dalla
porta nell'attimo stesso in cui il taxi si fermava fuori in strada.
Non ebbe bisogno di cercare il suo collega, l'ispettore Jerker Holmberg.
Dava per scontato che sarebbe stato nel vagone ristorante, e poté constatare che era proprio così. Aveva già ordinato caffè e tramezzini anche per lei.
Restarono seduti in silenzio cinque minuti mentre consumavano la colazione. Alla fine Holmberg spinse da parte la tazza del caffè.
«Forse basterebbe cambiare lavoro» disse.
Alle quattro del mattino un certo ispettore Marcus Erlander della polizia
di Göteborg, sezione reati contro la persona, era finalmente arrivato a Gosseberga e aveva assunto il comando delle indagini, sollevando l'occupatissimo Thomas Paulsson. Erlander era un uomo sui cinquant'anni, tondo e
con i capelli brizzolati. Uno dei suoi primi provvedimenti fu di liberare
Mikael Blomkvist dalle manette e di portargli delle brioche e del caffè da
una caraffa termica. Poi andarono a sedersi in soggiorno per un colloquio a
quattr'occhi.
«Ho parlato con Bublanski a Stoccolma» disse Erlander. «Ci conosciamo da diversi anni. Sia lui che io deploriamo l'accoglienza di Paulsson.»
«È riuscito a far ammazzare un poliziotto, stanotte» disse Mikael.
Erlander annuì. «Conoscevo di persona l'agente Andersson. Prestava
servizio a Göteborg, prima di trasferirsi a Trollhättan. Ha una bambina di
tre anni.»
«Mi dispiace veramente. Ho cercato di mettere in guardia...»
Erlander annuì di nuovo.
«L'ho capito. Ha alzato la voce ed è per questo che l'hanno ammanettata.
È stato lei a inchiodare Wennerström, vero? Bublanski dice che è un diavolo di giornalista e un detective privato scriteriato, ma che probabilmente
sa di cosa parla. Le dispiacerebbe mettermi al corrente del quadro in una
maniera un po' più comprensibile?»
«Questo è l'epilogo degli omicidi dei miei amici Dag Svensson e Mia
Bergman a Enskede, e dell'omicidio di una terza persona che invece non
era un mio amico... l'avvocato Nils Bjurman, che era il tutore di Lisbeth
Salander.»
Erlander assentì.
«Come sa, la polizia ha dato la caccia a Lisbeth Salander fin dai giorni di
Pasqua. Era sospettata di triplice omicidio. Tanto per cominciare dovrà avere ben chiaro che Lisbeth Salander non è colpevole. Anzi, in questo contesto è una vittima.»
«Non ho avuto assolutamente nulla a che fare con il caso Salander, ma
dopo tutto quello che hanno scritto i giornali il fatto che sia perfettamente
innocente è un po' duro da digerire.»
«Ciò nonostante, è proprio così che stanno le cose. Lei è innocente. Punto. Il vero assassino è Ronald Niedermann, quello che ha ucciso il suo collega Gunnar Andersson stanotte. Lavora per Karl Axel Bodin.»
«Quel Bodin che adesso sta al Sahlgrenska con un'accetta piantata nel
cranio.»
«Tecnicamente l'accetta non è più piantata nel cranio. Suppongo che sia
stata Lisbeth a inchiodarlo. Il suo vero nome è Alexander Zalachenko. È il
padre di Lisbeth ed è un ex sicario dei servizi segreti militari russi. Disertò
negli anni settanta e quindi lavorò per la Säpo fino alla caduta dell'Unione
Sovietica. Dopo di che si mise in proprio come gangster.»
Erlander studiò pensieroso la figura sul divano di fronte a lui. Mikael
Blomkvist era lucido di sudore e appariva congelato e stanco morto. Fino a
quel momento aveva ragionato in maniera razionale e coerente, ma il
commissario Thomas Paulsson - alle cui parole però Erlander non prestava
alcuna fede - l'aveva messo in guardia sul fatto che Blomkvist farneticava
di agenti segreti russi e di sicari tedeschi, il che non rientrava esattamente
nella routine della polizia giudiziaria svedese. Blomkvist era evidentemente arrivato al punto della storia sul quale Paulsson aveva tagliato corto. Ma
c'erano un agente morto e un altro agente gravemente ferito sul ciglio del
fosso lungo la strada per Nossebro, ed Erlander era più che disposto ad ascoltare. Tuttavia non poté impedire che un'ombra di diffidenza s'insinuasse nella sua voce.
«Okay. Un agente russo.»
Blomkvist fece un pallido sorriso, palesemente consapevole di quanto
suonasse assurdo il suo racconto.
«Un ex agente russo. Posso documentare tutte le mie affermazioni.»
«Continui.»
«Negli anni settanta Zalachenko era una spia di altissimo livello. Disertò
e ottenne asilo dai servizi segreti svedesi. Da quanto ho potuto capire, non
è un caso unico nella scia della disgregazione dell'Unione Sovietica.»
«Okay.»
«Come ho detto, non so esattamente cosa sia accaduto qui stanotte, ma
Lisbeth ha rintracciato suo padre che non incontrava da quindici anni. A
suo tempo lui picchiò così pesantemente la madre di Lisbeth, che la donna
più tardi ne morì. Ha cercato di uccidere anche sua figlia ed è coinvolto
negli omicidi di Dag Svensson e Mia Bergman. Inoltre è responsabile del
rapimento dell'amica di Lisbeth, Miriam Wu. Ricorderà certamente il famoso match per il titolo di Paolo Roberto a Nykvarn.»
«Se Lisbeth Salander ha colpito suo padre in testa con un'accetta, non mi
sembra esattamente innocente.»
«Lisbeth ha tre pallottole in corpo. Credo che si potrà ipotizzare un tentativo di difesa. Mi domando...»
«Sì?»
«Lisbeth era talmente impastata di terra che i suoi capelli erano un'unica
crosta di fango seccato. Sotto i vestiti era piena di sabbia. Sembrava fosse
stata sepolta. E Niedermann ha una certa abitudine a sotterrare gente. La
polizia di Södertälje ha trovato due sepolture nel terreno intorno a quel
magazzino di proprietà del Motoclub Svavelsjö dalle parti di Nykvarn.»
«Tre, in effetti. Ne hanno trovata un'altra nella tarda serata di ieri. Ma se
Lisbeth Salander è stata colpita e poi sepolta, che ci faceva in piedi con in
mano un'accetta?»
«Io non so cosa sia successo, ma Lisbeth è un tipo pieno di risorse. Ho
cercato di convincere Paulsson a far portare qui dei cani...»
«Stanno arrivando.»
«Bene.»
«Paulsson l'ha fermata per oltraggio.»
«Mi oppongo. Io l'ho chiamato idiota, incompetente e stupido. Nessuno
di questi epiteti costituisce un oltraggio, nel contesto.»
«Mmm. Però lei è anche accusato di porto abusivo di arma.»
«Ho commesso l'errore di cercare di consegnargli un'arma da fuoco. Ma
non voglio pronunciarmi su questa faccenda prima di aver parlato con il
mio avvocato.»
«Okay. Accantoniamola. Abbiamo cose più importanti di cui parlare.
Cosa sa di questo Niedermann?»
«È un assassino. È una strana creatura; è alto più di due metri e ha la
struttura di un robot anticarro. Domandi a Paolo Roberto che ha tirato di
boxe con lui. Soffre di analgesia congenita. È una malattia che fa sì che la
trasmissione nervosa non funzioni, e lui di conseguenza non può sentire il
dolore. È tedesco, è nato ad Amburgo e in gioventù è stato uno skinhead. È
pericolosissimo ed è a piede libero.»
«Ha qualche idea di dove potrebbe essere diretto?»
«No. So soltanto che era lì pronto per essere preso in custodia quando
quell'idiota di Trollhättan ha assunto il comando della situazione.»
Poco prima delle cinque del mattino il dottor Anders Jonasson si tolse i
guanti di lattice lordi e li gettò nel cestino dei rifiuti. Un'infermiera applicò
delle compresse di garza alla ferita all'anca. L'operazione era durata tre ore. Il dottore guardò il capo malconcio di Lisbeth Salander, che era già stato impacchettato nel bendaggio.
Avvertì un improvviso senso di tenerezza del genere che sperimentava
spesso di fronte a pazienti che aveva operato. Secondo i giornali Lisbeth
Salander era una psicopatica pluriomicida, ma ai suoi occhi aveva piuttosto l'aria di un passerotto ferito. Scosse la testa e spostò lo sguardo sul dottor Frank Ellis che lo stava osservando divertito.
«Tu sei un ottimo chirurgo» disse Ellis.
«Posso offrirti la colazione?»
«È possibile avere delle crêpe alla marmellata da qualche parte qui?»
«Cialde» disse Anders Jonasson. «A casa mia. Fammi telefonare a mia
moglie per avvisarla e poi prendiamo un taxi.» Si fermò e guardò l'ora.
«Tanto vale che lasciamo perdere la telefonata.»
L'avvocato Annika Giannini si svegliò di soprassalto. Si voltò verso destra e vide che mancavano due minuti alle sei. Aveva un appuntamento
con un cliente già alle otto. Si voltò verso sinistra e diede un'occhiata a suo
marito, Enrico Giannini, che dormiva tranquillo e nel migliore dei casi si
sarebbe svegliato intorno alle otto. Batté ripetutamente le palpebre, poi si
alzò e andò ad accendere la macchina del caffè prima di infilarsi sotto la
doccia. Se la prese comoda in bagno, quindi si vestì con pantaloni neri, una
polo bianca e una giacca rossa. Fece tostare due fette di pane e le guarnì
con formaggio, marmellata di arance e fette di avocado e si portò la colazione in soggiorno in tempo per il notiziario delle sei e mezza alla tv. Bevve un sorso di caffè. Aveva appena aperto la bocca per dare un morso al
pane quando sentì i titoli di testa.
Un poliziotto ucciso e un altro gravemente ferito. Dramma nella notte
durante la cattura della super-ricercata Lisbeth Salander.
All'inizio ebbe difficoltà a capire il contesto, dal momento che le era
parso che fosse stata Lisbeth a uccidere il poliziotto. La notizia era stata riferita in modo molto sommario, ma a poco a poco capì che la persona ricercata per l'omicidio del poliziotto era un uomo. Era stato emesso un avviso di ricerca su tutto il territorio nazionale per un trentacinquenne del
quale non era ancora noto il nome. Lisbeth Salander era ricoverata in gravi
condizioni al Sahlgrenska di Göteborg.
Annika passò sull'altro canale ma non riuscì a farsi un'idea più chiara di
cosa fosse successo. Andò a prendere il cellulare e digitò il numero di suo
fratello, Mikael Blomkvist. Le fu comunicato che l'abbonato al momento
non era raggiungibile. Avvertì una fitta di paura. Mikael le aveva telefonato la sera prima mentre era in viaggio per Göteborg. Stava seguendo le
tracce di Lisbeth Salander. E di un assassino di nome Ronald Niedermann.
Quando si fece chiaro, un poliziotto particolarmente attento notò delle
tracce di sangue sul terreno dietro la legnaia. Un cane poliziotto seguì le
tracce fino a una fossa scavata in una radura circa quattrocento metri a
nordest del podere di Gosseberga.
Mikael accompagnò l'ispettore Erlander. Studiarono attentamente tutta la
zona e non tardarono a scoprire una gran quantità di sangue nella fossa e
tutto intorno.
Trovarono anche un portasigarette malridotto che palesemente era stato
usato a mo' di paletta per scavare. Erlander infilò l'oggetto in un sacchetto
da reperti e lo etichettò. Raccolse come reperto anche qualche grumo di
terra insanguinata. Un agente in uniforme gli fece notare un mozzicone di
Pall Mall senza filtro a qualche metro di distanza dalla fossa. Anche quello
fu infilato in un sacchetto ed etichettato. Mikael si ricordò di aver visto un
pacchetto di Pall Mall sul bancone della cucina nella casa di Zalachenko.
Erlander sbirciò verso il cielo e vide nubi gravide di pioggia. Il temporale che durante le prime ore della notte aveva imperversato su Göteborg
stava evidentemente passando a sud della zona di Nossebro, ma era solo
questione di tempo prima che cominciasse a piovere. Si rivolse a un poliziotto in uniforme e lo pregò di procurare un telo impermeabile con cui
coprire la fossa.
«Credo che lei abbia ragione» disse alla fine Erlander rivolto a Mikael.
«Un'analisi del sangue probabilmente confermerà che Lisbeth Salander è
stata lì dentro e scommetto che troveremo le sue impronte digitali sul portasigarette. La ragazza è stata colpita e sepolta ma in qualche modo deve
essere sopravvissuta ed è riuscita a tirarsi fuori e...»
«... e ha fatto ritorno alla fattoria dove ha calato l'accetta sul cranio di
Zalachenko» completò Mikael. «È proprio una testa dura.»
«Ma come ha fatto a gestire Niedermann?»
Mikael alzò le spalle. A quel riguardo era sconcertato tanto quanto
Erlander.
2.
Venerdì 8 aprile
Sonja Modig e Jerker Holmberg arrivarono alla stazione centrale di
Göteborg poco dopo le otto. Bublanski aveva telefonato dando nuove istruzioni; potevano lasciar perdere Gosseberga, e prendere invece un taxi
per la centrale di Ernst Fontell Plats, vicino allo stadio Nya Ullevi, che era
la sede della polizia giudiziaria provinciale del Västra Götaland. Aspettarono quasi un'ora prima che l'ispettore Erlander arrivasse da Gosseberga in
compagnia di Mikael Blomkvist. Mikael salutò Sonja Modig che aveva già
incontrato in precedenza e strinse la mano a Jerker Holmberg. Quindi un
collega di Erlander si aggiunse a loro con un aggiornamento sulla caccia a
Ronald Niedermann. Fu un resoconto breve.
«Abbiamo un gruppo investigativo sotto la guida della polizia provinciale. L'allarme ovviamente è stato esteso a tutto il territorio nazionale. Abbiamo trovato l'auto della polizia ad Alingsås alle sei di stamattina. Lì le
tracce per il momento si interrompono. Sospettiamo che il ricercato abbia
cambiato veicolo ma non abbiamo ricevuto nessuna denuncia di furti d'auto.»
«I media?» domandò Sonja, dando un'occhiata di scusa a Mikael
Blomkvist.
«Si tratta dell'omicidio di un poliziotto e siamo in piena mobilitazione.
Terremo una conferenza stampa alle dieci.»
«C'è qualcuno che abbia qualche notizia sulle condizioni di Lisbeth Salander?» chiese Mikael. Si sentiva curiosamente disinteressato a tutto ciò
che aveva a che fare con la caccia a Niedermann.
«È stata operata durante la notte. Le hanno estratto una pallottola dal
cranio. Non si è ancora risvegliata.»
«C'è una prognosi?»
«A quanto mi è parso di capire, non si può sapere nulla finché non si sarà svegliata. Ma il medico che l'ha operata dice di avere buone speranze
che sopravviva se non insorgono complicazioni.»
«E Zalachenko?» domandò Mikael.
«Chi?» chiese il collega di Erlander, che non era stato messo ancora al
corrente di tutti gli intricati dettagli della vicenda.
«Karl Axel Bodin.»
«Ah ecco, sì, anche lui è stato operato nel corso della notte. Aveva una
brutta ferita alla testa e un'altra subito sotto il ginocchio. È malridotto ma
non si trattava di lesioni mortali.»
Mikael annuì.
«Lei ha l'aria stanca» disse Sonja Modig.
«Altroché. Questo è il mio terzo giorno quasi senza dormire.»
«In effetti si è addormentato in macchina durante il tragitto da Nossebro» disse Erlander.
«Se la sente di ricapitolare tutta la storia dal principio?» chiese
Holmberg. «Si ha l'impressione di essere sul tre a zero fra investigatori
privati e polizia.»
Mikael fece un pallido sorriso.
«Questa è una battuta che vorrei sentire da Bublanski» disse.
Si sedettero alla caffetteria della centrale per fare colazione. Mikael impiegò una mezz'ora a spiegare passo passo come fosse riuscito a mettere
insieme il puzzle della storia di Zalachenko. Quando ebbe terminato i poliziotti restarono immersi in un pensieroso silenzio.
«C'è qualche falla nella sua storia» disse alla fine Jerker Holmberg.
«È probabile» disse Mikael.
«Non ha spiegato come sia venuto in possesso di questo rapporto secretato della Säpo su Zalachenko.»
Mikael annuì.
«L'ho trovato ieri a casa di Lisbeth Salander dopo che finalmente avevo
scoperto dove si nascondeva. A sua volta lei l'aveva presumibilmente trovato nella casa di campagna dell'avvocato Nils Bjurman.»
«Lei ha scoperto il nascondiglio di Lisbeth Salander» disse Sonja.
Mikael fece cenno di sì.
«E?»
«Ve lo dovrete trovare da soli. Lisbeth ha fatto molta fatica a procurarsi
un indirizzo segreto e io non ho nessuna intenzione di far trapelare l'informazione.»
Sonja Modig e Holmberg si rabbuiarono un po'.
«Mikael... si ricordi che questa è un'indagine per omicidio» disse Sonja.
«Lei non ha ancora esattamente capito che Lisbeth Salander è innocente
e che la polizia ha violato la sua privacy in un modo che non ha eguali.
Gruppo satanista lesbico. Dove diavolo ve le andate a pescare certe cose?
Se lei vorrà dirvi dove abita, lo farà.»
«Ma c'è un'altra cosa che non riesco esattamente a capire» insisté
Holmberg. «Come entra Bjurman nel quadro, in generale? Lei dice che è
stato lui a mettere in moto l'intera vicenda contattando Zalachenko per
chiedergli di uccidere Lisbeth... ma perché l'avrebbe fatto?»
Mikael esitò.
«La mia supposizione è che abbia incaricato Zalachenko di togliere di
mezzo Lisbeth Salander. Lo scopo era che finisse in quel famoso deposito
a Nykvarn.»
«Bjurman era il suo tutore. Che motivo avrebbe avuto di toglierla di
mezzo?»
«È una faccenda complicata.»
«Si spieghi.»
«Bjurman aveva un ottimo motivo. Aveva fatto qualcosa di cui Lisbeth
sapeva. Lei era una minaccia per il suo futuro e la sua tranquillità.»
«Cos'è che aveva fatto?»
«Credo sia meglio lasciare a Lisbeth stessa l'onere di spiegare.»
Mikael incontrò lo sguardo di Holmberg.
«Mi faccia indovinare» disse Sonja. «Bjurman aveva fatto qualcosa ai
danni della sua protetta.»
Mikael annuì.
«L'ha esposta a qualche forma di abuso sessuale?»
Mikael alzò le spalle e si astenne da ogni commento.
«Lei sa del tatuaggio sul ventre di Bjurman?»
«Tatuaggio?»
«Un tatuaggio da dilettanti costituito da un messaggio che gli attraversava tutto il ventre... IO SONO UN SADICO PORCO, UN VERME E UNO
STUPRATORE. Ci siamo lambiccati il cervello a cercare di capire di cosa
si trattasse.»
Tutto d'un tratto Mikael scoppiò a ridere.
«Che succede?»
«Mi domandavo cosa avesse fatto Lisbeth per vendicarsi. Ma state a sentire... questo non lo voglio discutere con voi, per gli stessi motivi di prima.
Si tratta della sua privacy. È Lisbeth a essere stata vittima di un reato. È lei
la vittima. È lei che dovrà decidere cosa vi vorrà raccontare. Spiacente.»
Aveva quasi l'aria di volersi scusare.
«Gli stupri si devono denunciare alla polizia» disse Sonja Modig.
«Sono d'accordo. Ma questo stupro ha avuto luogo due anni fa e Lisbeth
non ne ha ancora parlato con la polizia. Il che lascia pensare che non era
intenzionata a farlo. Posso non essere d'accordo, ma è lei che decide. Inoltre...»
«Sì?»
«Lei non ha grandi motivi per confidarsi con la polizia. L'ultima volta
che ha cercato di spiegare che razza di porco fosse Zalachenko, l'hanno
chiusa in manicomio.»
Il responsabile delle indagini preliminari Richard Ekström si sentiva
nervoso quando la mattina del venerdì subito prima delle nove invitò il responsabile dell'inchiesta Jan Bublanski ad accomodarsi all'altro lato della
scrivania. Ekström si sistemò gli occhiali e si passò la mano sul pizzetto
curato. Per lui la situazione era confusa e minacciosa. Per un mese intero
era stato il responsabile delle indagini preliminari e aveva dato la caccia a
Lisbeth Salander. L'aveva descritta in lungo e in largo come una pericolosa
psicopatica. Aveva fatto trapelare informazioni che gli avrebbero giovato
in un futuro processo. Tutto sembrava così ben combinato.
Nei suoi pensieri non c'era mai stato nessun dubbio che Lisbeth Salander
fosse veramente colpevole del triplice omicidio e che il processo sarebbe
stato una passeggiata, un autentico spettacolo di propaganda con lui stesso
nel ruolo principale. Poi era andato tutto storto e d'improvviso si ritrovava
con un assassino completamente diverso, in un caos che non sembrava avere fine. Dannata Salander.
«Sì, è proprio un bell'imbroglio quello in cui siamo finiti» disse. «Cosa
hai scoperto in queste ore?»
«È stato emesso un avviso di ricerca sul territorio nazionale per Ronald
Niedermann, ma lui è tuttora a piede libero. Per il momento è ricercato solo per l'omicidio dell'agente Gunnar Andersson, ma suppongo che dovremo aggiungere i tre omicidi qui a Stoccolma. Forse potresti organizzare
una conferenza stampa.»
Bublanski abbozzò questa proposta per puro dispetto. Ekström detestava
le conferenze stampa.
«Credo che dovremmo aspettare con le conferenze stampa, per ora» fu
rapido a replicare Ekström.
Bublanski fece bene attenzione a non sorridere.
«In fondo questa è in primo luogo una cosa che riguarda la polizia di
Göteborg» chiarì Ekström.
«Be', abbiamo Sonja Modig e Jerker Holmberg sul posto a Göteborg e
abbiamo dato l'avvio a una collaborazione...»
«Aspettiamo, finché non ne sapremo di più» tagliò corto Ekström con
voce aspra. «Quello che voglio sapere è fino a che punto sei sicuro che
Niedermann sia veramente implicato negli omicidi di qui.»
«Come poliziotto sono convinto. Ma non siamo messi granché bene sul
fronte delle prove. Non abbiamo testimoni del delitto e non esiste nessuna
prova veramente solida. Magge Lundin e Sonny Nieminen del Motoclub
Svavelsjö si rifiutano di parlare e fingono di non aver mai sentito nominare
Niedermann. Che finirà comunque dentro per l'omicidio dell'agente
Gunnar Andersson.»
«Proprio così» disse Ekström. «È l'omicidio del poliziotto a essere interessante in questo preciso momento. Ma dimmi... c'è qualcosa che lasci
supporre che Lisbeth Salander sia comunque implicata in qualche modo
negli omicidi? Si può ipotizzare che siano stati lei e Niedermann insieme a
commetterli?»
«Ne dubito. E io non formulerei pubblicamente questa teoria.»
«Ma in che modo è coinvolta, allora?»
«Questa è una storia estremamente complicata. Proprio come Mikael
Blomkvist sosteneva fin dall'inizio, si tratta di quel Zala... Alexander Zalachenko.»
Al sentir menzionare Mikael Blomkvist, il procuratore Ekström trasalì
visibilmente.
«Zala è un sicario russo disertore e senza scrupoli dei tempi della guerra
fredda» continuò Bublanski. «Venne qui negli anni settanta e diventò il
padre di Lisbeth Salander. È stato protetto da una parte della Säpo che ha
sempre insabbiato i suoi reati. Un agente della Säpo fece anche in modo
che Lisbeth fosse chiusa in una clinica psichiatrica, quando aveva tredici
anni e minacciava di far saltare il segreto su Zalachenko.»
«Tu capisci che questa storia è un po' dura da digerire. Non è esattamente qualcosa che possiamo sbandierare. Se ho capito bene, tutte le informazioni relative a questo Zalachenko sono secretate.»
«Eppure, questa è la verità. Ho la documentazione.»
«Posso darci un'occhiata?»
Bublanski spinse verso di lui la cartella con l'inchiesta della polizia del
1991. Ekström osservò pensieroso il timbro, che dichiarava che il documento era segreto, e il numero di protocollo, che non ebbe difficoltà a identificare come relativo ai servizi segreti. Sfogliò rapidamente il malloppo di quasi cento pagine e lesse qualcosa a casaccio. Poi lo mise da parte.
«Dobbiamo cercare di abbassare un po' il tono in modo che la situazione
non ci sfugga di mano. Lisbeth Salander fu chiusa in manicomio perché
aveva cercato di uccidere suo padre... questo tale Zalachenko. E adesso gli
ha conficcato un'accetta nel cranio. In ogni caso dev'essere incriminata per
tentato omicidio. E va anche fermata per aver sparato a Magge Lundin a
Stallarholmen.»
«Tu puoi fermare chi ti pare, ma io procederei in modo molto cauto, se
fossi in te.»
«Ma scoppierebbe uno scandalo di dimensioni enormi, se questa faccenda della Säpo dovesse trapelare.»
Bublanski alzò le spalle. Il suo compito consisteva nell'indagare sui crimini, non nel gestire gli scandali.
«Questo tizio della Säpo, Gunnar Björck. Cosa sappiamo del suo ruolo?»
«Lui è uno degli attori principali. Attualmente è in malattia per un'ernia
del disco, sta giù a Smådalarö.»
«Okay... teniamo la bocca chiusa sulla Säpo. Per ora si tratta dell'omicidio di un poliziotto e nient'altro. Il nostro compito è di non creare confusione.»
«Sarà difficile mettere tutto a tacere.»
«Cosa vuoi dire?»
«Ho mandato Curt Svensson a prelevare Björck per un interrogatorio.»
Bublanski guardò l'ora. «Dovrebbe essere in corso proprio adesso.»
«Cosa?»
«In realtà avevo programmato di avere io stesso il piacere di andare a
Smådalarö, ma poi si è intromesso questo nuovo omicidio.»
«Io non ho dato nessuna autorizzazione a prelevare Björck.»
«È vero. Ma non si tratta di un fermo. Lo voglio qui solo per fargli qualche domanda.»
«Questa cosa non mi piace.»
Bublanski si chinò in avanti e assunse un'aria quasi confidenziale.
«Richard... le cose stanno così. Lisbeth Salander è stata oggetto di una
serie di prevaricazioni da parte della giustizia fin da quando era bambina.
Io non ho intenzione di lasciare che si ripeta. Tu puoi decidere di togliermi
la responsabilità delle indagini, ma in questo caso mi vedrei costretto a
scrivere un tagliente rapporto sulla faccenda.»
Richard Ekström assunse l'aria di uno che ha inghiottito qualcosa di aspro.
Gunnar Björck, capodivisione aggiunto della sezione stranieri della Säpo
in malattia, aprì la porta della casa di Smådalarö e alzò gli occhi su un omone robusto, capelli biondi cortissimi e giacca di pelle nera.
«Cerco Gunnar Björck.»
«Sono io.»
«Curt Svensson, polizia giudiziaria provinciale.»
L'uomo gli mostrò il tesserino di riconoscimento.
«Sì?»
«È pregato di seguirmi a Kungsholmen per collaborare con la polizia
nell'inchiesta su Lisbeth Salander.»
«E... dev'esserci un errore.»
«Nessun errore» disse Curt Svensson.
«Lei non capisce. Sono un poliziotto anch'io. Dovrebbe controllare questa cosa con il suo capo.»
«È proprio il mio capo a voler parlare con lei.»
«Devo telefonare e...»
«Potrà chiamare da Kungsholmen.»
Gunnar Björck avvertì d'improvviso un senso di rassegnazione.
È successo. Verrò coinvolto. Dannato maledettissimo Blomkvist. Dannata Salander.
«Sono in arresto?»
«Per il momento no. Ma possiamo senz'altro provvedere, se è questo che
vuole.»
«No... no, è ovvio che vengo. È chiaro che voglio collaborare con i col-
leghi.»
«Ottimo» disse Curt Svensson, seguendo Gunnar Björck dentro casa. Lo
tenne d'occhio mentre prendeva il soprabito e spegneva la macchina del
caffè.
Alle undici del mattino Mikael Blomkvist poté constatare che la sua auto
a noleggio era ancora parcheggiata dietro un fienile dalle parti di Gosseberga, ma anche che era talmente esausto da non avere la forza di percorrere al volante un tragitto relativamente lungo senza costituire un pericolo
per il traffico. Chiese quindi consiglio all'ispettore Marcus Erlander, che
fece portare indietro la macchina da uno dei tecnici della scientifica di
Göteborg.
«La consideri una compensazione per come è stato trattato stanotte.»
Mikael annui e chiamò un taxi per il City Hotel di Lorensbergsgatan, vicino alla Avenyn. Prese una singola per una notte per ottocento corone,
andò immediatamente in camera e si spogliò. Si sedette nudo sul letto e tirò fuori il Palm Tungsten T3 di Lisbeth Salander dalla tasca della giacca,
soppesandolo nella mano. Era ancora stupefatto che il piccolo computer
non gli fosse stato sequestrato quando il commissario Thomas Paulsson
l'aveva perquisito, ma doveva aver dato per scontato che fosse suo, e in
pratica lui non era stato messo agli arresti. Rifletté un attimo e poi lo mise
nello scomparto della borsa del computer dove conservava il cd di Lisbeth,
Bjurman, anch'esso sfuggito a Paulsson. Era consapevole che, da un punto
di vista strettamente tecnico, stava sottraendo materiale di prova, ma si
trattava di oggetti che Lisbeth con ogni probabilità non voleva finissero in
mani sbagliate.
Accese il cellulare, vide che le batterie si stavano scaricando e le mise in
carica. Poi chiamò la sorella, l'avvocato Annika Giannini.
«Ciao sorellina.»
«Cosa hai a che fare con l'omicidio dell'agente di questa notte?» domandò lei senza preamboli.
Lui le spiegò brevemente ciò che era accaduto.
«Okay. Lisbeth Salander dunque è in terapia intensiva.»
«Esatto. Non sapremo quali danni ha riportato finché non si sveglierà,
ma di sicuro avrà bisogno di un avvocato.»
Annika rifletté un momento.
«Credi che mi vorrà?»
«Probabilmente non ne vorrà proprio sapere di un avvocato. Non è il ti-
po che chiede aiuto a qualcuno.»
«A quanto pare avrebbe bisogno di un penalista. Fammi dare un'occhiata
alla documentazione che hai.»
«Parla con Erika e chiedigliene una copia.»
Non appena ebbe terminato la conversazione con Annika, Mikael telefonò a Erika Berger. Non rispondeva al cellulare, così fece il suo numero alla
redazione di Millennium. Fu Henry Cortez a rispondere.
«Erika è fuori da qualche parte.»
Mikael gli spiegò brevemente cos'era successo e lo pregò di trasmettere
le informazioni a Erika.
«Okay. Che facciamo noi?» chiese Henry.
«Per oggi niente» disse Mikael. «Io ho bisogno di dormire. Verrò su a
Stoccolma domani, se non capitano imprevisti. Millennium darà la sua versione nel prossimo numero e manca ancora quasi un mese.»
Chiuse la conversazione e si infilò sotto le coperte, addormentandosi nel
giro di trenta secondi.
Il capo aggiunto della polizia provinciale Monica Spångberg picchiettò
con una penna l'orlo del bicchiere d'acqua minerale chiedendo silenzio.
Dieci persone erano sedute intorno al tavolo da riunioni nel suo ufficio alla
centrale. Tre donne e sette uomini. Erano presenti il capo della sezione reati contro la persona, il direttore aggiunto della stessa, tre ispettori della polizia giudiziaria fra cui Marcus Erlander, e l'addetto stampa della polizia di
Göteborg. All'incontro erano stati invitati anche la responsabile delle indagini preliminari Agneta Jervas, dell'ufficio del procuratore, e gli ispettori
Sonja Modig e Jerker Holmberg di Stoccolma. Questi ultimi erano stati
chiamati per dimostrare la volontà di collaborare con i colleghi della capitale, e forse anche per far vedere come si conduce una vera inchiesta di polizia.
Monica Spångberg, cui capitava spesso di essere l'unica donna in un
contesto tutto maschile, aveva fama di non perdere tempo in formalità e
amabili convenevoli. Spiegò che il capo della polizia provinciale era in viaggio di lavoro per una conferenza dell'Europol a Madrid. Aveva interrotto
il viaggio quando era stato informato dell'uccisione di un agente, ma non si
prevedeva sarebbe rientrato prima della tarda serata. Quindi si rivolse direttamente al capo della sezione reati contro la persona, Anders Pehrzon, e
lo pregò di riassumere la situazione.
«Al momento sono trascorse circa dieci ore da quando il collega Gunnar
Andersson è stato ucciso sulla strada per Nossebro. Conosciamo il nome
dell'assassino, Ronald Niedermann, ma ci manca ancora un'immagine del
soggetto in questione.»
«Noi abbiamo una sua fotografia vecchia di circa vent'anni, a Stoccolma.
L'abbiamo avuta da Paolo Roberto, ma è quasi inutilizzabile» disse Jerker
Holmberg.
«Okay. Com'è noto, l'auto della polizia di cui si era impossessato è stata
ritrovata questa mattina ad Alingsås. Era parcheggiata in una strada secondaria a circa trecentocinquanta metri dalla stazione ferroviaria. Non abbiamo ricevuto nessuna denuncia relativa a furti d'auto nella zona durante
la mattinata.»
«Situazione delle indagini?»
«Teniamo sotto controllo i treni che arrivano a Stoccolma e Malmö. Abbiamo diffuso l'allarme sul territorio nazionale e informato la polizia di
Norvegia e Danimarca. In questo momento abbiamo circa trenta poliziotti
che lavorano direttamente all'inchiesta e naturalmente tutti quanti teniamo
gli occhi aperti.»
«Nessuna traccia?»
«No. Non ancora. Ma una persona con l'aspetto particolare di Niedermann non dovrebbe essere difficile da individuare.»
«C'è qualcuno che sa come sta Fredrik Torstensson?» chiese uno degli
ispettori.
«È ricoverato al Sahlgrenska. È malridotto, grossomodo come per un incidente automobilistico. È difficile credere che un essere umano abbia potuto causare lesioni simili a mani nude. Oltre a fratture multiple e costole
rotte ha una vertebra cervicale incrinata e c'è il rischio che possa rimanere
parzialmente paralizzato.»
Tutti meditarono sulle condizioni del collega per qualche secondo prima
che Monica Spångberg prendesse nuovamente la parola rivolgendosi a
Erlander.
«Cosa è successo a Gosseberga?»
«È successo Thomas Paulsson.»
Un gemito collettivo sfuggì ai partecipanti alla riunione.
«Qualcuno non potrebbe mandarlo in pensione? Quello è un'autentica
catastrofe ambulante.»
«Conosco molto bene Paulsson» disse Monica Spångberg seccamente.
«Ma non ho più sentito lamentele su di lui negli ultimi... ecco, saranno due
anni.»
«Il capo della polizia lassù è un vecchio amico di Paulsson e deve aver
cercato di aiutarlo tenendolo sotto la sua ala protettrice. Con le migliori intenzioni, si capisce, e questa non vuole essere una critica nei suoi confronti. Ma stanotte Paulsson si è comportato in una maniera così stravagante
che diversi colleghi si sono sentiti in dovere di riferirlo.»
«In che senso?»
Marcus Erlander guardò con la coda dell'occhio Sonja Modig e Jerker
Holmberg. Era palesemente imbarazzato a dover mettere in mostra delle
deficienze nell'organizzazione di fronte ai colleghi di Stoccolma.
«La cosa più bizzarra è stata senz'altro mettere un uomo della scientifica
a fare un inventario di ciò che c'era nella legnaia dove abbiamo trovato
quel Zalachenko.»
«Un inventario della legnaia?» si stupì Monica Spångberg.
«Sì... dunque... voleva sapere esattamente quanti ciocchi di legno ci fossero lì dentro. In modo che il rapporto risultasse corretto.»
Un silenzio pregnante si diffuse intorno al tavolo prima che Erlander riprendesse a parlare.
«Questa mattina si è saputo che Paulsson assume almeno due psicofarmaci, Xanor ed Efexor. In realtà avrebbe dovuto essere in malattia ma ha
tenuto nascoste le sue condizioni di salute ai colleghi.»
«Quali condizioni?» domandò Monica Spångberg con voce tagliente.
«Di cosa soffra esattamente non lo so. Il medico, com'è ovvio, è tenuto
al segreto professionale. Ma gli psicofarmaci che prende sono potenti. Durante la scorsa nottata era semplicemente strafatto.»
«Santo dio» disse Monica Spångberg con enfasi. Somigliava al temporale che era passato su Göteborg durante le prime ore del mattino. «Voglio
qui Paulsson per un colloquio. Adesso.»
«Sarà un po' difficile. Stamattina è crollato ed è stato portato all'ospedale
per sovraffaticamento. Abbiamo avuto semplicemente la grande sfortuna
che fosse di turno proprio lui.»
«Posso fare una domanda?» disse il capo della sezione reati contro la
persona. «Paulsson ha arrestato Mikael Blomkvist durante la notte?»
«Ha consegnato un rapporto e sporto denuncia per oltraggio e resistenza
violenta a pubblico ufficiale e porto abusivo di arma.»
«Cosa dice Blomkvist?»
«Ammette l'oltraggio ma sostiene che era più che motivato. A suo dire la
resistenza è consistita in un duro tentativo verbale di impedire che
Torstensson e Andersson andassero a prendere Niedermann da soli e senza
rinforzi.»
«Testimoni?»
«Torstensson, ovviamente. Lasciatemi dire che non credo affatto alla resistenza violenta. È una contromisura tipica, per parare future lamentele da
parte di Blomkvist.»
«Ma Blomkvist aveva sopraffatto quel Niedermann da solo?» domandò
il procuratore Agneta Jervas.
«Minacciandolo con un'arma.»
«Quindi Blomkvist aveva un'arma. Perciò il suo arresto in ogni caso avrebbe un senso. Dove se l'era procurata, quell'arma?»
«Su questo punto Blomkvist non vuole pronunciarsi senza prima avere
parlato con un avvocato. Ma Paulsson lo ha ammanettato mentre stava cercando di consegnare l'arma alla polizia.»
«Posso fare una proposta informale?» disse Sonja Modig con cautela.
Tutti la guardarono.
«Ho incontrato Mikael Blomkvist in diverse occasioni nel corso delle
indagini e il mio giudizio è che è una persona assennata, benché sia un
giornalista. Suppongo che sia tu a dover decidere se incriminarlo o no...»
Guardò verso Agneta Jervas che annuì. «In tal caso questa faccenda
dell'oltraggio e della resistenza è solo una sciocchezza, per cui suppongo
che la archivierai automaticamente.»
«È probabile. Ma la detenzione abusiva di armi è un po' più grave.»
«Propongo che tu ti tenga pronta ad agire. Blomkvist ha messo insieme
questa storia per conto suo e ci precede di parecchie lunghezze. Ci è molto
più utile mantenerci in buoni rapporti con lui e collaborare piuttosto che
lasciarlo libero di giustiziare tutto il corpo di polizia attraverso i massmedia.»
Sonja tacque. Dopo qualche secondo Marcus Erlander si schiarì la voce.
Se aveva il coraggio di esporsi lei, lui non voleva essere da meno.
«Sono d'accordo. Anch'io giudico Blomkvist una persona assennata. Gli
ho anche chiesto scusa per il trattamento cui è stato sottoposto stanotte.
Sembra essere disposto ad appianare le cose. Inoltre dimostra una sua integrità. È riuscito a scoprire il domicilio di Lisbeth Salander ma si rifiuta di
rivelare dove sia. Non ha paura di intavolare una discussione pubblica con
la polizia... e naturalmente si trova in una posizione in cui la sua voce avrebbe sui media lo stesso peso di qualsiasi denuncia da parte di
Paulsson.»
«Però si rifiuta di passare informazioni su Lisbeth Salander alla polizia.»
«Dice che possiamo interrogare Lisbeth direttamente.»
«Che tipo di arma aveva?» domandò Jervas.
«Una Colt 1911 Government. Il numero di serie è sconosciuto. Ho mandato l'arma alla scientifica ma ancora non sappiamo se sia stata usata in
qualche contesto criminale qui in Svezia. Se così fosse, allora la cosa
prenderebbe una piega diversa.»
Monica Spångberg alzò la penna.
«Agneta, decidi tu se vuoi avviare un'indagine preliminare contro
Blomkvist. Ma io propongo di aspettare il rapporto della scientifica. Andiamo avanti. Questo tale, Zalachenko... cosa ci potete raccontare di lui,
voi di Stoccolma?»
«Il fatto è che fino a ieri pomeriggio non avevamo mai sentito parlare né
di Zalachenko né di Niedermann» rispose Sonja Modig.
«Credevo che steste dando la caccia a un gruppo satanista lesbico lassù a
Stoccolma» disse uno dei poliziotti di Göteborg. Qualcuno stirò la bocca in
un accenno di sorriso. Jerker Holmberg si studiò le unghie. Fu Sonja a dover affrontare la domanda.
«Detto fra noi, posso forse affermare che abbiamo anche noi il nostro
Thomas Paulsson a Stoccolma, e questa storia del gruppo satanista lesbico
è piuttosto una pista secondaria.»
Sonja e Holmberg impiegarono quindi circa mezz'ora a raccontare ciò
che era risultato dall'inchiesta.
Quando ebbero terminato, intorno al tavolo si diffuse un lungo silenzio.
«Se questa storia di Gunnar Björck dovesse risultare vera, la Säpo finirà
in pessime acque» dichiarò alla fine il capo della sezione reati contro la
persona.
Tutti annuirono. Agneta Jervas alzò una mano.
«Se ho ben capito, i vostri sospetti si basano in gran parte su indizi e
supposizioni. Come procuratore ho qualche dubbio sulle prove effettive a
carico.»
«Ne siamo perfettamente consapevoli» disse Holmberg. «Crediamo di
sapere ciò che accadde a grandi linee, ma ci sono un bel po' di punti interrogativi da risolvere.»
«Mi sembra di capire che siete ancora impegnati a scavare a Nykvarn,
dalle parti di Södertälje» disse Monica Spångberg. «Di quanti omicidi si
tratta, in tutto?»
Jerker Holmberg batté le palpebre, con aria stanca.
«Abbiamo cominciato con tre omicidi a Stoccolma, quelli per cui è stata
ricercata Lisbeth Salander, ossia l'avvocato Bjurman, il giornalista Dag
Svensson e la dottoranda Mia Bergman. Intorno al deposito di Nykvarn
abbiamo finora trovato tre sepolture. Abbiamo identificato un noto spacciatore e ladruncolo fatto a pezzi dentro la prima, e trovato una donna ancora non identificata nella seconda. E non abbiamo ancora completato lo
scavo della terza. Questa sembra essere più vecchia. Inoltre Mikael
Blomkvist ha fatto un collegamento con l'assassinio di una prostituta a
Södertälje avvenuto qualche mese fa.»
«Perciò con l'agente Gunnar Andersson a Gosseberga si tratta di almeno
otto omicidi... un numero davvero impressionante. E di tutti è sospettato
questo Niedermann? Quest'uomo dovrebbe essere un completo squilibrato
pluriomicida.»
Sonja Modig e Jerker Holmberg si scambiarono un'occhiata. Si trattava
di decidere in quale misura condividere quelle asserzioni. Alla fine Sonja
Modig prese la parola.
«Anche se mancano prove concrete, io e il mio capo, l'ispettore Jan Bublanski, propendiamo a credere che Mikael Blomkvist abbia assolutamente
ragione quando sostiene che i primi tre omicidi sono stati commessi da
Niedermann. Questo significherebbe che Lisbeth Salander è innocente. Per
quanto concerne Nykvarn, Niedermann è collegato con il luogo per via del
rapimento dell'amica di Lisbeth Salander, Miriam Wu. Non esiste alcun
dubbio che quest'ultima fosse destinata a occupare una quarta fossa. Ma il
deposito è di proprietà di un parente del presidente del Motoclub
Svavelsjö, e probabilmente dovremo aspettare di essere riusciti a identificare i resti per trarre delle conclusioni.»
«Quel piccolo criminale che avete identificato...»
«Kenneth Gustafsson, quarantaquattro anni, noto spacciatore e soggetto
problematico fin dall'adolescenza. Spontaneamente sarei propensa a credere che si tratta di un regolamento di conti di qualche genere. Il Motoclub
Svavelsjö è coinvolto in ogni sorta di reati, fra cui lo spaccio di metamfetamina. Potrebbe dunque trattarsi di un cimitero per gente che è venuta in
contrasto con il Motoclub. Ma resta il fatto che...»
«Si?»
«Quella prostituta uccisa a Södertälje... si chiamava Irina Petrova, ventidue anni.»
«Okay.»
«L'esame autoptico ha mostrato che aveva subito percosse molto pesanti
e presentava lesioni del genere che di solito si riscontra su gente uccisa a
colpi di mazza da baseball o simili. Ma le lesioni erano dubbie e il patologo non è stato in grado di indicare quale specifico oggetto fosse stato usato. Blomkvist ha fatto un'osservazione piuttosto acuta. Potevano essere state provocate anche solo con le mani...»
«Niedermann?»
«È una supposizione plausibile. Però mancano ancora le prove.»
«Come procediamo adesso?» chiese Monica Spångberg.
«Io devo parlare con Bublanski, ma un prossimo passo sarà interrogare
quel Zalachenko. Da parte nostra siamo interessati a sentire cosa sappia
degli omicidi di Stoccolma, per voi invece si tratta di catturare Niedermann.»
Uno degli ispettori di Göteborg alzò un dito.
«Posso chiedere... cosa abbiamo trovato in quel podere di Gosseberga?»
«Molto poco. Abbiamo rinvenuto quattro armi da fuoco. Una Sig Sauer
sul tavolo della cucina, smontata e pronta per essere oliata. Una P-83 Wanad di fabbricazione polacca per terra accanto alla cassapanca della cucina.
Una Colt 1911 Government, che è la pistola che Blomkvist aveva cercato
di consegnare a Paulsson. E infine una Browning calibro 22, che rispetto
alle altre è quasi una pistola giocattolo. Sospettiamo che sia quella l'arma
con cui hanno sparato a Lisbeth Salander, dal momento che la ragazza è
ancora viva pur essendosi presa una pallottola nel cervello.»
«Qualcos'altro?»
«Abbiamo posto sotto sequestro una borsa contenente circa duecentomila corone. Era in una stanza al primo piano che era occupata da Niedermann.»
«Siete sicuri che fosse proprio la sua camera?»
«Be', lui porta la XXL. Zalachenko avrà al massimo una M.»
«Esiste qualcosa che leghi Zalachenko a qualche attività criminosa?»
domandò Jerker Holmberg.
Erlander scosse la testa.
«Dipende ovviamente da come vogliamo interpretare la presenza delle
armi. Ma a parte le armi e il fatto che Zalachenko aveva un sistema di sorveglianza molto sofisticato alla fattoria, non abbiamo trovato nulla che distingua il podere di Gosseberga da qualsiasi altro. Si tratta di una casa
ammobiliata in modo molto spartano.»
Poco dopo mezzogiorno un agente in uniforme bussò alla porta e consegnò un foglio a Monica Spångberg. Lei alzò un dito.
«Abbiamo ricevuto la segnalazione di una scomparsa ad Alingsås.
Un'infermiera di ventisette anni che lavora in uno studio dentistico, Anita
Kaspersson, ha lasciato la sua abitazione alle sette e mezza del mattino. Ha
portato il figlio all'asilo e sarebbe dovuta arrivare al lavoro prima delle otto. Ma non è mai arrivata. Lavora da un dentista che ha lo studio a circa
centocinquanta metri dal luogo in cui è stata ritrovata l'automobile della
polizia rubata durante la notte.»
Erlander e Sonja Modig guardarono contemporaneamente l'orologio.
«Dunque ha quattro ore di vantaggio. Di che auto si tratta?»
«Una Renault blu scuro del 1991. Ecco qui il numero di targa.»
«Diffondiamo immediatamente l'avviso di ricerca della macchina. A
questo punto Niedermann può essere in qualsiasi posto fra Oslo, Malmö e
Stoccolma.»
Terminarono la riunione stabilendo che Sonja Modig e Marcus Erlander
avrebbero interrogato insieme Zalachenko.
Henry Cortez corrugò le sopracciglia e seguì Erika Berger con lo sguardo mentre usciva dal suo ufficio e attraversando diagonalmente il corridoio
spariva nel cucinino. Qualche secondo più tardi ne uscì con in mano una
tazza di caffè e sparì di nuovo nel suo ufficio, chiudendosi la porta alle
spalle.
Henry Cortez non riusciva esattamente a mettere a fuoco cosa ci fosse
che non andava. Millennium aveva una redazione del genere che porta i
collaboratori a conoscersi piuttosto bene. Lui lavorava part-time al giornale da quattro anni, e in quell'arco di tempo aveva vissuto fenomenali tempeste, non ultimo il periodo in cui Mikael Blomkvist aveva scontato tre
mesi di prigione per diffamazione e il giornale era stato sul punto di fallire.
Era passato attraverso l'assassinio del loro collaboratore Dag Svensson e
della sua compagna Mia Bergman.
Durante tutte le tempeste Erika Berger era stata la roccia che nulla sembrava in grado di far vacillare. Non era sorpreso che Erika gli avesse telefonato svegliandolo all'alba per mettere al lavoro lui e Lottie Karim. L'affare Salander si era riempito di crepe e Blomkvist era stato coinvolto
nell'omicidio di un agente a Göteborg. Fin qui era tutto chiaro. Lottie si era
parcheggiata alla centrale della polizia per cercare di ottenere qualche notizia sensata. Henry aveva dedicato la mattinata a fare telefonate cercando
di mettere insieme i pezzi di ciò che era successo durante la notte.
Blomkvist non rispondeva al cellulare, ma grazie a una serie di fonti Henry
aveva un'immagine relativamente precisa di quanto doveva essere successo
durante la notte.
Erika tuttavia era stata distratta e assente per tutta la mattinata. Era un
fatto estremamente raro che chiudesse la porta del suo ufficio. Succedeva
quasi esclusivamente quando aveva visite o lavorava intensamente a qualcosa. Quel mattino non aveva avuto nessuna visita e non stava lavorando.
Quando lui in qualche occasione aveva bussato per riferire delle novità,
l'aveva trovata nella poltroncina accanto alla finestra, immersa nei suoi
pensieri, lo sguardo all'apparenza puntato svogliatamente sulla folla che
passava giù in Götgatan. Ascoltava le sue relazioni solo distrattamente.
C'era decisamente qualcosa che non andava.
Il campanello interruppe le sue elucubrazioni. Andò ad aprire e si trovò
davanti Annika Giannini. Henry Cortez aveva incontrato la sorella di
Mikael Blomkvist già diverse volte in precedenza, ma non la conosceva
bene.
«Salve Annika» disse. «Mikael oggi non c'è.»
«Lo so. Vorrei parlare con Erika.»
Erika Berger alzò lo sguardo e si ricompose velocemente mentre Henry
faceva entrare Annika.
«Salve» disse. «Oggi Mikael non c'è.»
Annika sorrise.
«Lo so. Sono qui per il rapporto sulla Säpo di Björck. Micke mi ha chiesto di darci un'occhiata per assistere eventualmente Lisbeth Salander come
avvocato.»
Erika annuì. Si alzò e andò a prendere una cartella dalla scrivania.
Annika esitò un attimo, mentre già stava per uscire. Cambiò idea e andò
a sedersi di fronte a Erika.
«Okay, si può sapere cos'hai?»
«Smetterò di lavorare qui a Millennium. E non sono ancora riuscita a
dirlo a Mikael. Lui è rimasto così coinvolto in questa storia di Lisbeth che
non ce n'è mai stata l'occasione, e io non posso dirlo agli altri prima di averlo detto a lui, ed è per questo che sto da cani.»
Annika si mordicchiò il labbro inferiore.
«E adesso invece lo stai raccontando a me. Cosa andrai a fare?»
«Diventerò caporedattore dello Svenska Morgon-Posten.»
«Wow. In tal caso sarebbero più adatte le congratulazioni, e non pianto e
stridore di denti.»
«Ma non era così che avevo pensato di chiudere con Millennium. Nel bel
mezzo di un maledetto caos. Questa cosa è arrivata come un fulmine a ciel
sereno e non posso dire di no. Voglio dire, è un'occasione che non si ripeterà mai più. Ma ho ricevuto l'offerta proprio poco prima che Dag e Mia
fossero uccisi, e qui c'è stato un tale subbuglio che ho preferito tacere. E
adesso mi sento una coscienza sporca che ti lascio immaginare.»
«Posso capire. E a questo punto hai paura di raccontarlo a Micke.»
«Non l'ho detto a nessuno. Credevo che non sarei passata allo Svenska
prima della fine dell'estate e che ci fosse ancora tempo per parlarne. Ma
ora vogliono che cominci il prima possibile.»
Tacque e guardò Annika, quasi con le lacrime agli occhi.
«Questa in pratica sarà la mia ultima settimana a Millennium. La settimana dopo sarò via e poi... ho bisogno di una settimana di stacco per caricare le batterie. Ma l'1 maggio comincerò all'Smp.»
«E cosa sarebbe successo se fossi stata investita da una macchina? Sarebbero rimasti senza caporedattore senza un minuto di preavviso.»
Erika alzò gli occhi.
«Ma io non sono stata investita da una macchina. Ho consapevolmente
nascosto la notizia per settimane.»
«Capisco che sia una situazione difficile ma ho la sensazione che Micke
e Christer e gli altri sapranno trovare una soluzione. Penso che dovresti
metterli al corrente senza ulteriori indugi.»
«Certo, ma il tuo dannato fratello è a Göteborg oggi. Sta dormendo e
non risponde al telefono.»
«Lo so. Poche persone sono così brave a evitare di rispondere al telefono
come Mikael. Ma qui non si tratta di te e di Micke. So che avete lavorato
insieme per vent'anni o giù di lì e che la vostra storia è un po' complicata,
ma devi pensare a Christer e agli altri della redazione.»
«Ma Mikael di sicuro andrà...»
«Micke andrà su tutte le furie, sì. Certamente. Ma se non è capace di accettare che tu dopo vent'anni pensi un po' a te stessa, allora non vale tutto il
tempo che gli hai dedicato.»
Erika sospirò.
«Datti una mossa adesso. Chiama qui Christer e gli altri della redazione.
Subito.»
Christer Malm restò sconvolto per qualche secondo dopo che Erika ebbe
radunato tutti i collaboratori di Millennium nella piccola sala. La riunione
era stata indetta con solo qualche minuto di preavviso, proprio mentre lui
stava meditando di lasciare l'ufficio un po' prima del solito, essendo venerdì. Guardò con la coda dell'occhio Henry Cortez e Lottie Karim che erano
sorpresi quanto lui. Nemmeno la segretaria di redazione Malin Eriksson
sapeva alcunché, così come la reporter Monica Nilsson e il direttore marketing Sonny Magnusson. L'unico assente era Mikael Blomkvist, che al
momento si trovava a Göteborg.
Santo dio, Mikael non ne sa niente pensò Christer Malm. Mi chiedo come reagirà.
Quindi si rese conto che Erika aveva finito di parlare e che nella sala
riunioni era sceso un silenzio di tomba. Scosse la testa, si alzò in piedi e
andò ad abbracciare Erika stampandole un bacio sulla guancia.
«Congratulazioni, Ricky. Caporedattore dell'Smp. Non è certo un piccolo passo, da questa misera barchetta» disse.
Henry Cortez si riscosse e fece partire un applauso spontaneo. Erika alzò
le mani.
«Stop» disse. «Non merito nessun applauso oggi.»
Fece una breve pausa e scrutò i collaboratori nella piccola redazione.
«Sentite... mi dispiace terribilmente che sia andata in questo modo. Volevo parlarvene diverse settimane fa, ma la cosa è affogata nel caos degli
omicidi. Mikael e Malin hanno lavorato come ossessi e non è mai stato il
momento. Ecco perché siamo finiti a questo punto.»
Malin Eriksson si rese conto con spaventosa chiarezza di quanto la redazione fosse effettivamente a corto di personale e di che vuoto terribile si
sarebbe creato senza Erika. Qualsiasi cosa succedesse o qualsiasi caos
scoppiasse, lei era stata la roccia alla quale Malin si poteva appoggiare, inamovibile nella tempesta. Be'... niente di strano che il "drago del mattino"
l'avesse reclutata. Ma cosa sarebbe successo adesso? Erika era sempre stata un personaggio chiave di Millennium.
«Ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire. Capisco che questo creerà
dell'inquietudine in redazione, e non era davvero nelle mie intenzioni, ma
ora purtroppo la situazione è questa. Primo: non abbandonerò Millennium
completamente. Rimarrò come socia e come membro del consiglio d'amministrazione. È ovvio che però non avrò più nessuna influenza sul lavoro
redazionale, per non creare dei conflitti d'interesse.»
Christer Malm annui pensieroso.
«Secondo: cesserò formalmente di lavorare l'1 maggio, ma oggi sarà in
pratica il mio ultimo giorno lavorativo. La prossima settimana come sapete
sarò via, era una cosa programmata da tempo. E ho deciso che non tornerò
per dare ordini a bacchetta nei pochi giorni prima di andarmene.»
Tacque per un momento.
«Il prossimo numero è già pronto. Ci sono da sistemare solo delle piccole cose. Sarà il mio ultimo numero. Poi dovrà pensarci un altro caporedattore. Vuoterò la mia scrivania stasera.»
Il silenzio era compatto.
«Chi sarà a prendere il mio posto come caporedattore è una decisione
che dev'essere discussa in seno al consiglio d'amministrazione. Ma dev'essere discussa anche fra voi della redazione.»
«Mikael» disse Christer Malm.
«No. Mikael mai. Lui è senza paragoni il peggior caporedattore che potreste scegliere. È perfetto come direttore responsabile e bravissimo a sistemare testi impossibili rendendoli pubblicabili. Ma il caporedattore
dev'essere quello che affronta l'offensiva. Mikael inoltre ha la tendenza a
seppellirsi nelle sue storie e a essere del tutto assente per settimane, talvolta. Dà il meglio di sé quando la situazione si fa rovente, ma è notoriamente
un disastro nel lavoro di routine. Questo lo sapete tutti.»
Christer Malm annuì.
«Millennium ha funzionato perché tu e Mikael vi siete compensati a vicenda.»
«Ma non solo per questo. Ricorderete certamente quando Mikael si ostinò a restare su a Hedestad per quasi un intero, dannatissimo anno. Allora
Millennium funzionò senza di lui, proprio come dovrà funzionare adesso
senza di me.»
«Okay. Qual è il tuo piano?»
«La mia scelta sarebbe che tu prendessi il mio posto come caporedattore,
Christer...»
«Mai e poi mai.» Christer Malm agitò le mani davanti a sé come a respingere risolutamente l'ipotesi.
«... ma siccome so che diresti di no, ho un'altra soluzione. Malin. Tu entrerai in carica come caporedattore pro tempore a partire da oggi.»
«Io?!» disse Malin.
«Proprio tu. Sei stata in gambissima come segretaria di redazione.»
«Ma io...»
«Provaci. Io libererò la mia scrivania stasera. Puoi prendere il mio posto
da lunedì mattina. Il numero di maggio è quasi pronto, ci abbiamo già lavorato fin troppo. In giugno c'è il numero doppio e poi siamo liberi per un
mese. Se non funziona, il consiglio d'amministrazione potrà trovare qualcun altro in agosto. Henry, tu potrai entrare a tempo pieno e sostituire
Malin come segretario di redazione. Poi dovremo reclutare qualche nuovo
collaboratore. Ma questa sarà una scelta vostra e del consiglio.»
Tacque un momento e osservò pensierosa l'assemblea.
«Ancora una cosa. Io vado a lavorare a un altro giornale. Smp e Millennium non sono certo concorrenti sotto il profilo pratico, ma non voglio sapere un pelo più di quanto so già circa il contenuto del prossimo numero.
A partire da questo momento, di tutte le questioni relative dovrete parlare
con Malin.»
«Come ci comportiamo con questa faccenda di Lisbeth Salander?» chiese Henry Cortez.
«Parlatene con Mikael. Io so di Lisbeth, ma metterò tutto da parte.
All'Smp non arriverà niente.»
Erika provava d'improvviso un enorme sollievo.
«È tutto» disse, concludendo la riunione. Si alzò e ritornò nel proprio ufficio senza altri commenti.
Sulla redazione di Millennium scese il silenzio. Fu solo un'ora più tardi
che Malin Eriksson bussò alla porta di Erika.
«Uh-uh...»
«Sì?» domandò Erika.
«Il personale vuole dirti qualcosa.»
«Cosa?»
«Qui fuori.»
Erika si alzò e andò alla porta. Avevano apparecchiato con torta e caffè.
«Penso che dovremo fare una festa come si deve per salutarti» disse
Christer Malm. «Ma per ora ci possiamo accontentare di questo.»
Per la prima volta in quella giornata Erika sorrise.
3.
Venerdì 8 aprile - sabato 9 aprile
Alexander Zalachenko era sveglio da otto ore quando Sonja Modig e
Marcus Erlander arrivarono in visita verso le sette di sera. Era stato sottoposto a un intervento chirurgico piuttosto esteso durante il quale una parte
consistente dello zigomo era stata ricostruita e fissata con viti al titanio. La
sua testa era talmente impacchettata che si vedeva solo l'occhio sinistro.
Un medico aveva spiegato che il colpo di accetta aveva rotto lo zigomo e
danneggiato l'osso frontale, oltre ad aver asportato buona parte della carne
sul lato destro del viso dislocando l'orbita dell'occhio. Le lesioni gli causavano molto dolore. Gli erano state somministrate forti dosi di analgesico
ma era discretamente lucido e in grado di parlare. La polizia però non doveva stancarlo.
«Buona sera, signor Zalachenko» lo salutò Sonja Modig. Poi presentò se
stessa e il collega Erlander.
«Mi chiamo Karl Axel Bodin» disse Zalachenko a fatica attraverso i
denti serrati. La sua voce era tranquilla.
«So esattamente chi è lei. Ho letto il suo curriculum alla Säpo.»
Il che non era del tutto vero, dal momento che i servizi segreti non avevano ancora consegnato una sola carta su Zalachenko.
«È stato molto tempo fa» disse Zalachenko. «Adesso io sono Karl Axel
Bodin.»
«Come si sente?» continuò Sonja Modig. «È in grado di sostenere un
colloquio?»
«Io voglio denunciare un reato. Sono stato vittima di un tentativo di omicidio da parte di mia figlia.»
«Lo sappiamo. Quella faccenda sarà presa in esame a tempo debito» disse Erlander. «Ma al momento abbiamo qualcosa di più importante di cui
parlare.»
«Cosa può essere più importante di un tentato omicidio?»
«Vogliamo sentirla a titolo informativo a proposito di tre omicidi a
Stoccolma, almeno tre omicidi a Nykvarn e un rapimento.»
«Non so di cosa stiate parlando. Chi è stato ucciso?»
«Signor Bodin, abbiamo il fondato sospetto che il suo socio, il
trentacinquenne Ronald Niedermann, sia colpevole di questi crimini» disse
Erlander. «La scorsa notte ha assassinato anche un poliziotto di
Trollhättan.»
Sonja Modig rimase un po' sorpresa che Erlander lo accontentasse chiamandolo Bodin. Zalachenko voltò leggermente la testa in modo da poter
guardare Erlander. La sua voce si ammorbidì leggermente.
«Mi... mi dispiace. Io non so niente di quello che fa Niedermann. Io non
ho ammazzato nessun poliziotto. Sono stato io stesso vittima di un tentato
omicidio.»
«Ronald Niedermann è ricercato. Ha qualche idea di dove potrebbe nascondersi?»
«Non so in quali ambienti si muova. Io...» Zalachenko esitò qualche se-
condo. La sua voce si fece confidenziale. «Devo riconoscere... detto fra
noi... che certe volte sono stato preoccupato per via di Niedermann.»
Erlander si chinò lievemente in avanti.
«Cosa intende?»
«Ho scoperto che è capace di essere molto violento. In effetti, ho paura
di lui.»
«Vuole dire che si è sentito minacciato da Niedermann?» si stupì
Erlander.
«Esattamente. Io sono un vecchio. Non sono in grado di difendermi.»
«Può spiegarmi la sua relazione con Niedermann?»
«Io sono handicappato.» Zalachenko indicò il proprio piede. «Questa è
la seconda volta che mia figlia cerca di ammazzarmi. Ho cominciato a servirmi di Niedermann come assistente molti anni fa. Credevo che potesse
proteggermi... ma in realtà si è impossessato della mia vita. Va e viene
come gli pare, io non ho più voce in capitolo.»
«E in cosa l'aiuta?» si intromise Sonja. «In quello che lei non riesce a fare?»
Zalachenko le diede una lunga occhiata con l'unico occhio visibile.
«Mi sembra di aver capito che sua figlia lanciò una bomba incendiaria
dentro la sua automobile una decina di anni fa» disse Sonja. «Può spiegarmi cosa la spinse?»
«Questo lo deve chiedere a lei. È malata di mente.»
La sua voce era nuovamente ostile.
«Vuole dire che non riesce a immaginare nessun motivo per cui Lisbeth
la aggredì nel 1991?»
«Mia figlia è malata di mente. C'è un'ampia documentazione al proposito.»
Sonja piegò la testa di lato. Si era accorta che Zalachenko rispondeva in
modo molto più aggressivo e ostile quando era lei a porre le domande. Si
rese conto che anche Erlander aveva notato la stessa cosa. Okay... Good
cop, bad cop. Alzò la voce.
«Non crede che la sua reazione potesse essere collegata al fatto che lei
aveva percosso sua madre così brutalmente da provocarle danni permanenti al cervello?»
Zalachenko la fissò con espressione tranquilla.
«Queste sono solo stronzate. Sua madre era una puttana. Probabilmente
fu qualcuno dei suoi clienti a conciarla per le feste. Io capitai lì solo per
caso.»
Sonja inarcò le sopracciglia.
«Perciò lei sarebbe del tutto innocente?»
«È ovvio.»
«Zalachenko... mi faccia capire se ho inteso correttamente. Lei dunque
nega di aver percosso l'allora sua compagna Agneta Sofia Salander, madre
di Lisbeth, nonostante questo fatto sia oggetto di una corposa inchiesta secretata, redatta dal suo referente dell'epoca presso i servizi segreti, Gunnar
Björck.»
«Io non sono mai stato condannato per alcunché. Non sono mai stato
nemmeno incriminato. Non è colpa mia se qualche imbecille dei servizi
segreti scrive fantasie nei suoi rapporti. Se fossi stato sospettato, avrebbero
almeno dovuto interrogarmi.»
Sonja non ebbe di che replicare. Zalachenko parve sogghignare sotto le
bende.
«Desidero sporgere denuncia contro mia figlia. Ha cercato di uccidermi.»
Sonja sospirò.
«Comincio a capire perché Lisbeth abbia sentito il bisogno di calarle
un'accetta sulla testa.»
Erlander si schiarì la voce.
«Scusi, signor Bodin... forse dovremmo tornare su quello che sa sulle attività di Ronald Niedermann.»
Sonja telefonò all'ispettore Jan Bublanski dal corridoio.
«Niente» disse.
«Niente?» ripeté Bublanski.
«Ha sporto denuncia contro Lisbeth Salander per lesioni aggravate e tentato omicidio. Sostiene di non avere nulla a che fare con gli omicidi di
Stoccolma.»
«E come spiega che Lisbeth sia stata sepolta viva nel suo podere di Gosseberga?»
«Dice che era raffreddato e aveva passato quasi tutto il giorno a letto a
dormire, e che se hanno sparato a Lisbeth a Gosseberga dev'essere stata
un'idea di Ronald Niedermann.»
«Okay. Cosa abbiamo?»
«Hanno sparato alla ragazza con una Browning calibro 22. È per questo
che è ancora viva. Abbiamo trovato l'arma. Zalachenko ammette che è
sua.»
«Aha. In altre parole, sa che troveremo le sue impronte sulla pistola.»
«Esatto. Ma dice che l'ultima volta che l'ha vista era nel cassetto della
sua scrivania.»
«Dunque Ronald Niedermann si è probabilmente impossessato dell'arma
mentre Zalachenko dormiva e ha sparato a Lisbeth. Siamo in grado di dimostrare il contrario?»
Sonja Modig rifletté qualche secondo prima di rispondere.
«È ferrato nella legislazione svedese e nei metodi della polizia. Non
ammette niente e ha Niedermann come capro espiatorio. Effettivamente
non so cosa siamo in grado di dimostrare. Ho detto a Erlander di mandare i
suoi abiti alla scientifica per vedere se ci sono tracce di polvere da sparo,
ma probabilmente lui sosterrà di aver fatto delle esercitazioni di tiro con
quell'arma un paio di giorni prima.»
Lisbeth Salander sentiva un profumo di mandorle ed etanolo. Le pareva
di avere in bocca del liquore e cercò di deglutire ma scoprì che la lingua
era come paralizzata. Cercò di aprire gli occhi senza riuscirci. Sentì una
voce lontana che sembrava parlarle ma non era in grado di afferrare le parole. Poi la sentì più chiaramente.
«Credo che si stia svegliando.»
Percepì che qualcuno le sfiorava la fronte e cercò di allontanare la mano
invadente. Nello stesso istante avvertì un dolore lancinante alla spalla sinistra. Si rilassò.
«Mi senti?»
Vattene via.
«Riesci ad aprire gli occhi?»
Chi è il maledetto idiota che parla?
Alla fine aprì gli occhi. Inizialmente vide solo dei bizzarri puntini luminosi, poi al centro del suo campo visivo comparve una figura. Cercò di
metterla a fuoco, ma si sottraeva in continuazione. Le sembrava di essere
ubriaca fradicia, e che il letto si inclinasse continuamente all'indietro.
«Strn» disse.
«Cosa hai detto?»
«Diot» disse lei.
«Okay. Puoi aprire gli occhi di nuovo?»
Lei aprì gli occhi a fessura. Vide un volto sconosciuto e ne memorizzò
ogni dettaglio. Un uomo biondo con gli occhi azzurrissimi e un viso spigoloso a poca distanza dal suo.
«Salve. Mi chiamo Anders Jonasson. Sono un medico. Adesso ti trovi
all'ospedale. Sei stata ferita e ti stai svegliando dopo un'operazione. Ti ricordi come ti chiami?»
«Schalandr» disse Lisbeth Salander.
«Okay. Puoi farmi un piacere? Conta fino a dieci.»
«Uno due quattro... no... tre quattro cinque sei...»
Poi si riaddormentò.
Il dottor Jonasson però era soddisfatto del risultato che aveva ottenuto.
La ragazza aveva detto il proprio nome e cominciato a contare. Questo indicava che le sue facoltà intellettive erano ancora discretamente intatte e
che non si era ridotta a un vegetale. Annotò l'ora del risveglio, le nove e sei
minuti, circa sedici ore dopo che aveva terminato l'intervento chirurgico.
Aveva dormito per gran parte della giornata ed era tornato al Sahlgrenska
verso le sette di sera. In realtà non era in servizio ma aveva del lavoro burocratico da sbrigare.
E non aveva potuto fare a meno di passare in terapia intensiva a dare
un'occhiata alla paziente nel cui cervello era andato a frugare alle prime
luci dell'alba.
«Lasciatela dormire ancora un po', ma tenete d'occhio il suo elettroencefalogramma. Temo che possano verificarsi delle emorragie cerebrali. Sembrava avvertire un forte dolore alla spalla quando ha cercato di muovere il
braccio. Se si sveglia potete somministrarle due milligrammi di morfina
l'ora.»
Mentre usciva dall'ingresso principale del Sahlgrenska si sentiva curiosamente euforico.
Mancavano pochi minuti alle due del mattino quando Lisbeth Salander
si svegliò di nuovo. Aprì lentamente gli occhi e vide un cono di luce sul
soffitto. Dopo diversi minuti voltò la testa e si rese conto di avere un collare. Sentì un sordo mal di testa e un forte dolore alla spalla quando cercò di
spostare il peso del corpo. Chiuse gli occhi.
Ospedale pensò immediatamente. Cosa ci faccio qui?
Si sentiva completamente sfinita.
All'inizio ebbe difficoltà a mettere a fuoco i pensieri. Poi i ricordi riaffiorarono in immagini sconnesse.
Per qualche secondo fu colta dal panico quando si sentì invadere il cervello da frammenti di ricordi di come, scavando, si era tirata fuori da una
fossa. Strinse forte i denti e si concentrò sul respiro.
Constatò di essere viva. Non era del tutto sicura se fosse un bene o un
male.
Lisbeth Salander non ricordava di preciso cosa fosse successo, ma le ritornò alla mente un nebuloso mosaico di immagini da una legnaia con lei
che faceva roteare furiosamente un'accetta colpendo in testa suo padre. Zalachenko. Non sapeva se fosse vivo o morto.
Non riusciva a ricordare esattamente cosa ne fosse stato di Niedermann.
Aveva la vaga sensazione di essersi meravigliata che fosse scappato a
gambe levate e non capiva perché.
D'improvviso le tornò in mente di aver visto Kalle Dannato Blomkvist.
Forse lo aveva solo sognato, ma ricordava una cucina - doveva essere stata
la cucina di Gosseberga - e le sembrava di averlo visto avvicinarsi a lei.
Devo aver avuto delle allucinazioni.
Gli avvenimenti di Gosseberga sembravano già molto lontani o addirittura un sogno assurdo. Si concentrò sul presente.
Era ferita. Questo non c'era bisogno che glielo dicesse nessuno. Sollevò
la mano destra e si toccò piano la testa. Scoprì che era tutta bendata. Poi
d'improvviso ricordò. Niedermann. Zalachenko. Anche il vecchio maledetto aveva una pistola. Una Browning calibro 22. Che a confronto con quasi
tutte le altre armi da fuoco era da considerarsi relativamente innocua. Ecco
perché era ancora viva.
Sono stata colpita alla testa. Potevo infilare il dito nel foro d'ingresso e
toccarmi il cervello.
Era sorpresa di essere ancora viva. Notò che stranamente non le importava nulla. Se la morte era il vuoto nero dal quale si era appena svegliata,
allora non era niente per cui angustiarsi. Non avrebbe mai notato la differenza.
Con questa riflessione metafisica chiuse gli occhi e si addormentò nuovamente.
Aveva sonnecchiato solo per qualche minuto quando avvertì un movimento e aprì le palpebre in una sottile fessura. Vide un'infermiera in camice bianco chinarsi su di lei. Chiuse gli occhi e finse di dormire.
«Credo che tu sia sveglia» disse l'infermiera.
«Mmm» fece Lisbeth Salander.
«Ciao, io mi chiamo Marianne. Capisci quello che dico?»
Lisbeth cercò di annuire ma si rese conto che la sua testa era immobilizzata nel tutore.
«No, non cercare di muoverti. Non devi aver paura. Sei stata ferita e ti
hanno operata.»
«Posso avere dell'acqua?»
Marianne le diede da bere dell'acqua con una cannuccia. Mentre Lisbeth
beveva, registrò che un'altra persona era comparsa alla sua sinistra.
«Salve Lisbeth. Mi senti?»
«Mmm» rispose Lisbeth.
«Io sono la dottoressa Helena Endrin. Lo sai dove ti trovi?»
«Ospedale.»
«Sei all'ospedale Sahlgrenska a Göteborg. Sei stata operata e ti trovi nel
reparto di terapia intensiva.»
«Mmm.»
«Non devi aver paura.»
«Mi hanno sparato in testa.»
La dottoressa Endrin esitò un secondo.
«Esatto. Ti ricordi cosa è successo?»
«Il vecchio bastardo aveva una pistola.»
«Eh... sì, è così.»
«Calibro 22.»
«Davvero? Questo non lo sapevo.»
«Quanto sono grave?»
«Hai una buona prognosi. Eri molto malridotta ma crediamo che tu abbia buone prospettive di guarire completamente.»
Lisbeth valutò l'informazione. Quindi puntò gli occhi sulla dottoressa
Endrin. Notò che vedeva un po' annebbiato.
«Che ne è stato di Zalachenko?»
«Chi?»
«Il vecchio bastardo. È ancora vivo?»
«Vuoi dire Karl Axel Bodin.»
«No. Voglio dire Alexander Zalachenko. È il suo vero nome.»
«Di questo io non so niente. So che il signore di una certa età che è stato
ricoverato contemporaneamente a te è malconcio ma fuori pericolo.»
Lisbeth si sentì sprofondare il cuore. Rifletté sulle parole della dottoressa.
«Dov'è adesso?»
«È nella stanza qui accanto. Ma adesso non devi pensare a lui. Devi solo
concentrarti sulla tua guarigione.»
Lisbeth chiuse gli occhi. Valutò per un attimo se avrebbe avuto la forza
di alzarsi dal letto, trovare un'arma passabile e portare a termine ciò che
aveva cominciato. Poi allontanò quei pensieri. Non riusciva quasi neanche
a tenere aperte le palpebre. In altre parole aveva fallito nel suo proposito di
uccidere Zalachenko. Finirà per cavarsela di nuovo.
«Vorrei visitarti. Poi potrai dormire» disse la dottoressa Endrin.
Mikael Blomkvist si svegliò di colpo e senza motivo. Per qualche secondo non seppe dove si trovava, poi si ricordò di essere al City Hotel. La
camera era immersa in un buio totale. Accese la lampada sopra il letto e
guardò l'orologio. Le due e mezza del mattino. Aveva dormito senza interruzione per quindici ore.
Si alzò e andò in bagno a orinare. Poi si fermò un attimo a riflettere. Sapeva che non sarebbe riuscito a riprendere sonno, quindi si mise sotto la
doccia. Poi si infilò i jeans e una felpa color vinaccia che avrebbe avuto bisogno di fare un giro in lavatrice. Aveva una fame da lupi e telefonò alla
reception per chiedere se poteva ordinare un caffè e un tramezzino a
quell'ora di notte. Nessun problema.
Calzò un paio di mocassini e si mise la giacca, dopo di che scese alla reception a ritirare il caffè e un panino integrale con formaggio e paté di fegato che si portò su in camera. Mentre mangiava avviò il suo iBook e si
collegò. Andò sul sito dell'Aftonbladet. La cattura di Lisbeth Salander era,
poco sorprendentemente, la notizia di maggior rilievo. La cronaca èra ancora piuttosto confusa, ma almeno si muoveva sul binario giusto. Il
trentacinquenne Ronald Niedermann era ricercato per l'uccisione di un agente. La polizia voleva anche interrogarlo in relazione agli omicidi di
Stoccolma. Non si diceva nulla sulle condizioni di Lisbeth, e di Zalachenko non veniva fatto il nome. Era indicato solo come un uomo di sessantasei anni residente a Gosseberga, ed era chiaro che i media erano ancora
dell'idea che potesse essere una vittima.
Quando ebbe terminato di leggere, Mikael aprì il cellulare e vide che aveva venti nuovi messaggi. Tre erano di Erika Berger. Due di Annika
Giannini. Quattordici erano messaggi di colleghi di diversi giornali. Uno di
Christer Malm che gli scriveva: Faresti meglio a prendere il primo treno
possibile per casa.
Mikael corrugò la fronte. Era un messaggio insolito per Christer. L'sms
era stato inviato alle sette della sera precedente. Soffocò l'impulso di telefonare e svegliare qualcuno alle tre del mattino. Invece controllò gli orari
dei treni in rete e vide che il primo per Stoccolma partiva alle cinque e
venti.
Aprì un nuovo documento Word. Poi accese una sigaretta e restò seduto
immobile tre minuti a fissare lo schermo vuoto. Infine sollevò le dita e
cominciò a scrivere.
Il suo nome è Lisbeth Salander e la Svezia ha imparato a conoscerla attraverso le conferenze stampa della polizia e gli articoli dei giornali della
sera. Ha ventisette anni ed è alta un metro e cinquanta. È stata descritta
come psicopatica, assassina e lesbica satanista. Non c'è limite alle fantasie che sono state vendute al pubblico su di lei. In questo numero Millennium racconta la storia di come dei funzionari statali abbiano cospirato
contro Lisbeth Salander per proteggere un assassino psicopatico.
Scriveva lentamente e fece poche modifiche alla prima bozza. Lavorò
concentrato per cinquanta minuti e produsse circa due pagine, che erano un
riepilogo dei fatti della notte in cui aveva trovato Dag Svensson e Mia
Bergman e del perché la polizia si fosse concentrata su Lisbeth Salander
come omicida. Citò i titoli dei giornali della sera sulle lesbiche sataniste,
che lasciavano intendere il clima di attesa di solleticanti dettagli sadomaso.
Infine diede un'occhiata all'orologio e chiuse rapidamente il suo iBook.
Scese alla reception a saldare il conto. Pagò con la carta di credito e chiamò un taxi per la stazione centrale di Göteborg.
Mikael Blomkvist raggiunse immediatamente il vagone ristorante e ordinò caffè e tramezzini. Poi aprì di nuovo il suo iBook e rilesse il testo che
aveva fatto in tempo a scrivere nelle prime ore del mattino. Era talmente
immerso nella composizione della storia di Zalachenko che non si accorse
dell'ispettore Sonja Modig finché lei non si schiarì la voce chiedendogli se
poteva fargli compagnia. Mikael alzò gli occhi e spense il computer.
«Torna a casa?» domandò Sonja.
Lui annuì.
«Anche lei, mi pare di capire.»
L'ispettore fece cenno di sì.
«Il mio collega si ferma ancora un giorno.»
«Ha notizie delle condizioni di Lisbeth? Da quando ci siamo separati
non ho fatto altro che dormire.»
«Si è risvegliata solo ieri sera. Ma i medici pensano che se la caverà e
che potrà guarire completamente. Ha avuto una fortuna incredibile.»
Mikael annuì. Tutto d'un tratto si rese conto che non era stato in ansia
per lei. Aveva dato per scontato che sarebbe sopravvissuta. Ogni altra ipotesi era impensabile.
«È successo qualcos'altro di interessante?» chiese.
Sonja Modig lo guardò, un po' titubante. Si domandò in che misura potesse parlare di quella storia con Mikael, che in effetti ne sapeva più di
quanto non ne sapesse lei stessa. D'altro lato si era seduta lei al suo tavolo,
e probabilmente almeno un centinaio di giornalisti avevano già scoperto
ciò che stava succedendo alla centrale della polizia.
«Non voglio essere citata» disse.
«L'ho chiesto per interesse personale.»
Lei annuì e spiegò che la polizia stava dando la caccia a Ronald Niedermann su tutti i fronti e in particolare nell'area di Malmö.
«E Zalachenko? L'avete sentito?»
«Sì, l'abbiamo sentito.»
«E?»
«Non posso dire nulla.»
«Avanti, Sonja. Meno di un'ora dopo aver messo piede in redazione a
Stoccolma saprò già esattamente di cosa avete parlato. E non scriverò una
sola parola di quello che mi racconterà adesso.»
Lei esitò prima di incontrare il suo sguardo.
«Ha sporto denuncia contro Lisbeth Salander perché ha tentato di ucciderlo. La ragazza potrebbe essere fermata per tentato omicidio, o comunque per lesioni aggravate.»
«E Lisbeth molto probabilmente addurrà la legittima difesa.»
«Lo spero» disse Sonja.
Mikael la guardò con espressione dura.
«Questa non suonava come una dichiarazione della polizia» disse, in attesa.
«Bodin... Zalachenko è viscido e sfuggente come un'anguilla e ha una risposta a ogni domanda. Sono perfettamente convinta che le cose stiano più
o meno come ci ha raccontato lei ieri. Ciò significa che Lisbeth è stata oggetto di un sopruso da parte della giustizia che va avanti da quando aveva
dodici anni.»
Mikael annuì.
«È proprio la storia che ho in mente di pubblicare» disse.
«Non avrà molto successo in certi ambienti.»
Sonja esitò ancora un momento. Mikael aspettava.
«Ho parlato con Bublanski mezz'ora fa. Non mi ha detto granché, ma
l'indagine preliminare su Lisbeth Salander per l'omicidio dei suoi amici
sembra essere stata sospesa. Adesso l'interesse si è spostato su Niedermann.»
«La qual cosa significa che...»
Mikael lasciò che la domanda rimanesse a mezz'aria fra loro. Sonja
Modig alzò le spalle.
«Chi si occuperà dell'inchiesta su Lisbeth Salander?»
«Non lo so. La faccenda di Gosseberga è nelle mani della polizia di
Göteborg. Ma ci giurerei che qualcuno a Stoccolma sarà incaricato di mettere insieme tutto il materiale in vista di un'incriminazione.»
«Capisco. Vogliamo scommettere che l'inchiesta verrà passata alla
Säpo?»
Sonja Modig scosse la testa.
Poco prima di Alingsås, Mikael si chinò verso di lei.
«Sonja... io credo che lei capisca dove si andrà a finire. Se la storia di
Zalachenko diventerà pubblica, scoppierà uno scandalo di proporzioni enormi. I servizi segreti hanno collaborato con uno psichiatra per far chiudere Lisbeth in manicomio. L'unica cosa che possono fare è sostenere inflessibilmente che è davvero malata di mente e che il ricovero coatto del
1991 era legittimo.»
Sonja Modig annuì.
«Io farò tutto quello che posso per mettergli i bastoni fra le ruote. Lisbeth Salander è sana di mente come lei e me. Stramba, certo, ma le sue
capacità intellettive non possono essere messe in discussione» disse
Mikael.
Sonja annuì. Mikael fece una pausa e lasciò che le sue parole si sedimentassero.
«Avrei bisogno di qualcuno di cui potermi fidare» disse poi.
Lei incontrò il suo sguardo.
«Io non ho la competenza per stabilire se Lisbeth Salander è inferma di
mente o meno» rispose.
«No, però ha la competenza per giudicare se ha subito un sopruso da
parte della giustizia o no.»
«Qual è la sua proposta?»
«Non dico che dovrebbe fare la spia dei suoi colleghi, ma vorrei che mi
informasse se scopre che Lisbeth Salander sta per subire qualche altro sopruso.»
Sonja rimase in silenzio.
«Non voglio che mi confidi i dettagli tecnici dell'inchiesta o cose del genere. Usi il suo metro di giudizio. Ma ho bisogno di sapere quali pieghe
prenderà l'incriminazione contro Lisbeth.»
«Suona come un ottimo metodo per essere licenziati.»
«Lei è una fonte. Io non farò mai il suo nome e non la metterò mai nei
pasticci.»
Prese un taccuino e scrisse un indirizzo di posta elettronica.
«È un indirizzo Hotmail anonimo. Se vuole raccontare qualcosa, può utilizzare questo. Ma non usi il suo indirizzo solito. Si crei un account provvisorio su Hotmail.»
Lei prese l'indirizzo e lo infilò nella tasca interna della giacca. Non fece
promesse.
L'ispettore Marcus Erlander si svegliò alle sette del sabato mattina perché il telefono stava suonando. Sentì delle voci dalla tv e il profumo del
caffè dalla cucina dove sua moglie aveva già dato inizio alle faccende mattutine. Era tornato a casa nell'appartamento di Mölndal all'una di notte e
aveva dormito grossomodo cinque ore. Aveva lavorato per quasi ventiquattr'ore di fila. Di conseguenza era ben lontano dal sentirsi perfettamente
riposato quando si allungò per afferrare il ricevitore.
«Mårtensson, investigativa, turno di notte. Sei sveglio?»
«No» rispose Erlander. «Non ho quasi fatto in tempo ad addormentarmi.
Cosa è successo?»
«Novità. Anita Kaspersson è stata ritrovata.»
«Dove?»
«Appena fuori Seglora, a sud di Borås.»
Erlander visualizzò mentalmente una carta.
«Sta andando verso sud» disse. «Si muove lungo strade secondarie. Deve aver preso la statale 180 per Borås e poi aver girato verso sud. Abbiamo
allertato Malmö?»
«E anche Helsingborg, Landskrona e Trelleborg. E Karlskrona. Ho pensato anche al traghetto diretto all'Est.»
Erlander si alzò e si massaggiò la nuca.
«Ha quasi un giorno di vantaggio. Può essere già fuori dai confini nazionali. Dove è stata trovata la Kaspersson?»
«Al cancello di una villa all'ingresso di Seglora.»
«Cosa?»
«Ha bussato...»
«Ho sentito. Vuoi dire che è viva?»
«Scusami. Sono stanco e mi rendo conto di non essere molto concentrato. Anita Kaspersson è arrivata a Seglora alle tre e dieci di stamattina e ha
preso a calci il cancello di una villa spaventando una famiglia che stava
dormendo. Era scalza, semicongelata e aveva le mani legate dietro la
schiena. Ora si trova all'ospedale di Borås dove è stata raggiunta dal marito.»
«Incredibile. Penso che tutti noi fossimo convinti che non l'avremmo
trovata viva.»
«Certe volte si viene sorpresi.»
«Positivamente sorpresi.»
«E adesso veniamo alle notizie sgradevoli. Il capo aggiunto della polizia
provinciale, Monica Spångberg, è qui dalle cinque di stamattina. Ti ordina
di svegliarti e di recarti immediatamente a Borås per interrogare la Kaspersson.»
Siccome era sabato mattina, Mikael dava per scontato che la redazione
di Millennium fosse deserta. Telefonò a Christer Malm mentre l'X2000
transitava sul ponte di Årstabron e gli chiese il perché del suo sms.
«Hai fatto colazione?» chiese Christer Malm.
«Quello che si può fare in treno.»
«Okay. Vieni a casa mia e ti offrirò qualcosa di più sostanzioso.»
«Di cosa si tratta?»
«Te lo dico quando arrivi.»
Mikael prese il metrò fino a Medborgarplatsen e raggiunse a piedi Allhelgonagatan. Fu il compagno di Christer, Arnold Magnusson, ad aprirgli
la porta. Per quanto si sforzasse, Mikael non riusciva mai a liberarsi dalla
sensazione di trovarsi davanti il manifesto pubblicitario di qualcosa. Arnold Magnusson aveva avuto un passato al Dramaten ed era uno degli attori più richiesti di tutta la Svezia. Era sempre un po' sconvolgente incontrarlo nella realtà. A Mikael di solito i personaggi famosi non facevano nessuna impressione, ma Magnusson aveva un aspetto talmente caratteristico ed
era così legato a certi ruoli del cinema e della tv, in particolare al collerico
ma giusto commissario Gunnar Frisk di una fortunatissima serie televisiva,
che Mikael si aspettava sempre di vederlo comportarsi come un suo personaggio.
«Salve, Micke» lo salutò Arnold.
«Ciao» disse Mikael.
«In cucina» disse Arnold facendolo accomodare.
Christer Malm servì cialde appena fatte con marmellata di more artiche e
caffè. Mikael aveva l'acquolina in bocca già prima di sedersi e si gettò letteralmente sul piatto. Christer chiese cos'era successo a Gosseberga.
Mikael ricapitolò i dettagli. Stava mangiando la terza cialda quando finalmente si ricordò di chiedere cosa ci fosse in ballo.
«Abbiamo avuto un problemino a Millennium mentre tu eri a Göteborg»
disse Christer.
Mikael corrugò la fronte.
«Sarebbe?»
«Niente di serio. Ma Erika Berger è diventata caporedattore dello
Svenska Morgon-Posten. Ieri è stato il suo ultimo giorno di lavoro a Millennium.»
Mikael rimase con la cialda a mezz'aria. Occorsero diversi secondi prima che la notizia si sedimentasse per bene.
«Perché non me l'ha detto?» domandò alla fine.
«Voleva farlo, ma sono settimane che corri a destra e sinistra e sei inavvicinabile. Probabilmente riteneva che avessi problemi a sufficienza con la
vicenda Salander. Siccome voleva dirlo a te prima che a tutti gli altri, di
conseguenza non ha detto nulla nemmeno a noi, e i giorni sono passati...
Be', si è trovata con una coscienza sporca da record, e stava terribilmente
male. E noi non ci siamo accorti di niente.»
Mikael chiuse gli occhi.
«Cazzo» disse.
«Lo so. È andata a finire che tu sei l'ultimo della redazione a saperlo.
Volevo informarti direttamente in modo che tu capisca come sono andate
le cose e non creda che qualcuno abbia agito alle tue spalle.»
«Su questo non c'è problema. Ma accidenti. È grandioso che ce l'abbia
fatta, se proprio vuole lavorare per l'Smp... ma che cavolo facciamo noi adesso in redazione?»
«Malin diventa caporedattore pro tempore a partire dal prossimo numero.»
«Malin?»
«Se non vuoi assumere tu l'incarico...»
«No, per la miseria.»
«Lo immaginavo. Dunque Malin diventerà caporedattore.»
«E chi la sostituirà?»
«Henry Cortez. È con noi da quattro anni e non è più un pivello.»
Mikael soppesò le proposte.
«Devo aggiungere qualcosa?» chiese.
«Naa» disse Christer.
Mikael fece una risata secca.
«Okay. Si faccia pure come avete deciso. Malin è in gamba ma insicura.
Henry è un po' troppo impreciso. Dovremo tenerli d'occhio.»
«È quello che faremo.»
Mikael tacque. Sapeva che ci sarebbe stato un vuoto enorme al giornale
senza Erika, e non era sicuro di come sarebbero andate le cose in futuro.
«Devo chiamare Erika e...»
«Naa, non credo che ce ne sia bisogno.»
«Perché?»
«Sta dormendo in redazione. Va' a svegliarla, o qualcosa del genere.»
Mikael trovò una Erika Berger profondamente addormentata sul divanoletto del suo ufficio in redazione. Aveva impiegato la notte a svuotare libreria e scrivania dei suoi effetti personali e delle carte che voleva conservare. Aveva riempito quattro scatoloni da trasloco. Mikael la guardò a lungo dalla soglia prima di entrare e andare a sedersi sul divano per svegliarla.
«Perché diamine non vai a dormire a casa mia se proprio devi dormire in
città?» le disse.
«Ciao, Mikael» disse lei.
«Christer mi ha raccontato.»
Erika stava per dire qualcosa quando lui si chinò a baciarla sulla guancia.
«Sei arrabbiato?»
«Pazzescamente» disse lui in tono secco.
«Mi dispiace. Non potevo dire di no a quell'offerta. Ma ho la sensazione
che sia tutto uno sbaglio, e di lasciare Millennium nella merda.»
«Probabilmente non sono la persona giusta per criticarti se abbandoni la
barca. Due anni fa me ne sono andato io e ho lasciato te nella merda, in
una situazione molto più difficile di questa.»
«Non c'entra. Tu avevi bisogno di una pausa. Io ho finito con comodo e
l'ho tenuto nascosto. Mi dispiace.»
Mikael tacque un momento. Poi fece un pallido sorriso.
«Quando è il momento, è il momento.»
Erika sorrise. Erano le parole che gli aveva detto quando si era trasferito
a Hedeby. Lui allungò la mano e le arruffò affettuosamente i capelli.
«Che tu voglia andartene da questa gabbia di matti lo capisco, ma che
voglia diventare il capo del giornale più incartapecorito e maschilista di
Svezia ci metterò un po' a digerirlo.»
«Ci sono diverse donne che ci lavorano.»
«Controlla la pagina degli editoriali. È vecchiume da cima a fondo. Devi
essere proprio masochista. Andiamo a farci un caffè?»
Erika si mise a sedere.
«Devo sapere cosa è accaduto a Göteborg stanotte.»
«Sto giusto scrivendo il pezzo» disse Mikael. «Ma scoppierà una vera e
propria guerra quando lo pubblicheremo.»
«Non noi. Voi.»
«Lo so. Lo pubblicheremo in contemporanea con il processo. Ma suppongo che tu non sia intenzionata a portare con te l'inchiesta all'Smp. Il fatto è che io voglio che tu scriva una cosa sulla vicenda Zalachenko prima di
lasciare Millennium.»
«Micke, io...»
«Il tuo ultimo articolo di fondo. Puoi scriverlo quando vuoi. Non sarà
pubblicato prima del processo, se lo si celebrerà.»
«Forse non è una grande idea. Di cosa dovrebbe trattare?»
«Morale» disse Mikael Blomkvist. «È la storia di come uno dei nostri
collaboratori è stato ucciso perché lo stato non ha fatto il suo lavoro quindici anni fa.»
Non aveva bisogno di spiegare altro. Erika Berger sapeva esattamente
che genere di articolo di fondo voleva. Valutò la cosa per un momento. In
effetti era lei il capitano della nave quando Dag Svensson era stato ucciso.
Tutto d'un tratto si sentì di umore molto migliore.
«Okay» disse. «L'ultimo articolo di fondo.»
4.
Sabato 9 aprile - domenica 10 aprile
All'una del sabato pomeriggio il procuratore Martina Fransson di
Södertälje aveva riflettuto a sufficienza. Il cimitero nel bosco a Nykvarn
era una triste storia, e la sezione investigativa aveva accumulato una quantità incredibile di straordinari da quando Paolo Roberto aveva combattuto
il suo incontro di boxe con Ronald Niedermann nel vicino deposito. Si
trattava di almeno tre omicidi, di sequestro di persona aggravato e di lesioni aggravate ai danni dell'amica di Lisbeth Salander, Miriam Wu, e infine
di incendio doloso. Ai fatti di Nykvarn si collegava l'incidente di Stallarholmen, che in realtà cadeva sotto la giurisdizione del distretto di polizia di
Strängnäs nel Södermanland, ma contava Carl-Magnus Lundin del Motoclub Svavelsjö tra i personaggi chiave. Al momento Lundin era ricoverato
all'ospedale di Södertälje con un piede ingessato e una placca d'acciaio nella mandibola. In ogni caso tutti i reati cadevano sotto la giurisdizione della
polizia provinciale, il che comportava che sarebbe stata Stoccolma ad avere l'ultima parola.
Nella giornata di venerdì si era tenuta l'udienza di fermo. Lundin era sicuramente collegato con Nykvarn. Alla fine era risultato che il deposito era
di proprietà della società Medimport, che a sua volta era di una certa
Anneli Karlsson, cinquantadue anni, residente a Puerto Banus in Spagna.
La donna era cugina di Magge Lundin, era incensurata e nel contesto sembrava fungere più che altro da prestanome.
Martina Fransson chiuse il fascicolo dell'indagine preliminare. Era ancora allo stadio iniziale e doveva essere completato con diverse centinaia di
pagine prima che il processo potesse essere celebrato. Ma già adesso lei
doveva prendere delle decisioni su alcuni punti. Guardò i colleghi della polizia.
«Abbiamo elementi sufficienti per incriminare Lundin per complicità nel
rapimento di Miriam Wu. Paolo Roberto l'ha identificato come l'uomo che
guidava il furgone. Lo metterò in stato di fermo anche per probabile complicità nell'incendio doloso. Aspettiamo a incriminarlo per complicità
nell'omicidio delle tre persone che abbiamo rinvenuto scavando nel terreno, almeno finché non saranno tutte e tre identificate.»
I poliziotti annuirono. Era quello che si erano aspettati.
«Come procediamo con Sonny Nieminen?»
Martina Fransson scartabellò nella documentazione che aveva sulla scrivania fino a trovare la parte riguardante Nieminen.
«Questo signore ha un curriculum davvero impressionante. Rapina, detenzione abusiva di armi, violenza privata, violenza aggravata, omicidio,
reati contro la legge sugli stupefacenti. È stato catturato insieme a Lundin
a Stallarholmen. Sono pienamente convinta che sia coinvolto anche lui, sarebbe inverosimile che così non fosse. Ma il problema è che non abbiamo
niente da imputargli.»
«Lui dice di non essere mai stato al deposito di Nykvarn, e di avere sol-
tanto accompagnato Lundin a fare un giro in moto» disse l'ispettore che era
stato a Stallarholmen per conto della polizia di Södertälje. «Sostiene di non
avere la più pallida idea di cosa avesse da fare Lundin a Stallarholmen.»
Martina Fransson si chiese se in qualche modo poteva rifilare il caso al
procuratore Ekström a Stoccolma.
«Nieminen si rifiuta di pronunciarsi su quanto accaduto ma nega decisamente di essere stato complice di reati» continuò l'ispettore.
«No, sembrerebbe piuttosto che lui e Lundin siano le vittime di un reato,
a Stallarholmen» disse Martina Fransson, tamburellando irritata con la
punta delle dita.
«Lisbeth Salander» aggiunse con voce dubbiosa. «Dunque, qui stiamo
parlando di una ragazza che ha l'aria di essere entrata a malapena nella pubertà ed è alta un metro e mezzo, e che perciò difficilmente può avere la
forza fisica necessaria a tenere a bada Nieminen e Lundin.»
«Se non era armata. Con una pistola avrebbe potuto compensare in buona parte la sua fragile corporatura.»
«Ma non quadrerebbe con la ricostruzione dei fatti. No. Ha usato del gas
lacrimogeno, ha tirato un calcio in mezzo alle gambe a Lundin con una tale
furia che gli ha spappolato un testicolo, e gli ha rotto anche la mandibola.
Lo sparo al piede dev'essere arrivato dopo. Ma mi è difficile credere che
fosse lei a essere armata.»
«L'Skl, il laboratorio centrale, ha identificato l'arma che ha sparato a
Lundin. È una P-83 Wanad di fabbricazione polacca con munizioni Makarov. È stata rinvenuta a Gosseberga, fuori Göteborg, e reca le impronte digitali di Lisbeth Salander. Possiamo dare quasi per certo che abbia portato
con sé la pistola a Gosseberga.»
«Sì. Ma il numero di serie mostra che è stata rubata quattro anni fa durante un furto in un negozio di armi a Örebro. Col tempo i ladri sono stati
arrestati, ma si erano già liberati della refurtiva. Si trattava di un talento locale con problemi di tossicodipendenza che frequentava il giro del Motoclub Svavelsjö. Penso piuttosto che la pistola ce l'avessero Lundin o Nieminen.»
«Forse, semplicemente, Lundin aveva la pistola e Lisbeth Salander l'ha
disarmato, e poi è partito accidentalmente un colpo che l'ha centrato al
piede. Voglio dire, l'intenzione può non essere stata di ucciderlo, dal momento che è ancora vivo.»
«Oppure gli ha sparato al piede per puro sadismo. Che ne so. Ma come
ha trattato Nieminen? Lui non ha nessuna lesione visibile.»
«Una lesione ce l'ha. Ha due piccole bruciature sul torace.»
«E?»
«Presumibilmente una pistola elettrica.»
«Perciò Lisbeth Salander sarebbe stata armata di pistola elettrica, gas lacrimogeno e pistola. Quanto può pesare il tutto... No, sono abbastanza sicura che Lundin o Nieminen avessero con sé la pistola e che Lisbeth
gliel'abbia sottratta. Come sia andata esattamente quando Lundin è stato
colpito non possiamo chiarirlo con precisione finché qualcuno dei personaggi coinvolti non comincerà a parlare.»
«Okay.»
«Lo stato attuale delle cose è dunque che Lundin è agli arresti per i motivi che ho citato prima. Ma non abbiamo un bel niente su Nieminen. Dunque ho intenzione di rimetterlo a piede libero nel pomeriggio.»
Sonny Nieminen era di pessimo umore quando lasciò la cella alla centrale della polizia di Södertälje. Aveva anche la gola così secca che la sua
prima sosta fu a una tabaccheria dove comperò una Pepsi che si scolò direttamente sul posto. Acquistò anche un pacchetto di sigarette e una scatoletta di tabacco. Aprì il cellulare e controllò le batterie, dopo di che fece il
numero di Hans-Åke Waltari, trentatré anni, sergente del Motoclub
Svavelsjö, ossia il numero tre della gerarchia interna. Dopo quattro squilli
Waltari rispose.
«Nieminen. Sono fuori.»
«Congratulazioni.»
«Tu dove sei?»
«Nyköping.»
«E che cazzo ci fai a Nyköping?»
«Abbiamo deciso di tenere un profilo basso quando tu e Magge siete stati presi, finché non avessimo saputo meglio come girava.»
«Adesso come gira lo sai. Dove sono tutti?»
Hans-Åke Waltari spiegò dove si trovavano gli altri del Motoclub
Svavelsjö. La spiegazione non rese Nieminen né tranquillo né soddisfatto.
«E chi diavolo sta a bottega mentre voi vi nascondete come donnette isteriche?»
«Ora sei ingiusto. Tu e Magge ve ne andate a fare qualche dannato lavoro del quale noi non abbiamo la minima idea e tutto d'un tratto ecco che
siete coinvolti in un conflitto a fuoco con quella baldracca ricercata e
Magge si becca una pallottola e tu finisci dentro. Poi gli sbirri si mettono a
scavare cadaveri nel nostro deposito a Nykvarn...»
«E?»
«E noi abbiamo cominciato a chiederci se tu e Magge non ci aveste per
caso nascosto qualcosa.»
«E cosa cazzo dovrebbe essere? Siamo noi che portiamo il lavoro alla
ditta.»
«Ma io non avevo mai saputo che il bosco intorno al deposito fosse anche un cimitero. Chi sono gli scheletri?»
Sonny Nieminen aveva una risposta pungente sulla punta della lingua
ma si trattenne. Hans-Åke Waltari era ottuso, ma la situazione non era delle migliori per un litigio. Adesso si trattava di raccogliere rapidamente le
forze. Dopo aver sopportato cinque interrogatori negando sempre tutto,
non sarebbe stato particolarmente furbo mettersi a strombazzare quello che
sapeva parlando a un cellulare a duecento metri dalla centrale della polizia.
«Lascia perdere gli scheletri» disse. «Io non ne so niente. Ma Magge è
nella merda. Dovrà starsene al fresco per un po' e in sua assenza il capo
sono io.»
«Okay. Cosa succede adesso?» chiese Waltari.
«Chi è che tiene d'occhio la bottega se voi vi siete tutti rintanati come
conigli?»
«Benny Karlsson tiene la posizione nella sede del club. La polizia ha fatto una perquisizione lo stesso giorno che vi hanno presi. Non ha trovato
niente.»
«Benny K.!» sbottò Nieminen. «Cazzo, Benny K. è un pivello che ha
ancora il latte in bocca.»
«Tranquillo. È in compagnia di quel biondo che tu e Magge vedete sempre.»
Sonny Nieminen d'improvviso si sentì gelare il sangue. Si guardò intorno e si allontanò di qualche metro dalla porta della tabaccheria.
«Cosa diavolo hai detto?» domandò a bassa voce.
«Quel tale biondo che tu e Magge frequentate si è fatto vivo chiedendo
aiuto per nascondersi.»
«Ma per tutti i diavoli, Waltari, quello è ricercato in tutta la stramaledettissima Svezia per aver ucciso uno sbirro.»
«Ah... era per quello allora che cercava di nascondersi. Cosa dovevamo
fare? Lui in fondo è un amico tuo e di Magge.»
Sonny Nieminen chiuse gli occhi per dieci secondi. Ronald Niedermann
aveva dato al Motoclub Svavelsjö un bel po' di lavoro e buoni guadagni
per molti anni. Ma non era nel modo più assoluto un amico. Era un tipaccio pericoloso e uno psicopatico, e per di più uno psicopatico cui la polizia
stava dando la caccia. Nieminen non si fidava per niente di Ronald Niedermann. La cosa migliore sarebbe stata senz'altro che fosse ricomparso
con una pallottola in testa. L'interesse della polizia si sarebbe attenuato un
po'.
«Che ne avete fatto di lui?»
«È Benny K. a occuparsene. L'ha portato da Viktor.»
Viktor Göransson era il cassiere e l'esperto finanziario del club, e abitava
alla periferia di Järna. Era diplomato in economia e aveva iniziato la sua
carriera come consulente finanziario di un boss jugoslavo prima che la sua
banda finisse dentro per gravi reati fiscali. Aveva incontrato Magge
Lundin al penitenziario di Kumla agli inizi degli anni novanta. Era l'unico
membro del Motoclub Svavelsjö ad andare in giro in giacca e cravatta.
«Waltari, salta in macchina e vieni a prendermi a Södertälje. Ci vediamo
fuori dalla stazione ferroviaria fra quarantacinque minuti.»
«Aha. Perché tanta fretta?»
«Perché dobbiamo recuperare il controllo della situazione il più rapidamente possibile.»
Hans-Åke Waltari guardò con la coda dell'occhio Sonny Nieminen che
sedeva cupo e taciturno mentre si dirigevano verso Svavelsjö. A differenza
di Magge Lundin, Nieminen non era mai un tipo facile da trattare. Era bello come un angelo e aveva un'aria molle, ma era un demonio pericoloso
che s'infiammava per nulla, soprattutto quando beveva. Al momento era
sobrio, ma Waltari cominciava a provare una certa inquietudine. Magge in
qualche modo era sempre riuscito a indurlo ad adeguarsi. Waltari si chiese
quale piega avrebbero preso le cose con Nieminen come presidente pro
tempore del club.
Alla sede del club Benny K. non c'era. Nieminen fece due tentativi al
cellulare senza ottenere risposta.
Si trasferirono a casa di Nieminen, una fattoria a circa un chilometro dalla sede del club. La polizia aveva effettuato una perquisizione ma non aveva rinvenuto nulla di utile per l'inchiesta relativa ai fatti di Nykvarn. Non
aveva trovato la benché minima prova a sostegno di qualsiasi ipotesi di reato, ed ecco il motivo per cui Nieminen era a piede libero.
Lui fece la doccia e si cambiò mentre Waltari aspettava pazientemente in
cucina. Poi si addentrarono per circa centocinquanta metri nel bosco dietro
la casa e rimossero lo strato di terra che copriva una cassa contenente sei
armi da fuoco, fra cui un Ak5, una gran quantità di munizioni e circa due
chili di esplosivo. Era il piccolo arsenale privato di Nieminen. Due delle
pistole nella cassa erano P-83 Wanad di fabbricazione polacca. Facevano
parte della stessa partita dell'arma che Lisbeth Salander aveva sottratto a
Stallarholmen.
Nieminen scacciò il pensiero di Lisbeth Salander. Era un argomento
sgradevole. Nella cella alla centrale della polizia di Södertälje aveva ripercorso più volte la scena in cui lui e Lundin erano arrivati alla casa di campagna di Bjurman e avevano trovato Lisbeth davanti all'ingresso.
Lo sviluppo degli eventi era stato del tutto imprevedibile. Erano andati a
Stallarholmen per dare fuoco alla casa dell'avvocato Bjurman. Ci erano
andati su incarico di quello stramaledetto gigante biondo. E si erano imbattuti in quella stramaledettissima Salander - sola, un metro e mezzo di statura, magra come uno stecco. Nieminen si chiese quanti chili potesse pesare.
Poi tutto era andato storto e si era scatenata un'orgia di violenza cui nessuno di loro due era minimamente preparato.
Lisbeth si era mossa con una rapidità incredibile. Lui aveva lottato per
riuscire a tirare fuori la pistola. Lei l'aveva messo fuori combattimento con
la stessa umiliante facilità con cui avrebbe scacciato via una mosca. Aveva
una pistola elettrica. Aveva...
Quando si era svegliato non ricordava quasi nulla, Magge Lundin aveva
un piede bucato da una pallottola ed era arrivata la polizia. Dopo un tira e
molla fra Strängnäs e Södertälje, era finito in cella a Södertälje. E lei aveva
soffiato la Harley-Davidson di Lundin. E aveva ritagliato il logo del Motoclub Svavelsjö dalla giacca di pelle di Sonny Nieminen - il simbolo che
induceva la gente a farsi da parte nelle code. Lo aveva umiliato.
Tutto d'un tratto Sonny Nieminen si sentì ribollire di rabbia. Aveva sostenuto gli interrogatori della polizia senza aprire bocca. Mai e poi mai sarebbe riuscito a raccontare quello che era successo a Stallarholmen. Fino a
quel momento, Lisbeth Salander non aveva significato un fico secco per
lui. Era solo un piccolo progetto laterale del quale Magge Lundin si stava
occupando - di nuovo su incarico di quel dannatissimo Niedermann. Adesso la odiava con un ardore che lo lasciava stupito. Di solito era un tipo
freddo e calcolatore, ma sapeva che in futuro avrebbe avuto la possibilità
di cancellare quell'onta. Però come prima cosa doveva mettere ordine nel
caos che Lisbeth Salander e Niedermann avevano creato al Motoclub
Svavelsjö.
Nieminen prese le due pistole polacche, le caricò e ne diede una a Waltari.
«Abbiamo un piano?»
«Ora andiamo a fare quattro chiacchiere con Niedermann. Non è uno di
noi e non è mai stato arrestato dalla polizia in precedenza. Non so come
potrebbe reagire a una cattura, ma se parla può farci finire in galera tutti
quanti.»
«Vuoi dire che dobbiamo...»
Nieminen aveva già deciso che Niedermann andava eliminato, ma si rese
conto che non era il caso di spaventare Waltari prima di arrivare sul posto.
«Non so. Ma dobbiamo tastargli il polso. Se ha un piano e può sparire
all'estero veloce come il fulmine, possiamo anche dargli una mano. Ma
finché rischia di essere preso dalla polizia per noi è una minaccia.»
Non c'erano luci accese nel podere di Viktor Göransson alla periferia di
Järna quando al crepuscolo Nieminen e Waltari svoltarono nello spiazzo
davanti alla casa. E già questo non lasciava presagire nulla di buono. Rimasero seduti in macchina e aspettarono un momento.
«Forse sono usciti» buttò lì Waltari.
«Certo. Sono andati all'osteria insieme» disse Nieminen, aprendo la portiera.
La porta d'ingresso non era chiusa a chiave. Nieminen accese le luci.
Passarono di stanza in stanza. Tutto era ordinato e pulito, probabilmente
per merito della donna, come diavolo si chiamava, quella con cui
Göransson viveva.
Trovarono Viktor Göransson e la sua compagna in cantina, ficcati dentro
un lavatoio.
Nieminen si chinò a esaminare i cadaveri. Allungò un dito e toccò la
donna, di cui non riusciva a ricordare il nome. Era fredda e rigida. Ciò significava che dovevano essere morti almeno da ventiquattr'ore.
Non aveva bisogno della relazione di un patologo per stabilire com'erano
morti. Il collo della donna era stato spezzato ruotandole la testa di centottanta gradi. Era completamente vestita, jeans e maglietta, e non presentava
altre ferite visibili. Viktor Göransson invece aveva addosso solo le mutande. Era ridotto in uno stato pietoso, con ecchimosi su tutto il corpo. Tutte e
due le braccia erano state spezzate e sembravano rami d'abete protesi disordinatamente. Era stato sottoposto a maltrattamenti, una vera e propria
tortura. Infine, era stato ucciso con un forte colpo contro la gola. La laringe
doveva essere completamente schiacciata.
Sonny Nieminen si alzò, salì le scale della cantina e uscì nel cortile.
Waltari lo seguì. Nieminen aveva raggiunto la stalla cinquanta metri più in
là. Tirò il chiavistello e aprì la porta.
Trovò una Renault blu scuro del 1991.
«Che macchina ha Göransson?» chiese Nieminen.
«Una Saab.»
Nieminen annuì. Pescò un mazzo di chiavi dalla tasca della giacca e aprì
una porta sul fondo della stalla. Ebbe solo bisogno di dare una rapida occhiata intorno per capire che era arrivato troppo tardi. Il pesante armadio
blindato era spalancato.
Nieminen fece una smorfia.
«Circa ottocentomila corone» disse.
«Cosa?» chiese Waltari.
«Il Motoclub aveva circa ottocentomila corone dentro quell'armadio. I
nostri soldi.»
Tre persone sapevano dove il Motoclub Svavelsjö custodiva la cassa in
attesa di investimenti e riciclaggi. Viktor Göransson, Magge Lundin e
Sonny Nieminen. Niedermann era in fuga. Aveva bisogno di contanti. Sapeva che era Göransson a occuparsi dei soldi.
Nieminen uscì lentamente dalla stalla. La sua mente lavorava freneticamente mentre cercava di valutare la portata della catastrofe. Una parte delle risorse del Motoclub Svavelsjö era costituita da titoli dei quali lui stesso
poteva disporre e un'altra parte poteva essere rintracciata con l'aiuto di
Lundin. Ma una grossa percentuale degli investimenti era solo nella testa
di Göransson, se non aveva dato istruzioni chiare a Magge Lundin. Cosa di
cui dubitava - Magge non era mai stato un genio. Nieminen valutò a spanne che con la scomparsa di Göransson il Motoclub Svavelsjö aveva perso
un sessanta per cento delle sue risorse. Devastante. Soprattutto perché i
contanti erano necessari per le spese quotidiane.
«Che facciamo adesso?» chiese Waltari.
«Adesso andiamo ad avvertire la polizia di quello che è successo qui.»
«Avvertire la polizia?»
«Sì, per la miseria. In quella casa ci sono le mie impronte digitali. Voglio che Göransson e la sua troia vengano trovati il più presto possibile, in
modo che il medico legale possa stabilire che sono stati uccisi mentre io
ero al fresco.»
«Capisco.»
«Bene. Va' a cercare Benny K. Voglio parlare con lui. Se è ancora vivo.
E poi andremo a caccia di Ronald Niedermann. Ogni contatto che abbiamo
nei club di tutto il Nord dovrà tenere gli occhi aperti. Voglio la testa di
quel bastardo su un piatto d'argento. Probabilmente se ne va in giro sulla
Saab di Göransson. Trova il numero di targa.»
Quando Lisbeth Salander si svegliò erano le due di sabato pomeriggio, e
un dottore la stava osservando.
«Buon giorno» le disse. «Mi chiamo Benny Svantesson e sono un medico. Sente male?»
«Sì» disse Lisbeth.
«Fra poco le daranno degli analgesici. Ma prima vorrei visitarla.»
Cominciò a palpare il suo corpo martoriato. Lisbeth fece in tempo a sviluppare una forte irritazione prima che avesse finito, ma decise che si sentiva talmente sfinita che era meglio tacere piuttosto che iniziare il suo soggiorno al Sahlgrenska con un battibecco.
«Come sto?» chiese al dottore.
«Vedrà che si sistemerà tutto» disse lui, e scrisse qualcosa prima di alzarsi.
Come spiegazione era un po' scarsa.
Quando lui se ne fu andato, arrivò un'infermiera che aiutò Lisbeth con la
padella. Poi poté tornare a dormire.
Alexander Zalachenko, alias Karl Axel Bodin, fece un pranzo a base di
cibo liquido. Anche il più piccolo movimento dei muscoli della faccia gli
causava dolori lancinanti alla mascella e allo zigomo e masticare non era
neanche ipotizzabile.
Era comunque in grado di gestire il dolore. Zalachenko era abituato al
dolore. Nulla poteva essere paragonato alla sofferenza che aveva sperimentato per mesi quindici anni prima, dopo che era bruciato come una torcia umana dentro la sua macchina in Lundagatan. Le cure postoperatorie
erano state un'unica maratona di tormenti.
I medici avevano stabilito che era fuori pericolo, ma aveva subito gravi
lesioni e, in considerazione dell'età, sarebbe dovuto rimanere in terapia intensiva un paio di giorni.
Nella giornata di sabato ricevette quattro visite.
Verso le dieci tornò l'ispettore Erlander. Questa volta aveva lasciato a
casa quell'impertinente di Sonja Modig ed era invece accompagnato
dall'assai più simpatico ispettore Jerker Holmberg. Gli fecero grossomodo
le stesse domande della sera prima su Ronald Niedermann. Lui aveva la
sua storia bell'e pronta e non commise nessun errore. Quando cominciarono a bersagliarlo di domande sul suo eventuale coinvolgimento nel trafficking e in altre attività criminose, negò di nuovo di saperne qualcosa. Era
un pover'uomo in pensione di invalidità e non sapeva di cosa stessero parlando. Diede la colpa di tutto a Ronald Niedermann e si offrì di dare ogni
aiuto possibile per localizzare il fuggitivo che aveva ucciso un poliziotto.
Purtroppo però l'aiuto che in pratica poteva fornire non era molto. Non
aveva la minima idea di quali giri frequentasse Niedermann né di chi avrebbe potuto cercare per chiedere aiuto.
Verso le undici ricevette una breve visita da parte di un rappresentante
dell'ufficio del procuratore che lo informò formalmente che era sospettato
di concorso in tentato omicidio o in subordine di lesioni aggravate nei confronti di Lisbeth Salander. Zalachenko rispose spiegando pazientemente
che la vittima era lui, che era Lisbeth Salander che aveva cercato di ucciderlo. Il rappresentante dell'ufficio del procuratore gli propose un difensore
d'ufficio. Zalachenko disse che ci avrebbe pensato.
Cosa che non aveva nessuna intenzione di fare. Aveva già un avvocato e
la prima cosa che aveva fatto al mattino era stata di telefonargli pregandolo
di andare lì il più presto possibile. Martin Thomasson fu la terza visita che
ricevette. Entrò nella stanza dinoccolato e spensierato, si passò le dita fra
la criniera bionda, si aggiustò gli occhiali e strinse la mano al suo cliente.
Era un falso magro dotato di grande fascino. Lo sospettavano di aver fatto
il galoppino per la mafia jugoslava, è vero, e c'erano ancora delle indagini
in corso, ma aveva anche fama di non perdere mai una causa.
Zalachenko aveva avuto il nome di Thomasson da un conoscente, un
uomo d'affari, cinque anni prima, quando aveva avuto bisogno di riconvertire certi fondi legati a una piccola finanziaria che possedeva nel Liechtenstein. Non si trattava di somme enormi, ma l'intervento dell'avvocato era
stato eccellente e gli aveva fatto risparmiare un bel po' di tasse. In seguito
si era servito di Thomasson in un paio di altre occasioni. Thomasson intuiva che il denaro di Zalachenko proveniva da attività criminose, ma la cosa
non sembrava preoccuparlo. Alla fine Zalachenko aveva deciso di fondare
una nuova società sua e di Niedermann. Era andato da Thomasson con la
proposta che l'avvocato entrasse come terzo socio per curare l'aspetto finanziario. Thomasson aveva accettato senza esitazione.
«Bene, signor Bodin, questa faccenda non mi sembra granché piacevole.»
«Sono stato vittima di gravi lesioni e di un tentato omicidio» disse Zalachenko.
«Lo vedo. Una certa Lisbeth Salander, se ho ben capito.»
Zalachenko abbassò la voce.
«Il nostro socio Niedermann, come avrà capito, si è incasinato.»
«L'ho capito.»
«La polizia sospetta che io sia coinvolto nella faccenda...»
«E naturalmente non è vero. Lei è una vittima ed è importante che facciamo subito in modo che sia questa l'immagine che i media diffonderanno. La signorina Salander da parte sua ha già avuto non poca pubblicità
negativa... Me ne occuperò io.»
«Grazie.»
«Ma mi lasci subito dire che io non sono un penalista. Avrà bisogno di
uno specialista. Procurerò un avvocato di cui fidarsi.»
La quarta visita della giornata arrivò alle undici del sabato sera e riuscì a
superare la barriera degli infermieri mostrando il tesserino di riconoscimento e dicendo di avere una questione urgente da sottoporgli. Il visitatore
fu indirizzato alla stanza di Zalachenko. Il paziente era ancora sveglio a
pensare.
«Mi chiamo Jonas Sandberg» lo salutò l'uomo, e tese una mano che Zalachenko ignorò.
Era un tizio sui trentacinque anni. Aveva i capelli biondi e vestiva informalmente in jeans, camicia a quadri e giacca di pelle. Zalachenko lo
studiò in silenzio per quindici secondi.
«Mi stavo giusto domandando quando qualcuno di voi si sarebbe fatto
vivo.»
«Io lavoro alla sezione sicurezza della direzione della polizia di stato»
disse Sandberg, mostrando il tesserino di riconoscimento.
«Non penso» disse Zalachenko.
«Prego?»
«Lei forse è impiegato presso la sezione sicurezza della direzione della
polizia di stato, ma non penso che sia per loro che lavora.»
Jonas Sandberg rimase in silenzio un momento, si guardò intorno nella
stanza, prese una sedia.
«Sono venuto qui a quest'ora tarda per non attirare l'attenzione. Abbiamo
discusso su come possiamo aiutarla e dobbiamo cercare di definire un
quadro di cosa succederà. Io sono qui molto semplicemente per sentire la
sua versione e capire le sue intenzioni, in modo da elaborare una strategia
comune.»
«E come se l'era immaginata lei, questa strategia?»
Jonas Sandberg fissò meditabondo l'uomo nel letto d'ospedale. Alla fine
allargò le braccia.
«Signor Zalachenko... temo che ormai si sia messo in moto un processo i
cui effetti negativi appaiono difficili da valutare. Abbiamo discusso la situazione. La fossa di Gosseberga e il fatto che Lisbeth Salander sia stata
colpita tre volte non si possono liquidare facilmente. Ma non tutte le speranze sono perdute. Il conflitto fra lei e sua figlia può spiegare la sua paura
nei confronti della ragazza e i passi così drammatici che ha fatto. Ma temo
che un periodo di reclusione sarà inevitabile.»
Zalachenko si sentì improvvisamente euforico, e sarebbe scoppiato a ridere se ciò non fosse stato assolutamente impossibile nelle sue condizioni.
Così produsse solo una lieve increspatura sulle labbra. Qualsiasi altra reazione gli avrebbe procurato un dolore davvero troppo intenso.
«E questa sarebbe la nostra strategia comune?»
«Signor Zalachenko, lei conosce il concetto di controllo dei danni. È necessario che coordiniamo le nostre iniziative. Noi faremo tutto ciò che è in
nostro potere per appoggiarla con avvocati e via dicendo, ma abbiamo bisogno della sua collaborazione e di certe garanzie.»
«Lei avrà da me una garanzia. Ma voi dovrete fare in modo che tutto
questo sparisca.» Fece un ampio gesto con la mano. «Niedermann è un capro espiatorio e io vi garantisco che non lo troveranno.»
«Ci sono prove che...»
«Infischiatevene delle prove. Tutto dipende da come viene condotta l'inchiesta e da come vengono presentati i fatti. La mia garanzia è questa... se
voi non fate sparire per magia tutto, io inviterò i media a una conferenza
stampa. Conosco nomi, date, fatti. Non penso ci sia bisogno di rammentarle chi sono.»
«Lei non capisce...»
«Io capisco benissimo. Lei è un galoppino. Riferisca al suo capo quello
che le ho detto. Lui capirà. Gli dica anche che ho le copie di... tutto. Io vi
posso affondare.»
«Dobbiamo cercare di arrivare a un accordo.»
«Questo colloquio è terminato. Se ne vada, e di corsa. E riferisca che la
prossima volta mandino un uomo adulto con cui si possa discutere.»
Zalachenko voltò la testa in modo da perdere il contatto visivo con il suo
visitatore. Jonas Sandberg lo studiò per un attimo. Poi alzò le spalle e se ne
andò. Era quasi arrivato alla porta quando sentì di nuovo la voce di Zalachenko.
«Ancora una cosa.»
Sandberg si girò.
«Lisbeth Salander.»
«Cosa c'entra lei?»
«Deve sparire.»
«Cosa intende?»
Per un istante Sandberg assunse un'aria così angosciata che Zalachenko
fu costretto a sorridere benché il dolore gli trafiggesse la mascella.
«Capisco che siete troppo sensibili per ammazzarla, e che non avete
nemmeno le risorse per farlo. Chi dovrebbe occuparsene? Lei? La ragazza
comunque deve sparire. La sua testimonianza dev'essere invalidata. Dovete
farla chiudere in un istituto per sempre.»
Lisbeth Salander aveva sentito dei passi nel corridoio. Non era riuscita a
cogliere il nome di Jonas Sandberg, e non aveva mai sentito prima quei
passi. Ma la sua porta era rimasta aperta tutta la sera, gli infermieri erano
passati a controllarla a intervalli di circa dieci minuti. Aveva sentito l'uomo
arrivare e spiegare a un'infermiera, proprio fuori dalla sua porta, che doveva incontrare il signor Karl Axel Bodin per una questione urgente. L'aveva
sentito presentare un documento ma non erano state scambiate parole che
potessero fornire indizi su come si chiamasse o che genere di documento
avesse mostrato.
L'infermiera l'aveva pregato di attendere mentre andava a controllare che
il signor Bodin fosse sveglio. Lisbeth trasse la conclusione che il documento doveva essere convincente.
Constatò che l'infermiera si allontanava a sinistra lungo il corridoio e
che dovette fare diciassette passi per arrivare a destinazione, mentre il visitatore poco dopo ne dovette fare quattordici per coprire la stessa distanza.
Una media di quindici passi e mezzo. Valutò la lunghezza di un passo in
sessanta centimetri, il che moltiplicato per quindici e mezzo significava
che Zalachenko si trovava in una stanza a novecentotrenta centimetri sulla
sinistra. Okay, diciamo pure una decina di metri. Calcolò che la larghezza
della sua stanza era di circa cinque metri, il che significava che Zalachenko
si trovava due porte dopo la sua.
Secondo le cifre dell'orologio digitale sul comodino, la visita era durata
quasi nove minuti.
Zalachenko restò sveglio a lungo dopo che Jonas Sandberg se ne fu andato. Suppose che quello non fosse il suo vero nome, sapeva per esperienza che le dilettanti spie svedesi avevano una certa fissazione per i nomi di
copertura anche quando non erano affatto necessari. In ogni caso, Jonas, o
come diavolo si chiamava, era la prima indicazione che la Sezione aveva
preso nota della sua situazione. Considerata l'attenzione mediatica, sarebbe
stato difficile non farlo. La visita rappresentava però anche una conferma
che quella situazione costituiva una fonte di preoccupazione. Il che era sacrosanto.
Valutò i pro e i contro, elencò mentalmente possibilità e rigettò alternative. Era perfettamente consapevole che le cose erano andate in malora. In
un mondo migliore lui in questo momento avrebbe dovuto trovarsi nella
sua casa di Gosseberga, Ronald Niedermann al sicuro all'estero e Lisbeth
Salander sepolta in una fossa in mezzo al bosco. Anche se razionalmente
capiva ciò che era accaduto, non riusciva affatto a concepire come diavolo
fosse riuscita a uscire dalla fossa, tornare alla fattoria e distruggere la sua
esistenza con due colpi d'accetta. Quella ragazza aveva delle risorse assurde.
Capiva invece molto bene cosa era successo a Niedermann e perché era
fuggito invece di farla finita con Lisbeth. Sapeva che nella sua testa c'era
qualcosa che non andava, che aveva visioni e vedeva fantasmi. Più di una
volta era stato costretto a intervenire in occasioni in cui aveva agito in maniera irrazionale, paralizzato dal terrore.
Questo lo preoccupava. Era convinto che, non essendo stato ancora catturato, Niedermann si fosse comportato razionalmente durante la fuga da
Gosseberga. Probabilmente aveva cercato di raggiungere Tallinn, per rifugiarsi da uno dei molti contatti dell'impero criminale di Zalachenko. Ciò
che lo inquietava era che non riusciva mai a prevedere quando si sarebbe
lasciato cogliere dalla paralisi. Se fosse successo durante la fuga avrebbe
commesso qualche errore, e se ne avesse commessi troppi sarebbe caduto
in trappola. Non si sarebbe mai consegnato spontaneamente. Il che comportava che sarebbero morti dei poliziotti, e che Niedermann stesso sarebbe morto.
Questo pensiero angustiava Zalachenko. Non voleva che Niedermann
morisse. Niedermann era suo figlio. D'altro lato era un deplorevole dato di
fatto che non doveva essere catturato vivo. Non era mai stato arrestato in
precedenza e lui non era in grado di prevedere come avrebbe reagito a un
interrogatorio. Temeva che non sarebbe riuscito a mantenere il silenzio.
Sarebbe stato meglio se fosse stato ucciso dalla polizia. Suo figlio gli sarebbe mancato, ma l'alternativa era peggiore. Zalachenko avrebbe dovuto
trascorrere il resto della sua vita in prigione.
Ma intanto erano passate quarantott'ore da quando Niedermann aveva iniziato la sua fuga, e non era stato ancora catturato. Bene. Era un'indicazione che funzionava, e un Niedermann che funzionava era imbattibile.
C'era però anche un altro motivo di inquietudine. Zalachenko si domandava come se la sarebbe cavata Niedermann da solo, senza il padre che gli
faceva da guida e da sprone nella vita. Nel corso degli anni aveva notato
che, se non gli impartiva istruzioni o gli dava troppa corda per decidere da
sé, il ragazzo tendeva a scivolare in uno stato di indolente passività e indecisione.
Zalachenko pensò - per l'ennesima volta - che era un vero peccato e una
vergogna che suo figlio avesse queste inclinazioni. Ronald Niedermann era
senza dubbio un ragazzo molto dotato che possedeva delle caratteristiche
fisiche che lo rendevano un individuo formidabile e temuto. Inoltre era un
eccellente e freddo organizzatore. Ma mancava completamente dell'istinto
del capo. Aveva sempre bisogno di qualcuno che gli dicesse cosa fare.
Comunque per il momento tutto questo era al di fuori del suo controllo.
Adesso si trattava di lui stesso. La sua situazione era precaria, forse più
precaria di quanto non fosse mai stata in precedenza.
La visita dell'avvocato Thomasson non l'aveva granché rassicurato.
Thomasson era e rimaneva un esperto di diritto societario, e per quanto
fosse efficiente in quel campo non era una solida colonna cui appoggiarsi
in questo specifico frangente.
E poi la visita di Jonas Sandberg. Sandberg costituiva una cima di salvataggio ben più robusta. Ma quella cima poteva anche rivelarsi un laccio.
Doveva giocare bene le sue carte e doveva recuperare il controllo della situazione. Il controllo significava tutto.
E infine, disponeva delle sue risorse personali su cui fare affidamento.
Per il momento aveva bisogno di cure mediche. Ma in un paio di giorni,
forse una settimana, si sarebbe ripreso. Se la situazione fosse stata portata
alle estreme conseguenze, forse avrebbe avuto solo se stesso su cui poter
contare. Il che significava che doveva sparire, proprio sotto il naso dei poliziotti che gli formicolavano intorno. Avrebbe avuto bisogno di un nascondiglio, di un passaporto e di contanti. A tutto questo avrebbe potuto
pensare Thomasson. Ma come prima cosa doveva guarire quel tanto che
bastava per avere la forza di fuggire.
All'una un'infermiera passò a dargli un'occhiata. Lui fece finta di dormire. Quando la porta fu di nuovo chiusa, si mise faticosamente a sedere e
portò le gambe giù dal letto. Restò seduto immobile per verificare il proprio senso dell'equilibrio. Poi appoggiò cautamente il piede sinistro sul pavimento. Fortunatamente l'accetta era andata a colpire la gamba destra già
martoriata. Si allungò per prendere la protesi che stava in un armadietto a
fianco del letto e la fissò al mozzicone di gamba. Quindi si alzò. Caricò il
peso sulla gamba sinistra e provò ad appoggiare la destra. Quando spostò il
peso, la gamba fu attraversata da un dolore acuto.
Strinse i denti e fece un passo. Avrebbe avuto bisogno delle sue stampelle, ma l'ospedale gliene avrebbe presto dato un paio. Si appoggiò contro la
parete e raggiunse zoppicando la porta. Gli occorsero diversi minuti, perché dopo ogni passo era costretto a rimanere immobile per controllare il
dolore.
Si appoggiò sulla gamba sana, aprì un po' la porta e guardò fuori in corridoio. Non vide nessuno e si sporse un po' di più. Sentì un debole suono di
voci sulla sinistra e voltò la testa in quella direzione. La stanza dove stavano gli infermieri del turno di notte si trovava a circa venti metri sull'altro
lato del corridoio.
Si voltò verso destra e vide l'uscita in fondo al corridoio.
Nel corso della giornata si era informato sulle condizioni di Lisbeth Salander. Nonostante tutto, era pur sempre suo padre. Gli infermieri avevano
evidentemente istruzioni di non parlare dei pazienti. Una però gli aveva
detto in tono neutro che le sue condizioni erano stabili. E istintivamente
aveva dato una breve occhiata a sinistra.
In una delle stanze fra la sua e quella degli infermieri c'era Lisbeth.
Richiuse piano la porta, tornò zoppicando al suo letto e si tolse la protesi. Era madido di sudore quando finalmente scivolò di nuovo sotto le coperte.
L'ispettore Jerker Holmberg ritornò a Stoccolma la domenica all'ora di
pranzo. Era affamato e distrutto. Prese la metropolitana fino alla fermata
del municipio e poi salì a piedi alla centrale della polizia, proseguendo
verso l'ufficio dell'ispettore Bublanski. Sonja Modig e Curt Svensson erano già lì. Bublanski aveva convocato una riunione nel bel mezzo della domenica perché sapeva che il responsabile delle indagini preliminari, il pro-
curatore Richard Ekström, era impegnato altrove.
«Grazie di essere venuti» disse Bublanski. «Credo che sia tempo che ci
parliamo un po' per cercare di venire a capo di questa triste vicenda.
Jerker, hai qualche novità da comunicarci?»
«Niente che non abbia già detto al telefono. Zalachenko non cede di un
millimetro. Sostiene di essere del tutto innocente e di non poter contribuire
alle indagini. Ma resta il fatto che...»
«Sì?»
«Avevi ragione tu, Sonja. Quell'uomo è l'essere più disgustoso che abbia
mai conosciuto. So che suona ridicolo. Un poliziotto non dovrebbe ragionare in questi termini, ma c'è qualcosa di inquietante sotto la sua superficie
calcolatrice.»
«Okay» disse Bublanski schiarendosi la voce. «Cosa sappiamo? Sonja?»
Lei fece un pallido sorriso.
«I detective privati hanno vinto questo round. Non riesco a trovare Zalachenko in nessun registro pubblico, mentre un certo Karl Axel Bodin è nato nel 1941 a Uddevalla. I suoi genitori erano Marianne e Georg Bodin.
Sono esistiti davvero, ma sono deceduti in un incidente nel 1946. Karl
Axel Bodin è cresciuto presso uno zio in Norvegia. Non ci sono dunque
notizie su di lui prima degli anni settanta, quando torna a casa in Svezia.
La storia di Mikael Blomkvist secondo cui sarebbe un agente russo del Gru
che ha disertato sembra impossibile da verificare, ma credo che Blomkvist
abbia ragione.»
«E questo cosa significa?»
«È evidente che gli è stata fornita una falsa identità. E che dev'essere
successo con il consenso delle autorità.»
«I servizi segreti, dunque?»
«È quello che sostiene Blomkvist. Ma come sia andata esattamente non
lo so. L'atto di nascita e una sfilza di altri documenti dovrebbero essere stati falsificati e immessi nei registri pubblici. Non mi pronuncio sugli aspetti
legali di questi maneggi. Dipende probabilmente da chi ha preso la decisione. Ma per farlo in maniera legale la decisione dev'essere stata presa più
o meno a livello governativo.»
Un certo silenzio calò nell'ufficio di Bublanski mentre i quattro ispettori
valutavano le possibili implicazioni.
«Okay» disse Bublanski. «Noi siamo quattro sbirri svitati. Se il governo
è coinvolto, non ho intenzione di convocarlo per un interrogatorio.»
«Mmm» fece Curt Svensson. «La cosa potrebbe anche portare a una cri-
si istituzionale. Negli Usa è possibile convocare dei membri del governo
per un interrogatorio in un normale tribunale. In Svezia si deve passare attraverso la commissione costituzionale.»
«Potremmo chiedere al capo» disse Holmberg.
«Chiedere al capo?» domandò Bublanski.
«Thorbjörn Fälldin. Era lui il primo ministro.»
«Okay. Andiamo dove diavolo abita e chiediamo all'ex capo del governo
se ha falsificato documenti di identità per un'ex spia russa. Non credo.»
«Fälldin abita a Ås nel comune di Härnösand. Mio padre è del Partito di
centro e lo conosce bene. Io stesso l'ho incontrato diverse volte quando ero
piccolo e anche da adulto. È una persona semplice.»
I colleghi guardarono stupefatti Jerker Holmberg.
«Tu conosci Fälldin?» disse Bublanski dubbioso.
Holmberg annuì. Bublanski sporse le labbra.
«Detto francamente» disse Holmberg, «potremmo risolvere un bel po' di
problemi convincendo l'ex primo ministro a farci un riassunto della storia.
Io potrei andare su a parlare con lui. Se non dice niente, pazienza. Ma se
parla possiamo risparmiare un bel po' di tempo.»
Bublanski valutò la proposta. Quindi scosse la testa. Con la coda dell'occhio vide che Sonja Modig e Curt Svensson annuivano meditabondi.
«Holmberg... grazie di esserti offerto, ma mi sa che per il momento
quest'idea la teniamo da parte. Torniamo al caso. Sonja.»
«Secondo Blomkvist, Zalachenko venne qui nel 1976. Per quanto ho potuto capire, c'è soltanto una persona da cui può avere avuto questa informazione.»
«Gunnar Björck» disse Curt Svensson.
«Cosa ha detto Björck a noi?» domandò Holmberg.
«Non molto. Si trincera dietro il segreto di stato e dice che non può discutere niente senza il permesso dei suoi superiori.»
«E chi sono i suoi superiori?»
«Si rifiuta di dirlo.»
«Perciò che ne facciamo di lui?»
«L'ho arrestato per violazione della legge sulla prostituzione. Abbiamo
in mano un'ottima documentazione grazie a Dag Svensson. Ekström era
molto turbato ma, dal momento che ho sporto denuncia, se dispone l'archiviazione dell'indagine rischia» disse Curt Svensson.
«Aha. Violazione della legge sulla prostituzione. Gli costerà un'ammenda, suppongo.»
«Probabile. Possiamo comunque convocarlo di nuovo per un interrogatorio.»
«Ma siamo sul terreno dei servizi segreti. Questo potrebbe causare una
certa turbolenza.»
«Il problema è che nulla di quanto è successo sarebbe potuto succedere
se la Säpo in un modo o nell'altro non fosse stata coinvolta. È possibile che
Zalachenko fosse un'autentica spia russa che ha disertato e ottenuto asilo
politico. È anche possibile che abbia lavorato per la Säpo come spia o come fonte, e che ci fosse motivo di fornirgli una falsa identità e l'anonimato.
Ma ci sono tre problemi. Anzitutto, l'inchiesta del 1991 che portò al ricovero coatto di Lisbeth Salander è illegale. In secondo luogo, l'attività di
Zalachenko da quel momento in avanti non ha avuto nulla a che fare con la
sicurezza del paese. Zalachenko è un comunissimo gangster implicato
molto verosimilmente in parecchi omicidi e altre attività criminali. Terzo,
non c'è nessun dubbio che Lisbeth Salander sia stata ferita da colpi d'arma
da fuoco e sepolta viva nel suo podere di Gosseberga.»
«A proposito, sarei estremamente curioso di leggere quella famigerata
inchiesta» disse Jerker Holmberg.
Bublanski si rabbuiò.
«Ekström l'ha sequestrata venerdì scorso e quando gli ho chiesto di restituirmela mi ha detto che ne avrebbe fatto una copia, ma non l'ha mai fatto.
Invece mi ha richiamato, dicendo che aveva parlato con il pm e che c'era
un problema. Secondo il pm il timbro di segretezza comporta che l'inchiesta non dev'essere diffusa e nemmeno riprodotta. Ha chiesto che gli fossero
consegnate tutte le copie, finché la questione non sarà esaminata. Quindi
Sonja ha dovuto consegnare anche la sua.»
«Perciò non abbiamo più la documentazione?»
«No.»
«Accidenti» disse Holmberg. «Questo non mi suona affatto bene.»
«No» disse Bublanski. «Ma soprattutto significa che c'è qualcuno che
agisce contro di noi e per di più lo fa in modo rapido ed efficace. L'inchiesta era proprio quello che finalmente ci aveva messo sulla traccia giusta.»
«E allora dobbiamo stabilire chi è che agisce contro di noi» disse
Holmberg.
«Un momento» disse Sonja Modig. «Noi abbiamo anche Peter Teleborian. Lui ha contribuito alla nostra, di inchiesta, tracciando il profilo di Lisbeth Salander.»
«Esatto» disse Bublanski con voce cupa. «E cosa ha detto?»
«Era molto preoccupato per la sicurezza della ragazza e per il suo bene.
Ma dopo tutte le chiacchiere ha detto che è molto pericolosa e che avrebbe
potuto opporre resistenza. Noi abbiamo basato buona parte del nostro pensiero sulle sue affermazioni.»
«E con il suo atteggiamento ha anche incoraggiato Hans Faste» disse
Holmberg. «Abbiamo sentito qualcosa da Faste, fra parentesi?»
«È in ferie» rispose concisamente Bublanski. «La questione è: come
procediamo?»
Impiegarono le successive due ore a discutere le varie possibilità. L'unica decisione pratica presa fu che Sonja Modig sarebbe tornata a Göteborg
il giorno dopo per sentire se Lisbeth Salander aveva qualcosa da dire.
Quando la riunione si sciolse, Sonja Modig e Curt Svensson si avviarono
insieme verso il garage.
«Mi è venuto in mente...» Curt Svensson si interruppe.
«Sì?» lo sollecitò Sonja.
«È che quando abbiamo parlato con Teleborian tu sei stata l'unica del
gruppo a fargli domande e obiezioni.»
«Aha.»
«Sì... ecco. Un buon istinto» concluse.
Curt Svensson non era noto per spargere lodi intorno a sé ed era assolutamente la prima volta che diceva qualcosa di positivo o di incoraggiante a
Sonja Modig. La lasciò a bocca aperta accanto alla macchina.
5.
Domenica 10 aprile
Mikael Blomkvist aveva trascorso la notte del sabato a letto con Erika
Berger. Non avevano fatto sesso, erano stati semplicemente a parlare. Una
parte sostanziale della conversazione era stata dedicata a districare la storia
di Zalachenko. La confidenza fra Mikael ed Erika era tale che lui neanche
per un secondo si era lasciato frenare dal fatto che lei stava per andare a
lavorare alla concorrenza. Ed Erika stessa non aveva la minima intenzione
di scippare la storia. Era uno scoop di Millennium, tutt'al più avvertiva una
certa frustrazione per il fatto di non poter essere il redattore di quel numero. Sarebbe stata una bella maniera di concludere la sua collaborazione.
Parlarono anche del futuro e di cosa avrebbe comportato la nuova situazione. Erika era fermamente decisa a mantenere la sua quota e a continuare
a far parte del consiglio d'amministrazione. Ma entrambi si rendevano con-
to che non avrebbe più potuto avere voce in capitolo nel lavoro redazionale
corrente.
«Dammi qualche anno al "drago"... chi lo sa. Magari ritornerò a Millennium verso la pensione» disse.
E parlarono anche del loro complicato rapporto. Concordavano che in
pratica nulla sarebbe cambiato al di là del fatto che naturalmente non si sarebbero incontrati proprio così spesso, in futuro. Sarebbe stato come prima
di fondare Millennium, quando ancora non lavoravano insieme.
«Dovremo semplicemente cominciare a fissare gli appuntamenti» disse
Erika con un leggero sorriso.
La mattina di domenica si congedarono velocemente prima che Erika
tornasse a casa dal marito Greger Backman.
«Non so cosa pensare. Ma riconosco tutti i segnali del fatto che sei nel
bel mezzo di un'inchiesta e tutto il resto ti è passato in secondo piano. Lo
sai che ti comporti come uno psicopatico, quando lavori?» disse Erika.
Mikael sorrise e la strinse in un abbraccio.
Quando se ne fu andata, telefonò all'ospedale Sahlgrenska cercando di
ottenere informazioni sullo stato di salute di Lisbeth Salander. Nessuno
voleva dirgli alcunché. Alla fine chiamò l'ispettore Marcus Erlander che si
impietosì e gli spiegò che, date le circostanze, le condizioni di Lisbeth erano buone e che i medici esprimevano un cauto ottimismo. Mikael chiese se
poteva andare a trovarla. Erlander rispose che Lisbeth era agli arresti per
decisione del procuratore e non poteva ricevere visite. Le sue condizioni
erano comunque tali che ancora non era stato possibile interrogarla. Mikael
gli strappò la promessa che l'avrebbe avvertito nel caso in cui Lisbeth fosse
peggiorata.
Quando controllò il cellulare, Mikael vide che aveva quarantadue chiamate senza risposta e sms da diversi colleghi. La notizia che era stato lui a
trovare Lisbeth Salander e a chiamare il pronto intervento sanitario, e che
dunque era intimamente coinvolto negli sviluppi della vicenda, era stata
oggetto negli ultimi giorni di vivaci speculazioni mediatiche.
Cancellò tutti i messaggi dei colleghi. Poi telefonò a sua sorella e si prenotò per il pranzo domenicale.
Infine chiamò Dragan Armanskij, amministratore delegato e capo operativo della società di sicurezza Milton Security. Lo raggiunse al cellulare
nella sua casa di Lidingö.
«In ogni caso hai la capacità di provocare gran titoloni» disse Armanskij
secco.
«Scusami se non ti ho telefonato prima. Ho saputo che mi avevi cercato,
ma in settimana non ho avuto il tempo...»
«Abbiamo portato avanti un'indagine per conto nostro, alla Milton. E ho
saputo da Holger Palmgren che avevi delle informazioni. Ma a quanto
sembra eri qualche miglio avanti rispetto a noi.»
Mikael pensò un momento a come esprimersi.
«Posso fidarmi di te?» domandò.
Armanskij sembrò stupito della domanda.
«A quale riguardo?»
«Stai dalla parte di Lisbeth o no? Posso fidarmi che anche tu vuoi solo il
suo bene?»
«Io le sono amico. Come saprai, non significa necessariamente che lei
mi sia amica.»
«Lo so. Ma quello che vorrei sapere è se sei disposto a metterti nel suo
angolo e a sostenere un match con i suoi nemici. Ci saranno un bel po' di
round.»
Armanskij ci pensò su.
«Sono dalla sua parte» rispose alla fine.
«Posso passarti informazioni e discuterle con te senza dovermi preoccupare che finiscano alla polizia o a qualcun altro?»
«Io non posso essere coinvolto in nulla di illegale» disse Armanskij.
«Non è quello che ti ho chiesto.»
«Puoi assolutamente fidarti di me nella misura in cui non mi rivelerai
che stai conducendo qualche attività criminosa.»
«Va bene. Dobbiamo incontrarci.»
«Verrò in città stasera. A cena?»
«No, non ho tempo. Facciamo domani sera. Tu, io e forse qualche altra
persona dovremmo sederci intorno a un tavolo e parlare.»
«Puoi approfittare del mio ufficio alla Milton. Ti va bene alle sei?»
«Ancora una cosa... fra due ore devo vedermi con mia sorella, Annika
Giannini. Sta valutando se assistere Lisbeth, ma non può ovviamente lavorare gratis. Io posso pagare una parte della sua parcella di tasca mia. La
Milton Security potrebbe contribuire?»
«Lisbeth avrà bisogno di un penalista estremamente in gamba. Temo che
tua sorella non sia la più adatta, se mi permetti. Ho già parlato con l'avvocato della Milton, che mi ha promesso che ne troverà uno all'altezza. Pensavo a Peter Althin o qualcuno del genere.»
«Sbagliato. Lisbeth ha bisogno di un altro genere di avvocato. Capirai
cosa intendo quando ci incontreremo. Ma puoi prendere in considerazione
di mettere a disposizione dei fondi nel caso si rendesse necessario?»
«Avevo pensato che la Milton incaricasse un avvocato...»
«Significa sì o no? Io so cosa è successo a Lisbeth. So più o meno anche
chi c'è dietro. So perché. E ho un piano d'attacco.»
Armanskij rise.
«Okay. Ascolterò la tua proposta. Se non mi piace, mi tiro fuori.»
«Hai riflettuto sulla mia idea di assumere la difesa di Lisbeth Salander?»
domandò Mikael non appena ebbe baciato la sorella sulla guancia ed entrambi ebbero davanti i loro tramezzini e il caffè.
«Sì. E mi vedo costretta a rifiutare. Tu lo sai che non sono un penalista.
Anche se adesso non è più accusata degli omicidi per cui era ricercata, ci
sarà comunque una bella sfilza di capi d'accusa. Avrà bisogno di qualcuno
con un peso e un'esperienza molto diversi dai miei.»
«Ti sbagli. Tu sei un avvocato e hai una competenza riconosciuta nelle
questioni riguardanti i diritti delle donne. Sei esattamente l'avvocato di cui
ha bisogno.»
«Mikael... non credo che tu abbia capito. Sarà una causa penale complicata, non un semplice caso di maltrattamenti o molestie sessuali. Se assumo io l'incarico di difenderla, potrebbe diventare una catastrofe.»
Mikael sorrise.
«Io credo che sia tu a non avere colto il punto. Se Lisbeth per esempio
fosse stata incriminata per l'omicidio di Dag e Mia, allora avrei incaricato
un avvocato tipo Silbersky o comunque un penalista di quel genere. Ma
questo processo tratterà di cose completamente diverse. E tu sei l'avvocato
più perfetto che mi possa immaginare.»
Annika Giannini sospirò.
«È meglio che ti spieghi.»
Parlarono per quasi due ore. Quando Mikael ebbe finito di spiegare,
Annika era convinta. Mikael prese il cellulare e chiamò Marcus Erlander a
Göteborg.
«Salve. Sono di nuovo Blomkvist.»
«Non ho novità» disse Erlander un po' infastidito.
«Il che suppongo voglia dire buone notizie, in queste circostanze. Ma ho
io delle novità.»
«Ah sì?»
«Sì. Adesso Lisbeth Salander ha un avvocato che si chiama Annika
Giannini. È seduta qui davanti a me, ora gliela passo.»
Mikael le passò il cellulare.
«Buon giorno. Mi chiamo Annika Giannini e mi è stato richiesto di assistere Lisbeth Salander. Di conseguenza devo prendere contatto con la mia
cliente in modo che possa accettarmi come suo difensore. E ho anche bisogno del numero di telefono del pubblico ministero.»
«Capisco» disse Erlander. «Da quel che so, è già stato contattato un avvocato d'ufficio.»
«Bene. Qualcuno ha chiesto a Lisbeth Salander il suo parere?»
Erlander esitò.
«A essere sinceri non abbiamo ancora avuto la possibilità di scambiare
una parola con lei. Speriamo di poterle parlare domani, se le sue condizioni lo consentiranno.»
«Ottimo. Allora dico già che finché la signorina Salander non disporrà
diversamente voi potrete considerarmi il suo avvocato. Non potrete interrogarla senza che sia presente anch'io. Però potrete andare da lei e chiederle se mi accetta come suo avvocato. Intesi?»
«Sì» disse Erlander con un sospiro. Era incerto su come stessero esattamente le cose dal punto di vista giuridico. Rifletté un momento. «Vorremmo chiedere a Lisbeth Salander se ha qualche informazione sull'assassino del nostro agente, Ronald Niedermann. È okay se le facciamo questa
domanda anche senza che lei sia presente?»
Annika Giannini esitò.
«Okay, potete sentirla a titolo informativo, se può aiutare la polizia a localizzare Niedermann. Ma non potete farle domande relative a eventuali
incriminazioni o accuse che la riguardino. Siamo d'accordo?»
«Credo di sì.»
Marcus Erlander lasciò la sua scrivania, salì direttamente al piano di sopra e andò a bussare alla porta del responsabile delle indagini preliminari
Agneta Jervas. Le riferì il contenuto della conversazione che aveva avuto
con Annika Giannini.
«Non sapevo che Lisbeth Salander avesse un avvocato.»
«Nemmeno io. Ma Annika Giannini ha ricevuto l'incarico da Mikael
Blomkvist. Non so se la ragazza ne sappia qualcosa.»
«Ma Annika Giannini non è una penalista. Si occupa dei diritti delle
donne. Ho seguito una sua conferenza una volta, è una persona intelligente
e acuta ma assolutamente inadatta a questa causa.»
«In ogni modo toccherà a Lisbeth Salander decidere.»
«È possibile che io sia costretta a contestarla in tribunale, in tal caso. Per
il suo bene, l'imputata deve avere un vero difensore e non un nome noto
che cerca i titoli sui giornali. Mmm. Lisbeth Salander inoltre è stata dichiarata incapace. Non so come si debba procedere.»
«Come facciamo?»
Agneta Jervas rifletté un momento.
«Questa storia è un vero pasticcio. Non so chi si occuperà della causa in
definitiva, magari verrà passata a Ekström a Stoccolma. Ma Lisbeth Salander deve comunque avere un avvocato. Okay... domandale se vuole questa
Giannini.»
Quando tornò a casa verso le cinque del pomeriggio, Mikael aprì il suo
iBook e riprese le fila del pezzo che aveva cominciato a scrivere a
Göteborg. Lavorò per sette ore, finché non ebbe identificato le falle più evidenti nell'inchiesta. Rimanevano ancora da fare alcune ricerche. Una
domanda alla quale non sapeva rispondere in base alla documentazione disponibile era quali altri personaggi della Säpo oltre a Gunnar Björck avessero cospirato per far chiudere Lisbeth Salander in manicomio. Allo stesso
modo non aveva risolto la questione su quale relazione intercorresse esattamente fra Björck e lo psichiatra Peter Teleborian.
Verso mezzanotte spense il computer e andò a letto. Per la prima volta
da diverse settimane sentiva di potersi rilassare e addormentare tranquillo.
L'inchiesta era sotto controllo. Per quanti punti interrogativi rimanessero,
aveva già materiale a sufficienza per provocare una valanga di titoloni.
Provò l'impulso di telefonare a Erika per aggiornarla sulla situazione.
Poi si rese conto che ormai non era più a Millennium. D'improvviso dormire divenne difficile.
L'uomo con la borsa marrone scese con cautela dal treno delle sette e
mezza da Göteborg alla stazione centrale di Stoccolma e restò un attimo
immobile nel mare di gente cercando di orientarsi. Era partito da Laholm
poco dopo le otto del mattino dirigendosi a Göteborg, dove aveva fatto sosta per pranzare con un vecchio amico prima di riprendere il viaggio alla
volta della capitale. Non ci andava da due anni, e in realtà non aveva programmato altre visite. Nonostante vi avesse abitato per gran parte della sua
vita professionale, si sentiva sempre come un estraneo a Stoccolma, una
sensazione che non aveva fatto che intensificarsi da quando era in pensio-
ne.
Attraversò lentamente la stazione, comperò i giornali della sera e due
banane all'edicola e osservò meditabondo due donne musulmane col velo
che gli passarono accanto frettolose. Non aveva nulla contro le donne che
portavano il velo. Non era un problema suo se la gente voleva coprirsi. Ma
lo disturbava che lo facessero in centro a Stoccolma.
Camminò per circa trecento metri fino all'Hotel Freys accanto alla vecchia sede delle poste in Vasagatan. Era l'albergo dove scendeva sempre
nelle sue ormai rare visite nella capitale. Centrale e ben curato. Inoltre era
a buon mercato, un presupposto importante quando doveva sostenere personalmente le spese di viaggio. Aveva prenotato la stanza il giorno prima.
Si presentò come Evert Gullberg.
Appena entrato nella camera andò in bagno. Era arrivato a un'età in cui
era costretto a farlo spesso. Da diversi anni non faceva più una notte intera
senza svegliarsi per andarci.
Dopo la sosta, si tolse il cappello di feltro inglese a tesa stretta color
verde scuro, e allentò il nodo della cravatta. Era alto un metro e ottantaquattro e pesava sessantotto chili, quindi di corporatura esile. Indossava
una giacca a piccoli quadri bianchi e neri e pantaloni grigio scuro. Aprì la
borsa marrone e tirò fuori due camicie, una cravatta di riserva e la biancheria intima, che sistemò nel cassettone. Poi appese il soprabito e la giacca
nell'armadio dietro la porta della camera.
Era troppo presto per andare a dormire e troppo tardi per fare una passeggiata serale, un'attività che in ogni caso non avrebbe trovato piacevole.
Si sedette nell'obbligatoria poltroncina da camera d'albergo e si guardò intorno. Accese la tv ma abbassò il volume in modo da non sentirla. Valutò
se chiamare la reception e ordinare del caffè, ma decise che era troppo tardi. Aprì il frigobar e si versò una bottiglietta mignon di Johnnie Walker
aggiungendo qualche goccia d'acqua. Aprì i giornali della sera e lesse attentamente tutto ciò che era stato scritto quel giorno sulla caccia a Ronald
Niedermann e sul caso Salander. Tirò fuori un blocnotes rilegato in pelle e
prese qualche appunto.
L'ex capodivisione dei servizi segreti Evert Gullberg aveva settantotto
anni e ufficialmente era in pensione da quattordici. Ma è così che succede
con le vecchie spie. Non muoiono mai, scivolano semplicemente nell'ombra.
Subito dopo la fine della guerra, quando aveva diciannove anni, Gul-
lberg aveva cercato di intraprendere una carriera nella marina. Dopo il servizio militare come allievo ufficiale, era stato ammesso alla scuola ufficiali. Ma anziché essere imbarcato, come si era aspettato, era stato mandato a
Karlskrona presso i servizi segreti della marina. Non aveva avuto nessuna
difficoltà a capire l'importanza di quel lavoro, che consisteva nel cercare di
scoprire cosa stesse succedendo sull'altra sponda del Baltico. L'occupazione gli sembrava però noiosa e poco interessante. Alla scuola interpreti della difesa poté tuttavia imparare il russo e il polacco. Tali conoscenze linguistiche furono uno dei motivi per cui nel 1950 fu reclutato nelle file della Säpo. Era l'epoca in cui l'inappuntabile Georg Thulin dirigeva la terza
sezione della polizia di stato. Il budget complessivo della polizia segreta
consisteva in due milioni e settecentomila corone, e il personale esattamente in novantasei addetti.
Quando Evert Gullberg andò formalmente in pensione, nel 1992, il budget della Säpo superava i trecentocinquanta milioni di corone, e lui non
sapeva nemmeno quanti dipendenti avesse la Ditta.
Gullberg aveva trascorso tutta la sua vita al servizio, segreto, di sua
maestà, o forse al servizio, segreto, dello stato socialdemocratico. La qual
cosa era ironica, dal momento che lui a ogni elezione aveva sempre votato
per i moderati, tranne nel 1991, poiché riteneva che Carl Bildt fosse una
catastrofe. Quella volta aveva votato con scarso entusiasmo per Ingvar
Carlsson. Ma anche gli anni di miglior governo della Svezia avevano confermato i suoi peggiori timori. I moderati erano saliti al potere in un periodo in cui l'Unione Sovietica stava collassando, e a suo parere nessun governo sarebbe stato peggio equipaggiato per cogliere le nuove possibilità
politiche dell'arte dello spionaggio che si aprivano a Est. Il governo Bildt,
al contrario, aveva tagliato per ragioni economiche il bureau per l'Unione
Sovietica e puntato invece sulle sciocchezze internazionali in Bosnia e
Serbia - come se la Serbia potesse mai minacciare la Svezia. Il risultato fu
che la possibilità di installare a lungo termine informatori a Mosca sfumò,
e che il giorno in cui il clima si fosse fatto di nuovo teso - cosa che secondo Gullberg era inevitabile - sarebbero state avanzate di nuovo pretese politiche assurde sulla polizia segreta e sui servizi segreti militari, quasi fossero in grado di tirare fuori agenti come per magia secondo necessità.
Gullberg aveva iniziato la sua carriera al bureau per l'Unione Sovietica
della polizia di stato. Dopo due anni dietro una scrivania, aveva compiuto i
suoi primi esitanti studi sul campo come addetto militare con il grado di
capitano presso l'ambasciata svedese a Mosca, negli anni 1952-53. Curiosamente aveva seguito le orme di un'altra celebre spia. Qualche anno prima
il suo posto era stato occupato dal noto ufficiale dell'aviazione colonnello
Stig Wennerström.
Tornato in Svezia, Gullberg aveva lavorato per il controspionaggio e
dieci anni dopo era uno dei più giovani agenti dei servizi segreti che, alla
guida del direttore operativo Otto Danielsson, catturarono Wennerström
condannandolo al carcere a vita a Långholmen.
Quando i servizi furono riorganizzati da Per Gunnar Vinge nel 1964 e
diventarono la sezione sicurezza della polizia di stato, Rps/Säk, si pensò
anche all'ampliamento del personale. Allora Gullberg lavorava alla polizia
segreta da quattordici anni ed era diventato uno dei veterani più fidati.
Gullberg non aveva mai utilizzato la sigla Säpo per indicare la polizia
segreta. Usava la sigla Rps/Säk nei contesti formali e Säk in quelli informali. Fra colleghi poteva anche riferirsi all'attività come all'Azienda o alla
Ditta o molto semplicemente alla sezione - ma mai e poi mai chiamandola
Säpo. Il motivo era semplice. Il compito principale dell'Azienda era stato
per molti anni il cosiddetto controllo personale, vale a dire controlli e registrazioni di cittadini svedesi sospettati di nutrire idee comuniste e antipatriottiche. Per l'Azienda, "comunista" e "traditore della patria" erano sinonimi. La sigla in seguito comunemente accettata di Säpo era stata in effetti
coniata dal giornale comunista e potenzialmente antipatriottico Clarté per
definire con disprezzo quelli che nella polizia davano la caccia ai comunisti. Di conseguenza nessun veterano usava l'espressione Säpo, e Gullberg
non riusciva proprio a capacitarsi del perché il suo ex capo P.G. Vinge avesse intitolato le sue memorie proprio Il capo della Säpo negli anni 196270.
Era stata la riorganizzazione del 1964 a decidere la futura carriera di
Gullberg.
La creazione dell'Rps/Säk comportò che la polizia segreta di stato venisse trasformata in quella che nei rapporti del ministero della Giustizia era
descritta come una moderna organizzazione di polizia. Questo significava
nuove assunzioni. Ma la costante necessità di nuovo personale comportava
infiniti problemi di rodaggio, e il "nemico" aveva decisamente più possibilità di piazzare agenti all'interno della sezione. Dunque anche il controllo
sicurezza interno doveva essere intensificato - la polizia segreta non poteva
più essere un club composto da ex ufficiali in cui tutti conoscevano tutti e
il merito più comune in fase di reclutamento era quello di avere un padre
ufficiale.
Nel 1963 Gullberg era stato trasferito dal controspionaggio al controllo
personale, un settore che aveva visto crescere la propria importanza sulla
scia dello smascheramento di Stig Wennerström. In quel periodo furono
poste le basi del registro che verso la fine degli anni sessanta comprendeva
circa trecentomila cittadini con simpatie politiche sconvenienti. Ma il controllo dei cittadini in generale era una cosa - la questione era come organizzare il controllo sicurezza all'Rps/Säk.
Wennerström aveva provocato una valanga di difficoltà interne alla polizia segreta. Se un colonnello dello stato maggiore della difesa poteva lavorare per i russi - un colonnello che era inoltre consigliere del governo per
questioni riguardanti gli armamenti atomici e la sicurezza - si poteva forse
essere certi che i russi non avessero un agente altrettanto ben piazzato
all'interno dei servizi segreti? Chi poteva garantire che capi e vicecapi
dell'Azienda non lavorassero invece per i russi? In poche parole: chi avrebbe spiato le spie?
Nell'agosto del 1964 Gullberg fu convocato per una riunione pomeridiana dal direttore aggiunto della polizia segreta, Hans Wilhelm Francke.
All'incontro partecipavano anche due rappresentanti delle alte sfere dell'Azienda, il capodivisione aggiunto e il direttore finanziario. Prima della fine
della giornata, la vita di Gullberg ricevette un senso nuovo. Era stato scelto. Aveva avuto un nuovo incarico come capo di una squadra di nuova costituzione chiamata Sezione speciale, abbreviato in Ss. La sua prima mossa
fu di ribattezzarla Sezione di analisi. Ci volle solo qualche minuto prima
che il direttore finanziario facesse osservare che Sa non era molto meglio
di Ss. Il nome definitivo dell'organizzazione divenne Sezione speciale di
analisi, Ssa, comunemente Sezione, per distinguerla dall'Azienda, che si riferiva a tutta la polizia segreta.
La Sezione era un'idea di Francke. Che la definiva l'ultima linea di difesa. Un gruppo ultrasegreto che occupava posti strategici all'interno dell'Azienda ma era invisibile e non compariva in rapporti o piani finanziari e
pertanto non poteva essere infiltrato. Il suo compito era di vegliare sulla
sicurezza nazionale. Gullberg aveva il potere di farlo. Gli occorrevano il
direttore finanziario e il capodivisione per creare la struttura nascosta, ma
erano tutti soldati della vecchia scuola, amici legati da dozzine di scaramucce con il "nemico".
Nel primo anno l'intera organizzazione fu composta da Gullberg e da tre
collaboratori selezionati con cura. Nei dieci anni seguenti, arrivò a contare
fino a undici persone, delle quali due erano segretari amministrativi della
vecchia scuola e il resto cacciatori professionisti di spie. Era un'organizzazione molto semplice. Gullberg era il capo. Tutti gli altri erano collaboratori che incontravano il capo quasi tutti i giorni. L'efficienza era premiata
più del prestigio e del formalismo.
Sulla carta Gullberg era gerarchicamente sottoposto a una lunga fila di
persone oltre che al capodivisione della polizia segreta, al quale doveva
consegnare dei rapporti mensili, ma in realtà occupava una posizione unica
con poteri straordinari. Lui, e lui solo, poteva decidere di mettere sotto la
lente d'ingrandimento le sfere più alte della direzione della Säpo. Poteva,
se gli andava, voltare e rivoltare come un guanto la vita dello stesso Per
Gunnar Vinge - cosa che del resto fece. Poteva dare l'avvio a indagini personali o eseguire intercettazioni telefoniche senza doverne spiegare lo scopo e perfino senza doverne riferire in alto loco. Il suo modello era la leggenda americana dello spionaggio, James Jesus Angleton, che aveva una
posizione molto simile all'interno della Cia e che Gullberg ebbe anche occasione di conoscere di persona.
Dal punto di vista organizzativo, la Sezione divenne una microrganizzazione, che si collocava all'esterno, al di sopra e a fianco di tutto il resto della polizia segreta. Il che ebbe anche delle conseguenze geografiche. La Sezione aveva i suoi uffici a Kungsholmen, ma per motivi di sicurezza fu in
pratica trasferita fuori dalla centrale della polizia, in un appartamento privato di undici stanze a Östermalm. L'appartamento fu ristrutturato molto
discretamente e trasformato in un ufficio fortificato che non era mai sguarnito, dal momento che la segretaria, vecchia persona di fiducia, Eleanor
Badenbrink, fu alloggiata come inquilina nei due locali più vicini all'ingresso. Eleanor Badenbrink era una risorsa inestimabile verso la quale
Gullberg nutriva una fiducia assoluta.
Sotto il profilo organizzativo, Gullberg e i suoi collaboratori sparirono
da qualsiasi posizione pubblica - erano finanziati tramite un "fondo speciale" ma non esistevano da nessuna parte per la burocrazia dei servizi segreti, che rendeva conto alla direzione della polizia di stato o al ministero della Giustizia. Nemmeno il capo dell'Rps/Säk conosceva l'identità degli agenti segreti più segreti che avevano il compito di trattare le più delicate
tra le questioni più delicate.
A quarant'anni Gullberg si trovò di conseguenza in una situazione nella
quale non doveva rendere conto ad anima viva e poteva fare indagini su
chiunque.
Fin dall'inizio gli fu chiaro che la Sezione speciale di analisi avrebbe rischiato di diventare un gruppo politicamente delicato. La descrizione del
lavoro era a dir poco vaga e la documentazione scritta estremamente sommaria. Nel settembre del 1964 il primo ministro Tage Erlander firmò una
direttiva che prevedeva l'accantonamento di fondi per la Ssa, che aveva il
compito di trattare indagini particolarmente delicate per la sicurezza del
regno. Era una di dodici questioni analoghe quella che il direttore aggiunto
dell'Rps/Säk, Hans Wilhelm Francke, presentò nel corso di un incontro
pomeridiano con il capo del governo. Il documento fu immediatamente secretato e inserito nell'altrettanto secretato protocollo particolare
dell'Rps/Säk.
La firma del primo ministro comportava tuttavia che la Sezione era un
istituto giuridicamente riconosciuto. Il primo bilancio annuale ammontava
a cinquantaduemila corone, e che fosse così modesto fu giudicato da Gullberg un colpo di genio. In questo modo, la Sezione si presentava come
una faccenda veramente da poco.
In senso più lato la firma del primo ministro significava che egli aveva
riconosciuto il bisogno di un gruppo che potesse effettuare un controllo
"interno". La stessa firma poteva però essere interpretata nel senso che il
primo ministro aveva dato la sua approvazione alla creazione di un gruppo
che potesse anche effettuare un controllo di "persone particolarmente sensibili" al di fuori della Säk, per esempio del primo ministro stesso. Era
quest'ultima interpretazione a creare problemi politici potenzialmente seri.
Evert Gullberg constatò che il suo Johnnie Walker era finito. Non era
particolarmente incline al consumo di alcolici, ma la giornata era stata lunga, il viaggio faticoso, e lui riteneva di trovarsi in una fase della vita in cui
era irrilevante decidere di bere uno o due whisky, perciò poteva benissimo
riempirsi di nuovo il bicchiere se ne aveva voglia. Si versò una bottiglietta
mignon di Glenfiddich.
La questione più delicata tra tutte era stata naturalmente quella di Olof
Palme.
Gullberg ricordava ogni dettaglio delle elezioni del 1976. Per la prima
volta nella storia moderna, la Svezia aveva un governo conservatore. Purtroppo era stato Thorbjörn Fälldin a diventare primo ministro e non Gösta
Bohman, che era un uomo della vecchia scuola infinitamente più adatto.
Ma soprattutto, Palme era stato sconfitto. Ed Evert Gullberg poteva tirare
il fiato.
L'idoneità di Palme come primo ministro era stata oggetto di più di un
pranzo di lavoro nei corridoi più segreti dei servizi segreti. Nel 1969 Per
Gunnar Vinge era stato messo alla porta dopo avere espresso un'opinione
che molti condividevano - ossia che Palme potesse essere una sorta di agente del Kgb. L'opinione di Vinge non era isolata nel clima che regnava
all'interno dell'Azienda. Purtroppo però egli aveva discusso apertamente la
questione con il prefetto Ragnar Lassinantti nel corso di una visita nel
Norrbotten. Lassinantti aveva inarcato le sopracciglia due volte, dopo di
che aveva informato la segreteria del governo, con la conseguenza che
Vinge era stato convocato per un colloquio privato.
Con indignazione di Gullberg, l'interrogativo sugli eventuali contatti
russi di Palme non aveva mai avuto una risposta. Nonostante ripetuti tentativi di stabilire la verità e scovare prove decisive, la Sezione non aveva mai
trovato la benché minima conferma che le cose stessero come si pensava.
Agli occhi di Gullberg però questo non significava che Palme fosse davvero innocente. Piuttosto poteva essere una spia particolarmente scaltra e intelligente che non commetteva errori già commessi da altre spie russe.
Palme continuò a prendersi gioco di loro anno dopo anno. Nel 1982 la
questione diventò nuovamente attuale quando tornò a coprire la carica di
primo ministro. Poi ci furono gli spari di Sveavägen e la questione divenne
per sempre accademica.
Il 1976 era stato un anno problematico. All'interno dell'Rps/Säk - fra le
poche persone che effettivamente sapevano dell'esistenza della Sezione era cresciuto un certo malumore. Durante i precedenti dieci anni, sessantacinque funzionari dei servizi segreti erano stati cacciati dall'organizzazione
sulla base di una presunta inaffidabilità politica. Nella gran parte dei casi la
documentazione tuttavia non dimostrava nulla, e nelle alte sfere qualcuno
cominciò a borbottare che i collaboratori della Sezione erano teorizzatori
paranoici della cospirazione.
Gullberg ribolliva ancora nell'intimo quando ricordava il caso di una
persona assunta all'Rps/Säk nel 1968 dopo che lui stesso la aveva giudicata
non idonea. Si trattava dell'ispettore Stig Bergling, tenente dell'esercito,
che più tardi era risultato essere un colonnello del Gru, ossia dei servizi
segreti militari russi. In quattro occasioni negli anni successivi Gullberg
aveva tentato di far licenziare Bergling e ogni volta le sue pressioni erano
state ignorate. Solo nel 1977 il vento cambiò direzione, quando Bergling
divenne oggetto di sospetti anche al di fuori della Sezione. Era ora. Bergling fu il più grosso scandalo della storia dei servizi segreti svedesi.
Le critiche nei confronti della Sezione si erano moltiplicate durante la
prima metà degli anni settanta, e Gullberg aveva captato diverse proposte
di tagliare i fondi e perfino voci secondo cui quella spesa era inutile.
Nel complesso tali critiche misero in discussione il futuro della Sezione.
In quel periodo, all'interno dell'Rps/Säk fu data la priorità alla minaccia
terroristica, una triste storia che riguardava giovani confusi che collaboravano con elementi arabi o palestinesi. La grande questione all'interno dei
servizi segreti era se il controllo personale avrebbe goduto di finanziamenti
speciali per tenere d'occhio cittadini stranieri residenti in Svezia o se sarebbe rimasto un compito esclusivo della sezione stranieri.
Da questa discussione burocratica era nata la necessità per la Sezione di
legare all'attività un collaboratore fidato in grado di rafforzare il controllo,
di fatto lo spionaggio, sui colleghi della sezione stranieri.
La scelta cadde su un giovane collaboratore che lavorava all'Rps/Säk dal
1970, del quale formazione e credibilità politica erano tali da poterlo ritenere adatto a prendere posto nella Sezione. Era membro di un'organizzazione che si chiamava Alleanza democratica, definita di estrema destra dai
mass-media socialdemocratici. E alla Sezione questo non era considerato
un neo. Altri tre collaboratori erano membri di Alleanza democratica, e la
Sezione era stata molto importante per la nascita dell'organizzazione. Contribuiva perfino in piccola parte al suo finanziamento. Fu attraverso tale
organizzazione che il nuovo collaboratore fu individuato e reclutato nelle
file della Sezione. Il suo nome era Gunnar Björck.
Per Evert Gullberg era stato un caso incredibilmente fortunato che il
giorno delle elezioni politiche, nel 1976, quando Alexander Zalachenko
disertò in Svezia ed entrò nel commissariato di Norrmalm a chiedere asilo
politico, fosse proprio Gunnar Björck a riceverlo nella sua funzione di persona di riferimento alla sezione stranieri. Un agente che già era legato ai
segreti più segreti degli agenti segreti.
Björck era sveglio. Si rese conto immediatamente dell'importanza di Zalachenko e interruppe l'interrogatorio infilando il disertore in una stanza
dell'Hotel Continental. Fu a Evert Gullberg e non al suo capo formale della
sezione stranieri che Gunnar Björck telefonò per dare l'allarme. La chiamata arrivò quando i seggi elettorali avevano già chiuso e tutti i pronostici
lasciavano intendere che Palme avrebbe perso. Gullberg era appena ritornato nella sua stanza d'albergo e aveva acceso la tv per seguire la veglia e-
lettorale. Da principio aveva dubitato della notizia che l'eccitato giovane
collaboratore gli aveva passato. Poi era andato al Continental, che distava
meno di duecentocinquanta metri dall'albergo dove si trovava, per prendere il comando dell'affare Zalachenko.
In quell'attimo la vita di Evert Gullberg era radicalmente cambiata. Il
termine segretezza aveva assunto un significato e un peso totalmente nuovi. Comprese subito la necessità di creare una nuova struttura intorno al disertore.
Scelse automaticamente di includere Gunnar Björck nel Gruppo Zalachenko. Era una decisione ragionevole, dal momento che Björck sapeva
già dell'esistenza del russo. Era meglio averlo all'interno piuttosto che
all'esterno. Björck venne dunque trasferito dal suo posto alla sezione stranieri a una scrivania nell'appartamento di Östermalm.
Fin dall'inizio, Gullberg aveva scelto di informare solamente una persona all'interno dell'Rps/Säk, ossia il capodivisione che già era a conoscenza
dell'attività della Sezione. Questi aveva meditato sulla notizia per diversi
giorni prima di spiegare a Gullberg che la diserzione era talmente importante che era necessario informarne il direttore dell'Rps/Säk, e così pure il
governo.
All'epoca, il nuovo direttore dell'Rps/Säk era al corrente dell'esistenza
della Sezione speciale di analisi, ma aveva solamente una vaga idea di quale fosse la sua effettiva attività. Era entrato in servizio per fare pulizia dopo
l'affare Ib, l'organizzazione segreta all'interno della difesa smascherata nel
1973, ed era già indirizzato verso un incarico più alto nella gerarchia della
polizia. Nel corso di un colloquio confidenziale con il capodivisione, il direttore dell'Rps/Säk era stato informato che la Sezione era un gruppo segreto creato dal governo, che stava al di fuori dell'attività corrente e sul
quale non bisognava fare domande. Siccome a quell'epoca era un uomo
che non faceva assolutamente domande che potessero provocare risposte
sgradevoli, il direttore aveva annuito con l'aria di capire e aveva accettato
che ci fosse qualcosa, chiamato Ssa, con cui lui non aveva nulla a che fare.
Gullberg non era entusiasta dell'idea di informare il direttore su Zalachenko, ma la accettò. Sottolineò l'assoluta necessità di segretezza e fu accontentato. Fu deciso che Zalachenko sarebbe stato trattato dalla Sezione
speciale di analisi.
Informare il primo ministro uscente era escluso. Per via del carosello
cominciato in concomitanza con il cambio di governo, il nuovo primo mi-
nistro era occupato a tempo pieno a nominare ministri e a trattare con gli
altri partiti conservatori. Fu solo un mese dopo la formazione del governo
che il direttore dell'Rps/Säk si recò insieme a Gullberg a Rosenbad a informare il primo ministro Fälldin. Gullberg aveva protestato fino all'ultimo
contro la decisione di informare il governo, ma il direttore era stato irremovibile - era costituzionalmente inaccettabile non farlo. Nel corso dell'incontro, Gullberg aveva messo in campo tutta la sua abilità per convincere
il più eloquentemente possibile il primo ministro dell'importanza che l'informazione su Zalachenko non si diffondesse al di fuori del suo ufficio. Né
il ministro degli Esteri né quello della Difesa né alcun altro membro del
governo dovevano sapere alcunché.
Fälldin era rimasto turbato dalla notizia che un agente russo di prima
grandezza aveva cercato asilo in Svezia. Aveva cominciato a dire che per
correttezza sarebbe stato costretto ad affrontare l'argomento almeno con i
capi degli altri due partiti di governo. Gullberg si era preparato a questa
obiezione e aveva giocato la carta più pesante a sua disposizione. Aveva
risposto spiegando in tono sommesso che così sarebbe stato costretto a dare immediatamente le dimissioni. La minaccia aveva colto nel segno.
Fälldin sarebbe stato personalmente responsabile se la storia fosse trapelata e i russi avessero mandato una pattuglia della morte a eliminare Zalachenko, se la persona che rispondeva della sicurezza di Zalachenko si fosse vista costretta a dimettersi. Un fatto simile sarebbe stato per il primo
ministro una catastrofe politica e mediatica.
Fälldin, ancora fresco e insicuro nel suo ruolo di capo del governo, si era
piegato. Aveva approvato una direttiva, che era stata immediatamente inserita in un protocollo segreto, secondo la quale la Sezione avrebbe risposto
della sicurezza di Zalachenko e dei rapporti su di lui e tutte le informazioni
sarebbero rimaste confinate nell'ufficio del primo ministro. Fälldin era informato, ma non avrebbe mai potuto discutere la faccenda. In poche parole, avrebbe dovuto dimenticarsi di Zalachenko.
Il primo ministro aveva però insistito perché un'altra persona del suo gabinetto, un segretario di stato selezionato con cura, fosse informata e fungesse da contatto nelle questioni riguardanti il disertore russo. Gullberg si
mostrò condiscendente. Non avrebbe avuto nessun problema a manovrare
un segretario di stato.
Il direttore dell'Rps/Säk era soddisfatto. L'affare Zalachenko adesso era a
posto sotto il profilo costituzionale, e questo comportava che lui aveva le
spalle coperte. Anche Gullberg era soddisfatto. Era riuscito a creare una
quarantena che gli consentiva di controllare il flusso di informazioni. Lui
solo controllava Zalachenko.
Quando fece ritorno nel suo ufficio a Östermalm, Gullberg si sedette alla
scrivania e fece un elenco delle persone che sapevano dell'esistenza di Zalachenko. L'elenco comprendeva lui stesso, Gunnar Björck, il direttore operativo Hans von Rottinger, il direttore aggiunto Fredrik Clinton, la segretaria Eleanor Badenbrink e due collaboratori che avevano il compito di
raggruppare e analizzare senza interruzione le informazioni che Zalachenko sarebbe stato in grado di fornire. In totale sette persone che negli anni
successivi avrebbero costituito una sezione speciale all'interno della Sezione. Pensava a loro come a un gruppo interno.
Al di fuori, la notizia era nota al direttore dell'Rps/Säk, al direttore aggiunto e al capodivisione. Oltre a questi, ne erano informati il primo ministro e un segretario di stato. Complessivamente dodici persone. In precedenza un segreto di quel calibro non era mai stato condiviso da un gruppo
così selezionato.
Poi Gullberg si rabbuiò. Il segreto era noto anche a una tredicesima persona. Björck era accompagnato da Nils Bjurman. Fare di Bjurman un collaboratore della Sezione era escluso. Bjurman non era un vero agente della
polizia segreta - a dire il vero non era più che un praticante all'Rps/Säk - e
non disponeva della preparazione e della competenza necessarie. Gullberg
valutò diverse alternative ma alla fine scelse di estromettere cautamente
Bjurman dalla vicenda. Minacciò il carcere a vita per alto tradimento se
avesse detto anche solo una parola su Zalachenko, si servì di mezzi di corruzione quali promesse di futuri incarichi e adulazioni che accrebbero in
Bjurman la sensazione di essere una persona importante. Fece in modo che
trovasse impiego presso un rinomato studio legale e poi che ottenesse un
gran numero di incarichi che lo tenessero occupato. L'unico problema era
che Bjurman era talmente mediocre che non era in grado di sfruttare quelle
opportunità. Lasciò lo studio legale dopo dieci anni e avviò un'attività in
proprio, che alla fine diventò uno studio legale con un solo dipendente a
Odenplan.
Negli anni successivi Gullberg tenne Bjurman sotto discreta ma costante
sorveglianza. Fu solo al termine degli anni ottanta che smise di farlo,
quando l'Unione Sovietica ormai si stava disgregando e Zalachenko non
era più una questione prioritaria.
Per la Sezione, Zalachenko era stato inizialmente la promessa di un bal-
zo in avanti nella soluzione del mistero Palme, una questione che non
smetteva di occupare Gullberg. Palme di conseguenza era stato uno dei
primi argomenti che Gullberg aveva proposto nel lungo debriefing.
Tuttavia le speranze erano presto sfumate, dal momento che Zalachenko
non aveva mai operato in Svezia e non aveva una vera e propria conoscenza del paese. Aveva però sentito circolare delle voci su un "destriero rosso", un politico di alto rango svedese o forse scandinavo che lavorava per
il Kgb.
Gullberg preparò un elenco di nomi collegati a Palme. C'erano Carl Lidblom, Pierre Schori, Sten Andersson, Marita Ulvskog e altre persone. Per
il resto della sua vita, sarebbe ritornato ripetutamente su questo elenco, restando sempre debitore di una risposta.
D'improvviso Gullberg era un giocatore in mezzo ai grandi. Era salutato
con rispetto nel club esclusivo dei guerrieri scelti, dove tutti conoscevano
tutti e i contatti passavano attraverso l'amicizia e la fiducia personali - non
attraverso i canali ufficiali e le regole burocratiche. Ebbe modo di incontrare lo stesso James Jesus Angleton e di bere whisky in un discreto club di
Londra insieme al capo dell'Mi-6. Divenne uno di quelli che contano.
L'altra faccia della medaglia del suo lavoro era che non avrebbe mai potuto raccontare dei suoi successi, nemmeno in un libro di memorie postume. Ed era sempre viva la paura che il "nemico" notasse i suoi viaggi e gli
mettesse gli occhi addosso - ovvero che lui stesso involontariamente conducesse i russi da Zalachenko.
Da quel punto di vista, Zalachenko era il peggior nemico di se stesso.
Nel corso del primo anno, era stato alloggiato in un anonimo appartamento di proprietà della Sezione. Non esisteva in alcun registro né in alcun
documento ufficiale, e il Gruppo pensava di avere a disposizione un bel po'
di tempo prima di dover pianificare il suo futuro. Solo nella primavera del
1978 il russo ottenne un passaporto intestato a Karl Axel Bodin e una storia personale faticosamente costruita - un passato fittizio ma verificabile
nei registri svedesi.
Era già troppo tardi. Zalachenko era andato a scopare quella dannata
puttana di Agneta Sofia Salander nata Sjölander, e si era presentato allegramente con il suo vero nome. Gullberg si rendeva conto che non era del
tutto a posto con la testa. Sospettava che il disertore russo volesse quasi essere smascherato. Sembrava avesse bisogno di un palcoscenico. Era difficile spiegare altrimenti il suo comportamento così imbecille.
Le puttane, periodi di eccessivo consumo di alcol, incidenti con esplosioni di violenza, zuffe con buttafuori e gente simile. In tre occasioni era
stato arrestato dalla polizia svedese per ubriachezza e un altro paio di volte
in seguito a risse in qualche locale. E ogni volta la Sezione doveva discretamente intervenire per fare in modo che documenti sparissero e protocolli
fossero modificati. Gullberg affidò a Gunnar Björck il compito di fare da
bambinaia al disertore quasi ventiquattr'ore su ventiquattro. Era complicato, ma non esistevano alternative.
Tutto sarebbe potuto andare bene. Agli inizi degli anni ottanta Zalachenko si era calmato e aveva cominciato ad adeguarsi. Ma non aveva mai mollato la puttana Salander e, peggio ancora, era diventato padre di Camilla e
Lisbeth.
Lisbeth Salander.
Gullberg pronunciò il nome con un senso di disagio.
Già quando le bambine avevano nove o dieci anni, aveva avvertito un
nodo allo stomaco riguardo a Lisbeth. Non c'era bisogno di essere uno psichiatra per capire che la ragazzina non era normale. Gunnar Björck aveva
riferito nelle sue relazioni che era ribelle, violenta e aggressiva nei confronti del padre e che non sembrava avere la benché minima paura di lui.
Raramente diceva qualcosa, ma segnalava in mille altri modi il suo disagio
per la situazione. Era un problema in fieri, ma quanto gigantesco questo
problema sarebbe diventato Gullberg non poteva immaginarlo nemmeno
nelle sue fantasie più sfrenate. Temeva soprattutto che la situazione nella
famiglia Salander sollecitasse un'indagine dei servizi sociali che si sarebbe
concentrata su Zalachenko. Più e più volte lo implorò di rompere con loro
e di sparire dalla loro vita. Zalachenko prometteva ma tradiva sempre la
sua promessa. Aveva altre puttane. Ne aveva più che a sufficienza. Ma dopo qualche mese tornava sempre da Agneta Sofia Salander.
Dannato Zalachenko. Una spia che lasciava che la sua vita sentimentale
fosse comandata dal cazzo non era una brava spia. Ma lui sembrava essere
al di sopra di tutte le regole comuni, o quanto meno si riteneva tale. Se almeno fosse stato capace di farsi quella puttana senza doverla anche prendere a botte ogni volta che si incontravano sarebbe stato un conto, ma a
quanto pareva gli era indispensabile sottoporre quella donna a pesanti maltrattamenti. Pareva perfino considerarla una sfida divertente verso i suoi
sorveglianti del Gruppo, quasi la picchiasse solo per stuzzicarli e angustiarli.
Gullberg non dubitava che Zalachenko fosse un individuo malato, ma
non si trovava nella situazione di poter scegliere a suo piacimento fra agenti disertori. Ne aveva uno solo, che per di più era consapevole della
propria importanza.
Gullberg sospirò. Il Gruppo Zalachenko aveva assunto il ruolo di una
pattuglia di spazzini. Non lo si poteva negare. Zalachenko sapeva che poteva prendersi delle libertà e che loro avrebbero gentilmente risolto i problemi provocati dal suo passaggio. E per quanto riguardava Agneta Sofia
Salander sfruttava questa possibilità oltre il limite di rottura.
Gli avvertimenti non erano mancati. Appena compiuti dodici anni, Lisbeth aveva accoltellato Zalachenko. Le ferite non erano gravi ma il russo
era stato portato al St. Görans e il Gruppo era stato costretto a svolgere un
complesso lavoro di pulizia. Quella volta Gullberg ebbe un colloquio molto serio con Zalachenko. Mise perfettamente in chiaro che non avrebbe
mai più dovuto prendere contatto con la famiglia Salander, e Zalachenko
promise. Mantenne la promessa per più di sei mesi, prima di tornare a casa
di Agneta Sofia e sottoporla a maltrattamenti così pesanti da farla finire in
una casa di cura per il resto dei suoi giorni.
Che Lisbeth fosse una psicopatica con inclinazioni omicide capace di
preparare una bomba incendiaria era tuttavia qualcosa che Gullberg non
aveva immaginato. Quel giorno era scoppiato il caos. Un labirinto di inchieste si profilava all'orizzonte, l'intera operazione Zalachenko - per non
dire l'intera Sezione - era appesa a un filo fragilissimo. Se Lisbeth Salander
avesse parlato, Zalachenko avrebbe corso il rischio di essere smascherato.
Se Zalachenko fosse stato smascherato, un lungo elenco di operazioni
svolte in Europa nei quindici anni precedenti sarebbe stato vanificato e la
Sezione avrebbe rischiato di essere esposta a un esame pubblico. Cosa che
doveva essere impedita a ogni costo.
Gullberg era preoccupato. Se i loro archivi fossero stati aperti, sarebbero
venute alla luce parecchie circostanze non del tutto in linea con la Costituzione, per non parlare della loro pluriennale sorveglianza di Palme e di altri noti socialdemocratici. Era una materia delicata, a pochi anni soltanto
dall'assassinio del primo ministro. Avrebbe portato a inchieste penali contro Gullberg e diversi altri collaboratori della Sezione. Ancora peggio giornalisti folli avrebbero formulato senza la minima esitazione la teoria
che dietro l'omicidio Palme c'era la Sezione, il che a sua volta avrebbe
condotto a un ulteriore labirinto di rivelazioni e accuse. Oltretutto, la direzione dei servizi segreti era cambiata così radicalmente che nemmeno il direttore dell'Rps/Säk era più a conoscenza dell'esistenza della Sezione. Tutti
i contatti con l'Rps/Säk si fermavano da quell'anno sul tavolo del nuovo
capodivisione aggiunto, e questi era da dieci anni un membro della Sezione.
Fra i collaboratori del Gruppo Zalachenko si era diffuso il panico. Era
stato Gunnar Björck a trovare una soluzione nella figura di uno psichiatra
di nome Peter Teleborian.
Teleborian aveva già collaborato con il controspionaggio dell'Rps/Säk
come consulente. Stavano controllando una persona sospettata di spionaggio industriale. In una fase delicata dell'inchiesta si era reso necessario cercare di stabilire come avrebbe agito il soggetto in questione se sottoposto a
stress. Teleborian era un giovane e promettente psichiatra che non diceva
paroloni ma offriva consigli concreti e decisi. Questi consigli fecero sì che
la Säk riuscisse a impedire un suicidio e la spia in questione venisse trasformata in agente doppio che forniva disinformazione ai suoi committenti.
Dopo l'attacco di Lisbeth Salander contro Zalachenko, Björck aveva
cautamente riagganciato Teleborian come consulente straordinario della
Sezione. C'era più che mai bisogno del suo aiuto.
La soluzione del problema sarebbe stata semplice. Karl Axel Bodin poteva sparire nei meandri della riabilitazione. Agneta Sofia Salander sarebbe sparita in quelli della lungodegenza, con le sue lesioni cerebrali ormai
incurabili. Tutte le inchieste di polizia furono raggruppate dall'Rps/Säk e
ritrasmesse alla Sezione tramite il capodivisione aggiunto.
Peter Teleborian aveva appena ottenuto un incarico come primario aggiunto alla clinica psichiatrica infantile St. Stefan di Uppsala. Tutto ciò che
occorreva era una perizia psichiatrica che Björck e Teleborian compilarono
insieme, corredandola con una breve e non particolarmente discutibile decisione presa in un tribunale di prima istanza. Si trattava soltanto di presentare bene la cosa. La Costituzione non c'entrava per niente. Nonostante
tutto, si trattava della sicurezza del paese. Questo la gente doveva capirlo.
E che Lisbeth Salander fosse malata di mente era più che palese. Qualche anno in un istituto psichiatrico le avrebbe fatto di sicuro soltanto bene.
Gullberg aveva assentito e dato il via libera all'operazione.
Tutti i pezzi del puzzle erano andati al loro posto, ed era successo in un
momento in cui il Gruppo era comunque avviato verso lo scioglimento.
L'Unione Sovietica aveva cessato di esistere e gli anni d'oro di Zalachenko
erano entrati definitivamente a far parte del passato. Il russo aveva una data di scadenza che era già stata superata da un po'.
Il Gruppo Zalachenko aveva invece messo insieme una generosa liquidazione di fine rapporto da uno dei fondi dei servizi segreti. Avevano offerto a Karl Axel Bodin le migliori cure riabilitative possibili e immaginabili e sei mesi più tardi, con un sospiro di sollievo, lo avevano accompagnato all'aeroporto di Arlanda consegnandogli un biglietto di sola andata
per la Spagna. Gli avevano anche spiegato a chiare lettere che da quel
momento Zalachenko e la Sezione sarebbero andati ognuno per la propria
strada. Fu una delle ultimissime incombenze di Gullberg. Una settimana
più tardi era andato in pensione cedendo il suo posto all'erede al trono
Fredrik Clinton. Gullberg sarebbe stato utilizzato soltanto come consulente
e consigliere per le questioni più delicate. Era rimasto a Stoccolma per altri
tre anni lavorando quasi quotidianamente alla Sezione, ma gli incarichi erano via via diminuiti e lui si era lentamente staccato. Aveva fatto ritorno
alla sua nativa Laholm, continuando a occuparsi di un certo numero di
questioni, ma a distanza. Nei primi anni andava a Stoccolma regolarmente,
ma anche questi viaggi erano diventati col tempo sempre più rari.
Aveva smesso di pensare a Zalachenko. Fino al mattino in cui si era
svegliato e aveva trovato la figlia di Zalachenko su ogni giornale, sospettata di triplice omicidio.
Gullberg aveva seguito i notiziari con un senso di disorientamento.
Comprendeva molto bene che non poteva essere un caso che proprio
Bjurman fosse stato il tutore di Lisbeth, ma non vedeva nessun pericolo
immediato che la vecchia vicenda Zalachenko potesse ritornare a galla. Lisbeth Salander era malata di mente. Che avesse messo in scena un'orgia di
delitti non lo sorprendeva. Non aveva nemmeno riflettuto su un possibile
collegamento tra Zalachenko e la vicenda prima di ascoltare il notiziario
del mattino che gli aveva servito gli eventi di Gosseberga su un piatto d'argento. Allora aveva fatto qualche telefonata, e alla fine aveva prenotato un
biglietto per Stoccolma.
La Sezione si trovava a fronteggiare la sua crisi peggiore dal giorno in
cui l'aveva fondata. Tutto minacciava di crollare.
Zalachenko si trascinò in bagno e orinò. Da quando l'ospedale
Sahlgrenska gli aveva fornito un paio di stampelle, era in grado di muoversi. Aveva dedicato la domenica a brevi sedute di riabilitazione. La mandibola gli faceva ancora molto male e poteva assumere soltanto alimenti li-
quidi, ma adesso riusciva ad alzarsi e a percorrere brevi tratti.
Alle stampelle era abituato, dopo aver vissuto con una protesi per quasi
quindici anni. Si esercitò nell'arte di spostarsi senza fare rumore, andando
avanti e indietro per la stanza. Ogni volta che il suo piede destro sfiorava il
pavimento, un forte dolore gli attraversava la gamba.
Strinse i denti. Pensò che Lisbeth si trovava in una camera nelle immediate vicinanze. Gli era occorsa tutta la giornata per scoprire che stava due
porte più in là della sua.
Alle due di notte, dieci minuti dopo l'ultima visita dell'infermiera di turno, tutto era tranquillo e silenzioso. Zalachenko si alzò faticosamente e
cercò a tastoni le stampelle. Raggiunse la porta e si mise in ascolto, ma
non colse nessun rumore. La aprì e uscì nel corridoio. Sentì una debole
musica dalla stanza degli infermieri. Si portò fino all'uscita in fondo al corridoio e aprì la porta che dava sulle scale, studiando la situazione. C'erano
degli ascensori. Tornò indietro lungo il corridoio. Superata la stanza di Lisbeth si fermò a riposare sulle stampelle per mezzo minuto.
Gli infermieri avevano chiuso la sua porta quella notte. Lisbeth aprì gli
occhi quando sentì un leggero rumore raschiante provenire dal corridoio.
Non riusciva a identificarlo. Sembrava che qualcuno stesse trascinando piano qualcosa. Ma poi tutto tacque di nuovo e lei si chiese se non fosse stata
solo immaginazione. Dopo mezzo minuto sentì di nuovo lo stesso strano
rumore. Si stava allontanando. Il suo senso di disagio aumentò.
Zalachenko era lì fuori da qualche parte.
Si sentiva incatenata al letto. Avvertiva prurito sotto il collare. Aveva
una gran voglia di alzarsi. Lentamente riuscì a mettersi seduta. Era più o
meno tutto quello che aveva la forza di fare. Ricadde indietro e appoggiò
la testa sul cuscino.
Dopo un momento cominciò a tastare il collare e trovò i ganci che lo tenevano chiuso. Li aprì e lasciò cadere il collare sul pavimento. D'improvviso respirare divenne più facile.
Avrebbe voluto avere a portata di mano un'arma o almeno avere la forza
di alzarsi e liberarsi di lui una volta per tutte.
Alla fine si alzò sostenendosi su un gomito. Accese la luce notturna e si
guardò intorno nella stanza. Non riuscì a scorgere nulla che si potesse usare come arma. Poi il suo sguardo cadde su un tavolino accanto alla parete a
tre metri dal suo letto. Notò che qualcuno aveva lasciato una matita.
Aspettò che l'infermiera di notte avesse fatto il giro, aveva calcolato che
passava circa ogni mezz'ora. Suppose che i medici avessero verificato che
le sue condizioni erano migliorate rispetto ai giorni precedenti in, cui passava qualcuno ogni quindici minuti e anche più spesso. Personalmente non
avvertiva nessuna differenza significativa.
Quando fu sola raccolse le forze e si mise a sedere, portando le gambe
giù dal letto. Aveva addosso degli elettrodi che registravano il suo battito e
il suo respiro, ma i fili andavano nella stessa direzione della matita. Si mise cautamente in piedi e d'improvviso ondeggiò, del tutto priva di equilibrio. Per un secondo le parve di essere sul punto di svenire, ma si puntellò
contro il letto e focalizzò lo sguardo davanti a sé. Fece tre passi incerti e
tese la mano per prendere la matita.
Indietreggiò raggiungendo di nuovo il letto. Era esausta.
Dopo un momento ebbe la forza di tirare su le coperte. Sollevò la matita
e ne tastò la punta. Era una comune matita di legno. Era stata appena temperata ed era acuminata come un punteruolo. Poteva fungere discretamente
da arma contro la faccia o gli occhi.
Mise la matita a portata di mano accanto all'anca e si addormentò.
6.
Lunedì 11 aprile
La mattina di lunedì Mikael Blomkvist si alzò poco dopo le nove e telefonò a Malin Eriksson che era appena entrata in redazione.
«Ciao, caporedattore» la salutò.
«Sono ancora sotto choc per il fatto che Erika se n'è andata e voi avete
voluto me come caporedattore.»
«Ah sì?»
«Lei non c'è più. La sua scrivania è vuota.»
«Allora credo sia una buona idea dedicare la giornata a traslocare nel
suo ufficio.»
«Non so come comportarmi. Mi sento molto a disagio.»
«Non è necessario. Sono tutti d'accordo che tu sei la scelta migliore in
questa situazione. E poi sai che puoi sempre contare su me e Christer.»
«Grazie per la fiducia.»
«Lascia perdere» fece Mikael. «Lavora come al tuo solito. Affronteremo
i problemi a mano a mano che sorgono.»
«Okay. Cosa volevi?»
Mikael spiegò che pensava di rimanere a casa tutto il giorno a scrivere.
Malin si rese conto che la stava informando nello stesso modo in cui - pre-
sumeva - aveva sempre informato Erika Berger su cosa stesse facendo. Si
aspettava che lei commentasse? O forse no?
«Hai delle istruzioni per noi?»
«Naa. Al contrario, se hai tu istruzioni per me chiamami pure. Io vado
avanti a occuparmi della faccenda di Lisbeth Salander, ma per tutto il resto
sei tu ad avere la palla. Prendi le tue decisioni. Io ti appoggerò.»
«E se prendo le decisioni sbagliate?»
«Se vedo o sento qualcosa verrò a parlarne con te. Ma dovrà trattarsi di
qualcosa di speciale. In un caso normale non esistono scelte giuste o sbagliate al cento per cento. Quello che farai forse sarà diverso da quello che
avrebbe fatto Erika. E se dovessi farlo io, avremmo una terza variante. Ma
sono le tue decisioni che contano, adesso.»
«Okay.»
«Se sei un bravo capo, discuterai le questioni con gli altri. Prima con
Henry e Christer, poi con me. Quelle più difficili le affronteremo nelle riunioni di redazione.»
«Farò del mio meglio.»
«Bene.»
Mikael si sedette sul divano del soggiorno con il suo iBook sulle ginocchia e lavorò senza sosta per tutta la giornata. Alla fine aveva una prima
bozza di due testi per un totale di ventuno pagine. Quella parte dell'inchiesta si concentrava sull'assassinio del loro collaboratore Dag Svensson e
della sua compagna Mia Bergman - di cosa si stavano occupando, perché
erano stati uccisi, chi era l'assassino. Valutò a spanne che avrebbe dovuto
produrre ancora una quarantina di pagine per il numero speciale dell'estate.
E doveva decidere come descrivere Lisbeth Salander senza violare la sua
privacy. Sapeva di lei cose che Lisbeth mai e poi mai avrebbe reso pubbliche.
Il lunedì Evert Gullberg fece colazione con una sola fetta di pane e una
tazza di caffè nero alla caffetteria del Freys. Poi prese un taxi per
Artillerigatan a Östermalm. Alle nove e un quarto suonò al citofono, si
presentò e fu fatto immediatamente entrare. Raggiunse il settimo piano
dove fu accolto all'ascensore da Birger Wadensjöö, cinquantaquattro anni.
Il nuovo direttore della Sezione.
Wadensjöö era una delle reclute più giovani quando Gullberg era andato
in pensione. Non lo convinceva.
Avrebbe voluto che ci fosse ancora l'energico Fredrik Clinton. Clinton
era stato il suo successore e aveva diretto la Sezione fino al 2002, quando
diabete e malattie vascolari l'avevano più o meno costretto ad andare in
pensione. Gullberg non riusciva a capire fino in fondo di che pasta fosse
fatto Wadensjöö.
«Salve, Evert» disse Wadensjöö, stringendo la mano al suo ex capo.
«Grazie di aver messo a disposizione il tuo tempo.»
«Ormai non mi rimane più molto altro che il tempo» disse Gullberg.
«Sai bene com'è. Non siamo molto bravi a tenere i contatti con i vecchi
servitori fedeli.»
Evert Gullberg ignorò l'osservazione. Girò a sinistra ed entrò nel suo
vecchio ufficio, andando a sedersi a un tavolo da riunioni rotondo accanto
alla finestra. Wadensjöö - supponeva - aveva appeso alle pareti delle riproduzioni di Chagall e Mondrian. Ai suoi tempi, Gullberg aveva alle pareti i
disegni di navi storiche come la Kronan e la Wasa. Aveva sempre sognato
il mare e in effetti era stato un ufficiale di marina, anche se non aveva trascorso in mare più che qualche mese durante il servizio militare. Di nuovo
adesso c'erano i computer. Per il resto la stanza era quasi identica a come
l'aveva lasciata. Wadensjöö servì il caffè.
«Gli altri arriveranno fra breve» disse. «Pensavo che potevamo scambiare qualche parola a quattr'occhi, prima.»
«Quanti ne sono rimasti qui, dai miei tempi?»
«A parte me, solo Otto Hallberg e Georg Nyström, qui in ufficio.
Hallberg andrà in pensione quest'anno e Nyström compie sessant'anni. Per
il resto sono quasi tutti nuove reclute. Ne avrai senz'altro già incontrato
qualcuno in precedenza.»
«Quanti sono quelli che lavorano per te?»
«Abbiamo riorganizzato un po'.»
«Ah sì?»
«Ci sono sette collaboratori a tempo pieno qui alla Sezione. Abbiamo
fatto dei tagli. Ma per il resto contiamo ben trentuno collaboratori all'interno dell'Rps/Säk. La maggior parte di loro non viene mai qui, svolge il suo
normale lavoro e riceve altro lavoro da noi come discreta occupazione per
il tempo libero.»
«Trentuno collaboratori.»
«Più sette. Fosti tu a creare questo sistema. Noi l'abbiamo solo limato, e
oggi parliamo di un'organizzazione interna e di una esterna. Chi viene reclutato, si mette in congedo per un certo periodo e viene a scuola da noi. È
Hallberg a occuparsi della formazione. Il corso base dura sei settimane. Le
lezioni si tengono alla scuola della marina militare. Poi tornano alle loro
normali mansioni all'Rps/Säk, ma sono in servizio per noi.»
«Aha.»
«In effetti è un sistema eccellente. La maggior parte dei collaboratori
non ha idea dell'esistenza degli altri. Qui alla Sezione riceviamo soprattutto relazioni. Sono le stesse regole che erano in vigore ai tuoi tempi. Dobbiamo appianare le gerarchie.»
«Unità operativa?»
Wadensjöö corrugò la fronte. Ai tempi di Gullberg la Sezione aveva una
piccola unità operativa composta da quattro persone sotto il comando
dell'accorto Hans von Rottinger.
«Be', non proprio. Von Rottinger come sai è morto cinque anni fa. Ora
abbiamo un giovane talento che svolge una parte del lavoro sul campo, ma
normalmente ci serviamo di esterni, se occorre. Inoltre è diventato più
complicato organizzare un'intercettazione telefonica o penetrare in un appartamento. Ormai ci sono allarmi e fastidi dappertutto.»
Gullberg annuì.
«Budget?» chiese.
«Abbiamo circa undici milioni l'anno complessivi. Un terzo se ne va in
retribuzioni, un terzo in manutenzione e un terzo è per l'attività.»
«Dunque è diminuito?»
«Abbiamo meno personale, il che significa che il budget per l'attività è
aumentato.»
«Capisco. Raccontami come si configura il nostro rapporto con la Säk.»
Wadensjöö scosse la testa.
«Il capodivisione e il direttore finanziario sono dei nostri. Formalmente
il capodivisione è l'unico ad avere il controllo della nostra attività. Siamo a
tal punto segreti che non esistiamo. Ma nella realtà anche un paio di direttori aggiunti sono al corrente della nostra esistenza. Fanno del loro meglio
per non sentir parlare di noi.»
«Capisco. Il che significa che, se sorgono dei problemi, la direzione attuale della Säpo avrà una sgradevole sorpresa. Come stanno le cose con la
direzione della difesa e con il governo?»
«La difesa l'abbiamo sganciata circa dieci anni fa. E il governo va e viene.»
«Perciò siamo completamente soli, se comincia a tirare vento?»
Wadensjöö annuì.
«È il lato negativo di questa sistemazione. Il vantaggio ovviamente è e-
vidente. Ma anche i nostri compiti sono cambiati. C'è una nuova situazione
politica in Europa, da quando è caduta l'Unione Sovietica. Il nostro lavoro
consiste sempre meno nell'identificare spie. Adesso si tratta di terrorismo,
ma soprattutto di valutare l'idoneità politica delle persone che occupano
posizioni sensibili.»
«È ciò di cui si è sempre trattato.»
Bussarono alla porta. Gullberg vide un uomo sui sessant'anni elegantemente vestito e uno più giovane in jeans e cravatta.
«Salve ragazzi. Evert, questo è Jonas Sandberg. Lavora qui da quattro
anni ed è il responsabile degli interventi operativi. È di lui che ti ho parlato. E questo è Georg Nyström. Vi siete già conosciuti.»
«Salve Georg» disse Gullberg.
Si strinsero la mano. Poi Gullberg si rivolse a Jonas Sandberg.
«E tu da dove vieni?» gli chiese, scrutandolo.
«Attualmente da Göteborg» disse Sandberg. «Sono stato a trovarlo.»
«Zalachenko...» disse Gullberg.
Sandberg annui.
«Accomodatevi, prego» disse Wadensjöö.
«Björck?» chiese Gullberg, corrugando le sopracciglia quando
Wadensjöö si accese un sigaretto. Si era tolto la giacca lasciandosi andare
contro lo schienale della sedia al tavolo da riunioni. Wadensjöö gli diede
un'occhiata e fu colpito nel vedere come il vecchio fosse diventato spaventosamente magro.
«È stato arrestato venerdì scorso per reati contro la legge sulla prostituzione» disse Georg Nyström. «Non c'è ancora stata un'incriminazione, ma
lui ha praticamente confessato e se n'è ritornato a casa con la coda fra le
gambe. È a Smådalarö, in malattia. I media non l'hanno ancora scoperto.»
«Un tempo Björck era uno degli uomini migliori che avevamo qui alla
Sezione» disse Gullberg. «Ha avuto un ruolo chiave nell'affare Zalachenko. Cosa ne è stato di lui dopo che sono andato in pensione?»
«È uno dei pochissimi collaboratori interni che dalla Sezione sono tornati all'attività esterna. Credo l'abbia fatto ancora ai tuoi tempi.»
«Sì, aveva bisogno di un po' di riposo e di allargare i suoi orizzonti. Rimase in congedo per due anni negli anni ottanta, riciclandosi come addetto
al servizio informazioni. Aveva lavorato come un pazzo con Zalachenko,
quasi ventiquattr'ore su ventiquattro, dal 1976, e io giudicai che avesse veramente bisogno di una pausa. Rimase lontano dal 1985 al 1987.»
«Smise di lavorare alla Sezione nel 1994, quando passò all'organizza-
zione esterna. Nel 1996 divenne capodivisione aggiunto della sezione stranieri e si trovò in una posizione difficile, essendo molto impegnato con le
incombenze ordinarie. Naturalmente ci siamo sempre tenuti in contatto e
posso anche dire che abbiamo avuto dei colloqui regolari circa una volta al
mese fino a questi ultimi tempi.»
«Dunque adesso è malato.»
«Non è niente di serio, ma è una cosa parecchio dolorosa. Ernia del disco. Ha avuto spesso disturbi, negli ultimi tempi. Due anni fa è stato in
malattia per quattro mesi. E poi è stato male di nuovo nell'agosto dello
scorso anno. Avrebbe dovuto ritornare in servizio l'1 gennaio, ma il congedo è stato prolungato, e adesso sta aspettando l'intervento chirurgico.»
«Dunque ha passato il congedo per malattia andando a puttane» disse
Gullberg.
«Sì, è scapolo e le sue frequentazioni di prostitute sono state una costante per molti anni, se ho ben capito» disse Jonas Sandberg, che fino a quel
momento era rimasto seduto in silenzio. «Ho letto il lavoro di Dag
Svensson.»
«Aha. Ma qualcuno può spiegarmi cosa sia realmente successo?»
«Per quanto abbiamo potuto capire, dev'essere stato Björck a mettere in
moto tutta questa giostra. È l'unico modo per spiegare come mai l'inchiesta
del 1991 sia finita nelle mani dell'avvocato Bjurman.»
«Che passava anche lui il suo tempo frequentando puttane?» domandò
Gullberg.
«Questo non lo sappiamo. Il suo nome in ogni caso non ricorre nel materiale di Dag Svensson. Come saprai, era il tutore di Lisbeth Salander.»
Wadensjöö sospirò.
«Si può senz'altro dire che è stata colpa mia. Tu e Björck avevate inchiodato Lisbeth Salander nel 1991 ottenendo un ricovero forzato. Avevamo calcolato che sarebbe rimasta fuori dai piedi molto più a lungo, ma
le avevano assegnato un tutore, Holger Palmgren, che riuscì a tirarla fuori.
Fu sistemata presso una famiglia affidataria. All'epoca tu eri già andato in
pensione.»
«Cosa successe poi?»
«La tenevamo sotto controllo. Sua sorella, Camilla, era stata nel frattempo sistemata presso una famiglia a Uppsala. A diciassette anni, Lisbeth
cominciò d'improvviso a scavare nel proprio passato. Cercava Zalachenko
e andò a spulciare tutti i registri ufficiali che riuscì a trovare. In qualche
modo, non sappiamo bene come, ebbe l'informazione che sua sorella sape-
va dove si trovava il padre.»
«Era vero?»
Wadensjöö alzò le spalle.
«Non ne ho la più pallida idea. Le due sorelle non si incontravano da diversi anni, quando Lisbeth riuscì a rintracciare la gemella e cercò di indurla a raccontare ciò che sapeva. L'incontro finì con uno spaventoso litigio e
uno scontro fra le due.»
«Aha?»
«Tenemmo sotto stretto controllo Lisbeth in quei mesi. Avevamo anche
informato Camilla che sua sorella era violenta e mentalmente disturbata.
Fu lei a prendere contatto con noi dopo la visita improvvisa di Lisbeth,
quindi intensificammo il controllo.»
«Era un tuo informatore?»
«Camilla aveva una paura folle della sorella. In ogni caso, Lisbeth attirò
l'attenzione anche da altre parti. Ebbe diversi battibecchi con addetti dei
servizi sociali e giudicammo che rappresentasse ancora una minaccia per
l'anonimato di Zalachenko. Poi ci fu quel famoso incidente nella metropolitana.»
«La ragazza aggredì un pedofilo...»
«Esatto. Era evidente che aveva inclinazioni alla violenza ed era mentalmente disturbata. Ritenevamo che sarebbe stato meglio per tutti se fosse
di nuovo sparita in qualche istituto e cogliemmo l'occasione. Furono
Fredrik Clinton e von Rottinger ad agire. Si servirono nuovamente di Peter
Teleborian e tramite il procuratore si batterono in tribunale per farla nuovamente ricoverare. Holger Palmgren rappresentava Lisbeth. Contro ogni
previsione il tribunale sposò la sua linea, a patto che la ragazza fosse messa sotto tutela.»
«Quando venne coinvolto Bjurman?»
«Quando Palmgren ebbe l'ictus. Lisbeth Salander è ancora un argomento
per il quale segnaliamo il nostro interesse quando compare in qualche registro elettronico, e io feci in modo che Bjurman diventasse il suo nuovo tutore. Lui non aveva idea che fosse figlia di Zalachenko. Il piano era molto
semplicemente che se lei cominciava a vaneggiare di Zalachenko lui doveva reagire e dare l'allarme.»
«Bjurman era un idiota. Non avrebbe mai dovuto avere a che fare con
Zalachenko, e men che meno con sua figlia.» Gullberg guardò Wadensjöö.
«Fu un grave errore.»
«Lo so» disse Wadensjöö. «Ma allora sembrava la cosa giusta e io non
avrei mai potuto immaginare...»
«Dov'è la sorella? Camilla Salander.»
«Non lo sappiamo. A diciannove anni fece le valigie e mollò la famiglia
adottiva. Da allora non abbiamo più avuto nessuna notizia di lei. È sparita.»
«Okay, continua...»
«Ho una fonte nella polizia che ha parlato con il procuratore Richard
Ekström» disse Sandberg. «Il responsabile dell'inchiesta, l'ispettore Bublanski, crede che Bjurman abbia violentato Lisbeth.»
Gullberg lo fissò con sincero stupore. Poi si passò pensierosamente la
mano sul mento.
«Violentato?» disse.
«Bjurman aveva un tatuaggio sul ventre con scritto IO SONO UN SADICO PORCO, UN VERME E UNO STUPRATORE.»
Sandberg mise sul tavolo una foto scattata durante l'autopsia. Gullberg
guardò il ventre di Bjurman con gli occhi sbarrati.
«E questo dunque gliel'avrebbe fatto la figlia di Zalachenko?»
«È difficile spiegare la cosa in altro modo. Ma è evidente che quella ragazza non è un tipo innocuo. Ha conciato per le feste quei due hooligan del
Motoclub Svavelsjö.»
«La figlia di Zalachenko» ripeté Gullberg. Poi aggiunse, rivolgendosi a
Wadensjöö: «Sai una cosa, credo che la dovresti reclutare.»
Wadensjöö assunse un'aria talmente stupefatta che Gullberg fu costretto
a precisare che stava scherzando.
«Okay. Teniamo come ipotesi di lavoro che Bjurman l'abbia violentata e
che lei si sia vendicata. Altro?»
«L'unico che potrebbe dire esattamente cosa accadde è Bjurman stesso,
si capisce, e sarà un po' difficile dal momento che è morto. Il punto è che
lui non avrebbe dovuto avere la minima idea del fatto che lei è figlia di Zalachenko, dato che non risulta in nessun registro ufficiale. Ma in qualche
modo Bjurman scoprì il collegamento.»
«Per tutti i diavoli, Wadensjöö, lei lo sapeva benissimo chi era suo padre, potrebbe averlo raccontato a Bjurman in qualsiasi momento.»
«Lo so. Noi... io ho sbagliato, in questa faccenda.»
«È stata un'imperdonabile leggerezza» disse Gullberg.
«Lo so. E mi sono preso a calci nel sedere una dozzina di volte. Ma
Bjurman era uno dei pochi che sapevano dell'esistenza di Zalachenko, e
preferivo che fosse lui a scoprire che lei era sua figlia, piuttosto che un al-
tro tutore del tutto estraneo. La ragazza avrebbe potuto raccontarlo a chiunque.»
Gullberg si tirò il lobo dell'orecchio.
«Mmm... continua.»
«Tutte queste sono soltanto ipotesi» disse Georg Nyström come per mediare. «Però la nostra idea è che Bjurman abbia usato violenza a Lisbeth e
che lei si sia vendicata facendogli questo...» indicò il tatuaggio sulla foto.
«È proprio figlia di suo padre» disse Gullberg. Nella sua voce c'era un
tocco di ammirazione.
«Con il risultato che Bjurman prese contatto con Zalachenko perché si
occupasse della figlia. Come si sa, Zalachenko ha motivo più di altri di odiare Lisbeth Salander. E così diede a sua volta in appalto l'incarico al Motoclub Svavelsjö e a quel Niedermann con cui si accompagna.»
«Ma come fece Bjurman a contattare...» Gullberg tacque. La risposta era
evidente.
«Björck» disse Wadensjöö. «L'unica spiegazione di come fece Bjurman
a trovare Zalachenko è che Björck gli passò l'informazione.»
«Diavolo» disse Gullberg.
Lisbeth Salander provava un crescente disagio misto a una forte irritazione. Al mattino due infermiere erano venute a rifarle il letto. Avevano
trovato subito la matita.
«Oops. Come avrà fatto a finire qui?» disse una delle due, infilandosela
in tasca mentre Lisbeth la fissava con sguardo assassino.
Era di nuovo disarmata e in più così debole da non avere nemmeno la
forza di protestare.
Durante il fine settimana era stata male. Aveva un mal di testa terribile e
le avevano dato degli analgesici molto potenti. Avvertiva un dolore sordo
alla spalla che d'improvviso poteva trafiggerla come un pugnale quando si
muoveva incautamente o spostava il peso del corpo. Era stesa supina con
un collare. Avrebbe dovuto tenerlo ancora qualche giorno, finché la ferita
alla testa non avesse cominciato a cicatrizzarsi. Nel corso della domenica
la temperatura era arrivata a trentotto e sette. La dottoressa Helena Endrin
aveva constatato che aveva un'infezione. In poche parole, non stava bene.
Cosa che Lisbeth poteva immaginare anche senza l'ausilio di un termometro.
Era di nuovo immobilizzata in un letto dello stato, anche se questa volta
mancavano delle cinghie che la tenessero ferma al suo posto. Del resto sa-
rebbero state superflue. Non aveva nemmeno la forza di mettersi a sedere,
e ancor meno di andarsene a spasso.
Il lunedì all'ora di pranzo ricevette la visita del dottor Anders Jonasson.
Le sembrò un viso noto.
«Salve. Ti ricordi di me?»
Lei scosse la testa.
«Eri alquanto stordita, ma sono stato io a svegliarti dopo l'operazione. E
sono stato io a operarti. Volevo solo sentire come stavi e se tutto procedeva bene.»
Lisbeth lo guardò con gli occhi sbarrati. Che non tutto andasse bene avrebbe dovuto essere evidente.
«Ho sentito che ti sei tolta il collare stanotte.»
Lei annuì.
«Non te l'avevamo messo per divertimento, ma perché tenessi la testa
ferma mentre iniziava la cicatrizzazione.»
La fissò.
«Okay» disse alla fine. «Volevo solo darti un'occhiata.»
Era già sulla soglia quando sentì la sua voce.
«Jonasson, vero?»
Lui si voltò e le sorrise sorpreso.
«Esatto. Se ti ricordi il mio nome devi essere stata più sveglia di quanto
avessi creduto.»
«Ed è stato lei a levarmi la pallottola?»
«Infatti.»
«Mi può dire come sto? Non riesco mai ad avere una risposta sensata da
nessuno.»
Lui tornò accanto al suo letto e la guardò negli occhi.
«Sei stata fortunata. Ti hanno sparato in testa ma a quanto sembra senza
danneggiare nessuna zona vitale. Il rischio che corri in questo momento è
di avere delle emorragie cerebrali. È per questo che vogliamo che resti
tranquilla. Hai un'infezione in corso. Sembra che il colpevole sia la ferita
alla spalla. Forse dovremo operarti di nuovo, se non riusciamo a combattere l'infezione con gli antibiotici. Ti aspetta un periodo difficile. Ma da come stanno le cose adesso ho buone speranze che tu ti rimetta completamente.»
«C'è qualche rischio di danni al cervello?»
Jonasson esitò prima di annuire.
«Sì, il rischio c'è. Ma tutti i segnali indicano che te la stai cavando bene.
C'è anche la possibilità che si verifichino delle crisi epilettiche o altro. Ma,
detto sinceramente, questa è solo teoria. Allo stato attuale sta andando tutto bene. Stai guarendo. E se dovessero insorgere delle complicazioni, le affronteremo. È sufficientemente chiara come risposta?»
Lei annuì.
«Quanto tempo devo rimanere così?»
«Vuoi dire in ospedale? Ci vorrà comunque qualche settimana prima che
ti lasciamo andare.»
«No, voglio dire quanto tempo prima di potermi alzare e di cominciare a
camminare e a muovermi.»
«Non lo so. Dipende dalla cicatrizzazione. Ma calcola almeno due settimane prima che possiamo cominciare con qualche forma di terapia fisica.»
Lei lo guardò molto seria.
«Non è che per caso avrebbe una sigaretta?» disse.
Anders Jonasson scoppiò in una risata spontanea e scosse la testa.
«Spiacente. Qui dentro è proibito fumare. Ma posso farti avere dei cerotti o delle gomme da masticare alla nicotina.»
Lei rifletté brevemente prima di annuire. Poi lo guardò di nuovo negli
occhi.
«Come sta il vecchio bastardo?»
«Chi? Intendi...»
«Quello che è arrivato insieme a me.»
«Non è un tuo amico, suppongo. Be', di sicuro sopravviverà e ha perfino
cominciato a muoversi con le stampelle. Da un punto di vista strettamente
fisico è messo peggio di te, e ha una ferita al viso molto dolorosa. Se ho
ben capito gli hai calato un'accetta sulla testa.»
«Lui aveva cercato di uccidermi» disse Lisbeth con un filo di voce.
«Non è certo una bella cosa. Ora devo andare. Vuoi che venga ancora a
trovarti?»
Lisbeth Salander rifletté un momento. Poi annuì brevemente. Quando lui
ebbe chiuso la porta, prese a fissare meditabonda il soffitto. Zalachenko ha
le stampelle. Era quello il rumore che ho sentito stanotte.
Jonas Sandberg, che era il più giovane della compagnia, ebbe l'incarico
di uscire a procurare il pranzo. Tornò con sushi e birra leggera, che servì a
tutti quelli seduti intorno al tavolo da riunioni. Evert Gullberg provò una
fitta di nostalgia. Era così anche ai suoi tempi, quando qualche operazione
entrava in una fase critica e si lavorava giorno e notte.
La differenza, pensò, era probabilmente che ai suoi tempi a nessuno sarebbe venuta in mente l'idea bislacca di ordinare pesce crudo per pranzo.
Avrebbe preferito che Sandberg avesse procurato polpette di carne con purée e composta di mirtilli rossi. D'altra parte non aveva proprio fame e poté
spingere da parte il sushi senza troppi rimorsi. Mangiò un pezzetto di pane
e bevve dell'acqua minerale.
Continuarono la discussione mentre mangiavano. Erano arrivati al punto
in cui dovevano riassumere la situazione e decidere quali misure adottare.
Si trattava di decisioni urgenti.
«Io Zalachenko non l'ho mai conosciuto» disse Wadensjöö. «Com'era?»
«Esattamente come sarà oggi, immagino» rispose Gullberg. «Spaventosamente intelligente e dotato di una memoria quasi fotografica per i dettagli. Ma, a mio parere, un autentico porco. E un po' malato di mente, direi
anche.»
«Jonas, tu l'hai incontrato ieri. Quali sono le tue conclusioni?»
Jonas Sandberg mise giù le posate.
«Ha il coltello dalla parte del manico. Vi ho già riferito del suo ultimatum. O facciamo svanire per incanto tutto quanto, o lui fa saltare la Sezione.»
«Come diavolo può pensare che siamo in grado di far svanire qualcosa
che è rimbalzato avanti e indietro su tutti i media?» domandò Georg
Nyström.
«Non si tratta di cosa possiamo o non possiamo fare. Si tratta del suo bisogno di controllarci» disse Gullberg.
«Qual è il tuo giudizio? Lo farà veramente? Di parlare con i media?»
chiese Wadensjöö.
Gullberg rispose lentamente.
«È quasi impossibile dirlo. Zalachenko non fa minacce a vuoto, e farà
certamente ciò che è meglio per lui. In questo senso è prevedibile. Se gli
va di parlare con i media... se può avere un'amnistia o uno sconto di pena,
allora lo farà. Oppure se si sente tradito e vuol piantare grane.»
«A prescindere dalle conseguenze?»
«A prescindere dalle conseguenze. Per lui si tratta di dimostrarsi più tosto di tutti noi.»
«Ma anche se Zalachenko parla non è detto che gli credano. Per avere
delle prove dovrebbero mettere le mani sui nostri archivi. E lui questo indirizzo non lo conosce.»
«Vuoi correre il rischio? Supponiamo che Zalachenko parli. Chi parlerà
poi? Cosa facciamo se Björck conferma la sua storia? E Clinton con la sua
dialisi... che succede se diventa un pio uomo amareggiato da tutto e da tutti? Se vuole confessare i suoi peccati? Credetemi, se qualcuno comincia a
parlare, per la Sezione è finita.»
«E allora... cosa dobbiamo fare?»
Il silenzio si depositò tutto intorno al tavolo. Fu Gullberg a riprendere il
discorso.
«Il problema è complicato. Sappiamo quali sarebbero le conseguenze se
Zalachenko dovesse parlare. Tutta la dannata Svezia legalitaria ci salterebbe addosso. Verremmo cancellati. Scommetto che diversi collaboratori
della Sezione finirebbero addirittura in galera.»
«L'attività è giuridicamente legale, noi lavoriamo su incarico del governo.»
«Non diciamo stronzate» disse Gullberg. «Sai bene quanto me che un
documento formulato in maniera nebulosa a metà degli anni sessanta non
vale un fico secco oggi. E scommetto che nessuno di noi vorrebbe scoprire
cosa succederebbe se Zalachenko dovesse parlare.»
Ci fu di nuovo silenzio.
«Dunque il punto di partenza dev'essere di indurre Zalachenko a starsene
zitto» concluse Georg Nyström.
Gullberg annuì.
«E per riuscire a convincerlo a tacere dobbiamo essere in grado di offrirgli qualcosa di sostanzioso. Il problema è che è imprevedibile. Potrebbe
benissimo bruciarci per pura cattiveria. Dobbiamo pensare a come tenerlo
in scacco.»
«E la sua richiesta...» disse Jonas Sandberg. «Che facciamo sparire tutto
quanto e che Lisbeth Salander finisca in manicomio...»
«Lisbeth la possiamo gestire. Il problema è Zalachenko. Ma questo ci
porta alla seconda parte, la limitazione dei danni. Il rapporto di Teleborian
del 1991 è trapelato e rappresenta potenzialmente una minaccia grande
tanto quanto Zalachenko.»
Georg Nyström si schiarì la voce.
«Non appena ci siamo resi conto che il rapporto era stato scoperto ed era
finito in mano alla polizia, ho preso delle contromisure. Mi sono rivolto a
Forelius, il consulente giuridico dell'Rps/Säk, che ha contattato l'ufficio del
procuratore. Il pm ha ordinato che il rapporto fosse ritirato dalle mani della
polizia e che non lo si potesse diffondere né riprodurre.»
«In quale misura è informato il pm?» chiese Gullberg.
«Non sa assolutamente nulla. Ha agito su richiesta ufficiale
dell'Rps/Säk, si tratta di materiale secretato e il pm non ha scelta. Non poteva agire in nessun altro modo.»
«Okay. Chi ha letto la relazione, all'interno della polizia?»
«Ce n'erano due copie che sono state lette da Bublanski, dalla sua collega Sonja Modig e dal responsabile delle indagini preliminari, Richard
Ekström. Probabilmente possiamo dare per scontato che altri due poliziotti...» Nyström sfogliò i suoi appunti «... un certo Curt Svensson e un certo
Jerker Holmberg, almeno, siano a conoscenza del contenuto.»
«Dunque quattro poliziotti e un procuratore. Cosa sappiamo di loro?»
«Procuratore Ekström, quarantadue anni. È considerato un astro nascente. Al ministero della Giustizia si è occupato di un certo numero di cause
che hanno fatto scalpore. Zelante. Attento alle pubbliche relazioni. Carrierista.»
«Socialdemocratico?» domandò Gullberg.
«Probabile. Ma non fa politica attiva.»
«Bublanski è il responsabile delle indagini. L'ho visto a una conferenza
stampa in tv. Non aveva l'aria di essere a proprio agio davanti alle telecamere.»
«Ha cinquantadue anni e un curriculum di tutto rispetto, ma ha anche
fama di essere un tipo irascibile. È ebreo e parecchio ortodosso.»
«E questa donna... che tipo è?»
«Sonja Modig. Sposata, trentanove anni, due figli. Ha fatto una carriera
alquanto rapida. Ho parlato con Peter Teleborian che la descrive come emotiva. Contestava in continuazione tutto.»
«Okay.»
«Curt Svensson è uno tosto. Trentotto anni. Arriva dall'unità che si occupa delle bande criminali nei quartieri meridionali, ed è venuto alla ribalta un paio d'anni fa quando ha ucciso un teppista. Scagionato punto per
punto dall'inchiesta. È stato lui, fra parentesi, che Bublanski ha mandato ad
arrestare Gunnar Björck.»
«Capisco. Tenete a mente il morto ammazzato. Se dovesse esserci motivo di gettare l'ombra del dubbio sul gruppo di Bublanski, possiamo sempre
puntare i riflettori su di lui come cattivo poliziotto. Suppongo che la Sezione abbia ancora contatti di rilievo nei media... E l'ultimo?»
«Jerker Holmberg, cinquantacinque anni. Viene dal Norrland e in realtà
è uno specialista delle indagini sul luogo del delitto. Un paio d'anni fa gli è
stato offerto di fare un corso per diventare commissario ma ha rifiutato.
Sembra trovarsi bene con il suo lavoro.»
«Qualcuno di loro è politicamente attivo?»
«No. Il padre di Holmberg era consigliere comunale per il Partito di centro negli anni settanta.»
«Mmm. Sembra essere un gruppo tranquillo. E molto unito. Possiamo
isolarli in qualche modo?»
«C'è un quinto poliziotto coinvolto» disse Nyström. «Hans Faste, quarantasette anni. Ho colto al volo che è successo qualcosa di grave fra lui e
Bublanski. È una faccenda talmente seria che Faste si è messo in malattia.»
«Cosa sappiamo di lui?»
«Quando domando, ottengo reazioni contraddittorie. Ha una lunga lista
di meriti e nessun appunto vero e proprio sul suo conto. Un professionista.
Ma è un tipo difficile. E sembra che lo scontro con Bublanski riguardi Lisbeth Salander.»
«In che senso?»
«Faste sembra avere preso per buona la storia del gruppo satanista lesbico di cui hanno parlato i giornali. Lisbeth non gli piace per niente e ritiene
un affronto personale il semplice fatto che esista. Probabilmente dietro metà di quelle voci c'è lui stesso. Ho sentito dire da un suo ex collega che ha
difficoltà a lavorare con le donne in generale.»
«Interessante» disse Gullberg. Rifletté un momento. «Dato che i giornali
hanno già scritto di una banda lesbica, potrebbe esserci motivo di insistere
su quel tasto. Non contribuirebbe esattamente a rafforzare la credibilità di
Lisbeth Salander.»
«I poliziotti che hanno letto l'inchiesta di Björck sono un problema. Possiamo isolarli in qualche modo?» chiese Sandberg.
Wadensjöö accese un altro sigaretto.
«Il responsabile delle indagini preliminari è pur sempre Ekström...»
«Però è Bublanski a dirigerle» disse Nyström.
«Certo, ma lui non può andare contro delle decisioni amministrative.»
Wadensjöö assunse un'aria pensierosa. Guardò Gullberg. «Tu hai più esperienza di me, ma questa storia ha così tante ramificazioni... Mi sembrerebbe una cosa saggia riuscire a staccare Bublanski e Sonja Modig da Lisbeth
Salander.»
«Bravo, Wadensjöö» disse Gullberg. «È esattamente ciò che faremo.
Bublanski è responsabile delle indagini nell'inchiesta sull'omicidio di
Bjurman e di quella coppia a Enskede. Lisbeth non c'entra più in quel contesto. Adesso è di scena quel tedesco, Niedermann. Dunque Bublanski e il
suo team devono concentrarsi sulla caccia a Niedermann.»
«Okay.»
«Lisbeth Salander non è più affar loro. Poi abbiamo l'inchiesta su
Nykvarn... tre omicidi. E c'è un collegamento con Niedermann. Al momento se ne occupano a Södertälje, ma dovrebbe diventare un'inchiesta unica. Dunque Bublanski avrà parecchio da fare per un po'. Chissà... magari
riuscirà anche a prendere quel Niedermann.»
«Mmm.»
«Questo Faste... lo si può convincere a ritornare in servizio? Sembrerebbe una persona molto adatta a sviluppare i sospetti contro Lisbeth Salander.»
«Capisco cosa stai pensando» disse Wadensjöö. «Si tratta di indurre
Ekström a separare le due questioni. Ma ciò presuppone di controllare
Ekström.»
«Non dovrebbe essere un problema così grosso» disse Gullberg. Guardò
con la coda dell'occhio Nyström che annuì.
«Di Ekström posso occuparmi io» disse Nyström. «Scommetto che vorrebbe non aver mai sentito parlare di Zalachenko. Ha mollato il rapporto di
Björck non appena la Säk ne ha fatto richiesta e ha già detto che naturalmente la asseconderà in tutto ciò che abbia qualche rilievo per la sicurezza
del paese.»
«Cosa pensi di fare?» domandò Wadensjöö sospettoso.
«Lasciatemi costruire uno scenario» disse Nyström. «Forse possiamo
semplicemente spiegargli con garbo cosa deve fare se vuole evitare che la
sua carriera abbia una brusca fine.»
«È il terzo punto a essere un vero problema» disse Gullberg. «La polizia
non ha trovato la relazione di Björck per conto suo... l'ha avuta da un giornalista. E i media, come tutti voi capite, sono un problema in questo contesto. Millennium.»
Nyström aprì il suo blocnotes.
«Mikael Blomkvist» disse.
Tutti i presenti avevano sentito parlare dell'affare Wennerström e conoscevano il nome di Mikael Blomkvist.
«Dag Svensson, il giornalista che è stato ucciso, lavorava per Millennium. Stava mettendo insieme un'inchiesta sul trafficking. È così che è arrivato a Zalachenko. È stato Mikael Blomkvist a trovarlo morto. Inoltre lui
conosce Lisbeth Salander e ha sempre creduto alla sua innocenza.»
«Come diavolo fa a conoscere la figlia di Zalachenko... sembra essere
una coincidenza un po' eccessiva.»
«Non crediamo che si tratti di una coincidenza» disse Wadensjöö. «Crediamo che Lisbeth Salander in qualche modo sia l'anello di congiunzione
fra tutti quanti, anche se non sappiamo spiegare esattamente come. È l'unica ipotesi ragionevole.»
Gullberg restò in silenzio, disegnando cerchi concentrici sul suo blocco.
Alla fine alzò gli occhi.
«Devo rifletterci sopra un momento. Vado a fare una passeggiata. Ci incontriamo di nuovo fra un'ora.»
La passeggiata di Gullberg durò più del previsto. Camminò per circa
dieci minuti prima di trovare un bar che serviva una quantità infinita di tipi
di caffè, uno più stravagante dell'altro. Ordinò un normalissimo caffè americano e si sedette a un tavolino d'angolo accanto all'entrata. Il suo cervello
lavorava alacremente spulciando i diversi aspetti del problema. A intervalli
regolari annotava qualche parola chiave su un'agendina.
Dopo un'ora e mezza il piano aveva cominciato a prendere forma.
Non era eccelso, ma dopo aver girato e rigirato tutte le possibilità si era
reso conto che doveva essere drastico.
Per fortuna le risorse umane erano disponibili. Il piano era attuabile.
Uscì e trovò una cabina telefonica dalla quale chiamò Wadensjöö.
«Dobbiamo posticipare di un po' la riunione» esordì. «Ho da fare una
commissione. Possiamo trovarci alle due in punto?»
Quindi scese a Stureplan e fece cenno a un taxi. Non avrebbe potuto
permettersi un simile lusso con la sua magra pensione da funzionario statale, ma aveva un'età in cui non c'era più motivo di risparmiare. Diede al tassista un indirizzo di Bromma.
Una volta sceso a quell'indirizzo, tornò indietro a piedi di un isolato verso sud e suonò alla porta di una villetta. Venne ad aprirgli una donna sulla
quarantina.
«Buon giorno. Cerco Fredrik Clinton.»
«Chi devo dire?»
«Un vecchio collega.»
La donna annuì e lo fece accomodare in soggiorno, dove Fredrik Clinton
si alzò lentamente da un divano. Aveva solo sessantotto anni ma sembrava
considerevolmente più vecchio. Il diabete e i problemi vascolari avevano
lasciato segni evidenti.
«Gullberg» disse Clinton stupefatto.
Si guardarono un lungo momento. Poi le due vecchie spie si abbracciarono.
«Credevo che non ti avrei più rivisto» disse Clinton. «Suppongo sia stato
quello a tirarti fuori dalla tana.»
Indicò la prima pagina di un quotidiano della sera con un'immagine di
Ronald Niedermann e il titolo Caccia in Danimarca all'assassino dell'agente.
«Tu come stai?» disse Gullberg.
«Male» disse Clinton.
«Lo vedo.»
«Se non ricevo un rene nuovo, morirò presto. E le probabilità che lo riceva sono piuttosto scarse.»
Gullberg annuì.
La donna comparve sulla soglia del soggiorno e chiese a Gullberg se
gradiva qualcosa.
«Caffè, grazie» disse lui. Quando la donna fu di nuovo fuori, si rivolse a
Clinton. «Chi è?»
«Mia figlia.»
Gullberg annuì. Era affascinante che, a dispetto dell'intimo contatto per
così tanti anni alla Sezione, quasi nessuno dei collaboratori si fosse frequentato fuori dall'ufficio. Gullberg conosceva ogni minimo tratto del carattere di ognuno, potenzialità e debolezze, ma aveva solo un'idea molto
vaga della loro vita privata. Clinton era stato forse il suo più stretto collaboratore per vent'anni. Sapeva che era sposato e che aveva dei figli, ma
non il nome della figlia né quello della ex moglie, come non sapeva dove
Clinton trascorresse abitualmente le ferie. Era come se ciò che stava al di
fuori della Sezione fosse sacro e non lo si dovesse toccare.
«Cosa vuoi?» domandò Clinton.
«Posso chiederti cosa pensi di Wadensjöö?»
Clinton scosse la testa.
«Non voglio immischiarmi.»
«Non è questo che ti ho chiesto. Tu lo conosci. Ha lavorato con te dieci
anni.»
Clinton scosse di nuovo la testa.
«È lui a dirigere la Sezione oggi. Quello che penso io non è importante.»
«Ma è all'altezza?»
«Non è un idiota.»
«Però...?»
«Analitico. Molto bravo nei rompicapo. Con un buon fiuto. Eccellente
amministratore, capace di far quadrare il bilancio, e in un modo che non
credevamo possibile.»
Gullberg annuì. Il dato importante era la qualità che Clinton non menzionava.
«Sei pronto a tornare in servizio?»
Clinton fissò Gullberg. Esitò.
«Evert... io passo nove ore ogni due giorni attaccato a un apparecchio
per la dialisi all'ospedale. Non posso fare le scale senza che mi manchi il
respiro. Non ho forze. Non ho più forze.»
«Ho bisogno di te. Un'ultima operazione.»
«Non posso.»
«Sì che puoi. E puoi passare le tue nove ore in dialisi. Puoi prendere l'ascensore anziché fare le scale. Posso fare in modo che qualcuno ti porti avanti e indietro in barella, se occorre. Io ho bisogno del tuo cervello.»
Clinton sospirò.
«Racconta» disse.
«In questo preciso momento ci troviamo in una situazione estremamente
complicata, in cui sono indispensabili degli interventi operativi.
Wadensjöö ha solo un cucciolo, Jonas Sandberg, che costituisce tutta la
divisione operativa. Non credo che abbia le palle per fare quello che occorre. Sarà anche un mago del budget, ma ha paura di prendere decisioni operative e ha paura di invischiare la Sezione in quel lavoro sul campo che è
necessario.»
Clinton annuì. Fece un pallido sorriso.
«Gli aspetti dell'operazione sono due. Una parte riguarda Zalachenko.
Devo convincerlo a ragionare e credo di sapere come muovermi. L'altra
parte deve essere curata qui a Stoccolma. Il problema è che non c'è nessuno alla Sezione in grado di farlo. Ho bisogno che tu assuma il comando.
Un ultimo contributo. Ho già un piano. Jonas Sandberg e Georg Nyström
fanno il lavoro di manovalanza. Tu dirigi l'operazione.»
«Non capisco cosa mi stai chiedendo.»
«Sì invece... lo capisci benissimo. E devi decidere da solo se vuoi prestarti o no. Ma o noi vecchi interveniamo e facciamo la nostra parte, o fra
un paio di settimane la Sezione avrà cessato di esistere.»
Clinton puntò il gomito sul bracciolo del divano e appoggiò la testa sulla
mano. Rimase a riflettere per un paio di minuti.
«Illustrami il tuo piano» disse alla fine.
Evert Gullberg e Fredrik Clinton parlarono a lungo.
Wadensjöö sbarrò gli occhi quando Gullberg ritornò alle due meno tre
minuti con Fredrik Clinton al seguito. Clinton pareva uno scheletro. Sembrava avere difficoltà a camminare e a respirare, e si appoggiava con una
mano alla spalla di Gullberg.
«Che diamine...» disse Wadensjöö.
«Riprendiamo la nostra riunione» tagliò corto Gullberg.
Si sedettero di nuovo intorno al tavolo nell'ufficio di Wadensjöö. Clinton
sprofondò in silenzio nella poltroncina che gli fu offerta.
«Conoscete tutti Fredrik Clinton» disse Gullberg.
«Sì» rispose Wadensjöö. «La domanda è: che ci fa qui?»
«Clinton ha deciso di ritornare in servizio attivo. Dirigerà la divisione
operativa finché la crisi attuale non sarà superata.»
Gullberg sollevò una mano e bloccò la protesta di Wadensjöö prima ancora che questi avesse il tempo di formularla.
«Clinton è stanco. Avrà bisogno di assistenza. Deve recarsi regolarmente all'ospedale per la dialisi. Wadensjöö, scegli tu due assistenti personali
che lo aiutino in tutte le faccende pratiche. Ma dev'essere ben chiaro: per
quanto riguarda questa faccenda, è Clinton che prende tutte le decisioni
operative.»
Tacque e aspettò. Non arrivò nessuna protesta.
«Ho un piano. Credo che possiamo condurre in porto la cosa, ma è necessario che ci muoviamo rapidamente in modo che le occasioni non ci
sfuggano» disse. «Si tratta di quanto siete determinati qui alla Sezione, ora.»
Wadensjöö ebbe la sensazione che nelle parole di Gullberg ci fosse una
sfida.
«Parla.»
«La polizia l'abbiamo già sistemata. Facciamo esattamente come abbiamo detto. Nel seguito dell'inchiesta cerchiamo di isolarli su un binario laterale nella caccia a Niedermann. Di questo si occuperà Georg Nyström.
Qualsiasi cosa succeda, Niedermann non è importante. Faremo in modo
che Faste sia incaricato di investigare su Lisbeth Salander.»
«Probabilmente non è così complicato» disse Nyström. «Posso fare molto semplicemente un discorsetto discreto al procuratore Ekström.»
«Se lui si mostra recalcitrante...»
«Non credo che succederà. È un carrierista e bada a ciò che gli giova. E
comunque riuscirò a trovare una leva se dovesse essere necessario. Lui de-
testerebbe essere coinvolto in uno scandalo.»
«Bene. Il secondo passo riguarda Millennium e Mikael Blomkvist. È per
quello che Clinton è tornato in servizio. Lì occorrono misure straordinarie.»
«Questo probabilmente non mi piacerà» disse Wadensjöö.
«Probabilmente, ma non possiamo manipolare Millennium con la stessa
facilità. La minaccia da parte loro si fonda però su un unico elemento, ossia l'inchiesta di Björck del 1991. Allo stato attuale, mi sembra di capire
che il rapporto è almeno in due posti. È stata Lisbeth Salander a trovarlo
ma in qualche modo Mikael Blomkvist ne è entrato in possesso. Ciò significa che c'era un qualche contatto fra Blomkvist e Lisbeth Salander quando
lei era in fuga.»
Clinton sollevò un dito e pronunciò le sue prime parole da quando era
arrivato.
«Questo dice anche qualcosa sul carattere del nostro avversario.
Blomkvist non ha paura di correre dei rischi. Pensate all'affare
Wennerström.»
Gullberg assentì.
«Blomkvist ha passato la relazione al suo caporedattore, Erika Berger,
che a sua volta l'ha fatta avere a Bublanski. Ciò significa che anche lei l'ha
letta. Scommetto che ne hanno fatto una copia per sicurezza, e che ce n'è
una anche in redazione.»
«Sembra plausibile» disse Wadensjöö.
«Millennium è un mensile, il che significa che non pubblicheranno niente domani. Abbiamo a disposizione del tempo. Ma dobbiamo assolutamente mettere le mani su queste copie. E qui non possiamo passare attraverso
l'ufficio del pubblico ministero.»
«Capisco.»
«Si tratta dunque di dare inizio all'attività operativa compiendo un'effrazione a casa di Blomkvist e alla redazione di Millennium. Sei in grado di
organizzarla, Jonas?»
Jonas Sandberg guardò di sottecchi Wadensjöö.
«Evert, devi capire che... noi non facciamo più questo genere di cose»
disse Wadensjöö. «Sono cambiati i tempi, ci occupiamo piuttosto di pirateria informatica, telesorveglianza e cose del genere. Non abbiamo risorse
per un'attività operativa.»
Gullberg si allungò sul tavolo.
«Allora dovrai tirare fuori altre risorse alla velocità della luce. Prendi
gente da fuori. Assolda una banda di teppisti dalla mafia jugoslava, che
spacchino la testa a Blomkvist, se necessario. Ma quelle due copie devono
essere recuperate. Se non hanno le copie, non hanno nessuna documentazione e dunque non possono provare un fico secco. Se non riuscite a sistemare questa faccenda, potete starvene qui con le mani in mano ad aspettare
che la commissione costituzionale bussi alla porta.»
Gli sguardi di Gullberg e Wadensjöö si incontrarono.
«Posso occuparmene io» disse Jonas Sandberg all'improvviso.
Gullberg guardò con la coda dell'occhio il novellino.
«Sei sicuro di farcela a organizzare un'operazione del genere?»
Sandberg annui.
«Bene. A partire da questo momento Clinton è il tuo capo. È da lui che
prenderai ordini.»
Sandberg annuì.
«Si tratterà di fare parecchia sorveglianza. La divisione operativa deve
ricevere rinforzi» disse Nyström. «Io ho qualche nome da proporre. Abbiamo un ragazzo nell'organizzazione esterna, lavora al servizio scorte della Säk, si chiama Mårtensson. È un tipo promettente, ha coraggio. È da
tanto che penso di portarlo qui all'organizzazione interna. Ho perfino valutato se fare di lui il mio successore.»
«Suona bene» disse Gullberg. «Ma decide Clinton.»
«C'è un'altra cosa» disse Nyström. «Temo che possa esistere una terza
copia.»
«Dove?»
«Nel pomeriggio sono venuto a sapere che Lisbeth Salander adesso ha
un avvocato. Il suo nome è Annika Giannini. È la sorella di Mikael
Blomkvist.»
Gullberg annuì.
«Hai ragione. Blomkvist ha dato a sua sorella una copia. Sarebbe assurdo il contrario. In altre parole dobbiamo metterli tutti e tre, Berger,
Blomkvist, Giannini, sotto la lente d'ingrandimento per un po' di tempo.»
«Di Erika Berger non credo che ci dobbiamo preoccupare. È uscito oggi
un comunicato stampa secondo cui sarà il nuovo caporedattore dello
Svenska Morgon-Posten. Non ha più niente a che fare con Millennium.»
«Okay. Ma tienila comunque sotto controllo. Per quanto riguarda Millennium dobbiamo poter intercettare le loro telefonate, sia a casa che ovviamente in redazione. Dobbiamo controllare la loro posta elettronica.
Dobbiamo sapere chi incontrano e con chi parlano. E ci sarebbe molto uti-
le conoscere i loro piani. E soprattutto dobbiamo poter mettere le mani sul
rapporto. Un bel po' di cose, in altre parole.»
Wadensjöö pareva titubante.
«Evert, tu ci stai chiedendo di svolgere un'attività operativa nella redazione di un giornale. È una delle cose più pericolose che si possano fare.»
«Non hai scelta. O ti rimbocchi le maniche, oppure è ora che qualcun altro prenda il posto di direttore qui dentro.»
La minaccia rimase sospesa come una nube oscura sopra il tavolo.
«Credo di poter gestire Millennium» disse Jonas Sandberg alla fine. «Ma
nulla di tutto ciò risolve il problema di base. Che ne facciamo del tuo Zalachenko? Se parla, tutti questi sforzi diventano vani.»
Gullberg assentì lentamente.
«Lo so. Quella è la mia parte. Credo di avere un argomento che convincerà Zalachenko a restarsene zitto. Ma occorrono un po' di preparativi.
Andrò giù a Göteborg questo pomeriggio stesso.»
Tacque e si guardò intorno nella stanza. Poi puntò gli occhi su
Wadensjöö.
«Clinton prende le decisioni operative in mia assenza» disse.
Dopo un momento Wadensjöö annuì.
Solo la sera di lunedì la dottoressa Helena Endrin giudicò, d'accordo con
il suo collega Anders Jonasson, che le condizioni di Lisbeth Salander erano abbastanza stabili da permetterle di ricevere visite. Le prime persone
che andarono a trovarla furono due ispettori di polizia cui vennero concessi
quindici minuti per delle domande. Lei guardò i due poliziotti in silenzio
quando entrarono nella sua stanza e presero le sedie.
«Salve. Mi chiamo Marcus Erlander. Sono un ispettore della sezione
reati contro la persona qui alla polizia di Göteborg. Questa è la mia collega
Sonja Modig della polizia di Stoccolma.»
Lisbeth Salander non salutò. Rimase impassibile. Riconobbe Sonja come
una degli sbirri del gruppo di Bublanski. Erlander le rivolse un sorriso tiepido.
«Mi è sembrato di capire che non parla mai volentieri con le autorità.
Vorrei subito chiarire che non le sarà chiesto di dire alcunché. Ma le sarei
grato se potesse almeno ascoltare. Abbiamo diverse questioni e non molto
tempo per trattarle, oggi. Ci saranno altre occasioni in futuro.»
Lisbeth Salander non fece commenti.
«Come prima cosa, il suo amico Mikael Blomkvist ci ha comunicato che
un certo avvocato di nome Annika Giannini è disposta ad assisterla ed è al
corrente del caso. Blomkvist dice di averle già fatto il nome dell'avvocato
Giannini. Io ho bisogno che lei mi confermi che è così e se desidera che
l'avvocato Giannini venga qui a Göteborg per assisterla.»
Lisbeth Salander non disse nulla.
Annika Giannini. La sorella di Mikael Blomkvist. Le aveva parlato di lei
in un messaggio. Lisbeth non aveva riflettuto sul fatto che aveva bisogno
di un avvocato.
«Mi dispiace, ma devo pregarla di rispondere a questa domanda. Basta
un sì o un no. Se dice sì, il procuratore qui a Göteborg prenderà contatto
con l'avvocato Giannini. Se dice no, il tribunale le procurerà un difensore
d'ufficio. Cosa sceglie?»
Lisbeth Salander valutò la proposta. Suppose che effettivamente le occorresse un avvocato, ma avere come difensore la sorella di Kalle Dannatissimo Blomkvist era pesante. A lui avrebbe fatto piacere. D'altro lato uno
sconosciuto difensore d'ufficio non sarebbe di certo stato meglio. Alla fine
aprì la bocca e cacciò fuori un'unica parola.
«Giannini.»
«Bene. La ringrazio. Ho da farle anche una domanda. Non è tenuta a dire una sola parola senza che il suo avvocato sia presente, ma questo, come
può capire, non riguarda lei. La polizia sta dando la caccia a un cittadino
tedesco di trentacinque anni, Ronald Niedermann, che è ricercato per l'omicidio di un agente.»
Lisbeth corrugò le sopracciglia. Questa era una novità. Non aveva idea
di cosa fosse accaduto dopo che aveva calato l'accetta sul cranio di Zalachenko.
«Noi di Göteborg vogliamo catturarlo il più presto possibile. La mia collega di Stoccolma vuole inoltre interrogarlo in relazione ai tre omicidi dei
quali lei in precedenza era stata sospettata. Le chiediamo un aiuto. La nostra domanda è se ha una qualche idea... se può darci una mano a localizzare quell'uomo.»
Lisbeth spostò lo sguardo da Erlander a Sonja Modig e viceversa, sospettosa.
Non sanno che è mio fratello.
Poi si domandò se voleva vedere Niedermann in catene o no. Più di ogni
altra cosa avrebbe voluto portarlo davanti a una fossa scavata nel bosco di
Gosseberga e seppellircelo. Alla fine alzò le spalle. Cosa che non avrebbe
dovuto fare, dal momento che un dolore lancinante le trafisse immediata-
mente la spalla sinistra.
«Che giorno è oggi?» chiese.
«Lunedì.»
Lisbeth meditò un attimo.
«La prima volta che ho sentito il nome di Ronald Niedermann era giovedì della settimana scorsa. Ho seguito le sue tracce fino a Gosseberga:
non ho la più pallida idea di dove si trovi o di dove possa avere cercato rifugio. La mia ipotesi è che proverà rapidamente a mettersi al sicuro all'estero.»
«Perché crede che voglia fuggire all'estero?»
Lisbeth rifletté.
«Perché, mentre Niedermann era fuori a scavare una fossa per me, Zalachenko ha detto che c'era un po' troppa attenzione su di lui e che era già in
programma che se ne andasse all'estero per un po'.»
Così tante parole Lisbeth Salander non le aveva più scambiate con un
poliziotto da quando aveva dodici anni.
«Zalachenko... che dunque è suo padre.»
Questo in ogni caso l'hanno scoperto. Kalle Dannatissimo Blomkvist,
probabilmente.
«Allora devo informarla che suo padre ha sporto denuncia dichiarando
che lei ha cercato di ucciderlo. La questione è sul tavolo del procuratore
che si esprimerà su un'eventuale incriminazione, ma ciò che è già deciso è
che lei è in stato di fermo per lesioni aggravate. Ha colpito Zalachenko in
testa con un'accetta.»
Lisbeth non disse nulla. Ci fu un lungo silenzio. Poi Sonja Modig si chinò in avanti e parlò con voce sommessa.
«Volevo solo dirle che noi della polizia non diamo grande credito alla
storia di Zalachenko. Parli con il suo avvocato, così poi potremo riprendere l'argomento.»
Erlander annuì. I due poliziotti si alzarono.
«Grazie dell'aiuto per Niedermann» disse Erlander.
Lisbeth era stupita che i poliziotti si fossero comportati correttamente e
quasi gentilmente. Meditò sull'ultima frase di Sonja Modig. Dev'esserci
sotto un secondo fine, pensò.
7.
Lunedì 11 aprile - martedì 12 aprile
Alle sei meno un quarto di lunedì sera Mikael Blomkvist chiuse il suo
iBook e si alzò dal tavolo della cucina della sua casa in Bellmansgatan. Si
infilò una giacca e raggiunse a piedi gli uffici della Milton Security a
Slussen. Prese l'ascensore fino al terzo piano e fu subito indirizzato a una
sala riunioni. Vi entrò alle sei in punto e fu l'ultimo ad arrivare.
«Salve Dragan» disse, stringendogli la mano. «Grazie per aver gentilmente ospitato questa piccola riunione informale.»
Si guardò intorno nella stanza. A parte lui e Dragan Armanskij, erano
presenti Annika Giannini, Holger Palmgren e Malin Eriksson. Per la Milton partecipava anche l'ex ispettore Sonny Bohman, l'uomo che su incarico
di Armanskij aveva seguito l'inchiesta Salander fin dal primo giorno.
Holger Palmgren era alla sua prima uscita dopo l'ictus. Il suo medico, il
dottor Sivarnandan, era stato tutt'altro che entusiasta all'idea, ma Palmgren
aveva insistito. Aveva usufruito del servizio di trasporto per anziani e disabili ed era accompagnato dalla sua infermiera personale, Johanna
Karolina Oskarsson, trentanove anni, il cui stipendio veniva pagato da un
fondo misterioso che era stato creato per offrire a Palmgren la migliore assistenza possibile. Karolina Oskarsson aspettava seduta a un tavolino fuori
dalla sala riunioni. Si era portata un libro. Mikael chiuse la porta.
«Per voi che non la conoscete, Malin Eriksson è il nuovo caporedattore
di Millennium. L'ho pregata di partecipare a questa riunione perché quello
che andremo a discutere influirà anche sul suo lavoro.»
«Okay» disse Armanskij. «Eccoci qui. Io sono tutto orecchie.»
Mikael si piazzò davanti alla lavagna bianca di Armanskij e prese un
pennarello. Si guardò intorno.
«Questa è probabilmente la cosa più pazza in cui sia mai stato coinvolto» disse. «Quando sarà tutto finito fonderò un'associazione. La chiamerò I
cavalieri della tavola balorda, e il suo scopo sarà di organizzare una cena
annuale in cui parlare male di Lisbeth Salander. Voi sarete tutti membri
onorari.»
Fece una pausa.
«Ecco come si presenta la realtà» disse, e cominciò a scrivere sulla lavagna. Parlò per circa trenta minuti. La discussione successiva durò quasi tre
ore.
Evert Gullberg si sedette vicino a Fredrik Clinton dopo che la riunione si
fu formalmente conclusa. Parlarono sottovoce per qualche minuto, poi
Gullberg si alzò. I vecchi compagni d'armi si strinsero la mano.
Gullberg tornò all'Hotel Freys in taxi, recuperò le sue cose, saldò il conto e prese un treno per Göteborg. Scelse di viaggiare in prima classe ed
ebbe un intero scompartimento tutto per sé. Mentre passavano sul ponte di
Årstabron tirò fuori una biro e un blocco di carta da lettere. Si concentrò
un momento e attaccò a scrivere. Riempì circa mezza pagina prima di interrompersi e di strappare il foglio dal blocco.
La falsificazione di documenti non era la sua specialità, ma in questo caso particolare il compito era semplificato dal fatto che le lettere che stava
mettendo insieme sarebbero state firmate da lui stesso. Non una sola delle
parole che avrebbe scritto, però, sarebbe stata vera.
All'altezza di Nyköping aveva scartato una notevole quantità di abbozzi,
ma cominciava a farsi un'idea generale di come dovessero essere formulate
le lettere. All'arrivo a Göteborg ne aveva dodici di cui essere soddisfatto.
Fece in modo che le sue impronte digitali fossero chiaramente impresse
sulla carta.
Alla stazione centrale di Göteborg riuscì a trovare una fotocopiatrice e
fece una copia di tutte le lettere. Quindi acquistò buste e francobolli e imbucò le lettere in una cassetta che sarebbe stata svuotata alle nove.
Poi prese un taxi per il City Hotel in Lorensbergsgatan dove Clinton gli
aveva già prenotato una stanza. Lo stesso albergo in cui Mikael Blomkvist
aveva passato la notte qualche giorno prima. Salì subito nella sua stanza e
si lasciò cadere sul letto. Era infinitamente stanco e si rese conto di aver
mangiato solo due fette di pane in tutta la giornata. Eppure ancora non aveva fame. Si spogliò e si stese sul letto addormentandosi quasi all'istante.
Lisbeth si svegliò di soprassalto sentendo aprire la porta. Capì immediatamente che non era uno degli infermieri di notte. Aprì gli occhi in due sottili fessure e vide una figura con le stampelle nel vano della porta. Zalachenko stava immobile a guardarla alla luce che filtrava dal corridoio.
Senza muoversi Lisbeth girò gli occhi in modo da vedere l'orologio digitale, che segnava le tre e dieci.
Spostò lo sguardo di qualche millimetro e inquadrò il bicchiere dell'acqua sul comodino. Fissò il bicchiere e calcolò la distanza. Sarebbe riuscita
giusto giusto a raggiungerlo senza dover muovere il corpo.
Le sarebbe bastata una frazione di secondo per allungare il braccio e con
un movimento deciso spaccare la parte alta del bicchiere contro il comodino. E mezzo secondo per ficcare il vetro acuminato nella gola di Zalachenko se si fosse chinato sopra di lei. Cercò di immaginare un'alternativa ma
si rese conto che quella era l'unica arma di cui poteva disporre.
Si rilassò e attese.
Zalachenko rimase sulla soglia per due minuti senza muoversi.
Poi richiuse piano la porta. Lisbeth sentì il rumore raschiante delle sue
stampelle allontanarsi dalla sua stanza.
Dopo cinque minuti si alzò sul gomito, si allungò verso il bicchiere e
bevve una lunga sorsata. Portò le gambe giù dal letto e si staccò gli elettrodi dalle braccia e dal torace. Si mise in piedi traballando, e vacillò. Le
occorse qualche minuto per avere il controllo del proprio corpo. Si avvicinò zoppicando alla porta e si appoggiò alla parete per riprendere fiato. Sudava freddo. Poi si sentì pervadere da una gelida furia.
Al diavolo, Zalachenko. Vediamo di porre fine a questa storia.
Le occorreva un'arma.
Un attimo dopo udì un rumore veloce di tacchi nel corridoio.
Diavolo. Gli elettrodi.
«Cosa diamine ci fa in piedi?» esclamò l'infermiera di notte.
«Dovevo... andare... in bagno» disse Lisbeth Salander con il fiatone.
«Torni immediatamente a letto.»
L'infermiera la aiutò a tornare a letto. Poi andò a prendere una padella.
«Quando ha bisogno di andare in bagno ci deve chiamare. È a questo
che serve quel pulsante lì» disse l'infermiera.
Lisbeth non disse nulla. Si concentrò per cercare di spremere fuori qualche goccia.
Il martedì Mikael Blomkvist si svegliò alle dieci e mezza, fece la doccia,
preparò il caffè e poi si sedette davanti al suo iBook. Dopo l'incontro della
sera prima alla Milton Security era andato a casa e aveva lavorato fino alle
cinque di mattina. Sentiva che finalmente l'inchiesta stava prendendo forma. La biografia di Zalachenko era ancora imprecisa - tutto quello su cui
poteva basarsi erano le informazioni che era riuscito a estorcere a Björck e
i dettagli che Holger Palmgren aveva potuto aggiungere. Ma il pezzo su
Lisbeth Salander era praticamente pronto. Spiegava passo dopo passo come fosse rimasta vittima di una banda di agenti della guerra fredda
dell'Rps/Säk che l'avevano fatta chiudere in una clinica psichiatrica perché
non infrangesse il segreto su Zalachenko.
Era soddisfatto del testo. Aveva un'inchiesta che era una cannonata e che
avrebbe ribaltato le edicole, creando per di più seri problemi nelle alte sfere della burocrazia statale.
Accese una sigaretta mentre rifletteva.
C'erano ancora due grosse lacune da colmare. Una era gestibile. Bisognava cominciare a occuparsi di Peter Teleborian e non vedeva l'ora di farlo. Quando avesse finito con Teleborian, il noto psichiatra infantile sarebbe
stato uno degli uomini più detestati di tutta la Svezia. Questo era il primo
problema.
Il secondo era considerevolmente più complicato.
La congiura contro Lisbeth Salander - Mikael pensava a chi vi era implicato come a un Club Zalachenko - partiva dall'interno dei servizi segreti.
Conosceva un nome, Gunnar Björck, ma non era possibile che lui fosse il
solo responsabile. Doveva esistere un gruppo, una sezione di qualche genere. Dovevano esserci dei capi, dei responsabili, e un budget. Il problema
era che non aveva la più pallida idea di come muoversi per riuscire a identificare queste persone. Non sapeva da che parte cominciare. Aveva solo
un'immagine approssimativa di come fosse configurata l'organizzazione
della Säpo.
Nel corso della giornata di lunedì aveva dato inizio alla ricerca mandando Henry Cortez in una serie di librerie di Södermalm con il compito di
acquistare tutti i libri che in qualche modo trattassero dei servizi segreti.
Cortez era tornato a casa di Blomkvist alle quattro del pomeriggio con sei
libri.
Mikael guardò la pila sul tavolo. Tra gli altri titoli, Il capo della Säpo
negli anni 1962-70 di Per Gunnar Vinge e un libro di Thomas Whiteside
sull'affare Wennerström. Quello degli anni sessanta ovviamente, non il suo
affare Wennerström di due anni prima.
Mikael aveva trascorso la maggior parte della notte fra lunedì e martedì
a leggere o almeno a sfogliare i libri che Henry Cortez aveva scovato. Poi
fece alcune considerazioni. Anzitutto la maggior parte di quei libri sembrava essere uscita alla fine degli anni ottanta. Una ricerca in Internet rivelò che non esisteva in materia una letteratura più recente degna di nota.
In secondo luogo, non esisteva nessuna descrizione comprensibile
dell'attività della polizia segreta nel corso degli anni. Lo si poteva anche
capire, se si pensava che molti casi erano secretati e che dunque era molto
difficile scriverne, ma non aveva trovato una singola istituzione, un singolo ricercatore o mezzo d'informazione che avesse esaminato criticamente
la Säpo.
Notò anche il fatto singolare che non esisteva nessuna bibliografia in
nessuno dei libri recuperati da Cortez. Le note a piè di pagina consistevano
invece spesso in rimandi ad articoli apparsi sui quotidiani o a interviste
private con qualche funzionario della Säpo in pensione.
Il libro Poteri segreti, del 1991, era affascinante ma riguardava la seconda guerra mondiale e il periodo immediatamente precedente. Le memorie
di P.G. Vinge parvero a Mikael una propaganda scritta per autodifesa da
un ex capo della Säpo molto criticato. An Agent in Place, sull'affare
Wennerström, conteneva già nel primo capitolo così tante bizzarrie sulla
Svezia che lo lasciò semplicemente cadere nel cestino della carta straccia.
Gli unici libri con l'ambizione dichiarata di descrivere il lavoro dei servizi
segreti erano Lotta di potere per il controllo della Säpo di Erik Magnusson
e Spionaggio in Svezia di Mikael Rosquist. Li c'erano dati, nomi. Il primo,
in particolare, gli sembrò molto leggibile. Anche se non offriva risposta ad
alcune delle sue domande, dava un'idea della Säpo e di ciò di cui si era occupata nel corso dei decenni precedenti.
La grande sorpresa fu tuttavia Un incarico di Carl Lidbom, che descriveva i problemi con cui l'ex ambasciatore a Parigi aveva avuto a che fare
quando per incarico del governo aveva investigato sulla Säpo dopo l'omicidio Palme. Mikael non aveva mai letto nulla di Carl Lidbom, e fu sorpreso dal linguaggio ironico che si mescolava a osservazioni acutissime. Ma
nemmeno quel libro lo avvicinò a una risposta alle sue domande, anche se
cominciava a farsi un'idea di ciò contro cui avrebbe dovuto lottare.
Dopo avere riflettuto un momento prese il cellulare e chiamò Henry Cortez.
«Ciao Henry. Grazie per il lavoro di ieri.»
«Mmm. Cosa vuoi?»
«Una piccola aggiunta.»
«Micke, io ho un lavoro da svolgere qui. Sono diventato segretario di
redazione.»
«Un ottimo passo avanti.»
«Cosa vuoi?»
«Nel corso degli anni sono state condotte diverse inchieste pubbliche
sulla Säpo. Carl Lidbom ne fece una, e dovrebbero essercene altre dello
stesso genere.»
«Aha.»
«Portami tutto quello che riesci a trovare dal Parlamento, bilanci, investigazioni ufficiali del governo, interpellanze e via dicendo. E richiedi le
relazioni annuali della Säpo degli anni passati fin dove riesci ad arrivare.»
«Sì padrone.»
«Bene. E, Henry...»
«Sì?»
«... non mi servono prima di domani.»
Lisbeth Salander dedicò la giornata a meditare su Zalachenko. Sapeva
che era due stanze più in là, che di notte se ne andava in giro per il corridoio e che era venuto nella sua stanza alle tre e dieci del mattino.
Aveva seguito le sue tracce fino a Gosseberga per ucciderlo. Aveva fallito, con la conseguenza che Zalachenko era vivo e si trovava a meno di dieci metri da lei. Era nella merda. Quanto, non riusciva esattamente a capirlo, ma supponeva che sarebbe dovuta fuggire all'estero, se non voleva rischiare di essere nuovamente chiusa in qualche manicomio con Peter Teleborian come custode.
Il problema era ovviamente che quasi non aveva la forza sufficiente per
mettersi a sedere sul letto. Però notava dei miglioramenti. Il mal di testa
c'era ancora, ma arrivava a ondate anziché essere costante. Ma il dolore alla spalla era sempre in agguato ed esplodeva ogni volta che cercava di
muoversi.
Sentì un rumore di passi e vide un'infermiera aprire la porta e far entrare
una donna in pantaloni neri, camicetta bianca e giacca scura. Era minuta e
graziosa, con i capelli neri tagliati corti. Emanava una soddisfatta fiducia
nelle proprie capacità. Teneva in mano una cartella nera. Lisbeth notò immediatamente che aveva gli stessi occhi di Mikael Blomkvist.
«Salve Lisbeth. Sono Annika Giannini» disse. «Posso entrare?»
Lisbeth la fissò senza espressione. Tutto d'un tratto non aveva la benché
minima voglia di incontrare la sorella di Mikael Blomkvist e si pentì di aver accettato che diventasse il suo avvocato.
Annika Giannini entrò e si chiuse la porta alle spalle. Poi avvicinò una
sedia. Rimase seduta in silenzio per qualche secondo studiando la sua cliente.
Lisbeth Salander era veramente malridotta. La sua testa era un pacco di
bende. Aveva enormi lividi violacei intorno a tutti e due gli occhi, che erano iniettatati di sangue.
«Prima di cominciare a discutere di alcunché devo sapere se vuoi veramente che io sia il tuo avvocato. Di solito mi occupo soltanto di cause civili nelle quali assisto vittime di stupri o di violenze. Non sono un avvocato
penalista. Però mi sono addentrata nei dettagli del tuo caso, e sarei molto
contenta di assisterti se me lo consentissi. Voglio anche informarti che
Mikael Blomkvist è mio fratello, ma questo credo tu lo sappia già, e che
lui e Dragan Armanskij provvederanno alla parcella.»
Aspettò un momento ma non ottenendo nessuna reazione dalla sua potenziale cliente continuò.
«Se mi vorrai come tuo avvocato lavorerò per te. Voglio che sia chiaro
che non lavoro per mio fratello o per Armanskij. Per la parte penale avrò
anche l'appoggio del tuo vecchio tutore, Holger Palmgren. È un tipo tosto,
si è trascinato fuori dal suo letto di infermo per aiutarti.»
«Palmgren?» disse Lisbeth Salander.
«Sì.»
«L'hai incontrato?»
«Sì. Sarà il mio consigliere.»
«Come sta?»
«È incavolato nero ma curiosamente non sembra preoccupato per te.»
Lisbeth fece un sorriso storto. Era il primo da quando era approdata al
Sahlgrenska.
«E tu come ti senti?» chiese Annika.
«Come un sacco di merda.»
«Okay. Allora mi vuoi come difensore? Armanskij e Mikael pagheranno
la mia parcella e...»
«No.»
«Come sarebbe?»
«Pago io. Non voglio un centesimo da Armanskij e Kalle Blomkvist. Però non posso pagarti se non ho accesso a Internet.»
«Capisco. Risolveremo la questione a suo tempo, e in ogni caso lo stato
pagherà la maggior parte delle spese. Vuoi che ti assista?»
Lisbeth Salander fece un breve cenno affermativo.
«Bene. Allora comincerò col trasmetterti un messaggio da parte di
Mikael. È un po' criptico ma lui dice che tu capirai.»
«Aha?»
«Dice che mi ha raccontato quasi tutto. Nel quasi tutto ci sono le qualità
che ha scoperto a Hedestad.»
Mikael sa che ho un'ottima memoria fotografica... e che sono un hacker.
Io non l'ho mai detto a nessuno.
«Okay.»
«Quello di cui non ha parlato è un cd. Io non so a cosa si riferisca, ma
lui dice che è una cosa che devi essere tu a decidere se raccontare o no.
Capisci a cosa si riferisce?»
Il cd con il video di Bjurman che mi violenta.
«Sì.»
«Okay.»
Tutto d'un tratto Annika si fece esitante.
«Sono un po' irritata con mio fratello. Benché mi abbia affidato l'incarico, mi racconta solo quello che gli pare. Anche tu hai intenzione di nascondermi delle cose?»
Lisbeth rifletté.
«Non lo so.»
«Dovremo parlarci un bel po'. Adesso però non posso fermarmi a chiacchierare con te perché devo incontrare il procuratore Agneta Jervas fra tre
quarti d'ora. Avevo solo bisogno di avere da te la conferma che veramente
mi vuoi come tuo avvocato. Devo anche darti delle istruzioni...»
«Sì?»
«Si tratta di questo. Se io non sono presente, non dovrai dire una sola parola alla polizia, di qualsiasi cosa si tratti. Anche se ti provocano e ti accusano di questo o quest'altro. Me lo prometti?»
«Senza nessuna fatica» disse Lisbeth.
Evert Gullberg era completamente esausto dopo lo sforzo del lunedì e
non si svegliò che alle nove, ossia quasi quattro ore più tardi del consueto.
Andò in bagno a lavarsi. Si soffermò a lungo a osservare il proprio viso allo specchio prima di spegnere la luce e tornare in camera a vestirsi. Scelse
dalla borsa marrone l'unica camicia pulita che gli era rimasta e si mise una
cravatta a disegni scuri.
Scese nella sala ristorante dell'albergo e fece colazione con una tazza di
caffè nero, una fetta di pane tostato con formaggio e un cucchiaio di marmellata di arance. Bevve anche un bicchiere di acqua minerale.
Poi andò nella hall e chiamò Fredrik Clinton al cellulare.
«Sono io. Situazione?»
«Alquanto agitata.»
«Fredrik, sei sicuro di farcela?»
«Sì, è come ai vecchi tempi. Peccato soltanto che Hans von Rottinger
non ci sia più. Lui era migliore di me nel programmare le operazioni.»
«Tu e lui eravate allo stesso livello. Avreste potuto darvi il cambio in
qualsiasi momento. Cosa che in effetti vi capitò spesso di fare.»
«Si tratta di sensibilità epidermica. Lui era sempre un po' più acuto.»
«Come siete messi?»
«Sandberg è più intelligente di quanto credessimo. Abbiamo tirato dentro un aiuto esterno, un certo Mårtensson. È solo un galoppino, ma può
tornare utile. Abbiamo messo sotto controllo il telefono di casa e il cellulare di Blomkvist. In giornata ci occuperemo di quelli di Annika Giannini e
della redazione di Millennium. Stiamo esaminando adesso le planimetrie di
uffici e appartamenti. Ci entreremo quanto prima.»
«Come prima cosa devi localizzare dove si trovano tutte le copie...»
«Questo l'ho già fatto. Abbiamo avuto una fortuna incredibile. Annika
Giannini ha telefonato a Blomkvist stamattina alle dieci. Gli ha domandato
quante ce ne sono in circolazione. Blomkvist ha l'unica copia. Erika Berger
ne aveva fatta una ma l'ha passata a Bublanski.»
«Bene. Non c'è tempo da perdere.»
«Lo so. Ma dobbiamo fare tutto in un colpo solo. Se non recuperiamo
tutte le copie del rapporto di Björck contemporaneamente, falliremo.»
«Lo so.»
«È un po' complicato, dal momento che Annika Giannini è partita stamattina per Göteborg. Le ho messo alle calcagna un team di collaboratori
esterni. Sono in volo proprio adesso.»
«Bene.»
A Gullberg non venne in mente nient'altro da dire. Restò in silenzio.
«Grazie, Fredrik» disse alla fine.
«Grazie a te. È più divertente che starsene lì seduti ad aspettare un rene
nuovo.»
Si salutarono. Gullberg pagò il conto dell'albergo e uscì in strada. Ognuno aveva cominciato a fare la sua parte. Adesso si trattava soltanto di fare
in modo che la coreografia risultasse perfetta.
Raggiunse a piedi il Park Avenue Hotel dove chiese di poter utilizzare il
fax. Non aveva voluto farlo nell'albergo dove alloggiava. Inviò le copie
delle lettere che aveva scritto in treno il giorno prima. Poi uscì sull'Avenyn
e cercò un taxi. Si fermò a un cestino dei rifiuti, stracciò le copie e le buttò.
Annika Giannini parlò con il procuratore Agneta Jervas per quindici minuti. Voleva sapere quali accuse aveva intenzione di sollevare contro Lisbeth Salander, ma capì ben presto che Agneta Jervas era incerta su ciò che
avrebbe fatto.
«Per il momento mi limito ad arrestarla per tentato omicidio, o in subordine per lesioni aggravate. Mi riferisco ai colpi d'accetta che Lisbeth Salander ha inferto a suo padre. Suppongo che lei tirerà in ballo la legittima
difesa.»
«Forse.»
«Ma, detto francamente, in questo momento la mia priorità è l'assassino
del poliziotto, Ronald Niedermann.»
«Capisco.»
«Sono in contatto con il pm. Sta decidendo se passare tutte le incriminazioni contro la sua cliente a un unico procuratore, a Stoccolma, agganciandole a quanto successo lì.»
«Da parte mia richiedo che sia trasferito tutto a Stoccolma.»
«Bene. In ogni caso devo avere la possibilità di interrogare Lisbeth Salander. Quando lo si potrebbe fare?»
«Ho una dichiarazione del suo medico, Anders Jonasson. Lisbeth Salander non sarà in condizione di sostenere interrogatori ancora per parecchi
giorni. A prescindere dalle lesioni fisiche, è sotto l'effetto di dosi massicce
di analgesici.»
«Anch'io ho avuto una comunicazione dello stesso tipo. E forse può capire quanto frustrante sia per me. Comunque le ripeto che la mia priorità al
momento è Ronald Niedermann. E la sua cliente afferma di non sapere dove possa nascondersi.»
«La qual cosa corrisponde alla verità. Lei non conosce Niedermann. È
solo riuscita a identificarlo e a rintracciarlo.»
«Okay» disse Agneta Jervas.
Evert Gullberg aveva dei fiori in mano quando entrò nell'ascensore del
Sahlgrenska insieme a una donna dai capelli corti che indossava una giacca
scura. Le tenne gentilmente aperta la porta e le diede la precedenza all'accettazione del reparto.
«Mi chiamo Annika Giannini. Sono un avvocato e devo incontrare di
nuovo la mia cliente Lisbeth Salander.»
Evert Gullberg voltò la testa e guardò stupefatto la donna che era salita
con lui in ascensore. Poi spostò lo sguardo sulla sua cartella mentre l'infermiera controllava i documenti e consultava un elenco.
«Stanza 12» disse l'infermiera.
«Grazie. Ci sono già stata, ci so arrivare da sola.»
Prese la cartella e sparì dal campo visivo di Gullberg.
«Posso aiutarla?» fece l'infermiera.
«Sì grazie, vorrei lasciare questi fiori per Karl Axel Bodin.»
«Il paziente non può ricevere visite.»
«Lo so, volevo solo lasciargli i fiori.»
«Ci penseremo noi.»
Gullberg aveva portato con sé i fiori per avere un pretesto. Voleva farsi
un'idea di come fosse disposto il reparto. Ringraziò e si avviò verso l'uscita. Lungo il percorso passò davanti alla porta di Zalachenko, stanza 14 a
quanto aveva detto Jonas Sandberg.
Aspettò fuori sulle scale. Attraverso il vetro della porta vide l'infermiera
avviarsi con i fiori che lui aveva appena lasciato e sparire nella stanza di
Zalachenko. Mentre ritornava al proprio posto, Gullberg aprì la porta, si
diresse velocemente alla stanza 14 e ci si infilò dentro.
«Salve Alexander» disse.
Zalachenko guardò stupefatto il suo visitatore inatteso.
«Credevo che fossi morto, ormai» disse.
«Non ancora» disse Gullberg.
«Cosa vuoi?» domandò Zalachenko.
«Tu cosa credi?»
Gullberg prese una sedia e si sedette.
«Probabilmente vedermi morto.»
«Sì, non sarebbe un'idea da disprezzare. Come hai potuto essere tanto
imbecille? Ti abbiamo dato una vita completamente nuova e tu finisci così.»
Se Zalachenko fosse stato in grado di sorridere l'avrebbe fatto. I servizi
segreti svedesi a suo parere erano composti da dilettanti. Fra questi metteva anche Evert Gullberg e Sven Jansson, alias Gunnar Björck. Per non parlare di un completo idiota come l'avvocato Nils Bjurman.
«E adesso, ancora una volta, ci tocca togliere le castagne dal fuoco.»
L'espressione non piacque a Zalachenko, che portava su di sé per sempre
i segni delle gravi ustioni subite.
«Risparmiami le tue paternali. Piuttosto vedi di tirarmi fuori di qui.»
«Era proprio quello di cui volevo discutere con te.»
Si mise la cartella sulle ginocchia, tirò fuori un bloc-notes nuovo e lo aprì a una pagina bianca. Poi guardò Zalachenko con espressione indagatrice.
«Una cosa sono curioso di sapere: davvero ci bruceresti dopo tutto quello che abbiamo fatto per te?»
«Tu cosa credi?»
«Dipende da quanto sei pazzo.»
«Non chiamarmi pazzo. Io faccio quello che devo fare per sopravvive-
re.»
Gullberg scosse la testa.
«No, Alexander, tu fai quello che fai perché sei malvagio e marcio dentro. Volevi un messaggio dalla Sezione. Io sono qui per portartelo. Non alzeremo un dito per aiutarti, stavolta.»
Per la prima volta, Zalachenko apparve insicuro.
«Non hai scelta» disse.
«C'è sempre una scelta» disse Gullberg.
«Io farò...»
«Tu non farai proprio niente.»
Gullberg respirò profondamente, infilò la mano nello scomparto esterno
della sua cartella marrone e tirò fuori una Smith & Wesson 9 mm con il
calcio placcato d'oro. L'arma era un dono che gli avevano fatto i servizi segreti britannici venticinque anni prima - un segno di riconoscenza per
un'informazione di inestimabile valore che aveva ricavato da Zalachenko e
trasformato in valuta pesante, il nome di uno stenografo dell'Mi-5 che in
perfetto spirito philbyano lavorava per i russi.
Zalachenko assunse un'aria stupefatta. Poi scoppiò a ridere.
«E cosa pensi di fare con quella? Spararmi? Passeresti il resto della tua
miserabile vita in galera.»
«Non credo» disse Gullberg.
Tutto d'un tratto Zalachenko era incerto se Gullberg stesse bluffando o
no.
«Scoppierebbe uno scandalo di proporzioni enormi.»
«Non credo neppure questo. Qualche titolo sui giornali, forse. Ma nel giro di una settimana nessuno si ricorderebbe più del nome Zalachenko.»
Gli occhi del russo si ridussero a due fessure.
«Maledetto bastardo» disse Gullberg con un gelo tale nella voce che Zalachenko restò impietrito.
Premette il grilletto e piazzò il colpo nel centro della fronte del russo
proprio nell'attimo in cui Zalachenko si allungava per afferrare la sua protesi. Zalachenko fu scagliato all'indietro contro il cuscino. Il suo corpo fu
percorso da qualche spasmo e poi restò immobile. Gullberg vide che sulla
parete dietro la testata del letto si era formata una rosa di schizzi di sangue.
Lo sparo gli aveva fatto fischiare le orecchie. Si massaggiò automaticamente il condotto uditivo con l'indice libero.
Poi si alzò e si avvicinò a Zalachenko, gli appoggiò la canna della pistola alla tempia e premette il grilletto ancora due volte. Voleva essere sicuro
che il bastardo fosse veramente morto.
Lisbeth Salander balzò a sedere sul letto al primo sparo. Avvertì un dolore intenso trafiggerle la spalla. Quando furono esplosi i due colpi successivi cercò di portare le gambe giù dal letto.
Annika Giannini stava parlando con Lisbeth solo da qualche minuto
quando si udirono gli spari. All'inizio rimase come paralizzata, cercando di
indovinare da dove arrivassero quelle secche detonazioni. La reazione di
Lisbeth le fece capire che stava succedendo qualcosa.
«Resta lì ferma» gridò Annika. Le mise automaticamente la mano contro
il petto, e senza riguardi la spinse giù sul letto con tanta energia che Lisbeth rimase senza fiato.
Poi attraversò rapida la stanza e aprì la porta. Vide due infermiere che
andavano di corsa due porte più in là lungo il corridoio. La prima si fermò
di botto sulla soglia. Annika la sentì gridare: «No, si fermi!» Poi la vide arretrare e scontrarsi con l'altra infermiera.
«È armato! Scappa!»
Annika vide le due infermiere aprire la porta della stanza vicina a quella
di Lisbeth e rifugiarvisi dentro.
L'attimo successivo vide l'uomo anziano con la giacca a quadretti bianchi e neri uscire nel corridoio. Aveva in mano una pistola. Annika lo identificò come quello con cui era salita in ascensore solo qualche minuto prima.
I loro sguardi si incrociarono. L'uomo sembrava confuso. Lo vide puntare l'arma nella sua direzione e muovere un passo in avanti. Ritirò subito la
testa e richiuse la porta con un colpo secco, guardandosi disperatamente
intorno. Nella stanza c'era un tavolo. Lo trascinò fino alla porta incastrando il piano sotto la maniglia.
Sentì un rumore e girando la testa vide che Lisbeth stava per trascinarsi
di nuovo fuori dal letto. La raggiunse e la cinse con le braccia sollevandola. Le strappò gli elettrodi, la trasportò nel bagno e la mise seduta sul coperchio del wc e chiuse a chiave la porta. Quindi frugò nella tasca della
giacca alla ricerca del cellulare, lo tirò fuori e compose il 112.
Evert Gullberg raggiunse la stanza di Lisbeth Salander e cercò di abbassare la maniglia. Era bloccata da qualcosa. Non riusciva a muoverla di un
millimetro.
Per un momento restò fermo davanti alla porta, indeciso. Sapeva che
Annika Giannini era lì dentro e si chiese se magari avesse nella cartella
una copia del rapporto di Björck. Ma non poteva entrare nella stanza e non
aveva l'energia di forzare la porta.
Però questo non faceva parte del piano. Della minaccia costituita da
Annika Giannini si sarebbe occupato Clinton. Il suo lavoro riguardava soltanto Zalachenko.
Gullberg si guardò intorno nel corridoio e si rese conto che era osservato
da infermieri, pazienti e visitatori che facevano capolino dalle diverse
stanze. Sollevò la pistola ed esplose un colpo contro un quadro appeso alla
fine del corridoio. Il suo pubblico sparì come per incanto.
Diede un'ultima occhiata alla stanza di Lisbeth, quindi ritornò a passo
deciso in quella di Zalachenko, chiudendosi la porta alle spalle. Si sedette
e fissò il disertore russo che per così tanti anni era stato una parte così intima della sua stessa esistenza.
Rimase seduto per quasi dieci minuti prima di sentire del movimento nel
corridoio. Si rese conto che era arrivata la polizia. Non pensava a nulla in
particolare.
Sollevò la pistola un'ultima volta, se la puntò alla tempia e premette il
grilletto.
Tentare il suicidio all'ospedale Sahlgrenska comportava dei rischi. Evert
Gullberg fu trasferito a razzo in rianimazione dove il dottor Anders
Jonasson lo ricevette e mise subito in atto una serie di procedure per il
mantenimento delle funzioni vitali.
Per la seconda volta in meno di una settimana Jonasson eseguì un intervento chirurgico d'urgenza per rimuovere una pallottola da un tessuto cerebrale umano. Dopo cinque ore di operazione le condizioni di Gullberg
erano critiche. Ma lui era ancora vivo.
Le lesioni erano tuttavia molto più gravi di quelle che aveva subito Lisbeth Salander. Per diversi giorni Evert Gullberg restò in bilico fra la vita e
la morte.
Mikael Blomkvist si trovava al Kaffebar di Hornsgatan quando sentì dal
notiziario radiofonico che un uomo di sessantasei anni ancora non identificato, sospettato di tentato omicidio ai danni di Lisbeth Salander, era stato
ucciso a colpi d'arma da fuoco all'ospedale Sahlgrenska a Göteborg. Mise
giù la tazza del caffè, afferrò la borsa del computer e si affrettò verso la redazione in Götgatan. Attraversò Mariatorget e stava svoltando in St.
Paulsgatan quando il suo cellulare cominciò a suonare. Rispose senza fermarsi.
«Blomkvist.»
«Ciao, sono Malin.»
«Ho sentito il notiziario. Sappiamo chi è stato a sparare?»
«Non ancora. Henry si sta informando.»
«Io sono per strada. Arrivo fra cinque minuti.»
Mikael si scontrò sulla porta della redazione con Henry Cortez che stava
uscendo.
«Ekström terrà una conferenza stampa alle tre» disse Henry. «Io vado
giù a Kungsholmen.»
«Cosa sappiamo?» gli gridò dietro Mikael.
«Malin» disse Henry, sparendo.
Mikael si diresse verso l'ufficio di Erika... errore, di Malin. Lei stava
parlando al telefono e prendendo febbrilmente appunti su dei post-it gialli.
Gli fece cenno di aspettare. Mikael andò nel cucinino e versò del caffè con
un goccio di latte in due tazze con il logo della Kdu, Gioventù democratico-cristiana, e della Ssu, Lega giovanile socialdemocratica. Quando tornò
nell'ufficio di Malin lei stava chiudendo la conversazione. Le passò la tazza della Ssu.
«Okay» disse Malin. «Zalachenko è stato ucciso all'una e un quarto di
oggi.»
Guardò Mikael.
«Ho appena parlato con un'infermiera del Sahlgrenska. Dice che l'assassino è un uomo anziano, sui settant'anni, che era andato a portargli dei fiori
qualche minuto prima dell'omicidio. L'uomo ha esploso diversi colpi contro Zalachenko e quindi ha rivolto l'arma contro se stesso. Zalachenko è
morto. L'omicida è ancora vivo e in questo momento lo stanno operando.»
Mikael tirò il fiato. Da quando aveva sentito la notizia al Kaffebar aveva
avuto il cuore in gola e un senso di panico al pensiero che a impugnare
l'arma fosse stata Lisbeth. Sarebbe stata una complicazione.
«Abbiamo il nome dell'uomo che ha sparato?» domandò.
Malin scosse la testa proprio mentre il telefono cominciava a squillare di
nuovo. Era un free-lance di Göteborg che Malin aveva mandato al
Sahlgrenska. Mikael le fece un cenno di saluto e se ne andò nel suo ufficio,
dove si lasciò cadere sulla sedia.
Gli pareva di essere tornato al lavoro per la prima volta dopo tante settimane. Sul suo tavolo c'era una montagna di posta inevasa che spinse da
una parte. Telefonò a sua sorella.
«Giannini.»
«Ciao. Sono Mikael. Hai sentito quello che è successo al Sahlgrenska?»
«Si può ben dire.»
«Dove sei?»
«Al Sahlgrenska. Quel bastardo ha puntato la pistola anche contro di
me.»
Mikael restò ammutolito per diversi secondi prima di capire ciò che aveva detto sua sorella.
«Che diavolo... tu eri lì?»
«Sì. È stata l'esperienza più brutta che mi sia capitata in tutta la vita.»
«Sei ferita?»
«No. Ma lui ha cercato di entrare nella camera di Lisbeth. Io ho bloccato
la porta e ci siamo chiuse a chiave nel bagno.»
Mikael ebbe la sensazione che il mondo perdesse l'equilibrio. Sua sorella
era quasi...
«Come sta Lisbeth?» chiese.
«Sta bene. Nel senso che non ha riportato danni nel dramma di oggi.»
Lui tirò un po' il fiato.
«Annika, sai qualcosa dell'assassino?»
«Niente di niente. Era un uomo di una certa età, vestito in maniera impeccabile. Mi è sembrato che avesse un'aria confusa. Non l'avevo mai visto, ma sono salita in ascensore con lui qualche minuto prima dell'omicidio.»
«Ed è certo che Zalachenko sia morto?»
«Sì. Io ho sentito tre spari e, da quanto sono riuscita a cogliere al volo
qui, tutti e tre erano colpi alla testa. Ma c'era il caos qui dentro, una gran
quantità di agenti. Hanno evacuato un reparto di pazienti in gravi condizioni. Quando è arrivata la polizia c'è stato qualcuno che voleva interrogare Lisbeth prima di capire quanto sia malconcia. Ho dovuto usare un tono
autoritario.»
L'ispettore Marcus Erlander vide Annika Giannini nella stanza di Lisbeth Salander. L'avvocato aveva il cellulare premuto contro l'orecchio e
lui aspettò che finisse di parlare.
Due ore dopo l'omicidio, nel corridoio regnava un caos organizzato. La
stanza di Zalachenko era sigillata. I medici avevano tentato di prestargli
soccorso immediatamente dopo gli spari ma avevano presto rinunciato. Za-
lachenko era al di là di ogni possibile aiuto. Il suo cadavere era stato trasferito in una cella in attesa dell'autopsia e si stava procedendo all'esame della
scena del crimine.
Il cellulare di Erlander suonò. Era Fredrik Malmberg dell'investigativa.
«Abbiamo identificato l'omicida» esordì Malmberg. «Si chiama Evert
Gullberg e ha settantotto anni.»
Settantotto anni. Un assassino attempato.
«E chi cavolo è Evert Gullberg?»
«Pensionato. Residente a Laholm. Avvocato d'affari. Hanno telefonato
dall'Rps/Säk per informare che hanno avviato un'indagine nei suoi confronti.»
«Quando e perché?»
«Quando, non lo so. Perché, aveva la cattiva abitudine di spedire lettere
deliranti e minatorie a personaggi pubblici.»
«Per esempio?»
«Al ministro della Giustizia.»
Marcus Erlander sospirò. Un pazzo, dunque.
«Nel corso della mattinata la Säpo è stata chiamata da diversi giornali
che avevano ricevuto lettere da Gullberg. Anche il ministero della Giustizia si è fatto vivo dopo che questo Gullberg aveva espressamente minacciato di morte Karl Axel Bodin.»
«Voglio una copia delle lettere.»
«Dalla Säpo?»
«Sì, per l'inferno. Va' su a Stoccolma e prendile, materialmente se necessario. Le voglio sulla mia scrivania quando torno alla centrale. Il che succederà fra un'oretta.»
Rifletté un momento, quindi aggiunse una domanda.
«È stata la Säpo a chiamarti?»
«Te l'ho appena detto.»
«Voglio dire, sono stati loro a telefonare a te e non il contrario?»
«Sì. Esatto.»
«Okay» disse Marcus Erlander, e chiuse la comunicazione.
Si domandò cosa fosse saltato in testa alla Säpo, che tutto d'un tratto aveva deciso di prendere contatto di propria iniziativa con i servizi ufficiali.
Nei casi normali era quasi impossibile avere anche solo un minimo cenno
da loro.
Wadensjöö spalancò bruscamente la porta della stanza in cui Fredrik
Clinton si ritirava per riposarsi. Clinton si mise cautamente a sedere.
«Che diavolo sta succedendo?» sbraitò Wadensjöö. «Gullberg ha ammazzato Zalachenko, dopo di che si è sparato in testa.»
«Lo so» disse Clinton.
«Tu lo sapevi?» sbottò Wadensjöö.
Wadensjöö era paonazzo e aveva l'aria di uno che sta per avere un ictus.
«Ma ha cercato di spararsi, cazzo. Ha tentato di suicidarsi. È impazzito?»
«È ancora vivo?»
«Si, ma ha danni estesi al cervello.»
Clinton sospirò.
«Che peccato» disse con voce addolorata.
«Peccato?!» esclamò Wadensjöö. «Gullberg è matto da legare. Non capisci cosa...»
Clinton lo interruppe.
«Gullberg ha il cancro, ormai gli ha invaso stomaco, intestino e vescica.
Sono mesi che è moribondo, nel migliore dei casi gli rimanevano solo un
paio di mesi.»
«Cancro?»
«Era da sei mesi che si portava dietro quell'arma. Era fermamente deciso
a usarla quando il dolore fosse diventato insopportabile, prima di diventare
un povero pacco postale umiliato. Così ha avuto anche l'occasione di rendere un ultimo servizio alla Sezione. Se n'è andato in grande stile.»
Wadensjöö era rimasto quasi senza parole.
«Tu sapevi che aveva intenzione di uccidere Zalachenko.»
«Ovviamente. Il suo compito era di fare in modo che Zalachenko non
avesse la possibilità di parlare. E, come sai, minacciarlo o farlo ragionare
non era proprio possibile.»
«Ma non capisci che scandalo può scoppiare? Ti sei rimbecillito anche
tu come Gullberg?»
Clinton si alzò a fatica. Guardò Wadensjöö dritto negli occhi e gli passò
dei fax.
«Era una decisione operativa. Piango il mio amico, ma probabilmente lo
seguirò presto. Quanto allo scandalo... Un ex fiscalista ha scritto lettere deliranti a giornali, polizia e ministero della Giustizia. Quei fax sono alcuni
esempi. Gullberg accusa Zalachenko di ogni crimine possibile e immaginabile, dall'omicidio Palme al tentativo di avvelenare il popolo svedese
con il cloro. Le lettere sono palesemente demenziali e sono state scritte con
una grafia a tratti illeggibile e con abbondanza di maiuscole, sottolineature
e punti esclamativi. Mi piacciono.»
Wadensjöö lesse con crescente stupore. Si mise una mano sulla fronte.
Clinton lo osservava.
«Qualsiasi cosa succeda, la morte di Zalachenko non avrà nulla a che fare con la Sezione. A esplodere i colpi è stato un pensionato demente.»
Fece una pausa.
«L'importante è che a partire da questo momento tu ti adegui.»
Fissò lo sguardo su Wadensjöö. D'improvviso c'era un bagliore d'acciaio
negli occhi del malato.
«Quello che devi capire è che la Sezione è la punta di lancia della difesa
svedese. Noi siamo l'estrema risorsa. Il nostro lavoro è di vegliare sulla sicurezza del paese. Tutto il resto non conta.»
Wadensjöö fissava Clinton con occhi carichi di perplessità.
«Noi non esistiamo. Siamo quelli che nessuno ringrazia. Siamo quelli
che devono prendere le decisioni che nessun altro riesce a prendere... men
che meno i politici.»
Nel pronunciare l'ultima parola aveva messo del disprezzo nella voce.
«Fa' come dico e forse la Sezione sopravviverà. Ma perché questo accada dovremo essere determinati e usare le maniere forti.»
Wadensjöö sentì crescere il panico.
Henry Cortez aveva annotato febbrilmente tutto ciò che era stato detto
sul podio durante la conferenza stampa alla centrale della polizia a
Kungsholmen. Fu il procuratore Richard Ekström ad aprire la conferenza.
Spiegò che al mattino era stato deciso che l'inchiesta riguardante l'uccisione dell'agente a Gosseberga, per la quale era ricercato un certo Ronald
Niedermann, avrebbe fatto capo a un procuratore del distretto di Göteborg,
ma che le altre inchieste riguardanti Niedermann sarebbero state gestite da
lui stesso. Niedermann era sospettato dell'omicidio di Dag Svensson e Mia
Bergman. Nessun cenno all'avvocato Bjurman. Ekström si sarebbe inoltre
occupato dell'incriminazione di Lisbeth Salander per una lunga serie di reati.
Il procuratore spiegò che aveva deciso di diffondere quelle informazioni
dopo quanto era successo a Göteborg nel corso della giornata. Il padre di
Lisbeth Salander, Karl Axel Bodin, era stato ucciso a colpi d'arma da fuoco. Il motivo della conferenza stampa era di smentire notizie già diffuse
dai media, sulle quali aveva già dovuto rispondere a diverse interrogazioni.
«In base ai dati attualmente disponibili, posso dire che la figlia di Karl
Axel Bodin, che è in stato di fermo per tentato omicidio ai danni del padre,
non ha niente a che fare con gli accadimenti di questa mattina.»
«Chi è l'assassino?» gridò un reporter del Dagens Eko.
«L'uomo che all'una e un quarto ha esploso i colpi mortali contro Karl
Axel Bodin e quindi ha tentato di suicidarsi è stato identificato. Si tratta di
un pensionato di settantotto anni in cura da parecchio tempo per un male
incurabile e per problemi psichici a esso collegati.»
«L'uomo ha qualche legame con Lisbeth Salander?»
«No. Questo possiamo smentirlo. I due non si sono mai incontrati e non
si conoscono. L'anziano è una figura tragica che ha agito di propria iniziativa in base a false convinzioni personali di natura palesemente paranoica.
I servizi segreti avevano da poco avviato un'indagine su di lui, dopo che
aveva scritto un gran numero di lettere deliranti a noti politici e massmedia. Perfino questa mattina ne sono state recapitate a quotidiani e autorità, con minacce di morte a Karl Axel Bodin.»
«Perché la polizia non ha dato protezione a Bodin?»
«Le lettere che lo riguardavano sono state spedite ieri sera e sono arrivate praticamente nello stesso momento in cui l'omicidio veniva commesso.
Non c'era nessun margine per intervenire.»
«Come si chiama l'uomo?»
«Non vogliamo rendere pubblico questo dato prima che i suoi parenti
più prossimi siano stati informati.»
«Che passato ha?»
«Da quanto ho capito, ha lavorato come revisore e fiscalista. È in pensione da quindici anni. L'inchiesta è ancora in corso ma, come potete capire dalle lettere che ha mandato, si tratta di una tragedia che forse si sarebbe
potuta evitare se la società fosse stata maggiormente all'erta.»
«Ha minacciato altre persone?»
«Pare di sì, ma non conosco i dettagli.»
«Cosa significa tutto questo per Lisbeth Salander?»
«Per il momento nulla. Contro di lei abbiamo la testimonianza resa alla
polizia dallo stesso Karl Axel Bodin e solide prove.»
«Che ci dice delle voci secondo cui Bodin avrebbe cercato di uccidere la
figlia?»
«Questo è ancora oggetto di indagine, ma esistono fondati sospetti che
corrisponda al vero. Per quanto ne sappiamo, si tratta di profondi contrasti
in seno a una famiglia divisa.»
Henry Cortez aveva un'aria pensierosa. Si grattò l'orecchio. Notò che i
colleghi prendevano appunti altrettanto febbrilmente.
Gunnar Björck provò un panico quasi ingestibile quando sentì la notizia
degli spari al Sahlgrenska. La schiena gli faceva un male tremendo.
Rimase seduto per oltre un'ora incapace di reagire. Poi alzò la cornetta e
cercò il suo antico protettore Evert Gullberg a Laholm. Non ottenne risposta.
Ascoltò il notiziario e apprese quanto era stato detto alla conferenza
stampa della polizia. Zalachenko ucciso da un pazzo di settantotto anni.
Santo cielo. Settantotto anni.
Cercò nuovamente di chiamare Evert Gullberg, invano.
Alla fine il panico prese il sopravvento. Non poteva più rimanere nella
casa di Smådalarö. Si sentiva accerchiato. Aveva bisogno di tempo per
pensare. Riempì una valigia con indumenti, analgesici e articoli da toeletta.
Non voleva usare il proprio telefono, per cui raggiunse zoppicando una cabina presso la locale cooperativa alimentare e telefonò a Landsort per prenotare una stanza nella vecchia torre di avvistamento dei piloti. Landsort
era in capo al mondo e poche persone sarebbero andate a cercarlo lì. Prenotò per due settimane.
Sbirciò l'orologio. Doveva sbrigarsi se voleva fare in tempo a prendere
l'ultimo traghetto. Tornò a casa alla velocità che gli consentiva la sua
schiena dolente. Andò direttamente in cucina e controllò che la macchina
del caffè fosse spenta. Poi andò nello sgabuzzino a recuperare la valigia.
Casualmente diede un'occhiata verso il soggiorno e si fermò stupefatto.
All'inizio non capì ciò che stava vedendo.
In qualche modo misterioso, il lampadario era stato tolto dal suo gancio
e appoggiato sul tavolino del salotto. Al suo posto c'era una corda, con sotto lo sgabello che di solito stava in cucina.
Björck guardò il cappio senza capire.
Poi percepì un movimento alle spalle e si sentì piegare le ginocchia.
Si voltò lentamente.
Erano due uomini sui trentacinque anni. Gli sembrò che avessero un aspetto sudeuropeo. Non fece in tempo a reagire quando lo afferrarono gentilmente sotto le ascelle e sollevatolo lo condussero verso lo sgabello. Cercò di opporre resistenza, ma il dolore gli trafisse la schiena come un pugnale. Era quasi paralizzato quando lo misero sullo sgabello.
Jonas Sandberg era accompagnato da un uomo di quarantanove anni di
nome Falun che in gioventù era stato ladro d'appartamenti di professione e
col tempo si era riciclato in fabbro. Hans von Rottinger della Sezione lo
aveva ingaggiato nel 1986 per un'operazione che prevedeva di forzare la
porta di casa del capo di un'associazione anarchica. In seguito, Falun era
stato utilizzato in altre occasioni fino a metà degli anni novanta, quando le
operazioni di quel genere erano cessate. Fu Fredrik Clinton che di buon
mattino ripristinò il collegamento e gli fece un contratto per un incarico.
Avrebbe guadagnato diecimila corone in nero per circa dieci minuti di lavoro. In cambio, Falun si sarebbe impegnato a non rubare nulla dall'appartamento oggetto dell'operazione; nonostante tutto, quella della Sezione non
era un'attività criminale.
Falun non sapeva esattamente chi rappresentasse Clinton, ma supponeva
che avesse qualcosa a che fare con i militari. Aveva letto Guillou. Non fece
domande. Ma trovava piacevole essere di nuovo in pista dopo tanti anni di
silenzio da parte del committente.
Il suo lavoro consisteva nell'aprire la porta. Era un esperto in fatto di effrazioni e aveva con sé una pistola a grimaldello. Eppure gli occorsero cinque minuti per forzare la serratura dell'appartamento di Mikael Blomkvist.
Poi aspettò fuori sulle scale, mentre Jonas Sandberg entrava.
«Sono dentro» disse Sandberg nel microfono.
«Bene» rispose Fredrik Clinton nel suo auricolare. «Con calma e con
cautela. Descrivimi cosa vedi.»
«Mi trovo nell'ingresso, ci sono un guardaroba sulla destra e il bagno
sulla sinistra. L'appartamento è un unico grande locale di circa cinquanta
metri quadrati. C'è un angolo cottura sulla destra.»
«C'è un tavolo da lavoro o...»
«A quanto sembra lavora al tavolo della cucina o sul divano del soggiorno... aspetta.»
Clinton aspettò.
«Sì. C'è un raccoglitore sul tavolo della cucina con dentro il rapporto di
Björck. Sembra l'originale.»
«Bene. C'è qualcos'altro di interessante sul tavolo?»
«Libri. Le memorie di Vinge. Lotta di potere per il controllo della Säpo
di Erik Magnusson. Una mezza dozzina di libri di questo tipo.»
«Un computer?»
«No.»
«Una cassetta di sicurezza?»
«No... non per quanto possa vedere.»
«Okay. Fai pure con calma. Passa l'appartamento metro per metro.
Mårtensson dice che Blomkvist è ancora in redazione. Hai i guanti, vero?»
«Ovvio.»
Marcus Erlander entrò nella camera di Lisbeth Salander e tese la mano
ad Annika Giannini presentandosi. Poi salutò Lisbeth e le chiese come stava. Lei non disse nulla. L'ispettore si rivolse ad Annika.
«Devo chiederle di poterle fare qualche domanda.»
«Aha.»
«Può raccontarmi cosa è successo?»
Annika Giannini descrisse quello che aveva visto e fatto fino al momento in cui si era barricata nel bagno con Lisbeth Salander. Erlander aveva
un'aria pensierosa. Guardò con la coda dell'occhio Lisbeth e quindi riportò
lo sguardo sul suo avvocato.
«Lei dunque crede che l'uomo si sia avvicinato a questa stanza.»
«L'ho sentito mentre cercava di abbassare la maniglia.»
«Ne è sicura? È facile immaginarsi cose quando si è spaventati o eccitati.»
«Io l'ho sentito. Lui mi ha vista. E mi ha puntato contro la pistola.»
«Crede che volesse uccidere anche lei?»
«Non lo so. Ho ritirato la testa e ho bloccato la porta.»
«Saggia decisione. E ancor più saggio l'aver portato la sua cliente nel
bagno. La porta è talmente sottile che probabilmente l'avrebbe bucata se
avesse sparato. Quello che cerco di capire è se voleva colpire proprio lei
oppure ha solo reagito al fatto che lo stava guardando. Lei era la persona
più vicina nel corridoio.»
«Esatto.»
«Le è sembrato che la conoscesse o che magari la riconoscesse?»
«No.»
«Può averla vista sui giornali. Lei è stata citata a proposito di diversi casi
famosi.»
«È possibile. Ma non ci posso giurare.»
«E lei non l'aveva mai visto prima?»
«L'ho visto in ascensore quando sono arrivata qui.»
«Questo non lo sapevo. Vi siete parlati?»
«No. Io l'ho guardato forse per mezzo secondo. Aveva dei fiori in una
mano e una cartella nell'altra.»
«I vostri sguardi si sono incontrati?»
«No. Lui guardava dritto davanti a sé.»
«Nell'ascensore è entrato prima o dopo di lei?»
Annika rifletté.
«Siamo entrati più o meno insieme.»
«Sembrava agitato o...»
«No. Stava lì immobile con i suoi fiori.»
«Cosa è successo poi?»
«Sono uscita dall'ascensore. Lui è uscito più o meno contemporaneamente. Io sono venuta dalla mia cliente.»
«È venuta direttamente qui?»
«Sì... anzi, no. Sono passata dall'accettazione e ho detto chi ero. Il procuratore ha disposto il divieto di riceve re visite per la mia cliente.»
«Dove si trovava l'uomo in quel momento?»
Annika esitò.
«Non ne sono del tutto sicura. Dietro di me, suppongo. Sì, aspetti... È
uscito dall'ascensore per primo, ma si è fermato e mi ha tenuto aperta la
porta. Non ci posso giurare, ma credo che anche lui sia andato all'accettazione. Forse sono stata solo più veloce di lui.»
Un cortese pensionato assassino pensò Erlander.
«Sì, è andato all'accettazione» confermò. «Ha parlato con l'infermiera e
ha lasciato i fiori. Questo lei non l'ha visto?»
«No. Non ne ho nessun ricordo.»
Marcus Erlander rifletté un momento ma non gli venne in mente
nient'altro da chiedere. Un senso di frustrazione lo rodeva. Aveva già sperimentato quella sensazione in precedenza e imparato a interpretarla come
un segnale del suo istinto.
L'omicida era stato identificato come Evert Gullberg, settantotto anni,
già revisore e consulente societario e fiscalista. Un uomo anziano. Un uomo nei confronti del quale la Säpo aveva avviato un'indagine preliminare
perché era un pazzo che scriveva lettere minatorie a personaggi noti.
La sua esperienza era che di matti ce n'erano in giro tanti, gente patologicamente ossessionata che perseguitava i vip e cercava amore piantando
le tende nei boschetti fuori dalle loro ville. E quando non era ricambiato,
l'amore poteva rapidamente trasformarsi in odio implacabile. C'erano persone che venivano fin dalla Germania o dall'Italia per insidiare e corteggiare la cantante ventunenne di un noto gruppo pop e poi si arrabbiavano perché lei non voleva avere una relazione con loro. E pazzi che rimuginavano
su ingiustizie vere o presunte e potevano comportarsi in modo molto minaccioso. E veri e propri psicopatici, ossessionati teorici della cospirazione, capaci di scoprire messaggi occulti che sfuggivano alla gente normale.
C'era anche abbondanza di esempi di come questi pazzi potevano passare dalla fantasia all'azione. L'omicidio di Anna Lindh non era stato forse
proprio la conseguenza dell'impulso di uno di questi svitati? Forse. O forse
no.
Ma all'ispettore Marcus Erlander non andava affatto a genio l'idea che
un malato di mente ex fiscalista, o quel che era, potesse entrare al
Sahlgrenska con dei fiori in una mano e una pistola nell'altra e giustiziare
un uomo che era oggetto di una vasta indagine - la sua indagine. Un uomo
che nei registri ufficiali si chiamava Karl Axel Bodin ma che secondo
Mikael Blomkvist in realtà si chiamava Zalachenko ed era un maledetto
agente segreto russo, disertore e assassino.
Nel migliore dei casi Zalachenko era un testimone e nel peggiore era coinvolto in una lunga serie di omicidi. Erlander aveva avuto la possibilità di
effettuare due brevi interrogatori con lui e in nessuna delle due occasioni
aveva creduto per un solo secondo alle sue proteste di innocenza.
E il suo assassino aveva mostrato interesse per Lisbeth Salander o almeno per il suo avvocato. Aveva cercato di introdursi in quella stanza.
Dopo di che aveva tentato di suicidarsi sparandosi in testa. Secondo i
medici era così malridotto che si poteva dire fosse riuscito nel suo intento,
nonostante il corpo non si fosse ancora reso conto che era ora di chiudere.
Molto probabilmente Evert Gullberg non sarebbe mai comparso di fronte a
un giudice.
A Marcus Erlander la situazione non piaceva. Neanche un po'. Ma non
aveva nessuna prova che gli spari di Gullberg fossero stati qualcosa di diverso da ciò che parevano essere. In ogni caso decise di andare sul sicuro.
Guardò Annika Giannini.
«Ho disposto che Lisbeth Salander sia trasferita in un'altra stanza. Ce n'è
una nel braccio di corridoio a destra dell'accettazione che sotto il profilo
della sicurezza è decisamente migliore di questa. La porta è visibile giorno
e notte dall'accettazione e dalla stanza degli infermieri. Ho disposto anche
il divieto di visita, tranne che per lei. Nessuno può entrare da Lisbeth Salander senza permesso o senza essere un medico o un infermiere conosciuto qui al Sahlgrenska. E provvederò affinché la camera sia sorvegliata ventiquattr'ore su ventiquattro.»
«Crede che sia in pericolo?»
«Non ho elementi per confermare l'ipotesi. Ma non voglio correre rischi.»
Lisbeth ascoltava con attenzione la conversazione fra il suo avvocato e il
poliziotto. Era impressionata dal modo preciso e dettagliato in cui Annika
rispondeva. Ed era ancora più impressionata dalla sua capacità di agire
freddamente anche sotto stress.
Per il resto aveva un mal di testa pazzesco da quando Annika l'aveva trascinata fuori dal letto portandola al sicuro nel bagno. Istintivamente voleva
avere a che fare il meno possibile con il personale. Non le piaceva dover
chiedere aiuto o dare segni di debolezza. Ma il mal di testa era così opprimente che le rendeva troppo difficile pensare con chiarezza. Allungò la
mano e suonò per chiamare un infermiere.
Annika Giannini aveva pianificato la visita a Göteborg come il prologo
di un lavoro che l'avrebbe occupata a lungo. Voleva fare la conoscenza di
Lisbeth Salander, informarsi delle sue reali condizioni e tracciare un primo
abbozzo della strategia che lei e Mikael Blomkvist avevano messo insieme
in vista del futuro procedimento giudiziario, ma pensava di ritornare a
Stoccolma già in serata. I drammatici sviluppi al Sahlgrenska però avevano fatto sì che ancora non avesse avuto il tempo per un colloquio vero e
proprio con la sua assistita. Lisbeth era in uno stato considerevolmente
peggiore di quanto avesse pensato quando i medici avevano dichiarato che
le sue condizioni erano stabili. Al momento era anche tormentata da un
forte mal di testa e dalla febbre. Una dottoressa di nome Helena Endrin le
aveva prescritto forti analgesici, antibiotici e riposo. Non appena la sua cliente fu trasferita nella nuova stanza e un poliziotto si fu piazzato lì fuori di
guardia, Annika fu cacciata.
Borbottò qualcosa tra sé e guardò l'ora: erano già le quattro e mezza.
Esitò. Poteva tornare a casa a Stoccolma, rischiando di essere costretta a
ripetere il viaggio già il giorno dopo. Oppure poteva fermarsi per la notte,
rischiando che la sua cliente stesse troppo male per affrontare una visita
anche il giorno dopo. Non aveva prenotato una stanza, ed era in ogni caso
un avvocato a basso budget che assisteva donne emarginate senza grandi
risorse economiche perciò di regola evitava di appesantire la parcella con
costosi conti d'albergo. Telefonò prima a casa e poi a Lilian Josefsson, una
collega membro della Rete delle donne e vecchia compagna di studi. Non
si vedevano da due anni e chiacchierarono vivacemente un bel po' prima
che Annika le spiegasse il motivo della chiamata.
«Sono a Göteborg» disse. «Avevo pensato di tornare a casa stasera ma
oggi sono successe delle cose che mi costringono a fermarmi per la notte.
Ti andrebbe se venissi a impormi come ospite da te?»
«Fantastico. Sì, ti prego, vieni a impormi la tua presenza! È un secolo
che non ci vediamo.»
«Sicura che non disturbo?»
«No, naturalmente. Mi sono trasferita. Adesso abito in una traversa di
Linnégatan. Ho anche una stanza per gli ospiti. E stasera possiamo uscire a
divertirci.»
«Se ne avrò la forza» disse Annika. «A che ora ti va bene?»
Si accordarono per le sei.
Annika prese l'autobus per Linnégatan e trascorse l'ora successiva in un
ristorante greco. Aveva una fame da lupi, ordinò uno spiedino e un'insalata. Rimase a lungo seduta a riflettere sugli avvenimenti della giornata. Si
sentiva un po' traballante ora che l'adrenalina si era stabilizzata, ma era
soddisfatta di sé. Nel momento del pericolo aveva agito senza esitazione,
con efficienza e compostezza. Aveva fatto la scelta giusta senza nemmeno
pensarci. Ed era una sensazione piacevole quella che provava nel dare questo giudizio su se stessa.
Tirò fuori la sua agenda filofax dalla cartella e la aprì nella parte del
blocnotes. Lesse concentrata. Era piena di dubbi di fronte a ciò che suo fratello le aveva spiegato. Allora il piano le era sembrato logico, ma in realtà
mostrava delle grosse falle. Tuttavia non aveva intenzione di tirarsi indietro.
Alle sei pagò e si avviò verso l'abitazione di Lilian Josefsson in Olivedalsgatan. Giunta davanti al portone digitò il codice di apertura che le era
stato fornito dall'amica. Entrò nell'androne e stava cercando l'ascensore
quando l'attacco arrivò all'improvviso. Era del tutto impreparata. Qualcuno
la spinse brutalmente contro la parete di mattoni appena dentro il portone.
Batté la testa contro il muro e avvertì un forte dolore.
L'attimo dopo sentì un rumore di passi che si allontanavano rapidamente
e il portone che si apriva e si richiudeva. Si rimise in piedi, portò la mano
alla fronte e vide che era sporca di sangue. Che cavolo... Si guardò intorno
confusa, poi uscì in strada. Intravide una schiena che svoltava all'angolo di
Sveaplan. Restò ferma per qualche minuto, esterrefatta.
Poi si rese conto che la sua cartella non c'era più e che l'avevano appena
rapinata. Le occorse qualche secondo prima che il significato di quanto era
successo si sedimentasse nella sua coscienza. No. Il fascicolo Zalachenko.
Sentì lo choc diffondersi dal diaframma e mosse qualche passo esitante
verso l'uomo in fuga. Ma si fermò quasi subito. Era inutile. Lui era già
chissà dove.
Si sedette lentamente sul marciapiede.
Poi balzò in piedi e frugò nella tasca della giacca. La filofax! Grazie,
buon dio. L'aveva infilata in tasca anziché nella cartella quando aveva lasciato il ristorante. La bozza della sua strategia per il caso Salander era lì
dentro, punto per punto.
Tornò di corsa verso il portone e digitò nuovamente il codice. Entrò, salì
le scale fino al quarto piano e si mise a martellare coi pugni la porta di
Lilian Josefsson.
Erano già quasi le sei e mezza quando Annika, essendosi ripresa, fu in
grado di fare una telefonata. Aveva un occhio nero e un taglio sul sopracciglio. Lilian Josefsson l'aveva disinfettato e ci aveva messo sopra un cerotto. No, Annika non voleva andare all'ospedale. Si, avrebbe preso volentieri una tazza di tè. Solo dopo cominciò a pensare di nuovo razionalmente.
La sua prima mossa fu di chiamare il fratello.
Mikael Blomkvist era ancora in redazione, a caccia di informazioni
sull'assassino di Zalachenko insieme a Henry Cortez e Malin Eriksson.
Ascoltò con crescente sgomento il resoconto di Annika su quanto era accaduto.
«Tu stai bene?» chiese.
«Ho un occhio nero. Ma sto bene, ora che sono riuscita a calmarmi.»
«Una rapina?»
«Hanno preso la mia cartella con il fascicolo su Zalachenko che mi avevi dato tu. Ora non c'è più.»
«Nessun problema. Posso farne un'altra copia.»
Si interruppe. Sentì d'improvviso i peli rizzarsi sulla nuca. Prima Zalachenko. Poi Annika.
«Annika... ti richiamo.»
Chiuse il suo iBook e lo infilò nella borsa, lasciando di gran carriera la
redazione senza una parola. Di corsa tornò a casa in Bellmansgatan e salì
le scale.
La porta era chiusa.
Non appena entrò nell'appartamento vide che la cartella blu che aveva
lasciato sul tavolo era sparita. Non si diede la pena di cercare. Sapeva esattamente dov'era quando lui era uscito di casa. Si lasciò cadere su una sedia
accanto al tavolo della cucina mentre i pensieri gli si affollavano in testa.
Qualcuno era stato nel suo appartamento. Qualcuno stava cancellando
tutte le tracce di Zalachenko.
Sia la sua copia che quella di Annika non c'erano più.
Ma Bublanski aveva ancora il rapporto.
O forse no?
Mikael si alzò e stava per prendere il telefono quando si fermò con la
mano sul ricevitore. Qualcuno era stato nel suo appartamento. D'improvviso fissò il telefono con sospetto e si tastò la tasca della giacca alla ricerca
del cellulare. Rimase fermo in piedi con il cellulare in mano.
Quanto facile poteva essere intercettare una conversazione telefonica da
un cellulare?
Lo appoggiò lentamente accanto all'apparecchio fisso e si guardò intorno.
Tornò a sedersi al tavolo della cucina.
Guardò la borsa del computer.
Quanto difficile è leggere la posta elettronica altrui? Lisbeth Salander ci
riusciva in cinque minuti.
Si soffermò a lungo a riflettere prima di tornare al telefono e chiamare la
sorella a Göteborg. Fu molto attento a come si esprimeva.
«Ciao... allora come va?»
«Sono okay, Micke.»
«Raccontami quello che è successo da quando sei arrivata al
Sahlgrenska a quando è avvenuta l'aggressione.»
Le occorsero dieci minuti per fargli una relazione sulla sua giornata.
Mikael non discusse le implicazioni di quanto gli veniva raccontato, ma
inserì qua e là delle domande finché non fu soddisfatto. Voleva sembrare
un fratello preoccupato mentre il suo cervello lavorava su tutt'altro piano a
ricostruire i punti fondamentali.
Annika aveva deciso di fermarsi a Göteborg alle quattro e mezza del
pomeriggio, e aveva chiamato col cellulare la sua amica che le aveva fornito indirizzo e codice per aprire il portone. Alle sei il rapinatore era già in
attesa nell'androne.
Il cellulare di Annika era sotto controllo. Era l'unica spiegazione possibile.
Il che poteva significare che anche lui aveva i telefoni sotto controllo.
Credere qualcosa di diverso sarebbe stato assurdo.
«Ma hanno preso il fascicolo su Zalachenko» ripeté Annika.
Mikael esitò un momento. Chi aveva rubato il fascicolo era già al corrente del furto. Era naturale raccontarlo a sua sorella al telefono.
«Hanno preso anche il mio» disse quindi.
«Cosa?»
Mikael spiegò che era tornato a casa di corsa e che la cartella blu che aveva lasciato sul tavolo della cucina era sparita.
«Okay» disse poi in tono cupo. «È una catastrofe. Il fascicolo su Zalachenko non c'è più. Era il pezzo più pesante delle nostre prove.»
«Micke... mi dispiace.»
«Anche a me» disse Mikael. «Diavolo! Ma non è tua la colpa. Avrei dovuto rendere pubblico il rapporto il giorno stesso che l'ho avuto in mano.»
«Cosa facciamo adesso?»
«Non lo so. Questa è la cosa peggiore che poteva capitare. Fa crollare
tutta la nostra impostazione. Non abbiamo uno straccio di prova contro
Björck e Teleborian.»
Parlarono per altri due minuti prima che Mikael chiudesse la conversazione.
«Voglio che tu venga su a Stoccolma domani» disse.
«Mi dispiace. Devo incontrare Lisbeth.»
«Incontrala in mattinata. Parti nel pomeriggio. Dobbiamo trovarci per riflettere sul da farsi.»
Quando ebbe concluso la telefonata, Mikael rimase seduto immobile sul
divano, lo sguardo fisso davanti a sé. Poi un sorriso si diffuse sul suo viso.
Chi aveva intercettato la conversazione adesso sapeva che Millennium aveva perso l'inchiesta di Gunnar Björck del 1991 e la corrispondenza fra
Björck e quel pazzo del dottor Peter Teleborian. Sapeva che Mikael e
Annika erano disorientati.
Dalle sue ricerche della notte precedente sulla storia dei servizi segreti,
Mikael aveva imparato quanto meno che la disinformazione era la base di
tutta l'attività spionistica. E aveva appena gettato il seme di una disinformazione che in prospettiva avrebbe potuto dimostrarsi preziosissima.
Aprì la borsa del computer e tirò fuori la copia dell'inchiesta che aveva
fatto per Dragan Armanskij e che non aveva ancora avuto il tempo di consegnargli. Era l'unica rimasta. Non aveva nessuna intenzione di perderla.
Ne avrebbe immediatamente fatte almeno altre cinque e le avrebbe piazzate nei posti giusti.
Diede un'occhiata all'orologio e telefonò alla redazione di Millennium.
Malin Eriksson era ancora lì ma stava per chiudere.
«Perché sei scappato via di corsa?»
«Saresti così gentile da fermarti ancora un momento? Sto tornando lì e
ho una cosa che devo discutere con te prima che te ne vada.»
Era da settimane che non faceva una lavatrice. Le camicie erano tutte nel
cesto della biancheria sporca. Mise in una borsa il rasoio e Lotta di potere
per il controllo della Säpo insieme all'ultima copia rimasta dell'indagine di
Björck. Raggiunse a piedi Dressmann e comperò quattro camicie, due paia
di pantaloni e dieci paia di mutande, e portò tutto in redazione. Malin
Eriksson aspettò mentre si faceva una rapida doccia, chiedendosi cosa bollisse in pentola.
«Qualcuno si è introdotto in casa mia e ha rubato il rapporto su Zalachenko. Qualcuno ha aggredito Annika a Göteborg e ha rubato la sua copia. Ho le prove che il suo telefono è sotto controllo, la qual cosa probabilmente implica che anche il mio telefono e forse anche il tuo e tutti quelli
della redazione siano infestati di cimici. E chi si è preso il disturbo di entrare nel mio appartamento sarebbe un idiota se non ne avesse approfittato
per spargere cimici anche lì.»
«Aha» fece Malin con voce piatta. Sbirciò verso il suo cellulare che era
appoggiato sulla scrivania davanti a lei.
«Continua a lavorare come al solito. Usa il cellulare ma non per passare
informazioni. Domani dobbiamo avvisare anche Henry.»
«Okay. È andato via un'ora fa. Ha lasciato una pila di fogli sulla tua
scrivania. Ma cosa ci fai tu...»
«Dormo qui stanotte. Oggi hanno ammazzato Zalachenko, rubato i rapporti e messo cimici nel mio appartamento, ma ci sono buone probabilità
che siano appena entrati in azione e non abbiano ancora fatto in tempo a
occuparsi della redazione. Di giorno c'è gente, ma non voglio che rimanga
deserta di notte.»
«Tu credi che l'omicidio di Zalachenko... Ma l'assassino era un uomo di
settantotto anni con problemi psichici.»
«Non credo neanche un po' a una simile coincidenza. Qualcuno sta cancellando le tracce di Zalachenko. Me ne infischio altamente di chi sia quel
settantottenne e di quante lettere deliranti abbia scritto ai ministri. Per me
era un sicario. È andato lì con l'intento di uccidere Zalachenko... e forse
anche Lisbeth Salander.»
«Ma poi si è suicidato, o almeno ci ha provato. Quale sicario lo fa?»
Mikael rifletté un momento. Incontrò lo sguardo del caporedattore.
«Qualcuno che ha settantotto anni e forse non ha niente da perdere. Doveva essere coinvolto anche lui in questa faccenda, e quando avremo finito
di scavare saremo in grado di dimostrarlo.»
Malin Eriksson studiò attentamente il viso di Mikael. Non l'aveva mai
visto così freddamente irremovibile. Tutto d'un tratto rabbrividì. Mikael
notò la sua reazione.
«Ancora una cosa. Siamo coinvolti in uno scontro non con una banda
criminale ma con un'autorità statale. Sarà una bella impresa.»
Malin annuì.
«Non avevo pensato che si sarebbe arrivati così lontano. Malin, se vuoi
tirarti indietro non hai che da dirlo.»
Lei esitò un momento. Si chiese cosa avrebbe detto Erika Berger. Poi
scosse ostinatamente la testa.
Parte seconda
Hacker Republic
1 - 22 maggio
Una legge irlandese del 697 dopo Cristo proibisce alle donne di entrare
nell'esercito - la qual cosa lascia intendere che le donne in precedenza erano state militari. Popoli che nel corso della storia si sono serviti in varie
occasioni di donne soldato sono fra gli altri gli arabi, i berberi, i curdi, i
rajputi, i cinesi, i filippini, i maori, i papuani, gli aborigeni australiani, i
micronesiani e gli indiani d'America.
Esistono molti racconti su temute donne guerriere nell'antica Grecia.
Parlano di donne addestrate fin dall'infanzia all'arte della guerra, all'uso
delle armi e alla sopportazione delle privazioni fisiche. Vivevano separate
dagli uomini e andavano in guerra con reggimenti propri. Non di rado i
racconti contengono elementi che lasciano intendere che sconfiggessero
anche gli uomini sul campo di battaglia. Le amazzoni ricorrono nella letteratura greca, per esempio nell'Iliade di Omero, circa settecento anni prima
di Cristo.
Furono i greci a coniare il termine "amazzoni". Il vocabolo significa letteralmente "senza seni". Lo si spiega con il fatto che, allo scopo di poter
tendere più facilmente l'arco, veniva loro asportata la mammella destra.
Anche se due dei medici greci più celebri, Ippocrate e Galeno, pare concordassero sul fatto che questa operazione aumentava la capacità di utiliz-
zare l'arma, è tuttavia dubbio che tali interventi chirurgici venissero realmente effettuati. C'è inoltre un misterioso punto interrogativo linguistico non è chiaro se il prefisso "a" in "amazzone" significhi veramente "senza",
o non invece l'opposto e cioè che un'amazzone era una donna con i seni
particolarmente sviluppati. Non esiste nessun esempio in nessun museo di
raffigurazioni di donne prive della mammella destra. Ma se la leggenda
della mutilazione avesse qualche fondamento, dovrebbe essere un motivo
ricorrente.
8.
Domenica 1 maggio - lunedì 2 maggio
Erika Berger fece un respiro profondo prima di spingere con decisione la
porta dell'ascensore e fare il suo ingresso nella redazione del quotidiano
Svenska Morgon-Posten. Erano le dieci e un quarto del mattino. Era vestita
elegantemente, pantaloni neri, golf rosso e giacca scura. Il tempo era
splendido. Attraversando la città aveva constatato che il movimento dei lavoratori aveva cominciato a radunarsi e che lei non partecipava a un corteo
di dimostranti da circa vent'anni.
Per un attimo si fermò appena fuori dall'ascensore, sola e invisibile.
Primo giorno del nuovo incarico. Da lì vedeva buona parte della redazione
con il bancone nel mezzo. Alzò un po' lo sguardo e vide anche le porte di
vetro dell'ufficio del caporedattore che d'ora in avanti sarebbe stato il suo
posto di lavoro.
Non era del tutto convinta di essere la persona giusta per guidare lo
Svenska Morgon-Posten. Era un passo gigantesco, da Millennium a un
quotidiano con ottanta giornalisti e altre novanta persone circa fra amministrazione, tecnici, grafici, fotografi, venditori di spazi pubblicitari, distribuzione. Inoltre c'erano anche una casa editrice, una società di produzione
e una società di gestione. Complessivamente, circa duecentotrenta persone.
Per un istante si domandò se non fosse tutto un gigantesco errore.
Poi la più anziana delle due donne al centralino si accorse che era arrivata in redazione e le tese la mano.
«Signora Berger. Benvenuta all'Smp.»
«Mi chiamo Erika. Salve.»
«Beatrice. Benvenuta. Le mostro dov'è l'ufficio del caporedattore Morander... sì, del caporedattore uscente, dovrei dire.»
«Grazie, l'ho già visto nel gabbiotto di vetro là in fondo» disse Erika, e
sorrise. «Credo di riuscire ad arrivarci da sola. Grazie comunque della gentilezza.»
Attraversò a passo spedito la redazione e notò che il brusio era calato un
po' di tono. D'improvviso aveva tutti gli sguardi su di sé. Si fermò davanti
al bancone e disse cortesemente: «Ci conosceremo come si conviene fra un
momento.» Poi andò a bussare sullo stipite della porta di vetro.
Il caporedattore uscente Håkan Morander aveva cinquantanove anni e ne
aveva trascorsi dodici nel gabbiotto alla redazione dell'Smp. Proprio come
Erika, ai suoi tempi era stato scelto con cura all'esterno e un bel giorno aveva fatto la stessa prima passeggiata appena fatta da lei. Morander la
guardò confuso, diede un'occhiata all'orologio e si alzò in piedi.
«Salve Erika» la salutò. «Credevo che avresti cominciato lunedì.»
«Non sopportavo di stare a casa con le mani in mano un solo giorno di
più. Perciò eccomi qui.»
Morander tese la mano.
«Benvenuta. Sarà un grande sollievo passarti il testimone.»
«Come stai?» domandò Erika.
Lui alzò le spalle nell'attimo stesso in cui Beatrice entrava con caffè e
latte.
«Mi sembra già di marciare a mezza velocità. Ma non ne voglio parlare.
Uno se ne va in giro sentendosi giovane e immortale, e poi tutto d'un tratto
gli rimane pochissimo tempo. Una cosa è certa, non ho nessuna intenzione
di sprecarlo dentro questa gabbia di vetro.»
Si massaggiò il petto con un gesto inconscio. Aveva problemi cardiaci e
vascolari, e questo era il motivo delle sue improvvise dimissioni e del fatto
che Erika doveva cominciare prima di quanto previsto.
Erika si voltò e lasciò scorrere lo sguardo sulla redazione. Era semivuota. Vide un reporter e un fotografo che si avviavano verso l'ascensore, probabilmente per un servizio sul primo maggio.
«Se disturbo o se sei occupato posso andarmene.»
«Il mio lavoro per oggi è scrivere un articolo di fondo di quattromilacinquecento battute sulle dimostrazioni del primo maggio. Ne ho scritti talmente tanti che potrei farlo anche dormendo. Devo spiegare perché i socialdemocratici sbagliano a non volere la guerra con la Danimarca.»
«La Danimarca?» disse Erika, perplessa.
«Ma sì, una parte del messaggio in questa ricorrenza deve pur trattare
del conflitto sulla questione dell'integrazione. E i socialdemocratici ovviamente hanno torto, qualsiasi cosa dicano.»
D'un tratto scoppiò a ridere.
«Suona piuttosto cinico.»
«Benvenuta all'Smp.»
Erika non aveva mai avuto nessuna opinione su Håkan Morander. Era un
anonimo potente nell'élite dei capiredattori. Quando aveva letto i suoi articoli di fondo le era sembrato noioso e conservatore, un esperto di lamentele sulle tasse come ogni liberale propugnatore della libertà d'espressione.
Ma non l'aveva mai incontrato prima né aveva mai avuto occasione di parlare con lui.
«Raccontami del lavoro» disse.
«Io termino a fine giugno. Funzioneremo in parallelo per un paio di mesi. Tu scoprirai cose positive e cose negative. Io sono un cinico, per cui
vedo soprattutto quelle negative.»
Si alzò e si piazzò accanto a lei davanti al vetro.
«Anche tu finirai per avere un certo numero di oppositori là fuori, capiturno e veterani che si sono creati i loro piccoli imperi e hanno un loro
club del quale tu non puoi entrare a far parte. Cercheranno di allargarsi e di
portare avanti le loro rubriche e i loro punti di vista personali. Dovrai avere
la mano molto ferma per non cedere.»
Erika annuì.
«Ci sono Billing e Karlsson... loro sono un capitolo a sé. Si detestano e
grazie al cielo fanno turni separati, ma si comportano come se fossero entrambi direttori responsabili. C'è Anders Holm, il caposervizio dell'informazione con il quale avrai moltissimo a che fare. Di sicuro avrete qualche
scontro. In realtà è lui che fa l'Smp ogni giorno. Hai qualche reporter che è
un divo e altri che dovrebbero andare in pensione.»
«Bravi collaboratori non ce ne sono?»
Morander scoppiò a ridere.
«Certo. Ma dovrai decidere tu con quali andare d'accordo. Abbiamo alcuni reporter là fuori che sono molto molto in gamba.»
«La direzione?»
«Magnus Borgsjö è il presidente del consiglio d'amministrazione. È lui
che ti ha reclutata. È un tipo affascinante, un po' della vecchia scuola e un
po' innovatore, ma soprattutto è la persona che decide. Ci sono alcuni
membri del consiglio d'amministrazione, soprattutto della famiglia dei proprietari, che sembrano per lo più scaldare la sedia, e altri che svolazzano
intorno come professionisti della direzione.»
«Non sembri molto convinto del consiglio d'amministrazione.»
«C'è una divisione dei compiti. Tu pubblichi il giornale. Loro si occupano della parte economica e non devono intromettersi per quanto riguarda il
contenuto. Ma si creano sempre delle frizioni. Detto onestamente, Erika,
sarà una bella sfida.»
«Perché?»
«La tiratura è calata di quasi centocinquantamila copie dall'epoca d'oro
degli anni sessanta e l'Smp comincia ad avvicinarsi al limite oltre il quale
non renderebbe più. Abbiamo tagliato oltre centottanta posti di lavoro dal
1980. Siamo passati al formato tabloid, cosa che avremmo dovuto fare
vent'anni fa. L'Smp è ancora uno dei grandi quotidiani, ma basterebbe poco
perché cominciassero a considerarci come un giornale di serie B. Se già
non succede.»
«Perché hanno scelto me?» disse Erika.
«Perché l'età media di quelli che leggono l'Smp è sopra i cinquanta e la
crescita dei ventenni è quasi a zero. Bisogna rinnovare. E il ragionamento
della direzione è stato di reclutare il caporedattore più improbabile che riuscissero a immaginarsi.»
«Una donna?»
«Non soltanto una donna. La donna che ha frantumato l'impero di
Wennerström, che viene celebrata come la regina del giornalismo investigativo e ha fama di essere tosta come nessun altro. Prova a pensarci. È irresistibile. Se non ci riesci tu a rinnovare il giornale, non lo può fare nessuno. L'Smp assume non soltanto Erika Berger ma soprattutto la sua fama.»
Quando Mikael Blomkvist lasciò il caffè Copacabana accanto al cinema
Kvartersbio a Hornstull erano da poco passate le due del pomeriggio. Si
mise gli occhiali da sole e svoltò in Berglunds Strand per raggiungere la
metropolitana. Vide quasi subito la Volvo grigia parcheggiata appena dietro l'angolo. La superò senza rallentare e constatò che la targa era la stessa
e che la macchina era vuota.
Era la settima volta che notava quell'automobile negli ultimi quattro
giorni. Non sapeva se gli girasse intorno già da tempo o se il fatto di averla
notata fosse solo un caso. La prima volta, l'auto era parcheggiata nelle vicinanze del suo portone in Bellmansgatan, la mattina di mercoledì, quando
stava andando a piedi in redazione. Casualmente il suo sguardo si era posato sulla targa che cominciava con Kab, l'aveva notata perché gli aveva
ricordato il nome della società fantasma di Alexander Zalachenko, la Karl
Axel Bodin. Ma probabilmente non avrebbe riflettuto sulla cosa se non avesse rivisto la stessa targa solo qualche ora più tardi mentre andava a
pranzo con Henry Cortez e Malin Eriksson in Medborgarplatsen. Stavolta
la Volvo era parcheggiata in una laterale della via dove c'era la redazione
di Millennium.
Si domandò se non stesse diventando paranoico. Ma nel pomeriggio era
andato a trovare Holger Palmgren alla clinica di Ersta e la Volvo grigia era
ferma nel parcheggio dei visitatori. Non poteva essere un caso. Mikael
cominciò a stare all'erta. Non rimase sorpreso quando vide di nuovo l'auto
il mattino seguente.
In nessuna occasione c'era un guidatore. Telefonando all'ufficio del registro automobilistico aveva saputo che la Volvo era registrata a nome di un
certo Göran Mårtensson, quarant'anni, domiciliato in Vittangigatan a
Vällingby. Dopo una breve ricerca, Mikael sapeva che Göran Mårtensson
aveva il titolo di consulente aziendale ed era proprietario di una società
domiciliata presso una casella postale in Fleminggatan a Kungsholmen.
Mårtensson aveva un curriculum che nel contesto era di un certo interesse.
A diciotto anni, nel 1983, aveva fatto il servizio militare nei reparti speciali
costieri, dopo di che aveva preso servizio nelle forze armate. Era arrivato
al grado di tenente quando, nel 1989, si era congedato e aveva cambiato
settore, andando a studiare all'accademia di polizia a Solna. Fra il 1991 e il
1996 aveva lavorato alla polizia di Stoccolma. Nel 1997 aveva lasciato il
servizio pubblico e nel 1999 aveva registrato la propria ditta.
Säpo, dunque.
Mikael si mordicchiò il labbro inferiore. Uno zelante giornalista investigativo avrebbe potuto diventare paranoico per molto meno. Trasse la conclusione che l'avevano messo sotto sorveglianza ma che la cosa veniva fatta in maniera così goffa che lui se n'era accorto.
Ma davvero si poteva parlare di goffaggine? L'unico motivo per cui aveva notato la macchina era la sua targa singolare che per pura coincidenza
significava qualcosa per lui. Non fosse stato per quel Kab, non avrebbe
degnato la Volvo grigia di una sola occhiata.
Nella giornata di venerdì della macchina non c'era stata traccia. Mikael
non ne era del tutto sicuro, ma gli era parso di avere la compagnia di una
Audi rossa quel giorno, anche se non era riuscito a vederne la targa. Il sabato tuttavia la Volvo era ricomparsa.
Venti secondi esatti dopo che Blomkvist aveva lasciato il Copacabana,
Christer Malm sollevò la sua Nikon digitale e scattò una serie di dodici foto dalla sua postazione, un tavolino all'ombra del caffè Rosso, sull'altro lato della strada. Fotografò i due uomini che erano usciti dal locale subito
dopo Mikael e si erano messi nella sua scia.
Uno era un tipo sulla quarantina, biondo di capelli. L'altro, anche lui
biondo di capelli, aveva degli occhiali da sole scuri. Entrambi erano vestiti
in jeans e giacca di pelle scura.
Accanto alla Volvo grigia si separarono. Quello con gli occhiali da sole
aprì la portiera mentre l'altro continuò a seguire Blomkvist a piedi verso la
metropolitana.
Christer Malm abbassò la macchina fotografica e sospirò. Non aveva la
minima idea del perché Mikael gli avesse chiesto con insistenza di fare il
giro dell'isolato intorno al Copacabana la domenica pomeriggio per scovare una Volvo grigia con un certo numero di targa. Gli aveva anche chiesto
di piazzarsi in modo da poter fotografare la persona che molto probabilmente avrebbe aperto la portiera subito dopo le tre. Al tempo stesso avrebbe dovuto tenere gli occhi aperti per controllare se qualcuno lo pedinava.
Suonava come il preludio di un tipico pezzo alla Blomkvist. Christer
Malm non sapeva decidere se Mikael fosse paranoico di natura oppure avesse facoltà paranormali. Dopo gli avvenimenti di Gosseberga, Mikael
era ancora più chiuso e comunicare con lui era un'impresa. È pur vero che
questo non era affatto insolito quando lavorava a qualche inchiesta intricata - aveva notato in lui la stessa chiusa ossessione e riservatezza ai tempi
dell'affare Wennerström -, ma stavolta era più evidente che mai.
Christer non ebbe difficoltà a constatare che Mikael era effettivamente
pedinato. Si domandò quale nuovo casino stesse bollendo in pentola. Con
ogni probabilità avrebbe impegnato tempo, forze e mezzi di Millennium. E
non gli pareva una grande idea quella di andare a perdersi dietro Blomkvist
quando il caporedattore del giornale aveva disertato per unirsi al "grande
drago" e la stabilità faticosamente ricostruita di Millennium d'improvviso
era minacciata.
Ma d'altro lato erano almeno dieci anni che non partecipava a un corteo
di dimostranti, a eccezione del Gay Pride, e quella domenica 1 maggio non
aveva niente di meglio da fare che accontentare Mikael. Si alzò e si mise
sulle tracce dell'uomo che stava pedinando Mikael Blomkvist. La qual cosa non faceva parte delle istruzioni. D'altro canto lo perdette di vista già in
Långholmsgatan.
Una delle prime misure adottate da Blomkvist quando si era reso conto
che il suo telefono probabilmente era sotto controllo era stata di spedire
Henry Cortez ad acquistare dei cellulari usati. Henry aveva recuperato gli
avanzi di una partita di Ericsson T10 per una sciocchezza. Mikael comperò
delle tessere prepagate della Comviq e distribuì i telefoni di riserva a
Malin, Henry, Christer, Annika e Armanskij, oltre a prenderne uno per sé.
Dovevano essere usati unicamente per chiamate che non dovevano assolutamente essere intercettate. Il normale traffico telefonico doveva avvenire
sui soliti numeri. La qual cosa comportava che tutti dovevano portarsi dietro due cellulari.
Mikael andò dal Copacabana alla redazione, dove Henry era di turno per
la giornata. Dopo l'omicidio di Zalachenko, Mikael aveva fatto in modo
che ci fosse sempre qualcuno, anche di notte. Aveva coinvolto Henry,
Malin e Christer, non Lottie Karim, Monica Nilsson e il direttore
marketing Sonny Magnusson, che non erano stati neppure interpellati al
proposito. Lottie Karim aveva paura del buio e per nulla al mondo avrebbe
accettato di dormire in redazione. Monica Nilsson non aveva la benché
minima paura del buio, ma lavorava già come una matta ed era il tipo che
al termine della giornata se ne va a casa. Sonny Magnusson aveva sessantun anni e non aveva niente a che fare con il lavoro redazionale; inoltre
stava per andare in ferie.
«Qualcosa di nuovo?» chiese Mikael.
«Niente di particolare» rispose Henry. «Oggi le notizie sono tutte sul
primo maggio.»
Mikael annuì.
«Mi fermo qui un paio d'ore. Va' pure a casa e torna stasera alle nove.»
Quando Henry fu sparito, Mikael andò alla scrivania e tirò fuori il cellulare anonimo. Telefonò al giornalista freelance Daniel Olofsson a
Göteborg. Nel corso degli anni Millennium aveva pubblicato diversi testi
di Olofsson, e Mikael aveva grande fiducia nella sua capacità giornalistica
di raccogliere materiale.
«Salve Daniel. Sono Mikael Blomkvist. Sei libero?»
«Certo.»
«Mi occorre un lavoro di ricerca. Puoi fatturare cinque giorni, non voglio un pezzo. O meglio, se ti va di scrivere sull'argomento poi noi pubblichiamo, ma è solo la ricerca che ci interessa.»
«Spara.»
«È una questione un po' delicata. Non devi discuterne con nessuno tran-
ne che con me, e puoi comunicare con me solo tramite Hotmail. Non devi
dire neppure che stai svolgendo ricerche su incarico di Millennium.»
«Suona divertente. A cosa sei interessato?»
«A un reportage dall'ospedale Sahlgrenska. Lo chiameremo Medici in
prima linea. Tratterà della differenza fra la realtà e la serie tv. Voglio che
tu segua il lavoro del pronto soccorso e del reparto di terapia intensiva per
un paio di giorni. Che parli con medici, infermieri, personale ausiliario,
tutti quelli che ci lavorano. Come sono le condizioni di lavoro e così via.
Foto, naturalmente.»
«Terapia intensiva?» si stupì Olofsson.
«Sì. Devi concentrarti sull'assistenza ai pazienti in gravi condizioni del
corridoio 11C. Voglio sapere com'è organizzato il reparto, chi ci lavora,
che aspetto hanno e da dove vengono.»
«Mmm» fece Olofsson. «Se non vado errato, all'11C è ricoverata una
certa Lisbeth Salander.»
Il ragazzo non era mica stupido.
«Ma davvero?» fece Blomkvist. «Interessante. Scopri in quale stanza è,
cosa c'è in quelle vicine, e tutto ciò che la riguarda.»
«Mi sa che questo reportage finirà per trattare di qualcosa di totalmente
diverso» disse Olofsson.
«Come s'è detto... io voglio solo avere i risultati della tua ricerca.»
Si scambiarono gli indirizzi Hotmail.
Lisbeth Salander era stesa sul pavimento della sua stanza al Sahlgrenska
quando l'infermiera Marianne aprì la porta.
«Mmm» fece Marianne, sottolineando in tal modo i propri dubbi
sull'opportunità di stare stesi per terra in un reparto di terapia intensiva. Ma
accettò il fatto che era l'unica palestra possibile per la paziente.
Lisbeth era sudata fradicia. Aveva dedicato trenta minuti a flessioni ed
estensioni secondo le prescrizioni del suo fisioterapista. Si trattava di una
lunga serie di movimenti che doveva fare ogni giorno per rinforzare la muscolatura della spalla e dell'anca, dopo l'intervento di tre settimane prima.
Aveva il respiro pesante e si sentiva totalmente fuori forma. Si stancava in
fretta e la spalla le doleva a ogni minimo sforzo. Ma era senza dubbio in
via di miglioramento. Il mal di testa che l'aveva tormentata nei primi tempi
dopo l'operazione si ripresentava sempre meno spesso.
Si rendeva conto che stava abbastanza bene da essere in condizione di
lasciare l'ospedale, o almeno di svignarsela. Se fosse stato possibile. Ma
non era così. Sia perché i medici non l'avevano ancora dichiarata completamente ristabilita, sia perché la porta della sua stanza era sempre chiusa a
chiave e sorvegliata da un dannato energumeno della Securitas che se ne
stava piazzato su una sedia fuori in corridoio.
Avrebbe potuto essere trasferita in un normale reparto di riabilitazione,
ma la polizia e la direzione dell'ospedale avevano deciso di comune accordo che Lisbeth per il momento rimanesse nella stanza 18. Era facile da
sorvegliare, c'era sempre qualcuno nelle vicinanze ed era alla fine di un
corridoio a forma di L. Trattenerla nel corridoio 11C, dove dopo l'omicidio
di Zalachenko il personale era sensibile al tema sicurezza e conosceva già
le problematiche relative alla sua persona, era più semplice che trasferirla
in un reparto nuovo con tutto ciò che questo avrebbe comportato.
Ma la sua permanenza al Sahlgrenska era in ogni caso questione di qualche altra settimana. Non appena i medici l'avessero dimessa, sarebbe stata
trasferita al carcere di Kronoberg a Stoccolma in attesa del processo. E la
persona che doveva decidere quando effettuare questo trasferimento era il
dottor Anders Jonasson.
Erano trascorsi ben dieci giorni dagli avvenimenti di Gosseberga prima
che il dottor Jonasson desse il permesso alla polizia di procedere a un interrogatorio, e agli occhi di Annika Giannini questa era un'ottima cosa.
Purtroppo però Jonasson aveva messo i bastoni fra le ruote anche alle visite della stessa Annika alla sua assistita. E questo era fastidioso.
Dopo il tumulto seguito all'omicidio di Zalachenko, Jonasson aveva effettuato un'ampia valutazione delle condizioni di Lisbeth, senza trascurare
che la ragazza era esposta a un forte stress essendo sospettata di gravi reati.
Anders Jonasson non aveva la più pallida idea se fosse colpevole o innocente, e come medico non era nemmeno minimamente interessato a una risposta a quella domanda. Si limitava a dichiarare che Lisbeth Salander era
esposta a un forte stress. Le avevano sparato tre volte, e una delle pallottole le aveva colpito il cervello, quasi uccidendola. La sua temperatura non
voleva scendere e soffriva di acuti mal di testa.
Jonasson voleva andare sul sicuro. Sospettata di omicidio o meno era
una sua paziente, e lui aveva il dovere di provvedere alla sua pronta guarigione. Aveva perciò vietato le visite, a prescindere dal divieto giuridicamente motivato imposto dal procuratore. E aveva prescritto dei farmaci e
riposo totale.
Anders Jonasson riteneva che il completo isolamento fosse una punizione inumana, quasi una tortura, e che nessun essere umano avrebbe potuto
trarre giovamento dall'essere totalmente separato dai propri amici, dunque
pensò che l'avvocato Annika Giannini avrebbe potuto supplire a questa limitazione. Ma ebbe con lei un colloquio molto serio e le spiegò che le sarebbe stato concesso di stare con Lisbeth solo un'ora al giorno. In quell'ora
avrebbe potuto parlare con lei o semplicemente stare lì seduta in silenzio a
farle compagnia. Le loro conversazioni avrebbero però dovuto riguardare
il meno possibile i problemi di Lisbeth e le sue imminenti battaglie giudiziarie.
«Lisbeth Salander si è presa una pallottola in testa» le spiegò. «Sono
convinto che sia fuori pericolo, ma c'è sempre il rischio che si producano
emorragie o insorgano complicazioni. Ha bisogno di riposare per guarire.
Solo dopo potrà occuparsi dei suoi problemi con la giustizia.»
Annika aveva capito. Fece qualche discorso generico con Lisbeth e le
accennò a come si configurava la strategia sua e di Mikael, ma nei primi
tempi non ebbe alcuna possibilità di entrare nei dettagli. Lisbeth era così
drogata di farmaci e così sfinita che spesso si addormentava nel bel mezzo
della conversazione.
Dragan Armanskij esaminò la serie di fotografie scattate da Christer
Malm ai due uomini che avevano seguito Mikael Blomkvist fuori dal Copacabana. Erano estremamente nitide.
«No» disse. «Non li ho mai visti prima.»
Mikael assentì. Si erano incontrati nell'ufficio di Armanskij alla Milton
Security il lunedì mattina. Mikael era entrato dal garage.
«Il più vecchio è Göran Mårtensson, che è il proprietario della Volvo.
Mi sta seguendo come la coscienza sporca almeno da qualche giorno, ma
ovviamente può essere che la cosa vada avanti anche da più tempo.»
«E tu sostieni che è della Säpo.»
Mikael gli riferì i precedenti di Mårtensson che era riuscito a mettere insieme. Parlavano da soli. Armanskij esitava. Provava sensazioni contrastanti di fronte alle rivelazioni di Blomkvist.
Era un fatto che le polizie segrete statali facevano sempre delle figuracce. Era la condizione naturale delle cose non soltanto per la Säpo ma probabilmente per tutti i servizi segreti del mondo. Buon dio, i francesi avevano mandato in Nuova Zelanda una squadra di sommozzatori per far saltare in aria la Rainbow Warrior di Greenpeace. Probabilmente la più stupida operazione della storia mondiale, con l'eccezione forse del Watergate.
Con degli ordini così non c'era da stupirsi che scoppiassero degli scandali.
D'altra parte i successi non venivano mai riferiti. I media si gettavano sui
servizi segreti quando succedeva qualcosa di indecente o di stupido o di
malriuscito con tutta la saggezza che si può avere a posteriori.
Armanskij non aveva mai capito l'atteggiamento dei media nei confronti
della Säpo.
Da un lato la consideravano una fonte eccellente, di un certo peso. Una
qualunque stupidaggine provocava titoli vistosi. La Säpo sospetta che...
Dall'altro lato media e politici di vario colore si dedicavano a giustiziare
con rara meticolosità i membri della polizia segreta che spiavano i cittadini
svedesi, quando venivano scoperti. In tutto questo c'era qualcosa di tanto
contraddittorio che Armanskij pensava che né i politici né i media avessero
tutte le rotelle al loro posto.
Non aveva nulla in contrario all'esistenza della Säpo. Qualcuno doveva
pur avere la responsabilità di evitare che gli imbecilli nazional-bolscevichi
che avevano letto troppo Bakunin mettessero insieme una bomba di concime chimico e petrolio e la piazzassero in un furgone davanti a Rosenbad.
Della Säpo c'era bisogno, e Armanskij era del parere che un po' di spionaggio non sempre fosse un male, se però lo scopo era di proteggere la
tranquillità dei cittadini.
Ovviamente, un'organizzazione che ha per compito di spiare i cittadini
dev'essere sotto il più rigido controllo pubblico e il più elevato controllo
costituzionale. Il problema con la Säpo era che per i politici e i parlamentari era quasi impossibile metterci il naso, anche se il primo ministro avesse
formalmente dato accesso a ogni documento. Armanskij si era fatto prestare il libro di Carl Lidbom, Un incarico, e l'aveva letto con crescente stupore. Negli Usa una decina di membri di primo piano dei servizi segreti svedesi sarebbero stati immediatamente arrestati e costretti a sfilare davanti a
qualche commissione del Congresso. In Svezia erano apparentemente inavvicinabili.
Il caso Salander dimostrava che c'era del marcio all'interno dell'organizzazione, ma quando Blomkvist era arrivato lì e gli aveva dato un cellulare
sicuro, come prima reazione aveva pensato che fosse paranoico. Solo dopo
aver appreso i dettagli e aver studiato le fotografie di Christer Malm aveva
dovuto ammettere controvoglia che i sospetti di Blomkvist erano motivati.
La qual cosa non prometteva nulla di buono, anzi lasciava intendere che la
congiura che quindici anni prima aveva avuto come oggetto Lisbeth Salander non era un caso.
C'erano semplicemente troppe coincidenze perché si trattasse di un caso.
Ammettiamo pure che Zalachenko potesse essere stato ucciso da un pazzo.
Ma non nello stesso momento in cui a Mikael Blomkvist e ad Annika
Giannini veniva rubato il documento che costituiva la base dell'impianto
probatorio. Era un bel guaio. E come se non bastasse il supertestimone
Gunnar Björck si era pure impiccato.
«Okay» disse Armanskij, riordinando la documentazione di Mikael.
«Siamo d'accordo che io parli di questa cosa con il mio contatto?»
«Si tratta di una persona della quale dici di fidarti.»
«So che è una persona di elevata moralità e di condotta molto democratica.»
«All'interno della Säpo» disse Mikael con palese perplessità nella voce.
«Dobbiamo essere d'accordo. Sia io che Holger Palmgren abbiamo accettato il tuo piano e collaboriamo con te. Ma io sostengo che non possiamo risolvere questa questione completamente da soli. Dobbiamo trovare
degli alleati all'interno dell'apparato se non vogliamo che questa cosa vada
a finire male.»
«Okay» disse Mikael controvoglia. «Sono abituato a chiudere un lavoro
nell'attimo in cui Millennium va in stampa. Non mi è mai capitato di fornire informazioni su un'inchiesta prima che sia pubblicata.»
«Ma in questo caso l'hai già fatto. Hai già parlato con me, con tua sorella
e con Palmgren.»
Mikael fece cenno di sì.
«E l'hai fatto perché anche tu ti rendi conto che questa faccenda va molto oltre un titolo sul tuo giornale. In questo caso tu non sei un reporter obiettivo, ma un attore che partecipa agli eventi.»
Mikael annuì.
«E come attore hai bisogno di aiuto per riuscire nel tuo scopo.»
Mikael annuì ancora una volta. In ogni caso non aveva raccontato tutta
la verità né ad Armanskij né ad Annika. Aveva ancora dei segreti che condivideva solo con Lisbeth Salander. Strinse la mano ad Armanskij.
9.
Mercoledì 4 maggio
Tre giorni dopo che Erika Berger era entrata in servizio all'Smp, all'ora
di pranzo il caporedattore Morander spirò. Era stato tutta la mattina chiuso
nella sua gabbia di vetro mentre Erika insieme al segretario di redazione
Peter Fredriksson aveva un incontro con la redazione sportiva per conosce-
re i collaboratori e capire come lavoravano. Fredriksson aveva quarantacinque anni ed era relativamente nuovo al giornale. Lavorava lì solo da
quattro anni. Era un tipo taciturno, competente e piacevole, ed Erika aveva
già deciso che in generale si sarebbe fidata delle intuizioni di quell'uomo
quando avesse assunto il comando della barca. Dedicava buona parte del
suo tempo a valutare quali fossero i collaboratori di cui fidarsi e con cui
condividere da subito la sua nuova gestione. Fredriksson era senz'altro uno
dei candidati. Quando fecero ritorno al bancone videro Håkan Morander
alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi alla porta.
Aveva un'espressione stupita.
Poi si piegò bruscamente in avanti afferrando lo schienale di una sedia
per qualche secondo prima di cadere sul pavimento.
Era morto prima ancora che l'ambulanza avesse fatto in tempo ad arrivare.
Nel pomeriggio in redazione l'atmosfera era confusa. Il presidente del
consiglio d'amministrazione Borgsjö arrivò alle due e radunò i collaboratori per una breve commemorazione. Ricordò come Morander avesse dedicato gli ultimi quindici anni della sua vita al giornale e parlò del prezzo che il
giornalismo talvolta esige. Chiese un minuto di silenzio. Quando il minuto
fu passato si guardò intorno incerto su come continuare.
Che la gente muoia sul posto di lavoro è insolito, anzi raro. Si dovrebbe
avere la cortesia di mettersi in disparte, per morire. Di andare in pensione o
in malattia e un bel giorno diventare oggetto di conversazione in mensa. A
proposito, hai sentito che il buon vecchio Karlsson è morto venerdì scorso? Sì, il cuore. Il sindacato manderà dei fiori per i funerali. Morire sul
posto di lavoro e sotto gli occhi dei collaboratori era diverso. Erika notò
che la redazione era molto scossa. Il giornale era senza timone. Tutto d'un
tratto si rese conto che diversi collaboratori stavano sbirciando nella sua
direzione. La carta sconosciuta.
«Ho avuto a che fare con Håkan Morander solo per tre giorni. È un periodo molto breve, ma da quel poco che ho visto di lui posso dire onestamente che mi sarebbe piaciuto conoscerlo meglio.»
Fece una pausa quando con la coda dell'occhio vide che Borgsjö la stava
guardando. Sembrava sorpreso del semplice fatto che lei avesse deciso di
dire qualcosa. Fece un passo in avanti. Non sorridere. Non devi sorridere.
Ti mostreresti incerta. Alzò leggermente il tono.
«La repentina scomparsa di Morander creerà dei problemi qui in redazione. Io avrei dovuto sostituirlo solo fra due mesi e confidavo di avere il
tempo di fare tesoro della sua esperienza.»
Notò che Borgsjö apriva la bocca per dire qualcosa.
«Ora questo non accadrà e tutti noi dovremo passare attraverso un periodo di cambiamenti e adattamenti. Ma Morander era caporedattore di un
quotidiano, che dovrà uscire anche domani. Mancano nove ore all'ultima
stampa e quattro alla chiusura della prima pagina. Posso chiedervi... chi fra
voi era il migliore amico di Morander, il suo confidente?»
Ci fu un breve silenzio mentre i collaboratori si sbirciavano l'un l'altro.
Alla fine Erika sentì una voce da sinistra.
«Probabilmente io.»
Gunnar Magnusson, sessantun anni, segretario di redazione della prima
pagina e al giornale da trentacinque anni.
«Qualcuno deve scrivere un necrologio per Morander, ma non posso farlo io... sarebbe presuntuoso da parte mia. Tu te la senti?»
Gunnar Magnusson esitò un attimo ma poi annuì.
«Me ne occupo io» disse.
«Usiamo tutta la prima pagina e aggiustiamo il resto.»
Gunnar annuì.
«Ci servono delle immagini...» Guardò a destra e notò il responsabile
delle illustrazioni, Lennart Torkelsson. Che annuì.
«Dobbiamo metterci al lavoro. Forse nei primi tempi ci sarà qualche incertezza. Quando avrò bisogno di aiuto per prendere delle decisioni vi
chiederò consiglio e mi affiderò alla vostra competenza e alla vostra esperienza. Voi sapete come si fa questo giornale. Io ho ancora davanti a me un
po' di tempo sul banco di scuola.»
Si rivolse al segretario di redazione Peter Fredriksson.
«Peter, da quel che diceva, ho capito che Morander aveva grande fiducia
in te. Dovrai essere il mio mentore e il mio consigliere in questi primi
tempi e ti toccherà fare un po' più fatica del solito. Per te è okay?»
L'uomo fece cenno di sì. Che altro poteva fare?
Erika si voltò di nuovo verso gli editorialisti.
«Ancora una cosa... Morander stava scrivendo il suo articolo di fondo
stamattina. Gunnar, puoi entrare nel suo computer e controllare se l'aveva
finito? E anche se non è finito lo pubblichiamo comunque. È l'ultimo fondo di Håkan Morander e sarebbe un peccato e una vergogna che non uscisse. Il giornale che facciamo oggi è ancora il giornale di Håkan Morander.»
Silenzio.
«Se c'è qualcuno di voi che ha bisogno di una pausa per raccogliersi, se
la prenda senza sentirsi in colpa. Sapete tutti quali deadline abbiamo.»
Silenzio. Erika notò che alcuni annuivano con un mezzo cenno d'approvazione.
«Al lavoro» disse a bassa voce.
Jerker Holmberg allargò le braccia disarmato. Jan Bublanski e Sonja
Modig avevano un'espressione dubbiosa. Curt Svensson sembrava neutrale. Tutti e tre studiavano i risultati dell'indagine preliminare che Holmberg
aveva concluso in mattinata.
«Niente?» disse Sonja. Era perplessa.
«Niente» confermò Holmberg, scuotendo la testa. «Il rapporto conclusivo del patologo è arrivato stamattina. Non c'è nulla che lasci pensare a
qualcosa di diverso da un suicidio per impiccagione.»
Tutti spostarono lo sguardo sulle fotografie scattate nel soggiorno della
casa di campagna di Smådalarö. Ogni cosa indicava che Gunnar Björck,
capodivisione aggiunto della sezione stranieri dei servizi segreti, era salito
di sua spontanea volontà su uno sgabello, aveva fissato un cappio al gancio
del lampadario, se lo era infilato intorno al collo e quindi con grande determinazione aveva spinto con un calcio lo sgabello diversi metri lontano
da sé. Il patologo era un po' incerto sull'ora esatta del decesso, ma l'aveva
comunque collocato nel pomeriggio del 12 aprile. Björck era stato trovato
il 17 aprile proprio da Curt Svensson, dopo che Bublanski aveva cercato
ripetutamente di prendere contatto con Björck e alla fine, irritato, lo aveva
mandato a prelevare.
A un certo punto, durante quei cinque giorni, il gancio del lampadario
aveva ceduto al peso e il corpo di Björck era crollato sul pavimento.
Svensson aveva scorto il cadavere da una finestra e aveva dato l'allarme.
Bublanski e gli altri giunti sul posto avevano pensato che Björck fosse stato strangolato con una garrotta. Ma nel corso della giornata i tecnici della
scientifica avevano trovato il gancio del lampadario. Jerker Holmberg era
stato incaricato di indagare su come fosse morto Björck.
«Non c'è niente che lasci sospettare un delitto, o che Björck non fosse
solo al momento dell'impiccagione» disse Holmberg.
«Il lampadario...»
«Sul lampadario ci sono le impronte digitali del proprietario della casa,
che l'aveva appeso due anni fa, e di Björck stesso. Il che lascia supporre
che sia stato lui a tirarlo giù.»
«Da dove viene la corda?»
«Dall'asta della bandiera nel cortile sul retro. Qualcuno ha tagliato circa
due metri di corda. C'era un coltello con il fodero sul davanzale interno
della finestra. Ma il proprietario della casa dice che il coltello è suo. Di solito è dentro la cassetta degli attrezzi sotto il lavello della cucina. Le impronte digitali di Björck sono sia sull'impugnatura sia sulla lama, oltre che
sulla cassetta degli attrezzi.»
«Mmm» fece Sonja.
«Che nodi erano?» chiese Curt Svensson.
«Nodi normali, molto semplici. Il cappio stesso aveva solo un nodo
scorsoio. Questo è l'unico dettaglio un po' strano. Björck era un velista esperto, sapeva fare i nodi. Ma chi lo sa quanto possa importare a uno che
sta per suicidarsi.»
«Droghe?»
«Secondo il rapporto tossicologico Björck aveva tracce di un forte analgesico nel sangue. Ma si tratta di un medicinale che gli era stato prescritto.
C'erano anche tracce di alcol ma non in quantità rilevanti. In altre parole,
era praticamente sobrio.»
«Il patologo scrive che c'erano delle abrasioni.»
«Un graffio lungo tre centimetri sul lato esterno del ginocchio sinistro.
Ci ho pensato su, ma può esserselo provocato in una dozzina di modi diversi... per esempio urtando contro una sedia o qualcosa del genere.»
Sonja sollevò una foto che mostrava il viso deformato di Björck. Il cappio era penetrato così a fondo che non si riusciva a vedere la corda tra le
pieghe della pelle. Il viso era grottescamente gonfio.
«Probabilmente è rimasto appeso per parecchie ore, forse un giorno intero, prima che il gancio cedesse. Tutto il sangue è concentrato in parte nella
testa, da dove il cappio ha impedito che defluisse, e in parte nelle gambe.
Quando il gancio ha ceduto Björck è andato a sbattere con il torace contro
il tavolo del soggiorno. L'urto ha causato una contusione, ma molto tempo
dopo che lui era già morto.»
«Che modo orrendo di crepare» disse Curt Svensson.
«Non so. La corda era così sottile che dev'essere penetrata subito profondamente interrompendo il flusso sanguigno. Deve avere perso conoscenza in pochi secondi ed essere morto nel giro di uno o due minuti.»
Bublanski chiuse disgustato l'indagine preliminare con un colpo secco.
Questa storia non gli piaceva. Non gli piaceva affatto che Zalachenko e
Björck fossero morti probabilmente lo stesso giorno. Il primo ucciso a pistolettate da un pazzo, e il secondo suicidatosi. Ma nessuna speculazione al
mondo poteva modificare il fatto che l'esame della scena del crimine non
forniva il minimo supporto alla teoria che qualcuno avesse aiutato Björck a
raggiungere l'aldilà.
«Era sotto pressione» disse Bublanski. «Sapeva che l'affare Zalachenko
stava per essere portato alla luce, e che lui stesso rischiava di finire dentro
per sfruttamento della prostituzione e di essere sbattuto in prima pagina sui
giornali. Mi chiedo cosa gli facesse più paura. Era malato da molto tempo... Non so. Comunque lo avrei apprezzato se avesse lasciato una lettera o
qualcosa.»
«Pochi di quelli che tentano il suicidio scrivono lettere di addio.»
«Lo so. Okay. Non abbiamo scelta. Mettiamo Björck agli atti.»
Erika Berger aveva delle remore a sistemarsi sulla sedia di Morander
dentro il gabbiotto e a mettere da parte i suoi effetti personali. Si accordò
con Gunnar Magnusson perché chiamasse la moglie e la pregasse di passare, quando l'avesse ritenuto opportuno, a prendere ciò che le apparteneva.
Intanto fece sgomberare una parte, del bancone nel bel mezzo del mare
della redazione, sistemò il suo portatile e assunse il comando. C'era una
gran confusione. Ma tre ore dopo che in tutta fretta aveva preso in mano il
timone dell'Smp la pagina di apertura andò in stampa. Magnusson aveva
messo insieme un articolo di quattro colonne su Håkan Morander. La pagina era costruita intorno a una sua foto, con il suo ultimo articolo di fondo
sulla sinistra e una serie di immagini in basso. Dal punto di vista del layout
era un po' disarmonica, ma produceva un impatto emozionale che rendeva
accettabili i difetti.
Poco prima delle sei di sera, Erika stava dando una scorsa ai titoli della
prima bozza e discutendo i testi con il responsabile della composizione
quando Borgsjö le si avvicinò e la toccò sulla spalla. Lei alzò gli occhi.
«Possiamo fare due chiacchiere?»
Si avviarono verso il distributore automatico del caffè.
«Volevo solo dire che sono molto soddisfatto di come ha iniziato. Credo
che ci abbia colti tutti di sorpresa.»
«Non avevo tanta scelta. Ma ci sarà un po' da zoppicare prima che io
cominci a ingranare davvero.»
«Di questo siamo consapevoli.»
«Siamo?»
«Sia il personale sia la direzione. In particolare la direzione. Ma dopo
quello che è successo oggi sono più che mai convinto che lei sia stata la
scelta giusta. È arrivata qui all'ultimo momento ed è stata costretta a prendere il comando in una situazione molto difficile.»
Erika quasi arrossì. Non le capitava da quando aveva quattordici anni.
«Posso darle un buon consiglio...?»
«Naturalmente.»
«Ho sentito che ha avuto da discutere con Anders Holm, il caposervizio
dell'informazione, su alcuni titoli.»
«Eravamo in disaccordo sul taglio da dare al pezzo sulla proposta fiscale
del governo. Aveva aggiunto un commento. Quando si tratta di notizie,
dobbiamo essere neutrali. I commenti vanno negli articoli di fondo. E già
che siamo in argomento, io ne scriverò uno di tanto in tanto ma come ho
già detto non sono politicamente attiva, dunque dobbiamo risolvere la questione di chi diventerà il responsabile di quella redazione.»
«Per il momento può occuparsene Magnusson» disse Borgsjö.
Erika alzò le spalle.
«Per me fa lo stesso. Ma dev'essere una persona che rappresenti chiaramente le idee del giornale.»
«Capisco. Quello che voglio dire è che dovrebbe dare a Holm un po' di
spazio di manovra. È da tanto che lavora all'Smp ed è caposervizio da
quindici anni. Sa quello che fa. Può essere scorbutico ma è praticamente
indispensabile.»
«Lo so. Morander me lo diceva. Ma per quanto riguarda la politica del
notiziario temo che dovrà conformarsi. In fin dei conti, mi avete assunta
per rinnovare il giornale.»
Borgsjö annuì riflessivo.
«Okay. Risolveremo i problemi a mano a mano che si presenteranno.»
Annika Giannini era stanca e irritata quando la sera di mercoledì salì sul
treno X2000 alla stazione centrale di Göteborg per fare ritorno a Stoccolma. Le sembrava che l'X2000 fosse stato la sua casa, nell'ultimo mese. La
sua famiglia non aveva quasi avuto il tempo di vederla. Andò a prendersi
un caffè nel vagone ristorante e tornò al proprio posto. Si sedette e aprì la
cartella con gli appunti dell'ultimo colloquio con Lisbeth Salander. Che era
anche la causa della sua stanchezza e della sua irritazione.
Mi sta nascondendo qualcosa, pensò Annika. Non mi racconta la verità.
E anche Mikael mi nasconde qualcosa. Dio solo sa cosa combineranno
quei due.
Pensò anche che, siccome suo fratello e la sua cliente non avevano co-
municato fra loro di recente, la cospirazione - se poi di cospirazione si trattava - doveva derivare da un tacito accordo per loro naturale. Non capiva
di cosa potesse trattarsi, ma supponeva che riguardasse qualcosa che
Mikael riteneva di dover nascondere.
Temeva fosse una questione di morale, che era un po' il punto debole del
fratello. Mikael era amico di Lisbeth Salander. Annika lo conosceva e sapeva che era leale oltre il limite della stupidità con le persone che considerava amiche, anche se avevano torto marcio. Mikael poteva accettare molte
stupidaggini. Ma c'era un confine inespresso che non si poteva varcare con
lui. Dove passasse esattamente questo confine sembrava dipendere da persona a persona, ma in qualche occasione Mikael aveva rotto definitivamente con amici che avevano fatto qualcosa che lui giudicava immorale o comunque inaccettabile. In tali circostanze diventava inflessibile. La rottura
era totale, per sempre, e indiscutibile. Mikael non rispondeva neppure al
telefono, anche se la persona in questione chiamava per chiedere perdono
in ginocchio.
Ciò che succedeva nella testa di Mikael Blomkvist Annika lo capiva. Ma
ciò che succedeva in quella di Lisbeth Salander le era completamente incomprensibile. Certe volte pensava che là dentro regnasse l'immobilità assoluta.
Da Mikael aveva saputo che Lisbeth era di umore capriccioso ed estremamente riservata. Ma fino a quando non l'aveva incontrata aveva creduto
che sarebbe stato qualcosa di passeggero e che si sarebbe trattato solo di
conquistare la sua fiducia. Dopo un mese di colloqui però doveva ammettere che - anche se le prime due settimane erano andate perdute perché Lisbeth non aveva la forza di parlare - la conversazione era stata in buona
parte a senso unico.
Annika aveva anche notato che Lisbeth di tanto in tanto sembrava trovarsi in uno stato di profonda depressione e non mostrava il minimo interesse a risolvere la propria situazione e chiarire il proprio futuro. Sembrava
semplicemente non capire o non curarsi del fatto che l'unica possibilità per
Annika di fornirle una difesa adeguata dipendeva dalla possibilità di accedere a tutti i fatti. Annika non poteva lavorare al buio.
Lisbeth era scontrosa e di poche parole. Faceva lunghe pause di riflessione. Si esprimeva con precisione quando diceva qualcosa, ma spesso non
rispondeva affatto, e a volte rispondeva improvvisamente a qualche domanda che Annika le aveva posto diversi giorni prima. In occasione degli
interrogatori della polizia, era rimasta seduta sul letto in silenzio, lo sguar-
do fisso davanti a sé. Con un'unica eccezione, non aveva scambiato una sola parola con i poliziotti. Solo quando l'ispettore Erlander le aveva chiesto
cosa sapesse di Ronald Niedermann lei l'aveva guardato e aveva risposto a
ogni domanda. Non appena lui cambiava argomento, lei perdeva interesse
e riprendeva a guardare fisso davanti a sé.
Annika era preparata al fatto che Lisbeth non avrebbe detto nulla alla
polizia. Per principio non parlava con le autorità. E nel caso specifico questo era un bene. Benché formalmente Annika esortasse la sua cliente a rispondere alle domande della polizia, sotto sotto era molto soddisfatta del
suo silenzio. Il motivo era semplice. Si trattava di un silenzio coerente.
Non conteneva menzogne che potessero smascherarla né ragionamenti
contraddittori che potessero fare un brutto effetto in tribunale.
Ma anche se era preparata al silenzio Annika si stupiva comunque che
Lisbeth fosse così imperturbabile. Quando erano sole le aveva domandato
più volte perché si rifiutasse in modo così evidente di parlare con la polizia.
«Perché stravolgerebbero le mie parole e le userebbero contro di me.»
«Ma se non ti spieghi finirai per essere condannata.»
«Allora che vada pure così. Non sono stata io a causare questo casino.
Se vogliono condannarmi per questo, non è un problema mio.»
Lisbeth le aveva raccontato quasi tutto ciò che era accaduto a Stallarholmen, anche se Annika il più delle volte aveva dovuto cavarle le parole
di bocca. Quasi tutto. Non le aveva spiegato come avesse fatto Magge
Lundin a beccarsi una pallottola nel piede. Per quanto Annika chiedesse e
brontolasse, Lisbeth si limitava a guardarla in maniera sfacciata e a fare il
suo sorriso storto.
Lisbeth le aveva anche raccontato cosa era accaduto a Gosseberga. Ma
non aveva detto niente del perché si fosse messa sulle tracce del padre. Era
andata laggiù per ucciderlo - come sosteneva il procuratore - o per farlo
ragionare? Dal punto di vista giuridico, la differenza era enorme.
Quando Annika tirava in ballo il suo ex tutore, l'avvocato Nils Bjurman,
Lisbeth diventava ancora più silenziosa. La sua consueta risposta era che
non era stata lei a sparargli e che nemmeno l'accusavano di averlo fatto.
Quando poi Annika affrontava il nocciolo stesso dell'intera catena degli
eventi, il ruolo del dottor Peter Teleborian nel 1991, Lisbeth si chiudeva in
un silenzio compatto.
Così non funziona pensò Annika. Se Lisbeth non ha fiducia in me perderemo il processo. Devo parlare con Mikael.
Lisbeth Salander era seduta sul letto e guardava fuori dalla finestra. Poteva vedere la facciata dell'edificio dall'altra parte del parcheggio. Era rimasta immobile e indisturbata per oltre un'ora dopo che Annika era balzata
in piedi incollerita e se n'era andata sbattendo la porta. Aveva di nuovo mal
di testa, un dolore soffuso e lontano. Ed era di cattivo umore.
Era arrabbiata con Annika Giannini. Da un punto di vista pratico poteva
capire che il suo avvocato insistesse di continuo sui dettagli del suo passato. Da un punto di vista razionale poteva capire che insistesse per essere
messa a parte di tutti i fatti. Ma lei non aveva il benché minimo desiderio
di parlare dei propri sentimenti o delle proprie azioni. Riteneva che la sua
vita fosse una questione privata. Non era colpa sua se suo padre era un sadico e un assassino psicopatico. Non era colpa sua se suo fratello era un
pluriomicida. E grazie al cielo nessuno sapeva che Niedermann era suo
fratello, altrimenti con ogni probabilità anche questo avrebbe pesato sulla
valutazione psichiatrica che prima o poi sarebbe stata fatta. Non era stata
lei a uccidere Dag Svensson e Mia Bergman. Non era stata lei a nominare
un tutore che si era rivelato un porco e uno stupratore.
Eppure era la sua vita che sarebbe stata rivoltata come un guanto e lei
sarebbe stata costretta a spiegarsi e a chiedere scusa per essersi difesa.
Voleva essere lasciata in pace. Alla fin fine era lei che doveva vivere
con se stessa. Non si aspettava che qualcuno le fosse amico. Annika Dannata Giannini stava probabilmente dalla sua parte, ma era un'amicizia professionale, era il suo avvocato. Kalle Dannato Blomkvist era là fuori da
qualche parte - Annika era reticente riguardo al proprio fratello e comunque Lisbeth non le domandava mai niente. Non si aspettava che si sarebbe
sbattuto più di tanto, quando l'omicidio di Dag Svensson fosse stato risolto
e lui avesse avuto la sua inchiesta.
Si domandò cosa pensasse di lei Dragan Armanskij dopo tutto quello
che era successo.
Si domandò cosa pensasse Holger Palmgren.
A detta di Annika si erano schierati entrambi dalla sua parte, ma erano
soltanto parole. Non potevano fare nulla per risolvere i suoi problemi privati.
Si chiese quali sentimenti nutrisse Miriam Wu nei suoi confronti.
Si chiese cosa sentisse lei verso se stessa, e giunse alla conclusione che
più che altro provava indifferenza verso tutta la propria vita.
D'un tratto fu disturbata dalla guardia della Securitas che infilò la chiave
nella serratura e fece passare il dottor Anders Jonasson.
«Buona sera, signorina Salander. Allora, come andiamo oggi?»
«Okay» rispose lei.
Lui controllò la sua cartella clinica e constatò che era sfebbrata. Si era
abituata alle sue visite un paio di volte alla settimana. Fra tutte le persone
che la maneggiavano era l'unico verso il quale provasse un pizzico di fiducia. In nessuna occasione aveva avuto la percezione che la sbirciasse in
modo strano. Veniva nella sua stanza, chiacchierava un po' e controllava lo
stato di salute del suo corpo. Non faceva domande su Ronald Niedermann
o Alexander Zalachenko, non le chiedeva se era pazza o perché la polizia
la tenesse sotto chiave. Sembrava soltanto interessato a come funzionavano i suoi muscoli, a come procedevano le cose nel suo cervello e a come
stava lei in generale.
Jonasson aveva letteralmente frugato dentro il suo cervello. E uno che
aveva frugato dentro il suo cervello andava trattato con rispetto, le sembrava. Si rendeva conto con stupore di trovare le visite di Anders Jonasson
perfino piacevoli, benché lui le impiegasse per palparla e per analizzare le
sue curve febbrili.
«È okay se me ne accerto di persona?»
La sottopose alla consueta visita che consisteva nel guardarla nelle pupille, ascoltarle il respiro, controllarle il battito.
«Come sto?» gli chiese.
«Sei chiaramente in via di miglioramento. Ma devi lavorare di più con la
ginnastica. E poi ti gratti la crosta che hai in testa. Cerca di non farlo.»
Fece una pausa.
«Posso farti una domanda personale?»
Lei lo guardò con la coda dell'occhio. Lui aspettò finché non annuì.
«Quel drago che hai tatuato... Non ho visto il tatuaggio per intero, ma mi
sembra che sia molto esteso e che ti copra gran parte della schiena. Perché
te lo sei fatto fare?»
«Non l'ha visto tutto?»
D'improvviso lui sorrise.
«Voglio dire che l'ho solo intravisto, ma mentre tu eri del tutto senza vestiti in mia compagnia io ero troppo occupato a fermare emorragie e a estrarre pallottole e cose del genere.»
«Perché vuole saperlo?»
«Per pura curiosità.»
Lisbeth rifletté. Alla fine lo guardò.
«Me lo sono fatto fare per una ragione privata della quale non voglio
parlare.»
Anders Jonasson meditò sulla sua risposta e annuì pensieroso.
«Okay. Scusa se te l'ho chiesto.»
«Vuole vederlo?»
Lui assunse un'aria stupita.
«Certo. Perché no.»
Lisbeth voltò la schiena verso di lui e si tirò la camicia sopra la testa. Si
mise in modo che la luce dalla finestra cadesse sul drago, che copriva tutta
la parte destra. Cominciava sulla scapola quasi all'altezza della spalla e
terminava con la coda un po' più in basso dell'anca. Era bello ed eseguito
in modo professionale. Sembrava un'autentica opera d'arte.
Dopo un momento lei girò la testa.
«Contento?»
«È molto bello. Ma deve aver fatto un male d'inferno.»
«Sì» riconobbe lei. «Ha fatto male.»
Anders Jonasson lasciò la stanza di Lisbeth Salander un po' confuso. Era
soddisfatto di come procedeva la sua riabilitazione fisica. Ma continuava a
non capire quella strana ragazza. Non occorreva una laurea in psicologia
per giungere alla conclusione che non stava particolarmente bene sul piano
mentale. Il suo tono verso di lui era gentile, ma pieno di diffidenza. Gli era
sembrato di capire che fosse gentile anche con il resto del personale, ma
che non dicesse una parola durante le visite della polizia. Era chiusa ermeticamente dentro il suo guscio e manteneva le distanze con il mondo circostante.
La polizia l'aveva messa sotto chiave e un procuratore aveva intenzione
di incriminarla per tentato omicidio e lesioni aggravate. Era sconcertato
che una ragazza così minuta avesse avuto la forza fisica necessaria per
quel genere di rude violenza, per di più indirizzata contro uomini adulti.
Aveva chiesto del drago più che altro per avere un argomento personale
di cui poter parlare con lei. In realtà non era affatto interessato al perché
avesse voluto ornarsi in quella maniera così esagerata, ma se aveva scelto
di caratterizzare il proprio corpo con un tatuaggio così grande la cosa per
lei doveva avere un significato speciale. Dunque era un buon argomento
con cui cominciare una conversazione.
Aveva preso l'abitudine di andarla a trovare un paio di volte alla settimana. Queste visite andavano al di là del protocollo, anche perché il medi-
co curante di Lisbeth era la dottoressa Helena Endrin. Ma Jonasson era il
direttore dell'unità di traumatologia e inoltre era immensamente soddisfatto
dell'intervento che aveva compiuto la notte in cui Lisbeth era arrivata al
pronto soccorso. Aveva preso la decisione giusta scegliendo di estrarre la
pallottola, e per quanto poteva vedere la paziente non mostrava segni di
conseguenze, vuoti di memoria, funzioni fisiche compromesse o altri handicap. Se le cose fossero andate avanti così, avrebbe potuto lasciare l'ospedale con una cicatrice sul cuoio capelluto ma senza altre complicazioni. Su
quali cicatrici le fossero invece rimaste nell'anima il dottore non poteva
pronunciarsi.
Raggiunse il suo studio e scoprì che un uomo in giacca scura stava appoggiato alla parete a fianco della sua porta. Aveva i capelli crespi e una
barbetta ben curata.
«Il dottor Jonasson?»
«Sì.»
«Salve, mi chiamo Peter Teleborian. Sono primario alla clinica psichiatrica St. Stefan a Uppsala.»
«Certo, sì, ti riconosco.»
«Bene. Avrei bisogno di parlarti un momento in privato, se hai tempo.»
Anders Jonasson aprì la porta con la chiave.
«In cosa posso aiutarti?» domandò.
«Si tratta di uno dei tuoi pazienti. Lisbeth Salander. Ho bisogno di vederla.»
«Mmm. In tal caso devi chiedere il permesso al procuratore. È agli arresti, con divieto di ricevere visite. Inoltre dovresti comunicare in precedenza al suo avvocato...»
«Sì, sì, lo so. Pensavo che potessimo evitare di passare attraverso la burocrazia in questo caso. Sono un medico, potresti darmi accesso alla sua
stanza per ragioni puramente mediche.»
«Sì, forse si potrebbe fare così. Ma non capisco di preciso il tuo scopo.»
«Sono stato per molti anni lo psichiatra di Lisbeth Salander quando era
ricoverata alla St. Stefan a Uppsala. L'ho seguita fino al compimento dei
diciotto anni, quando il tribunale ha deciso di mandarla fuori, libera, ancorché sotto tutela. Dovrei forse precisare che io ovviamente mi ero opposto. È stata abbandonata a se stessa, e il risultato lo stiamo vedendo oggi.»
«Capisco» disse Anders Jonasson.
«Provo ancora un forte senso di responsabilità nei suoi confronti e vorrei
avere la possibilità di valutare quanto sono peggiorate le sue condizioni in
questi anni.»
«Peggiorate?»
«Rispetto a quando, da adolescente, riceveva delle cure qualificate. Pensavo che si potesse trovare una soluzione conveniente, fra colleghi.»
«Stavo pensando... Forse tu puoi aiutarmi con una cosa che non riesco a
capire. Fra colleghi, appunto. Quando è stata ricoverata qui al Sahlgrenska
ho organizzato un'ampia valutazione medica della paziente. Un collega si è
procurato la perizia psichiatrica. Era stata redatta da un certo dottor Jesper
H. Löderman.»
«Esatto. Sono stato il relatore di Jesper quando ha preso il dottorato.»
«Capisco. Ma ho notato che questa perizia psichiatrica è molto vaga.»
«Aha.»
«Non contiene nessuna diagnosi, sembra essere più che altro uno studio
accademico di un paziente muto.»
Peter Teleborian rise.
«Sì, non è una paziente facile. Come si evince dalla perizia, si rifiutò di
parlare con Löderman. Con il risultato che lui fu costretto a esprimersi in
modo vago. Il che fu perfettamente corretto, da parte sua.»
«Capisco. Ma la raccomandazione era comunque che lei fosse ricoverata.»
«Sulla base della sua storia personale. Nel complesso, abbiamo un'esperienza pluriennale del suo quadro clinico.»
«Ed è questo che non riesco a capire. Quando è stata ricoverata qui, abbiamo tentato di farci mandare la sua cartella clinica dalla St. Stefan. Ma
non è ancora arrivata.»
«È stata secretata per decisione del tribunale. Mi dispiace.»
«Capisco. Ma come facciamo noi del Sahlgrenska a fornirle cure adeguate se non abbiamo accesso alla sua cartella clinica? Ora siamo noi ad
avere la responsabilità medica della paziente.»
«Io mi sono occupato di lei da quando aveva dodici anni e non credo esista nessun altro medico in Svezia che possa vantare la stessa conoscenza
del suo quadro clinico.»
«Che sarebbe...?»
«Lisbeth Salander soffre di un grave disturbo mentale. Come sai, la psichiatria non è una scienza esatta. Io preferisco non legarmi a una diagnosi
precisa. Ma ha delle allucinazioni con evidenti tratti paranoici e schizofrenici. Nel quadro rientrano anche periodi maniaco-depressivi. E manca
completamente di empatia.»
Anders Jonasson studiò il dottor Peter Teleborian per dieci secondi prima di allargare le braccia.
«Non starò a discutere la diagnosi con il dottor Teleborian, ma hai mai
preso in considerazione una diagnosi molto più semplice?»
«Ossia?»
«Per esempio la sindrome di Asperger. Io ovviamente non ho fatto nessuna valutazione psichiatrica, ma se dovessi fare una supposizione punterei
su una qualche forma di autismo. Spiegherebbe la sua incapacità di rapportarsi alle convenzioni sociali.»
«I pazienti affetti da sindrome di Asperger di solito non danno fuoco ai
propri genitori. Credimi, non mi è mai capitato di incontrare un soggetto
sociopatico così da manuale.»
«Io la vedo molto chiusa, ma non mi sembra un soggetto sociopatico e
paranoico.»
«È un soggetto manipolatore» disse Peter Teleborian. «Ti mostra quello
che crede tu voglia vedere.»
Anders Jonasson corrugò impercettibilmente le sopracciglia. Tutto d'un
tratto Peter Teleborian andava brutalmente contro il giudizio complessivo
su Lisbeth Salander che lui aveva maturato. Lui non la vedeva affatto come un soggetto manipolatore. Al contrario, Lisbeth era una persona che
teneva in maniera inflessibile le distanze nei confronti del mondo circostante, e non mostrava nessuna emozione. Cercò di mettere insieme l'immagine riportata da Teleborian con quella che si era fatto personalmente.
«E tu l'hai vista per un breve periodo, nel corso del quale è stata passiva
a causa delle ferite. Io ho visto i suoi scatti violenti e il suo odio irragionevole. Ho dedicato molti anni a cercare di aiutare Lisbeth Salander. È per
questo che sono qui. Propongo una collaborazione fra Sahlgrenska e St.
Stefan.»
«Di che genere di collaborazione stai parlando?»
«Tu ti occupi dei suoi problemi fisici, e sono convinto che siano le cure
migliori che potrebbe ricevere. Ma io sono molto preoccupato per il suo
stato mentale e vorrei poter intervenire in tempo. Sono pronto a offrirti tutto il mio aiuto.»
«Capisco.»
«Ho bisogno di vederla per fare anzitutto una valutazione delle sue condizioni.»
«Capisco. Purtroppo non ti posso aiutare.»
«Prego?»
«Come ti ho già detto, la paziente è agli arresti. Se vuoi iniziare un trattamento psichiatrico su di lei devi rivolgerti al procuratore Jervas, che ha il
compito di decidere su questo genere di questioni, d'accordo con il suo avvocato Annika Giannini. E se si tratta di una perizia psichiatrica, dev'essere il tribunale a darti l'incarico.»
«Era proprio l'iter burocratico che volevo evitare.»
«Certo, ma io sono responsabile per lei, e se dovrà comparire davanti ai
giudici in un futuro ormai prossimo voglio avere le carte in regola. Perciò
dobbiamo seguire questo iter burocratico.»
«Posso confidarti che ho già ricevuto la richiesta del procuratore Richard
Ekström di Stoccolma di procedere a una perizia psichiatrica. Sarà utilizzata al processo.»
«Ottimo. Il permesso di visita ti verrà accordato senza andare contro le
regole.»
«Ma mentre noi ci occupiamo della burocrazia c'è il rischio che le sue
condizioni peggiorino. Io sono solo interessato alla sua salute.»
«Anch'io» disse Anders Jonasson. «E, detto fra noi, non vedo nessun segno di infermità mentale. È malridotta, si trova in una situazione difficile.
Ma non mi sembra affatto che sia schizofrenica o paranoica.»
Peter Teleborian provò ancora a indurre Anders Jonasson a tornare sui
suoi passi. Quando però si rese conto che era inutile si alzò di scatto e si
congedò.
Anders Jonasson restò a lungo seduto a fissare pensieroso la sedia che
aveva occupato Teleborian. Per carità, non era insolito che altri dottori lo
contattassero offrendo consigli o punti di vista sulle terapie. Ma la cosa riguardava quasi unicamente pazienti che erano in cura da quei colleghi.
Non gli era mai capitato che uno psichiatra piombasse lì come un disco volante e insistesse per poter accedere, contro ogni regola, a un paziente che
non seguiva da molti anni. Jonasson diede un'occhiata all'orologio e vide
che erano quasi le sette di sera. Prese il telefono e chiamò Martina
Karlgren, la psicologa che il Sahlgrenska offriva ai pazienti traumatizzati.
«Salve. Suppongo che tu abbia già finito per oggi. Disturbo?»
«Nessun problema. Sono a casa e non sto facendo nulla di particolare.»
«Sono un po' perplesso. Tu hai parlato con la nostra paziente Lisbeth Salander. Mi puoi dire che impressione ne hai avuto?»
«Mah, sono andata da lei tre volte proponendole un colloquio. Ha sempre rifiutato, cortesemente ma fermamente.»
«Qual è la tua impressione?»
«Dove vuoi arrivare?»
«Martina, lo so che non sei una psichiatra, ma sei una persona ragionevole. Che impressione hai avuto?»
Martina Karlgren esitò un attimo.
«Non so come rispondere a questa domanda. L'ho incontrata due volte
quando era appena arrivata ed era talmente malconcia che non mi è stato
possibile avere un vero contatto con lei. Poi sono tornata circa una settimana fa su richiesta di Helena Endrin.»
«Perché Helena ti ha chiesto di farle visita?»
«Lisbeth Salander è in via di guarigione. Eppure se ne sta quasi sempre
stesa a fissare il soffitto. La dottoressa Endrin voleva che le dessi un'occhiata.»
«E cosa è successo?»
«Mi sono presentata. Abbiamo parlato un paio di minuti. Le ho chiesto
come stava e se sentiva il bisogno di qualcuno con cui parlare. Mi ha detto
di no. Le ho domandato se potevo esserle di qualche aiuto. Mi ha chiesto
di portarle un pacchetto di sigarette di nascosto.»
«Era nervosa o ostile?»
Martina Karlgren rifletté un momento.
«No, non direi. Era tranquilla ma manteneva le distanze. La sua richiesta
di portarle delle sigarette mi è sembrata più uno scherzo che una richiesta
seria. Le ho domandato se voleva leggere qualcosa, se potevo portarle libri
di qualche genere. Prima ha detto di no, ma poi mi ha chiesto se avevo
qualche rivista scientifica che trattasse di genetica.»
«Di cosa?»
«Genetica.»
«Genetica?»
«Sì. Le ho detto che c'erano dei testi divulgativi sull'argomento nella biblioteca per i pazienti. Ma a quelli non era interessata. Aveva già letto cose
simili, ne ha anche citate alcune che però non avevo mai sentito. Lei era
interessata alla ricerca pura.»
«Ah sì?» disse Jonasson sbalordito.
«Le ho detto che probabilmente non avevamo testi così specifici in quella biblioteca, come sai c'è più Philip Marlowe che letteratura scientifica,
ma le ho promesso che avrei fatto in modo di procurarle qualcosa.»
«E l'hai fatto?»
«Sono andata su a prendere in prestito qualche copia di Nature e del
New England Journal of Medicine. Era contenta e mi ha ringraziato per essermi presa il disturbo.»
«Ma sono riviste piuttosto specialistiche, che contengono per lo più saggi e resoconti di esperimenti.»
«Lei le legge con grande interesse.»
Anders Jonasson rimase ammutolito per un attimo.
«Come giudichi il suo status mentale?»
«Chiuso. Non ha discusso assolutamente nulla di privato con me.»
«Ti sembra inferma di mente o depressa?»
«No, niente affatto. In tal caso lo avrei segnalato. È un soggetto singolare, certamente, ha grossi problemi e si trova in una condizione di stress.
Ma è calma e concreta e sembra in grado di gestire la propria situazione.»
«Okay.»
«Perché queste domande? È successo qualcosa?»
«No, non è successo nulla. È solo che non riesco a inquadrarla.»
10.
Sabato 7 maggio - giovedì 12 maggio
Mikael Blomkvist mise da parte la cartella che aveva ricevuto dal freelance Daniel Olofsson di Göteborg. Guardò pensieroso fuori dalla finestra
e osservò la fiumana di gente in Götgatan. Era una delle cose che gli piacevano di più del suo ufficio. Götgatan era piena di vita a tutte le ore, e
quando si sedeva accanto alla finestra non si sentiva mai veramente isolato
o solo.
Era stressato, benché non avesse nessun impegno urgente. Aveva continuato ostinatamente a lavorare ai testi per il numero estivo di Millennium,
ma alla fine si era reso conto che il materiale era talmente tanto che non sarebbe bastato nemmeno un numero speciale. Era la stessa situazione
dell'affare Wennerström, e anche questa volta aveva deciso di pubblicare i
testi in un libro. Aveva già circa centocinquanta pagine e calcolava che tutto il libro avrebbe potuto arrivare a trecentocinquanta pagine.
La parte più semplice era pronta. Aveva descritto gli omicidi di Dag
Svensson e Mia Bergman e raccontato come fosse stato lui stesso a trovare
i loro cadaveri. Aveva spiegato perché i sospetti fossero caduti su Lisbeth
Salander. Un intero capitolo di trentasette pagine smontava ciò che i media
avevano detto di Lisbeth, le teorie del procuratore Richard Ekström e indirettamente tutta l'inchiesta della polizia. In seguito aveva ammorbidito le
critiche verso Bublanski e i suoi colleghi. L'aveva fatto dopo aver studiato
il video della conferenza stampa di Ekström e aver notato che Bublanski
era estremamente a disagio e scontento delle conclusioni affrettate del procuratore.
Mikael, dopo una drammatica introduzione, era andato indietro nel tempo fino all'arrivo di Zalachenko in Svezia, all'infanzia di Lisbeth Salander
e agli avvenimenti che avevano condotto alla sua reclusione alla St. Stefan
a Uppsala. Aveva dedicato molta attenzione a distruggere totalmente le figure del dottor Peter Teleborian e di Gunnar Björck. Aveva presentato l'analisi psichiatrica del 1991 e spiegato perché Lisbeth fosse diventata una
minaccia per gli anonimi funzionari statali che si erano assunti il compito
di proteggere il disertore russo. Aveva riportato ampie parti della corrispondenza fra Teleborian e Björck.
Ancora, aveva descritto la nuova identità di Zalachenko e la sua nuova
attività come gangster a tempo pieno. E anche il suo collaboratore Ronald
Niedermann, il rapimento di Miriam Wu e l'intervento di Paolo Roberto.
Infine, aveva riassunto lo scontro finale a Gosseberga, quando Lisbeth era
stata ferita a colpi d'arma da fuoco e sepolta viva, e aveva spiegato come
mai un agente era morto del tutto inutilmente dopo che Niedermann era
stato già catturato.
Poi però si era un po' impantanato. La ricostruzione presentava ancora
delle notevoli lacune. Gunnar Björck non aveva agito da solo. Dietro tutto
il corso degli eventi doveva esserci un gruppo più consistente e influente
che aveva a disposizione notevoli risorse. Ogni altra ipotesi sarebbe stata
assurda. Alla fine Mikael era giunto alla conclusione che il trattamento illegittimo di Lisbeth Salander non poteva essere stato disposto dal governo
o dai servizi segreti. E a questa conclusione era giunto non per eccessiva
fiducia nei poteri dello stato, ma per fiducia nella natura umana. Un'operazione di quel genere non avrebbe mai potuto rimanere segreta se ci fosse
stato un aggancio politico. Qualcuno avrebbe avuto una questione da risolvere con qualcun altro e avrebbe chiacchierato, e i media avrebbero scovato l'affare Salander molti anni prima.
Mikael si immaginava il Club Zalachenko come un piccolo gruppo anonimo di agenti. Ma non era in grado di identificarne nessuno, tranne forse
Göran Mårtensson, quarant'anni, poliziotto con mansioni segrete che si dedicava al pedinamento di Mikael Blomkvist.
Voleva che il libro fosse pronto per essere distribuito lo stesso giorno in
cui sarebbe iniziato il processo contro Lisbeth Salander. Insieme a Christer
Malm stava pianificando un'edizione tascabile da distribuire in allegato al
numero estivo di Millennium. Aveva diviso i compiti fra Henry Cortez e
Malin Eriksson, che avrebbero scritto dei pezzi sulla storia dei servizi segreti e simili.
Che ci sarebbe stato un processo contro Lisbeth Salander era ormai chiaro.
Il procuratore Richard Ekström l'aveva incriminata per lesioni aggravate
ai danni di Magge Lundin e per tentato omicidio o in subordine lesioni aggravate ai danni di Karl Axel Bodin, alias Alexander Zalachenko.
Una data precisa non era ancora stata fissata, ma da alcuni colleghi
Mikael aveva colto al volo l'informazione che Ekström pensava a luglio, in
considerazione anche delle condizioni di salute di Lisbeth. E sapeva perché. Un processo in piena estate suscita sempre meno attenzione di un processo in altri periodi dell'anno.
Corrugò la fronte e guardò fuori dalla finestra del suo ufficio alla redazione di Millennium.
Non è ancora finita. La congiura contro Lisbeth va avanti. È l'unico modo per spiegare i telefoni sotto controllo, l'aggressione ad Annika, il furto
del rapporto su Lisbeth del 1991. E forse anche l'omicidio di Zalachenko.
Però gli mancavano le prove.
Insieme a Malin e Christer, Mikael aveva deciso che avrebbero pubblicato anche il libro di Dag Svensson sul trafficking in occasione del processo. Era meglio presentare l'intero pacchetto tutto in una volta, e non c'era
motivo di indugiare con la pubblicazione. Il libro d'altra parte non avrebbe
potuto destare pari interesse in nessun altro momento. Malin aveva la responsabilità della redazione finale del libro di Dag, mentre Henry Cortez
aiutava Mikael con il libro sull'affare Salander. Lottie Karim e Christer
Malm erano diventati con ciò segretari di redazione provvisori, e così Monica Nilsson era l'unica reporter disponibile. Il risultato era che tutta la redazione aveva la schiena piegata sotto l'accresciuto carico di lavoro, e
Malin aveva dovuto contattare diversi free-lance. Sarebbe costato un bel
po', ma non avevano scelta.
Mikael prese un appunto su un post-it giallo: doveva chiarire il problema
dei diritti con la famiglia Svensson. Aveva scoperto che i genitori di Dag
abitavano a Örebro ed erano gli unici eredi. Non aveva bisogno di nessun
permesso per pubblicare il libro sotto il nome di Dag Svensson, ma aveva
comunque intenzione di recarsi a Örebro e di incontrarli di persona per ottenere la loro approvazione. Aveva rimandato la visita solo perché aveva
avuto troppe cose da fare, ma era decisamente ora che si occupasse di quel
dettaglio.
Dopo di che rimanevano soltanto cento altri dettagli. Alcuni di questi riguardavano il modo in cui avrebbe dovuto trattare Lisbeth Salander nei testi. Per poter prendere una decisione definitiva doveva avere un colloquio
personale con lei e ottenere la sua approvazione a raccontare la verità, o
almeno una parte della verità. Ma quel colloquio gli era precluso, dal momento che Lisbeth era agli arresti con il divieto di ricevere visite.
A quel riguardo nemmeno Annika poteva essergli d'aiuto. Lei seguiva le
regole e non aveva nessuna intenzione di diventare il fattorino di Mikael
Blomkvist per la consegna di messaggi segreti. E non gli raccontava alcunché delle sue discussioni con Lisbeth, tranne ciò che concerneva la
congiura per ricostruire la quale aveva bisogno dell'aiuto di Mikael. Frustrante ma corretto. Di conseguenza Mikael non aveva la minima idea se
Lisbeth le avesse svelato che il suo ex tutore l'aveva stuprata e che lei si
era vendicata tatuandogli sul ventre un messaggio che attirava l'attenzione.
Finché Annika non tirava in ballo l'argomento, nemmeno Mikael lo poteva
fare.
Ma soprattutto l'isolamento di Lisbeth Salander costituiva un altro problema. Lei era un'esperta di informatica e un hacker, cosa che Mikael sapeva ma Annika no. Mikael aveva promesso a Lisbeth che non avrebbe
mai svelato il suo segreto, e aveva mantenuto la promessa. Ma adesso lui
stesso avrebbe avuto un gran bisogno delle sue conoscenze in materia.
Dunque in qualche modo doveva stabilire un contatto con Lisbeth.
Sospirò, aprì di nuovo la cartella di Daniel Olofsson e tirò fuori due fogli. Uno era un estratto dal registro passaporti che riguardava un certo Idris
Ghidi, nato nel 1950. Si trattava di un tizio con baffi, carnagione olivastra
e capelli neri brizzolati sulle tempie.
L'altro foglio era il riassunto del passato di Idris Ghidi, profugo curdo
dall'Iraq. Olofsson era riuscito a scovare molte più informazioni su di lui
che su qualsiasi altro dipendente. La spiegazione era che Idris Ghidi per un
certo periodo aveva destato l'attenzione mediatica ed era dunque citato in
diversi testi negli archivi dei media.
Nato nel 1950 nella città di Mosul nell'Iraq del Nord, era diventato ingegnere e aveva partecipato al grande balzo economico degli anni settanta.
Nel 1984 aveva cominciato a lavorare come insegnante all'istituto tecnico
edile di Mosul. Non era noto come attivista politico. Purtroppo però era
curdo, e dunque per definizione un potenziale criminale nell'Iraq di Sad-
dam Hussein. Nell'ottobre del 1987 il padre fu arrestato come sospetto attivista curdo. In cosa consistesse il suo crimine non fu mai precisato.
L'uomo fu giustiziato come traditore della patria, probabilmente nel gennaio del 1988. Due mesi più tardi Idris Ghidi fu prelevato da agenti dei servizi segreti iracheni all'inizio di una lezione sulla teoria della resistenza nella
costruzione dei ponti. Fu condotto in una prigione fuori Mosul dove per
undici mesi fu sottoposto a torture nel tentativo di indurlo a confessare.
Cosa ci si aspettava che confessasse, Idris Ghidi non riusciva a capirlo. Di
conseguenza le torture continuavano.
Nel marzo del 1989 uno zio pagò una somma corrispondente a cinquantamila corone svedesi al capo locale del Partito baath, somma che fu considerata una sufficiente compensazione per il danno inferto allo stato iracheno da Idris Ghidi. Due giorni più tardi l'uomo fu liberato e affidato alle
cure dello zio. Pesava trentanove chili ed era incapace di camminare. In vista della liberazione gli era stata frantumata l'anca sinistra con un mazzuolo, in modo che in futuro non potesse correre in giro a combinare altri guai.
Idris Ghidi rimase sospeso tra la vita e la morte per diverse settimane.
Quando si fu ripreso, lo zio lo trasferì in una fattoria a sessanta chilometri
da Mosul. Durante l'estate si rimise in forze e imparò a camminare con le
stampelle. Era consapevole che non sarebbe mai guarito completamente. Si
chiedeva cosa avrebbe fatto in futuro. In agosto ricevette la notizia che i
suoi due fratelli erano stati catturati dalla polizia segreta. Non li avrebbe
rivisti mai più. Supponeva fossero stati sepolti sotto qualche mucchio di
sabbia fuori Mosul. In settembre lo zio venne a sapere che il nipote era ancora ricercato dalla polizia di Saddam Hussein. Allora prese la decisione di
rivolgersi a un anonimo parassita che dietro il versamento di una somma
pari a trentamila corone condusse Idris Ghidi oltre il confine con la Turchia e, con l'aiuto di un passaporto falso, lo fece proseguire verso l'Europa.
Idris Ghidi sbarcò in Svezia il 19 ottobre 1989, ad Arlanda. Non sapeva
una parola di svedese ma aveva ricevuto istruzioni per contattare la polizia
di frontiera e chiedere immediatamente asilo politico, cosa che fece nel suo
inglese stentato. Fu trasferito in un centro di accoglienza per profughi a
Upplands-Väsby dove trascorse i successivi due anni, finché la direzione
generale dell'immigrazione non decise che Idris Ghidi mancava dei requisiti necessari per ottenere il permesso di soggiorno.
A quel punto, Ghidi aveva imparato lo svedese e aveva ricevuto cure
mediche per la sua anca maciullata. Era stato operato due volte ed era in
grado di muoversi senza stampelle. Nel frattempo in Svezia c'era stato il
dibattito sul caso Sjöbo, i centri di accoglienza per profughi erano stati oggetto di attentati e Bert Karlsson aveva fondato il partito populista di destra
Ny Demokrati, Nuova democrazia.
Idris Ghidi figurava negli archivi dei media perché all'ultimo minuto un
nuovo avvocato aveva spiegato la sua situazione ai giornali. Altri curdi in
Svezia si erano dati da fare, anche alcuni della combattiva famiglia Baksi.
Furono organizzate manifestazioni di protesta e formulate petizioni al ministro dell'Immigrazione Birgit Friggebo. La storia ottenne una tale attenzione mediatica che la direzione generale dell'immigrazione modificò la
propria decisione e Ghidi ottenne il permesso di soggiornare e lavorare nel
regno di Svezia. Nel gennaio del 1992 lasciò il centro di accoglienza di
Upplands-Väsby come uomo libero.
Ma a quel punto gli si prospettarono altre complicazioni. Aveva bisogno
di un lavoro ma anche della terapia riabilitativa per la sua anca offesa. Idris
Ghidi scoprì presto che essere un ingegnere edile con alle spalle un curriculum pluriennale e buone valutazioni accademiche non significava un fico secco. Negli anni seguenti distribuì quotidiani e lavorò come lavapiatti,
addetto alle pulizie e tassista. Dal primo di questi lavori fu costretto a licenziarsi. Non poteva andare su e giù per le scale al ritmo richiesto. Fare il
tassista gli piaceva, con due eccezioni. Non aveva assolutamente nessuna
conoscenza della rete stradale della provincia di Stoccolma e non poteva
stare seduto più di un'ora di seguito senza che il dolore all'anca diventasse
insopportabile.
Nel maggio del 1998 si trasferì a Göteborg. Un lontano parente si era
impietosito e gli aveva offerto un impiego fisso presso un'impresa di pulizie. Ghidi non era in grado di lavorare a tempo pieno, così gli fu assegnato
un part-time come capo di una squadra di addetti alle pulizie presso l'ospedale Sahlgrenska con il quale l'impresa aveva un contatto. Il lavoro era
semplice, per sei giorni alla settimana doveva lavare i pavimenti di un certo numero di corridoi, fra cui l'11C.
Mikael Blomkvist lesse il riassunto di Olofsson e studiò la foto del passaporto di Idris Ghidi. Poi scaricò gli articoli dai quali era stato ricavato il
riassunto. Li lesse con attenzione, quindi si soffermò a riflettere. Accese
una sigaretta. Il divieto di fumare in redazione era stato rapidamente allentato dopo che Erika se n'era andata. Henry aveva perfino lasciato un posacenere bene in vista sulla propria scrivania.
Alla fine Mikael prese la relazione di Olofsson sul dottor Anders
Jonasson. Lesse il testo con la fronte segnata da rughe profonde.
Mikael Blomkvist non riusciva a scorgere la macchina targata Kab e non
aveva la sensazione di essere sorvegliato, ma preferì andare sul sicuro
quando il lunedì percorse a piedi il tragitto fra la libreria
Akademibokhandel e l'ingresso laterale dei grandi magazzini Nk, uscendo
poi direttamente dall'entrata principale. Chi fosse stato capace di tenere
sotto sorveglianza qualcuno lì dentro avrebbe dovuto essere sovrumano.
Spense entrambi i cellulari e attraverso il centro commerciale Gallerian
raggiunse Gustav Adolfs Torg, passò davanti al Parlamento ed entrò nella
città vecchia. Per quanto poteva vedere, nessuno lo stava seguendo. Fece
varie deviazioni lungo vicoli e stradine finché arrivò all'indirizzo giusto e
bussò alla porta della casa editrice Svartvitt.
Erano le due e mezza del pomeriggio. Mikael non si era annunciato, ma
il redattore Kurdo Baksi era in sede e si illuminò vedendolo.
«Ehilà» disse gioviale. «Perché non ti fai più vedere?»
«Lo sto facendo adesso, no?» disse Mikael.
«Sì, ma sono passati almeno tre anni.»
Si strinsero la mano.
Mikael Blomkvist conosceva Kurdo Baksi dagli anni ottanta. Lo aveva
aiutato quando aveva iniziato a pubblicare il giornale Svartvitt fotocopiandolo nottetempo nella sede della federazione dei sindacati. Kurdo era stato
sorpreso dal futuro cacciatore di pedofili Per-Erik Åström di Save the
Children, in quegli anni segretario della federazione. Åström era entrato a
notte fonda, e aveva trovato una pila di pagine del primo numero di
Svartvitt insieme a un Kurdo Baksi palesemente abbacchiato. Dopo aver
dato un'occhiata al pessimo layout della prima pagina, aveva detto che un
giornale mica poteva presentarsi così. Quindi aveva disegnato il logo destinato a diventare la testata di Svartvitt per quindici anni, fino a quando il
giornale cessò la pubblicazione trasformandosi nella casa editrice Svartvitt.
A quell'epoca Mikael stava passando un periodo orribile come praticante
alla federazione. Per-Erik Åström l'aveva convinto a leggere le bozze e dare una mano con la redazione. Da allora Kurdo Baksi e Mikael Blomkvist
erano rimasti amici.
Mikael si accomodò sul divano mentre Kurdo andava a prendere due
caffè al distributore automatico nel corridoio. Parlarono un attimo del più e
del meno come si usa fare quando non ci si vede da un po', ma continuamente interrotti dal cellulare di Kurdo che conduceva brevi conversazioni
in curdo o forse turco o arabo o qualche altra lingua che Mikael non com-
prendeva. Così era sempre stato, anche nelle precedenti visite alla casa editrice. La gente telefonava da tutto il mondo per parlare con lui.
«Caro Mikael, hai l'aria preoccupata. Cos'è che ti angustia?»
«Puoi spegnere il cellulare cinque minuti, così possiamo parlare tranquilli?»
Kurdo spense il cellulare.
«Okay... mi serve un favore. È un favore importante, ne ho un bisogno
immediato e non se ne deve discutere fuori da qui.»
«Racconta.»
«Nel 1989 un rifugiato curdo di nome Idris Ghidi arrivò in Svezia dall'Iraq. Quando fu minacciato di essere estradato ricevette aiuto dalla tua famiglia, e alla fine ottenne il permesso di soggiorno. Non so se fu tuo padre
o qualcun altro della famiglia Baksi ad aiutarlo.»
«Fu mio zio Mahmut Baksi. Conosco Idris. Che problema c'è?»
«Attualmente lavora a Göteborg. Mi serve il suo aiuto per un lavoro
molto semplice. Sono pronto a ricompensarlo.»
«Di che lavoro si tratta?»
«Ti fidi di me, Kurdo?»
«Naturalmente. Siamo sempre stati amici.»
«Il lavoro che mi occorre è insolito. Molto insolito. Non voglio raccontarti in cosa consiste, ma ti garantisco che non è in alcun modo contrario
alla legge e non creerà problemi né a te né a Idris Ghidi.»
Kurdo Baksi guardò Blomkvist con attenzione.
«Capisco. E non vuoi raccontarmi di cosa si tratta.»
«Meno persone lo sanno, meglio è. Mi serve il tuo aiuto affinché Idris
sia disposto ad ascoltare ciò che ho da dirgli.»
Kurdo rifletté. Poi andò alla scrivania e aprì un'agenda. Cercò per qualche minuto prima di trovare il numero di telefono di Idris Ghidi. Alzò il ricevitore. La conversazione si svolse in curdo. Mikael capì che aveva cominciato con i consueti convenevoli. Poi si era fatto serio. Dopo un momento Kurdo si rivolse a Mikael.
«Quando lo vorresti incontrare?»
«Venerdì pomeriggio, se gli va bene. Chiedigli se può ricevermi a casa
sua.»
Kurdo parlò ancora un po' prima di chiudere la conversazione.
«Idris Ghidi abita ad Angered» disse. «Hai l'indirizzo?»
Mikael annuì.
«Venerdì sarà a casa verso le cinque del pomeriggio. Sarai il benvenu-
to.»
«Grazie, Kurdo» disse Mikael.
«Lavora all'ospedale Sahlgrenska come addetto alle pulizie.»
«Lo so» disse Mikael.
«Ovviamente non ho potuto evitare di leggere sui giornali che sei coinvolto in quella storia di Lisbeth Salander.»
«È esatto.»
«Le hanno sparato.»
«Proprio.»
«Se non sbaglio è ricoverata al Sahlgrenska.»
«Anche questo è esatto.»
Nemmeno Kurdo Baksi era uno stupido.
Capiva che Mikael stava tramando qualcosa. Non erano mai stati amici
intimi ma non erano nemmeno mai stati nemici, e Mikael si era sempre
prestato quando Kurdo aveva avuto bisogno di un favore. Nel corso degli
anni avevano bevuto una o due birre insieme quando era capitato che si incontrassero a una festa o in qualche locale.
«Finirò per essere coinvolto in qualcosa di cui dovrei essere a conoscenza?» chiese.
«Non sarai coinvolto. Mi hai solo fatto il favore di presentarmi a uno dei
tuoi conoscenti. E te lo ripeto, non chiederò a Idris di fare qualcosa di illegale.»
Kurdo annuì. Questa assicurazione per lui era sufficiente. Mikael si alzò.
«Ti devo un favore.»
«Tutti noi siamo sempre reciprocamente debitori di favori» disse Kurdo
Baksi.
Henry Cortez mise giù la cornetta e cominciò a tamburellare così rumorosamente con le dita sulla scrivania che Monica Nilsson alzò le sopracciglia e lo guardò in cagnesco. Era profondamente immerso nei suoi pensieri. Monica era infastidita ma decise di non scaricarsi su di lui.
Sapeva che Blomkvist parlottava con Henry e Malin e Christer del caso
Salander, mentre ci si aspettava che lei e Lottie Karim facessero il lavoro
di bassa manovalanza per il prossimo numero di un giornale che non aveva
più una vera e propria direzione da quando Erika Berger aveva lasciato il
suo posto. Malin era brava, certo, ma non era allenata e mancava del peso
di Erika. E Cortez era solo un ragazzino.
Non che Monica si sentisse poco considerata o volesse fare il loro lavoro
- anzi, quella era l'ultima cosa che desiderava. Lei doveva sorvegliare governo, Parlamento e istituzioni per conto di Millennium, ed era un lavoro
che le piaceva e che conosceva alla perfezione. Inoltre era assorbita anche
da altri impegni, come scrivere una colonna in un foglio sindacale tutte le
settimane e fare volontariato per Amnesty International e altre organizzazioni. In questo quadro non rientrava però il ruolo di caporedattore a Millennium che comportava di sgobbare almeno dodici ore al giorno sacrificando anche feste e ferie.
Sentiva che qualcosa era cambiato a Millennium. Tutto d'un tratto il
giornale le sembrava estraneo. Ma non riusciva a mettere a fuoco cosa fosse che non andava.
Mikael Blomkvist era come al solito misteriosamente irraggiungibile,
andava e veniva a suo piacimento. Era socio, certamente, e poteva decidere
da sé cosa gli andava di fare, ma un po' di senso di responsabilità avrebbe
anche potuto averlo, per la miseria.
Christer Malm, l'altro socio rimasto, era d'aiuto più o meno come quando era in ferie. Una persona senza dubbio intelligente, in grado di sostituire
Erika quando era in vacanza o aveva altri impegni, ma che più che altro sistemava ciò che altri avevano già deciso. Era brillante in materia di design
e presentazioni grafiche, ma del tutto impreparato se si trattava di pianificare un giornale.
Monica corrugò la fronte.
No, era ingiusta. Ciò che la innervosiva era che in redazione era successo qualcosa. Mikael lavorava con Malin e Henry, e tutti gli altri erano tagliati fuori. Avevano costituito una cerchia ristretta e si erano chiusi
nell'ufficio di Erika... cioè, di Malin, e quando ne uscivano erano muti come pesci. Ai tempi di Erika il giornale era un collettivo. Monica non capiva perché, ma capiva che la tenevano fuori.
Mikael lavorava all'inchiesta su Lisbeth Salander e non lasciava trapelare nulla. Il che non era insolito. Non aveva lasciato trapelare alcunché neppure sull'affare Wennerström - neanche Erika ne era al corrente. Questa
volta però aveva Henry e Malin come confidenti.
In poche parole, Monica era infastidita. Aveva bisogno di una vacanza.
Di allontanarsi per un po'. Vide Henry infilarsi la giacca di velluto.
«Esco a fare un giro» disse. «Puoi dire a Malin che starò via un paio d'ore?»
«Che sta succedendo?»
«Credo di aver fiutato una storia. Una storia veramente buona. Sui wc.
Voglio controllare alcune cose, ma se andrà tutto bene avremo un buon
pezzo per il numero di giugno.»
«Wc?» chiese Monica, seguendolo con lo sguardo.
Erika Berger strinse i denti e appoggiò sul tavolo la pagina sull'imminente processo contro Lisbeth Salander. Era un pezzo piuttosto breve, due
colonne, destinato alla quinta pagina, quella delle notizie dall'interno. Lo
fissò per un minuto e sporse le labbra. Erano le tre e mezza di giovedì. Lavorava all'Smp da dodici giorni. Alzò il telefono e chiamò il caposervizio
dell'informazione Anders Holm.
«Salve, sono Erika. Per favore, trova Johannes Frisk e vieni immediatamente qui da me con lui.»
Mise giù il telefono e aspettò con pazienza finché Holm entrò flemmatico nel gabbiotto con il reporter al seguito. Erika diede un'occhiata all'orologio.
«Ventidue» disse.
«Eh?» fece Holm.
«Ventidue minuti. Ti ci sono voluti ventidue minuti per alzarti dal tavolo, fare quindici metri fino alla scrivania di Johannes Frisk e venire qui con
lui.»
«Non avevi detto che c'era fretta. Io sono occupato.»
«Infatti non l'ho detto. Ho detto che dovevi prendere Johannes Frisk e
venire immediatamente qui. Ho detto immediatamente e intendevo immediatamente, non stasera o la settimana ventura o quando ti saresti degnato
di alzare il culo dalla tua sedia.»
«Senti, a me pare che...»
«Chiudi la porta.»
Aspettò finché Anders Holm ebbe chiuso la porta dietro di sé. Erika lo
studiò in silenzio. Era senza dubbio un caposervizio molto competente e il
suo ruolo era di fare in modo che ogni giorno le pagine dell'Smp fossero
riempite con i testi giusti composti in maniera comprensibile e presentati
nell'ordine e nello spazio decisi nella riunione del mattino. Anders Holm si
destreggiava come un giocoliere con un numero incredibile di compiti ogni
giorno. E lo faceva senza lasciar cadere neanche una palla.
Il problema era che ignorava sistematicamente le decisioni prese da Erika Berger. Per due settimane lei aveva cercato una formula per collaborare
con lui. Ci aveva ragionato amichevolmente, aveva provato a impartirgli
ordini diretti, l'aveva incoraggiato a riconsiderare le cose e in generale a-
veva fatto di tutto perché capisse come lei voleva che il giornale fosse concepito.
Non era servito a niente.
Il testo che lei aveva scartato al pomeriggio finiva comunque nel giornale alla sera, quando lei era già andata a casa. È mancato un testo e si è creato un buco che sono stato costretto a riempire con qualcosa.
Il titolo che lei aveva scelto veniva improvvisamente eliminato e sostituito con qualcosa di totalmente diverso. Non sempre la scelta era sbagliata, ma veniva fatta senza consultarla. In modo dimostrativo e provocatorio.
Si trattava sempre di piccole cose. La riunione di redazione delle due
veniva spostata all'una e cinquanta senza che lei ne fosse informata e
quando lei arrivava la maggior parte delle decisioni erano già state prese.
Scusa... nella fretta avevo dimenticato di avvisarti.
Erika non riusciva proprio a capire perché Anders Holm avesse assunto
questo atteggiamento nei suoi confronti. Rimproveri morbidi e amichevoli
reprimende non funzionavano. Finora non aveva affrontato una discussione di fronte ad altri collaboratori della redazione, aveva cercato di confinare la sua irritazione entro i limiti di conversazioni a quattr'occhi. Ma non
aveva ottenuto nessun risultato. Dunque era tempo di esprimersi in maniera più chiara, questa volta di fronte al collaboratore Johannes Frisk, una
garanzia che il contenuto del colloquio sarebbe stato diffuso in tutta la redazione.
«La prima cosa che ho detto quando ho iniziato a lavorare qui è stata che
avevo un particolare interesse per tutto quanto aveva a che fare con Lisbeth Salander. Ho spiegato che volevo essere informata in anticipo di tutti
gli articoli in programma e che volevo esaminare e approvare tutto quanto
si intendesse pubblicare. Te l'ho ricordato in almeno una dozzina di occasioni, l'ultima volta alla riunione di redazione di venerdì scorso. Qual è la
parte di questa direttiva che non capisci?»
«Tutti i testi in produzione o in programmazione si trovano nel promemoria del giorno nella rete interna. Vengono sempre inviati al tuo indirizzo. Tu sei costantemente informata.»
«Balle. Quando ho trovato l'Smp nella cassetta delle lettere stamattina
avevamo tre colonne su Lisbeth Salander e sugli sviluppi di Stallarholmen
bene in vista.»
«Era il pezzo di Margareta Orring. È una free-lance, l'ha consegnato ieri
sera alle sette.»
«Margareta Orring ha telefonato proponendo l'articolo già alle undici di
ieri mattina. Tu le hai dato l'incarico alle undici e mezza. E non hai fatto il
minimo accenno alla riunione delle due.»
«C'è nel promemoria.»
«Ecco cosa c'è nel promemoria: Margareta Orring, intervista con il procuratore Martina Fransson, oggetto sequestro di droga a Södertälje.»
«Si trattava di un'intervista con Martina Fransson su un sequestro di steroidi anabolizzanti per cui era stato arrestato un membro del Motoclub
Svavelsjö.»
«Esatto. Non una parola sul fatto che l'intervista si sarebbe concentrata
su Magge Lundin e Stallarholmen e di conseguenza sull'inchiesta riguardante Lisbeth Salander.»
«Suppongo che sia venuto fuori nel corso dell'intervista...»
«Anders, non riesco a capire perché, ma ho l'impressione che tu mi stia
mentendo spudoratamente. Ho parlato con Margareta Orring. Ha detto di
averti spiegato chiaramente su cosa si sarebbe concentrata la sua intervista.»
«Mi dispiace, evidentemente non avevo capito che al centro ci sarebbe
stata Lisbeth Salander. Ho ricevuto il testo la sera tardi. Cosa dovevo fare,
sospendere tutto? Era un buon articolo.»
«Su questo siamo d'accordo. È un ottimo pezzo. Però hai detto la tua terza bugia nell'arco di pochi minuti. Margareta Orring infatti te l'ha consegnato alle tre e venti, dunque molto prima che io me ne andassi a casa alle
sei.»
«Erika, il tuo tono non mi piace.»
«Bene. Ti informo che io non apprezzo né il tuo tono, né i tuoi sotterfugi, né le tue bugie.»
«Sembra quasi che tu sia convinta che ci sia una qualche congiura contro
di te.»
«Non hai ancora risposto alla mia domanda. Inoltre oggi compare sulla
mia scrivania questo testo di Johannes Frisk. Non ricordo di averne discusso alla riunione delle due. Come si spiega che uno dei nostri reporter ha
impiegato la giornata a lavorare su Lisbeth Salander senza che io ne fossi
al corrente?»
Johannes Frisk si muoveva nervosamente sulla sedia, ma saggiamente
aveva scelto di rimanere in silenzio.
«Dunque... noi facciamo un giornale, ci saranno centinaia di articoli dei
quali non sei al corrente. Abbiamo il nostro modo di lavorare, qui all'Smp.
Io non ho né il tempo né la possibilità di trattare in modo particolare certi
pezzi.»
«Io non ti ho chiesto di trattare in modo particolare certi pezzi. Ho solo
preteso di essere informata su tutto quello che gravita intorno al caso Salander e di esaminare e approvare tutto quello che sarà pubblicato sull'argomento. Perciò, ancora una volta, qual è la parte di questa direttiva che
non hai capito?»
Anders Holm sospirò e assunse un'espressione annoiata.
«Okay» disse Erika. «Allora mi esprimerò ancora più chiaramente. Non
ho intenzione di polemizzare. Vediamo se capisci il messaggio. Se succederà ancora una volta, ti solleverò dall'incarico di caposervizio. Ci sarà un
polverone, ma tu ti ritroverai a redigere la pagina per le famiglie o quella
dei fumetti o qualcos'altro del genere. Non posso avere un caposervizio
dell'informazione di cui non mi posso fidare o con cui non posso lavorare e
che passa il tempo a boicottare le mie decisioni. È chiaro?»
Anders Holm allargò le braccia in un gesto che lasciava intendere che
giudicava quelle accuse prive di senso.
«È chiaro? Sì o no?»
«Ho sentito quello che hai detto.»
«Ti ho chiesto se hai capito. Sì o no?»
«Credi veramente di riuscire a cavartela così? Questo giornale esce perché io e altri denti dell'ingranaggio sgobbiamo come somari. La direzione
farà...»
«La direzione farà come dico io. Io sono qui per rinnovare il giornale. Il
mio compito è stato formulato con precisione dopo essere stato negoziato e
comporta che ho il potere di operare radicali cambiamenti redazionali anche a livello dirigenziale. Ho la facoltà di liberarmi dei pesi morti e di reclutare nuove forze dall'esterno, se lo voglio. E, Holm, tu cominci a essere
un peso morto per me.»
Tacque. Anders Holm incrociò il suo sguardo. Aveva un'espressione furibonda.
«È tutto» disse Erika. «Ti suggerisco di meditare a fondo su ciò di cui
abbiamo parlato oggi.»
«Non ho intenzione di...»
«Sta a te. È tutto. Ora va'.»
Anders Holm girò i tacchi e uscì dal gabbiotto. Erika lo vide dileguarsi
attraverso il mare della redazione in direzione del cucinino. Johannes Frisk
si alzò e accennò a seguirlo.
«Non tu, Johannes. Resta qui, siediti.»
Prese il suo testo e lo scorse rapidamente ancora una volta.
«Sei qui per una sostituzione, se ho ben capito.»
«Sì. Sono qui da cinque mesi e questa è la mia ultima settimana.»
«Quanti anni hai?»
«Ventisette.»
«Mi dispiace che tu sia finito nel mezzo della discussione fra me e
Holm. Raccontami di questa inchiesta.»
«Ho avuto una segnalazione stamattina e l'ho comunicata a Holm. Lui
mi ha detto di starci dietro.»
«Okay. Tu sostieni che la polizia sta verificando un sospetto e che Lisbeth Salander potrebbe essere coinvolta nella vendita di steroidi anabolizzanti. C'è qualche collegamento con il servizio di ieri da Södertälje?»
«Non che io sappia, ma è possibile. Questa cosa degli anabolizzanti ha a
che fare con il legame tra Lisbeth Salander e il mondo della boxe, Paolo
Roberto e la sua cerchia.»
«Paolo Roberto fa uso di anabolizzanti?»
«Cosa... no, naturalmente no. È più dell'ambiente della boxe in generale
che si tratta. Lisbeth Salander è solita allenarsi con un certo numero di personaggi loschi in un club di Söder. Ma questo è il punto di vista della polizia, non il mio. E lì da qualche parte è nata l'idea che Lisbeth potrebbe essere coinvolta nella vendita di anabolizzanti.»
«Perciò non c'è nessuna sostanza nell'inchiesta al di là di qualche diceria?»
«Non è una diceria il fatto che la polizia stia prendendo in considerazione questa possibilità. Se abbiano torto o ragione, io non lo so.»
«Okay, Johannes. Allora voglio che tu sappia che ciò di cui sto discutendo adesso con te non ha nulla a che fare con il mio rapporto con Anders
Holm. Io ti giudico un ottimo reporter. Scrivi bene e hai occhio per i dettagli. Questo è, in poche parole, un buon articolo. Il mio problema è che non
credo al suo contenuto.»
«Posso assicurarti che è assolutamente corretto.»
«E io ti spiegherò perché c'è un neo. Da dove è venuta la segnalazione?»
«Da una fonte all'interno della polizia.»
«Chi?»
Johannes Frisk esitò. Fu una reazione automatica. Proprio come ogni altro giornalista al mondo, era recalcitrante a fare nomi di fonti. D'altro lato
Erika Berger era il caporedattore e quindi una delle poche persone che poteva pretendere da lui quell'informazione.
«Un poliziotto della sezione reati contro la persona. Si chiama Hans Faste.»
«È stato lui a chiamare te o lo hai chiamato tu?»
«Mi ha chiamato lui.»
Erika annuì.
«Perché credi che ti abbia telefonato?»
«L'ho intervistato un paio di volte durante la caccia a Lisbeth Salander.
Mi conosce.»
«E sa che hai ventisette anni, sei un sostituto e sei utilizzabile quando ci
sono da piazzare informazioni che il procuratore ha piacere vengano divulgate.»
«Si, tutto questo lo capisco. Ma ricevo una segnalazione da Faste che si
occupa delle indagini e vado a bere un caffè con lui e lui mi racconta questa cosa. Io lo cito correttamente. Cosa dovrei fare di diverso?»
«Sono convinta che tu citi correttamente. Quello che sarebbe dovuto
succedere però è che tu avresti dovuto portare l'informazione ad Anders
Holm che avrebbe dovuto bussare alla mia porta per spiegarmi la situazione, e insieme avremmo deciso il da farsi.»
«Capisco. Ma io...»
«Tu hai consegnato il materiale a Holm, il caposervizio dell'informazione. Hai agito correttamente. È stato Holm a sbagliare. Ma passiamo ad analizzare il tuo articolo. Anzitutto, perché Faste vuole che questa informazione trapeli?»
Johannes Frisk alzò le spalle.
«Significa che non lo sai o che non te ne importa?»
«Che non lo so.»
«Okay. Se io affermo che questa storia è falsa e che Lisbeth Salander
non ha minimamente a che fare con gli steroidi anabolizzanti, tu cosa dici?»
«Che non posso dimostrare il contrario.»
«Esatto. Questo comporta che tu ritieni che noi dobbiamo pubblicare un
articolo che forse è menzognero solo perché non abbiamo notizia del contrario.»
«No, noi abbiamo una responsabilità giornalistica. È un esercizio di equilibrio. Non possiamo astenerci dal pubblicare quando abbiamo una fonte che afferma espressamente qualcosa.»
«Filosofia. Possiamo chiederci perché la fonte voglia diffondere quella
certa informazione. Lascia che ti spieghi come mai ho dato disposizione
che tutto quello che tratta di Lisbeth Salander passi dalla mia scrivania. Io
conosco l'argomento come nessun altro qui all'Smp. La redazione giudiziaria ne è informata, e sa anche che non posso discuterne con loro. Millennium pubblicherà un'inchiesta che sono impegnata per contratto a non rivelare all'Smp, benché lavori qui. Ho ricevuto informazioni in qualità di caporedattore di Millennium e in questo momento mi trovo fra due poltrone.
Capisci cosa intendo?»
«Certo.»
«Quello che so da Millennium comporta che posso stabilire senza esitazione che questa informazione è menzognera e ha lo scopo di danneggiare
Lisbeth Salander in vista dell'imminente processo.»
«È difficile danneggiare Lisbeth Salander se si pensa a tutte le rivelazioni che sono già state fatte su di lei...»
«Rivelazioni che in gran parte sono inconsistenti. Hans Faste è una delle
fonti principali secondo cui Lisbeth Salander sarebbe una lesbica paranoica
incline alla violenza e dedita al satanismo e al sesso sadomaso. E i media
si sono bevuti la campagna di Faste semplicemente perché è una fonte
all'apparenza seria e perché è sempre divertente scrivere di sesso. E lui
continua a fare nuove rivelazioni che la metteranno ancor più in cattiva luce e che nelle sue intenzioni l'Smp dovrebbe diffondere. Mi dispiace, ma
non con me qui.»
«Capisco.»
«Davvero? Bene. Allora riassumerò tutto quello che ho da dire in un'unica frase. Il tuo compito come giornalista è di mettere in discussione ed
esaminare criticamente, non di ripetere acriticamente affermazioni provenienti da fonti anche ben posizionate all'interno delle istituzioni. Non dimenticartelo mai. Tu sei un ottimo scrittore, ma quel talento è del tutto
privo di valore se ti dimentichi del tuo compito.»
«Sì.»
«Ho intenzione di cassare questa storia.»
«Okay.»
«Non regge. Non credo al suo contenuto.»
«Capisco.»
«Ciò non significa che non abbia fiducia in te.»
«Grazie.»
«Per questo penso di rimandarti alla tua scrivania con una proposta per
un nuovo articolo.»
«Aha.»
«Io non posso rivelare quello che so della vicenda Salander. Ma al tempo stesso sono caporedattore di un giornale che rischia di scivolare malamente perché la redazione non ha le informazioni che ho io.»
«Mmm.»
«Così non possiamo andare avanti. La situazione è delicata, ma riguarda
soltanto Lisbeth Salander. Per questo ho deciso di scegliere un reporter da
avviare nella direzione giusta in modo che non rimaniamo in mutande
quando Millennium uscirà con la sua storia.»
«Credi che Millennium pubblicherà qualcosa di notevole?»
«Io non lo credo. Lo so. Millennium ha in mano uno scoop, e mi fa impazzire di non poter uscire anch'io con qualcosa. Ma è semplicemente impossibile.»
«Però sostieni che vuoi scartare il mio pezzo perché sai che non è esatto... Ciò significa che c'è qualcosa nell'inchiesta che a tutti gli altri reporter
è sfuggito.»
«Esatto.»
«Scusa, ma mi è difficile credere che tutti i media del paese siano finiti
su una mina del genere...»
«Lisbeth Salander è stata oggetto di una battuta di caccia mediatica. In
questi casi le regole normali cessano di esistere e sui giornali si può piazzare qualsiasi nonsenso.»
«Tu dici che non è quello che sembra.»
«Prova a pensare che sia innocente, che l'immagine di lei che hanno costruito i giornali sia solo spazzatura e che ci siano in movimento forze del
tutto diverse da quelle comparse finora.»
«Sostieni che sia così?»
Erika annuì.
«Questo significa che ciò che ho appena cercato di far pubblicare è parte
di una lunga campagna contro di lei.»
«Esatto.»
«Però non puoi dire quale scopo abbia l'inchiesta.»
«No.»
Johannes Frisk si grattò la testa. Erika aspettò che avesse finito di pensare.
«Okay... cosa vuoi che faccia?»
«Torna alla tua scrivania e comincia a riflettere su un altro pezzo. Non
c'è bisogno di angosciarsi, però voglio poter uscire con un articolo subito
prima che il processo cominci, forse un'intera doppia pagina, che esamini
il contenuto di verità di tutto ciò che è stato detto su Lisbeth Salander.
Comincia a leggerti tutti i ritagli stampa e metti insieme un elenco di ciò
che è stato scritto su di lei, spuntando le affermazioni una per una.»
«Aha...»
«Pensa come un reporter. Indaga su chi diffonde le informazioni, sul
perché vengono diffuse, su chi ne ricava qualche vantaggio.»
«Ma io probabilmente non sarò più all'Smp quando comincerà il processo. Questa è l'ultima settimana della mia sostituzione.»
Erika aprì una cartella di plastica che aveva preso da un cassetto della
scrivania e mise un foglio davanti a Johannes Frisk.
«Ho già prolungato la tua sostituzione di tre mesi. Terminerai la settimana, e lunedì ti presenterai qui.»
«Aha...»
«Vale a dire, se ti va di continuare all'Smp.»
«Naturalmente.»
«Sei incaricato di svolgere un lavoro di ricerca al di fuori dell'ordinario
lavoro redazionale. Sarai direttamente alle mie dipendenze. Seguirai in
particolare il processo Salander per conto dell'Smp.»
«Il caposervizio dell'informazione forse avrà da ridire...»
«Non preoccuparti per Holm. Ho parlato con il responsabile della redazione giudiziaria e ho preso accordi perché non sorgano contrasti. Ma tu
cercherai di lavorare senza metterti troppo in vista. Suona bene?»
«Benissimo.»
«Ottimo... allora è tutto a posto. Ci vediamo lunedì.»
Lo mandò fuori dal gabbiotto agitando la mano. Quando alzò gli occhi
vide Anders Holm che la fissava dal bancone. Lui abbassò lo sguardo e
finse di non vederla.
11.
Venerdì 13 maggio - sabato 14 maggio
Mikael Blomkvist controllò attentamente di non essere sorvegliato
quando il venerdì mattina di buonora si recò a piedi dalla redazione di Millennium al vecchio indirizzo di Lisbeth Salander in Lundagatan. Doveva
andare a Göteborg per incontrare Idris Ghidi. Il problema era individuare
un mezzo di trasporto sicuro, che non desse nell'occhio e non lasciasse
tracce. Dopo un'attenta valutazione aveva deciso di scartare il treno, perché
non voleva usare la carta di credito. In casi del genere aveva l'abitudine di
prendere in prestito l'automobile di Erika, ma ora non era più possibile.
Aveva preso in considerazione l'idea di chiedere a Henry Cortez o a qualcun altro di noleggiare una macchina, ma comunque sarebbero rimaste
tracce cartacee.
Alla fine arrivò alla soluzione più ovvia. Fece un prelievo consistente a
un bancomat in Götgatan. Usò le chiavi di Lisbeth per aprire la sua Honda
color vinaccia parcheggiata lungo il marciapiede. Sistemò il sedile e constatò che il serbatoio era mezzo pieno. Infine uscì in retromarcia e si diresse verso la E4 attraverso il ponte di Liljeholmen.
Alle due e cinquanta parcheggiava in una laterale dell'Avenyn a
Göteborg. Consumò un tardo pranzo nel primo caffè che incontrò. Alle
quattro e dieci prese il tram per Angered e scese in centro. Gli occorsero
venti minuti per trovare l'indirizzo di Idris Ghidi. Era in ritardo di circa
dieci minuti.
Ghidi zoppicava. Strinse la mano a Mikael Blomkvist e lo fece accomodare in un soggiorno arredato in modo spartano. Su un cassettone accanto
al tavolo dove invitò Mikael a sedersi c'erano una dozzina di fotografie incorniciate che Mikael si soffermò a osservare.
«La mia famiglia» disse Idris Ghidi.
Parlava con un accento molto marcato. Mikael pensò che non avrebbe
superato un test linguistico del Partito liberalpopolare.
«Sono i tuoi fratelli?»
«I miei due fratelli, lì in fondo a sinistra, sono stati assassinati da Saddam negli anni ottanta, così come mio padre, al centro. I miei due zii paterni sono stati assassinati da Saddam negli anni novanta. Mia madre è
morta nel 2000. Le mie tre sorelle sono ancora vive. Abitano all'estero.
Due in Siria e la minore a Madrid.»
Mikael annuì. Ghidi versò nelle tazze il caffè turco.
«Ti porto i saluti di Kurdo Baksi.»
Ghidi annuì.
«Ti ha spiegato cosa voglio da te?»
«Kurdo mi ha detto che vorresti affidarmi un lavoro, ma non di cosa si
tratta. Lascia che ti dica da subito che io non faccio niente di illegale. Non
posso permettermi di essere coinvolto in cose del genere.»
Mikael annuì.
«Non c'è nulla di illegale in quello che ti chiederò di fare, ma è una cosa
insolita. Il lavoro durerà due settimane e dovrà essere portato a termine
giorno per giorno. Ma basterà un solo minuto al giorno. Per tutto questo
sono disposto a pagarti mille corone alla settimana. Il denaro passerà direttamente dalla mia tasca alle tue mani e io non lo denuncerò al fisco.»
«Capisco. Cos'è che dovrei fare?»
«Tu lavori come inserviente all'ospedale Sahlgrenska.»
Ghidi fece cenno di sì.
«Uno dei tuoi compiti consiste nel fare le pulizie tutti i giorni, o sei
giorni alla settimana, se ho ben capito, nel corridoio 11C, nel reparto di terapia intensiva.»
Ghidi confermò.
«Ecco quello che vorrei tu facessi.»
Mikael Blomkvist si chinò in avanti e spiegò il motivo della sua visita.
Il procuratore Richard Ekström osservò il suo ospite con aria pensierosa.
Era la terza volta che incontrava il commissario Georg Nyström. Vide un
volto scavato incorniciato da corti capelli grigi. Nyström gli aveva fatto visita la prima volta nei giorni immediatamente successivi all'assassinio di
Zalachenko. Gli aveva mostrato un tesserino di riconoscimento
dell'Rps/Säk. Avevano avuto una conversazione lunga e sommessa.
«È importante che tu capisca che non cerco in nessun modo di influenzare le tue decisioni o la gestione del tuo lavoro» disse Nyström.
Ekström annuì.
«Tengo anche a sottolineare che in nessuna circostanza dovrai rendere
pubblica l'informazione che ti sto dando.»
«Comprendo» disse Ekström.
A voler dire tutta la verità, Ekström avrebbe dovuto riconoscere che non
afferrava fino in fondo di cosa si stesse parlando, ma non voleva apparire
un idiota facendo troppe domande. Aveva capito che Zalachenko era un
argomento da trattare con la massima cautela. Aveva anche capito che la
visita di Nyström era assolutamente informale, ancorché collegata alle alte
sfere dei servizi segreti.
«Si tratta di vite umane» aveva spiegato Nyström già al primo incontro.
«Da parte dei servizi segreti, tutto quanto concerne la verità sull'affare Zalachenko è secretato. Posso confermare che era un ex agente disertore dello spionaggio militare sovietico, e uno dei personaggi chiave nell'offensiva
dei russi contro l'Europa occidentale negli anni settanta.»
«Aha... è ciò che Mikael Blomkvist sostiene.»
«E in questo caso Mikael Blomkvist ha perfettamente ragione. È un
giornalista ed è inciampato in una delle questioni più segrete della difesa
svedese.»
«È intenzionato a pubblicare.»
«Naturale. Lui rappresenta i mass-media, con tutti i pro e i contro. Viviamo in una democrazia ed è ovvio che non possiamo interferire. Lo
svantaggio in questo caso è ovviamente che Blomkvist conosce solo una
frazione della verità su Zalachenko, e molto di quello che sa è errato.»
«Capisco.»
«Ciò che Blomkvist non capisce è che se la verità su Zalachenko diventasse di dominio pubblico, i russi potrebbero identificare i nostri informatori e le nostre fonti in Russia. Ciò significa che uomini che rischiano la
propria vita per la democrazia corrono il rischio di essere uccisi.»
«Ma la Russia ormai non è una democrazia? Voglio dire, se tutto questo
fosse successo nel periodo comunista...»
«Illusioni. Si tratta di gente che si è resa colpevole di spionaggio contro
la Russia, e non esiste regime al mondo che lo accetterebbe. Anche se fosse successo molti anni prima. E parecchie di quelle fonti sono tuttora attive...»
Agenti del genere non esistevano affatto, ma il procuratore Ekström non
poteva saperlo. Doveva credere a Nyström sulla parola. Comunque si sentiva lusingato di avere accesso a informazioni che erano tra le più segrete
che ci fossero in Svezia. Era vagamente sorpreso che i servizi segreti svedesi fossero riusciti a penetrare nella difesa russa così come Nyström lasciava intendere, e capiva da sé che questa era un'informazione da non diffondere assolutamente.
«Quando ho avuto l'incarico di prendere contatto con te, avevamo già
provveduto a un'ampia valutazione della tua persona» disse Nyström.
Per sedurre qualcuno il trucco è sempre quello di scoprire i suoi punti
deboli. Il punto debole del procuratore Ekström era la convinzione di essere importante e il fatto che, come tutti, apprezzava i complimenti. Si trattava di farlo sentire un eletto.
«Abbiamo constatato che sei una persona che gode di grande fiducia
all'interno della polizia... e negli ambienti governativi, si capisce» aggiunse
Nyström.
Ekström aveva un'aria soddisfatta. Se delle persone non meglio precisate
negli ambienti governativi avevano fiducia in lui, poteva aspettarsi della
riconoscenza se avesse giocato bene le sue carte. Era di buon auspicio per
la sua carriera.
«Capisco... e cos'è che vuoi, di preciso?»
«Il mio compito, detto semplicemente, è di affiancarti nel modo più discreto possibile passandoti informazioni. Naturalmente capisci quanto questa faccenda sia diventata incredibilmente complicata. Da un lato c'è un'indagine preliminare che si svolge conformemente alla legge e di cui tu sei il
responsabile. Nessuno, né il governo né i servizi segreti né nessun altro,
può intromettersi in questa indagine preliminare. Il tuo lavoro consiste
nell'individuare la verità e nell'incriminare i colpevoli. È una delle funzioni
più importanti in uno stato di diritto.»
Ekström annuì.
«Dall'altro lato sarebbe una catastrofe nazionale di proporzioni difficilmente prevedibili se tutta la verità su Zalachenko dovesse trapelare.»
«Qual è lo scopo della tua visita?»
«Anzitutto renderti consapevole di questa delicata situazione. Non credo
che la Svezia si sia più trovata in una posizione così esposta dopo la seconda guerra mondiale. Si può dire che il destino del paese in una qualche
misura è nelle tue mani.»
«Chi è il tuo capo?»
«Mi dispiace, ma non posso rivelare i nomi delle persone che lavorano a
questo caso. Lasciami soltanto dire che le mie istruzioni arrivano dalle più
alte sfere possibili e immaginabili.»
Santo cielo. Quest'uomo agisce per conto del governo. Ma non lo si può
dire apertamente perché sarebbe una catastrofe politica.
Nyström vide che Ekström aveva abboccato all'amo.
«Ciò che posso fare è esserti d'aiuto passandoti informazioni. Ho poteri
molto ampi di farti partecipe, a mia discrezione, di materiali che sono fra i
più segreti in questo paese.»
«Aha.»
«Ciò significa che quando avrai delle domande su qualcosa, di qualsiasi
argomento si tratti, sarà a me che dovrai rivolgerti. Non dovrai parlare con
nessun altro dei servizi segreti, ma solo ed esclusivamente con me. Il mio
compito consiste nell'essere la tua guida in questo labirinto. Se si prospetteranno dei conflitti fra interessi diversi, ci aiuteremo a vicenda per trovare
delle soluzioni.»
«Capisco. In tal caso devo proprio dire che sono grato a te e ai tuoi colleghi.»
«Vogliamo che la giustizia abbia il proprio corso nonostante la difficile
situazione.»
«Bene. Ti garantisco che saprò essere estremamente discreto. Non è la
prima volta che maneggio informazioni secretate...»
«No, lo sappiamo bene.»
Nel corso degli incontri precedenti Ekström aveva posto dozzine di domande a Nyström, che le aveva annotate con cura cercando poi di dargli
alcune risposte. In questo terzo incontro Ekström ne ebbe altre. La più importante riguardava il rapporto di Björck del 1991.
«Quello è un vero cruccio» disse Nyström.
Aveva l'aria preoccupata.
«Forse dovrei cominciare spiegandoti che da quando quel rapporto è venuto a galla abbiamo un gruppo di analisi al lavoro quasi giorno e notte
con il compito di scoprire esattamente cosa sia avvenuto. E solo ora ci
stiamo avvicinando a delle conclusioni. E sono conclusioni molto sgradevoli.»
«Posso capire, quel rapporto rivela che la Säpo e quello psichiatra, Peter
Teleborian, hanno congiurato per far chiudere Lisbeth Salander in manicomio.»
«Se fosse solo quello» disse Nyström, e sorrise lievemente.
«Solo?»
«Sì. Se fosse così, la faccenda sarebbe semplice. Sarebbe stato commesso un reato che potrebbe portare a un'incriminazione. Il problema è che
quel rapporto non corrisponde a quello che c'è nei nostri archivi.»
«Cosa vorresti dire?»
Nyström tirò fuori una cartella blu e l'aprì.
«Questo è il rapporto che Gunnar Björck scrisse nel 1991. Con gli originali della corrispondenza fra lui e Teleborian. Il problema è che le due versioni non corrispondono.»
«Spiegati meglio.»
«Il guaio è che Björck si è impiccato. Probabilmente il suo suicidio è legato alle imminenti rivelazioni sulle sue scappatelle erotiche. Millennium
aveva intenzione di denunciarlo. Questo l'ha condotto a una disperazione
così profonda che ha preferito togliersi la vita.»
«Ah...»
«Il rapporto è un'indagine sul tentativo compiuto da Lisbeth Salander di
uccidere suo padre, Alexander Zalachenko, con una bomba incendiaria. Le
prime trenta pagine trovate da Blomkvist corrispondono all'originale. Ma
non contengono nulla di notevole. È da pagina 33, quando Björck trae le
sue conclusioni e fa le sue raccomandazioni, che le due versioni non corrispondono.»
«In che senso?»
«Nella versione originale Björck fa cinque chiare raccomandazioni. Non
c'è bisogno di nasconderti che si tratta di minimizzare il caso Zalachenko
con media e simili. Björck suggerisce che la riabilitazione di Zalachenko,
che come saprai era rimasto gravemente ustionato, abbia luogo all'estero. E
cose del genere. Suggerisce altresì che a Lisbeth Salander venga offerta la
migliore assistenza psichiatrica possibile.»
«Aha...»
«Il problema è che alcune frasi sono state modificate in modo molto sottile. A pagina 34 Björck sembra proporre che la ragazza venga bollata come psicotica in modo da non risultare credibile se qualcuno dovesse cominciare a fare domande su Zalachenko.»
«E questo nel rapporto originale non c'è?»
«Esattamente. Gunnar Björck non suggerì mai niente del genere. Per
giunta sarebbe stato illegale. Invece propone che la ragazza abbia le cure
delle quali effettivamente ha bisogno. Nella copia di Blomkvist questa cosa è diventata una congiura.»
«Posso leggere l'originale?»
«Prego. Ma devo portare il rapporto con me quando vado via. E prima
che tu lo legga permettimi di indirizzare la tua attenzione sull'allegato con
la successiva corrispondenza fra Björck e Teleborian. È quasi completamente un falso. Qui non si tratta più di modifiche sottili ma di grossolane
falsificazioni.»
«Falsificazioni?»
«Credo che nel contesto sia l'unica definizione adeguata. L'originale mostra che Peter Teleborian fu incaricato dal tribunale di procedere a una perizia psichiatrica. Niente di strano in questo. Lisbeth Salander aveva dodici
anni e aveva cercato di uccidere suo padre con una bomba incendiaria. Sarebbe strano se questo non avesse portato a un'indagine psichiatrica.»
«Vero.»
«Se fossi stato tu il procuratore, suppongo che anche tu avresti richiesto
sia un'indagine dei servizi sociali sia una perizia psichiatrica.»
«Certamente.»
«Teleborian era già allora uno psichiatra infantile noto e rispettato, e inoltre aveva lavorato nell'ambito della medicina legale. Ebbe l'incarico e
condusse una normalissima indagine, giungendo alla conclusione che Lisbeth Salander era malata... non c'è bisogno di usare termini tecnici.»
«Okay...»
«Tutto questo Teleborian lo riportò in una relazione che inviò a Björck e
che più tardi fu presentata al tribunale, che decise l'internamento della ragazza alla St. Stefan.»
«Capisco.»
«Nella versione di Blomkvist l'indagine fatta da Teleborian manca completamente. Al suo posto c'è una corrispondenza fra Björck e Teleborian
che lascia intendere che Björck gli desse istruzioni per falsificare una perizia psichiatrica.»
«E tu mi stai dicendo che questo è un falso?»
«Senza dubbio.»
«Ma chi può avere avuto interesse a fare una cosa simile?»
Nyström mise da parte il rapporto e corrugò la fronte.
«Ora sei arrivato al nocciolo della questione.»
«E la risposta è...?»
«Non lo sappiamo. È proprio questa la domanda per dare risposta alla
quale il nostro gruppo di analisi sta lavorando così duramente.»
«Può essere stato Blomkvist?»
Nyström rise.
«Be', è stato uno dei nostri primi pensieri. Ma non lo crediamo. Pensiamo che la falsificazione sia stata fatta molto tempo prima, probabilmente
quando fu scritto il rapporto.»
«Ah sì?»
«E questo porta a conclusioni sgradevoli. Chi ha fatto il falso doveva essere molto addentro alla materia. E inoltre doveva avere accesso alla stessa
macchina da scrivere che utilizzava Björck.»
«Vuoi dire che...»
«Non sappiamo dove Björck abbia scritto quelle pagine, se a casa sua o
al lavoro o da qualche altra parte. Ma facciamo due ipotesi. O l'autore della
falsificazione era qualcuno dell'ambiente psichiatrico o medico-legale che
per qualche motivo voleva infangare Teleborian, o la falsificazione è stata
realizzata per altri motivi da qualcuno dei servizi segreti.»
«Perché?»
«Tutto questo accadeva nel 1991. Può essere stato un agente russo all'interno dell'Rps/Säk che aveva rintracciato Zalachenko. Stiamo esaminando
una gran quantità di vecchi file personali.»
«Ma se il Kgb aveva scoperto... allora questa cosa avrebbe dovuto trapelare molti anni fa.»
«Giusto. Ma non dimenticare che fu proprio in quel periodo che l'Unione
Sovietica crollò e il Kgb fu sciolto. Non sappiamo però cosa andò storto.
Magari era un'operazione già pianificata che poi non ebbe corso. Al Kgb
erano maestri in fatto di falsificazioni di documenti e disinformazione.»
«Ma quale scopo poteva avere il Kgb...»
«Nemmeno questo sappiamo. Ma uno scopo potrebbe essere stato di infangare il governo svedese.»
Ekström si pizzicò il labbro inferiore.
«La valutazione medica di Lisbeth Salander è corretta?»
«Oh sì. Senza dubbio. Quella ragazza è matta da legare, detto volgarmente. Di questo non devi dubitare. La proposta di ricoverarla in un'istituzione chiusa era assolutamente corretta.»
«Wc» disse il caporedattore incaricato Malin Eriksson dubbiosa. Suonava come se pensasse che Henry Cortez si stesse prendendo gioco di lei.
«Wc» ripeté Henry Cortez, annuendo.
«Tu vorresti scrivere un pezzo sui wc per Millennium?»
Monica Nilsson scoppiò a ridere, ma fuori luogo. Aveva notato il malcelato entusiasmo di Henry quando era arrivato alla riunione del venerdì e
sapeva riconoscere i segnali lanciati da un giornalista che aveva della carne
al fuoco.
«Okay, spiega.»
«È molto semplice» esordì Henry. «La più grande industria svedese è
quella edile. Ed è un'industria che non può trasferirsi all'estero, anche se la
Skånska finge di avere un ufficio a Londra e via dicendo. Le case si costruiscono comunque in Svezia.»
«Aha, ma questa non è una novità.»
«No. Ma la mezza novità è che l'edilizia è un paio di anni luce indietro
rispetto a qualsiasi altra industria svedese per quanto riguarda l'efficienza e
la capacità di creare concorrenza. Se la Volvo costruisse le macchine con
gli stessi criteri, ogni esemplare dell'ultimo modello costerebbe intorno a
uno o due milioni di corone. Per tutta l'industria normale l'imperativo è
contenere i prezzi. Per l'industria edile è l'opposto. Se ne fregano di contenere i prezzi, il che comporta che i costi al metro quadrato lievitano e lo
stato improvvisa sovvenzioni con i proventi del gettito fiscale perché non
si arrivi a livelli assurdi.»
«Dov'è l'inchiesta in tutto questo?»
«Aspetta. È complicato. Se, poniamo, l'evoluzione dei prezzi degli hamburger fosse stata simile a partire dagli anni settanta, oggi un Big Mac co-
sterebbe circa centocinquanta corone o anche più. A quanto costerebbe con
anche patatine e Coca-Cola non voglio nemmeno pensare, ma lo stipendio
che prendo probabilmente non durerebbe granché. Quanti di quelli che sono intorno a questo tavolo andrebbero a un McDonald's a prendersi un
hamburger per cento corone?»
Nessuno parlò.
«Molto saggio. Ma la Ncc per poco più di un container in Gåshaga a
Lidingö chiede dieci dodicimila corone al mese di affitto. Quanti di voi potrebbero permetterselo?»
«Io no» disse Monica Nilsson.
«Okay, e tu abiti già in un bilocale a Danvikstull che tuo padre ti ha
comperato vent'anni fa e per il quale prenderesti, diciamo, un milione e
mezzo di corone se lo vendessi. Ma cosa fa un ventenne che vuole uscire
di casa? I giovani proprio non se lo possono permettere. Quindi si sistemano in subaffitto o a casa da mammà fino a quando vanno in pensione.»
«E i wc?» domandò Christer.
«Ci sto arrivando. La questione è: perché le case sono così maledettamente costose? Perché chi le commissiona non sa come fare. Detto semplicemente, un'agenzia comunale per gli alloggi telefona a un'impresa edile
tipo la Skånska e dice che vuole ordinare cento appartamenti e domanda
quanto costano, e la Skånska fa quattro conti e risponde che costano circa
cinquecento milioni di corone. Il che comporta che il prezzo al metro quadrato è di tot corone e che se vuoi andare ad abitarci ti costerà tot biglietti
da mille al mese. Perché, diversamente da quello che puoi fare o non fare
al McDonald's, non puoi decidere di non abitare da nessuna parte. Dunque
devi pagare quello che ti chiedono.»
«Henry, per favore... vieni al dunque.»
«Ma per la miseria, è questo il dunque! Perché deve costare diecimila
corone al mese andare ad abitare in quei maledetti casermoni di
Hammarbyhamnen? Perché le imprese edili se ne fregano di contenere i
prezzi. Il cliente deve pagare comunque. Uno dei costi più impegnativi è
dato dai materiali. Il commercio dei materiali da costruzione passa attraverso grossisti che fanno i prezzi che vogliono. Siccome non esiste una vera e propria concorrenza, una vasca da bagno in Svezia costa cinquemila
corone. La stessa vasca dello stesso produttore in Germania costa duemila
corone. Non c'è nessun costo supplementare che giustifichi la differenza di
prezzo.»
«Okay.»
«Molte notizie a questo proposito si possono leggere in un rapporto della
commissione governativa per i costi edilizi, che era attiva alla fine degli
anni novanta. Da allora non è successo granché. Nessuno negozia con le
imprese edili sugli aspetti irragionevoli dei prezzi. I committenti pagano
senza fiatare e alla fine i costi ricadono sugli inquilini o sui contribuenti.»
«Henry, i wc?»
«Il poco che è successo dopo la commissione per i costi edilizi è successo a livello locale, principalmente fuori Stoccolma. Ci sono committenti
che si sono stancati dei costi elevati. Un esempio è la Karlskronahem che
costruisce più a buon mercato di chiunque altro, acquistando direttamente i
materiali. Inoltre si è messa di mezzo la camera di commercio. Ritengono
che i prezzi dei materiali da costruzione siano assolutamente folli e cercano quindi di aiutare gli acquirenti a procurarsi prodotti equivalenti ma meno costosi. Ma questo ha portato a un piccolo scontro alla fiera dell'edilizia
di Älvsjö un anno fa. La camera di commercio aveva portato qui un tizio
dalla Thailandia, che vendeva wc a circa cinquecento corone l'uno.»
«E?»
«Il concorrente più prossimo era un grossista svedese che si chiama
Vitavara e che vende autentici wc made in Sweden a millesettecento corone il pezzo. I comuni dotati di cervello cominciano a domandarsi perché
debbano sborsare millesettecento corone quando possono avere un wc equivalente dalla Thailandia per cinquecento corone.»
«Forse perché la qualità è migliore?» azzardò Lottie.
«No. Prodotti di qualità equivalente.»
«Thailandia» disse Christer. «Puzza di lavoro minorile e cose del genere.
Il che può spiegare il prezzo basso.»
«No» rispose Henry. «Lo sfruttamento del lavoro minorile in Thailandia
riguarda soprattutto l'industria tessile e dei souvenir. E la pedofilia, si capisce. Questa qui è industria vera e propria. Le Nazioni Unite tengono d'occhio il lavoro minorile e io ho controllato l'azienda. Si comportano come si
deve. Si tratta di una grande, moderna e rispettabile manifattura industriale
che produce sanitari.»
«Aha... allora stiamo parlando di paesi a basso reddito, il che comporta
che rischi di scrivere un articolo a favore del fatto che l'industria svedese
sia messa fuori gioco dalla concorrenza thailandese. Licenziate i lavoratori
svedesi e chiudete le aziende qui e importate dalla Thailandia. Non avrai
successo con i sindacati.»
Un sorriso si allargò sul viso di Henry. Si appoggiò contro lo schienale e
assunse un'aria sfacciatamente piena di sé.
«Niente affatto» disse. «Indovinate dove la Vitavara produce i suoi wc
da millesettecento corone?»
Un profondo silenzio calò sulla redazione.
«Vietnam» continuò Henry.
«Non può essere» disse il caporedattore Malin Eriksson.
«Invece sì» fece Henry. «Sono almeno dieci anni che producono i wc
laggiù. I lavoratori svedesi hanno avuto il benservito già negli anni novanta.»
«Oh cavolo.»
«Ma qui viene il bello. Se li importassimo direttamente dalla fabbrica in
Vietnam, il prezzo dei wc si aggirerebbe intorno alle trecentonovanta corone. Indovinate come si spiega la differenza fra Thailandia e Vietnam.»
«Non starai dicendo che...»
Henry annuì. Il suo sorriso era più largo della sua faccia.
«La Vitavara appalta il lavoro a qualcosa che si chiama Fong Soo Industries. Che è nell'elenco delle imprese che secondo le Nazioni Unite, almeno da un'indagine del 2001, impiegano forza lavoro minorile. E la maggior
parte dei lavoratori sono detenuti.»
Tutto d'un tratto Malin sorrise.
«Questa sì che è roba buona» disse. «Veramente buona. Forse diventerai
un bravo giornalista, da grande. In quanto tempo puoi avere l'inchiesta?»
«Due settimane. Ho un bel po' di controlli da fare. E poi abbiamo bisogno di un cattivo, per cui voglio controllare di chi è la Vitavara.»
«Potrebbe essere il numero di giugno?» domandò Malin speranzosa.
«No problem.»
L'ispettore Jan Bublanski guardò il procuratore Richard Ekström senza
alcuna espressione. L'incontro era durato quaranta minuti e Bublanski provava un desiderio intenso di allungarsi, afferrare la copia del codice svedese appoggiata sulla scrivania di Ekström e calarla sulla testa del procuratore. Si domandò pacatamente cosa sarebbe accaduto se l'avesse fatto davvero. Di sicuro ci sarebbero stati dei titoloni sui giornali e probabilmente anche un'incriminazione per percosse. Scacciò il pensiero. La caratteristica
dell'uomo socializzato era di non cedere a quel genere di impulsi, a prescindere da quanto potesse essere provocatorio l'atteggiamento della controparte. In effetti il più delle volte era proprio quando qualcuno cedeva a
simili impulsi che l'ispettore Bublanski era chiamato a intervenire.
«Allora» disse Ekström. «Per me siamo d'accordo.»
«No, non siamo d'accordo» rispose Bublanski alzandosi. «Ma il responsabile delle indagini preliminari sei tu.»
Bublanski borbottava fra sé mentre svoltava nel corridoio diretto al proprio ufficio per radunare gli ispettori Curt Svensson e Sonja Modig che
quel pomeriggio costituivano tutte le sue risorse di personale. Jerker
Holmberg aveva deciso, poco opportunamente, di prendersi due settimane
di ferie.
«Da me» disse Bublanski. «Portate del caffè.»
Quando si furono accomodati Bublanski aprì il blocnotes con gli appunti
presi durante l'incontro con Ekström.
«La situazione al momento è che il nostro responsabile delle indagini
preliminari ha ritirato tutte le incriminazioni contro Lisbeth Salander per le
quali era ricercata. Lisbeth Salander non rientra dunque più nelle nostre
indagini.»
«Nonostante tutto può essere considerato un passo avanti» disse Sonja.
Curt Svensson come al solito non disse nulla.
«Non ne sarei tanto sicuro» disse Bublanski. «Lisbeth è tuttora sospettata di gravi reati in relazione ai fatti di Stallarholmen e Gosseberga. Ma
questo non rientra più nella nostra inchiesta. Noi dobbiamo concentrarci
sulla caccia a Niedermann e sul cimitero di Nykvarn.»
«Capisco.»
«E adesso è chiaro che Ekström incriminerà Lisbeth Salander. Il caso è
stato trasferito a Stoccolma ed è stata aperta un'inchiesta separata.»
«Ah sì?»
«E indovina chi si occuperà dell'inchiesta?»
«Temo il peggio.»
«Hans Faste è tornato in servizio. Sarà lui ad assistere Ekström.»
«Ma questo è folle. Faste è del tutto inadatto a investigare su Lisbeth.»
«Lo so. Ma Ekström ha una valida argomentazione. Faste era in malattia
da... mmm, dal crollo di aprile, e questo è un buon caso, e semplice, sul
quale concentrarsi.»
Silenzio.
«Dunque nel pomeriggio dovremo consegnare a lui tutto il materiale.»
«E quella storia di Gunnar Björck e della Säpo e dell'indagine del
1991...»
«Sarà gestita da Faste ed Ekström.»
«Tutto questo non mi piace» disse Sonja.
«Nemmeno a me. Ma Ekström è il capo e ha legami molto in alto. In altre parole il nostro lavoro è quello di trovare l'assassino. Curt, a che punto
siamo?»
Svensson scosse la testa.
«Niedermann è ancora introvabile. Devo ammettere che in tutti gli anni
passati nella polizia non ho mai visto un caso simile. Non abbiamo un solo
informatore che lo conosca o che abbia un'idea di dove si trovi.»
«Una faccenda losca» disse Sonja. «Niedermann è ricercato per l'omicidio dell'agente a Gosseberga. Per lesioni gravi a un poliziotto, tentato omicidio ai danni di Lisbeth Salander e sequestro di persona ai danni di Anita
Kaspersson. E per l'omicidio di Dag Svensson e Mia Bergman. Per tutti
questi casi c'è un buon supporto di prove.»
«Basta e avanza. Come va con le indagini sull'esperto finanziario del
Motoclub Svavelsjö?»
«Viktor Göransson e la sua convivente Lena Nygren. Abbiamo prove
che portano a Niedermann. Impronte digitali e dna sul corpo di Göransson.
Niedermann si è graffiato le nocche profondamente durante la colluttazione.»
«Okay. Qualcosa di nuovo sul Motoclub Svavelsjö?»
«Sonny Nieminen è subentrato come capo mentre Magge Lundin è agli
arresti in attesa del processo per il rapimento di Miriam Wu. Circola voce
che Nieminen abbia promesso una cospicua ricompensa a chiunque fornisca informazioni su dove possa trovarsi Niedermann.»
«La qual cosa rende ancora più strano che non sia stato trovato. La macchina di Göransson?»
«Dal momento che abbiamo trovato l'automobile di Anita Kaspersson a
casa di Göransson, riteniamo che Niedermann abbia cambiato mezzo di
trasporto. Ma non abbiamo nessuna traccia.»
«Perciò la domanda che dobbiamo porci è se Niedermann si nasconda
ancora da qualche parte in Svezia, e in tal caso dove e presso chi, oppure
se abbia già fatto in tempo a mettersi al sicuro all'estero. Cosa pensiamo?»
«Non abbiamo elementi che indichino che si sia rifugiato all'estero, ma è
l'unica ipotesi logica.»
«In tal caso dove avrebbe lasciato la macchina?»
Sonja e Svensson scossero la testa. In nove casi su dieci il lavoro della
polizia era poco complicato quando si trattava della ricerca di una persona
specifica. Bisognava creare dei collegamenti logici e cominciare a seguirli.
Chi sono i suoi amici? Con chi è stato in galera? Dove abita la sua ragazza? Con chi è solito uscire a bere? In quale zona è stato usato ultimamente
il suo cellulare? Dov'è il suo mezzo di trasporto? Alla fine dei collegamenti si sarebbe trovato il ricercato.
Ma Ronald Niedermann non aveva amici, non aveva una ragazza, non
era mai stato in galera e a quanto si sapeva non disponeva di un cellulare.
Buona parte delle indagini era stata di conseguenza indirizzata alla ricerca dell'automobile di Viktor Göransson, che si supponeva Niedermann
stesse usando. Avrebbe fornito un'indicazione su dove continuare a cercare. Inizialmente ci si aspettava che la macchina sarebbe ricomparsa nel giro di qualche giorno, probabilmente in qualche parcheggio a Stoccolma.
Nonostante le segnalazioni diffuse su tutto il territorio nazionale, del veicolo tuttavia non c'era ancora traccia.
«Se è all'estero... dov'è?»
«È cittadino tedesco, perciò sarebbe naturale che fosse tornato in Germania.»
«In Germania è ricercato. E non sembra che abbia avuto contatti con i
suoi vecchi amici ad Amburgo.»
Svensson agitò la mano.
«Se il suo piano era di rifugiarsi in Germania... perché andare a Stoccolma? Non avrebbe dovuto piuttosto dirigersi verso Malmö e il ponte
sull'Öresund o verso qualche traghetto?»
«Lo so. E Marcus Erlander a Göteborg si è mosso in quella direzione nei
primi giorni. La polizia danese è stata informata, e possiamo dire con sicurezza che non ha preso nessun traghetto.»
«È andato a Stoccolma al Motoclub Svavelsjö, ha ammazzato il cassiere
e si è dileguato con una somma imprecisata di denaro. Quale dovrebbe essere il passo successivo?»
«Deve uscire dalla Svezia» disse Bublanski. «E la via naturale sarebbe
uno dei traghetti per le repubbliche baltiche. Ma Göransson e la sua convivente sono stati uccisi nella notte del 9 aprile. Ciò significa che Niedermann può aver preso il traghetto già il mattino successivo. Noi siamo stati
allertati circa sedici ore dopo che erano morti e stiamo cercando la macchina solo da quel momento.»
«Se ha preso il traghetto alla mattina, la macchina di Göransson dovrebbe essere parcheggiata vicino a qualcuno dei moli dei traghetti» disse Sonja.
Svensson annuì.
«Può essere semplicemente che non abbiamo trovato la macchina di
Göransson perché Niedermann ha lasciato il paese da nord via Haparanda?
Sarebbe stata una lunga deviazione lungo il golfo di Botnia, ma in sedici
ore avrebbe passato il confine con la Finlandia.»
«Certamente, ma poi avrebbe dovuto abbandonare la macchina da qualche parte, e a quest'ora i colleghi finlandesi avrebbero dovuto trovarla.»
Rimasero seduti in silenzio. Alla fine Bublanski si alzò e si piazzò accanto alla finestra.
«Contro la logica e il calcolo delle probabilità l'auto di Göransson ancora non è stata ritrovata. Niedermann può avere individuato un posto dove
nascondersi, una casa di campagna o...»
«Difficilmente una casa di campagna. In questo periodo i proprietari le
preparano per la stagione estiva.»
«E difficilmente qualche posto collegato con il Motoclub Svavelsjö. Sono gli ultimi in cui vorrebbe imbattersi, penso.»
«E con ciò tutto il mondo della malavita dovrebbe essere escluso...
Qualche amica particolare di cui non siamo a conoscenza?»
Avevano parecchie congetture ma nessun fatto concreto su cui basarsi.
Quando Curt Svensson se ne fu andato a casa al termine della giornata,
Sonja ritornò nell'ufficio di Bublanski e bussò sullo stipite della porta. Lui
la chiamò dentro con un cenno della mano.
«Hai due minuti?»
«Per?»
«Salander.»
«Okay.»
«Questa impostazione con Ekström e Faste e un nuovo processo non mi
piace. Tu hai letto l'indagine di Björck. Io pure. Nel 1991 lei è stata rovinata ed Ekström lo sa. Cosa sta succedendo?»
Bublanski si tolse gli occhiali da lettura e li infilò nel taschino.
«Non lo so.»
«Hai qualche idea?»
«Ekström sostiene che l'indagine di Björck e la corrispondenza con Teleborian sarebbero dei falsi.»
«Balle. Se fossero dei falsi, Björck l'avrebbe detto, quando l'abbiamo
prelevato.»
«Ekström sostiene che Björck si rifiutò di parlarne perché era una faccenda secretata. Io sono stato criticato perché ho anticipato gli eventi.»
«Ekström mi piace sempre meno.»
«È fra l'incudine e il martello.»
«Non è una scusante.»
«Noi non abbiamo il monopolio sulla verità. Ekström dice di aver avuto
le prove che il rapporto è un falso, che non esiste nessuna indagine con
quel numero di protocollo. Dice anche che la contraffazione è molto ben
fatta e che il contenuto è una mescolanza di verità e invenzioni.»
«Quale parte era vera e quale inventata?»
«La cornice del racconto è grossomodo corretta. Zalachenko era il padre
di Lisbeth Salander ed era un bastardo che maltrattava sua madre. Il problema è il solito, la madre non ha mai voluto sporgere denuncia alla polizia
e di conseguenza la cosa si è protratta per anni. Björck ebbe l'incarico di
investigare su ciò che accadde quando Lisbeth cercò di uccidere suo padre
con una bomba incendiaria. Entrò in corrispondenza epistolare con Teleborian, ma tutto quello che è arrivato a noi è un falso. Teleborian fece una
normale perizia psichiatrica su Lisbeth e constatò che era pazza, e il procuratore decise di non portare avanti la causa contro di lei. Aveva bisogno di
cure e le ricevette alla St. Stefan.»
«Se davvero si tratta di una falsificazione... chi l'avrebbe realizzata, e a
che scopo?»
Bublanski allargò le braccia.
«Mi stai prendendo in giro?»
«Mi è parso di capire che Ekström abbia intenzione di richiedere una
nuova, ampia perizia psichiatrica su Lisbeth Salander.»
«Questo io non l'accetto.»
«Non è più affar nostro. Noi siamo stati sganciati dalla vicenda Salander.»
«E vi è stato agganciato Hans Faste... Jan, io mi rivolgerò ai media se
quei bastardi daranno addosso a Lisbeth ancora una volta...»
«No, Sonja. Tu non lo farai. Non abbiamo più accesso al rapporto, quindi non potresti più provare le tue affermazioni. Faresti la figura della paranoica e con ciò la tua carriera sarebbe finita.»
«Io il rapporto ce l'ho ancora» disse Sonja a bassa voce. «Ne avevo fatto
una copia per Curt, che non sono mai riuscita a dargli, prima che il procuratore generale le ritirasse tutte.»
«Se diffonderai quelle informazioni non solo verrai sbattuta fuori ma ti
renderai anche colpevole di grave negligenza in servizio e di aver lasciato
trapelare il contenuto di un documento secretato.»
Sonja restò in silenzio un secondo a fissare il suo capo.
«Sonja, tu non farai niente. Promettimelo.»
Lei esitò.
«No, Jan, non te lo posso promettere. C'è qualcosa di morboso, in tutta
questa storia.»
Bublanski annuì.
«Sì. È morbosa. Ma non sappiamo chi siano i nostri nemici in questo
momento.»
Sonja piegò la testa di lato.
«E tu hai intenzione di fare qualcosa?»
«Non intendo discuterne con te. Fidati. È venerdì sera. Goditi il fine settimana. Va' a casa. Questa conversazione non ha mai avuto luogo.»
Era l'una e mezza di sabato quando la guardia della Securitas Niklas
Adamsson alzò gli occhi dal libro di economia politica che stava studiando
per un esame che avrebbe dovuto sostenere di lì a tre settimane. Sentì il
rumore della lucidatrice e constatò che a spingerla era il turco che zoppicava. Salutava sempre con cortesia ma era molto taciturno e non rideva
quasi mai le volte che cercava di scherzare con lui. Spruzzò il detergente
sul bancone dell'accettazione e lo asciugò con uno straccio. Poi prese una
scopa e la passò dove le spazzole della lucidatrice non erano arrivate. Niklas Adamsson infilò di nuovo il naso nel suo libro e andò avanti a leggere.
Passarono dieci minuti prima che l'inserviente arrivasse vicino ad
Adamsson, in fondo al corridoio. Si salutarono con un cenno del capo.
Adamsson si alzò e lasciò che l'inserviente si occupasse del pavimento intorno alla sedia fuori dalla porta di Lisbeth Salander. L'aveva visto praticamente ogni volta che era stato di turno fuori da quella stanza, ma non
riusciva proprio a ricordare il suo nome. In ogni caso era un qualche nome
da musonero. Ma non aveva bisogno di controllare il suo tesserino. Sia
perché il musonero non sarebbe entrato a far pulizia nella stanza - lo facevano la mattina due inservienti donne -, sia perché non avvertiva alcuna
minaccia in quello zoppo.
Quando ebbe passato tutto il corridoio, l'inserviente aprì la porta accanto
a quella della stanza di Lisbeth. Adamsson lo guardò con la coda dell'occhio, ma nemmeno quello costituiva una variazione della routine. Lo sgabuzzino degli articoli per la pulizia era in fondo al corridoio. Nei cinque
minuti successivi l'uomo vuotò il secchio, pulì le spazzole e rifornì il car-
rello di sacchetti di plastica per i cestini dell'immondizia. Infine trascinò
l'intero carrello dentro lo sgabuzzino.
Idris Ghidi era consapevole della presenza della guardia fuori in corridoio. Era un ragazzo biondo sui venticinque anni che trovava lì due o tre
giorni alla settimana e che leggeva libri di economia politica. Ghidi trasse
la conclusione che lavorava part-time per la Securitas e nel contempo studiava, e che nei confronti del mondo circostante doveva avere più o meno
lo stesso livello di attenzione di un mattone.
Ghidi si chiese cosa avrebbe fatto Adamsson se qualcuno avesse veramente cercato di introdursi nella stanza di Lisbeth Salander.
Si chiese anche di cosa Mikael Blomkvist fosse realmente in cerca.
Scosse il capo. Ovviamente aveva letto del giornalista sui quotidiani e aveva fatto il collegamento con Lisbeth Salander, e si era aspettato che gli
venisse chiesto di consegnare di nascosto qualcosa alla ragazza. In tal caso
sarebbe stato costretto a rifiutare, dal momento che non gli era permesso
accedere alla sua stanza e non l'aveva mai nemmeno vista. Ma qualsiasi
cosa si fosse aspettato, non era quella la proposta che gli era stata fatta.
Non riusciva a vedere nulla d'illegale nell'incarico. Sbirciò attraverso lo
spiraglio della porta e vide che Adamsson era tornato a sedersi fuori dalla
porta e a leggere il suo libro. Era soddisfatto che nelle vicinanze non ci
fosse assolutamente nessuno, come del resto succedeva quasi sempre, dal
momento che lo sgabuzzino si trovava in un braccio senza uscita proprio in
fondo al corridoio. Infilò la mano nella tasca e tirò fuori un cellulare nuovo. Aveva notato quel telefono in un annuncio pubblicitario, in commercio
costava circa tremilacinquecento corone e aveva tutte le funzioni che si potessero desiderare in un cellulare.
Controllò che l'apparecchio fosse acceso e che segnale di chiamata e vibrazione fossero disattivati. Si alzò sulla punta dei piedi e svitò una placca
bianca circolare che copriva una presa d'aria collegata con la stanza di Lisbeth. Nascose il cellulare dentro la presa d'aria, proprio come gli aveva
detto di fare Mikael Blomkvist.
L'intera procedura aveva richiesto circa trenta secondi. Il giorno dopo ne
sarebbero bastati dieci. Doveva tirare giù il cellulare e sostituire le batterie
prima di rimetterlo di nuovo al suo posto. Quelle vecchie doveva portarsele a casa e ricaricarle durante la notte.
Era tutto quanto doveva fare.
Questo non avrebbe tuttavia aiutato Lisbeth. Dalla sua parte c'era una
grata. Non sarebbe mai arrivata al cellulare, in qualsiasi modo avesse provato a farlo, a meno che non si fosse procurata una scala e un cacciavite a
stella.
«Lo so» aveva detto Mikael. «Ma lei non dovrà toccarlo.»
Ghidi avrebbe dovuto ripetere la procedura ogni giorno, finché
Blomkvist non gli avesse comunicato che non era più necessario.
E per quel lavoro Ghidi si sarebbe messo direttamente in tasca mille corone la settimana. Inoltre a lavoro finito avrebbe potuto tenersi il cellulare.
Scosse la testa. Intuiva naturalmente che Blomkvist stava tramando
qualcosa, ma non riusciva affatto a capire dove volesse parare. Mettere un
cellulare in una presa d'aria in uno sgabuzzino chiuso, acceso ma non connesso, era un giochetto di cui Ghidi non riusciva a cogliere la finezza. Se
Blomkvist voleva avere la possibilità di comunicare con Lisbeth Salander,
sarebbe stato molto più utile corrompere uno degli infermieri e fargli portare il cellulare di nascosto. Così invece non c'era alcuna logica.
Ghidi scosse la testa. D'altro lato lui non aveva nulla in contrario a fare
quel favore a Mikael Blomkvist finché gli pagava mille corone la settimana. E non aveva nessuna intenzione di fare domande.
Il dottor Anders Jonasson rallentò il passo quando vide un uomo sulla
quarantina appoggiato al cancello della sua abitazione in Hagagatan.
L'uomo aveva un'aria vagamente familiare e gli fece un cenno di saluto
con il capo.
«Dottor Jonasson?»
«Sì, sono io.»
«Mi perdoni se la disturbo così, qui in strada davanti a casa sua. Ma non
volevo cercarla al lavoro e avrei necessità di parlarle.»
«Di cosa si tratta, e chi è lei?»
«Mi chiamo Mikael Blomkvist. Sono un giornalista, lavoro per Millennium. Si tratta di Lisbeth Salander.»
«Ah, ora la riconosco. È stato lei a chiamare il pronto intervento quando
l'hanno trovata... Per caso le aveva messo lei il nastro adesivo sulle ferite?»
«Sì, sono stato io.»
«Davvero un'ottima idea. Ma mi dispiace. Non posso parlare dei miei
pazienti con i giornalisti. Dovrà rivolgersi al servizio stampa del
Sahlgrenska come tutti gli altri.»
«Lei mi ha frainteso. Non volevo delle informazioni e sono qui per un
motivo assolutamente privato. Non occorre che mi dica una sola parola. È
esattamente il contrario. Sono io che voglio darle delle informazioni.»
Anders Jonasson alzò le sopracciglia.
«La prego» disse Mikael Blomkvist. «Non ho l'abitudine di importunare
chirurghi per la strada, ma è molto importante che le possa parlare. C'è un
caffè dietro l'angolo un po' più giù lungo la strada. Posso offrirle qualcosa?»
«Di cosa vorrebbe parlarmi?»
«Del futuro di Lisbeth Salander. Sono suo amico.»
Anders Jonasson esitò. Si rendeva conto che se non si fosse trattato di
Mikael Blomkvist - se uno sconosciuto l'avesse avvicinato a quel modo lo avrebbe allontanato. Ma il fatto che Blomkvist fosse un personaggio noto faceva sì che Anders Jonasson si sentisse abbastanza sicuro che non si
trattava di un tranello.
«Non voglio essere intervistato e non discuterò della mia paziente.»
«Va benissimo» disse Mikael.
Alla fine, Jonasson annuì e andò con Mikael al caffè.
«Di cosa si tratta?» chiese in tono neutro quando ebbero davanti le loro
tazze. «La ascolto ma non commenterò.»
«Lei ha paura che io la citi sul giornale. Lasci allora che le chiarisca fin
dall'inizio che non accadrà mai. Per quanto mi riguarda, questa conversazione non sta nemmeno avendo luogo.»
«Okay.»
«Vorrei chiederle un favore. Ma prima devo spiegarle esattamente perché, così potrà decidere se per lei sarebbe moralmente accettabile farmelo.»
«Questa conversazione non mi va a genio.»
«Le basterà ascoltare. Come medico è suo compito badare alla salute fisica e mentale di Lisbeth Salander. Come amico è mio compito fare lo
stesso. Io non sono un medico e di conseguenza non posso frugarle nel
cervello per estrarre pallottole, ma ho un'altra competenza che è altrettanto
importante per il suo benessere.»
«Aha.»
«Sono un giornalista e scavando ho portato alla luce la verità su ciò che
le è capitato.»
«Okay.»
«Posso raccontarle in termini generici di cosa si tratta, così potrà giudicare lei stesso.»
«Aha.»
«Dovrei forse cominciare col dire che Annika Giannini è l'avvocato di
Lisbeth Salander. Crédo che l'abbia incontrata.»
Anders Jonasson annuì.
«Annika è mia sorella e sono io che la pago per difendere Lisbeth.»
«Capisco.»
«Che sia mia sorella lo può controllare all'anagrafe. Ma questo favore
non posso chiederlo ad Annika. Lei non parla di Lisbeth con me. Anche lei
è tenuta al segreto professionale, anche se è legata a un sistema di regole
completamente diverso.»
«Mmm.»
«Suppongo che abbia letto di Lisbeth sui giornali.»
Jonasson annuì.
«È stata descritta come una lesbica psicotica pluriomicida. Sono tutte
sciocchezze. Lisbeth Salander è sana di mente tanto quanto lei o me. E le
sue preferenze sessuali non riguardano nessuno.»
«Se ho ben capito, adesso è quel tedesco a essere ricercato per gli omicidi.»
«Sì. Ronald Niedermann è colpevole ed è un assassino assolutamente
privo di scrupoli. Però Lisbeth ha dei nemici. Nemici importanti, e cattivi.
Alcuni fanno parte dei servizi segreti.»
Jonasson inarcò dubbioso le sopracciglia.
«Quando Lisbeth aveva dodici anni fu chiusa in una clinica psichiatrica
infantile a Uppsala perché era inciampata in un segreto che la Säpo cercava a ogni costo di mantenere tale. Suo padre, quell'Alexander Zalachenko
che è stato ucciso proprio al Sahlgrenska, era una spia russa che aveva disertato, un residuo della guerra fredda. Ed era anche un uomo violento che
maltrattava la madre di Lisbeth. A dodici anni, Lisbeth rispose a suo modo
cercando di uccidere Zalachenko con una bomba incendiaria. Fu per questo che venne chiusa in quella clinica.»
«Se ha cercato di uccidere suo padre forse c'era motivo di ricoverarla per
sottoporla a una cura psichiatrica.»
«La mia inchiesta, che ho intenzione di pubblicare, sostiene che la Säpo
sapeva ciò che era successo ma scelse di proteggere Zalachenko perché era
una fonte importante di informazioni. Perciò falsificarono la diagnosi e fecero in modo che Lisbeth venisse rinchiusa.»
Jonasson aveva un'aria talmente dubbiosa che Mikael sorrise.
«Tutto quello che le sto raccontando lo posso documentare. E scriverò
un testo completo e dettagliato giusto in tempo per il processo di Lisbeth.
Mi creda, scoppierà un gran casino.»
«Capisco.»
«Smaschererò e colpirò molto duramente due medici che rendevano servigi alla Säpo e hanno aiutato a seppellire Lisbeth in manicomio. Li denuncerò senza pietà. Uno di loro è un personaggio molto noto e rispettato.
E, come dicevo, ho tutta la documentazione che mi serve.»
«Capisco. Se un medico è stato coinvolto in qualcosa del genere, è una
vergogna per tutta la categoria.»
«No, io non credo alla colpa collettiva. È una vergogna per le persone
coinvolte. Lo stesso vale per la Säpo. C'è sicuramente della brava gente
che ci lavora. Ma qui si tratta di un gruppo settario. Quando Lisbeth compì
diciotto anni tentarono per la seconda volta di rinchiuderla. Non ci riuscirono, ma riuscirono comunque a metterla sotto tutela. Durante il processo
proveranno ancora una volta a gettarle addosso tutto il fango possibile. Io,
o per meglio dire io e mia sorella lotteremo perché Lisbeth sia scagionata e
la sua dichiarazione di incapacità cancellata.»
«Okay.»
«Ma Lisbeth ha bisogno di munizioni. Sono i presupposti per questo
gioco. Forse dovrei anche dire che ci sono dei poliziotti che in effetti stanno dalla parte di Lisbeth in questa battaglia. Ma lo stesso non può dirsi del
responsabile delle indagini preliminari che l'ha incriminata.»
«Certo.»
«Lisbeth ha bisogno di aiuto in vista del processo.»
«Aha. Ma io non sono un avvocato.»
«No. Però è un medico, e può avvicinarla.»
Gli occhi di Anders Jonasson si restrinsero.
«Quello che ho intenzione di chiederle probabilmente può essere considerato una violazione della legge.»
«Davvero?»
«Ma è la cosa moralmente giusta da fare. I diritti di Lisbeth sono stati intenzionalmente violati da persone che dovrebbero rispondere della sua protezione.»
«Aha.»
«Posso farle un esempio. Come sa, Lisbeth non ha il diritto di ricevere
visite e non può leggere i giornali o comunicare con il mondo esterno. Il
procuratore ha inoltre disposto per il suo avvocato il divieto di fare dichiarazioni. Annika si è attenuta coraggiosamente al regolamento. Il procuratore stesso è tuttavia la principale fonte delle soffiate a quei giornalisti che
continuano a gettare fango su Lisbeth Salander.»
«Veramente?»
«Questa per esempio.» Mikael tirò fuori un quotidiano vecchio di una
settimana. «Una fonte interna all'inchiesta sostiene che Lisbeth è un'irresponsabile, e di conseguenza il giornale costruisce una sfilza di congetture
sul suo stato mentale.»
«Ho letto l'articolo. È un cumulo di sciocchezze.»
«Lei non ritiene che Lisbeth sia pazza?»
«Su questo non posso esprimermi. So però che non è stata fatta nessuna
valutazione psichiatrica. Dunque l'articolo è robaccia.»
«Okay. Ma posso provare che è stato un poliziotto di nome Hans Faste
che lavora per il procuratore Ekström a lasciar trapelare queste notizie.»
«Aha.»
«Ekström richiederà che il processo si svolga a porte chiuse, così nessun
estraneo potrà valutare il materiale di prova contro di lei. Ma quel che è
peggio... per il fatto che il procuratore l'ha messa in isolamento, Lisbeth
non potrà fare le ricerche indispensabili a consentirle di preparare la propria difesa.»
«Se non sbaglio, questo dovrebbe essere il compito del suo avvocato.»
«Come certamente avrà ormai capito, Lisbeth è una persona molto speciale. Ha dei segreti dei quali io sono a conoscenza, che però non posso rivelare a mia sorella. Ma Lisbeth sì che potrebbe decidere di servirsene al
processo.»
«Aha.»
«Ma per poterlo fare ha bisogno di questo.»
Mikael mise il Palm Tungsten T3 di Lisbeth Salander e un caricabatteria
sul tavolino.
«Questa è l'arma più importante che Lisbeth ha nel proprio arsenale. Ne
ha assoluto bisogno.»
Anders Jonasson guardò con sospetto il palmare.
«Perché non darlo al suo avvocato?»
«Perché è solo Lisbeth a sapere come arrivare al materiale probatorio.»
Anders Jonasson rimase a lungo in silenzio senza toccare il palmare.
«Lasci che le racconti del dottor Teleborian» disse Mikael, tirando fuori
la cartella in cui aveva raccolto tutto il materiale più importante.
Rimasero seduti per oltre due ore a parlare in tono sommesso.
Erano quasi le otto di sabato sera quando Dragan Armanskij lasciò gli
uffici della Milton Security e raggiunse a piedi la sinagoga di Söder in St.
Paulsgatan. Bussò, si presentò e fu fatto entrare dal rabbino in persona.
«Mi sono accordato per incontrare un conoscente qui» disse Armanskij.
«Al piano di sopra. Le faccio strada.»
Il rabbino gli offrì uno zucchetto che Armanskij si mise con una certa titubanza. Era cresciuto in una famiglia musulmana, portare zucchetti e visitare sinagoghe non rientrava nei gesti quotidiani. Si sentiva a disagio con
in testa l'insolito copricapo.
Anche Jan Bublanski indossava lo zucchetto.
«Salve Armanskij. Grazie di essere venuto. Ho preso in prestito una
stanza dal rabbino, così possiamo parlare indisturbati.»
Armanskij si accomodò di fronte a Bublanski.
«Suppongo che lei abbia un buon motivo per tutta questa segretezza.»
«Verrò subito al sodo. So che lei è amico di Lisbeth Salander.»
Armanskij annuì.
«Voglio sapere cosa avete architettato lei e Blomkvist per aiutarla.»
«Perché crede che abbiamo architettato qualcosa?»
«Perché il procuratore Ekström mi ha chiesto una dozzina di volte fino a
che punto voi della Milton Security eravate coinvolti nell'inchiesta Salander. Non me lo chiede per divertimento ma perché teme che lei metta in
piedi qualcosa che possa avere contraccolpi mediatici.»
«Mmm.»
«E se Ekström è inquieto probabilmente è perché sa o teme che lei abbia
qualcosa che bolle in pentola. O almeno posso supporre che abbia parlato
con qualcuno che nutre quel timore.»
«Qualcuno?»
«Armanskij, non giochiamo a nascondino. Lei sa che Lisbeth Salander
ha subito un sopruso nel 1991, e io temo che ne subirà un altro quando avrà inizio il processo.»
«Lei è un poliziotto in una democrazia. Se ha qualche informazione, dovrebbe agire.»
Bublanski annui.
«Ho intenzione di farlo. La questione è come.»
«Dica quello che aveva in mente di dire.»
«Voglio sapere cosa avete architettato lei e Blomkvist. Suppongo che
non ve ne stiate seduti a girarvi i pollici.»
«È complicato. Come faccio a sapere se posso fidarmi di lei?»
«C'è un documento del 1991 che Mikael Blomkvist aveva trovato...»
«Ne sono a conoscenza.»
«Io non ho più accesso a quel rapporto.»
«Nemmeno io. Entrambe le copie che Blomkvist e sua sorella possedevano sono andate perdute.»
«Perdute?» si stupì Bublanski.
«La copia di Blomkvist è stata rubata, c'è stato un furto nel suo appartamento, e quella di Annika Giannini è sparita nel corso di un'aggressione
che ha subito a Göteborg. Tutto questo è successo lo stesso giorno in cui
Zalachenko è stato assassinato.»
Bublanski rimase in silenzio.
«Perché noi non ne abbiamo saputo nulla?»
«Come ha detto Mikael Blomkvist, c'è solo un momento giusto per pubblicare e una serie infinita di momenti sbagliati.»
«Ma voi... cioè lui ha intenzione di pubblicare qualcosa?»
Armanskij annuì brevemente.
«Un'aggressione a Göteborg e un furto qui a Stoccolma. Lo stesso giorno. Significa che i nostri avversari sono ben organizzati» disse Bublanski.
«Inoltre dovrei forse dire che abbiamo le prove che il telefono di Annika
Giannini è sotto controllo.»
«C'è qualcuno che sta commettendo un bel numero di reati.»
«La questione è: chi sono i nostri avversari» disse Armanskij.
«È quello che penso anch'io. In ultima analisi è la Säpo ad avere interesse a insabbiare il rapporto di Björck. Ma, Dragan... stiamo parlando dei
servizi segreti. Si tratta di un'autorità statale. Non posso credere che tutto
questo sia stato autorizzato dalla Säpo. Non credo neppure che la Säpo abbia la competenza per fare qualcosa del genere.»
«Lo so. Anch'io ho qualche difficoltà a digerirlo. Per non parlare del fatto che qualcuno entra al Sahlgrenska e fa saltare le cervella a Zalachenko.»
Bublanski tacque. Armanskij infilzò l'ultimo chiodo.
«E al tempo stesso Gunnar Björck va pure a impiccarsi.»
«Dunque voi pensate che si tratti di omicidi organizzati. Conosco Marcus Erlander che ha condotto le indagini a Göteborg. Non ha trovato nulla
che lasci supporre che l'omicidio sia stato qualcosa di diverso dal gesto
impulsivo di una persona malata. E noi abbiamo investigato sulla morte di
Björck minuziosamente. Tutto indica che si è trattato di suicidio.»
Armanskij annuì.
«Evert Gullberg, settantotto anni, malato di cancro allo stadio terminale,
curato per depressione qualche mese prima dell'omicidio. Ho messo
Fräklund a fare ricerche su tutto quello che si riesce a scoprire su Gullberg
nella documentazione ufficiale.»
«Sì?»
«Ha fatto il servizio militare a Karlskrona negli anni quaranta, ha studiato giurisprudenza e col tempo è diventato consulente fiscale per l'imprenditoria privata. Ha avuto un ufficio qui a Stoccolma per circa trent'anni, basso profilo, clienti privati... quali che fossero. In pensione dal 1991. Nel
1994 si è trasferito nella sua città natale, Laholm... Niente che sia degno di
nota.»
«Ma?»
«Ci sono alcuni dettagli che sconcertano un po'. Fräklund non riesce a
trovare neanche un riferimento a Gullberg in nessun contesto. Non è mai
stato citato su nessun giornale e non esiste nessuno che sappia chi fossero i
suoi clienti. È come se non avesse mai avuto una vita professionale.»
«Cosa vorrebbe dire?»
«La Säpo è il collegamento evidente. Zalachenko era un disertore russo,
e chi altri avrebbe potuto occuparsi di lui se non la Säpo. Inoltre abbiamo a
che fare con qualcuno che ha fatto in modo che Lisbeth Salander venisse
chiusa in manicomio nel 1991. Per non parlare di effrazioni, aggressioni e
intercettazioni telefoniche quindici anni più tardi... Ma neppure io credo
che dietro tutto questo ci siano i servizi segreti. Mikael Blomkvist lo chiama Club Zalachenko... un piccolo gruppo di reduci della guerra fredda che
si nascondono in qualche oscuro corridoio dei servizi.»
Bublanski annuì.
«Cosa possiamo fare?»
12.
Domenica 15 maggio - lunedì 16 maggio
Il commissario Torsten Edklinth, capo dell'ufficio per la tutela della Costituzione della polizia segreta, si pizzicò il lobo dell'orecchio e fissò pensieroso l'amministratore delegato della nota azienda di vigilanza privata
Milton Security, che di punto in bianco gli aveva telefonato insistendo per
invitarlo nella sua casa di Lidingö. La moglie di Armanskij, Ritva, aveva
servito un eccellente stufato e avevano pranzato conversando amabilmente.
Ma Edklinth si chiedeva cosa volesse Armanskij. Dopo mangiato, Ritva si
era ritirata sul divano davanti alla tv e li aveva lasciati soli al tavolo da
pranzo. Armanskij aveva cominciato lentamente a raccontare la storia di
Lisbeth Salander.
Edklinth fece roteare piano il vino rosso nel bicchiere.
Dragan Armanskij non era uno stupido. Lui lo sapeva bene.
Edklinth e Armanskij si conoscevano da dodici anni, da quando una parlamentare di sinistra aveva ricevuto una serie di minacce di morte anonime. La personalità politica in questione aveva denunciato la cosa al capogruppo del partito al Parlamento, dopo di che ne era stata informata la sezione sicurezza. Le minacce erano volgari e contenevano informazioni di
un genere che lasciava intendere che l'autore avesse una certa conoscenza
personale della donna. La storia diventò quindi oggetto dell'interesse della
Säpo. Durante l'indagine, la parlamentare fu messa sotto protezione.
All'epoca, il servizio scorte era, sotto il profilo del budget, la squadra
cenerentola della polizia segreta. Le risorse erano limitate. La sezione rispondeva della protezione della casa reale e del primo ministro, e in più di
singoli ministri e dirigenti di partito secondo necessità. Ma assai spesso le
necessità superavano le risorse e così la maggior parte dei politici svedesi
mancava di qualsiasi forma di seria protezione personale. La parlamentare
era dunque sotto scorta in occasione di apparizioni pubbliche, ma veniva
abbandonata a se stessa alla fine della giornata lavorativa, vale a dire proprio nel momento in cui aumentavano le probabilità che un pazzo potesse
colpire. La diffidenza della parlamentare nei confronti della Säpo aumentò
rapidamente.
La donna abitava in una villa a Nacka. Tornando a casa tardi una sera,
dopo una riunione della commissione finanza, scoprì che qualcuno si era
introdotto in casa sua attraverso la portafinestra della terrazza, aveva scarabocchiato epiteti pesanti sulle pareti del soggiorno e compiuto atti di onanismo in camera da letto. Prese dunque il telefono e affidò alla Milton
Security l'incarico di occuparsi della sua protezione personale. Non informò la Säpo di tale decisione, e quando il mattino successivo fece un'apparizione pubblica in una scuola di Täby si verificò una collisione frontale
fra guardie del corpo statali e private.
All'epoca Torsten Edklinth era responsabile aggiunto pro tempore del
servizio scorte. Istintivamente detestava che dei gorilla privati svolgessero
quel compito al posto loro. Ma si rendeva anche conto che la parlamentare
aveva buoni motivi per lamentarsi - se non altro, il suo letto insudiciato era
una prova sufficiente dell'inefficienza statale. Invece di cominciare a mostrare i muscoli, Edklinth rifletté e propose un incontro al capo della Milton Security, Dragan Armanskij. Si dissero che la situazione forse era più
grave di quanto la Säpo avesse inizialmente ritenuto, e che c'era motivo di
rafforzare la protezione. Edklinth fu anche sufficientemente saggio da rendersi conto che i ragazzi di Armanskij non solo avevano la competenza richiesta, ma erano anche in possesso di un equipaggiamento tecnico migliore del loro. Risolsero il problema decidendo che Armanskij si sarebbe occupato della protezione e la Säpo dell'indagine vera e propria e di pagare il
conto.
I due uomini scoprirono anche di essersi simpatici e di avere una certa
facilità a collaborare, come ebbero modo di verificare in un paio di altre
occasioni nel corso degli anni. Edklinth aveva grande rispetto per la competenza professionale di Dragan Armanskij, e se lui gli chiedeva un colloquio confidenziale era ben disposto ad ascoltarlo.
Non si aspettava però che Armanskij gli avrebbe messo in grembo una
bomba con la miccia accesa.
«Se ho ben capito, tu sostieni che la Säpo esercita attività criminali.»
«No» disse Armanskij. «Mi hai frainteso. Intendevo dire che alcune persone all'interno della Säpo esercitano attività criminali. Non credo assolutamente che agiscano per ordine della direzione della Säpo o abbiano qualche forma di approvazione governativa.»
Edklinth osservò le fotografie fatte, da Christer Malm dell'uomo che saliva su un'automobile con la targa che cominciava con Kab.
«Dragan... questo non è uno scherzo, vero?»
«Vorrei tanto che lo fosse.»
Edklinth rifletté un momento.
«E cosa diavolo ti aspetti che faccia io?»
Il mattino seguente Torsten Edklinth si pulì con cura gli occhiali mentre
rifletteva. Era un uomo brizzolato con grandi orecchie e un viso energico.
Al momento però il suo viso appariva più confuso che energico. Si trovava
nel suo ufficio presso la centrale della polizia a Kungsholmen e aveva trascorso una parte considerevole della notte a riflettere su come avrebbe dovuto gestire l'informazione ricevuta da Dragan Armanskij.
Non erano state riflessioni piacevoli. La polizia segreta era in Svezia l'istituzione che tutti i partiti - quasi tutti - ritenevano indispensabile e della
quale tutti al tempo stesso sembravano diffidare, circondandola di fantasiose teorie cospiratorie. Gli scandali erano stati innegabilmente parecchi,
non ultimi quelli dei radicali negli anni settanta, quando si erano verificati
non pochi... errori istituzionali. Ma dopo cinque inchieste della Säpo, du-
ramente criticate, si era formata una nuova generazione di funzionari. Una
scuola più giovane di agenti reclutati tra gli esperti di economia, armi e
frodi della polizia - agenti che erano abituati a investigare su reati concreti
e non su fantasie politiche.
La Säpo si era modernizzata, e l'ufficio per la tutela della Costituzione
aveva assunto un ruolo di spicco. Il suo compito, così come era stato formulato dal governo, era di prevenire e smascherare le minacce contro la sicurezza interna della nazione, definite come attività illecite che mirino,
con violenza, minaccia o costrizione, a mutare lo stato della nostra nazione, inducendo organi politici o autorità deliberanti a prendere decisioni in
una certa direzione, o impedendo a singoli cittadini di esercitare le proprie libertà e i propri diritti sanciti dalla Costituzione.
Il compito dell'ufficio per la tutela della Costituzione era dunque di difendere la democrazia svedese da attacchi antidemocratici veri o presunti,
per esempio di anarchici e nazisti. Gli anarchici perché si ostinavano a esercitare la disobbedienza civile sotto forma di incendi dolosi contro le
pelliccerie. I nazisti perché erano nazisti e con ciò per definizione nemici
della democrazia.
Dopo gli studi giuridici, Torsten Edklinth aveva lavorato come procuratore e quindi per la polizia segreta per ventun anni, all'inizio al servizio
scorte, in seguito all'ufficio per la tutela della Costituzione con compiti che
erano andati dall'analisi alla direzione. Col tempo era diventato capodivisione. In altre parole, nella polizia era il responsabile della difesa della
democrazia svedese. Il commissario Edklinth si considerava un democratico. Era molto semplice: la Costituzione era stata sancita dal Parlamento e
il suo compito era di fare in modo che non venisse violata.
La democrazia svedese si fonda su un'unica legge, la Ygl, la legge costituzionale sulla libertà d'espressione che sancisce il diritto inalienabile di
dire, pensare e credere qualsiasi cosa. Questo diritto riguarda tutti i cittadini svedesi, dai nazisti agli anarchici che tirano le pietre, con tutti quelli che
ci stanno in mezzo.
Tutte le altre leggi costituzionali, per esempio sulla forma di governo,
sono soltanto decorazioni pratiche della libertà d'espressione. Quella della
libertà d'espressione è la legge con cui una democrazia sorge e cade. Edklinth riteneva che il suo compito primario consistesse nel difendere il diritto dei cittadini svedesi a pensare e dire esattamente ciò che volevano anche quando lui non condivideva affatto il contenuto del loro pensiero o
delle loro parole.
Questa libertà non comporta però che tutto sia permesso, interpretazione
che taluni fondamentalisti della libertà d'espressione, in particolare pedofili
e razzisti, cercano di sostenere nel dibattito politico-culturale. Ogni democrazia ha i suoi limiti, e i limiti della Ygl sono stabiliti dalla Tf, la legge
sulla libertà di stampa. Questa definisce in linea di principio quattro restrizioni. È proibito pubblicare pornografia infantile e rappresentazioni di violenze sessuali indipendentemente da quanto artistiche le ritenga l'autore. È
proibito istigare ed esortare a commettere reati. È proibito diffamare o calunniare un'altra persona. Ed è proibito esercitare la persecuzione razziale.
Anche la Tf è stata emanata dal Parlamento e costituisce una limitazione
socialmente accettabile della democrazia, vale a dire il contratto sociale
che è la cornice di una società civilizzata. Il nocciolo della legge comporta
che nessuno ha il diritto di perseguitare o umiliare un'altra persona.
Siccome la Ygl e la Tf sono leggi, occorre un'autorità che possa garantire la loro sopravvivenza. In Svezia tale funzione è affidata a due istituzioni, delle quali una, la procura generale, ha il compito di incriminare per reati contro la Tf.
A questo proposito Torsten Edklinth non era per nulla soddisfatto. Riteneva che la procura generale tradizionalmente fosse troppo indulgente nei
confronti dei reati contro la Costituzione. Il procuratore generale usava rispondere che il principio della democrazia era talmente importante che bisognava intervenire e procedere a un'incriminazione solo in casi di estrema
necessità. Questo atteggiamento aveva tuttavia cominciato a essere messo
sempre più spesso in discussione negli ultimi anni.
L'altra istituzione era appunto la sezione della Säpo per la tutela della
Costituzione, e il commissario Torsten Edklinth si era fatto carico di questo compito con la massima serietà. Era personalmente convinto che fosse
la carica più bella e importante che un poliziotto svedese potesse mai coprire, e non avrebbe scambiato il proprio posto con nessun altro. Era molto
semplicemente l'unico poliziotto in Svezia con funzioni di polizia politica.
Si trattava di un compito delicato che richiedeva grande saggezza e preciso
senso della giustizia: le esperienze di troppe altre nazioni dimostravano
che una polizia politica poteva facilmente trasformarsi nella minaccia più
grande contro la democrazia.
I media e i cittadini ritenevano di solito che l'ufficio per la tutela della
Costituzione avesse principalmente il compito di tenere sotto controllo nazisti e vegani militanti. Era senz'altro vero che tutto questo era oggetto di
una parte essenziale dell'attività della sezione, ma tra i suoi interessi rien-
travano anche un lungo elenco di altre istituzioni e manifestazioni. Se, per
ipotesi, al re o al comandante supremo delle forze armate fosse saltato in
testa che il parlamentarismo aveva esaurito il suo ruolo e il Parlamento doveva essere sostituito da una dittatura militare, il re o il comandante supremo sarebbero rapidamente diventati oggetto dell'interesse dell'ufficio
per la tutela della Costituzione. E se un gruppo di poliziotti si fosse messo
in testa di estendere l'applicazione delle leggi fino a calpestare i diritti individuali sanciti dalla Costituzione, anche in questo caso l'ufficio guidato
da Edklinth sarebbe stato tenuto a reagire. In tali gravi evenienze l'indagine
sarebbe spettata all'ufficio del pubblico ministero.
Ovviamente, l'ufficio per la tutela della Costituzione aveva quasi esclusivamente una funzione di analisi e controllo, e nessuna attività operativa.
Per questo erano principalmente i servizi ufficiali o altre sezioni della Säpo
a intervenire contro i nazisti.
Agli occhi di Edklinth questa situazione era fonte di profonda insoddisfazione. Quasi tutte le nazioni normali hanno una qualche forma di tribunale costituzionale autonomo, che fra le altre cose ha il compito di fare in
modo che le autorità non attentino alla democrazia. In Svezia tale compito
è svolto dal procuratore generale o dal commissario parlamentare per
l'amministrazione giudiziaria e civile, che tuttavia devono solo adeguarsi
alle decisioni di altri. Se la Svezia avesse avuto una corte costituzionale,
l'avvocato di Lisbeth Salander avrebbe potuto immediatamente intentare
una causa contro lo stato svedese per la violazione dei suoi diritti costituzionali. Il tribunale avrebbe potuto richiedere ogni documentazione e interrogare chiunque, compreso il primo ministro, finche la questione non fosse
stata chiarita. Per come stavano invece le cose, l'avvocato poteva al massimo fare una denuncia al commissario parlamentare, che tuttavia non aveva l'autorità di andare dalla Säpo e pretendere che tirassero fuori la documentazione.
Torsten Edklinth era stato per molti anni un caldo sostenitore della creazione di una corte costituzionale. Allora sì che avrebbe facilmente potuto
utilizzare le informazioni ricevute da Dragan Armanskij, sporgendo denuncia alla polizia e consegnando la documentazione al tribunale. Dopo di
che si sarebbe messo in movimento un processo inarrestabile.
Ma Edklinth non aveva l'autorità di dare inizio a un'indagine preliminare.
Sospirò e si mise una presa di tabacco sotto il labbro.
Se le informazioni di Armanskij corrispondevano al vero, un certo nu-
mero di agenti della polizia segreta in posizioni dirigenziali aveva chiuso
un occhio su una serie di pesanti reati ai danni di una cittadina svedese che
era finita in manicomio e aveva dato carta bianca a una ex spia russa di alto rango di dedicarsi al traffico d'armi, di droga e di esseri umani. Edklinth
non voleva nemmeno cominciare a contare quante infrazioni della legge
dovevano essere state commesse nel corso degli eventi. Per non parlare
dell'effrazione in casa di Mikael Blomkvist, dell'aggressione all'avvocato
di Lisbeth Salander e forse - cosa che si rifiutava di credere - della complicità nell'omicidio di Alexander Zalachenko.
Era un casino nel quale non avrebbe avuto il minimo desiderio di essere
invischiato. Purtroppo però lo era stato nell'attimo stesso in cui Dragan
Armanskij lo aveva invitato a pranzo.
La questione era come gestire la situazione. Formalmente la risposta era
semplice. Se il racconto di Armanskij era vero, Lisbeth Salander era stata
quanto meno privata della possibilità di esercitare i propri diritti costituzionali. Da un punto di vista costituzionale c'era poi il sospetto che organi
politici o autorità deliberanti fossero stati indotti a prendere decisioni in
una determinata direzione, e questo andava a toccare il nocciolo stesso dei
compiti dell'ufficio per la tutela della Costituzione. Torsten Edklinth era un
poliziotto a conoscenza di un reato e aveva perciò l'obbligo di contattare
un pubblico ministero e sporgere denuncia. Ma sul piano informale la risposta non era esattamente così semplice. Detto senza mezzi termini, era
anzi piuttosto complicata.
Nonostante il suo insolito cognome, l'ispettore Monica Figuerola era nata in Dalecarlia da una famiglia che risiedeva in Svezia almeno fin dai
tempi di Gustav Vasa. Era una donna che di solito non passava inosservata. Ciò dipendeva da diversi fattori. Aveva trentasei anni, gli occhi azzurri
ed era alta un metro e ottantaquattro. I capelli, biondi e naturalmente mossi, erano tagliati corti. Aveva un bell'aspetto e si vestiva in un modo che, lo
sapeva, la rendeva attraente.
Ed era eccezionalmente atletica.
Da adolescente aveva praticato l'atletica leggera ad alto livello, fin quasi
a qualificarsi per la squadra olimpica svedese a diciassette anni. Da allora
aveva smesso, ma si allenava fanaticamente in palestra cinque sere la settimana. Faceva così tanto moto che le endorfine funzionavano come una
droga che le procurava crisi di astinenza se sospendeva l'allenamento. Correva, sollevava pesi, giocava a tennis, faceva karate e per dieci anni aveva
fatto body building. Questa variante estrema dell'esaltazione del corpo l'aveva però drasticamente ridotta due anni prima, quando aveva cominciato
a dedicare due ore al giorno al sollevamento pesi. Adesso lo praticava solo
per pochi minuti al giorno, ma tale era l'allenamento generale che, considerando i suoi muscoli, i colleghi maligni la chiamavano Signor Figuerola.
Quando indossava camicette sbracciate o abiti estivi, nessuno poteva fare a
meno di notare bicipiti e scapole.
La sua costituzione fisica non era comunque l'unica cosa a disturbare
molti dei suoi colleghi maschi: Monica non era soltanto un bel faccino.
Uscita dal liceo con il massimo dei voti, aveva frequentato la scuola di polizia e poi aveva prestato servizio per nove anni presso la polizia di
Uppsala, studiando nel contempo giurisprudenza. Per puro piacere aveva
anche dato alcuni esami di scienze politiche. Non aveva nessun problema a
memorizzare e analizzare nozioni. Leggeva raramente polizieschi o altra
letteratura d'evasione, ma sprofondava col massimo interesse nelle materie
più disparate, dal diritto internazionale alla storia antica.
Nella polizia era passata dal servizio esterno di pattuglia all'incarico di
ispettore, prima alla sezione reati contro la persona e poi alla sezione reati
economici. Nel 2000 aveva fatto domanda per entrare nella Säpo a
Uppsala e nel 2001 si era trasferita a Stoccolma. Aveva lavorato da principio al controspionaggio, ma quasi subito era stata selezionata per l'ufficio
per la tutela della Costituzione da Edklinth, che conosceva il padre di Monica e aveva seguito la carriera della ragazza nel corso degli anni.
Quando alla fine Edklinth aveva deciso di dar corso alle informazioni ricevute da Armanskij, dopo una breve riflessione aveva alzato il telefono e
convocato Monica Figuerola nel suo ufficio. Monica lavorava da meno di
tre anni all'ufficio per la tutela della Costituzione, quindi era tuttora un agente vero e proprio più che un combattente da scrivania.
Quel giorno portava dei blue jeans attillati, sandali turchese con poco
tacco, una giacca blu marino.
«Di cosa ti stai occupando in questo momento?» esordì Edklinth, invitandola ad accomodarsi.
«Stiamo seguendo gli sviluppi della rapina di due settimane fa ai danni
di quel negozio di alimentari a Sunne.»
La polizia segreta non si occupava di rapine a negozi di alimentari, compito affidato esclusivamente ai servizi ufficiali. Monica Figuerola era a capo di una sezione composta da cinque collaboratori che analizzava i reati
di natura politica. L'aiuto più valido era costituito da un certo numero di
computer collegati alla centrale informatica della polizia. A grandi linee,
ogni denuncia segnalata in ogni distretto di polizia veniva inoltrata anche
ai computer della squadra di Monica. Un programma analizzava automaticamente ogni rapporto di polizia, reagendo a trecentodieci vocaboli specifici, per esempio musonero, skinhead, croce uncinata, immigrato, anarchico, saluto hitleriano, nazista, nazionaldemocrazia, traditore, antisemita, negro. Se una di queste parole chiave ricorreva in un rapporto di polizia, il
computer lo segnalava e il rapporto in questione veniva recuperato ed esaminato. A seconda del contesto si poteva richiedere anche un'indagine preliminare per procedere a un ulteriore esame.
Fra i compiti dell'ufficio per la tutela della Costituzione rientrava anche
la pubblicazione annuale del rapporto Minacce contro la sicurezza della
nazione, che costituisce l'unica fonte statistica affidabile sulla criminalità
politica. Le statistiche si basano esclusivamente sulle denunce alla polizia
locale. Nel caso della rapina al negozio di alimentari di Sunne, il computer
aveva reagito a tre parole chiave - immigrato, distintivo e musonero. Due
giovani mascherati avevano rapinato impugnando delle pistole un negozio
di alimentari di proprietà di un immigrato. Avevano portato via duemilasettecentottanta corone in contanti e una stecca di sigarette. Uno dei rapinatori indossava un giubbetto con una bandiera svedese sulla spalla. L'altro
aveva dato ripetutamente del "maledetto musonero" al gestore del negozio,
costringendolo a stendersi sul pavimento.
Tutto questo fu sufficiente perché i collaboratori di Monica Figuerola
prendessero in mano il rapporto e cercassero di scoprire se i rapinatori avevano qualche collegamento con le bande neonaziste locali del Värmland,
e se si poteva parlare di criminalità razzista. Se così fosse stato, la rapina
avrebbe potuto benissimo costituire una voce della pubblicazione statistica
dell'anno successivo, che poi sarebbe stata analizzata e inclusa nella statistica europea, compilata annualmente dagli uffici della Comunità Europea
a Vienna. Poteva però anche risultare che i rapinatori erano scout che avevano comperato una giacca con la bandiera svedese e che per pura coincidenza il proprietario del negozio era un immigrato ed era stata pronunciata
la parola "musonero". In questo caso, la sezione non avrebbe inserito la rapina nelle statistiche.
«Ho un incarico rognoso per te» disse Edklinth.
«Aha» fece Monica Figuerola.
«Può comportare che tu finisca in disgrazia e che la tua carriera ne venga
danneggiata.»
«Capisco.»
«Se però riuscirai a svolgerlo e le cose andranno per il verso giusto, potrebbe seguirne un grosso passo avanti nella carriera. Ho intenzione di trasferirti all'unità operativa della tutela della Costituzione.»
«Scusami se te lo faccio notare, ma questo ufficio non ha nessuna unità
operativa.»
«Invece sì» disse Edklinth. «Adesso questa unità esiste. L'ho creata giustappunto stamattina. Per ora è costituita da una sola persona. Tu.»
Monica pareva perplessa.
«Il compito dell'ufficio per la tutela della Costituzione è difendere la Costituzione dalle minacce interne, di solito nazisti o anarchici. Ma cosa facciamo se la minaccia contro la Costituzione viene dalla nostra stessa organizzazione?»
Edklinth impiegò la successiva mezz'ora a riportare per intero la storia
che Dragan Armanskij gli aveva raccontato la sera prima.
«Chi è la fonte?» chiese Monica.
«In questo momento non è importante. Concentrati sulle notizie che ci
ha dato l'informatore.»
«Mi domando se tu ritieni che la fonte sia attendibile.»
«Conosco questa fonte da molti anni e ritengo che abbia la massima attendibilità.»
«Tutto questo in effetti suona... non saprei come dire... incredibile è il
minimo.»
Edklinth annuì.
«Come un romanzo di spionaggio» disse.
«Cosa ti aspetti che faccia?»
«A partire da questo momento sei sollevata da tutti gli altri incarichi.
Hai un unico compito, verificare cosa c'è di vero in questa storia. Dovrai
confermare o respingere ogni affermazione. Farai rapporto direttamente a
me e a nessun altro.»
«Santo dio» disse Monica. «Ora capisco cosa intendevi quando dicevi
che potrei finire in disgrazia.»
«Sì. Ma se la storia è vera... se solo una minima parte di questa storia è
vera, siamo di fronte a una crisi istituzionale.»
«Da dove devo cominciare? Come devo comportarmi?»
«Comincia con la cosa più semplice. Leggi questo rapporto che Gunnar
Björck ha scritto nel 1991. Poi identifica le persone che a quanto pare sorvegliano Mikael Blomkvist. Secondo la mia fonte, la macchina appartiene
a un certo Göran Mårtensson, quarant'anni, poliziotto, residente in Vittangigatan a Vällingby. Quindi identifica la seconda persona che compare nelle foto scattate dal fotografo di Blomkvist. Il giovanotto biondo.»
«Okay.»
«Poi investiga sul passato di Evert Gullberg. Io non ho mai sentito parlare di lui, ma secondo la mia fonte dev'esserci un collegamento con i servizi
segreti.»
«Dunque, qualcuno qui alla Säk dovrebbe aver commissionato l'omicidio di una spia a un vecchio di settantotto anni. Io non ci credo.»
«Ciò nondimeno bisognerà controllare. E l'indagine dovrà essere segreta.
Prima di prendere qualsiasi provvedimento voglio che mi informi. E non
voglio che restino tracce.»
«Quella che mi stai chiedendo è una cosa enorme. Come posso farcela
da sola?»
«Tu farai solo un primo controllo. Se torni qui e mi dici che non hai trovato nulla, tutto bene. Se invece trovi qualcosa di sospetto, decideremo
come andare avanti.»
Monica Figuerola dedicò la sua pausa pranzo a sollevare pesi nella palestra della centrale della polizia. Il pranzo consisté in caffè nero, un panino
con la cotoletta e un'insalata di barbabietole che si portò nel suo ufficio.
Chiusa la porta, sgomberò la scrivania e cominciò a leggere il rapporto di
Björck mangiando il panino.
Lesse anche l'allegato con la corrispondenza fra Björck e il dottor Peter
Teleborian. Annotò ogni nome e ogni fatto citato che si sarebbe potuto verificare. Dopo due ore si alzò e andò al distributore automatico a prendere
dell'altro caffè. Uscendo dall'ufficio chiuse a chiave la porta, cosa normale
all'Rps/Säk.
Quando rientrò, per prima cosa controllò il numero di protocollo. Telefonò all'addetto al registro e fu informata che non esisteva nessun rapporto
con quel numero. Il suo secondo controllo consisté nel consultare gli archivi dei media. Questo diede risultati migliori. I due quotidiani della sera
e un quotidiano del mattino avevano dato la notizia di una persona rimasta
gravemente ustionata nell'incendio di un'automobile in Lundagatan quel
certo giorno del 1991. La vittima della disgrazia era un uomo di mezza età
di cui non si fornivano le generalità. Un giornale della sera riportava che,
secondo un testimone, l'incendio era stato causato intenzionalmente da una
ragazzina. Doveva dunque trattarsi della famosa bomba incendiaria che Li-
sbeth Salander aveva lanciato contro un agente russo di nome Zalachenko.
Per lo meno il fatto sembrava avere avuto luogo.
Gunnar Björck, che figurava come autore del rapporto, era una persona
realmente esistente. Un noto alto funzionario della sezione stranieri in malattia per un'ernia del disco, in seguito suicidatosi.
L'ufficio del personale non poteva tuttavia fornire dettagli su cosa avesse
fatto Björck nel 1991. Le informazioni erano secretate anche per gli altri
collaboratori della Säk. Era la prassi.
Che Lisbeth Salander abitasse in Lundagatan nel 1991 e avesse trascorso
i successivi due anni nella clinica psichiatrica infantile St. Stefan era facile
da verificare. In quelle parti del testo la realtà sembrava almeno non contraddire il contenuto del rapporto.
Peter Teleborian era un noto psichiatra che compariva spesso alla tv.
Lavorava alla St. Stefan nel 1991 e oggi ne era il primario.
Monica si soffermò a riflettere sul significato del rapporto. Quindi telefonò al direttore aggiunto dell'ufficio del personale.
«Ho una domanda complicata» spiegò.
«Sarebbe?»
«Stiamo facendo un'analisi qui all'ufficio per la tutela della Costituzione.
Si tratta di valutare la credibilità di una persona e il suo stato di salute
mentale. Avrei bisogno di consultare uno psichiatra o qualche altro esperto
che sia autorizzato a essere messo a parte di informazioni secretate. Mi è
stato fatto il nome del dottor Peter Teleborian, vorrei sapere se posso rivolgermi a lui.»
Passò un po' di tempo prima che le venisse data una risposta.
«Il dottor Peter Teleborian è stato consulente esterno per la Säk in un paio di occasioni. È autorizzato a ricevere informazioni secretate, con lui
puoi discutere in termini generali. Ma per farlo devi seguire la procedura.
Il tuo capo deve presentare una richiesta formale.»
Monica si sentì sprofondare. Aveva avuto la conferma di un dato che
non poteva essere noto al di fuori di una cerchia molto ristretta. Peter Teleborian aveva avuto a che fare con l'Rps/Säk. Con ciò la credibilità del
rapporto si rafforzava.
Mise da parte il rapporto e si dedicò alla seconda parte dell'informazione
che Edklinth le aveva fornito. Studiò le foto scattate da Christer Malm alle
due persone che a quanto pareva avevano pedinato Mikael Blomkvist all'uscita del Copacabana l'1 maggio.
Consultò il registro automobilistico e constatò che Göran Mårtensson
era una persona realmente esistente e possedeva una Volvo grigia con quel
numero di targa. Ebbe conferma dall'ufficio del personale della Säpo che
era alle dipendenze dell'Rps/Säk. Era il controllo più semplice che potesse
fare, e anche questa informazione pareva corretta. Il peso sul suo cuore
aumentò ancora un po'.
Mårtensson lavorava al servizio scorte. Era una guardia del corpo. Faceva parte del gruppo che in diverse occasioni aveva avuto la responsabilità
della sicurezza del primo ministro. Da qualche settimana era tuttavia in
prestito temporaneo al controspionaggio. Il congedo era iniziato il 10 aprile, qualche giorno dopo l'arrivo al Sahlgrenska di Alexander Zalachenko e
di Lisbeth Salander, ma quel genere di trasferimento temporaneo non era
nulla d'insolito se c'era mancanza di personale per qualche incarico di emergenza.
Monica telefonò al direttore aggiunto del controspionaggio, un uomo
che conosceva personalmente e per il quale aveva lavorato durante il suo
breve periodo in quella sezione. Gli chiese se Mårtensson stesse lavorando
a qualcosa d'importante o se lo si sarebbe potuto avere in prestito all'ufficio per la tutela della Costituzione per un'indagine.
Il direttore si dimostrò perplesso. Doveva essere stata male informata.
Göran Mårtensson non era in prestito al controspionaggio. Spiacente.
Monica mise giù il telefono e rimase a fissarlo per due minuti. Al servizio scorte sostenevano che Mårtensson era stato dato in prestito al controspionaggio. Al controspionaggio sostenevano di non averlo affatto preso in
prestito. Simili trasferimenti dovevano essere approvati dal capodivisione.
Tese la mano verso il telefono per chiamarlo ma si trattenne. Se al servizio
scorte avevano dato in prestito Mårtensson, il capodivisione doveva aver
approvato la decisione. Ma Mårtensson al controspionaggio non c'era. Fatto del quale il capodivisione doveva essere a conoscenza. E se Mårtensson
era stato dato in prestito a qualche sezione che sorvegliava Mikael
Blomkvist, lui doveva essere a conoscenza anche di questo.
Edklinth le aveva detto di non lasciare tracce. Chiedere al capodivisione
poteva equivalere di conseguenza a gettare un sasso enorme nello stagno
delle anatre.
Erika Berger si sedette alla sua scrivania nel gabbiotto poco dopo le dieci e mezza del lunedì mattina e tirò il fiato. Aveva un gran bisogno della
tazza di caffè che si era appena andata a prendere al distributore automatico. Aveva trascorso le prime ore di quella mattina spuntando dall'agenda
due appuntamenti. Il primo era stato un incontro di un quarto d'ora in cui il
segretario di redazione Peter Fredriksson le aveva illustrato le linee guida
per il lavoro di quel giorno. Era costretta ad affidarsi sempre più al giudizio di Fredriksson in mancanza di un rapporto di fiducia con Anders Holm.
Il secondo era stato un incontro di un'ora con il presidente del consiglio
d'amministrazione Magnus Borgsjö, il direttore amministrativo Christer
Sellberg e il responsabile di bilancio Ulf Flodin. Avevano discusso del declino del mercato pubblicitario e del calo delle vendite. Sellberg e Flodin
erano d'accordo sulla necessità di prendere provvedimenti per diminuire il
deficit del giornale.
«Quest'anno siamo riusciti a cavarcela nel primo trimestre grazie a una
crescita marginale del mercato della pubblicità e grazie al fatto che due
collaboratori sono andati in pensione e non sono stati sostituiti» disse Ulf
Flodin. «Probabilmente usciremo da questo trimestre con un deficit marginale. Ma non c'è alcun dubbio che i quotidiani gratuiti Metro e Stockholm
City si stanno mangiando il mercato pubblicitario a Stoccolma. L'unica
previsione che possiamo fare è che il terzo trimestre di quest'anno si chiuderà con un deficit netto.»
«E come affrontiamo il problema?» domandò Borgsjö.
«L'unica alternativa possibile è fare dei tagli. È dal 2002 che non lo facciamo. Ho calcolato che prima della fine dell'anno si dovranno eliminare
almeno dieci posti di lavoro.»
«E quali?» chiese Erika.
«Dobbiamo toglierne uno qua e uno là. La redazione sportiva conta sei
posti e mezzo. Dovranno essere ridotti a cinque a tempo pieno.»
«Se ho ben capito, la redazione sportiva già adesso fa fatica. Questo significa che dovremo ridurre l'attenzione allo sport nel suo insieme.»
Flodin alzò le spalle.
«Ascolto volentieri proposte migliori.»
«Io non ho nessuna proposta migliore, ma il principio è che se tagliamo
il personale facciamo un giornale meno ricco, e se facciamo un giornale
meno ricco il numero dei lettori diminuisce e di conseguenza diminuisce il
numero degli inserzionisti.»
«Un eterno circolo vizioso» disse Sellberg.
«Io sono stata assunta per far cambiare direzione a questo trend. Ma
punterò tutto sul rinnovamento di questo giornale, rendendolo più attraente
per i lettori. E non posso farlo se devo sfrondare il personale.»
Erika si rivolse a Borgsjö.
«Quanto può soffrire il giornale? Quanto può resistere prima che giri il
vento?»
Borgsjö sporse le labbra.
«A partire dagli anni novanta si è mangiato buona parte delle risorse accantonate. Il portafoglio azionario ha perso circa il trenta per cento del suo
valore rispetto a dieci anni fa. Una parte consistente di questi fondi è stata
investita in strumenti informatici. Abbiamo avuto spese enormi.»
«Ho notato che l'Smp ha un suo programma di redazione dei testi, l'Atx.
Quanto è costato?»
«Circa cinque milioni di corone.»
«Non capisco la logica. Sul mercato esistono programmi commerciali
già pronti e poco costosi. Perché avete puntato sullo sviluppo di programmi propri?»
«Ecco... È meglio che risponda chi lo sa fare. Comunque è stato il nostro
ex responsabile tecnico a convincerci. Diceva che alla lunga sarebbe stato
più conveniente e che inoltre la licenza del programma avrebbe potuto essere venduta ad altri giornali.»
«E qualcuno l'ha mai acquistata?»
«Sì, in effetti. Un giornale locale in Norvegia.»
«Fantastico» disse Erika con voce asciutta. «Domanda successiva. Stiamo lavorando con dei pc che sono vecchi di cinque anni...»
«È escluso che si spendano soldi per nuovi computer almeno per un altro
anno» disse Flodin.
La discussione era continuata, ma Erika cominciava a essere acutamente
consapevole del fatto che Flodin e Sellberg non davano nessun peso alle
sue obiezioni. Per loro bastava fare dei tagli, il che però era ragionevole
dal punto di vista di un responsabile di bilancio e di un direttore finanziario, ma inaccettabile da quello di un caporedattore appena entrato in carica.
La irritava però che respingessero le sue argomentazioni con sorrisi indulgenti che la facevano sentire come una scolaretta durante un'interrogazione. Senza dire una sola parola scorretta, mantenevano nei suoi confronti un
atteggiamento talmente classico da risultare quasi divertente. Non sforzare
il tuo cervellino con faccende così complicate, ragazzina.
Borgsjö non era di grande aiuto, lasciava che gli altri esponessero fino in
fondo le loro opinioni, ma non le sembrava che avesse nei suoi confronti lo
stesso atteggiamento di superiorità.
Erika sospirò, collegò il suo laptop e aprì la posta elettronica. Aveva diciannove nuovi messaggi. Quattro erano spam da qualcuno che voleva 1)
che comperasse del Viagra 2) offrirle cybersex con The sexiest Lolitas on
the net al costo di soli quattro dollari americani al minuto 3) farle la proposta un po' più pesante di Animal sex, the juicest horse fuck in the universe e
infine 4) offrirle un abbonamento alla newsletter mode.nu di un'azienda
che inondava il mercato di offerte pubblicitarie e non smetteva mai di inviare la sua robaccia per quanto uno chiedesse espressamente di essere risparmiato. Altri sette erano "lettere-Nigeria" della vedova dell'ex governatore della banca centrale di Abu Dhabi che le offriva somme fantastiche se
solo avesse voluto contribuire con un piccolo capitale fiduciario e sciocchezze simili.
Le mail restanti erano il promemoria del mattino, quello di mezzogiorno,
tre messaggi del segretario di redazione Peter Fredriksson che la aggiornava sugli sviluppi dell'inchiesta del giorno, uno del suo commercialista che
le chiedeva un incontro per sistemare le cose dopo il passaggio da Millennium all'Smp, e uno del suo dentista che le ricordava che era ora di fare un
controllo. Annotò l'appuntamento nell'agenda elettronica e si rese subito
conto che sarebbe stata costretta a spostarlo perché quel giorno aveva già
una importante riunione di redazione.
Infine Erika aprì l'ultima mail che aveva per mittente [email protected] e per oggetto Per conoscenza del caporedattore. Appoggiò
lentamente la tazza del caffè sulla scrivania.
Troia! Credi di essere chissà chi, brutta baldracca. Non pensare di poter venire qui a darti delle arie. Ti troverai con un cacciavite nel culo, troia! Prima sparisci e meglio sarà.
Erika alzò automaticamente lo sguardo e cercò il caposervizio dell'informazione Anders Holm. Non era al suo posto e non riusciva a vederlo da
nessuna parte in redazione. Cercò il nome del mittente, poi alzò la cornetta
e telefonò a Peter Fleming, il responsabile tecnico del giornale.
«Salve. Chi utilizza l'indirizzo [email protected]?»
«Nessuno. Qui da noi non esiste.»
«Ho appena ricevuto una mail con quel mittente.»
«È finto. Il messaggio contiene qualche virus?»
«No. O almeno l'antivirus non si è attivato.»
«Okay. L'indirizzo non esiste. Ma è molto facile servirsi di indirizzi
all'apparenza reali. Ci sono siti in rete tramite i quali si può inviare posta.»
«È possibile risalire al vero mittente?»
«È quasi impossibile, anche se la persona in questione fosse tanto stupida da inviarla dal suo computer di casa. Ma forse puoi rintracciare il numero Ip del server, però se il mittente utilizza un account che ha aperto per
esempio su Hotmail la traccia s'interrompe.»
Erika ringraziò per l'informazione. Rifletté brevemente. Non era certo la
prima volta che riceveva un messaggio minaccioso o di qualche squilibrato. La mail si riferiva al suo nuovo lavoro di caporedattore all'Smp. Si domandò se fosse qualche pazzoide che aveva letto di lei in occasione della
morte di Morander oppure se il mittente fosse lì dentro.
Monica Figuerola rifletté a lungo su come procedere con Evert Gullberg.
Uno dei vantaggi offerti dal lavoro all'ufficio per la tutela della Costituzione era che aveva accesso praticamente a qualsiasi inchiesta di polizia in
Svezia che si potesse pensare avesse qualcosa a che fare con reati di stampo razzista o politico. Alexander Zalachenko era un immigrato, e fra gli
incarichi di Monica c'era anche quello di esaminare le violenze contro persone straniere di nascita e decidere se avessero motivazioni razziste o no.
Di conseguenza aveva il diritto di esaminare l'inchiesta sull'assassinio di
Zalachenko per stabilire se Evert Gullberg fosse in qualche modo collegato
a un'organizzazione razzista o avesse espresso intenzioni razziste in occasione dell'omicidio. Fece dunque la relativa richiesta e lesse attentamente il
rapporto. Trovò le lettere indirizzate al ministro della Giustizia e constatò
che oltre a una serie di attacchi personali spregiativi contenevano anche le
espressioni "amico dei musineri" e "traditore della patria".
Erano ormai le cinque. Monica chiuse a chiave tutto il materiale nella
cassaforte del suo ufficio, ripose la tazza del caffè, spense il computer e
timbrò il cartellino. Raggiunse a passo spedito una palestra a St. Eriksplan
e dedicò l'ora successiva a fare un po' di allenamento.
Quando ebbe terminato andò a piedi fino al suo bilocale in
Pontonjägargatan, fece la doccia e consumò una cena tardiva ma ben bilanciata. Valutò se telefonare a Daniel Mogren che abitava tre isolati più
giù lungo la stessa strada. Daniel era falegname e culturista e per tre anni
era stato di tanto in tanto suo partner negli allenamenti. Negli ultimi mesi
si erano anche incontrati al di fuori della palestra ed erano andati a letto insieme.
Per carità, il sesso era soddisfacente quasi quanto una dura seduta di allenamento in palestra, ma a trent'anni e più, o meglio a quaranta e meno,
Monica Figuerola aveva cominciato a chiedersi se nonostante tutto non
dovesse cominciare a interessarsi a un uomo fisso e a una situazione più
stabile. Magari addirittura con dei figli. Non con Daniel Mogren, però.
Dopo un momento di riflessione decise che in effetti non aveva voglia di
vedere nessuno. Andò a letto con un libro di storia antica. Si addormentò
poco prima di mezzanotte.
13.
Martedì 17 maggio
Monica Figuerola si svegliò alle sei e dieci il martedì mattina, andò a fare una lunga corsa intorno a Norr Mälarstrand, fece la doccia e alle otto e
dieci timbrò il cartellino alla centrale della polizia. Dedicò la prima ora
della mattinata a redigere un rapporto con le conclusioni che aveva tratto il
giorno precedente.
Alle nove arrivò Torsten Edklinth. Gli diede venti minuti per controllare
la posta del mattino e poi andò a bussare alla sua porta. Aspettò dieci minuti mentre il suo capo leggeva il rapporto. Lui lesse i quattro fogli due
volte dall'inizio alla fine. Poi alzò gli occhi e la guardò.
«Il capodivisione» disse pensieroso.
Lei annuì.
«Deve aver approvato il prestito di Mårtensson. Di conseguenza deve
sapere che Mårtensson non si trova al controspionaggio, dove invece dovrebbe essere secondo il servizio scorte.»
Edklinth si levò gli occhiali, prese un tovagliolino di carta e li pulì con
cura. Rifletteva. Aveva incontrato il capodivisione Albert Shenke in moltissime occasioni, a riunioni e conferenze interne, ma non poteva affermare
di conoscerlo bene. Era un uomo relativamente basso con sottili capelli
biondorossicci e una circonferenza che con gli anni si era fatta sempre più
debordante.
Sapeva che Shenke doveva avere circa cinquantacinque anni e aveva lavorato all'Rps/Säk per almeno venticinque anni, forse anche di più. Nell'ultimo decennio era stato capodivisione. Prima aveva lavorato come capodivisione aggiunto e aveva svolto altri incarichi all'interno dell'amministrazione. Shenke gli era sempre sembrato una persona piuttosto taciturna che
all'occorrenza sapeva usare le maniere forti. Edklinth non aveva la minima
idea di cosa facesse nel tempo libero, ma ricordava di averlo visto in qualche occasione nel garage della centrale della polizia in abbigliamento sportivo con delle mazze da golf sulla spalla. Una volta, molti anni prima, si
era anche imbattuto in Shenke a teatro.
«C'è una cosa che mi ha colpito» disse Monica.
«Cosa?»
«Evert Gullberg. Ha fatto il servizio militare negli anni quaranta, è diventato esperto di diritto tributario e poi negli anni cinquanta è sparito nelle nebbie.»
«Sì?»
«Quando abbiamo ragionato su questa cosa abbiamo parlato di lui come
di un assassino prezzolato.»
«So che suona un po' tirata per i capelli, ma...»
«Ciò che mi ha colpito è che c'è talmente poco sul suo passato che sembra quasi un falso. Sia Ib che Säk avviarono delle imprese fuori casa negli
anni cinquanta e sessanta.»
Edklinth annuì.
«Mi chiedevo quando avresti pensato a quella possibilità.»
«Mi occorrerebbe l'autorizzazione a entrare nei file personali degli anni
cinquanta.»
«No» disse Edklinth e scosse la testa. «Non possiamo entrare nell'archivio senza il permesso del capodivisione e non è il caso che attiriamo l'attenzione prima di avere in mano più carte.»
«Come pensi che dovremmo procedere?»
«Mårtensson» disse Edklinth. «Scopri di cosa si sta occupando.»
Lisbeth Salander stava studiando la presa d'aria nella sua stanza d'ospedale chiusa a chiave quando sentì la chiave girare nella serratura e vide entrare il dottor Anders Jonasson. Erano le dieci passate della sera di martedì.
Il dottore interruppe l'elaborazione del suo piano di fuga dal Sahlgrenska.
Aveva misurato la presa d'aria e verificato che la sua testa poteva entrarci, e che non avrebbe avuto grossi problemi a farci passare anche il resto
del corpo. Era al terzo piano, ma una combinazione di lenzuola tagliate a
strisce e un cavo di tre metri recuperato da una lampada a terra avrebbe risolto il problema.
Aveva pianificato la fuga passo per passo. Il problema erano i vestiti.
Aveva solo le mutande e la camicia da notte dell'ospedale e un paio di sandali di plastica che si era fatta prestare da un'inserviente. Ma aveva duecento corone in contanti che Annika Giannini le aveva dato perché potesse
farsi portare le caramelle dal chiosco dell'ospedale. Sarebbero bastate per
comperare un paio di jeans e una maglietta in qualche negozio di indumen-
ti usati, purché fosse riuscita a localizzarne uno a Göteborg. Il resto le sarebbe servito per una telefonata a Plague. Poi tutto si sarebbe risolto. Aveva in programma di atterrare a Gibilterra qualche giorno dopo la fuga, e di
costruirsi una nuova identità in qualche angolo del mondo.
Anders Jonasson le fece un cenno di saluto col capo e si sedette su una
sedia. Lei si alzò a sedere sul letto.
«Salve Lisbeth. Scusa se non sono passato a trovarti in questi ultimi
giorni, ma ho avuto dei problemi al pronto soccorso e in più mi hanno incaricato di istruire un paio di giovani medici.»
Lei annuì. Non si era aspettata che il dottor Jonasson le facesse delle visite speciali.
Lui prese la sua cartella clinica e studiò attentamente la curva della temperatura e le prescrizioni farmacologiche. Notò che la temperatura era fra
trentasette e trentasette e due e che nel corso della settimana non aveva
preso nessuna pastiglia per il mal di testa.
«Il tuo medico è la dottoressa Endrin. Vai d'accordo con lei?»
«La dottoressa Endrin è okay» rispose Lisbeth senza grande entusiasmo.
«Posso fare un controllo?»
Lei annuì. Lui tirò fuori dalla tasca una lampadina a penna, si chinò in
avanti e le illuminò gli occhi per verificare come si restringevano e dilatavano le pupille. Le chiese di aprire la bocca e le esaminò la gola. Poi le mise con delicatezza le mani intorno al collo e le piegò la testa più volte avanti e indietro e sui due lati.
«Non hai nessun dolore al collo?» domandò.
Lei fece segno di no.
«Come va con il mal di testa?»
«Ogni tanto mi viene, ma poi passa.»
«Il recupero è ancora in corso. Ma il mal di testa comparirà sempre più
raramente.»
Lisbeth aveva ancora i capelli così corti che al dottore bastò scostare un
piccolo ciuffo per toccare la ferita sopra l'orecchio. Si stava cicatrizzando
senza problemi ma c'era ancora una piccola crosta.
«Ti sei grattata di nuovo la ferita. Dovresti lasciarla stare.»
Lei annuì. Lui le prese il gomito sinistro e le sollevò il braccio.
«Riesci ad alzarlo da sola?»
Lei lo alzò.
«Hai qualche dolore o fastidio alla spalla?»
Lei scosse la testa.
«La senti rigida?»
«Un po'.»
«Dovresti esercitare un po' di più i muscoli della spalla.»
«È difficile quando si è sotto chiave.»
Lui le sorrise.
«Non durerà per sempre. Fai gli esercizi che ti ha prescritto il fisioterapista?»
Lei annuì.
Jonasson tirò fuori lo stetoscopio e se lo premette un attimo sul polso per
scaldarlo. Si sedette sul letto, le sbottonò la camicia da notte e le auscultò
il cuore. Le controllò il polso. Le chiese di piegarsi in avanti e le appoggiò
lo stetoscopio sulla schiena all'altezza dei polmoni.
«Tossisci.»
Lisbeth tossì.
«Okay. Puoi abbottonarti. Dal punto di vista medico sei più o meno guarita.»
Lei annuì. Si aspettava che detto questo lui si alzasse promettendole di
tornare di lì a qualche giorno, ma il dottore rimase seduto. Restò in silenzio, come riflettendo su qualcosa. Lisbeth aspettò pazientemente.
«Lo sai perché sono diventato un medico?» le domandò lui tutto d'un
tratto.
Lei scosse la testa.
«Vengo da una famiglia modesta. Ma ho sempre voluto diventare medico. Da adolescente però pensavo di diventare psichiatra. Ero terribilmente
intellettuale.»
Lisbeth lo guardò con improvvisa attenzione non appena pronunciò la
parola "psichiatra".
«Ma non ero sicuro di riuscire a completare gli studi. Così, finito il liceo,
feci un corso e lavorai come saldatore per qualche anno.»
Annuì, quasi a confermare che stava dicendo la verità.
«Pensavo che fosse una buona idea avere qualcosa a cui poter eventualmente tornare se gli studi di medicina fossero andati male. E il lavoro del
saldatore non è poi così diverso da quello del medico. Si tratta di aggiustare questo o quest'altro. Infatti adesso che lavoro qui al Sahlgrenska aggiusto quelli come te.»
Lisbeth corrugò le sopracciglia e si chiese sospettosa se si stesse prendendo gioco di lei. Ma sembrava serissimo.
«Lisbeth... mi chiedevo...»
Tacque per un momento così lungo che Lisbeth stava quasi per domandargli cosa volesse. Ma si controllò e aspettò il seguito.
«Mi chiedevo se ti arrabbieresti se ti chiedessi il permesso di farti una
domanda personale. Te la farei come Anders Jonasson. Non come medico.
Non annoterei la tua risposta da nessuna parte e non la discuterei con nessuno. Non sei obbligata a rispondere, se non vuoi.»
«Allora?»
«Si tratta di una domanda indiscreta e personale.»
Lei incrociò il suo sguardo.
«Da quando sei stata ricoverata alla St. Stefan di Uppsala a dodici anni ti
sei sempre rifiutata di rispondere anche solo a un saluto quando qualche
psichiatra ha cercato di parlare con te. Come mai?»
Gli occhi di Lisbeth si incupirono leggermente. Fissò Jonasson con uno
sguardo inespressivo. Rimase seduta in silenzio per due minuti.
«Perché vuole saperlo?» domandò alla fine.
«A essere onesti non ne sono proprio sicuro. Sto solo cercando di capire
qualcosa.»
La bocca di lei si increspò lievemente.
«Non parlo con i dottori dei matti perché non ascoltano mai quello che
dico.»
Anders Jonasson annuì e sorrise.
«Okay. Cosa pensi di Peter Teleborian?»
Anders Jonasson aveva buttato lì il nome così inaspettatamente che Lisbeth quasi sobbalzò. I suoi occhi si ridussero a due fessure.
«Cosa diavolo è questo? Il quiz del martedì sera? Cosa sta cercando?»
La sua voce sembrava tutto d'un tratto carta vetrata. Jonasson si chinò in
avanti verso di lei fin quasi a invadere il suo territorio.
«Qual è l'espressione che hai usato... il dottore dei matti che si chiama
Peter Teleborian, e che non è proprio uno sconosciuto nel nostro ambiente,
ha insistito con me per venire a farti visita.»
Lisbeth avvertì un senso di gelo lungo la schiena.
«Il tribunale lo incaricherà di fare una perizia psichiatrica su di te.»
«E?»
«Peter Teleborian non mi piace. Gli ho negato l'accesso alla tua stanza.
Ma l'ultima volta ha cercato di introdurcisi insieme a un'infermiera.»
Lisbeth strinse le labbra.
«La sua condotta è un po' strana, è un po' troppo inquieto per sembrare
normale. Per questo vorrei sapere cosa pensi di lui.»
Stavolta toccò ad Anders Jonasson aspettare pazientemente che Lisbeth
si decidesse a rispondere.
«Teleborian è un farabutto» disse lei alla fine.
«C'è qualcosa di personale fra voi?»
«Si può ben dire.»
«Ho anche avuto una conversazione con un'autorità che vorrebbe che lasciassi entrare Teleborian qui da te.»
«E?»
«Gli ho chiesto quale competenza medica avesse per giudicare le tue
condizioni e l'ho mandato a quel paese. Anche se con una scelta di termini
più diplomatica.»
«Okay.»
«Un'ultima domanda. Perché mi hai detto queste cose?»
«Perché me l'ha chiesto, no?»
«Certo. Ma io sono un medico e ho studiato anche psichiatria. Dunque
perché parli con me? Forse perché hai una certa fiducia nei miei confronti?»
Lei non rispose.
«Allora scelgo di interpretarla proprio così. Voglio che tu sappia che il
fatto che sei una mia paziente comporta che io lavoro per te e per nessun
altro.»
Lei lo guardò con sospetto. Lui rimase un momento a fissarla in silenzio.
Poi riprese in tono leggero.
«Sei praticamente guarita. Hai bisogno di qualche altra settimana di riabilitazione. Ma purtroppo stai benone.»
«Purtroppo?»
«Sì.» Le sorrise amabilmente. «Stai davvero fin troppo bene.»
«Cosa intende?»
«Significa che io non posso più tenerti isolata qui dentro e che il procuratore può farti trasferire in carcere a Stoccolma in attesa del processo che
sarà fra sei settimane. Scommetto che la richiesta arriverà già la prossima
settimana. Peter Teleborian avrà finalmente modo di esaminarti.»
Lei sedeva immobile sul letto. Anders Jonasson aveva un'aria svagata. Si
chinò in avanti per sistemarle il cuscino. Parlava come se stesse riflettendo
ad alta voce.
«Non hai più né mal di testa né febbre, per cui la dottoressa Endrin probabilmente ti dimetterà.»
Tutto d'un tratto si alzò in piedi.
«Grazie di aver parlato con me. Verrò a salutarti prima che ti trasferiscano.»
Era già arrivato alla porta quando lei parlò.
«Dottor Jonasson.»
Lui si voltò.
«Grazie.»
Il medico annuì prima di uscire e chiudere a chiave.
Lisbeth Salander rimase a lungo a fissare la porta chiusa. Infine si sdraiò
e si mise a fissare il soffitto.
Fu allora che scoprì di avere qualcosa di duro sotto la nuca. Sollevò il
cuscino e con infinito stupore scoprì un piccolo sacchetto di tela che prima
non c'era. Lo aprì e fissò senza capire un palmare Palm Tungsten T3 e un
caricabatteria. Guardò il palmare più da vicino e scoprì un graffietto sul
bordo. Il suo cuore sobbalzò. È il mio Palm. Ma come... Esterrefatta, spostò di nuovo lo sguardo sulla porta. Anders Jonasson era pieno di sorprese.
Era così eccitata. Accese immediatamente il computer e scoprì altrettanto
immediatamente che era protetto da una password.
Fissò frustrata lo schermo che lampeggiava perentorio. E come diavolo
dovrei fare a... Poi cercò dentro il sacchetto di tela e trovò sul fondo una
strisciolina di carta ripiegata. Scosse il sacchetto per farla uscire, la spiegò
e lesse il messaggio scritto a mano in bella grafia.
L'hacker sei tu. Scoprila!
Kalle B.
Lisbeth rise per la prima volta dopo molte settimane. Le aveva reso pan
per focaccia. Rifletté qualche secondo. Poi prese la penna digitale e scrisse
la combinazione 9277, che corrispondeva alle lettere Wasp sulla tastiera.
Era il codice che Kalle Dannatissimo Blomkvist era stato costretto a scovare quando si era introdotto non invitato nel suo appartamento di
Fiskargatan a Mosebacke attivando l'allarme.
Non funzionò.
Provò con 52553 che corrispondeva a Kalle.
Non funzionò neanche quello. Siccome Kalle Dannatissimo Blomkvist
sapeva che lei avrebbe avuto fretta di usare il computer, doveva aver scelto
una password abbastanza facile. Si era firmato Kalle, nomignolo che detestava. Lei fece qualche associazione. Rifletté un momento. Doveva essere
una specie di offesa. Poi scrisse 74774, che corrispondeva a Pippi.
Il computer cominciò docilmente a funzionare.
Sullo schermo comparve uno smiley con un fumetto.
Vedi, non era poi così difficile. Ti suggerisco di cliccare su documenti.
Trovò subito il documento Ciao Sally in cima all'elenco. Lo aprì e lesse.
Anzitutto questa è una cosa fra te e me. Il tuo avvocato, ossia mia sorella Annika, non ha la minima idea che tu sia in possesso di questo computer. E deve continuare a non saperlo.
Non so quanto tu possa capire di ciò che succede fuori dalla tua stanza
chiusa, ma stranamente (nonostante il tuo caratteraccio) hai un certo numero di svitati che lavorano per te. Quando tutto questo sarà finito, fonderò un'associazione e la chiamerò I cavalieri della tavola balorda. L'unico
scopo dell'associazione sarà di tenere una cena annuale durante la quale
ci divertiremo a parlare male di te. (No, tu non sarai invitata.)
Comunque. Per venire al punto, Annika sta cercando di preparare al
meglio il processo. Il problema a questo proposito è ovviamente che lavora per te e si attiene a tutte quelle chiacchiere sulla privacy. Ciò significa
che non racconta nemmeno a me ciò di cui tu e lei discutete, e in questo
contesto è un po' un handicap. Per fortuna accetta però informazioni.
Dobbiamo parlarci, tu e io.
Non usare il mio indirizzo di posta elettronica.
Forse sarò paranoico, ma ho fondati motivi per sospettare di non essere
l'unico a usarlo. Se vuoi farmi avere qualcosa, entra nel gruppo Yahoo
Tavola Balorda. Identità Pippi. Password p9i2p7p7i.
Mikael
Lisbeth lesse il messaggio di Mikael due volte e guardò sconcertata il
palmare. Dopo un periodo di totale nubilato informatico aveva una crisi di
astinenza esagerata. Si domandò con che testa Kalle Dannatissimo
Blomkvist avesse pensato quando aveva deciso di farle arrivare di contrabbando un computer dimenticando che le occorreva il suo cellulare per potersi collegare con la rete.
Era stesa sul letto a riflettere quando d'improvviso sentì dei passi nel
corridoio. Spense immediatamente il computer e lo infilò sotto il cuscino.
Quando sentì infilare la chiave nella serratura si rese conto che il sacchetto
di tela e il caricabatteria erano ancora sul comodino. Allungò la mano e li
tirò sotto le coperte cacciandosi il filo fra le gambe. Era stesa tranquilla e
fissava il soffitto quando l'infermiera di notte entrò, la salutò gentilmente e
le chiese come stava e se aveva bisogno di qualcosa.
Lisbeth disse che stava bene e che avrebbe voluto un pacchetto di sigarette. La richiesta fu respinta cortesemente ma fermamente. L'infermiera le
portò un pacchetto di gomme da masticare alla nicotina. Mentre chiudeva
la porta, Lisbeth fece in tempo a intravedere la guardia della Securitas appostata sulla sedia fuori in corridoio. Aspettò finché sentì i passi allontanarsi, poi tirò fuori di nuovo il palmare.
Lo accese e cercò di entrare in rete.
Fu una sensazione quasi scioccante quando il palmare tutto d'un tratto
segnalò che aveva trovato un collegamento. Contatto con la rete? Impossibile!
Saltò giù dal letto così velocemente che avvertì una fitta di dolore all'anca ferita. Si guardò intorno stupefatta. Come? Fece lentamente il giro della
stanza esaminando ogni angolo. No, non c'è nessun cellulare qui dentro.
Eppure era collegata. Poi sul suo viso si diffuse un sorriso storto. Era Bluetooth che la metteva in contatto con un cellulare che doveva trovarsi nel
raggio di una decina di metri. Il suo sguardo si fermò sulla bocchetta d'aereazione subito sotto il soffitto.
Quell'accidente di Kalle Blomkvist aveva piazzato un telefono appena
fuori dalla sua stanza. Era l'unica spiegazione.
Ma perché non farle avere di contrabbando anche il telefono... Naturalmente. Le batterie.
Il suo Palm aveva bisogno di essere ricaricato ogni tre giorni o giù di lì.
E un cellulare collegato, tramite il quale navigare, avrebbe consumato le
batterie molto in fretta. Blomkvist, o più probabilmente qualcuno da lui incaricato che stava là fuori, avrebbe cambiato le batterie del cellulare a intervalli regolari.
Però le aveva fatto avere il caricabatteria del suo Palm. Quello doveva
averlo a disposizione lei. Ma era più facile gestire un oggetto che non due.
Non era poi così scemo, a conti fatti.
Lisbeth cominciò a pensare a un nascondiglio per il palmare. C'erano
due prese della corrente nella stanza. Una era accanto alla porta, l'altra sul
pannello alle spalle del letto forniva la corrente alla lampada notturna e
all'orologio digitale e aveva uno spazio vuoto per la radio che era stata tolta. Sorrise. Il caricabatteria del palmare ci stava. Avrebbe potuto utilizzare
quella presa per metterlo in carica.
Lisbeth Salander era felice, il suo cuore batteva forte. Per la prima volta
dopo tanto tempo avviò il palmare e si collegò a Internet.
Navigare con un palmare dotato di uno schermo piccolissimo usando
una penna digitale non era come navigare su un PowerBook con uno
schermo da diciassette pollici. Ma era collegata. Dal suo letto al
Sahlgrenska poteva raggiungere proprio tutto il mondo.
Cominciò col visitare una pagina privata che reclamizzava immagini poco interessanti di un fotografo dilettante sconosciuto e non particolarmente
competente di nome Gill Bates, di Jobsville in Pennsylvania. Lisbeth una
volta aveva controllato e constatato che una località di nome Jobsville non
esisteva. Nonostante ciò, Bates aveva scattato oltre duecento foto dell'abitato e messo insieme una galleria di immagini. Lisbeth scaricò l'immagine
numero centosessantasette e cliccò su ingrandimento. La foto rappresentava la chiesa di Jobsville. Portò il cursore sulla punta della guglia del campanile e cliccò. Immediatamente si aprì una finestra che chiedeva identità e
password. Tirò fuori la penna digitale e scrisse Remarkable nello spazio
dell'identità e A(89)Cx#Magnolia in quello della password.
Si aprirono una finestra con il testo Error you have the wrong password
e un quadratino con Ok try again. Lisbeth sapeva bene che se avesse cliccato su Ok try again e immesso una nuova password sarebbe solo comparsa la stessa finestra -, a prescindere da quanti tentativi avesse fatto. Invece
cliccò sulla lettera o di Error.
Lo schermo diventò nero. Quindi si aprì una porta animata e qualcosa
che somigliava a Lara Croft spuntò fuori. Si materializzò un fumetto con il
testo Who goes there?
Lei cliccò sul fumetto e scrisse Wasp. Ebbe immediatamente la risposta
Prove it or else... mentre Lara Croft toglieva la sicura alla pistola. Lisbeth
sapeva che non era una minaccia completamente fittizia. Se avesse scritto
per tre volte di fila la password sbagliata, la pagina si sarebbe spenta e il
nome Wasp sarebbe stato cancellato dalla lista dei membri. Scrisse la
password MonkeyBusiness.
Lo schermo cambiò nuovamente aspetto e comparve uno sfondo blu con
un testo.
Welcome to Hacker Republic, citizen Wasp. It is 56 days since your last
visit. There are 10 citizens online. Do you want to 1) browse the forum 2)
send a message 3) search the archive 4) talk 5) get laid?
Lei cliccò su talk, andò quindi sulla riga del menù Who's online? e ottenne un elenco con i nomi Andy, Bambi, Dakota, ]abba, BuckRogers,
Mandrake, Vred, Slip, SisterJen, SixOfOne e Trinity.
Hi gang scrisse Wasp.
Wasp! That really U? scrisse SixOfOne immediatamente. Look who's
home.
Dove sei stata? domandò Trinity.
Plague ha detto che hai qualche casino scrisse Dakota.
Lisbeth non ne era sicura, ma sospettava che Dakota fosse una donna.
Gli altri cittadini online, compreso quello che si faceva chiamare SisterJen,
erano uomini. Hacker Republic contava complessivamente, l'ultima volta
che era stata collegata, sessantadue cittadini, quattro dei quali erano donne.
Salve Trinity scrisse Lisbeth. Ciao a tutti.
Perché saluti Trin? C'è in ballo qualcosa? Cosa abbiamo noi che non
va? scrisse Dakota.
Ci siamo frequentati scrisse Trinity. Wasp frequenta solo persone intelligenti.
Ricevette subito cinque insulti.
Dei sessantadue cittadini, Wasp ne aveva incontrati due faccia a faccia.
Plague, che stranamente non era online, e Trinity, che era inglese e viveva
a Londra. Due anni prima l'aveva incontrato una volta, quando aveva aiutato lei e Mikael Blomkvist nella caccia a Harriet Vanger facendo un'intercettazione telefonica illegale nell'elegante sobborgo di St. Albans. Lisbeth
armeggiò con la penna digitale desiderando una tastiera.
Sei sempre lì? chiese Mandrake.
Sorry. Ho solo un Palm. Ci vuole tempo.
Che è successo al tuo computer? chiese Pred.
Il computer è okay. Sono io che ho problemi.
Racconta scrisse Slip.
Lo stato mi ha messa sotto chiave.
Cosa? Perché? scrissero contemporaneamente in tre.
Lisbeth riassunse la sua situazione in cinque righe che furono accolte
con preoccupazione.
Come stai? chiese Trinity.
Ho un buco in testa.
Io non noto la differenza scrisse Bambi.
Wasp ha sempre avuto aria in testa scrisse SisterJen. Fu seguito da una
serie di ingiurie sulle facoltà intellettive di Wasp. Lisbeth sorrise. La conversazione riprese con un messaggio di Dakota.
Aspetta. Questo è un attacco contro un cittadino di Hacker Republic.
Come dobbiamo rispondere?
Attacco nucleare contro Stoccolma suggerì SixOfOne.
No, sarebbe un po' esagerato scrisse Wasp.
Una bomba piccola piccola?
Piantala, SixOO.
Potremmo mettere al buio Stoccolma propose Mandrake.
Un virus che spegne il governo?
I cittadini di Hacker Republic non erano diffusori di virus. Al contrario,
erano hacker e di conseguenza nemici giurati di quegli idioti che diffondevano virus all'unico scopo di sabotare la rete e mandare in avaria i computer. Erano maniaci dell'informazione e volevano una rete funzionante sulla
quale poter intervenire.
Ma la proposta di spegnere il governo svedese non era una minaccia a
vuoto. Hacker Republic costituiva un club molto esclusivo che radunava il
meglio del meglio, un'elite che qualsiasi forza armata avrebbe pagato
somme enormi per poter usare a scopi cyber-militari, sempre che fosse
possibile indurre the citizens a nutrire quel genere di lealtà nei confronti di
uno stato. Il che non era molto probabile.
Comunque erano tutti computer wizards e non proprio ignari dell'arte di
confezionare virus informatici. Non si facevano nemmeno troppo pregare
per condurre campagne speciali se la situazione lo esigeva. Qualche anno
prima un citizen di Hacker Republic, che nel mondo civile era un programmatore californiano, si era visto soffiare un brevetto da una rampante
società dot.com che per giunta aveva avuto la sfacciataggine di portarlo in
tribunale. Come conseguenza, per sei mesi tutti i cittadini di Hacker Republic avevano dedicato una straordinaria energia a inserirsi abusivamente in
ogni computer di proprietà di quella società, allo scopo di distruggerla.
Ogni segreto commerciale e ogni mail - insieme ad alcuni documenti falsificati che provavano che l'amministratore delegato della società si dilettava
di frode fiscale - furono messi in rete insieme a informazioni sull'amante
segreta dell'amministratore delegato e a immagini di una festa a Hollywood con lo stesso che sniffava cocaina. La società era fallita nel giro di pochi mesi e anni dopo alcuni membri della milizia popolare di Hacker Re-
public erano ancora impegnati a tormentare l'ex amministratore delegato.
Se una cinquantina degli hacker migliori del mondo avesse deciso di
sferrare un attacco congiunto contro uno stato, lo stato probabilmente sarebbe sopravvissuto ma non senza problemi. I costi si sarebbero calcolati
in miliardi, se Lisbeth avesse fatto pollice giù. Rifletté un momento.
Non ora. Ma se le cose non vanno come voglio forse chiederò aiuto.
Non hai che da fare un fischio rispose Dakota.
È un bel pezzo che non litighiamo con un governo scrisse Mandrake.
Ho una proposta che mira a invertire il sistema di pagamento delle tasse. Un programma fatto su misura per un piccolo paese come la Norvegia
scrisse Bambi.
Bene, ma Stoccolma sta in Svezia scrisse Trinity.
Fa lo stesso. Si può fare così...
Lisbeth si lasciò andare sul cuscino e seguì la conversazione con un sorriso storto. Si chiese perché proprio lei, che aveva tanta difficoltà a parlare
di se stessa con le persone che incontrava faccia a faccia, riuscisse a rivelare i suoi più intimi segreti con la massima noncuranza a un'accolita di svitati perfettamente sconosciuti in Internet. Sta di fatto che se Lisbeth Salander aveva una famiglia, ebbene erano proprio questi pazzi scatenati. Nessuno di loro aveva la possibilità di aiutarla a risolvere i suoi problemi con
lo stato svedese. Ma lei sapeva che all'occorrenza avrebbero dedicato tempo ed energia a dimostrazioni di forza adeguate. Attraverso la rete avrebbe
potuto assicurarsi un nascondiglio all'estero. Era stato grazie ai contatti di
Plague in rete che aveva potuto procurarsi un passaporto norvegese intestato a Irene Nesser.
Lisbeth non sapeva affatto quale aspetto avessero i cittadini di Hacker
Republic e aveva solo una vaga idea di cosa facessero al di fuori della rete
- erano notoriamente reticenti circa le loro identità. Per esempio SixOfOne
sosteneva di essere un americano di colore di origine cattolica residente a
Toronto. Ma poteva benissimo essere donna, bianca, luterana, residente a
Skövde.
Quello che conosceva meglio era Plague - era lui che l'aveva introdotta
nella famiglia, e nessuno diventava membro dell'esclusiva combriccola
senza solide raccomandazioni. Comunque i nuovi membri dovevano conoscere di persona almeno un altro membro - nel suo caso, Plague.
In rete Plague era un cittadino intelligente e socialmente a posto. Nella
realtà era un trentenne fortemente sovrappeso, con gravi problemi di socia-
lizzazione, in pensionamento anticipato, residente a Sundbyberg. Si lavava
molto di rado e il suo appartamento puzzava come un letamaio. Lisbeth era
piuttosto avara di visite. Le bastava frequentarlo in rete.
Mentre la chat andava avanti, Wasp scaricò i messaggi arrivati nella sua
casella di posta privata presso Hacker Republic. Una mail veniva da Poison e conteneva una versione avanzata di Asphyxia 1.3 che era a disposizione di tutti i cittadini della repubblica nell'archivio. Asphyxia era un programma con il quale si potevano controllare altri computer tramite
Internet. Poison spiegava che lo aveva utilizzato con successo e che la versione aggiornata comprendeva le ultime versioni di Unix, Apple e
Windows. Lisbeth gli mandò una breve risposta ringraziandolo per l'upgrading.
Durante l'ora successiva, mentre negli Usa cominciava a far sera, un'altra
mezza dozzina di citizens si era collegata e aveva dato il bentornata a Wasp
inserendosi nel dibattito. Quando Lisbeth alla fine uscì dalla chat, la discussione verteva su come si potesse indurre il computer del primo ministro svedese a inviare messaggi cortesi ma completamente squilibrati ad altri capi di governo in giro per il mondo. Era stato creato un gruppo di lavoro per studiare la questione. Lisbeth concluse con un breve intervento.
Continuate pure a parlare ma non fate nulla senza il mio okay. Mi rifarò
viva quando potrò collegarmi.
Tutti le mandarono baci e abbracci e la esortarono ad aver cura del suo
buco in testa.
Quando fu uscita da Hacker Republic, Lisbeth andò su www.yahoo.com
ed entrò in Tavola Balorda. Scoprì che il gruppo contava due membri: lei
stessa e Mikael Blomkvist. La casella postale conteneva un'unica mail che
era stata spedita due giorni prima. Aveva per titolo Leggi prima questo.
Ciao Sally,
la situazione al presente è questa.
1. La polizia non ha ancora scoperto dove abiti e non ha accesso al cd
con Bjurman e lo stupro. Il cd costituisce una prova molto pesante ma non
voglio consegnarlo ad Annika senza il tuo permesso. Ho anche le chiavi
del tuo appartamento e il passaporto intestato a Irene Nesser.
2. La polizia ha però in mano lo zaino che avevi con te a Gosseberga.
Non so se contenga qualcosa di compromettente.
Lisbeth rifletté un momento. No. Una caraffa termica di caffè mezza
vuota, qualche mela e un cambio di indumenti. Tutto tranquillo.
Sarai incriminata per tentato omicidio, o in subordine per lesioni aggravate, ai danni di Zalachenko, e per lesioni aggravate ai danni di CarlMagnus Lundin del Motoclub Svavelsjö a Stallarholmen, per avergli sparato al piede e avergli frantumato la mandibola con un calcio. Una fonte
attendibile della polizia ha precisato tuttavia che le circostanze sono in
entrambi i casi poco chiare.
Quanto segue è importante.
1. Prima di essere ucciso, Zalachenko ha negato tutto e ha detto che doveva essere stato Niedermann a spararti e a seppellirti nel bosco. Ti ha
anche denunciata per tentato omicidio. Il pm calcherà sul fatto che era la
seconda volta che cercavi di ucciderlo.
2. Né Magge Lundin né Sonny Nieminen hanno detto una sola parola su
ciò che è accaduto a Stallarholmen. Lundin è agli arresti per il rapimento
di Miriam Wu. Nieminen è a piede libero.
Lisbeth valutò quelle parole e alzò le spalle. Tutte queste cose le aveva
già discusse con Annika Giannini. Era una brutta situazione, ma questa
non era una novità. Lei aveva già riferito ad Annika tutto ciò che era successo a Gosseberga, aveva omesso solo i dettagli su Bjurman.
Per quindici anni Zala è stato protetto, a prescindere da quello che
combinava. Sull'importanza di Zalachenko si sono costruite delle carriere.
In diverse occasioni fu aiutato mettendo ordine dopo il suo devastante
passaggio. Tutto questo è criminale. Le autorità svedesi hanno dato una
mano a insabbiare dei reati contro dei cittadini.
Se tutto questo si verrà a sapere, ne nascerà uno scandalo politico che
andrà a toccare sia governi conservatori sia governi socialdemocratici. E
un certo numero di personaggi importanti della Säpo verrà denunciato per
favoreggiamento di attività criminali e immorali. Anche se i singoli reati
sono ormai prescritti, lo scandalo ci sarà comunque. Si tratta di pezzi
grossi che oggi sono in pensione o prossimi ad andarci. Faranno di tutto
per minimizzare gli effetti negativi e tu diventerai ancora una volta una
pedina del gioco. Stavolta però non si tratta di sacrificare un pedone, si
tratta di limitare i danni personali. Dunque tu devi finire dentro.
Lisbeth si mordicchiò pensierosa il labbro inferiore.
Grossomodo è così. Loro sanno che non potranno mantenere il segreto
su Zalachenko ancora per molto. Io sono a conoscenza della storia e sono
un giornalista. Sanno che prima o poi la pubblicherò. Adesso però non ha
più così tanta importanza dal momento che lui è morto. Ora combattono
per la loro stessa sopravvivenza. Nel loro ordine del giorno ai primi posti
ci sono i seguenti punti.
1. Devono convincere il tribunale (vale a dire l'opinione pubblica) che
la decisione di chiuderti alla St. Stefan nel 1991 era legittima, che tu eri
davvero malata di mente.
2. Devono separare la questione Lisbeth Salander dalla questione Zalachenko. Stanno cercando di sistemarsi in una posizione dalla quale poter
dire che sì, certo, Zalachenko era un farabutto, ma questo non ha avuto
niente a che fare con la decisione di rinchiudere sua figlia, che lei è stata
ricoverata perché era malata di mente, mentre tutte le altre asserzioni sono fantasie morbose di giornalisti acidi, dato che loro non hanno mai appoggiato Zalachenko, sicché queste sono solo sciocchezze e fantasie di
una ragazzina malata di mente.
3. Ovviamente, se verrai scagionata nell'imminente processo vorrà dire
che il tribunale è del parere che non sei pazza il che sarà una prova del
fatto che c'era qualcosa di losco nel tuo ricovero del 1991. Loro hanno bisogno di farti rinchiudere di nuovo, a ogni costo. Se il tribunale stabilirà
che sei malata di mente, l'interesse dei media nei tuoi confronti andrà
scemando. I media funzionano in questo modo.
Ci sei?
Lisbeth annuì fra sé. Tutto questo l'aveva già calcolato. Il problema era
che non sapeva quali provvedimenti adottare.
Lisbeth, seriamente, questa battaglia finirà per essere decisa sui massmedia e non in tribunale. Purtroppo il processo, per ragioni di "riservatezza", si svolgerà a porte chiuse.
Il giorno stesso che hanno ucciso Zalachenko, c'è stato un furto nel mio
appartamento. Sulla porta non ci sono segni di scasso e nulla è stato toccato o spostato, tranne una cosa. La cartella che era nella casa di campagna di Bjurman con il rapporto di Gunnar Björck del 1991 è sparita. Contemporaneamente, mia sorella è stata aggredita a Göteborg e la sua copia
è stata rubata. Quel documento è la prova più importante.
Io ho agito come se avessimo perso quelle carte. In realtà ne avevo una
terza copia che avrei dovuto dare ad Armanskij. Ne ho fatto diverse altre e
le ho distribuite un po' qua un po' là.
I nostri avversari nelle persone di alcune autorità e di alcuni psichiatri
si dedicano anch'essi ovviamente a preparare il processo, insieme al procuratore Ekström. Ho una fonte che mi fornisce un po' di informazioni su
ciò che sta succedendo, ma sospetto che tu abbia migliori possibilità di
scovare qualcosa di interessante... In tal caso, c'è una certa fretta.
Il procuratore cercherà di farti internare, aiutato dalla tua vecchia conoscenza Peter Teleborian.
Annika non potrà condurre una campagna mediatica analoga a quella
del procuratore, che lascia filtrare le informazioni che gli fanno comodo.
Lei ha le mani legate.
Io però non ho quel genere di limitazioni. Posso scrivere esattamente
quello che voglio, e inoltre ho un intero giornale a mia disposizione.
Mi mancano però due importanti dettagli.
1. Anzitutto voglio qualcosa che dimostri che il procuratore Ekström
collabora con Teleborian in modo scorretto e che lo scopo è ancora una
volta di chiuderti in manicomio. Voglio poter andare al migliore talk-show
della tv e tirare fuori una documentazione che distrugga le argomentazioni
del procuratore.
2. Per poter muovere una guerra mediatica contro la Säpo devo poter
discutere pubblicamente quelle che tu probabilmente ritieni essere tue
questioni private. L'anonimato a questo punto non ha più molto senso, dopo tutto quello che è stato scritto su di te da Pasqua in poi. Devo poter costruire un'immagine di te completamente nuova anche se ai tuoi occhi questa fosse una violazione della tua privacy, e preferibilmente con la tua approvazione. Capisci cosa intendo?
Lisbeth aprì l'archivio di Tavola Balorda. Conteneva ventisei documenti
di varie dimensioni.
14.
Mercoledì 18 maggio
La mattina di mercoledì, Monica Figuerola si alzò alle cinque e fece un
giro di corsa insolitamente breve prima di fare la doccia e vestirsi con je-
ans neri, camicetta bianca e giacca grigia di lino. Preparò del caffè che mise in una caraffa termica e dei panini imbottiti. Prese una fondina ascellare
e la sua Sig Sauer dall'armadio delle armi. Poco dopo le sei avviò la Saab
9-5 bianca e si recò in Vittangigatan a Vällingby.
Göran Mårtensson abitava all'ultimo dei tre piani di un fabbricato del
sobborgo. Nella giornata di martedì Monica aveva raccolto tutto quello che
aveva potuto trovare su di lui negli archivi pubblici. Era scapolo, ma questo non escludeva che vivesse con qualcuno. Aveva la fedina penale pulita,
non aveva un patrimonio di rilievo, non sembrava condurre una vita dissoluta. Era raramente in malattia.
Unico dato singolare: aveva la licenza per non meno di sedici armi da
fuoco. Tre di queste erano fucili da caccia, le altre pistole di vario genere.
Dato che aveva regolari licenze questo non costituiva ovviamente un reato,
ma Monica nutriva un certo scetticismo nei confronti di chi accumulava
una gran quantità di armi.
La Volvo con la targa che cominciava con Kab era parcheggiata a circa
quaranta metri dal punto in cui si era fermata. Monica Figuerola si versò
un po' di caffè nero in un bicchiere di carta e mangiò un panino con formaggio e insalata. Poi sbucciò un'arancia e ne succhiò a lungo ogni spicchio.
Al mattino Lisbeth Salander sembrava provata e lamentava un forte mal
di testa. Chiese una pastiglia, che le fu data subito.
Dopo un'ora il mal di testa era peggiorato. Chiamò l'infermiera e chiese
un'altra pastiglia. Nemmeno questo aiutò. All'ora di pranzo aveva così tanto mal di testa che l'infermiera chiamò la dottoressa Endrin che dopo una
breve visita prescrisse degli analgesici molto forti.
Lisbeth mise le pastiglie sotto la lingua e le sputò non appena fu sola.
Alle due del pomeriggio vomitò. La cosa si ripeté alle tre.
Alle quattro il dottor Anders Jonasson salì in reparto poco prima che la
dottoressa Endrin smontasse. Si consultarono brevemente.
«Sta male e ha un forte mal di testa. Le ho dato un forte analgesico. Non
capisco cosa le stia succedendo... Stava andando così bene negli ultimi
tempi. Può essere un'influenza...»
«Ha la febbre?» domandò il dottor Jonasson.
«No, solo trentasette e due un'ora fa. E nessuna sedimentazione sanguigna degna di nota.»
«Okay. La terrò d'occhio durante la notte.»
«Io vado in ferie per tre settimane» disse la dottoressa Endrin. «Sarete tu
e Svantesson a dovervene occupare. Ma Svantesson non ha mai avuto
granché a che fare con lei...»
«Okay. Mi registro io come suo medico mentre tu non ci sei.»
«Bene, Se ha una crisi e hai bisogno di aiuto, ovviamente mi puoi chiamare.»
Fecero insieme una breve visita a Lisbeth. Aveva le coperte fin sotto il
mento e un'aria davvero malconcia. Anders Jonasson le appoggiò una mano sulla fronte e sentì che era umida.
«Credo che dovremo fare un piccolo controllo» disse.
Ringraziò la dottoressa Endrin e la salutò.
Alle cinque il dottor Jonasson constatò che la temperatura di Lisbeth era
rapidamente salita a trentasette e otto, e lo annotò sulla sua cartella clinica.
Andò a trovarla tre volte nel corso della serata. La temperatura rimaneva
più o meno a trentotto - troppo alta per essere normale e troppo bassa per
costituire un vero problema. Alle otto ordinò una radiografia della scatola
cranica.
Quando ebbe le lastre le studiò attentamente. Non rilevò nulla di particolare, se non un'area più scura appena distinguibile nelle immediate vicinanze del foro d'ingresso della pallottola. Fece un'annotazione molto prudente sulla cartella clinica: «L'esame radiologico non offre elementi per
conclusioni definitive, ma le condizioni della paziente sono peggiorate in
modo molto rapido nel corso della giornata. Non si può escludere che sia
in corso una piccola emorragia. La paziente deve essere tenuta a riposo e
sotto stretta osservazione nelle prossime ore».
Erika Berger constatò di avere ricevuto ventitré messaggi, quando arrivò
al giornale alle sei e mezza di mercoledì mattina.
Uno aveva per mittente [email protected] Il testo era
breve. Un'unica parola.
Troia.
Erika sospirò e alzò l'indice per eliminare la mail. Ma all'ultimo momento cambiò idea. Percorse a ritroso l'elenco della posta in arrivo e aprì un
messaggio di due giorni prima. Il mittente era [email protected]
Mmm. Due mail con la parola troia e un mittente inesistente che rimanda
al mondo dei media. Creò una cartella che chiamò MediaPazzo e vi spostò
entrambe le mail. Poi passò a esaminare il promemoria del mattino.
Göran Mårtensson lasciò la propria abitazione alle sette e quaranta. Salì
sulla sua Volvo, si diresse verso il centro, svoltò in Stora Essingen e attraverso Gröndal entrò in Södermalm. Percorse Hornsgatan e si portò in
Brännkyrkagatan e poi in Bellmansgatan. Svoltò a sinistra in Tavastgatan
all'altezza del Bishop's Arms Pub e parcheggiò esattamente all'angolo.
Monica Figuerola ebbe una fortuna sfacciata. Proprio mentre arrivava
davanti al Bishop's Arms un furgone uscì sulla carreggiata lasciando libero
un posto lungo il marciapiede. Aveva il muso esattamente all'incrocio fra
Bellmansgatan e Tavastgatan. Da quella postazione aveva una visuale perfetta. Vedeva una piccola porzione del lunotto posteriore della Volvo di
Mårtensson in Tavastgatan. Di fronte a lei, sulla ripida discesa verso
Pryssgränd, c'era il numero 1 di Bellmansgatan. Vedeva la facciata laterale, non il portone, ma non appena qualcuno usciva in strada l'aveva sott'occhio. Non dubitava che l'obiettivo della visita di Mårtensson fosse il portone di Mikael Blomkvist.
Quell'area era difficile da sorvegliare. L'unico punto dal quale il portone
poteva essere osservato direttamente era sulla passerella pedonale della
parte alta di Bellmansgatan, dalle parti di Mariahissen e di Laurinska
Huset. Ma lì non c'era posto per la macchina e l'osservatore sarebbe stato
in vista come una rondine su un filo del telefono. Il posto all'incrocio fra
Bellmansgatan e Tavastgatan dove aveva parcheggiato lei era praticamente
l'unico dal quale era possibile avere sott'occhio tutta la zona restando seduti in macchina. Però una persona attenta avrebbe potuto facilmente scorgerla dentro l'automobile.
Voltò la testa. Non voleva lasciare la macchina e cominciare a gironzolare per il quartiere; sapeva di non passare inosservata. Nel suo ruolo di
poliziotta, il suo aspetto era uno svantaggio.
Mikael Blomkvist uscì dal portone alle nove e dieci. Monica annotò l'ora. Mikael controllò la passerella in Bellmansgatan. Poi si avviò lungo la
salita andando dritto verso di lei.
Monica aprì il vano portaoggetti e spiegò una carta di Stoccolma che sistemò sul sedile del passeggero. Poi prese un blocnotes e una penna dalla
tasca della giacca, e finse di parlare al cellulare. Teneva la testa piegata in
modo che la mano che reggeva il cellulare le nascondesse parzialmente la
faccia.
Vide che Mikael Blomkvist dava una rapida occhiata in Tavastgatan.
Sapeva di essere sorvegliato e doveva aver notato l'automobile di
Mårtensson, ma continuò a camminare senza mostrare alcun particolare interesse. Agisce con freddezza. Un altro avrebbe spalancato la portiera e
gli avrebbe dato una bella lezione.
Un attimo dopo Mikael passò accanto alla sua macchina. Monica era occupatissima a rintracciare un indirizzo sulla carta di Stoccolma parlando al
tempo stesso al cellulare, ma percepì che Blomkvist la guardava mentre la
superava. Sospettoso verso tutto quanto gli sta intorno. Osservò la sua
schiena nello specchietto retrovisore mentre proseguiva scendendo verso
Hornsgatan. L'aveva visto un paio di volte in tv ma era la prima volta che
lo vedeva dal vivo. Indossava blue jeans, una T-shirt e una giacca grigia.
Portava una borsa a tracolla e si muoveva a passi lunghi e agili. Un gran
bell'uomo.
Göran Mårtensson comparve all'angolo del Bishop's Arms e seguì
Mikael Blomkvist con lo sguardo. Aveva un borsone sportivo sulla spalla e
stava giusto finendo di parlare al cellulare. Monica si aspettava che si sarebbe messo a pedinare Blomkvist, ma con stupore vide invece che attraversava la strada proprio davanti alla sua macchina e svoltava a sinistra.
Poco dopo un uomo in tuta blu passò accanto alla macchina di Monica e si
unì a Mårtensson. Ehi, e tu da dove spunti?
I due si fermarono davanti al portone di Blomkvist. Mårtensson digitò il
codice di apertura e insieme sparirono all'interno. Hanno intenzione di
perquisire l'appartamento. Dilettanti allo sbaraglio. Cosa credono di fare?
Monica alzò lo sguardo, e sobbalzò quando d'un tratto vide di nuovo
Blomkvist nello specchietto retrovisore. Stava tornando indietro, era a circa dieci metri da lei, proprio alla distanza giusta per poter seguire
Mårtensson e il suo compare che scendevano verso Belfmansgatan 1. Monica studiò il suo viso. Non stava guardando lei. Ma aveva visto
Mårtensson sparire dentro il portone. Dopo un attimo Blomkvist girò i tacchi e riprese a camminare verso Hornsgatan.
Monica rimase seduta immobile per trenta secondi. Sa di essere sorvegliato. Tiene sotto controllo quello che gli sta intorno. Ma perché non agisce? Una persona normale farebbe fuoco e fiamme... sta architettando
qualcosa.
Mikael Blomkvist mise giù il ricevitore e fissò pensieroso il blocnotes
sulla scrivania. Il registro automobilistico gli aveva appena comunicato
che la macchina con la bionda che aveva notato in cima a Bellmansgatan
apparteneva a una certa Monica Figuerola, nata nel 1969 e residente in
Pontonjägargatan a Kungsholmen. Siccome dentro la macchina c'era una
donna, Mikael suppose che si trattasse della stessa Figuerola.
La donna stava parlando al cellulare e intanto consultava una carta sul
sedile del passeggero. Mikael non aveva nessun motivo di presumere che
avesse a che fare con il Club Zalachenko, ma ormai registrava ogni variazione nel suo ambiente e in special modo nei paraggi della sua abitazione.
Alzò la voce e chiamò Lottie Karim.
«Chi è questa tizia? Tira fuori foto del passaporto, posto di lavoro e tutto
quello che riesci a trovare sul suo passato.»
«Okay» disse Lottie, ritornando alla propria scrivania.
Il direttore amministrativo Christer Sellberg appariva quasi esterrefatto.
Mise da parte il foglio con i nove punti che Erika Berger aveva presentato
alla riunione settimanale. Il responsabile di bilancio, Ulf Flodin, aveva
un'aria preoccupata. Il presidente del consiglio d'amministrazione Borgsjö
invece aveva un'espressione neutra, come sempre.
«È impossibile» disse Sellberg con un sorriso cortese.
«Perché?» chiese Erika.
«La direzione non approverà mai. È contro ogni buon senso.»
«Vogliamo riprendere dal principio?» suggerì Erika. «Io sono stata assunta per far tornare l'Smp in attivo. Per poterlo fare, devo avere qualcosa
su cui lavorare. O no?»
«Certamente, ma...»
«Non posso creare come per magia un quotidiano stando seduta in una
gabbia di vetro a covare desideri.»
«Tu non ti rendi conto della situazione economica.»
«È possibile. Ma so come si fa un giornale. E la realtà è che negli ultimi
quindici anni il personale dell'Smp è diminuito di centodiciotto unità.
Ammettiamo pure che per la metà fossero grafici sostituiti dalle nuove
tecnologie, e via dicendo. Il numero dei reporter comunque è diminuito di
ben quarantotto unità.»
«Sono stati tagli necessari. Se non li avessimo fatti, il giornale avrebbe
chiuso da un pezzo.»
«Aspettiamo a dire cosa è necessario e cosa non lo è. Negli ultimi tre
anni sono spariti diciotto posti da reporter. Inoltre, adesso ben nove posti
sono vacanti, parzialmente e temporaneamente coperti da sostituti. La re-
dazione sportiva è a corto di personale. Dovrebbero essere in nove e da più
di un anno ne mancano due.»
«Si tratta di risparmiare denaro. Tutto qui.»
«Alla redazione culturale mancano tre persone. A quella economica una.
La redazione giudiziaria in pratica non esiste... il caporedattore prende in
prestito i reporter dalla redazione generale. E via dicendo. L'Smp non ha
una copertura seria su pubblica amministrazione e istituzioni pubbliche da
almeno otto anni. Lì dipendiamo completamente da free-lance e dall'agenzia di stampa Tt... e come sai la Tt ha chiuso molti anni fa la redazione che
se ne occupava. In altre parole, non c'è una sola redazione in Svezia che
tenga d'occhio questo settore.»
«Il settore giornalistico è in una posizione molto esposta.»
«La realtà è che l'Smp non può far altro che chiudere se la direzione non
decide di fare uno sforzo offensivo. Abbiamo troppo pochi giornalisti che
producono troppo pochi articoli, che in ogni caso risultano banali e superficiali e poco credibili. Dunque la gente smette di leggere l'Smp.»
«Tu non capisci...»
«Sono stufa di sentirti dire che non capisco. Non sono una ragazzina che
è qui per una settimana di orientamento professionale e va in qualche modo intrattenuta.»
«Ma la tua è una proposta folle.»
«E perché?»
«Stai proponendo che il giornale non renda più.»
«Stammi a sentire, Sellberg. Nel corso di quest'anno tu distribuirai una
grossa somma sotto forma di dividendi ai ventitré azionisti del giornale. A
ciò si aggiungerà una distribuzione di premi assolutamente assurda, che
costerà al giornale quasi dieci milioni di corone, a nove persone che fanno
parte del consiglio d'amministrazione. Tu ti sei assegnato un premio di
quattrocentomila corone per aver amministrato i tagli all'Smp. Per carità,
niente di paragonabile a quello che hanno arraffato certi direttori della
Skandia, ma ai miei occhi non meriti un solo centesimo. Il premio avrebbe
un senso se avessi fatto qualcosa per rafforzare il giornale. I tuoi tagli invece l'hanno indebolito e hanno aggravato la situazione.»
«Questo è ingiusto. La direzione ha approvato ogni misura che ho proposto.»
«La direzione ha approvato le tue misure perché hai garantito un certo
dividendo ogni anno. È questo che deve finire, adesso.»
«Tu dunque proponi che il consiglio d'amministrazione sospenda premi
e dividendi. Come credi che potranno approvare una cosa del genere gli azionisti?»
«Io propongo un sistema a zero utili per un anno. Ciò comporterebbe un
risparmio di quasi ventun milioni di corone e la possibilità di rafforzare il
personale e il patrimonio del giornale. Propongo anche una riduzione di
stipendio per i capi. Io ho un mensile di ottantottomila corone, il che è assolutamente folle per un giornale che non può nemmeno coprire i posti
della redazione sportiva.»
«Dunque vorresti ridurre anche il tuo stipendio? È una specie di comunismo quello di cui ti fai portavoce?»
«Non diciamo cazzate. Tu hai uno stipendio di centododicimila corone
al mese, se si calcola anche il premio. È demenziale. Se il giornale fosse
stabile e avesse profitti vertiginosi, sarebbe ragionevole. Ma non è certo il
caso che ti aumenti il tuo premio quest'anno. Propongo invece di dimezzare tutti gli stipendi dei dirigenti.»
«Quello che non capisci è che i nostri azionisti sono tali perché vogliono
guadagnare dei soldi. Questa cosa si chiama capitalismo. Se gli chiedi di
perdere soldi, non vorranno più essere azionisti, ecco tutto.»
«Io non gli chiedo di perdere soldi, ma potrebbe anche succedere. La
proprietà comporta anche delle responsabilità. Come tu stesso hai sottolineato, si tratta di capitalismo. I proprietari dell'Smp vogliono averne un
profitto, ma le regole sono fatte in modo tale che è il mercato a decidere se
ci sarà un profitto o una perdita. Tu vorresti che le regole del capitalismo
fossero valide per i dipendenti ma non per gli azionisti e per te.»
Sellberg sospirò e alzò gli occhi al cielo. Cercò disperatamente Borgsjö
con lo sguardo. Borgsjö stava studiando concentrato il programma in nove
punti di Erika Berger.
Monica Figuerola dovette attendere quarantanove minuti prima che
Göran Mårtensson e lo sconosciuto in tuta blu uscissero dal portone di Bellmansgatan 1. Quando si mossero verso di lei lungo la salita alzò la sua
Nikon con teleobiettivo 300 mm e scattò due foto. Ripose la macchina fotografica nel vano portaoggetti e stava giusto ricominciando a trafficare
con la carta di Stoccolma quando casualmente diede un'occhiata all'ascensore di Mariahissen. Spalancò gli occhi. Nella parte alta di Bellmansgatan,
proprio accanto alla porta dell'ascensore, c'era una donna con i capelli scuri
che, armata di videocamera digitale, filmava Mårtensson e il suo compare.
Che diavolo... c'è un congresso sullo spionaggio oggi in Bellmansgatan?
Mårtensson e lo sconosciuto si separarono in cima alla salita senza dirsi
nulla. Mårtensson raggiunse la sua automobile in Tavastgatan. Avviò il
motore e uscì dal parcheggio sparendo dal campo visivo di Monica Figuerola.
Lei spostò lo sguardo sullo specchietto retrovisore dove vide la schiena
dell'uomo in tuta blu. Alzò gli occhi e vide che la donna con la videocamera aveva smesso di filmare e stava venendo nella sua direzione.
Testa o croce? Sapeva già chi fosse Göran Mårtensson e che lavoro facesse. L'uomo in tuta blu e la donna con la videocamera invece erano carte
sconosciute. Ma se abbandonava la macchina rischiava di farsi notare dalla
donna.
Rimase seduta immobile. Nello specchietto vide l'uomo in tuta voltare a
sinistra in Brännkyrkagatan. Aspettò finché la donna non arrivò all'incrocio di fronte a lei, ma invece di seguire l'uomo in tuta la donna scese verso
Bellmansgatan 1. Era sui trentacinque anni. Aveva i capelli scuri tagliati
corti e indossava jeans scuri e giacca nera. Quando ebbe percorso un tratto
della discesa, Monica aprì veloce la portiera della macchina e corse giù
verso Brännkyrkagatan. Ma non riuscì a scorgere l'uomo in tuta blu. Nello
stesso istante un furgone Toyota si staccò dal marciapiede. Monica vide
l'uomo di profilo e memorizzò il numero di targa. E anche se non l'avesse
fatto, avrebbe potuto comunque rintracciarlo. Sulla fiancata del furgone
c'era la pubblicità del fabbro Lars Faulsson Servizio chiavi e serrature, con
tanto di numero telefonico.
Non fece nessun tentativo di tornare di corsa alla propria auto per seguire il furgone. Tornò sui suoi passi camminando tranquillamente. Arrivò in
cima alla salita giusto in tempo per vedere la donna con la videocamera
sparire dentro il portone di Mikael Blomkvist.
Si infilò in macchina e annotò il numero di targa e quello di telefono del
fabbro Lars Faulsson. Poi si grattò la testa. C'era un gran traffico all'indirizzo di Mikael Blomkvist. Alzò gli occhi e guardò il tetto del palazzo al
numero 1 di Bellmansgatan. Sapeva che Blomkvist aveva un appartamento
nella mansarda, ma dai disegni del catasto aveva rilevato che si trovava
sull'altro lato della casa, con le finestre verso Riddarfjärden e Gamla Stan.
Un indirizzo esclusivo nel quartiere intellettuale della città. Si chiese se
fosse un neoricco spaccone.
Aspettò nove minuti prima che la donna con la videocamera uscisse dal
portone. Invece di ritornare sui propri passi risalendo verso Tavastgatan,
continuò lungo la discesa e girò a destra svoltando all'angolo con
Pryssgränd. Mmm. Se aveva una macchina parcheggiata giù in Pryssgränd,
Monica era perduta. Ma se era a piedi aveva solo una via di fuga - salire in
Brännkyrkagatan all'incrocio con Pustegränd in direzione di Slussen.
Monica abbandonò la macchina e svoltò a sinistra in Brännkyrkagatan
incamminandosi verso Slussen. Era quasi arrivata a Pustegränd quando la
donna le sbucò proprio davanti. Bingo. La seguì passando davanti all'Hilton e uscendo in Södermalmstorg davanti allo Stadsmuseet. La donna
camminava a passo spedito e deciso, senza guardarsi intorno. Monica si
teneva a una distanza di circa trenta metri. La donna scese nella metropolitana a Slussen e Monica allungò il passo, ma si fermò quando la vide avvicinarsi all'edicola anziché attraversare la barriera.
La osservò mentre era in coda. Era alta circa un metro e settanta e sembrava relativamente atletica. Calzava scarpe da jogging. Quando si fermò
con i piedi saldamente piantati davanti all'edicola, Monica ebbe la sensazione improvvisa che fosse una poliziotta. La donna comperò una scatoletta di tabacco e tornò fuori in Södermalmstorg prendendo a destra attraverso Katarinavägen.
Monica la seguì. Era quasi sicura di non essere stata notata. La donna
sparì all'angolo del McDonald's e Monica si affrettò a seguirla, a una distanza di circa quaranta metri.
Quando girò l'angolo, della donna non c'era più traccia. Monica Figuerola si fermò stupefatta. Diavolo. Passò lentamente davanti ai portoni. Poi il
suo sguardo cadde su una targa. Milton Security.
Annuì fra sé e fece ritorno in Bellmansgatan.
Raggiunse in macchina Götgatan, dove c'era la redazione di Millennium,
e impiegò la mezz'ora successiva a girare per le strade lì intorno. Non vide
l'automobile di Mårtensson. All'ora di pranzo ritornò alla centrale a
Kungsholmen e passò l'ora seguente a sollevare pesi in palestra.
«Abbiamo un problema» disse Henry Cortez.
Malin Eriksson e Mikael Blomkvist alzarono gli occhi dal libro sul caso
Zalachenko. Era l'una e mezza del pomeriggio.
«Siediti» disse Malin.
«Si tratta della Vitavara, l'azienda che produce wc in Vietnam per poi
venderli a millesettecento corone al pezzo.»
«Aha. In cosa consiste il problema?» chiese Mikael.
«La Vitavara appartiene per intero alla SveaBygg.»
«Si tratta di una società molto grossa.»
«Sì. Il presidente del consiglio d'amministrazione si chiama Magnus
Borgsjö ed è del mestiere. Fra l'altro è anche presidente del consiglio
d'amministrazione dello Svenska Morgon-Posten e ne possiede circa il dieci per cento.»
Mikael fissò Henry Cortez con sguardo penetrante.
«Sei sicuro?»
«Altroché. Il capo di Erika è un farabutto che sfrutta il lavoro minorile in
Vietnam.»
«Oops» fece Malin.
Il segretario di redazione Peter Fredriksson aveva l'aria di sentirsi a disagio quando bussò cautamente alla porta del gabbiotto di Erika verso le
due del pomeriggio.
«Che c'è?»
«Ecco, è un po' imbarazzante. Ma una persona della redazione ha ricevuto una mail da te.»
«Da me?»
«Sì.»
«Di che si tratta?»
Fredriksson le passò le stampate di alcune mail indirizzate a Eva
Carlsson, ventiseienne sostituta addetta alle pagine culturali. Secondo l'intestazione, il mittente era [email protected]
Eva carissima,
ho voglia di accarezzarti e baciarti le tette. Sono calda di eccitazione e
non riesco più a controllarmi. Spero che tu ricambi i miei sentimenti. Possiamo vederci?
Erika
Eva Carlsson non aveva risposto. Ma nei giorni immediatamente successivi le erano arrivati altri due messaggi.
Cara, adorata Eva,
ti prego di non respingermi. Sono pazza di desiderio. Voglio averti nuda. Devo averti. Ti renderò felice. Non te ne pentirai mai. Bacerò ogni
singolo centimetro della tua pelle nuda, il tuo bel seno e la tua dolce grotta.
Erika
Eva,
perché non rispondi? Non devi avere paura di me. Non respingermi.
Non sei una verginella. Sai di cosa si tratta. Voglio fare sesso con te e ti
ricompenserò lautamente. Se sarai gentile con me io sarò gentile con te.
Hai chiesto un prolungamento della tua sostituzione. Io ho il potere di
prolungarla e perfino di trasformarla in un impiego fisso. Incontriamoci
stasera alle nove alla mia macchina giù in garage.
Tua Erika
«Aha» disse Erika. «E adesso la ragazza si starà chiedendo se le farò altre proposte indecenti.»
«Non proprio... voglio dire... non importa.»
«Peter, parla chiaro.»
«Forse ha creduto un po' al primo messaggio, ma in ogni caso l'ha lasciata perplessa. Poi comunque si è resa conto che sarebbe davvero troppo
e che questo non è esattamente il tuo stile e...»
«E?»
«Ecco, lo trova molto imbarazzante e non sa esattamente cosa fare. Bisogna anche tenere conto che è molto affascinata da te e che ti ammira
molto... come capo, certo. Perciò è venuta da me a chiedere consiglio.»
«Capisco. E tu cosa le hai detto?»
«Le ho detto che c'è qualcuno che usa il tuo indirizzo per molestarla. O
forse per molestarvi tutte e due. E le ho promesso che te ne avrei parlato.»
«Grazie. Puoi essere così gentile da mandarmela qui fra dieci minuti?»
Erika impiegò i dieci minuti a comporre un messaggio.
A scopo preventivo devo informare che un collaboratore dell'Smp ha ricevuto tramite posta elettronica un certo numero di messaggi che sembrano arrivare da me. I messaggi contengono pesanti allusioni sessuali. Io
stessa ho ricevuto mail dal contenuto volgare da un mittente che si qualifica come "centralred" dell'Smp. Ma un indirizzo del genere, come tutti voi
sapete, non esiste al giornale.
Ho consultato il nostro responsabile tecnico che mi ha spiegato che è
molto facile falsificare il mittente di un messaggio. Io non saprei come, ma
ci sono dei siti Internet dai quali è possibile farlo. Devo purtroppo trarre
la conclusione che qualche persona malata si diverte con simili giochetti.
Voglio sapere se altri collaboratori hanno ricevuto strani messaggi e in
tal caso voglio che contattino subito il segretario di redazione Peter
Fredriksson. Se questa cosa dovesse continuare dovremo valutare l'ipotesi
di sporgere denuncia alla polizia.
Erika Berger, caporedattore
Stampò una copia della mail e poi premette il tasto invio in modo che il
messaggio arrivasse a tutti i collaboratori del gruppo Smp. Nello stesso istante Eva Carlsson bussò alla porta.
«Salve, accomodati pure» disse Erika. «Ho sentito che hai ricevuto posta
da me.»
«Be', non credo che venga da te.»
«In ogni caso trenta secondi fa hai ricevuto una mail da parte mia. Questa l'ho scritta di mio pugno e l'ho mandata a tutti i collaboratori.»
Diede a Eva Carlsson la copia stampata.
«Okay. Capisco» disse la ragazza.
«Mi dispiace che qualcuno ti abbia scelta come bersaglio per questa
spiacevole campagna.»
«Non c'è bisogno che ti scusi per una cosa architettata da uno svitato.»
«Voglio solo sincerarmi che tu non abbia nessun sospetto residuo che io
possa avere a che fare con questi messaggi.»
«Non ho mai creduto che fossi stata tu a mandarmi quelle mail.»
«Okay, grazie» disse Erika e sorrise.
Monica Figuerola impiegò il pomeriggio a raccogliere informazioni.
Cominciò col richiedere la foto del passaporto di Lars Faulsson per verificare che fosse la persona che aveva visto in compagnia di Göran
Mårtensson. Quindi fece un controllo nel casellario criminale e trovò subito un riscontro.
Lars Faulsson, quarantasette anni, noto con il soprannome di Falun, aveva inaugurato la sua carriera a diciassette con un furto d'auto. Negli anni
settanta e ottanta era stato arrestato due volte e incriminato per effrazione,
furto e ricettazione. Era stato condannato la prima volta a una pena detentiva insignificante e la seconda a tre anni di galera. A quell'epoca era stato
interrogato come sospettato per almeno altri tre furti con scasso, dei quali
uno in un grande magazzino di Västerås. Finito di scontare la pena nel
1984, era rimasto tranquillo - o almeno non aveva commesso nessun reato
che avesse comportato arresti e condanne. Dopo un corso di formazione
per diventare fabbro - fra tutti i mestieri possibili -, nel 1987 si era messo
in proprio fondando la ditta Lars Faulsson Servizio chiavi e serrature con
sede a Norrtull.
Anche identificare la donna che aveva filmato Mårtensson e Faulsson si
dimostrò più semplice di quanto Monica avesse immaginato. Chiamò il
centralino della Milton Security e disse che cercava un'impiegata che aveva conosciuto anni prima ma della quale aveva dimenticato il nome. Era
però in grado di darne una descrizione. Le dissero che doveva trattarsi di
Susanne Linder e le passarono il suo interno. Quando Susanne Linder rispose al telefono, Monica si scusò e spiegò che doveva aver sbagliato numero.
Entrò nel sito dell'anagrafe e constatò che c'erano diciotto Susanne
Linder nella provincia di Stoccolma. Tre erano sui trentacinque anni. Una
abitava a Norrtälje, una a Stoccolma e una a Nacka. Richiese le loro foto
del passaporto e identificò immediatamente la donna che aveva pedinato
da Bellmansgatan come la Susanne Linder che risiedeva a Nacka.
Riassunse i fatti del giorno in un rapporto e andò da Torsten Edklinth.
Alle cinque Mikael Blomkvist chiuse il fascicolo con le ricerche di
Henry Cortez e lo spinse da parte con disgusto. Christer Malm appoggiò
sul tavolo il testo di Henry che aveva letto quattro volte. Henry era seduto
sul divano nell'ufficio di Malin e aveva l'aria di sentirsi in colpa.
«Caffè?» disse Malin, alzandosi. Ritornò con quattro tazze e il bricco.
Mikael sospirò.
«È un'inchiesta fantastica» disse. «Ricerca di prima qualità. Documentazione completa. Perfetta drammaturgia, con un cattivo che truffa i cittadini
svedesi servendosi del sistema, cosa perfettamente legale, ma che è così
dannatamente avido e idiota da sfruttare un'industria in Vietnam dove lavorano dei bambini.»
«Inoltre, molto ben scritto» commentò Christer. «Il giorno dopo che lo
avremo pubblicato, Borgsjö diventerà persona non gradita nel mondo
dell'economia svedese. La tv abboccherà sicuramente e lui finirà in compagnia dei direttori della Skandia e di altri imbroglioni. Un autentico scoop
da Millennium. Ben fatto, Henry.»
Mikael annuì.
«Ma questa cosa di Erika è il dettaglio che guasta la festa» disse.
Christer annuì.
«Perché dovrebbe essere un problema?» domandò Malin. «Non è mica
Erika la farabutta. Avremo pure il diritto di fare le pulci a un potente, an-
che se si tratta del suo capo.»
«È questo il problema» disse Mikael.
«Erika non ha chiuso, qui» disse Christer. «Ha il trenta per cento delle
quote e fa parte del consiglio d'amministrazione. Anzi ne è il presidente,
finché non eleggeremo Harriet Vanger alla prossima riunione, il che non
succederà prima di agosto. Ed Erika lavora all'Smp, fa parte anche lì del
consiglio e il suo presidente sarà denunciato da noi.»
Cupo silenzio.
«Allora cosa diavolo facciamo?» chiese Henry Cortez. «Ci fermiamo?»
Mikael lo guardò dritto negli occhi.
«No, Henry. Non ci fermiamo. Non è così che lavoriamo, qui a Millennium. Ma questa faccenda richiede un certo lavoro di bassa manovalanza.
Non possiamo semplicemente sbatterla in faccia a Erika da una locandina.»
Christer assentì e agitò un dito.
«Rischiamo di mettere Erika in una situazione molto imbarazzante. Dovrebbe scegliere se vendere la sua quota e lasciare immediatamente il consiglio d'amministrazione oppure, nel peggiore dei casi, essere licenziata in
tronco dall'Smp. In ogni caso si troverebbe al centro di un conflitto di interessi spaventoso. Detto francamente, Henry... io sono d'accordo con
Mikael, anch'io penso che sia giusto pubblicare, ma forse sarebbe meglio
rimandare di un mese.»
Mikael annuì.
«Anche noi ci troviamo al centro di un conflitto di interessi» disse.
«Devo telefonarle?» disse Christer.
«No» disse Mikael. «La chiamo io e fisso un incontro. Magari stasera.»
Torsten Edklinth ascoltò con attenzione Monica Figuerola che gli raccontava sinteticamente quanto successo intorno all'abitazione di Mikael
Blomkvist al numero 1 di Bellmansgatan. Sentì il pavimento ondeggiargli
lievemente sotto i piedi.
«Un dipendente dell'Rps/Säk ha varcato il portone di Blomkvist in compagnia di un ex scassinatore riciclato in fabbro.»
«Esatto.»
«Cosa credi che abbiano fatto?»
«Questo non lo so. Ma sono stati dentro quarantanove minuti. Un'ipotesi
è che Faulsson abbia aperto la porta e Mårtensson sia entrato nell'appartamento di Blomkvist.»
«E per fare cosa?»
«Non penso si sia trattato di installare cimici, dal momento che per quello è sufficiente un minuto. Forse Mårtensson ha frugato tra le carte di
Blomkvist, o tra quel che diavolo tiene in casa.»
«Ma Blomkvist è già in guardia... hanno pur sempre rubato il rapporto di
Björck dal suo appartamento.»
«Esatto. Sa di essere sorvegliato, e sorveglia quelli che lo sorvegliano. È
freddo.»
«In che senso?»
«Ha un piano. Raccoglie informazioni per denunciare Göran
Mårtensson. È l'unica spiegazione possibile.»
«E poi è spuntata quella Linder.»
«Susanne Linder, trentaquattro anni, residente a Nacka. È un'ex poliziotta.»
«Ex poliziotta?»
«Ha frequentato la scuola di polizia e ha lavorato per sei anni alla squadra mobile di Södermalm. Poi si è congedata all'improvviso. Non c'è niente nel suo curriculum che spieghi perché. È stata disoccupata per qualche
mese prima di essere assunta alla Milton Security.»
«Dragan Armanskij» disse Edklinth pensieroso. «Quanto tempo è rimasta dentro?»
«Nove minuti.»
«E cosa ha fatto?»
«Forse, dato che stava filmando Mårtensson e Faulsson per strada, sta
documentando le loro attività. Ciò potrebbe significare che la Milton Security lavora con Blomkvist e ha piazzato telecamere di sorveglianza nel suo
appartamento o sulle scale. E che lei è entrata per scaricare i filmati delle
telecamere.»
Edklinth sospirò. L'affare Zalachenko cominciava a farsi troppo complicato.
«Okay. Grazie. Va' pure a casa. Io devo riflettere su tutto questo.»
Monica Figuerola andò alla palestra di St. Eriksplan e si dedicò ai suoi
esercizi.
Mikael Blomkvist usò il cellulare blu, quello anonimo, per fare il numero di Erika all'Smp. Interruppe una discussione con un paio di redattori sulla posizione del giornale in un articolo sul terrorismo internazionale.
«Ma che sorpresa, ciao... aspetta un secondo.»
Erika mise la mano sul ricevitore e si guardò intorno. «Abbiamo finito»
disse dando ancora qualche istruzione su come voleva fosse fatto il lavoro.
Rimasta sola nel gabbiotto, si portò di nuovo il ricevitore all'orecchio.
«Ciao Mikael. Scusa se non mi sono più fatta sentire. È solo che sono
stracarica di lavoro e ci sono mille cose di cui devo occuparmi.»
«Nemmeno io sono stato esattamente a grattarmi la pancia» disse
Mikael.
«Come va con la faccenda Salander?»
«Bene. Ma non è per questo che ti chiamo. Devo vederti. Stasera.»
«Mi piacerebbe, ma devo rimanere qui fino alle otto. E sono stanca morta. È da stamattina alle sei che sono in pista.»
«Ricky... non si tratta di farti divertire a letto. Ho bisogno di parlarti. È
importante.»
Erika restò un attimo in silenzio.
«Di cosa si tratta?»
«Te lo dirò quando ci vedremo. Ma non è niente di piacevole.»
«Okay. Vengo a casa tua alle otto e mezza.»
«No, non a casa mia. È una storia lunga, comunque il mio appartamento
non sarà agibile per un po'. Vieni al Samirs Gryta, così ci facciamo una
birra.»
«Devo guidare.»
«Allora ci facciamo una birra leggera.»
Erika era vagamente nervosa quando fece il suo ingresso al Samirs Gryta
alle otto e mezza. Aveva un po' di rimorsi per non essersi fatta viva con
Mikael dal giorno in cui era entrata in servizio all'Smp. Ma non aveva mai
avuto così tanto da fare.
Mikael alzò una mano da un tavolo d'angolo accanto a una finestra. Lei
rallentò. Per un secondo le sembrò un perfetto estraneo, ed ebbe la sensazione di guardarlo con occhi nuovi. E chi è quello? Dio, come sono stanca.
Poi lui si alzò e la baciò sulla guancia, e lei si rese conto del fatto che sentiva pazzescamente la sua mancanza. Era proprio come se il periodo
all'Smp fosse stato un sogno e lei d'improvviso si fosse svegliata sul divano
della redazione di Millennium. Le pareva tutto così irreale.
«Ciao, Mikael.»
«Ciao, caporedattore. Hai mangiato?»
«Sono le otto e mezza. Io non ho le tue disgustose abitudini alimentari.»
Poi si accorse di avere una fame da morire. Samir arrivò con il menù e
lei ordinò una birra leggera e un piatto piccolo di calamari e patate. Mikael
ordinò del cous-cous e una birra leggera.
«Come stai?» gli chiese Erika.
«È un momento molto interessante. Ho un sacco di cose da fare.»
«Come va con Lisbeth?»
«Lei è una parte dell'interessante.»
«Micke, non ho intenzione di scappare via con la tua inchiesta.»
«Scusa... ma non sto evitando di rispondere. In questa fase le cose sono
un tantino confuse. Ti racconterei volentieri, ma ci vorrebbe metà notte.
Com'è essere il capo all'Smp?»
«Non è esattamente come a Millennium.»
Tacque.
«Quando torno a casa mi addormento come un ciocco e quando mi sveglio mi vedo davanti agli occhi un mare di conti. Mi sei mancato. Non possiamo andare da te a dormire? Non me la sento di fare sesso, ma mi piacerebbe tanto rannicchiarmi a dormire fra le tue braccia.»
«Mi dispiace Ricky. Il mio appartamento non è un bel posto, di questi
tempi.»
«Perché no? È successo qualcosa?»
«Be'... Dei tizi hanno messo delle cimici e ascoltano ogni parola che dico là dentro. E io ho fatto installare delle telecamere di sorveglianza nascoste che filmano ciò che succede quando non sono a casa. Credo che dovremmo risparmiare ai posteri il tuo fondoschiena nudo.»
«Stai scherzando?»
Lui scosse la testa.
«No. Ma non è per questo che dovevo assolutamente incontrarti.»
«Cosa è successo? Hai un'aria strana.»
«Ecco... tu hai cominciato a lavorare all'Smp. E noi a Millennium abbiamo per le mani del materiale che affosserà il tuo capo. Si tratta di sfruttamento di lavoro minorile e di prigionieri politici in Vietnam. Credo che
siamo finiti nel bel mezzo di un conflitto di interessi.»
Erika mise giù la forchetta e fissò Mikael. Si rese conto immediatamente
che non stava scherzando.
«Così stanno le cose» disse lui. «Borgsjö è presidente del consiglio
d'amministrazione e azionista di maggioranza di una società che si chiama
SveaBygg, che a sua volta ne possiede interamente una che si chiama
Vitavara. Fabbricano wc presso un'azienda in Vietnam che è stata bollata
dalle Nazioni Unite perché impiega manodopera minorile.»
«Racconta.»
Mikael le riferì nei dettagli quello che Henry Cortez aveva messo insieme. Aprì la borsa e tirò fuori una copia della documentazione. Erika lesse
lentamente. Alla fine alzò gli occhi e incontrò quelli di Mikael. Avvertì un
panico irragionevole misto a diffidenza.
«Come diavolo è possibile che la prima cosa che fa Millennium appena
io me ne vado è un'indagine sull'Smp?»
«Le cose non stanno così, Ricky.»
Le spiegò come si fosse sviluppata l'inchiesta.
«E da quanto tempo è che sai queste cose?»
«Da oggi pomeriggio. E sono profondamente a disagio.»
«Cosa facciamo adesso?»
«Non lo so. Noi dobbiamo pubblicare. Non possiamo fare un'eccezione
solo perché si tratta del tuo capo. Ma nessuno di noi vuole danneggiare
te.» Allargò le braccia. «Siamo tutti desolati. Non ultimo Henry.»
«Io faccio ancora parte del consiglio d'amministrazione. Sono un socio...
sarà vista come...»
«Lo so. Andrai in disgrazia all'Smp.»
Erika si sentì sopraffare dalla stanchezza. Strinse i denti e soffocò l'impulso di pregare Mikael di mettere a tacere la vicenda.
«Maledizione» disse. «Non c'è nessun dubbio sulla solidità dell'inchiesta?»
Mikael scosse la testa.
«Ho dedicato tutta la sera a esaminare la documentazione di Henry.
Borgsjö è pronto per il macello.»
«Cosa farete?»
«Cosa avresti fatto tu se avessimo scovato questa storia due mesi fa?»
Erika osservò attentamente il suo amico e amante da più di vent'anni.
Poi abbassò lo sguardo.
«Lo sai cosa avrei fatto.»
«Si tratta di una catastrofica coincidenza. Niente di tutto questo è rivolto
contro di te. Ma io sono comunque terribilmente dispiaciuto. È per questo
che ho insistito per vederti subito. Dobbiamo decidere come muoverci.»
«Noi?»
«Ecco... questo pezzo doveva entrare nel numero di giugno. Ma l'ho già
sospeso. Sarà pubblicato non prima di agosto, e anche dopo se ne hai bisogno.»
«Capisco.»
La voce di Erika aveva un'intonazione amara.
«Propongo di non prendere nessuna decisione stasera. Tu ti porti a casa
la documentazione e ci pensi su. E non fai nulla finché non abbiamo stabilito una strategia comune. Abbiamo un buon margine.»
«Strategia comune?»
«Dovrai lasciare il consiglio d'amministrazione con largo anticipo, o dovrai andartene dall'Smp. Non potrai occupare tutte e due le poltrone quando pubblicheremo.»
Erika annui.
«Per quanto in anticipo io me ne vada, sono talmente legata a Millennium che nessuno crederà che non abbia a che fare con questa storia.»
«Un'alternativa c'è. Puoi portare il materiale all'Smp, affrontare Borgsjö
e pretendere che sia lui ad andarsene. Sono convinto che Henry sarebbe
d'accordo. Ma non fare assolutamente nulla prima che siamo tutti d'accordo.»
«La mia prima mossa sarà di fare in modo che la persona che mi ha scelta venga cacciata via.»
«Mi dispiace.»
«Lui non è cattivo.»
Mikael annuì.
«Ti credo. Però è avido.»
Erika annuì. Si alzò in piedi.
«Io vado a casa.»
«Ricky, io...»
Lei lo interruppe.
«Sono solo stanca morta. Grazie di avermi avvertita. Devo avere il tempo di capire cosa significa tutto questo.»
Mikael assentì.
Erika se ne andò senza dargli neanche un bacio sulla guancia, e lasciandogli il conto da pagare.
Aveva parcheggiato a duecento metri dal Samirs Gryta. Era arrivata a
metà strada quando delle fortissime palpitazioni la costrinsero a fermarsi e
ad appoggiarsi a un muro accanto a un portone. Stava male.
Rimase a lungo ferma a respirare l'aria fresca di maggio. D'un tratto si
rese conto che era dal primo del mese che lavorava in media quindici ore
al giorno. E ormai erano quasi tre settimane. Ma come si sarebbe sentita di
lì a tre anni? Come si era sentito Morander quando era crollato a terra mor-
to stecchito nel bel mezzo della redazione.
Dopo dieci minuti tornò verso il Samirs Gryta e incontrò Mikael proprio
mentre stava uscendo dalla porta. Lui si fermò stupefatto.
«Erika...»
«Non dire niente, Mikael. La nostra amicizia è di così lunga data che
nulla può rovinarla. Tu sei il mio migliore amico, e adesso è proprio come
quando tu sei andato a Hedestad due anni fa, ma al contrario. Mi sento sotto pressione e infelice.»
Lui annuì e la abbracciò. Lei si accorse improvvisamente di avere gli occhi pieni di lacrime.
«Tre settimane all'Smp mi hanno annichilita» disse, e rise.
«Suvvia. Ci vuole un po' di più per annichilire Erika Berger.»
«Il tuo appartamento non va. E io sono troppo stanca per andare fino a
casa a Saltsjöbaden. Mi addormenterei al volante e andrei a schiantarmi.
Ho appena preso una decisione. Andrò giù allo Scandic Crown e prenderò
una camera. Vieni?»
Lui annuì.
«Adesso si chiama Hilton.»
«Fa lo stesso.»
Percorsero a piedi il breve tratto di strada. Nessuno dei due parlò.
Mikael le mise un braccio intorno alle spalle. Erika lo guardò con la coda
dell'occhio e si rese conto che doveva essere stanco quanto lei.
Andarono alla reception, presero una doppia e pagarono con la carta di
credito di Erika. Salirono nella stanza, si spogliarono, fecero una doccia e
si infilarono a letto. Erika aveva i muscoli indolenziti come se avesse corso
la maratona di Stoccolma. Si abbracciarono e piombarono nel sonno.
Nessuno dei due ebbe l'impressione di essere spiato. Non si erano accorti
dell'uomo che li osservava nella hall dell'albergo.
15.
Giovedì 19 maggio - domenica 22 maggio
Lisbeth Salander dedicò gran parte della notte fra mercoledì e giovedì alla lettura degli articoli di Mikael Blomkvist e di quei capitoli del suo libro
che erano già quasi pronti. Siccome il procuratore Ekström voleva il processo a luglio, Mikael aveva fissato la deadline per andare in stampa al 20
giugno. Questo significava che Kalle Dannato Blomkvist aveva a disposi-
zione circa un mese per ultimare la stesura e tappare tutti i buchi.
Lisbeth non capiva come avrebbe potuto farcela, ma non era un problema suo. Il suo, di problema, era decidere come comportarsi con le domande che le aveva posto.
Prese il suo Palm Tungsten T3 e andò su Tavola Balorda per controllare
se Mikael aveva scritto qualcosa di nuovo. Non l'aveva fatto. Aprì il documento Questioni centrali. Lo conosceva già a memoria ma lo lesse comunque ancora una volta.
Mikael delineava la strategia che Annika Giannini le aveva già illustrato.
Quando Annika aveva parlato con lei, l'aveva ascoltata con interesse distratto, un po' come se la cosa non la riguardasse. Ma Mikael era a conoscenza di segreti su di lei di cui Annika non sapeva niente. Perciò era in
grado di presentare la strategia in un modo più incisivo. Lisbeth andò al
quarto punto.
L'unica persona che può decidere come sarà il tuo futuro sei tu. Non ha
nessuna importanza quanto Annika si impegni per te o quanto io e Armanskij e Palmgren e altra gente ti possiamo appoggiare. Non ho intenzione di
convincerti a fare qualcosa. Devi decidere da te come muoverti. O volgi il
processo a tuo favore, oppure ti lasci condannare. Ma per vincere dovrai
lottare.
Spense il computer e fissò il soffitto. Mikael le stava chiedendo il permesso di raccontare la verità nel suo libro. Non avrebbe parlato dello stupro e avrebbe detto che Bjurman aveva iniziato una collaborazione con Zalachenko che si era incrinata quando lui aveva perso la testa, tanto che
Niedermann si era visto costretto a ucciderlo. Nessun dettaglio su Bjurman.
Kalle Dannatissimo Blomkvist le stava complicando la vita.
Rifletté a lungo.
Alle due del mattino prese di nuovo il palmare. Aprì un nuovo documento, tirò fuori la penna elettronica e cominciò a cliccare le lettere sulla tastiera digitale.
Il mio nome è Lisbeth Salander. Sono nata il 30 aprile 1978. Mia madre
era Agneta Sofia Salander. Quando nacqui aveva diciassette anni. Mio
padre era uno psicopatico violento e assassino di nome Alexander Zalachenko. In precedenza aveva lavorato come infiltrato nell'Europa occiden-
tale per i servizi segreti militari sovietici, il Gru.
La scrittura procedeva lenta perché doveva selezionare una lettera alla
volta. Formulava ogni frase nella mente prima di scriverla. Non fece una
sola modifica nel testo. Lavorò fino alle quattro del mattino, poi spense il
computer e lo mise in carica. Era riuscita a scrivere due pagine.
Erika si svegliò alle sette del mattino. Si sentiva ben lungi dall'essere riposata, ma aveva comunque dormito otto ore di fila. Diede un'occhiata a
Mikael che era ancora profondamente addormentato.
Cominciò con l'accendere il cellulare e controllò se aveva ricevuto qualche messaggio. Suo marito l'aveva chiamata undici volte. Merda. Mi sono
dimenticata di avvertirlo. Fece il numero e gli spiegò dove si trovava e
perché non era tornata a casa la sera prima. Lui era arrabbiato.
«Erika, non fare mai più una cosa del genere. Sai bene che non ha nulla
a che fare con Mikael, ma ero completamente fuori di me stanotte. Avevo
una paura folle che ti fosse successo qualcosa. Devi telefonarmi e dirmelo,
se non torni a casa. Non puoi dimenticarti una cosa del genere.»
Greger Backman era perfettamente al corrente che Mikael Blomkvist era
l'amante di sua moglie. La loro storia andava avanti con il suo tacito consenso. Ma ogni volta che lei decideva di passare la notte con Mikael telefonava al marito per avvisarlo. Questa volta invece se n'era andata all'Hilton senza altro pensiero per la testa che dormire.
«Scusa» disse. «Ieri sono semplicemente crollata.»
Lui mugugnò qualcosa.
«Non essere arrabbiato, Greger. Non ce la farei a sopportare anche questo, adesso. Potrai rimproverarmi stasera.»
Lui mugugnò ancora qualcosa e le promise che l'avrebbe rimproverata
quando l'avesse avuta davanti.
«Come sta Blomkvist?»
«Dorme.» D'un tratto Erika rise. «Che tu ci creda o no, ci siamo addormentati in meno di cinque minuti. Non era mai successo prima.»
«È una cosa seria. Forse dovresti consultare un medico.»
Terminata la conversazione col marito chiamò il centralino dell'Smp e
lasciò un messaggio per il segretario di redazione Peter Fredriksson. Gli
spiegò che aveva avuto un contrattempo e che sarebbe arrivata un po' più
tardi del solito. Lo pregò di annullare una riunione precedentemente programmata con i collaboratori delle pagine culturali.
Quindi cercò la sua borsa, tirò fuori lo spazzolino e andò in bagno. Poi
tornò in camera e svegliò Mikael.
«Ciao» mormorò lui.
«Ciao» disse lei. «Sbrigati ad andare in bagno, fatti una doccia e lavati i
denti.»
«Eh... cosa?»
Mikael si mise a sedere sul letto e si guardò intorno così confuso che Erika si sentì in dovere di spiegargli che si trovava all'Hilton di Slussen. Lui
annuì.
«Ora fila in bagno.»
«Perché?»
«Perché appena torni voglio fare sesso con te.»
Erika diede un'occhiata all'orologio.
«Ho una riunione alle undici e ho bisogno almeno di mezz'ora per rifarmi il trucco. E poi vorrei fare in tempo a comperare della biancheria pulita
andando al lavoro. Abbiamo solo un paio d'ore per recuperare un sacco di
tempo perso.»
Mikael andò in bagno.
Jerker Holmberg parcheggiò la Ford di suo padre davanti all'abitazione
dell'ex primo ministro Thorbjörn Fälldin a Ås, fuori Ramvik, nel comune
di Härnösand. Scese dall'automobile e si guardò intorno. Era giovedì mattina. Cadeva una pioggia sottile e i campi erano di un bel verde deciso. A
settantanove anni Fälldin non lavorava più la terra e Holmberg si domandò
chi fosse a seminare e mietere. Sapeva di essere osservato dalla finestra
della cucina. Faceva parte delle regole, in campagna. Lui stesso era cresciuto a Hälledal, lì vicino, a due passi da Sandöbron, uno dei posti più
belli del mondo. A suo parere.
Raggiunse le scale della veranda e bussò alla porta.
L'ex leader del Partito di centro appariva invecchiato, ma ancora vigoroso.
«Salve. Mi chiamo Jerker Holmberg. Ci siamo già incontrati, ma è passato qualche annetto dall'ultima volta. Mio padre è Gustav Holmberg, che
faceva parte della direzione del partito negli anni settanta e ottanta.»
«Salve. Sì, certo che mi ricordo di te, Jerker. Fai il poliziotto giù a Stoccolma, se non sbaglio. Devono essere passati dieci o quindici anni dall'ultima volta che ci siamo visti.»
«Credo anche di più. Posso entrare?»
Si sedette al tavolo della cucina mentre Fälldin versava il caffè.
«Mi auguro che tuo padre sia in buona salute. Non è per questo che sei
venuto, vero?»
«No. Papà sta bene. È nella casa di campagna a sistemare il tetto.»
«Quanti anni ha adesso?»
«Ne ha compiuti settantuno due mesi fa.»
«Aha» disse Fälldin, e si sedette. «Allora a cosa devo questa tua visita?»
Jerker Holmberg guardò fuori dalla finestra della cucina e vide una gazza posarsi accanto alla sua macchina e studiare il terreno. Poi si rivolse a
Fälldin.
«Sono venuto senza essere stato invitato e con un grosso problema. È
possibile che a causa di questa conversazione mi caccino dal lavoro. Perché sono qui per lavoro ma il mio capo, l'ispettore Jan Bublanski della polizia di Stoccolma, non ne è al corrente.»
«Suona come una faccenda seria.»
«Verrei a trovarmi in una situazione molto delicata se i miei superiori
venissero a sapere di questa visita.»
«Capisco.»
«Se non lo faccio, però, c'è il rischio che la giustizia, e per la seconda
volta, commetta uno spaventoso abuso di potere.»
«Forse è meglio se ti spieghi.»
«Si tratta di un uomo di nome Alexander Zalachenko. Era una spia del
Gru, ma disertò in Svezia nel giorno delle elezioni politiche del 1976. Ottenne asilo e cominciò a lavorare per la Säpo. Credo che lei conosca questa
storia.»
Thorbjörn Fälldin guardò attentamente Jerker Holmberg.
«È una lunga storia» disse Holmberg, e cominciò a raccontare delle indagini in cui era stato coinvolto negli ultimi mesi.
Erika si rotolò sulla pancia e appoggiò la testa sulle mani. D'improvviso
sorrise.
«Mikael, hai mai riflettuto sul fatto che noi due siamo matti da legare?»
«Perché?»
«Almeno per me è così. Ho una voglia insaziabile di te. Mi sembra di
essere una ragazzina fuori di testa.»
«Aha.»
«E poi voglio tornare a casa e andare a letto con mio marito.»
Mikael rise.
«Conosco un bravo terapeuta» disse.
Lei gli pizzicò la pancia.
«Mikael, comincio a pensare che questa cosa dell'Smp sia stata un errore
colossale.»
«Balle. Per te è una grandissima chance. Se qualcuno può riportare in vita quel cadavere, sei tu.»
«Sì, può darsi. Ma è proprio questo il problema. L'Smp mi sembra un
cadavere. E poi ieri sera arrivi tu con quel bocconcino su Magnus Borgsjö.
Non capisco cosa c'entro io.»
«Lascia che le cose si sistemino.»
«Va bene. Ma questa faccenda di Borgsjö non è piacevole. Non ho la più
pallida idea di come gestirla.»
«Nemmeno io. Ma dobbiamo escogitare qualcosa.»
Erika tacque un momento.
«Mi manchi.»
Lui annuì e la guardò.
«Anche tu mi manchi» disse.
«Cosa ci vorrebbe per farti passare all'Smp come caposervizio dell'informazione?»
«Neanche morto. Non c'è già quel tale, come si chiama, Holm?»
«Sì. Ma è un idiota.»
«Su questo hai ragione.»
«Lo conosci?»
«Certo. A metà degli anni ottanta ho lavorato per tre mesi sotto di lui
come sostituto. È un bastardo che semina zizzania. Inoltre...»
«Inoltre cosa?»
«Lascia stare. Non importa. Non voglio fare pettegolezzi.»
«Parla.»
«Una ragazza che si chiamava Ulla qualcosa, e che faceva anche lei una
sostituzione, sosteneva che lui l'aveva molestata. Non so cosa ci fosse di
vero in quella storia, ma i sindacati non mossero un dito e il contratto non
le fu prolungato come invece sarebbe stato giusto.»
Erika guardò l'ora e sospirò, portò le gambe giù dal letto e sparì nella
doccia. Mikael non si era ancora mosso quando lei tornò fuori asciugandosi e si rivestì.
«Io mi fermo ancora un momento» disse.
Lei lo baciò sulla guancia, agitò la mano in segno di saluto e sparì.
Monica Figuerola parcheggiò a venti metri dall'automobile di Göran
Mårtensson in Luntmakargatan, vicino a Olof Palmes Gata. Vide
Mårtensson percorrere a piedi circa sessanta metri fino al parcometro e pagare la sosta, e poi avviarsi in direzione di Sveavägen.
Monica se ne infischiò del parcometro. L'avrebbe perso se fosse andata a
pagare. Seguì Mårtensson che stava salendo in Kungsgatan, dove svoltò a
sinistra e sparì all'interno del caffè Kungstornet. Lei mugugnò, ma non aveva scelta. Aspettò tre minuti prima di seguirlo nel locale. Si era seduto al
pianterreno e stava parlando con un uomo sui trentacinque anni, biondo,
con un'aria molto atletica. Uno sbirro, pensò Monica Figuerola. Lo identificò come l'uomo che Christer Malm aveva fotografato fuori dal Copacabana l'1 maggio.
Monica ordinò un caffè e si sedette dall'altra parte del locale, fingendo di
leggere il Dagens Nyheter. Mårtensson e il suo interlocutore discorrevano
a bassa voce. Non riusciva a sentire una sola parola di ciò che dicevano.
Tirò fuori il cellulare e finse di fare una telefonata - manovra inutile dal
momento che nessuno dei due uomini la stava guardando - per scattare una
foto, che sapeva sarebbe stata di pessima qualità però utilizzabile come
prova del fatto che l'incontro aveva avuto luogo.
Dopo circa quindici minuti il biondo si alzò e lasciò il Kungstornet. Monica imprecò fra sé. Perché non si era fermata fuori? L'avrebbe riconosciuto quando fosse uscito dal caffè. Avrebbe voluto alzarsi e riprendere la
caccia. Ma Mårtensson rimaneva tranquillamente seduto a finire il suo caffè. Non poteva attirarne l'attenzione alzandosi e seguendo il suo sconosciuto interlocutore.
Dopo circa quaranta secondi Mårtensson si alzò e andò in bagno. Non
appena ebbe chiuso la porta, Monica balzò in piedi e si affrettò a uscire in
Kungsgatan. Guardò a destra e a sinistra ma l'uomo biondo aveva fatto in
tempo a dileguarsi.
Corse all'incrocio con Sveavägen. Non lo vide da nessuna parte. Scese
nella metropolitana. Ma era un tentativo senza speranza.
Tornò al Kungstornet. Anche Mårtensson era sparito.
Erika reagì in maniera incontrollata quando fu di nuovo dove aveva parcheggiato la sua Bmw la sera prima, a due isolati dal Samirs Gryta.
La macchina c'era ancora. Ma durante la notte qualcuno aveva bucato
tutte le gomme. Maledetti bastardi imprecò fra sé mentre ribolliva di rabbia.
Non aveva molte alternative. Chiamò il soccorso stradale. Non aveva
tempo di fermarsi ad aspettarli, ma disse che avrebbe lasciato le chiavi nel
tubo di scappamento così che gli uomini del carro attrezzi potessero aprire
la macchina. Poi scese a Mariatorget e chiamò un taxi.
Lisbeth Salander entrò nel sito di Hacker Republic e constatò che Plague era connesso. Lo chiamò.
Salve Wasp. Com'è il Sahlgrenska?
Riposante. Mi serve il tuo aiuto.
Oddio.
Non pensavo che l'avrei mai fatto.
Dev'essere una faccenda seria.
Göran Mårtensson, residente a Vällingby. Ho bisogno di accedere al
suo computer.
Okay.
Tutto il materiale dovrà essere trasferito a Mikael Blomkvist a Millennium.
Okay. Provvedo.
Il grande fratello controlla il telefono di Kalle Blomkvist e probabilmente anche la sua posta elettronica. Devi mandare tutto il materiale a un indirizzo Hotmail.
Okay.
Se io non fossi disponibile, Blomkvist potrebbe avere bisogno del tuo aiuto. Deve poterti contattare.
Mmm.
È un po' quadrato ma ti puoi fidare.
Mmm.
Quanto vuoi?
Plague tacque per qualche secondo.
Ha a che fare con la tua situazione?
Sì.
Può aiutarti?
Sì.
Allora offro io.
Grazie. Ma io pago sempre i miei debiti. E il tuo aiuto mi servirà fino al
processo. Offro 30.000.
Te lo puoi permettere?
Posso.
Okay.
Credo che avremo bisogno anche di Trinity. Pensi di riuscire a convincerlo a venire in Svezia?
A fare che?
Quello che sa fare meglio di tutti. Gli pago onorario standard più spese.
Okay. Chi?
Lisbeth spiegò cosa avrebbero dovuto fare.
Il dottor Anders Jonasson aveva l'aria preoccupata il venerdì mattina
mentre guardava cortesemente un ispettore palesemente irritato di nome
Hans Faste seduto dall'altra parte della scrivania.
«Mi rincresce» disse Anders Jonasson.
«Io non capisco. Credevo che Lisbeth Salander fosse guarita. Sono venuto giù a Göteborg per poterla interrogare e per organizzare il suo trasferimento in una cella a Stoccolma, dove dovrebbe stare.»
«Mi rincresce» ripeté nuovamente Anders Jonasson. «Sarei ben felice di
poterla dimettere, perché a essere sinceri non abbiamo abbondanza di posti
letto. Ma...»
«Siamo sicuri che non stia simulando?»
Anders Jonasson rise.
«Non credo sia possibile. Vede, deve capire questo. Lisbeth Salander si
è presa una pallottola in testa. Io l'ho operata per estrarre il proiettile dal
cervello e a quel punto era un terno al lotto se sarebbe sopravvissuta o no.
È sopravvissuta, e con una prognosi straordinariamente soddisfacente...
tanto che io e i miei colleghi ci preparavamo a dimetterla. Poi però è intervenuto un netto peggioramento. La paziente lamenta un forte mal di testa e
ha sviluppato una febbre che continua ad andare su e giù. Ieri sera ha vomitato due volte e aveva la temperatura a trentotto. Durante la notte è scesa. Era quasi sfebbrata, tanto che ho pensato che si fosse trattato di un episodio occasionale. Ma quando l'ho visitata stamattina era salita quasi a
trentanove, il che è preoccupante. Anche se nel corso della giornata è scesa
di nuovo.»
«Dunque qual è il problema?»
«Non lo so, ma il fatto che la temperatura sia incostante sta a indicare
che non si tratta di un'influenza o di qualcosa del genere. Esattamente da
cosa dipenda non sono tuttavia in grado di dirlo, potrebbe anche semplicemente essere allergica a qualche medicinale o a qualcos'altro con cui è
venuta a contatto.»
Anders Jonasson fece comparire un'immagine sullo schermo del compu-
ter e la indicò a Hans Faste.
«Ho ordinato una radiografia. Come può vedere, c'è una zona più scura
qui, nelle immediate vicinanze della ferita prodotta dall'arma da fuoco.
Non posso stabilire di cosa si tratti. Può essere una cicatrizzazione, ma può
anche essere una piccola emorragia. Finché non avremo scoperto qual è il
problema non la dimetterò, per quanto urgente possa essere per voi.»
Hans Faste annuì rassegnato. Preferiva non discutere con i medici, dal
momento che detenevano il potere sulla vita e sulla morte ed erano i sostituti più prossimi di Dio che esistessero in terra. Eccezion fatta forse per i
poliziotti. In ogni caso lui non aveva la competenza per stabilire quanto
fosse malmessa Lisbeth Salander.
«E cosa succede adesso?»
«Ho prescritto riposo totale e l'interruzione della terapia, con l'eccezione
della fisioterapia di cui ha comunque bisogno per via delle lesioni provocate dagli spari alla spalla e all'anca.»
«Okay... devo contattare il procuratore Ekström a Stoccolma. Questa è
stata una sorpresa. Cosa posso dirgli?»
«Due giorni fa ero pronto ad autorizzare il trasferimento forse già per la
fine di questa settimana. Ma da come si presenta attualmente la situazione,
dovrà passare ancora un po' di tempo. Può anticipargli che non prenderò
nessuna decisione prima di una settimana e che forse dovranno passarne
ancora un paio prima che possa essere trasferita in carcere a Stoccolma.
Tutto dipende da come andranno le cose.»
«Il processo è stato fissato per luglio...»
«Se non ci saranno altri imprevisti, avrà tutto il tempo per ristabilirsi.»
L'ispettore Jan Bublanski guardò sospettoso la donna muscolosa dall'altra parte del tavolino del bar. Erano seduti all'aperto giù lungo Norr
Mälarstrand e stavano bevendo un caffè. Era venerdì 20 maggio e l'aria era
già estiva. La donna si era presentata come Monica Figuerola dell'Rps/Säk
e l'aveva catturato al volo alle cinque, proprio mentre stava per andare a
casa. Gli aveva proposto un colloquio privato davanti a una tazza di caffè.
Da principio Bublanski era stato recalcitrante e scontroso. Quando però
l'aveva guardato negli occhi e gli aveva detto che lei non aveva nessun incarico ufficiale di interrogarlo e che ovviamente lui non era obbligato a dire nulla se non voleva, Bublanski le aveva chiesto quale fosse lo scopo della sua visita. Monica gli aveva spiegato con franchezza che era stata incaricata dal suo capo di farsi ufficiosamente un'idea di cosa ci fosse di vero e
di falso nel cosiddetto affare Zalachenko, o affare Salander. Gli aveva detto anche che non era nemmeno del tutto sicura di avere il diritto di fargli
delle domande, e che stava a lui decidere.
«Cosa vuole sapere?» domandò Bublanski alla fine.
«Mi racconti quello che sa di Lisbeth Salander, Mikael Blomkvist,
Gunnar Björck e Alexander Zalachenko. Come si compongono i pezzi del
puzzle?»
Parlarono per più di due ore.
Torsten Edklinth rifletté a lungo su come proseguire. Dopo cinque giorni
di investigazioni, Monica Figuerola gli aveva fornito una serie di chiare
indicazioni che qualcosa non andava all'interno dell'Rps/Säk. Edklinth si
rendeva conto della necessità di agire con cautela finché non aveva in mano qualcosa di consistente. E allo stato attuale si trovava egli stesso in un
certo impiccio istituzionale, dal momento che non aveva il potere di condurre indagini segrete sui suoi colleghi.
Doveva trovare una formula che rendesse legittime le sue misure. Quando una situazione si faceva critica, Edklinth si appoggiava al proprio distintivo e al fatto che era preciso dovere di un poliziotto investigare sui reati - ma ora la situazione era così delicata che molto probabilmente se avesse fatto un passo falso sarebbe stato cacciato. Trascorse la giornata di
venerdì chiuso nel suo ufficio a riflettere.
La conclusione che ne ricavò fu che Dragan Armanskij aveva ragione,
per quanto improbabile potesse sembrare. Era in corso una cospirazione
all'interno dell'Rps/Säk, un certo numero di persone agiva al di fuori della
legalità. E siccome tale attività andava avanti da parecchi anni - almeno dal
1976, quando Zalachenko era arrivato in Svezia - doveva essere organizzata e accettata dall'alto. Ma non aveva la più pallida idea del livello al quale
la cospirazione avrebbe portato.
Scrisse tre nomi su un blocco.
Göran Mårtensson. Servizio scorte. Ispettore.
Gunnar Björck. Capodivisione aggiunto alla sezione stranieri. Deceduto. (Suicidio?)
Albert Shenke. Capodivisione. Rps/Säk.
Monica Figuerola aveva tratto la conclusione che almeno il capodivisione doveva aver retto le fila quando Mårtensson era stato trasferito al con-
trospionaggio senza arrivare. Mårtensson si dedicava a sorvegliare il giornalista Mikatl Blomkvist, il che non aveva proprio nulla a che fare con le
attività del controspionaggio.
All'elenco andavano aggiunti anche altri due nomi esterni all'Rps/Säk.
Peter Teleborian. Psichiatra.
Lars Paulsson. Fabbro.
Teleborian era stato utilizzato come consulente psichiatrico in alcune
occasioni alla fine degli anni ottanta e agli inizi degli anni novanta. Per la
precisione era successo tre volte. Edklinth aveva studiato attentamente i
rapporti. La prima occasione era stata straordinaria: il controspionaggio
aveva identificato un informatore russo all'interno dell'industria svedese
delle telecomunicazioni, e il suo passato faceva temere che potesse suicidarsi se fosse stato smascherato. Teleborian aveva fatto un'analisi azzeccata dalla quale risultava che l'informatore poteva essere indotto a diventare
un agente doppio. Le altre due volte che Teleborian era stato utilizzato si
era trattato di valutazioni molto meno importanti, su un dipendente
dell'Rps/Säk che aveva problemi di alcolismo e sul singolare comportamento sessuale di un diplomatico di un paese africano.
Ma né Teleborian né Faulsson - in special modo Faulsson - erano in servizio all'Rps/Säk. Eppure per via dei loro incarichi erano legati a... a cosa?
La cospirazione era connessa al defunto Alexander Zalachenko, l'operatore del Gru russo che a quanto pareva aveva disertato in Svezia il giorno
delle elezioni politiche del 1976. E del quale nessuno aveva mai sentito
parlare. Com'era possibile?
Edklinth cercò d'immaginarsi cosa sarebbe potuto accadere se lui stesso
fosse stato uno dei capi dell'Rps/Säk nel 1976 quando Zalachenko aveva
disertato. Come avrebbe agito? Segretezza assoluta. Sarebbe stato indispensabile. La diserzione doveva essere nota solo a una piccola cerchia esclusiva, perché l'informazione non rischiasse di trapelare e di arrivare alle
orecchie dei russi e... Una cerchia quanto piccola?
Una sezione operativa?
Una sezione operativa segreta?
Se tutto fosse andato bene, Zalachenko sarebbe finito sotto l'ala del controspionaggio. O meglio ancora sotto quella dei servizi segreti militari. Ma
loro non avevano né le risorse né la competenza per condurre quel genere
di attività operativa. Dunque, la Säk.
Ma il controspionaggio non l'aveva mai avuto in carico. Björck era la
chiave; era stato uno di quelli che avevano gestito Zalachenko. Ma non aveva mai avuto nulla a che fare con il controspionaggio. Björck era un mistero. Formalmente aveva avuto un impiego presso la sezione stranieri fin
dagli anni settanta, ma in realtà non lo si era quasi mai visto prima degli
anni novanta, quando tutto d'un tratto era diventato direttore aggiunto.
Eppure Björck era la fonte principale delle informazioni di Blomkvist.
Come aveva fatto Blomkvist a convincere Björck a far esplodere una simile bomba?
Le puttane. Björck se la faceva con prostitute adolescenti e Millennium
aveva intenzione di denunciarlo. Blomkvist doveva aver ricattato Björck.
Poi era entrata in ballo Lisbeth Salander.
Il defunto avvocato Nils Bjurman aveva lavorato alla sezione stranieri
nello stesso periodo in cui ci aveva lavorato il defunto Björck. Erano stati
loro a occuparsi di Zalachenko. Ma cosa ne avevano fatto?
Qualcuno doveva aver preso delle decisioni. Ma con un disertore di quel
calibro gli ordini dovevano essere arrivati da molto in alto.
Dal governo. Doveva esserci stato un aggancio. Qualsiasi altra cosa era
impensabile.
O no?
Edklinth avvertì brividi freddi di disagio. Tutto questo era plausibile. Un
disertore del calibro di Zalachenko doveva essere trattato con la massima
segretezza possibile. Era quello che avrebbe deciso lui stesso. Era quello
che il governo Fälldin doveva aver deciso. Perfettamente plausibile.
Ma ciò che era accaduto nel 1991 non era plausibile. Björck si era servito di Peter Teleborian per chiudere Lisbeth Salander in una clinica psichiatrica infantile con il pretesto che era malata di mente. Questo era un reato.
Un reato così grave che Edklinth avvertì una nuova ondata di brividi.
Qualcuno doveva aver preso quella decisione. Ma non poteva essere stato il governo... Il primo ministro era Ingvar Carlsson, e poi Carl Bildt. Ma
nessun politico avrebbe osato arrivare nemmeno nelle vicinanze di una decisione di quel genere, che andava contro ogni legge e contro la giustizia e
che avrebbe comportato uno scandalo catastrofico se mai se ne fosse saputo qualcosa.
Se il governo era coinvolto, allora la Svezia non era di un solo punto
migliore di una qualsiasi dittatura al mondo.
Non era possibile.
E poi gli avvenimenti del 12 aprile al Sahlgrenska. Zalachenko molto
opportunamente ucciso da un malato di mente nell'attimo stesso in cui a
casa di Blomkvist veniva compiuto un furto e Annika Giannini subiva
un'aggressione. In entrambi i casi era stato rubato il rapporto di Björck del
1991. Ma queste erano informazioni che gli erano state passate da Armanskij in via del tutto ufficiosa. Non era stata fatta nessuna denuncia alla polizia.
E Björck andava a impiccarsi. La persona con la quale Edklinth avrebbe
desiderato più che con chiunque altro di poter avere un colloquio molto serio.
Torsten Edklinth non credeva a un caso. L'ispettore Jan Bublanski non
credeva a una coincidenza. Come pure non ci credeva Mikael Blomkvist.
Edklinth prese in mano ancora una volta il pennarello.
Evert Gullberg. Settantotto anni. Fiscalista. ???
Chi diavolo era Evert Gullberg?
Edklinth valutò se telefonare al capo dell'Rps/Säk. Non lo fece per il
semplice motivo che non sapeva quanto si fosse estesa la cospirazione
all'interno dell'organizzazione. In breve, non sapeva di chi poteva fidarsi.
Dopo aver scartato la possibilità di rivolgersi a qualcuno dell'Rps/Säk,
considerò quella di rivolgersi ai servizi ufficiali. Jan Bublanski era responsabile delle indagini su Ronald Niedermann e doveva ovviamente essere
interessato a tutte le informazioni connesse. Ma sotto il profilo politico sarebbe stato impossibile farlo.
Edklinth si sentiva un gran peso sulle spalle.
Rimaneva solo un'alternativa costituzionalmente corretta, che forse sarebbe potuta anche diventare un paracadute nel caso fosse caduto in disgrazia. Edklinth doveva rivolgersi al capo e procurarsi un ancoraggio politico per ciò di cui si stava occupando.
Guardò l'ora. Quasi le quattro di venerdì pomeriggio. Alzò la cornetta e
chiamò il ministro della Giustizia, che conosceva da molti anni e che aveva incontrato più volte al ministero. Lo ebbe dall'altra parte del filo nel giro di cinque minuti.
«Salve Torsten» lo salutò il ministro. «È un po' che non ci si vede. Di
cosa si tratta?»
«Credo di voler sapere quanta credibilità ho presso di te.»
«Credibilità. Che domanda curiosa. Per quanto mi riguarda, hai una notevole credibilità. Ma cosa ti spinge a farmi una domanda del genere?»
«Una questione straordinaria e molto seria... Devo assolutamente avere
un incontro con te e il primo ministro, ed è urgente.»
«Ohilà.»
«Preferirei aspettare di parlarne a quattr'occhi. Ma la cosa è così singolare da farmi ritenere che sia tu sia il primo ministro dobbiate esserne informati.»
«Suona come una faccenda seria.»
«Lo è.»
«Ha qualcosa a che fare con minacce terroristiche o...»
«No. È ancora più grave. Sto mettendo in gioco la mia reputazione e la
mia carriera con questa telefonata e con questa richiesta. Non starei qui a
parlare se non ritenessi la situazione così grave da renderlo necessario.»
«Capisco. Ed ecco spiegata la domanda sulla credibilità... Quanta fretta
hai di incontrare il primo ministro?»
«Già stasera, se fosse possibile.»
«Ora comincio a preoccuparmi.»
«Purtroppo ne hai motivo.»
«Di quanto tempo pensi di aver bisogno?»
Edklinth rifletté.
«Un'ora, per riassumere tutti i dettagli.»
«Ti richiamo fra un momento.»
Il ministro della Giustizia lo richiamò nel giro di un quarto d'ora e gli
disse che il primo ministro lo avrebbe ricevuto nella propria abitazione
quella sera stessa, alle nove e mezza. Quando mise giù la cornetta, Edklinth aveva le mani sudate. Okay... domani mattina la mia carriera può
essere finita.
Prese di nuovo il telefono e chiamò Monica Figuerola.
«Salve Monica. Alle nove di stasera dovrai presentarti in servizio. Vestita come si deve.»
«Io sono sempre vestita come si deve.»
Il primo ministro fissò il capo dell'ufficio per la tutela della Costituzione
con uno sguardo che poteva essere descritto come diffidente. Edklinth ebbe la sensazione che una ruota dentata stesse girando veloce dietro gli occhiali del capo del governo.
Il primo ministro spostò lo sguardo su Monica Figuerola che non aveva
detto nulla durante tutta l'esposizione dei fatti. Vide una donna insolitamente alta e muscolosa che ricambiava il suo sguardo con un'espressione
di cortese attesa. Poi guardò il ministro della Giustizia che era leggermente
impallidito. Infine fece un respiro profondo, si tolse gli occhiali e fissò a
lungo qualcosa di lontano.
«Credo che ci sia bisogno di un altro goccio di caffè» disse alla fine.
«Grazie, volentieri» disse Monica Figuerola.
Edklinth annui e il ministro servi il caffè da una caraffa termica.
«Mi faccia riassumere in modo da essere assolutamente sicuro di aver
capito bene» disse il primo ministro. «Lei sospetta che ci sia una cospirazione all'interno della polizia segreta, che agisce al di fuori dei suoi compiti istituzionali, e che questa cospirazione nel corso degli anni abbia condotto a qualcosa che può essere definito un'attività criminale.»
Edklinth annuì.
«Ed è venuto da me perché non ha fiducia nella direzione della Säpo?»
«Non proprio» rispose Edklinth. «Ho deciso di rivolgermi direttamente a
lei perché questo genere di attività va contro la Costituzione ma io, non
conoscendo lo scopo della cospirazione, potrei averne dato un'interpretazione errata. Potrebbe anche trattarsi di qualcosa di legittimo e approvato
dal governo. Se agisco in base a informazioni scorrette o male interpretate
rischio di svelare un'operazione segreta in corso.»
Il primo ministro guardò il ministro della Giustizia. Entrambi capivano
che Edklinth stava cercando di coprirsi le spalle.
«Non ho mai sentito parlare di niente di simile. Tu ne sapevi qualcosa?»
«Assolutamente no» rispose il ministro della Giustizia. «Non c'è niente
in nessun rapporto della Säk che io abbia visto che potrebbe far pensare a
qualcosa del genere.»
«Mikael Blomkvist ritiene che si tratti di una frazione della Säpo. Lui lo
chiama Club Zalachenko.»
«Non ho mai nemmeno sentito dire che la Svezia avesse accolto e mantenuto un disertore russo di questo calibro... Ha disertato sotto il governo
Fälldin...»
«Mi è difficile credere che Fälldin abbia insabbiato una faccenda del genere» disse il ministro. «Una diserzione di questo tipo avrebbe dovuto essere una questione estremamente prioritaria da consegnare al governo successivo.»
Edklinth si schiarì la voce.
«Il governo conservatore ha ceduto il posto a Olof Palme. Non è un segreto che alcuni dei miei predecessori all'Rps/Säk avessero un'opinione
singolare su Palme...»
«Vorrebbe dire che qualcuno si è dimenticato di informare il governo
socialdemocratico...»
Edklinth annuì.
«Fälldin governò per due mandati. Entrambe le volte il governo andò in
crisi. La prima cedette il posto a Ola Ullsten e al suo governo di minoranza
nel 1979. La seconda si disgregò quando i moderati lo abbandonarono e
Fälldin lo rimise insieme con i liberali. E in questi passaggi dev'esserci stato un gran caos. È perfino possibile che una faccenda come quella di Zalachenko sia rimasta una cosa per pochi e che il primo ministro Fälldin non
ne fosse al corrente e dunque non avesse nulla da trasmettere a Palme.»
«Chi sarebbe il responsabile in tal caso?» chiese il primo ministro.
Tutti tranne Monica Figuerola scossero la testa.
«Suppongo che questa faccenda inevitabilmente arriverà ai media» disse
il primo ministro.
«Mikael Blomkvist e Millennium sono intenzionati a pubblicare. In altre
parole, abbiamo le mani legate.»
Edklinth fu molto attento a usare la prima persona plurale. Il primo ministro annuì. Capiva la gravità della situazione.
«Allora lasci che cominci col ringraziarla di essere venuto da me con
tanta rapidità. Non è mia abitudine ricevere simili visite organizzate all'ultimo momento, ma il ministro della Giustizia mi ha detto che lei è una persona affidabile e che doveva essere successo qualcosa di veramente straordinario se mi voleva vedere al di fuori di tutti i canali normali.»
Edklinth tirò il fiato. Qualsiasi cosa fosse accaduta, l'ira del primo ministro non si sarebbe abbattuta su di lui.
«Ora non ci resta che decidere come gestire la faccenda. Ha qualche
proposta?»
«Forse» rispose Edklinth esitante.
Restò così a lungo in silenzio che Monica si schiarì la voce.
«Posso dire una cosa?»
«Prego» disse il primo ministro.
«Se il governo non ne è a conoscenza, allora questa operazione è illegale. E il responsabile è un criminale, è un funzionario dello stato che ha oltrepassato le sue competenze. Se riusciamo a verificare tutte le affermazioni di Mikael Blomkvist, significa che un gruppo di persone che lavora
all'interno della Säk si è dedicato ad attività criminose. E il problema si
spacca in due.»
«Cosa intende?»
«Anzitutto bisogna chiedersi come tutto questo sia stato possibile. Di chi
è la responsabilità? Come ha potuto svilupparsi una simile cospirazione
all'interno di una consolidata organizzazione di polizia? Voglio ricordare
che io stessa lavoro per l'Rps/Säk e che sono fiera di farlo. Come è potuta
andare avanti così a lungo questa attività? Come ha potuto essere nascosta
e finanziata?»
Il primo ministro annuì.
«Su questo si potrebbero scrivere libri interi» continuò Monica. «Ma una
cosa è chiara, deve esserci un finanziamento e deve ammontare a diversi
milioni di corone l'anno. Ho dato un'occhiata al budget della Säpo e non ho
trovato nulla che possa essere identificato come Club Zalachenko. Ma,
come sa, esistono dei fondi occulti, dei quali il capodivisione e il responsabile di bilancio sono informati, ma io non posso esserlo.»
Il primo ministro annuì cupamente. Perché la Säpo doveva essere un tale
incubo da amministrare?
«Ma poi bisogna chiedersi anche chi sono i personaggi coinvolti. O, più
esattamente, chi dovrebbe essere arrestato.»
Il primo ministro sporse le labbra.
«Per me tutte queste domande sono subordinate alla decisione che lei
prenderà nei prossimi minuti.»
Torsten Edklinth trattenne il fiato. Se avesse potuto tirare un calcio negli
stinchi a Monica Figuerola l'avrebbe fatto. Aveva calpestato ogni cautela
retorica e affermato che il primo ministro era personalmente responsabile.
Anche lui sarebbe arrivato alla stessa conclusione, però solo dopo un lungo
e diplomatico giro di parole.
«Quale decisione pensa che prenderò?» chiese il primo ministro.
«Abbiamo degli interessi in comune. Lavoro all'ufficio per la tutela della
Costituzione da tre anni e ritengo che svolga un compito centrale nella
democrazia svedese. E la polizia segreta si è comportata bene negli ultimi
anni. Ovviamente non voglio che l'Rps/Säk sia coinvolta in uno scandalo.
Per noi è importante sottolineare che in questo caso si tratta di attività criminose esercitate da singoli individui.»
«Attività di quel genere non sono assolutamente approvate dal governo»
disse il ministro della Giustizia.
Monica annuì e rifletté qualche secondo.
«Per voi suppongo sia importante che lo scandalo non colpisca il governo, cosa che succederebbe se il governo cercasse di insabbiare la storia»
disse.
«Il governo non usa insabbiare attività criminose» disse il ministro della
Giustizia.
«No, ma supponiamo ipoteticamente che il governo voglia farlo. In tal
caso lo scandalo assumerebbe proporzioni enormi.»
«Continui» disse il primo ministro.
«Al momento la situazione è complicata dal fatto che noi della tutela
della Costituzione siamo costretti ad andare contro le regole anche solo per
poter indagare su questa vicenda. Vorremmo invece che fosse tutto regolare sotto il profilo giuridico e costituzionale.»
«Lo vogliamo tutti» disse il primo ministro.
«In tal caso suggerisco che lei, nella sua veste di primo ministro, ordini
all'ufficio per la tutela della Costituzione di sbrogliare al più presto questa
matassa. Ci dia un ordine scritto e ci dia i poteri necessari.»
«Non sono sicuro che quello che propone sia legale» disse il ministro
della Giustizia.
«Sì. Lo è. Il governo ha il potere di adottare misure eccezionali nel caso
in cui la Costituzione sia minacciata. Se un gruppo di militari o poliziotti
comincia a esercitare una politica estera autonoma, di fatto nel paese è avvenuto un colpo di stato.»
«Politica estera?» domandò il ministro.
Il primo ministro annuì.
«Zalachenko era un disertore di una potenza straniera» spiegò Monica.
«Le informazioni che portò furono consegnate, a quanto dice Mikael
Blomkvist, a servizi segreti stranieri. Se il governo non ne era informato, si
è trattato di un colpo di stato.»
«Capisco il suo ragionamento» disse il primo ministro. «Ora lasciate che
esponga il mio.»
Il primo ministro si alzò e fece un giro intorno al tavolo del soggiorno.
Alla fine si fermò davanti a Edklinth.
«Lei ha una collaboratrice intelligente. E molto diretta.»
Edklinth deglutì e fece un cenno di assenso. Il primo ministro si rivolse
al ministro della Giustizia.
«Chiama il segretario di stato e il responsabile degli affari legali. Domani mattina voglio avere un documento che conferisca all'ufficio per la tutela della Costituzione il potere di agire in questo affare. L'incarico deve
consistere nel verificare il contenuto di verità delle affermazioni che abbiamo discusso, nel raccogliere documentazione sulla sua estensione e
nell'identificare le persone coinvolte.»
Edklinth annuì.
«Il documento non conferirà il potere di condurre un'indagine preliminare. Posso sbagliarmi, ma credo che j solo il procuratore generale possa
nominare un responsabile delle indagini preliminari in questo ambito. Io
posso però affidare l'incarico di condurre un'indagine per scoprire la verità.
Quello che faranno all'ufficio per la tutela della Costituzione sarà dunque
un'investigazione ufficiale governativa. Capisce?»
«Sì. Io stesso sono un ex procuratore.»
«Mmm. Chiederemo al responsabile degli affari legali di dare un'occhiata a questa cosa e di stabilire con precisione cosa sia formalmente corretto.
In ogni caso lei solo sarà responsabile di questa indagine. Sceglierà personalmente i collaboratori di cui avrà bisogno. Se troverà prove di attività
criminose passerà le informazioni al procuratore generale che deciderà sulle incriminazioni.»
«Dovrò fare una relazione dettagliata di tutto questo, ma credo che tu
dovrai informarne il presidente del Parlamento e la commissione costituzionale... questa cosa farà presto a trapelare» disse il ministro della Giustizia.
«In altre parole dobbiamo muoverci velocemente» disse il primo ministro.
«Mmm» fece Monica.
«Sì?» disse il primo ministro.
«Rimangono ancora due problemi... La pubblicazione di Millennium può
scontrarsi con la nostra indagine, e il processo contro Lisbeth Salander
comincia fra poche settimane.»
«Possiamo scoprire quando Millennium ha intenzione di uscire con la
storia?»
«Possiamo chiederlo» disse Edklinth. «L'ultima cosa che vogliamo fare
è intrometterci nell'attività dei media.»
«Per quanto riguarda questa ragazza, Salander...» cominciò il ministro
della Giustizia. Poi si fermò un attimo a riflettere. «Sarebbe spaventoso se
fosse stata veramente esposta alle prevaricazioni denunciate da Millennium... davvero può essere stato possibile?»
«Temo di sì» disse Edklinth.
«In tal caso dobbiamo fare in modo che ottenga soddisfazione e soprattutto che non venga esposta ad altri soprusi» disse il primo ministro.
«E come?» domandò il ministro della Giustizia. «Il governo non può in
nessuna circostanza intromettersi in un procedimento giudiziario in corso.
Sarebbe un'infrazione della legge.»
«Possiamo parlare con il procuratore...»
«No» disse Edklinth. «Come primo ministro non può influenzare in nessun modo il corso di un processo.»
«In altre parole, Lisbeth Salander deve combattere la propria battaglia in
aula» disse il ministro della Giustizia. «Solo se perde il processo e fa ricorso il governo può intervenire per graziarla o per ordinare alla procura generale di verificare se sussistono i presupposti per un nuovo processo.»
Poi aggiunse una cosa.
«Ma questo vale solo se viene condannata al carcere. Se le impongono
un trattamento psichiatrico il governo non può fare alcunché. Diventa una
questione medica, e il primo ministro non ha competenza per stabilire se
sia sana di mente o no.»
Alle dieci di venerdì sera Lisbeth Salander sentì il rumore della chiave
nella serratura. Spense immediatamente il palmare e lo infilò sotto il cuscino. Quando alzò lo sguardo vide Anders Jonasson che chiudeva la porta.
«Buona sera, signorina Salander» la salutò. «Allora, come andiamo?»
«Ho un mal di testa da impazzire e mi sento la febbre» disse Lisbeth.
«Questo non va bene.»
Lisbeth non aveva l'aria di essere particolarmente tormentata né dal mal
di testa né dalla febbre. Il dottor Anders Jonasson impiegò dieci minuti per
visitarla. Constatò che la temperatura era di nuovo salita.
«Un vero peccato che sia successo proprio adesso che eri quasi guarita.
Stando così le cose non ti posso dimettere per almeno due settimane ancora.»
«Due settimane dovrebbero bastare.»
Lui le diede una lunga occhiata.
La distanza fra Londra e Stoccolma via terra è di circa milleottocento
chilometri, il che significa che in teoria occorrono circa venti ore a coprirla. In realtà c'erano volute circa venti ore solo per raggiungere il confine
fra Germania e Danimarca. Il cielo era pieno di pesanti nuvole temporalesche, e quando il lunedì si trovò nel bel mezzo del ponte sull'Öresund cominciò a piovere a dirotto. L'uomo che si faceva chiamare Trinity ridusse
la velocità e azionò i tergicristalli.
Trovava che fosse un inferno guidare in Europa dove ci si ostinava a sta-
re sul lato sbagliato della strada. Aveva caricato il suo furgone il sabato
mattina, preso il traghetto fra Dover e Calais, attraversato il Belgio via
Liegi, passato il confine tedesco ad Aachen e preso l'autostrada in direzione nord verso Amburgo e la Danimarca.
Il suo compare, Bob the Dog, dormicchiava sul sedile posteriore. Si erano alternati alla guida, e a parte qualche sosta di un'oretta lungo la strada
avevano tenuto una velocità costante di novanta chilometri all'ora. Il furgone era vecchio di diciott'anni e non era in grado di offrire prestazioni più
brillanti.
C'erano modi più semplici per andare da Londra a Stoccolma, ma purtroppo era impensabile riuscire a far entrare circa trenta chili di materiale
elettronico in Svezia con un volo regolare. Così invece, benché avessero
passato sei confini di stato nel corso del viaggio, non erano stati fermati da
un solo doganiere o addetto al controllo passaporti. Trinity era un appassionato sostenitore dell'Unione Europea, le cui regole semplificavano parecchio le sue visite sul continente.
Aveva trentadue anni ed era nato a Bradford, ma abitava nella parte settentrionale di Londra da quando era bambino. La sua istruzione era stata
piuttosto povera, in una scuola professionale aveva ricevuto un attestato di
tecnico delle telecomunicazioni. E dopo avere compiuto diciannove anni
aveva lavorato per tre anni come installatore per la British Telecom. Ma la
competenza elettronica e informatica che possedeva gli permetteva di discutere con qualsiasi professore snob in materia. Viveva con i computer da
quando aveva dieci anni e ne aveva violato uno per la prima volta a tredici.
La cosa gli aveva stuzzicato l'appetito, e a sedici anni era già talmente bravo che gareggiava con i migliori hacker del mondo. C'era stato un periodo
in cui aveva trascorso davanti allo schermo ogni minuto di veglia, mettendo insieme programmi propri e piazzando trappole insidiose nella rete. Si
era annidato presso la Bbc, presso il ministero della Difesa britannico e
presso Scotland Yard. Era riuscito perfino, fuggevolmente, a prendere il
comando di un sottomarino atomico britannico di pattuglia nel Mare del
Nord. Per fortuna, Trinity apparteneva alla schiera dei pirati informatici
curiosi più che a quella dei malvagi. E la sua curiosità si spegneva nell'attimo stesso in cui riusciva a ottenere l'accesso a un computer e a impadronirsi dei suoi segreti. Al massimo si divertiva a fare qualche scherzetto, per
esempio dava istruzioni a un computer del sottomarino atomico per mandare a quel paese il capitano quando chiedeva un'indicazione di posizione.
Quest'ultimo incidente aveva dato origine a una serie di riunioni di crisi
al ministero della Difesa, e Trinity aveva cominciato a rendersi conto che
forse non era la più saggia delle idee vantarsi delle proprie conoscenze, se
lo stato diceva sul serio quando minacciava di condannare gli hacker a
molti anni di pena detentiva.
Aveva studiato da tecnico delle telecomunicazioni perché già sapeva
come funzionava la rete telefonica, e dopo aver constatato che era irrimediabilmente antiquata era passato a fare il consulente privato. Installava sistemi d'allarme e sorvegliava i sistemi antieffrazione. A clienti particolarmente scelti poteva anche offrire finezze come sorveglianza e intercettazioni telefoniche.
Trinity era uno dei fondatori di Hacker Republic. E Wasp ne era cittadino.
Quando lui e Bob the Dog giunsero nei pressi di Stoccolma erano le sette e mezza di domenica sera. Superata l'Ikea di Kungens Kurva a
Skärholmen, Trinity aprì il suo cellulare e fece un numero che aveva memorizzato.
«Plague?» disse Trinity.
«Dove siete?»
«Mi hai detto di chiamare dopo l'Ikea.»
Plague descrisse la strada fino all'ostello di Långholmen dove aveva
prenotato una stanza per i colleghi inglesi. Siccome Plague non lasciava
quasi mai il suo appartamento, si accordarono per incontrarsi a casa sua alle dieci del mattino seguente.
Dopo un momento di riflessione, Plague decise di fare un grosso sforzo:
lavare i piatti, passare lo straccio e cambiare l'aria prima che arrivassero gli
ospiti.
Parte terza
Disc crash
27 maggio - 6 giugno
Lo storico Diodoro Siculo, che visse nel primo secolo avanti Cristo, descrive le amazzoni della Libia, a quell'epoca denominazione generica per
tutta l'Africa del Nord a ovest dell'Egitto. Il loro regno era una ginecocrazia, ovvero soltanto le donne potevano rivestire cariche pubbliche, comprese quelle militari. Secondo la leggenda, erano guidate da una certa regina Myrina, che alla testa di trentatremila guerriere di cui tremila a cavallo
imperversò attraverso l'Egitto e la Siria giungendo fino alle sponde del
Mar Egeo e sconfiggendo una serie di eserciti di uomini lungo la strada.
Quando la regina Myrina cadde in battaglia, il suo esercito si disgregò.
Ma lasciò delle tracce nella regione. Una volta le donne dell'Anatolia presero le armi per fermare un'invasione dal Caucaso dopo che gli uomini erano stati sterminati in massa. Queste donne venivano addestrate a usare
ogni genere di arma, compresi arco, giavellotto, ascia e lancia, e portavano
cotte di maglia di bronzo ed equipaggiamento copiati dai greci.
Le amazzoni rifiutavano il matrimonio come sottomissione. Per concepire dei figli veniva loro accordato un periodo di congedo durante il quale si
accoppiavano con uomini scelti a caso nei villaggi vicini. Soltanto alle
donne che avessero ucciso un uomo in combattimento era concesso di perdere la verginità.
16.
Venerdì 27 maggio - martedì 31 maggio
Mikael Blomkvist lasciò la redazione di Millennium alle dieci e mezza di
venerdì sera. Scese le scale fino al pianterreno, ma invece di uscire in strada svoltò a sinistra e passando attraverso il seminterrato sbucò nel cortile
interno e uscì su Hökens Gata dal portone dell'edificio adiacente. Incontrò
un gruppo di giovani che scendevano da Mosebacke, ma nessuno lo degnò
di uno sguardo. Se qualcuno lo stava sorvegliando, avrebbe creduto che
come al solito si fosse fermato a dormire in redazione. Mikael aveva messo in atto quello schema già da aprile. In realtà era Christer Malm a essere
di turno quella notte.
Trascorse quindici minuti passeggiando lungo le stradine intorno a
Mosebacke prima di dirigersi verso il numero 9 di Fiskargatan. Aprì con il
codice e salì le scale fino all'attico dove utilizzò le chiavi di Lisbeth per entrare. Disinserì l'allarme. Si sentiva confuso, come ogni volta che entrava
nell'appartamento di Lisbeth, che contava un numero esorbitante di locali,
solo tre dei quali arredati.
Cominciò col preparare del caffè e dei tramezzini, prima di entrare nello
studio e avviare il PowerBook.
Dal giorno in cui era stato rubato il rapporto di Björck e si era reso conto
di essere sotto sorveglianza, Mikael aveva stabilito il suo quartier generale
privato nell'abitazione di Lisbeth Salander. Aveva trasferito tutta la documentazione essenziale sulla sua scrivania. Trascorreva diverse notti la set-
timana lì, dormiva nel suo letto e lavorava al suo computer. Lisbeth lo aveva svuotato di tutte le informazioni prima di partire per Gosseberga per
la resa dei conti con Zalachenko, probabilmente senza alcuna intenzione di
tornare. Aveva usato il suo disco di sistema per riportare il computer in
condizione di funzionare.
Da aprile non si era nemmeno più collegato con il suo computer personale. Avviò Icq e chiamò l'account che lei aveva creato per lui comunicandoglielo su Tavola Balorda.
Ciao Sally.
Racconta.
Ho rielaborato i due capitoli di cui abbiamo discusso questa settimana.
Ho messo la nuova versione su Yahoo. Tu come sei messa?
Diciassette pagine pronte. Le metto in Tavola Balorda adesso.
Pling.
Okay. Le ho. Lasciami leggere, poi ne parliamo.
Ho dell'altro.
Cosa?
Ho creato un altro gruppo Yahoo, I Cavalieri.
Mikael sorrise.
Okay. I cavalieri della tavola balorda.
Password yacaraca I 2.
Okay.
Quattro membri. Tu, io, Plague e Trinity.
I tuoi misteriosi amici della rete.
Prudenza.
Okay.
Plague ha copiato delle informazioni dal computer del procuratore
Ekström. L'abbiamo violato in aprile.
Okay.
Se perdo il palmare ti tiene informato lui.
Bene. Grazie.
Mikael disattivò Icq ed entrò in I Cavalieri. Tutto ciò che trovò fu un
link da Plague a un anonimo indirizzo che consisteva solo in numeri. Copiò l'indirizzo in Explorer e premette invio, entrando subito in una homepage da qualche parte in Internet contenente i sedici gigabyte che costituivano l'hard disk del procuratore Richard Ekström.
Evidentemente, Plague si era semplificato la vita copiando tutto l'hard
disk di Ekström. Mikael impiegò oltre un'ora a smistarne il contenuto. Eliminò file di sistema, programmi e una quantità infinita di indagini preliminari che sembravano estendersi per diversi anni indietro nel tempo. Alla
fine scaricò quattro cartelle. Tre le chiamò IndPrel/Salander, Salander/Scarti e IndPrel/Nieiermann. La quarta cartella era una copia della posta elettronica del procuratore Ekström fino alle due del giorno prima.
Grazie Plague.
Mikael impiegò tre ore a esaminare l'indagine preliminare di Ekström e
la sua strategia in vista del processo contro Lisbeth Salander. Come ci si
poteva aspettare, era focalizzata sulla salute mentale dell'imputata.
Ekström aveva richiesto un'ampia perizia psichiatrica e aveva inviato una
gran quantità di messaggi che miravano a farla trasferire il più rapidamente
possibile nella prigione di Kronoberg.
Mikael constatò che le ricerche del fuggitivo Niedermann sembravano
essere a un punto morto. Il responsabile dell'inchiesta era Bublanski. L'ispettore era riuscito a stabilire un certo numero di prove contro Niedermann riguardo all'omicidio di Dag Svensson e Mia Bergman e a quello
dell'avvocato Bjurman. Mikael stesso aveva contribuito, nel corso di tre
lunghi interrogatori in aprile, con urta buona percentuale di queste prove, e
se Niedermann fosse mai stato catturato Mikael avrebbe dovuto testimoniare. Alla fine, il dna tratto da qualche goccia di sudore e da due capelli
rinvenuti nell'appartamento di Bjurman aveva potuto essere messo a confronto con quello presente nella stanza di Niedermann a Gosseberga. Lo
stesso dna era stato anche trovato in grande quantità sui resti dell'esperto
finanziario del Motoclub Svavelsjö, Viktor Göransson.
Ekström aveva invece informazioni sorprendentemente scarse su Zalachenko.
Mikael accese una sigaretta, si mise accanto alla finestra e guardò fuori
verso Djurgården.
Attualmente, Ekström conduceva due indagini preliminari che erano state separate l'una dall'altra. L'ispettore Hans Faste si occupava di tutto ciò
che riguardava Lisbeth Salander. Bublanski si occupava soltanto di Niedermann.
Quando il nome di Zalachenko era comparso nell'indagine preliminare,
il passo naturale da compiere sarebbe stato contattare il direttore generale
della polizia segreta e interrogarlo su chi fosse in realtà Zalachenko. Nella
posta di Ekström, così come nel protocollo o negli appunti, Mikael non
riusciva tuttavia a trovare nessuna traccia di un contatto del genere. Ma era
evidente che il procuratore era in qualche modo informato su Zalachenko.
Fra gli appunti Mikael trovò diverse formulazioni criptiche.
Inchiesta Salander falso. Originale Björck non combacia con versione
Blomkvist. Secretato.
Trovò anche una serie di annotazioni che asserivano che Lisbeth Salander era una schizofrenica e paranoica.
Corretto rinchiudere Salander 1991.
Il collegamento fra le inchieste Mikael lo trovò in Salander/Scarti, vale
a dire tra le informazioni collaterali che il procuratore aveva giudicato irrilevanti per l'indagine preliminare e che di conseguenza non sarebbero state
portate al processo o incluse nella serie di prove a carico di Lisbeth. A
grandi linee, si trattava di tutto quello che aveva a che fare con il passato di
Zalachenko.
L'indagine era assolutamente incompleta.
Mikael si domandò quanto di tutto questo fosse un caso e quanto fosse
stato studiato a tavolino. Dove passava il confine? E il procuratore
Ekström era consapevole del fatto che esisteva un confine?
Poteva essere che qualcuno avesse intenzionalmente fornito a Ekström
informazioni attendibili ma fuorvianti?
Mikael entrò in Hotmail e utilizzò i successivi dieci minuti per controllare una mezza dozzina di account anonimi che aveva creato. Aveva controllato ogni giorno l'indirizzo Hotmail che aveva dato all'ispettore Sonja
Modig, ma non aveva grandi speranze che si sarebbe fatta viva. Rimase
perciò stupito quando aprì la posta in arrivo e trovò una mail da [email protected] Un'unica riga.
Café Madeleine, piano superiore, sabato ore 11.
Mikael Blomkvist annuì pensieroso.
Plague cliccò sul nome Lisbeth Salander a mezzanotte, interrompendola
nel bel mezzo di una frase sulla sua vita con Holger Palmgren come tutore.
Lei guardò irritata lo schermo.
Cosa vuoi?
Ciao Wasp, anche a me fa piacere sentirti.
Sì, sì. Cosa?
Teleborian.
Lisbeth balzò a sedere sul letto e guardò tesa lo schermo del palmare.
Racconta.
Trinity ce l'ha fatta a tempo di record.
Come?
Il dottore non sta mai fermo, va e viene fra Uppsala e Stoccolma, non
possiamo fare un hostile takeover.
Lo so. Come?
Gioca a tennis due volte alla settimana. Circa due ore. Ha lasciato il
computer in macchina in un'autorimessa.
Aha.
Trinity non ha avuto problemi a disinserire l'allarme della macchina e a
prendere il computer. Gli sono bastati trenta minuti per copiare tutto con
Firewire e installare Asphyxia.
Dove?
Plague trasmise l'indirizzo del server dove era conservato l'hard disk del
dottor Peter Teleborian.
Per citare Trinity... This is some nasty shit.
?
Da' un'occhiata al suo hard disk.
Lisbeth Salander uscì dalla chat e andò in Internet a cercare il server che
le aveva indicato Plague. Impiegò le successive tre ore a esaminare cartella dopo cartella l'hard disk di Teleborian.
Trovò la corrispondenza fra lui e una persona che aveva un indirizzo
Hotmail e mandava mail criptate. Siccome aveva accesso alla chiave Pgp
di Teleborian, non ebbe nessun problema a leggere i messaggi in chiaro. Il
nome era Jonas, il cognome mancava. Jonas e Teleborian avevano un interesse malsano per Lisbeth Salander.
Yes... possiamo dimostrare che esiste una cospirazione.
Ma ciò che veramente suscitò l'interesse di Lisbeth furono quarantasette
cartelle che contenevano ottomilasettecentocinquantasei immagini pedopornografiche hard. Aprì foto su foto che mostravano bambini di meno di
quindici anni. Altre anche più piccoli. Ma la maggior parte delle foto era di
bambine. Molte anche sado.
Trovò link per almeno una dozzina di persone sparse in diversi paesi che
si scambiavano quella roba.
Lisbeth si mordicchiò il labbro inferiore. Per il resto il suo viso era senza
espressione.
Ricordò le notti passate, a dodici anni, legata a un letto in una stanza
priva di stimolazioni alla clinica psichiatrica infantile St. Stefan. Teleborian era entrato ripetutamente nella penombra di quella stanza fermandosi
a osservarla alla luce notturna.
Lei sapeva. Lui non l'aveva mai toccata, ma lei aveva sempre saputo.
Maledisse se stessa. Avrebbe dovuto occuparsi di Teleborian molti anni
prima. Ma l'aveva rimosso ignorando volutamente la sua esistenza.
Gli aveva permesso di continuare.
Dopo un momento chiamò Mikael Blomkvist su Icq.
Mikael trascorse la notte nell'appartamento di Lisbeth in Fiskargatan.
Solo alle sei e mezza del mattino spense il computer. Si addormentò con
quelle immagini hard negli occhi e si svegliò alle dieci e un quarto. Balzò
giù dal letto di Lisbeth, fece la doccia e chiamò un taxi che passò a prenderlo davanti al Södra Teatern. Alle undici meno cinque scese in Birger
Jarlsgatan e raggiunse a piedi il caffè Madeleine.
Sonja Modig lo aspettava davanti a una tazza di caffè nero.
«Salve» disse Mikael.
«Sto correndo un grosso rischio» disse lei senza salutare. «Perderei il
posto e verrei incriminata se si dovesse sapere che l'ho incontrata.»
«Nessuno lo verrà mai a sapere da me.»
Sonja sembrava stressata.
«Un mio collega è appena andato a trovare l'ex primo ministro
Thorbjörn Fälldin. L'ha fatto a titolo privato e anche il suo posto di lavoro
è appeso a un filo.»
«Capisco.»
«Le chiedo l'anonimato per entrambi.»
«Non so nemmeno di quale collega stia parlando.»
«Le dirò il suo nome. Ma voglio che mi prometta di assicurargli la protezione che spetta alle fonti.»
«Ha la mia parola.»
Lei sbirciò l'orologio.
«Ha fretta?»
«Sì. Ho appuntamento con mio marito e i miei figli in Sturegallerian fra
dieci minuti. Mio marito crede che io sia al lavoro.»
«E Bublanski non sa niente di tutto questo.»
«No.»
«Okay. Lei e il suo collega siete fonti e godete di protezione totale. Entrambi. Per sempre.»
«Il mio collega è Jerker Holmberg, quello che ha incontrato giù a
Göteborg. Suo padre è membro attivo del Partito di centro e Jerker conosce Fälldin fin da quando era bambino. È andato a trovarlo e gli ha chiesto
di Zalachenko.»
«Capisco.»
D'improvviso il cuore di Mikael aveva cominciato a battere più in fretta.
«Fälldin sembra essere una persona seria. Holmberg gli ha detto di Zalachenko e gli ha chiesto cosa sapesse della sua diserzione. Fälldin non ha
parlato. Poi Holmberg gli ha detto che sospettiamo che Lisbeth Salander
sia stata chiusa in manicomio da quelli che proteggevano Zalachenko.
Fälldin ne è rimasto molto turbato.»
«Capisco.»
«Ha detto a Holmberg che l'allora direttore della Säpo e un collega erano
andati da lui poco dopo che era diventato primo ministro. Gli avevano raccontato una storia di spionaggio su un disertore russo che era venuto in
Svezia. Lo avevano informato che si trattava del segreto militare più delicato di cui il paese fosse in possesso, che non esisteva nulla nella difesa
svedese che avesse nemmeno lontanamente la stessa importanza.»
«Okay.»
«Fälldin ha detto che non sapeva come gestire la situazione. Era appena
diventato primo ministro e il suo governo non aveva nessuna esperienza. I
socialdemocratici erano stati al potere per oltre quarant'anni. Gli fu detto
che aveva la responsabilità personale di prendere delle decisioni e che se
avesse consultato i colleghi di governo la Säpo avrebbe declinato ogni responsabilità. La faccenda era molto spinosa e lui non sapeva come muoversi.»
«Okay.»
«Alla fine si vide costretto a fare come suggerivano gli uomini della
Säpo. Emanò una direttiva che conferiva alla Säpo l'incarico di gestire Zalachenko e si impegnò a non discutere la cosa con nessuno. Fälldin non
venne mai a sapere nemmeno il nome del disertore.»
«Capisco.»
«Dopo di che Fälldin non ricevette più alcuna notizia in materia, durante
tutti e due i suoi mandati. Fece però qualcosa di straordinariamente saggio.
Insisté perché un segretario di stato fosse messo a parte del segreto e fungesse da intermediario fra la segreteria del governo e quelli che protegge-
vano Zalachenko.»
«Ah sì?»
«Il segretario di stato si chiama Bertil K. Janeryd e oggi ha sessantatré
anni ed è console generale di Svezia ad Amsterdam.»
«Oh cazzo.»
«Quando Fälldin si è reso conto della gravità della situazione, ha scritto
una lettera a Janeryd.»
Sonja spinse una busta sul tavolo.
Caro Bertil,
il segreto che entrambi abbiamo protetto quando ero a capo del governo
è ora oggetto di interrogazioni molto gravi. La persona in oggetto è morta
e non può più fare danni. Ma altre persone possono essere danneggiate.
È di grande importanza che otteniamo una risposta ad alcune domande
inevitabili.
Il latore della presente lettera lavora in maniera non ufficiale ma ha la
mia fiducia. Ti prego di ascoltare la sua storia e di rispondere alle domande che ti farà.
Usa la tua comprovata capacità di giudizio.
T.F.
«Nella lettera si riferisce a Jerker Holmberg.»
«No. Holmberg ha pregato Fälldin di non scrivere nessun nome. Gli ha
detto che non sapeva chi sarebbe andato ad Amsterdam.»
«Vuole dire...»
«Io e Jerker ne abbiamo parlato a lungo. Noi ci stiamo già muovendo su
un ghiaccio talmente sottile che ormai ci occorrono le pagaie più che i pattini. Non abbiamo la benché minima autorizzazione per andare ad Amsterdam a interrogare il console generale. Ma lei può farlo.»
Mikael ripiegò la lettera e stava per infilarla nella tasca della giacca
quando Sonja gli afferrò la mano. La sua stretta era energica.
«Informazione per informazione» disse. «Vogliamo sapere quello che le
racconterà Janeryd.»
Mikael annuì. Sonja si alzò.
«Aspetti. Ha detto che Fälldin ha ricevuto la visita di due persone della
Säpo. Uno era il direttore. Chi era il collega?»
«Fälldin lo ha incontrato solo in quell'occasione. Non riesce a ricordare
il suo nome e non ha nessuna annotazione. Era un uomo magro con i baffi
sottili. Gli era stato presentato come il capo della Sezione speciale di analisi o qualcosa del genere. In seguito Fälldin controllò un organigramma della Säpo ma non riuscì a trovarne traccia.»
Il Club Zalachenko pensò Mikael.
Sonja Modig tornò a sedersi. Parve pesare le proprie parole.
«Okay» disse alla fine. «Col rischio di finire davanti al plotone d'esecuzione. C'era un documento al quale né Fälldin né i suoi visitatori pensarono.»
«Quale?»
«Il protocollo delle visite a Fälldin a Rosenbad.»
«E?»
«Jerker ha fatto richiesta di consultarlo. Si tratta di un atto pubblico.»
«E?»
Sonja esitò ancora una volta.
«Il protocollo riferisce solo che il primo ministro ha incontrato il direttore della Säpo e un collega per discutere questioni generali.»
«C'è qualche nome?»
«Sì. E. Gullberg.»
Mikael si sentì andare tutto il sangue alla testa.
«Evert Gullberg» disse.
Sonja Modig aveva un'espressione risoluta. Fece un cenno di assenso.
Poi si alzò e se ne andò.
Mikael Blomkvist era ancora seduto al Madeleine quando accese il suo
cellulare anonimo e prenotò un biglietto aereo per Amsterdam. Il volo partiva da Arlanda alle due e cinquanta. Raggiunse a piedi Dressmann in
Kungsgatan e comperò una camicia e un cambio di biancheria, poi andò in
farmacia e comperò uno spazzolino da denti e altri articoli da toeletta.
Controllò attentamente di non essere sorvegliato quando corse a prendere
l'Arlanda Express. Arrivò dieci minuti prima che chiudessero il volo.
Alle sei e mezza prendeva possesso di una stanza in un alberghetto del
quartiere a luci rosse a circa dieci minuti a piedi dalla stazione centrale di
Amsterdam.
Passò due ore a cercare di rintracciare il console generale di Svezia ad
Amsterdam e ottenne un contatto telefonico alle nove. Mise in campo tutta
la sua capacità di persuasione e sottolineò che aveva una questione di estrema importanza da discutere senza ulteriori indugi. Alla fine il console
si arrese e acconsentì a incontrare Mikael alle dieci della domenica matti-
na.
Dopo di che Mikael uscì e consumò una cena leggera in un ristorante vicino all'albergo. Alle undici dormiva già.
Il console generale Bertil K. Janeryd fu poco loquace quando gli offrì il
caffè nella sua residenza privata.
«Allora... Cosa c'è di tanto urgente?»
«Alexander Zalachenko. Il disertore russo che arrivò in Svezia nel 1976»
disse Mikael, e gli consegnò il messaggio di Fälldin.
Janeryd aveva un'aria stupefatta. Lesse la lettera, poi la mise da parte
con cura.
Mikael impiegò la successiva mezz'ora a spiegare quale fosse il problema e perché Fälldin avesse scritto la lettera.
«Io... io non posso discutere questo argomento» disse Janeryd alla fine.
«Sì, certo che può.»
«No, posso discuterlo solo di fronte alla commissione costituzionale.»
«E molto probabilmente sarà anche costretto a farlo. Ma la lettera la esorta a usare la sua capacità di giudizio.»
«Fälldin è una persona onesta.»
«Su questo non ho il minimo dubbio. E non sono a caccia né di lei né di
Fälldin. Non occorre che mi racconti nessun segreto militare svelato da Zalachenko.»
«Io non sono a conoscenza di alcun segreto. Non sapevo nemmeno che
si chiamasse Zalachenko... lo conoscevo solo con il nome di copertura.»
«Che era?»
«Lo chiamavano Ruben.»
«Okay.»
«Non posso discutere questa faccenda.»
«Sì, certo che può» ripeté Mikael, mettendosi comodo. «Succede infatti
che tutta questa storia diventerà presto di dominio pubblico. E quando ciò
accadrà i media finiranno o per crocifiggerla o per descriverla come un onesto funzionario statale che ha gestito al meglio una situazione spinosa.
Era lei l'intermediario tra Fälldin e quelli che si occupavano di Zalachenko.
Questo lo so già.»
Janeryd annuì.
«Racconti.»
Janeryd restò in silenzio per quasi un minuto.
«Non ricevetti mai nessuna informazione. Ero giovane... non sapevo
come gestire la situazione. Li incontrai circa due volte all'anno finché la
cosa andò avanti. Mi dicevano che Ruben... che Zalachenko era vivo e in
buona salute, che collaborava e le sue rivelazioni erano di valore inestimabile. Non venivo mai a sapere i dettagli. Non avevo bisogno di sapere.»
Mikael aspettò.
«Il disertore aveva operato in altri paesi, non sapeva nulla della Svezia,
per questo non diventò mai un problema importante per la nostra sicurezza. Io informai il primo ministro in un paio di occasioni, ma il più delle
volte non c'era nulla da dire.»
«Okay.»
«Riferivano sempre che veniva trattato secondo l'uso e che le informazioni che forniva venivano elaborate dai nostri consueti canali. Cosa dovevo obiettare? Se facevo domande si limitavano a sorridermi e a dirmi che
si trattava di informazioni segrete anche per me. Mi sentivo un idiota.»
«Non ha mai pensato che ci fosse qualcosa di irregolare nella procedura?»
«No. Non c'era niente di irregolare. Io ovviamente davo per scontato che
la Säpo sapesse quel che faceva e avesse la necessaria esperienza. Ma non
posso discutere la questione.»
A quel punto, Janeryd stava discutendo la questione già da parecchi minuti.
«Tutto questo è poco importante. Al momento c'è un'unica cosa essenziale.»
«Quale?»
«I nomi delle persone che incontrava.»
Janeryd guardò Mikael con aria interrogativa.
«Le persone che si occupavano di Zalachenko hanno superato di molto
qualsiasi limite accettabile. Hanno esercitato attività gravemente criminose
e devono essere oggetto di indagine. È per questo che Fälldin mi ha mandato qui da lei. Fälldin non ha i nomi. Era lei a incontrarli.»
Janeryd batté le palpebre e strinse le labbra.
«Lei incontrava Evert Gullberg... era lui il capo.»
Janeryd annuì.
«Quante volte lo vide?»
«Gullberg fu presente a tutti gli incontri tranne uno. In tutto ci furono
una decina di incontri negli anni in cui Fälldin fu primo ministro.»
«Dove vi incontravate?»
«Nella hall di qualche albergo. Il più delle volte lo Sheraton, una volta
l'Amaranten a Kungsholmen. Oppure al pub del Continental.»
«Partecipava qualcun altro agli incontri?»
Janeryd batté le palpebre rassegnato.
«È passato così tanto tempo... non ricordo.»
«Ci provi.»
«C'era un certo... Clinton. Come il presidente americano.»
«Nome?»
«Fredrik. Fredrik Clinton. Lui lo incontrai quattro o cinque volte.»
«Okay... altri?»
«Hans von Rottinger. Lo conoscevo tramite mia madre.»
«Sua madre?»
«Sì, mia madre conosceva la famiglia von Rottinger. Hans von Rottinger
era una persona piacevole. Prima che comparisse d'improvviso a un incontro in compagnia di Gullberg non avevo la minima idea che lavorasse alla
Säpo.»
«In effetti non ci lavorava» disse Mikael.
Janeryd impallidì.
«Lavorava per qualcosa che si chiamava Sezione speciale di analisi»
disse Mikael. «Cosa venne a sapere di quel gruppo?»
«Nulla... voglio dire, erano quelli che si occupavano del disertore.»
«Certo. Ma è curioso che non ne esista traccia da nessuna parte nell'organigramma della Säpo.»
«Ma è assurdo...»
«Sì, vero? Come funzionava quando fissavate gli incontri? Telefonavano
loro o era lei a farlo?»
«No... ogni incontro veniva fissato in occasione dell'incontro precedente.»
«Cosa accadeva se aveva bisogno di contattarli? Per esempio per spostare l'appuntamento.»
«Avevo un numero di telefono che potevo chiamare.»
«Che numero era?»
«Non me lo ricordo.»
«Chi rispondeva a quel numero?»
«Non lo so. Non lo utilizzai mai.»
«Okay. A chi passò le consegne?»
«A cosa si riferisce?»
«Quando Fälldin lasciò l'incarico chi prese il suo posto?»
«Non lo so.»
«Dovette consegnare un rapporto?»
«No, era tutto segreto. Non potevo nemmeno tenere un promemoria.»
«E non mise al corrente il suo successore?»
«No.»
«E?»
«Ecco... Fälldin lasciò l'incarico e lo passò a Ola Ullsten. A me dissero
che dovevamo attendere fin dopo le successive elezioni. Quando Fälldin
venne rieletto i nostri incontri ripresero. Poi ci furono le elezioni del 1982
e vinsero i socialdemocratici. Suppongo che Palme abbia scelto qualcuno
al mio posto. Quanto a me cominciai a lavorare al ministero degli Esteri e
divenni un diplomatico. Fui mandato in Egitto e poi in India.»
Mikael continuò a fargli domande ancora per qualche minuto, ma era
convinto di avere già ottenuto tutto il possibile da Janeryd.
Tre nomi.
Fredrik Clinton.
Hans von Rottinger.
Ed Evert Gullberg - l'uomo che aveva ucciso Zalachenko.
Il Club Zalachenko.
Ringraziò Janeryd per le informazioni e prese un taxi per tornare alla
stazione centrale. Solo quando fu sul taxi aprì la tasca della giacca e spense
il registratore. Atterrò ad Arlanda alle sette e mezza di domenica sera.
Erika Berger guardò pensierosa l'immagine sullo schermo. Alzò gli occhi e scrutò la redazione semivuota fuori dal gabbiotto. Anders Holm era
di riposo. Non vide nessuno che mostrasse interesse per lei, né apertamente né di nascosto. Non aveva alcun motivo di sospettare che qualcuno in
redazione le volesse del male.
La mail era arrivata un minuto prima. Il mittente era [email protected] Perché proprio l'Aftonbladet? Il mittente era inesistente.
Il messaggio del giorno non conteneva nessun testo. C'era soltanto
un'immagine Jpg che lei aprì con Photoshop.
L'immagine era pornografica. Una donna nuda con il seno eccezionalmente sviluppato e un guinzaglio intorno al collo, carponi, con qualcuno
che la penetrava da dietro.
Il viso della donna era stato sostituito. Non era un ritocco ben fatto, il
che probabilmente era intenzionale. Sull'originale era stato incollato il viso
di Erika. L'immagine era quella del suo editoriale su Millennium, poteva
essere facilmente scaricata dalla rete.
Sul margine inferiore era stata scritta una parola con la funzione spray di
Photoshop.
Troia.
Era il nono messaggio anonimo che riceveva contenente la parola "troia", all'apparenza proveniente da un grande quotidiano svedese. Si era beccata un cyber stalker.
Rispetto alla vigilanza informatica, l'intercettazione telefonica era un capitolo più complicato. Trinity non ebbe nessuna difficoltà a localizzare il
cavo del telefono di casa del procuratore Ekström; il problema era ovviamente che Ekström non usava quasi mai quello per conversazioni di lavoro. Trinity non provò nemmeno a intercettare il telefono del procuratore a
Kungsholmen. Un intervento come quello andava oltre le sue possibilità.
Invece, Trinity e Bob the Dog dedicarono buona parte della settimana a
identificare e distinguere il telefono cellulare di Ekström sullo sfondo del
brusio di circa duecentomila altri cellulari entro il raggio di un chilometro
dalla centrale della polizia.
Trinity e Bob the Dog utilizzarono una tecnica chiamata Random Frequency Tracking System, Rfts. Era stata sviluppata dalla National Security
Agency americana, la Nsa, ed era applicata in un numero imprecisato di
satelliti che sorvegliavano minuziosamente zone di crisi e siti strategici in
giro per il mondo.
La Nsa disponeva di enormi risorse e utilizzava questa rete per catturare
contemporaneamente un immenso numero di conversazioni su telefonia
mobile in una determinata regione. Ogni conversazione veniva separata e
analizzata da computer programmati per reagire a determinate parole, per
esempio terrorista o kalashnikov. Se passava un termine del genere, il
computer segnalava automaticamente la telefonata e un operatore interveniva per giudicare se fosse interessante o no.
Più difficile era identificare un telefono cellulare specifico. Ogni cellulare ha una sua firma inconfondibile - una sorta di impronta digitale -, il numero telefonico. Con apparecchiature eccezionalmente sensibili, la Nsa
poteva circoscrivere un'area specifica e distinguere e intercettare le conversazioni su cellulare. La tecnica era semplice, ma non sicura al cento per
cento. Le chiamate in uscita erano particolarmente difficili da identificare,
mentre una chiamata in entrata risultava più facilmente identificabile perché era introdotta proprio da quell'impronta digitale che metteva il telefono
in questione in grado di prendere il segnale.
La differenza fra le ambizioni di Trinity e quelle della Nsa in fatto di intercettazioni era di carattere economico. La Nsa aveva un budget di diversi
miliardi di dollari l'anno e quasi dodicimila agenti a tempo pieno, e aveva
accesso alla tecnologia più avanzata. Trinity aveva il suo furgone con a
bordo circa trenta chili di materiale elettronico, buona parte del quale costituito da attrezzature fatte in casa che Bob the Dog aveva messo insieme.
Con la sorveglianza satellitare globale, la Nsa era in grado di attivare antenne estremamente sensibili su un determinato edificio in qualsiasi parte
del mondo. Trinity aveva un'antenna che gli aveva preparato Bob the Dog
con un raggio effettivo di circa cinquecento metri. Trinity era costretto a
parcheggiare in Bergsgatan, o in un'altra delle strade lì intorno e a calibrare
faticosamente l'attrezzatura fino ad arrivare a identificare il numero di cellulare del procuratore Richard Ekström. Siccome non conosceva lo svedese, doveva poi dirottare la conversazione attraverso un altro cellulare verso
Plague, che l'avrebbe ascoltata.
Per cinque giorni, un Plague con gli occhi sempre più infossati aveva
ascoltato ventiquattr'ore su ventiquattro una gran quantità di telefonate da e
per la centrale della polizia e gli edifici vicini. Aveva captato frammenti di
indagini in corso, scoperto piani per incontri amorosi e registrato su nastro
un'infinità di conversazioni che contenevano solo insulsaggini. Nella tarda
serata del quinto giorno, Trinity inviò un segnale che fu immediatamente
identificato come il numero di cellulare del procuratore Ekström. Plague
fissò l'antenna parabolica sulla frequenza esatta.
La tecnica Rfts funzionava più che altro con le chiamate in entrata sul
cellulare di Ekström. La parabola di Trinity catturava il numero di cellulare
di Ekström che veniva inviato nell'etere in tutta la Svezia.
Quando Trinity iniziò a registrare le conversazioni di Ekström, ottenne
anche la sua traccia vocale, che Plague poté rielaborare.
Plague passò la voce digitalizzata di Ekström attraverso un programma
chiamato Vprs, Voiceprint Recognition System. Individuò una dozzina di
parole che ricorrevano frequentemente, per esempio "okay" e "Salander".
Quando aveva cinque esempi separati di una parola, la classificava rispetto
al tempo che occorreva a Ekström per pronunciarla, alla profondità della
voce, all'estensione della frequenza, all'accentazione, e una dozzina di altri
indicatori. Il risultato era una curva grafica. Con ciò Plague aveva modo di
ascoltare anche delle chiamate in uscita fatte dal procuratore Ekström. La
sua parabola tendeva costantemente l'orecchio verso una conversazione in
cui ricorresse proprio la curva grafica di Ekström per almeno uno di quella
dozzina di termini ricorrenti. La tecnica non era perfetta. Ma più o meno la
metà di tutte le chiamate che Ekström faceva al suo cellulare da qualche
punto nelle immediate vicinanze della centrale della polizia veniva ascoltata e registrata su nastro.
Purtroppo la tecnica aveva un evidente svantaggio. Non appena Ekström
lasciava la sede della polizia, non era più possibile intercettare il suo cellulare, a meno che Trinity non sapesse dove si trovava e riuscisse a parcheggiargli vicino il furgone.
Grazie agli ordini arrivati dall'alto, Torsten Edklinth era finalmente riuscito a organizzare una piccola ma legittima sezione operativa. Selezionò
quattro collaboratori tra i giovani talenti con esperienza nei servizi ufficiali
reclutati in tempi relativamente recenti all'Rps/Säk. Due avevano un passato nella sezione antitruffe e uno nella sezione reati contro la persona, uno
veniva dalla finanza. Furono convocati nell'ufficio di Edklinth e informati
sulla natura dell'incarico e sulla necessità di assoluta segretezza. Edklinth
sottolineò che l'indagine nasceva su richiesta diretta del primo ministro.
Monica Figuerola divenne il loro capo e prese in mano l'indagine con una
forza che corrispondeva al suo aspetto esteriore.
Ma le cose procedevano a rilento, nessuno era sicuro di chi fossero i
soggetti su cui indagare. In più di un'occasione Edklinth e Monica valutarono la possibilità di fermare Mårtensson e interrogarlo, ma ogni volta decidevano di temporeggiare. Un fermo avrebbe fatto pubblicità all'inchiesta.
Solo il martedì, undici giorni dopo l'incontro con il primo ministro, Monica bussò alla porta di Edklinth.
«Mi sa che abbiamo qualcosa.»
«Siediti.»
«Evert Gullberg.»
«Sì?»
«Uno dei nostri investigatori ha avuto un colloquio con Marcus Erlander
che si occupa dell'inchiesta sull'omicidio di Zalachenko. Secondo Erlander
l'Rps/Säk prese contatto con la polizia di Göteborg già due ore dopo l'omicidio passando informazioni sulle lettere minatorie di Gullberg.»
«Un intervento tempestivo.»
«Un po' troppo. L'Rps/Säk ha inviato via fax alla polizia di Göteborg
nove lettere che sostiene siano state scritte da Gullberg. Ma c'è un piccolo
problema.»
«E sarebbe?»
«Due delle lettere sono indirizzate al ministro della Giustizia e al ministro della Democrazia.»
«Aha. Questo già lo sapevo.»
«Certo, ma la lettera al ministro della Democrazia è stata protocollata
solo il giorno dopo. È arrivata al ministero con la consegna successiva.»
Edklinth fissò Monica Figuerola. Per la prima volta provò un forte timore che tutti i suoi sospetti si dimostrassero fondati. Monica continuò implacabile.
«In altre parole, l'Rps/Säk ha girato alla polizia una lettera minatoria che
non era ancora arrivata al destinatario.»
«Santo dio» disse Edklinth.
«È stato un collaboratore del servizio scorte a inviare i fax.»
«Chi?»
«Non credo che abbia a che fare con la faccenda. Ha trovato le lettere
sulla sua scrivania la mattina e poco dopo l'omicidio è stato incaricato di
contattare la polizia di Göteborg.»
«Chi gli ha dato l'incarico?»
«La segretaria del capodivisione.»
«Santo dio, Monica... Capisci cosa significa?»
«Certo.»
«Significa che l'Rps/Säk è coinvolta nell'omicidio di Zalachenko.»
«Non è detto. Ma senza dubbio alcune persone all'interno dell'Fps/Säk
sapevano dell'omicidio prima che fosse commesso. La domanda è solo:
quali?»
«Il capodivisione...»
«Sì. Ma comincio a sospettare che questo Club Zalachenko sia qualcosa
di esterno.»
«Cosa vuoi dire?»
«Mårtensson. È stato trasferito dal servizio scorte e lavora per conto suo.
L'abbiamo tenuto sotto sorveglianza a tempo pieno la scorsa settimana.
Non ha avuto contatti con nessuno all'interno della centrale, a quanto ci risulta. Utilizza un telefono cellulare che non possiamo intercettare. Non è il
suo telefono personale. Ha incontrato quell'uomo biondo che non siamo
ancora riusciti a identificare.»
Edklinth corrugò la fronte. Nello stesso istante Anders Berglund bussò
alla porta. Era il collaboratore reclutato per la neonata sezione operativa
che in precedenza aveva lavorato alla finanza.
«Credo di aver trovato Evert Gullberg» disse Berglund.
«Entra» lo invitò Edklinth.
Berglund mise sulla scrivania una vecchia fotografia in bianco e nero.
Edklinth e Monica Figuerola studiarono l'immagine. Raffigurava un uomo
che entrambi riconobbero immediatamente. Veniva accompagnato a una
porta da due robusti poliziotti in borghese. Il leggendario colonnello-spia
Stig Wennerström.
«Questa foto viene dalla casa editrice Åhlén & Åkerlund, è stata pubblicata sul giornale Se nella primavera del 1964. È stata scattata in occasione
del processo nel quale Wennerström è stato condannato all'ergastolo.»
«Aha.»
«Sullo sfondo potete vedere tre persone. A destra il commissario investigativo Otto Danielsson, che catturò Wennerström.»
«Sì...»
«Guardate l'uomo dietro a Danielsson sulla sinistra.»
Edklinth e Monica osservarono un tipo alto con i baffetti e il cappello.
Ricordava vagamente lo scrittore Dashiell Hammett.
«E guardate quella del passaporto di Gullberg. Quando l'ha fatta aveva
sessantasei anni.»
Edklinth corrugò la fronte.
«Non potrei giurare che si tratti della stessa persona...»
«Ma io sì» disse Berglund. «Gira la foto.»
Sul retro c'era un timbro che spiegava che l'immagine era di proprietà
della casa editrice Åhlén & Åkerlund e che la fotografia era stata scattata
da Julius Estholm. A matita c'era scritto: Stig Wennerström fiancheggiato
da due poliziotti entra in tribunale a Stoccolma. Sullo sfondo O.
Danielsson, E. Gullberg e H.W. Francke.
«Evert Gullberg» disse Monica Figuerola. «Lui lavorava all'Rps/Säk.»
«Mmm» fece Berglund. «Non è esatto. Almeno non per l'epoca in cui fu
scattata la foto.»
«Ah sì?»
«L'Rps/Säk fu fondata solo quattro mesi più tardi. All'epoca di questa
immagine lui faceva ancora parte della polizia segreta di stato.»
«Chi è H.W. Francke?» chiese Monica Figuerola.
«Hans Wilhelm Francke» disse Edklinth. «Morì agli inizi degli anni novanta, fu direttore aggiunto della polizia segreta di stato alla fine degli anni
cinquanta e nei primi anni sessanta. Era un po' una leggenda, proprio come
Otto Danielsson. Ho avuto occasione di incontrarlo un paio di volte.»
«Aha» fece Monica Figuerola.
«Lasciò l'Rps/Säk alla fine degli anni sessanta. Francke e P.G. Vinge
non andarono mai d'accordo e lui fu quasi cacciato quando aveva una cinquantina d'anni. Dopo di che si mise in proprio.»
«In proprio?»
«Sì, divenne consulente per la sicurezza per l'industria privata. Aveva un
ufficio a Stureplan, ma di tanto in tanto teneva anche lezioni alla scuola di
formazione dell'Rps/Säk. Fu lì che lo conobbi.»
«Capisco. Su cosa litigavano Francke e Vinge?»
«Non erano in sintonia. Francke era un cowboy che vedeva agenti del
Kgb dappertutto e Vinge era un burocrate della vecchia scuola. Vinge fu
licenziato poco tempo dopo perché, ironia della sorte, credeva che Palme
lavorasse per il Kgb.»
«Mmm» fece Monica Figuerola osservando la foto in cui Gullberg e
Francke stavano fianco a fianco.
«Credo che sia ora di fare un'altra chiacchierata con il ministro della
Giustizia» le disse Edklinth.
«Millennium è uscito oggi» disse Monica Figuerola.
Edklinth le diede un'occhiata penetrante.
«Non una parola sull'affare Zalachenko» disse lei.
«Ciò significa che abbiamo a nostra disposizione un mese, fino al prossimo numero. Buono a sapersi. Ma dobbiamo occuparci di Blomkvist. È
come una bomba a mano senza sicura in mezzo a tutto questo pasticcio.»
17.
Mercoledì 1 giugno
Mikael Blomkvist non si aspettava di trovare qualcuno sull'ultima rampa
delle scale che conducevano al suo appartamento al numero 1 di Bellmansgatan. Erano le sette di sera. Si fermò di botto vedendo una donna bionda
con i capelli corti e ondulati seduta sull'ultimo gradino. La identificò subito
come Monica Figuerola dell'Rps/Säk grazie alla foto che Lottie Karim gli
aveva procurato dal registro passaporti.
«Salve Blomkvist» lo salutò lei tutta allegra, e chiuse il libro che stava
leggendo. Mikael sbirciò la copertina e vide che era in inglese e trattava
della concezione di dio nell'antichità. Sollevò lo sguardo sulla sua visitatrice inaspettata. Lei si alzò in piedi. Indossava un abito bianco con le maniche corte e aveva appoggiato una giacca di pelle color mattone sulla rin-
ghiera delle scale.
«Avremmo bisogno di parlare con lei» disse.
Mikael Blomkvist la studiò. Era alta, più di lui, e l'impressione era rafforzata dal fatto che stava due gradini più in su. Osservò le sue braccia e le
sue gambe, e si rese conto che aveva molti più muscoli di lui.
«Scommetto che lei fa un paio d'ore alla settimana di palestra» disse.
Lei sorrise e tirò fuori il suo tesserino di riconoscimento.
«Mi chiamo...»
«Si chiama Monica Figuerola, è nata nel 1969 e abita in
Pontonjägargatan a Kungsholmen. È originaria di Borlänge ma ha lavorato
come agente di polizia a Uppsala. Da tre anni è all'Rps/Säk, tutela della
Costituzione. È una fanatica del fitness, è stata un'atleta, e per poco non è
entrata nella squadra olimpica svedese. Cosa vuole da me?»
Lei rimase sorpresa, ma annuì e si riprese rapidamente.
«Bene» disse in tono leggero. «Allora sa chi sono e che non deve avere
paura di me.»
«No?»
«Ci sono delle persone che hanno bisogno di parlare con lei con calma.
Siccome il suo appartamento e il suo cellulare sembra siano sotto controllo
e la discrezione in questi casi è essenziale, hanno mandato me a invitarla.»
«E perché dovrei andare da qualche parte con una persona che lavora alla Säpo?»
Lei rifletté un momento.
«Be'... potrebbe accettare un cortese invito personale. Oppure, se preferisce, posso ammanettarla e portarla via con me.»
Monica sorrise dolcemente. Mikael ricambiò il sorriso.
«Stia a sentire, Blomkvist... posso capire che non veda molti motivi per
fidarsi di qualcuno che viene dall'Rps/Säk. Ma non tutti quelli che lavorano lì devono necessariamente essere suoi nemici. E ci sono ottimi motivi
perché lei venga a parlare con i miei superiori.»
Lui attese.
«Allora, cosa preferisce? In manette o di sua spontanea volontà?»
«Sono già stato ammanettato una volta dalla polizia quest'anno. La mia
parte l'ho fatta. Dove andiamo?»
Monica Figuerola aveva parcheggiato una Saab 9-5 nuova dietro l'angolo giù in Pryssgränd. Quando salirono in macchina lei prese il cellulare e
chiamò un numero con la selezione rapida.
«Arriviamo tra un quarto d'ora» disse.
Chiese a Mikael di allacciare la cintura di sicurezza, e attraverso Slussen
prese la direzione di Östermalm, dove parcheggiò in una laterale di
Artillerigatan. Prima di scendere rimase seduta un momento a guardarlo.
«Blomkvist... questo è un invito amichevole. Non sta rischiando nulla.»
Mikael non replicò. Aspettava a giudicare, finché non avesse saputo di
cosa si trattava. Monica digitò il codice per aprire il portone. Presero l'ascensore fino al quarto piano e si fermarono davanti a una porta con scritto
Martinsson sulla targhetta.
«Abbiamo preso in prestito l'appartamento solo per questa riunione» disse lei aprendo la porta. «A destra, in soggiorno.»
La prima persona che Mikael vide fu Torsten Edklinth. E non fu una
sorpresa, dal momento che la Säpo era coinvolta al massimo in quella storia ed Edklinth era il capo di Monica Figuerola. Ma il fatto che il capo
dell'ufficio per la tutela della Costituzione si fosse dato il disturbo di mandarlo a prendere lasciava capire che qualcuno era preoccupato.
Poi vide accanto alla finestra una figura che si voltò verso di lui. Il ministro della Giustizia. Questo sì che era sorprendente.
Quindi sentì un rumore da destra e vide una persona molto molto nota
alzarsi da una poltrona. Non aveva immaginato che Monica Figuerola l'avrebbe portato a una riunione segreta con il primo ministro.
«Buona sera, signor Blomkvist» lo salutò il capo del governo. «Scusi se
l'abbiamo invitata a questa riunione con così poco preavviso, ma ne abbiamo discusso e abbiamo deciso che un colloquio con lei era necessario.
Posso offrirle una tazza di caffè o qualcos'altro?»
Mikael si guardò intorno. Vide una credenza di legno scuro ingombra di
bicchieri e tazze da caffè vuote e di ciò che restava di un vassoio di tramezzini. Gli altri dovevano essere lì già da qualche ora.
«Acqua minerale, grazie» disse.
Monica Figuerola gli servì una Ramlösa. Si sedettero sui divani con lei
sullo sfondo.
«Mi ha riconosciuta e sapeva come mi chiamo, dove abito, dove lavoro e
che sono una patita della palestra» disse Monica.
Il primo ministro diede una rapida occhiata a Edklinth e quindi guardò
Mikael Blomkvist. Mikael si rese conto di colpo di occupare una posizione
di forza. Il primo ministro aveva bisogno di qualcosa da lui e probabilmente non aveva la minima idea di quanto lui sapesse o non sapesse.
«Cerco solo di tenermi informato sugli attori di questo casino» disse
Mikael a bassa voce.
Diavolo, sto per imbrogliare il primo ministro.
«E come faceva a conoscere il nome di Monica Figuerola?» chiese Edklinth.
Mikael guardò il capo dell'ufficio per la tutela della Costituzione con la
coda dell'occhio. Non aveva la minima idea di cosa avesse indotto il primo
ministro a organizzare un incontro segreto con lui in un appartamento preso in prestito a Östermalm, ma si sentiva ispirato. Non poteva essere andata in chissà quanti modi. Doveva essere stato Dragan Armanskij a dare il
calcio d'inizio passando un'informazione a una persona di cui si fidava.
Che doveva essere stata Edklinth o qualcuno a lui vicino. Mikael decise di
rischiare.
«Un conoscente comune ha parlato con lei» disse a Edklinth. «Lei ha incaricato Monica Figuerola di scoprire cosa stava succedendo e Monica ha
scoperto che alcuni agenti della Säpo effettuano illegalmente intercettazioni telefoniche, si introducono illegalmente negli appartamenti altrui e cose
di questo genere. Dunque le ha confermato l'esistenza del Club Zalachenko. Lei ha provato un gran senso di inquietudine e il bisogno di andare avanti, ma è rimasto seduto per un po' senza sapere in quale direzione muoversi. Poi si è rivolto al ministro della Giustizia che a sua volta si è rivolto
al presidente del consiglio. E adesso eccoci qui. Cosa volete?»
Mikael parlava con un tono che lasciava intendere che aveva una fonte
piazzata in una posizione centrale e aveva seguito ogni passo di Edklinth.
Seppe che il bluff era riuscito quando notò gli occhi sbarrati di Edklinth.
Allora andò avanti.
«Il Club Zalachenko mi spia e io spio loro. Ma anche lei spia il Club Zalachenko. Il primo ministro è furibondo e anche preoccupato. Sa che c'è
uno scandalo in agguato, al quale il suo governo forse non sopravviverà.»
Monica Figuerola fece un sorriso, ma lo nascose portandosi alle labbra
un bicchiere d'acqua. Aveva capito che Blomkvist stava bluffando, e anche
come aveva fatto a coglierla di sorpresa dandole a vedere di conoscere il
suo nome e il suo numero di scarpe.
Mi ha vista in macchina in Bellmansgatan. È un tipo vigile. Ha preso il
numero di targa e mi ha identificata. Ma il resto sono solo supposizioni.
Non disse nulla.
Il primo ministro sembrava angosciato.
«È questo che ci aspetta?» chiese. «Uno scandalo che farà cadere il governo?»
«Il governo non è un problema mio» disse Mikael. «Il mio compito con-
siste nello smascherare schifezze come il Club Zalachenko.»
Il primo ministro annuì.
«E il mio lavoro consiste nel guidare il paese in conformità con la Costituzione.»
«Il che significa che i miei problemi sono in larghissima misura anche
problemi del governo. Ma non viceversa.»
«Possiamo smetterla con i giochi di parole? Perché crede che abbia organizzato questo incontro?»
«Per scoprire cosa so e cosa ho intenzione di fare.»
«Parzialmente corretto. Sarebbe più esatto dire che siamo in piena crisi
istituzionale. Mi lasci dire anzitutto che il governo non ha assolutamente
niente a che fare con questa storia. Siamo stati sorpresi nel sonno. Io non
ho mai sentito parlare di questo... di questo che lei chiama Club Zalachenko. Il ministro della Giustizia non ha mai sentito una sola parola al proposito. Torsten Edklinth, che occupa un alto incarico nell'Rps/Säk e ha lavorato alla Säpo per molti anni, non ne ha mai sentito parlare.»
«Continua a non essere un problema mio.»
«Lo so. Quello che vogliamo sapere è quando pensa di pubblicare e possibilmente cosa pensa di pubblicare. La domanda che le pongo è questa.
Non ha nulla a che fare con il controllo dei danni.»
«No?»
«Blomkvist, la cosa peggiore che potrei fare in questa situazione sarebbe
cercare di influenzare la sua inchiesta. Io avevo in mente di proporle una
collaborazione.»
«Si spieghi.»
«Dal momento che abbiamo avuto conferma di una cospirazione all'interno di una parte eccezionalmente sensibile dell'amministrazione pubblica, ho disposto un'indagine.» Il primo ministro si rivolse al ministro della
Giustizia. «Puoi spiegare esattamente quali sono le disposizioni del governo?»
«È molto semplice. Torsten Edklinth ha avuto l'incarico di indagare. Ha
il compito di raccogliere informazioni da consegnare al procuratore generale, il quale a sua volta ha il compito di giudicare se procedere con delle
incriminazioni. Si tratta di disposizioni molto chiare.»
Mikael annuì.
«Nel corso della serata Edklinth ci ha riferito come sta procedendo l'indagine e abbiamo avuto una lunga discussione su una serie di questioni costituzionali. Ovviamente vogliamo che sia tutto in regola.»
«Ovviamente» disse Mikael con un tono che lasciava intendere che non
si fidava per nulla del primo ministro.
«L'indagine però è in una fase delicata. Non abbiamo ancora identificato
con precisione i personaggi coinvolti. Ci occorre tempo per farlo. Ed è per
questo che abbiamo mandato Monica Figuerola da lei per invitarla a questa
riunione.»
«E l'ha fatto con impegno. Non ho avuto molta scelta.»
Il primo ministro corrugò le sopracciglia e guardò con la coda dell'occhio Monica Figuerola.
«Dimentichi quello che ho detto» disse Mikael. «La signora si è comportata in maniera esemplare. Cosa vuole?»
«Vogliamo sapere quando ha intenzione di pubblicare. L'indagine viene
condotta con la massima segretezza, ma se lei agisce prima che Edklinth
abbia finito manda tutto all'aria.»
«Mmm. E lei quando vorrebbe che pubblicassi? Dopo le prossime elezioni?»
«Sta a lei decidere. Io non posso influenzarla. Le chiedo solo di dirci
quando intende pubblicare. Per poterci regolare.»
«Capisco. Ha parlato di una collaborazione...»
Il primo ministro annuì.
«In un caso normale non mi sarei mai sognato di chiedere a un giornalista di partecipare a una riunione come questa.»
«In un caso normale probabilmente avrebbe fatto di tutto per tenere i
giornalisti lontani da una riunione del genere.»
«Sì. Ma mi è sembrato di capire che lei è spinto da motivazioni diverse.
Come giornalista ha fama di non essere indulgente quando si tratta di corruzione. Dunque non rischiamo di scontrarci.»
«Davvero?»
«Davvero. O meglio, potranno esserci dei contrasti, ma di carattere giuridico, non relativi alle intenzioni. Se questo Club Zalachenko esiste davvero, non è solo un'associazione criminosa ma anche una minaccia per la
sicurezza dello stato. Devono essere fermati e messi di fronte alle loro responsabilità. Su questo punto lei e io dovremmo essere d'accordo.»
Mikael annuì.
«Ho intuito che su questa storia lei sa più di chiunque altro. Le propongo
di mettere a nostra disposizione quello che sa. Se si trattasse di una regolare inchiesta della polizia per un reato comune, il responsabile delle indagini preliminari potrebbe farla interrogare. Ma, come certamente capisce,
questa è una situazione estrema.»
Mikael restò seduto in silenzio e valutò la situazione per un momento.
«E cosa ottengo in cambio, se collaboro?»
«Niente. Io non sto mercanteggiando con lei. Se vuole pubblicare domani mattina, lo faccia. Non ho intenzione di essere coinvolto in un pasticcio
di dubbia costituzionalità. Quello che le chiedo è di collaborare con noi per
il bene della nazione.»
«Anche niente può essere moltissimo» disse Mikael Blomkvist. «Lasci
che le dica una cosa... io sono incazzato nero. Sono immensamente incazzato con lo stato e il governo e la Säpo e i suoi dannati bastardi, che senza
alcuna ragione hanno fatto chiudere una ragazzina di dodici anni in manicomio e poi l'hanno fatta dichiarare incapace.»
«Lisbeth Salander è diventata una questione di stato» disse il primo ministro, e sorrise. «Mikael, personalmente sono molto turbato per ciò che è
accaduto a quella ragazza. E deve credermi quando dico che le persone
coinvolte verranno messe di fronte alle loro responsabilità. Ma prima di
poterlo fare dobbiamo sapere chi sono, queste persone.»
«Questi sono problemi suoi. Il mio è che voglio vedere Lisbeth Salander
libera e dichiarata giuridicamente capace.»
«In questo non posso aiutarla. Io non sono al di sopra della legge e non
posso manovrare procuratori e tribunali. Lisbeth Salander dev'essere scagionata da un tribunale.»
«Okay» disse Mikael Blomkvist. «Lei vuole la mia collaborazione. Mi
dia accesso all'indagine di Edklinth e io le dirò quando e cosa ho in mente
di pubblicare.»
«Non posso farlo. Ma Torsten Edklinth può decidere di metterla a parte
di ciò che rientra nel suo incarico.»
«Mmm» fece Mikael. «Voglio sapere chi era Evert Gullberg.»
Sul salotto scese il silenzio.
«Evert Gullberg probabilmente è stato per molti anni il capo di quella
frangia dell'Rps/Säk che lei chiama Club Zalachenko» disse Edklinth.
Il primo ministro gli diede un'occhiata tagliente.
«Credo che lo sappia già» disse Edklinth scusandosi.
«Esatto» disse Mikael. «Cominciò a lavorare alla Säpo negli anni cinquanta e diventò capo di qualcosa che si chiamava Sezione speciale di analisi negli anni sessanta. Fu lui a gestire l'intero affare Zalachenko.»
Il primo ministro scosse la testa.
«Lei sa più di quanto dovrebbe. Sarei tanto curioso di sapere come ha
fatto a scoprirlo. Ma non ho intenzione di domandarglielo.»
«Ho dei buchi nella mia inchiesta» disse Mikael. «Vorrei tapparli. Passatemi le informazioni che mi servono e non vi farò nessuno sgambetto.»
«Come capo del governo non posso darle questo genere di informazioni.
E anche Torsten Edklinth si troverà in bilico su una corda se deciderà di
farlo.»
«Io so cosa volete voi. Lei sa cosa voglio io. Se mi passate quelle informazioni, vi tratterò come fonti, con tutta la garanzia dell'anonimato che
questo comporta. Non mi fraintenda però, io racconterò la verità nel mio
reportage. Se lei è coinvolto, lo rivelerò e farò in modo che non venga più
rieletto. Ma allo stato attuale non ho motivo di pensare che sia così.»
Il primo ministro guardò Edklinth con la coda dell'occhio. Dopo un momento annuì. Mikael lo prese come un segno del fatto che il primo ministro aveva appena violato la legge - ancorché in modo più che altro accademico - e dato il suo tacito consenso a che Mikael fosse messo al corrente
di informazioni secretate.
«Questa cosa si può risolvere in modo abbastanza semplice» disse Edklinth. «Io sono l'unico responsabile di questa indagine e decido da me
quali collaboratori reclutare. Lei non può essere un collaboratore diretto,
perché questo le comporterebbe l'obbligo di sottoscrivere un impegno al
segreto professionale. Però può essere un consulente esterno.»
La vita di Erika Berger si era riempita di una serie interminabile di riunioni. Lavorava giorno e notte da quando era subentrata al defunto caporedattore Håkan Morander. E si sentiva costantemente impreparata e inadeguata, ed estranea.
Fu solo la sera di mercoledì, quasi due settimane dopo che Mikael
Blomkvist le aveva passato il fascicolo con le ricerche di Henry Cortez sul
presidente del consiglio d'amministrazione Magnus Borgsjö, che Erika ebbe il tempo di occuparsi della questione. Quando aprì il fascicolo si rese
conto che il suo procrastinare era dipeso anche dal fatto che non aveva voglia di affrontarla. Sapeva già che, in qualsiasi modo l'avesse gestita, avrebbe finito per diventare una catastrofe.
Tornò a casa a Saltsjöbaden più presto del solito, alle sette, disinserì l'allarme e notò sorpresa che suo marito non era ancora tornato. Le venne in
mente che quel mattino gli aveva dato un bacio un po' speciale perché era
in partenza per Parigi per una serie di conferenze e non sarebbe tornato
prima del fine settimana. Si rese conto di non avere la minima idea di dove
e per chi il marito avrebbe tenuto le sue conferenze, né di quale sarebbe
stato l'argomento.
Mi sono dimenticata di mio marito. Si sentiva come un personaggio di
un libro del dottor Richard Schwartz, e si domandò se non le occorresse
l'aiuto di uno psicoterapeuta.
Salì al piano di sopra, aprì i rubinetti della vasca da bagno e si spogliò.
Prese con sé il fascicolo e trascorse la successiva mezz'ora a mollo leggendo quella storia. Quando ebbe terminato non poté fare a meno di sorridere.
Henry Cortez sarebbe diventato un giornalista formidabile. Aveva ventisei
anni e lavorava a Millennium da quattro, cioè da quando era uscito dalla
scuola di giornalismo. Erika provava un certo orgoglio. Tutta l'inchiesta
sui wc e su Borgsjö portava il sigillo di Millennium dall'inizio alla fine, e
ogni singola riga era documentata.
Ma Erika si sentiva anche di malumore. Magnus Borgsjö era una brava
persona, le piaceva. Era discreto, attento, aveva charme e non faceva pesare il proprio ruolo. Inoltre era il suo capo. Dannato Borgsjö. Come hai potuto essere così maledettamente stupido.
Si chiese se potessero esserci collegamenti alternativi o circostanze attenuanti, ma già sapeva che non esistevano giustificazioni.
Appoggiò il fascicolo sul davanzale interno della finestra e si allungò
nella vasca da bagno, a pensare.
Che Millennium pubblicasse la storia era inevitabile. Se fosse stata ancora caporedattore non avrebbe esitato un solo secondo, il fatto che l'avessero
informata del pezzo in anticipo era solo un segno di attenzione nei suoi
confronti e dell'intenzione di ridurre al minimo il suo disagio. E anche se
fosse successo il contrario - se l'Smp avesse scoperto una schifezza simile
su di lei - non sarebbe stata indecisa se pubblicare o meno.
L'inchiesta avrebbe danneggiato Magnus Borgsjö seriamente. Il fatto
grave non era che la Vitavara avesse commissionato wc a un'industria
vietnamita che era sulla lista nera delle Nazioni Unite per lo sfruttamento
del lavoro minorile - e in questo caso anche del lavoro di detenuti trattati
come schiavi, molti dei quali probabilmente erano prigionieri politici. Il
fatto grave era che Magnus Borgsjö ne era al corrente e tuttavia aveva scelto di continuare a commissionare wc alla Fong Soo Industries. Era un genere di avidità che, come per altri capitalisti gangster quali l'ex amministratore delegato della Skandia, il popolo svedese non apprezzava affatto.
Magnus Borgsjö probabilmente avrebbe sostenuto di non essere a conoscenza delle condizioni di lavoro presso la Fong Soo Industries, ma Henry
Cortez aveva una buona documentazione al riguardo. Nell'attimo stesso in
cui Borgsjö avesse tentato di giocare quella carta sarebbe stato smascherato. Nel giugno del 1997 infatti Magnus Borgsjö si era recato in Vietnam
per sottoscrivere il primo contratto. In quell'occasione aveva trascorso dieci giorni nel paese visitando fra l'altro le fabbriche della Fong Soo. Se avesse detto di non avere capito che parecchi operai erano solo bambini di
dodici o tredici anni, avrebbe fatto la figura dell'idiota.
La questione dell'eventuale ignoranza di Borgsjö sarebbe poi stata liquidata definitivamente dal fatto che Cortez poteva dimostrare che nel 1999 la
commissione delle Nazioni Unite contro il lavoro minorile aveva incluso la
Fong Soo Industries nell'elenco delle aziende che sfruttavano minori. Erano usciti diversi articoli sui giornali, e organizzazioni umanitarie contro il
lavoro minorile, fra cui la prestigiosa International Joint Effort against
Child Labour di Londra, avevano inviato una serie di lettere alle aziende
che lavoravano con la Fong Soo. Non meno di sette lettere erano state
mandate anche alla Vitavara. Due indirizzate personalmente a Magnus
Borgsjö. L'organizzazione di Londra aveva passato con gioia la documentazione a Henry Cortez, sottolineando tra l'altro che la Vitavara non aveva
mai risposto.
Magnus Borgsjö si era poi recato altre due volte in Vietnam, nel 2001 e
nel 2004, per rinnovare il contratto. Questo avrebbe costituito la mazzata
finale. Qualsiasi possibilità di invocare l'ignoranza dei fatti svaniva di
fronte alla realtà.
L'attenzione mediatica che sarebbe seguita avrebbe potuto sortire un unico effetto. Se Borgsjö era saggio, avrebbe chiesto scusa e si sarebbe dimesso dai suoi incarichi dirigenziali. Se si fosse messo sulla difensiva sarebbe stato distrutto durante il processo.
Che Borgsjö fosse o meno amministratore delegato della Vitavara a Erika poco importava. La cosa importante per quanto la riguardava era che
era anche amministratore delegato del gruppo Smp. La pubblicazione
dell'inchiesta l'avrebbe costretto a dimettersi. In un momento in cui il giornale era sull'orlo dell'abisso e aveva dato inizio a un tentativo di rinnovamento, non poteva permettersi di avere un amministratore delegato dalla
condotta ambigua. Il giornale ne avrebbe sofferto. Di conseguenza Borgsjö
doveva andarsene.
Per Erika si prospettavano due linee d'azione alternative.
Poteva andare da Borgsjö, mettere le carte in tavola e mostrargli la documentazione, inducendolo a dare le dimissioni.
Oppure, se Borgsjö avesse fatto storie, lei avrebbe potuto convocare subito il consiglio d'amministrazione e mettere tutti al corrente della situazione, costringendoli a dargli il benservito. E se il consiglio d'amministrazione non l'avesse fatto, lei stessa sarebbe stata costretta a dimettersi con
effetto immediato dal suo incarico di caporedattore dell'Smp.
Quando Erika giunse a questo punto delle sue riflessioni, l'acqua del bagno era ormai fredda. Fece la doccia, si asciugò e andò in camera da letto,
dove si infilò una vestaglia. Poi prese il cellulare e chiamò Mikael
Blomkvist. Non ottenne risposta. Allora scese al pianterreno per accendere
la macchina del caffè e vedere, per la prima volta da quando aveva cominciato a lavorare all'Smp, se alla tv davano un film con il quale rilassarsi un
po'.
Entrando in soggiorno avvertì un dolore pungente al piede e abbassando
lo sguardo scoprì che stava sanguinando copiosamente. Fece ancora un
passo e il dolore si diffuse a tutto il piede. Saltellò fino a una poltroncina e
si sedette. Sollevò il piede e scoprì con terrore che una scheggia di vetro le
si era infilata nel tallone. Si sentì impotente, ma si fece forza e afferrata la
scheggia la estrasse dal piede. Sentì un male tremendo e il sangue cominciò a sgorgare a fiotti dalla ferita.
Con uno strattone aprì il cassetto di un mobile nel quale teneva sciarpe,
guanti e berretti. Trovò un foulard che avvolse veloce intorno al piede annodandolo forte. Non bastava. Lo rinforzò con un altro bendaggio improvvisato. L'emorragia rallentò leggermente.
Guardò stupefatta il pezzo di vetro insanguinato. Come è finito lì per
terra? Poi notò diverse altre schegge sul pavimento dell'ingresso. Cosa
diavolo... Si alzò in piedi, diede un'occhiata in soggiorno e vide che la
grande finestra panoramica con vista sul mare era stata sfondata e che tutto
il pavimento era disseminato di schegge di vetro.
Arretrò fino alla porta e si infilò le scarpe che si era tolta entrando in casa. Ossia, infilò un piede in una delle scarpe e le dita di quello ferito
nell'altra, dopo di che tornò in soggiorno saltellando, per valutare il disastro.
Poi trovò il mattone sul tavolo del soggiorno.
Raggiunse zoppicando la porta della terrazza e uscì in giardino.
Qualcuno aveva scritto con uno spray una parola sulla facciata della casa, con lettere alte circa un metro.
TROIA
Erano quasi le nove di sera quando Monica Figuerola aprì la portiera a
Mikael Blomkvist. Poi girò intorno alla macchina e si sedette al posto di
guida.
«La accompagno a casa o preferisce che la lasci da qualche altra parte?»
Mikael fissava qualcosa davanti a sé con lo sguardo vuoto.
«A essere sinceri... non so esattamente dove mi trovo. Non mi era mai
capitato di fare pressione su un primo ministro.»
Monica rise.
«Ha giocato le sue carte molto bene» disse. «Non avevo idea che avesse
un simile talento per il bluff.»
«Volevo dire ogni singola parola che ho detto.»
«Certo, ma ha finto di sapere molte più cose di quante ne sappia in realtà. L'ho capito quando mi sono resa conto di come mi aveva identificata.»
Mikael girò la testa e guardò il suo profilo.
«Ha preso il numero della mia targa mentre ero ferma sulla salita davanti
alla sua abitazione.»
Lui annuì.
«Sembrava quasi che sapesse cosa era stato discusso nel gabinetto del
primo ministro.»
«Perché non ha detto nulla?»
Lei gli diede una rapida occhiata e svoltò in Grev Turegatan.
«Le regole del gioco. Ho sbagliato a piazzarmi lì. Ma non c'era un altro
posto dove parcheggiare. Lei tiene sotto stretto controllo tutto quanto la
circonda, non è vero?»
«Era seduta con una piantina spiegata sul sedile del passeggero e stava
parlando al telefono. Ho preso il numero di targa e ho fatto una ricerca.
Controllo tutte le macchine che mi insospettiscono. Il più delle volte è un
buco nell'acqua. Nel suo caso ho scoperto che lavora alla Säpo.»
«Stavo tenendo sotto controllo Mårtensson. Poi ho scoperto che lei lo
controllava tramite Susanne Linder della Milton Security.»
«Armanskij l'ha incaricata di documentare tutto quanto succede intorno
alla mia abitazione.»
«E siccome poi è sparita dentro il suo portone, suppongo che Armanskij
abbia nascosto qualche telecamera di sorveglianza nel suo appartamento.»
«Esatto. Abbiamo un video di ottima qualità su come si introducono in
casa mia e rovistano fra le mie carte. Mårtensson aveva con sé una fotocopiatrice portatile. Avete identificato l'uomo che era con lui?»
«È uno senza importanza. Un fabbro con un passato criminale che probabilmente è stato pagato per aprire la sua porta.»
«Nome?»
«Protezione delle fonti?»
«Ovviamente.»
«Lars Faulsson, quarantasette anni. Detto Falun. Condannato per furto,
rapina e altre cosette negli anni ottanta. Ha un negozio a Norrtull.»
«Grazie.»
«Ma teniamo da parte i segreti per l'incontro di domani.»
La riunione si era conclusa con un accordo che comportava che Mikael
Blomkvist avrebbe fatto visita all'ufficio per la tutela della Costituzione il
giorno seguente per dare inizio a uno scambio di informazioni. Mikael rifletteva. Erano appena passati da Sergels Torg.
«Sa una cosa? Ho una fame da lupi. Ho pranzato in fretta alle due e pensavo di farmi un piatto di pasta quando sono tornato a casa, ma lei è venuta
a prelevarmi. Lei ha mangiato?»
«È passata qualche ora.»
«Andiamo in un posto dove si possa avere del cibo decente.»
«Tutto il cibo è decente.»
Lui la guardò con la coda dell'occhio.
«Credevo che fosse una fanatica dei cibi macrobiotici.»
«No, io sono una fanatica della palestra. Se ci si tiene in forma, si può
mangiare quel che si vuole. Entro limiti ragionevoli, s'intende.»
Sul Klarabergsviadukten rallentò e valutò le alternative. Invece di svoltare verso Södermalm continuò verso Kungsholmen.
«Non so come sono i ristoranti a Söder, ma conosco un ottimo locale bosniaco a Fridhemsplan. Fanno un burek fantastico.»
«Suona bene» disse Mikael.
Lisbeth Salander aveva messo insieme la sua relazione lettera dopo lettera, lavorando in media cinque ore ogni giorno. Si esprimeva con precisione. Prestava molta attenzione a omettere tutti i dettagli che avrebbero potuto essere usati contro di lei.
Il fatto che fosse chiusa lì dentro si era dimostrato una benedizione. Poteva lavorare tutto il tempo che era sola nella stanza e sapeva che doveva
mettere via il computer tutte le volte che sentiva la chiave nella serratura.
Mentre stavo chiudendo la porta della casa di campagna di Bjurman a
Stallarholmen, arrivarono Carl-Magnus Lundin e Sonny Nieminen in sella
alle loro moto. Siccome mi stavano cercando da tempo su incarico di Zalachenko e Niedermann senza riuscire a trovarmi, rimasero stupiti nel vedermi in quel luogo. Magge Lundin smontò dalla moto e disse: «Credo che
la lesbica abbia bisogno di un po' di uccello.» Erano così minacciosi che
fui costretta a ricorrere alla legittima difesa. Lasciai Stallarholmen sulla
moto di Lundin che poi abbandonai nei pressi della fiera di Älvsjö.
Rilesse e annuì soddisfatta. Non c'era motivo di raccontare anche che
Magge Lundin l'aveva chiamata puttana e che lei allora si era chinata a
raccogliere la P-83 Wanad di Sonny Nieminen e lo aveva punito sparandogli a un piede. Probabilmente la polizia avrebbe potuto immaginarlo,
comunque stava a loro dimostrare che era andata così. Non aveva intenzione di ammettere qualcosa che avrebbe potuto comportare una pena detentiva per violenza aggravata.
Il testo era cresciuto fino a trentatré pagine e si stava avvicinando alla fine. In alcune parti era stata particolarmente avara di dettagli e aveva dedicato grande cura a non presentare alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni. Arrivava perfino a oscurare prove palesi, agganciando direttamente un evento al successivo nella catena di ciò che era successo.
Rifletté un momento e tornò indietro per rileggere il passaggio dove raccontava della brutale e sadica violenza compiuta dall'avvocato Nils Bjurman. Era il brano al quale aveva dedicato più tempo, e uno dei pochi che
aveva riformulato parecchie volte prima di essere soddisfatta del risultato
finale. Erano diciannove righe. Lisbeth riportava con obiettività come lui
l'avesse picchiata, rovesciata a pancia in giù sul suo letto, ammanettata, e
le avesse chiuso la bocca con del nastro adesivo. Quindi affermava che
l'avvocato aveva compiuto su di lei ripetuti atti di violenza sessuale, che
nel corso della nottata avevano compreso anche penetrazione anale e orale.
Riportava poi come in un'occasione durante lo stupro le avesse avvolto intorno al collo un indumento - la sua stessa T-shirt - e l'avesse stretto per un
momento così lungo che lei aveva perso temporaneamente conoscenza.
Seguivano poi alcune righe nelle quali descriveva gli oggetti che lui aveva
usato, tra cui una frusta, un vibratore anale, un altro vibratore di grosse
dimensioni e degli spilli che le aveva infilato nei capezzoli.
Corrugò la fronte e studiò il testo. Alla fine sollevò la penna elettronica e
aggiunse ancora qualche riga.
In un'occasione, mentre ancora avevo la bocca chiusa dal nastro adesivo, Bjurman commentò il fatto che avevo una quantità di tatuaggi e di
piercing, fra cui un anellino al capezzolo sinistro. Mi chiese se mi piacesse
essere bucata, poi lasciò la stanza per un attimo. Fece ritorno con uno
spillo che mi infilò nel capezzolo destro.
Rilesse e annuì di nuovo con aria di approvazione. Il tono burocratico
conferiva un'impronta così surreale che l'insieme finiva per sembrare una
fantasia esagerata.
Molto semplicemente, la storia non sembrava credibile.
Il che era proprio ciò a cui Lisbeth Salander mirava.
In quell'attimo sentì il tintinnio delle chiavi della guardia della Securitas.
Chiuse immediatamente il palmare e lo sistemò nella nicchia sul retro del
comodino. Era Annika Giannini. Lisbeth corrugò la fronte. Erano le nove
di sera, Annika non aveva l'abitudine di comparire a così tarda ora.
«Salve Lisbeth.»
«Salve.»
«Come va?»
«Non sono ancora pronta.»
Annika Giannini sospirò.
«Lisbeth... hanno fissato la data del processo per il 13 luglio.»
«È okay.»
«No, non è okay. Il tempo passa e tu non ti confidi con me. Comincio a
temere che la decisione di assisterti sia stata un errore colossale. Se vogliamo avere una minima possibilità, devi fidarti di me. Noi dobbiamo collaborare.»
Lisbeth la studiò a lungo. Alla fine piegò la testa all'indietro e prese a
fissare il soffitto.
«Adesso so cosa dobbiamo fare» disse. «Ho capito il piano di Mikael.
Ha ragione lui.»
«Non ne sono tanto sicura» disse Annika.
«Ma io sì.»
«La polizia vuole interrogarti di nuovo. Un certo Hans Faste da Stoccolma.»
«Che mi interroghi pure. Io non dirò una sola parola.»
«Devi fare una dichiarazione.»
Lisbeth guardò Annika con un'espressione dura.
«Lo ripeto. Noi non diremo una sola parola alla polizia. Quando arrive-
remo in tribunale, il pubblico ministero non dovrà avere a disposizione
nemmeno una parola a cui fare riferimento. Tutto quello che avranno sarà
la memoria che sto preparando e che in larga parte sembrerà assurda. E la
avranno in mano solo qualche giorno prima del processo.»
«E quando pensi di cominciare a scrivere questa memoria?»
«Te la farò avere fra poco. Ma dovrà essere recapitata al procuratore solo qualche giorno prima del processo.»
Annika pareva dubbiosa. Lisbeth le rivolse un inaspettato sorriso, timido
e storto.
«Mi parli sempre di fiducia. Ma io posso fidarmi di te?»
«Naturalmente.»
«Okay, puoi portarmi di nascosto un palmare in modo che possa tenermi
in contatto con il mondo via Internet?»
«No. Ovvio che no. Se lo si scoprisse, verrei incriminata e radiata
dall'albo.»
«Ma se fosse qualcun altro a farmi avere di nascosto un computer del
genere, tu lo denunceresti alla polizia?»
Annika inarcò le sopracciglia.
«Se non lo sapessi...»
«Ma se invece lo sapessi, come ti comporteresti?»
Annika rifletté.
«Chiuderei un occhio. Perché?»
«Quell'ipotetico palmare ti invierà presto un'ipotetica mail. Quando l'avrai letta voglio che torni qui da me.»
«Lisbeth...»
«Aspetta. La situazione è questa. Il procuratore sta usando un mazzo di
carte segnate. Io sono in condizione di inferiorità in qualsiasi modo mi
comporti, e lo scopo del processo è di farmi chiudere di nuovo in manicomio.»
«Lo so.»
«Se voglio sopravvivere devo servirmi anch'io di mezzi scorretti.»
Alla fine Annika annuì.
«Quando sei venuta da me la prima volta mi hai portato un messaggio di
Mikael Blomkvist. Diceva che ti aveva raccontato tutto con qualche eccezione. Una delle eccezioni era quello che aveva scoperto di me quando eravamo a Hedestad.»
«Sì.»
«Si riferiva al fatto che sono dannatamente brava a maneggiare i compu-
ter. Tanto brava che posso leggere e copiare tutto quello che c'è dentro il
computer del procuratore Ekström.»
Annika Giannini impallidì.
«Tu non puoi essere coinvolta in questa cosa. Non potresti utilizzare
quel materiale al processo» disse Lisbeth.
«No, direi proprio di no.»
«Dunque tu non ne sai nulla.»
«Okay.»
«Ma qualcun altro, diciamo per esempio tuo fratello, può pubblicare parti scelte di questo materiale. Tu dovrai solo tenerne conto nel pianificare la
tua strategia in vista del processo.»
«Capisco.»
«Annika, si tratta di essere più astuti di loro.»
«Lo so.»
«Io sono contenta di avere te come avvocato. Mi fido di te e ho bisogno
del tuo aiuto.»
«Mmm.»
«Ma se ti opponi a che anch'io utilizzi metodi poco corretti perderemo il
processo.»
«Sì.»
«E se è così voglio saperlo adesso. Perché dovrei trovarmi un altro avvocato.»
«Lisbeth, io non posso andare contro la legge.»
«Tu non violerai nessuna legge. Ma devi chiudere un occhio sul fatto
che io lo stia facendo. Te la senti?»
Lisbeth attese pazientemente quasi un minuto prima che Annika facesse
un cenno di assenso.
«Bene. Lascia che ti racconti a grandi linee cosa conterrà la mia memoria.»
Parlarono per due ore.
Monica Figuerola aveva ragione a dire che il burek del ristorante bosniaco era fantastico. Mikael Blomkvist la guardò di sottecchi quando tornò
dalla toilette. Si muoveva con la grazia di una ballerina, ma aveva un corpo
che... Mikael non poteva fare a meno di esserne affascinato. Soffocò l'impulso di allungare una mano e palparle i muscoli delle gambe.
«Da quanto tempo ti alleni?» le chiese.
«Da quando ero adolescente.»
«E per quante ore alla settimana?»
«Due ore al giorno. A volte tre.»
«Perché? Voglio dire, capisco perché la gente si tenga in forma, ma...»
«Ma pensi che sia esagerato.»
«Non so esattamente cosa penso.»
Lei sorrise. Non pareva affatto scocciata per le sue domande.
«Forse sei solo irritato dal fatto che una donna abbia i muscoli e trovi
che sia poco femminile e poco attraente.»
«No. Niente affatto. In un certo senso ti stanno bene. Sei molto sexy.»
Lei rise.
«Sto cominciando a rallentare. Ma dieci anni fa facevo molto body
building. Era divertente. Adesso però devo stare attenta a non gonfiarmi.
Sollevo pesi una volta alla settimana e dedico il resto del tempo alla corsa,
al badminton, al nuoto o a cose del genere. È più movimento che allenamento in senso stretto.»
«Okay.»
«Il motivo per cui faccio esercizio è che lo trovo piacevole. È un fenomeno comune tra i fanatici del training. L'organismo produce delle endorfine dalle quali si diventa dipendenti. Dopo un po' si va in crisi di astinenza
se non si corre tutti i giorni. Dare il massimo procura un'enorme sensazione di benessere. Quasi quanto fare sesso come si deve.»
Mikael rise.
«Dovresti cominciare ad allenarti anche tu» disse Monica. «Stai mettendo su pancia.»
«Lo so» disse lui. «E mi sento in colpa. Ogni tanto mi do una mossa e
comincio a correre e butto giù un paio di chili, ma poi m'impegno in qualcosa e non ho più il tempo di farlo per un mese o due.»
«Sei stato parecchio occupato in questi ultimi mesi.»
Lui si fece improvvisamente serio. Poi annuì.
«Ho letto un sacco di cose su di te nelle ultime due settimane. Hai dato
parecchie lunghezze alla polizia quando hai rintracciato Zalachenko e identificato Niedermann.»
«Lisbeth Salander è stata più veloce.»
«Come hai fatto ad arrivare a Gosseberga?»
Mikael alzò le spalle.
«Una normale ricerca. Non sono stato io a trovarlo, è stata la nostra segretaria di redazione, ora caporedattore, Malin Eriksson, che è riuscita a
rintracciarlo nel registro delle imprese. Era nel consiglio d'amministrazio-
ne della società di Zalachenko, la Kab.»
«Capisco.»
«Perché sei entrata nella Säpo?» chiese lui.
«Che tu ci creda o no, sono così antiquata da essere democratica. Credo
che della polizia ci sia bisogno, e che una democrazia abbia bisogno di una
protezione politica. Per questo sono molto orgogliosa di lavorare all'ufficio
per la tutela della Costituzione.»
«Mmm» fece Mikael.
«La Säpo non ti piace, vero?»
«Non mi piacciono le istituzioni che sono al di sopra del normale controllo parlamentare. È un invito all'abuso di potere, indipendentemente da
quanto buone possano essere le intenzioni. Perché sei interessata alla concezione di dio nell'antichità?»
Lei lo guardò perplessa.
«Stavi leggendo un libro che si intitolava più o meno così, sulle mie scale.»
«Ah sì, certo. È un argomento che mi affascina.»
«Aha.»
«Sono tante le cose che mi interessano. Ho studiato giurisprudenza e
scienze politiche mentre ero nella polizia. E prima ho studiato filosofia.»
«Non hai nessun punto debole?»
«Non leggo romanzi, non vado mai al cinema e alla tv seguo soltanto i
notiziari. E tu allora? Perché sei diventato giornalista?»
«Perché esistono istituzioni come la Säpo che si sottraggono al controllo
parlamentare e che a intervalli regolari vanno smascherate.»
Mikael sorrise.
«Detto onestamente, di preciso non lo so. Comunque la risposta è simile
alla tua. Credo in una democrazia costituzionale, e ogni tanto occorre difenderla.»
«Come hai fatto con il finanziere Hans-Erik Wennerström.»
«Qualcosa del genere.»
«Sei scapolo. Stai con Erika Berger?»
«Erika Berger è sposata.»
«Okay. Tutte le chiacchiere su di voi sono solo sciocchezze. Hai una ragazza?»
«Nessuna fissa.»
«Dunque la tua fama è meritata.»
Mikael alzò le spalle e sorrise di nuovo.
Il caporedattore Malin Eriksson fece le ore piccole al tavolo della cucina
nella sua casa di Årsta. Sedeva china sul bilancio della casa editrice Millennium ed era così concentrata che il suo ragazzo, Anton, dopo un po' rinunciò a condurre una qualche conversazione con lei. Lavò i piatti, preparò
dei tramezzini e del caffè. Quindi la lasciò in pace e andò a sedersi davanti
alla tv a guardare una replica di Csi.
In tutta la sua vita Malin Eriksson non si era mai dedicata a un bilancio
più complicato di quello domestico, ma era stata a fianco di Erika Berger
quando lavorava a quelli mensili e ne aveva colto le regole. Diventando
caporedattore aveva dovuto accollarsi anche quella responsabilità. Dopo
mezzanotte decise che comunque fossero andate le cose avrebbe dovuto
trovarsi un assistente. Ingela Oskarsson, che si occupava della contabilità
una volta alla settimana, non aveva nessuna responsabilità di bilancio e
non era di nessun aiuto quando si trattava di decidere quanto pagare un
free-lance o se comperare una nuova stampante laser. Era una situazione
ridicola - erano perfino in attivo, ma perché Erika aveva sempre fatto quadrare i conti anche a budget zero. Una cosa così semplice come una stampante da quarantacinquemila corone doveva diventare una stampante in
bianco e nero da ottomila.
Per un attimo invidiò Erika. All'Smp per una spesa del genere sarebbero
bastati gli spiccioli.
La loro situazione economica era parsa buona all'ultima assemblea annuale, ma l'eccedenza di bilancio era il frutto del libro di Mikael Blomkvist
sull'affare Wennerström e si stava riducendo a una velocità allarmante.
Una delle cause di ciò erano proprio le spese che Mikael aveva accumulato
in relazione alla vicenda Salander. Non disponevano delle risorse necessarie per affrontare ogni genere di spesa relativa ad auto a noleggio, stanze
d'albergo, taxi, materiale di ricerca, telefoni cellulari e via dicendo.
Malin scorse una fattura del free-lance Daniel Olofsson di Göteborg. Sospirò. Mikael aveva approvato una spesa di quattordicimila corone per una
ricerca di una settimana per un'inchiesta che non sarebbe nemmeno stata
pubblicata. Il compenso per un certo Idris Ghidi, sempre di Göteborg, rientrava nel capitolo delle retribuzioni a fonti anonime le cui generalità dovevano rimanere segrete, quindi il revisore avrebbe segnalato la mancanza di
ricevute e la questione sarebbe passata al consiglio. Davano inoltre un
compenso ad Annika Giannini, che certamente sarebbe stata pagata anche
dallo stato, ma che in ogni caso aveva bisogno di contanti per i biglietti del
treno e altre spese simili.
Mise giù la penna e osservò la somma a cui era arrivata. Mikael
Blomkvist aveva bruciato sconsideratamente ben centocinquantamila corone per l'affare Salander, tutte al di fuori del budget. Così non si poteva
andare avanti.
Sarebbe stata costretta a parlargli.
Erika Berger trascorse la serata al pronto soccorso dell'ospedale di
Nacka anziché sul divano di casa davanti alla tv. Il pezzo di vetro era penetrato così in profondità che l'emorragia non si arrestava e nel corso della
visita fu rilevato che un frammento era ancora conficcato nel tallone e doveva essere rimosso. Le fecero un'anestesia locale e le diedero tre punti di
sutura.
Erika passò il tempo all'ospedale imprecando e cercando a intervalli regolari di telefonare ora a Greger ora a Mikael. Né il marito né l'amante si
presero tuttavia la briga di rispondere. Alle dieci di sera aveva il piede
stretto in un robusto bendaggio. Dovette farsi dare le stampelle e tornò a
casa in taxi.
Ripulì il pavimento del soggiorno, zoppicando e appoggiandosi sulla
punta del piede, dopo di che chiamò il servizio sostituzione vetri che era
attivo ventiquattr'ore su ventiquattro. Ebbe fortuna. Era stata una serata
tranquilla in città e gli uomini del servizio arrivarono nel giro di venti minuti. Ma ebbe anche sfortuna. La finestra del soggiorno era talmente grande che in magazzino non avevano un vetro adatto. Si offrirono di chiudere
la finestra con del compensato, cosa che lei accettò con gratitudine.
Mentre sistemavano il compensato, chiamò anche la società di sorveglianza privata Nip, Nacka Integrated Protection, e domandò perché diavolo il costoso sistema d'allarme di cui era dotata la casa non fosse entrato in
funzione quando qualcuno aveva lanciato un mattone attraverso la finestra
più grande della villa di duecentocinquanta metri quadrati.
La Nip arrivò per dare un'occhiata e constatò che i tecnici che avevano
installato l'allarme diversi anni prima avevano dimenticato di collegare i
sensori della finestra del soggiorno.
Erika era allibita.
La Nip si offrì di fare qualcosa già il mattino dopo. Erika rispose che potevano evitare di prendersi il disturbo. Telefonò invece al servizio notturno
della Milton Security e spiegò la situazione, aggiungendo che voleva avere
un nuovo sistema di allarme il più presto possibile.
«Sì, lo so che si deve fare un contratto, ma dite a Dragan Armanskij che
ha chiamato Erika Berger e fate in modo che l'allarme sia installato domani
in mattinata.»
Alla fine telefonò anche alla polizia. La informarono che non c'erano
pattuglie disponibili che potessero raccogliere la denuncia. Le suggerirono
di rivolgersi al commissariato di zona il giorno dopo. Grazie. Al diavolo.
Rimase seduta a ribollire per un po' prima che l'adrenalina si stabilizzasse. Solo allora si rese conto che avrebbe dovuto dormire da sola in una casa priva di allarme mentre qualcuno che la chiamava troia e mostrava tendenze violente nei suoi confronti si aggirava nei paraggi.
Valutò se trasferirsi in città e dormire in albergo, ma era una persona che
non amava subire minacce e ancor meno piegarsi alle stesse. Col cazzo che
permetterò a qualche maledetto stronzo di sbattermi fuori da casa mia.
Però mise in atto alcune semplici misure di sicurezza.
Mikael le aveva raccontato come Lisbeth avesse messo fuori gioco il
serial killer Martin Vanger con una mazza da golf. Di conseguenza andò in
garage e impiegò dieci minuti a cercare la sua sacca, che non usava da circa una quindicina d'anni. Scelse il ferro che aveva il miglior swing e se lo
mise a portata di mano accanto al letto in camera sua. Sistemò un putter
nell'ingresso e un altro ferro in cucina. Recuperò un martello dalla cassetta
degli attrezzi in cantina e lo mise nel bagno della camera da letto.
Prese la sua bomboletta di gas lacrimogeno dalla borsa e la piazzò sul
comodino. Infine si procurò un cuneo di gomma, chiuse la porta della camera e la bloccò. Sperò quasi che il maledetto idiota che la chiamava troia
e infrangeva le sue finestre fosse così stupido da ritornare nel corso della
notte.
Quando si sentì ben trincerata era ormai l'una di notte. Doveva essere al
giornale per le otto. Consultò la sua agenda e vide che aveva quattro appuntamenti a partire dalle dieci. Il piede le faceva molto male e zoppicava.
Si spogliò e si infilò nel letto. Non aveva camicie da notte e si chiese se
non dovesse infilarsi una T-shirt o qualcosa del genere, ma siccome dormiva nuda da quando era ragazzina decise che un mattone non avrebbe avuto il potere di cambiare le sue abitudini private.
Poi naturalmente restò sveglia a riflettere.
Troia.
Aveva ricevuto dieci mail con quella parola, che all'apparenza arrivavano da mittenti diversi ma tutti del mondo dei media. La prima era arrivata
dalla sua stessa redazione, ma il mittente era inesistente.
Scese dal letto e andò a prendere il suo nuovo portatile, che aveva ricevuto come fringe benefit quando aveva iniziato a lavorare all'Smp.
La prima mail - la più volgare, quella che minacciava che le avrebbero
infilato un cacciavite in quel posto - era arrivata il 16 maggio.
La seconda due giorni dopo, il 18 maggio.
Poi c'era stata una pausa di una settimana prima che le mail ricominciassero ad arrivare, circa ogni ventiquattr'ore. Quindi l'attacco contro casa
sua. Troia.
Anche Eva Carlsson, della redazione culturale, aveva ricevuto mail folli,
che all'apparenza arrivavano dalla stessa Erika. E se era successo a Eva poteva essere successo anche ad altri. Altre persone potevano avere ricevuto
posta da "lei" senza che lei ne sapesse nulla.
Era un pensiero sgradevole.
La cosa più preoccupante era tuttavia l'attacco contro la casa di
Saltsjöbaden.
Significava che qualcuno si era preso la briga di andare fin lì, localizzare
la sua abitazione e scagliare un mattone contro la finestra. L'attacco era
stato preparato - l'esecutore si era portato dietro una bomboletta di vernice
spray. Erika si sentì raggelare quando si rese conto che probabilmente doveva aggiungere un'altra voce all'elenco. Alla sua macchina erano state tagliate tutte e quattro le gomme mentre lei dormiva con Mikael Blomkvist
all'Hilton di Slussen.
La conclusione era tanto sgradevole quanto evidente. Qualcuno la stava
perseguitando.
Da qualche parte là fuori c'era una persona che per qualche motivo si
dava da fare a tormentarla.
Che la casa di Erika fosse stata oggetto di un attacco era comprensibile stava dove stava ed era difficile da nascondere o da spostare. Ma se la sua
macchina era stata danneggiata mentre era parcheggiata in una strada di
Södermalm scelta a caso, significava che il suo persecutore era sempre nelle sue immediate vicinanze.
18.
Giovedì 2 giugno
Erika fu svegliata alle nove e cinque dal trillo del cellulare.
«Buon giorno, signora Berger. Sono Dragan Armanskij. Mi è sembrato
di capire che è successo qualcosa durante la notte.»
Erika gli spiegò cos'era accaduto e gli chiese se la Milton Security poteva prendere il posto della Nacka Integrated Protection.
«Quanto meno possiamo installare un allarme che funzioni» disse Armanskij con un certo sarcasmo. «Il problema è che di notte la nostra squadra più vicina è a Nacka centro. Interverremmo in circa trenta minuti. Se
assumiamo l'incarico dobbiamo assegnare la sua casa a qualcun altro. Abbiamo un accordo con una ditta di sorveglianza locale, la Adam Säkerhet
di Fisksätra, che interviene in dieci minuti se tutto funziona a dovere.»
«È sempre meglio della Nip che non arriva proprio.»
«Si tratta di un'azienda familiare, padre, due figli e un paio di cugini.
Greci, brava gente, il padre lo conosco da molti anni. Offrono una copertura di circa trecentoventi giorni l'anno. Quando sono in ferie o simili, interviene la nostra squadra di Nacka.»
«Per me va bene.»
«Le manderò una persona in mattinata. Si chiama David Rosin. Farà
un'analisi della situazione. Gli occorreranno le chiavi se lei non è in casa, e
la sua autorizzazione per esaminarla da cima a fondo. Fotograferà l'edificio, il giardino e i dintorni.»
«Capisco.»
«Rosin ha molta esperienza. Avremo pronta una proposta completa nel
giro di qualche giorno. Comprenderà un allarme antiaggressione, uno antincendio, un sistema di evacuazione e uno di protezione dalle intrusioni.»
«Okay.»
«Se succede qualcosa vogliamo anche che sappia cosa fare nei dieci minuti che la squadra impiega ad arrivare a casa sua.»
«Sì.»
«Già questo pomeriggio le installeremo il sistema di allarme. Dopo di
che ci occuperemo del contratto.»
Immediatamente dopo la telefonata con Dragan Armanskij, Erika si rese
conto di essersi svegliata tardi. Prese il cellulare e chiamò Peter
Fredriksson spiegandogli che si era fatta male e pregandolo di annullare
l'appuntamento delle dieci.
«Non ti senti bene?» si informò lui.
«Mi sono tagliata un piede» disse Erika. «Arriverò zoppicando non appena mi sarò messa in ordine.»
Cominciò con l'andare in bagno. Poi si infilò dei pantaloni neri e prese in
prestito una pantofola del marito per il piede infortunato. Scelse una camicetta nera e ci mise sopra la giacca. Prima di rimuovere il cuneo di gomma
da sotto la porta, si armò con la bomboletta di gas lacrimogeno.
Si mosse con circospezione attraverso la casa. Accese la macchina del
caffè. Fece colazione al tavolo della cucina con le orecchie tese. Aveva
appena guarnito una tartina quando David Rosin della Milton Security
bussò alla porta.
Monica Figuerola raggiunse a piedi la centrale e chiamò i suoi quattro
collaboratori per una riunione mattutina.
«Abbiamo una deadline adesso» disse. «Il nostro lavoro dev'essere pronto prima del 13 luglio, quando comincerà il processo contro Lisbeth Salander. Il che significa che abbiamo a disposizione poco più di un mese. Dobbiamo decidere quali sono le cose più importanti in questo momento. Chi
vuole iniziare?»
Berglund si schiarì la voce.
«Il biondo che incontra Mårtensson. Chi è?»
Tutti annuirono.
«Abbiamo delle foto, ma nessuna idea di come rintracciarlo. Non possiamo emettere un avviso di ricerca.»
«E Gullberg? Ci dev'essere una traccia da seguire. Lo abbiamo in forza
alla polizia segreta dai primi anni cinquanta al 1964, quando è stata fondata l'Rps/Säk. Poi è sparito.»
Monica annuì.
«Dobbiamo trarre la conclusione che il Club Zalachenko si è costituito
nel 1964? Molto prima che Zalachenko arrivasse qui, dunque?»
«Lo scopo dev'essere stato qualcosa di diverso... un'organizzazione segreta all'interno dell'organizzazione.»
«Era subito dopo Wennerström. Tutti erano paranoici.»
«Una sorta di polizia segreta per le spie?»
«In effetti esiste qualcosa di simile all'estero. Negli Usa fu creato un
gruppo speciale di cacciatori di spie nell'ambito della Cia negli anni sessanta. Era guidato da James Jesus Angleton e stava quasi per sabotare l'intera agenzia. Gli uomini di Angleton erano fanatici e paranoici, sospettavano ogni singola persona all'interno della Cia di essere un agente russo.
L'attività dell'agenzia rimase per lungo tempo paralizzata.»
«Ma sono solo congetture...»
«Le vecchie documentazioni personali?»
«Gullberg non c'è. Ho già controllato.»
«E il budget? Un'operazione del genere deve pur essere finanziata in
qualche modo...»
La discussione andò avanti fino all'ora di pranzo, quando Monica si scusò e andò in palestra per potersene stare in pace a riflettere.
Erika Berger fece il suo ingresso in redazione solo all'ora di pranzo,
zoppicando. Il piede le faceva talmente male che non poteva appoggiarlo a
terra. Saltellò fino al gabbiotto e si lasciò cadere con sollievo sulla poltrona. Peter Fredriksson la vide dalla sua postazione al bancone. Lei lo chiamò con un gesto.
«Cosa ti è capitato?» s'informò lui.
«Ho messo il piede su un pezzo di vetro che si è rotto e mi è rimasto
conficcato dentro il tallone.»
«Brutta cosa.»
«Sì. Veramente. Peter, sai se è arrivato qualche altro messaggio a qualcuno?»
«Non che io sappia.»
«Okay. Tieni le orecchie aperte. Voglio sapere se succedono cose strane
intorno al giornale.»
«Cosa vorresti dire?»
«Temo che ci sia in giro uno svitato che manda mail velenose e ha scelto
me come vittima. Perciò se ti capita di fiutare qualcosa nell'aria lo voglio
sapere.»
«Mail come quella di Eva Carlsson?»
«Qualsiasi cosa che sia fuori dall'ordinario. Io stessa ho ricevuto mail
deliranti che mi accusano di essere tante cose e ne suggeriscono tante altre
che mi dovrebbero essere fatte.»
Fredriksson si rabbuiò.
«Da quanto tempo va avanti?»
«Un paio di settimane. Racconta adesso. Cosa ci sarà domani sul giornale?»
«Mmm.»
«Come sarebbe, mmm?»
«Holm e il responsabile della redazione giudiziaria sono sul piede di
guerra.»
«Aha. E come mai?»
«Per via di Johannes Frisk. Hai prolungato la sua sostituzione e gli hai
dato un incarico per un reportage, e lui non vuole dire di cosa si tratta.»
«Lui non deve dire di cosa si tratta. È un mio ordine.»
«È quello che dice. Il che significa che Holm e la redazione giudiziaria
sono arrabbiati con te.»
«Capisco. Organizza una riunione con la redazione giudiziaria per le tre
del pomeriggio così spiegherò la situazione.»
«Holm è alquanto scocciato...»
«Anch'io sono alquanto scocciata, per cui siamo pari.»
«È talmente scocciato che si è lamentato con la direzione.»
Erika alzò gli occhi. Diavolo. Devo risolvere la questione Borgsjö.
«Borgsjö verrà qui nel pomeriggio per avere un incontro con te. Sospetto
che sia merito di Holm.»
«Okay. A che ora?»
«Alle due.»
Erika cominciò a occuparsi del promemoria di mezzogiorno.
Il dottor Anders Jonasson fece visita a Lisbeth Salander all'ora di pranzo.
Lei allontanò il piatto con lo stufato di verdure che passava il convento.
Come sempre lui la visitò, ma lei notò che aveva smesso di metterci l'anima.
«Stai bene» disse lui.
«Mmm. Deve fare qualcosa per il vitto.»
«Il vitto?»
«Non può farmi avere una pizza o qualcosa del genere?»
«Spiacente. Il budget non lo consente.»
«Lo sospettavo.»
«Lisbeth, domani faremo il punto sulle tue condizioni di salute...»
«Capisco. E a quanto pare sto bene.»
«Stai abbastanza bene da poter essere trasferita al carcere di Kronoberg a
Stoccolma.»
Lei annuì.
«Potrei rimandare il trasloco ancora di una settimana, ma i miei colleghi
comincerebbero a insospettirsi.»
«Non lo faccia.»
«Sicura?»
Lei fece un cenno d'assenso.
«Sono pronta. E prima o poi deve succedere.»
Lui annuì.
«Okay allora» disse Anders Jonasson. «Domani darò il via libera. Ti
porteranno via di qui rapidamente.»
Lei annuì.
«Forse già nel fine settimana. La direzione dell'ospedale non gradisce la
tua presenza qui.»
«Lo capisco.»
«Ehm... il tuo giocattolo...»
«Dietro il comodino.»
Glielo indicò.
«Okay.»
Restarono seduti in silenzio un lungo momento prima che Jonasson si
alzasse per andarsene.
«Devo occuparmi di altri pazienti che hanno più bisogno del mio aiuto.»
«Grazie di tutto. Le devo un favore.»
«Ho fatto soltanto il mio lavoro.»
«No. Lei ha fatto molto di più. E io non lo dimenticherò.»
Mikael Blomkvist entrò nella centrale della polizia a Kungsholmen da
Polhemsgatan. Monica Figuerola gli andò incontro e lo accompagnò nei
locali dell'ufficio per la tutela della Costituzione. Si guardarono di sottecchi in silenzio mentre salivano in ascensore.
«È prudente che io mi faccia vedere in giro per la centrale?» domandò
Mikael. «Qualcuno potrebbe insospettirsi.»
Monica annuì.
«Non ci saranno altri incontri qui. In futuro utilizzeremo un piccolo ufficio che abbiamo preso in affitto a Fridhemsplan. Sarà libero già domani.
Ma per oggi è okay anche qui. Quella della tutela della Costituzione è
un'unità piccola e quasi autonoma di cui nessun altro all'Rps/Säk si interessa. E a questo piano la Säpo non c'è.»
Mikael fece un cenno a Torsten Edklinth senza stringergli la mano e salutò i due collaboratori che evidentemente facevano parte della sua squadra. Si presentarono come Stefan e Anders, tralasciando i cognomi.
«Da dove cominciamo?» chiese Mikael.
«Che ne dite di cominciare con un po' di caffè? Monica?»
«Sì grazie.»
Mikael notò che il capo dell'ufficio per la tutela della Costituzione aveva
esitato un secondo prima di alzarsi per prendere il bricco e portarlo al tavolo, dove erano già pronte le tazze. Probabilmente aveva pensato che sarebbe stata Monica a servire il caffè. Mikael notò altresì che Edklinth stava
sorridendo fra sé, e lo interpretò come un buon segno. Poi Edklinth tornò
serio.
«Detto francamente, non so come gestire questa situazione. Credo sia la
prima volta che un giornalista partecipa a una riunione di lavoro dei servizi
segreti. Quelle di cui stiamo per discutere sono informazioni segrete.»
«Non sono interessato ai segreti militari. Mi interessa solo il Club Zalachenko.»
«Ma dobbiamo assolutamente trovare un equilibrio. Anzitutto, non dovrà citare i nostri collaboratori per nome.»
«Okay.»
Edklinth guardò sorpreso Blomkvist.
«In secondo luogo non dovrà parlare con nessuno, oltre a me e a Monica
Figuerola. Siamo noi a decidere ciò che può esserle raccontato.»
«Se il suo elenco di richieste era così lungo, avrebbe dovuto parlarmene
ieri.»
«Ieri non avevo ancora avuto il tempo di pensarci.»
«Allora le rivelerò una cosa. Questa probabilmente sarà la prima e unica
volta nella mia carriera professionale in cui parlerò a un poliziotto di un'inchiesta non ancora pubblicata. Quindi, per citarla... detto francamente, non
so come gestire questa situazione.»
Un breve silenzio si diffuse intorno al tavolo.
«Forse dovremmo...»
«Che ne dite se...»
Edklinth e Monica Figuerola avevano parlato insieme e insieme tacquero.
«Io voglio scovare il Club Zalachenko. Voi volete incriminare il Club
Zalachenko. Atteniamoci a questo» disse Mikael.
Edklinth annuì.
«Cosa avete in mano voi?»
Edklinth spiegò ciò che avevano scoperto. Mostrò la foto di Evert Gullberg e del colonnello-spia Stig Wennerström.
«Bene. Voglio una copia di questa foto.»
«È nell'archivio della Åhlén & Åkerlund» disse Monica Figuerola.
«È sul tavolo davanti a me. Con il testo sul retro» disse Mikael.
«Okay. Dategliene una copia» disse Edklinth.
«Dunque Zalachenko è stato assassinato dalla Sezione.»
«Un omicidio, e il suicidio di un uomo che stava morendo di cancro.
Gullberg è ancora vivo, ma i medici gli hanno dato al massimo qualche
settimana. Ha danni cerebrali così estesi che in pratica è un vegetale.»
«E lui era il responsabile di Zalachenko.»
«Come fa a saperlo?»
«Gullberg incontrò il primo ministro Thorbjörn Fälldin sei settimane
dopo la diserzione di Zalachenko.»
«È in grado di dimostrarlo?»
«Sì. Grazie al protocollo delle visite della cancelleria del governo. Gullberg ci andò insieme all'allora direttore dell'Rps/Säk.»
«Che ora è morto.»
«Ma Falldin è ancora vivo, ed è disposto a raccontarlo.»
«Lei ha...»
«No, non ho parlato con Fälldin. Ma qualcun altro l'ha fatto. Non posso
fare nomi. Protezione delle fonti.»
Mikael spiegò come Thorbjörn Fälldin avesse reagito alle novità su Zalachenko e come lui stesso fosse andato in Olanda a parlare con Janeryd.
«Perciò il Club Zalachenko è in qualche angolo di questa casa» disse
Mikael, e indicò la foto.
«In parte. Noi crediamo che si tratti di un'organizzazione all'interno
dell'organizzazione. Il Club Zalachenko non potrebbe esistere senza l'appoggio di persone chiave qui dentro. Ma siamo convinti che la cosiddetta
Sezione speciale di analisi si sia trasferita altrove.»
«Una persona può essere alle dipendenze della Säpo, ricevere uno stipendio dalla Säpo e però fare riferimento a un altro datore di lavoro?»
«Più o meno.»
«Chi aiuta il Club Zalachenko qui dentro?»
«Ancora non lo sappiamo. Ma abbiamo dei sospetti.»
«Mårtensson» suggerì Mikael.
Edklinth annuì.
«Mårtensson lavora per la Säpo, ma quando c'è bisogno di lui al Club
Zalachenko viene sollevato dagli incarichi ordinari» disse Monica.
«Come può succedere?»
«Ottima domanda» rispose Edklinth, con un vago sorriso. «Non avrebbe
voglia di venire a lavorare per noi?»
«Mai e poi mai» disse Mikael.
«Stavo solo scherzando. Ma quella è la domanda ovvia. Abbiamo un sospetto, non ancora suffragato da prove però.»
«Vediamo... deve trattarsi di qualcuno con poteri amministrativi.»
«Sospettiamo il capodivisione, Albert Shenke» disse Monica.
«E qui incontriamo il primo ostacolo» disse Edklinth. «Le abbiamo dato
un nome, ma l'informazione non è documentata. Come pensa di procedere?»
«Non posso pubblicare un nome sul quale non ho una documentazione.
Se Shenke non c'entrasse finirebbe per denunciare Millennium per diffamazione.»
«Bene. Allora siamo d'accordo. Questa collaborazione deve basarsi sulla
reciproca fiducia. Tocca a lei. Cos'ha in mano?»
«Tre nomi» disse Mikael. «I primi due erano membri del Club Zalachenko negli anni ottanta.»
Edklinth e Monica Figuerola aguzzarono subito le orecchie.
«Hans von Rottinger e Fredrik Clinton. Von Rottinger è morto. Clinton
è in pensione. Ma tutti e due facevano parte della cerchia più vicina a Zalachenko.»
«E il terzo nome?» lo sollecitò Edklinth.
«Teleborian è collegato con qualcuno che si chiama Jonas. Non sappiamo che cognome abbia ma sappiamo che è membro del Club Zalachenko
dal 2005... Abbiamo anche preso in considerazione l'ipotesi che possa essere lui l'uomo che è in compagnia di Mårtensson nelle foto del Copacabana.»
«E in quale contesto è comparso il nome di Jonas?»
«Lisbeth Salander ha violato il computer di Peter Teleborian. Siamo in
grado di seguire la sua corrispondenza che mostra come cospiri con Jonas
allo stesso modo in cui cospirò con Björck nel 1991. Jonas dà istruzioni a
Teleborian. E qui incontriamo il secondo ostacolo» disse Mikael, sorridendo verso Edklinth. «Io posso documentare le mie affermazioni, ma se vi
passassi la documentazione rivelerei una fonte. Potete solo credere a quello
che dico.»
Edklinth aveva l'aria di riflettere.
«Qualche collega di Teleborian a Uppsala, forse» disse. «Okay. Cominciamo con Clinton e von Rottinger. Racconti quello che sa.»
Il presidente del consiglio d'amministrazione Magnus Borgsjö ricevette
Erika Berger nel suo ufficio adiacente alla sala riunioni della direzione.
Appariva preoccupato.
«Ho sentito che si è fatta male» disse, indicando il piede di Erika.
«Passerà» disse Erika, appoggiando le stampelle alla scrivania dopo essersi accomodata su una delle poltroncine.
«Sì, bene. Erika, lei è qui da un mese e volevo avere modo di fare una
verifica con lei. Come sta andando?»
Devo discutere della Vitavara con lui. Ma come? E quando?
«Sto cominciando a orientarmi. Vedo due cose. Da un lato, l'Smp ha delle difficoltà economiche che stanno per strangolarlo. Dall'altro, in redazione c'è una quantità incredibile di rami morti.»
«E lati positivi non ce ne sono?»
«Certo che ce ne sono. Ci sono un sacco di bravi professionisti che sanno come va fatto un giornale. Il problema è che ci sono altri che non gli
permettono di farlo.»
«Holm è venuto a parlare con me...»
«Lo so.»
Borgsjö inarcò le sopracciglia.
«Ha fatto diversi commenti su di lei. Quasi tutti negativi.»
«È okay. Anch'io ho una mia opinione su di lui.»
«Negativa? Se non riuscite a lavorare insieme...»
«Io non ho problemi a lavorare con lui. È lui che ha dei problemi con
me.»
Erika sospirò.
«Mi fa impazzire. Holm ha esperienza ed è senza dubbio uno dei capiservizio più competenti che abbia mai conosciuto. Ma al tempo stesso è un
bastardo. Mette le persone l'una contro l'altra. Lavoro nei media da venticinque anni e non mi sono mai imbattuta in una persona del genere in una
posizione come la sua.»
«Deve avere le spalle robuste per fare il suo lavoro. Riceve pressioni da
tutte le parti.»
«Le spalle robuste le ha. Ma non significa che debba comportarsi da idiota. Holm è una catastrofe, è uno dei responsabili del fatto che i collaboratori non portano avanti un lavoro di squadra. Sembra convinto che il suo
compito consista nel famoso divide et impera.»
«Parole dure.»
«Gli do un mese per ricredersi. Poi lo sollevo dall'incarico di caposervizio dell'informazione.»
«Questo non lo può fare. Il suo compito non consiste nello sgretolare
l'organizzazione interna del giornale.»
Erika tacque e studiò il presidente del consiglio d'amministrazione.
«Mi perdoni se glielo faccio notare, ma è esattamente quello per cui mi
avete assunta. Abbiamo perfino firmato un contratto che mi dà mano libera
quanto a modifiche redazionali. Il mio compito consiste nel rinnovare il
giornale, e posso farlo solo intervenendo sull'organizzazione e sulle abitudini di lavoro.»
«Holm ha votato la sua vita all'Smp.»
«Certo. E ha cinquantotto anni e andrà in pensione fra sei e io non posso
permettermi di averlo tra i piedi nel frattempo. Non mi fraintenda,
Magnus. A partire dal momento in cui mi sono seduta nel gabbiotto laggiù,
il mio obiettivo è stato quello di migliorare la qualità dell'Smp e di aumentarne la tiratura. Holm può scegliere se fare le cose a modo mio o fare
qualcos'altro. Io passerò sopra a chiunque mi ostacoli o in altro modo danneggi il giornale.»
Dannazione... devo affrontare la faccenda della Vitavara. Borgsjö verrà
cacciato.
D'improvviso Borgsjö sorrise.
«Mi sa che anche lei ha le spalle robuste.»
«Sì, le ho, ma non dovrebbe essercene bisogno. Il mio lavoro è quello di
realizzare un buon giornale. Ma lo posso fare soltanto se ho una direzione
efficace e dei collaboratori soddisfatti.»
Dopo l'incontro, Erika tornò zoppicando al gabbiotto. Si sentiva a disagio. Aveva parlato con Borgsjö per quarantacinque minuti senza portare il
discorso sulla Vitavara. In altre parole, non era stata onesta con lui.
Quando aprì la posta, vide che aveva ricevuto una mail da [email protected] Siccome sapeva benissimo che quell'indirizzo era
inesistente, immaginò che fosse il suo cyber stalker che si faceva di nuovo
vivo. Aprì il messaggio.
Credi che Borgsjö potrà salvarti, troietta? Come va il piede?
Erika alzò gli occhi e guardò spontaneamente verso la redazione. Il suo
sguardo cadde su Holm. Lui ricambiò l'occhiata. Poi le fece un cenno d'assenso e sorrise.
È qualcuno dell'Smp a scrivere i messaggi pensò Erika.
La riunione all'ufficio per la tutela della Costituzione si concluse solo alle cinque. Stabilirono che si sarebbero incontrati di nuovo la settimana
successiva, e che Blomkvist avrebbe dovuto rivolgersi a Monica Figuerola
se avesse avuto bisogno di mettersi in contatto con l'Rps/Säk prima di allora. Mikael prese il suo portatile e si alzò.
«Come faccio a uscire?» chiese.
«Non può andarsene in giro per conto suo» disse Edklinth.
«Lo accompagno io» disse Monica. «Solo qualche minuto. Devo prendere delle cose nel mio ufficio.»
Monica e Mikael attraversarono insieme Kronobergsparken verso Fridhemsplan.
«Allora, cosa succede adesso?» chiese Mikael.
«Ci teniamo in contatto» disse Monica.
«Comincia a piacermi, stare in contatto con la Säpo» disse Mikael, e le
sorrise.
«Avresti voglia di cenare insieme stasera?»
«Ancora il ristorante bosniaco?»
«Naa, non posso permettermi di andare al ristorante ogni volta. Pensavo
piuttosto a qualcosa di semplice a casa mia.»
Monica si fermò e gli sorrise.
«Lo sai cosa avrei voglia di fare in questo momento?» disse Monica Figuerola.
«No.»
«Avrei voglia di portarti a casa e di spogliarti.»
«La cosa rischia di complicarsi.»
«Lo so. Ma non ho intenzione di raccontarlo al mio capo.»
«Non possiamo prevedere gli sviluppi di questa faccenda. Potremmo finire uno da una parte della barricata e uno dall'altra.»
«Correrò il rischio. Vieni spontaneamente o devo ammanettarti?»
Lui annuì. Lei lo prese sottobraccio e si diresse verso Pontonjägargatan.
Erano nudi trenta secondi dopo avere chiuso la porta dell'appartamento di
lei.
David Rosin, consulente della Milton Security, stava aspettando Erika
Berger quando lei tornò a casa alle sette di sera. Il piede le faceva molto
male. Entrò zoppicando in cucina e si lasciò cadere sulla sedia più vicina.
Lui aveva preparato il caffè e glielo servì.
«Grazie. Preparare il caffè fa parte dei servizi della Milton?»
Lui sorrise cortesemente. David Rosin era un uomo tondo sulla cinquantina con una barbetta rossa.
«Grazie per avermi consentito di usare la cucina.»
«Era il minimo che le potessi offrire. Com'è la situazione?»
«I nostri tecnici sono stati qui e hanno installato l'allarme. Dopo le mo-
stro come funziona. Ho esaminato la sua casa dalla cantina alla soffitta e
ho dato un'occhiata ai dintorni. Discuterò la sua situazione con i colleghi
alla Milton, e fra qualche giorno avremo una proposta da sottoporle. Nel
frattempo però ci sono diverse cose di cui dovremmo parlare.»
«Okay.»
«Anzitutto ci sono un po' di carte da firmare. Il contratto definitivo dipende dai servizi concordati, ma con questo intanto lei incarica la Milton
Security di installare l'allarme che abbiamo già installato. È un contratto
standard che comporta determinati impegni reciproci, il segreto professionale e cose del genere.»
«Impegni reciproci?»
«Sì. Un allarme è un allarme, non conta niente se c'è un pazzo armato in
casa. Lei e suo marito dovrete adottare alcuni comportamenti. Li esamineremo insieme punto per punto.»
«Okay.»
«Non voglio anticipare niente, ma la situazione io la vedo così. Lei e suo
marito abitate in una villa. Avete un accesso al mare sul retro e qualche altra villa nelle immediate vicinanze. La casa è abbastanza isolata.»
«Esatto.»
«Ciò significa che un intruso ha buone possibilità di non essere visto.»
«I vicini sulla destra sono via per buona parte dell'anno, e sulla sinistra
abita una coppia di anziani che va a dormire piuttosto presto.»
«Già. Inoltre le due case si mostrano il fianco che in più ha poche finestre. Ci vogliono solo cinque secondi dalla strada per raggiungere il retro
della casa dove non si corre più il rischio di essere visti. C'è una siepe molto folta, e poi il garage e un grande edificio indipendente.»
«È l'atelier di mio marito.»
«Un artista, a quanto mi è parso di capire.»
«Esatto. Altro?»
«Chi ha rotto la finestra e ha scritto con lo spray sulla facciata ha potuto
agire indisturbato. Al massimo qualcuno avrebbe potuto sentire il rumore
dei vetri infranti, ma i suoni sono attutiti dalla distanza.»
«Aha.»
«L'altro punto è che la casa è grande, circa duecentocinquanta metri
quadrati, senza contare soffitta e cantina. Undici locali su due piani.»
«Sì, questa casa è un mostro. Era dei genitori di Greger, poi è passata a
lui.»
«C'è un'infinità di modi per entrarci. Dalla porta d'ingresso, dalla terraz-
za sul retro, da quella al primo piano e dal garage. Inoltre ci sono le finestre al pianterreno, e le sei della cantina che non erano nemmeno collegate
all'allarme. Infine ci sono le scale antincendio sul retro e la botola della
soffitta che è chiusa solo con un gancio.»
«A quanto pare è come se ci fossero delle porte girevoli per entrare qui
dentro. Cosa si può fare?»
«L'allarme che abbiamo installato oggi è provvisorio. Dovremo tornare
la prossima settimana e installare un impianto come si deve, con sensori su
ogni finestra. Questo è solo una protezione contro eventuali intrusioni in
vostra assenza.»
«Okay.»
«Ma la situazione contingente si è creata perché lei si è trovata esposta a
una minaccia diretta da parte di un individuo specifico. La faccenda è considerevolmente più seria. Non abbiamo la minima idea di chi possa essere
quella persona, non sappiamo che motivazione la spinga e dove sia disposta ad arrivare, ma possiamo comunque trarre delle conclusioni. Se si trattasse solo di lettere minatorie anonime il rischio sarebbe più basso, ma in
questo caso si tratta di una persona che effettivamente si è presa la briga di
venire a casa sua, ed è un bel pezzo di strada fino a Saltsjöbaden. E questo
è di pessimo auspicio.»
«Concordo.»
«Ho parlato con Armanskij nel corso della giornata e siamo d'accordo
nel ritenere che la minaccia è chiara e inequivocabile.»
«Aha.»
«Finché non ne sappiamo di più, dobbiamo procedere con i piedi di
piombo.»
«Il che significa...»
«Primo. L'allarme che abbiamo installato oggi comprende due componenti. Un normale allarme antintrusione, attivo quando non siete in casa, e
un allarme volumetrico per il pianterreno, da inserire quando siete al primo
piano di notte.»
«Okay.»
«Sarà una scocciatura, perché dovrete disattivarlo ogni volta che vorrete
scendere al pianterreno.»
«Capisco.»
«Secondo. Oggi abbiamo sostituito la porta della sua camera da letto.»
«Sostituito la porta?»
«Si. Con una porta blindata. Non si preoccupi, è dipinta di bianco e ha
tutto l'aspetto di una normalissima porta da camera da letto. La differenza
è che si blocca automaticamente quando viene chiusa. Per aprirla dall'interno basta abbassare la maniglia come con qualsiasi altra porta. Ma per
aprirla dall'esterno occorre digitare un codice di tre cifre sulla maniglia.»
«Okay.»
«Se viene molestata qui in casa ha una stanza dentro la quale barricarsi. I
muri sono solidi e occorre del tempo per abbattere quella porta, anche avendo gli attrezzi giusti. Terzo. Installeremo un sistema di videosorveglianza. Potrete vedere ciò che accade sul retro e al pianterreno dalla camera da letto. Sarà attivo in settimana come i rilevatori di movimento all'esterno.»
«A quanto pare, la camera da letto non sarà più un posto granché romantico in futuro.»
«Si tratta solo di un piccolo monitor. Possiamo inserirlo in un guardaroba o in un cassettone in modo che non sia in vista.»
«Okay.»
«Sempre in settimana sostituiremo le porte dello studio e anche di una
stanza qui sotto. Se succederà qualcosa, potrà mettersi rapidamente al sicuro dietro una porta blindata in attesa di soccorso.»
«Si.»
«Se dovesse far scattare l'allarme antintrusione per errore, dovrà telefonare immediatamente alla centrale di pronto intervento della Milton per
bloccare la squadra in uscita. Per farlo dovrà essere in grado di fornire la
sua password. Se non ricorda la password dobbiamo comunque intervenire
e addebitarle il costo della chiamata.»
«Capisco.»
«Quarto. Adesso c'è un allarme antiaggressione sistemato in quattro punti della casa. Qui in cucina, nell'ingresso, nel suo studio al piano di sopra e
nella vostra camera da letto. Sono due pulsanti da premere contemporaneamente per tre secondi. Può farlo anche con una sola mano, ma non deve
farlo per sbaglio.»
«Aha.»
«Se l'allarme antiaggressione scatta, succedono tre cose. La Milton interviene con delle squadre che convergono qui. Quella più vicina fa capo
alla Adam Säkerhet di Fisksätra. Sono due tipi grandi e grossi che possono
essere qui nell'arco di una decina di minuti. Ma arriva anche una squadra
della Milton da Nacka, nel migliore dei casi in venti minuti ma più probabilmente in venticinque. E l'allarme arriva automaticamente anche alla po-
lizia. In altre parole, convergono sul posto diverse squadre a qualche minuto di distanza.»
«Okay.»
«L'allarme antiaggressione non può essere annullato, a differenza di
quello antintrusione. Lei non può telefonare e dire che si è trattato di un errore. Anche se esce e dice che è stato un falso allarme, la polizia entra comunque in casa per assicurarsi che nessuno stia puntando una pistola alla
testa di suo marito o qualcosa del genere. L'allarme antiaggressione va usato soltanto in caso di reale pericolo.»
«Capisco.»
«Non è necessario che si tratti di un'aggressione fisica. Può esserci qualcuno che cerca di introdursi in casa o che compare nel giardino o altro.
Ogni volta che si sente minacciata può usare l'allarme, ma deve farlo con
giudizio.»
«Promesso.»
«Ho notato che ci sono delle mazze da golf sparse per la casa.»
«Sì. Ho dormito sola stanotte.»
«Io sarei andato in albergo. Comunque, per noi non è un problema se lei
prende delle precauzioni di sua iniziativa. Ma deve esserle chiaro che con
una mazza da golf può facilmente mandare all'altro mondo un eventuale
aggressore.»
«Mmm.»
«E se dovesse farlo verrebbe molto probabilmente incriminata per omicidio colposo. Se poi confermasse di aver disposto le mazze da golf in giro
per la casa per usarle come arma potrebbe perfino essere accusata di omicidio volontario.»
«Perciò dovrei...»
«Non dica nulla. So cosa ha in mente.»
«Se qualcuno mi aggredisce, io ho tutte le intenzioni di rompergli la testa.»
«La capisco. Ma se si affida alla Milton Security è proprio per avere
un'alternativa. Lei dovrà essere in grado di chiamare aiuto e soprattutto di
non trovarsi nella situazione di dover rompere la testa a qualcuno.»
«Okay.»
«Fra parentesi, cosa fa con le mazze da golf se l'aggressore ha una pistola? Quello che fa la differenza è che lei sia sempre un passo avanti rispetto
a chi la minaccia.»
«E cosa faccio se è uno stalker che mi perseguita?»
«Deve fare in modo di non dargli mai la possibilità di avvicinarla. Noi
non saremo pronti prima di un paio di giorni, inoltre dovremo anche parlare con suo marito. Dev'essere consapevole della situazione tanto quanto
lei.»
«Aha.»
«Nel frattempo sarebbe meglio che lei non restasse qui.»
«Non ho modo di trasferirmi altrove. Comunque mio marito sarà di ritorno fra un paio di giorni. Ma sia lui che io viaggiamo abbastanza spesso
e ci capita di rimanere a casa da soli.»
«Capisco. Ma si tratta soltanto di pochi giorni, finché non avremo completato tutte le installazioni. Non ha qualche conoscente che la possa ospitare?»
Erika pensò per un attimo all'appartamento di Mikael Blomkvist ma si
ricordò che non sarebbe stata una buona idea.
«Grazie... ma preferirei rimanere qui.»
«Come temevo. In tal caso voglio che ci sia qualcuno qui con lei per il
resto della settimana.»
«Mmm.»
«Ha qualche conoscente che possa farlo?»
«Di sicuro. Ma non alle sette e mezza di sera e con un pazzo che potrebbe aggirarsi in giardino.»
David Rosin rifletté un momento.
«Okay. Avrebbe qualcosa in contrario se le facesse compagnia uno dei
collaboratori della Milton? Posso sentire se una ragazza che si chiama
Susanne Linder è libera stasera. Se lo fosse non avrebbe nulla in contrario
a guadagnare qualche biglietto da cento fuori busta.»
«Quanto costerebbe?»
«Lo può concordare direttamente con lei. Non fa parte del pacchetto. Io
però ci terrei veramente.»
«Non ho paura del buio.»
«Non ne dubito. Altrimenti non avrebbe dormito qui la notte scorsa. Ma
Susanne Linder è un'ex agente di polizia. E poi sarebbe un'eccezione. Se
dovessimo organizzare una vera e propria scorta sarebbe una faccenda
completamente diversa, e parecchio costosa.»
Il tono serio di David Rosin la influenzò. Erika si rese conto d'improvviso che stava discutendo la possibilità che la sua vita fosse in pericolo. Stava esagerando? Avrebbe fatto meglio a minimizzare? E allora perché mai
aveva telefonato alla Milton Security?
«Okay. La chiami pure. Vado a preparare la stanza degli ospiti.»
Fu solo verso le dieci di sera che Monica Figuerola e Mikael Blomkvist
si alzarono dal letto, andarono in cucina e misero insieme una pasta con
tonno e bacon e vari avanzi trovati in frigorifero. Accompagnarono il tutto
con dell'acqua. Tutto d'un tratto Monica cominciò a ridacchiare.
«Che c'è?»
«Temo che Edklinth rimarrebbe un tantino scosso se ci vedesse in questo momento. Non penso che intendesse dire che dovevo fare sesso con te,
quando mi ha chiesto di tenerti sotto stretto controllo.»
«Sei stata tu a cominciare. Io ho potuto solo scegliere se seguirti ammanettato o spontaneamente.»
«Lo so. Ma convincerti non è stato molto difficile.»
«Forse non ne sei consapevole, anche se credo di sì, comunque sprizzi
sesso da tutti i pori. Quale uomo avrebbe potuto resistere?»
«Grazie. Però non credo di essere così sexy. E non faccio sesso così
spesso.»
«Mmm.»
«È vero. Non ho l'abitudine di finire a letto con chi capita. Questa primavera sono stata un po' con un ragazzo. Ma poi è finita.»
«Come mai?»
«Era molto simpatico, e anche carino. Ma era diventato un logorante
braccio di ferro. E io ero più forte di lui e lui non lo sopportava.»
«Okay.»
«Anche tu vorrai sfidarmi a braccio di ferro?»
«Vuoi sapere se per me è un problema che tu sia più in forma e fisicamente più forte di me? Non lo è.»
«Sinceramente. Ho notato che parecchi uomini sono interessati, ma poi
cominciano a sfidarmi e cercano di trovare altri modi per dominarmi. Ancor più quando scoprono che sono uno sbirro.»
«Io non ho intenzione di fare a gara con te. Sono meglio di te in quello
che faccio io. E tu sei meglio di me in quello che fai tu.»
«Bene. È un atteggiamento con il quale posso convivere.»
«Perché mi hai rimorchiato?»
«Mi piace seguire gli impulsi. E questo è stato un impulso.»
«Okay. Però sei un'agente della Säpo, e sei nel bel mezzo di un'indagine
nella quale io sono coinvolto...»
«Vuoi dire che sono stata poco professionale? Hai ragione. Non avrei
dovuto farlo. E avrei seri problemi se lo si sapesse. Edklinth andrebbe su
tutte le furie.»
«Io terrò la bocca chiusa.»
«Grazie.»
Rimasero un attimo in silenzio.
«Non so dove porterà questa storia. Tu sei un tipo che ama i casini, da
quanto ho capito. È una descrizione corretta?»
«Sì. Purtroppo. E non credo di essere in cerca di una relazione stabile.»
«Okay. Sono avvisata. Nemmeno io credo di essere in cerca di un uomo
fisso. Possiamo restare sul piano dell'amicizia?»
«Preferibilmente. Monica, io non andrò a dire a nessuno che siamo stati
insieme. Ma se le cose dovessero andare storte potrei trovarmi in conflitto
con i tuoi colleghi.»
«Non credo. Edklinth è una persona onesta. E vogliamo veramente inchiodare questo Club Zalachenko. Se le tue teorie sono esatte, è proprio
una faccenda pazzesca.»
«Vedremo.»
«Tu hai avuto anche una storia con Lisbeth Salander.»
Mikael alzò gli occhi e la guardò.
«Senti... io non sono un diario aperto che tutti possono leggere. La mia
relazione con Lisbeth non riguarda nessuno.»
«Lei è figlia di Zalachenko.»
«Sì. E deve convivere con questo fatto. Ma lei non è Zalachenko. C'è
una bella differenza.»
«Non era questo che volevo sapere. Mi interrogavo solo sul tuo coinvolgimento in questa storia.»
«Lisbeth è mia amica. Come spiegazione è più che sufficiente.»
Susanne Linder della Milton Security portava jeans, giacca di pelle nera
e sneaker. Arrivò a Saltsjöbaden alle nove e ricevette istruzioni da David
Rosin che la accompagnò a fare un giro d'ispezione della casa. Era armata
di laptop, manganello, bomboletta di gas lacrimogeno, manette e spazzolino da denti, il tutto dentro una sacca militare verde che svuotò nella stanza
degli ospiti. Erika intanto aveva preparato del caffè.
«Grazie. Ma non mi consideri un'ospite da intrattenere. Non lo sono affatto. Sono un male necessario che tutto d'un tratto è entrato nella sua vita,
anche se solo per un paio di giorni. Sono stata agente di polizia per sei anni
e da quattro lavoro per la Milton Security. Sono una guardia del corpo di-
plomata.»
«Aha.»
«Ci sono state delle minacce contro di lei e io sono qui per consentirle di
dormire tranquilla, di lavorare, di leggere, di fare quello che ha voglia di
fare. Se ha bisogno di parlare la ascolto volentieri. Altrimenti ho con me
un libro.»
«Okay.»
«Quello che voglio dire è che lei deve continuare a fare la sua vita e non
deve sentirsi in obbligo di intrattenermi. Diventerei un incomodo. La cosa
migliore sarebbe che riuscisse a considerarmi come un'occasionale collega
di lavoro.»
«Devo dire che non sono abituata a situazioni del genere. Sono già stata
oggetto di minacce, quando ero caporedattore a Millennium, ma a livello
professionale. Ora invece si tratta di una persona dannatamente molesta...»
«Che ha preso di mira proprio lei.»
«Qualcosa del genere.»
«Una vera e propria scorta le verrebbe a costare parecchio, e comunque
dovrebbe parlarne con Dragan Armanskij. Perché ne valesse la pena, la
minaccia dovrebbe essere molto chiara e specifica. Questo per me è solo
un lavoretto extra. Prendo cinquecento corone a notte per dormire qui questi pochi giorni invece che a casa mia. È molto meno di quanto dovrei
chiedere se lo facessi su incarico della Milton. Per lei può andar bene?»
«Benissimo.»
«Se succede qualcosa, voglio che si chiuda a chiave in camera sua e lasci che sia io a occuparmene. Il suo compito consisterà nell'azionare l'allarme antiaggressione.»
«Capisco.»
«Dico sul serio. Non voglio averla fra i piedi in un eventuale tafferuglio.»
Erika andò a dormire alle undici. Sentì il clic della serratura quando
chiuse la porta della camera da letto. Si spogliò pensierosa e si infilò sotto
le coperte.
Nonostante Susanne le avesse detto di non sentirsi obbligata a intrattenerla, Erika aveva passato due ore in cucina con lei. Aveva scoperto che
andavano d'accordo e che stare in sua compagnia le veniva naturale. Avevano discusso di ciò che spinge certi uomini a perseguitare le donne.
Susanne Linder aveva chiarito che la psicologia da strapazzo non la inte-
ressava. Secondo lei l'importante era fermarli, e il suo lavoro alla Milton
Security le piaceva molto proprio perché il suo compito consisteva per lo
più nel contrastare quegli svitati.
«Perché ha lasciato la polizia?» chiese Erika.
«Mi chieda piuttosto perché ci ero entrata.»
«Okay. Perché ci era entrata?»
«Quando avevo diciassette anni una mia amica fu rapinata e stuprata da
tre uomini in una macchina. Sono entrata nella polizia perché avevo l'idea
romantica che esistesse proprio per impedire crimini come quello.»
«Sì...»
«Non sono riuscita a impedire un fico secco. Come agente arrivavo sul
posto sempre dopo che il crimine era stato commesso. Non ne potevo più
del gergo presuntuoso della squadra. E ho imparato in fretta che su certi
reati non si indaga. Lei è un tipico esempio. Ha chiamato la polizia?»
«Certo.»
«E la polizia è arrivata?»
«Non proprio. Sono stata invitata a sporgere denuncia al commissariato
di zona.»
«Okay. Allora sa come vanno le cose. Adesso lavoro per Armanskij e lì
posso fare qualcosa prima che il crimine venga commesso.»
«Crimini contro le donne?»
«Mi occupo un po' di tutto. Sicurezza, scorte, sorveglianza e cose del
genere. Spesso si tratta di persone che sono state minacciate. Mi trovo
molto meglio lì che nella polizia.»
«Okay.»
«Ovviamente c'è anche il rovescio della medaglia.»
«E sarebbe?»
«Forniamo aiuto soltanto a clienti che possono pagare.»
Quando fu a letto, Erika ripensò a ciò che aveva detto Susanne. Non tutti
possono permettersi un sistema di sicurezza. Lei aveva accettato senza battere ciglio la proposta di David Rosin di sostituire diverse porte, di far intervenire degli artigiani, di installare un doppio sistema d'allarme e via dicendo. Il costo sarebbe ammontato a circa cinquantamila corone. Ma lei se
lo poteva permettere.
Rifletté un momento sulla sua sensazione che chi la minacciava avesse a
che fare con l'Smp. La persona in questione sapeva che si era ferita al piede. Pensò ad Anders Holm. Non le piaceva, e questo contribuiva a renderla
diffidente nei suoi riguardi, ma la notizia che si era fatta male era circolata
rapidamente da quando era entrata in redazione con le stampelle.
E poi doveva affrontare la questione Borgsjö.
Di colpo si mise a sedere sul letto perplessa, guardandosi intorno nella
stanza. Dove aveva messo il fascicolo di Henry Cortez su Borgsjö e la
Vitavara?
Erika si alzò, si infilò la vestaglia e prese una stampella. Aprì la porta
della camera da letto e andò nel suo studio, dove accese la luce. No, non
era più entrata lì dentro da... aveva letto il fascicolo nella vasca da bagno la
sera prima. L'aveva appoggiato sul davanzale interno.
Andò in bagno. Il fascicolo non era più lì.
Restò immobile a riflettere.
Sono uscita dalla vasca e sono andata in cucina per preparare il caffè.
Ho calpestato il pezzo di vetro e ho avuto altro a cui pensare.
Non ricordava di avere rivisto il fascicolo il mattino dopo. Non l'aveva
spostato da nessun'altra parte.
D'improvviso si sentì raggelare. Impiegò i cinque minuti successivi a
cercare in bagno e a ribaltare pile di carte e mucchi di giornali in cucina e
in camera da letto. Alla fine fu costretta ad ammettere che il fascicolo era
sparito.
Dopo che aveva messo il piede sulla scheggia di vetro e prima che David
Rosin comparisse, qualcuno era entrato in bagno e aveva preso il materiale
di Millennium sulla Vitavara.
La colpì il pensiero che aveva altri segreti in casa. Zoppicando, tornò in
camera da letto e aprì il cassetto più basso del mobile accanto al letto. Si
sentì venir meno. Tutte le persone hanno dei segreti. Lei raccoglieva i suoi
nel cassettone in camera da letto. Erika non teneva regolarmente un diario,
ma c'erano stati dei periodi in cui l'aveva fatto. E nel cassetto c'erano anche
vecchie lettere d'amore che conservava dall'adolescenza. C'era una busta
con delle foto che un tempo erano state divertenti, ma che comunque non
erano adatte a essere rese pubbliche. A venticinque anni Erika faceva parte
del club Xtreme che organizzava festini privati per gente alla quale piaceva
giocare con pelle e vernice. C'erano foto in cui non aveva l'aria di essere
del tutto sana di mente.
Ma la cosa più catastrofica era che nel cassetto c'era un video che era
stato girato nel corso di una vacanza agli inizi degli anni novanta, quando
lei e suo marito erano stati ospiti del maestro vetraio Torkel Bollinger nella
sua casa in Costa del Sol. Durante quella vacanza Erika aveva scoperto che
il marito aveva una chiara tendenza bisessuale, ed erano finiti entrambi a
letto con Torkel. Era stata una vacanza meravigliosa. Le videocamere erano ancora uno strumento relativamente nuovo. Il video che avevano realizzato per gioco non sarebbe stato adatto ai bambini.
Il cassetto era vuoto.
Come ho potuto essere così stupida?
Sul fondo qualcuno aveva scritto con lo spray le cinque lettere ben note.
19.
Venerdì 3 giugno - sabato 4 giugno
Lisbeth Salander concluse la sua autobiografia alle quattro del venerdì
mattina e ne spedì una copia a Mikael Blomkvist su Tavola Balorda. Poi si
stese sul letto e rimase a fissare il soffitto.
La notte di Valpurga - il 30 aprile - aveva compiuto ventisette anni, ma
non aveva nemmeno pensato che era il suo compleanno. Era prigioniera.
La stessa esperienza della clinica psichiatrica infantile St. Stefan. E se le
cose non fossero andate per il verso giusto avrebbe corso il rischio di passare diversi altri compleanni in qualche manicomio.
Non aveva intenzione di accettarlo.
La prima volta che era stata rinchiusa non era nemmeno adolescente.
Adesso era adulta e aveva altre conoscenze e competenze. Si chiese quanto
tempo le sarebbe occorso per scappare e mettersi al sicuro da qualche parte
all'estero, costruendosi una nuova identità e una nuova vita.
Si alzò dal letto e andò in bagno. Si guardò allo specchio. Non zoppicava più. Si passò la mano sull'anca, dove la ferita era guarita lasciando una
cicatrice. Ruotò il braccio e la spalla. Tirava un po', ma funzionava. Picchiettò sulla testa. Supponeva che il suo cervello non avesse subito grossi
danni essendo stato bucato da una pallottola a mantello intero.
Aveva avuto una fortuna del diavolo.
Fino al momento in cui era tornata in possesso del suo palmare, aveva
tenuto occupata la mente pensando a come scappare dall'ospedale
Sahlgrenska.
Poi il dottor Anders Jonasson e Mikael Blomkvist avevano sconvolto i
suoi piani facendole avere il palmare. Dopo aver letto i messaggi di Mikael
aveva riflettuto, fatto un'analisi delle conseguenze, valutato il suo piano e
le proprie possibilità. Per una volta, aveva deciso di fare come suggeriva
lui. Avrebbe testato il sistema. Mikael l'aveva convinta che in effetti non
aveva nulla da perdere offrendole la possibilità di scappare in tutt'altro
modo. Se il piano fosse fallito, sarebbe stata semplicemente costretta a
pianificare la sua fuga dalla St. Stefan o da qualche altro manicomio.
Ciò che in effetti l'aveva indotta a stare al gioco di Mikael era la sua sete
di vendetta.
Non aveva perdonato nulla.
Zalachenko, Björck e Bjurman erano morti.
Ma Teleborian era ancora vivo.
E così pure suo fratello, Ronald Niedermann. Ma lui non era un suo problema. Aveva dato una mano a seppellirla, è vero, ma era una figura secondaria. Se un giorno mi capiterà d'incontrarlo si vedrà, ma fino a quel
momento lui è un problema della polizia.
E Mikael aveva ragione a dire che anche altri dovevano avere contribuito a condizionare la sua vita. Lisbeth doveva scovare nomi e codici fiscali
di questi altri.
Per questo aveva deciso di seguire il piano di Mikael. E aveva scritto la
verità nuda e cruda sulla propria vita, un'asciutta autobiografia di quaranta
pagine. Era stata molto precisa. Ogni frase era vera. Il ragionamento di
Mikael funzionava, era stata sbattuta in prima pagina in modo così grottesco che un po' di autentica follia non avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la sua reputazione.
La sua autobiografia era però un falso nella misura in cui non aveva raccontato tutta la verità su se stessa. Non aveva nessun motivo per farlo.
Ritornò a letto e si infilò sotto le coperte. Era in preda a un nervosismo
che non riusciva a definire. Si allungò per prendere il blocnotes che aveva
avuto da Annika Giannini, era quasi intonso. Lo aprì alla prima pagina dove aveva scritto un'unica riga.
x3 + y3 = z3
L'inverno precedente aveva passato parecchio tempo ai Caraibi a scervellarsi sul teorema di Fermat. Quando era tornata in Svezia, prima di essere coinvolta nella caccia a Zalachenko, aveva continuato a gingillarsi con
quell'equazione. Ora aveva l'irritante sensazione di avere intravisto una soluzione... di avere sperimentato una soluzione.
Ma di non essere in grado di ricordarla.
Non ricordare qualcosa era un fenomeno nuovo per Lisbeth Salander.
Aveva messo alla prova se stessa andando in rete e prendendo qualche co-
dice Html a casaccio che aveva letto in un lampo, memorizzato e quindi
riprodotto esattamente.
Non aveva perso la sua memoria fotografica, che viveva come una maledizione.
Tutto era come al solito, nella sua testa.
A parte il fatto che credeva di aver visto una soluzione del teorema di
Fermat ma non riusciva a ricordare dove, come, quando.
La cosa peggiore era che non provava il benché minimo interesse. Il teorema di Fermat non la affascinava più. E questo non suonava bene. Perché
era proprio così che funzionava di solito. Era affascinata da un enigma, ma
non appena l'aveva risolto perdeva ogni interesse al riguardo.
Ed era proprio questo che provava, nei confronti di Fermat. Lui non era
più un diavolo sulla sua spalla che esigeva insistentemente attenzione e
stuzzicava il suo intelletto. Era diventato una formula piatta, qualche scarabocchio su un foglio di carta, e lei non provava più alcun desiderio di
occuparsene.
Questo la preoccupava. Mise da parte il blocnotes.
Avrebbe dovuto dormire.
Invece tirò fuori di nuovo il palmare e andò in rete. Rifletté un attimo e
poi entrò nell'hard disk di Dragan Armanskij, che non visitava da tempo.
Armanskij collaborava con Mikael Blomkvist ma lei non aveva avuto nessuna necessità di controllare di cosa si stesse occupando.
Lesse distrattamente la sua posta elettronica.
Poi trovò il rapporto di David Rosin sull'abitazione di Erika Berger. Si
fece attenta.
Erika Berger è perseguitata da uno stalker.
Trovò un promemoria della collaboratrice Susanne Linder che aveva
passato la notte a casa di Erika Berger. Il messaggio era partito poco prima
delle tre del mattino. Susanne Linder riferiva che Erika Berger aveva scoperto che diari, lettere, fotografie, oltre a un video di carattere estremamente personale, erano stati rubati dal cassetto di un mobile della sua camera.
Abbiamo discusso la cosa con la signora Berger e abbiamo concluso
che il furto dev'essere avvenuto mentre la signora si trovava all'ospedale
di Nacka, dopo aver calpestato la scheggia di vetro. C'è stato un intervallo
di due ore e mezza, nel corso del quale la casa è rimasta incustodita. L'allarme, già carente, della Nip non era inserito. Per il resto del tempo o la
signora Berger o David Rosin erano presenti in casa, fino a quando il fur-
to non è stato scoperto.
Se ne conclude che il persecutore della signora Berger è rimasto nelle
vicinanze della casa e ha visto che un taxi è venuto a prenderla e che lei
camminava zoppicando. Quindi, ha approfittato per introdursi nell'abitazione.
Lisbeth uscì dall'hard disk di Armanskij e spense pensierosa il computer.
Era in preda a sensazioni contrastanti.
Non amava Erika Berger. Ricordava ancora l'umiliazione che aveva provato quando l'aveva vista sparire in Hornsgatan in compagnia di Mikael
Blomkvist, il giorno prima di capodanno, un anno e mezzo prima.
Era stato il momento più stupido della sua vita. Non si sarebbe mai più
permessa quel genere di sensazioni.
Ricordava l'odio irrazionale che aveva provato, il desiderio di raggiungerli di corsa e di aggredire Erika.
Penoso.
Poi era guarita.
Ma, come si diceva, non amava Erika Berger.
Si domandò cosa potesse contenere quel video "di carattere estremamente personale". Lei stessa possedeva un video di carattere estremamente
personale che mostrava Nils Verme Bjurman che le usava violenza. Adesso
era nelle mani di Mikael Blomkvist. Si chiese come avrebbe reagito se
qualcuno si fosse introdotto in casa sua e lo avesse rubato. Cosa che in effetti Blomkvist aveva fatto, anche se il suo scopo non era di danneggiarla.
Mmm.
Sconcertante.
Per Erika Berger era stato assolutamente impossibile dormire durante la
notte di venerdì. Zoppicava avanti e indietro mentre Susanne Linder non la
perdeva d'occhio. La sua angoscia gravava sulla casa come una nebbia pesante.
Alle due e mezza del mattino, Susanne Linder era riuscita a convincerla
se non a dormire, almeno a stendersi sul letto a riposare. Aveva tirato un
sospiro di sollievo quando Erika aveva chiuso la porta della propria camera. Allora aveva aperto il laptop e riassunto ciò che era accaduto in una
mail che aveva inviato a Dragan Armanskij. Aveva appena finito di scriverla che la sua cliente era di nuovo in piedi.
Alle sette del mattino l'aveva convinta a chiamare il giornale e a mettersi
in malattia per una giornata. Erika aveva concordato controvoglia che non
sarebbe stata di grande utilità al lavoro con gli occhi che le si incrociavano.
Poi si era addormentata sul divano del soggiorno, davanti alla finestra
chiusa col compensato. Susanne Linder era andata a prendere una coperta
e gliel'aveva messa addosso. Quindi si era preparata del caffè e aveva parlato al telefono con Dragan Armanskij, spiegandogli che era stato David
Rosin a chiamarla.
«Neppure io ho chiuso occhio stanotte» disse Susanne.
«Okay. Resta lì. Va' a stenderti e dormi un paio d'ore» disse Armanskij.
«Non so come fatturare...»
«A questo penseremo poi.»
Erika dormì fino alle due e mezza del pomeriggio. Si svegliò e trovò
Susanne Linder addormentata su una poltrona all'altro capo del soggiorno.
Il venerdì mattina Monica Figuerola dormì fino a tardi. Non aveva il
tempo di fare la sua solita corsa prima di presentarsi al lavoro. Diede la
colpa a Mikael Blomkvist, fece la doccia e lo buttò giù dal letto.
Mikael andò direttamente in redazione, dove tutti furono molto sorpresi
nel vederlo in piedi così presto. Lui borbottò qualcosa, andò a prendersi un
caffè e poi chiamò Malin e Henry nel suo ufficio. Impiegarono tre ore a rivedere i testi del numero speciale e a verificare come procedeva il libro di
Dag Svensson.
«È andato in tipografia ieri» disse Malin. «Esce in formato tascabile.»
«Okay.»
«Il numero speciale si intitolerà La storia di Lisbeth Salander» disse
Henry. «Forse la cambieranno, ma per ora la data del processo è fissata per
il 13 luglio. Avremo il numero pronto per allora, il distributore lo riceverà
a metà settimana. Decidi tu quando vuoi che esca.»
«Bene. Rimane solo il libro su Zalachenko, che al momento è un incubo.
Il titolo sarà La Sezione. La prima metà sarà quello che pubblicheremo su
Millennium. Il punto di partenza è l'omicidio di Dag Svensson e Mia
Bergman. Poi la caccia a Lisbeth Salander. Poi Zalachenko e Niedermann.
La seconda metà conterrà ciò che sappiamo della Sezione.»
«Mikael, anche se la tipografia fa di tutto per noi, dobbiamo comunque
consegnare l'originale pronto per la stampa entro e non oltre il 30 giugno»
disse Malin. «Christer ha bisogno di almeno un paio di giorni per il layout.
Ci restano circa quattro settimane. Non capisco come potremo farcela.»
«Non faremo in tempo a portare alla luce tutta la storia» ammise Mikael.
«Ma non sarebbe possibile farlo nemmeno avendo a disposizione un anno
intero. Ciò che faremo sarà raccontare ciò che è successo. Se ci manca una
fonte lo preciseremo. Se facciamo solo un'ipotesi lo preciseremo. Scriviamo quello che è successo e che possiamo documentare, e poi scriviamo
quello che crediamo sia successo.»
«Alquanto barcollante» commentò Henry.
Mikael scosse la testa.
«Se dico che un agente della Säpo si è introdotto nel mio appartamento e
sono in grado di documentarlo con un video è una notizia. Se dico che lo
ha fatto su incarico della Sezione è una congettura, ma alla luce di tutte le
altre rivelazioni che facciamo è una congettura plausibile. Chiaro?»
«Okay.»
«Non farò in tempo a scrivere tutto da solo. Henry, ho un elenco di pezzi
che dovrai mettere insieme tu. Corrispondono a una cinquantina di pagine.
Malin, tu aiuti Henry, proprio come con il libro di Dag. Tutti e tre i nostri
nomi compariranno in copertina. È okay per voi?»
«Certo» disse Malin. «Ma abbiamo anche altri problemi.»
«Cioè?»
«Mentre tu ti affannavi con la faccenda di Zalachenko, noi abbiamo avuto un sacco da fare qui...»
«Vuoi dire che io non sono mai disponibile?»
Malin annuì.
«Hai ragione. Mi dispiace.»
«Lo sappiamo tutti che quando sei ossessionato da un'inchiesta per te
non esiste nient'altro. Ma per noi non funziona. Non funziona per me. Erika aveva me per appoggiarsi. Io ho Henry e lui è un asso, ma lavora alla
tua inchiesta tanto quanto te. Anche se ti calcoliamo, siamo comunque a
corto di due persone in redazione.»
«Okay.»
«E io non sono Erika Berger. Lei aveva un'esperienza che io non ho. Sto
imparando. Monica non si risparmia. E così pure Lottie. Ma nessuno ha il
tempo di fermarsi un attimo a pensare.»
«Si tratta di una situazione provvisoria. Quando comincerà il processo...»
«No, Mikael. Non finirà. Quando comincerà il processo, sarà un inferno.
Ricorderai come fu la volta dell'affare Wennerström. Per almeno tre mesi
ti vedremo saltare da un talk-show all'altro.»
Mikael sospirò. Poi annuì lentamente.
«Cosa proponi?»
«Se vogliamo portare avanti Millennium dobbiamo assumere gente. Minimo due persone, forse anche di più. Non riusciamo a stare dietro a tutto...»
«E?»
«E io non sono sicura di volerlo fare.»
«Capisco.»
«Veramente. Come segretaria di redazione funziono bene, ma sarebbe
un'altra cosa se ci fosse Erika come capo. Avevamo detto che avremmo
fatto una prova... okay, l'abbiamo fatta. Io non sono un buon caporedattore.»
«Cazzate» disse Henry.
Malin scosse la testa.
«Okay» disse Mikael. «Capisco. Ma è una situazione estrema.»
Malin gli fece un sorriso.
«Considerala una lamentela del personale» disse.
L'unità operativa dell'ufficio per la tutela della Costituzione impiegò la
giornata di venerdì a cercare di venire a capo delle informazioni ricevute
da Mikael Blomkvist. Due dei collaboratori avevano traslocato in un ufficio provvisorio a Fridhemsplan, dove avevano raccolto tutta la documentazione. Il sistema informatico interno però era accessibile solo dalla centrale
della polizia, il che comportava che dovevano fare avanti e indietro più
volte nel corso della giornata. Anche se erano solo dieci minuti era fastidioso. Comunque già all'ora di pranzo avevano un'ampia documentazione
del fatto che sia Fredrik Clinton sia Hans von Rottinger erano stati legati
alla polizia segreta negli anni sessanta e agli inizi degli anni settanta.
Von Rottinger veniva dai servizi segreti militari e per molti anni aveva
lavorato nell'ufficio che coordinava le forze armate e la polizia segreta.
Fredrik Clinton aveva un passato nell'aeronautica e aveva cominciato a lavorare al controllo personale della Säpo nel 1967.
Entrambi avevano però lasciato l'Rps/Säk agli inizi degli anni settanta,
Clinton nel 1971 e von Rottinger nel 1973. Clinton era passato all'industria
privata come consulente e von Rottinger era stato incaricato come civile di
svolgere delle indagini per conto dell'agenzia internazionale per l'energia
atomica ed era stato trasferito a Londra.
Passò buona parte del pomeriggio prima che Monica Figuerola potesse
bussare all'ufficio di Edklinth per spiegargli che i curricula di Clinton e
von Rottinger molto probabilmente erano dei falsi. La carriera di Clinton
era difficile da seguire. Essere un consulente per l'industria privata può significare qualsiasi cosa e non comporta nessun obbligo di rendere conto
allo stato della propria attività. Dalla sua dichiarazione dei redditi si deduceva che guadagnava bene. La sua clientela però sembrava essere costituita
principalmente da società anonime con sede in Svizzera o in paesi di quel
tipo, dunque non era facile fare dei controlli.
Von Rottinger invece non aveva mai neanche messo piede nell'ufficio
dove teoricamente avrebbe dovuto lavorare a Londra. Nel 1973 l'edificio
era stato demolito per fare posto a un ampliamento della stazione di King's
Cross. Probabilmente qualcuno aveva commesso un errore nel costruire la
sua storia. Nel corso della giornata, la squadra di Monica Figuerola aveva
interrogato diversi collaboratori in pensione dell'agenzia internazionale per
l'energia atomica. Nessuno aveva mai sentito parlare di Hans von Rottinger.
«Ora ci manca solo di scoprire cosa facessero davvero» disse Edklinth.
Monica annuì.
«Come ci comportiamo con Blomkvist?»
«Cosa vuoi dire?»
«Gli abbiamo promesso di tenerlo informato su Clinton e von Rottinger.»
Edklinth rifletté.
«Okay. Finirebbe comunque per scoprirlo da solo. Meglio mantenersi in
buoni rapporti con lui. Puoi dirglielo. Ma usa il buon senso.»
Monica annuì. Passarono qualche minuto a discutere su cosa fare nel fine settimana. Due dei collaboratori sarebbero andati avanti con il lavoro.
Monica era libera.
Timbrò il cartellino e raggiunse la palestra di St. Eriksplan, dove passò
due ore a recuperare furiosamente il tempo perso. Alle sette di sera era a
casa. Fece la doccia, preparò una cena leggera e accese la tv per ascoltare
il notiziario. Alle sette e mezza era già inquieta. Si infilò gli indumenti da
jogging. Si fermò sulla porta e rifletté. Dannato Blomkvist. Apri il cellulare
e lo chiamò sul T10.
«Abbiamo qualche informazione su von Rottinger e Clinton.»
«Racconta» la esortò Mikael.
«Se fai un salto a trovarmi ti dico tutto.»
«Mmm» fece Mikael.
«Ho appena infilato la tuta da jogging per scaricare il surplus di energia»
disse Monica Figuerola. «Devo uscire o ti aspetto?»
«È okay se passo dopo le nove?»
«Va benissimo.»
Alle otto del venerdì sera Lisbeth Salander ricevette la visita del dottor
Anders Jonasson. Il dottore si sedette su una sedia e si lasciò andare contro
lo schienale.
«Deve visitarmi?» chiese Lisbeth.
«No. Non stasera.»
«Okay.»
«Oggi abbiamo fatto una valutazione complessiva delle tue condizioni e
abbiamo comunicato al procuratore che siamo pronti per dimetterti.»
«Capisco.»
«Volevano trasferirti in prigione a Göteborg già stasera.»
«Così in fretta?»
Lui annuì.
«Stoccolma evidentemente sta facendo pressione. Ho detto che ho ancora qualche test da farti e che non ti lascio andare prima di domenica.»
«E perché?»
«Non so. Sono molto infastidito dalla loro insistenza.»
Lisbeth sorrise. Se avesse avuto a disposizione qualche anno, avrebbe
potuto fare del dottor Anders Jonasson un buon anarchico. In ogni caso,
sul piano privato aveva già una simpatica tendenza alla disobbedienza civile.
«Fredrik Clinton» disse Blomkvist, fissando il soffitto sopra il letto di
Monica Figuerola.
«Se accendi quella sigaretta, giuro che te la spengo nell'ombelico» disse
Monica.
Mikael guardò stupefatto la sigaretta che aveva preso dalla tasca della
giacca.
«Scusa» disse. «Posso uscire sul terrazzino?»
«Se dopo ti lavi i denti.»
Lui annuì e si avvolse in un lenzuolo. Lei lo seguì in cucina e riempì un
bicchierone di acqua del rubinetto. Poi si appoggiò alla portafinestra che
dava sul terrazzino.
«Fredrik Clinton.»
«È ancora vivo. È il collegamento con il passato.»
«È moribondo. Ha bisogno di un rene nuovo e passa la maggior parte del
suo tempo in dialisi o comunque in ospedale.»
«Però è vivo. Potremmo contattarlo. Magari vuole parlare.»
«No» disse Monica. «È un'indagine preliminare, se ne occupa la polizia.
Non c'è nessun "noi". E poi ti teniamo informato, come hai concordato con
Edklinth, a condizione che tu non agisca in modo da disturbare l'indagine.»
Mikael la guardò e sorrise. Spense il mozzicone.
«Oh oh» disse. «La polizia segreta sta tirando il guinzaglio.»
Lei assunse improvvisamente un'aria pensierosa.
«Mikael, questo non è un gioco.»
Il sabato mattina, Erika Berger andò al lavoro con un nodo allo stomaco.
Aveva cominciato ad avere un buon controllo degli ingranaggi del giornale, e aveva programmato di concedersi un fine settimana libero - il primo
da quando aveva cominciato all'Smp -, ma il fatto che i suoi ricordi più intimi fossero spariti insieme al rapporto su Borgsjö le rendeva impossibile
rilassarsi.
Dopo una nottata insonne passata in gran parte in cucina in compagnia
di Susanne Linder, Erika si aspettava che Penna Velenosa colpisse ancora
diffondendo qualche sua immagine tutt'altro che edificante. Internet era
uno strumento straordinario per i codardi. Buon dio, un dannato video in
cui scopo con mio marito e con un altro uomo. Finirò sulle pagine dei
quotidiani della sera di tutto il mondo.
Aveva provato un senso di angoscia per tutta la notte.
Susanne Linder alla fine era riuscita a costringerla ad andare a letto, ma
alle otto del mattino Erika si era alzata. Non poteva stare lontana dal lavoro. Se c'era una tempesta nell'aria, voleva affrontarla per prima.
Nella redazione semideserta del sabato era tutto normale. Il personale la
salutò cordialmente quando passò davanti al bancone. Anders Holm era di
riposo. Peter Fredriksson lo sostituiva.
«Buon giorno, credevo che oggi saresti rimasta a casa» la salutò.
«Anch'io. Ma ieri non me la sono sentita di venire e mi sono rimaste delle cose da fare. È successo qualcosa?»
«No, è una mattinata scarsa di notizie. Le più calde che abbiamo sono
che l'industria del legno in Dalecarlia è in ripresa e che c'è stata una rapina
a Norrköping nel corso della quale è stata ferita una persona.»
«Okay. Vado nel mio ufficio a lavorare un po'.»
Una volta seduta, appoggiò le stampelle alla libreria e si collegò in rete.
Cominciò col controllare la posta. Aveva ricevuto diversi messaggi ma
niente da Penna Velenosa. Corrugò le sopracciglia. Erano già passati due
giorni dal furto e ancora non aveva approfittato di quella che era un'autentica miniera d'oro di possibilità. Perché no? Ha intenzione di cambiare tattica? Vuole ricattarmi? Vuole tenermi sulle spine?
In realtà non aveva niente su cui lavorare. Aprì il documento sulla sua
strategia per l'Smp che stava preparando. Restò seduta un quarto d'ora a
fissare lo schermo senza vedere le lettere.
Aveva cercato Greger più volte senza però trovarlo. Non sapeva nemmeno se il suo cellulare funzionasse all'estero. Naturalmente con qualche
sforzo avrebbe potuto rintracciarlo, ma si sentiva totalmente priva di iniziativa. Era disperata. E paralizzata.
Telefonò a Blomkvist per informarlo che il fascicolo su Borgsjö era stato rubato, ma anche lui non rispose.
Alle dieci non era ancora riuscita a fare nulla di sensato, così decise di
tornarsene a casa. Aveva appena allungato la mano per spegnere il computer quando sentì lo squillo di Icq. Guardò stupefatta il menù. Sapeva cos'era Icq ma chattava raramente e non aveva mai usato il programma da
quando era venuta a lavorare all'Smp.
Cliccò esitante su rispondi.
Salve Erika.
Salve. Chi sei?
Privato. Sei sola?
Un trucco? Penna Velenosa? pensò Erika.
Sì. Chi sei?
Ci siamo incontrate in casa di Kalle Blomkvist quando lui era tornato
da Sandhamn.
Erika fissò lo schermo. Le occorsero diversi secondi per fare il collegamento. Lisbeth Salander. Impossibile.
Sei ancora lì?
Sì.
Niente nomi. Sai chi sono io?
Come faccio a sapere che non è un bluff?
Io so come Mikael si è procurato la cicatrice sul collo.
Erika deglutì. Solo quattro persone al mondo sapevano come era successo. Lisbeth Salander era una di quelle.
Okay. Ma come fai a chattare con me?
Me la cavo piuttosto bene con i computer.
Lisbeth Salander è un genio con i computer. Ma come diavolo faccia a
comunicare dal Sahlgrenska dove è in isolamento da aprile proprio non lo
capisco pensò Erika.
Okay.
Posso fidarmi di te?
Cosa intendi?
Questa conversazione non deve trapelare.
Non vuole che la polizia sappia che ha accesso alla rete. Ovvio. Perciò
chatta con il caporedattore di uno dei maggiori quotidiani svedesi pensò
Erika.
Nessun problema. Cosa vuoi?
Pagare.
Cosa intendi?
Millennium mi ha dato una mano.
Abbiamo fatto il nostro lavoro.
Gli altri giornali non l'hanno fatto.
Tu non sei colpevole di quello di cui ti accusano.
Hai uno stalker che ti perseguita.
D'improvviso il cuore di Erika cominciò a battere forte. Esitò.
Cosa sai?
Video rubato. Effrazione.
Sì. Puoi aiutarmi?
Per Erika era difficile credere di avere scritto quella domanda. Era una
follia. Lisbeth era al Sahlgrenska e aveva problemi fin sopra i capelli. Era
la persona più improbabile cui Erika si potesse rivolgere.
Non so. Fammi provare.
Come?
Credi che il farabutto sia all'Smp?
Non posso dimostrarlo.
Perché lo credi?
Erika rifletté prima di rispondere.
Una sensazione. Ha cominciato quando sono venuta a lavorare qui. Altre persone dell'Smp hanno ricevuto mail sgradevoli di Penna Velenosa
che all'apparenza venivano da me.
Penna Velenosa?
Il bastardo.
Okay. Perché proprio tu sei nel suo mirino?
Non so.
C'è qualcosa che indica che è un fatto personale?
Cosa intendi?
Quanti dipendenti ha l'Smp?
Circa duecentotrenta compresa la casa editrice.
Quanti ti conoscono di persona?
Non so. Negli anni ho conosciuto molti giornalisti e collaboratori.
Qualcuno con cui ti sei scontrata in precedenza?
No. Non specificamente.
Qualcuno che vuole vendicarsi di te?
Vendicarsi? Per cosa?
La vendetta è un motore potente.
Erika guardò lo schermo cercando di capire a cosa si riferisse Lisbeth.
Sei ancora lì?
Si. Perché mi fai questa domanda?
Ho letto l'elenco di Rosin con tutti gli incidenti che colleghi a Penna Velenosa.
Perché non sono stupita? pensò Erika.
Non sembra uno stalker.
Cosa vuoi dire?
Uno stalker è spinto da un ossessione sessuale. Questo sembra uno che
imita uno stalker. Il cacciavite in quel posto... solo parodia.
Ah sì?
Ho avuto a che fare con degli autentici stalker. Sono molto più pervertiti, volgari, grotteschi, Esprimono amore e odio al tempo stesso. Questo
non suona così.
Non trovi che sia abbastanza volgare?
No. La mail a Eva Carlsson era tutta sbagliata. È qualcuno che vuole
fare casino.
Capisco. Non mi pareva.
Non è uno stalker. Ha qualcosa di personale contro di te.
Okay. Cosa suggerisci?
Ti fidi di me?
Forse.
Mi occorre un accesso alla rete informatica dell'Smp.
Frena.
Ora. Presto sarò trasferita e perderò Internet.
Erika esitò dieci secondi. Consegnare l'Smp a... a cosa? Una pazza scatenata? Lisbeth forse non era un'assassina ma era molto diversa dalle per-
sone normali.
Però cosa aveva da perdere lei?
Come?
Devo inserire un programma nel tuo computer.
Abbiamo dei firewall.
Devi aiutarmi. Avvia Internet.
Già fatto.
Explorer?
Sì.
Ti scrivo un indirizzo. Copialo e incollalo in Explorer.
Fatto.
Ora vedi un elenco di programmi. Clicca su Asphyxia Server e scaricalo.
Erika seguì le istruzioni.
Fatto.
Avvia Asphyxia. Clicca su installa e scegli Explorer.
Ci vollero tre minuti.
Okay. Ora devi riavviare il computer. Perderemo il contatto per un po'.
Okay.
Quando lo riprenderemo trasferirò il tuo hard disk su un server in rete.
Okay.
Riavvia. Ci sentiamo fra un po'.
Erika Berger guardò affascinata lo schermo mentre il suo computer lentamente si riavviava. Si chiese se Lisbeth avesse tutte le rotelle al posto
giusto. Poi Icq squillò.
Di nuovo ciao.
Ciao.
Va più in fretta se lo fai tu. Avvia Internet e copia l'indirizzo che ti spedisco.
Okay.
Ora vedi una domanda. Clicca su start.
Okay.
Ora ti viene chiesto di dare un nome all'hard disk. Chiamalo Smp-2.
Okay.
Prenditi un caffè. Ci vorrà un po' di tempo.
Monica Figuerola si svegliò alle otto del sabato mattina, circa due ore
più tardi del solito. Si mise a sedere sul letto e guardò Mikael Blomkvist.
Russava. Bene. Nessuno è perfetto.
Si chiese dove avrebbe portato la storia con Blomkvist. Non era un uomo fedele col quale si potesse pianificare una relazione duratura - questo
l'aveva capito dal suo curriculum. Ma anche lei non era sicura di essere veramente alla ricerca di una relazione stabile con casa e figli e tutto il resto.
Dopo una dozzina di tentativi falliti dall'adolescenza in avanti, era sempre
più incline ad abbracciare la teoria che i rapporti stabili sono sopravvalutati. La sua relazione più lunga era stata una convivenza di due anni con un
collega a Uppsala.
Però non era neanche un tipo da una notte, anche se riteneva che il sesso
fosse sottovalutato come mezzo terapeutico contro ogni tipo di disturbo. E
il sesso con Mikael Blomkvist era del tutto okay. Più che okay. Mikael era
una brava persona. Stuzzicava l'appetito.
Storiella estiva? Innamoramento?
Era davvero innamorata?
Andò in bagno, si sciacquò la faccia, si lavò i denti, quindi infilò dei calzoncini da jogging e una giacca leggera e uscì in punta di piedi dall'appartamento. Fece stretching e poi una corsa di quarantacinque minuti passando davanti all'ospedale di Rålambshov e girando intorno a Fredhäll per ritornare attraverso Smedsudden. Alle nove era di nuovo a casa. Blomkvist
stava ancora dormendo. Si chinò su di lui e gli mordicchiò l'orecchio finché lui aprì gli occhi confuso.
«Buon giorno tesoro. Ho bisogno di qualcuno che mi lavi la schiena.»
Lui la guardò e borbottò qualcosa.
«Che hai detto?»
«Non hai bisogno di fare la doccia. Sei già fradicia.»
«Ho fatto un giro di corsa. Dovresti venire anche tu.»
«Se cerco di tenere il tuo ritmo ti tocca telefonare al pronto intervento
sanitario. Arresto cardiaco in Norr Mälarstrand.»
«Stupidaggini. Su adesso. È ora di svegliarsi.»
Lui le lavò la schiena e le spalle. E i fianchi. E la pancia. E il seno. Monica aveva perso completamente interesse per la doccia e lo trascinò di
nuovo a letto. Fecero colazione al caffè di Norr Mälarstrand solo alle undici.
«Potresti diventare una cattiva abitudine» disse Monica. «Ci conosciamo
solo da qualche giorno.»
«Sono molto attratto da te. Ma credo che questo tu lo sappia già.»
Lei annuì.
«Perché lo sei?»
«Spiacente. Non posso rispondere. Non ho mai capito perché d'improvviso sono attratto da una certa donna mentre un'altra non m'interessa affatto.»
Lei sorrise pensierosa.
«Io oggi sono libera» disse.
«Io no. Ho una montagna di lavoro da sbrigare prima che cominci il processo e ho passato le ultime tre notti con te anziché in redazione.»
«Peccato.»
Lui annuì e si alzò, dandole un bacio sulla guancia. Lei gli afferrò la
manica della camicia.
«Blomkvist, vorrei tanto continuare a vederti.»
«Anch'io» disse lui con un cenno d'assenso. «Ma ci saranno un po' di alti
e bassi finché non avremo concluso questa faccenda.»
Poi sparì in direzione di Hantverkargatan.
Erika Berger era andata a prendersi un caffè e ora fissava lo schermo.
Per cinquantatré minuti non successe assolutamente nulla, a parte il fatto
che il suo salvaschermo entrava in funzione a intervalli regolari. Poi Icq
squillò di nuovo.
Finito. Hai un sacco di robaccia sul tuo hard disk. Fra cui anche due virus.
Mi dispiace. Qual è il prossimo passo?
Chi è l'administrator della rete dell'Smp?
Non so. Probabilmente Peter Fleming, il responsabile tecnico.
Okay.
Che devo fare?
Niente. Torna a casa.
Tutto qui?
Mi farò viva io.
Devo lasciare il computer acceso?
Ma Lisbeth Salander era già uscita da Icq. Erika fissò lo schermo frustrata. Spense il computer e andò a cercare un caffè dove poter stare seduta a
riflettere in tutta tranquillità.
20.
Sabato 4 giugno
Mikael Blomkvist scese dall'autobus a Slussen, salì a Mosebacke con il
Katarinahissen e raggiunse a piedi il numero 9 di Fiskargatan. Aveva comperato pane, latte e formaggio nel negozio di alimentari di fronte alla sede
del consiglio regionale. Come prima cosa mise gli acquisti nel frigorifero.
Poi accese il computer di Lisbeth Salander.
Dopo un momento di riflessione, accese anche il suo Ericsson T10 blu.
Non accese l'altro cellulare perché in ogni caso non voleva parlare con
nessuno che non avesse a che fare con l'affare Zalachenko. Vide che nelle
ultime ventiquattr'ore aveva ricevuto sei chiamate, tre da Henry Cortez,
due da Malin Eriksson e una da Erika Berger.
Henry si trovava a un caffè a Vasastan e aveva una serie di piccole cose
da discutere ma niente di urgente.
Malin si era fatta viva solo per farsi viva.
Erika aveva la linea occupata.
Mikael aprì Tavola Balorda e trovò la versione definitiva dell'autobiografia di Lisbeth Salander. Annuì sorridendo, stampò il documento e cominciò subito a leggerlo.
Lisbeth stava trafficando con il suo Palm Tungsten T3. Ci aveva messo
un'ora per entrare nella rete informatica dell'Smp con l'aiuto dell'account di
Erika Berger. Non aveva usato l'account di Peter Fleming perché non aveva bisogno di tutte le facoltà dell'administrator. Quello che le interessava
era avere accesso all'amministrazione e ai file del personale, e anche con
l'account di Erika non avrebbe avuto difficoltà.
Se solo Mikael Blomkvist le avesse fatto avere il suo PowerBook con
una vera tastiera e uno schermo da diciassette pollici anziché il palmare...
Scaricò un elenco di tutti quelli che lavoravano all'Smp e cominciò a spuntarlo. Erano duecentoventitré persone, fra cui ottantadue donne.
Cominciò con l'eliminare tutte le donne. Non perché le ritenesse immuni
da ogni forma di squilibrio mentale, ma perché statisticamente la maggioranza assoluta delle persone che molestavano donne erano uomini. Rimanevano centoquarantuno persone.
Le statistiche dicevano anche che la maggioranza delle penne velenose
era in età adolescenziale o matura. Siccome l'Smp non aveva adolescenti
fra i suoi collaboratori, tracciò una curva di età ed eliminò tutti quelli sopra
i cinquantacinque e sotto i venticinque. Ne rimanevano centotré.
Si fermò un momento a riflettere. Aveva poco tempo. Forse meno di
ventiquattr'ore. Prese una decisione. In un colpo solo eliminò tutti gli ad-
detti alla distribuzione e alla pubblicità, i grafici e i tecnici, i custodi. Si
concentrò sul gruppo dei giornalisti e sul personale di redazione e ottenne
un elenco di quarantotto persone, tutti uomini fra i ventisei e i cinquantaquattro anni.
D'un tratto sentì il tintinnio del mazzo di chiavi. Spense immediatamente
il palmare e lo sistemò sotto le coperte, fra le gambe. Il suo ultimo pranzo
al Sahlgrenska era arrivato. Guardò rassegnata lo stufato di cavoli. Sapeva
che dopo non avrebbe potuto lavorare per un po'. Mise il palmare dietro il
comodino e aspettò che due inservienti eritree passassero l'aspirapolvere e
rifacessero il letto.
Una delle ragazze nell'ultimo mese le aveva portato di nascosto qualche
Marlboro Light. Le aveva anche procurato un accendino che teneva dietro
il comodino. Lisbeth accettò con gratitudine due sigarette che avrebbe fumato durante la notte davanti alla finestra.
Solo alle due tutto tornò tranquillo. Lisbeth tirò fuori il palmare e si collegò in rete. Pensava di tornare immediatamente all'Smp, ma ancora non
sapeva di avere anche dei problemi personali da gestire. Fece il solito controllo quotidiano. Cominciò con l'entrare in Tavola Balorda. Constatò che
Mikael Blomkvist non metteva in rete nulla di nuovo da tre giorni e si
chiese di cosa si stesse occupando. Il maledetto sarà sicuramente in giro a
spassarsela con qualche bambolona dalle tette grosse.
Passò a I Cavalieri e controllò se Plague avesse aggiunto qualcosa.
Niente.
Poi controllò l'hard disk del giudice Richard Ekström - corrispondenza
di scarso interesse sull'imminente processo - e del dottor Peter Teleborian.
Ogni volta che entrava nell'hard disk di Teleborian aveva la sensazione
che la temperatura corporea le scendesse di qualche grado.
Trovò la perizia psichiatrica su di lei che il dottore aveva già formulato
anche se non l'aveva ancora visitata. La prosa era molto migliorata, ma nel
complesso non c'era niente di nuovo. Scaricò la perizia e la girò a Tavola
Balorda. Controllò la posta elettronica di Teleborian delle ultime ventiquattr'ore scorrendo una mail dopo l'altra. Stava quasi per trascurare un
breve messaggio.
Sabato ore 15. Galleria stazione centrale.
Jonas
Maledizione. Jonas. Compare in un sacco di mail indirizzate a Telebo-
rian. Usa un account Hotmail non identificabile.
Lisbeth spostò lo sguardo sull'orologio digitale. Le due e ventotto.
Chiamò l'Icq di Blomkvist. Nessuna risposta.
Mikael Blomkvist aveva stampato le duecentoventi pagine già pronte.
Poi aveva spento il computer e si era seduto al tavolo della cucina di Lisbeth armato di matita.
Era soddisfatto della sua inchiesta. Ma c'era ancora da tappare il buco
più grosso. Come avrebbe fatto a trovare il resto della Sezione? Malin aveva ragione. Era impossibile. Il tempo stringeva.
Lisbeth imprecò e chiamò l'Icq di Plague. Nessuna risposta. Guardò l'ora. Le due e mezza.
Si sedette sul letto e richiamò alla memoria gli account Icq. Provò prima
con Henry Cortez e poi con Malin Eriksson. Nessuna risposta. Sabato. Tutti liberi. Diede un'altra occhiata all'ora. Le due e trentadue.
Provò a raggiungere Erika Berger. Niente. Le ho detto di andare a casa.
Merda. Due e trentatré.
Avrebbe potuto mandare un sms al cellulare di Mikael Blomkvist... ma
era sotto controllo. Si mordicchiò il labbro inferiore.
Alla fine si voltò disperata verso il comodino e suonò per chiamare un
infermiere. Erano le due e trentacinque quando la chiave girò nella serratura e un'infermiera sulla cinquantina di nome Agneta mise dentro la testa.
«Salve. Qualche problema?»
«Il dottor Anders Jonasson è in reparto?»
«Non si sente bene?»
«No, sto bene. Ma avrei bisogno di scambiare due parole con lui. Se fosse possibile.»
«L'ho visto un attimo fa. Di cosa si tratta?»
«Devo proprio parlargli.»
Agneta corrugò le sopracciglia. La paziente Lisbeth Salander non aveva
mai chiamato gli infermieri se non quando aveva un forte mal di testa o
qualche altro problema urgente, non si era mai lamentata di niente e non
aveva mai chiesto di parlare con un medico in particolare. Tuttavia Agneta
aveva notato che Anders Jonasson dedicava volentieri del tempo alla paziente agli arresti, che altrimenti mostrava una chiusura totale verso il
mondo esterno. Era possibile che il dottore avesse stabilito un qualche contatto con lei.
«Okay. Sento se ha tempo» disse Agneta con gentilezza, e chiuse la porta. A chiave. In quel preciso momento l'orologio passò dalle due e trentasei
alle due e trentasette.
Lisbeth si alzò dal letto e andò alla finestra. A intervalli regolari dava
un'occhiata all'orologio. Due e trentanove. Due e quaranta.
Alle due e quarantaquattro sentì dei passi nel corridoio e il tintinnio del
mazzo di chiavi della guardia della Securitas. Anders Jonasson diede a Lisbeth Salander un'occhiata interrogativa e colse il suo sguardo disperato.
«È successo qualcosa?»
«Sta succedendo qualcosa proprio adesso. Ha con sé un cellulare?»
«Eh?»
«Un cellulare. Ho bisogno di fare una telefonata.»
Jonasson guardò esitante verso la porta.
«Anders... Ho bisogno di un cellulare. Subito!»
Anders Jonasson sentì la disperazione nella sua voce. Infilò una mano in
una tasca interna e tirò fuori il suo Motorola. Lisbeth glielo strappò letteralmente di mano. Non poteva telefonare a Mikael Blomkvist perché le sue
chiamate venivano intercettate dal nemico. Il problema era che non le aveva dato il numero del suo cellulare anonimo. Non l'aveva ritenuto necessario. Non si sarebbe mai aspettato che lei lo chiamasse dal suo isolamento.
Lisbeth esitò una frazione di secondo, quindi compose il numero del cellulare di Erika Berger. Dopo tre squilli Erika rispose.
Erika era sulla sua Bmw a un chilometro dalla sua casa di Saltsjöbaden
quando ricevette una chiamata che non si aspettava. D'altra parte Lisbeth
Salander l'aveva già sorpresa quella mattina.
«Berger.»
«Salander. Non ho tempo di spiegarti. Hai il numero del telefono anonimo di Blomkvist? Quello che non è sotto controllo.»
«Sì.»
«Chiamalo. Subito! Teleborian incontra Jonas alla galleria della stazione
centrale alle tre.»
«Cosa...»
«Sbrigati. Teleborian. Jonas. Galleria stazione centrale. Tre. Ha un quarto d'ora di tempo.»
Lisbeth chiuse subito la conversazione per evitare che Erika sprecasse
secondi preziosi con domande inutili. Guardò l'orologio. Era appena passato alle due e quarantasei.
Erika parcheggiò lungo la strada. Si allungò verso la borsa. Prese l'agenda e trovò il numero che Mikael le aveva dato la sera che erano andati al
Samirs Gryta.
Mikael Blomkvist sentì il trillo. Si alzò dal tavolo, tornò nello studio di
Lisbeth e prese il cellulare dalla scrivania.
«Sì?»
«Erika.»
«Ciao.»
«Teleborian incontrerà Jonas alla galleria della stazione centrale alle tre.
Hai pochi minuti.»
«Come? Cosa?»
«Teleborian...»
«Ho sentito. Come fai a saperlo?»
«Smettila di discutere e corri.»
Mikael guardò l'ora. Le due e quarantasette.
«Grazie. Ciao.»
Afferrò la borsa del computer. Prese le scale invece di aspettare l'ascensore. Mentre correva fece il numero del T10 blu di Henry Cortez.
«Cortez.»
«Dove sei?»
«In libreria. Alla Akademibokhandel.»
«Teleborian incontrerà Jonas alla galleria della stazione centrale alle tre.
Io sto arrivando ma tu sei più vicino.»
«Accidenti. Corro.»
Mikael fece Götgatan a tutta velocità fino a Slussen. Guardò con la coda
dell'occhio l'orologio solo quando col fiatone raggiunse Slussplan. Forse
Monica Figuerola non aveva tutti i torti quando gli diceva che avrebbe dovuto allenarsi a correre. Le due e cinquantasei. Non sarebbe arrivato in
tempo. Si guardò intorno in cerca di un taxi.
Lisbeth restituì il cellulare ad Anders Jonasson.
«Grazie» disse.
«Teleborian?» domandò Jonasson. Non aveva potuto fare a meno di sentire il nome.
Lei annuì e incrociò il suo sguardo.
«Teleborian è una persona davvero molto brutta. Non può immaginare
quanto.»
«No. Ma posso immaginare che proprio adesso sta succedendo qualcosa
che ti ha agitata più di quanto sia mai successo in tutto il tempo che ti ho
avuta in cura. Spero che tu sappia quello che fai.»
Lisbeth gratificò Jonasson del suo sorriso storto.
«Credo che avrà una risposta a questa domanda in un futuro molto prossimo» disse.
Henry Cortez corse fuori dall'Akademibokhandel come un razzo. Attraversò Sveavägen sul viadotto di Mäster Samuelsgatan e proseguì dritto
verso Klara Norra dove svoltò sul Klarabergsviadukten superando
Vasagatan. Attraversò Klarabergsgatan tra un autobus e due macchine che
gli strombazzarono ed entrò alla stazione centrale esattamente alle tre.
Prese le scale mobili verso l'atrio centrale facendo tre gradini alla volta e
passò di corsa davanti al Pocketshop prima di rallentare l'andatura per non
attirare l'attenzione. Fissava concentrato la gente in galleria.
Non riusciva a scorgere né Teleborian né l'uomo che Christer Malm aveva fotografato fuori dal Copacabana e che pensavano potesse essere
Jonas. Guardò l'ora. Le tre e un minuto. Era affannato come se avesse corso la maratona di Stoccolma.
Tentò la sorte. Attraversò l'atrio uscendo su Vasagatan. Si fermò e si
guardò intorno, esaminando ogni persona fin dove arrivava il suo sguardo.
Niente Peter Teleborian. Niente Jonas.
Fece dietrofront e tornò velocemente dentro. Le tre e tre. In galleria non
si vedeva nessuno.
Poi alzò gli occhi e colse il profilo arruffato di Teleborian che passava
davanti all'edicola dall'altra parte dell'atrio. L'attimo dopo si materializzò
al suo fianco l'uomo delle foto di Christer Malm. Jonas. Attraversarono l'atrio centrale e uscirono su Vasagatan.
Henry Cortez tirò il fiato. Si asciugò il sudore dalla fronte con la mano e
cominciò a seguire i due uomini.
Mikael Blomkvist arrivò alla stazione centrale in taxi alle tre e sette. Si
affrettò a raggiungere l'atrio centrale ma non riuscì a scorgere né Teleborian né Jonas. E neppure Henry Cortez.
Tirò fuori il suo T10 per chiamare Henry nell'attimo stesso in cui cominciava a suonargli in mano.
«Li ho localizzati. Sono seduti al pub Tre Remmare in Vasagatan, all'altezza della stazione della metropolitana di Akalla.»
«Grazie Henry. Tu dove sei?»
«Al bancone del bar. Mi bevo una birra. Me la sono guadagnata.»
«Okay. Mi possono riconoscere, per cui mi tengo alla larga. Non hai
nessuna possibilità di sentire quello che dicono, immagino?»
«Nessuna. Di Jonas vedo la schiena, e quel dannato di Teleborian borbotta quando parla per cui non posso nemmeno leggergli le labbra.»
«Capisco.»
«Ma potremmo avere un problema.»
«Quale?»
«Jonas ha appoggiato il portafoglio e il cellulare sul tavolino. E ha messo le chiavi di un'auto sul portafoglio.»
«Okay. Ci penso io.»
Il cellulare di Monica Figuerola fece partire una suoneria polifonica che
riproduceva il tema di C'era una volta il West. Monica mise da parte il libro sulla concezione di dio nell'antichità che non era ancora riuscita a finire.
«Ciao. Sono Mikael. Cosa fai?»
«Sono a casa con le foto dei miei vecchi amanti. Sono stata piantata
stamattina.»
«Scusa. La macchina è nelle vicinanze?»
«L'ultima volta che ho controllato era ancora parcheggiata qui fuori.»
«Bene. Hai voglia di farti un giretto in città?»
«Non particolarmente. Cosa succede?»
«Peter Teleborian sta bevendo una birra con Jonas giù in Vasagatan. E
siccome io collaboro con la burocrazia da Stasi della Säpo ho pensato che
magari eri interessata ad aggregarti.»
Monica si era già alzata dal divano e stava prendendo le chiavi della
macchina.
«Non stai scherzando, vero?»
«Non direi. E Jonas ha messo le chiavi di una macchina davanti a sé sul
tavolino.»
«Arrivo.»
Malin Eriksson non rispondeva al telefono, ma Mikael ebbe comunque
fortuna e riuscì a trovare Lottie Karim che era ai grandi magazzini Åhléns
alla ricerca di un regalo di compleanno per il marito. Le ordinò di fare uno
straordinario e di raggiungere al più presto Henry. Poi richiamò Henry.
«Il piano è questo. Fra cinque minuti sarò sul posto in macchina. Parcheggeremo in Järnvägsgatan fuori dal pub.»
«Okay.»
«Lottie sarà lì da te fra qualche minuto.»
«Bene.»
«Quando lasciano il pub tu agganci Jonas. Lo segui a piedi e mi tieni informato. Appena lo vedi avvicinarsi a una macchina me lo dici. Lottie aggancia Teleborian. Se non facciamo in tempo ad arrivare, prendi il numero
di targa.»
«Okay.»
Monica parcheggiò davanti al Nordic Light Hotel, vicino alla stazione
dell'Arlanda Express. Mikael Blomkvist aprì la portiera un minuto dopo
che era arrivata.
«Dove sono?»
Mikael le spiegò tutto.
«Devo chiamare rinforzi.»
«Non preoccuparti. Sono sotto controllo. Troppi cuochi rischiano di incasinare il piatto.»
Monica lo guardò sospettosa.
«E tu come hai fatto a sapere che ci sarebbe stato questo incontro?»
«Spiacente. Protezione delle fonti.»
«Avete i vostri dannati servizi segreti, a Millennium?» sbottò lei.
Mikael aveva l'aria soddisfatta. Era sempre divertente battere la Säpo sul
suo stesso terreno.
In realtà lui non aveva la più pallida idea di come Erika avesse potuto telefonargli informandolo che Teleborian e Jonas si sarebbero incontrati.
Dall'8 aprile non era più al corrente del lavoro redazionale di Millennium.
Sapeva di Teleborian, ovviamente, ma Jonas era comparso sulla scena a
maggio, dunque Erika non poteva sapere che esisteva e ancor meno che
aveva attirato l'attenzione sia di Millennium sia della polizia segreta.
Avrebbe dovuto fare quanto prima una bella chiacchierata con Erika
Berger.
Lisbeth Salander sporse le labbra e osservò lo schermo del suo palmare.
Dopo la telefonata fatta con il cellulare del dottor Anders Jonasson aveva
messo da parte tutti i pensieri sulla Sezione e si era concentrata sul problema di Erika. Aveva eliminato tutti gli uomini sposati. Sapeva che stava
andando a caso, che alla base di quella scelta non c'era un ragionamento.
Penna Velenosa poteva essere un buon marito con cinque figli e un cane.
Poteva essere un custode. Poteva perfino essere una donna, anche se Lisbeth non lo pensava.
Semplicemente, voleva ridurre il numero dei nomi, e con quest'ultima
mossa lo aveva portato da quarantotto a diciotto. Constatò che erano rimasti per lo più reporter di una certa importanza, capi e vicecapi dai trentacinque anni in su. Se non avesse trovato niente di interessante fra quelli,
sarebbe tornata ad ampliare l'elenco.
Alle quattro del pomeriggio entrò nella homepage di Hacker Republic e
passò il tutto a Plague. Lui la chiamò dopo qualche minuto.
Diciotto nomi. Cosa?
Un piccolo progetto collaterale. Consideralo un esercizio.
Okay.
Uno dei nomi è quello di un farabutto. Trovalo.
Secondo quale criterio?
Devi lavorare in fretta. Domani mi staccano la spina. Dobbiamo trovarlo prima.
Lisbeth spiegò a Plague la situazione di Erika.
Okay. C'è da guadagnarci qualcosa?
Lisbeth rifletté un secondo.
Certo. Che non verrò a dar fuoco alla tua casa.
Lo faresti?
Ogni volta che ti chiedo di fare qualcosa per me ti pago. Stavolta non è
per me. Considerala una tassa.
Cominci a mostrare segni di competenza sociale.
Allora?
Okay.
Lisbeth uscì da Icq e inserì il codice di accesso alla redazione dell'Smp.
Erano già le quattro e venti quando Henry Cortez telefonò.
«Stanno per muoversi.»
«Okay. Noi siamo pronti.»
Silenzio.
«Si sono separati fuori dal pub. Jonas va verso nord. Lottie segue Teleborian verso sud.»
Mikael alzò un dito e indicò Jonas che passava in Vasagatan. Monica
annuì. Qualche secondo dopo, Mikael vide anche Henry Cortez. Monica
avviò il motore.
«Attraversa Vasagatan e prosegue in direzione di Kungsgatan.»
«Resta a distanza in modo che non ti scopra.»
«C'è un sacco di gente in giro.»
Silenzio.
«Va verso nord lungo Kungsgatan.»
«Verso nord lungo Kungsgatan» ripeté Mikael.
Monica ingranò la marcia e uscì in Vasagatan. Dovette fermarsi un attimo al semaforo rosso.
«Dove siete ora?» domandò Mikael quando svoltarono in Kungsgatan.
«All'altezza dei magazzini Pub. Cammina veloce. Ecco, ora svolta in
Drottninggatan in direzione nord.»
«Drottninggatan direzione nord» ripeté Mikael.
«Okay» disse Monica e fece una svolta vietata in Klara Norra
Kyrkogatan per portarsi verso Olof Palmes Gata. Frenò davanti alla Sif
Huset. Jonas attraversò Olof Palmes Gata e risalì verso Sveavägen. Henry
lo seguiva dall'altra parte della strada.
«Va verso est...»
«Okay. Vi vediamo entrambi.»
«Svolta in Holländargatan... Pronto!... macchina, un'Audi rossa.»
«Macchina» disse Mikael e annotò la targa che Cortez gli aveva rapidamente dettato.
«Come è parcheggiato?» domandò Monica.
«Muso a sud. Esce davanti a voi in Olof Palmes Gata... ora.»
Monica era già in movimento. Passò davanti a Drottninggatan. Suonò il
clacson facendo spostare un paio di pedoni che cercavano di attraversare
con il rosso.
«Grazie, Henry. Adesso ci pensiamo noi.»
La Audi rossa si diresse verso sud uscendo in Sveavägen. Monica la seguì prendendo al tempo stesso il cellulare con la sinistra e componendo un
numero.
«Puoi controllare una targa? È di un'Audi rossa» disse, e dettò il numero.
«Jonas Sandberg, nato nel 1971. Come hai detto? Helsingörsgatan,
Kista. Grazie.»
Mikael annotò le informazioni.
Seguirono la Audi rossa da Hamngatan fino a Strandvägen e poi su in
Artillerigatan. Jonas Sandberg parcheggiò a un isolato dall'Armémuseum.
Attraversò la strada e sparì dentro il portone di un edificio fine Ottocento.
«Mmm» fece Monica, guardando Mikael con la coda dell'occhio.
Lui annuì. Jonas Sandberg era entrato in una casa che si trovava a un isolato da quella in cui il primo ministro aveva preso in prestito un appartamento per una riunione privata.
«Bel lavoro» disse Monica.
In quel momento chiamò Lottie Karim e riferì che il dottor Peter Teleborian era salito in Klarabergsgatan con le scale mobili dalla stazione centrale e di lì aveva proseguito a piedi fino alla centrale della polizia a
Kungsholmen.
«La centrale? Alle cinque di sabato?» domandò Mikael.
Monica e Mikael si scambiarono un'occhiata dubbiosa. Monica rifletté
per qualche secondo. Poi prese il cellulare e chiamò l'ispettore Jan Bublanski.
«Salve. Monica, Rps/Säk. Ci siamo incontrati in Norr Mälarstrand un po'
di tempo fa.»
«Cosa vuoi?» disse Bublanski.
«Hai qualcuno di reperibile?»
«Sonja Modig» disse Bublanski.
«Avrei bisogno di un favore. Sai se è alla centrale?»
«Ne dubito. Il tempo è magnifico ed è sabato sera.»
«Okay. Avrei bisogno che qualcuno facesse una commissione per me
nel corridoio del procuratore Richard Ekström. Vorrei sapere se c'è riunione da lui.»
«Riunione?»
«Non ho tempo di spiegarti. Ho solo bisogno di sapere se in questo momento è con qualcuno. E se sì, con chi.»
«Vuoi che vada a spiare un procuratore, che è anche il mio superiore?»
Monica inarcò le sopracciglia. Poi alzò le spalle.
«Sì» disse.
«Okay» disse l'ispettore, e mise giù il telefono.
Sonja Modig si trovava più vicino alla centrale di quanto Bublanski avesse immaginato. Era seduta con suo marito a bere il caffè sulla terrazza
di un'amica che abitava a Vasastan. Erano liberi e allegri dal momento che
i genitori di Sonja si erano fatti carico dei bambini per una settimana di vacanza, e stavano programmando qualcosa di antiquato, come mangiare un
boccone da qualche parte e poi andare al cinema.
Bublanski le spiegò di cosa si trattava.
«E quale pretesto dovrei addurre per piombare nell'ufficio di Ekström?»
«Gli avevo promesso un aggiornamento su Niedermann ieri, ma ho dimenticato di consegnarglielo prima di andare a casa. È sulla mia scrivania.»
«Okay» disse Sonja.
Poi guardò suo marito e la loro amica.
«Devo fare un salto alla centrale. Prendo la macchina, con un po' di fortuna sarò di ritorno fra un'ora.»
Il marito sospirò. L'amica sospirò.
«Sono reperibile» si giustificò Sonja.
Parcheggiò in Bergsgatan e salì nell'ufficio di Bublanski a recuperare i
tre fogli che costituivano il magro risultato delle indagini su Ronald Niedermann, ricercato per l'omicidio di un agente di polizia.
Non è certo granché.
Poi uscì sulle scale e salì di un piano. Si fermò nel corridoio. La centrale
era quasi deserta in quella sera d'estate. Sonja non si muoveva di soppiatto,
semplicemente camminava senza fare rumore. Si fermò fuori dalla porta
chiusa di Ekström. Sentì delle voci e si mordicchiò il labbro inferiore.
All'improvviso le mancava il coraggio. In una situazione normale avrebbe bussato alla porta, l'avrebbe aperta e avrebbe esclamato: Ah, sei ancora
qui!, e sarebbe entrata con disinvoltura. Questa volta le sembrava che avrebbe avuto una nota falsa.
Si guardò intorno.
Perché Bublanski le aveva telefonato? Cosa c'entrava la riunione?
Guardò con la coda dell'occhio il corridoio. Di fronte all'ufficio di
Ekström c'era una sala riunioni per una decina di persone. Lei stessa era
stata lì dentro in diverse occasioni.
Entrò nella sala riunioni e chiuse la porta senza fare rumore. Le veneziane erano abbassate e la parete di vetro verso il corridoio era oscurata dalle
tende. La stanza era immersa nella penombra. Prese una sedia, si sedette e
scostò una tenda quel tanto che bastava per sbirciare nel corridoio.
Si sentiva a disagio. Se qualcuno avesse aperto la porta, le sarebbe stato
molto difficile spiegare cosa stava facendo lì dentro. Prese il cellulare e
guardò l'ora. Pochi minuti alle sei. Tolse la suoneria e si appoggiò contro
lo schienale della sedia, fissando la porta chiusa dell'ufficio di Ekström.
Alle sette di sera Plague chiamò Lisbeth Salander.
Okay. Sono l'administrator dell'Smp.
Dove?
Lui le passò un indirizzo.
Non ce la faremo in ventiquattr'ore. Anche se abbiamo la posta elettronica di tutti i diciotto ci vorranno giorni per violare i loro computer di casa. La maggior parte probabilmente non sarà nemmeno collegata di sabato sera.
Tu ti concentri sui loro computer di casa, io su quelli all'Smp.
Era quello che pensavo anch'io. Il tuo palmare è un po' limitato. Qualcuno in particolare?
No. Uno qualsiasi.
Okay.
Plague?
Sì.
Se non troviamo nessuno entro domani voglio che continui.
Okay.
Nel qual caso ti pagherei.
Lascia stare. È solo un divertimento.
Lisbeth uscì da Icq e andò all'indirizzo dove Plague aveva scaricato tutti
i diritti dell'administrator dell'Smp. Controllò se Peter Fleming fosse collegato. Non lo era. Assunse le sue facoltà ed entrò nel server di posta
dell'Smp. In tal modo era in grado di leggere tutto quello che era passato
per la posta, anche i messaggi già cancellati dai singoli account.
Cominciò con Ernst Teodor Billing, quarantatré anni, uno dei direttori di
notte dell'Smp. Aprì la sua posta e cominciò a leggerla andando indietro
nel tempo. Dedicava circa due secondi a ogni messaggio, abbastanza per
capire chi l'avesse mandato e cosa contenesse. Dopo qualche minuto aveva
imparato a distinguere posta ordinaria, promemoria, pianificazioni e altre
cose di scarso interesse. Cominciò a trascurare quel genere di messaggi.
Di messaggio in messaggio andò indietro nel tempo di tre mesi. Poi cominciò a leggere solo l'oggetto dei messaggi e ad aprire solo quelli ai quali
aveva in qualche modo reagito. Seppe che Ernst Billing frequentava una
donna che si chiamava Sofia, con la quale usava un tono antipatico. D'altra
parte Billing usava un tono antipatico con la maggior parte di quelli ai quali scriveva qualcosa di personale - reporter, addetti al layout e altri. Ciò
nonostante, le sembrava degno di nota che un uomo apostrofasse la sua
amichetta con espressioni come dannata cicciona, testa di legno e brutta
stronza.
Arrivata ai messaggi di un anno prima si fermò. Passò all'Explorer di
Billing e cominciò a studiare il suo modo di navigare. Notò che, come la
maggior parte degli uomini della sua età, visitava regolarmente alcuni siti
porno. Per il resto però navigava più che altro per lavoro. Constatò che aveva un interesse per le automobili e spesso visitava siti dove venivano
presentati i nuovi modelli.
Dopo circa un'ora abbandonò Billing e lo depennò dall'elenco. Passò
quindi a Lars Örjan Wollberg, cinquantun anni, reporter veterano della redazione giudiziaria.
Torsten Edklinth fece il suo ingresso alla centrale della polizia a
Kungsholmen alle sette e mezza del sabato sera. Monica Figuerola e
Mikael Blomkvist lo stavano aspettando. Si sedettero allo stesso tavolo da
riunioni al quale Blomkvist era stato seduto il giorno prima.
Edklinth si stava muovendo su un terreno minato. Aveva infranto molte
regole interne permettendo a Blomkvist di accedere al corridoio. Monica
non aveva facoltà di invitarlo di propria iniziativa. Di solito nemmeno i
coniugi potevano entrare nei corridoi segreti dell'Rps/Säk - dovevano aspettare pazientemente sulle scale. E per giunta Blomkvist era un giornalista. In futuro gli avrebbe permesso solo di accedere all'ufficio provvisorio
di Fridhemsplan.
D'altro lato per i corridoi giravano spesso estranei con permessi speciali.
Ospiti stranieri, ricercatori, accademici, consulenti occasionali... Edklinth
piazzò Blomkvist nella casella dei consulenti occasionali. Tutte quelle
chiacchiere sulla sicurezza erano, alla fin fine, solo parole. Qualcuno decideva che a una certa persona fosse assegnato un qualche livello di idoneità.
Tutto lì. Edklinth aveva deciso che, se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe
detto che aveva assegnato lui stesso a Blomkvist l'idoneità.
Se non ci fossero stati problemi, ovviamente. Edklinth si sedette e guardò Monica.
«Come hai saputo dell'incontro?»
«Blomkvist mi ha telefonato alle quattro» rispose lei con un sorriso.
«E lei come ha saputo dell'incontro?»
«Da una fonte» disse Mikael Blomkvist.
«Devo concludere che lei in qualche modo sorveglia Teleborian?»
Monica scosse la testa.
«È stato il mio primo pensiero» disse con voce allegra, come se Mikael
Blomkvist non ci fosse. «Ma non regge. Anche se qualcuno pedinasse Teleborian su incarico di Blomkvist, non avrebbe potuto sapere in anticipo
che Teleborian avrebbe incontrato Jonas Sandberg.»
Edklinth annuì lentamente.
«Perciò... cosa resta? Intercettazioni illegali o cosa?»
«Posso assicurarvi che non sto intercettando le telefonate di nessuno e
che non ho neppure sentito parlare di qualcosa di simile» disse Mikael per
ricordare che c'era anche lui. «Siamo realistici... Le intercettazioni illecite
sono la specialità di alcune istituzioni statali.»
Edklinth sporse le labbra.
«Dunque non vuole raccontarci come ha avuto l'informazione sull'incontro.»
«Al contrario. L'ho già raccontato. L'ho avuta da una fonte. E una fonte
gode della protezione delle fonti. Che ne dite di concentrarci invece su ciò
che possiamo ricavarne?»
«I cani sciolti non mi piacciono» disse Edklinth. «Ma okay. Cosa sappiamo?»
«L'uomo si chiama Jonas Sandberg» disse Monica. «Un sommozzatore
d'assalto che ha frequentato la scuola di polizia nei primi anni novanta. Ha
lavorato prima a Uppsala e poi a Södertälje.»
«Tu vieni da Uppsala.»
«Sì, ma non ci siamo incontrati per un pelo. Io ho cominciato proprio
quando lui è passato a Södertälje.»
«Okay.»
«È stato reclutato per il controspionaggio dell'Rps/Säk nel 1998 e destinato a una missione segreta all'estero nel 2000. Secondo i nostri documenti
ora dovrebbe essere all'ambasciata di Madrid. Ho controllato con l'ambasciata. Non hanno la minima idea di chi sia Jonas Sandberg.»
«Proprio come Mårtensson. Trasferito ufficialmente in un posto dove
nessuno lo ha mai visto.»
«È solo il capodivisione che ha la possibilità di fare cose del genere e di
farle funzionare.»
«In un caso normale si potrebbe pensare a un pasticcio nella gestione
delle scartoffie. Noi ce ne accorgiamo perché andiamo a guardare i dettagli. Ma se qualcuno comincia a insistere si limitano a rispondere che è una
questione segreta o che ha a che fare con il terrorismo.»
«Resta ancora da controllare il bilancio.»
«Il responsabile di bilancio?»
«Forse.»
«Okay. Altro?»
«Jonas Sandberg abita a Sollentuna. È scapolo ma ha avuto un figlio da
un'insegnante di Södertälje. Nessun'altra annotazione. Licenza per due armi da fuoco. Diligente. Completamente astemio. L'unica cosa un po' fuori
dall'ordinario è che sembra essere credente e che negli anni novanta ha fatto parte della chiesa Livets Ord, Parola di vita.»
«Come l'hai saputo?»
«Ho parlato con il mio vecchio capo a Uppsala. Ricorda Sandberg molto
bene.»
«Okay. Un sommozzatore d'assalto cristiano con due armi e un figlio a
Södertälje. Altro?»
«L'abbiamo identificato circa tre ore fa. Mi sembra che sia abbastanza.»
«Scusa. Cosa sappiamo della casa di Artillerigatan?»
«Non molto. Stefan sta cercando qualcuno del catasto. Abbiamo i disegni dell'edificio. Fine Ottocento. Sei piani per un totale di ventidue appartamenti più otto in una piccola dépendance sul retro. Abbiamo anche l'elenco degli inquilini, ma non ho trovato niente di interessante. Due hanno
avuto delle condanne.»
«Chi?»
«Un certo Lindström, al primo piano. Sessantatré anni. Condannato negli anni settanta per una truffa ai danni di un'assicurazione. E un certo Wittfelt, al terzo piano. Quarantasette anni. Condannato due volte per maltrattamenti ai danni della ex moglie.»
«Mmm.»
«In generale ci abita una classe media ben assortita. C'è solo un appartamento che desta qualche interrogativo.»
«Quale?»
«Quello all'ultimo piano. Undici locali, un appartamento di rappresentanza. È di una società che si chiama Bellona.»
«E di cosa si occupano?»
«Questo lo sa il cielo. Fanno analisi di mercato e hanno un giro d'affari
di circa trenta milioni di corone l'anno. Tutti i soci sono residenti all'estero.»
«Aha.»
«Cosa significa, aha?»
«Solo aha. Continua.»
In quell'attimo entrò il collaboratore che Mikael conosceva solo come
Stefan.
«Salve capo» disse rivolto a Edklinth. «Questa è divertente. Ho control-
lato la storia della Bellona.»
«E?» chiese Monica.
«È stata fondata negli anni settanta e ha acquistato l'appartamento dagli
eredi del precedente proprietario, una donna di nome Kristina Cederholm,
nata nel 1917.»
«Aha?»
«La signora era sposata con Hans Wilhelm Francke, il cowboy che si
scontrò con P.G. Vinge quando fu fondata l'Rps/Säk.»
«Bene» disse Torsten Edklinth. «Molto bene. Monica, voglio che l'edificio sia sorvegliato giorno e notte. Scopri che telefoni ci sono. Voglio sapere chi va e chi viene, che macchine si fermano a quell'indirizzo. Il solito.»
Edklinth guardò Mikael Blomkvist con la coda dell'occhio. Sembrava
che avesse intenzione di dire qualcosa, ma si bloccò. Mikael assunse un'espressione perplessa.
«È soddisfatto del flusso di informazioni?» domandò Edklinth alla fine.
«Completamente. E lei è soddisfatto del contributo di Millennium?»
Edklinth annuì lentamente.
«È consapevole del fatto che potrei avere grossi problemi per questo?»
disse.
«Non da parte mia. Io considero le vostre informazioni come provenienti
da fonte protetta. Riporterò i fatti, ma non come li ho appresi. Prima di andare in stampa le farò un'intervista formale. Se non vorrà rispondere dirà:
Nessun commento. O magari scriverà qualcosa su ciò che pensa della Sezione speciale di analisi. Deciderà lei.»
Edklinth annuì.
Mikael era soddisfatto. Nel giro di poche ore la Sezione aveva improvvisamente assunto una forma fisica. Quello era un vero risultato.
Sonja Modig constatò frustrata che la riunione nell'ufficio del procuratore Ekström stava andando per le lunghe. Aveva trovato una bottiglia di acqua minerale dimenticata sul tavolo da riunioni. Aveva telefonato due volte a suo marito dicendogli che avrebbe tardato e promettendogli di ricompensarlo con una piacevole serata non appena fosse riuscita a tornare a casa. Cominciava a essere impaziente, e si sentiva un'intrusa.
Solo alle sette e mezza la riunione ebbe termine. Sonja era del tutto impreparata quando la porta si aprì e Hans Faste uscì nel corridoio. Il poliziotto fu seguito immediatamente dal dottor Peter Teleborian. Quindi uscì
un uomo anziano con i capelli grigi che Sonja Modig non aveva mai visto
prima. Alla fine arrivò anche il procuratore Ekström, si infilò la giacca,
spense la luce e chiuse a chiave la porta.
Sonja sollevò il cellulare e scattò delle foto al gruppo fuori dalla porta di
Ekström. Passò qualche secondo prima che si muovessero lungo il corridoio.
Sonja trattenne il respiro quando passarono davanti alla sala riunioni dove lei stava acquattata. Si rese conto di essere madida di sudore freddo
quando finalmente li sentì chiudere la porta delle scale. Si alzò, ma aveva
le ginocchia che le tremavano.
Bublanski telefonò a Monica Figuerola poco dopo le otto di sera.
«Volevi sapere se Ekström ha incontrato qualcuno.»
«Sì» disse Monica.
«La riunione è terminata poco fa. Ekström ha incontrato il dottor Peter
Teleborian e il mio ex collaboratore ispettore Hans Faste, oltre a una persona più anziana che non conosciamo.»
«Un attimo» disse Monica, mise una mano sul ricevitore e si rivolse agli
altri. «La nostra intuizione ha dato i suoi frutti. Teleborian è andato da
Ekström.»
«Sei ancora lì?»
«Scusa. Abbiamo qualche connotato del misterioso terzo uomo?»
«Ancora meglio. Abbiamo una foto. Te la mando.»
«Splendido. Ti devo un grosso favore.»
«Sarebbe ancora più bello sapere cosa sta succedendo.»
«Ci risentiamo.»
Edklinth, Monica e Mikael rimasero seduti in silenzio per qualche minuto intorno al tavolo da riunioni.
«Okay» disse Edklinth alla fine. «Teleborian incontra la Sezione dopo di
che va dal procuratore Ekström. Darei non poco per sapere di cosa hanno
parlato.»
«Può sempre chiedere a me» suggerì Mikael.
Edklinth e Monica Figuerola lo guardarono.
«Si sono incontrati per ritoccare i dettagli della strategia per inchiodare
Lisbeth Salander al processo.»
Monica Figuerola lo fissò. Poi annuì lentamente.
«Questa è solo una congettura» disse Edklinth. «A meno che lei non abbia poteri paranormali.»
«Non è una congettura» disse Mikael. «Si sono incontrati per discutere i
dettagli della perizia psichiatrica su Lisbeth Salander. Teleborian l'ha appena terminata.»
«Non ha senso. Lisbeth Salander non è nemmeno stata visitata.»
Mikael Blomkvist alzò le spalle e aprì la borsa del computer.
«Niente del genere ha mai fermato Teleborian. Ecco l'ultima versione
della perizia. Come potete vedere, porta la data della settimana in cui comincerà il processo.»
Edklinth e Monica Figuerola fissarono il foglio che avevano davanti. Alla fine si guardarono lentamente e poi guardarono Blomkvist.
«E dove è andato a prenderlo questo?» chiese Edklinth.
«Spiacente. Protezione delle fonti» rispose Mikael.
«Blomkvist... dovremmo fidarci gli uni degli altri. Lei invece ci tace delle informazioni. Ha altre sorprese di questo genere?»
«Sì. È ovvio che ho dei segreti. Ma sono convinto che anche lei non mi
abbia dato carta bianca su tutto qui alla Säpo. O sbaglio?»
«Non è la stessa cosa.»
«Invece sì. È esattamente la stessa cosa. L'accordo prevede una collaborazione. Proprio come dice lei, dovremmo fidarci gli uni degli altri. Io non
nascondo nulla che possa contribuire alla sua indagine per tracciare una
mappa della Sezione e dei reati che sono stati commessi. Vi ho consegnato
il materiale che dimostra come Teleborian abbia commesso un reato insieme a Björck nel 1991 e vi ho anticipato che lo incaricheranno di fare la
stessa cosa anche adesso. E questo è il documento che lo dimostra.»
«Però ha dei segreti.»
«Ovvio. Può interrompere la nostra collaborazione o accettare questa
condizione.»
Monica alzò diplomaticamente un dito.
«Scusate, questo significa che il procuratore Ekström lavora per la Sezione?»
Mikael corrugò le sopracciglia.
«Questo non lo so. Ho piuttosto la sensazione che sia un utile idiota di
cui la Sezione si serve. È un carrierista, ma a me sembra un tipo onesto,
forse un po' stupido. Una fonte mi ha riferito che ha bevuto quasi tutto
quello che Teleborian gli ha detto di Lisbeth Salander quando la caccia alla
ragazza era ancora in corso.»
«Non occorre molto per manipolarlo, è questo che intende?»
«Esatto. E Hans Faste è un altro idiota convinto che Lisbeth Salander sia
una satanista lesbica.»
Erika Berger era sola nella villa di Saltsjöbaden. Si sentiva paralizzata e
incapace di concentrarsi su qualsiasi lavoro sensato. Aspettava solo che
qualcuno le dicesse che in qualche sito Internet c'erano le sue foto.
Si sorprese a pensare più volte a Lisbeth Salander e si rese conto di avere investito troppo su di lei. Lisbeth era chiusa al Sahlgrenska. Le era proibito ricevere visite e non poteva neppure leggere i giornali. Però era una
ragazza dalle risorse sorprendenti. Nonostante l'isolamento era riuscita a
contattarla via Icq e poi anche al telefono. E due anni prima aveva distrutto
da sola l'impero di Wennerström e salvato Millennium.
Alle otto di sera Susanne Linder bussò alla porta. Erika trasalì come se
qualcuno avesse sparato un colpo di pistola.
«Salve. Cosa fai seduta al buio con quell'aria cupa?»
Erika annuì e accese la luce.
«Ciao. Vado a preparare il caffè...»
«No. Lascia che ci pensi io. È successo niente di nuovo?»
Certo. Lisbeth Salander si è fatta viva e ha preso il controllo del mio
computer. E mi ha telefonato dicendo che Teleborian e qualcun altro che
si chiama Jonas si sarebbero incontrati alla stazione centrale questo pomeriggio.
«No, niente di nuovo» disse. «Ma c'è un'ipotesi.»
«Okay.»
«Cosa ne pensi della possibilità che non sia uno stalker ma qualcuno
della mia cerchia di conoscenze che vuole mettermi in difficoltà?»
«Dov'è la differenza?»
«Uno stalker è uno che non conosci e che si è fissato su di te. L'altra variante è uno che vuole vendicarsi di te o sabotare la tua vita per motivi personali.»
«Ipotesi interessante. Come ti è venuta?»
«Io... ho discusso la situazione con una persona, oggi. Non posso dire
chi è, ma ha suggerito che le minacce di un vero stalker sono diverse. Soprattutto, uno stalker non avrebbe mai scritto le mail a Eva Carlsson. È una
cosa che non c'entra per niente.»
Susanne Linder annuì lentamente.
«Può essere. Non ho mai letto quelle mail. Posso darci un'occhiata?»
Erika tirò fuori il suo laptop e lo sistemò sul tavolo della cucina.
Monica Figuerola scortò Mikael Blomkvist fuori dalla centrale della po-
lizia alle dieci di sera. Si fermarono nello stesso punto di
Kronobergsparken del giorno prima.
«Eccoci qui di nuovo. Hai intenzione di dileguarti per lavorare o di venire a casa mia a fare sesso?»
«Be'...»
«Mikael, non ho intenzione di farti pressione. Se hai bisogno di lavorare,
fallo.»
«Ma lo sai, Figuerola, che dai una dannata dipendenza?»
«E tu non vuoi essere dipendente da nulla. È questo che vuoi dire?»
«No. Non in questo modo. Ma c'è una persona con cui devo parlare stanotte e ci vorrà un po' di tempo. Quando avrò finito, tu di sicuro ti sarai già
addormentata.»
Lei annuì.
«Ci vediamo.»
Lui la baciò sulla guancia e salì verso la fermata dell'autobus di Fridhemsplan.
«Blomkvist» gli gridò dietro lei.
«Cosa?»
«Sono libera anche domani mattina. Vieni a fare colazione, se ce la fai.»
21.
Sabato 4 giugno - lunedì 6 giugno
Lisbeth Salander percepì una serie di vibrazioni di cattivo auspicio
quando depennò il caposervizio dell'informazione Anders Holm. Aveva
cinquantotto anni, avrebbe dovuto essere escluso, ma lei l'aveva incluso
comunque, dal momento che lui ed Erika Berger avevano avuto più di uno
scontro. Era un macchinatore, scriveva una mail a uno per dire che un altro
aveva fatto un lavoro da schifo.
Ed Erika non gli piaceva. Holm dedicava parecchio spazio a interventi
del tipo: La befana ha detto così e ha fatto cosà. Ma navigava esclusivamente su pagine di lavoro. Se aveva altri interessi, evidentemente li coltivava nel tempo libero su qualche altro computer.
Lisbeth lo tenne fra i candidati al ruolo di Penna Velenosa, ma come poco probabile. Si soffermò un attimo a riflettere sul perché non fosse realmente convinta che potesse essere lui e giunse alla conclusione che Holm
era così maledettamente arrogante che non avrebbe avuto bisogno di mascherarsi dietro a dei messaggi anonimi. Se avesse voluto dare a Erika del-
la troia, l'avrebbe fatto apertamente. E non sembrava neanche il tipo che si
prende la briga di entrare di soppiatto in una casa nel cuore della notte.
Alle dieci fece una pausa ed entrò in Tavola Balorda, dove constatò che
Mikael non si era ancora rifatto vivo. Provò un vago nervosismo. Si chiese
cosa stesse combinando e se fosse riuscito ad arrivare in tempo da Teleborian.
Poi tornò al server dell'Smp.
Andò sul nome successivo, quello del segretario di redazione della pagina sportiva, Claes Lundin, ventinove anni. Aveva appena aperto la sua
mail quando si bloccò e si mordicchiò il labbro inferiore. Uscì da Lundin e
andò invece alla posta elettronica di Erika.
La scorse all'indietro. Era un elenco breve, dal momento che la sua casella di posta era stata aperta il 2 maggio. La prima mail era un promemoria inviato dal segretario di redazione Peter Fredriksson. Nel corso della
giornata parecchie persone avevano scritto per darle il benvenuto all'Smp.
Lisbeth lesse attentamente ogni messaggio. Notò che già dal primo giorno c'era stato un vago tono di ostilità nella corrispondenza con il caposervizio dell'informazione Anders Holm. I due sembravano in disaccordo su
tutto, e Holm cercava di rendere la vita difficile a Erika mandandole mail
anche su cose da nulla.
Trascurò pubblicità, spam e promemoria. Si concentrò sulla corrispondenza personale. Trovò calcoli relativi a budget e marketing, uno scambio
di messaggi con il direttore amministrativo Christer Sellberg durato una
settimana che poteva essere descritto come uno scontro sui tagli del personale, commenti infastiditi del responsabile della redazione giudiziaria a
proposito di un sostituto di nome Johannes Frisk che lavorava a un'inchiesta poco apprezzata. A parte le prime mail di benvenuto, si aveva l'impressione che non un solo membro della direzione vedesse qualcosa di positivo
nelle proposte di Erika.
Lisbeth fece un rapido calcolo. Di tutti i grandi capi dell'Smp che Erika
aveva intorno, c'erano solo quattro persone che non cercavano di minare la
sua posizione. Il presidente del consiglio d'amministrazione Borgsjö, il segretario di redazione Peter Fredriksson, il segretario di redazione della
prima pagina Gunnar Magnusson e quello delle pagine culturali Sebastian
Strandlund.
Non hanno mai sentito parlare delle donne all'Smp? Tutti i capi sono
uomini!
La persona con cui Erika aveva meno a che fare era il responsabile delle
pagine culturali. Da quando lavorava al giornale, aveva scambiato solo due
mail con Sebastian Strandlund. Le mail più gentili e più cordiali venivano
da Magnusson. Borgsjö era sempre conciso e secco. Tutti gli altri capi si
dedicavano apertamente a tenderle delle imboscate.
Perché diavolo questo gruppo di maschi ha scelto Erika Berger se la loro unica occupazione sembra essere quella di farla a pezzettini?
La persona con cui Erika sembrava avere più a che fare era il segretario
di redazione Peter Fredriksson. Era presente come un'ombra a tutti gli incontri. Preparava i promemoria, sollevava Erika da svariati problemi, coordinava il lavoro.
Scambiava mail con Erika una dozzina di volte al giorno.
Lisbeth le radunò tutte e le lesse a una a una. In alcuni casi Fredriksson
aveva avuto delle obiezioni su delle decisioni di Erika. E le spiegava le sue
ragioni. Erika sembrava avere fiducia in lui, dato che spesso accettava i
suoi consigli. Fredriksson non era mai ostile. Non c'era il minimo accenno
ad alcuna relazione personale con Erika.
Lisbeth chiuse la posta di Erika Berger e rifletté un momento.
Poi aprì l'account di Peter Fredriksson.
Plague aveva trafficato tutta la sera senza grandi risultati con i computer
di casa di diversi collaboratori dell'Smp. Era riuscito a entrare in quello del
caposervizio dell'informazione Anders Holm, dal momento che aveva una
linea aperta con l'ufficio in modo da potersi collegare in qualsiasi momento della giornata. Ma il computer privato di Holm era uno dei più noiosi
che Plague avesse mai violato. E con tutti gli altri nomi dell'elenco che Lisbeth Salander gli aveva passato aveva fallito. Una delle cause era che nessuna delle persone che aveva cercato era online quel sabato sera. Plague
aveva cominciato a stufarsi quando Lisbeth lo chiamò alle dieci e mezza.
Cosa?
Peter Fredriksson.
Okay.
Lascia perdere gli altri. Concentrati su di lui.
Perché?
Una sensazione.
Ci vorrà del tempo.
C'è una scorciatoia. Fredriksson è segretario di redazione e lavora con
un programma che si chiama Integrator per poter controllare da casa
quello che succede sul suo computer al giornale.
Non so niente di Integrator.
È un programmino uscito un paio di anni fa. Attualmente sparito. Ha un
bug. C'è nell'archivio di Hacker Republic. Puoi girare il programma ed
entrare nel suo computer privato da quello del lavoro.
Plague sospirò. Quella che un tempo era stata la sua allieva era diventata
più brava di lui.
Okay. Provo.
Se trovi qualcosa, passalo a Kalle Blomkvist se io non sono più collegata.
Mikael Blomkvist tornò all'appartamento di Lisbeth Salander a
Mosebacke poco prima di mezzanotte. Era stanco e cominciò col fare la
doccia. Poi accese la macchina del caffè, avviò il computer di Lisbeth e
chiamò il suo Icq.
Era ora.
Mi dispiace.
Dove sei stato negli ultimi giorni?
A fare sesso con un agente segreto. E a dare la caccia a Jonas.
Sei arrivato in tempo all'appuntamento?
Sì. Hai informato Erika???
Era l'unico modo per raggiungerti.
Furba.
Mi trasferiscono in carcere domani.
Lo so.
In rete ti aiuterà Plague.
Ottimo.
Resta solo il finale.
Mikael annuì fra sé.
Sally... faremo ciò che dovremo fare.
Lo so. Sei prevedibile.
Carina come sempre.
C'è altro che dovrei sapere?
No.
In tal caso ho ancora un po' di lavoro da sbrigare.
Okay. Stammi bene.
Susanne Linder fu svegliata di soprassalto da un segnale acustico
nell'auricolare. Qualcuno aveva fatto scattare l'allarme volumetrico che era
stato sistemato nell'ingresso del pianterreno nella villa di Erika Berger. Vide che erano le cinque e ventitré di domenica mattina. Scivolò silenziosamente fuori dal letto e si infilò jeans, T-shirt e scarpe da tennis. Prese la
bomboletta di gas lacrimogeno e il manganello.
Senza far rumore, passò davanti alla porta della camera da letto di Erika
e constatò che era chiusa e quindi bloccata.
Poi si fermò in cima alle scale e rimase in ascolto. D'improvviso sentì un
vago tintinnio e dei movimenti dal pianterreno. Scese lentamente le scale e
si fermò di nuovo nell'ingresso con l'orecchio teso.
Una sedia raschiò contro il pavimento in cucina. Con il manganello
stretto saldamente in mano, raggiunse la porta della cucina e vide un uomo
calvo con la barba lunga. Era seduto al tavolo con davanti un bicchiere di
succo d'arancia e stava leggendo l'Smp. L'uomo percepì la sua presenza e
alzò gli occhi.
«E lei chi diavolo è?» disse sorpreso.
Susanne Linder si rilassò e si appoggiò contro lo stipite.
«Greger Backman, suppongo. Salve. Mi chiamo Susanne Linder.»
«Aha. Vuole calarmi il manganello sulla testa oppure prendere un bicchiere di succo d'arancia?»
«Volentieri» rispose Susanne, mettendo da parte il manganello. «Vada
per il succo» aggiunse.
Greger Backman si allungò per prendere un bicchiere dallo scolapiatti e
le versò il succo da un tetrapak.
«Lavoro per la Milton Security» disse Susanne Linder. «Credo sia meglio che sia sua moglie a spiegarle il motivo della mia presenza.»
Greger Backman si alzò.
«È successo qualcosa a Erika?»
«Sua moglie sta bene. Ma c'è stato qualche inconveniente. Abbiamo cercato di contattarla a Parigi.»
«Parigi? Ma io ero a Helsinki!»
«Ah. Sua moglie pensava che fosse a Parigi.»
«Il mese prossimo.»
Greger andò verso le scale.
«La porta è bloccata. Ci vuole il codice per aprirla» disse Susanne
Linder.
«Codice?»
Gli fornì le tre cifre che doveva digitare per poter aprire la porta della
camera da letto. Lui corse al piano di sopra. Susanne Linder si allungò sul
tavolo e prese l'Smp.
Alle dieci di domenica mattina il dottor Anders Jonasson entrò nella
stanza di Lisbeth Salander.
«Ciao Lisbeth.»
«Salve.»
«Volevo solo avvisarti che la polizia sarà qui all'ora di pranzo.»
«Okay.»
«Non sembri particolarmente preoccupata.»
«No.»
«Ho un regalo per te.»
«Regalo? E perché?»
«Perché sei stata uno dei pazienti più simpatici da molto tempo a questa
parte.»
«Aha» fece Lisbeth Salander in tono sospettoso.
«Mi è sembrato di capire che sei affascinata dalla genetica.»
«Chi è stato a spettegolare? Quella psicologa, suppongo.»
Anders Jonasson annuì.
«Se in prigione dovessi annoiarti... questo è l'ultimo grido in materia di
dna.»
Le passò un mattone, Spirals - Mysteries of Dna, di un certo professor
Yoshito Takamura dell'università di Tokyo. Lisbeth lo aprì e studiò l'indice
del contenuto.
«Bello» commentò.
«Un giorno mi piacerebbe sentire com'è che leggi cose come questa, che
nemmeno io riesco a capire.»
Non appena Anders Jonasson ebbe lasciato la stanza, Lisbeth tirò fuori il
palmare. Ultimo giro. Dall'organigramma dell'Smp Lisbeth aveva scoperto
che Peter Fredriksson lavorava al giornale da sei anni. In quell'arco di
tempo era stato in malattia per due periodi abbastanza lunghi. Due mesi
nel 2003 e tre mesi nel 2004. Dal file personale Lisbeth seppe che in entrambi i casi si era trattato di un esaurimento nervoso. Il predecessore di
Erika Berger, Håkan Morander, in un'occasione si era chiesto se
Fredriksson fosse veramente in grado di fare il segretario di redazione.
Chiacchiere. Chiacchiere. Chiacchiere. Nulla di concreto a cui attaccarsi.
A mezzogiorno meno un quarto Plague la chiamò.
Cosa?
Sei ancora al Sahlgrenska?
Indovina.
È lui.
Sicuro?
Mezz'ora fa è entrato da casa nel suo computer al lavoro. Ne ho approfittato per entrare nel suo computer di casa. Ha delle foto di Erika Berger
sull'hard disk.
Grazie.
Gran figa.
Plague.
Lo so. Cosa devo fare?
Ha messo le immagini in rete?
No, per quanto posso vedere.
Puoi minare il suo computer?
Già fatto. Se cerca di inviare immagini o mettere in rete qualcosa da più
di venti kilobyte il suo hard disk andrà in pezzi.
Carino.
Vorrei dormire. Te la cavi da sola adesso?
Come sempre.
Lisbeth uscì da Icq. Diede un'occhiata all'orologio e si rese conto che era
quasi ora. Scrisse rapidamente un messaggio che indirizzò a Tavola Balorda.
Mikael. Importante. Chiama subito Erika Berger. Dille che Peter
Fredriksson è Penna Velenosa.
Nell'attimo stesso in cui lo inviò, sentì dei rumori nel corridoio. Alzò il
suo Palm Tungsten T3 e ne baciò lo schermo. Poi lo spense e lo mise dietro il comodino.
«Salve Lisbeth» disse il suo avvocato Annika Giannini dalla porta.
«Salve.»
«La polizia verrà a prenderti fra un momento. Ho con me dei vestiti.
Spero che la taglia sia giusta.»
Lisbeth guardò sospettosa una selezione di eleganti pantaloni scuri e
camicette chiare.
Furono due donne in uniforme della polizia di Göteborg a prelevare Lisbeth Salander. Il suo avvocato la seguì.
Mentre passavano lungo il corridoio, Lisbeth notò che molti la guarda-
vano curiosi. Lei salutò con un cenno del capo, e qualcuno ricambiò il saluto. Come per caso, Anders Jonasson era in piedi all'accettazione. Si
scambiarono uno sguardo e annuirono. Prima ancora di avere girato l'angolo, Lisbeth notò che Jonasson si era mosso verso la sua stanza.
Durante tutto il tragitto all'interno dell'ospedale e poi sul mezzo che la
portava in cella, Lisbeth Salander non rivolse una sola parola agli agenti.
Mikael Blomkvist aveva chiuso il suo iBook e smesso di lavorare alle
sette della domenica mattina. Rimase seduto un momento alla scrivania di
Lisbeth con lo sguardo fisso nel vuoto.
Poi andò nella sua camera e guardò il gigantesco letto matrimoniale.
Dopo un attimo fece ritorno nello studio e chiamò Monica.
«Ciao. Sono Mikael.»
«Ciao. Sei già in piedi?»
«Ho finito di lavorare proprio ora e sto andando a dormire. Volevo solo
darti un saluto.»
«Gli uomini che telefonano solo per dare un saluto hanno sempre qualche pensiero nascosto.»
Lui rise.
«Blomkvist, puoi venire qui a dormire, se vuoi.»
«Sarò una compagnia molto noiosa.»
«Ci farò l'abitudine.»
Mikael chiamò un taxi per Pontonjägargatan.
Erika trascorse la domenica mattina a letto con Greger, chiacchierando e
dormicchiando. Al pomeriggio si vestirono e uscirono a fare una lunga
passeggiata scendendo fino al pontile del vaporetto e facendo un giro del
paese.
«L'Smp è stato un errore» disse Erika quando furono di nuovo a casa.
«Non dire così. In questo momento è una sfida, ma lo sapevi. I contrasti
si appianeranno quando ti sarai inserita.»
«Non si tratta del lavoro. Quello riesco a gestirlo. È l'atteggiamento.»
«Mmm.»
«Non mi trovo bene. Ma non posso andarmene dopo poche settimane
soltanto.»
Si sedette con aria cupa al tavolo della cucina e fissò il vuoto davanti a
sé. Greger Backman non aveva mai visto Erika così abbattuta.
L'ispettore Hans Faste incontrò per la prima volta Lisbeth Salander a
mezzogiorno e mezza della domenica, quando un'agente della polizia di
Göteborg la scortò nell'ufficio di Marcus Erlander.
«Sei stata un osso duro da catturare» disse Faste.
Lisbeth lo scrutò con una lunga occhiata e decise che lui era un idiota e
che lei non aveva intenzione di dedicargli troppa attenzione.
«L'ispettore Gunilla Wäring vi accompagnerà a Stoccolma» disse
Erlander.
«Aha» fece Faste. «Allora partiamo subito. Ci sono varie persone che
vogliono parlare con te, Salander.»
Erlander si congedò da Lisbeth Salander. Lei lo ignorò.
Per praticità, avevano deciso di effettuare il trasferimento della detenuta
con un'auto di servizio. Gunilla Wäring guidava. All'inizio Hans Faste, seduto al suo fianco, stava con la testa girata verso il sedile posteriore e cercava di fare conversazione con Lisbeth. All'altezza di Alingsås aveva cominciato ad avere il torcicollo e si era arreso.
Lisbeth osservava il paesaggio fuori dal finestrino. Sembrava che Faste
nel suo mondo materiale non esistesse affatto.
Teleborian ha ragione. Questa qui è proprio ritardata pensava Faste.
Ma ci penseremo noi a farle cambiare atteggiamento a Stoccolma.
A intervalli regolari Hans Faste guardava Lisbeth con la coda dell'occhio
e cercava di farsi un'idea della donna cui aveva dato la caccia per così tanto tempo. Perfino lui tentennava nel vedere l'esile figura. Si domandò
quanto pesasse. Poi ricordò a se stesso che era lesbica e di conseguenza
non era una vera donna.
Però era anche possibile che quella storia del satanismo fosse un'esagerazione. Lisbeth Salander non aveva l'aria particolarmente satanica.
Si rendeva conto che avrebbe senz'altro preferito averla in consegna per
i tre omicidi di cui era accusata in origine. Una pistola può maneggiarla
anche una ragazza mingherlina. Ora invece era accusata di lesioni aggravate ai danni dei vertici del Motoclub Svavelsjö, reato per il quale c'erano
prove incontrovertibili nel caso in cui lei avesse avuto intenzione di negare.
Monica Figuerola svegliò Mikael Blomkvist all'una del pomeriggio. Fino ad allora era stata seduta sul terrazzino a leggere il libro sulla concezione di dio nell'antichità e ad ascoltare Mikael che russava in camera da letto. Era tutto così tranquillo. Quando entrò e lo guardò, si rese conto che era
attratta da lui più di quanto fosse mai stata attratta da un uomo.
Era una sensazione piacevole ma preoccupante. Mikael Blomkvist non
aveva l'aria di poter essere un elemento stabile nella sua esistenza.
Quando si fu alzato scesero in Norr Mälarstrand a bere un caffè. Poi lei
lo trascinò a casa e fecero sesso per il resto del pomeriggio. Lui la lasciò
alle sette di sera. Monica cominciò a sentire la sua mancanza nell'attimo
stesso in cui Mikael la baciò sulla guancia e chiuse la porta.
Alle otto di domenica sera Susanne Linder bussò alla porta di Erika Berger. Non avrebbe dormito alla villa dal momento che Greger era tornato a
casa, la visita era assolutamente al di fuori dell'ambito del lavoro. Nei pochi giorni in cui era stata con Erika avevano fatto amicizia, durante le lunghe chiacchierate al tavolo della cucina. Susanne aveva scoperto che Erika
le piaceva. Vedeva una donna disperata, che si truccava e andava impassibile al lavoro ma in realtà era un sacco ambulante di angoscia.
Susanne sospettava che l'angoscia non avesse soltanto a che fare con
Penna Velenosa. Ma non era un'assistente sociale, e la vita e i problemi di
Erika Berger non erano affar suo. Era passata solo per un saluto e per sapere se andava tutto bene. Trovò Erika e il marito in cucina, abbattuti. Ebbe
l'impressione che avessero trascorso la domenica a discutere di faccende
serie.
Greger Backman preparò il caffè e le lasciò sole. Susanne era lì da qualche minuto quando il cellulare di Erika cominciò a squillare.
Erika aveva risposto a tutte le telefonate della giornata come se la catastrofe fosse imminente.
«Berger.»
«Ciao Ricky.»
Mikael Blomkvist. Dannazione. Non gli ho ancora detto che il fascicolo
di Borgsjö è sparito.
«Ciao Micke.»
«Lisbeth è in carcere.»
«Capisco.»
«Mi ha lasciato un... messaggio per te.»
«Aha?»
«È molto criptico.»
«Cioè?»
«Dice che Penna Velenosa è Peter Fredriksson.»
Erika rimase in silenzio per dieci secondi mentre una ridda di pensieri le
attraversava la mente. Impossibile. Peter non è così. Lisbeth deve essersi
sbagliata.
«C'è altro?»
«No. Il messaggio è tutto qui. Tu capisci di cosa si tratta?»
«Sì.»
«Ricky, cosa state combinando tu e Lisbeth? Lei ti ha chiamata perché
mi passassi l'informazione su Teleborian e...»
«Grazie Micke. Ci sentiamo più tardi.»
Aveva chiuso la comunicazione. Guardava Susanne Linder con un'espressione sconvolta.
«Racconta» disse Susanne.
Susanne Linder era sconcertata. Erika era venuta improvvisamente a sapere che il suo segretario di redazione Peter Fredriksson era Penna Velenosa. Le parole le erano uscite come un fiume in piena. Poi Susanne le aveva
chiesto come avesse scoperto che il suo molestatore era Fredriksson.
Tutto d'un tratto Erika era ammutolita. Susanne aveva notato i suoi occhi. Qualcosa era cambiato nel suo atteggiamento. Appariva totalmente disorientata.
«Non posso dirlo...»
«Come sarebbe?»
«Susanne, io so che Fredriksson è Penna Velenosa. Ma non posso dire
come lo ho saputo. Che devo fare?»
«Se devo aiutarti, devi dirmi tutto.»
«Io... io non posso. Non puoi capire.»
Erika si alzò e si piazzò davanti alla finestra dando la schiena a Susanne.
Poi si girò.
«Vado a casa di quel bastardo.»
«Neanche per sogno. Tu non vai da nessuna parte, e men che meno a casa di una persona che a quanto pare ti odia con tutte le sue forze.»
Erika appariva imbarazzata.
«Siediti. Racconta. Era Mikael Blomkvist al telefono, vero?»
Erika annuì.
«Io... ho chiesto a un hacker di controllare i computer privati del personale.»
«Aha. Probabilmente sei colpevole di pirateria informatica. E non vuoi
dire chi sia questo hacker.»
«Lo ho promesso... Si tratta di altre persone. Qualcosa a cui Mikael sta
lavorando.»
«Blomkvist è al corrente?»
«No, lui mi ha solo passato il messaggio.»
Susanne Linder piegò la testa di lato e studiò Erika. D'improvviso nella
sua testa si creò un'associazione.
Erika Berger. Mikael Blomkvist. Millennium. Strani poliziotti che si introducono nell'appartamento di Blomkvist e lo riempiono di microspie.
Blomkvist lavora come un matto a un'inchiesta su Lisbeth Salander.
Che Lisbeth Salander fosse una maga con i computer era cosa nota alla
Milton Security. Nessuno sapeva come avesse acquisito quell'abilità e
Susanne non aveva mai sentito dire che fosse un hacker. Ma Dragan Armanskij in un'occasione aveva detto che Lisbeth consegnava relazioni sorprendenti quando eseguiva indagini personali. Un hacker...
Ma Lisbeth Salander è in isolamento, accidenti!
Non aveva nessun senso.
«È di Lisbeth Salander che stiamo parlando?» domandò Susanne Linder.
Erika sembrava essere stata colpita da un fulmine.
«Non posso discutere la provenienza dell'informazione. Non una parola.»
D'improvviso Susanne Linder ridacchiò.
Lisbeth Salander. ha conferma di Erika non avrebbe potuto essere più
chiara. Erika è proprio scombussolata.
Ma è impossibile.
Cosa diavolo sta succedendo?
Durante il ricovero in ospedale, Lisbeth aveva scoperto chi era Penna
Velenosa. Pura follia.
Susanne rifletteva intensamente.
Aveva incontrato Lisbeth Salander forse cinque volte negli anni in cui la
ragazza aveva lavorato alla Milton Security e non aveva mai scambiato neanche una parola con lei su questioni personali. La trovava burbera e socialmente negata, chiusa in un guscio così duro che neanche un trapano avrebbe potuto bucarlo. Aveva anche notato che Dragan Armanskij aveva
steso le sue ali sopra di lei. Siccome Susanne rispettava Armanskij, supponeva che il capo avesse buoni motivi per comportarsi così nei confronti
dell'introversa fanciulla.
Penna Velenosa è Peter Fredriksson.
Poteva avere ragione? C'era qualche prova?
Susanne interrogò Erika per due ore su tutto quanto sapeva di Peter
Fredriksson, qual era il suo ruolo al giornale, com'erano i loro rapporti da
quando lei era caporedattore e così via. Le risposte non le chiarirono le idee.
Erika era incerta in maniera quasi frustrante. Oscillava fra la voglia di
andare a casa di Fredriksson e metterlo di fronte alle sue responsabilità e il
dubbio che non fosse vero. Alla fine Susanne l'aveva convinta. Non poteva
piombare a casa di Fredriksson sparando accuse - se lui fosse stato innocente, lei avrebbe fatto la figura della completa imbecille.
Susanne aveva comunque promesso di dare un'occhiata alla faccenda.
Cosa di cui si era pentita subito, dal momento che non aveva la più pallida
idea di come muoversi.
Ora stava parcheggiando la sua Fiat Strada usata il più vicino possibile
all'abitazione di Peter Fredriksson a Fisksätra. Chiuse le portiere e si guardò intorno. Non era del tutto sicura di cosa stesse facendo, ma supponeva
di dover andare a bussare alla porta dell'uomo per cercare in qualche modo
di indurlo a rispondere ad alcune domande. Era consapevole che si trattava
di un intervento assolutamente al di fuori del suo lavoro per la Milton Security, e che Dragan Armanskij si sarebbe infuriato se avesse saputo cosa
stava facendo.
Non era un buon piano. E in ogni caso andò a monte prima ancora che
Susanne avesse fatto in tempo a metterlo in atto.
Nel momento stesso in cui si avviò verso l'abitazione di Peter
Fredriksson, il portone si aprì. Susanne riconobbe immediatamente l'uomo
grazie alla foto che corredava il suo file personale, quello che aveva studiato sul computer di Erika. Susanne proseguì. Si incrociarono. Lui andò verso il garage. Susanne si fermò esitante e considerò che mancava qualche
minuto alle undici di sera e che Peter Fredriksson stava andando da qualche parte. Si domandò dove e tornò di corsa alla macchina.
Mikael Blomkvist rimase a lungo a fissare il cellulare dopo che Erika
aveva chiuso la conversazione. Si chiese cosa stesse succedendo. Guardò
frustrato il computer di Lisbeth, ma lei era in cella e non poteva dargli
spiegazioni.
Aprì il suo T10 blu e telefonò a Idris Ghidi ad Angered.
«Salve. Mikael Blomkvist.»
«Salve» disse Ghidi.
«Volevo solo dirti che puoi interrompere il lavoro.»
Ghidi annuì in silenzio. Aspettava quella telefonata, dal momento che
Lisbeth Salander era stata trasferita in carcere.
«Capisco» disse.
«Puoi tenerti il cellulare, come d'accordo. Ti mando il saldo del pagamento entro la settimana.»
«Grazie.»
«Sono io che devo ringraziarti.»
Avviò il suo iBook e cominciò a lavorare. Gli sviluppi degli ultimi giorni comportavano che una parte del testo doveva essere rivista e che doveva
essere inserito un pezzo completamente nuovo.
Sospirò.
Alle undici e un quarto Peter Fredriksson parcheggiò a tre isolati dalla
villa di Erika Berger. Susanne Linder aveva capito dov'era diretto e l'aveva
mollato per non attirare la sua attenzione. Superò la sua macchina più di
due minuti dopo che lui aveva parcheggiato. Constatò che era vuota. Superò anche la casa di Erika Berger e continuò ancora per un breve tratto, parcheggiando in modo da non essere notata. Aveva le mani sudate.
Aprì una scatoletta di tabacco e se ne mise una presa sotto il labbro.
Poi aprì la portiera e si guardò intorno. Non appena si era resa conto che
Fredriksson si stava dirigendo verso Saltsjöbaden, aveva capito che l'informazione di Lisbeth Salander era esatta. Non sapeva come Lisbeth avesse fatto a scoprirlo, ma ormai non dubitava più che Fredriksson fosse Penna Velenosa. Suppose che non si fosse recato a Saltsjöbaden per divertimento, ma che avesse in mente qualcosa.
Sarebbe stato perfetto, se fosse riuscita a coglierlo in flagrante.
Recuperò un manganello telescopico dalla tasca della portiera e lo soppesò. Sbloccò il manico e fece uscire il pesante cavo d'acciaio elastico.
Strinse i denti.
Era per quello che aveva lasciato la polizia.
Aveva avuto un'unica folle esplosione di collera in una sola occasione,
quando la squadra per la terza volta in altrettanti giorni si era recata a un
indirizzo di Hägersten dopo che la stessa donna aveva telefonato alla polizia gridando aiuto perché il suo uomo la stava picchiando. Come nelle due
occasioni precedenti, la situazione si era normalizzata prima che gli agenti
avessero fatto in tempo a intervenire.
Anche quella volta avevano portato l'uomo sulle scale e avevano interrogato la donna. No, non volevo sporgere denuncia. No, si è trattato di un
errore. No, lui è buono... in realtà la colpa è mia. L'avevo provocato...
Per tutto il tempo il farabutto aveva sogghignato fissando Susanne
Linder negli occhi.
Non sapeva spiegare perché l'avesse fatto. Ma tutto d'un tratto qualcosa
si era rotto dentro di lei. Aveva preso il manganello e colpito l'uomo sulla
bocca. Il primo colpo lo aveva dato senza energia. Comunque il labbro si
era gonfiato e l'uomo si era accasciato. Nei successivi dieci secondi - fino a
quando i colleghi non l'avevano afferrata e trascinata via con la forza - lo
aveva colpito con una pioggia di manganellate sulla schiena, sui fianchi e
sulle spalle.
Non c'era stata nessuna incriminazione. Lei si era licenziata la sera stessa, era andata a casa e aveva pianto per una settimana. Poi si era ricomposta e aveva bussato alla porta di Dragan Armanskij, raccontandogli cosa
era successo e perché aveva lasciato la polizia. Gli aveva chiesto un lavoro. Armanskij era stato titubante, aveva detto che ci avrebbe pensato.
Susanne aveva già perso la speranza quando lui le telefonò sei settimane
dopo per dirle che era pronto per metterla alla prova.
Susanne fece una smorfia e infilò il manganello nella cintura, dietro la
schiena. Controllò di avere la bomboletta di gas lacrimogeno nella tasca
destra della giacca e i lacci delle scarpe da ginnastica ben stretti. Tornò a
piedi verso la casa di Erika Berger ed entrò in giardino.
Sapeva che l'allarme esterno non era stato ancora installato. Si mosse silenziosamente sul prato, camminando lungo la siepe di confine. Non riusciva a scorgere l'uomo. Girò intorno alla casa e si fermò. D'improvviso lo
vide come un'ombra nel buio accanto all'atelier di Greger Backman.
Non si rende conto di quanto è stupido. Non riesce proprio a tenersi alla
larga.
Era accucciato e stava cercando di sbirciare attraverso una tenda un angolo del soggiorno. Poi si spostò e guardò attraverso la fessura di una veneziana abbassata accanto alla grande finestra panoramica ancora coperta
di compensato.
D'improvviso Susanne Linder sorrise.
Attraversò di soppiatto il giardino fino all'angolo della casa mentre lui le
dava la schiena. Si nascose dietro un paio di cespugli di ribes sul lato corto
e attese. Riusciva a intravederlo attraverso i rami. Dalla sua postazione,
Fredriksson probabilmente poteva vedere l'ingresso e parte della cucina.
Aveva trovato qualcosa di interessante da guardare e passarono dieci minuti prima che tornasse a muoversi. Si avvicinò a Susanne Linder.
Quando girò l'angolo e le passò davanti, Susanne si alzò e disse a voce
bassa: «Salve, Fredriksson.»
Lui si fermò di botto e girò su se stesso verso la voce.
Lei vide i suoi occhi luccicare nel buio. Non poteva distinguere la sua
espressione, ma sentì che tratteneva il respiro per lo choc.
«Possiamo risolvere questa faccenda in modo semplice o complicato»
gli disse. «Ora andiamo alla sua macchina e...»
Lui si voltò e cominciò a correre.
Susanne sollevò il manganello telescopico e gli assestò un colpo devastante sul ginocchio sinistro.
Lui cadde a terra con un grido soffocato.
Lei alzò il manganello per colpire ancora, ma si fermò. Si sentiva lo
sguardo di Dragan Armanskij sulla nuca.
Si chinò, lo voltò sulla pancia e gli puntò un ginocchio contro i fianchi.
Gli afferrò la mano destra, gliela portò sulla schiena e lo ammanettò. Era
debole, non fece resistenza.
Erika Berger spense la luce del soggiorno e salì zoppicando al piano di
sopra. Non aveva più bisogno delle stampelle, ma la pianta del piede le doleva ancora quando ci appoggiava sopra il peso. Greger spense la luce in
cucina e seguì la moglie. Non aveva mai visto Erika così infelice. Niente
di ciò che le diceva sembrava tranquillizzarla o mitigare l'angoscia che
provava.
Lei si spogliò e si rannicchiò sotto le coperte voltandogli la schiena.
«Non è colpa tua, Greger» disse quando lo sentì infilarsi nel letto.
«Non stai bene» disse lui. «Voglio che tu rimanga a casa per qualche
giorno.»
Le mise un braccio intorno alle spalle. Lei non cercò di allontanarlo, ma
era totalmente passiva. Greger la baciò piano sul collo, abbracciandola.
«Non c'è niente che tu possa dire o fare per addolcire la situazione. So di
aver bisogno di una pausa. Mi sento come se fossi salita su un rapido e avessi scoperto di avere sbagliato binario.»
«Possiamo andare fuori in barca qualche giorno. Lontano da tutto quanto.»
«No. Io non posso andare via da tutto quanto.»
Si voltò verso di lui.
«La cosa peggiore che potrei fare in questo momento è fuggire. Devo risolvere i problemi. Dopo andremo via.»
«Okay» disse Greger. «Evidentemente non sono granché d'aiuto.»
Erika sorrise debolmente.
«No. Non lo sei. Ma grazie di essere qui. Ti amo alla follia, e lo sai.»
Lui annuì.
«Non riesco a credere che sia Peter Fredriksson» disse Erika. «Non ho
mai avvertito la minima ostilità, in lui.»
Susanne Linder si stava domandando se suonare alla porta di Erika
quando vide che le luci al pianterreno si spegnevano. Abbassò lo sguardo
su Peter Fredriksson. L'uomo non aveva detto una parola. Era totalmente
passivo. Lei rifletté prima di decidersi.
Si chinò, afferrò le manette e lo tirò su appoggiandolo contro il muro
della casa.
«È in grado di stare in piedi?» gli chiese.
L'uomo non rispose.
«Okay, semplifichiamo le cose. Se opporrà la benché minima resistenza
riceverà lo stesso identico trattamento sul ginocchio destro. Se continuerà
le spezzerò le braccia. Capisce quello che le sto dicendo?»
Sentì che respirava affannosamente. Aveva paura?
Lo spinse davanti a sé fino alla strada e poi fino alla macchina che lui
aveva lasciato tre isolati più in là. L'uomo zoppicava. Lei lo sosteneva.
Quando arrivarono alla macchina incontrarono un nottambulo a spasso con
il cane, che si fermò a guardare l'ammanettato Peter Fredriksson.
«È una faccenda della polizia» disse Susanne Linder con voce decisa.
«Vada a casa.»
Spinse Fredriksson sul sedile posteriore e lo portò a casa a Fisksätra. Era
mezzanotte e mezza, non incontrarono anima viva andando verso il suo
portone. Susanne gli prese le chiavi di casa da una tasca e lo accompagnò
su per le scale fino al suo appartamento al terzo piano.
«Non può entrare in casa mia» disse Fredriksson.
Era la prima volta che parlava da quando Susanne l'aveva ammanettato.
Lei aprì la porta dell'appartamento e lo spinse dentro.
«Non ha nessun diritto di farlo. Deve avere un mandato per...»
«Io non sono della polizia» disse lei a bassa voce.
Lui la fissò con sospetto.
Lei lo afferrò per la camicia e lo spinse davanti a sé nel soggiorno costringendolo a sedersi su un divano. L'appartamento era un ordinato trilocale. La camera da letto a sinistra del soggiorno, la cucina a destra, uno
studiolo comunicante con il soggiorno.
Susanne guardò nello studio e tirò un sospiro di sollievo. La pistola fumante. Vide subito le foto di Erika Berger sparpagliate su un tavolo accanto a un computer o fissate al muro. Si guardò intorno perplessa. Erika Berger era davvero una bellissima donna. E aveva una vita erotica più divertente di quella di Susanne Linder.
Sentì Fredriksson muoversi e tornò in soggiorno. Lo fece alzare con uno
strattone. Lo trascinò nello studio e lo spinse sul pavimento.
«Fermo li, seduto» disse.
Andò in cucina e trovò un sacchetto di carta del supermercato Konsum.
A una a una recuperò tutte le foto. Trovò anche l'album saccheggiato e i
diari di Erika.
«Dov'è il video?» chiese.
Fredriksson non rispose. Susanne andò in soggiorno e accese la tv. Nel
videoregistratore c'era un nastro, ma le occorse un momento prima di trovare il canale sul telecomando.
Estrasse il nastro e controllò che l'uomo non ne avesse fatto delle copie.
Trovò le lettere d'amore di Erika adolescente e il fascicolo su Borgsjö.
Poi indirizzò il suo interesse sul computer di Peter Fredriksson. Vide che
aveva uno scanner collegato a un pc. Alzò il coperchio dello scanner e trovò un'altra foto di Erika a una festa del club Xtreme. Capodanno 1986, a
detta di un festone sulla parete.
Avviò il computer. Era protetto da una password.
«Qual è la password?»
Fredriksson era seduto ostinatamente immobile sul pavimento, e non le
rispose.
D'improvviso Susanne Linder si sentì perfettamente calma. Sapeva che
tecnicamente aveva commesso un reato dietro l'altro quella sera, compreso
qualcosa che poteva essere definito costrizione illecita se non addirittura
sequestro di persona. Ma non le importava. Al contrario, si sentiva quasi
euforica.
Alzò le spalle, frugò in una tasca dei jeans e trovò un coltellino dell'esercito svizzero. Scollegò tutti i cavi del computer, voltò la parte posteriore
verso di sé e usò il coltellino per aprirla. Le occorsero quindici minuti per
smontare il computer ed estrarre l'hard disk.
Si guardò intorno. Aveva preso tutto, ma per sicurezza fece un controllo
minuzioso di cassetti, scaffali e pile di carte. D'un tratto il suo sguardo
cadde su un vecchio annuario scolastico appoggiato sul davanzale interno
della finestra. Era del liceo di Djurholm, del 1978. Erika Berger viene
dall'alta borghesia di Djurholm... Aprì l'annuario e cominciò a scorrerlo,
classe dopo classe.
Trovò Erika Berger, diciotto anni, il berretto goliardico in testa, un sorriso solare sulle labbra, le fossette. Indossava un abito leggero di cotone
bianco e teneva in mano un ramo fiorito. Era l'emblema dell'adolescente
innocente con il massimo dei voti.
Susanne non afferrava il collegamento ma lo trovò alla pagina successiva. Non l'avrebbe mai riconosciuto dalla foto, ma la didascalia non lasciava spazio a dubbi. Peter Fredriksson. Aveva frequentato la stessa classe di
Erika, ma in un'altra sezione. Susanne vide un ragazzo mingherlino dall'espressione seria che guardava l'obiettivo da sotto la visiera del berretto.
Alzò gli occhi e incontrò quelli di Peter Fredriksson.
«Era una troia già allora.»
«Affascinante» disse Susanne.
«Se li passava tutti, quelli della scuola.»
«Ne dubito.»
«Era una maledetta...»
«Cosa successe? Lei non riuscì a infilarsi sotto le sue mutandine?»
«Mi trattava come se fossi aria. Rideva di me. E quando ha cominciato a
lavorare al giornale non mi ha nemmeno riconosciuto.»
«Sì sì» disse stancamente Susanne Linder. «Lei ha avuto un'adolescenza
infelice. Vogliamo parlare seriamente, adesso?»
«Cosa vuole da me?»
«Io non sono della polizia. Sono una di quelle persone che si occupano
dei tipi come lei.»
Aspettò, lasciò che la fantasia di Peter Fredriksson lavorasse.
«Voglio sapere se ha messo in Internet le foto di Erika.»
Lui scosse la testa.
«Sicuro?»
Lui fece cenno di sì.
«Sarà Erika Berger a decidere se denunciarla per molestie, minacce e
turbativa della quiete domestica o chiudere la cosa in via amichevole.»
L'uomo non disse nulla.
«Ma anche se Erika decide di infischiarsene di lei, e io ritengo che sia
più o meno l'unico sforzo del quale lei è degno, io continuerò a tenerla
d'occhio.»
Gli mostrò il manganello telescopico.
«Se si farà vedere nei pressi della casa di Erika Berger o le manderà mail
o in altro modo le darà fastidio, io tornerò a trovarla. E la ridurrò così male
che perfino sua madre stenterà a riconoscerla. Ha capito?»
Lui rimase zitto.
«Ha la possibilità di scegliere almeno in parte come chiudere questa storia. È interessato?»
Lui annuì lentamente.
«In tal caso raccomanderò a Erika Berger di lasciar perdere. Non si dia
l'incomodo di tornare al lavoro. È licenziato con effetto immediato.»
Lui annuì.
«Dovrà sparire dalla vita di Erika Berger e anche da Stoccolma. Me ne
fotto di cosa farà e di dove andrà a finire. Si cerchi un lavoro a Göteborg o
a Malmö. Si metta in malattia. Faccia come le pare. Ma lasci in pace Erika
Berger.»
Lui annuì.
«Siamo d'accordo?»
Peter Fredriksson cominciò improvvisamente a piangere.
«Non avevo nessuna cattiva intenzione» disse. «Volevo soltanto...»
«Voleva soltanto trasformare la vita di Erika in un inferno e c'è riuscito.
Ho la sua parola?»
Lui annuì.
Susanne si chinò in avanti, lo voltò a pancia in giù e gli tolse le manette.
Poi prese il sacchetto con dentro la vita di Erika Berger e lasciò l'uomo sul
pavimento.
Erano le due e mezza di lunedì mattina quando Susanne Linder uscì dal
portone di Fredriksson. Valutò se rimandare tutto al giorno dopo, ma si rese conto che se si fosse trattato di lei avrebbe preferito esserne informata al
più presto. Inoltre la macchina di Susanne era ancora parcheggiata a
Saltsjöbaden. Chiamò un taxi.
Greger Backman aprì ancora prima che Susanne avesse fatto in tempo a
suonare il campanello. Aveva un paio di jeans e l'aria assonnata.
«Erika è sveglia?» domandò Susanne.
Lui annuì.
«È successo qualcosa di nuovo?» chiese a sua volta.
Lei fece cenno di sì e sorrise.
«Entri. Eravamo in cucina a parlare.»
Susanne entrò.
«Salve Berger» disse Susanne Linder. «Devi imparare a dormire, di tanto in tanto.»
«Cosa è successo?»
Le tese il sacchetto del Konsum.
«Peter Fredriksson ha promesso che d'ora in avanti ti lascerà in pace. Lo
sa il cielo se è il caso di fidarsi, ma se mantenesse la parola sarebbe più indolore che sporgere denuncia alla polizia e affrontare un processo. Decidi
tu.»
«Allora era proprio lui?»
Susanne Linder annuì. Greger Backman servì il caffè, ma Susanne non
lo prese. Ne aveva bevuto davvero troppo nelle ultime ventiquattr'ore. Si
sedette e raccontò cos'era accaduto fuori dalla loro casa durante la notte.
Erika restò seduta in silenzio. Poi si alzò e andò al piano di sopra, tornando con la sua copia dell'annuario scolastico. Guardò a lungo il viso di
Peter Fredriksson.
«Me lo ricordo» disse alla fine. «Ma non avevo idea che fosse quel Peter
Fredriksson che lavorava al giornale. Non ricordavo nemmeno come si
chiamasse.»
«Cosa successe?» chiese Susanne.
«Niente. Assolutamente niente. Lui era un ragazzo taciturno e non interessante che frequentava la mia stessa classe in un'altra sezione. Avevamo
una materia in comune. Francese, mi pare.»
«Ha detto che lo trattavi come se fosse aria.»
Erika annuì.
«Probabilmente è vero. Non lo conoscevo, non faceva parte del mio giro.»
«Mobbing, o qualcosa del genere?»
«No, per l'amor di dio! Il mobbing non mi è mai piaciuto. Abbiamo fatto
delle campagne contro il mobbing al liceo, e io ero presidente del consiglio
degli studenti. Semplicemente non riesco a ricordare che mi abbia mai rivolto la parola o che io lo abbia mai fatto con lui.»
«Okay» disse Susanne. «In ogni caso è evidente che per lui sei una spina
nel fianco. È stato in malattia per due lunghi periodi, per un esaurimento
nervoso. Ma forse ci sono anche altri motivi che non conosciamo.»
Si alzò e si infilò la giacca di pelle.
«Il suo hard disk me lo tengo io. Tecnicamente si tratta di refurtiva, non
deve stare in casa tua. Ma non preoccuparti, lo distruggo non appena sono
a casa.»
«Aspetta, Susanne... Come potrò mai ringraziarti?»
«Be', potrai spalleggiarmi quando l'ira di Armanskij si abbatterà su di
me come una tempesta dal cielo.»
Erika la guardò con un'espressione seria.
«Sei nei guai per questa storia?»
«Non lo so... non lo so.»
«Possiamo ricompensarti per...»
«No. Ma forse Armanskij ti fatturerà anche questa notte. Spero che lo
faccia, significherebbe che ha approvato il mio operato e ha deciso di non
licenziarmi.»
«Farò in modo che me la fatturi.»
Erika si alzò e strinse Susanne in un lungo abbraccio.
«Grazie, Susanne. Se mai avrai bisogno di aiuto, sai che puoi contare su
di me. Di qualsiasi cosa si tratti.»
«Grazie. Vedi di non lasciare in giro quelle fotografie. A proposito, la
Milton Security può installare ottime cassette di sicurezza.»
Erika sorrise.
22.
Lunedì 6 giugno
Il lunedì mattina Erika si svegliò alle sei. Benché avesse dormito solo
poco più di un'ora, si sentiva stranamente riposata. Suppose che si trattasse
di un qualche genere di reazione fisica. Per la prima volta dopo diversi mesi si infilò gli indumenti da jogging e fece un giro fino all'imbarcadero.
Energico solo per un centinaio di metri, fino a quando il tallone cominciò a
farle male e fu costretta a rallentare. Godeva del dolore al piede a ogni passo che faceva.
Si sentiva rinata. Era come se il "tristo mietitore" fosse arrivato davanti
alla sua porta e all'ultimo momento avesse cambiato idea proseguendo verso un'altra casa. Non riusciva a capacitarsi della sua enorme fortuna: Peter
Fredriksson aveva avuto per le mani le sue foto per quattro giorni e non ne
aveva fatto niente. La foto nello scanner lasciava intendere che avesse in
mente qualcosa. Ma non era arrivato al dunque.
Qualsiasi cosa fosse successa, avrebbe sorpreso Susanne Linder con un
bel regalo di Natale quell'anno. Doveva pensare a qualcosa di speciale.
Alle sette e mezza, lasciando che Greger continuasse a dormire, salì sul-
la sua Bmw e andò alla sede del giornale a Norrtull. Parcheggiò nel garage,
prese l'ascensore fino alla redazione e si accomodò nel suo gabbiotto. La
sua prima mossa fu di telefonare a uno dei custodi.
«Peter Fredriksson si è licenziato con effetto immediato» disse. «Si procuri uno scatolone e svuoti la sua scrivania di tutti i suoi effetti personali.
Provveda a farglieli recapitare a casa già questo pomeriggio.»
Quindi guardò verso il bancone. Anders Holm era appena arrivato. Incrociò il suo sguardo e le fece un cenno di saluto.
Lei ricambiò con un cenno del capo.
Holm era un bastardo, ma dopo il loro scontro di qualche settimana prima aveva smesso di piantare grane. Se continuava a mostrare un atteggiamento positivo, forse sarebbe sopravvissuto come caposervizio dell'informazione. Forse.
Sentì che poteva ancora farcela a virare.
Alle otto e tre quarti intravide Borgsjö che usciva dall'ascensore e spariva su per le scale interne verso il suo ufficio al piano di sopra. Dovrò fare
una chiacchierata con lui oggi stesso.
Andò a prendersi un caffè e dedicò qualche minuto al promemoria del
mattino. Era una giornata povera di notizie. L'unico pezzo di un certo interesse era un trafiletto che informava seccamente che Lisbeth Salander era
stata trasferita in carcere a Göteborg nella giornata di domenica. Mise il
suo okay e girò la mail ad Anders Holm.
Alle otto e cinquantanove telefonò Borgsjö.
«Berger. Venga subito su da me.»
Magnus Borgsjö era bianco come un lenzuolo quando Erika aprì la porta. Era in piedi e si girò verso di lei sbattendo con forza un fascio di carte
sulla scrivania.
«Cosa diavolo è questa roba?» sbraitò.
Erika si sentì mancare. Le bastò dare un'occhiata alla prima pagina per
sapere cosa aveva trovato Borgsjö nella posta del mattino.
Fredriksson non aveva fatto in tempo a fare nulla con le foto. Ma aveva
fatto in tempo a inviare l'inchiesta di Henry Cortez a Borgsjö.
Lei si sedette con calma di fronte a lui.
«È un pezzo di Henry Cortez, Millennium aveva programmato di inserirlo nel numero uscito la scorsa settimana.»
«Come diavolo si permette. L'ho portata all'Smp e la prima cosa che fa è
tessere intrighi. Ma che razza di puttana mediatica è lei?»
Erika Berger ridusse gli occhi a due fessure e si sentì pervadere da una
gelida calma. Ne aveva abbastanza di sentirsi dare della puttana.
«Crede veramente che a qualcuno importi qualcosa di tutto questo? Crede di potermi far cadere con delle maldicenze? E perché diavolo mandarmelo senza firmarsi?»
«Non è così che stanno le cose, Borgsjö.»
«Mi racconti come stanno, allora.»
«Chi le ha mandato questo testo è Peter Fredriksson. È stato licenziato
dall'Smp ieri.»
«Di che diavolo sta parlando?»
«È una storia lunga. Avevo in mano l'inchiesta da più di due settimane e
stavo pensando a come affrontare l'argomento con lei.»
«Ah, dietro c'è lei.»
«No, niente affatto. Henry Cortez ha svolto la ricerca e ha scritto il testo.
Io non ne sapevo assolutamente nulla.»
«E pretende che io ci creda.»
«Non appena i miei colleghi di Millennium si sono resi conto che il suo
nome compariva nell'inchiesta, Mikael Blomkvist ha bloccato la pubblicazione. Mi ha telefonato e me ne ha passato una copia. L'hanno fatto per un
riguardo nei miei confronti. La copia però mi è stata rubata, ed è finita sul
suo tavolo. Millennium voleva darmi la possibilità di parlargliene prima di
pubblicarla. Cosa che succederà nel numero di agosto.»
«Non mi era mai capitato di incontrare un giornalista così privo di scrupoli.»
«Okay. Adesso che ce l'ha in mano, forse ci ha dato un'occhiata. Cortez
ha un'inchiesta che tiene da cima a fondo. E lei lo sa.»
«Cosa diavolo dovrebbe significare?»
«Se lei sarà ancora presidente del consiglio d'amministrazione quando
Millennium andrà in stampa, la cosa danneggerà l'Smp. Mi sono spaccata
la testa per cercare di trovare una scappatoia, ma non ci riesco.»
«Cosa intende?»
«Deve dimettersi.»
«Sta scherzando? Io non ho fatto assolutamente nulla contro la legge.»
«Magnus, davvero non si rende conto della portata di queste rivelazioni?
Mi eviti di convocare il consiglio d'amministrazione. Sarebbe solo imbarazzante.»
«Lei non convocherà un bel niente. Ha chiuso con l'Smp.»
«Mi dispiace. È solo il consiglio d'amministrazione che può buttarmi
fuori. Sarà obbligato a riunirlo per farlo. Magari già questo pomeriggio.»
Borgsjö girò intorno alla scrivania e si piazzò così vicino a Erika che lei
percepiva il suo respiro.
«Berger... lei ha ancora una possibilità di sopravvivere a questa storia.
Dovrà andare dai suoi dannati compari di Millennium e fare in modo che
questa inchiesta non vada mai in stampa. Se saprà destreggiarsi abilmente
potrò anche pensare di dimenticarmi di quello che ha fatto.»
Erika sospirò.
«Magnus, lei non afferra la gravità della situazione. Io non ho la benché
minima possibilità di influenzare Millennium. Questa inchiesta diventerà
pubblica qualsiasi cosa io faccia. D'altra parte l'unico aspetto che mi interessa è quello delle ripercussioni sull'Smp. Lei si deve dimettere.»
Borgsjö mise le mani sullo schienale della sedia e si chinò su di lei.
«I suoi amici di Millennium forse potrebbero ricredersi, se venissero a
sapere che lei perderà il suo posto qui nell'attimo stesso in cui loro pubblicheranno queste stronzate.»
Si raddrizzò nuovamente.
«Devo andare a una riunione a Norrköping oggi.» La guardò e poi aggiunse con enfasi: «SveaBygg.»
«Aha.»
«Domani quando ritorno voglio che venga a informarmi che la questione
è risolta. Ha capito?»
Si infilò la giacca. Erika lo guardava con gli occhi semichiusi.
«Sistemi tutto come si conviene e forse sopravviverà qui al giornale. E
adesso sparisca.»
Lei si alzò e ritornò al suo gabbiotto, dove rimase seduta immobile sulla
sua poltrona per venti minuti. Poi prese il telefono e chiese ad Anders
Holm di raggiungerla. Aveva imparato la lezione. Comparve nel giro di un
minuto.
«Accomodati.»
Anders Holm alzò le sopracciglia e si sedette.
«Allora, cos'ho fatto adesso di sbagliato?» domandò ironicamente.
«Anders, questo è il mio ultimo giorno di lavoro qui. Mi licenzio con effetto immediato. Convocherò il vicepresidente e il resto del consiglio per
un pranzo di lavoro.»
Lui la fissò con genuina sorpresa.
«Raccomanderò te come caporedattore pro tempore.»
«Cosa?»
«Per te è okay?»
Anders Holm si lasciò andare contro lo schienale della sedia e la fissò.
«Io non ho mai voluto diventare caporedattore, per la miseria!» disse.
«Lo so. Ma sei un uomo di polso. E passeresti sul cadavere di tua madre
pur di pubblicare una buona inchiesta. Vorrei solo che fossi più perspicace.»
«Si può sapere cos'è successo?»
«Io ho uno stile diverso dal tuo. Ci siamo scontrati tutto il tempo su quale taglio dare alle notizie. Non andremo mai d'accordo.»
«No» ammise lui. «Non succederà mai. Ma è possibile che il mio stile
sia un po' antiquato.»
«Non so se antiquato sia il termine esatto. Tu sei dannatamente bravo
nel tuo lavoro, ma ti comporti come un bastardo. In maniera del tutto inutile. Ci siamo scontrati soprattutto per la tua ostinata convinzione che come
caposervizio dell'informazione non puoi permettere a considerazioni personali di influenzare l'atteggiamento del giornale.»
D'improvviso Erika fece un sorriso malvagio. Aprì la borsa e tirò fuori
l'originale dell'inchiesta su Borgsjö.
«Allora, mettiamo alla prova la tua sensibilità quanto alla valutazione
delle notizie. Ho qui un pezzo che ho ricevuto da Henry Cortez, un giornalista di Millennium. La mia decisione è che diventi l'articolo centrale
dell'edizione di domani.»
Gettò il fascicolo in grembo a Holm.
«Tu sei il caposervizio dell'informazione. Mi interessa sapere se condividi la mia valutazione.»
Anders Holm aprì la cartella, cominciò a leggere e i suoi occhi si dilatarono. Si raddrizzò sulla sedia e fissò Erika. Poi abbassò lo sguardo e lesse
il testo da cima a fondo. Andò alla documentazione e la lesse con cura. Gli
occorsero dieci minuti. Poi mise lentamente da parte il fascicolo.
«Questa roba farà un bel botto.»
«Lo so. È per questo che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro qui. Millennium voleva pubblicare l'inchiesta a giugno ma Mikael Blomkvist l'ha
bloccata. Mi ha dato il testo perché potessi prima parlarne con Borgsjö.»
«E?»
«Borgsjö mi ha ordinato di mettere tutto a tacere.»
«Capisco. Perciò vuoi pubblicare l'inchiesta sull'Smp in segno di sfida.»
«No. Non è una sfida. È che non ho altra via d'uscita. Se sarà l'Smp a
pubblicare l'articolo, avrà almeno una possibilità di venirne fuori a testa al-
ta. Borgsjö deve andarsene. Ma anch'io non posso più rimanere.»
Holm rimase in silenzio due minuti.
«Diavolo, Berger... Non credevo che fossi così tosta. Non avrei mai pensato di dovertelo dire, ma se hai così pochi peli sulla lingua in effetti mi dispiace che te ne vai.»
«Tu puoi bloccare la pubblicazione, ma se diamo entrambi l'okay... Allora, pensi di pubblicare?»
«Diavolo se pubblichiamo. Finirebbe per trapelare comunque.»
«Esatto.»
Anders Holm si alzò e rimase fermo davanti alla sua scrivania, esitante.
«Va' a lavorare» disse Erika.
Erika aspettò cinque minuti dopo che Holm ebbe lasciato l'ufficio, quindi alzò la cornetta e chiamò Malin Eriksson.
«Ciao Malin. Hai Henry a portata di mano?»
«Certo. È seduto alla sua scrivania.»
«Puoi chiamarlo nel tuo ufficio e mettere il vivavoce? Dobbiamo fare
una piccola riunione.»
Henry fu lì in quindici secondi.
«Cosa succede?»
«Henry, oggi ho fatto una cosa immorale.»
«Ah sì?»
«Ho dato la tua inchiesta sulla Vitavara ad Anders Holm, il caposervizio
dell'informazione qui all'Smp.»
«Ah...»
«Gli ho detto di pubblicarla nell'edizione di domani. La firma è tua. E
ovviamente riceverai il relativo compenso. Fai tu stesso il prezzo.»
«Erika... che cavolo sta succedendo?»
Lei gli riassunse ciò che era accaduto nelle ultime settimane e gli raccontò come Peter Fredriksson fosse quasi arrivato a distruggerla.
«Cazzo» disse Henry
«So che questa è la tua inchiesta, Henry. Ma semplicemente non ho scelta. Puoi accettare questa soluzione?»
Henry rimase qualche secondo in silenzio.
«Grazie di avere telefonato, Erika. È