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tesi imparato doc - fedOA - Università degli Studi di Napoli Federico II

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tesi imparato doc - fedOA - Università degli Studi di Napoli Federico II
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II
FACOLTÀ DI LETTERE
DOTTORATO DI RICERCA
IN SCIENZE ARCHEOLOGICHE E STORICO ARTISTICHE
XVII CICLO
TESI DI DOTTORATO
GIROLAMO IMPARATO (1549 CA. - 1607)
ED ALTRE QUESTIONI DEL TARDO CINQUECENTO NAPOLETANO
TUTOR
PROF. SSA PAOLA SANTUCCI
COORDINATORE
CANDIDATO
PROF. CARLO GASPARRI
DOTT. STEFANO DE MIERI
ANNO ACCADEMICO 2004-2005
SOMMARIO
PREMESSA
CAPITOLO I
CAPITOLO II
PAG. VI
LA FORTUNA CRITICA
1
NELLA CERCHIA DI GIOVAN BERNARDO LAMA: LA FORMAZIONE E LA PRIMA
ATTIVITÀ DELL’IMPARATO
1. LE ORIGINI
23
2. L’ASSUNZIONE DI MARIA DELLA CHIESA DI SAN PIETRO IN VINCOLI A NAPOLI (1571)
28
3. I DISTRUTTI AFFRESCHI DELLA CASA NAPOLETANA DEI PODERICO (1573)
31
4. LA PIETÀ DI SANTA CROCE A TERMINI (MASSALUBRENSE)
34
5. OPERE PERDUTE PER LA PROVINCIA. LA PIÙ ANTICA COLLABORAZIONE CON GIOVANN’ANGELO
D’AMATO (1577)
36
6. LE DUE TAVOLE DEL MONASTERO NAPOLETANO DI SANTA PATRIZIA
CAPITOLO III
39
GLI ANNI OTTANTA
1. L’IMMACOLATA FRA I SANTI GIOVANNI BATTISTA E GIOVANNI EVANGELISTA E LA MADONNA DELLE
GRAZIE CON I SANTI SEBASTIANO E GIUSEPPE DI SANTA MARIA DELLA SAPIENZA A NAPOLI
44
2. LA “BELLISSIMA ET DEVOTISSIMA ICONA DI RARA PITTURA” DELL’ARCICONFRATERNITA
52
NAPOLETANA DEI BIANCHI ALLO SPIRITO SANTO
3. LA CIRCONCISIONE DELLA CHIESA DEL GESÙ DI NOLA
63
4. MIRACOLI, MARTIRI, RELIQUIE, GLORIE: IL SOFFITTO E LA PERDUTA CONA DELL’ALTARE MAGGIORE
NELLA CHIESA PARTENOPEA DI SANTA MARIA DONNAROMITA
67
5. L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DEL NOVIZIATO DEI GESUITI DI NAPOLI E ALCUNE OPERE PER LA
PROVINCIA
76
6. QUADRI DI DEVOZIONE PRIVATA
79
7. LA RITROVATA ULTIMA CENA DEL REFETTORIO DI SANTA MARIA DELLA SAPIENZA
(1587-91)
81
CAPITOLO IV
GLI ANNI NOVANTA
1. LA PALA PISANI NELLA CATTEDRALE DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE A MASSALUBRENSE (1592)
83
2
2. LA PARTECIPAZIONE AL RETABLO DI SANTA MARIA DE LA VID (BURGOS) E AL PERDUTO SOFFITTO
86
NAPOLETANO DELL’ANNUNZIATA
3. IL POLITTICO DI SANT’ANNA NELLA CHIESA DEL CARMINE DI CAGLIARI (1593)
96
4. L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DELLE MONACHE ROCCHETTINE DI NOLA
99
5. LA DEPOSIZIONE DELLA CAPPELLA MARANTA AI SANTI SEVERINO E SOSSIO E ALTRI IMPEGNI
NAPOLETANI E REGNICOLI. DIPINTI DI GIOVANN’ANGELO D’AMATO DEI PRIMI ANNI NOVANTA (E
UNA SCONOSCIUTA MADONNA COL BAMBINO DI FELICE DAMIANI)
102
6. L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DEL GESÙ E IL DISPERSO SAN GIOVANNI DI SANTA CROCE A
LECCE
113
7. LAVORI PER LA CAPITALE SUL CRINALE DEL NUOVO SECOLO: L’IMMACOLATA DI SANTA MARIA DEL
POPOLO, LA MADONNA DELLE GRAZIE DELLO SPIRITO SANTO E LA MADONNA DI LORETO DEI SANTI
SEVERINO E SOSSIO
116
8. L’IMMACOLATA DELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO A CASTELLAMMARE DI STABIA, ALCUNI
119
PRODOTTI DI BOTTEGA E LA RINNOVATA ATTIVITÀ PER LA COSTIERA SORRENTINA
CAPITOLO V
L’ULTIMO TEMPO (1601-07)
1. I DIPINTI PER LA CHIESA DEL GESÙ NUOVO DI NAPOLI: LA PERDUTA CONA DELLA CAPPELLA DEGLI
ANGELI E LA NATIVITÀ FORNARO
124
2. GLI SCOMPARTI IMPARATESCHI DEL SOFFITTO NAPOLETANO DI SANTA MARIA LA NOVA
129
3. PALE D’ALTARE PER LA PROVINCIA
133
4. L’ALLEGORIA DEL BATTESIMO DI SANT’ELIA A PIANISI (CB) (1603-06)
137
5. ALTRI DIPINTI SALENTINI
140
6. LA PERDUTA CIRCONCISIONE DELLA CHIESA DEI DOMENICANI DI RAGUSA
142
7. LA TRINITAS TERRESTRIS DI SAN GIUSEPPE DEI RUFFI, LA VISIONE DI SANT’IGNAZIO A LA STORTA E IL
SAN FRANCESCO SAVERIO IN ORAZIONE (DI GIULIO DELL’OCA) NEL GESÙ NUOVO DI NAPOLI
143
8. LE OPERE ESTREME: I QUADRI DEGLI ALTAROLI DI SANTA MARIA LA NOVA E IL MARTIRIO DI SAN
PIETRO DA VERONA NELLA CAPPELLA PISANI IN SAN PIETRO MARTIRE A NAPOLI. QUALCHE
ULTERIORE CONSIDERAZIONE SULLA BOTTEGA
150
REPERTORIO DELLE OPERE AUTOGRAFE
154
REPERTORIO DEI DIPINTI PERDUTI E NON RINTRACCIATI
171
REPERTORIO DELLE OPERE ESPUNTE, DI BOTTEGA E DANNEGGIATE DAI RIFACIMENTI
178
3
REGESTO DOCUMENTARIO
188
BIBLIOGRAFIA
214
4
A Rosario Scarano
5
“Da lontano non si ha notizia che dei massimi
fra loro, e sovente ci si accontenta dei nomi;
ma quando ci si avvicina a questo firmamento
e si comincia a scorgere il fulgore anche degli
astri di seconda e di terza grandezza, e ciascuno
di essi risalta anche perché fa parte dell’intera
costellazione, ecco che il mondo diventa più
grande, l’arte più ricca”.
(J. W. Goethe, Viaggio in Italia, ed. cons., trad. it.
a cura di E. Castellani, Milano 1993, p. 46,
a proposito di Alessandro Turchi detto l’Orbetto)
6
Premessa
Nel 1978 Giovanni Previtali nella premessa al suo fondamentale libro einaudiano, La
pittura del Cinquecento a Napoli e nel vicereame, giustificava i limiti della sua pionieristica
ricerca avvertendo il lettore che il suo era stato “un lavorare più perché altri possa
lavorare”. Son passati molti anni e quel libro, tanto stimolante, continua a sollecitare le
indagini su di un periodo dell’arte meridionale per troppo tempo trascurato.
È sulla scia di questa tardiva riscoperta del Cinquecento ‘vicereale’ che si colloca il mio
studio su Girolamo Imparato, artista non sempre apprezzato dalla critica, ancora in anni
recenti. E però, al di là dei limitanti pregiudizi di alcuni, sin dai tempi della tesi di laurea
ho avuto chiara la percezione che l’Imparato fosse stato uno dei protagonisti delle vicende
pittoriche del tardo XVI secolo in Italia meridionale, e tra i più rilevanti.
Attraverso uno studio serrato delle fonti, delle testimonianze archivistiche e delle poche
opere riconducibili agli inizi, note o inedite, ho provato a definire la formazione del
maestro, che dovette avvenire nella cerchia di Giovan Bernardo Lama. Il linguaggio
dell’Imparato, sin da una fase piuttosto antica, fu profondamente segnato
dall’assimilazione della pittura tenera, “dolce e pastosa”, di radice neoparmense e
zuccariana dei cantieri romani e farnesiani, propagata a Napoli dal fiammingo Teodoro
d’Errico. A più riprese, nel corso degli anni ottanta, il pittore fu associato col poliedrico e
ancora poco conosciuto Giovan Andrea Magliulo (orafo, incisore, progettista di cornici,
altari, portali, soffitti) e con lo stesso D’Errico, in diverse imprese pittoriche partenopee.
Intorno al 1590 l’Imparato avvertì l’intensa suggestione dei modi estrosi e stravaganti di
alcuni artisti di cultura baroccesca attivi a Roma, in parte discesi nella capitale vicereale
per decorare la Certosa di San Martino. Questi contatti, e forse anche la frequentazione
dell’Urbe, favorirono lo sviluppo dello stile maturo dell’artista, senz’altro la più brillante
elaborazione della tendenza baroccesca nel meridione d’Italia. L’ultimo decennio del
secolo e i primissimi anni del Seicento rappresentano il momento di maggior interesse
della produzione imparatesca, la fase in cui si scalano capolavori quali la Disputa di Gesù
al Tempio del retablo di La Vid (Burgos), l’Annunciazione della chiesa dell’Annunziata di
Nola, il polittico del Carmine di Cagliari, la Deposizione Maranta ai Santi Severino e
Sossio di Napoli, l’Annunciazione del Gesù di Lecce, la Madonna del Carmine dello Spirito
Santo e la Natività della cappella Fornaro al Gesù Nuovo di Napoli. L’alta qualità di
queste opere, la piacevolezza e l’originalità del linguaggio, la capacità di condizionare altre
personalità attive in ambito meridionale, consentono di rivendicare al pittore partenopeo
un ruolo di tutto rispetto nel contesto d’appartenenza e non solo. Nell’ultima fase della
sua operosità, momento in cui si collocano numerose pale d’altare, come i dipinti di
Santa Maria la Nova, e molti altri lavori distribuiti in varie località del Viceregno
spagnolo, l’Imparato, pur non abbandonando del tutto le folate fantastiche della fase
immediatamente precedente, appare maggiormente legato alle istanze pietistiche della
Controriforma.
Nel ripercorrere la carriera imparatesca ho tenuto conto della complessa organizzazione
della bottega dell’artista, tra le più prolifiche della Napoli di fine Cinquecento: diversi
sono i dipinti riferibili alla collaborazione tra Girolamo e Giovann’Angelo D’Amato e, in
una fase più tarda, col figlio di questi, Giovann’Antonio. Da alcune polizze di banco del
1595 è emersa l’interessante notizia di un rapporto di lavoro fra l’Imparato e il
giovanissimo Carlo Sellitto; ne è derivata la proposta di una formazione del futuro
seguace del Caravaggio a stretto contatto col maestro napoletano, confortata anche dalle
evidenze stilistiche dei dipinti più antichi finora riconosciutigli.
L’esame delle opere non è disgiunto da una valutazione delle vicende storiche dei contesti
per i quali l’Imparato fu attivo, come pure, quando è stato possibile, dallo studio della
7
fisionomia socio-culturale dei committenti. Fra questi si distinsero principalmente i padri
della Compagnia di Gesù, di cui l’Imparato fu uno dei maestri preferiti.
Durante il triennio (del dottorato) ho privilegiato la ricerca d’archivio, essenziale per una
ricostruzione fondata del percorso dell’artista, in precedenza legato alla conoscenza di un
numero non elevato di testimonianze documentarie. Diversamente, poco mi sono
occupato dell’attività grafica (quasi del tutto sconosciuta), nella consapevolezza via via
acquisita, data anche la difficoltà rappresentata dalla ricognizione dei disegni napoletani
del periodo, che sul problema bisognerà ritornare.
Nel corso delle esplorazioni archivistiche, condotte soprattutto nell’Archivio di Stato di
Napoli e nell’Archivio della Compagnia di Gesù a Roma, ho rintracciato numerosi
documenti relativi ad artisti che in vario modo sono collegati all’Imparato. Ho ritenuto
opportuno riportare nella tesi gli esempi più rilevanti. Dalle carte d’archivio e dalla
valorizzazione di alcuni passi delle fonti, finora mai considerati, è stato possibile
lumeggiare alcuni problemi specifici dell’epoca in questione (ciò giustifica il sottotitolo
della tesi), come ad esempio una prima messa a fuoco della multiforme personalità di
Giovann’Andrea Magliulo, protagonista molto presto dimenticato dei fatti artistici
napoletani del tardo XVI secolo. Inoltre, la discussione di alcuni dipinti finora attribuiti
all’Imparato, e che a mio avviso a lui non spettano, mi ha consentito di ampliare il
catalogo di personalità quali Giovann’Angelo e Giovann’Antonio D’Amato, Ippolito
Borghese.
La sezione conclusiva della tesi è occupata dai repertori delle opere autografe, di quelle
perdute o non rintracciate, delle opere espunte, di bottega e danneggiate dai rifacimenti.
Ho preferito adottare un tipo di scheda sintetica, fornendo così i dati essenziali e
specialmente la bibliografia, considerato che già nei capitoli precedenti sono discussi i
principali pareri critici e le vicissitudine materiali dei singoli lavori. Ho evitato in tal
modo un’inutile ripetizione di quanto già scritto.
In questi anni continuo è stato il dialogo col professor Ferdinando Bologna, dal quale ho appreso
e continuo ad apprendere la storia dell’arte. Con Carmela Vargas ho avuto uno scambio costante;
a lei va la mia gratitudine per avermi guidato inizialmente nello studio di questo argomento.
Determinante è stato il rapporto con la professoressa Paola Santucci che ha seguito con passione
l’evolversi del mio lavoro, incoraggiando di continuo la ricerca. E poi, ancora, sono grato ai
professori Arturo Fittipaldi, Francesco Caglioti, Rosanna De Gennaro, Francesco Aceto, i consigli
dei quali, durante le riunioni di dottorato, sono stati altrettanto preziosi. Ringrazio, inoltre,
Antonio Delfino, al quale devo un aiuto fondamentale per la trascrizione dei documenti notarili.
Infine, ricordo quanti negli ultimi anni hanno discusso con me dell’Imparato e in vario modo ne
hanno agevolato lo studio: Francesco Abbate, Franco Battistella, Maria Calì, Stefano Causa, Luigi
Coiro, Bernardo Cozzolino, Nelia del Mercato, Giuseppina della Volpe, Saverio Di Franco, Katia
Fiorentino, Luigi Giove, padre Filippo Iappelli, Pier Luigi Leone de Castris, Giuseppe
Mammarella, Giancarlo Marchesano, Edoardo Nappi, Patrizia Nocera, Francesco Nocerino,
Stefano Pepe, Concetta Restaino, Donato Salvatore, Fulvio Sellitto, Maria Teresa Tancredi, Paola
Vallisi, Andrea Zezza, i padri agostiniani di Santa Maria a La Vid (Burgos).
8
CAPITOLO I
LA FORTUNA CRITICA
Fra i protagonisti della pittura partenopea del tardo XVI secolo Girolamo Imparato, come altri
maestri suoi contemporanei attivi nell’Italia meridionale, è stato oggetto di interesse della critica
solo negli ultimi decenni.
Spetta a Giovanni Previtali l’aver avviato nel 1972, com’è noto, dopo alcune importanti aperture
del Bologna,1 lo studio della complessa stagione artistica napoletana della fine del Cinquecento,
in precedenza scarsamente considerata o addirittura ignorata dagli studiosi che, a partire dalla
prima metà del Novecento, avevano recuperato la pittura tardocinquecentesca italiana ma,
soprattutto, declassata e depressa da quanti avevano riscoperto i seguaci napoletani del
Caravaggio.2 Lo studioso fiorentino dimostrò che la capitale vicereale, già negli anni antecedenti
ai soggiorni meridionali del Merisi, si era distinta per una considerevole vitalità artistica. Le
ricerche successive hanno messo in risalto la fiorente cultura figurativa partenopea dispiegatasi
nel pieno fervore della Controriforma. Gli artisti locali fecero fronte all’imponente richiesta di
opere proveniente dai copiosissimi edifici ecclesiastici cittadini, come pure dai più remoti
conventi, parrocchie, oratori del Viceregno; chiare ragioni politiche e commerciali favorirono la
diffusione di dipinti napoletani anche nella penisola iberica, in città siciliane, sarde e dalmate. In
questo periodo Napoli fu tutt’altro che un centro “provinciale”, come avevano stigmatizzato
alcuni storici dell’arte nella prima metà del Novecento,3 poiché fu capace di sviluppare
autonomamente i principali indirizzi artistici dell’epoca, confermando il suo tradizionale carattere
di città internazionale, con una specifica connotazione mediterranea, aperta a molteplici flussi
culturali.
Giovanni Previtali rivendicò all’Imparato un ruolo centrale negli svolgimenti pittorici napoletani
del suo tempo. Interprete di una “maniera tenera”, “neocorreggesca”, diffusa in loco dal
fiammingo Dirk Hendricksz, Girolamo Imparato fu, negli anni della sua maturità, capofila assai
originale nel Viceregno spagnolo di un linguaggio baroccesco propagatosi soprattutto da Roma.
Lo studioso riportò alla luce opere oscure, spesso recuperate nello sfacelo e nell’abbandono delle
chiese. Tra queste, pale d’altare come la Circoncisione della chiesa del Gesù di Nola [fig. 41], replica
della celebre ancona di Marco Pino nel Gesù Vecchio di Napoli [fig. 40], ricondotta alla prima
fase di attività e considerata una testimonianza del suo probabile discepolato presso il maestro
senese; gli scomparti del soffitto partenopeo di Santa Maria Donnaromita [figg. 49-51, 53, 55-58],
restituiti alla collaborazione fra l’Hendricksz e l’Imparato; la Deposizione della chiesa dei Santi
Severino e Sossio [fig. 105], la Madonna del Carmine dello Spirito Santo [fig. 121], la Vergine col
Bambino e i santi Giovanni Battista ed Evangelista e la Madonna delle Grazie con i santi Giuseppe e
Sebastiano di Santa Maria della Sapienza [figg. 21, 27], insieme a diverse altre opere napoletane.4 Il
Previtali evidenziò le peculiarità del linguaggio dell’Imparato, l’artista che “meglio, e con più
talento, sintetizza il delicato momento di trapasso tra ‘maniera dolce e pastosa’ e ‘sigla
baroccesca’”, precisandone i rapporti, ma anche le differenze, col suo “affine” Francesco Curia, e
suggerendone intelligentemente i possibili scambi finanche con uno scultore di spicco come
1
F. Bologna, Opere d’arte nel Salernitano dal XII al XVIII secolo, catalogo della mostra (Salerno 1955), Napoli
1955, pp. 52-53; Idem, Roviale Spagnuolo e la pittura napoletana del Cinquecento, Napoli 1959, pp. 17, 69-73
nota 24, 58, 98 nota 67.
2
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari (1544) a quella di Teodoro Fiammingo (1574), e Dalla
venuta di Teodoro d’Errico (1574) a quella di Michelangelo da Caravaggio (1607), in Storia di Napoli, V, 2, Cava
dei Tirreni-Napoli 1972, pp. 847-911; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli e nel vicereame, Torino 1978.
Per i pareri negativi della critica sul Cinquecento napoletano rimando alle pagine successive.
3
In particolare vedi le posizioni del De Rinaldis, La pittura del Seicento nell’Italia meridionale, Firenze 1929, p.
1 e di S. Ortolani, in S. Ortolani, C. Lorenzetti, M. Biancale, La pittura napoletana dei secoli XVII, XVIII,
XIX, catalogo della mostra (Napoli 1938), Napoli 1938, p. 13.
4
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., pp. 877-879, 904-905, note 47- 60; Idem, La
pittura del Cinquecento, cit., pp. 112-115, 141-144 note 56 - 68.
9
Pietro Bernini.5 Dopo aver enumerato una serie di capolavori imparateschi lo storico dell’arte
sottolineò che “fra il 1580 e il 1610 [...] a Napoli era ormai venuta crescendo una generazione di
pittori capace di reggere in tutto e per tutto il confronto con i migliori italiani e no”, in grado di
produrre opere “che per quanto riguarda il livello qualitativo potrebbero aver visto la luce, in
quegli stessi anni, a Roma come a Firenze, a Milano come a Siviglia”.6 Ne riscattava in tal modo il
valore, dopo averne tracciato un profilo coerente, in seguito ampliato e precisato da altri studiosi.
Girolamo Imparato non ha goduto del favore degli antichi scrittori partenopei; questi ultimi già
nel Seicento convogliarono molte delle sue opere migliori nel catalogo di altri maestri,
consegnando così ai secoli successivi l’immagine di un artista gravemente impoverito. In aggiunta,
le confusioni operate dal De Dominici e quelle ulteriori dovute soprattutto alle guide
ottocentesche ne configurarono una fisionomia ancora più problematica.
Tra i contemporanei del pittore, in ambito napoletano, solo il D’Engenio e il Capaccio
riportarono scarne notizie su di lui. Il primo nel 1623, a tre lustri dalla sua morte, ne trasmise il
ricordo generico della collaborazione, assieme a Francesco Curia e a Fabrizio Santafede, al
“bellissimo soffitto dorato, ornato di varie pitture, e del testamento vecchio, e nuovo” della chiesa
napoletana dell’Annunziata, perito col rogo settecentesco.7 Poco dopo, Giulio Cesare Capaccio
nel Forastiero menzionò le “vaghe figure di Santafede, Imperato e Luiggi Siciliano” del più
fortunato soffitto della chiesa di Santa Maria la Nova8 e, in un luogo dimenticato della stessa
opera finora mai considerato, nell’ottava giornata (riservata a “gli habitatori di varie nationi nella
città di Napoli”) riportò un riferimento stringato, ma estremamente significativo, sull’artista:
trattando degli “Imperati”, l’accademico Ozioso, dopo aver discusso dei ben noti Ferrante,
Giuseppe e Francesco Imperato annoverò, fra i degni esponenti della famiglia, anche
“quell’Imperato famoso pittore che nel colorire non invidiò a Rafaele”.9 Pur trattandosi di una
evidente esagerazione, tesa a nobilitare la tradizione artistica locale, è degno di rilievo che il
giudizio compaia in uno scritto di Giulio Cesare Capaccio, una delle personalità più autorevoli
della cultura napoletana del tempo, che tramandava così l’impressione ancora viva dell’alta
considerazione per l’artista nei primi decenni del Seicento.10
5
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., pp. 878-879; Idem, La pittura del Cinquecento,
cit., pp. 112-115.
6
Idem, La pittura del Cinquecento, cit., pp.114-115.
7
C. D’Engenio, Napoli Sacra, Napoli 1623, p. 399. Le indicazioni del D’Engenio furono riprese da tutta la
periegetica napoletana. Dai documenti rintracciati dal Toscano è emerso che l’impresa fu realizzata tra il
1592 e 1594, e che Francesco Curia non vi prese parte. I lavori coinvolsero Fabrizio Santafede, Girolamo
Imparato, Wenzel Cobergher, Giovan Battista Cavagna e un folto stuolo di collaboratori di questi maestri.
Cfr. G. Toscano, La bottega di Benvenuto Torelli e l’arte del legno a Napoli nella seconda metà del Cinquecento, in
«Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli», XXVI, 1983-1984, pp. 267-268; C.
Restaino, Giovan Vincenzo Forlì, ‘pittore di prima classe nei suoi tempi’, in «Prospettiva», 48, 1987, pp. 35, 48
note 18-24; P. Leone De Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991,
pp. 10, 88, 92, 148, 323-324, 327, 328, 332, 333, 335; C. Vargas, Cornelis Smet tra i “Paisani” fiamminghi, in
«Mélanges de l’École Française de Rome», 103, 1991, pp. 636-637; I. di Majo, Francesco Curia. L’opera
completa, Napoli 2002, pp. 9, 12 nota 7.
8
G. C. Capaccio, Il Forastiero, Napoli 1634 (ma 1630), p. 885.
9
Ivi, pp. 792-793.
10
Giulio Cesare Capaccio, originario di Campagna (Sa), probabilmente conobbe di persona il pittore
essendosi trasferito a Napoli sin dai primi anni settanta del Cinquecento. Cfr. S. Nigro, ad vocem Capaccio
Giulio Cesare, in Dizionario Biografico degli Italiani, XVIII, Roma 1975, pp. 374-380. Più in generale sul
Capaccio vedi O. Morisani, Letteratura artistica a Napoli tra il ’400 e il ’600, Napoli 1958, pp. 89-113; A.
Quondam, Dal Manierismo al Barocco. Per una fenomenologia della scrittura poetica a Napoli tra Cinque e Seicento,
in Storia di Napoli, V, 1, Cava dei Tirreni-Napoli 1972, pp. 503-533; F. Angelillo, E. Stendardo, Il Seicento,
in Libri per vedere. Le guide storico-artistiche della città di Napoli: fonti testimonianze del gusto immagini di una città,
a cura di F. Amirante, F. Angelillo, P. D’Alconzo, P. Fardella, O. Scognamiglio, E. Stendardo, Napoli 1995,
pp. 49-53. Sul rapporto tra il Capaccio e l’ambiente artistico napoletano di fine Cinquecento cfr. P. Leone
de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 12-16, 21; Idem, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1540-1573. Fasto e devozione, Napoli 1996, pp. 16-18, 20.
10
Una conferma di quanto appena asserito giunge dall’apprezzamento per il pittore nella maggiore
città vicereale dopo Napoli, Lecce, dove nel 1634 Giulio Cesare Infantino incluse l’Imparato tra i
maestri ‘eccellentissimi’ attivi nel capoluogo del Salento. L’autore della Lecce Sacra riferì dei lavori
eseguiti dall’Imparato per la chiesa del Gesù [figg. 116, 157] e della perduta “bella dipintura in
tela di San Giovanni Battista” della cappella Fedele, nella prestigiosa chiesa celestiniana di Santa
Croce.11 In contemporanea, lo storico Francesco De Pietri si limitò a riportarne il nome in un
lungo elenco di artisti attivi a Napoli.12
Nel 1654, Carlo De Lellis riconobbe la paternità imparatesca del “quadro grande” di Sant’Ignazio
nella chiesa del Gesù Nuovo [fig. 164], da poco sistemato sul monumentale altare, impreziosito
dai marmi fanzaghiani e da tre tele del Ribera.13 Nella parte ancora manoscritta delle sue Aggiunte
alla Napoli Sacra del D’Engenio l’autore ascrisse all’Imparato la pala d’altare raffigurante la Madonna
col Bambino e i santi Elisabetta, Francesco di Paola e Francesco di Assisi, collocata nella cappella
Citarella in Santa Maria la Nova,14 e assegnò erroneamente a Francesco Curia la tela imparatesca
raffigurante la “Beata Vergine con San Giuseppe nel lato et il Bambino Giesù nel seno che
scherza con San Giovanni Battista ancor egli fanciullo che gli sta d’avanti di bellissima dipintura”
nella stessa chiesa [fig. 168];15 infine attribuì a Fabrizio Santafede una delle migliori tavole
dell’artista, il Martirio di san Pietro da Verona in San Pietro Martire [fig. 170].16
Fraintendimenti ben più gravidi di conseguenze avrebbe avuto l’equivoco introdotto dal
manoscritto di Camillo Tutini, sciolto definitivamente solo nel Novecento, sull’esistenza di un
pittore denominato “Francesco Imparato”. Riferendosi al soffitto di Santa Maria la Nova lo
storico ricordò che “Francesco Imparato vi fece diversi quadri a concorrenza d’altri valenti
pittori”, ma Francesco non è altri che Girolamo, avendo il Tutini quasi certamente scambiato la
«F» (FECIT) della firma apposta sulla tela centrale della carpenteria per Franciscus (IMPARATUS
F. 1603) [fig. 137].17
La Guida de’ forestieri di Pompeo Sarnelli del 1685, oltre all’ormai consueta menzione del pittore
insieme a Fabrizio Santafede per le “dignissime pitture” del “soffittato” di Santa Maria la Nova,18
pubblicò un’incisione raffigurante il Cappellone di Sant’Ignazio al Gesù Nuovo con il “quadro
maggiore” “del pennello di Girolamo Imparato nostro Napoletano”,19 già descritto dal De Lellis e
considerato concordemente anche in seguito tra le opere principali dell’artista. È il caso, ad
esempio, di Giovan Battista Pacichelli che accennò persino a due opere non napoletane del
11
G. C. Infantino, Lecce Sacra [...] ove si tratta delle vere origini e fondationi di tutte le chiese, monasteri, cappelle,
spedali et altri luoghi sacri della città di Lecce, Lecce 1634, pp. 120, 170.
12
F. De Pietri, Dell’historia napoletana, Napoli 1634, p. 70.
13
C. De Lellis, Parte seconda o’ vero supplimento a Napoli Sacra di d. Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli 1654,
p. 148.
14
C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra del d’Engenio, ms., Biblioteca Nazionale di Napoli (XB 20-24), 166688 ca., IV, c. 29r. Il dipinto, attualmente nel cappellone di San Giacomo della Marca, è stato riconosciuto a
Silvestro Buono e bottega (Pompeo Landulfo) da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15401573, cit., p. 278 nota 36.
15
C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra, cit., IV, c. 28r.
16
Ivi, III, c. 301v.
17
C. Tutini, De’ pittori, scultori, architetti miniatori et ricamatori neapoletani, ms., Biblioteca Nazionale di
Napoli (II A 8), 1660-1666 ca., in O. Morisani, Letteratura artistica a Napoli tra il ’400 e il ’600, Napoli 1958,
p.127. È indubbio che il Tutini abbia frainteso il contenuto della scritta. Tale spiegazione fu avanzata già da
W. Rolfs, Geschichte der Malerei Neapels, Leipzig 1910, p. 210 e ripresa da Giuseppe Ceci (cfr. A. Frangipane,
Girolamo Imparato e le sue pitture in Calabria, in «Brutium», IV, 2-3, 1925, p. 2; vedi quanto si dirà nelle
pagine successive); G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 143 nota 58; P. Leone de Castris,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 171 nota 46; S. Causa, Battistello Caracciolo. L’opera
completa, Napoli 2000, p. 124 nota 8.
18
P. Sarnelli, Guida de’ Forestieri, curiosi di vedere, e d’intendere le cose più notabili della Regal Città di Napoli e del
suo amenissimo distretto, Napoli 1685, p. 258.
19
Ivi, pp. 164, 168. Le stampe del testo di Sarnelli furono disegnate dall’ingegnere Sebastiano Indelicato ed
incise da Giovan Battista Brisson e Federico Pesche, cfr. Libri per vedere, cit., p. 74.
11
pittore: la Pietà e il Battesimo di Cristo collocati nella cattedrale di Santa Maria delle Grazie a
Massalubrense (Na) [fig. 75].20
Nelle Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli di Carlo Celano, stampate nel
1692, oltre al ricordo del soffitto dell’Annunziata, realizzato da “tre nostri eccellentissimi
dipintori che a gara vi dipinsero, e furono Girolamo Imparato, Francesco Curia e Fabrizio
Santafede” e di quello di Santa Maria la Nova con le “nobili dipinture, dell’Imperato, del
Santafede, e d’altri napoletani dipintori”,21 per la prima volta comparve il nome dell’artista
nell’impresa del cassettonato della cattedrale partenopea, accanto a quelli di Fabrizio Santafede e
Giovan Vincenzo Forli. L’indicazione, errata, fu ripresa dalla gran parte delle guide successive e
sarebbe confluita negli scritti novecenteschi.22 Inoltre, il canonico napoletano riferì ad Andrea
Sabatini la notevole Deposizione dipinta dall’Imparato per la cappella Maranta ai Santi Severino e
Sossio [fig. 105];23 ribadì, riprendendo il parere del De Lellis, l’attribuzione al Santafede del
Martirio di san Pietro da Verona nella chiesa omonima, ritenendola un’opera “delle più belle che
abbia fatta”,24 e ascrisse al Pomarancio la pala dell’altare maggiore di San Giuseppe dei Ruffi,
raffigurante la Trinità terrestre [fig. 161], in anni recenti restituita a Girolamo.25 Tuttavia il Celano
riconobbe all’artista partenopeo la splendida Natività della cappella Fornaro al Gesù Nuovo26 [fig.
131] e la Madonna di Loreto della chiesa dei Santi Severino e Sossio [fig. 119]: “Si può anco vedere
la sacristia, che ha l’ingresso nella prima cappella della nave, dalla parte dell’Epistola. Entrando, a
sinistra, vedesi una bellissima tavola, nella quale stanno espressi la Vergine, col suo Figliuolo in
braccio, e di sotto san Benedetto, san Francesco d’Assisi e san Francesco di Paola. Fu questa
dipinta dal nostro Girolamo Imparato”.27
20
G. B. Pacichelli, Memorie de’ viaggi per l’Europa christiana, Napoli 1685, p. 54 (l’autore cita in diverse
occasioni il testo del Sarnelli uscito nello stesso anno); per i dipinti di Massalubrense cfr. Idem, Il Regno di
Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, Napoli 1702-1703, I, p. 112. La prima delle due opere è
perduta. Cfr. C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato a Massalubrense, in «Prospettiva», 46,
1986, pp. 73-79.
21
C. Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli 1692, ed. cons. a cura di A.
Mozzillo, A. Profeta e F. P. Macchia, Napoli 1970, II, pp. 946, 1226.
22
Ivi, I, p. 196. L’Imparato, morto nel 1607, non poté partecipare al soffitto realizzato su commissione del
Cardinale Decio Carafa tra il 1621 e il 1623 (C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 7). Ciononostante ancora
Giovanni Previtali credette che la Visitazione, la Circoncisione, posti nella navata mediana, e l’Ascensione e
l’Apparizione a Maria del transetto destro fossero da considerare opere dell’Imparato (G. Previtali, La pittura
del Cinquecento a Napoli, cit., p.144 nota 68.). Silvana Musella Guida ha fatto notare il “carattere”
imparatesco delle prime due scene, ipotizzando un reimpiego delle tele a distanza di tempo (S. Musella
Guida, Giovanni Balducci fra Roma e Napoli in «Prospettiva», 31, 1982, pp. 43, 50 note 69-70). Per una
distinzione più attenta dei vari interventi, prevalentemente del Balducci e del Forli, cfr. P. Leone de Castris,
Avvio a Francesco Curia disegnatore, in «Prospettiva», 39, 1984, p. 23 nota 34; C. Restaino, Giovan Vincenzo
Forlì, cit., pp. 42, 51 note 64-67 e P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp.
232, 254, 247 nota 119. Recenti ritrovamenti documentari assegnano a Flaminio Allegrini, discepolo di
Giuseppe Cesari, lo scomparto con la Circoncisione: cfr. A. Delfino, Documenti inediti tratti dall’Archivio di
Stato di Napoli (A. S. N.) e dall’Archivio Storico del Banco di Napoli (A. S. B. N.), in «Ricerche sul ’600
napoletano». Saggi e documenti per la Storia dell’Arte, 1993, pp. 21-22. Il Röttgen ha attribuito all’Allegrini
anche l’Annunciazione e la Visitazione (H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari D’Arpino. Un grande pittore nello
splendore della fama e nell’incostanza della fortuna, Roma 2002, p. 536).
23
C. Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 921. In seguito il De Dominici avrebbe fatto confluire il dipinto dei
Santi Severino e Sossio nel catalogo di Mariangela Criscuolo. Cfr. B. De Dominici, Vite de’ pittori, scultori ed
architetti napoletani, Napoli 1742-1745, ed. cons. commentata a cura di F. Sricchia Santoro e A. Zezza,
Napoli 2003, p. 838.
24
C. Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 1263.
25
Ivi, I, p. 240. Il riconoscimento all’Imparato della grande pala di San Giuseppe dei Ruffi, oggi collocata
nel cappellone di destra del transetto, spetta a P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., p. 147.
26
C. Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 878. Nella stessa chiesa l’autore ricordò anche “il quadro maggiore
[…] dove sta espresso S. Ignazio inginocchiato avanti al Signore che l’apparisce colla croce in sulle spalle”.
27
Ivi, II, p. 922. Inoltre, il Celano menzionò un quadro imparatesco di soggetto non precisato nella galleria
del Palazzo del Principe di Tarsia (Ivi, III, p. 1616).
12
La guida di Domenico Antonio Parrino, uscita nel 1700, si limitò a riportare i consueti
riferimenti all’artista ripresi da testi più antichi, in particolare dal Celano.28 Imparato fu
totalmente ignorato nell’assai diffuso Abecedario pittorico dell’Orlandi, oltre che nelle più antiche
edizioni del testo anche in quelle stampate a Napoli tra il 1731 e il 1733, in cui trovarono posto
numerose ‘aggiunte’ di pittori meridionali della sua stessa epoca.29
La lacuna venne segnalata dal De Dominici alcuni anni dopo.30 Quest’ultimo, se da un lato
confuse ulteriormente la fisionomia del maestro, riferendo una parte dei suoi lavori al presunto
padre Francesco, dall’altro recuperò una serie di notizie assai preziose, sulle quali occorre
soffermarsi.
Il biografo napoletano scisse l’artista in due distinte personalità, Francesco e Girolamo Imparato,
analogamente a quanto fece per il Santafede, anch’egli considerato figlio di un pittore di nome
Francesco, raccogliendo sotto il nome del padre opere del figlio.31 Il Francesco Imparato delle Vite
non fu dedotto dal manoscritto del Tutini, com’è stato ipotizzato,32 dal momento che Bernardo
De Dominici riconobbe correttamente a Girolamo l’Assunta del soffitto di Santa Maria la Nova,
laddove era stata questa l’opera che allo storico seicentesco aveva suggerito l’idea di un Francesco
Imparato. Il supposto padre di Girolamo fu ricavato dalle Vite e memorie delli famosi pittori, e scultori
napoletani scritte, e notate dal cavalier Massimo Stanzioni [...]. In questo manoscritto, unanimemente
ritenuto apocrifo,33 sono contenute notizie di un qualche interesse riconducibili al vero Imparato:
“Francesco Imparato, padre del presente Girolamo; il quale Francesco fu al tempo del detto
Silvestro [Buono], benché con più d’età, ed era stato suo condiscepolo nella scuola del Criscuolo
e, come si dice, anco di Giovan Bernardo Lama, ma lui fu meglio delli maestri, perché si diede a
studiare le opere del gran Tiziano, e lo volle conoscere e imparare da lui; come poi dimostrò
tornato in Napoli in varie bell’opere che fece, che noi solo diremo del Martirio di san Pietro
martire (per far vedere qual valentuomo fosse) nella sua chiesa, nel cappellone di esso. Così è
bello il Martirio di sant’Andrea vicino la porta in Santa Maria la Nuova, e le belle teste che fece
all’Assunta di Silvestro il Bruno, che la lasciò imperfetta, dovendo andar fuori; e in San Severino
ha fatto opera bella, come alla Nunziata, ed a San Pietro ad Ara, e in altre chiese, dove merita
lode”.34 Il De Dominici, nella difficoltà facilmente comprensibile di ricostruire un corpus di opere
distinto, citò in modo generico “pubblici e privati luoghi” in cui si conservano lavori di Francesco,
cadendo in lampante contraddizione nell’indicare pale d’altare, non meglio precisate,
appartenenti a chiese per le quali Girolamo aveva realmente lavorato (Annunziata, Santi Severino
e Sossio).35 La ragione del consapevole sdoppiamento della biografia imparatesca, così come di
altri pittori, supportato da una fonte fittizia, evidentemente va ricercata nel tentativo da parte
28
D. A. Parrino, Napoli città nobilissima, antica e fedelissima esposta agli occhi et alla mente de’ curiosi, Napoli
1700. Per le opere nominate dall’autore rimando alle schede finali del catalogo.
29
P. A. Orlandi, L’abecedario pittorico dall’autore ristampato, corretto ed accresciuto di molti professori e di altre
notizie spettanti alla pittura, ed in quest’ultima impressione con nuova e copiosa Aggiunta di alcuni professori, Napoli
1733. Sulle varie edizioni napoletane del testo cfr. B. Croce, Scrittori della storia dell’arte napoletana anteriori a
De Dominici, in «Napoli Nobilissima», VII, 1898, p. 19; O. Morisani, L’edizione napoletana dell’abecedario
dell’Orlandi e l’aggiunta di Antonio Roviglione, «Rassegna Storica Napoletana» I-II, 1941, pp. 19-56.
30
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 853.
31
Ivi, pp. 707-711.
32
T. Willette, Bernardo De Dominici e le Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani: contributo alla
riabilitazione di una fonte, in «Ricerche sul ’600 napoletano», Dedicato a Ulisse Prota-Giurleo nel centenario della
nascita, Milano 1986, p. 268.
33
Vedi in particolare le osservazioni di F. Bologna, ad vocem De Dominici Bernardo, in Dizionario Biografico
degli Italiani, XXXIII, Roma 1987, p. 624; V. Pinto, Racconti di opere e racconti di uomini. La storiografia
artistica a Napoli tra periegesi e biografia. 1685-1700, Napoli 1997, p. 121; F. Sricchia Santoro, De Dominici e la
storia dell’arte del ‘500, in Libri per vedere, cit., p. 222; Eadem, Introduzione a B. De Dominici, Vite de’ pittori,
cit., pp. XXXVIII-XL.
34
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 711. Nella versione originale leggere sono le varianti rispetto alla
trascrizione dedominiciana. Cfr. Vite e memorie delli famosi pittori, e scultori neapoletani scritte, e notate dal
cavalier Massimo Stanzioni celebre pittore napoletano, ms., Biblioteca Nazionale di Napoli (XIV E 10), 1650, c.
6r.
35
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 710-711.
13
dello scrittore di fornire un quadro più complesso della storia dell’arte napoletana rispetto ai dati
a sua disposizione. Rispondono a questo stesso intento i viaggi di studio che fa compiere agli
artisti e le lunghe digressioni narrative.36
Al giudizio positivo sul padre oppose quello di segno contrario sul figlio, ritenuto un pittore
fortunato, tacciato di superbia e vanagloria, e per tali ragioni “poco amico de’ professori”. Dopo
una lunga e fantasiosa introduzione sulla giovinezza di Girolamo, tesa ad esaltarne le doti e il
talento artistico, il De Dominici riportò informazioni assai rilevanti per la comprensione dei suoi
esordi. In particolare merita attenzione l’accostamento del pittore alle “vaghe maniere” e ai “bei
colori usati da Giovan Bernardo Lama e da Silvestro il Bruno”, del tutto coerente con la notizia
del discepolato presso il Lama di Francesco Imparato e, in special modo, della sua collaborazione
con il Buono all’Assunta di San Pietro in Vincoli. Ciò aiuta a rintracciare la formazione
dell’artista in un contesto culturale che i dipinti attualmente ricondotti alla sua fase più antica
confermano in pieno. Degno di considerazione è anche il passaggio successivo in cui il biografo
riferì di un discepolato di Girolamo presso Francesco Curia (“si fece discepolo di Francesco Curia
[...] laonde [...] ogni altro lasciando a questo maestro volle accostarsi, e seguitare la sua nobil
maniera per fare acquisto delle sue belle idee”),37 storicamente improbabile, essendo il celebre
collega napoletano senz’altro più giovane. Il De Dominici dovette però percepire il mutamento
del linguaggio imparatesco originato dall’adesione ai modi pittorici introdotti in città dal
fiammingo Teodoro d’Errico, confuso molto spesso dalle fonti napoletane e dallo stesso biografo
col Curia. Il pittore avrebbe avuto in seguito l’occasione di visitare Roma, Modena, Parma e
Venezia grazie alla generosità di un cavaliere che “seco lo condusse”. Meravigliato al cospetto delle
opere del Veronese, Tiziano, Palma, Bassano “e quelle grandissime del Tintoretto che conobbe
con suo piacere, essendo vivo in quel tempo”, Girolamo ebbe la “buona fortuna” di “far stretta e
cara amicizia con Giacomo Palma il giovane”.38 Ora, se nella pittura più conosciuta dell’Imparato
non si riscontrano elementi di estrazione veneta,39 e il viaggio in laguna è frutto di pura
invenzione, appaiono sintomatiche nell’itinerario immaginato dal De Dominici la tappa emiliana
e quella romana, ovvero gli ambiti culturali nei confronti dei quali concretamente l’artista risulta
debitore, come vedremo.
Ritornato a Napoli, per l’Imparato “concorsero da più luoghi le commissioni”. Numerosi furono i
lavori elencati dallo storico, in gran parte mai citati in precedenza, secondo un ordine che non è
cronologico. Per alcuni dipinti perduti risulta impossibile stabilire se le nuove attribuzioni fossero
corrette, in particolare mi riferisco all’Immacolata Concezione sull’altare maggiore della Concezione
degli Spagnoli, alla Madonna del Rosario della chiesa di San Tommaso d’Aquino, alla Vergine e santi
di San Diego all’Ospedaletto e alla pala di analogo soggetto in San Gregorio Armeno;40 per altre
opere perdute invece, lo anticipo sin da ora, il riferimento dedominiciano all’Imparato trova una
inequivocabile conferma nei documenti: gli affreschi “con varie storie, e favole dipinte, le quali
dipinture non ha molti anni che si vedevano in un palagio nel vicolo degli Impiccati”;41 la
Presentazione della Vergine al Tempio e l’Assunzione del soffitto dell’Annunziata, “meno riuscita”
36
F. Sricchia Santoro, De Dominici e la storia dell’arte del Cinquecento, cit., pp. 223-224.
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 843-845.
38
Ivi , pp. 845-846.
39
In proposito vedi G. Previtali, La pittura del Cinquecento, cit., p.114.
40
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 846-847, 851, 852. Entrambe le chiese di Santa Maria della
Concezione, che sorgeva presso San Giacomo degli Spagnoli, e di San Tommaso d’Aquino, situata “nella
strada Toledo in un vico che scende verso la chiesa di San Giuseppe”, sono state distrutte cfr. S. D’Aloe,
Catalogo di tutti gli edifizi sacri della città di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», VIII,
1883, pp. 676, 734; I. Ferraro, Napoli. Atlante della città storica. Quartieri Spagnoli e “Rione Carità”, Napoli
2004, pp. 82-83, 86, 126. I dipinti di San Diego all’Ospedaletto e di San Gregorio Armeno, mai menzionati
da fonti più antiche, sono dispersi.
41
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 847. Questi affreschi, come si vedrà in seguito, vanno identificati
con quelli per i quali Girolamo Imparato ricevette due pagamenti da Ottavio Poderico. Cfr. G. Ceci, ad
vocem Imparato Girolamo, in U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexicon der Bildenden Künstler, XVIII, Leipzig
1924, p. 582. Vedi Regesto documentario, docc. nn. 2-3.
37
14
quest’ultima, a suo dire, ma che i documenti dicono realizzata dal Cobergher;42 la “Beata Vergine
in mezzo alcuni Angeli” di Santa Maria Donnaromita.43 Già erano stati menzionati dalle fonti
seicentesche invece i quadri della “magnifica chiesa del Gesù Nuovo”, dove “si vede [...]
sant’Ignazio [di] Lojola [...] il quale è riputato buona opera di sua mano” e “la Nascita del
Redentore con buon componimento, ottimo disegno, e bel colorito”.44 Dal Celano egli riprese
l’attribuzione all’Imparato della tela “nell’ingresso della sagrestia” dei Santi Severino e Sossio
(ossia la Madonna di Loreto con i santi Francesco d’Assisi, Severino e Bernardino), che tuttavia l’autore
delle Vite confuse con la Madonna e i santi Sossio e Severino Abate, Scolastica, Rosa, Benedetto, Placido
di Decio Tramontano.45 Nuova risultò l’ascrizione a Girolamo dei “quadretti assai graziosi” sugli
altarini della chiesa di Santa Maria la Nova, raffiguranti il “Salvatore seduto su le nubbi” [fig.
135], la Madonna col Bambino e i santi Filippo e Giacomo [fig. 169] e infine il “bel quadretto della
Beata Vergine seduta in un paese, che con la destra tiene un libro, al quale ella rivolge gli occhi,
nel mentrecché il Signorino seduto su le sue ginocchia, si abbraccia con san Giovannino e san
Giuseppe riguarda nel cielo alcuni graziosi angioletti” [fig. 168],46 in precedenza, a parte il
manoscritto del De Lellis (limitatamente alla Sacra Famiglia, creduta del Curia), mai ricordati.
Eppure ecco quanto scrisse Bernardo De Dominici a proposito dello scomparto centrale del
soffitto della stessa chiesa: “[l’Imparato vi rappresentò] l’Assunzione al Cielo della medesima
Beata Vergine, con gli appostoli intorno al suo sepolcro, nel quale a gran lettere scrisse il suo
nome. La qual cosa gli fu biasimata dagli emoli suoi tacciandolo da superbo e vanaglorioso, per la
troppa grandezza di lettere con che formava il suo nome; e veramente io non lo posso in questa
parte scusare, mentreché, sembrano quelle gran lettere un fasto di chi lo scrive, ed è lontano
dall’ordine morigerato con cui sogliono gli onesti pittori scrivere il nome loro, ne’ la ragione della
distanza può all’intutto scusarlo, dapoiché quando la grandezza eccede quello che basta per farsi
intellegibile all’occhio, sempre porta con sé il biasimo di vanagloria, per la qual cosa fu biasimato
ne’ suoi scritti dal cavalier Massimo Stanzioni, come a suo luogo diremo”.47 A questo punto
l’autore rinviava ad un altro passo riportato nella vita di Fabrizio Santafede: “Per ultimo siami
lecito di aggiungere la rimarchevol notizia della stima che fece il Cavalier Calabrese del quadro
esposto nella soffitta di Santa Maria la Nuova, il quale rappresenta la Santissima Trinità che
corona la Beata Vergine Assunta in Cielo; perciocché, entrando fra’ Mattio con Giuseppe
Trombatore, suo discepolo, nella chiesa suddetta, si compiacque del quadro ove sono gli angeli
dipinti da Francesco Curia, poi mirando quello dell’Assunta di Girolamo Imparato, rivoltosi
all’anzidetto Giuseppe, disse: «Costui si scrive Imparato, ed ancora averebbe che imparare». Indi,
rivolto al quadro mentovato di Fabrizio, dimandò al discepolo chi l’aveva dipinto, non
interpretando la cifra F. S. congiunti insieme, e udendo che il pittore nominavasi Fabrizio
42
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 850-851. Le polizze di Banco dell’Annunziata ci informano che
l’Imparato vi dipinse soltanto la Presentazione al tempio. Cfr. G. Toscano, La bottega di Benvenuto Torelli, cit.,
pp. 267-268 nota 16.
43
L’opera dovrebbe identificarsi con la “cona” eseguita dal pittore tra il 1587 e il 1589. Lo si evince dal
Libro dello Abadessato [...] per tre anni videlicet 1587, 1588, e 1589, Exito de intempiatura, Archivio di Stato di
Napoli (d’ora in poi ASN), Monasteri Soppressi, fascio 3999 (f. 154), pubblicato per la prima volta da M. R.
Pessolano, La chiesa di Donnaromita e le superstiti strutture conventuali, in «Napoli Nobilissima», XIV (n. s.),
1975, pp. 60, 68 nota 59; C. Vargas, Teodoro d’Errico. La maniera fiamminga nel Viceregno, Napoli 1988, pp.
159-160 doc. n. 8. Cfr. anche Regesto documentario doc. n. 13.
44
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 848.
45
Ivi, p. 850. Dell’errore non si è accorta Ippolita di Majo, autrice delle note critiche alla recente edizione
delle Vite. Sul dipinto di Decio Tramontano, realizzato fra il 1587 e il 1588 per la cappella di Cristoforo
Quarta, cfr. N. Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina de’ SS. Severino e Sossio di Napoli, in
«Archivio Storico per le Province Napoletane», III, 1878, pp. 241-242; F. Bologna. Roviale Spagnuolo, cit., p.
72 nota 23; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit. pp. 297, 324 nota 23 con
bibliografia.
46
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 847-848.
47
Ivi, p. 847. Nello stesso soffitto lo scrittore assegnò all’Imparato anche “alcune delle figure sole”, che
“rappresentano Sibille con vari Re del Vecchio Testamento”.
15
Santafede disse: «a questo pittore sì che ci ho fede», volendo esprimere con tali parole la bontà di
quella pittura, come lo confermò con la molta lode che gli diede nell’uscire da chiesa”.48
È il luogo in cui emerge la condanna più dura sulla pittura imparatesca, che assieme alle
grossolane confusioni riscontrate negli autori precedenti e a quelle, numerose, aggiuntesi nei
secoli successivi (fino ai nostri giorni), certo non avrebbe giovato ad un’adeguata considerazione
del pittore. L’ammirazione seicentesca del Preti per il dipinto santafediano potrebbe riflettere in
“un’epoca di diffuso neovenetismo”, come suggerito convincentemente da Concetta Restaino,
l’apprezzamento delle peculiarità cromatiche di quel dipinto, una delle espressioni più esaltanti
del venetismo di Fabrizio Santafede.49
Appellandosi all’‘autorità’ del manoscritto di Stanzione, il De Dominici più di una volta presentò
Girolamo Imparato come un pittore sopravvalutato che, sebbene venisse “tenuto in stima da ogni
sorte di persone, è ben vero però che il suo nome pare che trapassasse il valore del suo
pennello”;50 accusò l’artista di “soverchia vanità” e di una “sua certa natural albagia” e infine, nel
ricordare i “discepoli” di Francesco Curia, subordinò l’Imparato a Ippolito Borghese che “fu
nobile” quanto il maestro e “meglio di Girolamo”.51
Lo storico accennò a talune sue opere calabresi: l’Imparato “assistito dalla buona fortuna”, grazie
alla mediazione di un fratello della moglie (figlia di un “curiale”), originario di Cosenza, fu
chiamato in questa città per dipingere una cappella “ad alcuni signori” in San Domenico.52 Quasi
due secoli dopo, il Frangipane ipotizzò che tali “affreschi”, perduti, potrebbero essere stati quelli
che in antico ornavano la cappella di Santa Maria della febbre nella chiesa domenicana.53 De
Dominici, inoltre, menzionò altri dipinti “per varie chiese del nostro Regno”: una dispersa
Madonna del Rosario con san Domenico e santa Caterina da Siena ed altri santi per la chiesa dei
domenicani di Gaeta e due quadri per Capua “uno nel Duomo con vari Santi, e l’altro ad una
chiesa parrocchiale di quella città”, anche questi probabilmente perduti o non rintracciati.54
Come abbiamo visto, la svalutazione dell’artista appare mitigata dall’ammirazione per le opere del
padre, soprattutto per il ricordo entusiasta del Martirio di San Pietro da Verona, sul quale Bernardo
De Dominici ritornò nella biografia di Battistello Caracciolo che “volle copiare per proprio studio
il San Pietro martire nella sua chiesa presso i mercatanti, della qual opera soleva sempre dire che
l’aveva più insegnato questo sol quadro, che molti altri da lui copiati per vantaggiarsi nell’arte. E
veramente quest’opera è degna di somma laude, poiché d’essa si vede egregiamente il gran Tiziano
imitato in quella maraviglia che dipinse in Venezia dello stesso santo, e che oggi con istupore di
ognuno si ammira nella celebre chiesa di San Giovanni e Paolo”.55
48
Ivi, p. 885.
C. Restaino, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 885 nota 65. Per una diversa spiegazione del severo
“giudizio ‘critico’” espresso dal Preti, legata all’opposizione fra le due “anime” della pittura tardo-manierista
napoletana (quella riformata del Santafede, di Borghese, dell’Azzolino e quella più estrosa ma pur sempre
“commovente” di Teodoro d’Errico, del Curia e dell’Imparato), cfr. P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 10. Sul rapporto fra il De Dominici e Mattia Preti cfr. F. Bologna,
ad vocem De Dominici Bernardo, cit., p. 622.
50
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 852. Per giustificare la prolificità dell’artista il biografo parlò
dell’Imparato come di un pittore “fortunato”, motivo che ricorre anche nella vita di Andrea Vaccaro,
ritenuto erroneamente suo allievo (B. De Dominici, Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli
1742, ed. cons. ristampa anastatica Bologna 1971, III, II, pp. 135-136). Si tratta di una notizia errata, dato
che Vaccaro nacque a Napoli nel 1604 (cfr. U. Prota Giurleo, Pittori napoletani del ’600, Napoli 1953, pp.
159, 162.).
51
Ivi, p. 821. I passaggi in questione si ritrovano in Vite e memorie, cit., c. 24v.
52
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 849-850.
53
A. Frangipane, Girolamo Imparato e le sue pitture in Calabria, in «Brutium», IV, 2-3, 1925, p. 2.
54
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 853.
55
Ivi, p. 967. Il De Dominici, ancora a proposito del giovane Battistello, ricordò che “avanzandosi il genio,
nell’avanzarsi così puerilmente al disegno, ebbe nelle mani alcuni disegni, o stampe, che copiate le faceva
emendare ad un pittore che per avventura abitando presso sua casa, solea di quelle provvedere il fanciullo.
Questo pittore secondo la nota del Cavaliere Massimo si dovrebbe intendere per Francesco Imparato”. Cfr.
S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., p. 11.
49
16
Sarà stata la predilezione della pittura veneta da parte dello scrittore settecentesco, certo riflessa
anche nei pareri sul Santafede attribuiti al Preti, a giustificare l’esaltazione di questo dipinto,
legato realmente al modello iconografico del celebre e perduto dipinto tizianesco.56
***
Il profilo dell’Imparato tracciato dal De Dominici rimase pressoché invariato fino agli inizi del
Novecento. Le Vite infatti divennero il testo di riferimento basilare per gran parte degli autori
successivi, i quali continuarono a parlare di Francesco e Girolamo come di due distinti pittori e
accolsero quasi sempre le nuove attribuzioni proposte dal biografo.
Nella seconda metà del Settecento Onofrio Giannone, primo detrattore del De Dominici, definì
Francesco Imparato “uno delli buoni pittori napoletani”, e fornì ulteriori informazioni sul
disperso Martirio di Sant’Andrea di Santa Maria la Nova che “pare di Tiziano”. Il quadro era stato
fatto restaurare dai padri nel 1762 “ch’era scrostato il gesso, e in molte parti levato il colore, e un
candeliere ne bruciò anche un po’: ora si vede un po’ impiastrato all’uso di questo paese”.57
Favorevole anche il giudizio sulla tela di San Pietro Martire: “assai bella, bene disegnata, sfumata,
impostata [con] buone azioni e finita all’ultimo segno”. Giannone respinse l’alunnato di
Girolamo Imparato presso Silvestro Buono e Giovan Bernardo Lama: “a mio parere”, scrisse,
“portò lo stile del padre”. Evidentemente si accorse dell’affinità stilistica delle opere riferite ai due
pittori, ma non mise in discussione lo sdoppiamento operato nelle Vite; inoltre, rifiutò
l’ascrizione all’Imparato dell’Immacolata sul capoaltare della Concezione degli Spagnoli, “di
carattere differente di Geronimo e stimata da tutti opera di Giovan Filippo Criscuolo”, e della
Madonna del Rosario di San Tommaso d’Aquino, che sulla scorta del Celano preferì assegnare a
Giovan Bernardino Azzolino.58
Le Vite dedominiciane, com’è noto, furono alla base della trattazione della “scuola napolitana” di
Luigi Lanzi che si soffermò brevemente sui due Imparato.59 Al medesimo testo attinse anche
Stefano Ticozzi nel suo Dizionario dei pittori per il profilo di Francesco Imparato, “superiore al
figlio”.60
Le numerose guide napoletane uscite tra la fine del Settecento e il terzo quarto dell’Ottocento
non riportarono pareri o notizie di rilievo sull’Imparato, limitandosi per lo più a ripetere quanto
già riferito dalle fonti;61 tuttavia registrarono un considerevole incremento delle opere ritenute del
56
Sulle dichiarate preferenze artistiche del De Dominici cfr. F. Bologna, ad vocem De Dominici Bernardo,
cit., pp. 626-627.
57
O. Giannone, Giunte sulle Vite de’ pittori napoletani, ms. perduto già nel Museo civico Gaetano Filangieri
di Satriano di Napoli, 1771-73 ca., edito a cura di O. Morisani, Napoli 1941, pp. 54-55. Il dipinto di Santa
Maria la Nova, appartenuto alla famiglia Fenice (C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra, cit., IV, c. 26v),
risulta disperso.
58
Ivi, pp. 79-81. Per il riferimento della Madonna del Rosario all’Azzolino cfr. C. Celano, Notizie del bello, cit.,
III, p. 1404. Pochi anni dopo Pietro Napoli Signorelli dedusse dal De Dominici le notizie sugli Imparato
riportate nelle Vicende della coltura nelle due Sicilie o sia storia ragionata della loro legislazione e polizia, delle lettere,
del commercio, delle arti, e degli spettacoli, Napoli 1785, IV, pp. 375-376.
59
L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Bassano 1795-96, ed. cons. a cura di M. Capucci, Firenze 1968, I, pp.
452-453. Ecco quanto scrisse l’abate Lanzi sugli Imparato: “Uscì dalla sua scuola [di Giovan Filippo
Criscuolo] Francesco Imparato, quegli che poi ammaestrato da Tiziano, divenne sì buon emulatore del suo
stile; che avendo dipinto un San Pier Martire nella sua chiesa di Napoli, fu dal Caracciolo commendato
come la miglior tavola che in quella città fosse fatta fino a quel tempo. Non dee confondersi questo
Francesco con Girolamo Imparato suo figlio, che fiorì dopo il fine del secolo XVI in riputazione
grandissima e maggiore forse del suo merito. Fu seguace similmente dello stile veneto, e talora del
lombardo, avendo viaggiato anch’egli per ben colorire; e ne mostrò il frutto nella tavola del Rosario a San
Tommaso d’Aquino e in altre sue opere. Il cav. Stanzioni, che lo conobbe e fu suo competitore, lo crede
inferiore al padre nell’abilità e lo descrive come ostentatore solenne del suo sapere”.
60
S. Ticozzi, Dizionario dei pittori dal rinnovamento delle belle arti fino al 1800, Milano 1818, I, p. 278.
61
G. Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, Napoli 1788-1789, ed. cons. ristampa
anastatica Bologna 1989; G. M. Galanti, Breve descrizione di Napoli e del suo contorno, ed. cons. a cura di M. R.
Pellizzari, Cava dei Tirreni 2000; D. Romanelli, Napoli antica e moderna, Napoli 1815; F. Marzullo, Guida del
17
pittore, quasi sempre fallace. Luigi D’Afflitto ad esempio, nel 1834, per la prima volta attribuì a
Girolamo l’Immacolata, la Madonna del Carmine, l’Apparizione di Cristo e della Vergine a San Francesco
collocate su tre degli altarini della navata di Santa Maria la Nova,62 che il De Dominici aveva
lasciato nell’anonimato e che nel secolo successivo sarebbero state restituite rispettivamente ad
Ippolito Borghese, a Teodoro e Giovan Luca d’Errico e Marco Mele.63 Lo stesso autore, dopo aver
menzionato la Madonna di Loreto imparatesca dei Santi Severino e Sossio, assegnò con cautela al
pittore partenopeo il “quadro compagno colla Nascita di Gesù Cristo con molte figure
espressive”,64 tuttora conservato nel vano di passaggio tra la navata e la sagrestia della chiesa, di
fronte alla tela lauretana, ma di difficile agnizione a causa delle disperate condizioni in cui versa.65
Luigi Catalani riferì a Francesco Imparato la “Triade con la Beata Vergine e sotto san Francesco e
san Nicola vescovo di Mira” della chiesa di San Domenico Soriano66 e identificò la mano di
Girolamo nella “pittura bellissima” raffigurante la “Vergine con gloria di angeli all’intorno e sotto
le anime del purgatorio, con due monaci francescani genuflessi in atto di adorazione”, della
cappella de Gallis allo Spirito Santo [fig. 121]. Quest’ultima proposta, in seguito confermata dai
documenti, fu l’unica acquisizione di rilievo negli scritti di metà Ottocento.67 Sempre il Catalani,
forse in parte condizionato dal De Dominici, reputò inferiore ad altre opere dell’artista l’Assunta
di Santa Maria la Nova e considerò suoi i dipinti degli altarini della stessa chiesa, raffiguranti la
Sacra Famiglia, la Vergine fra i due san Filippo e il Salvatore.68 Il Catalani, per primo, nominò anche
quello che oggi si considera il capolavoro giovanile dell’Imparato, la Madonna di tutti i santi della
chiesa dei Bianchi allo Spirito Santo, riferendolo però ad Andrea Sabatini.69
Forse il solito lapsus nella lettura della firma originò nel volume della Storia dei monumenti del
Reame delle due Sicile, curato dal Corsi, l’ascrizione dell’Assunta nel soffitto di Santa Maria la Nova
a Francesco Imparato, al quale vennero riconosciute anche l’Immacolata e l’Apparizione di Cristo e
della Vergine a san Francesco sugli altari della navata nella stessa chiesa.70 A Francesco Imparato
furono attribuiti persino i dipinti laterali nel cappellone di San Pietro da Verona della chiesa
omonima, tele documentate di Carlo Mercurio.71
Giuseppe De Simone si soffermò sulle pale d’altare del Gesù Nuovo e, in particolare, sulla Visione
di Sant’Ignazio a la Storta: “Il quadro di Sant’Ignazio, sopra l’altare, è di Girolamo Imparato, pittor
valentissimo, fiorito verso la fine del XVI secolo con rinomanza e fortuna grandissima. In
quest’opera usò bellissime tinte, meno accese di quelle che in altre di lui veggiamo. Il campo è un
forestiere per le cose più rimarchevoli della città di Napoli, Napoli 1823, pp. 217, 220, 222. Negli stessi anni
Giovan Battista Grossi riportò notizie su Girolamo Imparato, riprese da Bernardo De Dominici, nella
biografia di Francesco Curia (G. B. Grossi, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, VII, Napoli 1820,
p. 78). Per le guide più tarde vedi appresso.
62
L. D’Afflitto, Guida per i curiosi e per i viaggiatori che vengono alla città di Napoli, Napoli 1834, pp. 199-200.
63
Cfr. i nn. 22, 24, 26 del Repertorio delle opere espunte, di bottega e danneggiate dai rifacimenti.
64
L. D’Afflitto, Guida per i curiosi, cit., pp. 225- 228.
65
Il Leone de Castris ha considerato l’Adorazione dei pastori dei Santi Severino e Sossio “prossima allo stile
del Lilio” (P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 191 nota 30).
66
L. Catalani, Le chiese di Napoli. Descrizione storica ed artistica, Napoli 1853, II, p. 29. L’opera estranea
all’Imparato fu riconosciuta a Girolamo Imparato da Franco Strazzullo (F. Strazzullo, Postille alla “Guida
Sacra della città di Napoli” del Galante, Napoli 1962, p. 12).
67
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, p. 35. G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani del XVI e
XVII secolo, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», V (n. s.), 1919, p. 393. Per i nuovi documenti
sulla “cona” de Gallis cfr. Regesto documentario doc. n. 52.
68
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, pp. 117, 126-127.
69
Ivi, p. 40. In precedenza Luigi Catalani aveva trattato degli Imparato nel Discorso sui monumenti patrii,
Napoli 1842, p. 74.
70
V. Corsi, Storia dei monumenti del Reame delle due Sicilie, Napoli 1845, II, pp. 160-161. L’Apparizione di
Cristo e della Vergine a San Francesco spetta a Marco Mele. Cfr. il n. 22 del Repertorio delle opere espunte, di
bottega e danneggiate dai rifacimenti.
71
V. Corsi, Storia dei monumenti, cit., II, p. 258. Sui dipinti di Carlo Mercurio vedi G. Cosenza, La chiesa e il
convento di S. Pietro Martire, in «Napoli Nobilissima», IX, 1900, p. 59.
18
vago paesello, occupato in alto dalle soavissime figure della Triade, onde spandesi una gran luce, e
sotto sta genuflesso il santo rapito in dolcissima estasi”72.
Una fugace menzione dell’Imparato comparve anche nel Cicerone di Jacob Burckhardt, che, nella
generale condanna senza appelli del manierismo - essendo la pittura “notevolmente degenerata
dopo la morte di Raffaello” - giudicò i napoletani Simone Papa, Belisario Corenzio, il “giovane”
Santafede e l’Imparato artisti i quali “presentano nel loro insieme il quadro d’una scuola che per
quanto degenerata, non è toccata dall’imitazione michelangiolesca”, ragione per cui i quadri di
Marco Pino gli erano apparsi addirittura “ripugnanti”.73
Nelle Aggiunzioni alle Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso di Carlo Celano di Giovan Battista
Chiarini, uscite tra il 1856 e il 1860, sfociarono i non pochi errori e i pasticci riscontrati negli
scritti anteriori, come ad esempio il riferimento a Francesco Imparato dell’Immacolata di Santa
Maria la Nova e dei quadri laterali del cappellone di San Pietro da Verona in San Pietro Martire.74
Sviluppando alcune osservazioni del Catalani, l’autore si cimentò in uno dei primi tentativi di
distinzione degli interventi nel soffitto del Duomo, precisando che all’Imparato si dovessero
riconoscere i due ovali della “crociera”, raffiguranti l’Apparizione di Gesù agli Apostoli e l’Incontro di
Cristo con la Madre Maria, ma che “non richiamano alcuna attenzione”.75
Rimasero sconosciute agli scrittori napoletani le osservazioni che, nel 1861, Giovanni Spano
affidava alla sua Guida della città e dintorni di Cagliari sul magnifico polittico imparatesco custodito
nella chiesa del Carmine del capoluogo sardo [figg. 91-97]: “Chi non vi scorgesse un’epigrafe sotto
l’ultimo spartimento a destra Hieronimus Imperatus Neapolitanus faciebat 1594, scambierebbe
questa impareggiabile tavola con una dei migliori caposcuola italiani, e l’avrebbe annoverata fra le
opere di Rafaele, e di Tiziano. Se il Lanzi avesse potuto vedere questo dipinto, quali elogi non
avrebbe compartito ad un sì grande artista!”.76
La Guida Sacra del Galante determinò un accrescimento ulteriore e sempre più difficoltoso del
catalogo del pittore. Infatti vennero riconosciuti all’Imparato dipinti certamente non suoi come il
San Francesco di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, la Santa Caterina di Santa Maria della
Libera e la Madonna del Carmine con i santi Francesco d’Assisi e Francesco di Paola collocata nella
distrutta chiesa di San Giuseppe Maggiore.77
Carlo Tito Dalbono, invece, accostò la Vergine tra due santi sull’altare maggiore di Santa Maria
della Salute alla maniera dell’“Imparato vecchio”.78
Nel 1876 a Napoli venne allestita l’Esposizione Nazionale di Belle Arti, “l’ultimo trionfo” del De
Dominici, come scrisse alcuni anni dopo Benedetto Croce, “essendo state le opere esposte
72
G. De Simone, Le chiese di Napoli descritte ed illustrate con tavole litografiche, Napoli 1845, I, p. 154.
Ripetitive sono le guide di Erasmo Pistolesi (Guida metodica di Napoli e suoi contorni per vedere con nuovo
metodo la città, Napoli 1845), del De Lauzieres e D’Ambra (Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze
divisa in XXX giornate, a cura e spese di G. Nobile, Napoli 1855-1857) e quelle di Stanislao D’Aloe (Naples
ses Monuments et ses curiosités, Napoli 1847, ed. cons. Napoli 1860).
73
J. Burckhardt, Der Cicerone. Eine Anleitung zum Genuss der Kunstwerke Italiens, Basel 1855, ed. It. cons. Il
Cicerone. Guida al godimento delle opere d’arte in Italia, Firenze 1963, p. 1087.
74
G. B. Chiarini, Aggiunzioni alle Notizie del Bello, dell'Antico e del Curioso di Carlo Celano, ed. cons. a cura di
A. Mozzillo, A. Profeta, F. P. Macchia, Napoli 1970, II pp. 1276, 1373.
75
Ivi, I, p. 398. Su quanto osservato dal Catalani cfr. L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., I, pp. 11-12.
76
G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, Cagliari 1861, pp. 164-166.
77
G. A. Galante, Guida sacra della città di Napoli, Napoli 1872, ed. cons. a cura di N. Spinosa, Napoli 1985,
pp. 53, 191, 206, 213. L’attribuzione del primo dei tre dipinti, trafugato anteriormente al giugno 1977 (cfr.
Neg. N. III95M della Soprintendenza al Polo Museale di Napoli), fu ripresa da C. Padiglione, Memorie
storico artistiche della chiesa di S. Maria delle Grazie Maggiore, Napoli 1855, pp. 249-250; il secondo, purtroppo
oggi irrintracciabile, spetta a Luigi Rodriguez (cfr. G. Previtali, La pittura del Cinquecento, cit., p. 145 nota 73,
e Neg. S. G. Napoli 4247, Soprintendenza al polo museale di Napoli), mentre l’ultimo, tralasciato dagli
studiosi, va identificato col dipinto da poco restaurato, oggi conservato nella chiesa di San Giuseppe al
rione Luzzatti (G. A. Galante, Guida sacra, cit., p. 213), riferibile a Giovann’Antonio D’Amato. Cfr. Neg. N.
33209/M, Soprintendenza al Polo Museale di Napoli. Sulle vicissitudini della chiesa di San Giuseppe
Maggiore cfr. I. Ferraro, Napoli. Atlante della città storica, cit., p. 83.
78
T. Dalbono, Nuova Guida di Napoli e dintorni, Napoli 1876, p. 348. Il dipinto è estraneo al linguaggio
dell’Imparato.
19
battezzate nel catalogo secondo i criteri di costui”.79 Nella mostra si espose un’Annunciazione della
Vergine, creduta dell’Imparato, di proprietà del “signor Luigi Razzi”.80 Ed in forma di appunti
intorno alla mostra furono pubblicati nel 1878 i Ritorni sull’arte antica napolitana di Dalbono, il
quale condannò la pittura dell’Imparato affermando: “Il Curia è maestro di un Imparato, e di un
Imparato osservammo in questa mostra altra Nunziata dipinta. La scuola qui si vide anche più
aperta; gli svolazzi che il Curia aveva preso da Raffaello passano ai seguaci con minore eleganza e
più esagerazione, per una ragione chiarissima, cioè che l’allievo non giunge a superare il maestro e
lo scemeggia senza progredire”.81
***
A partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento le profonde critiche mosse da più parti al “falsario”
De Dominici, determinarono la necessità di riscrivere la storia dell’arte napoletana su basi solide e
storicamente fondate. In questo clima presero il via le estese ricerche archivistiche condotte da
diversi studiosi partenopei; fra questi, primariamente, Gaetano Filangieri e Giambattista
D’Addosio. Dai documenti emersero molte informazioni relative ad imprese condotte
dall’Imparato in un arco cronologico compreso fra il 1573 e il 1607;82 le testimonianze d’archivio
restituirono anche i nomi di diversi suoi collaboratori (Giovann’Angelo e Giovann’Antonio
d’Amato), ma nessuna di queste confermò la storicità del Francesco Imparato dedominiciano.
Nel 1899 Giuseppe Ceci rese noto in Napoli Nobilissima un manoscritto del 1696 circa,
conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze, intitolato Notizie di vita ed opere di diversi pittori,
contenente una serie di appunti raccolti in parte da Filippo Baldinucci e in parte dal Marmi, in
cui tra i pittori operanti “lodevolmente nella città e regno di Napoli” risulta nominato anche
l’Imparato.83
Il tentativo di ricostruire la storia del Monte di Pietà, fatto dal Morelli e dal Conforti, si ridusse ad
alcuni dati messi insieme alla rinfusa: costoro, sulla base di un documento erroneamente
interpretato, attribuirono a Girolamo Imparato la Deposizione sull’altare maggiore della cappella e
riferirono la Resurrezione a Fabrizio Santafede.84 In seguito, il Molajoli, attraverso la corretta
valutazione di quanto riportato nei Libri del Banco di Pietà, contenenti le ‘conclusioni’ delle
assemblee dei procuratori del Monte, avrebbe appurato che la Deposizione spetta a Fabrizio
Santafede, mentre la Resurrezione [fig. 171], lasciata incompiuta dall’Imparato, cui era stata
commissionata nel 1603, fu affidata al Santafede dopo la morte dell’artista nel 1607.85
79
B. Croce, Sommario critico della storia dell’arte nel NapoletanoI: Il Falsario, in «Napoli Nobilissima», I, 1892,
p. 140.
80
Esposizione Nazionale di Belle Arti in Napoli, catalogo generale dell’arte antica, Napoli 1877, pp. 119-120.
81
C. T. Dalbono, Ritorni sull’arte antica napoletana, Napoli 1878, p. 26.
82
G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, VI, Napoli 1891, pp. 6-7;
G. B. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani del XVI e XVII secolo, in «Archivio Storico per le
Province Napoletane», XXXVII, 1912, pp. 599-600; Idem, Documenti inediti, cit., XXXVIII, 1913, p. 237;
Idem, Documenti inediti, cit., III (n. s.), 1917, p. 231; Idem, Documenti inediti, cit., V (n. s.), 1919, pp. 393394.
83
F. Baldinucci, A. F. Marmi, Notizie di vite e opere di diversi pittori, ms. della Biblioteca Nazionale di Firenze,
1696 ca., in G. Ceci, Scrittori della storia dell’arte napoletana anteriori a De Dominici, in «Napoli Nobilissima»,
VIII, 1899, p. 164.
84
M. Morelli, L. Conforti, La Cappella del Monte di Pietà nell’edificio omonimo del Banco di Napoli, Napoli
1899, pp. 33-34.
85
Documenti estratti dall’Archivio storico del Banco di Napoli, dai giornali copia-polizze del Monte e Banco della
Pietà. Artisti napoletani o che operarono in Napoli tra la fine del sec. XVI e la prima metà del sec. XVIII, in
«Rassegna economica», X, 2, 1940, p. 84; B. Molajoli, Opere d’arte del Banco di Napoli. La cappella del Monte di
Pietà. La galleria d’arte, Napoli 1953, pp. 16-17, 40; E. Nappi, Documents of the «Archivio Storico» of the «Banco
di Napoli» in Monte di Pietà, a cura di G. Alisio, Ercolano 1987, p. 150 docc. nn. 16, 17, 22, 23, 24. Questi
documenti svelarono anche la vera data di morte dell’Imparato (luglio-agosto 1607), che il De Dominici
aveva fissato intorno al 1620 (B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 853).
20
Wilhelm Rolfs nel 1910 individuò l’origine dell’equivoco del Tutini sull’autore dell’Assunta di
Santa Maria la Nova nell’errata lettura della firma.86 Lo studioso tedesco apprezzò dipinti
imparateschi come la Madonna di Loreto ai Santi Severino e Sossio e i due quadri del Gesù Nuovo;
inoltre restituì a Francesco Curia l’Annunciazione del Museo Nazionale [fig. 143], proveniente
dalla cappella Orefice della chiesa di Monteoliveto, attribuita per la prima volta all’Imparato negli
inventari del Museo Nazionale redatti dal Salazar.87
Nel 1915 il giovane Roberto Longhi aprì il suo articolo su Battistello Caracciolo con una rilevante
sintesi sulla cultura figurativa napoletana dell’ultimo Cinquecento,88 di cui ammirò soltanto
Francesco Curia, ritenuto “un Parmigianino e un Pontormo di Napoli”, l’unica eccezione
all’interno di una pittura “che produce qualcosa di infinitamente analogo al connubio del tutto
ibrido” tra le idee artistiche del centro Italia e l’“antico realismo” fiammingo “che fuori d’Italia
suole contrassegnarsi come Romanismo”. Lo studioso, nell’esaminare l’ambiente partenopeo in
cui si formò Battistello prima della svolta caravaggesca, stroncò la pittura dell’Imparato
sostenendo: “Né varrebbe la pena di fermarsi troppo sull’Imparato che, se non mi inganno, attua
con molta più debolezza un altro surrogato di stile tolto dalle variazioni coloristiche baroccesche,
annacquate a Napoli nelle produzioni di Pomarancio vecchio: e per chi sa come non si trattasse
nel Baroccio che di una superficiale per quanto deliziosa falsificazione dell’impressionismo
cromatico, che non mirava alle profonde distillazioni del vecchio Tiziano, ma all’imprevisto
realistico tolto di su le screziature naturali, appar chiaro che ci si trova di fronte a divagazioni più
che a realtà artistiche”.89
In seguito Roberto Longhi, il primo ad individuare le componenti baroccesche del linguaggio
imparatesco, dovette maturare un diverso parere sul pittore; infatti Ferdinando Bologna ha
ricordato la sua “ammirazione generica, e per giunta prevalentemente verbale, però altamente
motivata, verso i Curia e gli Imparato”, risalente ai primi anni cinquanta.90
Le notizie desunte dai documenti pubblicati tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del
Novecento, assieme ad un’attenta analisi delle fonti costituirono l’ossatura della voce Girolamo
Imparato curata da Giuseppe Ceci nell’Allgmeines Lexicon der Bildenden Künstler, di Ulrich Thieme e
Felix Becker. Il Ceci fu il primo studioso ad operare un collegamento tra i dipinti conosciuti del
pittore e i documenti, pubblicandone anche altri rintracciati da Bartolomeo Capasso nel fondo
Banchieri Antichi dell’Archivio di Stato di Napoli,91 ma in seguito trascurati dalla critica. Lo
studioso segnalò tre opere fino a quel momento mai menzionate negli scritti napoletani: il
polittico della chiesa del Carmine di Cagliari [figg. 91-97], l’Immacolata di Monteleone (Vibo
Valentia) [fig. 151] e il Gesù fra i dottori della chiesa di Santa Maria a La Vid [fig. 81], nella
provincia di Burgos, parte di un retablo eseguito in collaborazione con Fabrizio Santafede,
Wenzel Cobergher e Giovan Battista Cavagna (1591-1592) [figg. 78-80], reso noto in Italia da un
libro del Martí y Monsó agli albori del Novecento.92 Nella stesso volume il Ceci dedicò un profilo
86
W. Rolfs, Geschichte der Malerei Neapels, cit., p. 210.
Ivi, p. 210. D. Salazar, Inventario Generale del Museo Nazionale, Napoli 1870, n. 84256, citato da I. di Majo,
Francesco Curia, cit. p. 131.
88
R. Longhi, Battistello, in «L’Arte», XVIII, 1915, ed. cons. in Scritti giovanili. 1912-1922, Firenze 1961, p.
178. Sulla valorizzazione di questo passo longhiano, vedi S. Causa, Teodoro D’Errico il Fiammingo: note in
margine ad una mostra recente, in «Bollettino d’Arte», LXXXII, 101-102, 1997, p. 35; Idem, Battistello
Caracciolo, cit., p. 13.
89
R. Longhi, Battistello, cit., p. 178.
90
F. Bologna, Prefazione a C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 7.
91
G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582; sui i documenti trovati dal Capasso cfr. quanto
riportato in G. Ceci, Per la biografia degli artisti del XVI e XVII secolo. Nuovi documenti. I. Architetti – II Scultori,
Trani 1907, pp. 3-5.
92
Il polittico di Cagliari, già descritto dallo Spano nel 1861 (vedi supra), era stato menzionato anche nella
Guida per le città di Cagliari, Oristano ed Iglesias, Cagliari 1872, p. 106 (espressamente citata dal Ceci). Sul
retablo di Burgos: Martí y Monsó, Estudios Historico-Artisticos relativos principalmente á Valladolid, basados en la
investigacion de diversos archivos, Valladolid-Madrid 1901, p. 317. A proposito dell’Immacolata di Vibo
Valentia vedi appresso.
87
21
anche a Francesco Imparato;93 tuttavia fu proprio lo studioso partenopeo a dubitare fortemente
dell’autenticità storica di questo pittore. Ecco quanto scrisse ad Alfonso Frangipane in una lettera
pubblicata parzialmente nel 1925 nella rivista cosentina «Brutium»: “Dei due pittori Imparato[...]
è accertata l’esistenza del secondo il cui periodo di attività, per le testimonianze contemporanee
finora raccolte, andò dal 1573 al 1621 [la data di morte, errata, è assunta dal De Dominici]. Di
Francesco non ho trovato ricordi in carte d’archivio, né negli scrittori napoletani anteriori al De
Dominici, tranne che nel Tutini che lo confonde con Girolamo attribuendo al primo le pitture
della chiesa di S. Maria la Nova che sono certamente del secondo. Unica fonte e Lei sa quanto
poco attendibile, per le notizie su Francesco è il De Dominici. Secondo lui questi fu padre di
Girolamo e dovrebbe però lavorare qualche decennio prima e qualche decennio dopo la metà del
Cinquecento. La figura di Francesco è dunque indeterminata, e ad aumentare i dubbi si aggiunga
il fatto che Girolamo, quando firmava le sue opere segnava soltanto ‘Imperatus’. Perché non vi
era stato altro pittore dello stesso cognome, o per orgoglio”.94 Precedentemente lo studioso
calabrese aveva richiesto al collega napoletano notizie intorno a Francesco Imparato dopo il
ritrovamento dell’Immacolata della chiesa delle Clarisse di Vibo Valentia [figg. 151-153], siglata
Imparatus faciebat 1606.95
Nella prima metà del Novecento emersero da più parti radicali demolizioni della pittura
“tardomanierista” napoletana: si passò dalla definizione di “bassa cultura artistica” data da Aldo
De Rinaldis - che condannò Curia, Borghese, Forli, Imparato e Azzolino come “tardi e disfatti
epigoni della pittura manieristica cinquecentesca venuta a Napoli di Roma e di Toscana,
rinvigorita appena per qualche pimento veneto od emiliano di raccatto”96 - a quella di “sporadica
esistenza provinciale” formulata dall’Ortolani. Quest’ultimo, indicando il soffitto di Santa Maria
la Nova quale uno dei “massimi esempi della pittura napoletana sul fare del Seicento”, sostenne
che quello napoletano si dovesse considerare “manierismo due volte, sia per l’eclettismo che gli fu
proprio, sia perché questo, di metodico e critico ch’era, divenne a Napoli occasionale e
confusionario, perdendo in grande povertà e monotonia di espressioni quell’alto criterio dello
stile ch’esso aveva, anzi, esasperato intellettualisticamente”.97
Tuttavia, a differenza del De Rinaldis, Sergio Ortolani ebbe grande stima di Francesco Curia, la
cui opera gli apparve “impressa del vigore d’una personalità originale”. Sempre a proposito del
Curia lo studioso ritenne che la sua arte costituisce “l’annuncio d’un patetico nuovo d’un
sentimentalismo che si purifica nel dramma, che s’accentua nel raptus della fantasia,
nell’istantaneo della luce”, a suo modo di vedere una sorta di anticipazione della pittura
napoletana del Seicento. Diversamente “possiamo dimenticare la parte che v’ebbero [nella pittura
partenopea del XVII secolo] Imparato e Santafede. Il loro venetizzare, in effettoni luministici
rimane esteriore, barocco: il moto è finto, il dualismo chiaroscurale ‘applicato’; resteranno nei
discepoli i residui d’un formalismo di maniera”.98
93
G. Ceci, ad vocem Imparato Francesco, in U. Thieme, F. Becker, Allgemeines Lexicon der Bildenden Künstler,
XVIII, Leipzig 1924, p. 581.
94
A. Frangipane, Girolamo Imparato e le sue pitture in Calabria, cit., p. 2. Per tutta la prima metà del
Novecento si continuò a confondere Francesco e Girolamo Imparato. Nel 1915 la Bessone Aurelj,
attingendo unicamente alle Vite del De Dominici, dedicò un breve profilo biografico ai due pittori (A. M.
Bessone Aurelj, Dizionario dei pittori, Città di Castello 1915, p. 316). Nella Guida del Touring Club Italiano del
1927 l’Assunta di Santa Maria la Nova fu assegnata a Francesco Imparato (L. V. Bertarelli, Guida del Touring
Club Italiano, Napoli e Dintorni, Milano 1927, ed. cons. Milano 1938, p. 134).
95
Il dipinto in questione era stato assegnato a Francesco Imparato da G. B. Marzano, Scritti varii,
Laurenzana di Borrello 1913, ed. cons. in G. B. Marzano, Scritti, IV, Vibo Valentia 1940, p. 215. La stessa
attribuzione fu ripresa da P. Tarallo, Raccolta di notizie e documenti della città di Monteleone di Calabria,
Monteleone 1926, ed. cons. Vibo Valentia 1997, pp. 279-280. Il corretto riferimento a Girolamo comparve
in A. Frangipane, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, II, Calabria, provincie di Catanzaro, Cosenza e Reggio
Calabria, Roma 1933, p. 118.
96
A. De Rinaldis, La pittura del Seicento, cit., p. 1.
97
S. Ortolani, C. Lorenzetti, M. Biancale, La pittura napoletana dei secoli XVII, cit., p. 13.
98
Ivi, p.20.
22
Qualche anno prima anche ad Adolfo Venturi Francesco Curia era sembrato la sola figura di
grande maestro che Napoli avesse avuto nel periodo in discussione.99 Per l’autore della Storia
dell’Arte Italiana Girolamo Imparato, come Fabrizio Santafede, innestò sopra il “tronco
raffaellesco” le “forme dell’arte veneta, desunte in particolare da Palma il Giovane”.100 Lo storico
dell’arte modenese tuttavia insistette inopportunamente su questa componente, centrale per
l’evoluzione pittorica del solo Santafede: il Venturi ravvisò il “venetismo” in opere come l’Assunta
di Santa Maria la Nova, “vagamente ispirata all’Assunta di Tiziano in Santa Maria Gloriosa” e
persino nell’Annunciazione dell’allora Museo Nazionale, da lui ritenuta ancora dell’Imparato,
nonostante le pertinenti e tralasciate osservazioni del Rolfs.101 Considerevole, però, risultò il
riconoscimento all’Imparato dell’Annunciazione nel soffitto di Santa Maria la Nova [fig. 143], di
cui pubblicò anche una riproduzione fotografica.102
Questi ultimi critici trascurarono le pagine d’apertura del saggio battistelliano del Longhi, in cui,
come si è visto, per la prima volta venivano additati i caratteri barocceschi della pittura
imparatesca. Tale cultura fu rilevata nella produzione dell’artista napoletano da Raffaello Causa
che, nel 1952, gli attribuì la Madonna col putto della Quadreria dei Gerolamini,103 restituita in
seguito da Ferdinando Bologna a Francesco Vanni, uno dei principali seguaci del Barocci.104 Il
Causa, nel 1957, in un breve profilo dell’arte napoletana, definì felicemente quella dell’Imparato
una pittura “sottilmente tramata di refluenze baroccesche”.105 Tuttavia, lo studioso concluse il suo
saggio ancora con un giudizio negativo sul Cinquecento napoletano: “Il vecchio secolo si
chiudeva con un bilancio pressoché fallimentare per la vita artistica cittadina; sarebbe spettato al
nuovo di rivolgerne le sorti e portarle al segno più alto della lunga storia napoletana”.106
***
Un’inversione di rotta per una comprensione più profonda delle peculiarità culturali della
produzione pittorica meridionale del tardo Cinquecento avvenne, negli stessi anni, grazie alle
illuminanti osservazioni di Ferdinando Bologna contenute nel catalogo della mostra Opere d’arte
nel Salernitano dal XII al XVIII secolo, uscito nel 1955, e quelle espresse nel saggio su Roviale
Spagnuolo e la pittura napoletana del Cinquecento, scritto tra il 1952 e il 1954 ma pubblicato soltanto
nel 1959. Lo studioso finalmente puntualizzò le specificità linguistiche del maestro: “Girolamo
Imparato e Ippolito Borghese guardarono essenzialmente il baroccismo del Vanni e del
Salimbeni”.107 Il Bologna ribadì l’attribuzione al Curia dell’Annunciazione, esposta dal 1957 nella
nuova Pinacoteca di Capodimonte, fino ad allora insistentemente ritenuta opera di Girolamo
Imparato.108
Frattanto il “tardomanierismo” napoletano rimontava lentamente la china per una più adeguata
valutazione critica anche con Bruno Molajoli, che lamentò quanto sui pittori “manieristi”
napoletani avesse pesato per troppo tempo “il disinteresse della critica moderna, o addirittura
l’indiscriminata condanna, che li ha esclusi da quello stesso processo di revisione filologica e
storica, grazie al quale, dopo l’assorbente attenzione dedicata al Rinascimento, gli studi recenti
hanno restituito alla luce di una penetrante comprensione i valori dell’arte barocca. Ma ora che si
va diffondendo un sempre più acuto e aderente chiarimento dei motivi che impegnano la
valutazione del Manierismo su un piano storico ed estetico, fuori ormai dall’errato concetto di
99
A. Venturi, Storia dell’Arte Italiana, Milano 1932, IX, V, p. 735.
Ivi, p. 750.
101
Ivi, p. 742. L’Annunciazione fu riferita all’Imparato anche da A. O. Quintavalle, La pinacoteca del Museo
Nazionale di Napoli, Roma 1939, p. 25.
102
A. Venturi, Storia dell’Arte, cit., pp. 742, 744.
103
R. Causa, II Mostra di restauri, Napoli 1952, p. 7.
104
F. Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., p. 98 nota 67; P. Leone de Castris, in La quadreria dei Gerolamini,
Napoli 1986, p. 60.
105
R. Causa, Pittura napoletana dal XV al XIX secolo, Bergamo 1957, p. 26.
106
Ibidem.
107
F. Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., p. 98 nota 57.
108
F. Bologna, Opere d’arte nel salernitano, cit., p. 52; Idem, Roviale Spagnuolo, cit., p. 98 nota 67.
100
23
decadenza affermato in passato, sarà possibile e necessario riguardare a questi pittori napoletani,
per riconoscere come essi siano strettamente legati ad un movimento culturale, di cui si è
sottovalutata sinora la sostanza e l’impegno. Basterà rivedere, senza preconcetti, la posizione di un
Francesco Curia, di un Marco Pino da Siena, di un Cavalier d’Arpino, per risalire attraverso le
loro complesse personalità alle innervature più sensibili della crisi manieristica, ch’era venuta
maturando in una intellettualistica ripresa di stile, intorno alla metà del sec. XVI, e che s’era
riverberata in un moto culturale di larga estensione anche fuori d’Italia. A Napoli, per quei
tramiti, sul finire del secolo, ritroviamo attivi i fermenti più vari; e vi si attuava una partecipazione
naturale e molteplice con tutto quanto costituiva il vivo alimento d’idee che si permutava tra
Roma e Venezia, tra Siena e Bologna”.109
Com’è stato anticipato, lo studioso chiarì, mediante una corretta lettura dei documenti, il ruolo
avuto da Girolamo Imparato nel contesto del Monte di Pietà, restituendo la Deposizione dell’altare
maggiore al Santafede e all’Imparato la prima “stesura” della Resurrezione commissionatagli sin dal
1603, lasciata incompiuta ed ultimata dal Santafede dopo la sua morte. Il dipinto manifesterebbe
l’impronta imparatesca nella “più frammentata composizione”, nelle “figure della zona superiore”
oltre che nelle “forme sfatte ed ombrate” assunte dai riflessi del manierismo senese.110
Determinante fu, a partire dagli anni sessanta, l’apporto degli studi condotti fuori Napoli, che
arricchirono il corpus imparatesco di opere esterne al territorio campano. Va ricordato il volume
di Alfonso Pérez Sánchez sulla pittura italiana in Spagna che contribuì, rispetto al suddetto libro
del Martí y Monsó, ad una più ampia conoscenza del polittico castigliano di Santa Maria a La Vid
(Burgos).111 Michele D’Elia, nel catalogo della Mostra dell’arte in Puglia dal tardo antico al Rococò,
trattando del gallipolino Gian Domenico Catalano, colse l’occasione per rendere note le due tele
dell’Imparato conservate nella chiesa del Gesù di Lecce: il San Girolamo e l’Annunciazione [figg.
116, 157], in precedenza ricordate solo negli scritti locali.112 Dopo pochi anni, Maria Stella Calò
occupandosi delle stesse opere, ed in particolare dell’Annunciazione, mise in evidenza quanto il
pittore fosse stato interessato, assieme ad Ippolito Borghese, oltre che al baroccismo, circolante a
Napoli grazie al Vanni e al Salimbeni, ai “nobili esempi” offerti dal Curia sul finire del
Cinquecento113. In questo stesso periodo, Renata Serra si soffermò sull’influenza esercitata dal
polittico cagliaritano di Girolamo su pittori sardi quali Francesco Pinna e Bartolomeo
Castagnola.114
L’arte del Cinquecento nel regno di Napoli di Mario Rotili fornì un quadro sintetico della
produzione artistica del secolo in esame. Nonostante il permanere di vecchi equivoci, come quello
sull’esistenza di Francesco Imparato “del quale ci resta sicuramente sua” - senza specificare su
quali basi - “solo la pala con la Vergine e i Santi della chiesa di S. Maria della Salute a Napoli”, il
Rotili ebbe il merito di attribuire a Girolamo Imparato la Circoncisione della collezione del Banco
di Napoli [fig. 159],115 già assegnata a Belisario Corenzio dal Molajoli che pure ne aveva
riconosciuto il carattere baroccesco, tipico del maestro napoletano.116
Mentre la storiografia generale aveva taciuto quasi del tutto o condannato indiscriminatamente il
Cinquecento meridionale (come era accaduto, ad esempio, nel libro del Freedberg, il quale,
109
B. Molajoli, Opere d’arte del Banco di Napoli, cit., p. 17.
Ivi, pp. 16-18.
111
A. Pérez Sánchez, Pintura italiana del S. XVII en España, Madrid 1965, p. 52.
112
Mostra dell’arte in Puglia dal tardo antico al Rococò, catalogo della mostra (Bari 1964) a cura di M. D’Elia,
Roma 1964, p. 139; vedi anche M. D’Elia, P. D’Elia, Considerazioni sulla pittura del primo Seicento in Puglia, in
Scritti in onore di Roberto Pane, Napoli 1969-1971, pp. 380-381.
113
M. S. Calò, La pittura del Cinquecento e del primo Seicento in terra di Bari, Bari 1969, pp. 129-130.
114
R. Serra, Su taluni aspetti del manierismo nell’Italia meridionale. Francesco Pinna, pittore cagliaritano della
Maniera tarda, in «Annali delle facoltà di Lettere Filosofia e Magistero dell’Università di Cagliari», XXX,
1966-1967, pp. 424-426.
115
M. Rotili, L’arte del Cinquecento nel regno di Napoli, Napoli 1972, p. 25. L’attribuzione del dipinto di Santa
Maria della Salute a Francesco Imparato forse fu ripresa da T. Dalbono, Nuova Guida di Napoli, cit., p. 348.
Vedi supra.
116
B. Molajoli, Opere d’arte del Banco di Napoli, cit., pp. 25, 44.
110
24
sprezzantemente, aveva considerato “provinciali” le scuole di Napoli e Messina),117 Giovanni
Previtali, nel 1972, col saggio comparso nella Storia di Napoli, ripreso ed ampliato nel libro
einaudiano del 1978, evidenziò la “giusta collocazione storica” dell’arte pittorica meridionale del
Cinquecento; lo si è accennato in apertura (sia pure in relazione alla sola fine del secolo).118 Lo
studioso longhiano propose addirittura d’individuare in questo disinteresse “quasi totale” per
l’arte di “un intero secolo di pittura ‘rinascimentale’”, uno degli aspetti di quella che gli “storici
politici e gli economisti sono soliti chiamare ‘questione meridionale’”.119 Il suo lavoro stimolò un
interesse crescente per il periodo in esame, avviando così l’esplorazione di una produzione
artistica di qualità troppo a lungo trascurata e misconosciuta.
Nel 1976, Maria Pia Di Dario Guida nel catalogo della mostra cosentina Arte in Calabria pubblicò
l’Annunciazione della parrocchiale di Castiglione Cosentino (Cs) [fig. 66], la più antica opera
firmata e datata (1591) conosciuta fino a quel momento di Girolamo e, perciò, “preziosa per
ricostruirsi in mente quale potette essere il cursus del maestro”.120 Nel definire la cultura
dell’Imparato, la studiosa riprese le ipotesi del Previtali circa un suo probabile apprendistato
condotto presso Marco Pino, e del successivo avvicinamento a Teodoro d’Errico; in una fase
matura, poi, il pittore avrebbe manifestato “una diversa accezione baroccesca, non più tenera alla
Teodoro d’Errico, ma plastica e fortemente chiaroscurata alla Francesco Vanni” di cui sarebbe
espressione l’Immacolata di Vibo Valentia, l’altra opera imparatesca esposta nella mostra
cosentina.121 La Di Dario Guida, opportunamente, si preoccupò di differenziare il baroccismo
d’Ippolito Borghese, “riassorbito in un risentito e vibrante plasticismo”, da quello di un Imparato,
per il quale la stessa componente culturale “inserendosi con impercettibile e naturale trapasso
nella maniera patetica di Marco Pino e in quella ‘tenera’ di Teodoro d’Errico arriva a risultati di
assai più colta e sottile bellezza formale”.122
Gli anni settanta si chiusero con un altro apprezzamento significativo per il pittore napoletano,
questa volta proveniente da Francesco Abbate che giudicò l’Imparato, dopo Francesco Curia,
“l’altro notevole [...] esponente dell’ultimo manierismo napoletano [...], fortemente legato alla
‘cultura di Haarlem’ di cui sviluppa però maggiormente il colorire ‘dolce e pastoso’ di tipo
correggesco”. Riferendosi a capolavori quali la bellissima Annunciazione di Nola, restituita al
pittore dal Previtali sin dal 1975, e la pala di analogo soggetto del Gesù di Lecce, lo studioso
definì l’Imparato interprete di “una pittura raffinata e cantabile, dove però non mancano anche
evidenti intonazioni pietistiche; tutti elementi che lo pongono in stretta consonanza con
l’urbinate Federico Barocci”.123
Nei primi anni ottanta, Vincenzo Pugliese, nel mettere in risalto la straordinaria qualità pittorica
dell’Annunciazione del Gesù di Lecce [fig. 116] - “uno dei prodotti più rappresentativi [...]
dell’intera stagione ‘tardomanierista’ napoletana” -,124 precisò ulteriormente le peculiarità della
“sigla baroccesca” dell’Imparato: “giacché se il cangiantismo prezioso, lo sfaldamento dei piani e
117
S. J. Freedberg, Painting in Italy. 1500 to 1600, Harmondsworth 1971, ed. It. cons. La pittura in Italia dal
1500 al 1600, Bologna 1988. Ignorando i risultati già consistenti raggiunti dalla critica negli anni
precedenti (mi riferisco specialmente agli scritti del Bologna), Freedberg riservò alla pittura napoletana
dell’ultimo quarto del XVI secolo una breve nota, infarcita dei secolari errori dedominiciani (p. 810, nota
39).
118
La prima parte del saggio del 1972 spetta a Francesco Abbate (F. Abbate, La pittura napoletana fino
all’arrivo di Vasari (1544)). Cfr. F. Abbate, G. Previtali, La pittura napoletana del ’500, in Storia di Napoli, V, 2,
Cava dei Tirreni 1972, pp. 829-911; G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit..
119
G. Previtali, Il Vasari e l’Italia Meridionale in Il Vasari storigrafo e artista, Atti del Convegno Internazionale
nel IV centenario della morte (Arezzo-Firenze 1974), Firenze 1976, pp. 691-699; Idem, Teodoro d’Errico e la
‘Questione meridionale’ in «Prospettiva» 3, 1975, pp. 17-34, il passo citato è a p. 19.
120
Arte in Calabria, ritrovamenti, restauri, recuperi, catalogo della mostra (Cosenza 1976) a cura di M. P. Di
Dario Guida, Cava dei Tirreni 1976, p. 123.
121
Ivi, pp. 123-124. Si tratta della stessa opera ritrovata dal Frangipane, vedi supra.
122
Ibidem.
123
F. Abbate, Pittura e scultura tra Riforma e Controriforma, in Cultura materiale, arti e territorio della Campania,
XXII, in «La voce della Campania», VII, 30 settembre 1979, p. 357. Sull’Annunciazione della chiesa
dell’Annunziata di Nola cfr. G. Previtali, Teodoro d’Errico, cit., p. 33.
124
V. Pugliese, Restauri in Puglia 1971-1981, I, Fasano 1983, pp. 124-126, 124.
25
gli inconfondibili panneggi scheggiati e cartacei si collegano direttamente all’artista urbinate, la
tipologia allungata dei personaggi, che in altri quadri dell’Imperato risulta più marcata come pure
l’estremo gioco del mobilismo luminoso, [...] sono invece indizi di un’attenzione più ramificata ad
altri fatti artistici del momento”.125 Il riferimento era alla cultura baroccesca svolta dal Cesari, da
Andrea Lilio, da Francesco Vanni e Ventura Salimbeni. Fra tutti, fu in particolare quest’ultimo a
far avvertire la sua presenza nel meridione d’Italia attraverso le stampe, realizzate fra gli anni
ottanta e novanta del XVI secolo. In un altro intervento, Vincenzo Pugliese collegò i quadri
imparateschi della chiesa del Gesù di Lecce alla complessa dinamica della committenza gesuita nel
capoluogo salentino. I padri della Compagnia di Gesù, così come accadde in altri ordini religiosi,
per garantirsi immagini attraenti ed insieme conformi ai contenuti dottrinali del proprio
apostolato, si preoccuparono di importare dipinti da Napoli, città in cui operavano pittori di
fiducia in grado di far fronte a questa esigenza.126 Lo studioso si soffermò in particolar modo
sull’“ascetico e allucinato” San Girolamo [fig. 157], risalente all’ultima fase di attività,
evidenziandone la sensibilità particolare con cui è trattato lo sfondo paesistico, “avvertito
insolitamente con una dignità pari al soggetto principale, se non pittoricamente superiore”. Si
tratterebbe del “quadro più eccentrico e nordico” del maestro, sensibile in questa fase al
vedutismo del fiammingo Paolo Bril. Pugliese pubblicò anche l’impressionante Compianto sul
Cristo morto conservato nella chiesa della confraternita del Carmine di Gallipoli [fig. 156],
datandolo per ragioni stilistiche agli stessi anni del San Girolamo.127
Al 1985 risale l’ultimo intervento del Previtali sull’argomento. Partendo dalla considerazione
dell’impresa di collaborazione con Teodoro d’Errico (il soffitto di Donnaromita) lo studioso rilevò
il comune interesse dei due pittori per “le composizioni mosse, volanti, per le atmosfere
luminescenti e turbinose”. In linea con quanto scritto in precedenza, lo storico dell’arte
riconobbe all’Imparato una “tenuta qualitativa nazionale”, e la conferma, a suo dire, sarebbe
derivata dallo scambio di attribuzione con Francesco Vanni di una Madonna col Bambino e San
Gennaro [fig. 122], tipica della produzione matura di Girolamo, andata all’asta a Milano qualche
mese prima.128
***
Dal 1984 determinante è stato l’apporto degli studi sul Cinquecento meridionale condotti da
Pierluigi Leone De Castris. Nel caso specifico dell’Imparato, il rinvenimento di opere giovanili del
pittore, come le due tavole napoletane della chiesa di Santa Patrizia [figg. 12, 17], l’analisi attenta
di altri dipinti già conosciuti riferibili al primo periodo, e la valorizzazione del passo
dedominiciano in cui si parla della collaborazione fra Silvestro Buono e l’Imparato nell’Assunta di
San Pietro in Vincoli (datata 1571) [fig. 1], hanno consentito allo studioso d’ipotizzare
convincentemente una formazione di Girolamo in relazione con la bottega di Buono e del socio
Giovan Bernardo Lama.129 Anche per il Leone de Castris la maturazione artistica del pittore
125
Ivi, p. 125.
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia I, in Seicento napoletano Arte, costume e ambiente, a cura di R. Pane,
Milano 1984, pp. 207-208.
127
Ivi, pp. 210-213.
128
L’intervento cui si fa riferimento è una lezione tenuta presso l’Istituto Universitario Suor Orsola
Benincasa il 5 marzo 1985, nell’ambito di un corso di perfezionamento in Discipline Storiche su «Il
Seicento a Napoli». Il testo ricavato dalla registrazione, arricchito dalle note e dalle fotografie dallo stesso
Previtali fu pubblicato nel 1991. G. Previtali, La pittura a Napoli tra Cinquecento e Seicento, Napoli 1991, pp.
18-19. Nello stesso periodo il bel dipinto venduto all’asta milanese fu riferito all’Imparato, su segnalazione
di Ferdinando Bologna, da P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., p. 514
nota 31. Lo stesso Bologna citò il quadro in Battistello e gli altri. Il primo tempo della pittura caravaggesca a
Napoli, in Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli, catalogo della mostra (Napoli 1991) a cura di F.
Bologna, Napoli 1991, p. 171 nota 50. Si veda anche P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli,
cit., p. 148, 171 nota 38.
129
P. Leone de Castris, in Il patrimonio artistico del Banco di Napoli, catalogo delle opere, Napoli 1984, pp. 1214; Idem, in La quadreria dei Gerolamini, cit., p.154; Idem, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, in
La Pittura in Italia. Il Cinquecento, a cura di G. Briganti, II, Milano 1988, ed. accresciuta (I ed. Milano 1987),
126
26
sarebbe stata profondamente segnata dall’incontro con la maniera “tenera” di Teodoro d’Errico,
mentre lo sviluppo baroccesco potrebbe essere stato favorito dalla conoscenza del Lilio e del
Vanni nel corso degli anni novanta: “il decennio più felice per Imparato”. Più tardi, in
corrispondenza dell’ultima attività (1601-1607), il rapporto con gli artisti operanti nel cantiere
della Certosa di San Martino, discesi da Roma, unitamente al contatto con Belisario Corenzio e
Luigi Rodriguez, avrebbero determinato l’incupirsi della “freschezza” e dell’“immaginazione” del
maestro napoletano.130
Lo studioso ha accresciuto in maniera consistente il catalogo imparatesco con la segnalazione di
numerosi inediti napoletani, fra i quali l’Annunciazione conservata nella chiesa della Nunziatella
[fig. 64], la Pietà e la Madonna con tre Santi di Santa Patrizia (già citate), l’Assunzione della congrega
dell’Assunta ai Gerolamini [fig. 109], la Gloria dell’Immacolata dell’Arciconfraternita dei Bianchi
allo Spirito Santo [fig. 33]; e poi, ancora, le due cone della Cattedrale di Calvi (Ce) [fig. 107], la
Madonna del Rosario di Meta di Sorrento (Na) [fig. 126] e la Trinità del Museo dell’Abbazia di
Montecassino [fig. 149].131
Dalla seconda metà degli anni ottanta, sulla scia delle ricerche inaugurate dal Previtali, si è
intensificato l’interesse della critica per Girolamo Imparato. Nel 1986 Carmela Vargas pubblica lo
sconosciuto Battesimo di Cristo della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Massalubrense [fig. 75].
La studiosa, dopo aver accennato al problema della formazione dell’Imparato, da collocare
“nell’ambito pittorico Buono-Lama” (un contesto che avrebbe comportato un legame “con la
cultura fiamminga romana fin dagli anni ’30-’40 del secolo”),132 si sofferma sul rapporto
dell’artista con Dirck Hendricksz, che avrebbe condizionato una fase già avanzata, comunque
prima della “personale” svolta baroccesca degli anni novanta, legata ai modi di Francesco Vanni e
di Ventura Salimbeni. Tuttavia anche dopo la collaborazione con il maestro fiammingo,
l’Imparato “non dovette più accantonare le acquisizioni di carattere generale derivategli da quel
contatto”.133
Le relazioni intercorse fra i due artisti vengono approfondite dalla Vargas nel volume dedicato a
Teodoro d’Errico, uscito nel 1988. L’incontro sarebbe avvenuto in un momento in cui il
napoletano aveva già una personalità compiuta ed autonoma, al punto da poter esercitare persino
un certo influsso sullo stesso Hendricksz, se è vero che questi poté assumere dall’Imparato una
diversa nozione di spazio in cui è privilegiata “un’impostazione in gran parte didascalica”, basata
su di una “chiara leggibilità dei personaggi sempre collocati in posizione predominante”,
differente da quello “manierato, elegante e saturo” della pittura romano farnesiana.134 Per
l’impresa di collaborazione del soffitto di Santa Maria Donnaromita (1587-1589) la studiosa
valorizza un importante documento dell’Archivio di Stato di Napoli, pubblicato sin dal 1975, ma
sfuggito alla critica precedente, che consente di precisare la parte spettante al d’Errico,
all’Imparato e agli altri collaboratori.135 La Vargas dimostra, inoltre, che l’Hendricksz, negli anni
1600-1605, entrò di nuovo in rapporto con la pittura dell’Imparato, non perdendo però la sua
specifica fisionomia.136 Infine, la studiosa distingue convenientemente il baroccismo di cui è
espressione la pittura dell’artista olandese sin dal nono decennio del XVI secolo, da quello del
maestro partenopeo degli anni novanta, “avvenimento diverso ed autonomo”,137 dato che il
fiammingo si limitò solo ad effettuare “prelievi culturali dal Barocci” senza assumere però le
“scheggiature volumetriche” e le “sfaldature cangianti” che costituiscono gli aspetti più peculiari
della “sigla baroccesca” di fine secolo.
pp. 497-498, 514 nota 31, 741-742; Idem, in Opere d’arte nel Palazzo Arcivescovile di Napoli, Napoli 1990, pp.
52-53.
130
In particolare vedi P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., p. 498.
131
Ivi, pp. 498, 741-742.
132
C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato a Massalubrense, cit., pp. 75-76.
133
Ibidem.
134
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 43.
135
Ivi, pp. 111-116, 159-160 doc. 8.
136
Ivi, pp. 135-136.
137
Ivi, pp. 85-88.
27
Nuccia Barbone Pugliese, nel 1987, si concentra sul ruolo basilare esercitato da Marco Pino sulla
pittura di Fabrizio Santafede ma anche di Girolamo Imparato, autori entrambi di repliche da
celebri opere del pittore toscano durante gli anni giovanili.138
Poco dopo, negli Scritti in ricordo di Giovanni Previtali, Serenita Papaldo pubblica un articolo sulla
complessa iconografia di un’ancona molisana, restituita qualche tempo prima dal Leone de
Castris all’Imparato, l’Allegoria del Battesimo della chiesa parrocchiale di Sant’Elia a Pianisi (CB)
[fig. 155], in precedenza presentata dalla Mortari come opera di ignoto napoletano della fine del
Cinquecento.139
Nel 1991, la Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera di Pierluigi Leone de
Castris dedica un denso capitolo ai “barocceschi” Girolamo Imparato e Giovan Angelo D’Amato,
“due pittori in sostanza ancora poco noti ma di notevole valore”. Pur non mutando
l’impostazione degli studi compiuti negli anni precedenti, in questa sede quanto era stato discusso
in estrema sintesi risulta più ampiamente sviluppato. Così vengono precisati i caratteri “alla
Buono” della produzione più antica del pittore, ma anche l’interesse che, sebbene “modesto”, il
giovane ebbe per Marco Pino.140 Lo studioso sottolinea l’importanza delle incisioni tratte dalle
opere del Barocci, come pure il ruolo svolto da Teodoro d’Errico, la presenza del Lilio e del
Baglione nel cantiere della Certosa di San Martino e, ancora, dei quadri del Vanni e del Viviani
nel nucleo originario della Quadreria dei Gerolamini, per la propagazione meridionale del
baroccismo, decisivo per la maturazione artistica dell’Imparato e di Giovann’Angelo d’Amato.141
Per la prima volta viene indagato il rapporto esistente fra i due pittori che, stando ai documenti
già noti, collaborarono a più riprese a cominciare dal 1577. È avanzata anche una datazione dei
dipinti imparateschi, particolarmente ardua per l’attività più antica, definita “ventennio oscuro”.
Ancora una volta il Leone de Castris arricchisce notevolmente il corpus dell’Imparato,
ascrivendogli il San Girolamo della Cassa di Risparmio di Prato [fig. 69], la Madonna delle grazie con
due santi della Curia di Pozzuoli, la piccola Deposizione di una raccolta privata, il San Giovanni a
Patmos della Casa della Serva di Dio [fig. 67] e la Trinitas Terrestris di San Giuseppe dei Ruffi a
Napoli [fig. 161].142
Al convegno La congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri nelle Marche del ’600, tenutosi a Fano
nell’ottobre del 1994, Olga Melasecchi, in base ad un carteggio fra padre Antonio Talpa,
dell’Oratorio di Napoli, e i padri dello stesso ordine di San Severino Marche, conservato
nell’archivio degli Oratoriani di Roma, attibuisce all’Imparato la Madonna della Vallicella della
chiesa napoletana dei Gerolamini [fig. 108].143 In realtà, come vedremo, le testimonianze
documentarie utilizzate dalla studiosa non fanno riferimento a Girolamo, bensì al suo principale
collaboratore, Giovann’Angelo d’Amato.
Nel 1991 Stefano Causa rende noto l’unico disegno finora rintracciato di Girolamo Imparato: si
tratta di un foglio preparatorio per la Trinità terrestre di San Giuseppe dei Ruffi a Napoli,
138
N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del suffragio’ di Sant’Antonio a Manduria e gli inizi di Fabrizio Santafede,
in «Prospettiva», 50, 1987, pp. 59-62.
139
S. Papaldo, Simbologie battesimali controriformate: l’Allegoria di Sant’Elia a Pianisi, in «Prospettiva», 57-60,
1989-1990, Scritti in ricordo di Giovanni Previtali, II, pp. 131-138; L. Mortari, Molise. Appunti per una storia
dell’arte, Roma 1984, pp. 111, 212; P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit.,
pp. 498, 510, 742.
140
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 21-30,142, 148.
141
Ivi, p. 141.
142
Ivi, pp. 142-149, 170-171 note 40-42, 46, 48. In appendice il libro di Leone de Castris riporta, per
ognuno dei maggiori artisti attivi a Napoli alla fine del Cinquecento, un utilissimo regesto dei documenti
conosciuti, ampliato da nuove testimonianze d’archivio rintracciate dallo stesso studioso. Non compaiono
cambiamenti sostanziali, rispetto a quanto scritto in precedenza, in P. Leone de Castris, La pittura del
Cinquecento in Storia e Civiltà della Campania, III, Il Rinascimento e l’Età Barocca a cura di G. Pugliese
Carratelli, Napoli 1994, pp. 224-226. In questi stessi anni si segnalano le voci biografiche dedicate al pittore
redatte da R. Lattuada, ad vocem Imparato Girolamo, in Dizionario della pittura e dei pittori, II, Torino 1990, p.
857 e C. Vargas, ad vocem Imparato Girolamo, in The Dictionnary of Art, XV, New York 1996, p. 147.
143
O. Melasecchi, Una perduta Madonna della Vallicella di Felice Damiani per l’Oratorio di San Severino, in La
Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri nelle Marche del ‘600, Atti del Convegno (Fano 1994), a cura di
F. Emanuelli, Fiesole 1996, pp. 397-416.
28
custodito nel Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Copenhaghen [fig. 163].144 Lo studioso
illustra le affinità della tela a cui si lega la prova grafica pubblicata con l’Adorazione dei pastori del
Gesù Nuovo e l’Allegoria dei Sette Sacramenti di Sant’Elia a Pianisi, dipinti nei quali il pittore
“mostra di aderire con maggiore consapevolezza al gusto baroccesco”.145
In un saggio successivo, dedicato a Carlo Sellitto, Stefano Causa coglie le analogie compositive
tra il San Bruno orante del Musée des Beaux-Arts di Strasburgo, che propone di attribuire al
“giovane” Sellitto, e il San Girolamo della chiesa del Gesù di Lecce di Girolamo Imparato.146
Riprendendo uno spunto del Previtali, che aveva parlato di “rete leggera delle pieghe rigide,
schiacciate e come scricchiolanti di Pietro Bernini” a proposito dell’Assunta di Santa Maria la
Nova, lo storico dell’arte ritiene “possibile” il rapporto tra l’Imparato e lo scultore toscano, negli
anni del suo non breve soggiorno napoletano.147 Ancora il Causa, nella più tarda monografia su
Battistello Caracciolo, ritorna sullo scambio esistente fra i due artisti che lavorarono “gomito a
gomito” nella cappella Fornaro al Gesù Nuovo e al Monte di Pietà nei primi anni del Seicento:
l’Imparato “banditore tra i più estrosi e inventivi della maniera correggesca a larga diffusione di
Federico Barocci” avrebbe creato con l’Assunzione della Vergine del 1603 per il soffitto di Santa
Maria la Nova l’“antefatto stilistico” del ben noto altorilievo in marmo del Battistero di Santa
Maria Maggiore a Roma, raffigurante il medesimo soggetto, eseguito tra il 1607 e il 1610 da
Pietro Bernini al ritorno da Napoli [figg. 137-138].148 Il “sottovalutato” confronto è stato ribadito
più di recente dal Causa junior in uno scritto dedicato ad alcune delle principali opere d’arte
custodite nel complesso monumentale del Suor Orsola Benincasa. Qui si conserva un’imparatesca
Immacolata col Bambino fra gli angeli [fig. 129] in cui lo studioso identifica le peculiarità della
cultura baroccesca dell’artista.149
Anche Maria Calì nel secondo dei due volumi sulla pittura del Cinquecento della collana Storia
dell’arte in Italia, dedica il giusto risalto alla personalità dell’Imparato, evidenziandone brevemente
i suoi contatti con Marco Pino, Teodoro d’Errico e con il “correggismo” del Curia, fino alla
personale versione del linguaggio baroccesco.150
Negli stessi anni giunge lapidario il giudizio di Andrea Zezza, al quale Girolamo Imparato è
apparso un “artista incostante, capace di improvvisi guizzi di fantasia nelle opere migliori, come di
opere spente e deludenti”.151 Lo stesso studioso, nella monografia dedicata a Marco Pino, accenna
a possibili ma non precisati legami esistenti tra il giovane Imparato e il maestro senese.152
Francesco Abbate, nel 2001, respinge la ricostruzione della fase giovanile dell’artista proposta da
Pier Luigi Leone de Castris, espungendo dal suo catalogo dipinti ritenuti “non esaltanti” quali la
Pietà e la Madonna e santi della chiesa di Santa Patrizia [figg. 12, 17] e dubitando della paternità
imparatesca della “splendida” Madonna di tutti i santi della chiesa dei Bianchi allo Spirito Santo
[fig. 35], un’opera “dal colore sontuoso e brillante” che “se fosse veramente dell’Imparato ne
indicherebbe una fase intensamente neoveneta, nel suo panneggiare tintorettesco”. In linea con
gli studi del Previtali, sviluppati principalmente dal Leone de Castris, al pittore partenopeo lo
studioso longhiano riconosce il ruolo di personalità “trainante” nel panorama del tardo
manierismo napoletano. Abbate definisce “magico” l’ultimo decennio del Cinquecento per
l’Imparato, “quello in cui si scalano i suoi capolavori”; tra i tanti lo studioso descrive la Deposizione
della chiesa dei Santi Severino e Sossio [fig. 105], una tavola che da sola “basterebbe [...] per
fissare definitivamente la fama di un grande pittore”.153
144
S. Causa, Un disegno del tardomanierismo napoletano, in «Paragone», 494, 1991, pp. 75-76.
Ivi, p. 75.
146
S. Causa, Il giovane Sellitto, in «Dialoghi di Storia dell’Arte», 1, 1995, p. 157.
147
Ivi, pp. 157, 162 nota 14.
148
S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., pp. 13, 14, 127 note 52-56.
149
S. Causa, Passeggiate a Suor Orsola. Le opere del museo e non solo: una presa di contatto, in Museo Storico
Universitario. Istituto Suor Orsola Benincasa, Roma 2004, pp. 58-59.
150
M. Calì, La pittura del Cinquecento, II, Torino 2000, pp. 615, 620.
151
A. Zezza, L’Italia meridionale, in La pittura italiana, a cura di C. Pirovano, Il Cinquecento, II, Milano 2000,
p. 536.
152
A. Zezza, Marco Pino. L’opera completa, Napoli 2003, pp. 237, 248, 256 nota 53, 274.
153
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Cinquecento, Roma 2001, pp. 217-218.
145
29
Nel 2003 i due dipinti leccesi di Imparato sono stati esposti a Caen in una mostra tematica
intitolata Il Barocco nella visione gesuitica da Tintoretto a Rubens. Il catalogo dell’esposizione ospita
due scarne schede sulle opere.154
Nella recente edizione delle Vite del De Dominici le note di commento, dovute ad Ippolita di
Majo, prospettano un problematico accrescimento del catalogo dell’artista: ad esempio gli viene
assegnata la modesta Immacolata Concezione collocata sull’altare maggiore della chiesa del convento
dei Cappuccini di Castiglione Cosentino, un’opera non “sfigurata dalle ridipinture”, come
sostenuto dalla studiosa, ma decisamente estranea al tempo, alla cultura e alla qualità delle opere
imparatesche.155
Infine va ricordata la voce Imparato Girolamo del Dizionario Biografico degli Italiani, curata da
Susanna Falabella, che si limita ad una ricostruzione asciutta ma informata del percorso
imparatesco, basata sostanzialmente sugli studi degli ultimi anni, in particolare del Leone de
Castris.156
154
A. Cassiano, in Il Barocco nella visione gesuita da Tintoretto a Rubens, catalogo della mostra (Caen 2003), a
cura di A. Tapié, Caen 2003, pp. 207-209, 288, 388.
155
I. di Majo, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 843-853. Il dipinto citato è lo scomparto principale
di un polittico; ai lati sono raffigurati i santi Bonaventura, Antonio da Padova, Francesco di Paola e
Francesco d’Assisi. Per la cronologia più avanzata di quell’opera basterà riflettere sul semplice dato che il
convento di Castiglione fu fondato nel 1610 (Castiglione ieri e oggi. Riscoperta di un paese attraverso le immagini,
a cura di L. Marsico, Cosenza 1998, pp. 36, 45). Dunque, anche negli ultimi anni nel catalogo
dell’Imparato sono confluite opere di altra mano. Tra queste ricordo la Madonna col Bambino e San
Francesco, trafugata dalla Biblioteca Comunale di Aversa nel 1995, in antico conservata nel locale convento
di San Domenico (G. Parente, Origini e vicende ecclesiastiche della città di Aversa. Frammenti storici, Napoli
1858, II, p. 211, dove è considerta opera di uno “scolare del Barocci”; G. della Volpe, Pittura del Cinquecento
e del Seicento in diocesi di Aversa (1595-1656), tesi di dottorato di ricerca, Seconda Università degli studi di
Napoli, XVII ciclo, a. a. 2003-04, pp. 173-174). L’opera è stata accostata al maestro napoletano da P.
Giannattasio, La Santissima Trinità dei Cappuccini di Aversa e l’Immacolata di Fabrizio Santafede, in «Bollettino
d’Arte», LXXXVI, 118, 2001, p. 66, che la dice proveniente dalla chiesa della Trinità dei Cappuccini.
156
S. Falabella, ad vocem Imparato Girolamo, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXII, Roma 2004, pp. 283286.
30
CAPITOLO II
NELLA CERCHIA DI GIOVAN BERNARDO LAMA: LA FORMAZIONE E LA PRIMA
ATTIVITÀ DELL’IMPARATO
1. LE ORIGINI
Scarsi sono i dati biografici conosciuti di Girolamo Imparato. Il 3 dicembre del 1603, comparso
come testimone al processo intentato da Tiberio de Petruccio ai figli di Andrea d’Onofrio per il
mancato pagamento di una partita di seta, “Geronimo Imparato de Napoli pictore commorans
alla piazza del’Ulmo” dichiarò di avere anni “quinquaginta quinque in circha”.157 Se si volesse
prestar fede a tale dichiarazione ne ricaveremmo che l’artista dovette nascere poco prima del
1550.158 Non sono note le relazioni di parentela con i celebri Ferrante e Francesco Imparato;
sappiamo però che il pittore - lo attesta Giulio Cesare Capaccio - appartenne agli Imparato ascritti
al seggio napoletano del Popolo, di cui faceva parte la famiglia dello speziale. Infatti l’erudito
cilentano, trattando di alcuni dei principali esponenti di quella “piazza”, dopo essersi soffermato
su Giuseppe Imperato, “avvocato illustre, auditor della squadra delle galere di Napoli,
gentiluomo, ch’io soglio chiamar imperador di virtuosi”, e su “quei segnalati homini, Ferrante
nella materia di semplici cognito a tutta Europa” e “Francesco suo figlio virtuosissimo
giurisconsulto”, nominò anche “quell’Imperato famoso pittore che nel colorire non invidiò a
Raffaele”.159 A Napoli esisteva anche un ramo nobile della famiglia Imperato, i marchesi di
Spineto, facente parte della nobiltà fuori seggio.160 Gli antenati di Girolamo forse erano originari
di Agerola (Na), località al confine tra le attuali province di Napoli e Salerno, a mezza via fra
Gragnano (Na) e la costa di Amalfi: sembrerebbe provarlo il testamento di Orazio Imparato
(1604), un congiunto del pittore, probabilmente un fratello, che volle essere tumulato “dentro
l’ecclesia di Santo Augustino de Napoli ne la sepultura de Santo Antonio de le persone
d’Agerola”.161
157
Per la trascrizione parziale del processo vedi Regesto documentario, doc. n. 87. La “piazza de l’Ulmo” si
trovava nelle vicinanze di via Sedile di Porto. Cfr. C. Celano, Notizie del bello, cit., II, pp. 1233, 1296; G.
Filangieri, Documenti per la storia, cit., VI, p. 674.
158
La cautela è d’obbligo per testimonianze documentarie del genere, contenenti spesso indicazioni non
rispondenti al vero. Nell’edizione della Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno del Galanti,
uscita a Napoli nel 1829, si dice che l’Imparato nacque nel 1557: G. Maria Galanti, Breve descrizione della
città di Napoli e del suo contorno, (I ed. Napoli 1792), ed. riformata dall’abate L. Galanti, Napoli 1829, p. 240.
La notizia non compare nella prima edizione. L’autore tralascia la fonte da cui è ripresa tale data, che
pertanto non sembra avere fondamento. Il testo in questione risulta molto legato alle Vite del De Dominici,
dove però manca qualsiasi riferimento cronologico sulla nascita del pittore; il biografo riporta soltanto la
data di morte, avvenuta a suo dire nel 1620 (B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 853), tredici anni dopo
quella reale, accertata da un documento dell’estate del 1607. Cfr. Regesto documentario, doc. n. 94.
159
G. C. Capaccio, Il Forastiero, cit., pp. 792-793. A proposito del giudizio del Capaccio vedi quanto detto
nel capitolo I.
160
Notizie sugli Imparato si ritrovano in F. Zazzera, Della nobiltà dell’Italia, Napoli 1615, I, p. 188, e più
diffusamente nel II tomo, s. l. e s. pp. Gli Imparato divennero marchesi di Spineto nel 1617: cfr. G.
Campanile, Notizie di nobiltà, Napoli 1672, p. 189. Sulla famiglia Imparato cfr. N. Faraglia, Fabio Colonna
linceo, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», X, 1885, pp. 721-724 e soprattutto E. Stendardo,
Ferrante Imparato. Collezionismo e studio della natura a Napoli tra Cinque e Seicento, Napoli 2001, pp. 13-14, con
ulteriore bibliografia. Alla studiosa sembra essere sfuggito l’importante passo del Capaccio. Nobili vengono
considerati anche gli Imparato di Castellammare di Stabia, originari di Agerola (Na): cfr. G. Celoro
Parascandolo, Castellammare di Stabia, Napoli 1965, p. 275.
161
Il testamento contiene disposizioni a favore dell’artista e del suo collaboratore Giovann’Angelo
D’Amato. Cfr. Regesto documentario, doc. n. 89. Per il momento non sono in grado di stabilire se Girolamo
sia un discendente di quel Giovan Bernardino Imparato, pittore e doratore che si impegnò nel 1537 con
l’intagliatore in pietra Giovan Marino Vitale a fare le dorature e le pitture nella cappella dei Marinai di
Cava dei Tirreni. Cfr. G. Filangieri, Documenti, cit., VI, p. 136; G. Ceci, Imparato Giovan Bernardino, in U.
31
Girolamo Imparato, documentato per la prima volta nel 1573, dovette formarsi nella città
partenopea, verosimilmente a partire dalla metà degli anni sessanta, in stretto contatto con
Giovan Bernardo Lama e Silvestro Buono. La notizia di un suo legame con i due maestri è
tramandata da Bernardo De Dominici il quale, accennando alla sua giovinezza, afferma che il
pittore, prima di rendersi “discepolo di Francesco Curia”, si era “invaghito de’ bei colori usati da
Giovan Bernardo Lama, e da Silvestro il Bruno”.162 Si potrebbe obiettare che le Vite
dedominiciane non sono una fonte troppo affidabile per la storia delle arti del tardo
Cinquecento, tuttavia - come vedremo - lo stile dei dipinti imparateschi più antichi, unitamente
ad alcuni dati documentari oggi disponibili, sembrerebbero dar ragione al biografo.
Giovanni Previtali fu il primo ad affrontare il problema della formazione dell’artista, tuttora una
delle questioni più dibattute della pittura napoletana della fine del XVI secolo. Attribuendo
all’Imparato la Circoncisione della chiesa dei Gesuiti di Nola [fig. 41], replica di quella celebre di
Marco Pino un tempo sul maggiore altare del Gesù Vecchio di Napoli [fig. 40], lo studioso avanzò
l’ipotesi di un suo possibile discepolato nella bottega del maestro senese. E infatti Previtali si
chiedeva se tale dipinto fosse da considerare “un disegno del vecchio maestro messo in opera dal
giovane napoletano, oppure una pala rimasta incompiuta e da lui portata a termine”, per
concludere che in entrambi i casi si sarebbe trattato di “una indicazione non dubbia di contatti
assai stretti, che potrebbero anche essere quelli di una prima formazione di Girolamo nella
celebre bottega del senese”.163 Eppure lo studioso, riprendendo il passo del De Dominici
sull’Assunta di San Pietro in Vincoli di Silvestro Buono [fig. 1] - che secondo lo scrittore
settecentesco sarebbe stata completata dall’Imparato -, non escludeva un’altra possibilità, quella di
un avviamento dell’artista presso la bottega di Giovan Bernardo Lama e, appunto, di Silvestro
Buono.164 Infine, Previtali restituiva al pittore la Madonna delle Grazie con i santi Sebastiano e
Giuseppe e l’Immacolata fra i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista della chiesa napoletana di
Santa Maria della Sapienza [figg. 21, 27], due tavole in seguito ricondotte dal Leone de Castris,
assieme ad altri dipinti, alla sua attività giovanile.165
La prima delle ipotesi è stata ripresa da Nuccia Barbone Pugliese la quale, nel sottolineare
l’importanza assunta da Marco Pino nell’ambiente partenopeo, specialmente per i pittori locali
che esordirono agli inizi dell’ottavo decennio (Santafede e Imparato), ha sostenuto che la
Circoncisione della chiesa del Gesù di Nola [fig. 41] si debba identificare con l’opera di analogo
soggetto commissionata nel 1579 all’artista toscano da padre Giovan Battista Graziano.166 In base
al ragionamento della Barbone Pugliese la decisione dei gesuiti nolani di far eseguire in un
secondo momento la pala all’Imparato, essendo venuta meno per motivi sconosciuti la
disponibilità di Marco, sarebbe stata una circostanza significativa, indice “di una stretta
frequentazione da parte del giovane pittore dei modi del Pino”.167
Thieme – F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, XVIII, Leipzig 1924, p. 582. Lo stesso
personaggio risulta documentato come “indoratore” insieme a Giovan Tommaso Villamania nei lavori della
Galea “Capitana” nel 1547, nei quali fu impegnato anche Matteo Lama, padre di Giovan Bernardo. Cfr. U.
Prota Giurleo, La «capitana» del Regno e il valore dei napoletani a Lepanto, in U. Prota Giurleo, Scritti inediti e
rari, Napoli 1988, p. 83; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 180 nota
21.
162
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 844.
163
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, p. 878; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli,
Torino, 1978, pp. 112-113.
164
G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 143 nota 60.
165
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905 nota 60; Idem, La pittura del
Cinquecento a Napoli, cit., p. 144 nota 68. Sulla cronologia dei due quadri cfr. quanto si dirà in seguito.
166
L’ipotesi si fondava sulla constatazione che padre Graziano era stato procuratore del Noviziato dei
Gesuiti. Cfr. N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del suffragio’, cit.. pp. 61, 69 note 22, 26-28. Dai dati a
nostra disposizione emerge che Giovan Battista Graziano fu procuratore del Noviziato napoletano e non di
quello di Nola (cfr. capitolo III). Il documento pubblicato dal Filangieri è interamente trascritto in A. Zezza,
Marco Pino, cit., pp. 365-366, e p. 314 in cui la proposta della Barbone Pugliese è giustamente respinta.
167
N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del suffragio’, cit., p. 61.
32
Una proposta più persuasiva sugli inizi del maestro è stata avanzata negli stessi anni da Pier Luigi
Leone de Castris.168 La valorizzazione del passo dedominiciano sulla tavola di San Pietro in
Vincoli, l’identificazione di pale d’altare eseguite negli anni settanta, in particolare le due
appartenute alla chiesa partenopea di Santa Patrizia [figg. 12, 17], e la datazione agli inizi del nono
decennio dei quadri della Sapienza [figg. 21, 27], hanno consentito allo studioso di riconoscere
nella prima produzione dell’Imparato componenti culturali derivanti dalla pittura di Giovan
Bernardo Lama e di Silvestro Buono. Contemporaneamente Carmela Vargas, nel collocare la
formazione dell’artista “nell’ambito pittorico Buono-Lama”, ha precisato efficacemente che tale
contesto aveva comportato per gli sviluppi più antichi dell’Imparato un legame “con la cultura
fiamminga romana fin dagli anni ’30-’40 del secolo”.169
Più di recente, la diversità esistente fra i dipinti del primo periodo identificati dal Leone de
Castris e quelli certi dell’artista, successivi al 1590, ha indotto Francesco Abbate a considerare
queste opere un “insieme” eterogeneo “tanto per stile che per qualità”; pertanto tali lavori
sarebbero da ascrivere ad un’altra personalità.170 Come avremo modo di constatare in seguito, è
innegabile che le pale di Santa Maria della Sapienza e di Santa Patrizia appartengano allo stesso
autore della Circoncisione di Nola e dei documentati scomparti minori del soffitto di Santa Maria
Donnaromita. Si tratta di opere dalle quali emerge in modo coerente l’evolversi di un artista che,
muovendo dagli insegnamenti del Lama e dai contatti con la pittura fiamminga affermatasi a
Napoli durante i decenni centrali del Cinquecento, si sarebbe accostato molto presto a Teodoro
d’Errico, per poi approdare intorno al 1590 ad un linguaggio estroso e sofisticato, nato dalle
“divagazioni” e dalle “variazioni coloristiche baroccesche” (R. Longhi).
Lo studio del periodo iniziale di Girolamo Imparato non può prescindere, a mio avviso, da
un’adeguata considerazione della complessa personalità di Giovan Bernardo Lama, un maestro
piuttosto celebre ai suoi tempi, la cui bottega nel corso della seconda metà del secolo dovette
essere frequentata da un buon numero di pittori (Buono, Imparato, Giovann’Angelo D’Amato,
Pompeo Landulfo, il modesto Aniello Laudisiello). Ben noti sono gli elogi tributati all’artista da
poeti e letterati contemporanei come Bartolomeo Maranta, Ascanio Persio, Giulio Cesare
Capaccio, Giovan Battista Rinaldi, Giovan Domenico Bevilacqua, Paolo Pacelli, Giovan Battista
del Tufo, tutti d’accordo nell’esaltarne l’opera pittorica, in special modo le sue doti di ritrattista
ma anche le competenze di intagliatore in rame, miniatore, orafo, scultore in creta e in stucco.
Non va trascurato, inoltre, che il pittore compare finanche nel Candelaio di Giordano Bruno a
discutere con Bonifacio degli “dei gentili” e a teorizzare “con ironia sul concetto di realismo
nell’arte di ritrarre”.171
Dalle fonti e dai documenti noti sembrerebbe filtrare un dato storico inequivocabile, quello di un
autentico protagonismo di Giovan Bernardo nella capitale del Viceregno, solo in parte scalfito
dalle presenze di Marco Pino, suo autentico rivale,172 e dell’affollata colonia di pittori fiamminghi
costituitasi dopo il 1570. L’artista riuscì a conquistare il favore dell’alta aristocrazia napoletana e
168
P. Leone de Castris, in Il patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., pp. 12-14; Idem, in La quadreria dei
Gerolamini, cit., p. 154; Idem, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., pp. 472-498, 514 nota 31,
741-742; Idem, in Opere d’arte nel Palazzo Arcivescovile di Napoli, cit., p. 52; Idem, Pittura del Cinquecento a
Napoli, 1573-1606, cit., pp. 141-142; Idem, La pittura del Cinquecento in Storia e civiltà della Campania, cit.,
pp. 224-226; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 246.
169
C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato, cit., pp. 74-75.
170
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Cinquecento, cit., p. 217.
171
Sulla fortuna del Lama cfr. A. Borzelli, Intorno al pittore napoletano del Cinquecento Gian Bernardo Lama,
Napoli 1939; A. Zezza, Giovan Bernardo Lama: ipotesi per un percorso, in «Bollettino d’Arte», LXXVI, 70,
1991, pp. 1, 20 nota 1, ma soprattutto P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit.,
pp. 241-244, dal quale ho ripreso le citazioni. Sulle comparse del “pittore” “Giovan Bernardo” nel Candelaio
cfr. P. Sabbatino, Giordano Bruno e la “mutazione” del Rinascimento, Firenze 1993, pp. 57, 67.
172
Giulio Cesare Capaccio ci informa di un vero e proprio scontro verificatosi nell’ambiente partenopeo tra
la “pittura più vaga” e il “colorir delicato” di Giovan Bernardo Lama e il “chiaroscuro con certa forza ancor
che alle volte ruvida” di Marco Pino. Cfr. G. C. Capaccio, Il Secretario, Roma 1589, ed. cons. Venezia 1607
(in questa Quinta Editione accresciuto et emendato), p. 251; Idem, Il Forastiero, cit., p. 4. Sul problema cfr. P.
Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 21; Idem, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1540-1573, cit., p. 241.
33
dei grandi monasteri cittadini ad essa collegati, come denotano ancora oggi i capoaltari delle
chiese monastiche della Sapienza, di San Gregorio Armeno, del Gesù delle Monache, e le pale
d’altare di Donnaromita e Santa Patrizia.173
Nel gennaio del 1567 risulta documentato a bottega da Giovan Bernardo Lama il “nipote”
Silvestro Buono, un artista che secondo il Bologna precede il Lama nel “tempo e nella qualità”, la
cui produzione assunse in Italia meridionale il “risalto di un vero e proprio fenomeno
romanistico”.174 Recenti ritrovamenti documentari vorrebbero Silvestro nato intorno al 1551,
data coincidente con quella letta dagli studiosi nella Pietà della chiesa di Santa Maria delle Grazie
di Avellino, per lungo tempo considerata espressione dell’attività giovanile del pittore.175 La
scoperta ha comportato la datazione agli ultimi tre decenni del secolo dei dipinti conosciuti
dell’artista.176
Buono e Lama sin dall’ottavo decennio dovettero costituire una bottega comune, favorita dal
legame di parentela,177 lo confermano alcuni documenti in cui i due appaiono associati, e
soprattutto una serie di pale d’altare eseguite in collaborazione, dopo il 1580. Tra queste
possiamo rammentare l’Annunciazione della chiesa dell’Annunziata a Sant’Agnello (Na) (1582), la
Madonna del Rosario di Santa Patrizia a Napoli (1589-91) (oggi in deposito nella basilica di Santa
Maria del Buonconsiglio a Capodimonte) e la notevole Incoronazione della Vergine dell’altare
maggiore nella Collegiata di Solofra (1594).178
Dalle opere più antiche del Buono affiorano sensibili affinità con quanto l’Imparato dipinse nel
corso degli anni settanta, in particolare l’attenzione riservata ad una pittura fortemente permeata
da componenti fiamminghe. Questo stesso indirizzo fu senz’altro condiviso dal capobottega,
Giovan Bernardo Lama, per il quale il Bologna non mancò di evidenziare tangenze con il
manierismo nordico di Maarten van Heemskerck, di Michiel Cocxie, di Jan Metsijs e di Lambert
173
Per l’attività del Lama cfr. A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., pp. 1-30; P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 250-260, 278-280 note 37-68 con bibliografia precedente.
174
F. Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., pp. 71, 72 nota 23. Il documento del 1567 che attesta la presenza di
Silvestro Buono nella bottega del Lama è stato pubblicato da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1540-1573, cit., pp. 246, 327, 332.
175
R. Causa, III Mostra di restauri, catalogo della mostra (Napoli 1953-54), Napoli 1953, pp. 12-13; F.
Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., p. 70; G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 35; V. De
Martini, Inediti cinquecenteschi in Irpinia, in «Bollettino d’Arte», LXX, 29, 1985, pp. 101-104; N. Barbone
Pugliese, Due tavole di Silvestro Buono a Brienza, in «Napoli Nobilissima», XXIV (n. s.), 1985, p. 96; P. Leone
de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., pp. 491, 658; R. Naldi, Un ‘San Giacomo
Maggiore’, ed altro, per Silvestro Buono, in «Prospettiva», 57-60, 1989-1990, Scritti in ricordo di Giovanni Previtali,
II, pp. 50, 52; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 246, 276 nota 12,
riproduzione a p. 242.
176
Spetta ad Andrea Zezza il ritrovamento del succitato documento: cfr. A. Zezza, La data della Pietà dei
cappucini di Avellino e un riesame della cronologia di Silvestro Buono, relazione letta alla giornata di studi Gli anni
napoletani di Giovanni Previtali, (Napoli, Università degli Studi Federico II, febbraio 1999), in «Annali della
Scuola Normale Superiore di Pisa», s. IV, quad. 1-2, 2000, pp. 191-199. Lo studioso ha dimostrato che la
data 1551 del dipinto irpino è frutto di un rifacimento di restauro; non convince però il tentativo di
avanzarne la datazione agli inizi dell’ultimo decennio del secolo (“in prossimità o in coincidenza col 1591”,
p. 196). Le somiglianze della pala con opere più antiche, quali il Compianto di Capodimonte [fig. 9] o la
Pietà di Brienza (1571-73 ca.) [fig. 14], impongono un arretramento della sua esecuzione ad almeno un
decennio prima. Potrebbe essere orientativa a tal proposito la circostanza storica della fondazione del
convento di Avellino (non trascurata dallo Zezza, pp. 195, 199 nota 18), avvenuta fra il 1580 e il 1584 (A.
Massaro, I cappuccini in Avellino, Napoli 1980, pp. 11-12).
177
L’artista, come emerge da alcune fonti seicentesche, era “nipote” del Lama. Andrea Zezza ha precisato
che Buono sposò la figlia di una sorella di Giovan Bernardo (cfr. A. Zezza, in B. De Dominici, Vite de’
pittori, cit., p. 854).
178
Per i documenti e le opere in questione rimando a P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli.
1540-1573, cit., pp. 241-281, 327, 332-334; A. Zezza, La data della Pietà di Avellino, cit., pp. 191-200. Ai
documenti conosciuti relativi a Silvestro Buono ne aggiungo uno del 23 febbraio 1586: in tale data il
pittore Giovan Tommaso de Fusco ricevette 10 ducati dai governatori degli Incurabili di Santa Maria del
Popolo, per “l’opera” che stava realizzando “nella Casa Santa da sottoporre a giudizio di Silvestro Buono”
(Archivio di Stato di Napoli, Banchieri Antichi, d’ora in avanti ASN, BA, Banco Incurabili, 86).
34
Lombard.179 Pier Luigi Leone de Castris ha sottolineato l’importanza rappresentata dal soggiorno
meridionale di artisti fiamminghi per la maturazione del linguaggio di Silvestro Buono, da quello
probabile nel 1535 di Jan Vermeyen, incaricato di documentare con disegni, e poi con arazzi, la
vittoria di Tunisi dell’imperatore Carlo V, a quello certo di Jan Stephan van Calcar, ricordato
persino dal Vasari che ebbe modo di conoscerlo durante il suo soggiorno a Napoli, città in cui il
fiammingo si spense precocemente.180 Lo studioso ha ipotizzato ragionevolmente che proprio la
pittura del Calcar - “campione d’un flandro-romanismo d’impeccabile rigore descrittivo e di
tangibile eleganza cromatica” - dovette essere decisiva per la formazione di Silvestro Buono.181
Poco rimane della produzione dei pittori d’oltralpe di stanza a Napoli tra il quinto e il settimo
decennio del Cinquecento, a causa della dispersione delle opere o per la distruzione della gran
parte dei contesti in cui operarono. Esistono tuttavia alcune tracce che documentano l’attività
nella capitale del Viceregno di artisti poco noti come Paul Schephers, autore fra il 1566 e il 1572
degli affreschi della cupola dei Santi Severino e Sossio, di Enrico de Enrico (Hendrick van der
Broeck), a cui furono pagati nel 1568 le decorazioni della cappella Giordano, probabilmente
realizzate in collaborazione con Giovann’Angelo Criscuolo, nello stesso edificio sacro.182 I
documenti restituiscono diversi nomi di pittori provenienti dalle Fiandre ai quali non è stato
ancora possibile collegare nessun dipinto; si pensi al misterioso Sebastiano Auser di Anversa,
attivo in città negli anni quaranta, o ancora, ma in una fase decisamente più avanzata, a
Guglielmo Prevost (o Provost) che vi appare documentato dal 1572.183 Alcuni di questi artisti
dovettero stabilire contatti significativi con Giovan Bernardo Lama: la conferma proviene oltre
che dalle evidenze stilistiche delle sue opere e di quelle dei napoletani formatisi presso di lui
(Buono, Imparato), anche dalle testimonianze d’archivio. Sappiamo ad esempio che proprio negli
anni in cui l’Imparato verosimilmente frequentava la sua bottega, Enrico di Malines (Hendrick
van der Broeck) si impegnava nel gennaio del 1567 con Maria di Capua, monaca di San Gaudioso
179
È merito del Bologna l’aver colto nella formazione del Lama anche gli agganci con “i postumi della
cultura romana del 1540, attraverso le opere più avanzate di Leonardo da Pistoia”: F. Bologna, Roviale
Spagnuolo, cit., p. 70 nota 23, lettura in seguito confermata e approfondita da P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 250, che ha evidenziato nella sua pittura legami col Vasari, con i
“modi... robusti e lacrimevoli” introdotti in Italia meridionale dallo spagnolo Luis de Vargas,
sottolineandone il possibile apporto derivato dall’apprendistato col padre, Matteo Lama, collaboratore del
De Mio (su questi aspetti vedi pure A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., pp. 3-6).
180
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 168-172, 244-246. Su Jan
Cornelisz Vermeyen cfr. N. Dacos in Fiamminghi a Roma. 1508-1608. Artisti dei Paesi Bassi e del Principato di
Liegi a Roma durante il Rinascimento, catalogo della mostra (Bruxelles – Roma 1995), a cura di N. Dacos e B.
W. Meijer, Milano 1995, pp. 305-306; su Jan Stephan van Calcar vedi J. Habert, in Le Siècle de Titien,
catalogo della mostra (Paris 1993), Paris 1993, pp. 537-538; Idem, Calcar au Louvre, in Hommage à Michel
Laclotte. Études sur la peinture du Moyen Âge et de la Renaissance, Milano-Paris 1994, pp. 357-73; N. Dacos, Jan
Stephan van Calcar en Italie: Rome, Florence, Venise, Naples, in Napoli, l’Europa. Ricerche di Storia dell’Arte in
onore di Ferdinando Bologna, a cura di F. Abbate e F. Sricchia Santoro, Roma 1995, pp. 145-148.
181
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 168-172, 244-246. Accanto alle
indubbie componenti nordiche, rilevate da tutta la critica, sono state evidenziate nella pittura di Buono
tangenze con la cultura toscana di un Vasari da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15401573, cit., p. 244. Sugli aspetti toscani insistono, forse eccessivamente, con confronti estesi al Bronzino,
all’Allori e al Salviati G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 69, 76; R. Naldi, Un ‘San
Giacomo Maggiore’, cit., p. 52; A. Zezza, La data della Pietà dei Cappuccini, cit. , pp. 193-194.
182
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 172-176, 184 note 67-70, 284. Il
riconoscimento degli affreschi dei Santi Severino al van der Broeck è accolto con cautela da A. Zezza, Marco
Pino, cit., pp. 237, 254 nota 39.
183
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 168; Idem, Pittura del Cinquecento
a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 31, 75 nota 11, con riferimenti bibliografici. Sul Provost cfr. i nuovi
documenti resi noti da S. De Mieri, Aggiunte a Francesco Curia (ed alcune osservazioni su una recente
monografia), in «Confronto», 3-4, 2004, pp. 176-177, nota 49. Più in generale sulla presenza dei fiamminghi
in Italia meridionale C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., passim; Eadem, Cornelis Smet tra i “Paesani” fiamminghi,
«Mélanges de l’Ècole Française de Rome», 103, 2, 1991, pp. 629-680; P. Leone de Castris, Su Aert Mijtens e
la colonia dei pittori fiamminghi a Napoli, «Prospettiva», 93-94, 1999, Omaggio a Fiorella Sricchia Santoro, II, pp.
69-78.
35
in Napoli, a “sequitare lo friso et ornamento” che era stato “principiato da messer Giovan
Bernardo Lamo pittore”, e a realizzare “a sicco” alcune storie cristologiche sulle pareti della
chiesa;184 nel 1577 Cornelis Smet dipinse una perduta Madonna del Rosario per la confraternita
omonima di Auletta (Sa), sottoposta al giudizio del Lama e di Marco Pino;185 nel 1581 Silvestro
Buono cedette a Wenzel Cobergher, documentato a Napoli per la prima volta nel 1580 nella
bottega di Smet, la realizzazione di una Madonna del Rosario destinata ad una località non
conosciuta.186 Questa sorta di osmosi fra la bottega del Lama e gli artisti discesi dalle Fiandre
incise profondamente sulla formazione dell’Imparato, al punto che la sua prima produzione,
come vedremo, poco si discosta dal sapore nordico delle opere eseguite dal compagno Silvestro
Buono.
2. L’ASSUNZIONE DI MARIA
NAPOLI (1571)
DELLA CHIESA DI
SAN PIETRO
IN
VINCULIS
A
Il De Dominici narra della collaborazione tra “Silvestro Bruno” (Buono)187 e Francesco Imparato,
ovvero Girolamo, nell’Assunta della chiesa di San Pietro in Vincoli [fig. 1], oggi conservata
nell’istituendo museo diocesano di Napoli in Santa Maria Donnaregina. L’episodio, ripreso dal
manoscritto di Massimo Stanzione, è riportato una prima volta nelle notizie su Francesco
Imparato: “Intanto occorse che, dovendo partir da Napoli Silvestro, detto il Bruno, per fare
un’opera a fresco, e non avendo tempo di finir l’Assunta che facea per una cappella di San Pietro
in Vincoli, percioché un signore seco lo conducea, lasciò la commissione a Francesco di finirla, e
così egli diede compimento a quell’opera che ben si distingue per la forza de’ suoi colori”;188 poi
nella Vita di Silvestro Bruno dove, all’inizio di un elenco delle “opere di Silvestro, che son tenute in
più stima” diffusamente descrive “la tavola che si vede esposta nella Chiesa di San Pietro in
Vincoli presso seggio di Porto, e propriamente nella prima cappella entrando in chiesa a man
diritta, ove vedesi dipinta l’Assunzione della Beata Vergine, con gli appostoli intorno al suo
sepolcro, quella bellissima, nella gloria dei celesti spiriti che la sollevano al Cielo, e questi
nobilissimamente situati, con belle positure e con arie di volti che spirano divozione ed
ammirazione ne’ circostanti. Dice il citato cavalier Massimo che, mentre Silvestro era quasi nel
fine di quest’opera, gli convenne partire con un signore per la Calabria, che alcuni vogliono fosse
184
G. Filangieri, Documenti, cit., IV, pp. 477-480. Il contratto notarile (rogato da Aniello della Porta)
descrive in dettaglio l’iconografia degli affreschi realizzati da Enrico di Malines: “la prima historia sia del
Battesimo de Christo [...] allo quatro seguente quanno Cristo fu tentato nel deserto [...] Il terzo quatro che
seguita quanno Christo entrò in Hierusalem sopra l’asino [...] et allo quarto quatro che seguita in decta
banna sinistra l’historia della Cena de Cristo con l’Apostoli [...] Et allo primo quatro della banna destra
quanno s’entra in decta ecclesia sia l’historia quanno Pilato si lavò le mani de Christo [...] lo secondo
quatro che seguita quanno inchiodaro Christo in croce [...] lo terzo quatro che seguita [...] l’historia del
Giuditio universale” (cito dalla trascrizione del Filangieri). Sul documento vedi anche P. Leone de Castris,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 172, 259, 332.
185
Il documento, trovato da G. Filangieri (Documenti, cit., VI, p. 450), è interamente trascritto in C. Vargas,
Cornelis Smet, cit., pp. 659-660; cfr. pure P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli.1573-1606, cit.,
pp. 31, 336; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 332. Ai documenti noti su Smet
aggiungo una polizza del 15 marzo 1585: “Alla Signora Lucretia della Tolfa ducati trenta e per lei a mastro
Cornelio Smett pittore dissero ce li paga in parte de ducati 90 per lo prezzo d’una cona che detto magnifico
Cornelio in questo dì li ha promesso fare et consignare per tutto lo mese di giugno prossimo venturo [...]”
(ASN, BA, Grimaldi, 168).
186
P. K. Ioannu, Documenti inediti sulle arti a Napoli tra Cinque e Seicento, in «Ricerche sul ’600 napoletano».
Saggi e documenti 2001, Napoli 2002, p. 38. In generale sul rapporto esistente tra la bottega del Lama e i
fiamminghi cfr. C. Vargas, Cornelis Smet, cit., pp. 635-636, 651-652.
187
Sul problema della confusione dei nomi Silvestro Buono e “Silvestro Morvillo detto il Bruno” operata
dal biografo rimando a F. Sricchia Santoro e A. Zezza, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 374-375,
854.
188
Ivi, p. 710. L’episodio è ribadito a p. 711, dove più sinteticamente ricorda “le belle teste che [Francesco]
fece all’Assunta di Silvestro il Bruno, che la lasciò imperfetta, dovendo andar fuori”.
36
il marchese di Fuscaldo signor di Paola, laonde, dovendo dare l’ultima mano a due degli appostoli
mentovati, gli raccomandò alla diligenza, e virtù di Francesco Imparato, celebre pittore e suo
grande amico, che li compì con tutta perfezione e bellezza, facendovi esquisitamente le teste, non
terminate da quello, così somiglianti a quella maniera che non dà luogo all’occhio di ricercare la diversità
dello stile [corsivo mio], per la qual cosa ne venne lodato dal suddetto cavaliere, come nella
memoria di lui sta registrato. In questa tavola volle Silvestro che vi fosse notato l’anno che la
dipinse, che fu nel 1571”.189
Quanto sostenuto dal De Dominici a proposito del dipinto di San Pietro in Vinculis fu accolto
costantemente dagli scrittori sette-ottocenteschi190 fino ad approdare agli studi del Previtali, che vi
scorgeva una “impostazione compositiva e caratteri grafici propri della corrente Buono-Lama
combinati con una maniera di panneggiare alla Imperato”.191 In seguito, il Leone de Castris vi ha
colto - accanto al “realismo devoto” di Silvestro Buono nella Vergine, negli angeli e in alcuni
apostoli - una “più pungente e sommaria sottolineatura espressiva” nelle figure dei santi “che
potrebbe essere davvero ascrivibile al giovane Imparato”.192
È difficile stabilire quanto l’aneddoto dedominiciano possa essere fondato, tuttavia non appare
privo di una qualche veridicità, dal momento che, nella zona inferiore della tavola, si individuano
realmente i modi di un diverso pittore. Il modellato sodo e la tornitura delle forme del gruppo
della Vergine e degli angeli [fig. 2], la struttura disegnativa, la conformazione geometrica delle
ampie e metalliche falde dei panneggi dell’intera composizione, il modo di illuminarne le creste,
appaiono confrontabili con opere di poco successive di Silvestro come la Madonna del Rosario di
Massalubrense (1574) [fig. 5], la Vergine col Bambino e i due santi Giovanni nel Duomo di Sorrento
(1575) [fig. 6] e persino con la più tarda Madonna del Rosario di Taurano [fig. 7], in cui si osservano
angeli dalle simili vesti svolazzanti.193 In basso invece, accanto all’intensità ritrattistica del giovane
che fissa l’osservatore a sinistra e al vecchio apostolo barbuto che lo precede [fig. 4] (simile al San
Bonaventura del Compianto di Capodimonte, [fig. 9]),194 tipici del Buono, compaiono negli altri
santi tipologie dall’espressività più accentuata, teste dal modellato più asciutto, dovute ad un altro
artista, fortemente legato alla maniera del Lama. Tornano in mente profili di figure altrettanto
espressive dipinte da quest’ultimo in pale d’altare databili tra il settimo e l’ottavo decennio, come
l’Andata al Calvario della Congrega della Disciplina della Croce, oggi esposta a Capodimonte, ma
soprattutto la Disputa di Gesù nel tempio di Santa Maria della Sapienza e la Deposizione di San
Giacomo degli Spagnoli195 [fig. 8]. Anche l’affollamento dei personaggi nello spazio, troppo
189
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 857-858.
L’opera non risulta mai menzionata nelle fonti seicentesche. Dopo la pubblicazione delle Vite il
riferimento dell’Assunta a Silvestro Buono e a Francesco Imparato comparve in O. Giannone, Giunte sulle
Vite de’ pittori napoletani, cit., pp. 54-55; L. D’Afflitto, Guida per i curiosi, cit., p. 18; L. Catalani, Le chiese di
Napoli, cit., II, p. 153; A. De Lauzières R. D’Ambra, Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze, cit.,
p. 1164. A partire dal Chiarini, invece, la pala fu assegnata a Silvestro Buono e a Girolamo Imparato, G. B.
Chiarini, Aggiunzioni alle Notizie del Bello, cit., p. 1296; G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 195; A. Venturi,
Storia dell’Arte Italiana, cit., p. 743 nota 2.
191
Il Previtali non escludeva che l’intervento di Francesco Imparato, ricordato dal De Dominici, potesse
essere interpretato come una “ridipintura modernizzante, da parte dell’Imperato maturo, di un dipinto più
antico”. Cfr. G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 143 nota 60.
192
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 246, 277 nota 25. Si veda inoltre
quanto riportato dallo stesso autore in La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., pp. 491, 658 e in
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 21, 23, 141. La collaborazione fra Buono e Imparato per
il dipinto di San Pietro in Vinculis è accolta anche da C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato,
cit., pp. 74, 79 nota 51.
193
Su questi dipinti si veda P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento a Napoli. 1543-1573, cit., pp. 246247; A. Zezza, La data della Pietà dei cappuccini, cit, p. 193.
194
Questo confronto è avanzato già in P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit.,
p. 246, fig. a p. 245.
195
Per i dipinti citati si veda A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., pp. 3-4, 6, e P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 250.
190
37
angusto e costipato, quasi un “incastro di pezzi prefabbricati”,196 ricorda sensibilmente prodotti
devozionali di Giovan Bernardo, come la già citata Deposizione di San Giacomo degli Spagnoli [fig.
8]. Il paesaggio “romanista” retrostante [fig. 4], cosparso di rovine antiche, ricorre sovente sia in
opere del Lama che di Silvestro Buono, basti pensare al Compianto della chiesa dei Santi Andrea e
Marco a Capuana, una tavola così intrisa di umori nordici che si direbbe dipinta da un
fiammingo tout-court;197 mentre il motivo della collina con la fortezza, in alto a destra, si rivede
variato sullo sfondo della maestosa Pietà di Capodimonte [fig. 9]. Insieme al “realismo devoto” e
alla “preziosità di superfici e materiali”, già caratteristici del Buono, nella pala di San Pietro in
Vinculis si scorge dunque la compresenza di una diversa mano. Non è facile stabilire se si tratti
realmente di una collaborazione del collega Girolamo Imparato. La difficoltà risiede nella
constatazione che il passaggio tra questi suoi probabili interventi (le teste di alcuni apostoli) e le
opere certe, eseguite nel corso degli anni settanta, non risulta affatto piano. Con estrema cautela
si potrebbe soltanto osservare che una certa durezza e incisività nella resa dei volti di alcuni santi
[fig. 3], il modo sommario di dipingere dettagli anatomici come le mani (si veda ad esempio
l’apostolo collocato in primo piano a destra [fig. 1]) potrebbero trovare un qualche riscontro nella
Vergine della Pietà di Termini [fig. 10], forse il dipinto più antico dell’Imparato, eseguito con ogni
probabilità verso la metà dell’ottavo decennio.
Come si è detto, sia il Previtali che il Leone de Castris nel riprendere il parere del De Dominici,
anche se in maniera distinta, hanno parlato della tavola napoletana come di un’opera di
collaborazione fra Buono e Imparato.198 Non potrà essere trascurato però che il biografo, di fronte
all’arduo quesito filologico posto dalla pala, limitò fortemente l’intervento del secondo pittore,
specificando che esso comportò soltanto il completamento di due teste di apostoli (“dovendo dare
l’ultima mano a due degli appostoli”), finendo per riconoscervi un carattere tutto sommato
unitario (“facendovi... le teste, così somiglianti a quella maniera, che non dà luogo all’occhio di
ricercare la diversità dello stile”) che va sostanzialmente confermato. L’Assunta di San Pietro in
Vinculis sembrerebbe essere stata realizzata dal Buono a stretto contatto col Lama, in un
momento in cui non aveva ancora raggiunto una sua autonomia dal maestro. Sul pittore che
collaborò con lui nel dipingere le teste di alcuni apostoli preferisco lasciare il problema aperto, in
attesa che l’identificazione di opere imparatesche databili intorno al 1570 consenta di confermare
o respingere il pur ghiotto suggerimento dedominiciano. Quanto riportato nelle Vite con insolita
insistenza non sarà privo di significato: è evidente che Bernardo De Dominici, forse in base alla
conoscenza delle opere antiche dell’artista (per esempio gli affreschi Poderico del 1573), dovette
accorgersi che la formazione dell’Imparato era avvenuta a stretto contatto con Buono e Lama.
196
La definizione, molto felice, fu utilizzata in relazione alla Deposizione di San Giacomo degli Spagnoli da
G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 72.
197
L’opera è attribuita a Silvestro Buono dal Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573,
cit., p. 246; si veda anche A. Zezza, La data della Pietà dei cappuccini, cit., p. 196.
198
Vedi supra.
38
3. I DISTRUTTI AFFRESCHI DELLA CASA NAPOLETANA DEI PODERICO (1573)
Non sono state finora rintracciate opere imparatesche databili all’inizio dell’ottavo decennio; che
gli esordi dell’artista si collochino intorno alla data del dipinto di San Pietro in Vinculis (1571) è
confermato da due pagamenti del maggio 1573, ricevuti dall’Imparato da Ottavio Poderico “in
conto della pittura” realizzata “nella loggia del giardino” della sua “casa” a Napoli.199
Presumibilmente il giovane pittore aveva già dato buona prova di sé per poter essere chiamato a
dipingere nella residenza di un’importante famiglia partenopea: i Poderico, infatti, appartenevano
al seggio di Montagna ed erano considerati tra le casate più aristocratiche della città, facendo
risalire le proprie origini a Sant’Agnello (VI secolo), uno degli antichi protettori di Napoli, i cui
resti si veneravano nella chiesa a lui dedicata sulla collina di Caponapoli.200 Ottavio e Antonio
Poderico, figli di Giovan Antonio e Lucrezia di Montefalcione, avevano ereditato dalla madre la
Baronia di Montefalcione, per secoli appartenuta all’omonima famiglia di origine normanna.201
La dimora era ubicata nei pressi del monastero di San Gregorio Armeno: ciò si arguisce da alcuni
documenti pubblicati da Franco Strazzullo, dai quali ricaviamo che i due fratelli, dopo una lite
con le monache benedettine per le spese dell’ampliamento del vico della Campana, situato alle
spalle della chiesa, il 7 settembre del 1582 giunsero ad un compromesso con la badessa Beatrice
Carafa, impegnandosi a “far serrare di calce, pietre e pozzulana tutte le finestre del suppinno seu
guardaroba della casa [...] quanto tiene tutta la grandezza del muro, ita che così serrate e fabbricate
debbiano stare perpetuamente e da esso in nessun modo e tempo si possa havere aspetto dalla
banda del monastero” e promettendo di contribuire per la loro parte all’“ampliatione [...] della
strada”.202
Sin dalla prima metà del Cinquecento Napoli fu interessata da una considerevole espansione
dell’edilizia civile, favorita soprattutto dal trasferimento in città di molte famiglie nobili regnicole
che, pur possedendo estesi feudi nelle province, garantivano così la propria presenza nella
capitale, sede di un potere sempre più centralizzato, in modo da non destare alcun sospetto nei
nuovi regnanti spagnoli. Lo stato di “latente anarchia” insito nella feudalità meridionale aveva
infatti cagionato non poche difficoltà alla dinastia aragonese (basti ricordare le congiure dei
baroni nella seconda metà del XV secolo); i tempi nuovi esigevano che i feudatari vivessero
stabilmente in città, “facendo corona al vicerè”.203 Accanto alle nuove costruzioni molti furono gli
antichi edifici che, come quello appartenuto ai Poderico, nel già congestionato centro cittadino,
stretto nella morsa delle dilaganti strutture conventuali, vennero ampliati e adeguati alle rinnovate
esigenze.204
I Poderico sopraelevarono un palazzo più antico e commissionarono una serie di interventi
decorativi per gli ambienti interni e per la loggia che affacciava sul giardino ornato da fontane: lo
si apprende da una serie di inedite polizze di banco da me rintracciate. Tra la primavera e l’estate
del 1573 Ottavio Poderico effettuò diversi pagamenti presso il Banco Ravaschieri e Spinola a
favore di Giovan Battista Passaro “fabricatore”, di Francesco Gagliardo per le “pietre della
199
Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 2 e 3.
Sulla famiglia Poderico cfr. S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1597, ed. cons. Napoli
1601, p. 667; C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli 1671, III, pp. 135-146; B.
Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Napoli 1883, VI, p. 142. Sulla
discendenza dei Poderico da Sant’Agnello cfr. R. Naldi, Nati da santi. Una nota su idea di nobiltà e arti
figurative a Napoli nel primo Cinquecento, in «Ricerche di Storia dell’arte», 53, 1994, pp. 9-10.
201
C. De Lellis, Discorsi delle famiglie, cit., p. 144; B. Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così
napoletane come forastiere, Napoli 1691, pp. 109-110; G. Campanile, Notizie di nobiltà, cit., pp. 152, 348, 364.
202
F. Strazzullo, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, Napoli 1968, pp. 179-183.
203
G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (secoli XVI-XVII), Torino 1994,
pp. 28-29.
204
Ivi, pp. 129-130, 140, 161-168. Sul fenomeno del trasferimento a Napoli delle famiglie feudali e in
generale sulle peculiarità dei palazzi nobiliari del tempo cfr. G. Labrot, Palazzi napoletani. Storie di nobili e
cortigiani 1520-1750, Napoli 1993, pp. 34-36, 129-130, 140, 161-162, 166-168.
200
39
fabbrica”, di mastro Paolo Sagese per “pietre di Sorrento”, “piperni” e “lavoratura d’essi”.205 Un
tal “mastro Andrea arigiolatore” e Bartolomeo Fiorentino “amatonatore” eseguirono la
pavimentazione delle stanze, della loggia e del giardino,206 mentre “mastro” Pietro Sales realizzò le
fontane del giardino, per le quali il committente acquistò “canoli” dall’organista Giustino di
Palma e “70 matoni [...] colurati de azurro bono” dal succitato “mastro Andrea arrogiolatore”.207
La fabbrica fu interessata da importanti lavori di decorazione, come documentano i pagamenti
versati a “mastro Giovan Domenico Sagese auropellaro [...] per tanti panni de coyro d’argento et
oro et pelle rossa, hanno servito per la guarnitione della sala” e quelli riscossi dallo sconosciuto
Battista Santillo, responsabile degli affreschi delle “camere”.208 Purtroppo la documentazione
risulta incompleta, pertanto non è possibile precisare ulteriormente le caratteristiche di questi
interventi. Non sappiamo, ad esempio, se l’Imparato partecipò anche all’affrescatura degli
ambienti interni o se si occupò solamente delle pitture della loggia.
Di questi affreschi, così come di tutti i cicli documentati per case e palazzi privati napoletani negli
stessi anni, non rimane alcuna traccia:209 vennero distrutti nella prima metà del Settecento, come
205
Ottavio Poderico versò 11 ducati a Giovan Battista Passaro “fabricatore” il 17 aprile 1573 “per lo prezzo
de 115 pesi di calce che ha comprate per la fabrica della casa sua” (ASN, BA, Ravaschieri e Spinola, 52);
altri pagamenti in favore del Passaro, rispettivamente di 15 e 25 ducati, sono registrati nello stesso giornale
copiapolizze il 18 aprile e il 7 maggio (Ravaschieri e Spinola, 52). Francesco Gagliardo “tagliamonte”
ottenne 6 ducati il 7 maggio “per pietre della fabbrica” (Ravaschieri e Spinola, 52). Il 7 maggio Mastro
Silvestro del Biondo “massese” venne pagato (15 ducati) genericamente “per le opere che ha fatto e ha da
fare nelle case sue” (Ravaschieri e Spinola, 52). Il 9 maggio mastro Paolo Sagese ottenne ducati 29,3 per
pietre di Sorrento, piperni e “lavoratura d’essi” (Ravaschieri e Spinola, 52). Sul Passaro, originario di Cava
di dei Tirreni, e su Paolo Sagese cfr. G. Filangieri, Documenti, cit., VI, pp. 256, 403; per il napoletano
Francesco Gagliardo G. Filangieri, Documenti, cit., V, p. 265.
206
I pagamenti furono effettuati sempre da Ottavio Poderico. Questi, il 18 aprile, versò 5 ducati a “mastro”
Bartolomeo Fiorentino per “lo rigiolame che ha fatto et havrà da fare nelle camere delle sue case”
(Ravaschieri e Spinola, 52); il 5 giugno 6,5 ducati a mastro Andrea “arigiolatore dissero sono per lo prezo di
600 regiole che li ha pintate con li mattoni” (Ravaschieri e Spinola, 53); il 30 giugno 9 ducati a Bartolomeo
Fiorentino matonatore in conto delle opere de amatonata che have fate et have da fare con rigiole e senza
in le case sue di Napoli e ducati 4 sono per lo prezzo de mille mattoni sottili che bisognano per amatonare
lo giardino e la loggia delle sue case” (Ravaschieri e Spinola, 53); il 26 agosto 6 ducati a mastro Andrea
carrogiolatore in conto di 140 palmi di canaletti e di 70 matoni che li ha da fare colurati tutti de azurro
bono, quali hanno a servire per la fontana che ha fatta in sua casa de Napoli et ha promesso l’uno e l’altro
darceli fatti per li 5 del mese che entra” (Ravaschieri e Spinola, 53); il 4 settembre ducati 2,2 a Bartolomeo
Fiorentino “arogiolatore” (Ravaschieri e Spinola, 53).
207
Il 2 giugno l’organista Giustino de Palma ebbe ducati 5,3 “per ultimo e final conto con lui de tutti li
canoli... de piombo che li ha fati per la fontana che fa fare alla casa sua di Napoli” (Ravaschieri e Spinola,
53); il 15 giugno Pietro Sales ottenne 10 ducati “in conto del travaglio che ha preso et haurà da pigliare allo
fare delle fontane che fa fare nel giardino delle case sue di Napoli” (Ravaschieri e Spinola, 53); il 24 agosto
Pietro Sales ricevette 10 ducati come “final pagamento... per la fattura delle fontane fatte nel giardino delle
sue case di Napoli” (Ravaschieri e Spinola, 53). Un altro pagamento significativo fu effettuato il 10 giugno
per mastro Antonio de Gioya “ferraro” che ricevette 10 ducati “in conto del prezzo delle cancellate de ferro
che have da fare alle fenestre che rispondeno al giardinello delle case sue di Napoli” (Ravaschieri e Spinola,
53). Per la polizza a favore di mastro Andrea “arogiolatore” vedi la nota precedente. Notizie su Giustino de
Palma sono reperibili in G. Filangieri, Documenti, cit., VI, p. 240.
208
Il pagamento è di 6 ducati e risale al 3 giugno (Ravaschieri e Spinola, 53). Battista Santillo “pittore”
ottenne 20 ducati da Ottavio Poderico il 16 maggio 1573 “a bon conto della pittura che ha fata e fa nella
camera della casa sua (Ravaschieri e Spinola, 53). Altri pagamenti furono riscossi dallo stesso pittore nei
mesi successivi: 23 giugno ducati 8 “in conto delle pitture che ha fate et havrà da fare nelle case sue di
Napoli” (Ravaschieri e Spinola, 53); 20 luglio ducati 7,3 “in parte de l’opere fate in casa sua” (Ravaschieri e
Spinola, 53); 8 agosto 6 ducati “in conto delle opere che ha fate et ha da fare nelle camere delle case sue di
Napoli et tarì 4 per tanto oro che ha comprato delli suoi per ponerlo in detta opra” (Ravaschieri e Spinola,
53); 21 agosto 15 ducati “a compimento e final pagamento de quanto dovea haver da lui de tutte le pitture
fatte in sua casa de Napoli: per tutto il tempo passato insino al presente dì, tal che del tutto resta quieto e
sodisfatto” (Ravaschieri e Spinola, 53). Su Battista Santillo vedi appresso in questo stesso paragrafo.
209
Sulla perdita dei cicli ad affresco di destinazione privata si veda P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., passim; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., passim;
40
conferma il De Dominici che ebbe modo di vedere le “varie storie, e favole dipinte” che Imparato
“fece non so a chi signore” in “una stanza, con alcuni gabinetti[...] in un palagio nel vicolo detto
degli Impiccati”, poco prima del suo rifacimento.210 Il vico degli “Impiccati” o degli “’mpisi”,
nome settecentesco del vico Alessandrino, si trovava proprio alle spalle del convento di San
Gregorio Armeno, dove, come si è detto, era situata la “casa” dei Poderico, e sfociava nell’attuale
piazzetta Nilo;211 ne consegue che gli affreschi menzionati nelle Vite sono proprio quelli per i quali
l’Imparato e Battista Santillo riscossero pagamenti tra la primavera e l’estate del 1573. Dalla
preziosa menzione dedominiciana si deduce che Girolamo dovette essere responsabile almeno di
una parte delle decorazioni interne del “palagio”.212 Nel percorso dell’artista il perduto ciclo di
casa Poderico rivela diversi aspetti interessanti: si tratta dell’unica opera di destinazione privata,
con soggetto profano, di cui si abbia notizia; costituisce il solo caso noto di decorazione ad
affresco in tutta la sua carriera. Questa tecnica, poco praticata dai maestri napoletani, non era
estranea alla bottega di Giovan Bernardo Lama, come dimostrano a tutt’oggi alcuni cicli riferibili
a questo maestro e al nipote Silvestro Buono.213 Risulta piuttosto interessante però la notizia della
collaborazione fra Girolamo e Battista Santillo, un pittore certamente legato a Giovan Bernardo
Lama. Da un documento rintracciato dal Filangieri scopriamo infatti che lo sconosciuto frescante,
G. Labrot, Palazzi napoletani, cit., pp. 166-169. Per questo stesso periodo si possono aggiungere ulteriori dati
documentari (tratti dal fondo Banchieri Antichi dell’ASN) su perduti cicli pittorici che ornavano case
private di Napoli e dintorni, quasi sempre dovuti a pittori poco noti: 14 ottobre 1564, 4 ducati a Giovan
Domenico di Napoli “pittore” da Giovanni de Miro dello Freddo “in conto delle pitture fatte nella
intempiatura della sua casa de Napoli” (ASN, BA, Ravaschieri, 35); 15 settembre 1573, 10 ducati a “Parino
Zannicoli” (Perino Zannoli, vedi appresso) da Giovan Francesco Orefice per la “pittura che ha fatta in casa
sua” (Serra e Vivaldo, 55); il 28 marzo del 1576, 6 ducati, in parte di 12, a Decio Tramontano da Indaco
Mormile per l’affrescatura della sua cappella nella “massaria di Capo di Chio” (Citarella e Rinaldo, 62); 4
aprile 1582, 20 ducati ai pittori Ottavio Biccharij e Michelangelo Guarinj per la pittura da essi fatta nel
Palazzo di Carlo di Loffredo di Trevico a Pozzuoli (Banchiere non specificato, 78); 21 gennaio 1589, 10
ducati a Nicola Barbarisi da Cesare d’Avalos d’Aragona per pitture in una “camera dell’appartamento
maggiore” del suo palazzo (Citarella e Rinaldo, 100); 2 giugno 1589, 24 ducati a Cesare Castellano e
Ottavio Uccaso (?) per la pittura della “galleria e Cappella” del principe di Sulmona (Citarella e Rinaldo,
100); 9 ottobre 1589, 10 ducati a Cesare Castellano da Giovan Battista de Loffredo “in conto de ducati
40... per i quali promette et se obliga a pintare la sala del suo castello de Cardito” (Citarella e Rinaldo, 104);
10 dicembre 1594, 4 ducati a Vincenzo e Ottavio de Liguoro da Giovan Cola Carpentieri “a compimento
di ducati 29 per saldo e final pagamento delle intempiature et Istorie di pittura fatta in sua casa, sincome
appare per obliganza fatta in curia di notar Giovan Antonio Cepario” (Olgiatti, 184); 10 aprile 1595, ducati
1,1 a “Pietro Jacomo Stanzione pittore” da Scipione de Maio “per saldo e compimento de ducati 20 per la
pittura a lui fatta esso e soi compagni al palazzo di Porta nova” (Centurione e Gentile, 120); I luglio 1603,
10 ducati a “Cornelio Assen depintore” dal “Prencipe grande admiraglio” per “la depinture che ha da
pengere nella sua casa de Vico consistente in camere sale et loggia et cortiglio” (Turbolo, 152); 8 marzo
1603, 17 ducati a Giovan Domenico della Lama dal marchese di “Casadarbore” “a compimento di ducati
25... et sono per final pagamento de tutta la pittura et figure che ha fatte a sue spese al ultimo camerino
nelli mezanini della sua casa grande a Capuana” (Spinola e Lomellino, 144); 17 luglio 1603, 15 ducati a
“mastro Ottavio Biccare pittore” da Ottavio Carafa di Giovan Battista “in parte di ducati trenta per lo
prezzo convenuto fra loro de una sala nela casa sua, ne la quale haverrà da incartare nela tempiatura co la
pittura et ancho lo friso intorno la sala quale ha da essere di palmi otto in circa de altezza at in tanti quadri
de istorie et grottischi quanto ge ni potranno venire” (Turbolo e Caputo, 152);
210
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 847.
211
Sulla ubicazione del vico degli Impiccati si veda N. Carletti, Topografia universale della città di Napoli,
Napoli, 1776, p. 114; I. Ferraro, Napoli, Atlante della città storica. Centro antico, Napoli, 2002, p. 312.
212
È possibile che il pittore avesse lavorato in questi ambienti in una fase immediatamente precedente a
quella che le polizze ci consentono di seguire (aprile – settembre 1573). Il carattere estremamente lacunoso
del fondo archivistico dei Banchieri Antichi nell’Archivio di Stato di Napoli non consente però di verificare
tale ipotesi.
213
Si pensi al vasto ciclo, spettante prevalentemente al Lama e a suoi modesti collaboratori, che decora gli
ambienti del monastero del Gesù delle Monache, o agli affreschi della Cappella Turbolo nel Cappellone di
San Giacomo della Marca in Santa Maria la Nova, ricordati come opera di Silvestro Buono già da Bernardo
De Dominici (Vite de’pittori, cit., p. 857); P. Leone de Castris, Pittura del cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit.,
pp. 247, 260.
41
assieme al bolognese “Perino Zannoli”, nel 1579 eseguì i perduti affreschi nella navata della chiesa
napoletana dello Spirito Santo “conforme al disegno fatto per lo magnifico Giovan Bernardo
della Lama”.214 Potrebbe essere questa dei lavori in casa Poderico una prova documentaria
indiretta del discepolato di Girolamo presso il Lama? In ogni caso, la collaborazione fra
l’Imparato e il Santillo risulta un’importante testimonianza sulla frequentazione, nei primi anni
settanta, da parte del giovane artista napoletano della stretta cerchia di Giovan Bernardo. Il
ricordo dedominiciano di tali affreschi è particolarmente rilevante: lo scrittore delle Vite dovette
riconoscervi un linguaggio pittorico molto vicino ai modi del Lama e di Buono. Fu questo che
probabilmente consentì al De Dominici, acuto e sottile osservatore, di sostenere che l’Imparato,
prima di farsi “discepolo di Francesco Curia”, si era “invaghito de’ bei colori usati da Giovan
Bernardo Lama e Silvestro Buono” e forse gli aveva permesso di identificare la sua mano - ma
questa è un’ipotesi più ardita - nell’Assunta di San Pietro in Vinculis.
4. LA PIETÀ DI SANTA CROCE A TERMINI (MASSALUBRENSE)
Perduti gli affreschi Poderico, come pure le altre opere documentate agli anni 1576-77, non
rimane che considerare i lavori riconosciuti dalla critica al periodo più antico dell’Imparato.
Prima di passare all’analisi di questi dipinti, propongo di ricondurre all’esiguo catalogo giovanile
del maestro la notevole Pietà su rame della chiesa di Santa Croce nel casale di Termini [fig. 10],
presso Massalubrense, “così detto per l’altezza del loco, dal quale si vede l’uno e l’altro mare, quasi
termine del Golfo di Napoli e di quello di Salerno”.215 Finora sfuggita agli studi, la pala è quanto
rimane del più antico arredo dell’edificio, documentato sin dal tardo Quattrocento ma ricostruito
nelle forme attuali, un’angusta navata con altari laterali, nel corso del primo Seicento. Le visite
pastorali dell’antica diocesi di Massalubrense, a partire da quella di Monsignor Nepita del 1685,
riferirono curiosamente il dipinto a Massimo Stanzione.216
La composizione rielabora il ben noto disegno di Michelangelo conservato all’Isabella Stewart
Gardner Museum di Boston, mediato da copie pittoriche o da interpretazioni a stampa come
quelle del Bonasone e del Beatrizet.217 Tale invenzione ebbe una certa fortuna in ambito
napoletano, come documenta la copia eseguita, forse nel corso degli anni sessanta, da Giovan
Bernardo Lama per la cappella degli Amodio in San Giovanni Maggiore [fig. 11], e lì ricordata a
214
Il 19 febbraio del 1579 Zannoli Perino “bolognese” insieme a Battista Santillo di Napoli convennero coi
governatori dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo in Napoli “di pintare le doi facciate della nave della
detta chiesa da l’uno cornicione all’altro sopra le cappelle conforme al disegno fatto per lo magnifico
Giovan Bernardo della Lama [...] et questo per tutta la mità del mese di maggio [...]. Nella quale opera essi
pittori in solidum prometteno lavorare di continuo con quattro mastri. Et questo per preczo et ad ragione
de ducati otto per ciascuna fenestra tanto della finestra sfondata quanto del loco dove venerà l’Apostolo”.
Cfr. G. Filangieri, Documenti, cit., VI, p. 532 (il contratto fu rogato dal notaio Cristoforo Cerlone). Ho
rintracciato due inedite polizze di banco riguardanti questo stesso ciclo di affreschi: 10 aprile 1579 “A li
signori mastri delo Spirito Santo ducati trenta, et per loro a Battista Santillo e Perrino Zannoli pittori
dissero a compimento de ducati cento et duie in conto de la pittura fanno in detta ecclesia”; 18 aprile 1579
“A li signori mastri del Spirito Santo ducati vinti, et per loro a mastro Battista Santillo et Perrino Zandoli
pittore dissero a compimento de ducati cento trenta in conto de la pittura fanno in quella ecclesia, et per
detto Battista a Tholomeo de Rinaldo” (ASN, BA, Ravaschieri, 79).
215
G. B. Persico, Descrittione della città di Massa Lubrense, Napoli 1644, p. 39.
216
R. Filangieri di Candida, Storia di Massalubrense, Napoli 1910, p. 437. Finora non ho potuto controllare
le Visite pastorali di Massalubrense a causa del riordino in corso nell’archivio diocesano di Sorrento, dove
attualmente sono conservate.
217
Sul disegno di Michelangelo e sulle numerose repliche pittoriche e a stampa cfr. C. De Tolnay,
Michelangelo, The final period last judgment frescos of the Pauline Chapel last Pietàs, Princeton, 1971, V, pp. 6164, figg. 159, 340-358. Sulle stampe del Bonasone e del Beatrizet si veda E. Borea, Stampe da modelli fiorentini
del Cinquecento, in Il primato del disegno, Firenze 1980, p. 269 e The illustrated Bartsch, Italian masters of the
sixteenth century, New York 1995, XXVIII, pp. 271-272.
42
partire dal D’Engenio.218 Il rame massese mostra di allontanarsi dal prototipo che appare
notevolmente semplificato, avendo il pittore ripreso soltanto il gruppo centrale, privo del motivo
degli angeli impegnati nel sorreggere le braccia del Cristo, presente invece nella replica fedele del
Lama. Non appare difficoltoso riconoscere nel Cristo una tipologia affine all’analoga figura della
Pietà con i santi Nicola ed Eusebio appartenuta alla chiesa napoletana di Santa Patrizia [fig. 12],
mentre il languore espressivo della Madonna palesa un aspetto già tipico dell’Imparato. Meglio di
qualsiasi altro dipinto imparatesco, la Pietà di Termini manifesta legami stringenti con la cultura
artistica di Giovan Bernardo Lama, per una certa durezza del modellato e per il tono
eccessivamente patetico e lacrimevole, che rivela una chiara familiarità con i suoi celebri
Compianti, in particolare quello della chiesa napoletana di San Giacomo degli Spagnoli [fig. 8].
Ma il dipinto può essere fruttuosamente confrontato con le simili rappresentazioni, altrettanto
drammatiche, di Silvestro Buono: mi riferisco a pale d’altare databili agli anni settanta, in special
modo alla Deposizione della congrega dei Santi Marco e Andrea a Capuana e alla Pietà coi santi
Bonaventura e Francesco del Museo di Capodimonte [fig. 9].219 Anche l’utilizzo di colori freddi ma
intensi e la maniera seguita nel lumeggiare i panneggi denunciano analogie con lo stile del Buono.
L’Imparato mostra di aver assimilato una sensibilità tutta fiamminga nel modo di levigare i corpi,
modellati come nell’avorio, nell’analisi sottile e pungente del magnifico profilo di Cristo,
nell’indagine dei singoli elementi attraverso una luce algida; si osservi ad esempio il legno della
croce del quale restituisce minutamente la trama delle venature, un dettaglio realistico da “arte
senza tempo”. L’effetto finale è quello di una pittura che, non molto diversamente dalle contrite
composizioni del Lama, riesce ad assecondare le istanze devozionali della chiesa post-tridentina,
grazie alla capacità di trasmettere un profondo e toccante sentimento religioso.
Il rame di Termini manifesta una spiccata cura per il paesaggio, di cui l’Imparato fu uno dei più
alti interpreti in ambito partenopeo. Un cielo cupo e funereo, dove si addensano nuvole disposte
concentricamente intorno allo squarcio di luce soprannaturale, incombe sul Golgota, immaginato
ai piedi di un dirupo di rocce scheggiate dalle quali spunta la vegetazione spontanea; al lato
opposto si ergono un rudere dell’antichità classica e una Gerusalemme celeste, pietrificata e
incantata. La tipologia del paesaggio, sebbene già molto personale, trova i suoi confronti più
diretti negli sfondi “romanistici” dell’Assunta di San Pietro in Vinculis [figg. 1, 4], della Pietà di
Capodimonte [fig. 9], del Compianto dei Santi Marco e Andrea a Capuana di Silvestro Buono. È
chiaro l’interesse condiviso con il collega napoletano per la pittura fiamminga, maturato quasi
certamente sin dagli anni sessanta a contatto con le opere di diversi artisti d’oltralpe affluiti nel
Viceregno come Jan van Calcar e, forse, con la frequentazione e la conoscenza diretta di
personalità quali Paolo Scheffer, Hendrick van der Broeck, Cornelis Smet, e chissà quanti altri
maestri nordici, in grado di far maturare esiti così profondamente romanistici e parafiamminghi
nei giovani pittori meridionali.220 Questi artisti costituirono una vera e propria alternativa al
manierismo tosco-romano rappresentato da Marco Pino, ristabilitosi a Napoli dal 1570 dopo un
secondo soggiorno romano,221 e verso il quale, in una fase più avanzata della sua attività,
l’Imparato non avrebbe mancato di rivolgere la sua attenzione.
Nel panorama della pittura napoletana del tardo Cinquecento il quadro massese presenta una
peculiarità, quella di essere realizzato su rame, un supporto piuttosto raro per opere destinate agli
218
La proposta di identificare il dipinto, attualmente conservato nella chiesa del Buonconsiglio di
Capodimonte, con quello della cappella Amodio è di A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., pp. 5, 26 nota
19. Il dipinto fu assegnato al Lama da P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nelll’Italia meridionale,
cit., p. 513 nota 18; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 250-259, 279 nota 48.
Ancora nel corso del terzo decennio del secolo successivo, a Napoli il medesimo modello fu ripreso da
Giovan Bernardino Azzolino nella tela attualmente esposta nel Museo Diocesano di Vallo della Lucania (P.
Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 319 nota 43, fig. a p. 314).
219
Sul dipinto di Capodimonte cfr. F. Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., p. 73 nota 23; per quest’opera, oltre
alla bibliografia citata nelle note precedenti, cfr. P. Leone de Castris, Museo Nazionale di Capodimonte. Dipinti
dal XIII al XVI secolo. Le collezioni borboniche e post-unitarie, Napoli 1998, pp. 116-117. Sulla tavola della
confraternita dei Santi Marco e Andrea a Capuana vedi supra.
220
Sui fiamminghi in Italia meridionale cfr. quanto detto nelle pagine precedenti.
221
Per l’ultimo periodo napoletano di Marco Pino cfr. A. Zezza, Marco Pino, cit., pp. 193-257.
43
altari,222 essendo generalmente utilizzato per quadri di piccolo formato di carattere privato. La
realizzazione di dipinti su rame, che consente di esaltare la preziosità dei colori, non appare isolata
nella produzione dell’Imparato: penso al San Giovanni in Patmos della Casa della Serva di Dio a
Napoli [fig. 67] e all’Immacolata passata diversi anni fa sul mercato antiquariale.223 La scelta
sembrerebbe provare ulteriormente i profondi legami con gli artisti fiamminghi, che dovettero
diffondere l’uso di quel supporto nel contesto partenopeo.
In Santa Croce di Termini, nel 1578, venne fondato l’altare di patronato della famiglia Amitrano,
sul quale fu collocato nello stesso anno un quadro raffigurante la Vergine fra i santi Antonio di
Padova e Michele Arcangelo.224 Tale circostanza potrebbe indicare un possibile terminus ante quem di
una fase in cui la chiesa, elevata a parrocchia sin dal 1566, si dotò di nuovi arredi sacri. La pala
imparatesca, collocata sull’altare maggiore, potrebbe essere stata eseguita intorno al 1575,
datazione confermata dalle somiglianze che corrono con la Pietà di Santa Patrizia, una tavola che
difficilmente sarà stata realizzata oltre la seconda metà degli anni settanta. Un’altra testimonianza
indiretta per l’antichità dell’opera nel percorso di Girolamo proviene dalla presenza nella stessa
area geografica di lavori giovanili di Silvestro Buono: la Madonna del Rosario nella chiesa
dell’Annunziata a Massa Lubrense (1574) [fig. 5] e la Madonna col Bambino fra i santi Giovanni
Battista e Giovanni Evangelista della cattedrale di Sorrento (1575) [fig. 6]. La diffusione di tali
dipinti nel territorio è senz’altro sintomatica dell’apprezzamento locale per prodotti appartenenti
ad un medesimo filone culturale e, conseguentemente, per artisti provenienti dallo stesso ambito.
In particolare, Girolamo stabilì un rapporto privilegiato con la città di Massalubrense, dove
approdarono diversi suoi lavori: nel 1588 vi giunse una dispersa Pietà per la cattedrale di Santa
Maria delle Grazie, nel 1592 il Battesimo di Cristo per la cappella Pisano nella stessa chiesa [fig. 75]
e nel 1599 una perduta cona destinata a Santa Maria della Sanità, eseguita assieme a
Giovann’Angelo D’Amato.225
5. OPERE PERDUTE PER LA PROVINCIA. LA
CON GIOVANN’ANGELO D’AMATO (1577)
PIÙ ANTICA COLLABORAZIONE
La ricostruzione dell’attività di Girolamo Imparato nell’ottavo decennio è resa assai problematica
dall’assenza di dipinti databili con certezza a questi anni. Ciononostante, le poche testimonianze
d’archivio sinora rintracciate ci consentono di stabilire che il pittore dovette affermarsi nel
mercato artistico partenopeo intorno al 1575 ca., riuscendo ad ottenere apprezzamento anche al
di fuori del contesto cittadino.
Da un’inedita polizza del Banco Citarella, risalente al 13 aprile 1576, ricaviamo che l’Imparato
ricevette 16 ducati da un certo Donato de Marco da Montenegro, vassallo di “Anton Vincenzo
Bujo” (de Bucchis),226 per una cona la cui destinazione non risulta specificata. Lo stesso
documento ricorda che il de Marco, precedentemente a quella data, aveva ricevuto un pagamento
da “huomini de Alfedena”: si potrebbe pertanto ipotizzare che il dipinto in questione poté essere
inviato nella località abruzzese, feudo dei de Bucchis non lontana da Castel di Sangro, dove però
222
Nella zona del Napoletano non conosco altri casi anteriori ai celebri Miracoli di San Gennaro della
Cappella del Tesoro di San Gennaro, dipinti dal Domenichino fra il 1638 e il 1641. Cfr. Civiltà del Seicento
a Napoli, catalogo della mostra (Napoli 1984-85), Napoli 1985, I, pp. 508-509, con bibliografia.
223
Vedi i nn. 11 e 42 del Repertorio delle opere autografe.
224
R. Filangieri, Storia di Massalubrense, cit., p. 437.
225
Anche per queste opere rinvio alla trattazione che se ne farà nei capitoli successivi (III e IV).
226
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 4. La forma Bujo è una corruzione di de Bucchis. Anton Vincenzo de
Bucchis fu feudatario di Alfedena, come attesta il Repertorio dei Quinternioni, Provincia di Abruzzo citra ed ultra
(ff. 5-6) dell’Archivio di Stato di Napoli citato da L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di
Napoli, Napoli 1797, I, p. 110. Il de Bucchis, marito di Beatrice della Tolfa, nel 1579 cedette il feudo,
insieme alla vicina Mantenegro (l’attuale Montenegro Val Coccchiara, in provincia di Isernia), al figlio
Ludovico. Notizie sulla famiglia si ritrovano in C. De Lellis, Famiglie nobili del Regno di Napoli, cit., 1654, I,
p. 364.
44
non si conservano dipinti cinquecenteschi.227 Non stupisce una commissione da parte di Anton
Vincenzo de Bucchis, proprietario di una notevole collezione di antichità menzionata già nel 1563
dal Goltzius e in seguito, nel 1592, dallo Schrader.228
Purtroppo è andato perduto il polittico realizzato in collaborazione fra Girolamo e
Giovann’Angelo d’Amato su richiesta di Colantonio Dulcetto, inviato sul finire del 1577 a
“Castelvetere”. Quasi certamente la località è da identificare con Castelvetere in Val Fortore, un
centro al confine tra la Campania e il Molise, appartenuto all’antica provincia di Capitanata.
Dalla descrizione dell’iconografia riportata dal documento di allogagione si può ipotizzare che
l’opera fosse stata eseguita per la chiesa matrice del paese, dedicata a San Nicola, e documentata
con questo titolo sin dal 1102.229 Il trittico rappresentava infatti un San Nicola di Bari con il
fanciullo nello scomparto centrale, i santi Biagio e Urbano in quelli laterali, un Cristo con i dodici
apostoli e due storie di San Nicola nella predella e, infine, un Cristo affiancato dalla Vergine e da San
Giovanni nella cimasa.230 A Castelvetere in Val Fortore non rimane alcuna traccia del complesso,
così come risulta perduto il dipinto realizzato per la stessa chiesa a distanza di pochi anni, nel
1581, da Cornelis Smet, raffigurante “un Christo nudo posto sotto il torchio”.231
A differenza dell’Imparato, si conoscono opere di Giovann’Angelo D’Amato databili con certezza
alla seconda metà degli anni settanta; mi riferisco a una serie di quadri custoditi in chiese della
costiera amalfitana, luogo di origine del pittore.232 Difatti ci è pervenuto lo smembrato polittico
della chiesa della Maddalena di Atrani, documentato al 1576, di cui rimane sull’altare maggiore lo
scomparto centrale con l’Assunzione della Maddalena.233 Nella tavola, di qualità davvero modesta,
emerge una parlata provinciale in cui “gli sforzi di mimesi del ‘realismo’ di Buono e Lama non
riescono [...] a nascondere una secchezza disegnativa dovuta ad una probabile, originaria
frequentazione della cerchia estrema del toscano Leonardo da Pistoia e specie del suo seguace
227
Il probabile invio nel 1576 della cona ad Alfedena anticipa di un decennio circa il fenomeno della
propagazione negli Abruzzi di opere eseguite a Napoli alla fine del Cinquecento da artisti come Giovan
Bernardo Lama, Silvestro Buono, Dirk Hendricksz, Aert Mijtens (ancor prima del soggiorno aquilano),
Fabrizio Santafede. Sul tema si veda M. Pasculli Ferrara, Un Silvestro Buono sopravvissuto ai moderni restauri
architettonici e un Giovan Bernardo Lama da salvare, in «Napoli Nobilissima», XXVIII, 1989, pp. 161-172; R.
Cannatà, Pittura meridionale del tardo Cinquecento in Abruzzo: dipinti di Teodoro d’Errico, Silvestro Buono, Giovan
Bernardo Lama, Aert Mytens e Giuseppe Cesari, in «Bollettino d’arte», LXXVIII, 77, 1993, pp. 79-92; F.
Battistella, Un altro dipinto del Tanzio in terra d’Abruzzo, in «Rivista Abruzzese», XLVIII, 3, 1995, pp. 167,
180; P. Leone de Castris, Crocifissione su tela di Giovan Bernardo Lama. Chiesa di Santa Maria del Carmine
Loreto Aprutino, in Documenti dell’Abruzzo teramano, VI, I, Dalla valle del Fino alla valle del medio e alto Pescara,
Pescara 2003, pp. 500-502; S. De Mieri, Adorazione dei Magi di Fabrizio Santafede. Chiesa di Santa Maria della
Misericordia. Bellante, in Documenti dell’Abruzzo Teramano, VII, 1, in corso di stampa.
228
B. Capasso, Notizie dei Musei e collezioni di Antichità e di oggetti di Belle Arti formate in Napoli dal Secolo XV
al 1860, estratto dalla «Rassegna Italiana», IX, fasc. 6, 1901, p. 7 nota 1, in cui è riportata la lunga lista di
proprietari di collezioni di antichità a Napoli, redatta dal Goltzius nel 1563 (Iulius Caesar, Bruges 1563)
dove compare anche Anton Vincenzo de Bucchis. La collezione, passata a Tiberio de Bucchis, venne
descritta anche da L. Schrader, Monumentorum Italiae. Quae hoc nostro saeculo et a Christianis posita sunt,
Helmaestadii 1592, pp. 243v, 248v. Cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573,
cit., p. 24 nota 23; I. M. Iasiello, Il collezionismo di antichità nella Napoli dei viceré, Napoli 2004, pp. 107-108. .
229
In tale anno l’edificio risulta citato in una bolla di papa Pasquale II: cfr. A. Meomartini, I comuni della
provincia di Benevento. Storia – cronaca – illustrazioni, Benevento 1970, p. 376. La distruzione durante l’ultima
guerra mondiale delle Visite pastorali della Diocesi di Benevento, a cui apparteneva Castelvetere, non
consente di verificare la collocazione del polittico, presumibilmente esposto sull’altare maggiore.
230
Si veda il Regesto documentario, doc. n. 6.
231
G. Filangieri, Documenti, cit., VI, p. 452. Cfr. anche N. Barbone Pugliese, Sulle tracce di Cornelis Smet tra
Napoli e la provincia, in «Bollettino d’Arte», LXXVII, 73, 1992, pp. 101-104.
232
M. Camera, Memorie storiche diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e
continuate sino al secolo XVIII, Salerno 1876, I, p. 662, lo dice nativo di Maiori.
233
Ibidem. Gli altri pezzi del polittico sono un Sant’Andrea e un San Sebastiano, collocati nell’incorniciatura
marmorea settecentesca dell’altare maggiore, e una Resurrezione datata 1576, conservata nella sacrestia della
chiesa. Sul polittico si veda P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149,
175 nota 50 con rinvii bibliografici.
45
lucano Antonio Stabile”.234 Negli stessi anni, la Madonna del Rosario della chiesa di Santa Maria a
Mare di Maiori [fig. 15], interpretazione personale e semplificata del dipinto di analogo soggetto
di Silvestro Buono a Massa Lubrense [fig. 5],235 dimostra che il pittore, sin dagli anni giovanili,
dovette frequentare la bottega napoletana di Giovan Bernardo Lama, dove forse conobbe il futuro
socio Imparato.
Gli ultimi anni settanta coincisero con una crescita culturale sbalorditiva per il D’Amato,
evidentemente dovuta alla collaborazione col più celebre collega partenopeo. Si passa dalla
rigidezza compositiva della Circoncisione nella chiesa di Santa Maria a Mare di Maiori,236 una delle
più antiche derivazioni dalla Circoncisione di Marco Pino al Gesù Vecchio di Napoli,237 al livello
più sostenuto della Madonna della Cintola con i santi Agostino e Scolastica [fig. 16] conservata nella
chiesa di Santa Maria a Mare di Maiori, in cui compare un modellato più morbido e delicato.
L’evoluzione del D’Amato, testimoniata da questa pala d’altare, è una prova del contatto avvenuto
con l’Imparato sul finire degli anni settanta, del resto provato dalla documentata impresa di
Castelvetere (1577), che avrebbe consentito al pittore, assieme ad altri stimoli provenienti
dall’ambiente “internazionale” della capitale vicereale, di approdare a quell’autentico exploit
manieristico rappresentato dal bel San Michele Arcangelo dell’altare maggiore del Duomo di
Ravello [fig. 111], firmato e datato 1583, concordemente ritenuto il suo capolavoro.238
Risulta arduo precisare in dettaglio i caratteri della società esistente fra l’Imparato e il d’Amato;
questa dovette essere temporanea, forse limitata ad alcuni momenti di più intensa attività del
primo, ed avere peculiarità non dissimili da altre società partenopee dell’epoca, come quella fra
Michele Curia e Cesare Turco.239
In assenza del polittico di Castelvetere è impossibile stabilire le spettanze dei singoli artisti nella
sua esecuzione, non specificate dal contratto; si può tuttavia ipotizzare che, tra i due, Girolamo
avesse avuto un ruolo di maggior impegno nell’organizzazione del complesso e che al D’Amato
fossero state riservate le parti minori, quali la predella e la cimasa.
Non si hanno notizie di altre collaborazioni fra i due artisti nel corso degli anni ottanta; stando ai
documenti, queste ripresero nei primi anni dell’ultimo decennio del secolo, un periodo in cui
Giovann’Angelo risulta stabilmente documentato a Napoli ed impegnato in imprese di spicco, in
primis la realizzazione del Martirio di Santa Caterina della cappella dei Ruffo in San Domenico
Maggiore e la Madonna della Vallicella collocata sull’altare maggiore della prima chiesa dei
Gerolamini di Napoli [fig. 108].240 Anche in anni precedenti il pittore era riuscito però ad
assicurarsi lavori importanti nella capitale, come indica un inedito pagamento di 5 ducati ricevuto
l’11 maggio del 1579 da Giovan Antonio Gambacorta, presso il Banco Ravaschieri, per “la fattura
de una cona del Rosario”,241 di cui non conosciamo la destinazione. Nello stesso periodo
Girolamo Imparato dipinse una pala d’altare per Giovan Antonio Scalzo, per la quale percepì un
234
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 141.
Sull’importanza di tale modello, di cui tennero conto Cornelis Smet e Aert Mijtens, cfr. P. Leone de
Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli 1573-1606, cit., pp. 23, 29 nota 19 con bibliografia precedente.
236
Si veda, anche per altri dipinti del D’Amato, A. Braca, Vicende artistiche fra Napoli e la Costa d’Amalfi in
età moderna, Sarno 2004, pp. 247-255.
237
Sulle copie dal famoso prototipo si veda N. Barbone Pugliese, La Madonna del suffragio, cit., pp. 60-62; P.
Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 28; A. Zezza, Marco Pino, cit., p. 274.
238
Per la Madonna della cintola cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp.
149, 175 nota 56 con bibliografia precedente; sul San Michele di Ravello si veda F. Bologna, Opere d’arte nel
Salernitano dal XII al XVIII secolo, cit., pp. 52-53, 82; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli.
1573-1606, cit., pp. 149, 175 nota 55; M. Calì, La pittura del Cinquecento, cit., II, p. 620, fig. a p. 617.
239
Sulla collaborazione fra Michele Curia e Cesare Turco cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1540-1573, cit., pp. 306-308.
240
Per il dipinto di San Domenico Maggiore cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., pp. 154, 175 nota 59. Per la pala dei Gerolamini cfr. il IV capitolo, paragrafo 5.
241
ASN, BA, Banco Ravaschieri, 73.
235
46
pagamento di 10 ducati da tal Prospero Sant’Elia, di cui è analogamente sconosciuta la
destinazione.242
6. LE DUE TAVOLE DEL MONASTERO NAPOLETANO DI SANTA PATRIZIA
Nei depositi della basilica di Santa Maria del Buonconsiglio a Capodimonte si conservano due
importanti dipinti imparateschi, raffiguranti la Pietà con i santi Nicola ed Eusebio [fig. 12] e la
Madonna col Bambino e i santi Patrizia, Andrea e Maddalena [fig. 17], provenienti dalla chiesa esterna
del monastero di Santa Patrizia. Queste pale d’altare, mai menzionate dalle fonti e solo nel XIX
secolo riferite a Giovan Filippo Criscuolo da Luigi Catalani e Gennaro Aspreno Galante,243 sono
state assegnate dal Leone de Castris alla fase giovanile dell’Imparato.244 Nel 2001, espungendo le
due tavole dal catalogo dell’artista, Francesco Abbate le ha ingiustamente considerate prove “non
esaltanti”, “inserite in pieno nella «vulgata» di seccaggine devozionale” di Giovan Bernardo
Lama.245
È sconosciuta la collocazione originaria dei dipinti anteriormente alla loro sistemazione sugli
altari della chiesa esterna del monastero, costruita tra il primo e il secondo decennio del Seicento
e conclusa intorno al 1617.246 Il complesso monastico possedeva due edifici di culto, il più antico
dei quali, quello interno, dedicato ai Santi Nicandro e Marciano, era stato ricostruito intorno al
1550 dall’architetto Francesco de Palma. Nel 1551 la fabbrica doveva essere ultimata, giacché in
quella data fu consegnato l’altare marmoreo scolpito da Giovanni da Nola, nel quale furono
traslate le reliquie di Santa Patrizia da una cappella laterale.247
Forse commissionate a breve distanza di tempo l’una dall’altra, tali opere confermano il successo
che il giovane maestro stava riscuotendo nell’ambiente napoletano negli avanzati anni settanta,
essendo state richieste da uno dei contesti religiosi più illustri della città, situato sulla collina di
Caponapoli, l’“acropoli cristiana” di Napoli.248
La storia della sua fondazione s’intreccia con la leggenda: Patrizia, principessa bizantina, sarebbe
giunta a Napoli assieme alla nutrice Aglais e ad un seguito di ancelle ed eunuchi, per sfuggire ad
un matrimonio impostogli dal congiunto, Costante II (668-685). Dopo la morte, avvenuta nel
cenobio dell’isoletta di Megaride (Castel dell’Ovo), la santa sarebbe stata sepolta nella chiesa
annessa al monastero basiliano dei Santi Marciano e Nicandro sull’altura di Caponapoli, luogo
prescelto dalla stessa Patrizia quando era ancora in vita.249 Sebbene la santa non avesse
personalmente fondato il monastero che fu a lei dedicato, gli agiografi del periodo della
242
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 5. Il documento viene erroneamente indicato come del 1577 da G.
Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582.
243
L. Catalani,, Le chiese di Napoli, cit., I, p. 152; G. A. Galante, Guida sacra, cit., (ed. 1872) p. 85.
244
L’attribuzione del Leone de Castris è registrata per la prima volta in G. A. Galante, Guida sacra, cit., ed.
Napoli 1985, p. 62 nota 84, in seguito ripresa dallo studioso in La pittura del Cinquecento nell’Italia
meridionale, cit., p. 498; Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142, 170 nota 21 e La pittura del
Cinquecento, in Storia e civiltà della Campania, cit., p. 224. Il riferimento all’Imparato è accolto da S.
Falabella, ad vocem Imparato (Imperato) Girolamo, cit., p. 284.
245
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, cit., p. 217.
246
Le fonti riportano date discordanti per la costruzione della chiesa esterna; l’ipotesi più probabile,
secondo quanto testimonia il Bulifon, è che fosse stata conclusa e aperta al culto nel 1617. Cfr. A.
Facchiano, Monasteri femminili e nobiltà a Napoli tra Medioevo ed età Moderna. Il Necrologio di Santa Patrizia
(secc. XII-XVI), Altavilla Silentina, 1992, in particolare pp. 69-87; I. Ferraro, Napoli. Atlante della città storica,
Centro antico, cit., pp. 427, 431-433.
247
Per queste vicende rimando al buon libro della Facchiano, Monasteri femminili e nobiltà a Napoli, cit., pp.
30, 77-84, con rinvii bibliografici.
248
La definizione è di L. Di Mauro in Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Napoli 1993, III itinerario, p.
149. La collina di Caponapoli, caratterizzata da una straordinaria concentrazione di complessi conventuali,
è attualmente sfigurata dalle imponenti strutture ospedaliere e universitaria che non hanno risparmiato il
monastero di Santa Patrizia.
249
D. Ambrasi, ad vocem Patrizia, in Bibliotheca Sanctorum, X, Roma 1968, coll. 392-395.
47
Controriforma, che oltretutto la ritennero nipote di Costantino il Grande e di Sant’Elena, le
attribuirono tale merito. Dai documenti noti si evince che la comunità religiosa femminile
dovette sorgere fra la fine del IX e l’inizio del X secolo.250
Come San Gregorio Armeno anche il monastero di Santa Patrizia poteva vantare origini
antichissime; era questa una delle ragioni principali del suo prestigio che lo resero appannaggio
assoluto di monache provenienti da famiglie dell’alta aristocrazia napoletana, prevalentemente
ascritte ai seggi di Nido e Capuana. A scorrere l’elenco delle badesse che si successero nel corso
del Cinquecento si noterà l’alternarsi di nomi altisonanti: Minutolo, Caracciolo, Brancaccio,
Piscicelli, di Somma, Loffredo.251 Sin dalla prima metà del XVI secolo le religiose si distinsero per
un’agguerrita resistenza ai tentativi di riforma da parte della Chiesa: nel 1535 papa Paolo III
Farnese, in un breve indirizzato alla badessa, accusava le monache di Santa Patrizia di aver tentato
di eliminare l’osservanza della regola.252 Negli anni successivi alla chiusura del Concilio di Trento
i contrasti aumentarono e le benedettine, assieme a quelle di San Gregorio Armeno, si opposero
ripetutamente alle continue e perentorie richieste da parte delle autorità diocesane partenopee di
riformare la loro comunità.253
Fin dal 1563, dopo le visite del vicario Girolamo Spinola e del teatino Girolamo Ferro, giunse
l’ordine per i monasteri napoletani di rispettare la clausura, di trasformare le strutture monastiche
realizzando dei parlatori, di creare ingressi esterni per le chiese in modo che gli estranei non
attraversassero gli ambienti interni. Questi ordini furono ribaditi nel sinodo diocesano del
1565,254 ma l’adeguamento delle strutture monastiche di Santa Patrizia avvenne solo a distanza di
molti anni. Nel 1566 addirittura il procuratore del monastero fu arrestato per aver osato chiamare
“tiranno” l’arcivescovo Mario Carafa.255 In definitiva, le monache, sostenute dalle famiglie di
appartenenza, si impegnarono a difendere una serie di diritti e privilegi acquisiti da secoli.256
Ancora nel 1573 il monastero di Santa Patrizia non aveva accolto le nuove prescrizioni: in tale
anno il cardinale di Granvelle, all’insaputa dell’arcivescovo Carafa, ma col permesso di papa
Gregorio XIII, decise di sistemare nel complesso di Caponapoli Diana Falangola, amante del duca
d’Austria, in attesa di un bambino. Fu scelto tale monastero perché a quella data non si era
ancora adeguato alle norme post-tridentine.257
Ritornando ai dipinti imparateschi, fra i due è forse la Pietà [fig. 12] ad essere stata eseguita per
prima. Come nel rame di Santa Croce di Termini, Girolamo per l’elaborazione del gruppo
centrale s’ispira ad un’invenzione michelangiolesca, la celeberrima Pietà vaticana. La struttura
compositiva appare estremamente calibrata grazie alla disposizione simmetrica di due figure di
santi per lato, a sinistra Nicola e Giovanni Evangelista, a destra Eusebio e Maddalena. Il robusto
plasticismo delle figure, come intagliate in un legno di consistenza piuttosto dura, l’accento
spiccatamente patetico (si osservino in particolare le maschere di dolore della Vergine, del San
Giovanni e della Maddalena), discendono ancora una volta dalle meste e dolenti interpretazioni
del medesimo soggetto di Giovan Bernardo Lama. Ad esempio, la figura della Vergine rinvia al
250
A: Facchiano, Monasteri femminili e nobiltà a Napoli, cit., pp. 13-18.
Ivi, p. 49.
252
Ivi, p. 28.
253
Ivi, pp. 27-40. Per la Chiesa della Controriforma risultò particolarmente arduo imporre le regole
tridentine a comunità religiose costituite da donne a cui veniva imposta la vita claustrale dalle famiglie di
provenienza (pp. 30-32). Sul fenomeno cfr. E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne. Un labile confine. Poteri
politici e identità religiose nei monasteri napoletani secoli XVI-XVII, Milano 2001, passim; M. Miele, Monache e
monasteri del Cinque-Seicento tra riforme imposte e nuove esperienze, in Donne e religionea Napoli. Secoli XVI-XVIII,
a cura di G. Galasso, A. Valerio, Milano 2001, pp. 91-138.
254
A. Facchiano, Monasteri femminili e nobiltà a Napoli, cit., pp. 32-35. E. Novi Chavarria, Monache e
gentildonne, cit., pp. 60-70.
255
A. Facchiano, Monasteri femminili e nobiltà a Napoli, cit., p. 33.
256
Ivi, pp. 30-32. A proposito di tale situazione la studiosa scrive: “Da tempo immemorabile era invalsa la
consuetudine di non fare alcun tipo di professione sicché le religiose non si sentivano obbligate ad
osservare i voti di castità, povertà e obbedienza, vivevano ciascuna in una propria abitazione, possedevano
beni mobili e immobili e servitù, erano libere di uscire dal convento e ricevevano visite di ogni genere, e si
riunivano in comunità soltanto per pregare, quando ciò avveniva” (p. 31).
257
Ivi, p. 135 e E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit., pp. 89-90.
251
48
modello incisivo della Madonna che compare nella Deposizione di San Giacomo degli Spagnoli
[fig. 8], o forse alla più simile figura che campeggia al centro della Pietà dipinta dal Buono per la
chiesa dell’Annunziata di Brienza [fig. 14]258
Diversamente dal rame di Termini, nella pala napoletana l’Imparato concentra la sua attenzione
in maniera quasi esclusiva sulla tetra e lugubre scena sacra, avendo abolito lo sfondo paesaggistico,
ridotto a due soli gruppi di architetture, simili a quelle di tipologia nordica che si vedono negli
sfondi di tanti dipinti del Lama e del Buono. La rappresentazione appare sovrastata da un cielo
oscuro, solcato da nuvoloni tenebrosi, che serve a marcare con più vigore il carattere devozionale
della tavola. Il modo di rappresentare il cielo, in cui si apre un ampio vortice luminoso, potrebbe
derivare dalle Crocifissioni napoletane realizzate da Marco Pino negli avanzati anni settanta; penso
alle pale d’altare della Congrega di Santa Sofia e della cappella Martignano ai Santi Severino e
Sossio [fig. 13], un dipinto, quest’ultimo, eseguito nel 1576 per gli eredi del “quondam Tiseo
Martignano”, come dimostra un nuovo pagamento.259
L’Imparato, pur mostrando l’ancoraggio alla cultura tradizionale del Lama, comincia a
manifestare un’autonomia di linguaggio; lo si nota ad esempio nell’utilizzo di stoffe più morbide
nel rivestire il robusto massello delle figure. Si osservi, in particolare, il modo in cui appaiono
modellati i piviali dei due santi vescovi, realizzati in una stoffa che risulta meno rigida rispetto a
quella adoperata nel rame di Termini. Il nuovo effetto, raggiunto grazie all’uso di un colore più
tenero, è giustificato dall’accostamento molto precoce del napoletano alle novità introdotte a
Napoli da Teodoro d’Errico,260 presente in città sin dal 1573, anno in cui consegnò il capoaltare
della chiesa di San Severo alla Sanità, raffigurante la Vergine e quattro santi [fig. 20].261 Il turgore
delle forme riscontrabile nelle più antiche composizioni del fiammingo, unitamente al colore
“dolce e pastoso”, destarono senz’altro l’interesse del giovane Imparato.
La Pietà di Santa Patrizia forse fu eseguita tra il 1575 e il 1577 ca.; sembrerebbero confermarlo,
oltre alle possibili dipendenze dai dipinti su menzionati (di Silvestro Buono, Marco Pino,
Teodoro d’Errico), anche altri fattori. Il San Nicola potrebbe aver suggerito, nei primi anni
ottanta, la posa del Sant’Agostino che compare nella Madonna della cintola di Giovann’Angelo
D’Amato [fig. 16], conservata nella chiesa di Santa Maria a Mare di Maiori. Risulta indicativa,
inoltre, la presenza di Sant’Eusebio (il nome è indicato sulla mitra adagiata sul terreno), ottavo
vescovo della chiesa napoletana, vissuto fra la fine del III e l’inizio del IV secolo.262 Il culto del
santo presule partenopeo, tra gli antichi patroni della città, dovette svilupparsi particolarmente
nel corso degli anni settanta del Cinquecento, come lascerebbero intendere i libri agiografici in
cui compare la vita di Eusebio, stampati a Napoli presso l’aquilano Giuseppe Cacchi: nel 1571
venne pubblicato il testo di Davide Romeo, intitolato Septem Sancti custodes ac praesides urbis
Neapolis, riedito nel 1577; nel 1573 uscirono le Vite dei sette santi protettori di Napoli di monsignor
Paolo Regio, ripubblicate nel 1579.263
258
N. Barbone Pugliese, Due tavole di Silvestro Buono a Brienza, in «Napoli Nobilissima», XXIV (n. s.), 1985,
pp. 93-99. La studiosa propone di datare il dipinti lucani tra il 1571 e il 1573 (p. 97). Sulla Pietà di Brienza
cfr. anche P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 246, 277 nota 28, fig. a
p. 252.
259
Il 4 giugno del 1576 Marco Pino ricevette 5 ducati da don Agostino di Maratea “in conto” della “cona
della capella per la ecclesia loro di Santo Severino” (ASN, BA, Citarella e Rinaldo, 63). La data 1577
apposta sul dipinto è dunque frutto di un rifacimento, dal momento che Bernardo De Dominici vi aveva
letto 1576, cfr. A. Zezza, Marco Pino, cit., pp. 252, 272. Sul dipinto di Santa Sofia cfr. A. Zezza, Marco Pino,
cit., p. 272.
260
Il rapporto fra i due pittori fu stabilito da G. Previtali, Teodoro d’Errico e la ‘Questione meridionale’, cit., 1734; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 95-96, 102, 106-109, 113.
261
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 60, 80 nota 70 con precedente
bibliografia.
262
Su Sant’Eusebio (Efebo, Efremo) vedi D. Ambrasi, ad vocem Efebo, in Bibliotheca Sanctorum, IV, Roma
1964, coll. 936-937.
263
D. Romaei, Septem Sancti custodes ac prasides urbis Neapolis, Napoli 1571, pp. 104-112; nella riedizione del
1577, le pagine riservate ad Eusebio sono le stesse; R. Paolo, Vite dei sette santi protettori di Napoli, Napoli
1573, pp. 58-67; l’edizione del 1579 anche in questo caso è pressoché identica alla precedente. Su questi
testi qualche spunto è in R. De Maio, Pittura e controriforma a Napoli, Bari 1983, pp. 42-46.
49
L’altra tavola, raffigurante la Madonna col Bambino con i santi Patrizia, Andrea e Maddalena [fig. 17],
probabilmente di poco successiva, mostra chiari i segni di una manomissione, forse seicentesca,
nell’ampliamento della parte alta, in origine centinata.
La soluzione compositiva segue un impianto piuttosto convenzionale nella presentazione della
terna dei santi e della Vergine col Bambino, assisa su una leggera coltre di nubi dalla quale
spuntano teste di cherubini. Il classicismo garbato della Maddalena sembra risalire a modelli della
prima metà del Cinquecento riconducibili alla maniera di Giovan Filippo Criscuolo, artista
ancora vivente nel 1568, come attesta il Vasari nella seconda edizione delle Vite;264 la Santa
Patrizia invece sembrerebbe riproporre ancora caratteri legati al contesto del Lama.
Il dipinto mostra una certa complessità di fattura, dal momento che, se nella Vergine col figlio e
nel Sant’Andrea sono ravvisabili una scioltezza e un uso del colore addolcito e intenerito già
peculiari dell’Imparato, nelle sante laterali, in particolare nell’imbambolata Maria Maddalena,
potrebbe scorgersi l’intervento del collaboratore principale del maestro, Giovann’Angelo
D’Amato. Appare a tal proposito eloquente il confronto fra le due sante napoletane con le assai
simili strutture disegnative delle figure dipinte dal D’Amato in un’erratica predella della chiesa di
Santa Maria di Lacco a Ravello (1580 ca.)265 [fig. 19]. Inoltre, le teste dei cherubini che attorniano
la Vergine col Bambino appaiono quasi identiche a quelle della cimasa con l’Eterno Padre
dell’Annunciazione custodita nella chiesa di Santa Maria a Mare di Maiori [fig. 18], databile alla
scadere degli anni settanta266. La seconda pala di Santa Patrizia potrebbe essere dunque una
preziosa testimonianza della prima fase di collaborazione dei due pittori, attestata finora dalla sola
notizia documentaria dell’esecuzione del polittico di Castelvetere nel 1577. Ne verrebbe così
indirettamente confermata una datazione della tavola tra la seconda metà e la fine dell’ottavo
decennio.
Nel nucleo centrale del dipinto, il Sant’Andrea, ammantato da un panneggio soffice e fioccoso, e
il bel gruppo della Madonna col Bambino sono cosa ben diversa dalle figure laterali; tali parti
sembrano condotte col linguaggio dell’Imparato dei primi anni ottanta. La testa canuta del
vecchio santo pescatore e la tipologia della Vergine bionda si rivedono in opere quali l’Immacolata
e la Madonna delle Grazie della Sapienza (1580-82 ca.) [fig. 21], e la Vergine di tutti i santi (1582-85
ca.) [fig. 35] conservata nell’Arciconfraternita dei Bianchi allo Spirito Santo di Napoli.
Con questa pala l’Imparato mostra di essersi affrancato quasi del tutto dagli stilemi di Giovan
Bernardo Lama, ancora piuttosto evidenti nella Pietà, esprimendo così l’attenzione crescente,
grazie al contatto già avvenuto con Teodoro d’Errico, per una cultura pittorica moderna, in grado
di svecchiare la situazione artistica locale, sintonizzandola con la pittura più in voga nella Roma di
papa Gregorio XIII, quella dei cantieri farnesiani. Non è da escludere che l’artista napoletano già
intorno al 1575 fosse entrato in contatto diretto con l’ambiente romano, forse in occasione del
giubileo indetto da papa Gregorio XIII nel 1575; non abbiamo però nessun elemento decisivo per
confermare un’ipotesi così accattivante. I caratteri di questi primi dipinti imparateschi si possono
spiegare agevolmente con le condizioni artistiche createsi nella capitale del Viceregno nel corso
dell’ottavo decennio, quando, accanto alle ultime realizzazioni di Marco Pino, cominciavano a
riscuotere successo le spettacolari composizioni dell’olandese Dirk Hendricksz, capace di
esercitare un notevole fascino sui giovani pittori napoletani, in particolare sull’Imparato e, in una
fase successiva, su Francesco Curia.
Un’attenta considerazione dell’iconografia del dipinto fornisce qualche ulteriore elemento utile
alla sua datazione. Intanto risulta assai interessante la presenza di Santa Patrizia, abbigliata da
monaca benedettina e non con “il vestimento” “di panno bianco” e la tonaca “a modo di sacco”
264
G. Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori scultori et architettori, Firenze 1568, ed. cons. con nuove
annotazioni e commenti di G. Milanesi, Firenze 1880, V, p. 212. Sul Criscuolo cfr. P. Leone de Castris,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 37-44, 74-82 note 1-29 con bibliografia precedente.
265
La proposta di ravvisare nella pala una collaborazione di Giovann’Angelo D’Amato è già presente in P.
Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 142. Per la predella di Santa Maria di
Lacco cfr. ivi, p. 149, fig. a p. 161.
266
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149, 175 nota 50, con
bibliografia precedente.
50
delle monache che “vestivano all’usanza greca”,267 segno che ai tempi in cui fu richiesta la pala
d’altare il processo di “riforma” era avanzato. Il giglio retto dalla mano sinistra è il consueto
attributo iconografico della santa, presente in tutte le rappresentazioni seicentesche, a partire dalla
stampa pubblicata nella Vita et miracoli di S. Patricia..., di Giovan Battista Manso nel 1611.268
Assai indicativa è anche la posizione privilegiata occupata dal Sant’Andrea. Si sa dell’esistenza di
una cappella dedicata al santo appartenente al monastero di Santa Patrizia sin dal XIV secolo,
distrutta durante la costruzione della chiesa esterna nel primo Seicento. Questo edificio, collocato
ai margini dell’insula monastica, fu aperto al pubblico in seguito alle disposizioni del Sinodo
diocesano del 1565 che, come si è ricordato, avevano imposto ai monasteri di costruire un luogo
di culto con l’ingresso dalla strada per evitare il passaggio dei fedeli attraverso la clausura.269 Non
sappiamo con esattezza in quale anno l’edificio venne aperto al pubblico; ciò dovette accadere
però con tutta probabilità dopo il 1573, anno in cui, a causa dell’ospitalità di Diana Falangola,
giunse da Roma l’ordine di sospendere per il momento i lavori previsti dalle disposizioni
sinodali.270 È presumibile che il dipinto imparatesco fosse stato richiesto proprio per la rinnovata
chiesa di Sant’Andrea, in uso già da qualche anno nel 1582, quando le monache chiesero
all’arcivescovo l’autorizzazione per aprire la chiesa interna nel giorno di Santa Patrizia (25 agosto),
con lo scopo di accogliere un maggior numero di fedeli.271 Se tale ipotesi non è errata il 1582
diventerebbe un necessario terminus ante quem per la datazione del dipinto in esame, forse
collocato proprio sull’altare principale della chiesa di Sant’Andrea.
267
Prima del Concilio di Trento le monache seguivano la regola basiliana. Cfr. A. Facchiano, Monasteri
femminili e nobiltà a Napoli, cit., pp. 13-18. Le citazioni sono riprese da C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli
Sacra del D’Engenio, cit., III, f. 34.
268
G. B. Manso, Vita et miracoli di S. Patricia Vergine sacra, con il compendio delle reliquie che si conservano nella
chiesa del Monastero di detta santa in Napoli, Napoli 1611. La stampa è riprodotta in A. Quondam, Dal
Manierismo al Barocco., cit., pp. 337-640, fig. 155. Il Leone de Castris (vedi supra) identifica la santa in
questione in Scolastica.
269
A. Facchiano, Monasteri femminili, cit., pp. 37, 84.
270
Ivi, p. 35.
271
Ivi, pp. 37, 84.
51
CAPITOLO III
GLI ANNI OTTANTA
1. L’IMMACOLATA FRA I SANTI GIOVANNI BATTISTA E GIOVANNI
EVANGELISTA E LA MADONNA DELLE GRAZIE CON I SANTI SEBASTIANO
GIUSEPPE DI SANTA MARIA DELLA SAPIENZA A NAPOLI
E
Tra l’ottobre del 1580 e il giugno dell’anno successivo Girolamo Imparato dipinse una Madonna
col Bambino per un oratorio annesso alla chiesa napoletana di Santa Maria di Portosalvo. Il
dipinto, ancora esistente nel 1917 ma oggi purtroppo irreperibile,272 dovette avere esigue
dimensioni: lo confermano l’entità ridotta del compenso ricevuto dall’artista, pari a un saldo
finale inferiore a 10 ducati, e la descrizione riportatane dalla visita pastorale condotta nell’edificio
sacro dall’arcivescovo Annibale di Capua nel 1586, in cui viene ricordato come “parva icona in
qua est depicta imago beate Sancte Virgini”.273
Dopo gli importanti lavori della chiesa di Santa Patrizia, la conferma del gradimento della pittura
imparatesca nella capitale vicereale giunge dall’esecuzione di due notevoli pale d’altare [figg. 21,
27], eseguite nello stesso torno di tempo, per il monastero partenopeo di Santa Maria della
Sapienza, uno dei complessi monastici più facoltosi della città, anch’esso appannaggio di
nobilissime famiglie, in particolare dei Carafa, dei Piccolomini, dei Brancaccio, dei Caracciolo.274
La comunità domenicana, fondata dalla venerabile Suor Maria Carafa, sorella di quel Gianpietro
Carafa asceso al soglio pontificio col nome di Paolo IV, trovò sede in un edificio costruito nei
primi anni del Cinquecento dal cardinal Oliviero Carafa per ospitare uno “studio” di “poveri
studenti che desideravano acquistar le buone lettere”, e per tale ragione soprannominato
Sapienza.275 Fallito il progetto dell’arcivescovo di Napoli, la struttura venne occupata per alcuni
anni da un gruppo di clarisse, in seguito sostituite dalle monache domenicane guidate da Maria
Carafa, ivi trasferitasi nel 1530 dal monastero di San Sebastiano.276 A giudizio unanime dei
contemporanei, come degli storici, grazie all’impronta impressa dalla fondatrice e alla direzione
spirituale dei chierici regolari teatini di San Paolo Maggiore, Santa Maria della Sapienza divenne
una delle sedi più prestigiose della riforma del monachesimo femminile, un modello esemplare di
comunità monastica assieme a pochi altri conventi di nuova fondazione, quali Sant’Andrea delle
272
G. Bresciano, Opere d’arte ed oggetti varii d’importanza storico-artistica appartenenti alla Corporazione dei
Benefattori di Santa Maria di Portosalvo ed esistenti nella chiesa titolare a Piazza Molo piccolo in Napoli, Napoli
1917, p. 14 nomina la Vergine col Bambino, “pregevole tavola di Girolamo Imparato dell’anno 1580,
collocata su nell’oratorio”. Probabilmente lo studioso aveva ricavato le indicazioni sul dipinto consultando i
registri contabili della chiesa; su questi documenti si basa lo studio di E. Nappi, La chiesa di Santa Maria di
Porto Salvo di Napoli, in «Ricerche sul ‘600 napoletano». Saggi e documenti 1998, Napoli 1999, pp. 33, 40-42,
doc. n. 21. Si veda Regesto documentario, doc. n. 8.
273
E. Nappi, La chiesa di Santa Maria di Portosalvo, cit., p. 43.
274
G. Colombo, Il monastero e la chiesa di Santa Maria della Sapienza, in «Napoli Nobilissima», X, 1901, pp.
183-185; E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit., pp. 94-95.
275
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 70. Sulla fondatrice cfr. F. M. Maggio, Vita della venerabil madre D.
Maria Carafa napoletana, sorella del santissimo pontefice Paolo IV, Napoli 1670.
276
Un racconto dettagliato delle vicende relative alla fondazione, ma pure di eventi successivi, compare in
F. M. Maggio, Vita della venerabil madre D. Maria Carafa, cit., pp. 40-56. Sulla storia più antica del complesso
è utile anche l’introduzione alla Platea di tutte le case, massarie, censi, annue entrade, vitalitij, arrendamenti di
corte, gabelle di città, fiscali et adoghi pervenuti al nostro venerabile Monastero di Santa Maria della Sapienza sin dal
tempo della sua fondatione con la descrittione d’essa et del sito del nostro Monastero e chiesa. Parte prima formata nel
priorato della molto Reverenda Madre Suor Maria Caterina Carrafa, terza volta assunta al detto governo, et del molto
Reverendo Padre Don Filippo Sifola de Clerici Regolari, Preposito e Superiore di detto venerabile Monastero, da Paolo
Bellino mastro d’atti in capite della gran corte della vicaria civile nell’anno del Signore 1703, pp. 1-5, (ASN,
Monasteri Soppressi, 3170). Si veda inoltre G. Colombo, Il monastero e la chiesa, cit., I, pp. 145-148.
52
Dame, Santa Maria in Gerusalemme, Santa Maria del Gesú e in seguito la Santissima Trinità delle
Monache e San Giovanni Battista.277
I due quadri imparateschi, con la grande pala dell’altare maggiore di Giovan Bernardo Lama,
raffigurante la Disputa di Gesù nel Tempio, e l’Annunciazione eseguita dall’Hendricksz per la cappella
fondata da Bernardina Transo [fig. 29], appartenevano alla primitiva chiesa cinquecentesca,
radicalmente rinnovata tra il 1614 e il 1649 ca..278
L’Immacolata fra i due san Giovanni [figg. 21-22], trafugata nel 1993 e per fortuna recuperata
qualche anno dopo,279 era collocata nella prima cappella a sinistra dell’ingresso, un ambiente
interessato nel 1669 da lavori di restauro e da decorazioni pittoriche che coinvolsero il pittore
Giacinto de Populi.280 Tralasciata dalle fonti più antiche la tavola fu citata alla fine del Seicento da
Carlo Celano, sintomaticamente come opera di Giovan Bernardo Lama.281 Nell’avanzato XIX
secolo Luigi Catalani e Gennaro Aspreno Galante preferirono ricondurla alla “scuola del
Santafede”,282 mentre nel 1902 il Colombo recuperò il giudizio più autorevole e senz’altro più
intelligente riportato dalla guida seicentesca.283 Va al Previtali il merito di aver riconosciuto la
paternità imparatesca del dipinto.284
277
F. Strazzullo, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, cit., pp. 202-203; M. Miele, Monache e
monasteri del Cinque-Seicento, cit., pp. 126-127; E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit., p. 58 con
rimandi bibliografici.
278
Per i dipinti citati vedi appresso. La data dell’inizio dei lavori si ricava dalla Platea di tutte le case, massarie,
censi..., cit., p. 105. Sulla trasformazione del complesso e sui vari interventi cfr. A. Colombo, Il monastero e la
chiesa, cit, 1902, pp. 59-63. Il completamento della fabbrica avvenne soltanto verso la metà del Seicento
quando (1649) l’edificio sacro venne consacrato. Sugli aspetti architettonici della chiesa cfr. I. Ferraro,
Napoli. Atlante della città storica. Centro Antico, cit., pp. 68-69, 73 note 15-19 con bibliografia.
279
Arte rubata. Il patrimonio artistico napoletano disperso e ritrovato. L’inventario di tutti i furti d’arte dal 1970 al
1999, Napoli 1999 fig. 310. Il dipinto, attualmente nei depositi della Soprintendenza, è stato ritrovato a
Bergamo nel 1998.
280
La notizia è desunta da un documento contenuto in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli
che raccoglie carte dei secoli XVI e XVII di varia indole, relative al monastero della Sapienza. Si tratta del
Conto della spesa fatta nella Cappella della Santissima Concettione del R. D. Carlo de Palma con dinaro della Madre
Sor Maria Giacinta Spinelli. Il de Populi ricevette 130 ducati “per tutte le pitture tanto a fresco, quanto ad
oglio” fatte in detta cappella; un certo Marco “indoratore” ebbe 170 ducati per “tutta la indoratura tanto
dello stucco, quanto delle cornici e politura della cornice del quadro grande” da identificare senz’altro con
l’ancona dell’Imparato; “mastro Cicco falegname” venne pagato ducati 13,4 “per suoi lavori di cornice per
levare e mettere la cona e per lo zoccolo sotto la cona e per altre opere” e infine a un tal “mastro Liberato”
ottenne ducati 7,2 per “sue giornate nello sfabricare e fabbricare, imbiancare, per una salma di calce e due
de’ pozzolana” (Monastero di Santa Maria della Sapienza, ms. San Martino 90, Biblioteca Nazionale di Napoli,
cc. non numerate). Su questo manoscritto cfr. C. Padiglione, La Biblioteca del Museo Nazionale della Certosa
di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti, I, Napoli 1876, pp. 279-282 n. 264. Un riferimento sintetico a
quanto riportato dal manoscritto a proposito della cappella dell’Immacolata è in A. Colombo, Il monastero e
la chiesa, cit., 1902, p. 68. Al De Populi potrebbero spettare gli angeli dipinti sullo zoccolo della pala
imparatesca visibili nella riproduzione fotografica anteriore al furto del 1993 (Neg. N. 44254,
Soprintendenza al Polo Museale di Napoli).
281
La “tavola della Natività e quella della Concezione che stanno nelle cappelle similmente sono di Giovan
Bernardo (Lama)”. Cfr. C. Celano, Notizie del bello dell’antico, cit., II, p. 679. La Natività citata dal canonico
napoletano potrebbe identificarsi con la tavola sconosciuta della bottega del Lama attualmente custodita in
un ambiente dell’ultimo piano del convento delle Ancelle del Sacro Cuore, che occupano una parte
dell’antico monastero, lo stesso in cui è ricoverata la grande Ultima Cena imparatesca datata 1591 (vedi
appresso). Il riferimento al Lama dell’Immacolata è anche in G. Sigismondo, Descrizione della città di Napoli,
cit., I, pp. 168-169.
282
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, p. 6; G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 58.
283
A. Colombo, Il monastero e la chiesa, cit., 1902, p. 68.
284
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905 nota 60; Idem, La pittura del
Cinquecento a Napoli, cit., p. 144 nota 68, seguito dal Leone de Castris che ha datato il dipinto ai primi anni
ottanta: P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., p. 498; Idem, Pittura del
Cinquecento a Napoli 1573-1606, cit., pp. 142, 170 nota 15.
53
Insolita risulta la scelta di raffigurare l’Immacolata col Bambino, frequente fra gli artisti nordici
del Cinquecento, meno consueta in ambito italiano.285 A Napoli, dove il culto della Concezione
ebbe una straordinaria diffusione nel corso del XVI secolo,286 quello dell’Imparato sembra essere
uno dei pochi dipinti ad aver adottato questo modello iconografico, presente anche in una tavola
più tarda, uscita dalla bottega dello stesso maestro, appartenuta alla mistica Orsola Benincasa [fig.
129].287 È molto probabile che la speciale iconografia, in cui si sottolinea visibilmente l’unità
inscindibile di Maria Immacolata e Madre di Dio, diffusa in questi anni soprattutto in ambito
gesuitico, fosse stata favorita a Napoli anche dai padri teatini, i quali furono guida spirituale sia
del monastero della Sapienza che del complesso conventuale fondato dalla Benincasa.
Singolare appare persino la distribuzione dei simboli delle litanie mariane in due pannelli laterali,
inseriti nei montanti della cornice, distinti dal campo del dipinto centrale dove più comunemente
venivano rappresentati dagli artisti coevi. Nella predella l’Imparato dipinse tre scene pertinenti ai
due santi che fiancheggiano Maria: partendo da sinistra si succedono San Giovanni in oleo, la
Natività del Battista e, coerentemente al programma iconografico della tavola, la Visione
dell’Immacolata a Patmos di san Giovanni Evangelista [fig. 22].
Nello scomparto principale l’artista adotta una tradizionale disposizione piramidale delle figure,
stagliate sullo sfondo di una quieta veduta lacustre. La Madonna, poggiante sull’argentea falce di
luna, mostra al devoto il figlio teneramente aggrappato a lei, sorreggendolo con le lunghe mani
affusolate. Il modello femminile della Vergine ha stringenti analogie con la medesima figura della
seconda pala di Santa Patrizia [fig. 17] e della Regina d’Ognissanti dell’oratorio dei Bianchi allo
Spirito Santo [fig. 35]. I cherubini che costellano i vapori luminosi della nube in cui avviene
l’apparizione mariana, sono quelli delle prove più antiche del pittore. Il dipinto serba qualche
residuo ricordo del Lama, artefice nella stessa chiesa, come si è anticipato, della Disputa di Gesù tra
i dottori esposta sull’altare principale – risalente con ogni verosimiglianza agli anni sessanta –,288
basterà osservare il carattere ancora un po’ legnoso dei santi, in special modo del san Giovanni
Evangelista, affine ai dolenti della Pietà di Santa Patrizia [fig. 12]. Alla sua formazione riconduce
anche la meticolosità fiamminga esibita nella definizione dei volumi, delle materie, dei dettagli.
La persistenza di elementi ricorrenti nella più antica produzione dell’artista – che giustificano
forse l’ascrizione dell’opera al Lama da parte del canonico Celano – suggerisce una datazione
entro gli inizi degli anni ottanta. Nondimeno la dolcezza baroccesca del gruppo centrale,
l’adozione di una gamma coloristica piuttosto vivace, fanno già pensare alle opere congedate
dall’artista negli anni centrali del decennio, il momento della sua prima maturità. Il linguaggio
285
Sull’iconografia cfr. V. Alce, L’Immacolata Concezione nell’arte, in «Sapienza», 5-6, 1954, pp. 557-583. Per
alcuni esempi a stampa di Immacolata col Bambino vedi Maria. Vergine, Madre e Regina. L’immagine della
Madonna nelle incisioni vallicelliane, catalogo della mostra, Roma Biblioteca Vallicelliana (2001), Roma 2001,
pp. 34, 42, 98-99, 114-115, 124-127, 146-147.
286
A. Laneri, L’iconografia dell’Immacolata Concezione a Napoli tra ‘500 e ‘600, in «Arte Cristiana», 744, 1991,
pp. 195-206, dove però vengono tralasciati gli importanti esempi dell’Imparato. Inoltre cfr. E. Mâle, L’arte
religiosa nel ‘600. Italia, Francia, Spagna e Fiandra, Milano 1984, pp. 50-53.
287
Si tratta di un’opera di epoca successiva (vedi capitolo VI, paragrafo 3), riconosciuta a Girolamo
Imparato dal Bologna. Cfr. F. Sellitto, in Istituto Suor Orsola Benincasa. Museo Storico Universitario, Roma
2004, pp. 141-142. All’interno dello stesso complesso si conserva una interessante tela raffigurante Orsola
che intercede per la città di Napoli, eseguita tra il 1618 e il 1619 per essere collocata sulla tomba della
Benincasa, in cui la Vergine compare con i medesimi attributi. Il dipinto, reso noto come prodotto di
anonimo del XVII secolo (A. M. Voltan, in Istituto Suor Orsola. Museo, cit. pp. 140-141), va ricondotto alla
bottega di Fabrizio Santafede. Nella chiesa dedicata alla Concezione nel complesso di Suor Orsola anche la
statua lignea posta nella nicchia dell’altare maggiore, databile alla fine del XVI secolo, raffigura l’Immacolata
col Bambino. La scultura è stata di recente riconosciuta, in base a una fonte documentaria, a Giovan
Bernardo Azzolino. Cfr. M. T. Penta, La tradizione pittorica del monastero, in L’istituto Suor Orsola Benincasa.
Un secolo di cultura a Napoli 1895-1995, Napoli 1995, pp. 106-112; G. F. Pomarici, in Istituto Suor Orsola.
Museo, cit., pp. 152-153 (col riferimento all’Azzolino).
288
L’opera, assai danneggiata dalle ridipinture, è uno dei lavori principali del pittore, ricordata a partire sin
dal D’Engenio, Napoli Sacra., cit., p. 72. Cfr. A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., p. 6; P. Leone de Castris,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 250, 279 nota 45.
54
imparatesco mostra una declinazione sempre più personale della cultura affacciatasi timidamente
nelle due tavole di Santa Patrizia, originata dal contatto col fiammingo Teodoro d’Errico.
Quest’ultimo, come è ben noto, fu riscoperto dal Previtali, il quale dimostrò l’importanza assunta
dalla sue ricerche per la crescita di artisti partenopei quali Girolamo Imparato e Francesco
Curia.289 Giunto a Napoli sin dai primi anni dell’ottavo decennio, Dirk Hendricksz Centen dopo
la morte di Marco Pino (1583) divenne uno dei protagonisti dell’ambiente artistico locale; ciò è
dimostrato dalla constatazione che il d’Errico, oltre alle numerose richieste di opere destinate a
chiese regnicole (e non solo),290 riuscì ad ottenere alcune delle imprese di maggior impegno
condotte nella capitale del Viceregno, in primis il soffitto di San Gregorio Armeno, ultimato nel
1590, come attesta un passo finora mai rilevato della Cronica della Compagnia di Giesù di Napoli di
Giovan Francesco Araldo: “In quest’anno [1590] si finì in Napoli la bella Tempiatura o sofitto
della Chiesa del monastero di monache di s. Logorio dell’ordine di s. Benedetto”.291 La conferma
del protrarsi di quei lavori rispetto alla datazione ipotizzata in passato – in genere fatta coincidere
con gli anni 1580-1582292 –, sembra derivare da un pagamento di 20 ducati, percepito da Giovan
Andrea Magliulo, progettista della complessa carpenteria lignea, dalla badessa di “San Ligorio”
(San Gregorio) Faustina Barrile, il 30 luglio del 1584, per una “porta di marmolo quale se fa nella
nova fabbrica chiesa, et per lui a Camillo Sarti”.293 La polizza testimonia che verso la metà del
decennio il cantiere della chiesa era ancora aperto e che l’intervento del Magliulo riguardò non
solo l’ideazione del soffitto ma anche di opere in marmo.294 Nello stesso periodo forse si stava
lavorando anche all’intempiatura che, considerata la sua mole, dovette impegnare per lungo
tempo una nutrita équipe di maestranze. Pertanto, fermo restando che l’esecuzione dei dipinti
principali in esso contenuti appartiene ai primi anni ottanta, come finora ritenuto dalla critica,295
289
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., pp. 874, 878; Idem, Teodoro d’Errico e la
‘Questione meridionale’, cit., pp. 28-33; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 95-96, 100-102, 106109. Sul D’Errico sono fondamentali gli studi di C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit.; P. Leone de Castris, Pittura
del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 31-83; Idem, Teodoro d’Errico: i quadri ‘privati’, in «Prospettiva»,
57-60, 1989-1990, Scritti in ricordo di Giovanni Previtali, II, pp. 139-145; N. Barbone Pugliese, A proposito di
Teodoro d’Errico e di un libro recente, in «Prospettiva», 62, 1991, pp. 81-93; S. Causa, Teodoro d’Errico il
Fiammingo: note in margine ad una mostra recente, in «Bollettino d’arte», LXXXII, 101-102, 1997, pp. 35-48; C.
Vargas, Teodoro d’Errico in Basilicata. La Resurrezione di Banzi, Napoli 2002. Per i riferimenti alla più recente
bibliografia è utile S. Falabella, ad vocem, Hendricksz, Dirck (Teodoro d’Errico), in Dizionario Biografico degli
Italiani, LXI, Roma 2003, pp. 673-678. Nuovi dipinti e diversi documenti inediti sull’attività
dell’Hendricksz sono stati segnalati da chi scrive in Aggiunte a Francesco Curia, cit., pp. 172-173 note 27-28.
290
Sorprende ad esempio il recente rinvenimento di una Madonna in gloria con i santi Giovanni Battista e
Orsola dell’artista nella chiesa di Santo Stefano a Viggiù (Varese). Cfr. M. Fratarcangeli, I ‘lombardi’ a Napoli
tra arte del banco, mercatura e confraternita: prime acquisizioni, in «Napoli Nobilissima», V s., V, 2004, pp. 8192.
291
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Giesù di Napoli, cominciando dall’anno 1551 da che ella mandò di
Roma à questa città 12 soggetti, per dar principio al Collegio, quando era Viceré di essa Don Pietro di Toledo, et Papa
Giulio Terzo, ed Arcivescovo il Cardinal Teatino, che fu poi Papa Paolo Quarto, et Generale della Compagnia il padre
Ignatio di Loyola, primo Generale et institutor di essa, ms. della Residenza dei Gesuiti di Napoli, 1595-1596,
pubblicato da F. Divenuto, Napoli l’Europa e la Compagnia di Gesù nella «Cronica» di Giovan Francesco Araldo,
Napoli 1998, p. 298.
292
L’indicazione è riportata in un documento seicentesco ricopiato nel XVIII secolo. Cfr. R. Pane, Il
monastero napoletano di San Gregorio Armeno, Napoli 1957, p. 101 nota 12; G. Previtali, La pittura napoletana
dalla venuta di Vasari, cit., p. 898 nota 6; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli., cit., pp. 133 nota 14, 134
nota 15; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 33, 71 nota 27, p. 159 doc. 6; P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 58-60.
293
ASN, BA, Olgiatti, 85. Il documento è pubblicato da S. De Mieri, Aggiunte a Franceco Curia, cit., p. 173
nota 27. Sul Magliulo ideatore del soffitto vedi C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 37-38.
294
È probabile che la “porta di marmolo” pagata al Magliulo coincida col portale principale della chiesa.
Sulle molte competenze del Magliulo cfr. il paragrafo 4 di questo capitolo. Camillo Sarti potrebbe essere un
parente del più noto Andrea Sarti attivo in città in quegli stessi anni. Cfr. F. Strazzullo, Scultori e marmorari
carraresi a Napoli: I Marasi, in «Napoli Nobilissima», VI (n. s.), 1967, pp. 24, 30, 36 nota 19; F. Negri
Arnoldi, Scultura del Cinquecento in Italia Meridionale, Napoli 1997, pp. 23, 97 nota 77.
295
Cfr. la bibliografia della nota 18.
55
l’indicazione cronologica tramandata dal gesuita potrebbe riferirsi alla sola esecuzione di parti
secondarie, e al montaggio dell’insieme, necessariamente avvenuto dopo il completamento della
fabbrica.296
Nella stessa chiesa della Sapienza Teodoro D’Errico dipinse, presumibilmente entro gli anni
settanta, l’affascinante Annunciazione della cappella fondata da Bernardina Transo [fig. 29], per
secoli creduta opera del Curia.297. La compresenza nel medesimo luogo sacro di lavori del Lama e
dell’Hendricksz sembrerebbe circoscrivere in maniera indiretta il milieu artistico in cui si mosse
l’Imparato dei primi tempi.
Uno degli aspetti di maggior significato dell’ancona della Sapienza [fig. 21] è senz’altro
rappresentato dalla ricca cornice lignea, tra i rari esempi partenopei ad esserci pervenuti. Prodotti
come questo, di non trascurabile complessità plastica, trovarono notevole apprezzamento nella
Napoli di fine XVI secolo; attualmente solo in provincia le pale d’altare dell’epoca hanno
conservato più di frequente il loro assetto originario, dove le parti figurative lignee spesso
arricchiscono e completano i programmi iconografici. Ciò avviene ad esempio nella Circoncisione
imparatesca della chiesa del Gesù di Nola [fig. 42], come vedremo. È presumibile che la cornice
della Sapienza appartenga allo stesso progettista di quella nolana: si osservino le simili volute
antropomorfe laterali, oppure gli analoghi motivi ornamentali dipinti negli spazi risparmiati dagli
intagli di entrambi i complessi. Non escludo che l’inventore di queste cornici sia Giovan Andrea
Magliulo, ideatore dei soffitti dipinti e intagliati di San Gregorio Armeno e di Santa Maria
Donnaromita [fig. 43], ed autore nel 1580 del disegno per la cornice della perduta Madonna del
Rosario dipinta da Teodoro d’Errico per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Quindici, in terra
di Lauro.298 La pala della Sapienza potrebbe rappresentare così la prima impresa nota eseguita in
collaborazione dal Magliulo e da Girolamo Imparato, poco prima dei lavori condotti dai due
nell’oratorio dei Bianchi allo Spirito Santo.
Le storie della predella [fig. 22], sia per il tipo di impaginazione degli interni architettonici che per
i paesaggi, preludono agli scomparti dovuti al maestro nel soffitto della chiesa benedettina di
Donnaromita [49-51, 53, 55-58], ma in modo più immediato si legano alle vedute che compaiono
nelle tabelle fiancheggianti il Redentore dei Bianchi allo Spirito Santo [figg. 23, 25-26]. Questo
primo rilevante interesse dell’Imparato per il paesaggio, così diverso dal carattere ancora
“romanista” di quello del rame in Santa Croce a Termini [fig. 10], potrebbe essere maturato dalla
conoscenza nei primi anni ottanta dei paesaggi romani dipinti da Matteo e Paolo Bril.299 Negli
296
Non si conosce l’esatta cronologia dei lavori che interessarono l’edificio. Già la Vargas, nel rilevare il
carattere assai diverso degli scomparti che compongono il soffitto, ha ritenuto necessario ipotizzare la
realizzazione di alcuni dipinti in anni successivi al 1582 (C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 43). Sul soffitto
di San Gregorio Armeno vedi anche G. De Vito, Il Maestro di Fontanarosa e Geronimo de Magistro, in
«Ricerche sul ‘600 napoletano». Saggi e documenti 1998, Napoli 1999, pp. 23-24 che, pur ignorando il libro
della Vargas, ha richiamato l’attenzione sulla data 1580 che compare su uno dei quattro angoli
dell’“intempiatura” (evidentemente la data di inizio dei lavori, giusto come indicato dal suddetto
documento), e quelle sei e settecentesche che si riferiscono agli interventi di completamento (1632) e di
restauro (1744-1745).
297
Il primo a riferire il dipinto a Francesco Curia fu B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 818. La
restituzione dell’opera alla “prima parte” del percorso di Dirk Hendricksz si deve a P. Leone de Castris,
Avvio a Francesco Curia disegnatore, cit., p. 22 nota 6; Idem, in Opere d’arte nel Palazzo Arcivescovile di Napoli,
cit., pp. 50-51; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 60, 80 nota 73, con ulteriore
bibliografia.
298
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 37, 158 doc. 4.
299
Su Matteo e Paolo Bril e sulla diffusione del paesaggio negli ultimi decenni del Cinquecento cfr. in
sintesi G. Scavizzi, Paolo Bril alla Scala Santa, in «Commentari», X, 1959, pp. 196-200, tavv. LXXXIILXXXIV; G. T. Faggin, Per Paolo Bril, in «Paragone», 185, 1965, pp. 21-35, figg. 13-43; D. Bodart, Les peintres
des Pays-Bas méridionaux et de la Principauté de Liège à Rome au XVII siecle, Bruxelles-Rome 1970, I, pp. 212238, II, figg. 99-108; B. W. Meijer, Da Sprangher a Rubens: verso una nuova equivalenza, in Fiamminghi a Roma
1508-1608, cit., pp. 39-40, 45-47; C. Hendriks e L. Pijl, ibidem, pp. 86-102; F. Cappelletti, Roma 1580-1610.
Una traccia per il contributo fiammingo alle origini del paesaggio; Eadem, Dalla «minuzia e diligenza» all’«aerea
morbidezza»: cenni sull’attività di Paul Bril e i suoi contatti con l’ambiente romano, in S. Danesi Squarzina, Natura
morta, pittura di paesaggio e il collezionismo a Roma nella prima metà del Seicento. Italia, Fiandre, Olanda, il terreno
56
stessi anni, in ambito napoletano la propagazione di una simile cultura paesaggistica avvenne
grazie a Teodoro d’Errico (per il quale però sono stati evidenziati anche contatti con Jan Soens) e
ad anonimi pittori, forse fiamminghi, attivi nella sua cerchia: lo suggeriscono gli sfondi delle scene
del Battista nel soffitto di San Gregorio Armeno, dipinte dall’Hendricksz [figg. 52, 54], le poco
note vedute fantastiche distribuite sulle fasce perimetrali dello stesso complesso300 [figg. 61-62] e
quelle ancora meno conosciute, con analoga collocazione, eseguite da un tal “Pomponio pittore”
nel soffitto di Santa Maria Donnaromita [fig. 63].301
Forse entro i primi anni del nono decennio l’Imparato eseguì la seconda pala d’altare della chiesa
domenicana, la Madonna delle Grazie fra i santi Sebastiano e Giuseppe [fig. 27], oggi custodita nel
palazzo Arcivescovile di Napoli.302 Menzionato significativamente come opera della “scuola del
Lama” da alcune guide ottocentesche, il dipinto era collocato su una parete laterale della terza
cappella a destra.303
La Madonna delle Grazie conferma gli svolgimenti pittorici del dipinto precedente, mostrando un
più sensibile utilizzo degli impasti densi e burrosi dell’Hendricksz della “prima ora”: lo si scorge
nella maggiore scioltezza del modellato delle figure, raggiunto mediante un colore pastoso,
ravvivato da toni accesi e impreziositi da cangianti. I corpi torniti dei santi occupano gran parte
della superficie della tavola, di “monumentale grandezza d’impianto”,304 conclusa nella zona
sommitale da una Madonna poco più che bambina avvolta in un voluminoso manto dal bordo
adorno di gemme, rivolta al figlio sgambettante che si accinge, quasi giocosamente, a far sgorgare
dal seno materno il latte versato per la salvezza delle anime del Purgatorio.305 Intorno alla nube su
cui siede la Vergine fanno capolino numerose teste di cherubini e di biondi serafini,
singolarmente caratterizzati. Splendidi appaiono soprattutto i due angeli che a mani giunte e
conserte chiudono la gloria in alto, o i due teneri e trepidanti angeli apteri che assistono alla scena
poco al di sopra del San Sebastiano. L’Imparato, per la prima volta, indugia su un motivo che
diverrà, soprattutto negli anni finali della sua carriera, una vera e propria specialità. In primo
piano l’artista situa il bonario San Giuseppe e, sulla sinistra, il San Sebastiano in deliquio, forse
memore di antichi modelli scolpiti come quello ligneo di Giovanni da Nola nel retablo di
Sant’Eustachio in Santa Maria la Nova.306 La cronologia di poco più avanzata dell’opera rispetto
all’Immacolata sembra essere confortata dalle esplicite somiglianze correnti con la straordinaria
pala dell’oratorio dei Bianchi allo Spirito Santo (1582-85 ca.) [fig. 35]: in particolare, a questo
dipinto rinviano l’intenso cromatismo, la mobilità luministica, le tipologie angeliche, la
di elaborazione dei generi, Roma 1996, pp. 177-200, 213-229. Si veda anche la bibliografia citata nel capitolo
V, paragrafo 7. Il problema della propagazione della pittura di paesaggio a Napoli alla fine del Cinquecento
è insondato dagli studi. Qualche spunto sull’argomento compare in G. Previtali, La pittura napoletana dalla
venuta di Vasari, cit., p. 906 nota 65; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit.,
pp. 94-99, 105-106 note 80-96; M. R. Nappi, François De Nomé e Didier Barra. L’enigma Monsù Desiderio,
Milano - Roma 1991, pp. 19-22.
300
Su questi paesaggi cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 44-46; Eadem, Cornelis Smet tra i “Paisani”
fiamminghi, cit., pp. 640-644, con la proposta di riconoscerne la realizzazione a Jan Soens, identificato
ipoteticamente col Giovanni Salamandro che entrò con un contratto di “locatio personae” nel 1579 nella
bottega di Smet. Una diversa ipotesi di identificazione di Salamandro è avanzata da N. Barbone Pugliese, La
ritrovata “Assunzione della Vergine” di Aert Mytens, in «Napoli Nobilissima», XXX (n. s.), 1991, pp. 165-166.
301
Cfr. il paragrafo 4 di questo capitolo.
302
L’attribuzione all’Imparato spetta a G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905
nota 60.
303
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, p. 6; G. A. Galante, Guida sacra, cit., p. 58.
304
P. Leone de Castris, in Opere d’arte nel Palazzo Arcivescovile, cit., p. 52.
305
Il latte della Madonna simboleggia la grazia; esso ha lo stesso valore salvifico del sangue di Cristo: cfr. P.
Scaramella, Le Madonne del Purgatorio. Iconografia e religione in Campania tra rinascenza e controriforma, Genova,
1991, p. 29.
306
Sul retablo di Santa Maria la Nova cfr. F. Bologna, Problemi della scultura del Cinquecento a Napoli, in
Sculture lignee nella Campania, catalogo della mostra (Napoli 1950) a cura di F. Bologna e R. Causa, Napoli
1950, pp. 167-169; F. Abbate, La scultura napoletana del Cinquecento, Roma 1992, pp. 221, 233; L. Gaeta,
Sulla formazione di Giovanni da Nola e altre questioni di scultura lignea del primo ‘500, in «Dialoghi di storia
dell’arte», 1, 1995, pp. 73, 84-85.
57
fisionomia dell’anima purgante in primo piano, molto simile nelle fattezze al profeta Davide [figg.
33-34], e il piglio espressivo dei santi. Con la pala dei Bianchi la tavola della Sapienza sembra
condividere anche l’interesse per Marco Pino: nel dipingere le anime l’Imparato si sarà ricordato
delle analoghe figure della pala con la Vergine e il Bambino e i santi Pietro, Paolo e Michele arcangelo,
esposta nella chiesa napoletana dei Santi Apostoli [fig. 37].307 Agli inizi del nono decennio
Girolamo si accostò in maniera significativa al maestro toscano, attivo a Napoli ancora negli anni
1570-83. Quest’attenzione però, destinata a riaffiorare a più riprese anche in seguito, non si
spinse mai oltre il prelievo di singoli elementi compositivi, rimanendo estraneo l’Imparato alla
ricezione del ricco e stratificato bagaglio di manierismo tosco-romano di cui il senese era latore in
Italia meridionale, in primo luogo del turgido plasticismo di radice michelangiolesca.308 Escludo
decisamente che l’Imparato sia stato allievo di Marco Pino, come hanno sostenuto alcuni
studiosi.309
La Vergine col Bambino potrebbe essere il frutto di una rielaborazione personale di un modello
baroccesco assai celebre, la Madonna sulle nuvole incisa da Federico Barocci (nel corso degli anni
settanta) [fig. 28], ben nota agli artisti napoletani sul finire del secolo.310 Girolamo Imparato
dovette essere responsabile assieme a Dirk Hendricksz della prima consistente diffusione di
prototipi barocceschi nel Viceregno spagnolo. A tal proposito giova ricordare che il pittore
olandese replicò tempestivamente, intorno al 1582, il San Francesco che compare nel Perdono di
Assisi (1581) [fig. 88] - anch’esso inciso dal Barocci - nella Circoncisione conservata nel Museo di
San Francesco a Folloni di Montella (Av).311 Il pittore napoletano dovette rivolgersi assai presto
alle invenzioni armoniose e di grande presa emotiva del maestro urbinate, rafforzando così quei
caratteri correggeschi insiti nella cultura di estrazione romana e neoparmense dell’Hendricksz, che
permeano la sua produzione pittorica a partire dai tardi anni settanta.
In questo momento l’Imparato potrebbe aver attinto autonomamente alle fonti dalle quali era
scaturito lo stile moderno di Teodoro d’Errico: non escludo che - considerando il grado di
padronanza e di elaborazione della pittura “dolce e pastosa” - al tempo in cui lavorò alle due
tavole della Sapienza si fosse già recato a Roma. Nell’Urbe il giovane artista meridionale dovette
307
Per l’opera citata cfr. A. Zezza, Marco Pino, cit., pp. 252, 270, fig. a p. 232.
Sull’ultima fase di Marco Pino vedi A. Zezza, Marco Pino, cit. pp. 193-257. Negli stessi anni più
sostanziale è il rapporto dell’Hendricksz con la cultura del Pino. Cfr. P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 23, 30 nota 32.
309
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 878; Idem, La pittura del Cinquecento a
Napoli, cit., pp. 112-113; N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del suffragio’, cit., pp. 60-61. Sul rapporto fra
l’Imparato e Marco Pino concordo con quanto osservato da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., pp. 23, 32 note 32-33, 148, che vede “modesto” l’impatto del senese sul giovane
partenopeo.
310
L’incisione fu ripresa letteralmente nei primi anni novanta da Francesco Curia nella Madonna con i santi
Antonio da Padova e Leonardo di Santa Maria della Consolazione ad Altamura cfr. N. Barbone Pugliese,
Contributo alla pittura napoletana del Seicento in Basilicata, in «Napoli Nobilissima», XXII (n. s.), 1983, pp. 8586; I. di Majo, Francesco Curia, cit., pp. 54. Sull’incisione del Barocci cfr. A. Emiliani, Federico Barocci,
Bologna 1985, I, pp. 76-77; A. Cerboni Baiardi, Federico Barocci e la calcografia, in Nel segno di Barocci. Allievi
e seguaci tra Marche, Umbria, Siena, a cura di A. M. Ambrosini Massari e M. Cellini, Roma 2005, pp. 81-82.
311
G. Previtali, Teodoro d’Errico e la ‘Questione meridionale’, cit., p. 20; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 83,
86; S. Causa, Teodoro d’Errico, cit., pp. 44-45. Sulla datazione al 1582 ca. del dipinto di Bagnoli cfr. V. De
Martini, Inediti cinquecenteschi in Irpinia, cit., pp. 103-104; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 83, 90 nota 9; e
con qualche dubbio P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 60, 81 nota 91.
In una fase successiva la figura del San Francesco fu rielaborata dal fiammingo nella pala dell’altare
maggiore della chiesa dei Cappuccini di Venafro, raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Francesco,
Nicandro e Marciano. Sul dipinto di Venafro, di datazione più controversa, cfr. G. Previtali, Teodoro d’Errico,
cit., p. 25, che lo dice di poco successivo al 1581, seguito da C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 86; Eadem,
Teodoro d’Errico in Basilicata, cit., pp. 13-16; una cronologia più avanzata (“tra i tardi anni novanta e gli inizi
del nuovo secolo”) è invece suggerita da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit.,
pp. 70, 83 nota 142. Per l’incisione del Barocci vedi A. Emiliani, Federico Barocci, cit., I, pp. 116-119. Sui
caratteri del baroccismo di Teodoro d’Errico vedi S. Papaldo, Il Manierismo nell’Italia meridionale, in «Storia
dell’Arte», 1975, 24-25, p. 162.
308
58
senz’altro studiare proficuamente contesti assai celebri quali l’Oratorio del Gonfalone, il cui ciclo
di affreschi costituisce “la testimonianza più significativa degli orientamenti pittorici romani
all’incirca dal ’55 al ‘75” (Briganti), o i cicli di Taddeo e Federico Zuccari delle chiese di San
Marcello al Corso, di Santa Maria dell’Orto e sicuramente, lo constateremo in seguito, quelli delle
chiese del Gesù e del Noviziato dei gesuiti. Sono persuaso che soltanto attraverso lo studio diretto
dei portati artistici della Roma farnesiana e di papa Gregorio XIII Boncompagni,312 e non solo
con la mediazione hendrickiana, l’Imparato sia stato in grado di emanciparsi e raggiungere così i
primi risultati artistici di rilievo, a partire proprio dalle pale della Sapienza. In questi anni
Girolamo dovette prediligere l’eloquio composto e pacato, il cromatismo fluido e la capacità di
rielaborare il classicismo raffaellesco di certe composizioni di Federico Zuccari,313 più che le
estrose soluzioni manieristiche degli artisti di origine emiliana (Bertoja, Raffaellino da Reggio), o i
caratteri internazionali di un Bartolomeus Sprangher, più congeniali all’Hendricksz e in seguito al
Curia.
Gli elementi romani, innestati sugli impianti devozionali derivanti dalla sua formazione
partenopea, avrebbero consentito al maestro di raggiungere uno stile originale, capace di tradurre
con estrema chiarezza i contenuti sacri, una delle ragioni principali del successo e della diffusa
ammirazione per le sue opere fra gli ordini religiosi di antica e recente istituzione e, in particolare,
lo vedremo nelle pagine seguenti, dei padri della Compagna di Gesù.
Ritornando alla Madonna delle Grazie [fig. 27], ancora una volta in assenza di dati documentari,
l’iconografia potrebbe fornire qualche spunto utile per la datazione. Pierroberto Scaramella ha
osservato che la presenza del San Sebastiano in opere cinquecentesche, fra le quali la stessa pala
domenicana dell’Imparato, conferisce ai dipinti un valore di ex voto: è probabile dunque che la
tavola possa essere stata eseguita a seguito della diffusione di una epidemia di peste.314
Un’attendibile fonte napoletana del tempo, la Giunta... al Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli
di Tommaso Costo, ci informa che nel 1578 la città di Napoli, risparmiata dalla peste dell’anno
prima, particolarmente violenta a Venezia, Padova e Milano, fu interessata da una “mortalità
grande [...] di fanciulli, cagionata da un’influenza di vaiuole e di morbille, che durò parecchi mesi,
e toccò ad alcuni uomini, perché ne morì fra gli altri Federico Carafa d’età di ventidu’anni unico
figlio del Marchese di Sanlucido”; e che nell’agosto del 1580 “di maggior momento fu l’universale
intemperie, che [...] si scoprì nell’aria, perché se bene (mercé di Dio) non ne procedette altro
male, che catarri, e distillazioni (così dicono i medici) non mortali, fu cosa nondimeno, come
contagiosa, di gran terrore alle genti, e quasi un lampo di pestilenzia. Teneva questo male per tre,
o quattro dì le persone stordite, svogliate, e con dolor di capo, e per lo principio ne moriron
parecchi”.315 Non escludo, pertanto, che il dipinto sia stato commissionato all’Imparato dopo
questi eventi funesti; ne verrebbe in tal modo confermata una datazione entro i primi anni
ottanta.
312
Sulla pittura romana del tempo rimando a H. Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz,
Berlin 1920, ed. it. cons. La pittura del Tardo Rinascimento a Roma e a Firenze, Roma 1994, pp. 278-370; F.
Zeri, Pittura e Controriforma. L’«arte senza tempo» di Scipione da Gaeta, Torino 1957, ed. cons. Vicenza 1997;
G. Briganti, La maniera italiana, Roma-Dresda 1961, ed. cons. Firenze 1985, in particolare pp. 55-59; J. A.
Gere, Taddeo Zuccaro his development studied in his drawings, London 1969; S. J. Freedberg, Painting in Italy,
cit., pp. 777-803; J. Gere, Il manierismo a Roma, Milano 1971; C. Strinati, Gli anni difficili di Federico Zuccari,
in «Storia dell’arte», 21, 1974, pp. 85-115; I. Faldi, Il Palazzo Farnese di Caprarola, Torino 1981; A. Bacchi,
D. Benati, L. Trezzani, A. Coliva, A. Lo Bianco, La pittura del Cinquecento a Roma e nel Lazio, in La Pittura in
Italia. Il Cinquecento, a cura di G. Briganti, cit., II, pp. 444-467; F. Sricchia Santoro, L’arte del Rinascimento. Il
Cinquecento, Milano 1997, pp. 106-109; M. Calì, La pittura del Cinquecento, cit., II, pp. 188-210; L’Oratorio
del Gonfalone a Roma. Il ciclo cinquecentesco della Passione di Cristo, a cura di M. G. Bernardini, Cisinello
Balsamo 2002, in particolare pp. 31-43, 45-49, 61-115.
313
Sulle relazioni tra Federico Zuccari e Raffaello cfr. C. Strinati, Gli anni difficili di Federico Zuccari, cit., p.
110; C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari, fratelli pittori del Cinquecento, Milano-Roma 1997,
passim.
314
P. Scaramella, Le Madonne del Purgatorio, cit., pp. 153-154.
315
T. Costo, Giunta di tre libri... al Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli. Ne’ quali si contiene quanto di
notabile, e ad esso Regno appartenente è accaduto, dal principio dell’anno MDLXIII insino al fine dell’Ottantasei,
Venezia 1588, pp. 89, 97, 107.
59
2. LA “BELLISSIMA ET DEVOTISSIMA ICONA DI RARA PITTURA”
DELL’ARCICONFRATERNITA NAPOLETANA DEI BIANCHI ALLO SPIRITO SANTO
Sull’altare maggiore della chiesa dell’Arciconfraternita dei Bianchi allo Spirito Santo di Napoli si
conserva una splendida tavola di Girolamo Imparato, raffigurante la Vergine col Bambino in gloria,
san Giovanni evangelista, il profeta Davide e altri santi [figg. 32-33, 35]. Ignorata dalle fonti del Sei e
Settecento, la pala fu menzionata per la prima volta verso la metà del XIX secolo da Luigi Catalani
che vi ravvisò i caratteri della “scuola di Andrea da Salerno”.316 Soltanto un ventennio fa Pier
Luigi Leone de Castris ha restituito il dipinto all’Imparato, considerandolo il “vero capolavoro
monumentale ed espressivo” della sua prima attività.317 L’attribuzione al maestro napoletano,
accolta da diversi studiosi,318 è stata di recente messa in dubbio da Francesco Abbate il quale,
cogliendone la diversità con le opere più conosciute dell’artista, ha rilevato che se la pala “fosse
veramente dell’Imparato ne indicherebbe una fase intensamente neoveneta, nel suo panneggiare
tintorettesco”.319 Tuttavia, le somiglianze già evidenziate con la Madonna delle Grazie di Santa
Maria della Sapienza [figg. 27, 34] e quelle che noteremo con la Circoncisione di Nola [fig. 41]
escludono qualsiasi dubbio sull’autografia imparatesca.
Stando alla Cronica del gesuita Giovan Francesco Araldo, l’Arciconfraternita dei Bianchi venne
costituita fra il 1560 e il 1563 da un gruppo di confratelli separatisi dalla Compagnia dello Spirito
Santo, fondata qualche anno prima (1552 ca.).320 Quest’ultima, come altre istituzioni promosse
dalla riforma della Chiesa, era nata con finalità prevalentemente assistenziali, in una città pressata
da molteplici difficoltà di ordine sociale, in primo luogo derivanti dall’enorme incremento della
popolazione che, come è noto, portò la capitale vicereale a sfiorare livelli di densità demografica
paragonabili, nel continente europeo, solo a Londra e a Parigi.321 Sulle ragioni che motivarono la
scissione dalla primitiva istituzione, giunta nel 1562 ad annoverare oltre 6.000 iscritti, è indicativo
quanto riportato in un memorandum ottocentesco sull’origine dei Bianchi (ricavato da
documenti più antichi): “cresciuto però il numero degli aggregati e con questo le opere svariate, i
più ascetici incominciarono a prender fastidio della mancanza di quiete in cui si viveva, e quindi
incominciarono a trattare del modo come, pur seguitando a far parte del corpo principale
potessero costruirsi a proprie spese un Oratorio segregato ed ivi attendere alle loro particolari
devozioni”.322
316
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, p. 38. Il medesimo riferimento compare in G. A. Galante, Guida
sacra, cit., p. 356.
317
P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., p. 12; Idem, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142, 148, 170 nota 20.
318
R. Gervasio, Per una prima indagine di iconografia musicale sui rapporti tra Napoli e Caserta, in Archeologia e
Arte in Campania. I Quaderni, Salerno 1993, pp. 222-225 (che confonde però l’Arciconfraternita dei Bianchi
allo Spirito Santo con la Congrega omonima che ebbe sede nella chiesa di Santa Maria Succurre Miseris,
presso l’Ospedale degli Incurabili); S. Falabella, ad vocem Imparato, cit., p. 284; P. D’Alconzo, in La Real
Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo, nei 450 anni dalla Fondazione, a cura di L. P.
Rocco di Torrepadula, Napoli 2004, p. 88.
319
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, cit., p. 217.
320
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Gesù di Napoli, cit., p. 217; C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p.
517. Sulla Compagnia dello Spirito Santo cfr. M. Miele, L’Arciconfraternita napoletana dei Bianchi dello Spirito
Santo, in La Reale Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo, cit., Napoli 2004, pp. 16-45.
321
Sul problema cfr. G. Galasso, Alla periferia dell’Impero, cit., pp. 187-188; Idem, Napoli Capitale. Identità
politica e identità cittadina. Studi e ricerche 1266-1860, Napoli 1998, pp. 113-115; M. Miele, L’Arciconfraternita
napoletana dei Bianchi, cit., pp. 18-20. Sul carattere assistenziale delle confraternite partenopee cfr. M. Miele,
Dalla carità della Chiesa alle istituzioni laiche dei credenti. Il caso di Napoli, in Il Pio Monte della Misericordia di
Napoli nel quarto centenario, a cura di M. Pisani Massamormile, Napoli 2004, pp. 81-98.
322
Il documento da cui è tratta la citazione risale al 1867 (Napoli, Archivio Arciconfraternita dei Bianchi
allo Spirito Santo, Memorandum sull’origine della confraternita, f. 1v). Ho ripreso il passo riportato da S. Di
Franco, Giovanni Antonio Summonte. Linee per una biografia, in «Archivio Storico per le Province Napoletane»,
CXXII (intera collezione), 2004, p. 128. Il documento ottocentesco sembrerebbe basarsi su un atto notarile
60
La nuova confraternita, pur conservando legami con la compagnia originaria, si diede ben presto
delle norme: la redazione degli statuti, approvati dall’arcivescovo Mario Carafa nel 1571, venne
affidata allo storico Giovanni Antonio Summonte e all’orefice Giovan Tommaso Parascandolo,
già governatori e maestri economi della compagnia dello Spirito Santo.323 La documentazione
d’archivio - incrociata con le preziose testimonianze dell’Araldo e del D’Engenio - consente di
precisare i tempi di costruzione della nuova sede. Nel 1579 i Bianchi avviarono l’edificazione
dell’oratorio su un terreno attiguo alla chiesa dello Spirito Santo; dopo una breve interruzione i
lavori ripresero sul finire del 1580. Il 15 dicembre di quell’anno Giovanni Antonio Summonte,
deputato dai confratelli, stipulò un contratto con i fabbricatori Francesco di Griso di Napoli e il
cavese Giovan Battista Cafaro i quali si impegnarono a completare la fabbrica, su disegno di
“Mastro Pignalosa”, entro tre anni.324 La costruzione doveva essere già a buon punto nel corso del
1581, data incisa su una lastra sepolcrale collocata dinanzi all’altare; inoltre, sappiamo che
nell’aprile dello stesso anno, papa Gregorio XIII concesse un’indulgenza plenaria a quanti
avessero visitato la chiesa. È probabile che l’oratorio fosse concluso, o comunque in via di
completamento, il 4 marzo del 1582, data in cui, secondo la testimonianza dell’Araldo,
nell’edificio venne celebrata la prima messa. La notizia compare anche nella Napoli Sacra del
D’Engenio, il quale sunteggiò le vicende accennate scrivendo: “fu a confrati dato un altro luogo,
ove si trattennero fin all’anno 1580, nel qual tempo avendo ricevuto in dono dai governatori
dello Spirito Santo un territorio vacuo, i confrati de proprii danari fabbricarono un bellissimo e
degno oratorio, che di presente veggiamo, nel qual si celebrò la prima messa nella prima
domenica di Quaresima nelli 4 di marzo del 1582, con grandissimo concorso de’ napoletani,
perché dalle prime vespere per tutt’il seguente giorno vi fu indulgenza plenaria, qual anche fin
oggi si gode, come costa per Breve di Gregorio XIII di santa memoria spedito nelli 3 d’aprile del
1581. Nell’altare di questo oratorio si veggono i bei composti architravi con un bellissimo e
divoto altare, ove sono freggi, frontispitii e cornici di candidi marmi, il tutto di eccellente
architettura”.325 Il D’Engenio citò quasi letteralmente la Cronica dell’Araldo tralasciando però
quanto il gesuita aveva scritto a proposito della “bellissima et devotissima icona di rara pittura,
quale è due faccie, nella prima di essa si scorge la conformità del titolo d’essa cappella, nell’altra
poi si vede la conformità dell’opere in che ordinariamente s’essercita essa Compagnia che è
l’oratione”. Subito dopo il cronista aggiunse: “Vi sono anco bellissimi et ben composti architravi,
ove s’accendeno le lampadi, con un bellissimo et divoto altare, ove sono fregi, frontispitii et
cornici de candidi et preziosi marmi, il tutto d’eccellente architettura, opra di Giovan Andrea
Maiolo napoletano, il quale co’ li suoi mirabili dissegni et belli artifici ha adornate et imbellite
alcune chiese moderne di Napoli in soffitti et sono in detto oratorio belli scritti latini in marmo et
belle reliquie”.326 Se l’“icona” menzionata dal padre gesuita corrisponde alla pala imparatesca,
raffigurante la “conformità del titolo d’essa cappella”, e cioè la Regina di tutti i Santi,327 ne
consegue che essa in origine dovesse essere accoppiata ad un’altra “faccia”, visibile dal lato
datato 1576 che attesta la concessione ai Bianchi di un terreno su cui costruire la propria chiesa: “Et perché
tra li principali lodevoli ogetti de predetti Bianchi, è lo stare secreti et il più che si può retirati e remoti,
onde possino con più elevato e pronto spirito voltarsi alle orationi, et opere di carità et esendo il luoco dove
hoggi si congregano molto stretto et incomodo [...] si contentano li detti maestri per tale effetto concedere
come ex nunc concedono a detti Bianchi il territorio vacuo dietro la casa comprata dal dottore Maranta”.
Cfr. S. Di Franco, Giovanni Antonio Summonte, cit., pp. 133-134 nota 182.
323
Gli statuti purtroppo sono dispersi. L’inventario dell’archivio dei Bianchi, redatto da Carolina Belli nei
primi anni ottanta del Novecento, li cita come Ordinazioni, capitoli, e regole da osservarsi dalli confrati
dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo ordinati alla sepoltura de’ poveri e per eseguire ed esercitare molte altre opere di
carità, ms., 1571, segnati col numero 1. Cfr. S. Di Franco, Giovanni Antonio Summonte, cit., 128-129.
324
S. Di Franco, Giovanni Antonio Summonte, cit., pp. 139-142. Su “Mastro” Cafaro Pignaloso cfr. G.
Filangieri, Documenti, cit., VI, pp. 77-81.
325
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., pp. 520-521.
326
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Giesù, cit., pp. 217-218.
327
L’antica intitolazione di “Santa Maria Regina di tutti i Santi” è attestata sia dall’Araldo (Cronica della
Compagnia di Giesù, cit., p. 217) che dal Summonte (Historia della Città e Regno di Napoli, Napoli 1601, I, p.
285).
61
posteriore dell’altare, vale a dire nel coro riservato alle “orationi” dei confratelli.328 Si può
immaginare che i due dipinti fossero collocati entro un’edicola marmorea simile a quelle già
seicentesche degli altari napoletani di Santa Maria di Costantinopoli e di Santa Maria la Nova.
I lavori di rifacimento della chiesa, condotti verosimilmente intorno al 1760, comportarono
radicali trasformazioni, tra queste la distruzione dell’altare tardo cinquecentesco disegnato da
Giovanni Andrea Magliulo; sul nuovo altare marmoreo (datato 1762), quasi addossato alla parete
absidale, venne collocato il recto della cona, mentre il verso, “in cui si vede la conformità
dell’opere in che s’essercita essa Compagnia che è l’oratione”, trovò una diversa sistemazione.
Sulla parete destra dell’oratorio, nella zona presbiteriale, è tuttora collocata una tavola raffigurante
un Cristo Redentore circondato da dieci riquadri in cui sono effigiate simbologie bibliche e
cristologiche, accompagnate da targhe contenenti passi desunti dalle sacre scritture [figg. 23, 2526]. Potrebbe essere questo il verso dell’“icona” menzionato dall’Araldo? Le dimensioni dei due
dipinti, entrambi realizzati su tavola, coincidono quasi del tutto.329 La prova decisiva per stabilire
se il Redentore sia stato realmente il verso della cona cinquecentesca non può non ricavarsi che
dall’analisi delle sue peculiarità stilistiche.
Trascurato dalle fonti e dal Catalani, che pure aveva notato la Madonna di tutti i santi, il Redentore
è stato finora scarsamente considerato dagli studiosi; se ne è occupato solo Andrea Zezza nel
1991, ritenendolo un’opera della produzione matura di Giovan Bernardo Lama.330
Tuttavia il dipinto rivela qualità diverse rispetto ai quadri del Lama: se si prova a confrontarlo con
l’Ascensione della chiesa di San Gregorio Armeno [fig. 24], eseguita con molta probabilità nei
primi anni ottanta,331 noteremo che in esso, pur riscontrandosi simili lucori di origine fiamminga,
mancano l’incisività e il carattere disegnativo propri del celebre maestro napoletano, come pure i
panneggi dall’andamento rigido, e soprattutto il colore tendenzialmente freddo delle sue
composizioni. Nella tavola dei Bianchi tutto ciò lascia il posto ad una dolcezza espressiva del
Cristo, affabile e gentile, la cui flessuosa e quasi femminea anatomia appare racchiusa entro una
veste leggera di intensissimo azzurro ultramarino, ma principalmente ad un modellato morbido
ottenuto mediante un colore soffice, rischiarato, che davvero appaiono estranei alla produzione
del Lama.
La tavola può essere agevolmente confrontata con lavori imparateschi databili intorno al 1580. Se
si accosta la figura principale al Sant’Andrea della pala con la Madonna e santi di Santa Patrizia
[fig. 17], coglieremo non poche analogie: la disposizione delle gambe, in particolare quella a destra
di cui si intuisce la consistenza al di sotto del panneggio, il disegno dei piedi, la struttura della
mano sinistra, le stoffe leggere; il volto del Risorto trova affinità formali con le rappresentazioni
del Cristo della Pietà di Santa Patrizia [fig. 12], dell’Ultima Cena del refettorio di Santa Maria della
Sapienza (1587-1591) [fig. 71]; le piante disposte sul monticello su cui poggia il Nazareno
mostrano somiglianze con le erbe cosparse sul terreno antistante la voragine del Purgatorio nella
tavola con la Madonna delle grazie in Santa Maria della Sapienza [figg. 27, 30]. Nelle tabelle laterali
si osservano paesaggi confrontabili coi riquadri laterali della predella dell’Immacolata coi due San
Giovanni di Santa Maria della Sapienza [fig. 22] e, ancora, con i più tardi scomparti del soffitto di
Santa Maria Donnaromita [figg. 51, 53]. In particolare, risulta simile il modo di dipingere gli
alberi dalle fronde larghe; finanche le tipologie architettoniche trovano riscontro negli edifici
rappresentati dall’Imparato sullo sfondo della Madonna e santi del monastero di Santa Patrizia [fig.
17]. La materia cromatica, tenera e densa, denota tangenze esplicite con lo stile imparatesco che
328
Il coro di cui era dotato l’oratorio, oggi scomparso a causa dei rifacimenti settecenteschi, appare
espressamente menzionato nei documenti notarili che riguardano la costruzione dell’edificio. Cfr. S. Di
Franco, Giovanni Antonio Summonte, cit., p. 141.
329
La Madonna d’Ognissanti misura cm. 160 x 200, il Redentore 160 x 180. Ho desunto le misure dalle schede
OA del catalogo della Soprintendenza ai BAAPSAD di Napoli. In verità non credo sia attendibile l’altezza
indicata per il secondo dei due dipinti, sicuramente maggiore di 20 o 30 centimetri rispetto al dato
riportato.
330
A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., p. 18; seguito da P. D’Alconzo, in La Real Compagnia ed
Arciconfraternita dei Bianchi, cit., p. 94.
331
La critica è concorde nell’indicarne la realizzazione nei primi anni ottanta del XVI secolo. Cfr. A. Zezza,
Giovan Bernardo Lama, cit, p. 8; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 259.
62
finora abbiamo osservato. Non ho dubbi nel credere che la poco nota tavola dei Bianchi sia da
identificare con la seconda “faccia” dell’“icona” vista dall’Araldo, e che vada restituita a Girolamo
Imparato.
L’assenza di dati documentari impedisce di puntualizzare la cronologia del notevole insieme, pur
essendo verosimile che già nel marzo del 1582, al momento della consacrazione dell’oratorio,
almeno il verso della cona fosse stato consegnato.
Al raffronto con la Madonna d’Ognissanti il Redentore palesa alcune differenze, ragione per cui è
stato finora considerato opera di un pittore diverso: ciò evidentemente si giustifica con uno scarto
cronologico di alcuni anni fra le tavole. Il verso, in cui abbiamo notato affinità con le opere
dipinte sul finire dell’ottavo e agli inizi del nono decennio, potrebbe dunque essere stato eseguito
qualche tempo prima (1581-82 ca.) rispetto al recto, nel quale emerge un lessico arricchito di
nuove componenti.
Il capoaltare dei Bianchi [fig. 35] risulta particolarmente gremito: il gruppo della Vergine e del
Bambino, affiancato dal globo terrestre sostenuto da un angelo, appare inserito in un emiciclo di
santi, fra i quali si riconoscono Pietro e Paolo e, a seguire, Stefano, Lorenzo, il profeta Mosè e
martiri non identificabili. Nella sezione inferiore, a destra giganteggia il profeta Davide con l’arpa
e una targa su cui è inciso un verso tratto dal Salmo 44 [fig. 33], a sinistra san Giovanni
Evangelista [fig. 32] fiancheggiato dall’aquila rivolta quasi minacciosamente verso di lui, intento
ad indicare all’osservatore il sacro consesso, sorreggendo anch’egli una scritta, ricavata
dall’Apocalisse.332 Nei due robusti ed espressivi vegliardi biblici, masse imponenti di “un
michelangiolismo quasi al limite del grottesco”,333 ritorna una tipologia facciale già anticipata dal
sant’Andrea della pala di Santa Patrizia [fig. 17], da una delle anime purganti e dal san Giuseppe
della Madonna delle Grazie della Sapienza [figg. 31, 34]; gli angeli e i cherubini brulicanti nella
gloria paradisiaca si apparentano a quelli che compaiono nel dipinto appena citato. La Vergine si
riallaccia al tipo fisico della Madonna coi tre santi di Santa Patrizia [fig. 17] e, come si è anticipato,
all’Immacolata della Sapienza [fig. 21]; mentre il Bambino benedicente proviene da un’invenzione
di Marco Pino: potrebbe essere stato prelevato dall’analoga figura nella già citata tavola col San
Michele arcangelo che libera le anime del Purgatorio, la Beata Vergine col Bambino e i santi Pietro e Paolo
della chiesa dei Santi Apostoli di Napoli [fig. 37].334
Il confronto può essere esteso alla bella Circoncisione collocata sull’altare maggiore del Gesù di
Nola [fig. 41] (in base a nuovi documenti databile agli anni 1584 ca.-1587) dove l’Imparato, pur
replicando il celebre modello piniano della chiesa del Gesù Vecchio di Napoli [fig. 40], ripropone
un repertorio di figure consanguinee a quelle trasognate dell’ancona dei Bianchi.
Nella tavola napoletana affiorano prepotentemente gli esiti delle frequentazioni romane
dell’Imparato, non solo nelle peculiarità della materia pittorica “dolce e pastosa”, ma anche nelle
citazioni esplicite da una celebre opera ad affresco allora visibile nella città papale: non è stato
finora osservato che i due robusti personaggi in basso sono il frutto di una felice rielaborazione
del profeta Davide e del Salomone che troneggiavano, in primo piano, nel distrutto affresco di
Federico Zuccari raffigurante l’Annunciazione, nella chiesa del Noviziato dei Gesuiti di Roma.335 Il
dipinto, piuttosto celebre, fu eseguito dal pittore marchigiano anteriormente al 1568, dal
momento che risulta menzionato nella seconda edizione delle Vite del Vasari. Del grandioso
affresco, perduto nel 1626 a causa dell’abbattimento dell’edificio sostituito dalla chiesa di
Sant’Ignazio, è nota la composizione attraverso le incisioni che ne trassero Cornelis Cort nel 1572
[fig. 36] e il Sadeler nel 1580, e una serie di modeste copie pittoriche [fig. 64].336 L’Imparato
332
Il primo tentativo di decifrarne l’iconografia si ritrova in P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., p. 170 nota 20 che denomina il dipinto Gloria dell’Immacolata. La D’Alconzo invece
ha confuso la rappresentazione di Giovanni Evangelista con il profeta Elia (P. D’Alconzo, in La Reale
Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi, cit., p. 88. Per le specificità iconografiche cfr. le pagine successive.
333
P. D’Alconzo, in La Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi, cit., p. 88.
334
Per quest’opera vedi A. Zezza, Marco Pino, cit., pp. 252, 270 con bibliografia precedente.
335
Sul perduto affresco romano cfr. C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari, cit., I, pp. 255, 263 nota
168 con rinvii bibliografici.
336
Ibidem, pp. 255-258. Si veda anche J. Bierens de Haan, L’ouvre gravé de Cornelis Cort graveur hollandais.
1533-1578, La Haye 1946-1948, pp. 49-51; J. Gere, Mostra di disegni degli Zuccari (Taddeo e Federico Zuccari, e
63
dovette conoscere bene l’affresco di Federico Zuccari: infatti qualche anno dopo la realizzazione
della cona dei Bianchi, intorno al 1587, i padri gesuiti partenopei gli commissionarono una
replica del gruppo centrale dell’affresco romano, destinata all’altare maggiore della chiesa della
Nunziatella, annessa al Noviziato dell’ordine [fig. 64].337
La disposizione dei santi intorno alla Vergine nella pala dei Bianchi ricorda una soluzione di
ascendenza raffaellesca, presumibilmente suggerita dallo stesso emiciclo di nubi e di angeli
presente nel distrutto affresco gesuitico. Il san Giovanni e il profeta Davide si stagliano su uno
splendido fondale con boschi e colline trascoloranti nel blu [figg. 33, 35]; gli alberi che si
intravedono dietro le tabelle marmoree appaiono picchiettati da colpi di luce. Questa maniera di
dipingere una veduta non ha precedenti nella pittura dell’Imparato: potrebbe essere il sintomo di
una conoscenza dei paesaggi del bresciano Gerolamo Muziano, uno dei protagonisti dello
scenario artistico romano negli anni del pontificato di Gregorio XIII.338
Nella più antica tavola col Redentore [fig. 23], i due bei paesaggi dei riquadri orizzontali sembrano
avere invece una maggiore familiarità con la cultura paesaggistica dei fratelli Bril e di artisti,
ancora sconosciuti, della cerchia di Teodoro d’Errico. Infatti, come si è anticipato a proposito
della predella dell’Immacolata in Santa Maria della Sapienza [fig. 22], una modalità simile nel
raffigurare la vegetazione trova paralleli con le storie del Battista dipinte da Dirk Hendricksz e
alcuni dei mal noti riquadri incassati nella fascia perimetrale del soffitto di San Gregorio Armeno
[figg. 61-62],339 e con quelli analogamente disposti del cassettonato di Santa Maria Donnaromita
[fig. 63]. Purtroppo nulla si conosce della produzione paesaggistica napoletana negli anni settanta
e ottanta del XVI secolo; questa dovette avere i suoi interpreti specialmente fra gli artisti
dell’affollata colonia fiamminga meridionale, i quali già dagli avanzati anni settanta presero a
divulgare nel Viceregno i modi delle vedute di Matteo e Paolo Bril, e dei paesaggisti italiani attivi
a Roma nei cantieri patrocinati da Gregorio XIII, come ad esempio la Galleria delle carte
geografiche o la Torre dei venti nel Vaticano.340
L’intensità cromatica del dipinto e l’impasto più ricco e corposo rispetto alle opere anteriori,
esprimono una temporanea sperimentazione da parte del napoletano di una tavolozza di tipo
“neoveneto”. Nei primi anni ottanta a Napoli non dovettero mancare dipinti di origine veneta;
Raffaellino da Reggio), catalogo della mostra (Firenze 1966), Firenze 1966, p. 38; Baroque vision jésuite du
Tintoret à Rubens, catalogo della mostra (Caen 2003) a cura di A. Tapié, Caen 2003, ed. it. cons. Il Barocco
nella visione gesuita da Tintoretto a Rubens, pp. 178-179. Fra le copie, la migliore è quella di una raccolta
privata fiorentina che, come le altre, sembrerebbe ricavata dalle stampe [fig. 65]. Sulla stampa del Cort cfr. J.
C. J. Bierens de Haan, L’ouvre gravé de Cornelis Cort, L’Aja 1948, n. 25; M. Sellink, The New Hollstein Dutch
& Flemish Etchings, Engravings and Woodcuts 1450-1700: Cornelis Cort, Rotterdam 2000, III, pp. 182-183. Per
gli aspetti iconografici dell’opera vedi H. Pfeiffer, L’iconografia, in Ignazio e l’arte dei Gesuiti, a cura di G. Sale,
Milano 2003, pp. 172-173.
337
Cfr. paragrafo 5.
338
Sul Muziano vedi H. Voss, Die Malerei, cit., pp. 349-353; U. Procacci, Una vita inedita di Girolamo
Muziano, in «Arte Veneta», VIII, 1954, Dedicata al 70° compleanno di Giuseppe Fiocco, pp. 242-264; C.
Strinati, Roma nell’anno 1600. Studio di pittura, in «Ricerche di Storia dell’Arte», 10, 1980, pp. 17-20; L.
Arcangeli, La corrente muzianesca: Girolamo Muziano, in Le arti nelle Marche al tempo di Sisto V, catalogo della
mostra (Ascoli 1992), pp. 263-268; M. Zerbi Fanna, in Roma di di Sisto V. Le arti e la cultura, catalogo della
mostra (Roma 1993), a cura di M. L. Madonna, Roma 1993, p. 537; P. Tosini, Girolamo Muziano e il
paesaggio tra Roma, Venezia e Fiandre nella seconda metà del Cinquecento, in S. Danesi Squarzina, Natura morta,
pittura di paesaggio e il collezionismo a Roma nella prima metà del Seicento. Italia, Fiandre, Olanda, il terreno di
elaborazione dei generi, Roma 1996, pp. 201-211; M. Calì, La pittura del Cinquecennto, cit., I, pp. 199-200; J.
Marciari, Girolamo Muziano and the Dialogue of Drawings in Cinquecento Rome, in «Master Drawings», 40, 2,
2002, pp. 113-134.
339
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 45-46; Eadem, Cornelis Smet, cit., pp. 629-680.
340
Cfr. la bibliografia citata nella nota 28, e in aggiunta A. Pinelli, Il “bellissimo spasseggio” di papa Gregorio
XIII Boncompagni, in La Galleria delle Carte geografiche in Vaticano, a cura di L. Gambi e A. Pinelli, Modena
1994, pp. 60-67. Non si può trascurare inoltre che nel 1573 a Napoli risulta documentato, in rapporto con
Marco Pino, il senese Matteo Neroni, a cui il Voss attribuì un ruolo centrale per lo sviluppo del paesaggio
come genere decoratico autonomo (H. Voss, Die Malerei, cit., 332-333). Cfr. P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 330; A. Zezza, Marco Pino, pp. 237-249, 359.
64
per Fabrizio Santafede, ad esempio, si è ipotizzata una conoscenza di simili prodotti sin dal nono
decennio del Cinquecento.341 Nel caso dell’Imparato questo cambiamento poté giungere ancora
dal bresciano Girolamo Muziano (impegnato nel corso dei primi anni ottanta in una serie di
imprese per il Gesù di Roma,342 un contesto che dovette essere ben noto al pittore napoletano)
come pure da Scipione Pulzone da Gaeta, attivo a Napoli tra il 1582 e il 1584 e autore dell’assai
guasto Martirio di San Giovanni nella basilica di San Domenico Maggiore.343
La complessità culturale raggiunta dall’Imparato nella pala dei Bianchi conferma con forza
l’ipotesi di un viaggio romano compiuto agli inizi del nono decennio. Non va altresì trascurato
che gli anni in questione furono caratterizzati da intensi scambi fra Napoli e Roma, basterà
ricordare l’avvio nel 1582 dei lavori di costruzione della chiesa del Gesù Nuovo, condotti nella
fase iniziale da padre Giuseppe Valeriano (architetto e pittore),344 proveniente dal Collegio
romano.
La cona dei Bianchi rappresenta il primo risultato di rilievo pervenutoci della pittura
dell’Imparato. Giovan Francesco Araldo, pur tacendo il nome del pittore, riporta però quello
dell’autore dei “disegni” del perduto altare marmoreo della chiesa dei Bianchi, “Giovan Andrea
Maiolo napolitano”, progettista della carpenteria lignea dei soffitti di San Gregorio Armeno, di
Santa Maria Donnaromita e di diverse cornici lignee per dipinti eseguiti da Teodoro d’Errico e
dallo stesso Girolamo Imparato, come si è largamente anticipato. La collaborazione col Magliulo
nell’oratorio dei Bianchi è una prova indiretta dei rapporti esistenti fra l’artista partenopeo e Dirk
Hendricksz prima dell’impresa comune di Donnaromita [fig. 43], essendo il Magliulo associato al
d’Errico sin dal 1580 per la realizzazione della cornice lignea della già ricordata Madonna del
Rosario di Quindici. I lavori dell’oratorio dei Bianchi costituiscono la prima impresa certa di un
sodalizio artistico (Imparato, Magliulo), iniziato ben prima dei documentati lavori della chiesa
benedettina di Santa Maria Donnaromita.345
La consegna della “faccia” principale dell’“Icona” dei Bianchi dovette avvenire verosimilmente
entro la metà del nono decennio (1583-1585 ca.), a distanza di non più di un triennio dalla
realizzazione del Redentore. (1581-82 ca.).
Rimane da esaminare la complessa iconografia dei due dipinti. Nella pala collocata sull’altare
principale dell’oratorio [fig. 35] viene esaltata la regalità e la natura immacolata della Vergine, che
siede sovrana in mezzo ad un folto stuolo di santi, prevalentemente martiri. Alla concezione
immacolata di Maria rimandano la falce di luna e il passo dell’Apocalisse contenuto nella targa
marmorea retta da san Giovanni: MULIER AMICTA SOLE, ET LUNA SUB PEDIBUS EIUS (Ap, 12).346 Il
brano da cui è tratta la scritta è quello celebre in cui si parla della Donna e del dragone: “Nel cielo
apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo
capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora
apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste
sette diademi; [...] Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire e divorare il Bambino
appena nato. Essa partorì un figlio maschio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di
ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono [...]”. Il profeta Davide invece,
341
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 262.
In particolare vedi H. Hibbard, Ut picturae sermones: le prime decorazioni dipinte al Gesù, in R. Wittkower, I.
B. Jaffe, Baroque Art: The Jesuit Contribution (1972), ed. it. cons. Architettura e arte dei gesuiti, Milano 1992, pp.
31 e ss..
343
Ricordato dal De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 755. Sul dipinto cfr. F. Zeri, Pittura e controriforma, cit.,
p. 18. Sui soggiorni napoletani del Pulzone cfr. P. Leone de Castris, Le Cardinal de Granvelle et Scipione
Pulzone, in Les Granvelle et l’Italie au XVIe siècle: le mécénat d’une famille, Actes du Colloque international
organisé par la Section d’Italien de l’Universitè de Franche-Comté, Besançon 2-4 octobre 1992, sous la
direction scientifique de J. Brunet et G. Toscano, Besançon 1994, pp. 175-184, con bibliografia precedente.
344
P. Pirri, Giuseppe Valeriano S. I. architetto e pittore. 1542-1596, Roma 1970, pp. 123 e ss.. Sul Valeriano cfr.
M. Calì, Da Michelangelo all’Escorial. Momenti del dibattito religioso nell’arte del Cinquecento, Torino 1980, pp.
283-297.
345
Cfr. il paragrafo 4 del presente capitolo.
346
La cifra XIII e non XII che conclude la scritta tratta dall’Apocalisse potrebbe essere un errore di
trascrizione del pittore. I passi biblici in italiano riportati di seguito sono desunti da La Sacra Bibbia.
Edizione ufficiale della C. E. I., Milano 1987.
342
65
riconoscibile dall’arpa, dalla corona e dallo scettro, sostiene una tabella in cui è indicato un verso
del Salmo 44: ASTITIT REGINA A’ DEXTRIS TUIS (Sal, 44), dove si allude alla Vergine, seduta alla
destra del “re messianico” celebrato nel salmo: “Effonde il mio cuore liete parole, io canto al mio
re il mio poema [...] Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha
benedetto Dio per sempre [...] Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra le regina in
ori di Ofir. Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;
al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui. Da Tiro vengono portando doni, i
più ricchi del popolo cercano il tuo volto. La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro
è il suo vestito. È presentata al re in preziosi ricami [...] Farò ricordare il tuo nome per tutte le
generazioni, e i popoli ti loderanno in eterno, per sempre”.
Nella tavola che dovette costituire il verso della cona [figg. 23, 25], il Cristo, “immagine senza
tempo, bloccata in un aggraziato hanchement su un fondo più astratto di quelle di una vecchia
icona”,347 appare circondato da una serie di tabelle con figurazioni simboliche strettamente
connesse ai versi tratti dalle Sacre Scritture contenuti nelle tabelle sottostanti che, tenendo conto
di quanto riferito dall’Araldo, costituivano le orazioni dei confratelli.
In basso, al centro, figura una coppia di cigni entro un paesaggio; l’animale sulla sinistra sembra
soccorrere l’altro, accovacciato, imbeccandogli del cibo. Come negli altri riquadri, la simbologia
appare svelata dal passo biblico additato nel cartiglio: IN OMNIBUS GRATIAS AGITE, desunto dalla
Prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. L’apostolo delle genti, dopo aver rammentato ai
cristiani di Tessalonica che il giorno del ritorno di Cristo sulla terra (Parusia) potrebbe giungere
improvviso (“voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore”), espone
loro una serie di raccomandazioni invitandoli a vivere in una situazione di attesa vigile ma
tranquilla: “Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo
del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che
dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri [...].
Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti
nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro.
Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi,
sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma
cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa
rendete grazie (corsivo mio);348 questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (Paolo,
Ts, 5).349 È evidente dunque che la coppia dei cigni vuole essere un richiamo alla carità, alla pace,
alla fratellanza, alla preghiera, ad una vita fondata sulla pratica delle virtù cristiane, la sola in
grado di garantire il raggiungimento della salvezza eterna.350
Il primo e il secondo riquadro a destra sono accomunati dalla citazione dello stesso luogo biblico,
MEDITABOR UT COLUMBA SICUT PULLUS HIRUNDINIS SIC CLAMABO, derivato dal Cantico di
ringraziamento di Ezechia re di Giuda, quando cadde malato e guarì dalla malattia, contenuto nel
Libro del profeta Isaia: “Io dicevo: «A metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi; sono
privato del resto dei miei anni [...] In un giorno e una notte mi conduci alla fine». Io ho gridato
fino al mattino. Come un leone, così egli stritola tutte le mie ossa. Pigolo come una rondine, gemo
come una colomba [...] Signore in te spera il mio cuore; si ravvivi il mio spirito. Guariscimi e
rendimi la vita [...] Il Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo sulle cetre tutti i
347
A. Zezza, Giovan Bernardo Lama, cit., p. 18.
Nelle trascrizioni bibliche ho indicato in corsivo la traduzione delle frasi citate nelle tabelle del dipinto.
349
L’indicazone ESA V riportata sul cartiglio non trova riscontro in Isaia. Evidentemente si tratta di un
alterazione dovuta alla ridipinture o, forse, ancora una volta di un errore del pittore che potrebbe aver
frainteso TES, V con ESA, V. Sul passo neotestamentario in questione cfr. U. Vanni, Tessalonicesi (I lettera ai),
in Nuovo dizionario di Teologia Biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi e A. Girlanda, Cisinello Balsamo
1988, pp. 1562-1567.
350
Sulla simbologia del cigno, spesso confuso dagli artisti con l’oca selvatica, cfr. L. Réau, Iconographie de l’art
chrétien, Paris 1955, I, p. 103; J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Paris 1969, ed. it. cons.
Dizionario dei simboli, a cura di I. Sordi, Milano 1986, I, p. 119; L. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire du Crist,
ed. it. cons. Il Bestiario del Cristo. La misteriosa emblematica di Gesù Cristo, Roma 1995, II, pp. 103-104; F.
Trisoglio, I. Trisoglio, Simboli e parole, Roma 2000, p. 51.
348
66
giorni della nostra vita” (Is, 38). Nella lettura liturgica il cantico esprime i sentimenti del peccatore
convertito, sicché la colomba, uno dei simboli cristologici più ricorrenti, potrebbe alludere alla
Passione; mentre la rondine sull’albero rimanda più esplicitamente alla Resurrezione, considerato
che l’uccello rientra nei paesi di origine durante la stagione invernale e ritorna in primavera,
periodo in cui si celebra la Pasqua.351 Le due simbologie potrebbero pertanto connettersi al
perdono dei peccati e alla redenzione, ottenuta attraverso il sacrificio della croce e la Resurrezione
di Cristo.
Nel riquadro soprastante è rappresentata un’ape che sugge il nettare da una pianta di fiori rossi.
La scritta contenuta nel cartiglio, QUI LEGIT INTELLIGAT, è tratta dal brano del Vangelo di san
Marco riguardante la desolazione della Giudea: “Quando vedrete l’abominio della desolazione
stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai
monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è
nel campo non torni indietro a prendersi il mantello [...] Pregate che ciò non accada d’inverno;
perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta
da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si
salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni” (Mc, 13). La presenza
dell’ape, insetto laborioso e virtuoso, rinvia al Cristo giudice che dà ai giusti le eterne dolcezze,
rappresentate dal miele, e agli altri l’asprezza meritata dei castighi, simbolizzati dalla puntura
dolorosa.352
L’ultimo riquadro in alto a destra raffigura un’aquila rivolta verso il sole con le ali dalle quali si
staccano alcune piume. Rispetto ai casi precedenti la simbologia appare più complessa: il motivo
deriva da un’antichissima leggenda popolare, tramandata dal Physiologus (ossia il Naturalista,
un’opera compilatoria scritta da un anonimo autore cristiano in greco, tra il II e il III secolo d.
C.), in cui si legge di un’aquila che sentendosi invecchiare si elevò verso il sole; tale prodezza,
però, procurò la calcinazione delle ali del volatile che, in seguito, immergendosi in una fontana
per tre volte, avrebbe riacquistato la giovinezza. Nella tradizione cristiana tale emblema si lega
quasi sempre alla simbologia della rigenerazione dell’uomo che avviene attraverso il battesimo, più
raramente è associato al giudizio universale.353 Ancora una volta il riquadro imparatesco dovrebbe
alludere a quest’ultimo significato, dal momento che il brano del Siracide (o Ecclesiastico) da cui
è citato il verso biblico, ANTE ORATIONEM PRAEPARA ANIMAM TUAM, contiene un esplicito
richiamo alla caducità delle cose terrene e l’invito a prepararsi al Giudizio finale: “Agisci con
prudenza. Prima di parlare impara; curati ancor prima di ammalarti. Prima del giudizio esamina
te stesso, così al momento del verdetto troverai perdono. Umiliati, prima di cadere malato, e
quando hai peccato, mostra il pentimento. Nulla ti impedisca di soddisfare a tempo un voto, non
aspettare fino alla morte per sdebitarti. Prima di fare un voto prepara te stesso, non fare come un
uomo che tenta il Signore. Pensa all’ira del giorno della morte, al tempo della vendetta, quando
egli distoglierà lo sguardo da te. Pensa alla carestia nel tempo dell’abbondanza; alla povertà e
all’indigenza nei giorni di ricchezza. Dal mattino alla sera il tempo cambia; e tutto è effimero
davanti al Signore” (Eccl, 18).354
Nel lato di sinistra prevalgono i simboli vegetali. La rappresentazione piuttosto rara della lavanda,
la spighetta di san Giovanni, simbolo della virtù, della purezza dell’anima e del battesimo, vuole
351
L. Réau, Iconographie, cit., I, pp. 80-81, 105; L. Charbonneau - Lassay, Le Bestiaire, cit., II, pp. 20-25, 5455; M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, ed. it. cons. a cura di G. Ravasi, Cisinello
Balsamo 1990, pp. 56-57. Sul Libro del profeta Isaia cfr. G. Ravasi, Isaia, in Nuovo dizionario di Teologia, cit.,
pp. 759-772; per le specificità delle profezie di Isaia in relazione al passo suddetto è utile anche G. Rinaldi,
Isaia, in Enciclopedia Cattolica, VII, Firenze 1951, coll. 238-239; su Ezechia re di Giuda vedi G. Rinaldi, in
Enciclopedia Cattolica, V, Firenze 1950, coll. 925-926.
352
L. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire, cit., II, pp. 526-527. Per altri significati connessi alla Resurrezione
cfr. M. Lurker, Dizionario delle immagini, cit., p. 16. Sui temi dominanti del Vangelo di Marco cfr. V. Fusco,
Marco, in Nuovo Dizionario di Teologia, cit., pp. 890-895.
353
L. Réau, Iconographie, cit., I, pp. 84-85; L. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire, cit., I, pp. 145-146; M.
Lurker, Dizionario delle immagini, cit., pp. 17-18.
354
Sul Siracide vedi G. Ravasi, Siracide, in Nuovo dizionario di Teologia, cit., pp. 1490-1496, in particolare per
il passo in questione p. 1494.
67
essere un richiamo alla fede in Cristo e alla sapienza;355 infatti il passo neotestamentario della
targa, POSTULET IN FIDE NIHIL HESITAS, è ripreso dalla Lettera di san Giacomo apostolo, in cui il
cristiano è invitato a chiedere con fede e a pregare con ferma fiducia: “Se qualcuno di voi manca
di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.
La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata
dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e
instabile” (Gc, 1).356
Segue lo scomparto riservato al giglio, utilizzato come immagine di purezza, ma espressione pure
di elezione e dell’anima fedele.357 Il suo valore è chiarito dalla lettura del brano veterotestamentario da cui deriva la scritta CONFITEBOR TIBI DIRECTIONE CORDIS, il Salmo 118, una
sorta di lungo abbecedario della vita morale e religiosa dell’israelita: “Beato l’uomo di integra
condotta, che cammina nella legge del Signore. Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca
con tutto il cuore. Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie. Tu hai dato i tuoi precetti
perché siano osservati fedelmente [...] Ti loderò con cuore sincero quando avrò appreso le tue giuste
sentenze. Voglio osservare i tuoi decreti: non abbandonarmi mai” (Sal, 118).
Il girasole, presentato nella tabella soprastante, è invece un emblema della preghiera.358 La
citazione dalla Prima lettera ai Corinzi di san Paolo, ORABO SPIRITU ORABO ET MENTE, riportata nel
cartiglio, ne è una evidente conferma: “Quindi anche voi, quando desiderate i doni dello Spirito,
cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità. [...] Quando prego con il dono
delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto. Che fare dunque?
Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche
con l’intelligenza” (1 Cor, 14).359
Completa l’insieme delle simbologie floreali la raffigurazione della pianta di viola, simbolo
dell’umiltà.360 Il brano biblico da cui è assunta la scritta ORATIO HUMILIANTIS SE NUBES
PENETRABIT riguarda infatti la preghiera dell’umile: “Chi venera Dio sarà accolto con
benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell’umile penetra le nubi,
finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto
rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità” (Eccl, 34).
Il programma iconografico della tavola culmina nel riquadro superiore in cui compare la fenice
che brucia. Secondo una leggenda antichissima, il mitico uccello, a 500 anni, dopo essere passato
dal Libano in Egitto, nella città di Eliopoli, sarebbe bruciata su un nido come su un’ara sacrificale.
Dopo tre giorni, rinata dalle ceneri, avrebbe fatto ritorno nella terra di origine.361 Il Salmo 39, da
cui è desunto il verso IN MEDITATIONE MEA EXARDESCET IGNIS, è incentrato sulla vanità
dell’esistenza: “Ardeva il cuore nel mio petto, al ripensarci è divampato il fuoco; allora ho parlato:
«Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia
vita». Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni, la mia esistenza davanti a te è nulla. Solo un
soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga. Ora, che attendo, Signore? In te la
mia speranza” (Sal, 39). La presenza della fenice, tradizionalmente legata alla Resurrezione,
additerebbe così la speranza di salvezza dell’uomo, garantita dalla sconfitta della morte da parte
del Cristo.362
355
A. Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Milano 1997, pp. 231-232.
Per il contenuto teologico della Lettera di San Giacomo, rigettata da Lutero, cfr. R. Fabris, Giacomo
(lettera di), in Nuovo dizionario di Teologia, cit., pp. 626-633.
357
M. Lurker, Dizionario delle immagini, cit., pp. 96-97; F. Trisoglio, I. Trisoglio, Simboli, cit., p. 88; A.
Cattabiani, Florario, cit., pp. 139-141.
358
J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dictionnaire, cit., I, pp. 410-411.
359
Su questo passo di San Paolo cfr. U. Vanni, I Lettera ai Corinzi, in Nuovo dizionario Teologico, cit., p. 296.
360
J. Hall, Dictionary of Subjects and Symbols in Art; ed. it. cons. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, a
cura di N. Forti, Milano 1998, p. 420.
361
L. Réau, Iconographie, cit., I, pp. 96-98; L. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire, cit., pp. 575-597; G. HeinzMohr, Lessico, cit., pp. 156-157; F. Trisoglio, I. Trisoglio, Simboli, cit., pp. 79-80.
362
In generale sul concetto di Redenzione vedi A. Bonora, Redenzione, in Nuovo dizionario di Teologia, cit., pp.
1285-1296. Sui Salmi cfr. G. Ravasi, Salmi, in Nuovo dizionario Teologico, cit., pp. 1399-1412.
356
68
Simboli del mondo vegetale ed ornitologico, collegati alle letture dell’antico e del nuovo
testamento, dovevano trasmettere al confratello raccolto in preghiera nel coro dell’oratorio
napoletano una serie di messaggi chiave sul giudizio universale, sulla morte e resurrezione, sulla
preghiera, sulla fede, sulle virtù cristiane necessarie per ottenere il premio della vita eterna.
Momento topico del denso contenuto teologico espresso per immagini è la Resurrezione di Gesù
Cristo, artefice della redenzione dell’uomo.
Il dipinto imparatesco risulta pertanto un potente strumento devozionale che non sembra avere
precedenti in ambito napoletano; la complessità contenutistica e, in alcuni casi, la rarità delle
figurazioni simboliche rappresentate, lascerebbero pensare ad una genesi culturale del programma
iconografico di non comune grado e finezza, in cui è possibile scorgere alcune componenti di
origine gesuitica. La Compagnia di Gesù, sebbene le fonti e le testimonianze documentarie
conosciute non rivelino indizi a riguardo, dovette sostenere l’Arciconfraternita dei Bianchi allo
Spirito Santo, così come sicuramente favorì e affiancò altre istituzioni laiche napoletane del
tempo, sorte per iniziativa degli stessi padri.363 Dai documenti noti ricaviamo soltanto che il
cappellano dell’oratorio poteva essere un gesuita o un teatino.364
Come si è detto a proposito della prima pala della Sapienza, il tema dell’Immacolata col Bambino
ebbe una certa diffusione in ambito gesuitico. Ad esempio, nella prima metà degli anni ottanta
del XVI secolo, ne fu interprete il pittore toscano Giovan Battista Fiammeri,365 entrato nella
Compagnia di Gesù e sicuramente noto nel Collegio di Nola.366 Nelle chiese gesuitiche
napoletane non si sono conservati esempi di quest’iconografia risalenti al Cinquecento; di recente
però è stato osservato che, nel corso del Seicento, nelle raffigurazioni napoletane dell’Immacolata
di sicura provenienza gesuitica, la Madonna è sempre accompagnata da Gesù Bambino, quasi a
voler evidenziare l’unità indissociabile tra la purezza della Vergine e la sua maternità del Dio fatto
uomo.367 Non si può trascurare infine che nel 1584 la chiesa dei gesuiti annessa alla Casa
Professa, oggi nota come chiesa del Gesù Nuovo, venne consacrata proprio all’Immacolata,
patrona della casata del Viceré Pedro Girón, duca di Ossuna.368
Anche il Cristo Redentore fu un soggetto iconografico promosso nella città vicereale dai
‘compagni’ di Sant’Ignazio: il D’Engenio descrive nella sagrestia della Casa Professa di Napoli
(Gesù Nuovo) un “Redentore” del “Pistoia”, identificato col dipinto di Leonardo da Pistoia oggi
esposto nelle sale di Capodimonte, un’opera forse destinata in origine al Collegio del Salvatore, la
prima fondazione napoletana della Compagnia.369 Non escludo pertanto che all’Imparato sia stato
additato il modello lasciato dal pittore toscano.
È possibile avanzare un’ipotesi suggestiva sull’origine dell’articolata iconografia. Si sa che lo
storico Giovanni Antonio Summonte, fin dalla fondazione fu strettamente legato alle sorti della
Compagnia dello Spirito Santo, e poi a quelle dell’Arciconfraternita dei Bianchi, di cui redasse gli
363
C. Belli, La fondazione del collegio dei Nobili di Napoli, in Chiesa, assistenza e società nel Mezzogiorno moderno,
a cura di C. Russo, Lecce 1994, in particolare alle pp. 183-197.
364
M. Miele, L’arciconfraternita napoletana dei Bianchi, cit., p. 35.
365
Mi riferisco all’Immacolata col Bambino dipinta dal gesuita conservata nella chiesa romana di Santa Maria
del Baraccano. Cfr. C. Strinati, in Quadri romani tra ‘500 e ‘600, Opere restaurate e da restaurare, catalogo
della mostra (Roma 1979), a cura di C. Strinati, Roma 1979.
366
Vedi paragrafo 3 di questo capitolo.
367
M. T. Penta, La tradizione pittorica del monastero, in L’istituto Suor Orsola, cit., pp. 109-112. Ad esempio
furono i gesuiti a fornire, nel 1658, l’iconografia dell’Immacolata col Bambino utilizzata negli affreschi votivi
sulle porte di Napoli da Mattia Preti (p. 112).
368
M. Errichetti, La chiesa del Gesù Nuovo in Napoli. Note storiche, in «Campania Sacra», 5, 1974, p. 45 con
bibliografia precedente.
369
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 233; P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia
meridionale, cit., p. 487; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 88, 129 nota 22; Idem,
Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte. Dipinti dal XIII al XVI secolo, cit., pp. 165-166. Il Salvatore del
Pistoia potrebbe identificarsi con il “Christo con la veste azzurra” donato ai gesuiti insieme ad altri quadri
“che servirono allhora per l’altar maggiore” da Giovan Francesco Carafa prima del 1560. La notizia, ripresa
da G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit., p. 47, è riportata da A. Zezza, Precisazioni per Marco Pino al
Gesù Vecchio. Documenti e ipotesi per il soggiorno meridionale dell’artista senese, in «Dialoghi di Storia dell’Arte»,
1, 1995, p. 121 nota 10.
69
statuti (approvati nel 1571) assieme al cognato Tommaso Parascandolo.370 Non escludo che il
Summonte sia stato il responsabile della commissione, se non addirittura dell’ideazione della
originalissima cona, soprattutto se si tiene in conto il fatto che fu proprio lo storico, delegato dai
confratelli, a seguire le fasi costruttive dell’oratorio. Non sarà un caso, inoltre, che nel 1596
proprio il Summonte abbia dato alle stampe il Manuale divinorum officiorum, quae iuxta ritum
Sacrosanctae Romanae Ecclesiae recitantur in omnibus solemnitatibus, Domini Nostri Iesu Christi,
Beataeque Mariae Verginis, ac in festo omnium Sanctorum, cum nonnullis aliis precibus, secundum temporis
opportunitatem ad usum Congregationum [fig. 38].371 Il testo documenta una vasta conoscenza delle
Sacre Scritture, dalle quali sono prelevate le preghiere recitate dalle confraternite durante tutte le
festività del calendario liturgico. La parte conclusiva del Manuale contiene il complesso
cerimoniale seguito dai Bianchi dello Spirito Santo in alcune funzioni particolari come, ad
esempio, l’ingresso dei novizi o i funerali dei confratelli. Il libro, pubblicato a Napoli da Giacomo
Carlino e Antonio Pace, fu corredato da numerose immagini a stampa di carattere piuttosto
rozzo, forse di un incisore fiammingo attivo nel Viceregno. Una delle prime illustrazioni raffigura
un Redentore [fig. 39], che parrebbe ispirato ad un modello assai prossimo a quello di Leonardo da
Pistoia. Queste stesse stampe in parte erano state utilizzate nel Libretto d’immagini e brevi meditazioni
sopra la vita della Sacratissima Vergine Maria Madre di Dio, del gesuita Luca Pinelli, stampato dagli
stessi editori nel 1593.372
Il Summonte dovette avere relazioni assai strette con la Compagnia di Gesù; sembrerebbe
attestarlo la dedica a lui indirizzata del Quarto libro della Cronica di Giovan Francesco Araldo. Il
religioso ringrazia il Summonte “huomo pio, puro, sobrio, et giusto” per avergli messo a
disposizione i suoi scritti sulle chiese napoletane, dai quali aveva potuto ricavare le notizie relative
all’ordine di appartenenza.373 Il libro dedicato al Summonte contiene le vicende occorse ai gesuiti
di Napoli dal 1580 al 1590, lo stesso arco di tempo in cui avvenne la consacrazione dell’oratorio
dei Bianchi (1582). In aggiunta occorre rilevare che nell’intera Cronica la sola descrizione
particolareggiata di un interno di chiesa è proprio quella riservata alla cappella dei Bianchi e,
soprattutto, l’unico luogo in cui viene riportato il nome di un artista, Giovan Andrea Magliulo.
L’Araldo dovette attingere le informazioni sulla confraternita dal manoscritto sulle chiese
cittadine, mai rintracciato, dello storico napoletano che, evidentemente, conosceva fin nei dettagli
la “bellissima et devotissima icona di rara pittura”.
370
Vedi supra.
Una copia di questa rarissima opera del Summonte si conserva nella Biblioteca Giovardiana di Veroli
(Fr).
372
Sui testi di preghiera del Pinelli cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit.,
pp. 9, 14; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 18-20.
373
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit., pp. pp. 193-194. Sui perduti scritti delle chiese di Summonte,
ampiamente utilizzati anche dal D’Engenio, cfr. F. Divenuto, Napoli Sacra del XVI secolo. Repertorio delle
fabbriche religiose napoletane nella Cronaca del Gesuita Giovan Francesco Araldo, Napoli 1990, pp. 37-43.
371
70
3. LA CIRCONCISIONE DELLA CHIESA DEL GESÙ DI NOLA
Le principali opere pittoriche della chiesa napoletana del Salvatore, meglio nota col titolo di Gesù
Vecchio, annessa al più antico collegio gesuitico sorto a sud di Roma, furono eseguite fra il
settimo e l’ottavo decennio del Cinquecento da Marco Pino. Oltre al grandioso capoaltare,
raffigurante la Circoncisione (1566-69) [fig. 40], il senese dipinse un San Pietro e un San Paolo, in
origine forse anch’essi posti sull’altare maggiore, una Trasfigurazione (1566), una Madonna col
Bambino e santi e un’Adorazione dei pastori (1573) collocate su altari minori.374 I padri gesuiti si
rivolsero al pittore più autorevole attivo a Napoli in quegli anni, ben consci del suo prestigio
raggiunto con la partecipazione ad alcune rilevanti imprese decorative nell’Urbe, dove aveva
goduto anche della stima e dell’amicizia di Michelangelo. Marco Pino dovette soddisfare le
aspettative dei padri che, nelle litterae annuae inviate alla casa madre, descrissero orgogliosamente
soprattutto la Circoncisione.375 A distanza di un decennio dal completamento, il 17 settembre del
1579, al pittore toscano fu commissionata per una sede non conosciuta, una replica su tela della
cona partenopea.376 Nuccia Barbone Pugliese ha proposto di identificare l’opera in questione con
la tavola imparatesca sul maggior altare del Gesù di Nola [fig. 41], un dipinto che sarebbe stato
affidato, secondo la studiosa, in un secondo momento (“poco dopo” il 1579), per ignote ragioni,
al pittore napoletano.377 L’ipotesi si fonda sulla constatazione che il richiedente della replica fu il
gesuita Giovan Battista Graziano, padre procuratore del Noviziato dell’ordine, allora avente sede
nel collegio nolano; tale supposizione però non convince: intanto l’opera richiesta al senese
doveva essere su tela e non su tavola come la Circoncisione nolana378 e, soprattutto, non è provato
che padre Graziano, senz’altro procuratore nel Noviziato napoletano di Pizzofalcone, avesse
ricoperto tale incarico anche a Nola, prima del trasferimento dell’istituto nella capitale avvenuto
nel 1587.379
Le vicende più antiche del collegio nolano, tra le prime fondazioni gesuitiche meridionali,
ruotano intorno alla donazione, nel 1558, all’ordine di sant’Ignazio del severo palazzo degli
Orsini da parte della Contessa Maria Sanseverino, che lo acquistò per 1800 ducati dall’ultima
proprietaria, donna Ippolita Castriota. “A 15 di settembre (1558) il padre Cristofaro Mendoza,
rettore del Collegio di Napoli, va a Nola a mettersi in possesso della nuova casa comprata per il
Collegio dalla Contessa”, così scrisse Giovan Francesco Araldo alla fine del secolo.380
L’insediamento dei gesuiti nella reggia orsiniana non fu immediato; nei primi tempi i religiosi
soggiornarono in “uno stabile assai comodo e ben ubicato” di cui era proprietario Girolamo
Mastrilli. Col sostegno finanziario della Sanseverino e di altri nobili nolani, in primis gli Albertini,
374
Cfr. A. Zezza, Precisazioni per Marco Pino al Gesù Vecchio, cit., pp. 104-125, 355-356; Idem, Marco Pino, cit.,
pp. 114-119, 120-124, 195, 265-266, 272-274.
375
A. Zezza, Precisazioni per Marco Pino, cit., pp. 106-107, Idem, Marco Pino, cit., pp. 114-119.
376
G. Filangieri, Documenti, cit., VI, p. 289; il documento è trascritto integralmente in A. Zezza, Marco Pino,
cit., pp. 365-366.
377
N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del Suffragio’, cit., pp. 60-61, 69 nota 22.
378
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 30 nota 33; A. Zezza, Marco Pino,
cit., pp. 274, 314.
379
Scarse informazioni sul gesuita sono riportate da G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Giesù, cit., pp.
56, 319; M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti d’Italia. 1540-1565, Roma 1968, p. 9; J. Fejér, Defuncti primi saeculi
Societatis Jesu. 1540-1640, Roma 1982, I, p. 110. Cfr. inoltre il Regesto documentario, doc. n. 20 e il paragrafo
5 di questo capitolo.
380
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit., p. 34. Sul Collegio nolano in sintesi cfr. C. Guadagni, Nola
Sagra, 1688, edito a cura di T. Toscano, Massa Lubrense 1991, pp. 213-216; F. Schinosi, Istoria della
Compagnia di Giesù appartenente al Regno di Napoli, Napoli 1706, I, pp. 134-141, 216-218; G. S. Remondini,
Della nolana ecclesiastica storia, Napoli 1744, I, pp. 209-212; M. Scaduto, Storia della Compagnia di Gesù in
Italia, L’epoca di Giacomo Laìnez (1556-1565), Il Governo, Roma 1964, III, pp. 409-410 e ss.; P. Manzi, La
chiesa del Gesù di Nola, in «Palestra», 1966, 1-5; Idem, La Reggia degli Orsini di Nola (1470-1970). Note di Storia
ed Arte nel V centenario della fondazione, Roma 1971, pp. 48-58; F. Iappelli, Gesuiti a Nola. 1558-1767, in
«Societas», XLI, 1-2, 1992, pp. 20-35; A. Cirillo, A. Casale, Palazzo Orsini di Nola, dalla Reggia al Tribunale,
Napoli 2001, pp. 61-75.
71
i Cesarini e i Mastrilli, la comunità gesuitica, dopo aver apportato le necessarie modifiche
all’imponente edificio, diede avvio alle sue pie attività.
In seguito ad un iniziale coinvolgimento del ferrarese Giovanni Tristano, architetto dell’ordine,
che concepì un progetto di ristrutturazione dell’edificio e scelse il sito della chiesa, fornendone
anche un primo disegno, la ristrutturazione della sede del collegio (che comportò la disinvolta
decapitazione dell’ultimo piano del palazzo) e la costruzione della chiesa furono affidate a
Giovanni De Rosis. Questi inaugurò i lavori solo il 29 settembre del 1568, con la posa della prima
pietra da parte del vescovo di Nola Antonio Scarampo. Nel 1578 - dieci anni dopo l’avvio dei
lavori - venne ultimata la facciata, ma il completamento definitivo della fabbrica avvenne negli
anni novanta, a causa delle numerose interruzioni dovute a difficoltà economiche.381 Tra il 1583 e
il 1584, grazie alle cospicue donazioni ottenute dalle nobildonne Aurelia Pignatelli, Virginia
Squacquara e Violante Pappacoda, i padri fecero costruire la sacrestia e acquistarono alcuni arredi
liturgici.382
Una sconosciuta lettera del 1581 ci informa che il rettore del collegio nolano, Bartolomeo Riccio,
aveva chiesto l’invio da Roma del “fratello Giovan Battista Fiorentino”, per l’esecuzione di una
non meglio specificata impresa pittorica nella chiesa. Senza alcun dubbio l’artista menzionato dal
documento va identificato nello scultore e pittore gesuita Giovan Battista Fiammeri. Questi non
poté raggiungere la città campana in quanto impegnato a Roma nei lavori di decorazione della
chiesa del Gesù, e in particolare al “mosaico del’ illustrissimo Farnese”.383
È probabile che si pensasse di affidare al padre Fiammeri il capoaltare della chiesa, impresa
realizzata solo alcuni anni dopo, come emerge da un’altra lettera, anch’essa sconosciuta, datata 2
gennaio 1588. Da questo documento apprendiamo che poco tempo prima, evidentemente nel
corso del 1587, era stata consegnata l’“icona” dell’“altare maggior”, e che erano insorte delle
“difficoltà” riguardo al pagamento, giacché il signor Bartolomeo Mastrillo, occupatosi della sua
realizzazione, aveva richiesto ai padri una somma di denaro superiore rispetto a quella pattuita.384
La missiva invitava il rettore di Nola, Orazio Sabbatino, a non corrispondere al “signor
Bartolomeo” più di “quel che fu stabilito perché saria pregiudicio di detta signora”. Il passo
appena citato richiama le disposizioni testamentarie di Maria Sanseverino, che aveva riservato
all’ornamentazione della chiesa del Gesù una parte cospicua del suo lascito (di 1000 ducati annui)
alla comunità religiosa.385 Per far fronte al problema, da Roma si richiese la mediazione del padre
Bartolomeo Riccio; questi, rettore di Nola negli anni precedenti, essendosi occupato del
“negotio”, avrebbe potuto, mediante una lettera, rammentare al “signor Mastrilli” i termini
contrattuali concordati per la fattura della cona. È interessante notare come dell’esecuzione
381
Sugli aspetti architettonici della chiesa cfr. P. Pirri, P. Di Rosa, Il P. Giovanni De Rosis (1538-1610) e lo
sviluppo dell’edilizia gesuitica, in «Archivum Historicum Societatis Iesu», 44, 1975, pp. 42-46; la scheda di R.
Bösel, Jesuitenarchitektur in Italien 1540-1773, Wien 1985, I, pp. 471.475 e soprattutto P. Iappelli, La chiesa
del Gesù di Nola. Tradizione e sperimentazione nell’architettura gesuitica in Campania, Napoli 2001, pp. 35-61. Sul
completamento della chiesa cfr. le precisazioni documentarie di C. Restaino, Belisario Corenzio e la cultura
decorativa napoletana tra 1580 e il 1620, tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, aa.
1994-1995, pp. 70-71.
382
P. Iappelli, La chiesa del Gesù di Nola, cit., pp. 44, 60 nota 131.
383
Archivum Romanum Societatis Iesu (d’ora in poi ARSI), Epist. Gen. Neapol. 1576-1583, f. 89v: 5 agosto
1581, “Al Padre Bartolomeo Ricci rettore, Io desidero ogni sodisfattione nel Signore alla signora Verginia.
Ma m’incresce che non se le potrà concedere il fratello Giovan Battista Fiorentino perché oltre che si ha da
occupare nel mosaico del’illustrissimo Farnese per la nostra chiesa, ha anco da intagliare l’opera del P.
Natale la quale perché sarà di molto servigio […] siamo risoluti che veder avanti. Nondimeno quando non si
havesse a dipingere cosa di molto apparato, il che io desidero, et raccomando a v. r. mi pare che potrebbe
supplire a questo il fratello novitio che l’anno passato si mandò da Roma costì qui ancora ne habbiamo un
altro ma intendo che non è da paragonare a cotesto quale egli si sia si offerisce”. Su Giovan Battista
Fiammeri e sui suoi interventi nel Gesù di Roma cfr. H. Hibbard, Ut picturae sermones: le prime decorazioni
dipinte al Gesù, cit., pp. 31-32; C. Davis, ad vocem, Battista di Benedetto Fiammeri, in Allgemeines KünstlerLexikon, VII, München - Leipzig 1993, p. 490.
384
Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 10-11.
385
Si trattava di ben 600 ducati sui 1000 percepiti ogni anno. Per il testamento della Sanseverino cfr. P.
Pirri, P. Di Rosa, Giovanni de Rosis, cit., p. 42, doc. 1; P. Iappelli, La chiesa del Gesù, cit., pp. 115-116.
72
materiale dell’opera si fosse occupato un rappresentante della nobiltà locale, appartenente a
quella stessa famiglia che aveva ospitato i padri al loro avvento a Nola e alla quale appartennero
autorevoli esponenti della Compagnia di Gesù (Gregorio, Carlo, Nicolò, Francesco, Marcello).386
Il dipinto a cui allude il documento è senz’altro quello che tuttora si conserva con la sua
imponente cornice lignea sull’altare maggiore della chiesa: la Circoncisione, concordemente
assegnata all’Imparato [fig. 41] a partire dagli studi di Giovanni Previtali.387
La composizione imparatesca riprende alla lettera la famosa invenzione di Marco Pino del Gesù
Vecchio [fig. 40], in quegli anni divenuta assai celebre anche grazie all’incisione di Cherubino
Alberti del 1579, la quale è quasi sempre la fonte delle numerose versioni sparse nelle chiese delle
province regnicole.388 Che l’esecuzione della Circoncisione nolana appartenga agli anni centrali del
nono decennio è dimostrato dalle spiccate somiglianze, già accennate, con i santi che
fiancheggiano la Vergine in gloria nella pala dei Bianchi [fig. 35], e con i riquadri agiografici del
soffitto benedettino di Santa Maria Donnaromita (1587-89) [figg. 49-51, 53, 55-58].389 Il
riferimento contenuto nella suddetta lettera al padre Bartolomeo Riccio, rettore di Nola fino al
1584, quando divenne procuratore dell’ordine,390 consente di precisare che la richiesta dell’opera
dovette avvenire entro quella data; il dipinto sarebbe stato consegnato, come abbiamo detto, nel
corso del 1587.
Nella tavola nolana, uno degli esempi più antichi dell’attività di Girolamo Imparato noti al
Previtali, se “la composizione affollata, lo spazio «rampante», la tipologia dei sacri personaggi sono
ancora del tutto alla Marco Pino” la “stesura pittorica, soprattutto nei panneggi leggeri, quasi
cartacei” mostra già i tratti distintivi del linguaggio imparatesco.391 Difatti la corposa plasticità del
prototipo è come intenerita dall’uso di un cromatismo soffice che rende le figure fioccose, quasi
svuotate. Rispetto al modello Girolamo giunge ad una semplificazione della scena, ridotta al
nucleo centrale, abolendo i personaggi a mezzo busto che il maestro senese aveva posizionato in
primo piano; inoltre, come nel dipinto napoletano, la pala presenta l’autoritratto del suo artefice,
in posizione “defilata” davanti alla colonna in alto a sinistra.
La considerevole cornice lignea [fig. 42], una grandiosa macchina d’altare, decurtata in tempi
recenti dei due stemmi in rilievo collocati sul basamento, ancora visibili in una vecchia
fotografia,392 in origine dovette senz’altro contenere gli scomparti di una predella, come
denunciano i riquadri inferiori ora rivestiti da anonimi ed impropri pannelli lignei. Si è
conservata invece la cimasa con l’Eterno Padre, fortemente alterata dalle ridipinture. Sui montanti
della cornice compaiono una serie di nicchie vuote, le quali in antico ospitavano le statue dei
santi indicati nei cartigli posti sulle basi: Paolino, Felice, Massimo, Patrizio, Bartolomeo e
Lucrezia. La loro sparizione risale ad un periodo successivo alla metà del Settecento, quando una
386
Alcune notizie su Gregorio e Carlo Mastrilli compaiono in G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit.,
pp. 69, 151, 170, 356 e C. Guadagni, Nola Sagra, cit., pp. 214-215. Cfr. inoltre F. Iappelli, Gesuiti a Nola,
cit., pp. 30-32. Più in generale sulla famiglia e sui suoi legami con i gesuiti vedi G. S. Remondini, Della
nolana ecclesiastica storia, cit., I, pp. 209-210, 241; III, passim.
387
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit. pp. 878, 904 nota 51.
388
Fra le repliche principali va ricordata quella di Fabrizio Santafede in San Domenico a Taranto, cfr. P.
Leone de Castris, Avvio a Francesco Curia disegnatore, cit., p. 24 nota 42; N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna
del Suffragio’, cit., pp. 60-62; per altre copie vedi P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., p. 28; A. Zezza, Marco Pino, cit., p. 274. Qualche spunto dal modello piniano è ravvisabile pure
nella modesta Circoncisione di un anonimo pittore provinciale della chiesa di San Biagio ad Ottati (Sa),
menzionata curiosamente come opera di Girolamo Imparato da A. Braca, La pittura fra XVI e XVII secolo in
una regione del Viceregno di Napoli: la Diocesi di Capaccio nel Principato Citra, in Cultura e Scienza tra 500 e 600
nel Principato Citra, a cura di C. Carlone e S. Ciceria, Salerno 1998, pp. 85-86; riprodotta in Dopo la polvere.
Rilevazione degli interventi di recupero post-sismico del patrimonio archeologico, architettonico ed artistico delle regioni
Campania e Basilicata. Provincia di Salerno, Roma 1994, IV, pp. 542-544.
389
Per una datazione a questi anni si esprime P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., p. 30 nota 33, 148.
390
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit., p. 159.
391
G. Previtali, La pittura del Cinquecento, cit., pp. 112-113.
392
Neg. N. 8947 Rix, Soprintendenza al Polo Museale di Napoli. La foto non consente l’identificazione
degli stemmi, che quasi certamente dovettero rappresentare l’arme della Contessa Sanseverino.
73
di queste “statuette”, quella del San Patrizio, fu menzionata da Gianstefano Remondini nel breve
profilo dedicato al santo vescovo nolano.393 La scelta dei santi disposti intorno al dipinto non fu
casuale: vennero rappresentati eroi della fede, perseguitati per aver sostenuto strenuamente il
cristianesimo (Bartolomeo, Lucrezia, Massimo, Felice) e i protettori della città (Paolino, Felice,
Patrizio), le cui reliquie erano conservate in loco.394 Una prova significativa della venerazione
accordata dai gesuiti ai santi locali, giunge da una lettera da me rintracciata nell’archivio
dell’ordine a Roma, in cui si apprende che l’Università di Nola aveva reclamato nel 1588 la
restituzione di reliquie (non specificate) date in consegna ai padri qualche tempo prima.395
Nel Noviziato gesuitico meridionale, come a Roma, la tematica del martirio dovette essere
profondamente sentita,396 soprattutto se si considera che proprio a Nola, negli ultimi decenni del
Cinquecento, si formarono molti religiosi che sarebbero stati protagonosti di importanti missioni.
Fra questi è il caso di rammentare il beato Pietro Paolo Navarro, missionario in Giappone dal
1585, arso vivo a Shimabara nel 1622 e il beato Carlo Spinola, martire nello stesso anno a
Nagasaki. Quest’ultimo fece il suo ingresso nella Compagnia di Gesù nel 1585, subito dopo la
diffusione della notizia giunta dall’India dell’eccidio nella penisola di Salsette (il 25 luglio del
1583), nel quale perì anche il regnicolo Rodolfo Acquaviva, fratello del celebre generale
dell’ordine, Claudio.397
La presenza di Felice, santo vescovo del III secolo, patrono della città assieme a san Paolino,
assume un valore peculiare nel probabile intento di richiamare un evento miracoloso raccontato
da tutte le fonti del luogo, come ad esempio la Nola Sagra di Carlo Guadagni, in cui si ricorda che
“nell’arrivo de’ padri a Nola suonarono tutte le campane in segno di universale letizia, e ‘l
medesimo sagro corpo di san Felice vescovo, che per l’adietro aveva scaturito manna solo nella sua
393
G. S. Remondini, Della nolana ecclesiastica storia, II, p. 602. Sulle vicende della chiesa successive alla
soppressione dell’ordine nel 1767 cfr. F. Iappelli, Gesuiti a Nola, cit., pp. 34-35; P. Iappelli, La chiesa del
Gesù, cit., pp. 44-45.
394
Su questi santi rimando a A. Ferraro, Del cemeterio nolano con le vite di alcuni Santi che vi furono sepeliti,
1644, edito a cura di C. Ebanista, Cicciano 1993; C. Guadagni, Nola Sagra, cit., pp. 157-167; G. S.
Remondini, Della nolana ecclesiastica storia, cit., I, pp. 144-153; II, pp. 356 e ss., 569-576, 602-607, 640 e ss.
La presenza di San Bartolomeo potrebbe essere un omaggio al rettore del collegio Bartolomeo Riccio. Su
Santa Lucrezia, martire spagnola durante la conquista dei musulmani del IX secolo, cfr. J. Fernández
Alonso, in Biblioteca Sanctorum, VIII, Roma 1966, col. 289.
395
A. R. S. I., Epistol. Gener., 1583-1588, 3, f. 312v. Al Padre Oratio Sabbatino rettore, 2 aprile 1588,
Habbiamo visto quanto v. r. ci scrive intorno alle sante reliquie che pretende rehavere cotesta università, et
il romore che fa et è per fare: ci pare che se li debbano restituire amorevolmente sì per avere qualche attione
sì per conservarse la pace et carità et anco l’affettione et amorevolezza della città che pur importa assai al
servitio de Dio, non mancarà occasione alla bontà divina di ricompensare cotesta chiesa d’altri simili tesori;
preghiamo questi santi che dovunque staranno si ricordino di noi appresso al comune Signore et si
ricordino di noi appresso al comune Signore et ci impetrino gratie d’imitarli per questo [omissis]. E la
successiva del 23 aprile, ancora diretta al padre Sabbatino: “Ci è piaciuto che li signori nolani siano restati
consolati con ritrovar le loro reliquie di questi santi con speranza che non per questo quelli benemeriti
santi mancheranno d’aiutar il collegio che si bene hanno mutato luogo qua giù da noi pure stanno sempre
nel cospetto de Dio [omissis].
396
A Roma è ben noto come i gesuiti nelle chiese di Santo Stefano Rotondo, di San Vitale, luoghi di
formazione dei giovani missionari dell’ordine, avessero fatto affrescare scene di martirio “terrificanti e
cruente”, “filologicamente puntuali e munite persino di «leggenda»”, da pittori quali Niccolò Circignani,
Matteo da Siena e Antonio Tempesta, Agostino Ciampelli, Tarquinio Ligustri. Cfr. F. Zeri, Pittura e
controriforma, cit., pp. 74-76; A. Vannugli, Gli affreschi di Antonio Tempesta a S. Stefano Rotondo e l’emblematica
nella cultura del Martirio presso la Compagnia di Gesù, in «Storia dell’arte», 48, 1983, pp. 101-116; F. Bologna,
L’incredulità del Caravaggio e l’esperienza delle «cose naturali», Torino 1992, ed. cons. ristampa 1993, p. 82; M.
Calì, La pittura del Cinquecento, cit., I, p. 223.
397
F. Iappelli, Gesuiti a Nola, cit., pp. 27-28. Su Rodolfo Acquaviva vedi P. Pirri, ad vocem Acquaviva
Rodolfo, in Dizionario Biografico degli Italiani, I, Roma 1960, pp. 183-184; F. Iappelli, Un centenario da
ricordare: Rodolfo Acquaviva, in «Societas», 32, 1983, pp. 85-90.
74
festa a’ 15 di novembre, in quel giorno la produsse in notabil abbondanza, con indubitato
presagio del frutto grande che doveano quelli produrre a beneficio dell’anime”.398
L’articolata composizione della cornice rende necessario ipotizzare la presenza, accanto al pittore,
di uno specialista di questi prodotti dal forte impatto devozionale, quasi mai considerati dagli
studi, e che invece si impongono per la loro complessità plastica ed iconografica. Come ho già
detto nelle pagine precedenti, è probabile che l’ideatore della carpenteria lignea di Nola sia da
identificare in Giovan Andrea Magliulo.
Ha inizio con la Circoncisione nolana un rapporto ventennale tra l’Imparato e l’ordine di
sant’Ignazio, destinato a durare fino agli ultimi anni del suo percorso, quando attese alla
realizzazione delle grandi tele per la chiesa partenopea del Gesù Nuovo.
4. MIRACOLI, MARTIRI, RELIQUIE, GLORIE: IL SOFFITTO E LA PERDUTA CONA
DELL’ALTARE MAGGIORE NELLA CHIESA NAPOLETANA DI SANTA MARIA
DONNAROMITA
Poco dopo la consegna della pala nolana, fra il 1587 e il 1590, l’Imparato partecipò
all’impegnativa impresa di decorazione del soffitto ligneo di Santa Maria Donnaromita [fig. 43],
ritrovandosi a collaborare con Giovan Andrea Magliulo e per la prima volta, stando alle fonti e ai
documenti, con l’ormai ‘naturalizzato’ Teodoro d’Errico.
Secondo la gran parte degli scrittori partenopei il monastero di Donnaromita ebbe origine
intorno all’anno 1300, con l’insediamento delle monache di Santa Maria del Perceio nel palazzo
confiscato, sin dai tempi di Carlo I d’Angiò, a Riccardo Filangieri (devoto di Manfredi).399 In
precedenza (dall’VIII secolo), le religiose, giunte da Costantinopoli sfuggendo alle persecuzioni
iconoclaste, avevano occupato ambienti annessi alla vicina diaconia di Sant’Andrea, nella
“regione di Nido”. Una versione differente sulla fondazione del complesso monastico è riportata
da una cronaca manoscritta del 1646, in cui si legge che il monastero di “Santa Maria Donna
Aromata” (“così da greci denominata, che nella nostra lingua vuol dire Santa Maria Signora
Potente”), ubicato a poca distanza, sarebbe già esistito nel V secolo e che solo nel 1476 fu
aggregato a quello, distinto, di Santa Maria del Perceio.400
L’attuale edificio ecclesiastico venne costruito dall’architetto Giovan Francesco di Palma,
plausibilmente negli anni 1540-1550;401 ma nuovi lavori interessarono la fabbrica sul finire del
secolo. Nella Cronica della Compagnia di Giesù dell’Araldo è tramandata la notizia dell’esecuzione
della “bella soffitta a timpiatura, organi et travo col Crocifisso” a partire dal 1586, su iniziativa
della badessa Delia Carafa, grazie al finanziamento della contessa di Briatico, Maria Bermudez de
Castro.402
La cronologia riportata dal gesuita conferma quanto già appurato dagli studiosi grazie ad una
preziosa testimonianza documentaria, il Libro dello abadessato dela signora donna Isabella Capece
abadessa del venerabile monasterio de Santa Maria donna romita di Napoli per tre anni videlicet 1587,
1588 et 1589, in cui furono registrati i pagamenti effettuati per la realizzazione del soffitto e della
398
C. Guadagni, Nola Sagra, cit., p. 214. L’episodio ricorre già in G. F. Araldo, Cronica della Compagnia, cit.,
p. 34; e poi ancora in A. Ferraro, Del cemeterio nolano, cit., p. 29; G. S. Remondini, Della nolana ecclesiastica
storia, cit., I, pp. 170-171.
399
Sulle origini di Santa Maria Donnaromita cfr. M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita e le superstiti
strutture conventuali, in «Napoli Nobilissima», XIV (n. s.), 1975, pp. 55-57 con rimandi bibliografici.
400
Fundatione del Monasterio di Santa Maria Donna Romita e di Santa Maria di Perceio, 1646, in Libro di
Patrimonio, ASN, Monasteri soppressi, 3984, cc. non numerate. Condivisibili dubbi sull’attendibilità delle
notizie riferite da questa fonte sono espressi da M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita, cit., pp. 55-56
401
M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita, cit., pp. 58-60.
402
G. F. Araldo, Cronica della Compagnia del Giesù, cit., pp. 260-261. Si veda pure F. Divenuto, Napoli Sacra
del XVI secolo. Repertorio delle fabbriche religiose, cit., p. 192.
75
cona sull’altare maggiore.403 Dal documento si ottiene uno spaccato particolareggiato
sull’organizzazione del cantiere, di cui è possibile precisare le singole spettanze. Ad un primo
esame ci si accorge del forte divario dei compensi, maggiori per gli intagliatori e per i doratori,
nettamente inferiori per gli autori delle parti dipinte; infatti, se 356 ducati furono spesi
nell’acquisto delle “tavole de chiuppo” e quelle de “teglia”, ben 439 ne occorsero per pagare gli
intagliatori Nunzio Ferraro, Giovan Battista Vigilante, un certo “mastro Francesco” e 457 per
“mastro Marino battitor de oro”;404 a Girolamo Imparato, invece, andarono 160 ducati per “la
pittura de otto quatri dela detta intempiatura” e una cifra analoga “per fattura de la cona dela
chiesa et deli quatri de meczo et anco al sgabello”; mentre a Teodoro d’Errico furono pagati solo
150 ducati per “li tre quatri grandi in meczo dela intempiatura”. All’impresa parteciparono anche
personalità sconosciute, quali un tal “Pomponio pittore”, che ricevette la ragguardevole somma di
246 ducati “per fattura de la pittura [...] alle strade” e “deli campi fatti nella detta intempiatura
cornici friso et anco pittura fatta nel cornicione”; un certo “Alexandro pittore” il quale percepì 24
ducati per aver “lavorato sopra le colonne dela cona et tutti li cornici et frisi di essa” e “Joanne
Gralovo” che ne ottenne 97 per “le storiette da dentro ovate intorno ad tutti li quatri n. 8 et alli
altri tre quatri grandi et intempiatura con le figurette piccole”. Infine, 250 ducati vennero riscossi
da Giovan Andrea Magliulo “per tutti li disegni [...] et per le sue fatiche de detta intempiatura”.405
Dal documento si evince chiaramente che quest’ultimo fu il progettista della struttura lignea,
contraddistinta da un ricco apparato ornamentale, dipinto e scolpito. Ma chi era Giovan Andrea
Magliulo? Si tratta di una personalità ancora poco nota agli studi che però dovette giocare un
ruolo da protagonista nell’ambiente partenopeo degli ultimi decenni del XVI secolo. Il Magliulo
fu un artista poliedrico, impegnato non solo nella progettazione di soffitti lignei e di opere in
marmo,406 come si è visto, ma fu anche incisore407 e argentiere. Da una serie di inedite polizze di
banco sappiamo che il maestro con una certa continuità, tra il 1567 e il 1585, lavorò a Napoli
come argentiere, spesso in collaborazione con orafi locali quali Prospero Festinese, Giovan
Domenico Buonacquisto, Marco Cioffi e Giulio Delicato; i documenti riguardano
prevalentemente la realizzazione di oggetti preziosi, richiesti quasi sempre da illustri esponenti
dell’aristocrazia cittadina.408
403
M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita, cit., pp. 68-69 nota 59. Per la trascrizione completa del
documento cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., doc. n. 8 pp. 159-160 e Regesto documentario, doc. n. 13.
404
Su Nunzio Ferraro e Giovan Battista Vigilante cfr. G. Toscano, La bottega di Benvenuto Tortelli, cit., p.
264; F. Capobianco, ad vocem Ferraro Nunzio, in Allegemeines Künstler lexikon Die Bildenden Künstler aller
Zeiten und Völker, XXXIX, Lepzig 2003, pp. 12-13. Per Marino Bonocore si veda C. Vargas, Teodoro d’Errico,
cit., p. 25.
405
Altri 12 ducati furono spesi per pagare i quattro “appreczatori” che valutarono i lavori del soffitto. Cfr.
Regesto documentario, doc. n. 13.
406
Oltre al portale in marmo di San Gregorio Armeno (vedi paragrafo 1 di questo capitolo) e all’altare
nell’Oratorio dei Bianchi allo Spirito Santo (cfr. paragrafo 2), il Magliulo disegnò nel 1590 le decorazioni
marmoree della cappella del Marchese di Grottole nella chiesa dell’Annunziata, realizzate dagli scultori
Fabrizio de Guido e Andrea Sarti (ASN, BA, Citarella e Rinaldo, 105).
407
La sua attività di incisore è ricordata già da C. Tutini, De’ pittori, scultori, architetti miniatori et ricamatori,
cit. p. 131 (“Vi furono anche il Magliulo e l’Auria scultori non ordinari, sicome anche furono argentieri
cesellatori et intagliatori di rame molto singolari, tutti napoletani”). Su Magliulo incisore cfr. G. K. Nagler,
Die Monogrammisten, Leipzig 1858, ed. cons. 1966, I, pp. 267, 389-390, III, pp. 56, 789, IV, p. 38; U.
Thieme-F. Becker, Allgemeines lexicon, cit., XXIII, 1929, p. 558; Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli
incisori italiani dall’XI al XX secolo, VII, Torino 1975, p. 102. Si veda inoltre la bibliografia citata nelle
pagine successive.
408
I pagamenti sono tratti ancora una volta dal fondo Banchieri Antichi dell’Archivio di Stato di Napoli. 15
marzo 1567: Giovan Andrea Magliulo riceve 4 ducati da Galeazzo Beltrano e “per lui a Marco Ciuffo
orefice”; 15 marzo 1567: 3,5 ducati da Camillo Pagano “per tante opere da lui ricevute e per lui a Giovan
Domenico Bon’Acquisto”; 11 aprile 1567: 6 ducati da Michele d’Afflitto “a bon conto per una collana che
l’ha da fare” e 6 ducati per “saldo e final pagamento di tanto argento che ha posto d’una saliera” (ASN, BA,
Pallavicino e Spinola, 39); 22 ottobre 1567: 16 ducati dal “magnifico Prospero Vittagliano... a compimento
della fattura e valuta de ventidue onze e un quarto d’argento poste in uno calice con sottocoppe e patena da
lui lavorato a cesello sul piede con Gesù Cristo... e la sottocoppa con li quattro Evangelisti e cherubini con
altri lavori a festoni e cherubini eccetto nel pomo di mezo, nel quale a spese di detto magnifico Prospero ha
76
Inoltre, nel 1575 il Magliulo ricoprì la carica di “regio mastro de cugno”; nel documento della
Camera Esecutoriale che lo nomina incisore della Zecca napoletana viene considerato il migliore
artista del “Reame” nella scultura a cera perduta.409 Dovette raggiungere una discreta fama se,
come non è stato mai rilevato, Giulio Cesare Capaccio gli indirizzò una lettera, pubblicata nel suo
Secretario,410 e se fu ricordato assieme a Scipione Fontana dal De Pietri, dal Tutini e dall’abate
Pacichelli tra i più “insigni” maestri “nel gettito e limatura di argento e oro” del Regno di
Napoli.411
Carmela Vargas ha osservato che il soffitto di Donnaromita [fig. 43] pur avendo una struttura
assai simile a quella di San Gregorio Armeno, rispetto al quale però risulta di dimensioni
nettamente minori, presenta un’organizzazione “in cui tutti più squadrati e lineari risultano i
partiti decorativi; [...] meno ricca è l’articolazione generale, meno profondo il gioco degli incastri,
più rettilineo quello delle cornici laterali minori e più slegati i diversi elementi dell’intaglio”412.
Un risultato semplificato dunque, in cui manca quel rapporto paritetico fra parti scolpite e
dipinte, uno dei caratteri salienti della ricca “intempiatura” di San Gregorio Armeno.413
posto quattro incastri d’oro con quattro gioie cioè smeraldo rubino diamante e zaffiro, quale argento non
havendo lo detto magnifico Prospero voluto far mancare, dissero glie li promette con giuramento e
obbligazione bonorum in ogni futuro tempo farglielo bono” (Pallavicino e Spinola, 40); 19 gennaio 1573:
15 ducati da Ascanio Molignano “in conto de maggior summa... et sono per lo collaro d’oro che have da
fare e per detto Giovan Andrea Magliolo a Giulio Delicato”; 31 marzo 1573: 10 ducati da Giovan Battista
Spinola “per conto de una opera che ha da fare per la signora Delia Sanseverina e per lui a Minico Cacace”
(Ravaschieri e Spinola, 52); 8 giugno 1573: 39 ducati da Giovan Battista Spinola “per complimento e finale
pagamento dell’oro e fattura di una collana di oro con uno tosone che ha fato per servitio della signora
Delia Sanseverina... e per lui a marco de Cioffo orefice”; 15 maggio 1573: 3,5 ducati da Prospero Festinese
“a compimento de 15... per guarnire doi matre perle... e per l’argento per farne doi sallere” richieste da
Donna Virginia Orsini, (Ravaschieri e Spinola, 53); 14 luglio 1584: 6 ducati da Vincenzo Santillo “in conto
della fattura della custodia che fa alla magnifica Costanza del Carretto Doria... e per lui a Matteo Todesco”
(Olgiatti, 84); 24 agosto 1585: 100 ducati dal “magnifico Santolo Sagesi... a compimento de ducati 160 e
sono per lo prezzo de l’argento di cinque sigilli che ha da complire”, (Grimaldi, 168). Un altro documento
che attesta la sua attività di argentiere nel 1603 è in G. Filangieri, Documenti, cit., V, p. 207; C. Vargas,
Teodoro d’Errico, cit., pp. 37, 75 nota 44. Sugli orafi Prospero Festinese e Giovan Domenico Buonacquisto
vedi E. Catello, C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1973, pp. 60, 126, 184 nota 8.
409
La notizia, sinora sfuggita, è tratta da A. G. Sambon, Incisori dei conii della moneta napoletana, in «Rivista
Italiana di Numismatica», 1893, pp. 80-81. L’autore definisce i lavori del Magliulo opera di “gran pregio,
per energia e larghezza di disegno, per maestrevole precisione d’arte, e sono prova, certo evidente, d’insigne
artista”. In qualità di “regio mastro de cugno” il Magliulo ricevette tre pagamenti da Colantonio Festinese il
10 febbraio, il 20 giugno e il 17 settembre del 1575 in “virtù del suo offitio”, ASN, BA, Ravaschieri, voll.
58, 59.
410
G. Cesare Capaccio, Il Secretario, cit. (ed. Venezia 1607), pp. 268-269. La lettera in questione è un
considerevole esempio di collaborazione fra l’erudito cilentano e il Magliulo per l’esecuzione di una
composizione allegorica, evidentemente un’incisione, in onore di Giovan Battista Crispo, “eletto della
fedelissima città di Napoli”, a cui risulta dedicata la quinta edizione del Secretario. Riporto di seguito l’intero
testo della lettera:“Al Maglioli. Tarde sono state le vostre lettere; ma per brevità che c’è concessa, fate in
mezzo all’apparato un Sebeto coricato in un pilastro, che versi l’urna sotto un braccio, e con l’altro tenga il
corno di Dovitia con questo motto, Si placeo tuum est. È tolto da Horatio. E poi che sopra la porta faceste
quel fulmine in terra per dinotar che ’l Duca vedendo tanto applauso ha lasciato lo sdegno, scrivete nel
cornicione questo verso, Iuppiter ardentes ponit in limine flammas. Quei capi di leone e di cane a notar la
vigilanza, sono buoni, per che si prendono dall’antico degli Egitii. Tutto il resto sommamente lodo, come
opra del suo bell’ingegno, e già conosce il mondo che siete valenthuomo. Giungete una cosa di più per
amor mio. Fate honore al signor Crispo per che ’l merita. Nell’ultima porta ponete un cartoccio e scrivetevi,
Crispat dum Zephirus undas, che darà ad intendere le cose secondo del suo governo. E me vi raccomando”.
411
F. De Pietri, Dell’Historia Napoletana, cit., p. 69 (“E fra gli statuarii d’oro, e d’argento Scipione Fontana e
Giovan Andrea Magliolo”); G. B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, cit., I, p. 65 (“nel gettito e
limatura di argento e oro, sono stat’insigni Scipione Fontana e Gio: Andrea Migliori”). Sul Tutini vedi nota
136.
412
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 113-116.
413
Ivi, pp. 33-38.
77
L’Imparato a Donnaromita ebbe un ruolo primario, certo non inferiore a quello di Teodoro
d’Errico, considerato che per gli otto riquadri da lui dipinti ricevette un compenso maggiore e
ottenne, per di più, l’incarico per l’esecuzione dell’ancona collocata sull’altare maggiore. In
assenza di documenti non è facile precisare i caratteri del sodalizio artistico fra questi maestri,
attivi in diversi contesti partenopei nel decennio 1580-90. Tuttavia, nell’esecuzione
dell’intempiatura di Santa Maria Donnaromita Giovan Andrea Magliulo svolse una funzione ben
più importante rispetto a quella dei pittori. Forte ormai dell’esperienza quasi conclusa di San
Gregorio Armeno, il Magliulo dovette provvedere, oltre che al progetto della struttura, anche al
coordinamento delle singole maestranze, ma soprattutto all’ideazione del ricco apparato
manieristico di elementi ornamentali scolpiti e persino dipinti, come diremo.
L’iconografia del soffitto non è stata finora adeguatamente valutata: se la lettura dei riquadri
maggiori, la Gloria della Vergine [fig. 44], l’Incontro tra san Benedetto ed Atchis [fig. 45] e la
Decollazione del Battista [fig. 46], è risultata di agevole comprensione agli studiosi, non sono
mancati errori nell’interpretazione di quanto è rappresentato in quelli minori. Ad un’attenta
considerazione ci si accorgerà che il programma iconografico segue criteri non molto diversi da
quelli caratterizzanti il soffitto di San Gregorio Armeno, una sorta di “elenco figurato” delle
reliquie possedute dalla chiesa, al punto che si è potuto felicemente definire “soffittoreliquiario”.414 Nei dipinti di Donnaromita è manifesto l’intento di celebrare la Vergine,
dedicataria della chiesa, e alcuni santi le cui reliquie si veneravano nel sacro edificio, o che in
qualche modo ad esso erano collegati.
Partendo dall’ingresso, le prime scene sono dedicate a San Benedetto: l’incontro tra il santo ed
Atchis nello scomparto maggiore [fig. 45], il miracolo del setaccio [fig. 49] e il santo fra i rovi [fig. 50]
in quelli laterali. Il risalto dato al santo di Norcia esprime la volontà di indicare da subito
all’osservatore l’identità specifica del monastero, passato dalla regola cistercense a quella
benedettina sin dal 1492.415 Al lato opposto, la Decollazione del Battista [fig. 46] e i due episodi
minori del San Giovanni in meditazione [fig. 51] e dell’incontro fra il santo e Cristo [fig. 53] rinviano
invece alla profonda devozione di cui erano oggetto in Donnaromita alcuni importanti reperti del
Precursore: una “costa” (ossia, una costola), “de suoi capelli” e, soprattutto, una preziosa ampolla
col sangue, posseduto in parte anche dalle monache di San Gregorio Armeno, che lo avevano
ricevuto dalle benedettine di Sant’Arcangelo a Baiano, forzatamente accolte nella loro comunità
dopo la soppressione del monastero avvenuta nel 1577.416
Il sangue del Battista di Sant’Arcangelo, sin dal 1554, mostrava le sue virtù prodigiose
liquefacendosi nella ricorrenza liturgica della Decollazione. All’indomani del suo trasferimento
nella chiesa di San Gregorio, il clamore ed il fervore religioso assunsero dimensioni tali da
provocare un’accesa competizione volta a rivendicarne la custodia. Si aprì, allora, una fase di
contrattazione alquanto delicata per il controllo del culto, che ebbe tra le sue conseguenze anche
quella di dar luogo a una serie di inchieste da parte della curia napoletana. Si accertò così che il
miracolo della liquefazione avveniva non solo a San Gregorio Armeno ma anche a Donnaromita.
Qui, infatti, il prodigio si verificò una prima volta nel 1578, poi ancora nel 1580 e nel 1581 alla
presenza, in quest’ultima occasione, dei principi di Sulmona, della marchesa d’Arena, della
contessa di Briatico e dei padri della Compagnia di Gesù, i quali raccolsero le prove necessarie
perché fosse verificata l’attendibilità del miracolo. Intanto nel 1580 i gentiluomini del Seggio di
414
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 28-80; Eadem, Il soffitto-reliquiario di San Gregorio Armeno di Napoli:
problemi di iconografia controriformata, in Vita e miracoli di S. Gregorio Arcivescovo e Primate d’Armenia del P. M. F.
Domenico Gravina, Napoli 1630 (1655), ristampa e commento critico a cura di C. Vargas, Napoli 1989, pp. 728; Eadem, Il soffitto-reliquiario di San Gregorio Armeno, in Modelli di lettura iconografica. Il panorama meridionale,
a cura di M. A. Pavone, Napoli 1999, pp. 97-112.
415
M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita, cit., p. 56. Similmente a San Gregorio armeno le scene di San
Benedetto alludono al passaggio delle suore di quel convento dalla regola basiliana a quella benedettina.
Cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 59.
416
Si veda E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit., pp. 150-153, con rinvii bibliografici. Sulla
provenienza del sangue del Battista di Donnaromita cfr. le pagine successive. Anche in questo caso la scelta
di far raffigurare episodi del Battista trova il suo precedente nell’intempiatura di San Gregorio Armeno.
Cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 59-64.
78
Montagna, a cui appartenevano le monache del soppresso monastero di Sant’Arcangelo, avevano
fatto ricorso alla Santa Sede con lo scopo di ottenere la restituzione della reliquia, reclamandone
il passaggio da San Gregorio Armeno a San Potito, monastero controllato dal loro seggio. Nel
1581 la curia arcivescovile istituì un processo per l’accertamento del titolo di proprietà della
reliquia. L’inchiesta si concluse con la definitiva assegnazione del sangue del Battista al monastero
di San Gregorio Armeno, sentenza che fu sancita con breve pontificio di Gregorio XIII il 26
febbraio 1581.417 Non è chiara la posizione assunta dalle autorità religiose nei confronti della
reliquia di Donnaromita, ma è possibile che ne fossero pacificamente riconosciute sia
l’appartenenza alla chiesa che l’autenticità della liquefazione. Nella cronaca manoscritta sulla
fondazione di Donnaromita è rivendicata al monastero la proprietà delle reliquie del Battista sin
dai tempi più antichi: a proposito delle religiose di Santa Maria del Perceio si dice che
“condussero con loro quelle antiche monache che vennero da Costantinopoli molte preziose
reliquie, cioè una spina della corona di Cristo, del legno della Santa Croce, del latte della
Santissima Vergine, una costa di san Giovanni Battista, e dei suoi capelli, una ampollina del
sangue di detto santo Precursore, il quale a differenza di quello che si serba in altre chiese di
Napoli con istupore de’ fedeli quante volte si dice la messa del detto santo si liquefà”.418
L’anonimo estensore della cronaca, sebbene a distanza di tempo, nel riconoscere un carattere
speciale al sangue conservato in Donnaromita, sembra restituirci una traccia di quel clima di
competizione e di concorrenza insorto fra le diverse comunità monastiche che se ne contesero il
culto.419 È difficile allora non scorgere nella rappresentazione delle scene di San Giovanni - in
risposta all’analoga scelta iconografica operata dalle benedettine di San Gregorio pochi anni
prima - la volontà esplicita di ostentare orgogliosamente l’appartenenza alla propria sede della
tanto venerata reliquia, capace di esercitare un potente richiamo religioso in città.420
Passando al settore centrale, in uno dei riquadri minori figura l’iconografia, desunta dalla Legenda
Aurea di Jacopo da Varazze, dell’Annunciazione della morte della Vergine [fig. 55]: l’angelo infatti reca
alla Madonna la “palma del Paradiso”.421 La presenza dell’inconsueto episodio risponde forse
all’esigenza di creare un momento narrativo immediatamente precedente a quello dello
scomparto principale del soffitto, in cui la Vergine Immacolata col Bambino [fig. 44], assunta in
cielo, viene incoronata dagli angeli alla presenza dell’Eterno Padre. Anche in questo caso è
possibile stabilire un nesso con il culto delle reliquie, infatti, oltre al su menzionato “latte della
Santissima Vergine”, le benedettine vantavano il possesso di due “cinte” (ossia, cintole) della
417
Su questi episodi, richiamati anche da C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 60-64, cfr. E. Novi Chavarria,
Monache e gentildonne, cit., pp. 150-152.
418
Fundatione del Monasterio, cit.. Per il D’Engenio (Napoli Sacra, cit., pp. 303-304) il sangue di san Giovanni
era stato donato alla chiesa di Donnaromita da Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo I. Altri autori invece
sostennero che la reliquia pervenne alle monache con l’ingresso nel 1577 di una parte delle benedettine di
Sant’Arcangelo a Baiano: C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra del D’Engenio, cit., III, c. 34r; R. M. Zito,
Sopra il sangue di S. Giovanni Battista nella insigne Chiesa di S. Gregorio Armeno. Considerazioni, Napoli 1858, pp.
6-7; G. B. Alfano, A. Amitrano, Notizie storiche ed osservazioni sulle reliquie di sangue dei martiri, dei santi
confessori ed asceti che si conservano in Italia e particolarmente a Napoli, Napoli 1951, pp. 69-74.
419
Queste stesse peculiarità del sangue del Battista di Donnaromita registrò, in maniera più dettagliata,
anche C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 304: “Vedesi in questa chiesa l’ampolla di cristallo col sangue del
martire san Giovanni Battista, il qual sangue opera molto più di quello stesso miracolo di cui si è favellato,
e favellerà nella chiesa di San Giovanni a Carbonara e di San Gregorio, percioché tutte volte che s’incontra
con la costa dello stesso santo, diviene con istupore non solo de’ riguardanti, ma anche con maraviglia et
vergogna della stessa natura, liquidissimo, e poscia s’assoda, sì come del sangue di san Gianuario col suo
capo si è detto”. Quanto scritto dal D’Engenio fu ripreso da G. C. Capaccio, Il forastiero, cit., p. 990. Il
passo del Capaccio è citato da G. Galasso, La festa, in G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica
del Mezzogiorno d’Italia, Napoli 1982, ed. cons. Lecce 1997, p. 161
420
Sulla ritualità e la simbologia del sangue del Battista, che “ricalcava in maniera pressoché analoga il
rituale del ben più famoso ed antico prodigio di S. Gennaro” (E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit.,
p. 151), cfr. J. M. Sallmann, Santi barocchi. Modelli di santità, pratiche devozionale e comportamenti religiosi nel
regno di Napoli dal 1540 al 1750, Lecce 1996, pp. 427-432; G. Galasso, La festa, in L’altra Europa, cit., pp.
146-147.
421
Iacopo da Varazze, Legenda Aurea, a cura di A. Levasti, Firenze 2000, II, p. 94.
79
Madonna, donate al monastero di Santa Maria del Perceio nel 1241 da “Balduino Imperatore di
Costantinopoli”.422
Le rimanenti tre scene sono state quasi sempre classificate come miracoli mariani; eppure ad un
attento esame noteremo che questi scomparti, pur essendo accomunati dall’apparizione della
Madonna col Bambino, rappresentano fatti della vita dei santi Giuliana e Massimo [figg. 56-58].
La presenza congiunta di episodi riguardanti i due martiri risponde all’intenzione di richiamare
un evento assai rilevante della storia più antica di Donnaromita, la traslazione ivi compiuta nel
1207 delle reliquie di santa Giuliana. Seguiamo l’evento attraverso il racconto del D’Engenio: “In
questo monasterio si serba il corpo di santa Giuliana vergine martire (benché a monache sia
incognito il proprio luogo dov’ella giace) la qual nacque in Nicodemia, città dell’Asia minore, da
nobilissimi parenti, il padre si domandò Africano; ricusando questa santa di casarsi con Eulasio
[...] dopo varii e molti tormenti che patì per la fede di Cristo, fu dal detto prefetto fatta decapitare
sotto la persecutione di Massimiliano imperatore [...] il cui corpo poco dopo fu trasferito all’antica
e famosa città di Cuma da Sofia matrona romana, la qual, havendol preso da Nicodemia per
condurlo alla sua patria e portandolo nella sua nave, fu quella per voler d’Iddio dal vento
trasportata verso Cuma e nella cattedral chiesa dedicata a San Massimo levita e martire con debita
veneratione collocò; essendo poscia quella città da’ napoletani destrutta, come si è detto, il corpo
della santa vergine nel 1207 con quello di san Massimo fu trasferita in Napoli d’ordine
d’Anselmo arcivescovo di Napoli [...] facendone grandissima instanza Bienna badessa di Santa
Maria Donna Romita, la qual haveva grandissima divotione e desiderio d’haver il corpo di questa
santa vergine, perciò l’arcivescovo predetto vi mandò Leone vescovo di Cuma, gli abbati di San
Pietro ad Ara, di Santa Maria di Piedigrotta e di Santa Maria a Cappella, con altri religiosi e
huomini di buona vita, i quali giunti alla disfatta città e entrati nella chiesa di San Massimo fra
poco tempo sotto due altari ritrovarono il corpo di santa Giuliana e di san Massimo, li quali
furono da essi presi e con hinni e canti portati in Napoli, e nella chiesa di Santa Maria di
Piedigrotta per all’hora li collocarono, il che essendo inteso da detta badessa con le sue monache e
altre signore e cavalieri napolitani n’andò a venerarle, e quivi si trattennero tutta la notte in
oratione. Il dì seguente furono portate nella chiesa di San Nicola presso le mura di Napoli, e
Castello dell’Ovo, dove poi n’andò l’arcivescovo Anselmo accompagnato da canonici, dal clero,
da religiosi e da altri signori napolitani portando rami d’olive in mano in segno d’allegrezza e così,
con giubilo e bella processione e festa, li condussero in Napoli collocando l’arcivescovo con le sue
mani le reliquie di santa Giuliana in chiesa, ove sin oggi si serbano, e con la medema solennità
portando quelle di san Massimo nell’Arcivescoval chiesa, che poi furono trasferite nel Soccorpo e
nell’altar a destra di quello dove sta il corpo di san Gianuario furono collocate”.423
Nel primo dei tre pannelli compare la raffigurazione di Santa Giuliana in carcere tentata dal demonio
[fig. 56]. L’episodio è raccontato con dovizia di particolari nella Legenda Aurea: Giuliana dopo aver
rifiutato di convolare a nozze con il prefetto Eulasio fu da questi rinchiusa in una prigione “e ’l
diavolo venne a lei in figura d’agnolo e sì le disse: «Giuliana, io sono l’agnolo di Dio che m’ha
mandato a te, perch’io ti debba ammonire che tu faccia sacrificio a li dèi, acciò che tu non sia
tanto tormentata e che tu non muoia così malamente». Allora Giuliana cominciò a piagnere, e
fece orazione a Domenedio e disse: «Signore mio Iddio, non mi lasciare perire, ma dimostrami chi
è questi che mi conforta di cotali cose». E vennele la boce da cielo ch’ella il prendesse e
costringesselo a confessare chi elli fosse. E quella domandò chi elli fosse, e quelli disse ch’era il
demonio e che ’l suo padre l’avea mandato per ingannarla. Al quale disse Giuliana: «E chi è il
422
Fundatione del Monasterio, cit., “et altre reliquie che in un reliquiario si custodiscono, serbansi di questo
monastero del chiodo della croce di Cristo, e due cinte della beatissima Vergine, quali reliquie furono
donate a questo monistero nel 1241 da Balduino Imperatore di Costantinopoli (e cioè Balduino II)”. Sulle
reliquie di Donnaromita cfr. pure M. De Masellis, Dell’iconologia della Madre di Dio Maria Vergine, Napoli
1654, pp. 371-372.
423
C. D’Engenio Caracciolo, Napoli Sacra, cit., pp. 302-303. L’evento è ricordato anche da altre autorevoli
fonti quali B. Chioccarello, Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus ab Apostolorum temporibus
ad hanc usque nostram aetatem, Napoli 1643, pp. 144-145; A. Caracciolo, De Sacris Ecclesiae Neapolitanae
Monumentis, Napoli 1645, pp. 173-174; C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra dell’Engenio, cit., II, cc. 433r436v; A. S. Mazochio, De Sanctorum neapolitanae ecclesiae episcoporum cultu dissertatio, Napoli 1753, pp. 55-56.
80
padre tuo?» e quelli rispuose: «Il mio padre sì è Belzabub che ci manda a fare tutti i mali, e fanne
battere gravemente per quante volte noi siamo vinti da’ cristiani; e però so io bene che male ci
venni a mio uopo, perch’io non t’ho potuto vincere». E infra l’altre cose che manifestòe, sì disse
che allora massimamente si dilungava da’ cristiani quando si facea il misterio del corpo di Cristo e
quando si facevano l’orazioni e le prediche. Allora Giuliana gli legòe le mani di dietro e,
gittandolo in terra, sì ’l batté durissimamente con la catena con la quale ella era legata, e ’l diavolo
gridando sì la pregava e diceva: «Madonna mia Giuliana, abbi misericordia di me».424
Il secondo riquadro [fig. 57] inscena un episodio leggendario di rarissima iconografia che salda le
vicende della santa a quelle di san Massimo: quindici anni dopo la sua morte, Massimo sarebbe
apparso in sogno a Giuliana425, e avrebbe richiesto la traslazione dei suoi resti dal luogo della
primitiva sepoltura, sulla Via Caballaria o Cavallina, a cui allude il cavallo in corsa, alla basilica a
lui dedicata, diventata in seguito la cattedrale di Cuma. La terza ed ultima scena dovrebbe
raffigurare San Massimo gettato in una fornace, uno dei numerosi supplizi patiti dal santo prima
della decapitazione [fig. 58].426
Il tema del martirio, similmente al soffitto di San Gregorio, pervade il denso programma
iconografico.427 A tal proposito non va trascurato che intorno agli scomparti principali realizzati
dall’Hendricksz sono effigiati, all’interno di nicchie dipinte, decine di martiri a mezzo busto
dovuti allo sconosciuto Giovanni Gralovo [figg. 44-46];428 sulle quattro fasce laterali che recingono
l’intempiatura, fra le coppie di mensole alternate alle tabelle con i paesaggi, compaiono alcuni
residui busti lignei di sante martiri (Agata, Caterina, Lucia Agnese, Anastasia, Cecilia, ecc.).429
Inoltre nella scena principale [fig. 44], al di sopra della curiosa macchina volante che trasporta la
Vergine col Bambino, gli angeli volteggianti reggono palme e corone d’alloro che simbolizzano il
martirio.
Come a San Gregorio Armeno la committenza volle affidare alla decorazione pittorica del soffitto
la funzione di rappresentare idealmente la storia del monastero, attraverso la raffigurazione di
miracoli e martirii di santi le cui reliquie, acquisite da vari secoli, erano oggetto di venerazione nel
sacro edificio. L’intempiatura istoriata divenne così non solo uno strumento devozionale teso ad
illustrare didatticamente, con mentalità controriformata, il valore dei santi, ma anche un efficace
mezzo autocelebrativo, grazie all’esibizione trionfalistica dell’antichità e del prestigio della
comunità monastica.430 Donnaromita, soggetta al controllo del Seggio di Nido, ospitava monache
provenienti da casate di antico lignaggio (Galluccio, Sersale) che avevano però subito un processo
di relativo declassamento.431 Il soffitto dunque, per le sue profonde e articolate connotazioni
simboliche, non diversamente da quello della vicina chiesa di San Gregorio Armeno, è da
considerare una della principali espressioni della religiosità post-tridentina a Napoli.
È difficile precisare quale sia stata la fonte seguita dall’Imparato per le rare iconografie di santa
Giuliana; forse l’artista prese spunto da alcune pitture visibili in un’antica cappella dedicata alla
424
I. da Varazze, Legenda Aurea, cit., I, p. 178. Su tale iconografia cfr. L. Réau, Iconographie de l’art chrétien,
cit., III, II, pp. 772-773; J. M. Sauget, ad vocem Giuliana, santa martire di Nicodemia, in Biblioteca Sanctorum,
VI, Roma 1965, coll. 1175-1178.
425
L’episodio si collega a santa Giuliana asceta di Cuma, che è soltanto uno sdoppiamento della santa di
Nicodemia. Su tali confusioni cfr. J. M. Sauget, ad vocem Giuliana, santa martire di Nicodemia, cit., coll.
1175-1178; D. Ambrasi, ad vocem Massimo, santo martire di Apamea, in Bibliotheca Sanctorum, IX, Roma
1967, coll. 37-39. La leggenda è riportata nelle stesse fonti citate precedentemente e da G. Cesare Capaccio,
Neapolitanae Historiae, Napoli 1607, pp. 671-673.
426
G. C. Capaccio, Neapolitanae Historiae, cit., p. 673.
427
C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., in particolare pp. 60-67.
428
Vedi Regesto documentario, doc. n. 13.
429
La gran parte di queste sculture risultano asportate; l’identificazione è agevolata dalla scritta che le
accompagna nella tabella superiore, non sempre decifrabile.
430
I concetti da me sinteticamente accennati, in relazione al soffitto di San Gregorio Armeno, sono
ampiamente trattati da C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 57-67; Eadem, Il soffitto-reliquiario di San Gregorio
Armeno di Napoli, cit., pp. 7-28. Sull’equivalenza antichità-nobiltà, tra gli aspetti più specifici della mentalità
controriformata, vedi G. Previtali, La fortuna dei primitivi, Torino 1964, pp. 43-46; F. Bologna, Dalle arti
minori all’industrial design. Storia di un’ideologia, Bari 1972, pp. 80-82; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 60.
431
E. Novi Chavarria, Monache e gentildonne, cit., p. 46.
81
martire, sita nelle immediate vicinanze del Seggio di Nido, viste da Giulio Cesare Capaccio in
tenera età (“Dum ipse puer ibi litteris operam darem, parvam aedem recolo, in qua Divae Iulianae
historia depicta erat”)432 e ricordate anche dal D’Engenio.433 In alternativa, il pittore poté attingere
liberamente sia alla summenzionata Legenda Aurea che a un racconto simile a quello pubblicato
nel 1592 dal maggior agiografo vicereale del tempo, monsignor Paolo Regio, vescovo di Vico
Equense.434
Gli otto scomparti minori, mai menzionati dalle fonti,435 furono restituiti all’Imparato da
Giovanni Previtali che, ancor prima del ritrovamento del documento più volte menzionato, intuì
l’intervento del napoletano accanto a Teodoro D’Errico.436 Lo studioso però, seguito dalla Vargas,
riferiva alla “bottega” del maestro olandese anche le coppie di angeli fiancheggianti le storie, gli
“elementi pittorici più rilevanti dell’insieme, per impatto visivo e per raffinatezza”.437 Viceversa è
indubbio che queste figure spettino all’Imparato: non credo infatti sia verosimile che al pittore
possa essere stata affidata la sola realizzazione delle scene interne dei riquadri. Per abbandonare
qualsiasi dubbio sulla loro paternità, basterà costatare la somiglianza del Battista in meditazione con
l’angelo posto alla sua sinistra [fig. 51], per accorgersi dell’assoluta identità di mano dei due volti,
ripetuti in scala diversa e contraddistinti dal medesimo languore malinconico, tipico di Girolamo
Imparato. Anche il modo di dipingere il delicato nastro che corre lungo le corpose anatomie,
mostra assoluta affinità esecutiva con le stoffe leggere e svolazzanti che si osservano negli episodi
agiografici.
I putti coi festoni rielaborano un modello illustre, gli angeli che fiancheggiano l’Isaia di Raffaello
nella chiesa di Sant’Agostino a Roma [fig. 59], un celebre affresco forse noto al pittore;438 tuttavia
è possibile che queste parti del soffitto siano state eseguite su disegno di Giovan Andrea Magliulo.
La prova sembra giungere da un’incisione siglata dal maestro (IO. A. M.), contenuta nel
Commentarius in rubricam et legem de constitutionibus Principum di Carlo Tapia, pubblicato a Napoli
presso Orazio Salvini nel 1586 [fig. 60],439 uno dei pochi esempi conosciuti in cui compare la
432
G. C. Capaccio, Neapolitanae Historiae, cit., p. 670. Sull’antica cappella di Santa Giuliana cfr. F. Ceva
Grimaldi, Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857, p. 60.
433
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 303, scrive: “Le monache di questo luogo (si pur non fu la stessa
Bienna) in progresso di tempo in memoria di santa Giuliana fabricarono un’altra chiesa appresso la loro,
dove gli anni a dietro si vedeva in pittura la vita, passione e miracoli di quella santa, la qual chiesa fu poi
disfatta e fatta habitatione di secolari da Antonio Castaldo, et è quella stessa che sta attaccata al Seggio di
Nido e la chiesa dell’Apostolo Sant’Andrea”. Le pitture sono menzionate anche dalla cronaca manoscritta
di Donnaromita (Fundatione del monasterio, cit.).
434
P. Regio, Delle opere spirituali, Napoli 1592, pp. 765-786.
435
Il soffitto venne considerato complessivamente opera di Teodoro d’Errico a partire da C. Celano, Notizie
del bello, cit., II, p. 908; seguito da D. A. Parrino, Napoli città nobilissima, cit., p. 204; G. Sigismondo,
Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, cit., I, p. 52; L. D’Afflitto. Guida per i curiosi, cit., p. 146 (con una
prima attenzione alla rappresentazione dei riquadri maggiori). Solo a metà Ottocento ci fu una fugace
menzione dei riquadri “più piccioli... mostranti angeli, putti ed ornamenti dipinti ad olio da Teodoro il
fiammingo” da parte del D’Aloe, in Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, Napoli 1845, I, p. 314, seguito
da G. B. Chiarini, Aggiunzioni, cit., II, pp. 1108-1109. Si vedano inoltre G. A. Galante, Guida sacra, cit., p.
139; W. Rolfs, Geschichte der Malerei Neapels, cit., p. 246; G. Molinaro, Donnaromita, Napoli 1928, pp. 5-8.
Sulla storia critica del soffitto cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 120 nota 1 con ulteriore bibliografia.
436
G. Previtali, Dalla venuta del Vasari, cit., p. 904 nota 53; idem, Teodoro d’Errico e la ‘Questione meridionale’,
cit., p. 33; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 143 nota 62. Il documento fu pubblicato da M.
R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita, cit., pp. 68-69 nota 59.
437
G. Previtali, Teodoro d’Errico e la ‘Questione meridionale’, cit., p. 28, in cui i putti venivano confrontati con
quelli dipinti da Jan Soens nelle ante d’organo della chiesa della Steccata a Parma; C. Vargas, Teodoro
d’Errico, cit., p. 113 (da cui è presa la citazione).
438
Il confronto è proposto da C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., p. 113.
439
G. Zappella, E. Alone Improta, Le cinquecentine napoletane della Biblioteca universitaria di Napoli, pp. 81, 83
tav. 26, 288-290 dove la sigla è sciolta correttamente. La stessa tavola, con la sola variazione del ritratto, fu
reimpiegata nel 1594 nel De religiosis rebus tractatus dello stesso Tapia, stampato dallo Stigliola, (G. Zappella,
E. Alone, Le cinquecentine, cit., p. 84 tav. 27, 290). L’incisione è menzionata da P. Leone de Castris, Museo e
Gallerie Nazionali di Capodimonte, cit., pp. 221-222, che attribuisce il ritratto del Tapia, similissimo a quello
82
firma del Magliulo.440 La stampa presenta un campionario di motivi decorativi confrontabili
soprattutto con i riquadri laterali dei soffitti di San Gregorio Armeno e di Santa Maria
Donnaromita. Limitando l’analisi solo a quest’ultimo complesso, progettato poco dopo il 1586,
come abbiamo visto, noteremo che ricorrono assai simili i festoni di estrazione raffaellesca, la
cornice dell’ovale entro cui sono inserite le scene, le volute dalla complessa modanatura nella
parte inferiore; persino la sodezza plastica delle due allegorie disposte ai lati del ritratto di Carlo
Tapia ritorna negli angeli dipinti dall’Imparato.441 Non stupisce che il Magliulo abbia avuto un
ruolo così esteso anche nella definizione delle parti eseguite dai pittori: nel 1594 l’artista figura fra
i consoli dell’Arte dei Pittori di Napoli, assieme a Teodoro d’Errico, Giovan Vincenzo Forli e
Cristiano de Noia.442
La collaborazione fra l’Hendricksz e l’Imparato mi sembra una testimonianza decisiva dell’affinità
delle ricerche condotte dai due artisti. Le storie racchiuse negli ovali quasi sempre si stagliano su
sfondi di paesaggio, o in interni risolti in pochi elementi, che sembrano avere i loro precedenti
nelle scene dipinte dall’Hendricksz a San Gregorio Armeno [figg. 52, 54]. Tuttavia, l’Imparato
esprime un linguaggio personale, “soffice e visionario”, dove la maniera “tenera e moderna”
convive accanto ad una struttura plastico-disegnativa e ad una “perspicuità ottica” fiamminga
riconducibile ancora alla prima formazione napoletana.443 In alcuni riquadri, infine, dettagli quali
l’angelo dell’Annunciazione della morte della Vergine [fig. 55], o le pieghe delle vesti sembrano
anticipare chiaramente sviluppi stilistici futuri.
Nelle due scene del Battista è piuttosto evidente il rapporto con i dipinti di analogo soggetto
eseguiti dall’Hendricksz a San Gregorio, in particolare per le simili quinte arboree che fungono da
fondale [figg. 52, 54].444 L’Imparato già in precedenza aveva dipinto paesaggi analoghi, sia
nell’Immacolata di Santa Maria della Sapienza che nel Redentore dei Bianchi [figg. 22, 23]. È
possibile che l’artista, come ho anticipato, abbia avvertito molto presto la suggestione dei paesaggi
brilliani visti a Roma nei primi anni ottanta; a Napoli questa stessa cultura dovette interessare sia
Teodoro d’Errico che artisti della sua cerchia attivi in San Gregorio Armeno e a Donnaromita. In
quest’ultimo contesto non è stato finora notato che lungo la fascia perimetrale della carpenteria,
alternate alle mensole e agli splendidi busti lignei di santi, compaiono entro tabelle rettangolari
alcune residue e malconce vedute paesaggistiche [fig. 63] di buon livello qualitativo. Tali paesaggi
appartengono a quel “Pomponio pittore” nominato dall’Exito de intempiatura della badessa
Capece, autore “de la pittura” “alle strade” e “de li campi fatti nella detta intempiatura cornici
friso et anco pittura fatta nel cornicione”, un artista altrimenti ignoto, esponente forse della folta
colonia fiamminga meridionale.
Il più volte ricordato registro dei conti del monastero attesta che l’Imparato eseguì anche la
perduta cona dell’altare maggiore, inserita in una cornice lignea disegnata dal Magliulo. Il dipinto,
forse un polittico - dato che il documento parla di “quatri de meczo” e di una predella rappresentava una “Beata Vergine in mezzo alcuni angeli”, come testimonia Bernardo De
Dominici il quale, assegnandolo correttamente all’artista napoletano, ebbe modo di osservarlo
su tela conservato a Villa Rosbery, a Fabrizio Santafede. Sul problema vedi soprattutto P. Leone de Castris,
Santefede, il ritratto, l’incisione, in «Napoli Nobilissima», Vs., VI, 2005, pp. 167-169.
440
Ritengo che al Magliulo possano essere restituite anche le notevoli incisioni del De humana
physiognomonia di Giovan Battista della Porta (1586), stampato da Giuseppe Cacchi (G. Zappella, E. Alone
Improta, Le cinquecentine napoletane, cit., pp. 79-81): lo provano ad esempio le strette somiglianze correnti
tra le teste di animali distribuite nella cornice del frontespizio, contenente il ritratto dell’autore del libro, e
le simili rappresentazioni che ricorrono nelle incisioni sicure del Magliulo illustrate in R. Berliner, G.
Egger, Ornamentale vorlageblätter des 15. Bis 19. Jahrhunderts, München 1926, ed. cons. München 1981, nn.
402-406.
441
L’attribuzione al Magliulo del disegno dei motivi ornamentali dei soffitti di Donnaromita e di San
Gregorio Armeno è brevemente accennata da S. De Mieri, Aggiunte a Francesco Curia, cit., p. 173 nota 27 e,
parallelamente, proposta da P. Leone de Castris, Santafede, il ritratto, l’incisione, cit., pp. 168-169.
442
G. Filangieri, Documenti, cit., VI, pp. 84-85; il documento è trascritto integralmente in C. Vargas, Teodoro
d’Errico, cit., pp. 37, 161 doc. n. 12.
443
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 142.
444
Per i rapporti con la cultura di Jan Soens di queste scene dell’Hendricksz cfr. C. Vargas, Cornelis Smet,
cit., pp. 641-644.
83
nella sagrestia della chiesa.445 Evidentemente la nuova collocazione della pala, oggi dispersa,
risaliva alla fine del Seicento, periodo in cui venne realizzato il nuovo altare maggiore dai fratelli
Pietro e Bartolomeo Ghetti.
5. L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DEL NOVIZIATO DEI GESUITI DI NAPOLI
E ALCUNE OPERE PER LA PROVINCIA
Gli ultimi anni del nono decennio coincisero con una fase di intensa attività per l’Imparato.
Presumibilmente, in questo periodo il pittore per far fronte alla notevole quantità di dipinti
richiesti da chiese cittadine e regnicole, cominciò ad organizzare la sua bottega su base
imprenditoriale. Intorno al 1590, o poco prima, l’artista dovette riprendere le collaborazioni con
Giovann’Angelo d’Amato che, dopo un’intensa fase di lavoro nella costiera amalfitana,446 forse
collegata ad una sua permanenza in quel territorio, risulta documentato stabilmente a Napoli
dalla fine degli anni ottanta.447 Le carte d’archivio ci consentono di recuperare il nome di un
esponente della bottega dell’Imparato di questi anni, Fabio Sapio.
Al 1588 risaliva una “Beata Vergine con il Cristo diposto dalla croce, con san Giovanni e le pie
donne” commissionata dal vescovo Giovan Battista Palma per l’altare della famiglia Cioffi nella
cattedrale di Santa Maria delle Grazie a Massa Lubrense.448 L’opera, dispersa in seguito ai
rifacimenti settecenteschi dell’edificio, godette di una certa notorietà per essere menzionata
dall’abate Giovan Battista Pacichelli.449
La Circoncisione del Gesù di Nola [fig. 41], consegnata nel corso del 1587, senz’altro fu gradita ai
padri della Compagnia di Gesù i quali, tra la seconda metà e la fine degli anni ottanta, richiesero
al maestro partenopeo altri lavori. Nel novembre del 1588 il gesuita Claudio de Aiello pagò un
acconto per una cona di soggetto imprecisato, richiesta dal rettore del Collegio di Lecce;450 si
tratta di un lavoro perduto, dal momento che non può essere identificato con nessuna delle due
opere tuttora conservate nella chiesa del Gesù del capoluogo salentino (entrambe molto più
tarde).451 Sin dal 1587 si dovette pensare di affidare all’Imparato la realizzazione dell’Annunciazione
nella chiesa napoletana della Nunziatella [fig. 64], annessa al Noviziato dei gesuiti, qui trasferito
dal Collegio di Nola per volere del generale Claudio Acquaviva452. Il complesso gesuitico sorse in
un luogo piuttosto appartato della città, la collina di Pizzofalcone (o Monte Echia), dove i padri
possedevano una casa ricevuta in dono dai Cardona. Dopo aver venduto quest’edificio a donna
Costanza del Carretto Doria, i religiosi ottennero, grazie alla munificenza di donna Anna di
Mendoza, contessa di Sant’Angelo dei Lombardi, e di Maria Bermudez de Castro, marchesa di
Briatico, l’acquisto del vicino palazzo con giardino del marchese di Polignano, che fecero
ristrutturare e adattare al nuovo uso.453
445
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 851.
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149-154.
447
Vedi appresso.
448
Il dipinto è descritto nella visita pastorale di monsignor Giovan Battista Nepita del 1685 (Registrum
Sanctae Visitationis Civitatis et Diocesis Massae Lubrensis ceptum Anno 1685, ms. della Curia Arcivescovile di
Sorrento, cc. 17v-18r) che ne ricorda la paternità imparatesca. Cfr. C. Vargas, Inediti di Cardisco, cit. pp. 77,
79 nota 60.
449
G. B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, cit., I, p. 112; R. Filangieri, Storia di Massalubrense, cit., p.
406. Per notizie sul Palma cfr. F. Ughelli, Italia Sacra sive de Episcopis Italiae et insularum adjacentium, Roma
1644-1662, ed. cons. Venezia 1717-1722, VI (1720), pp. 648-649.
450
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 17. Il rettore di Lecce in questi anni era San Bernardino Realino cfr. F.
Jappelli, Gesuiti a Lecce: 1574-1767, in «Societas», XLI, 4-5, 1992, pp. 104-106.
451
Cfr. quanto si dirà in proposito nel prossimo capitolo, paragrafo 6.
452
F. Iappelli, La Nunziatella.Da Noviziato dei Gesuiti a Scuola Militare (1587-1787), in «Societas», XXXVI, 1-2,
1987, pp. 17-30; 3, pp. 62-77.
453
La generosità delle due nobildonne è ricordata da G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Giesù, cit., p.
269; vedi pure F. Iappelli, La Nunziatella, cit., pp. 17-18.
446
84
In origine la chiesa del Noviziato, dedicata alla Vergine Annunziata, ebbe dimensioni minori
rispetto a quelle attuali, frutto di un importante e qualificato intervento di ampliamento
settecentesco.454 La fabbrica con ogni probabilità fu completata intorno al 1588, data apposta,
assieme al nome della principale benefattrice, sull’architrave del perduto portale: “D. Annae
Mendotiae Marchionis a Valle F. Fundatricis liberalitate 1588”.455 Appare piuttosto indicativo che
una delle due sostenitrici del Noviziato napoletano fosse la marchesa di Briatico, ossia colei che,
in base alla testimonianza dell’Araldo, finanziò i lavori del soffitto di Santa Maria Donnaromita.
Sebbene non si disponga di ulteriori informazioni è possibile ipotizzare che tra il 1587 e il 1588,
anche per la realizzazione della cona nella chiesa di Pizzofalcone, i committenti si fossero rivolti a
Giovan Andrea Magliulo e a Girolamo Imparato, soci nella coeva impresa benedettina. La
coincidenza contribuisce, in ogni caso, ad inserire l’Imparato in un giro di committenza ben
preciso, al cui interno la Compagnia di Gesù appare l’elemento unificante.
L’Annunciazione, oggi collocata nella sagrestia, prima dei rifacimenti settecenteschi quasi
certamente era esposta sull’altare maggiore dell’edifico più antico.456 In maniera non dissimile dal
Gesù di Nola, i padri napoletani scelsero quale capoaltare di una loro chiesa la copia di un celebre
modello, in questo caso però di origine romana, l’Annunciazione dipinta da Federico Zuccari nel
1567 nella chiesa del Noviziato [figg. 36, 65].457 L’affresco dovette essere ben noto all’artista
napoletano, che poté studiarlo - forse proprio su sollecitazione dei gesuiti meridionali - durante il
suo soggiorno romano, avvenuto ipoteticamente nei primi anni ottanta. La rappresentazione
zuccariana appare radicalmente semplificata dall’Imparato, il quale concentra la sua attenzione sul
gruppo centrale della Vergine con l’immobile angelo annunciante, e sul ridotto coro degli angeli
che assistono dall’alto; l’artista non rinuncia inoltre ad alcune modifiche significative rispetto al
modello, quali innanzitutto l’adozione della prospettiva a scivolo della stanza, che ribalta i
personaggi e il leggio in primo piano. Tale soluzione, di chiara radice manieristica, sarà di nuovo
sperimentata nell’Ultima Cena del refettorio della Sapienza (1587-91) [fig. 70] e, ad un livello di
raffinatezza e di qualità nettamente superiori, nella Disputa di Gesù al Tempio del polittico di La
Vid (1591-92) [fig. 81].
Allo stato attuale delle conoscenze possiamo asserire senza alcuna esitazione che la copia
dell’Imparato risulta la migliore interpretazione pittorica del lunettone romano, un documento
prezioso dunque, in grado di suggerirci forse, nonostante le personali mutazioni e la diversa
tecnica di esecuzione, i colori utilizzati dallo Zuccari.458 La tessitura cromatica della tavola
partenopea, abbandonando gli effetti venetizzanti della pala dei Bianchi, mostra affinità con la
tavolozza adoperata nei riquadri di Donnaromita; nondimeno l’artista anticipa, ad esempio nella
rutilante cromia delle ali iridate dell’angelo o nell’accostamento ardito dei colori, peculiarità che
vedremo svolte nelle opere dei primi anni novanta.
Che il maestro fosse entrato in contatto assai stretto con i padri della Compagnia del Gesù di
Pizzofalcone è confermato dalla concessione, nel febbraio del 1589, da parte del novarese Giovan
Battista Pescatore e di Giovan Battista Graziano, rispettivamente rettore e procuratore del
454
F. Iappelli, La Nunziatella, cit., pp. 24-27.
C. D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, cit., p. 564. Sul complesso si veda anche F. Schinosi, Istoria della
Compagnia di Giesù, cit., I, p. 216. Quanto riferito dalle fonti a proposito della fondazione è confermato da
alcuni documenti rintracciati di recente da E. Nappi, I Gesuiti a Napoli. Nuovi documenti, in «Ricerche sul
’600 napoletano». Saggi e documenti 2002, Napoli 2003, p. 111.
456
La tavola non è mai ricordata dalle fonti del Sei e Settecento. La prima menzione come opera di pittore
ignoto è in E. Pistolesi, Guida metodica di Napoli e suoi contorni, Napoli 1845, p. 190. L’attribuzione
all’Imparato spetta a P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., p. 12; Idem, Pittura
del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142, 170 nota 17; seguito anche da F. Abbate, Storia dell’arte in
Italia meridionale, cit., p. 217.
457
C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari, cit., I, pp. 255-258. Sul dipinto cfr. la bibliografia citata
nelle note 64-65.
458
Cristina Acidini Luchinat ha rilevato che le mediocri copie pittoriche finora conosciute (una, su tela,
attribuita al fanese Domenico Sacchetta, conservata nella Pinacoteca Civica di Fano, un’altra, su tavola, di
anonimo in una collezione privata di Firenze, forse di Aurelio Lomi giovane) non derivano dall’affresco
bensì dalle incisioni del Cort e del Sadeler. Cfr. C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari, cit., I, pp.
255, 257, 264 nota 177, con l’indicazione di altre derivazioni.
455
85
Noviziato,459 dell’usufrutto di una masseria sita in “montanea Pausilipi” che Girolamo Imparato e
i suoi eredi tennero per diversi anni.460
A poca distanza dalla consegna all’Imparato venne richiesta una replica dell’ancona napoletana
attualmente custodita nella chiesa parrocchiale dei Santi Nicolò e Celso di Castiglione Cosentino.
L’opera, firmata e datata (HIERONIMUS IMPERATO PICTOR FACIEBAT 1591) [fig. 66], va identificata
con l’Annunciazione per la quale il pittore ricevette un acconto pari a 5 ducati, nel novembre 1588,
da un certo Muzio delle Pere.461 Questo stesso personaggio, nel maggio 1591, pagò all’artista un
saldo finale di 55 ducati per la medesima opera, dopo aver ricevuto una lettera di cambio
proveniente da Cosenza.462 Nulla sappiamo invece dell’Assunzione di Maria pagata in acconto
all’Imparato, sempre nel 1588, dallo stesso Muzio delle Pere e, con ogni verosimiglianza, destinata
anch’essa ad una chiesa di Castiglione Cosentino.463
L’Annunciazione, proveniente forse dalla locale chiesa dell’Annunziata, distrutta dal terremoto del
1905,464 fu resa nota nel catalogo della mostra Arte in Calabria, allestita nel complesso di San
Francesco a Cosenza nel 1976.465 Maria Pia Di Dario Guida sottolineò l’importanza del dipinto,
considerato che tra i quadri allora conosciuti del pittore napoletano esso recava la data più antica;
di conseguenza, la studiosa ne faceva un caposaldo per la ricostruzione della fase giovanile del
maestro, evidenziandone le componenti hendrickiane. In seguito, il Previtali, scorgendovi un
minor livello qualitativo, ipotizzò che la tavola potesse essere stata realizzata in collaborazione con
Giovann’Angelo d’Amato.466 L’ipotesi è stata ripresa dal Leone de Castris, il quale ha suggerito di
riconoscervi anche l’intervento di Giovann’Antonio, figlio di Giovann’Angelo,467 formatosi nella
bottega dell’Imparato intorno al 1590.
Ad un’attenta analisi la replica calabrese, pur conservando una gamma cromatica simile alla prima
versione napoletana, mostra alcune non trascurabili varianti: se la Vergine è riproposta senza
significativi cambiamenti - salvo il bordo della veste decorato da gemme, come nelle più antiche
Madonne di Santa Patrizia, della Sapienza e dei Bianchi -, la posizione dell’angelo risulta
differente, essendo presentato non di profilo ma col capo ruotato di tre quarti; inoltre il gruppo
degli angeli appare più esiguo, la colomba dello Spirito Santo è posta in maggiore risalto, nel
leggio sono abolite le decorazioni, ma soprattutto scompare la prospettiva inerpicata del dipinto
di Pizzofalcone, la quale in un contesto provinciale sarebbe risultata di più ardua comprensione.
Concordo con il Previtali e il Leone de Castris nel riconoscere nella tavola calabrese una qualità
inferiore rispetto alle opere di sicura autografia imparatesca; eppure non credo che l’artista si sia
avvalso della collaborazione dei D’Amato. Il primo dei due pagamenti da me rintracciati per la
realizzazione dell’Annunciazione fu ‘girato’ dal maestro a un tal Fabio Sapio. Da un documento del
1595, inerente la commissione di bandiere per le galeazze regie, emerge che il Sapio, pittore
altrimenti sconosciuto, dovette essere un esponente della bottega di Girolamo.468 Non escludo
459
Sui due gesuiti si vedano M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti d’Italia, cit., p. 69; J. Fejér, Defuncti primi saeculi
Societatis Jesu, cit. I, pp. 110, 191.
460
Cfr. Regesto documentario, doc. nn. 20, 57. Sulla masseria di Posillipo qualche informazione riporta F.
Iappelli, La Nunziatella, cit., p. 63-66.
461
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 16.
462
Dal documento (Regesto documentario, doc. n. 23) si evince che la lettera di cambio fu inviata da Pietro
Sersale di Cosenza che l’aveva ricevuta a sua volta da un tal Pietro della Manna. Pietro Sersale compare
varie volte menzionato in L. Palmieri, Cosenza e le sue famiglie attraverso testi, atti e manoscritti, Cosenza 2002,
II, pp. 498-504.
463
Regesto documentario, doc. n. 15. L’Assunzione fu scambiata per un’Ascensione di Cristo da G. Ceci, ad
vocem Imparato, cit., p. 582.
464
Le opere di questa chiesa, documentata a partire dal 1595, furono trasferite nella parrocchia del paese. Si
veda R. G. Greco, Castiglione Cosentino. Cronistoria di una comunità calabrese, Cosenza 2000, pp. 44-45.
L’ipotesi da me formulata di una provenienza dall’Annunziata trova conferma nel fatto che il dipinto, nella
chiesa in cui attualmente è conservato, presenta una collocazione provvisoria su una parete laterale del
presbiterio. Una buona riproduzione a colori dell’opera è in Castiglione ieri e oggi, cit., p. 25.
465
M. P. Di Dario Guida, Arte in Calabria, cit., pp. 123-127.
466
G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 141 nota 56.
467
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 148, 170 nota 25.
468
Vedi Regesto documentario, doc. n. 35.
86
pertanto che Fabio Sapio sia responsabile di un esteso intervento nella tavola calabrese,
principalmente dei passaggi più lenti, ovvero gli angeli in secondo piano e l’angelo annunciante,
piuttosto disarmonici per essere stati dipinti da Girolamo.
6. QUADRI DI DEVOZIONE PRIVATA
Similmente alla gran parte degli artisti contemporanei attivi a Napoli, Girolamo Imparato eseguì
non pochi dipinti destinati alle dimore e agli oratori privati della ricca aristocrazia cittadina. Ci
sono pervenute alcune opere di piccolo formato, databili tra la seconda metà degli anni ottanta e
il 1590 ca., oggi conservate in collezioni italiane ed estere, delle quali è difficile precisare la
provenienza, come quasi sempre accade per i prodotti nati per contesti non pubblici. Poche sono
le citazioni di quadri imparateschi negli inventari noti di collezioni partenopee seicentesche:
queste si limitano ad una “testa di Madalena piccola” con “cornice d’oro” di proprietà di Ettore
Capecelatro (1659) e ad una Santa Lucia della galleria di Carlo de Cardenas (1699);469 seicentesca
è pure la menzione del Celano di un dipinto di soggetto imprecisato nella Galleria del Principe di
Tarsia.470
Agli anni dei lavori condotti in Santa Maria Donnaromita (1587-89) potrebbe risalire il San
Giovanni in Patmos della Casa della Serva di Dio [fig. 67], una singolare cappella ubicata al quinto
piano di un palazzo in Via Duomo a Napoli, attualmente chiusa al culto, fondata nel 1907 da
suor Maria Landi.471 Ignoro come il piccolo dipinto su rame, ora depositato nella basilica
dell’Incoronata di Capodimonte, sia pervenuto in quella sede. Il volto patetico del san Giovanni
sull’isola di Patmos, calato in una rigogliosa vegetazione, si apparenta al San Massimo nella fornace
del soffitto di Donnaromita [fig. 58], mentre il paesaggio risulta simile agli sfondi delle storie del
Battista nel medesimo complesso.
Sul finire degli anni ottanta l’Imparato dovette dipingere anche la splendida Natività del
Minneapolis Institut of Art [fig. 68], un dipinto lì attribuito a Niccolò Circignani.472 Si tratta del
primo esempio conosciuto di un tema varie volte trattato dall’artista, che in questa occasione
sembra reinventare, con i suoi modi neocorreggeschi, un modello compositivo di primo
Cinquecento, non diverso forse da una delle tante versioni del soggetto dipinte da Giovan Filippo
Criscuolo473. La scena si svolge entro i ruderi di un edificio antico di cui il maestro sembra
restituirci, con sorprendente perizia, le peculiarità delle strutture murarie (si osservi l’opus
reticulatum sulla sinistra) cosparse di flora spontanea.
La Vergine mostra esplicite assonanze con l’Annunziata di Pizzofalcone [fig. 64]; i teneri angiolini
oranti sembrano invece discendere dalle analoghe figure che il pittore aveva potuto osservare nella
gloria dell’Annunciazione zuccariana di Roma [fig. 36], un modello molto caro all’artista, e al quale
avrebbe attinto ancora negli anni a seguire. Notevole risulta l’attenzione alla resa del paesaggio, in
cui è davvero mirabile l’effetto della luce soprannaturale che tende a sfumare le frasche e i
contorni della collina retrostante, percorsa da armenti.
469
A. Delfino in G. Labrot, Italian Inventories 1. Collections of Paintings in Naples 1600-1780, Münich London
New York Paris 1992, pp. 114, 208. Sulla produzione di quadri di destinazione privata a Napoli sul finire
del Cinquecento si veda P. Leone de Castris, Teodoro d’Errico: i quadri ‘privati’, cit., pp. 121-130; Idem,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 15-16; Idem, Collezionismo nella Napoli del Cinquecento, in
Aspetti del collezionismo in Italia da Federico II al primo novecento, Atti del ciclo di conferenze (Trapani 1992),
Trapani 1993, pp. 61-93.
470
C. Celano, Notizie del bello, cit., VI, p. 1616.
471
Sulla Casa della Serva di Dio cfr. L. De Simone, Madre Landi, Napoli 1958, pp. 106-111. Il dipinto è
stato attribuito all’Imparato da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142,
170 nota 18.
472
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 171 nota 29, fig. a p. 147.
473
Penso ad esempio all’Adorazione dei pastori degli Staatliche Museen di Berlino o anche alla Natività con i
santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista, Antonio da Padova di Capodimonte. Su questi dipinti cfr. P. Leone de
Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 40, 44, , 40-44, figg. a pp. 47, 49; Idem, Museo e
Gallerie Nazionali di Capodimonte. Dipinti dal XIII al XVI secolo, cit., pp. 139-140, fig. a p. 138.
87
Forse la tavola di Minneapolis non è diversa dal “quadro grande di Natività” destinato all’oratorio
di Lucrezia Caracciolo di Bernabò, per il quale il pittore ricevette un pagamento nel 1588.474
Nulla sappiamo sull’ubicazione della residenza napoletana di questo poco noto ramo della
famiglia Caracciolo, baroni di Sicignano, documentati ripetutamente a Napoli tra la fine del XVI
e l’inizio del XVII secolo.475 La committente dovette essere in contatto con i padri gesuiti del
noviziato di Napoli; ciò è suggerito da una polizza di Banco, rintracciata dallo scrivente, in cui si
apprende che la gentildonna, il 24 novembre 1588, pagò al procuratore della Nunziatella, Giovan
Battista Graziano, 35 ducati “per tanto have speso per lei in cose de spetiarie et altre per servitio
del suo oratorio”.476 Lo stretto rapporto con la Compagnia di Gesù, stabilito almeno dai tempi
della cona di Nola, dovette favorire il successo dell’artista in ambito meridionale: diversi sono i
casi di commissioni imparatesche provenienti da personaggi in vario modo collegati all’ordine,
come vedremo anche in seguito. Negli anni in cui fu eseguita la Natività dell’Imparato, nello
stesso oratorio fu collocata una “conetta [...] con la immagine della Madonna santissima et altre
figure” dipinta da Giovan Bernardo Lama, che ottenne dalla Caracciolo 27 ducati, a
“compimento di 45”, il 24 maggio del 1590.477
Intorno al 1590, o poco dopo, Girolamo dovette eseguire anche il notevole San Girolamo della
Galleria di Palazzo degli Alberti a Prato [fig. 69]. La tavola, riconosciuta all’artista dal Leone de
Castris,478 esprime al meglio il linguaggio maturato dall’artista nell’avanzato nono decennio:
l’anatomia del vecchio santo eremita, effigiato assieme ad un allucinato leone, appare addolcita da
un colore tenero, sensibile all’effetto luministico. Se da un lato il san Girolamo rammenta nel
risalto plastico la monumentalità degli antichi profeti della pala dei Bianchi allo Spirito Santo
(1582-85 ca.), dall’altro mostra l’affermarsi di una tipologia espressiva diverse volte ripetuta nel
corso degli anni novanta: personaggi simili, dai caratteristici “occhi lucidi” (Marchini), ad esempio
ritornano fra gli apostoli dell’Ultima Cena della Sapienza (1587-91) [figg. 70- 73], oppure fra i
dottori della Disputa di Gesù al Tempio del retablo di Santa Maria di La Vid (1591-92) [fig. 81]. Al
dipinto castigliano rinvia anche l’aspetto geometrico ed irrealistico del panneggio, secondo una
modalità che vedremo svilupparsi nei dipinti più avanzati. Il lirico sfondo di paese, decisamente
influito da “una moda fiamminga colla sua minuzia e l’intonazione cilestrina”,479 mostra tangenze
con la Natività di Minneapolis [fig. 68] per le analoghe fronde di quercia in controluce e le
evanescenti architetture in lontananza. La raffinatezza pittorica e la cura riservata all’esecuzione
del paesaggio dimostrano che l’Imparato, sin dal nono decennio del XVI secolo, fu tra i più
brillanti interpreti della cultura del Bril propagatasi dal contesto romano.
Ritengo che attorno al 1590 si debba datare anche la Madonna con santi attualmente in collezione
privata di Todi, resa nota come opera dell’Imparato da Mario Alberto Pavone.480
474
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 18.
Sulla famiglia cfr. F. Fabris, La genealogia della famiglia Caracciolo. Riveduta ed aggiornata da Ambrogio
Caracciolo, Napoli 1966, tav. XXVI. Qualche informazione è anche in G. Labrot, Palazzi napoletani. Storie di
nobili e cortigiani, cit., p. 35.
476
ASN, BA, Olgiatti, 93.
477
ASN, BA, Citarella e Rinaldo, 105. Il documento, come il precedente, è inedito.
478
Il dipinto viene presentato come opera di un ignoto pittore manierista napoletano della seconda metà
del XVI secolo da G. Marchini, La Galleria di Palazzo degli Alberti. Opere d’arte della Cassa di Risparmi e
Depositi di Prato, Milano 1981, p. 26. L’attribuzione all’Imparato è in P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142, 144, 170 nota 19. Lo studioso osserva che il dipinto toscano
potrebbe identificarsi con il San Gerolamo già nella collezione del duca di San Martino a Napoli (National
Exhibition of Works of Art, Leeds 1868) passato il 22 febbraio 1956 ad una vendita Sotheby con l’ascrizione a
Fabrizio Santafede segnalato da G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905 nota 60;
Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 144 nota 68.
479
G. Marchini, La Galleria di Palazzo degli Alberti, cit., p. 26.
480
M. A. Pavone, Dal Rinascimento meridionale al tardomanierismo: protagonisti e comprimari, in Pinacoteca
Provinciale di Salerno. I Dipinti dal Quattrocento al Settecento, a cura di M. A. Pavone, M. Rovito, Salerno 2001,
pp. 53-54. Lo studioso mi comunica che si tratta di una pala di notevoli dimensioni, di cui non conosco
nessuna riproduzione fotografica, salvo il particolare della santa Caterina d’Alessandria (riprodotto nel testo
citato), una figura che mi sembra prossima al San Gerolamo di Prato.
475
88
7. LA RITROVATA ULTIMA CENA
SAPIENZA (1587-91)
DEL REFETTORIO DI
SANTA MARIA
DELLA
La possibilità, oggi finalmente acquisita, di ricostruire su più solide basi documentarie l’attività di
Girolamo Imparato nel corso degli anni ottanta, consente di accertare inoppugnabilmente che il
pittore, assieme a Teodoro d’Errico e al coetaneo Fabrizio Santafede, subito dopo la scomparsa di
Marco Pino (1583) divenne uno dei protagonisti del mercato artistico partenopeo. Come s’è visto,
oltre all’apprezzamento della Compagnia di Gesù, l’artista sin dai tempi più antichi ottenne il
favore di alcune comunità monastiche femminili della capitale, in particolare quella delle
domenicane di Santa Maria della Sapienza. Un inedito atto notarile rogato dal notaio Antonio
Celentano di Napoli attesta che il 26 agosto 1587 “Hyeronimus Imperatus de Neapoli magister
pictor figurarum seu imaginum” ricevette dalla priora della Sapienza, Suor Antonia de Aprano,
l’incarico di dipingere (per soli 60 ducati) una “Cena del Signor nostro Jhesu Cristo con li dudici
apostoli” per “lo refettorio del decto monasterio”, da consegnare entro il febbraio dell’anno
successivo.481
Le estese strutture conventuali di Santa Maria della Sapienza, unitamente a quelle vicine della
Croce di Lucca, furono sciaguratamente abbattute tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del
Novecento con la costruzione del Policlinico. Per fortuna un articolo di Antonio Colombo,
pubblicato fra il 1901 e il 1902 sulle pagine di Napoli Nobilissima, ha tramandato alcune preziose
notizie sui perduti ambienti monastici appartenuti alle domenicane.482 Lo studioso descriveva ben
due refettori: “Un primo [...] vagamente decorato con fregi a fresco di fattura gentilissima; [...]
similmente l’altro a destra, nel lato nord del chiostro, era ornato nelle pareti da graziose
grottesche, ed aveva all’interno sedili di noce, [...] vetri antichi, in parte colorati, vedevansi alle
ampie finestre sporgenti sul chiostro; e nella parete di fronte un gran dipinto su tavola, di ignoto
pennello, rappresentava la Cena, ove, nella parte sottostante, era segnato l’anno 1591. Una
elegante cornice dorata ad intarsio inquadrava la tavola, che vedevasi coronata da un pregiato
quadretto denotante Gesù nell’orto, con fregi bellissimi”.483 L’edificazione delle cliniche
universitarie non determinò la distruzione dell’intera struttura: una parte di questa, quella
immediatamente a ridosso della chiesa, venne risparmiata e affidata nei primi anni del Novecento
all’ordine fondato dalla napoletana Caterina Volpicelli, le Ancelle del Sacro Cuore. In uno dei
rinnovati ambienti, tutt’oggi gestiti dalle religiose, fu trasferita la grande “Cena” del refettorio
datata 1591 vista dal Colombo [fig. 70], che tuttora risulta esposta nel salone situato all’ultimo
piano dell’edificio, assieme ad una sconosciuta Natività della bottega di Giovan Bernardo Lama
[fig. 74], forse identificabile con quella citata dal Celano in una cappella della chiesa,484 e ad altri
pregevoli arredi settecenteschi. Sebbene la data della tavola non corrisponda a quella che ci si
sarebbe aspettati dal Cenacolo commissionato all’Imparato, vale a dire il 1588 fissato dagli accordi
contrattuali, è fuor di dubbio che l’opera in questione coincida proprio con il dipinto richiesto da
suor Antonia de Aprano. La conferma giunge, oltre che dagli inconfondibili caratteri di stile,
dalla perfetta corrispondenza delle sue misure con quelle indicate nel documento notarile: “palmi
dudeci” (m. 3,10) di altezza e “palmi dece octo et meczo” (m. 4, 80) di larghezza. È evidente che, a
causa dei numerosi impegni di questi anni, il pittore consegnò il lavoro con netto ritardo.
Una maestosa e severa architettura, aperta su uno sfondo di cielo solcato da nubi, inquadra
l’episodio evangelico; l’Imparato rinuncia alle sofisticate ed elaborate strutture fiamminghe
adottate da Teodoro d’Errico in dipinti di analogo soggetto - si pensi alle tavole della Congrega di
Santa Sofia, di Sant’Eligio ai Vergini, o anche a quella da poco acquisita dal Museo di
Capodimonte -,485 per inscenare una composizione solenne e pacata, di estrema chiarezza, che non
481
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 12.
A. Colombo, Il monastero e la chiesa della Sapienza, cit., 1902, pp. 71-73.
483
Ivi, p. 71.
484
C. Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 679. Vedi nota 10 di questo capitolo. Perduta è la cornice
dell’Ultima Cena descritta dal Colombo, come pure il “pregiato quadretto denotante Gesù nell’orto”.
485
Per le opere citate cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 60, 80-81
note 71, 88.
482
89
tarda a svelare la sua matrice nel celeberrimo Cenacolo leonardesco di Santa Maria delle Grazie a
Milano, conosciuto attraverso derivazioni pittoriche o stampe.486 Alla composizione lombarda
fanno pensare sia la disposizione generale degli apostoli che lo stupendo dettaglio naturalistico
della tovaglia pieghettata. L’affascinante dipinto della Sapienza è apprezzabile più che nell’insieme
- in cui si percepisce una certa difficoltà nell’impaginare le grandi composizioni - nei singoli
particolari, come il gruppo centrale del Cristo con san Giovanni, o alcune teste di santi, in
particolare quella intensamente baroccesca del penultimo apostolo sulla destra; nella frugale
natura morta dei pani, degli agrumi, del calice e della fiasca in vetro, delle stoviglie tardocinquecentesche; e, ancora, nella rappresentazione del Giuda, la cui caratterizzazione, rispetto agli
apostoli assiepati intorno alla mensa, è marcata non solo dalla collocazione isolata ma anche
dall’indugio, davvero singolare, su una sorta di deformazione fisica che ne stravolge le fattezze. Il
baldacchino posto alle spalle di Gesù potrebbe essere stato suggerito da soluzioni zuccariane, o
prelevato dagli affreschi romani della Biblioteca Sistina in Vaticano - si pensi ad esempio al
Concilium Viennense di recente restituito all’umbro Avanzino Nucci -,487 un contesto forse non
ignoto ai pittori attivi a Napoli, come dimostrano alcuni prelievi di Teodoro d’Errico nella pala di
Santa Maria a Vico.488
Nel vasto dipinto imparatesco si riscontra ancora una volta l’intervento di aiuti, a cui è imputabile
senz’altro il calo qualitativo di certe figure di santi. Provando a scrutare le peculiarità formali di
alcuni commensali si scoprirà che il maestro venne coadiuvato da Giovann’Angelo d’Amato,
documentato stabilmente a Napoli a partire dal 1591: l’ultimo apostolo sulla sinistra mostra una
stretta somiglianza con uno dei santi in primo piano nell’Ascensione di Cristo del convento di San
Francesco a Maiori [fig. 110];489 ma il confronto potrebbe essere esteso anche ad altre teste
imbambolate della tavola napoletana, prive della qualità esecutiva del maestro. Un prodotto di
collaborazione dunque, in cui è dato scorgere tuttavia l’adozione di nuovi stilemi imparateschi,
come le pieghe sfaccettate delle vesti di alcuni personaggi, primi sintomi di un cambiamento
significativo nel linguaggio di Girolamo avvenuto al passaggio tra il 1591 e il 1592.
486
Sulle copie del Cenacolo è fondamentale C. Horst, L’Ultima Cena di Leonardo nel riflesso delle copie e delle
imitazioni, in «Raccolta Vinciana», fasc. XIV, 1930-1934, pp. 118-200. Si veda anche Il Genio e le Passioni.
Leonardo e il Cenacolo. Precedenti, innovazioni, riflessi di un capolavoro, catalogo della mostra (Milano 2001), a
cura di P. C. Marani, Milano 2001, passim. In ambito napoletano è da ricordare la poca nota “redazione
cinquecentesca” del dipinto leonardesco sull’altare maggiore della chiesa del Rosario ad Ottaviano segnalata
da S. Causa, Un Battista Franco fuori contesto, in Settanta studiosi italiani. Scritti per l’Istituto Germanico di Storia
dell’Arte di Firenze, a cura di C. Acidini Luchinat, L. Bellosi, M. Boskovits, P. P. Donati, B. Santi, Firenze
1997, p. 311. Il dipinto è riprodotto in L. Saviano, L’antico convento dei padri domenicani e l’arciconfraternita
del SS. Rosario in Ottaviano, Napoli 1994, p. 24.
487
C. Restaino, Gli affreschi della Cappella Galluccio nel Duomo di Lucera e i soggiorni romani e regnicoli di
Avanzino Nucci, relazione letta alla giornata di studi Gli anni napoletani di Giovanni Previtali, Napoli,
Università degli Studi Federico II, (febbraio 1999), in «Annali della Scuola Normale di Pisa», IV, 1-2, 2000,
p. 205. Lo stesso affresco precedentemente era stato assegnato a Girolamo Nanni. Cfr. A. Zuccari, I pittori di
Sisto V, Roma 1992, pp. 92, 94-95.
488
Stefano Causa ha proposto un confronto assai convincente fra la predella con la predica di San
Domenico della Madonna del Rosario nella chiesa dell’Assunta di Santa Maria a Vico e l’affresco raffigurante
Il Concilio di Trento, attribuito dubitativamente al bolognese Antonio Scalvati (A. Zuccari, I pittori di Sisto V,
cit.) Cfr. S. Causa, Teodoro d’Errico il Fiammingo, cit., pp. 36, 39. Si veda anche quanto aggiunto a proposito
di questo “credibile confronto” da C. Vargas, Teodoro d’Errico in Basilicata, cit., p. 30 nota 5. Sulle relazioni
fra Roma e Napoli qualche spunto è anche in S. Causa, Un disegno di Giuseppe Valeriano e Scipione Pulzone a
Vienna, in «Paragone», 565, 1997, p. 81.
489
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149-154, 175 nota 58.
90
CAPITOLO IV
GLI ANNI NOVANTA
1. LA PALA PISANI NELLA
MASSALUBRENSE (1592)
CATTEDRALE DI
SANTA MARIA
DELLE
GRAZIE
A
Il Battesimo di Cristo di Girolamo Imparato conservato nel duomo di Massalubrense [fig. 75] è
stato portato all’attenzione degli studiosi da Carmela Vargas nel 1986.490 Ricordato sin dalla visita
pastorale di monsignor Giovan Battista Nepita (1685) come opera “manu Hieronimi Imparati” e,
poco dopo, con la stessa paternità da Giovan Battista Pacichelli,491 il dipinto venne realizzato su
commissione della famiglia Pisani; l’attuale sistemazione, nella prima cappella a sinistra rispetto
all’ingresso, risale ai lavori di rifacimento dell’edificio sacro promossi dal vescovo Bellotti nel
1759, giacché l’altare dei Pisani era in precedenza situato nella navata opposta. Verosimilmente in
tale occasione la tavola, in origine centinata, assunse il formato rettangolare con l’esteso
ampliamento paesaggistico per essere adattata alla nuova incorniciatura.492
I Pisani, una delle casate più in vista di Massalubrense, furono a lungo in relazione con
l’Imparato: almeno in due successive occasioni (nel 1599 e nel 1607) esponenti di questa famiglia
si rivolsero al pittore per l’esecuzione di pale d’altare.493 Scarse sono le notizie sul fondatore della
cappella del Battista, Mattia Pisani; si sa soltanto che fu ebdomadario della chiesa di San
Giovanni Maggiore a Napoli e che ricevette l’incarico di redigere un “catalogo” con tutti i nomi di
“quelli ch’erano stati fatti schiavi da’ turchi” durante il saccheggio subito dalla città di Massa e dai
suoi casali nel 1558.494 Un’epigrafe del 1567, forse distrutta durante le trasformazioni
settecentesche ma fortunatamente trascritta da Giovan Battista Persico, ricordava oltre al suddetto
fondatore anche i suoi fratelli Giovan Domenico, Giovan Pietro e Michele Pisani quali dedicatari
della cappella.495 Scamparono ai rifacimenti bellottiani due iscrizioni provenienti dal contesto
originario, oggi murate a sinistra dell’altare: nella prima, recante la data 1578, è tramandata la
concessione di un privilegio perpetuo da parte di Gregorio XIII;496 nella seconda, risalente al
1590, viene invece documentata la disposizione di commemorare attraverso un censo annuo di 47
490
C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato, cit., pp. 73-79.
Registrum Sanctae Visitationis/ Civitatis, et Diocesis Massae Lubren[sis]/ ceptum Anno 1685, Sub Praesulatu
Ill[ustrissi]mi, et Rev[erendissi]mi D[omi]ni Ioannis Bapt[ist]ae Nepita [...], ms. della Curia Arcivescovile di
Sorrento, senza collocazione, c. 8r (citato da C. Vargas, Inediti di Cardisco, cit, pp. 74, 79 nota 40); G. B.
Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, cit., I, p. 112. L’opera è menzionata anche da R. Filangieri di
Candida, Storia di Massalubrense, cit., p. 545.
492
C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato, cit., p. 74.
493
Vedi paragrafo 8 di questo capitolo e paragrafo 8 del V capitolo; Regesto documentario, docc. nn. 61, 90.
494
G. B. Persico, Descrittione della città di Massa Lubrense, Napoli 1644, pp. 34-35. Sul saccheggio dei turchi
cfr. R. Filangieri di Candida, Storia di Massalubrense, cit., pp. 168-174. Per alcune notizie sulla famiglia
Pisani cfr. nello stesso testo le pp. 345-346.
495
G. B. Persico, Descrittione della città di Massa, cit., p. 95. L’epigrafe è riportata anche da B. Capasso,
Memorie storiche della chiesa sorrentina, Napoli 1854, p. 165: DIVO IO. BAPTISTAE VATI VATUM MAXIMO/
AEDICULAM SANE QUAM PRO TANTI NUMINIS/ MAIESTATE AUGUSTAM D. MATTHIAS IOANNES/ DOMINICUS
IO. PETRUS ET MICHAEL/ COGNOMENTO PISANI FRATRES POSUERE/ MDLXVII. Diversamente il Nepita
riferisce che la dedicazione della cappella al Battista avvenne nel 1564 (Registrum Sanctae Visitationis, cit., c.
8v). È probabile che tale modifica tenga conto della data in cui fu decisa l’intitolazione della cappella, e che
dunque il 1567 della perduta iscrizione sia soltanto il momento conclusivo della vicenda dell’intitolazione
(C. Vargas, Inediti di Cardisco, cit., p. 74).
496
ALTARE HUIUS FUNEBRE SACRIFICIUM PIAM ANIMAM A PURGATORII/ PENIS LIBERAT GREGORIO XIII
CONCEDENTE 1578 PRIDIE KAL FEBRUARII. L’epigrafe è riportata insieme a quella trascritta nella nota
successiva da G. B. Persico, Descrittione della città di Massa, cit., p. 96.
491
91
ducati e una serie di funzioni sacre la figura del fondatore.497 Al momento della pubblicazione del
dipinto quest’ultima indicazione cronologica apparve alla Vargas come la datazione più probabile
per la pala. L’ipotesi risulta confermata dal ritrovamento, nel corso dell’ultimo restauro, di una
scritta in basso a destra che recita: D(OMINUS) M(ATTIA) P(ISANI) F(IERI) F(ECIT) 1592.498
L’episodio sacro raffigurato risulta legato a scelte iconografiche tradizionali, ma il tono del
racconto assume caratteri fantasiosi: quasi come in una sorta di favola agreste il giovane Cristo
riceve il battesimo chinandosi al cospetto del rustico san Giovanni, identificato dalla consueta
pelle di capra e dal mantello di un rosso smagliante; sullo sfondo due angeli, creature sognanti,
dalle vesti leggere e fittamente increspate da pieghe, avanzano dal bosco retrostante verso il
gruppo principale, costeggiando il ruscello appenninico che solca la vallata punteggiata di
vegetazione e rischiarata dalle prime luci del giorno; in lontananza, sull’erta cresta montuosa,
compare un castello immaginario non dissimile da quello sospeso fra i vapori atmosferici della
Natività di Minneapolis [fig. 68].
Già la Vargas rilevò nel Battesimo di Massa i rapporti stringenti con la cultura pittorica di Teodoro
d’Errico, a cui rimandava il “tipo delle anatomie ‘dolci e pastose’”, tenere, dalla “consistenza
complessiva di natura non volumetrica né sculturale”;499 peculiarità di linguaggio sostanzialmente
in linea con quanto abbiamo osservato nelle opere risalenti alla fine degli anni ottanta.
Il tema iconografico del Battesimo di Cristo offre al maestro la possibilità di esibire la sua passione
per gli aspetti connessi alla rappresentazione paesistica, un interesse costante lungo l’intero
percorso imparatesco; la tipologia del paesaggio massese non si discosta dai caratteri di origine
brilliana dei dipinti fin qui esaminati. Un gusto assai simile per gli sfondi di paese ricorre in
alcune opere di Belisario Corenzio databili entro i primi anni dell’ultimo decennio del secolo. Dai
documenti finora rintracciati, sappiamo che a Napoli dalla seconda metà del nono decennio
furono specialisti nella pittura di paesaggio Pietro Mennens e Loys Croys, due artisti di cui non
sono state finora identificate opere sicure.500 Il primo, attivo in città almeno dal 1587, fu
impegnato nel 1594 nella realizzazione dei perduti affreschi con “paesi et istorie” nella galleria del
convento di Sant’Andrea delle Dame assieme a Belisario Corenzio, che ebbe l’incarico di
dipingere le figure.501 È probabile dunque che i paesaggi del maestro greco, attivo nella capitale
497
SINGULIS DIEBUS A CAPPELLANO PER PATRONOS PRESENTATO SACRUM FIERI/ SINGULISQUE MENSIBUS A
CANONICIS ANNIVERSARIUM ET ALTERUM IN DIE OBITUS/ D. MATTHIAE PISANI FUNDATORIS A TOTO CLERO
CELEBRARI CAUTUM EST/ CENSU ANNUO ADDITTO DUCATORUM XXXXVII SUB ANNO MDXC.
498
Purtroppo non è decifrabile la lunga scritta, anch’essa emersa dopo i restauri, che corre sul nastro posto
nella zona inferiore della tavola. Una datazione diversa era stata avanzata da P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 148, 171 nota 35, che proponeva di identificare il Battesimo di
Cristo con la pala destinata a un’altra chiesa di Massa, Santa Maria della Sanità, pagata al pittore da
Giacomo Liparulo nel 1599 (cfr. Regesto documentario, doc. n. 62).
499
C. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato, cit., pp. 74-76.
500
Del tutto ipotetica è infatti la proposta di riconoscere al Croys gli affreschi del pronao di Santa Maria
Regina Coeli a Napoli, ritenuti a partire dal Galante opera del Bril. Loys Croys aveva realizzato di sicuro, lo
attestano le carte d’archivio, la decorazione pittorica nella tribuna della stessa chiesa. Cfr. M. R. Nappi,
François De Nomé e Didier Barra. L’enigma Monsù Desiderio, cit., pp. 20-21. Il primo documento relativo al
Mennens risale al 1587 e riguarda l’esecuzione, in collaborazione con Carlo Fiorentino, dei perduti
affreschi con paesaggi e animali della loggia del “Palazzo Reale”. Cfr. R. Filangieri, Rassegna critica delle fonti
per la storia di Castel Nuovo. Parte terza. Il castello vicereale e borbonico, in «Archivio Storico per le Province
Napoletane», XXV (n. s.), 1939, p. 278. Su questo documento ha richiamato l’attenzione A. Zezza, Giovan
Bernardo Lama, cit., p. 29 nota 43. Sul Mennens e sul Croys cfr. la bibliografia citata nella nota successiva.
501
A. Colombo, Sant’Andrea delle Dame, in «Napoli Nobilissima», XIII, 1904, pp. 51-52; G. D’Addosio,
Documenti inediti di artisti napoletani del XVI e XVII secolo, in «Archivio Storico per le Province napoletane»,
XXXVIII, 1913, pp. 580-581; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 94, 103 (dove è
pubblicato un disegno del progetto della decorazione), 105 nota 81. Per Loys Croys, presunto maestro di
Carlo Sellitto, si veda U. Prota Giurleo, Pittori montemurresi del 600, Montemurro 1952, pp. 19-23; M. R.
Nappi, François De Nomé, cit., pp. 20-22. La pratica delle collaborazioni fra artisti nell’esecuzione dei
paesaggi dovette essere piuttosto diffusa come dimostra il caso della Vocazione dei santi Pietro e Andrea di
Giovan Bernardo Lama, un tempo esposta nella cappella di Sant’Andrea nel cortile della chiesa partenopea
di San Pietro ad Aram, oggi nei depositi della Soprintendenza (Castel Sant’Elmo). Cfr. A. Zezza, Giovan
92
dal 1589,502 riflettano i modi del Mennens, forse seguace di Paul Bril. Ora, pur non escludendo
una conoscenza diretta da parte dell’Imparato dei lavori romani del Bril sin dai primi anni ottanta
– va ricordato che assai diffusi erano anche i dipinti mobili dell’artista -,503 il suo gusto
paesaggistico dovette trovare non pochi stimoli nelle simili soluzioni che a Napoli espressero
pittori stranieri aggiornati sulla produzione del pittore neerlandese, come si è varie volte
anticipato; in aggiunta, non sarà stato trascurabile l’apporto proveniente dalle analoghe ricerche
condotte da personalità quali il Corenzio, associato all’Imparato entro il primo lustro degli anni
novanta nella realizzazione delle pale d’altare dell’Annunziata di Nola. Il confronto fra il
paesaggio di Massalubrense e lo sfondo di due dei più antichi dipinti conosciuti del Corenzio, la
Purificazione dei vestimenti dopo la guerra con i Madianiti (Palermo, Galleria Regionale di Palazzo
Abatellis) e il Ritorno degli esploratori dalla terra promessa (Palermo, Museo Nazionale) [figg. 76,
77],504 fa emergere una palese affinità di indirizzo fra i pittori: vi compare oltre che un modo
tipicamente brilliano di dipingere le fronde anche un uso affatto simile di distribuire le
lumeggiature fra la vegetazione dello sfondo.
La cultura neoparmense dell’Imparato si arricchisce a partire dal Battesimo massese di nuove
componenti, solo in minima parte anticipate dall’Ultima Cena della Sapienza, che denotano una
significativa metamorfosi del suo linguaggio avvenuta al passaggio tra il 1591 e il 1592. Mi
riferisco soprattutto alla diversa consistenza dei panneggi che, pur conservando la morbidezza
osservata nelle opere più antiche, assumono una conformazione decisamente irrealistica nelle
plurime sfaccettature. Lo speciale stilema, di radice baroccesca, fu assunto proprio nel periodo
appena indicato (1591-1592) durante un nuovo, non improbabile, soggiorno romano, e
Bernardo Lama, cit., pp. 14-15, 29 nota 43. Colgo l’occasione per rendere note una serie di polizze che
riguardano Loys Croys rimaste inedite: 22 ottobre 1591: “A Giovan Battista Rota ducati venti cinque e per
lui a mastro Luise Croys pettore disse in parte delli ducati 150 promessoli per l’illustrissimo Arcevescovo di
Taranto per le pitture nella sua massaria a Capodimonte come appare per cautele per mano di notare
Ottavio (?) Buonocore” (ASN, BA, Olgiatto, 110); 8 novembre 1591: altro pagamento di ducati 25 per la
stessa opera (Olgiatto, 110); 18 maggio 1595: “A Marcello Incarnato ducati ottanta e per lui a mastro Luise
Cruise pittore disse a compimento della pintura et indoratura della bandiera de damasco carmosino che
serve per servitio del Galione... de Napoli della Regia Corte (Gentile, 120); 7 gennaio 1598: “A Giovan
Battista Rota ducati cinque correnti et per lui a Luigi Croys pittore disse sono a compimento de ducati 30
per quattro quadri che ultimamente le ha fatti” (Mari e Grimaldi, 157); 4 agosto 1603: “Alla marchesa di
Lavello ducati 13 e per lei a Luise Croys fiamengo disse sono per dui quatri vendutoli et consignatoli, l’uno
della Madonna et l’altro l’Ecce homo (Spinola e Lomellino, 145); 10 ottobre 1603: “Alla marchesa de
Lavello d. quaranta e per lei a Loysio Croys pittore disse per tre quatri della sua poteca quali sono uno
Cristo alla colonna, un Santo Geronimo et un San Giovannello” (Turbolo, 140).
502
Come risulta da una nuova testimonianza d’archivio: il 31 ottobre del 1589 “Bellisario Corenzo”
ricevette un pagamento di 5 ducati da un tal Pietro de Balcane “in parte della pittura che fa nel suo
giardeno” (ASN, BA, Citarella e Rinaldo, 104). Sul periodo più antico del Corenzio cfr. P. K. Ioannu,
«Dopo la sua varia fortuna». Aggiunte e proposte sul primo periodo del pittore Belisario Corenzio, in Ricerche sul ‘600
napoletano. Saggi e documenti 2000, Napoli 2001, pp. 36-51. Il regesto del Corenzio va integrato con le
seguenti polizze inedite: 13 marzo 1591: “Al signor Don Giulio Gesualdo ducati sei e per lui a mastro
Bellisario Corrense disse sono in conto di quello che li resta debbitore per tutta l’opera nella cappella et
altra depentura in sua massaria” (Citarella e Rinaldo, 107); 6 febbraio 1598: “A don Tommaso de Monte
preposito in Santo Apostolo ducati quindice correnti et per lui a Bellisario Correnzi disse sono in parte del
quadro in fresco che ha da depintare nel loro refettorio di Santo Apostolo conforme al desegno fra loro
fatto et approvato” (Mari e Grimaldi, 157); 19 febbraio 1598: altro pagamento di ducati 10 per la stessa
opera (Mari e Grimaldi, 157); 20 novembre 1603: “A Cosmo Acciaroli et Domenico Spinelli ducati
sessant’uno e per loro a Bellisario Correnzo pittore disse se li paghano per il loro Domenico Spinelli et per
lui a compimento de ducati 81 per la pittura dell’Annuntiata fatta nell’Ecclesia de Santo Giovanni de
Fiorentini” (Turbolo e Caputo, 146).
503
D. Bodart, Les peintres des Pays –Bas méridionaux, cit.., I, p. 138 che cita a tal proposito un passo indicativo
di Filippo Baldinucci (Notizie dei professori del disegno, Firenze 1688, II, p. 189): “sarebbe cosa impossibile il
raccontare quante e quante opere uscirono di sua mano e grandi e piccole, perché oltre a quelle, ch’e fece
in pubblico, non lasciò mai di farne altresì per servizio di diversi mercanti, che le mandavano in paesi
lontani”. Per la bibliografia sul Bril cfr. il paragrafo 1 del III capitolo.
504
Su questi dipinti cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 195, 197, 240 nota 19
con bibliografia precedente.
93
sicuramente con la frequentazione degli artisti che, reduci dalle vaste imprese pittoriche
patrocinate dal pontefice Sisto V, erano discesi nella capitale vicereale intorno al 1590 per
decorare le pareti della Certosa di San Martino.
2. LA PARTECIPAZIONE AL RETABLO DI SANTA MARIA DI LA VID (BURGOS) E
AL PERDUTO SOFFITTO NAPOLETANO DELL’ANNUNZIATA
Tra il 1592 e il 1593 l’Imparato ricoprì l’incarico di console della corporazione dei pittori, dei
doratori, rotellari e cartari napoletani assieme a Michele Curia, Rinaldo Mijtens, Giovan
Bernardo Lama, Fabrizio Santafede e Teodoro d’Errico.505 Come è noto solo i maestri più
affermati potevano rivestire tale carica:506 ne deriva una precisa indicazione del ruolo di primo
piano raggiunto dall’artista che, giusto in questi anni, fu coinvolto in alcune delle maggiori
imprese condotte nella capitale vicereale.
Nel biennio 1591-1592 il pittore collaborò con Fabrizio Santafede, Wenzel Cobergher e Giovan
Battista Cavagna alla realizzazione di un gruppo di tele commissionate da don Juan de Zùñiga
conte di Miranda, viceré dal 1586 al 1594, destinate all’altare maggiore della chiesa di Santa
Maria di La Vid [fig. 78], un minuscolo villaggio sito a poca distanza da Aranda de Duero in
Castiglia (a sud di Burgos). La chiesa di Santa Maria di La Vid, annessa ad un’abbazia
premonstratense risalente alla metà del XII secolo,507 era stata scelta sin dagli anni trenta del
Cinquecento come luogo di sepoltura per la sua famiglia da un illustre antenato del viceré di
Napoli, don Íñigo Lòpez de Mendoza, vescovo di Coria e di Burgos, abate commendatario del
cenobio di La Vid nel periodo compreso fra il 1516 e il 1539 circa. Il prelato, nominato cardinale
da papa Clemente VII nel 1530, riuscì a fare del monastero un centro religioso e culturale di
rilievo.508 Assieme al fratello Francesco, terzo conte di Miranda, don Iñigo patrocinò la
costruzione di una nuova “Cappilla mayor” (“que es la mejor del mundo”, affermò Bernardo de
León nel 1626)509 destinata a diventare un pantheon familiare, sul modello della cappella del
Gran Conestabile di Castiglia nella Cattedrale di Burgos. Costruita tra il 1522 e il 1572, la
splendida cappella maggiore di La Vid, di impianto ottagonale, è senz’altro uno dei migliori
esempi dell’architettura castigliana del XVI secolo.510 A lavori quasi conclusi, nel 1572 vi furono
traslate le spoglie del porporato dal monastero di Domus Dei di Aguilera, mentre nel 1579 vi
505
V. De Luise, Michele Curia, indagine documentaria, Napoli 1989, p. 47; P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 332; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, p. 333 e
Regesto documentario, docc. nn. 24, 27.
506
Sulle caratteristiche della corporazione rimando a F. Strazzullo, La corporazione dei pittori napoletani,
Napoli 1962, pp. VII-VIII, 4.
507
Sul monastero gli studi più esaurienti sono M. J. Zaparaín Yáñez, El Monasterio de Santa María de la Vid.
Arte y cultura. Del Medievo a las transformaciones arquitectónicas de los siglos XVII y XVIII, Madrid 1994 e M. T.
López De Guereño Sanz, Monasterios Medievales premonstratenses. Reinos de Castilla y Leon, Valladolid 1997, I,
pp. 227-282.
508
Per il Cardinale Lòpez de Mendoza si veda H. Florez, España Sagrada, Madrid 1771, XXVI, pp. 419-424;
sul ruolo avuto a la Vid cfr. J. A. Mendoza, El Cardenal Don Iñigo López de Mendoza y el Monasterio de la Vid,
in «Archivo Agustiniano», XLIV, 1950, pp. 67-84; J. J. Vallejo Penedo, D. Iñigo López de Mendoza, Abad
Comendatario del Monasterio, in «Cor Unum», 195-196, 1979, pp. 60-65. Su don Juan de Zúñiga cfr. D. A.
Parrino, Teatro eroico e politico de’ governi de’ viceré del Regno di Napoli dal tempo del Re Ferdinando il Cattolico
fino al presente. Nel quale si narrano i fatti più illustri e singolari accaduti alla città e Regno di Napoli, Napoli 1692,
I, pp. 356-374; G. Coniglio, I Viceré spagnoli di Napoli, Napoli 1967, pp. 143-149; G. Galasso, Alla periferia
dell’impero, cit., p. 312.
509
B. de Leon, Primera Parte de los opusculos de la limpissima Concepcion de nuestra Señora Madre de Dios, La Vid
1626, pagine non numerate. L’affermazione compare nella dedica all’“eccellentissimo señor don Cristoval
de Sendoval Rojas y Podilla”.
510
Sulle fasi costruttive della cappella e per gli aspetti architettonici e plastici cfr. I. Cadiñanos Bardeci,
Proceso constructivo del monasterio de La Vid (Burgos), in «A. E. A.», 241, 1988, pp. 21-32; B. A. Ruiz, De la
capilla gótica a la renacentista: Juan Gil de Hontañón y Diego de Siloé en La Vid, in «Separata del Anuario del
Departamento de Historia y Teoría del Arte U. A. M.», XV, 2003, pp. 45-57.
94
trovò sepoltura il fratello, don Francisco. In tale occasione, secondo una testimonianza
settecentesca, la cappella accolse un retablo che alcuni anni dopo il nipote del cardinale, don Juan,
non ritenne degno del prestigio della famiglia e decise di sostituire con quello napoletano,511
tuttora in situ.
La notizia della commissione delle tele da parte del viceré si ricava dall’iscrizione che corre sul
gradino marmoreo in primo piano nell’Annunciazione santafediana: ... D. IOAN(N)IS STUNICAE
MIRANDAE COMITIS ET IN HOC NEAPO/LITANO REGNO PROREGIS IUSSU FABRITIUS S(ANCTA)
512
Il testo della scritta assieme alla firma che
FIDES NEAP(OLITANUS) PINGEBAT 1592 [fig. 80].
compare sullo sgabello in basso a destra nella Disputa di Gesù al Tempio [fig. 81], in cui si legge:
HIERONIM(US) IMPE/RATUS NEAP(OLITANUS) NEAP(OLITANUS) FACIEBAT, vennero rilevati nel
1788 dal canonico don Juan Loperraez Corvalan nella Descripcion Històrica del Obispado de Osma.
L’autore dichiara di aver desunto le sue informazioni da un manoscritto del 1779 di Don Pedro
Rodriguez, Conte di Campománes, conservato nella Real Accademia de la Historia di Madrid.513
Quest’ultimo aveva definito l’insieme “magnifico por su escultura y el mérito de las pintura” e
aveva riferito di un retablo preesistente a quello realizzato a Napoli.514
In seguito alla soppressione del 1835515 le tele rischiarono di essere disperse, come tanti altri beni
appartenuti al cenobio; il padre Santos, che era stato monaco premonstratense a La Vid e che
aveva assunto la responsabilità della chiesa, frattanto divenuta parrocchia del villaggio, si oppose
fermamente all’asportazione dei dipinti, già smontati dalle cornici lignee, ottenendo il ritiro dei
carri giunti presso l’abbazia per il loro trasferimento ad Aranda de Duero.516
Nel 1865 il complesso monastico venne affidato agli agostiniani di Valladolid, ordine che tuttora
lo gestisce. Fu un membro della nuova comunità religiosa, padre Tirso Lòpez, ad interessarsi del
retablo nella seconda metà del XIX secolo; per primo l’agostiniano menzionò le tre tele dell’ordine
superiore, la Visitazione, l’unica opera non firmata, la Natività e la Presentazione al tempio,
rispettivamente di Wenzel Cobergher e Giovan Battista Cavagna [fig. 79].517
Successivamente, il pittore Josè Martí y Monsó, direttore della scuola di Belle Arti di Valladolid,
trascrisse correttamente le firme ancor oggi leggibili su quattro delle cinque tele ed espresse un
parere degno di considerazione sulla loro qualità artistica:518 condizionato dal gusto estetico del
511
J. Loperraez Corvalan, Descripcion Histórica del Obispado de Osma, con tres disertaciones sobre los sitios de
Numacia, Uxama y Clunia, Madrid 1788, II, p. 194.
512
Le prime parole dell’iscrizione purtroppo non sono decifrabili. La trascrizione riportata dal Loperraez
Corvalan fa precedere il nome del viceré con un BRICELI che però è un termine privo di significato,
frutto evidente di un errore di lettura. Non è da escludere che l’iscrizione, forse già poco leggibile nella
seconda metà del Settecento, si aprisse con una serie di parole abbreviate contenenti una dedica mariana
del tipo B. R. Coeli, (Beatae Reginae Coeli).
513
J. Loperraez Corvalan, Descripcion Histórica del Obispado de Osma, cit., pp. 194-195. Da questo autore
dipendono: J. Álvarez, Sermón que en la solemne función religiosa en acción de gracias al Todopoderoso predicó el 21
de octubre de 1866 el M. R. P. Fr. Joaquín de Jesús Alvarez... con motivo de la apertura e instalación del nuevo Colegio
de Santa Maria de la Vid en la diócesis de Osma, Valladolid 1866, p. 48; R. Amador de los Rios, España. Sus
Monumentos y artes, su naturaleza e historia, Burgos, Barcellona 1888, pp. 972-975.
514
J. Loperraez Corvalan, Descripcion Histórica del Obispado de Osma, cit., p. 195. Non ho avuto modo di
consultare il testo del Conte di Campománes.
515
Dopo la prima soppressione napoleonica del 1808, i monaci erano ritornati nel monastero di La Vid nel
1824 per abbandonarlo definitivamente nel 1835. Cfr. M. J. Zaparaín Yáñez, El monasterio de Santa María de
la Vid, cit., pp. 54-56.
516
J. J. Alonso, El Monasterio de Santa Maria de la Vid colegio-seminario de los agustinos filipinos (1865-1926), in
«Archivo Agustiniano», 196, 1994, p. 21; M. J. Zaparaín Yáñez, El Monasterio de Santa María de la Vid, cit., p.
56.
517
T. López, Colegio de agustinos calzados de las Misiones de Filipinas, de Santa María de la Vid, antes convento de
canònigos premonstratenses, in «Ilustración Católica», agosto 1879, pp. non numerate. Il López trascrisse
erroneamente le iscrizioni che compaiono nella Presentazione al tempio (JOANNES BAPTISTA ROMANUS
LOVANIA NEAPOLI FACIEBAT AN. 1591) e quella posta nella Natività (WERSEL CHOVERGHER), omettendo in
quest’ultimo caso anche la data (1592).
518
J. Martí y Monsó, Estudios Historico-Artisticos relativos principalmente á Valladolid, basados en la investigacion
de diversos archivos, Valladolid-Madrid 1901, p. 317. Per la prima volta, come si è detto, l’autore riportava
95
suo tempo, come è stato giustamente osservato di recente,519 il Martí y Monsó mostrò di
apprezzare fra i cinque dipinti soprattutto l’Annunciazione di Fabrizio Santafede, “el mejor de
todos ellos, de agradable casta de color y factura suelta presenta los caracteres de la escuela
napolitana sin llegar á caer en el amaneramiento” [fig. 80];520 la tela dell’Imparato invece gli
appariva diversa da tutti gli altri, al punto da ritenerla, significativamente, un’opera che “se acerca
más á la escuela romana que á la napolitana” [fig. 81].521 Tale giudizio finì per condizionare buona
parte degli autori successivi.522
Solo nel 1966, con l’opuscolo dedicato al monastero da Fernando Rojo, emersero elementi
rimarchevoli per la storia critica del complesso: il religioso riportò per la prima volta il nome
dell’autore della Visitazione, “Domingo Nicenio”, non specificando purtroppo la fonte della nuova
informazione.523 La proposta va accolta con cautela, in quanto il nome di questo pittore è del
tutto sconosciuto e non compare in nessun repertorio biografico, così come non figura fra gli
artisti documentati a Napoli negli ultimi anni del Cinquecento. Sulla scia del Martí y Monsó il
Rojo, ad eccezione dell’Annunciazione del Santafede, definì mediocri le opere del retablo.524 In
seguito Pilar Redondo e Lidia Ollero resero noto un documento del 1592 che restituiva il nome
dell’artefice della complessa carpenteria lignea, lo scultore locale “maestro” Antonio de Lejalde.525
Sin dal primo Novecento anche in Italia si era manifestata una certa attenzione per il polittico di
La Vid, come provano le voci Cavagna Giovan Battista, del 1912, e Imparato Girolamo, d’una
dozzina d’anni dopo, curate rispettivamente da Geog Sobotka e Giuseppe Ceci per l’imponente
dizionario degli artisti di Ulrich Thieme e Felix Becker.526 Ma fu con la pubblicazione del libro del
Pérez Sánchez, Pintura italiana del siglo XVII en España, che l’impresa napoletana divenne più nota
nel nostro paese.527 Qualche anno dopo spettò a Giovanni Previtali sottolinearne l’importanza nel
saggio dedicato alla pittura napoletana del tardo Cinquecento.528
Stagliato su un basamento lapideo, il grandioso insieme si compone di due corpi [fig. 78], il primo
dei quali include la nicchia entro cui troneggia la veneratissima statua in pietra della Madonna col
una trascrizione corretta di tutte le iscrizioni che si leggono sui dipinti; in particolare, correggeva la versione
fornita dal López delle firme del Cavagna (JOES BAPTISTA CAVAGNA ROMANUS PICTOR ARCHITECTUS
NEAPOLI FACIEBAT ANNO DNI MDXCI) e del Cobergher (WENSEL COBERGHER F. 1592).
519
M. J. Zaparaín Yáñez, El Monasterio de Santa María de la Vid, cit., p. 28.
520
J. Martí y Monsó, Estudios Historico-Artisticos, cit., p. 317.
521
Ibidem.
522
Ad esempio il dipinto dell’Imparato è ritenuto opera della scuola romana da N. Acero y Abad, Dos
cuadros de la insigne iglesia parroquial y colegiata de Santa María de la Redonda de Logroño y Santa María de la Vid,
Logroño 1901, pp. 349-350.
523
F. Rojo, Monasterio de Santa María de la Vid. Historia y arte, Burgos 1966, p. 21. Il dipinto, a differenza
degli altri, è privo di qualsiasi iscrizione.
524
Ibidem.
525
P. Redondo y L. Ollero, La Iglesia del Monastero de La Vid, in «Cor Unum», 195-196, 1979, pp. 56-57. Più
di recente invece Maria José Zaparaín Yáñez ha pubblicato un documento notarile del 23 aprile 1719
riguardante la doratura del retablo, eseguita da maestro José de la Serna. In tale occasione le modanature e le
sculture furono dorati mentre i fondi lisci furono policromati in bianco, imitando in tal modo l’effetto
decorativo della conca absidale simile a una conchiglia, effetto che ancora si conserva (M. J. Zaparaín Yáñez,
El Monasterio de Santa María de la Vid, cit., p. 67).
526
G. Sobotka, ad vocem Cavagna Giovan Battista, in U. Thieme, F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden
Künstler, VI, Leipzig 1912, p. 211; G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., XVII, 1924, pp. 581-582. I due
autori citano il testo del Martí y Monsó.
527
A. E. Pérez Sánchez, Pintura italiana del siglo XVII en España, Madrid 1965, pp. 231, 448. Dello stesso
autore vedi anche La pintura napolitana del Seicento y España, in Pintura Napolitana de Caravaggio a Giordano,
catalogo della mostra (Madrid 1985), Madrid 1985, p. 47.
528
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 876; Idem, La pittura del Cinquecento a
Napoli, cit., pp. 110-111. Lo studioso si occupò nuovamente del retablo spagnolo in Fiamminghi a Napoli alla
fine del Cinquecento: Cornelis Smet, Pietro Torres, Wenzel Cobergher, in Relations artistiques entre les Pays-Bas et
l’Italie à la Renaissance. Ėtudes dédiées à Suzanne Sulzberger, Bruxelles-Rome 1980, pp. 215-216. Sul polittico di
La Vid si veda anche P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 92, 104, 112, 141, 148,
171, 250, 257, 262, 280.
96
Bambino, ritenuta dagli studiosi iberici opera databile tra la fine del Duecento e gli inizi del
Trecento.529 Non è certo raro trovare in Castiglia retabli cinquecenteschi contrassegnati da dipinti
disposti intorno ad un’immagine sacra più antica: un precedente locale è, ad esempio, il polittico
dell’altare maggiore della cattedrale di Burgos.530 La finalità principale di tali prodotti, piuttosto
diffusi anche nel meridione d’Italia, rispondeva, come è ben noto, soprattutto negli anni della
Controriforma, all’intento di esaltare agli occhi dei devoti mediante preziosi involucri
l’importanza di vetusti simulacri, ritenuti espressione della religiosità di un’epoca gloriosa della
Chiesa, oltre che oggetto di straordinaria venerazione.531 Risulta indicativo, a tal proposito,
rilevare che durante la seconda metà del Cinquecento l’abbazia di La Vid accrebbe fortemente il
suo carattere di centro di devozione mariana, divenendo meta di numerosi pellegrinaggi. Ai fedeli
che si recavano in visita al santuario nei giorni di festività della Vergine veniva concessa
un’indulgenza plenaria; inoltre don Juan de Zúñiga, nel 1594, ottenne da papa Clemente VIII un
particolare privilegio: gli abati di La Vid potevano celebrare nella chiesa del monastero rivestiti
delle insegne pontificali e impartire la benedizione ai fedeli con la stessa dignità dei vescovi.532
L’iconografia del retablo, incentrata sui misteri gaudiosi del Rosario, tende ad evidenziare il valore
dell’incarnazione di Cristo e della maternità divina di Maria: il racconto inizia con l’Annunciazione
santafediana a sinistra della scultura medievale, continua nell’ordine superiore con la Visita della
Madonna a sant’Elisabetta, la Natività, la Presentazione di Gesù al Tempio e si conclude con la Disputa
di Gesù fra i dottori nel registro inferiore.
L’insieme delle tele appare piuttosto eterogeneo sul piano della qualità e degli orientamenti
culturali caratterizzanti la pittura napoletana di fine secolo; se infatti il dipinto del Santafede vero “campione” della pittura controriformata partenopea - e le severe composizioni del
Cobergher e del Cavagna attestano la netta prevalenza dell’indirizzo più accentuatamente
devozionale, la tela dell’Imparato esprime invece il filone più affine al tardo manierismo estroso
dell’Hendricksz e del Curia; di considerevole interesse è poi la presenza della copia da un
capolavoro di Federico Barocci, la Visitazione custodita nella Cappella Pozzomiglio (1583-86) della
chiesa di Santa Maria della Vallicella a Roma,533 spettante al presunto Domenico Nicenio. Il
Previtali sottolineò come la committenza, non potendo avere un originale di Federico Barocci,
volle “comunque un segno della sua presenza”, provando così l’“importanza di caposcuola che,
anche a livello ufficiale, si attribuiva all’artista di Urbino” nella capitale del Viceregno.534 La copia
pittorica di La Vid, quasi certamente prodotta come tutte le altre tele a Napoli fra il 1591 e il
1592 e, con molta probabilità ricavata dalla stampa del Van Veen (1588), è senz’altro una delle
529
J. M. Azcárate, Arte gótico en España, Madrid 1996, p. 188. Uno studio molto dettagliato sulla statua è
condotto da M. J. Martínez Martínez, La escultura monumental burgalesa y la Virgen de la Vid, in «Religión y
Cultura», 224, 2003, pp. 93-128.
530
Nella cattedrale burgalesa la statua in argento della Madonna col Bambino, realizzata da Cristóbal de
Valladolid nel 1464, è inserita in un retablo eseguito fra il 1582 e il 1586 dai fratelli Rodrigo e Martín de la
Haya, cfr. V. Lompérez y Romea, The Cathedral of Burgos, Barcellona s. d., p. 18 e tav. 19.
531
Sull’uso di creare tali contesti in epoca controriformata, relativamente all’Italia e a Napoli, cfr. G.
Previtali, La fortuna dei primitivi, in particolare alle pp. 28-34; B. Agosti, Collezionismo e archeologia cristiana nel
Seicento. Federico Borromeo e il Medioevo artistico tra Roma e Milano, Milano 1996, passim; R. Naldi, Culto di
Sant’Anna ed icone miracolose a Napoli nel primo Cinquecento: una cornice per l’epigramma In picturam di Iacopo
Sannazaro, in «Napoli Nobilissima», V s., II, 2001, pp. 15-30.
532
Indice de los documentos procedentes de los monasterios y conventos suprimidos que se conservan en el Archivio de la
Real Academia de la historia. Publicado de órden de la misma, Secion primera, Castilla y Leon, Madrid 1861, I, pp.
121-122, doc. n. 109, 20 giugno 1594; M. J. Zaparaín Yáñez, El Monasterio de Santa María de la Vid, cit., pp.
42-43.
533
Sul dipinto vedi H. Olsen, Federico Barocci, Copenaghen 1962, pp. 116-124; A. Emiliani, Mostra di
Federico Barocci (Urbino 1535- 1612), catalogo della mostra (Bologna 1975), Bologna 1975, pp. 142-149;
Idem, Federico Barocci (Urbino 1535-1612), Bologna 1985, II, pp. 217-229; N. Turner, Federico Barocci, ed.
cons. Paris 2000, pp. 102-107, con ulteriore bibliografia.
534
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 877; Idem, La pittura del Cinquecento a
Napoli, cit., p. 111.
97
più antiche repliche conosciute del dipinto romano, divulgato da diversi incisori.535 La richiesta di
una riproduzione della Visitazione del Barocci venne indubbiamente dal viceré il quale, più che
delle peculiarità artistiche, dovette preoccuparsi di impreziosire il retablo della cappella di famiglia
con una copia da un modello di chiara fama, divenuto celebre assai presto: è noto infatti che la
pala della Cappella Pozzomiglio mandava in estasi San Filippo Neri.536
L’esistenza in Castiglia di un dipinto con tali caratteristiche rappresenta senza alcun dubbio
un’attestazione di notevole portata sulla fortuna extraitaliana delle invenzioni baroccesche. Tra la
fine del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo si ebbe una diffusione straordinaria delle
repliche da opere di Federico Barocci. Quasi certamente la scelta dello Zúñiga fu condizionata
dagli oratoriani partenopei, e forse dal futuro cardinale Francesco Maria Tarugi, “primo figlio di
san Filippo Neri e primo padre della Congregatione di Napoli”, al quale il Conte di Miranda era
molto legato.537 Ecco quanto scrisse il Marciano, ad un secolo di distanza, a proposito dell’avvio
della grandiosa fabbrica della chiesa oratoriana: “A 15 di agosto del 1592 si pose con molta
solennità la prima pietra, nella qual celebre funtione, sicome riferisce in un suo manoscritto il
padre Antonio Talpa, volle intervenirvi il Conte di Miranda viceré all’hora del Regno di Napoli,
insieme colla viceregina sua moglie, per la stima che haveano de’ padri e particolarmente del
Tarugi, et in segno dell’affetto et amore che loro portavano, mandarono per quella solenne
mattina dal Regio Palazzo il pranzo, e per ajuto della nuova fabrica seicento scudi di
elemosina”.538
La fortuna delle invenzioni di Federico Barocci in Italia meridionale è attestata da numerose
derivazioni: appaiono significativi il caso di Donato Piperno, che copiò fedelmente la Deposizione
della Cattedrale di Perugia per la chiesa di Sant’Agostino a Benevento;539 quello del “non
disprezzabile” Pietro Antonio Ferro che riprodusse negli affreschi delle chiese di Santa Chiara
(1611) e del Carmine (1612) a Tricarico, in Lucania, la Visitazione Pozzomiglio, l’Annunciazione ora
nella Pinacoteca Vaticana, il Trasporto di Cristo al sepolcro di Senigallia e il Riposo durante la fuga in
Egitto,540 e infine quello siciliano di Antonino Biondo autore di una personale interpretazione del
Perdono d’Assisi a Santa Lucia del Mela.541 La ragione principale della vasta circolazione delle
535
La prova dell’adesione alla stampa è data da alcuni dettagli assenti nel dipinto di Barocci e introdotti dal
Van Veen, come ad esempio la presenza dell’edificio sullo sfondo a sinistra, posto subito dopo la balaustra
dell’architettura in cui è ambientata la scena. Sull’incisione del Van Veen (1588) e quelle successive dello
stesso autore del 1589 e del 1594 e del Thomassin (1594) cfr. A. Emiliani, Mostra di Federico Barocci, cit., p.
45; Idem, Federico Barocci, cit., p. 219; Idem, Federico Barocci, tecnica e sentimento. Storie di allievi, copisti,
ammiratori, in Nel segno di Barocci. Allievi e seguaci tra Marche, Umbria, Siena, a cura di A. M. Ambrosini
Massari e M. Cellini, Roma 2005, p. 15. Su altre repliche dal Barocci in Spagna cfr. A. E. Perez Sanchez,
Pintura italiana del siglo XVII, p. 231.
536
A. Emiliani, Federico Barocci, cit., pp. 225-226, con bibliografia; P. Tosini, Santa Maria in Vallicella (della
Visitazione). Federico Barocci, in Roma di Sisto V. Le arti e la cultura, a cura di L. Madonna, Roma 1993, p. 249.
Sul legame tra il Barocci e gli oratoriani cfr. D. Ferrara, Artisti e committenze alla chiesa Nuova, in La regola e la
fama. San Filippo Neri e l’arte, catalogo della mostra (Roma 1995), Milano 1995, pp. 110-111; e nello stesso
catalogo C. Barbieri, “Invisibilia per visibilia”: S. Filippo Neri, le immagini e la contemplazione, in particolare a p.
66.
537
G. Marciano, Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio nelle quali si dà ragguaglio della fondatione di
ciascheduna delle Congregationi fin’hora erette e de’ Soggetti più cospicui che in esse hanno fiorito, Napoli 1693, I, p.
238.
538
Ivi, pp. 239-240.
539
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 141.
540
Arte in Basilicata. Rinvenimenti e restauri, catalogo della mostra a cura di A. Grelle Iusco, (Matera 1981),
Roma 1981, p. 121; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 141; N.
Barbone Pugliese, Pietro Antonio Ferro: cultura figurativa tridentina fra centro e periferia, in «Napoli
Nobilissima», XXXV (n. s.), 1996, pp. 175-183.
541
Da chiese messsinesi provengono le due derivazioni dalla Visitazione Pozzomiglio, attribuite ad
Alessandro Fei, oggi nel Museo Regionale della città. Per questi esempi cfr. T. Pugliatti, Pittura del
Cinquecento in Sicilia. La Sicilia orientale, Napoli 1993, pp. 268, 270, 279, 297, 339. Su Antonino Biondo
vedi C. Vargas, ad vocem Biondo Antonio, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, cit., II, p. 648. Per altre
repliche dal Barocci in area meridionale cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 141.
98
composizioni del Barocci, certo favorita dal medium delle stampe, è da ricercare quasi certamente
nel loro alto potenziale religioso. Temi iconografici assai comuni venivano tradotti in un
linguaggio accattivante, privo di complicazioni contenutistiche, in cui risultavano riflesse le istanze
di chiarezza didascalica richieste dalla Chiesa della Controriforma. In un’epoca in cui il controllo
da parte delle autorità religiose sulla definizione delle immagini sacre fu fortemente accentuato,542
la propagazione delle copie parrebbe motivata dalla necessità dei committenti di affidarsi ad
esempi pittorici collaudati dalla tradizione. La realizzazione a Napoli di repliche dal maestro
urbinate costituisce un fattore rilevante per la comprensione degli indirizzi artistici locali, come
osservato dal Previtali.543 Dopo i prelievi parziali effettuati dalle stampe incise dallo stesso Barocci
da parte di Girolamo Imparato, di Teodoro d’Errico, di Mijtens e, intorno al 1590, anche da
Francesco Curia,544 nella capitale del Viceregno si originò, come vedremo, un indirizzo pittorico
baroccesco sviluppatosi essenzialmente attraverso mediazioni, in particolare dai contatti con
pittori che dal linguaggio dell’artista marchigiano traevano ispirazione. Tra le derivazioni più
significative da invenzioni del Barocci in ambito napoletano va segnalata la ripresa del Cristo del
Perdono di Assisi [fig. 88] nella Trasfigurazione collocata sull’altare maggiore della chiesa dell’Eremo
dei Camaldoli [fig. 89], una tavola “affascinante” - ampliata grossolanamente nel corso del
Seicento - che potrebbe a mio avviso appartenere al primo periodo napoletano (1600 ca.) di
Ippolito Borghese.545 La figura del Cristo ricompare, con le medesime caratteristiche,
nell’Ascensione dipinta dal pittore umbro per la chiesa della Trinità presso Piano di Sorrento [fig.
90].546
In assenza di testimonianze documentarie non è semplice stabilire la genesi dell’impresa pittorica
di La Vid; tuttavia è ragionevole pensare che don Juan de Zúñiga si fosse rivolto al pittore locale
maggiormente accreditato in quegli anni, ossia Fabrizio Santafede. Questi dovette coinvolgere gli
altri maestri, innanzitutto il collega Girolamo Imparato, a lui ripetutamente associato in diversi
contesti cittadini.547 Il fenomeno delle richieste di lavori così impegnativi da parte di un viceré
non era certo nuovo: ben nota è la commissione intorno al 1522 a Giovanni da Nola del sepolcro
542
Il fenomeno riguarda senz’altro, ma più limitatamente, alcune composizioni del senese Marco Pino,
replicate numerose volte per le chiese dell’Italia meridionale. Anche in questo caso si tratta con tutta
evidenza di modelli assai conosciuti, divulgati attraverso le stampe. Sulle repliche da Marco Pino cfr. il
paragrafo 3 del III capitolo. Per il complesso problema delle relazioni tra arti figurative e Controriforma e
sul rigoroso clima instauratosi nel corso degli ultimi decenni del XVI secolo vedi M. Calì, Arte e
Controriforma, in La Storia, a cura di N. Tranfaglia e M. Firpo, IV, L’età moderna, II, La vita religiosa e la
cultura, Torino 1986, pp. 283-314, con riferimenti alla ricchissima bibliografia.
543
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 877; Idem, La pittura del Cinquecento a
Napoli, cit., p. 111.
544
Sul rapporto fra l’Hendricksz e le incisioni del Barocci si vedano G. Previtali, Teodoro d’Errico e la
‘Questione meridionale’, cit., p. 20 e ss.; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 83, 86. Per i prelievi effettuati da
Curia cfr. N. Barbone Pugliese, Contributo alla pittura napoletana del Seicento in Basilicata, in «Napoli
Nobilissima», XXII (n. s.), 1983, pp. 85-86; I. di Majo, Francesco Curia, cit., pp. 51, 70.
545
È ritenuta di un pittore “baroccesco” vicino all’Imparato da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., p. 178 nota 89.
546
Su questo dipinto vedi F. Ferrante, Ricerche su Ippolito Borghese, in «Prospettiva», 40, 1985, pp. 30, 36
nota 67; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 286, 316 nota 18. In
aggiunta, si osservino le strette somiglianze fra i santi accasciati in basso nella Trasfigurazione dei Camaldoli e
le analoghe teste degli apostoli dell’Assunta esposta nella Cappella del Monte di Pietà di Napoli (1603) e,
ancora, con le figure dei dolenti del Compianto della collezione Malatita di Portici (Neg. N. 34054,
Soprintendenza al Polo Museale di Napoli), accostato all’Imparato dal Previtali (La pittura napoletana dalla
venuta di Vasari, cit., p. 904 nota 48; Idem, La pittura del Cinquecento, cit., p. 132 nota 12) e che invece
ritengo vada restituito al pittore di Sigillo (Pg). Cfr. il n. 42 del Repertorio delle opere espunte, di bottega e
alterate dai rifacimenti. Al regesto di Borghese aggiungo i seguenti documenti: 24 aprile 1598: “A Giovan
Francesco Macziotta ducati tre tarì uno e per lui a Hipolito Borghese disse se li pagano per ordine del
ingegniero Giovan Battista Cavagna per saldo di quattro giornate che have recato per servitio del Principe
di Conca in andare stare et tornare da Cayaczo cioè dalli 18 per tutti li 21 del presente (Mari, 130); 9
gennaio 1603: “A Giovan Angelo Barrile ducati sei contanti et per lui a Giovan Battista Cavagna et per lui
al signor Hypolito Borghese disse sono per altri tanti” (Turbolo e Caputo, 148).
547
Sul rapporto assai stretto fra i due artisti vedi il V capitolo.
99
del viceré don Ramon de Cardona, ora custodito nella chiesa parrocchiale di Bellpuig in
Catalogna.548 I rapporti artistici tra Napoli e la Spagna si intensificarono sul finire del secolo,
quando soprattutto il Santafede dovette godere del favore della nobiltà iberica.549
Nella Disputa di Gesù al tempio [figg. 81-82] si percepisce - in modo più netto rispetto alla tavola di
Massalubrense - l’avvenuta mutazione dello stile di Girolamo Imparato. Colpiscono, rispetto alla
fase precedente, il tono eccentrico e l’arditezza compositiva spiccatamente manieristica, suggeriti
dall’adozione della prospettiva inerpicata e dal carattere espressivo, quasi spiritato, delle figure. I
dottori del tempio, indagati con una perspicuità ottica in cui riemerge l’antica componente
fiamminga della sua arte, vestono ampi roboni di consistenza lamellare. L’improbabile torsione
del personaggio in primo piano a destra gareggia con le pose altrettanto spericolate adoperate sul
finire degli anni ottanta dal giovane Francesco Curia; penso ad esempio agli incredibili
avvitamenti di alcuni personaggi nella cona della confraternita del Cordone in San Lorenzo
Maggiore di Napoli, o ai santi che fiancheggiano la Madonna col Bambino della cappella Tocco in
Santa Caterina a Formello.550 La tela imparatesca lascia affiorare ricordi di varia origine: gli
elementi architettonici sullo sfondo rammentano la Circoncisione del Gesù Vecchio di Marco Pino
[fig. 40]; a un pensiero di ascendenza raffaellesca rimanda la figura del san Giuseppe
rappresentato con la Vergine sullo sfondo; mentre il cagnolino accovacciato sotto lo sgabello in
basso a sinistra è un motivo di origine veneta largamente diffuso in ambito romano. Sorprende
l’uso di una gamma cromatica fatta di tonalità intensissime, ottenuta mediante una stesura
pittorica assai studiata, che sortisce splendidi effetti di cangiantismo.
L’artista appare sintonizzato con le più brillanti sperimentazioni avviate sin dalla metà degli anni
ottanta nella Roma di papa Sisto V (1585-90), laddove, a voler parafrasare il Briganti, grazie alla
feconda influenza esercitata dal Barocci si manifestò l’“ultima nobilissima vampata del
manierismo” romano551 attraverso pittori di grande talento come Andrea Lilio, Ferraù Fenzoni,
Ventura Salimbeni e Giovanni Baglione.552 Da questo contesto l’Imparato poté assumere la
548
F. Abbate, La scultura napoletana del Cinquecento, Roma 1992, pp. 237-242; J. Yeguas Gassó, Giovanni da
Nola e la tomba del Viceré Ramon de Cardona. Il trasferimento da Napoli a Bellpuig e i legami con la scultura in
Catalogna, in «Napoli Nobilissima», V s., VI, 2005, pp. 3-10.
549
Lo dimostrano i diversi dipinti di collezione privata tuttora presenti in Spagna. Cfr. A. E. Pérez Sánchez,
Pintura italiana del siglo XVII, cit., p. 448; Idem, La pintura napolitana del Seicento, cit., pp. 46-48, 296-297.
550
Per queste opere cfr. I. di Majo, Francesco Curia, cit., pp. 49-52, 57-64.
551
G. Briganti, La maniera italiana, cit., p. 58.
552
Per gli artisti citati e sulla pittura romana del periodo sistino cfr. in sintesi: G. Baglione, Le vite de’ pittori
scultori et architetti. Dal Pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di Papa Urbano Ottavo nel 1642,
Roma 1642, ed. cons. ristampa anastatica commentata a cura di J. Hess e H. Röttgen, Roma 1995; H. Voss,
Die Malerei, cit., pp. 297-327; R. Longhi, Giovanni Baglione, in Enciclopedia Italiana, V, 1930, ed. cons. in
Opere complete, ‘Me pinxit’ e quesiti caravaggeschi, 1928-1934, Firenze 1968, IV, pp. 145-153; C. Guglielmi,
Intorno all’opera pittorica di Giovanni Baglione, in «Bollettino d’Arte», XXXIX, IV, 1954, pp. 311-326; F. Zeri,
Pittura e controriforma, cit., pp. 70-76; G. Scavizzi, Note sull’attività romana del Lilio e del Salimbeni, in
«Bollettino d’Arte», XLIV, I, 1959, pp. 33-40; Idem, Su Ventura Salimbeni, in «Commentari», X, 1959, pp.
115-136; Idem, Gli affreschi della Scala Santa ed alcune aggiunte per il tardo manierismo romano I, in «Bollettino
d’Arte», XLV, I-II, 1960, pp. 111-122; Idem, Gli affreschi della Scala Santa II, in «Bollettino d’Arte», XLIV,
IV, 1960, pp. 325-335; Idem, Sugli inizi del Lilio e su alcuni affreschi del Palazzo Lateranense, in «Paragone»,
137, 1961, pp. 44-48; G. Briganti, La maniera italiana, cit., pp. 57-59; G. Scavizzi, Ferraù Fenzoni as
Draughtsman, in «Master Drawings», 4, 1966, pp. 3-20; S. J. Freedberg, Painting in Italy 1500-1600, cit., pp.
735-811; P. A. Rield, Disegni dei Barocceschi senesi (Francesco Vanni e Ventura Salimbeni), catalogo della mostra
(Firenze 1976), Firenze 1976; C. Bon, Precisazioni sulla biografia di Giovanni Baglione, in «Paragone», 347,
1979, pp. 88-93; C. Strinati, Quadri romani tra ‘500 e ‘600, cit., passim; Idem, Roma nell’anno 1600. Studio di
pittura, in «Ricerche di Storia dell’arte», 10, 1980, pp. 15-48; L’arte a Siena sotto i Medici 1555-1609, catalogo
della mostra (Siena 1980), a cura di F. Sricchia Santoro, Roma 1980; C. Bon, Una proposta per la cronologia
delle opere giovanili di Giovanni Baglione, in «Paragone», 373, 1981, pp. 17-48; Andrea Lilli nella pittura delle
Marche tra Cinquecento e Seicento, catalogo della mostra (Ancona 1985), a cura di L. Arcangeli, Roma 1985;
L. Barroero, in Santa Maria Maggiore, a cura di C. Pietrangeli, Firenze 1988; A. Lo Bianco, in La pittura del
Cinquecento a Roma e nel Lazio, parte IV, in La pittura in Italia, cit., II, pp. 457-463; L. Barroero, in Il Palazzo
Apostolico Lateranense, a cura di C. Pietrangeli, Firenze 1991, pp. 139-189, 217-286; Le arti nelle Marche al
100
prospettiva alterata, il caratteristico modo di sfaccettare i panneggi - destinato a divenire una sigla
riconoscibile del suo linguaggio fino alle prove finali - e la ricerca sul colore che, pur non
eguagliando le preziose iridescenze del Barocci, tende a farsi sempre più raffinato. Naturalmente
non si trattò, come per tutti i seguaci del grande maestro marchigiano, della comprensione delle
potenziali novità insite nella sua pittura quanto, piuttosto, di un’adesione superficiale, limitata
alla sola ripresa di aspetti esteriori. A tal proposito giova ricordare che già l’abate Luigi Lanzi aveva
collocato Federico Barocci fra gli innovatori del suo tempo, al pari dei Carracci.553
Il confronto della Disputa di La Vid [figg. 81-82] con uno dei riquadri della volta della Scala Santa,
La moglie di Pilato intercede per Cristo, forse eseguito dal Salimbeni [fig. 83],554 è a mio avviso
sintomatico della familiarità del maestro napoletano con l’ambiente sistino. Lungi dal voler
forzare i termini del confronto stabilendo una dipendenza del dipinto imparatesco dall’affresco
romano, è possibile tuttavia constatare le affinità di risultati fra le due composizioni, sia nella
concezione dello spazio che nella somiglianza tipologica delle figure, soprattutto nei gruppi
angolari. L’evoluzione dello stile imparatesco difficilmente potrà essere spiegata senza presupporre
uno studio delle grandi imprese condotte nella Roma di papa Felice Peretti: la Cappella del
Presepe in Santa Maria Maggiore, la decorazione della Biblioteca Sistina nel Palazzo Apostolico
Vaticano, quella del Palazzo Lateranense e soprattutto della Scala Santa. E però il mutamento del
linguaggio imparatesco poté essere rafforzato nella nuova direzione dalla presenza a Napoli, agli
inizi degli anni novanta, di alcuni maestri provenienti dall’Urbe. Durante il lungo priorato di
padre Severo Turboli (1580-97), la Certosa di San Martino fu interessata da lavori di
rinnovamento che videro la compresenza di diversi pittori chiamati da Roma:555 oltre alla ben
nota attività del Cavalier Giuseppe Cesari, impegnato una prima volta tra il 1589 e il 1590 nella
volta del coro della chiesa,556 va ricordata la partecipazione ai lavori di decorazione dell’edificio di
pittori barocceschi dalla maniera assai estrosa, che poterono suggestionare non poco l’artista
meridionale; penso in special modo a Giovanni Baglione [figg. 84-86] e ad un artista dalla parlata
più aspra, molto vicino al Lilio e al Fenzoni, responsabile dell’affresco raffigurante la Deposizione di
Cristo [fig. 87], ritrovato al disotto del celebre dipinto di Massimo Stanzione con lo stesso tema,
nella controfacciata della chiesa, e creduto da Raffaello Causa opera di Andrea Lilio.557 È molto
probabile che questi artisti avessero lasciato in Certosa cicli pittorici estesi, distribuiti in diversi
ambienti del complesso monastico oltre che sulle pareti della nuova chiesa costruita da Giovan
Antonio Dosio. Risulta difficile pensare che il Baglione durante il suo soggiorno biennale a
Napoli (1591-1593 ca.) realizzasse soltanto gli affreschi nell’atrio della chiesa, tuttora conservati,
raffiguranti scene della fondazione della Certosa partenopea [figg. 84-85].558 Le tracce di affreschi
Tempo di Sisto V, catalogo della mostra (Ascoli Piceno 1992), a cura di P. Dal Poggetto, Milano 1992,
passim; A. Zuccari, I pittori di Sisto V, cit; Roma di Sisto V, cit.; F. Sricchia Santoro, L’arte del Cinquecento, cit.,
pp. 111-112, 249; M. Calì, La pittura del Cinquecento, Torino 2000, pp. 226-231; M. Pulino, Andrea Lilio,
Milano 2003; Nel segno di Barocci, cit., passim.
553
L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, cit., pp. 349-352.
554
È questa la proposta avanzata da A. Zuccari, I pittori di Sisto V, cit., pp. 136-137. Precedentemente lo
Scavizzi aveva riferito questa scena a Giovan Battista Ricci, G. Scavizzi, Gli affreschi della Scala II, cit, p. 325;
seguito dalla Barroero, in Il Palazzo Apostolico Lateranense, cit., p. 142.
555
R. Causa, L’arte nella Certosa di San Martino, Napoli 1973, pp. 28-40, 95- 100 note 47-78; G. Previtali, La
pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 115-116; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., pp. 179-192.
556
H. Voss, Die Malerei, cit., p. 363; H. Röttgen, Il Cavalier d’Arpino, catalogo della mostra (Roma 1973),
Roma 1973, pp. 27-28; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 179-192; M.
Forcellino, Il Cavalier d’Arpino. Napoli (1589-1597), Milano 1991; H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari
D’Arpino, cit., pp. 22-25 e passim.
557
R. Causa, L’arte nella Certosa, cit., p. 32. L’attribuzione al Lilio dell’affresco staccato, oggi esposto nel
Quarto del priore, è accolta, anche se dubbiosamente, da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., pp. 182, 184; mentre è respinta da L. Arcangeli, in Andrea Lilli nella pittura delle
Marche, cit., p. 45 e da M. Pulini, Andrea Lilli, cit., p. 140, che assegna il dipinto al lombardo Simone
Barabino.
558
Nel ricordare il suo soggiorno napoletano il pittore-biografo non offre molti elementi, afferma soltanto
che “alcune cose operovvi” tralasciando però di menzionare i contesti nei quali fu impegnato. Cfr. G.
101
della fine Cinquecento menzionate da Raffaello Causa, rinvenute anche al di sotto delle tele coi
Profeti Elia e Mosè del Ribera nella controfacciata, lasciano ipotizzare che le decorazioni
patrocinate dal Turboli dovettero interessare anche la navata dell’edificio sacro e forse alcune
cappelle.559 Come si è detto, queste presenze poterono solo invigorire una tendenza già in atto
negli svolgimenti pittorici dell’artista napoletano. Nel recepire dai pittori romani le stravaganze
formali di radice manieristica, l’uso dei panneggi seghettati e dei cangiantismi cromatici,
l’Imparato elaborò una personale interpretazione della tendenza baroccesca, giungendo a risultati
che sono da annoverare tra i frutti migliori dell’intera pittura meridionale al passaggio tra il
Cinque e il Seicento.
Ritornando all’impresa castigliana, vorrei aggiungere un’ultima considerazione. Per carattere e
organizzazione l’insieme delle tele spagnole non differisce dai cantieri dei soffitti realizzati a
Napoli sin dai primi anni ottanta del XVI secolo; l’unica importante differenza si deve alla
realizzazione locale, per ovvie ragioni pratiche ed economiche, dell’incorniciatura lignea da parte
di maestro Antonio Lejalde. Tuttavia, rispetto ai cassettonati di San Gregorio Armeno e
Donnaromita, che avevano espresso un’unità culturale maggiore - nel senso che più affine risulta
l’orientamento dei pittori coinvolti -, il retablo di La Vid sembra inaugurare, per la diversità del
linguaggio dei vari artefici che vi parteciparono, una tipologia di impresa più simile ai soffitti
eseguiti in città tra l’ultimo decennio del Cinquecento e i primi anni del secolo successivo: si
pensi ad esempio al soffitto del Carmine dove furono attivi due artisti di cultura radicalmente
diversa, Francesco Curia e Giovanni Balducci,560 o ancora a quello di Santa Maria la Nova,
ritenuto a buon motivo un’“antologia” della pittura napoletana negli anni 1598-1603.561
La conferma di quanto ipotizzato giunge dalla constatazione che la medesima équipe dei pittori di
La Vid si ritrovò a distanza di solo un biennio, nel 1594, a dipingere le tele del sesquipedale
soffitto della chiesa napoletana dell’Annunziata. Incrociando le testimonianze delle fonti e dei
documenti è stato possibile chiarire non pochi aspetti di questo perduto complesso, ormai non
più giudicabile perché divampato con l’incendio del 1757. Il soffitto fu menzionato per la prima
volta dal D’Engenio, che però riferì anche della partecipazione del Curia, non accertata dai
documenti.562 Il Celano aggiunse un’importante informazione (non si sa però quanto fondata),
scrivendo che la “soffitta” sarebbe stata realizzata sotto la direzione del Lama, a cui la letteratura
periegetica attribuiva un’Annunciazione posta sulla controfacciata della chiesa, affiancata da due
dipinti minori del Santafede.563 Il De Dominici, l’ultimo in ordine di tempo a descrivere l’opera,
riprendendo le spettanze riportate dal D’Engenio descrisse più diffusamente il complesso,
contribuendo a creare ulteriori confusioni, superate solo grazie ai documenti rintracciati da
Gennaro Toscano.564
Nel febbraio del 1594 i governatori dell’Annunziata effettuarono una serie di pagamenti al
Cobergher, al Santafede, all’Imparato e al Cavagna per l’esecuzione di “quattro quatri grandi con
l’historie” da “fare per l’intempiatura dell’ecclesia” della Santa Casa. Al pittore fiammingo spettò
l’esecuzione del maggiore dei dipinti, l’Assunzione della Vergine, posto al centro565; all’architetto e
Baglione, Le vite de’ pittori scultori et architetti, cit., p. 401. Gli affreschi del pronao furono identificati da C.
Guglielmi, Intorno all’opera pittorica di Giovanni Baglione, cit., p. 312. Si vedano anche C. Bon, Una proposta
per la cronologia, cit., pp. 31-33, figg. 46-51; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606,
cit., pp. 186, figg. a p. 184.
559
Lo studioso riferisce tali lacerti a Bernardino Cesari, cfr. R. Causa, L’arte nella Certosa, cit., p. 97 nota 60.
560
Per il perduto soffitto del Carmine cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606,
cit., pp. 107, 138; S. De Mieri, Aggiunte a Francesco Curia, cit., pp. 175-176.
561
Su questo complesso rimando al paragrafo 2 del V capitolo.
562
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 399.
563
C. Celano, Notizie del Bello dell’antico, cit., II, p. 946. La data del 1564 riferita dall’autore, ripresa anche
dal De Dominici, è a mio avviso un refuso e va corretta in 1594. Si veda anche G. D’Addosio, Origine
vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata di Napoli, Napoli 1883, p. 64.
564
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 814-815, 850-851; G. Toscano, La bottega di Benvenuto Tortelli e
l’arte del legno a Napoli nella seconda metà del Cinquecento, cit., pp. 266-268.
565
Bernardo De Dominici erroneamente ritenne l’Assunta opera dell’Imparato: “non è di tal bontà quella
che si vede esposta nella soffitta della Santissima Nunziata, ove è dipinta l’Assunzione della Beata Vergine al
Cielo, ed ha gli appostoli intorno al di lei sepolcro, che per avervi dipinto alcuni di essi sbattimentati, che
102
pittore romano fu affidata la Natività, mentre lo Sposalizio della Madonna e la Presentazione della
Vergine al tempio andarono rispettivamente al Santafede e all’Imparato. Inoltre, sappiamo che alla
decorazione del soffitto parteciparono Aert Mijtens, Giovanni Inyers (Snyers), Giulio dell’Oca,
Giovan Vincenzo Forli, Giovann’Angelo D’Amato e Curzio di Giorgio. Ad ognuno di essi
vennero assegnati quattro scomparti minori raffiguranti “doi angioli che tengono in mano uno
epiteto della Madonna Santissima”, con l’unica eccezione del Mijtens incaricato di realizzare i
quattro Evangelisti. Le parti eseguite da questi pittori furono affidate alla sorveglianza dei maestri
principali: Aert Mijtens e Jan Inyers (Snyers) dipinsero a “soddisfazione” del Cobergher, Giulio
dell’Oca e il Forli lavorarono sotto il controllo del Santafede, Curzio di Giorgio fu esaminato dal
Cavagna e infine il D’Amato fu sottoposto al giudizio del collega Girolamo Imparato.566
prendon l’ombra delle nubi di sopra, e troppo ricercandoli per migliorarli, perdono quella grandezza che si
richiede nell’opere che hanno assai distanza dall’occhio. Migliore è però il quadro che nella medesima
soffitta si vede, ove è espressa la Presentazione al Tempio della Santissima Verginella Maria, che ha in sé
buona idea nel componimento, miglior disegno, e ben inteso di chiaroscuro; onde per quest’opera merita
Girolamo la sua lode, se quella descritta dell’Assunta non incontra tutto il piacimento degl’intendenti” (B.
De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 850-851). Riguardano Wenzel Cobergher i seguenti documenti inediti:
20 ottobre 1588: “A Tiberio del Pezzo ducati settanta et per lui al magnifico Vincenzo Gobergen fiamengo
dissero sono per uno quatro grande per servitio della Sapientia et due retratti che li have lavorati” (ASN,
BA, Olgiatti, 94); 25 novembre 1588: “Al signor vescovo di Ariano ducati quindici e per lui a mastro
Vincenso fiamingo sono per la pittura del frontispicio et altri dui angelettti… della soa capella di
Piedegrotta e per lui al signor Valerio di Gregorio a compimento de ducati 20 che l’altri ducati 5 li ha
receputi contanti per compimento del intrate de una casa tene locata da detto Valerio” (Grimaldi, 97); 23
febbraio 1591: “A Giovan Battista Rota ducati cinque e per lui al magnifico Vincenzo Cobeger pittore,
disse per una pittura che l’ha fatta e per esso al suo creato Tomaso de Rosa, che serveno per casa sua”
(Citarella e Rinaldo, 106); 13 gennaio 1595: “Al magnifico Giovan Antonio Turboli ducati trentanove e
mezo e per lui a Geronimo Coscina disse sono per una di cambio di Agostino Turbolo… da Ottavio
Camareno cassero di Santa Crestina disse in conto dello quatro di Santa Maria delli Angeli di detto loco e
per lui a Vincenzo Golbeger disse sono in conto di una cona che la da fare della Concezione della Madona
conforme al disegno che tiene il signore duca di Seminara alta palmi 12 e largha palmi otto in tela che serve
per….della città di Santa Crestina apprezando detta cona come serra fenita” (Gentile, 117); 16 gennaio
1595: “Al magnifico Vincenzo Corberger ducati diece e per lui a Simone Tramontano disse sono a bon
conto d’una cona con suo ornamento che fa per lui de legname che ha da stare a secondo per un’altra
polisa sua pagato per il nostro banco il mese di novembre “(Gentile, 117); 18 gennaio 1595: “Al magnifico
Vincenzo Corbegher ducati ducento venti e per lui ad Antonio Avutobel disse per altritanti” (Gentile, 117);
20 marzo 1595: “Al nostro Stefano Gentile ducati dudeci e per lui a Vincenzo Cuberger disse per il prezzo
de uno quatro vendutoli e consignatoli e per lui a Thomase de Rosa suo criato che serveno per casa sua
(Gentile, 117).
566
G. Toscano, La bottega di Benvenuto Tortelli, cit., pp. 266-268. Sul soffitto si veda anche C. Restaino,
Giovan Vincenzo Forlì, ‘pittore di prima classe nei suoi tempi’, cit., pp. 34-35, 48 note 18-24; P. Leone de Castris,
Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., 88, 92, 247, 323; C. Vargas, Cornelis Smet, cit., pp. 636-637.
A proposito del Cavagna segnalo alcune polizze inedite: 25 ottobre 1589: “Al Principe de Conca ducati due
et per lui al magnifico Giovan Battista Cavagnia dissero sono in conto della pittura che fa accomodare nelli
dui camerini della casa sua (ASN, BA, Olgiatto, 174); 31 luglio 1592: “A Giovan Antonio de Iulio ducati 65
e per lui a Giovan Battista Cavaneo disse sono a compimento de ducati 72 atteso li altri ducati 7 ce li ha
fatti boni per lo prezzo di tanti legnami ha ricevuto da esso per suo servizio e celli paga per lo pesone de uno
magazeno tiene locato da esso” (Olgiatto, 177); 17 aprile 1598: “A Giovan Francesco Macziotta ducati diece
e per lui a Giovan Battista Cavagna ingegniero disse se li pagano in conto delle sue giornate… in Cayazzo
per dove partirà hoggi chiamato dal Principe di Conca” (Mari, 130); 19 aprile 1603: riceve 50 ducati da
Dosio Palmerio “in conto della fabrica fa fare alla massaria di Piedegrotta del Duca de Vietri e per esso a
Cosimo Cavagna suo figlio” (Spinola e Lomellino, 144); altri pagamenti, rispettivamente di 46 e 29 ducati,
per la medesima fabbirca sono registrati il 9 maggio e il 21 giugno del 1603 (Spinola e Lomellino, 145). Ai
documenti già conosciuti sul Forli aggiungo i seguenti pagamenti: 8 ottobre 1588: “A Cesare Piscicello
ducati cinquanta et per lui a Nufrio de Forli et Giovan Vincenzo suo figlio dissero amorevolmente selli
prestano a l’uno et l’altro per tutto lo presente mese de ottobre” (ASN, BA, Olgiatti, 94); 20 ottobre 1588:
“A Cesare Piscicello ducati dudici et per lui a Nufrio et Giovan Vincenzo de Forli patre et figlio dissero ad
complimento de ducati 132 in conto della cona del Sasso (Olgiatti, 94); 19 ottobre 1595: “Ad Adriana
Milana ducati dece contanti et per lei a Giovan Vincenzo Forli pittore et le paga come a procuratrice del
Padre Giacomo Milano suo nepote et disse a compimento de ducati 20 in parte de ducati 40 dello integro
103
Giovann’Angelo D’Amato, dopo un’intensa attività svolta nel corso del nono decennio per
località della costiera amalfitana,567 appare documentato a Napoli a partire dal 1589 ca. a stretto
contatto con l’Imparato.568 Certo è che il figlio Giovann’Antonio d’Amato, pittore assai celebrato
dalle fonti, dovette educarsi nella bottega di Girolamo proprio in questi anni. Ma sul problema
ritorneremo.
3. IL POLITTICO
(1593)
DI
SANT’ANNA
NELLA CHIESA DEL
CARMINE
DI
CAGLIARI
A questo momento di propagazione europea della pittura napoletana risale il polittico firmato e
datato da Girolamo Imparato (HIERONIMUS IM/PERATUS NEAPO/LITANUS FACIEBAT/1593)569
custodito nella chiesa del Carmine di Cagliari [figg. 91, 91 bis]. La scomparsa degli stemmi
apposti alla base della notevole cornice lignea non consente di precisare la committenza del
complesso, fortunatamente scampato alle distruzioni belliche che nel 1943 danneggiarono
gravemente l’edifico sacro, in seguito ricostruito. La prima menzione dell’opera risale solo al
1861, quando Giovanni Spano ebbe modo di osservarla in una cappella dell’unica navata della
chiesa; ecco la particolareggiata e lusinghiera descrizione riportata nella sua Guida della città e
dintorni di Cagliari: “Ma i preziosi dipinti che figurano in questa chiesa sono quelli della cappella
seguente, prima a man sinistra, dedicata a Sant’Anna. Chi non vi scorgesse un’epigrafe sotto
l’ultimo spartimento a destra Hieronimus Imperatus Neapolitanus faciebat 1594, scambierebbe
questa impareggiabile tavola con una dei migliori caposcuola italiani, e l’avrebbe annoverata fra le
opere di Rafaele, e di Tiziano. Se il Lanzi avesse potuto vedere questo dipinto, quali elogi non
avrebbe compartito ad un sì grande artista! La principal figura è sant’Anna, in fondo dorato,
come lo sono le altre in varii scompartimenti. Essa sta in piedi, alle spalle di Nostra Donna che
tiene il divino Infante che dolcemente la carezza. Purissimo si è il contorno vivo e delicato il
colorito: le carni hanno una finitezza tale da che sembrano miniate. Le lacche sono così vive in
tutte le figure che sembrano come se fossero al momento impastate. Nello spartimento principale
hanno messo una vetriata, e l’avrebbero meritata anche gli altri. I due laterali di sopra
rappresentano sant’Angelo martire e san Francesco, i quali ritengono dell’antico stile. I due
inferiori sottoposti sono san Pietro e san Giacomo, a’ piedi del quale è l’epigrafe del pittore.
Succede indi l’imbasamento con altri sette spartimenti, le cui figure sono assai più finite delle
altre, sebbene siano sporcate di cera: specialmente è degna di essere riguardata la Pietà che sta in
mezzo, col Cristo in grembo: questo è alquanto sproporzionato nelle estremità, ma è un piccol
neo da non badarsi fra tanti altri pregi che in tutta la tavola sono sparsi. Le figure al lato sinistro
sono sant’Antioco, san Rocco ed un altro santo che ha una cassetta di colori in mano (sic!) [in
nota spiega correttamente che potrebbe trattarsi di san Cosma]. Quelle del lato destro, sono san
prezzo de un quadro de Nostra Donna con santo Andrea et santo Francesco di Paula et lo haverà da
consegnare a detto Giacomo” (Francesco Rosella, 121).
567
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149-154.
568
Sulla collaborazione fra il D’Amato e l’Imparato nell’Ultima Cena di Santa Maria della Sapienza vedi
l’ultimo paragrafo del capitolo precedente. Il 2 marzo del 1591 Giovann’Angelo D’Amato e Giovan Marco
de Gennaro affittarono a Nicola Fraulo e Pietro Carola una “tabernam magnam cum duabus cortileis
discopertis” sita nella “platea Sancti Nicolai” di Napoli (ASN, Notai del Cinquecento, Francesco de
Gennaro, scheda 353, protocollo 9/10, ff. 52r-53r).
569
La data 1594 riportata da buona parte degli studiosi, a cominciare da Giovanni Spano (vedi nota
successiva), è errata perché frutto di un antico rifacimento, documentato da una riproduzione fotografica
del 1943 dell’Archivio fotografico della Soprintendenza per i B.A.P.A.S.A.E. di Cagliari e Oristano (Neg. N.
2276). Le fotografie effettuate in occasione del recente restauro (riprodotte in G. Zanzu, Il restauro della pala
di Sant’Anna della chiesa del Carmine di Cagliari, Cagliari 2004, p. 8) e un controllo diretto da parte dello
scrivente, consentono di rettificare la data di esecuzione in 1593.
104
Giovanni [leggi san Damiano], san Sebastiano ed un santo pontefice. Sopra, nel frontone con cui
termina l’altare, evvi il Padre Eterno che sembra di diverso stile”.570
Un secolo dopo Renata Serra provò ad investigare per la prima volta i possibili risentimenti che il
prodotto aveva sortito sulla pittura locale, invero modesti e circoscrivibili ad un interesse assai
limitato di Francesco Pinna al momento dell’esecuzione del polittico di Sant’Alberto, conservato
nella stessa chiesa carmelitana, e alle derivazioni palmari dagli scomparti imparateschi del registro
superiore in due santi, parte di uno smembrato polittico del convento francescano di Oristano,
realizzati dal pittore di origine napoletana Bartolomeo Castagnola.571
Nel corso del XVI secolo quello partenopeo fu uno dei mercati artistici privilegiati dai
committenti sardi, specialmente di ambito cagliaritano: ad esempio intorno al 1518 dovette
approdare a Villamar (Ca) la Madonna col Bambino della bottega di Giovanni Meriliano da Nola,
inserita in un retablo dipinto da Pietro Cavaro;572 a distanza di qualche decennio, entro la metà del
Cinquecento, giunse nella chiesa di Sant’Elena a Quartu (Ca) l’Adorazione dei Magi della bottega
di Giovan Filippo Criscuolo, oggi nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari e, ancora, nella seconda
metà del secolo, la chiesa cagliaritana di San Francesco a Stampace accolse il grandioso polittico di
San Cristoforo eseguito da Decio Tramontano, attualmente esposto anch’esso nel Museo del
capoluogo sardo.573 Inoltre, tra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi decenni del Seicento,
consistente fu la diffusione di sculture lignee napoletane in molte località dell’isola.574 La fortuna
dei prodotti artistici di provenienza partenopea in Sardegna venne senz’altro agevolata dagli
antichi rapporti commerciali esistenti fra le due sponde tirreniche, entrambe soggette al dominio
della corona spagnola: è ben noto che napoletani e genovesi commerciavano in loco manufatti,
sete e panni fini e vi si rifornivano di grano e di altri generi alimentari primari.575 La compagine di
mercanti, marinai e artigiani originari di Napoli costituì a Cagliari una vera e propria ‘colonia’,
che ebbe in concessione nel 1602 la chiesa di San Nicola (prossima al convento del Carmine) nel
medievale quartiere di Stampace, vicino al porto.576 Pur rimanendone ancora oscura la
570
G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, Cagliari 1861, pp. 164-166. Il dipinto imparatesco venne
menzionato in seguito dallo stesso autore in G. Spano, Storia dei pittori sardi e catalogo descrittivo della privata
pinacoteca, Cagliari 1870, pp. 16-17. L’opera risulta citata anche nella Guida per le città di Cagliari, Oristano ed
Iglesias, Cagliari 1872, p. 106; G. Goddard King, Sardinian Painting, I, The painters of the gold backgrounds,
Filadelfia 1923, p. 174, e tav. XLI. Per l’altra bibliografia cfr. il n. 19 del Repertorio delle opere autografe.
571
R. Serra, Su taluni aspetti del Manierismo nell’Italia meridionale. Francesco Pinna, pittore cagliaritano della
Maniera tarda, in «Annali delle Facoltà di Lettere Filosofia e Magistero dell’Università di Cagliari», XXX,
1966-1967, pp. 424-426, in cui si parla di un influsso esercitato dall’opera imparatesca anche sull’anonimo
autore del retablo di Sant’Antonio da Padova nell’’ex Cattedrale di Santa Giusta (OR). L’autrice è ritornata
sul polittico di Sant’Anna in C. Maltese, R. Serra, Episodi di una civiltà anticlassica, in Sardegna, Venezia
1969, pp. 326, 334; R. Serra, Retabli pittorici in Sardegna nel Quattrocento e nel Cinquecento, Roma 1980, p. 38;
Eadem, Pittura e scultura dal Medioevo all’Ottocento, in La Sardegna, I, Cagliari 1982, p. 90; Eadem, Pittura e
scultura dall’Età Romanica alla fine del ‘500, Nuoro 1990, pp. 255-256. Assai circostanziato è lo scritto sul
restauro che ha interessato il polittico a cura di G. Zanzu, Il restauro della pala di Sant’Anna, cit..
572
L. Gaeta, Sulla formazione di Giovanni da Nola, cit., pp. 95-96, 103 note 108-109 con bibliografia
precedente.
573
La restituzione dei due dipinti alla bottega del Criscuolo e a Decio Tramontano si deve a P. Leone de
Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 44, 81 nota 28, 297, 324 nota 19. Buone
riproduzioni dei due dipinti sono in Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Catalogo delle opere, Cagliari 1988, I, pp.
70, 72-73, 74, 84-85.
574
Estofado de oro. La statuaria lignea nella Sardegna spagnola, catalogo della mostra (Cagliari-Sassari 20012002), Cagliari 2001, passim. Ancora alla tradizione della pittura napoletana tardo-cinquecentesca
appartengono il retablo firmato dall’ischitano Cesare Calise per la chiesa di San Pietro a Villamar, oggi nella
parrocchia di San Giovanni Battista della medesima località (R. Serra, Pittura e scultura dall’età romanica, cit.,
pp. 268-269), e la pala di Giovan Bernardo Azzolino in San Giorgio dei Genovesi a Cagliari (A. Saiu
Deidda, Un dipinto di Giovan Bernardino Azzolino a Cagliari, in «Prospettiva», 73-74, 1994, pp. 166-168),
sebbene realizzati entrambi nei primi anni del Seicento.
575
F. Manconi, Un mondo piccolo di un grande impero, in La società sarda in Età Spagnola, cit., p. 15.
576
A. Pasolini, Don Nicolò Pignatelli e la Chiesa dei Napoletani a Cagliari, in Interventi sulla «Questione
meridionale», a cura di F. Abbate, Roma 2005, pp. 229-235.
105
commissione è all’interno di queste dense relazioni storiche che va rintracciata la genesi della
pregevole opera imparatesca.
La complessa struttura del polittico, assai diverso dai prodotti di destinazione chiesastica lavorati a
Napoli in quegli stessi anni, sebbene manifesti negli elementi architettonici un lessico di chiara
derivazione rinascimentale, sembra adeguarsi per altri aspetti ai tipici retabli gotici, così largamente
diffusi nell’isola ancora per tutto il XVI secolo:577 in particolare risulta davvero inconsueta per
l’epoca di realizzazione, la ricca profusione di ori che interessa non solo la carpenteria lignea,578
ma i singoli pannelli in cui si accampano le figure disossate dei santi; inoltre, la superficie dorata
dei vari scomparti appare decorata da una punzonatura che riproduce formelle a motivi floreali,
fingendo così una preziosa stoffa damascata. È stato già notato che queste peculiarità dell’opera
napoletana, che le conferiscono fascino e toni arcaici, vanno relazionate a precise istanze dei
committenti.579
Nel registro inferiore è collocata la nicchia classicheggiante a valva di conchiglia oggi vuota, che in
origine dovette ospitare una statua di ridotte dimensioni (inferiore a un metro di altezza). Una
fotografia risalente alla prima metà del Novecento mostra al centro del polittico un San Giuseppe
di fattura settecentesca [fig. 91] che forse sostituiva un simulacro più antico, verosimilmente
raffigurante il medesimo soggetto.580 Questo stesso documento, in accordo con l’importante
descrizione dello Spano, attesta una distribuzione dei pannelli più coerente rispetto a quella
attuale (che il recente restauro non ha contribuito a ripristinare [fig. 91 bis]): il San Giacomo
occupava il posto oggi preso dal San Pietro. In effetti tale disposizione, si osservi la divaricazione
delle gambe dei due apostoli, ripeteva in maniera simmetrica la posa dei santi dell’ordine
soprastante.
I personaggi sacri dell’Imparato abitano una sorta di loggiato a due piani, scandito dallo
scompartimento architettonico della cornice, proiettando delle ombre vere che contrastano con
l’effetto irreale e smaterializzante delle dorature. Per la Sant’Anna metterza [fig. 92] il pittore scelse,
forse su indicazione dei patroni della cappella, un modello iconografico tardo medievale ben noto
a Napoli: probabilmente tenne conto di un precedente prestigioso quale la Sant’Anna con la
Vergine e il Bambino, dipinta su muro, venerata sull’altare maggiore della chiesa napoletana
dell’Annunziata, distrutta col rogo settecentesco ma in parte conosciuta attraverso la stampa che
riproduce l’altare pubblicata nella guida del Sarnelli.581 E però nella mobilità e nelle fluide
cadenze dei gesti delle figure concatenate, nella morbidezza della stesura pittorica, nulla rimane
dei modelli ieratici che l’artista poteva aver visto.
577
Per una disamina di tali prodotti cfr. R. Serra, Pittura e scultura dall’età romanica, cit.; Retabli. Arte sacra in
Sardegna, cit..
578
È difficile precisare la paternità della cornice cagliaritana, scolpita senz’altro da alcuni dei migliori
intagliatori attivi nella capitale vicereale. Per il momento mi limito a rilevare le indubbie somiglianze delle
colonne e dei capitelli, dell’architrave e in parte della predella con la cornice della bella pala raffigurante la
Madonna del Rosario, sull’altare maggiore di Santa Lucia nell’omonimo casale di Cava de’ Tirreni, dipinta
entro la prima metà degli anni novanta da Aert Mijtens. Cfr. P. Leone de Castris, La Madonna del Rosario di
Aert Mijtens ed altre questioni di fine Cinquecento, in S. Milano, La Chiesa di S. Lucia in Cava de’ Tirreni, Cava
de’ Tirreni 2005, pp. 125-137.
579
R. Serra, Pittura e scultura dall’età romanica, cit., p. 256; C. Galleri, Francesco Pinna. Un pittore del tardo
Cinquecento in Sardegna. Opere e documenti, Capoterra 2000, p. 17.
580
Le fonti locali tacciono sulla chiesa del Carmine. Non escludo che in origine nella nicchia fosse ospitata
una statua più antica rispetto al polittico. In tal caso, l’opera cagliaritana avrebbe avuto le medesime
caratteristiche di quelli che Giovanni Previtali definì efficacemente interventi di “museografia sacra
controriformistica”, riferendosi al polittico eseguito da Teodoro d’Errico nei primi anni novanta in San
Domenico Maggiore, intorno alla ben nota tavola tardo-duecentesca raffigurante il santo fondatore
dell’ordine domenicano. Un complesso analogo è l’ancona hendrickiana della chiesa dell’Assunta a Santa
Maria a Vico che include una duecentesca statua della Madonna col Bambino. Cfr. G. Previtali, Dalla venuta
di Vasari, cit., p. 899 note 12, 14; Idem, Teodoro d’Errico e la ‘Questione meridionale’, cit., pp. 24-25; Idem, La
pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 135 nota 21; C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 123-125. Del
polittico di San Domenico, trafugato nel 1984, sono stati ritrovati alcuni scomparti. Vedi I. Maietta, in
Ritrovare l’arte... Capolavori con una storia in più, catalogo della mostra (Napoli 2004), Napoli 2004, pp. 40-43.
581
R. Naldi, Culto di Sant’Anna ed icone miracolose a Napoli nel primo Ciquecento, cit., pp. 15-18, fig. a p. 19.
106
Il polittico cagliaritano mostra esplicite affinità di linguaggio con la Disputa di La Vid [fig. 81]: vi
compare una medesima gamma di colori tersi, accostati per tonalità contrastanti, un analogo
impiego di ombre colorate, di vesti in stoffa sottile e spiegazzata, di anatomie allungate, oltre che
l’ormai tipica espressività patetica impressa sui volti. I singoli personaggi, dai santi laterali strutturati secondo una posa di derivazione classica - a quelli a mezzo busto della predella,
appaiono definiti con un’attenzione micrografica di tipo fiammingo. Si noti il modo in cui la luce
scruta le fattezze dello stupendo San Giacomo [fig. 94], indagandone la barba e i riccioli dei capelli,
rendendoli vibranti, e scorre sui panneggi disposti per ampie falde. L’Imparato conferma le sue
doti di raffinato colorista: la gamma cromatica varia dagli azzurri oltremarini delle vesti della
Vergine [fig. 91 bis], ai rossi vivissimi del Sant’Antioco [fig. 96], al giallo cromo del manto lamellare
di San Pietro [fig. 91 bis], ai risvolti verdi della veste di San Rocco [fig. 96], ai magenta e ai viola
degli abiti dei santi medici Cosma e Damiano. Come nella Madonna d’Ognissanti
dell’Arciconfraternita dei Bianchi allo Spirito Santo [fig. 35], nel dipingere il Gesù Bambino [fig.
92] l’Imparato si ispirò dichiaratamente a un modello piniano, questa volta non molto diverso da
quello che compare nel dipinto un tempo nella collezione Serra di Cassano a Napoli [fig. 93].582
La Pietà, collocata nello scomparto principale della predella [fig. 95], riprende un impianto
michelangiolesco già esperito nella prima pala di Santa Patrizia [fig. 12]; ora però il tema appare
declinato in termini smaccatamente manieristici, forse sulla base di suggestioni neoparmensi, per
l’eccessivo allungamento del gracile corpo di Cristo. Il perizoma svolazzante del San Sebastiano [fig.
97], plasmato in tenera cera, compone un arabesco che sembra anticipare i fantasiosi ghirigori dei
panneggi dell’angelo nell’Annunciazione di Nola [fig. 100].
Nel complesso di Cagliari è straordinaria la capacità di reiventare con mezzi moderni un prodotto
antico, rispondendo così pienamente ai gusti di una committenza che, pur aprendosi alle novità
pittoriche del momento di ambito italiano, non appare del tutto sganciata da una mentalità
conservatrice di radice medievale. Pertanto, il rifulgente polittico sardo, capolavoro davvero
singolare, è da inserire a pieno titolo tra gli apici della pittura meridionale di fine Cinquecento.
4. L’ANNUNCIAZIONE
NOLA (1594-95 CA.)
DELLA CHIESA DELLE MONACHE ROCCHETTINE DI
Sull’altare maggiore dell’Annunziata di Nola si conserva in buono stato, all’interno di
un’incorniciatura marmorea settecentesca, una magnifica Annunciazione [fig. 100] riconosciuta
all’Imparato da Giovanni Previtali.583 La chiesa nolana appartenne a un monastero di
canonichesse lateranensi assai prestigioso, destinato sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1380, a
religiose appartenenti alle più nobili famiglie locali. Dopo una fase primo cinquecentesca
piuttosto critica, dovuta ai sospetti sulla vita delle religiose, a quanto pare non proprio ligia alle
rigide norme della vita claustrale, il monastero fu oggetto di un processo di rinnovamento
spirituale che impegnò in prima persona, quasi alla metà del secolo, il vescovo della città
Gianfrancesco Bruno e il mistico senese Bonsignor Cacciaguerra.584 Nel corso dei decenni
successivi, a partire dagli anni sessanta, le fabbriche monastiche furono interessate da una serie di
lavori che determinarono un ampliamento dell’edificio sacro.585 Poco si conosce di queste
trasformazioni; è noto però che nel 1593 alcuni altari furono concessi ad aristocratiche famiglie
del luogo che patrocinarono l’ornamentazione delle cappelle. Fu questo certamente il momento
582
Su questo dipinto cfr. A. Zezza, Marco Pino, cit., pp. 63, 272.
G. Previtali, Dalla venuta di Vasari, cit., p. 904 nota 52.
584
L. Ammirati, Il collegio nolano delle monache rocchettine tra riforma e controriforma (una pagina di cronaca poco
nota), Nola 1988. Rimando a questo testo anche per le notizie storiche generali sul monastero. Cfr. anche la
nota 92 in questo capitolo.
585
Su tali lavori qualche accenno è in L. Avella, Fototeca nolana. Archivio d’immagini dei Monumenti e delle
opere d’arte della Città e dell’Agro, Napoli 1997, IV, pp. 652-656.
583
107
in cui si pensò alla realizzazione delle cinque pale d’altare di Belisario Corenzio,586 e al capoaltare
della chiesa.
Il dipinto imparatesco risulta pressoché ignorato dalle fonti nolane, fa eccezione un’entusiastica
menzione di Gianstefano Remondini, il quale, dopo aver ricordato brevemente la “ben ornata
chiesa con maestosa cupola dipinta”, riferisce del “pomposo altar maggiore per marmoree colonne
e tutto di coloriti e ben lavorati marmi fornito ed adorno con antico e spazioso pregevolissimo
quadro della Vergine dall’Arcangelo annunziata, degno di essere ammirato per l’eccellente
dipintura e molto più di essere con tutta divozion venerato per le continue speciose grazie, che si
compiace la Vergine Santissima dispensar largamente a coloro, che innanzi a quest’altare con viva
fede a lei ricorrono”.587
La splendida tavola, invenzione bizzarra e capricciosa, mostra una perfetta consonanza con le più
eccentriche espressioni del tardo manierismo napoletano di un Teodoro d’Errico e di un
Francesco Curia: l’Imparato orchestra una scena in cui irrompe un angelo, corpulento e
stravagante, dalle vesti larghe, voluminose, oltre misura, dilatate come da un’improvvisa folata di
vento. Nello squarcio luminoso, fra le nubi, disposti intorno alla colomba dello Spirito Santo,
partecipano all’evento alcuni cherubini dalle chiome inanellate, già peculiari del repertorio
maturo dell’artista. Lo scorcio della porta alle spalle della Vergine, è ancora un ricordo
dell’ammiratissimo lunettone romano dello Zuccari [figg. 36, 65], ma rispetto alle riprese
precedenti - penso soprattutto all’Annunciazione dei Gesuiti a Pizzofalcone [fig. 64] - il tono della
composizione e la tipologia delle figure risultano radicalmente mutati. Anche la tavolozza appare
diversa: la tenerezza degli impasti neoparmensi si combina all’uso di iridescenze cromatiche
baroccesche e persino ad effetti di trasparenza; una stesura pittorica raffinata colora le vesti che al
Previtali sembrarono cucite in una “seta un po’ rigida” o, addirittura, confezionate con una carta
da regali “che piegandosi determina delle schiacciature geometrizzanti” dando “l’impressione di
un materiale... rigido e leggero, quasi scrocchiante”.588 Stilema che, generato dalle esperienze
pittoriche baroccesche, aveva suggerito allo studioso longhiano uno stimolante confronto con la
“rete leggera delle pieghe rigide, schiacciate e come scricchiolanti di Pietro Bernini”.589 È
probabile che l’artista toscano, giunto a Napoli sin dal 1584, e impegnato inizialmente nel
restauro di statue antiche,590 guardasse con interesse alle ricerche condotte dai colleghi pittori, in
586
L’ipotesi è stata avanzata da C. Restaino, Belisario Corenzio e la cultura decorativa napoletana tra il 1580 e il
1620, cit., pp. 55-59.
587
G. Remondini, Della nolana ecclesiastica storia, Napoli 1757, I, p. 228. Per notizie sul complesso
monastico pp. 220-230. Il dipinto è addirittura considerato opera del maturo Giovan Filippo Criscuolo da
L. Avella, Fototeca nolana, cit., IV, p. 662.
588
G. Previtali, La pittura a Napoli tra Cinquecento e Seicento, cit., p. 23.
589
G. Previtali, Dalla venuta di Vasari, cit., p. 879; Idem, La pittura napoletana del Cinquecento, cit., p. 114.
590
Su Pietro Bernini cfr. G. Baglione, Le vite de’ pittori scultori et architetti, cit., pp. 304-306; G. Sobotka,
Pietro Bernini, in «L’Arte», 12, VI, 1909, pp. 401-422; F. Bologna, in Sculture lignee nella Campania, cit., p.
175; V. Martinelli, Contributi alla scultura del Seicento: Pietro Bernini e figli, in «Commentari», IV, 1953, pp.
133-154; A. Nava Cellini, La scultura del Seicento, Torino 1982, pp. 21-25, 115-117; F. Negri Arnoldi, Due
schede e un’ipotesi per Pietro Bernini giovane, in «Bollettino d’Arte», LXVIII, 18, 1983, pp. 103-108; F.
Capobianco, Pietro Bernini: la Carità, la Sicurtà, in Il patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., pp. 20-22;
Eadem, ad vocem, Pietro Bernini, in Civiltà del Seicento a Napoli, catalogo della mostra (Napoli 1984-1985),
Napoli 1984, pp. 153-157; M. I. Catalano, Scultori toscani a Napoli alla fine del Cinquecento. Considerazioni e
problemi, in «Storia dell’arte», 54, 1985, pp. 126-132; Eadem, Plastic decoration, in Monte di Pietà, a cura di G.
Alisio, Napoli 1987, pp. 123-126; Pietro Bernini un preludio al Barocco, catalogo della mostra (Sesto
Fiorentino 1989), Firenze 1989; F. Negri Arnoldi, La scultura del Quattrocento e del Cinquecento, in Storia e
civiltà della Campania. Il Rinascimento e l’età Barocca, a cura di G. Pugliese Carratelli, Napoli 1994, pp. 168172; S. Tozzi, Due Santi per Pietro Bernini, in «Prospettiva», 79, 1995, pp. 54-61; P. D’Agostino, Un contributo
al catalogo di Pietro Bernini, in «Dialoghi di Storia dell’Arte», 2, 1995, pp. 108-111; Eadem, Postilla a Un
contributo al catalogo di Pietro Bernini, in «Dialoghi di Storia dell’Arte», 3, 1996, p. 172; F. Negri Arnoldi,
Scultura del Cinquecento in Italia Meridionale, Napoli 1997, pp. 22, 187; P. D’Agostino, Pietro Bernini, tra
Manierismo e Barocco considerazioni su uno scultore “di transizione”, in «Rendiconti della Accademia di
Archeologia e Belle Arti», 67, 1997-1998, pp. 147-171; E. Catello, Pietro Bernini a Napoli, in «Ricerche sul
’600 napoletano». Saggi e documenti 2001, Napoli 2002, pp. 16-28; P. K. Ioannu, Documenti inediti sulle arti a
108
particolare a Giovanni Baglione e a Girolamo Imparato. Sin dai primi anni novanta lo scultore
abbigliò le sue figure, a cominciare dalle Sante Caterina e Lucia inviate a Morano Calabro (15911592) [figg. 101-102], con vesti tagliate e cucite nella stessa sartoria frequentata dall’Imparato.591
Anche nelle opere realizzate nella fase successiva al suo rientro a Napoli, reduce da una breve
sosta fiorentina,592 questa cifra stilistica divenne un parallelo scultoreo della pittura imparatesca
[figg. 103-104]. Non stupisce l’attenzione del Bernini per problemi propriamente pittorici, si sa
infatti di una sua esperienza giovanile come frescante, ricordata dal Baglione che ebbe modo di
conoscerlo durante il soggiorno partenopeo.593
L’allungamento delle figure, già emerso nei dipinti di La Vid e di Cagliari [figg. 81, 91, 91 bis],
potrebbe essere stato suggerito all’Imparato da simili soluzioni baglionesche. È infatti nelle opere
giovanili del maestro romano che si riscontrano sovente anatomie dinoccolate, probabilmente
mediate dalla cultura parmigianinesca del Bertoja.594 Nei residui affreschi del pronao di San
Martino le scene appaiono popolate da personaggi dal corpo flessuoso, in particolare i due angeli
che reggono lo stemma nella lunetta sopra il portale della chiesa [figg. 86, 98]. Ma l’angelo
annunciante nolano appartiene alla stessa specie delle fanciulle che si prendono cura del Mosè
salvato dalle acque, uno dei primi riquadri del corridoio centrale della Scala Santa a Roma [fig. 99],
affrescato sicuramente dal Baglione, che ebbe modo di ricordarlo con orgoglio fra le pitture da lui
lasciate nell’affollato cantiere papale.595 Persino il modo di intorcinare le estremità della veste
sventolante sembrerebbe desunto da simili sperimentazioni del Baglione, ricorrenti sia negli
affreschi sistini che in quelli di palazzo Altieri ad Oriolo Romano.596
Napoli tra Cinque e Seicento, in «Ricerche sul ’600 napoletano». Saggi e documenti 2001, Napoli 2002, pp. 3233. Per altri interventi cfr. le note successive.
591
Sul problema cfr. F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, cit., p. 263. P. D’Agostino, Pietro Bernini,
tra Manierismo e Barocco, cit., p. 153, nota somiglianza fra l’Annunciata di Castiglione Cosentino, firmata
dall’Imparato nel 1591, e la Santa Caterina d’Alessandria di Morano Calabro.
592
È difficile precisare esattamente la cronologia di questo soggiorno anche perché la notizia della presenza
del Bernini a Firenze è desunta da una fonte tarda (F. Bocchi, G. Cinelli, Le bellezze della città di Firenze,
Firenze 1677, p. 184) che riferisce di una sua collaborazione al rilievo della facciata della chiesa della
Trinità, realizzato nell’estate del 1594 da Giovan Battista Caccini (P. D’Agostino, Pietro Bernini tra
Manierismo e Barocco, cit., pp. 153-154). L’anno successivo lo scultore sarebbe nuovamente documentato a
Firenze ai lavori dell’erigenda villa dei Principi Corsini (P. Rotondi, L’educazione artistica di Pietro Bernini, in
«Capitolium», 11, 1933, p. 397). Un inedito documento ci consente di stabilire che tra l’ottobre del 1594 e
il marzo dell’anno successivo l’artista era attivo a Napoli, ASN, BA, Olgiatti 184: 17 ottobre 1594: “Ad
Agostino di Maratea ducati deci et per lui al magnifico Pietro Bernini fiorentino, disse sono in parte di
ducati cinquanta per fattura d’una statua di marmore armato colcato che va sopra una cassa di marmore
che sia ben fatta e complita iuxta lo designo che tiene in suo potere firmato di sua mano et di detto
magnifico Pietro quale promette darla ben fatta et complita per tutto marzo prossimo 1595 quale promette
consergnarcelo dentro la loro ecclesia di San Severino ad sue spese”.
593
G. Baglione, Le vite de’ pittori scultori et architetti, cit., p. 305. Sui rapporti tra il Bernini e i pittori attivi a
Napoli cfr. P. D’Agostino, Fonti pittoriche della scultura di Pietro Bernini, in «Dialoghi di Storia dell’Arte», 8/9,
1999, pp. 120-125. In particolare sulle relazioni esistenti con l’Imparato ha insistito S. Causa, Il giovane
Sellitto, cit., p. 162 nota 14; Idem, Battistello Caracciolo, cit., pp. 14, 126 nota 43, 127 note 54-56, dove è
stabilito un confronto pienamente condivisibile tra l’Assunta dell’Imparato nel soffitto di Santa Maria la
Nova [fig. 137] e il rilievo del Bernini col medesimo soggetto nel Battistero della Basilica di Santa Maria
Maggiore a Roma [fig. 138], sul quale mi soffermerò.
594
C. Bon, Una proposta per la cronologia delle opere giovanili di Giovanni Baglione, cit., pp. 28-29.
595
“Nella Scala Santa [Giovanni Baglione] formò alcune storiette della Passione del Salvadore del Mondo, e
nella scala a mano stanca è di suo la prima storia, parimente a mano stanca, della Figliuola di Faraone,
quando ritrovò Moisè bambino alla riva del Nilo” (G. Baglione, Le vite de’ pittori scultori et architetti, cit., p.
401). Sul dipinto cfr. G. Scavizzi, Gli affreschi della Scala Santa, cit., I, pp. 119-120. Assai fragili, e per nulla
convincenti, appaiono le argomentazione addotte da A. Zuccari (I pittori di Sisto V, cit., p. 126) tese ad
espungere questo affresco dal catalogo di Giovanni Baglione per riferirlo al problematico Francesco Morelli.
596
Su questi lavori cfr. C. Bon, Una proposta per la cronologia, cit., pp. 17-31.
109
5. LA DEPOSIZIONE DELLA CAPPELLA MARANTA AI SANTI SEVERINO E SOSSIO
E ALTRI IMPEGNI NAPOLETANI E REGNICOLI. DIPINTI DI GIOVANN’ANGELO
D’AMATO DEI PRIMI ANNI NOVANTA (E UNA SCONOSCIUTA MADONNA COL
BAMBINO DI FELICE DAMIANI)
Nel gennaio del 1595 Girolamo Imparato ricevette un pagamento per una cona destinata alla
“Cappella” di Pomponio Maranta,597 sita nella chiesa partenopea dei Santi Severino e Sossio. I
restauri settecenteschi cancellarono qualsiasi traccia dell’altare che doveva trovarsi in prossimità
dell’ingresso principale - forse addossato alla controfacciata - dal momento che il D’Engenio lo
descrisse subito dopo aver ricordato la cappella dei Caputo, la prima entrando a sinistra,598 tuttora
esistente. Ritengo che il dipinto pagato da Pomponio Maranta sia da identificare con la
Deposizione di Cristo, in gravissimo stato di conservazione, attualmente posta nel braccio destro del
transetto [fig. 105]. La tavola non risulta citata dagli scrittori seicenteschi, ad eccezione del Celano
che la ritenne opera di Andrea da Salerno e la vide “sul lato della porta” della chiesa.599 In seguito
il De Dominici, sulla base del manoscritto di Stanzione, ricondusse la pala alla ‘fantasiosa’
Mariangela Criscuolo,600 mentre il riferimento al Sabatini fu ripreso dal Parrino e, alla fine del
Settecento, da Giuseppe Sigismondo, il quale però osservò la “Schiodazione di Nostro Signore”
nel “muro dirimpetto alla cappella Sanseverino”,601 ossia nell’attuale sistemazione, dove era stata
trasferita verosimilmente a seguito dei lavori condotti nella navata tra il 1736 e il 1748.602
597
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 27. Il documento, segnalato da G. Ceci (ad vocem Imparato Girolamo, in
U. Thieme, F. Becker, Allgemeines Lexikon, cit., p. 582) assieme ad altri 6 documenti del fondo Banchieri
antichi dell’ASN, è sfuggito ai regesti documentari sui pittori del Cinquecento napoletano curati dal
Previtali, dalla Di Dario Guida e dal Leone de Castris.
598
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 329. Lo storico riporta anche un’epigrafe, oggi scomparsa, in cui si
leggeva: POMPONIUS MARANTA CAUSARUM PATRONUS ROBERTUS SENIORIS FILUS A QUO POST MULTA QUAE
AD IURIS PRUDENTIAM PERTINENT IN LUCEM AEDITA VELUTI FONTE BONARUM ARTIUM DISCIPLINAE IN
POSTEROS EMANARUNT CUM LUTIO MONTIS PELUSIJ EPISCOPO FRATRE INCOMPARABILI FABIO CALVENSI
EPISCOPO ROBERTO ET OCTAVIO IURE CONSULTIS INTEGERRIMIS TRIBUS PRAETEREA RELIGIONI ADDICTIS
SUAVISSIMIS FILIJS FOELICITER VIVENS FOELICIUS NI BARTHOLOMAEUM DOCTISSIMUM VIRUM ET SILVIUM
COHORTIUM DUCEM FRATRES OPT. MORS PRAERIPUISSET UT IJSDEM MORIENTI FRUI LICEAT AMORIS PIETATIS
ET RESURRECTIONIS GLORIAE MONUMENTUM P. 1592. Pomponio Maranta versò un pagamento di 25 ducati
a Cristoforo Monterosso e Salvatore Ferraro il 7 novembre 1591 per il “prezzo di marmore et fattura di un
altare... per la cappella di detto Magnifico Pomponio Maranta dentro l’Ecclesia di S. Severino di Napoli”.
Cfr. G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1916, p. 533. Il documento è citato anche da
L. R. D’Aniello, La cappella Medici di Gragnano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, in «Napoli
Nobilissima», V s., VI, 2005, p. 60 nota 106. Sui lavori settecenteschi condotti nella chiesa cfr. la nota 112.
599
La menzione del canonico napoletano conferma dunque la suddetta collocazione della cappella Maranta,
C. Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 921.
600
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 838. Il biografo per spiegare la differenza di qualità dell’opera (“di
stile assai migliore”) dalle altre radunate nel catalogo di questa pittrice, mai esistita, ritenne che la tavola
fosse stata ritoccata da “più moderno pittore”. L’attribuzione dedominiciana fu ripresa nell’Inventario dei
monumenti della Chiesa de’ SS. Severino e Sosio, ms., Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. Bibl. Prov. 31, 1872,
ff. 24v-25r, e da S. Volpicella, La crociera della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, in S. Volpicella, Studi
di letteratura, storia ed arti, Napoli 1876, pp. 185 che parlò del dipinto come di un’opera “molto pregevole”
rilevando, per primo, la presenza dei “busti dei due preganti” in basso.
601
D. A. Parrino, Napoli città nobilissima, cit., p. 214; G. Sigismondo, Descrizione della città di Napoli, cit., II,
p. 75. L’attribuzione ad Andrea da Salerno ricorre anche in L. D’Afflitto, Guida per i curiosi, cit., p. 223; S.
Volpicella, Storia dei monumenti del Reame delle due Sicilie, cit., II, p. 577; A. De Lauzieres, R. D’Ambra,
Descrizione della città di Napoli, cit., p. 1071; G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 135; G. Molinaro, S. Severino
e Sossio, Napoli 1930, p. 7.
602
M. R. Pessolano, Il convento napoletano dei Santi Severino e Sossio. Un insediamento monastico nella storia della
città, Napoli 1978, pp. 83, 85-90.
110
Restituita all’Imparato dal Previtali,603 l’opera è senz’altro uno dei capolavori del maestro
partenopeo, come è stato sostenuto anche di recente da Francesco Abbate, che, a ragione, ha
scritto: “Basterebbe una pala come la Deposizione dei SS. Severino e Sossio per fissare
definitivamente la fama di un grande pittore: nell’originalità del taglio compositivo, nella bizzarria
di certe invenzioni, il corpo di Cristo che scivola lentamente giù dalla croce, come una statua di
marmo delicatamente calata dal suo piedistallo, il san Giovanni dall’inedito look che lo fa
assomigliare a un giovanotto spagnuolo di nobile prosapia, il Nicodemo abbigliato come un
Renzo Tramaglino cinquecentesco il giorno delle nozze, e dappertutto uno scrosciare di colori
accesi”.604
La pala dei Maranta si riallaccia alla ben nota tradizione iconografica della Deposizione di Cristo
dalla croce inaugurata dall’incisione di Marcantonio Raimondi (1520 ca.), che ispirò numerose e
celebri derivazioni nel corso del XVI secolo.605 Nell’elaborare il soggetto l’Imparato tenne conto di
alcuni modelli illustri che lo avevano preceduto: non escludo ad esempio un ricordo - forse
mediato da disegni o da copie pittoriche - della Deposizione di Federico Barocci realizzata per il
Duomo di Perugia (1568) [fig. 106].606 Il risultato finale è un’interpretazione personale del tema,
frutto del suo temperamento sensibile, a cui sembra essere approdato dopo averne studiato
l’impianto attraverso un dipinto di piccolo formato custodito in una collezione privata
napoletana.607 La tavola dei Santi Severino e Sossio appare contrassegnata da figure dalle eleganti
e flessuose modulazioni, corpi longilinei che si piegano come fuscelli, pervasi da una trepidazione
intensissima. Ritorna un modo di arricciare e avvolgere i panneggi laminati in tutto simile alle
modalità riscontrate nella tavola dell’Annunziata di Nola [fig. 100], unitamente a una vivida
gamma cromatica che spazia dai verdi, ai rossi, ai blu, ai gialli, combinati in audaci contrasti.
Fanno da corredo alla scena, come nella più tipica pittura devozionale cinquecentesca, i due
ritratti dei committenti, nei quali l’artista manifesta una sottigliezza descrittiva di ascendenza
fiamminga, capace di far emergere la tensione emotiva dei personaggi che assistono al drammatico
evento del Calvario. Si tratta di due rare prove ritrattistiche dell’Imparato, in cui affiora una
familiarità con la cultura pittorica ravvisabile negli analoghi inserti di alcune pale d’altare del
compagno Silvestro Buono [fig. 5].608
Propongo di riconoscere nel gentiluomo in gorgiera a destra il patrono della Cappella, Pomponio
Maranta, mentre il prelato effigiato a sinistra dovrebbe identificarsi col figlio Fabio, nominato
603
G. Previtali, Dalla venuta di Vasari, cit., pp. 879, 905 nota 58, seguito dagli altri studiosi (cfr. il n. 22 del
Repertorio delle opere autografe).
604
F. Abbate, Storia dell’arte in Italia meridionale, cit., p. 218.
605
Sulla genesi e la diffusione di questa iconografia cfr. F. Bologna, Osservazioni su Pedro de Campaña, in
«Paragone», 43, 1953, pp. 31-32; Idem, Roviale Spagnuolo, cit., p. 50; A. Colombi Ferretti, in Dipinti d’altare
in età di Controriforma in Romagna 1560-1650. Opere restaurate dalle diocesi di Faenza, Forlì, Cesena e Rimini,
Bologna 1983, p. 53, che cita anche la Deposizione dell’Imparato. Per la stampa del Raimondi vedi Roma e lo
stile classico di Raffaello. 1515-1527, catalogo della mostra (Mantova-Vienna 1999) a cura di K. Oberhuber,
Milano 1999, p. 173. Fra le versioni più famose del tema non può essere trascurata la Deposizione di Daniele
da Volterra nella cappella Orsini a Trinità dei Monti a Roma, per la quale vedi V. Romani, Daniele da
Volterra amico di Michelangelo, catalogo della mostra (Firenze 2003-2004), Firenze 2003, pp. 70-71, e nello
stesso catalogo le schede di M. Marongiu, pp. 72-79.
606
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 141. La Deposizione di Perugia
doveva essere conosciuta a Napoli come rivelano anche i prelievi effettuati dal Curia nell’Allegoria
francescana di San Lorenzo Maggiore, cfr. I. di Majo, Francesco Curia, cit., p. 51. Per la Deposizione di Perugia
vedi A. Emiliani, Federico Barocci, cit., I, pp. 61-75; N. Turner, Federico Barocci, cit., pp. 44-47 con ulteriore
bibliografia.
607
Neg. N. 57888, Soprintendenza al Polo Museale di Napoli. Cfr. P. Leone de Castris, La pittura del
Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., p. 514 nota 31; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit.,
142, 170 nota 18.
608
Si pensi ai committenti che compaiono nella pala della Madonna del Rosario di Massalubrense [fig. 5] o
nella Pietà di Avellino. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., pp. 244-247; A.
Zezza, La data della Pietà dei Cappuccini di Avellino, cit., pp. 194-195.
111
vescovo di Calvi da papa Gregorio XIII nel 1582.609 Una conferma di quanto appena congetturato
deriva dalla coincidenza piuttosto significativa che, nello stesso anno in cui l’Imparato stava
lavorando all’ancona napoletana, fu proprio un procuratore del presule della famiglia Maranta, il
“reverendo don Clemente di Napoli”, a pagargli una “Madonna del’arco” con tre figure di santi
“abbasso”, tuttora conservata nel transetto della cattedrale di San Casto a Calvi [fig. 107].610
Purtroppo la tavola, restaurata in anni recenti, si presenta in condizioni disperate a causa delle
ampie lacune; ciononostante è possibile apprezzarne la zona inferiore con i santi (di difficile
identificazione), pateticamente atteggiati, e la Vergine che assomiglia a quella del polittico di
Cagliari [fig. 92]; il Bambino, invece, ancora visibile in foto anteriori al restauro [fig. 107], risulta
del tutto scomparso. L’iconografia della Madonna dell’Arco, codificata sulla base del famoso
affresco eseguito da Agostino Tesauro, ebbe una notevole diffusione dopo un miracolo avvenuto
nel 1590:611 lo attestano numerosi dipinti distribuiti in tutto il meridione d’Italia e, soprattutto,
l’incantevole pala napoletana dipinta da Francesco Curia per la Cappella Trencha in San
Giovanni a Carbonara intorno al 1595.612
Ancora nel duomo di Calvi si conserva un’altra Madonna col Bambino e tre santi dalla struttura
compositiva non dissimile da quella del dipinto precedente.613 La tavola palesa alcuni caratteri
imparateschi, come ad esempio la tipologia del gruppo principale, ma è poco giudicabile a causa
di antiche ed estese ridipinture.
È possibile che l’Imparato sia stato segnalato ai Maranta dai padri gesuiti; in particolare il vescovo
di Calvi sembra aver intrattenuto strette relazioni con la Compagnia di Gesù, come suggerisce la
sua partecipazione nel 1600, assieme al cardinale Alfonso Gesualdo, all’arcivescovo di Trani
Andrea di Franco e al vescovo di Isernia Paolo de Curtis, alla solenne cerimonia di consacrazione
della chiesa del Gesù di Napoli.614
Dal confronto delle tavole di Calvi con le coeve opere napoletane e di Nola emerge che il pittore
partenopeo dovette procedere in due distinte direzioni, seguendo da un lato i modi più consueti e
più ligi alla tradizione devozionale, dall’altro una più libera ispirazione pronta agli slanci e agli
ardimenti fantastici.
Ritengo che nei dipinti della cattedrale di Calvi, anche se poco leggibili, il maestro sia stato
ampiamente coadiuvato da qualcuno dei suoi aiutanti. L’ultimo decennio del secolo fu un
periodo di febbrile attività per l’Imparato: è indubbio quindi che in questa fase Girolamo, per
poter far fronte alle numerose commissioni provenienti dal Viceregno (e non solo), continuò ad
avvalersi sempre più frequentemente di discepoli e collaboratori. Sin dai tempi dell’Ultima Cena
del monastero della Sapienza (1587-91) [fig. 70] il pittore dovette riprendere le collaborazioni con
Giovann’Angelo D’Amato, al suo fianco sicuramente nei lavori dell’Annunziata del 1594, come si
609
Per Fabio Maranta cfr. F. Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae, cit., VI, pp. 480-481; P. B. Gams,
Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, cit., p. 864; M. Zona, Calvi antica e moderna o sia Memorie istoriche
dell’antichissima città di Calvi, antiche e moderne, Napoli 1820, pp. 115-116; A. Ricca, Osservazioni sulle risposte
del Signor Zona, Napoli 1835, pp. 145-146.
610
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1919, p. 393. Cfr. Regesto documentario, doc. n.
49. Il dipinto è stato identificato da P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., p.
12 (cfr. il n. 23 del Repertorio delle opere autografe).
611
M. Rak, Lo sguardo del devoto, in A. E. Criardino, M. Rak, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex-voto per
la Madonna dell’Arco. Il Cinquecento, Pompei 1983, pp. 33-59.
612
Fra i dipinti in cui compare tale iconografia segnalo la tela raffigurante la Vergine col Bambino con quattro
santi nella chiesa di Sant’Antonio a Portici, realizzata da un modesto pittore suggestionato dall’Imparato. Se
ne conoscono esemplari persino in Sicilia, come quello della chiesa madre di Gualtieri Sicaminò (Me),
datato 1605, e quello della matrice di Venetico Superiore del 1602. Cfr. T. Pugliatti, Pittura del Cinquecento
in Sicilia, cit., pp. 284, 307-308. Sulla fortuna di quest’iconografia cfr. anche S. Causa, Battistello Caracciolo,
cit., p. 124 nota 2. Per la Madonna del Curia vedi I. di Majo, Francesco Curia, cit., pp. 72-73, 130-131 con
rimandi bibliografici.
613
L’opera è assegnata all’Imparato da P. Leone de Castris, in Il patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., p.
12 (cfr. il n. 4 del Repertorio delle opere espunte, di bottega e danneggiate dai rifacimenti).
614
Sull’evento, raccontato da Pietro Antonio Spinelli (Maria Deipara thronus Dei. De Virginis Beatissimae
Deiparae Mariae laudibus preclarissimis, Napoli 1613, pp. 711-712) e dal D’Engenio (Napoli Sacra, cit., p. 228),
cfr. il paragrafo 1 del capitolo V.
112
è detto. Nel 1595 il pittore di Maiori risulta associato al maestro napoletano nell’esecuzione della
pittura degli stendardi delle regie galere,615 un tipo di incarico ricoperto in anni più antichi da
personalità come Michele Curia e Giovan Bernardo Lama.616 A questi lavori partecipò anche il
meno noto Fabio Sapio, probabile assistente di Girolamo nella tavola con l’Annunciazione di
Castiglione Cosentino (1588-1591) [fig. 66], che dovette avere competenze specifiche nel settore,
come documenta un pagamento di ben 400 ducati ricevuto in proprio il 2 maggio 1595, per “il
prezzo delle pitture delle bandere et indorature delli finali che ha servito per li galioni”,617
evidentemente la medesima impresa diretta dall’Imparato.
Il periodo compreso fra la fine del nono decennio e la metà degli anni novanta coincise con una
fase assai favorevole per il D’Amato: lo provano commissioni napoletane di prestigio quali il
Martirio di Santa Caterina d’Alessandria nella cappella Ruffo in San Domenico Maggiore,618 la
Madonna della Vallicella conservata nella chiesa di San Filippo Neri [fig. 108] e l’Assunta collocata
sull’altare dell’oratorio della Confraternita omonima annesso al complesso dei Gerolamini [fig.
109].
Risale al 1586 la fondazione della comunità dei gerolamini di Napoli, la seconda in ordine di
tempo dopo la casa madre di Roma, animata ai suoi albori da alcuni dei più autorevoli compagni
di san Filippo Neri: Francesco Maria Tarugi, Giovenale Ancina e Antonio Talpa.619 I religiosi si
insediarono in un sito privilegiato della città, lo spazio compreso fra la Cattedrale e Via dei
Tribunali, occupando inizialmente un palazzo appartenuto ai Seripando, al quale, nel corso del
secolo successivo, avrebbero accorpato numerose proprietà limitrofe, entro un’area urbana di
considerevole ampiezza.620 In principio gli oratoriani officiarono una chiesa di ridotte dimensioni,
composta da “tre piccole navi”, senz’altro in costruzione negli anni 1587-88,621 ricavata nel cortile
della dimora aristocratica, di fronte al Duomo. L’edificio fu in uso per molto tempo, giacché solo
agli inizi del Seicento si poté celebrare nella grandiosa chiesa - consacrata, come a Roma, alla
Natività della Vergine e a tutti i Santi - fatta erigere dai filippini a cominciare dal 1592, su
progetto di Giovan Antonio Dosio-622
Alcuni documenti pubblicati da studiosi dell’ordine riportano non poche rimarchevoli notizie
sugli arredi del primo luogo di culto e dell’annessa Congrega dell’Assunta, in gran parte sfuggite
agli storici dell’arte. Le prime informazioni di rilievo giungono da una lettera del settembre 1589,
con la quale padre Antonio Talpa comunicava ai confratelli romani che, in occasione delle
celebrazioni liturgiche della Natività di Maria, era stato collocato sull’altare maggiore della chiesa
un quadro raffigurante la Madonna, racchiuso in un ornamento di legno dorato, reputato
“bellissimo e vaghissimo e niente inferiore a quello di Roma a giuditio di Gioseppino”, ovvero del
Cavalier Giuseppe Cesari, allora impegnato nell’esecuzione degli affreschi del coro della chiesa
615
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 35.
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 330. Per quanto riguarda il Lama
la notizia di un suo impegno in questo settore si ricava da un’inedita polizza del 19 luglio 1582: “Al
magnifico Giulio Salvato ducati cinquanta e per lui al magnifico Giovan Bernardo della Lama dissero a
compimento del prezzo di tutta la pittura che ha fatta fare per servitio delle due regie galeazze e per lui a
Giovan Domenico di Martino” ASN, Banchieri Antichi, Casoli e Mari, vol 78.
617
ASN, BA, Centurione e Gentile 120. Già il 10 aprile 1595 Fabio Sapio aveva percepito autonomamente
un pagamento di 100 ducati per lo stesso incarico (BA, Centurione e Gentile 120).
618
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 154, 175 nota 59, 328.
619
Sulla costituzione dell’Oratorio napoletano e sulle personalità citate rinvio a G. Marciano, Memorie
historiche della Congregatione dell’Oratorio nelle quali si dà ragguaglio della fondatione di ciascheduna delle
Congregationi fin’hora erette e de’ Soggetti più cospicui che in esse hanno fiorito, Napoli 1693, vol. I, pp. 217-242,
372-393, vol. II, pp. 1-34, 89-106 e all’imponente lavoro di A. Cistellini, San Filippo Neri. L’Oratorio e la
Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, Brescia 1989, vol. I, pp. 139-141, 238-240, 323-324, 323-330,
345-347, 353-409, passim.
620
D. Del Pesco, Alla ricerca di Giovan Antonio Dosio: gli anni napoletani (1590-1610), in «Bollettino d’Arte»,
LXXVII, s. VI, 71, 1992, pp. 18, 21.
621
M. Borrelli, L’architetto Nencioni Dionisio di Bartolomeo (1559-1638), Napoli 1967, pp. 43-44.
622
D. Del Pesco, Alla ricerca di Giovan Antonio Dosio, cit., pp. 18-34. Il completamento della fabbrica avvenne
nel 1619.
616
113
certosina di San Martino.623 Nelle cappelle che fiancheggiavano l’altare principale erano stati
esposti un San Girolamo (“che viene da bono autore”) e un Crocifisso, anch’essi incorniciati da
ornamenti dorati.624
Se risulta arduo rintracciare le ultime due opere,625 diversamente la “Madonna della
Congregazione con coro d’Agnoli simile a quella di Roma” può essere identificata con la tela
tuttora custodita nel cappellone dei Martiri della chiesa gironimiana [fig. 108], in cui venne
trasferita dal primitivo edificio sacro.626 Tralasciata dalle fonti e dalla periegetica del Sei e
Settecento, solo nel 1845 venne fuggevolmente menzionata dal Catalani come opera di Federico
Zuccari.627
Ad onta della scarsa considerazione finora accordatagli dalla critica, il dipinto napoletano è una
testimonianza pittorica di non secondaria importanza dal momento che esso riproduce
fedelmente la perduta pala d’altare che accolse l’affresco romano con la Madonna della Vallicella,
proveniente da un muro di un’abitazione della contrada di Pozzo Bianco, collocato dal 1580 nella
Cappella Mezzabarba della Chiesa Nuova, prima della definitiva sistemazione sull’altare
maggiore.628
623
Lettera del Talpa ai padri romani, Archivio della Congregazione dell’Oratorio di Roma (ACR), B.III.2, 8
settembre 1589, ff. 197-198. Cfr. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., I, p. 648. Già l’11 agosto del 1589
Antonio Talpa scrivendo ai religiosi di Roma anticipava:“[...] Per questa Madonna di settembre haveremo
in ordine un quadro simile a quello della nostra Madonna di Roma con un ornamento dorato pur come
quelli della nostra chiesa fatti a spese di alcune signore devote ch’hanno procurato l’elemosina, e la
metteremo nell’altar grande che non sarà impedita dal tabernacolo [...] metteremo anco in un altar piccolo
dove hora sta la Madonna un San Girollamo il quale ci è stato donato con un ornamentino piccolo, e
dall’altra banda il Crocifiso il quale haverà un ornamento simile che farà accompagnatura, e con questo
celebreremo la nostra festa”, ACR, B.III.2, f. 183. Sul primo soggiorno napoletano del Cavalier d’Arpino
vedi H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza
della fortuna, Roma 2002, pp. 22-25, 60-62, 242-245, 254.
624
Ciò si evince anche dallo Stato della Congregatione dell’Oratorio di Napoli nella visita dell’anno 1593 del Padre
Pompeo Pateri, in cui si legge: “La chiesa è stata fatta in sussidium nel’entrata e nel cortile dela predetta Casa
dianzi ala congregatione finché si faccia la nuova chiesa, nondimeno ella ha forma di chiesa, havendo tre
piccole navi, la croce e la sua quasi tribuna, et è capace di mediocre audienza, e commoda per l’esercitio
dell’oratorio [...] Ci sono tre altari in capo dela chiesa, che rispondono alle tre navj, l’altar maggiore ha un
ornamento di legno dorato con una tavola dela Madonna della Congregatione con coro di Agnoli simile a
quella di Roma [...]. Il secondo ha un Crucifisso di rilievo, il terzo un quadro di San Gerollamo e l’uno e
l’altro ha l’ornamento di legno dorato”. Cfr. M. Borrelli, Le costituzioni dell’oratorio napoletano, Napoli 1968,
p. 127.
625
Non escludo che il Crocifisso coincida col ben noto esemplare studiato dal Bologna (Sculture lignee nella
Campania, catalogo della mostra, Napoli 1950, a cura di F. Bologna e R. Causa, Napoli 1950, pp. 37-38),
che si ritiene proveniente dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano, un edificio già esistente sull’area in cui
fu costruito il complesso oratoriano (cfr. pure R. Middione in La quadreria dei Gerolamini, a cura di P.
Leone de Castris e R. Middione, Napoli 1986, p. 20).
626
Viene ricordata nella “prima cappella a sinistra dell’altare maggiore” nell’Inventario delle robbe e suppellettili
della Sacrestia e Chiesa della Congregazione dell’Oratorio fatto per ordine del Padre Girolamo Binago preposito il mese
di agosto 1626, pubblicato da M. Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e minori della mole
gironimiana, in «Lo Scugnizzo», 5, 1968, p. 70.
627
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., I, p. 72; seguito da G. B. Chiarini, Aggiunzioni alle Notizie del Bello,
cit., II, p. 766; G. A. Galante, Guida sacra, cit., p. 117; A. Bellucci, Il monumento Nazionale dei Gerolamini,
Milano 1930, pp. nn.; G. Molinaro, I Girolamini, Napoli, s. d., p. 28; R. Middione, in Napoli Sacra. Guida
alle chiese della città, VIII itinerario , Napoli 1994, pp. 500-501.
628
Sull’immagine vallicelliana cfr. in sintesi G. Calenzio, La vita e gli scritti del cardinale Cesare Baronio della
Congregazione dell’Oratorio. Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, Roma 1907, pp. 399-400; M. T. Bonadonna
Russo, La Madonna della Vallicella, in «L’Urbe», 2, 1987, pp. 27-38; D. Ferrara, in C. Barbieri, S. Barchiesi,
D. Ferrara, Santa Maria della Vallicella. Chiesa Nuova, Roma 1995, pp. 29-33, 193-194; O. Melasecchi, Una
perduta Madonna della Vallicella di Felice Damiani per l’Oratorio di San Severino, in La Congregazione dell’Oratorio
di San Filippo Neri nelle Marche nel ’600, Atti del Convegno (Fano 1994), a cura di F. Emanuelli, Fiesole
1996, pp. 399-400. Vedi anche appresso.
114
L’opera risulta menzionata a più riprese in alcune lettere, conservate nell’Archivio della
Congregazione dell’Oratorio di Roma, indirizzate da padre Antonio Talpa, il rettore napoletano
successore del Tarugi, ai filippini di San Severino Marche. Nel marzo del 1595 l’oratoriano
marchigiano Antonio Caroli, a nome di tutta la comunità di Sanseverino, scrisse alla casa madre
di Roma chiedendo il parere dei confratelli sul soggetto da rappresentare in un “quadro grande”
per l’altare principale della chiesa sanseverinate, da affidare al pittore eugubino Felice Damiani,
attivo già da qualche anno nella stessa sede.629 La risposta giunse alcuni giorni dopo, non da
Roma, bensì da Napoli, mediante una lettera del Talpa che, originario di San Severino,
avvertendo una qualche responsabilità sulle sorti dell’Oratorio della sua città, espresse posizioni
molto rigorose in merito alla pala destinata al maggior altare di quella fondazione, invitando i
religiosi a far realizzare un dipinto in tutto simile alla “Madonna di Roma che contiene la
Madonna col figlio in braccio posta tra nube, circondata da una corona di Angeletti, e di diversi
cherobinj, et abasso un coro d’angeli, ingenocchione, che tutto fa una compositione vaga et
insieme devota”, così come era stato fatto per la chiesa della Congregazione di Napoli [fig. 108].630
Antonio Talpa additava la suddetta composizione della Chiesa Nuova che ospitava la trecentesca
Madonna della Vallicella, dalla quale intorno al 1599 Durante Alberti avrebbe desunto la tela
conservata nella chiesa romana dei Santi Nereo e Achilleo, commissionata forse da Cesare
Baronio, e che in seguito, tra il 1607 e il 1608, venne reinterpretata in termini già vigorosamente
barocchi da Pietro Paolo Rubens.631 La “Madonna” romana, ben presto divenuta una sorta di
emblema della Congregazione, era stata fedelmente copiata per la chiesa di Napoli da un pittore
non nominato, il quale “ancorché [...] valente nell’arte, [...] non si sdegnò di osservare il disegno”
inviato dall’Urbe.632
I padri marchigiani ottennero da Roma il permesso di apportare talune modifiche al modello
originale, ma il Talpa, contrario a qualsiasi variazione, in una lettera successiva, dell’aprile 1595,
ribadiva l’opportunità di far eseguire “un quadro totalmente simile a quello di Roma”.633 In
seguito, nell’agosto dello stesso anno, ritornando per l’ennesima volta sul problema della pala di
San Severino, il rettore dell’Oratorio partenopeo confermò le inamovibili convinzioni sulla
629
ACR, B.III.5, marzo 1595, f. 61. Cfr. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II, pp. 957-958; O. Melasecchi,
Una perduta Madonna, cit., pp. 398, 407. Sull’attività del Damiani per la chiesa oratoriana di Sanseverino
cfr. B. Teodori, Il Santuario della Madonna dei Lumi a San Severino, in Le Arti nelle Marche al tempo di Sisto V, a
cura di P. Dal Poggetto, Milano 1992, pp. 161-165.
630
ACR, B.III.5, 17 marzo 1595, f. 63. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II, p. 958; per la trascrizione
integrale della lettera, indirizzata dal Talpa a Giovanni Severani, vedi O. Melasecchi, Una perduta Madonna,
cit., pp. 399, 407-408. La studiosa, che per prima ha proposto di identificare la Madonna vallicelliana
menzionata dal Talpa con quella tuttora conservata nella chiesa napoletana, concentra la sua attenzione sul
carteggio del 1595, ma tralascia le importanti lettere del 1589 (vedi supra) e quelle del 1594, in seguito
discusse.
631
Sul dipinto dell’Alberti, che rispetto alla derivazione napoletana contiene non sei ma sette angeli, per
aver fuso l’iconografia vallicelliana con quella dei Sette Arcangeli, cfr. I. Toesca, in Attività della
Soprintendenza alle Gallerie del Lazio, catalogo della mostra (Roma 1969), Roma 1969, pp. 24-25; A. Zuccari,
La politica culturale dell’Oratorio Romano nelle imprese artistiche promosse da Cesare Baronio, in «Storia dell’arte»,
42, 1981, p. 183; P. Mangia, in La regola e la fama. San Filippo Neri e l’arte, catalogo della mostra (Roma
1995), Milano 1995, pp. 502-504 con ulteriore bibliografia. Sulla celeberrima invenzione rubensiana, dove
gli angeli sono sei, a conferma del rispetto del prototipo originario, documentato dal quadro di Napoli,
rimando a M. Jaffè, Peter Paul Rubens and the Oratorian Fathers, in «Proporzioni», 4, 1963, pp. 209-241; J.
Müller Hofstede, Zu Rubens’ zweitem Altarwerk für S. Maria in Vallicella, in «Het Nederlands kunsthistorisch
jaarboek», 17, 1966, pp. 1-78; A. Costamagna, “La più bella et superba occasione di tutta Roma...”: Rubens per
l’altar maggiore di S. Maria in Vallicella, in La regola e la fama, cit., pp. 150-173; S. Barchiesi, S. Filippo Neri e
l’iconografia mariana della Chiesa Nuova, in La regola e la fama, cit., p. 137; P. Mangia, in La regola e la fama,
cit., pp. 502-504; C. Barbieri, S. Barchiesi, D. Ferrara, Santa Maria in Vallicella, cit., pp. 29-33, 52, 94-99; La
festa del colore. Rubens alla Chiesa Nuova, a cura di A. Costamagna, Roma 2005.
632
ACR, B.III.5, 17 marzo 1595, f. 63. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II, p. 958; O. Melasecchi, Una
perduta Madonna, cit., pp. 400, 408.
633
La lettera è indirizzata dal Talpa al Severani, ACR, B.III.5, 29 aprile 1595, f.103. Cfr. A. Cistellini, San
Filippo Neri, cit., II, p. 958 nota 36 e soprattutto la più particolareggiata analisi di O. Melasecchi, Una
perduta Madonna, cit., pp. 401, 409.
115
necessità di rispettare l’iconografia canonica, asserendo significativamente che “sebene li pittori
valenti si mortificano a far l’inventione d’altri, tuttavia anco ne le cose d’altri possono mostrar la
loro eccellenza non solo in imitarle, ma anco in saperle migliorare. Et il nostro pittore che non è
degl’infimi di Napoli non si è sdegnato di fare l’istesso quadro cavato dal medesimo schizzo
portato da Giovan Benedetto. Et ultimamente ha fatto per un nostro oratorio de la dottrina
un’Assunta cavata da un disegno che viene da Rafaele, imitato in tutto e per tutto”.634
Senz’alcun dubbio, il religioso alludeva alla tela tuttora conservata sull’altare della cappella
appartenuta alla confraternita dell’Assunta [fig. 109], istituita nel 1590 all’interno del complesso
oratoriano di Napoli. È evidente che gli apostoli distribuiti attorno al sepolcro derivano
letteralmente dall’Incoronazione raffaellesca - ultimata da Giulio Romano e Giovan Francesco
Penni - appartenuta alle monache di Santa Maria di Monteluce a Perugia, trasferita in Vaticano
nel 1817.635 La genesi della pala napoletana fu molto complessa, lo rivelano altre lettere, finora
mai considerate, rese note da Mario Borrelli, in cui emergono elementi altrettanto rilevanti. Sul
finire del 1594 padre Talpa chiese l’invio da Roma di un disegno dell’Assunta dipinta da
Gerolamo Muziano nel 1586 per San Luigi dei Francesi e che in seguito, a causa di un mancato
accordo economico con i committenti, fu donata dall’artista alla Basilica di San Paolo Fuori le
mura, dove perì con l’incendio del 1823.636 Ecco quanto scriveva l’oratoriano Pietro Perracchione,
a seguito della richiesta pervenuta da Napoli: “Il quadro dell’Assonta del Mutiano fu messo in
San Paulo fuor di Roma credo alla cappella di Savelli. Io oggi ho ordinato a un pittore assai
valente che si chiama Girolamo da Lucca cognosciuto da Messer Giovan Antonio Dosio che mi
facci il dissegno che per questo altro procaccio mandarò, e quando bisognasse costì servirsi di lui,
credo che facilmente l’indurrei a venire per essere huomo sbrigato di famiglia, ha fatto
nuovamente un quadro all’altar privilegiato in San Martino a istanza della Signora Contessa Santa
Croce che piace assai”. Qualche giorno dopo, lo stesso corrispondente romano comunicava: “Ho
consignato a Giuliano nostro il libro del Salon, quello che mi restò del Padre Gallonio, in mezzo
del quale sta il schizzo dell’Assonta del Mutiano che sta in San Paulo fuor delle mura... ho dato
12 giulii al pittore che ha perso due giornate per andar a San Paulo a copiarlo”.637 Ancora padre
Perracchione in una lettera di poco successiva chiedeva al rettore di Napoli se il disegno eseguito
da “Girolamo da Lucca”, ossia Girolamo Massei,638 fosse stato di suo gradimento, ed aggiungeva
un particolare indicativo sull’acquisizione del prototipo raffaellesco da lui prescelto: “Haverò caro
saper se il schizzo dell’Assonta è fatto in gusto suo, dell’altro che desidera di Raffaele ho dato il
carico al nostro Padre Agostino che ha degli amici in Perugia e ha promesso di farlo far”.639
La distrutta composizione del Muziano risulta tramandata da una stampa di Jacques Callot e da
una seconda versione, forse portata a termine da Cesare Nebbia - allievo e stretto collaboratore del
634
Talpa si rivolge al Caroli, ACR, B.III.5, 17 agosto 1595, f. 214. Cfr. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II,
p. 959 nota 36; O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., pp. 401-402, 409.
635
O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., p. 402. Per l’Incoronazione di Monteluce cfr. F. Mancinelli, in
Raffaello in Vaticano, catalogo della mostra (Città del Vaticano 1984-1985), Roma 1984, pp. 286-296; K.
Oberhuber, Raffaello. L’opera pittorica, Milano 1999, pp. 245-246.
636
Sul dipinto di San Paolo fuori le Mura, ricordato dal Baglione (Le vite de’ pittori, scultori et architetti, cit., p.
50), cfr. P. Di Giammaria, Girolamo Muziano Brixien Pictor in urbe da Brescia a Roma, s. l. 1997, pp. 44-45 e
sopratutto J. J. Marciari, Girolamo Muziano and Art in Rome, circa 1550-1600, dissertation presented to the
Faculty of the Graduate School of Yale University, 2000, pp. 205, 526.
637
M. Borrelli, L’architetto Nencioni, cit., p. 44. Le due lettere, datate rispettivamente 28 novembre e 2
dicembre 1594, si conservano nell’Archivio della Congregazione oratoriana di Napoli (ACO, XII, 176; XII,
178). Un rapido accenno a questi documenti compare in A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II, p. 915 nota
27 che però scambia l’Assunzione di San Paolo fuori le mura con l’Ascensione realizzata dal Muziano per la
cappella Ceuli alla Vallicella (seguito da C. Barbieri, S. Barchiesi, D. Ferrara, Santa Maria in Vallicella, cit.,
p. 68), e in D. Del Pesco, Alla ricerca di Giovanni Antonio Dosio, cit., p. 60 nota 63.
638
Sul Massei, responsabile di gran parte della decorazione ad affresco nella chiesa dei Santi Nereo ed
Achilleo, cfr. A. Zuccari, La politica culturale dell’Oratorio, cit., pp. 181-183. Il dipinto di San Martino ai
Monti, menzionato nella lettera del 28 novembre 1594, è forse identificabile con “il quadro d’altare nella
cappella della Compagnia del Carmine” citato da G. Baglione, Le vite de’ pittori, cit., p. 104. Attualmente
risulta perduto.
639
ACO, XII, 184, 16 dicembre 1594. Cfr. M. Borrelli, L’architetto Nencioni, cit., p. 44.
116
maestro bresciano - nel 1593, conservata nella collegiata di Anguillara Sabazia (RM) [fig. 109
bis].640 Non v’è dubbio che Antonio Talpa richiese all’ossequiente pittore locale di replicare
assieme all’Incoronazione di Perugia anche l’Assunta del Muziano: basta mettere a confronto la tela
napoletana con la zona sommitale del dipinto di Anguillara, per accorgersi che il modello
muzianesco venne variato solo nella resa degli angeli [figg. 109-109 bis].
Dal suddetto carteggio emerge che l’Assunzione e la Madonna vallicelliana di Napoli furono eseguite
dal medesimo pittore; ciò ha indotto Olga Melasecchi ad identificare l’artefice napoletano a cui
allude il Talpa, con Girolamo Imparato.641 A lui infatti risulta attribuita la prima delle due
opere,642 chiaramente menzionata nella lettera del 17 agosto 1595. E però la proposta non
convince.
Tali dipinti appartengono ad un artista che pur conoscendo lo stile dell’Imparato mostra un
ductus pittorico differente, e che, soprattutto, non raggiunge la finezza e il livello qualitativo della
sua produzione. In entrambe le opere affiorano esplicite affinità con i modi di Giovann’Angelo
D’Amato: ad esempio le fisionomie degli angeli adoranti la Vergine [fig. 108] e, specialmente, gli
apostoli dell’Assunta [fig. 109] dichiarano una stretta parentela con i santi dell’Ascensione di Cristo
del convento francescano di Maiori [fig. 110]; anche le pieghe a mulinello del manto svolazzante
dell’Assunta si prestano al confronto con i panneggi arricciolati del Cristo di Maiori; è possibile
cogliere manifeste somiglianze tra i cherubini che cingono la Madonna della Vallicella con quelli
dell’Annunciazione della chiesa di Santa Maria la Nova a Nola [fig. 112], una tavola che va
restituita a Giovann’Angelo D’Amato;643 la struttura disegnativa della Vergine nolana ritorna ad
unguem in uno degli angeli adoranti la Madonna vallicelliana [fig. 108]. Nel capoaltare della
confraternita mariana gli angeli sfarfallanti in primo piano discendono dalla medesima specie di
volatili alla quale appartengono l’angelo annunciante di Nola e il bel San Michele Arcangelo del
duomo di Ravello (1583) [fig. 111] – capolavoro del D’Amato nel quale Ferdinando Bologna, sin
dal 1955, ha rilevato i caratteri di una cultura pittorica originatasi “fra Roma e Caprarola verso il
1570”, come pure dalla conoscenza delle elaborazioni sprangheriane, interpretate “con animo
meridionale”644 – e, ancor di più, assomigliano a quelli, che si direbbero usciti dalla stessa nidiata,
640
C. Strinati, Roma nell’anno 1600. Studio di pittura, in «Ricerche di storia dell’arte», 10, 1980, p. 46 nota
34. Della pala si conosce anche un disegno preparatorio relativo agli apostoli. Cfr. Disegni romani dal XVI al
XVIII secolo, catalogo della mostra (Roma 1995), a cura S. Prosperi Valenti Rodinò, p. 28. La Melasecchi, a
cui sfuggono le lettere pubblicate dal Borrelli, propone un insostenibile confronto fra l’Assunta napoletana e
l’Immacolata di Ronciglione di Scipione Pulzone da Gaeta (O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., p.
402).
641
O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., pp. 400, 402.
642
L’Assunta dei Gerolamini fu citata come “pittura dell’epoca di Fabbrizio Santafede; forse di qualche suo
allievo” da L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., I, p. 80; il parere venne ripreso dal Galante (Guida Sacra, cit.,
p. 118). Nel 1930 il Bellucci ne mise in dubbio il riferimento alla “scuola del Santafede”, ritenendola
“piuttosto di un’epoca ancora molto cinquecentesca” (A. Bellucci, Il monumento Nazionale, cit.); mentre il
Molinaro (I Girolamini, cit., p. 29) la ascrisse tout court al Santafede. L’attribuzione all’Imparato è stata
avanzata da P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico del Banco di Napoli. Cit., p. 12; Idem, in La quadreria
dei Gerolamini, cit., p. 154; Idem, Pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, cit., pp. 498, 741; Idem, Pittura
del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 142, 170 nota 21.
643
Il dipinto, databile ad una fase di poco anteriore alla Madonna della Vallicella (1589), deriva sicuramente
da un disperso modello di Marco Pino, conosciuto attraverso il disegno di Francoforte (A. Zezza, Marco
Pino, cit., pp. 195, 316, fig. a p. 225). L’Annunciazione, restaurata qualche anno fa, reca un’attribuzione orale
di Pierluigi Leone de Castris al periodo giovanile dell’Imparato. Cfr. A. Zezza, Marco Pino, cit., p. 343. Alla
pala di Nola si lega con tutta probabilità un disegno conservato all’Albertina di Vienna, sul quale cfr. V.
Birke, J. Kertész, Die Italienischen Zeichnungen der Albertina General Inventary, Wien 1992, I, p. 295 (con
l’attribuzione a Marco Pino); P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1540-1573, cit., p. 231
nota 44; A. Zezza, Marco Pino, cit., p. 343 con ulteriore bibliografia. Sull’Ascensione di Maiori cfr. P. Leone
de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149, 154, 175 nota 57.
644
F. Bologna, Opere d’arte nel Salernitano dal XII al XVIII secolo, catalogo della mostra (Salerno 1955),
Napoli 1955, p. 52. Per il dipinto di Ravello vedi anche G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit.,
p. 84 nota 38; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149, 175 nota 53 e
M. Calì, La pittura del Cinquecento, cit., p. 620.
117
fiancheggianti la Madonna col Bambino nella pala custodita nell’Eremo della Consolazione di
Reggio Calabria [fig. 113], proveniente dalla chiesa dei Cappuccini di Fiumara (RC). Da nuovi
documenti ricaviamo che la tavola calabrese fu realizzata nel 1598 su commissione della feudataria
di quella località, Diana Carafa.645
In aggiunta, la proposta qui avanzata di riferire su base stilistica al D’Amato i due dipinti
napoletani, sembra confermata da alcune polizze emesse dagli oratoriani a favore di un
“Giovann’Angelo pittore”, verosimilmente proprio l’artista di Maiori. Questi, il 28 settembre
1593, a distanza di qualche anno dalla consegna dell’opera (1589), veniva pagato per “tante
coquiglie (conchiglie) d’oro per l’ornamento della Madonna”,646 quasi certamente lo stesso
quadro nominato a più riprese dal Talpa. Inoltre, il D’Amato potrebbe identificarsi con quel
“Giovan Angelo” a cui furono versati alcuni pagamenti, per un lavoro non specificato, registrati
nel libro dei conti dell’Oratorio partenopeo, giusto nei mesi in cui fu dipinta - come provano le
missive citate - l’Assunta della congrega.647
Che Giovann’Angelo D’Amato fosse stato apprezzato dall’ordine oratoriano è dimostrato da
un’altra opera a lui sicuramente ascrivibile, il ridipinto affresco della Madonna della Neve collocato
nella seconda cappella a sinistra della chiesa di San Filippo Neri, forse anch’esso proveniente dal
primitivo luogo di culto, montato nella seconda metà del Seicento in una tela di Giuseppe
Marullo con l’Eterno Padre, Sant’Anna e San Gioacchino.648 La figura della Vergine col Bambino
risulta solo una variante del gruppo principale della tavola di Fiumara.
Allo scadere del XVI secolo, la replica della zona inferiore dell’Incoronazione di Monteluce
rappresenta un caso assai emblematico per l’Italia meridionale di recupero di un prototipo
raffaellesco; l’episodio non appare isolato, considerato che nello stesso periodo anche altri artisti
attivi a Napoli effettuarono prelievi da opere famose del grande maestro urbinate.649 L’invenzione
del Sanzio - che il Talpa dovette osservare negli anni dei suoi giovanili studi giuridici compiuti a
645
2 gennaio 1598: “A Diana Carafa ducati 20 correnti et per lei a Giovann’Angelo de Amato pittore disse
sono in parte di ducati 70 per fattura de uno quatro della imagine de Santa Maria degli angeli per la chiesa
del monistero de padri Cappuccini della sua terra de Fiumara et detti ducati 20 sono a compimento de
ducati 40 atteso li altri ducati 10 le ha recevuti de contanti” (Archivio di Stato di Napoli, Banchieri Antichi,
Mari e Grimaldi, 157). L’altro pagamento di 20 ducati fu emesso presso lo stesso banco il 20 aprile del 1598
(Mari e Grimaldi, 158). Sempre Diana Carafa versò a Lorenzo D’Amato “mettetor de oro” (forse figlio di
Giovann’Angelo) 10 ducati “in parte” di 26 per “l’aurare e toccare d’oro lo armaggio” della medesima cona
“in quel modo si è convenuto con frate Anselmo... cappuccino et mastro Francesco Casoria con ponerci
ancora il colore di noce” il 13 aprile del 1598; l’ultimo pagamento, di 16 ducati, per la pala di Fiumara
risale al 4 maggio 1598 (Mari e Grimaldi, 158). Il dipinto calabrese è stato riconosciuto al D’Amato da M.
Di Dario Guida, in Arte in Calabria, cit., pp. 119-120; cfr. pure P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli 1573-1606, cit., pp. 154, 175 nota 63.
646
Il pagamento è di soli 0, 3 ducati. Cfr. M. Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e minori della
mole Girolimiana, in «Lo Scugnizzo», I, 1966, p. 19. Lo stesso “Giovan Angelo pittore” ricevette 4 ducati l’11
dicembre 1593 per “argento macinato per inargentare la lampada di legno fatta da ms. Pietro (Provedi?)” (p.
19).
647
I pagamenti in questione furono effettuati nei periodi compresi fra il 21 e il 24 maggio 1594, fra il 10
ottobre 1594 e il 14 gennaio 1595 e fra l’11 febbraio e il 15 aprile 1595. Cfr. M. Borrelli, Contributo alla
storia degli artefici maggiori e minori della mole Girolimiana, in «Lo Scugnizzo», 2-3, 1966-1967, p. 34.
648
Il dipinto è menzionato nell’Inventario delle robbe, cit., in M. Borrelli, Contributo, cit., 5, p. 70. Carlo De
Lellis (Aggiunta alla Napoli Sacra del D’Engenio, ms. della Biblioteca Nazionale di Napoli, 1666-88 ca., vol. I,
pubblicato a cura di F. Aceto, Napoli 1977, p. 408) descrisse, senza ricordarne gli autori, sia la Vergine
tardo-cinquecentesca che “le figure di S. Anna e di S. Gioacchino”. Il nome del Marullo comparve a partire
da C. Celano, Notizie del Bello, cit., II, p. 695. L’affresco venne citato come opera della “scuola del Polidoro”
da L. D’Afflitto, Guida per i curiosi, cit., pp. 106-107; seguito da L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., I, p. 76;
G. B. Chiarini, Aggiunzioni, cit., II, p. 760; G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 117. In anni recenti è stato
menzionato come opera “di ignoto manierista di fine XVI secolo” da R. Middione, in G. A. Galante, Guida
Sacra, cit., ed. 1985, p. 125 nota 259; Idem, in Napoli Sacra, cit., p. 505.
649
Penso alle citazioni dalla Madonna del Pesce, allora in San Domenico Maggiore di Napoli, e dalla Santa
Cecilia di Bologna effettuate dal Santafede e da Giovan Maria Bevilacqua. Sul problema cfr. R. Naldi, La
‘Madonna di Loreto’ per i Cappuccini di Castellammare di Stabia e il segmento ‘raffaellesco’ di Fabrizio Santafede, in
«Prospettiva», 113-114, 2004, pp. 168-171.
118
Perugia650- indubitabilmente rispondeva a pieno all’esigenza controriformata di una
comunicazione piana del tema sacro, e alle qualità paleottiane d’una “compositione vaga et
insieme devota” riconosciute dall’austero rettore napoletano nella Madonna di Roma, come s’è
visto. Questi stessi caratteri il religioso dovette individuare nell’Assunzione romana del Muziano,
artista assai stimato in ambito filippino, autore della ben nota Ascensione della cappella Ceuli nella
Chiesa Nuova (1582).651 Per di più, a Roma il pittore bresciano era entrato in stretti rapporti con
Giovan Antonio Dosio,652 impegnato nei primi anni novanta nella costruzione del complesso dei
gerolamini di Napoli.
Nel medesimo tempo della tavola del D’Amato, l’immagine vallicelliana venne ripresa dall’autore
del capoaltare della chiesa partenopea di Santa Maria del Rifugio [fig. 114], ubicata nei pressi di
Castel Capuano, annessa ad un conservatorio fondato su iniziativa dell’oratoriano piacentino
Alessandro Borla.653 L’opera costituisce un’interessante e anch’essa precoce derivazione, ancora
sconosciuta, dall’affresco romano. Si tratta di un dipinto pressoché ignorato dalle fonti, e tra gli
studi moderni esiste, che io sappia, un unico, curioso tentativo di attribuzione a Marco Pino.654
La pala di Santa Maria del Rifugio, visibilmente rimaneggiata, è ascrivibile a Felice Damiani, lo
stesso pittore coinvolto dai filippini nei già menzionati lavori condotti nella chiesa della
congregazione a San Severino Marche. Lo provano gli inconfondibili caratteri di stile che,
nonostante i rifacimenti, legano la Madonna napoletana agli algidi lavori dell’artista di Gubbio: in
particolare il volto del Cristo risulta identico a quelli degli angeli e dei putti della Madonna della
Cintola conservata nella chiesa di Sant’Agostino a Foligno (1593) [fig. 115]; l’andamento spezzato
delle pieghe dei panneggi ritorna nella conformazione delle stoffe del dipinto umbro.655 L’ipotesi
trova un inequivocabile riscontro nella lettera del marzo 1595, su ricordata, indirizzata da padre
Antonio Caroli ai confratelli di Roma, in cui si apprende che Felice Damiani, intenzionato ad
entrare come secolare nell’ordine, era stato “eccellente nella sua professione come fanno fede le
opere che ha fatto in moltissimi luoghi, specialmente a Napoli per la S.ra Costanza del Carretto et
a Recanati nella Cappella della S.ra Barbara Massella”.656 La committente partenopea del
Damiani, Costanza del Carretto Doria, marchesa di Sulmona, prima benefattrice degli oratoriani
di Napoli, aveva fondato tra il 1583 e il 1585 assieme a padre Borla il conservatorio di Santa
Maria del Rifugio.657 Il dipinto dovette essere commissionato su indicazione dei padri
dell’Oratorio nel 1590, poiché il 26 luglio dello stesso anno veniva rogato l’inedito atto notarile
per la doratura della “cona” e della “custodia” di Santa Maria del Rifugio dal napoletano Marino
Bonocore, il quale si impegnava con Claudio Milano, uno dei governatori della chiesa, ad
applicare anche l’“aczuro oltramarino” sul manto della Madonna.658 La tela - di ridotte
650
G. Marciano, Memorie historiche, cit., II, p. 90.
C. Barbieri, S. Barchiesi, D. Ferrara, Santa Maria in Vallicella, cit., pp. 67-71; D. Ferrara, Artisti e
committenze alla Chiesa Nuova, in La regola e la fama, cit., p. 109; S. Barchiesi, S. Filippo Neri e l’iconografia
mariana della Chiesa Nuova, in La regola e la fama, cit., pp. 139-140.
652
D. Ferrara, Artisti e committenze, cit., p. 109.
653
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., pp. 146-147; G. Marciano, Memorie historiche, cit., pp. 81e ss.; A.
Cistellini, San Filippo Neri, cit., I, p. 327.
654
V. Rizzo, Il Real Conservatorio e Casa Santa di S. Maria del Rifugio ai Tribunali, in «Quaderni dell’Archivio
Storico», V, 2000, p. 289. Un rapido cenno alla Madonna sull’altare maggiore, senz’alcuna attribuzione, si
ritrova in G. B. Chiarini, Aggiunzioni, cit., II, p. 434.
655
Per il dipinto folignate cfr. G. Sapori in Pittura del Seicento. Ricerche in Umbria, a cura di L. Barroero, V.
Casale, G. Falcidia, F. Pansecchi, G. Sapori, B. Toscano, Venezia 1989, pp. 173-177; sul Damiani vedi pure
P. Zampetti, Pittura nelle Marche. Dalla Controriforma al Barocco, Firenze 1990, vol. III, pp. 230, 233 nota 5 e
C. Martin, ad vocem Damiani Felice, in Allgemeines Künstler-Lexikon Die Bildenden Künstler aller Zeiten und
Völker, München-Leipzig 2000, XXIV, pp. 14-15, con bibliografia precedente.
656
A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., II. P. 958; O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., pp. 399, 407.
657
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 146; G. Marciano, Memorie historiche, cit., pp. 81 e ss.; A. Cistellini,
San Filippo Neri, cit., I, p. 754; A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., I, p. 240.
658
ASN, Notai del Cinquecento, Antonio Celentano, sch. 132, prot. 9 (1589-92), f. 257. Il documento
fornisce scarne informazioni, tuttavia è utile per la cronologia del dipinto. La marchesa di Sulmona, non
nominata dal documento notarile da me rintracciato, morì nel 1591. Cfr. A. Cistellini, San Filippo Neri, cit.,
I, p. 754.
651
119
dimensioni - forse dipinta a San Severino Marche, dove l’eugubino lavorava sin dall’estate del
1589, presumibilmente fu portata a Napoli dal Borla che soggiornò in quella città nel maggio del
1590.659
Le testimonianze documentarie prese in esame consentono di appurare il ruolo di autentico
protagonismo svolto dal Talpa nella definizione della politica delle immagini perseguita
dall’ordine d’appartenenza. Figura assai complessa, l’oratoriano fu molto vicino al fondatore della
congregazione come pure a Cesare Baronio, al quale diede un aiuto consistente nel recupero di
notizie confluite nei celebri Annales, di cui fu anche supervisore. Talpa ebbe competenze in
materia di architettura, maturate negli anni in cui ricoprì l’incarico di praefectus fabricae della
Chiesa Nuova a Roma.660 L’ampiezza dell’impegno da lui profuso nell’impresa romana emerge
assai efficacemente in una lettera indirizzata da Francesco Maria Tarugi ad un fratello del
religioso, Arsenio Talpa, in cui si giustifica il mancato rientro in patria del congiunto, per la grave
malattia che aveva colpito un altro fratello, Evandro, con la seguente motivazione: “Messer
Antonio sente molto dispiacere... [ma] oltre all’Oratorio... pendono dalla sopraintendenza sua tre
cappelle della chiesa, che hanno in opera diversi maestri, et artefici di varie cose differenti fra di
loro, che adesso sarebbe impossibile istruire un altro del tutto per surrogarlo in suo luogo, perché
ad ogni hora bisogna essere con architetti, pittori, scultori, indoratori, falegnami e muratori e lui
solo possiede i disegni, sa il prezzo accordato, et ha da segnare i mandati, e i pagamenti, onde non
potrebbe adesso più scommodare di quello scommodarebbe se per breve tempo Messer Antonio
si assentasse da Roma”.661
Anche in seguito al trasferimento a Napoli, il filippino continuò ad interessarsi della Chiesa
Nuova e, tra il 1593 e il 1594, con la collaborazione del Dosio elaborò finanche dei veri e propri
progetti per la facciata.662 Nella città vicereale egli rivestì il medesimo incarico che aveva ricoperto
nell’Urbe; tale impegno divenne un aspetto centrale e qualificante del suo apostolato. I
documenti conosciuti restituiscono l’attenzione meticolosa e capillare con la quale il religioso
seguì sia l’evoluzione dei lavori delle fabbriche che la realizzazione degli arredi sacri, per i quali
provvide personalmente al reperimento dei disegni di alcuni modelli esemplari, come abbiamo
visto. L’intransigenza e il rigore del rettore partenopeo appartengono alle posizioni più rigide e
rigoriste emerse dal dibattito sulle immagini sacre durante la Controriforma, allineate agli
indirizzi tridentini contenuti nei celebri trattati di Carlo Borromeo e di Gabriele Paleotti,
personalità strettamente legate ai padri della Vallicella. Il caso napoletano del Talpa attesta
quanto incisiva potesse essere l’ingerenza delle autorità religiose nell’elaborazione delle opere di
destinazione chiesastica,663 per garantirne l’adeguata conformità agli scopi devozionali.
Sul colto esponente dell’Oratorio bisognerà condurre ulteriori indagini, a tutt’oggi impedite dalla
chiusura quasi trentennale dell’Archivio della Congregazione di Napoli; potrebbero in tal modo
meglio lumeggiarsi le possibili ripercussioni esercitate dall’ordine di San Filippo Neri
sull’ambiente artistico locale, forse di portata non trascurabile.
Ritornando all’Imparato, è possibile che l’artista nel 1595 abbia avuto un ruolo nella perduta
decorazione dell’oratorio della confraternita dei Bianchi annessa alla chiesa di San Giovanni
Maggiore a Napoli, come si arguisce da un’inedita polizza di banco che documenta un rapporto di
lavoro fra il pittore e lo stuccatore Francesco Zaccarella.664
659
A. Cistellini, San Filippo Neri, cit., I, pp. 683-685, II, p. 957. Sulla base della sola missiva del Caroli
(ACR, BIII5, f. 61) O. Melasecchi, Una perduta Madonna, cit., p. 400, ipotizza un soggiorno meridionale del
Damiani.
660
Sul Talpa cfr. G. Marciano, Memorie historiche, II, pp. 89-106; A. Bellucci, P. Antonio Talpa, d. O.
(architetto) 1536-1624, estratto dalla rivista «Archivi», XX, fasc. 1-3, 1953, pp. 3-23; A. Cistellini, San Filippo
Neri, cit., passim.
661
La lettera, senza data, ma sicuramente anteriore al 1586, è riportata da G. Marciano, Memorie historiche,
cit., II, p. 94.
662
D. Del Pesco, Alla ricerca di Giovan Antonio Dosio, cit., pp. 35-42.
663
In generale sul problema cfr. M. Calì, Arte e Controriforma, in La Storia, a cura di N. Tranfaglia e M.
Firpo, IV, L’età moderna, II, La vita religiosa e la cultura, Torino 1986, pp. 283-312.
664
Regesto documentario, doc. n. 33. L’oratorio subì trasformazioni nel corso del Settecento. Per alcune
informazioni sulla confraternita dei Bianchi in San Giovanni Maggiore, cfr. G. A. Galante, Guida sacra, cit..
120
Nel marzo del 1595 il pittore si accordò con Luca Buonodonne di Gragnano per l’esecuzione di
una Madonna del Rosario di forma circolare con i misteri, consegnata l’anno successivo.665
Infine, risale al maggio del 1595 il completamento di un altro dipinto perduto, la Trasfigurazione
realizzata per gli eredi della famiglia Scaldaferri di Lauria.666 Il documento non precisa la chiesa di
destinazione, ma è assai probabile che l’ancona fosse collocata nella cappella Scaldaferri situata
nella chiesa madre di San Nicola, un edificio distrutto da un incendio nel 1806.667 La notizia della
presenza nella parrocchiale di Lauria di una cona imparatesca risulta particolarmente significativa
considerato che, non molti anni dopo, agli inizi del secolo successivo, sarebbe giunta nella stessa
chiesa l’interessante pala, di recente recuperata, raffigurante la Madonna degli Angeli di Carlo
Sellitto [fig. 174], che dovette formarsi proprio a contatto con l’Imparato. Infatti, due polizze di
banco del settembre e dell’ottobre 1595 attestano indiscutibilmente una frequentazione della
bottega di Girolamo da parte del giovane pittore al quale l’Imparato ‘girava’, secondo una prassi
consueta per i lavoranti in posizione subordinata, pagamenti per “un quatro de una Madonna”
richiesto dal vescovo di Ariano, Alfonso de Herrera.668 Non sono riuscito a rintracciare il dipinto
in questione che, data l’esigua entità dei pagamenti (entrambi di 4 ducati), dovette essere
destinato alla devozione privata del presule. Ma sul problema degli esordi di Carlo Sellitto
bisognerà ritornare.
6. L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DEL GESÙ E IL DISPERSO SAN GIOVANNI
DI SANTA CROCE A LECCE
Trattando del Gesù di Lecce Giulio Cesare Infantino scrisse: “Nel di dentro di questa bellissima
chiesa, oltre l’altare maggiore con la bella dipintura della Circoncisione di Christo Nostro
Signore, vi sono molte cappelle nell’una e nell’altra parte fatte in pietra leccese con colonne
leggiadramente lavorate; la maggior parte poste in oro, degne veramente di questa nobil chiesa,
con bellissime dipinture in tele, opere di diversi huomini illustri nella dipintura, come di
Girolamo Imperato e altri”.669 L’autore non specificava quali dei dipinti collocati nell’edificio
sacro spettassero al pittore napoletano, tuttavia è assai significativo che l’Imparato risultasse
l’unico fra gli “huomini illustri nella pittura” ad essere menzionato: una prova evidente del
riverbero della sua notorietà anche lontano da Napoli. Attualmente la chiesa leccese conserva due
quadri dell’artista: un bel San Girolamo penitente dipinto per la cappella Mettula nell’ultimo
Su Francesco Zaccarella, scultore e stuccatore, attivo nel 1588 nella chiesa del monastero di Sant’Andrea
delle Dame, cfr. G. Ceci, Per la biografia degli artisti del XVI e XVII secolo. Nuovi documenti. I Architetti – II
Scultori, Trani 1907, pp. 81-82.
665
Regesto documentario, doc. n. 34. Il documento purtroppo non nomina la chiesa in cui doveva essere
collocato il dipinto. In nessuno degli edifici sacri di Gragnano in cui esisteva il patronato dei Bonodonne è
stato possibile rintracciare l’opera. Sulle chiese della cittadina risultano utili F. S. Liguori, Cenni storio-critici
della città di Gragnano e luoghi convicini, Napoli 1863 e soprattutto A. Liguori, Gragnano. Memorie
Archeologiche e Storiche, Pompei 1955
666
Regesto documentario, doc. n. 36.
667
L’altare della famiglia Scaldaferri in San Nicola a Lauria è documentato nel Settecento. Cfr. A.
Spagnuolo, Lauria, Napoli 1967, p. 101. La visita pastorale di monsignor Giovanni Antonio Santonio del
13 maggio 1624 menziona un altare “Transfigurationis” senza specificarne il patronato. Cfr. C. De Franco,
Visite Pastorali alla comunità di S. Nicola di Bari in Lauria. 1500-1992, Venosa 1993, p. 79.
668
Regesto documentario, docc. nn. 50-51. I due documenti sono stati già brevemente discussi da S. De Mieri,
Aggiunte a Francesco Curia, cit., pp. 178-179. Per la Madonna degli Angeli di Lauria cfr. Visibile Latente. Il
patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro, catalogo della mostra (Policastro 2004) a cura di F. Abbate,
Roma 2004, pp. 21-22, 84-87.
669
G. C. Infantino, Lecce Sacra... ove si tratta delle vere origini e fondationi di tutte le hiese, monasteri, cappelle,
spedali et altri luoghi sacri della città di Lecce, Lecce 1634, p. 170. Sul disperso dipinto della Circoncisione
ricordato dall’Infantino, realizzato a Venezia forse dalla bottega del Tintoretto, cfr. A. Lippo, «Ad Maiorem
Dei Gloriam»: lo stile gesuitico a Lecce nella pittura di fine XVI secolo, in Interventi sulla «Questione meridionale»,
cit., p. 137 con bibliografia.
121
periodo della sua attività, e una splendida Annunciazione firmata e datata (HIERONIMUS/
670
IMPERATUS NEAP./ FACIEBAT/ 1596) [fig. 116].
Quest’ultima, una delle opere più conosciute del maestro, fu portata all’attenzione della critica
circa un quarantennio fa da Michele D’Elia e, a breve distanza, da Maria Stella Calò che, per
prima, vi colse componenti baroccesche e agganci con Francesco Curia.671 Qualche anno dopo il
Previtali evidenziava gli aspetti curiani dell’opera, ravvisabili nella tipologia dei cherubini e nel
“biondo zazzeruto arcangelo annunciatore”, individuandone anche le differenze col suo “più
celebre collega”, da cogliere nella diversità della materia pittorica, “leggera e cangiante”
nell’Imparato, “soffice e densa” nel Curia.672
In seguito Vincenzo Pugliese, che considerò il dipinto imparatesco “uno dei prodotti più
rappresentativi [...] dell’intera stagione ‘tardomanierista’ napoletana” e, ancora, una delle “più
belle ed accattivanti” Annunciazioni collocate sugli altari meridionali nel corso del Cinquecento673,
vi ravvisava consonanze con Teodoro d’Errico, Federico Barocci, Ventura Salimbeni e,
soprattutto, con la cultura mediata a Napoli dagli artisti attivi nella Certosa di San Martino.674
L’Annunciazione è stata oggetto d’interesse anche in tempi più recenti, infatti nel 2003 è stata
esposta in una mostra intitolata Il Barocco nella visione gesuita da Tintoretto a Rubens, allestita nel
Musée des Beaux-Arts di Caen.675
In basso a sinistra è visibile lo stemma della famiglia Bozzicolonna, aggiunto forse in epoca
successiva a sostituzione di uno più antico.676 Purtroppo le fonti non consentono di conoscere il
patronato antico della cappella in cui il quadro è collocato. La scelta del pittore napoletano fu
sicuramente suggerita alla committenza dai padri gesuiti, i quali dovettero far riferimento ad
artisti di fiducia, come appunto l’Imparato, seguendo molto da vicino la vicenda della
realizzazione dei dipinti destinati alla propria chiesa, secondo una prassi non molto diversa da
quella riscontrabile in altre chiese dell’ordine, e principalmente nel Gesù di Roma.677
L’Annunciazione non fu il primo impegno del maestro partenopeo con i gesuiti salentini: si è già
anticipato nel capitolo precedente che nel novembre del 1588 l’Imparato ricevette un acconto di
10 ducati per “parte del preczo de una cona”, dipinta “per ordine del patre rettore dello collegio
de Leccie” e cioè di san Bernardino Realino.678 Sarebbe azzardato collegare il documento
all’Annunciazione, considerato il notevole scarto cronologico, tuttavia si potrebbe pensare a un
ritardo nella consegna della tela, causato dal carico di impegni a cui il pittore dovette far fronte in
questi anni, come era avvenuto nel caso dell’Ultima Cena del refettorio della Sapienza, richiesta
nell’estate del 1587 ma ultimata, come indica la data apposta sulla tavola, solo nel 1591.
È più probabile che la cona del 1588 sia da identificare col dipinto menzionato in un documento
citato da Nicola Vacca, dal quale si evince che Maria Zimara di Teofilo, moglie del Barone di
Fragagnano, Francesco dell’Antoglietta, nel 1590 lasciava alla chiesa madre di Fragagnano il
quadro che al momento era conservato nella propria cappella nel Collegio del Gesù di Lecce, e
670
Il dipinto è ricordato da una serie di guide cittadine quali: L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti
descritti e illustrati, Lecce 1874, p. 352; A. Foscarini, Guida storico artistica della città di Lecce, Lecce 1929, p.
83; D. G. Paladini, Guida storica ed artistica della città di Lecce, Lecce 1952, p. 369.
671
Mostra dell’arte in Puglia dal tardo antico al rococò, catalogo della mostra (Bari 1964), a cura di M. D’Elia,
Roma 1964, p. 139; M. S. Calò, La pittura del Cinquecento e del primo Seicento in terra di Bari, Bari 1969, p.
129.
672
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., pp. 878, 904 nota 52; Idem, Teodoro d’Errico,
cit., p. 33; Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 113, 141 nota 57, 143 nota 61; Idem, La pittura
a Napoli tra Cinquecento e Seicento, cit., pp. 18, 22-23.
673
V. Pugliese, in Restauri in Puglia 1971-1981, Fasano 1983, pp. 124-126; Idem, Pittura napoletana in Puglia
I, in Seicento napoletano Arte , costume e ambiente, a cura di R. Pane, Milano 1984, p. 207.
674
V. Pugliese, in Restauri in Puglia, cit., p. 126. Sul dipinto si veda la cospicua bibliografia citata nel n. 25
del Repertorio delle opere autografe.
675
Il Barocco nella visione gesuita da Tintoretto a Rubens, catalogo della mostra (Caen 2003) a cura di A. Tapié,
Caen 2003. Nel catalogo il dipinto è accompagnato da una scheda di Antonio Cassiano, p. 288.
676
V. Pugliese, in Restauri in Puglia, cit., p. 126.
677
A. Lippo, «Ad Maiorem Dei Gloriam»: lo stile gesuitico a Lecce, cit., pp. 135-138.
678
Regesto documentario, doc. n. 17. Su san Bernardino Realino cfr. F. Iappelli, Gesuiti a Lecce: 1576-1767, in
«Societas», 41, 4-5, 1992, pp. 104-107.
122
che sarebbe stato rimosso allorché “li padri di detto collegio avranno fatto finire il quadro nuovo
per detta cappella, quale è già cominciato a Napoli”.679 Forse si tratta della Natività richiesta dalla
medesima nobildonna, e per la quale l’Imparato riceveva l’ultimo pagamento dal gesuita Cesare
de Vivo nel febbraio del 1593.680 Già da tempo dunque l’artista partenopeo era entrato in
contatto con i gesuiti pugliesi e, se quest’ultima ipotesi non è errata, nella chiesa del Gesù di
Lecce vi poterono essere non due ma ben tre sue opere.681
È stato dimostrato che gli arrivi nella città salentina di prodotti artistici napoletani, a partire dalla
fine del Cinquecento, furono favoriti oltre che dall’accentramento politico e amministrativo della
capitale vicereale anche, e soprattutto, dall’azione dei nuovi ordini della Controriforma,
impegnati attraverso vere e proprie “strategie missionarie” in un processo di “riconquista religiosa
e morale” della regione.682 I nuovi insediamenti religiosi incisero profondamente sul piano
politico e sociale e contribuirono a definire l’assetto urbanistico e architettonico della città di
Lecce, seconda solo a Napoli in tutto il Viceregno per numero di abitanti e per quantità di chiese
e monasteri, al punto che Giulio Cesare Infantino poté definirla una “picciol Napoli”.683
La struttura della tela salentina [figg. 116-117], superbo capolavoro della produzione matura
dell’Imparato, appare fondata su un “sorvegliato e calibratissimo equilibrio” compositivo: da un
lato risulta dominata dalla diagonale del volo dello splendido angelo con i suoi “panneggi
sguscianti” e la folta e riccioluta capigliatura bionda, impreziosita da un diadema, dall’altro dalla
nobilissima Vergine, in posizione stante, racchiusa in una veste elegante, scolpita dalla luce.
Mirabile è la cura riservata sia all’elaborazione delle figure principali, dai ricchi panneggi modulati
in scisti e bozze, che ai dettagli dell’iconografia canonica, quali il cesto da lavoro della Madonna,
da cui fuoriesce una stoffa pregiata, e il vaso alla moda con i simbolici gigli e le rose. Attenta è
anche la definizione disegnativa di particolari che rivelano la considerevole perizia dell’artista,
come il difficile scorcio della mano sinistra della Vergine o il complesso gioco formato dalla veste
dell’arcangelo, solcata da una miriade di pieghe, disposta a campana come la corolla di un fiore
raro. Alla scena assistono affacciandosi da un immaginario palcoscenico, sopra leggerissimi
cumuli di nuvole, angeli e cherubini “curiosi e pettegoli”; questi commentano l’evento, permeato
da un “tono incantato, sospeso ed insieme carico d’intima effusione sentimentale”.684
Straordinaria è la padronanza del colore che consente al maestro di creare una “raffinata alchimia
degli accordi cromatici”, esibendo una “tavolozza freschissima e svariante nei toni più luminosi
del giallo, dell’azzurro, del verde, del rosso e del viola, impreziosita degli effetti magici del
cangiantismo”.685
Un’opera di tale livello dovette necessariamente incontrare l’apprezzamento della committenza.
La pittura elegante, fatta di preziosità e di sottigliezze, e il modo garbato dell’Imparato di
679
N. Vacca, Appendice al I volume della «Lecce e i suoi monumenti», in L. G. De Simone, Lecce e i suoi
monumenti, ed. Lecce 1974, a cura di N. Vacca, pp. 602-603. Lo studioso propone di identificare il dipinto
menzionato dal documento con l’Annunciazione; l’ipotesi è ritenuta degna di considerazione da V. Pugliese,
in Restauri in Puglia, cit., p. 126.
680
E. Nappi, I Gesuiti a Napoli. Nuovi documenti, cit., p. 118, doc. n. 52. Su padre Cesare de Vivo, rettore dei
Collegi di Cerignola, Catanzaro e Napoli, cfr. S. Santagata, Istoria della Compagnia di Gesù appartenente al
Regno di Napoli, Napoli 1756, III, pp. 108-110.
681
Nella chiesa esisteva un altare dedicato alla Natività. Cfr. A. Lippo, «Ad Maiorem Dei Gloriam»: lo stile
gesuitico a Lecce, cit., p. 136.
682
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia I, cit., pp. 207-208. Sull’espansione della Compagnia di Gesù
nelle Puglie e in Italia meridionale cfr. M. Rosa, Strategia missionaria gesuitica in Puglia agli inizi del ‘600, in
Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1974, III, pp. 159-186; E. Novi Chavarria,
L’attività missionaria dei Gesuiti nel Mezzogiorno d’Italia tra XVI e XVIII secolo, in Per la storia sociale e religiosa
del mezzogiorno d’Italia, a cura di G. Galasso e C. Russo, Napoli 1982, II, pp. 159-185.
683
M. Spedicato, La città e la chiesa, in Storia di Lecce dagli Spagnoli all’unità, a cura di B. Pellegrino, Bari
1995, pp. 113- 127. Più in generale, per il proliferare dell’edilizia religiosa a Lecce è utile la sintesi di G.
Labrot, Territorio, città e architettura nel Regno di Napoli, in Storia dell’architettura italiana. Il secondo Cinquecento,
a cura di C. Conforti e R. J. Tuttle, Milano 2001, pp. 296-299. La definizione dell’Infantino è a p. 3 della
Lecce Sacra, cit..
684
V. Pugliese, in Restauri in Puglia, cit., p. 124.
685
Ibidem.
123
raccontare i temi sacri furono molto graditi ai gesuiti, che continuarono fino alla fine della sua
carriera a richiedergli pale da collocare in alcune importanti sedi meridionali dell’ordine. Se è
indubbio che l’artista poté essere suggestionato da alcuni precedenti hendrickiani, e forse anche
del Curia, come è stato ripetutamente sostenuto dagli studiosi, è pur vero che nel dipinto di Lecce
riuscì ad rielaborare tali stimoli in maniera decisamente autonoma, mostrando le potenzialità del
suo linguaggio maturo, radicato nella cultura di matrice neoparmense ma arricchito, ormai, dalle
‘refluenze’ baroccesche.
Che il dipinto fosse ammirato in ambito locale è dimostrato dalla richiesta da parte di
committenti leccesi di altri quadri: poco dopo la consegna dell’Annunciazione fu ancora un padre
gesuita, Luigi Fedele, a richiedere un San Giovanni destinato all’altare di famiglia nella chiesa
celestiniana di Santa Croce. L’opera fu descritta da Giulio Cesare Infantino che annotava: “Vi è
ancora nella medesima chiesa una Cappella della famiglia Fedele, ove si vede una bella dipintura
in tela di San Giovanni Battista: opera di Girolamo Imperato napoletano”.686 Da recenti
ritrovamenti documentari si è scoperto che una prima versione del San Giovanni, costato 30
ducati, fu collocata in chiesa il 24 giugno del 1599. La tela però, a causa dell’umidità della
cappella e addirittura dell’acqua che vi colava sopra, pochi mesi dopo si guastò in maniera tale che
fu necessario sostituirla con un’altra versione, realizzata dallo stesso Imparato per 41 ducati e 14
grana.687 Del dipinto in questione, forse di piccole dimensioni dato il costo piuttosto contenuto,
non v’è più traccia; probabilmente andò perduto con la soppressione monastica dei primi anni
dell’Ottocento.688
7. LAVORI PER LA CAPITALE SUL CRINALE DEL NUOVO SECOLO:
L’IMMACOLATA DI SANTA MARIA DEL POPOLO, LA MADONNA DELLE GRAZIE
DELLO SPIRITO SANTO E LA MADONNA DI LORETO DEI SANTI SEVERINO E
SOSSIO
Nei depositi dell’ospedale e della farmacia di Santa Maria del Popolo agli Incurabili a Napoli si
conserva una poco nota Immacolata di Girolamo Imparato [fig. 118], forse proveniente dalla
chiesa annessa al complesso - dove tuttavia non risulta mai descritta dalle fonti e dalla letteratura
periegetica -,689 segnalata fugacemente dal Leone de Castris nel profilo biografico dell’Imparato
nella Storia dell’arte in Italia.690
Lo stato di conservazione della tela è piuttosto critico a causa di alcune ridipinture e
manomissioni dovute all’applicazione di vistosi elementi devozionali. I caratteri stilistici
consentono di ancorare l’Immacolata degli Incurabili più che alla fase finale dell’artista, come
proposto dal Leone de Castris (seguito dalla di Majo), ad un momento della sua attività prossimo
agli anni di esecuzione dell’Annunciazione di Lecce [fig. 116], sebbene non raggiunga la medesima
distillazione formale. La conferma è data dalla somiglianza stringente che corre soprattutto fra gli
angeli, assai simili a quelli che compaiono nella zona sommitale della pala salentina e a quelli più
appartati e silenziosi della Deposizione Maranta; la veste della Vergine benché ridipinta, mostra un
aplomb non molto diverso da quello dell’Annunciata pugliese. Pur seguendo un modello
686
G. C. Infantino, Lecce Sacra, cit., p. 120.
G. Cosi, Il notaio e la pandetta. Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVIII), a cura di M.
Cazzato, Galatina 1992, pp. 47-48. Alla prima redazione del dipinto si riferisce il pagamento del 28 maggio
1599 pubblicato da G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1913, p. 237. Cfr. Regesto
documentario, doc. n. 63.
688
L’opera non è ricordata da nessuna delle guide leccesi dell’Otto e Novecento.
689
Il dipinto è trascurato anche da C. Fiorillo, Gli Incurabili. L’ospedale, la farmacia, il museo, Udine 1991.
Non è da escludere una provenienza diversa dell’opera, per il momento non precisabile.
690
P. Leone de Castris, ad vocem Imparato Girolamo, in Storia dell’arte in Italia. Il Cinquecento, cit., p. 742. La
pala non risulta menzionata negli studi successivi ad eccezione dell’introduzione al commento critico sulla
biografia dell’artista contenuta nelle Vite di De Dominici curato da I. di Majo (Vite de’ pittori, scultori ed
architetti napoletani, cit., p. 842).
687
124
compositivo piuttosto convenzionale, non mancano in questa versione di un comunissimo tema
iconografico - interpretato dallo stesso Imparato numerose volte - motivi di spiccata originalità,
alludo principalmente alle creature angeliche, dalle ali sforbiciate come rami di palma, che
sorreggono la Madonna su un piedistallo di nuvole. Gli angeli musicanti posti in alto sono
mediati ancora una volta dal perduto affresco romano con l’Annunciazione dipinto da Federico
Zuccari.
Tra il 1597 e il 1598 Girolamo dovette dipingere la “gigantesca” e sciupata tela esposta nella
chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, raffigurante la Madonna di Loreto e i santi Francesco
d’Assisi, Severino e Bernardino [fig. 119]. Il dipinto venne ricordato per la prima volta come opera
dell’Imparato da Carlo Celano, seguito da tutte le guide successive e dalla critica a partire dal
primo Novecento.691
Ritengo che la pala sia da identificare con il “quadro” destinato alla chiesa di “Santo Severino”,
per il quale l’artista ricevette l’ultimo pagamento nel febbraio 1598 da un tal “Giovan Andrea
Preyte”, personaggio altrimenti sconosciuto.692 È probabile che quella attuale - il vano di passaggio
tra la navata e la sagrestia - fosse la collocazione originaria dell’opera; è qui infatti che la descrisse
il Celano, ben prima dei lavori che interessarono l’edificio nel corso del Settecento.693
L’opera si rivela senza dubbio un prodotto realizzato nella seconda metà degli anni novanta, lo
attestano le chiare affinità con la coeva tavola della Cappella de Gallis nella chiesa napoletana
dello Spirito Santo (1597-99) [fig. 121]; basterà mettere a confronto le due Madonne, come pure i
santi, in particolare i due san Francesco d’Assisi. La composizione, non diversamente da altre
creazioni imparatesche, risulta assai semplificata: la Vergine, assisa sulla Santa Casa trasportata
dagli angeli, sovrasta assieme all’affollata gloria angelica una terna di santi. I due angeli maggiori
che reggono il peso dell’edificio, pur palesando una struttura disegnativa alla Marco Pino,
sembrano ispirati a quelli che assolvono ad una funzione molto simile nella Madonna del Rosario
dipinta da Federico Barocci, custodita nel palazzo vescovile di Senigallia [fig. 120];694 un’opera che
presumibilmente l’Imparato conobbe attraverso disegni. Ancora una volta l’artista dedica
particolare attenzione al tema degli angeli, studiandone pose e atteggiamenti differenziati;
incantevole è, ad esempio, la coppia di putti [fig. 140] che teneramente abbracciati, al di sotto del
gruppo mariano, sorreggono anch’essi il congegno volante.
Anche se uno spesso strato di polvere ne offusca sensibilmente la superficie è possibile scorgere
nella pala, similmente all’Annunciazione di Lecce [fig. 116] e alla coeva Madonna del Carmine dei de
Gallis [fig. 121], la predilezione per una materia cromatica vivace e cangiante. Il maestro indugia
sulla resa attenta dei volti intensissimi dai tipici occhi lucidi, illuminati da una luce diffusa e
avvolgente che esplora in maniera minuta e micrografica le peculiarità fisionomiche, come nel
bellissimo san Severino dalle mani arpeggianti; non trascura inoltre la preziosità dei paramenti
sacri: ne deriva così un interesse persino documentario nella rappresentazione del ricco piviale del
santo centrale, forse ispirato ad un modello reale di fattura quattrocentesca, come indicano le
architetture ancora gotiche in cui situa le figure dei santi e dell’Angelo annunciante sulla gala.
Nella primavera del 1597 il maestro ricevette la commissione della Madonna del Carmine con i santi
Francesco d’Assisi e Francesco di Paola [fig. 121], della Cappella degli eredi del libraio e tipografo
Gian Domenico de Gallis695 nella chiesa napoletana dello Spirito Santo. Mai menzionata dalle più
antiche guide cittadine, fu ricondotta all’Imparato, con qualche dubbio, solo a metà Ottocento da
691
C. Celano, Notizie del bello, cit., IV, p. 922 (vedi il n. 27 del Repertorio delle opere autografe).
Il documento era già noto a G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582. Cfr. Regesto documentario,
doc. n. 56.
693
Su queste trasformazioni dell’edificio cfr. M. R. Pessolano, Il convento napoletano dei Santi Severino e Sossio,
cit., pp. 83, 85-90. Probabilmente il dipinto venne realizzato nello stesso periodo della grandiosa tavola con
la Natività che lo fronteggia, riferita anch’essa da alcuni autori all’Imparato (L. D’Afflitto, Guida per curiosi,
cit., p. 228; cfr. il n. 34 del Repertorio delle opere espunte, di bottega e danneggiate dai rifacimenti). L’opera,
sebbene ridotta in condizione che ne impediscono un’adeguata valutazione, risulta estranea alla maniera del
maestro napoletano; il Leone de Castris infatti la ritiene “prossima allo stile del Lilio” (Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 191 nota 30).
.
694
A. Emiliani, Federico Barocci, cit., II, pp. 265-271.
695
Notizie sul de Gallis sono reperibili in G. Filangieri, Documenti, cit., V, p. 272.
692
125
Luigi Catalani che scriveva: “Nella quinta cappella vi è una bella tavola antica rappresentante la
Vergine con gloria di angeli all’intorno, e sotto le anime del purgatorio con due monaci
francescani genuflessi in atto d’adorazione, è questa pittura bellissima forse di Girolamo
Imparato”.696 L’attribuzione venne ripresa dal Galante, mentre il D’Addosio nel 1913 poté
confermare la proposta attraverso una polizza del Banco dello Spirito Santo datata 26 giugno
1598.697
Al documento pubblicato dal D’Addosio ne aggiungo altri che permettono di precisare
ulteriormente la cronologia della tavola: si tratta di una serie di pagamenti, trascritti in uno dei
registri dei conti del Conservatorio dello Spirito Santo, dai quali si apprende che la cona de
Gallis, costata 90 ducati, era stata già richiesta alla fine di aprile del 1597 e che fu completata
entro il marzo del 1599.698 Nessuna traccia rimane della cornice lignea realizzata da Stefano e
Giovan Domenico Saccatore, forse distrutta negli anni di ricostruzione della chiesa, poco dopo la
metà del Settecento.699
La pala adotta un impianto compositivo col quale l’artista mostra di essersi affrancato dagli
schemi tradizionali, rigorosamente simmetrici, per approdare ad una soluzione giocata su di una
spazialità mossa, sviluppata in diagonale. La disposizione dei due santi intercessori, permeati da
una profonda spiritualità, lascia scorrere la vista sul terrificante paesaggio del Purgatorio, abitato
da anime sofferenti, galleggianti come relitti su di un fiume di lava fumante e incandescente che si
incunea entro un’orrida caverna rocciosa. La Madonna col Bambino, di classica compostezza,
dall’elegante e ricercata acconciatura, compare su un strato di nubi che si fondono con i fumi che
esalano dalle fiamme sottostanti. L’opera è intrisa di umori barocceschi: sia la rappresentazione
dei santi estatici che quella della Madonna ricalcano tipologie peculiari del grande maestro
urbinate e della sua stretta cerchia. I primi sembrerebbero rielaborare modelli affini al san
Francesco che compare nel Perdono di Assisi [fig. 88] o alle varie redazioni del santo di Assisi
stimmatizzato, la Vergine invece potrebbe discendere da una soluzione molto ricorrente nel
Barocci, affacciatasi la prima volta nella Sacra famiglia affrescata nel Casino di Pio IV a Roma e
ripresa in seguito fino alla Madonna del Rosario di Senigallia [fig. 120].700
Nelle dolorose torsioni delle anime emergono ancora ricordi pineschi, allo stesso modo della più
antica Madonna delle Grazie di Santa Maria della Sapienza [fig. 27]. Le pose acrobatiche degli
angeli appaiono non molto distanti dalle elaborazioni sul tema di Francesco Curia (ricordo la
straordinaria Annunciazione oggi nel Museo di Capodimonte, risalente al 1597), forse ispirate a
entrambi i pittori partenopei da stampe nordiche, mi riferisco ad esempio a quelle del Golzius.701
Difatti è questo un momento in cui l’Imparato gareggia alla pari col Curia “per effervescenza
motoria, per gioia, esuberanza delle figure, piacevolezza e spettacolarità d’impianto”.702
696
L. Catalani, Le chiese di Napoli, cit., II, p. 35. Precedentemente avevano citato il dipinto solo il De Lellis,
Aggiunte alla Napoli Sacra, cit., IV, c. 74v (“Nell’altra cappella in cui s’adora la Madonna che tiene ne lati S.
Francesco il Serafico e S. Francesco di Paula”) e il Corsi, Storia de monumenti dl Reame, cit., II, p. 222 senza
alcuna attribuzione. Il primo dei due però rilevò il testo dell’iscrizione dell’antica cappella tuttora
conservata, in cui si legge: IOANNI DOMINICO DE GALLIS/ QUI TEMPLO SPIRITUI SANCTO DICATO/ HEREDEM
INSTITUIT/ AEDICULAM HANC IN QUA QUOTIDIE/ SACRUM FIAT/ OECONOMI (sic) EX TESTAMENTO
AEDIFICANDAM IUSSERUNT (trascritta anche da G. B. Chiarini, Aggiunzioni, cit., II, p. 734).
697
G. A. Galante, Guida sacra, cit., pp. 221, 231; G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit.,
1913, p. 393 (cfr. trascrizione in Regesto documentario, doc. n. 55). In seguito, il riferimento all’Imparato
compare in G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582 e nella critica moderna a partire da G.
Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., 905 nota 60.
698
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 52.
699
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1917, p. 231; P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli, cit., p. 332. Vedi Regesto documentario, doc. nn. 53-54.
700
Per le opere del Barocci appena citate cfr. A. Emiliani, Federico Barocci, cit., I, passim.
701
Si veda l’Annunciazione di Maria del 1594, riprodotta in The illustrated Bartsch. Netherlandish artists. Hendrik
Goltzius, New York 1980, 3, p. 23. Francesco Abbate ha rilevato il carattere ‘nordico’ degli angeli
imparateschi, stabilendo un rapporto con le analoghe creazioni di Anthonis Blocklandt (F. Abbate, Pittura e
scultura tra Riforma e Controriforma, cit., p. 357).
702
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 148.
126
La tavola della Cappella de Gallis, capolavoro espressivo dell’estro visionario e allucinato del
pittore, è un esempio sintomatico delle potenzialità artistiche dell’Imparato che gli permisero di
competere con i maggiori pittori napoletani del momento. Sono pienamente convinto che
all’artista debba essere riconosciuto un ruolo rilevante negli svolgimenti artistici dell’Italia
meridionale dei suoi anni, soprattutto nella propagazione del linguaggio baroccesco, non dissimile
da quello esercitato da altri suoi colleghi, ben più celebri e fortunati, in diversi contesti
peninsulari; alludo a maestri quali Francesco Vanni, Ventura Salimbeni, Ferraù Fenzoni,
‘banditori’ dell’insegnamento del Barocci in ambito toscano e umbro. Inoltre, la raffinatezza delle
sue opere migliori e la brillantezza di alcune invenzioni pongono la sua pittura su un livello di
qualità per nulla inferiore a quello degli artisti citati. È questa la ragione per cui già il Previtali,
dopo aver menzionato una serie di lavori proprio dell’Imparato, affermò che “fra il 1580 ed il
1610 a Napoli era venuta oramai crescendo una generazione di pittori capace di reggere in tutto e
per tutto il confronto con i migliori italiani e no”.703
Non sarà certo incidentale che un bel dipinto imparatesco di questa fase, la Madonna col Bambino
implorata da un santo vescovo [fig. 122], sia passato nei primi anni ottanta sul mercato antiquario
con un’attribuzione a Francesco Vanni. L’opera fu tempestivamente restituita all’artista
napoletano dal Previtali in una conferenza del 1985 tenuta al Suor Orsola.704 Rimarchevole è la
rappresentazione tardo-cinquecentesca della capitale del Viceregno vista dal mare; appaiono
distintamente riconoscibili il Porto con Castel Nuovo, la perduta torre di San Vincenzo sulla
sinistra, e le moli di Castel Sant’Elmo e della Certosa erette sulla sommità della collina di San
Martino.
8. L’IMMACOLATA DELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO A CASTELLAMMARE DI
STABIA, ALCUNI PRODOTTI DI BOTTEGA E LA RINNOVATA ATTIVITÀ PER LA
COSTIERA SORRENTINA
Il dipinto realizzato dall’Imparato per la cappella dell’Immacolata in San Francesco a
Castellammare di Stabia è finora sfuggito agli studi [fig. 123]. La chiesa in questione, annessa ad
un convento di minori riformati, dopo la soppressione napoleonica dei primi anni dell’Ottocento
fu abbandonata e in seguito abbattuta (1842); dell’intero complesso vennero risparmiati soltanto
le strutture conventuali, a lungo sede del seminario vescovile, e il cappellone della Concezione, sul
cui altare era collocato il quadro dell’Imparato,705 ora conservato in un ambiente del palazzo
arcivescovile della città vesuviana. Tralasciata dal Cosenza, che pure ebbe il merito a inizio
Novecento di segnalare la presenza di non pochi dipinti rilevanti nelle chiese locali,706
703
G. Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 114.
G. Previtali, La pittura a Napoli tra Cinquecento e Seicento, cit., p. 19. Il dipinto in questione, una tavola
misurante cm. 92,5 x 73, era andato all’asta nel 1984 (cfr. Gallerie Salomon Agustoni Algranti. Dipinti antichi
dal XV al XVIII secolo, asta n. 23, Milano 1984, n.1, Francesco Vanni, Gloria di un santo vescovo).
L’attribuzione all’Imparato ricorre quasi contemporaneamente in P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento in Italia meridionale, cit., p. 514 nota 31 (su indicazione di Ferdinando Bologna); Idem, Pittura
del Cinquecento a Napoli, cit., pp. 148, 171 nota 38; F. Bologna, Battistello e gli altri. Il primo tempo della pitura
caravaggesca a Napoli, in Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli, catalogo della mostra (Napoli
1991), a cura di F. Bologna, Napoli 1991, p. 171 nota 50.
705
Sulla storia del complesso cfr. C. Parisi, Cenno storico-descrittivo della città di Castellammare di Stabia,
Firenze 1842, p. 101; G. Celoro Parascandolo, Castellammare di Stabia, Napoli 1965, pp. 169-172, 177.
Scarse sono le notizie sul Cappellone dell’Immacolata, fondato nel 1563; fu per più di un secolo, a partire
dal 1624, sede dell’omonima confraternita. Dopo il 1757 la struttura venne restaurata e in seguito
all’abbattimento della chiesa, dal 1898, fu affidata ad una confraternita posta sotto la protezione di San
Filippo dell’ordine dell’Oratorio. Cfr. A. Paribello, La Famiglia Francescana a Castellammare di Stabia, Napoli
1977, 24-25, 57-59; si veda inoltre G. D’Angelo, I luoghi della memoria. Il centro antico di Castellammare di
Stabia, Pompei 1990, pp. 114-117.
706
G. Cosenza, Opere d’arte del circondario di Castellammare di Stabia, in «Napoli Nobilissima», X, 1901, pp.
141-143, 152-157. Altri arredi della chiesa di San Francesco confluirono in San Francesco a Quisisana,
704
127
quest’opera, sebbene firmata e datata (IERONIMUS/ IMPARATUS/ PIC(TOR)/ NEAPOL(OLITANUS)/
PINXIT/ 15...), non è stata mai menzionata dagli scrittori stabiesi.
La tavola ripropone i consueti ritmi simmetrici delle elaborazioni imparatesche: la Vergine, una
giovane donna dai capelli biondi e fluenti di raffinata pittoricità, compare su uno sfondo di cielo
luminosissimo di un colore arancio assai simile a quello con cui dipinse la gloria della pala de
Gallis [fig. 121]; ai lati si dispongono quattro gruppi di angeli: quelli collocati in alto, dai
panneggi mossi e arricciolati, chiudono con le estremità delle lunghe ali da uccello la mandorla in
cui appare la Madonna; quelli in basso invece, rielaborando la solita idea zuccariana
dell’Annunciazione gesuitica di Roma [figg. 36, 65], attendono a musiche e canti celesti.
L’elegante ed estatica figura femminile, con veste rosa e manto azzurro ultramarino dal bordo
decorato con pietre preziose, se da un lato risulta assai simile all’Annunciata della chiesa del Gesù
di Lecce (1596) [fig. 116] dall’altro ripete in maniera palmare l’analoga figura di Santa Maria del
Popolo agli Incurabili [fig. 118]. Le tipologie angeliche possono essere agevolmente confrontate
con quelle che ricorrono nei lavori della fine degli anni novanta: si pensi alle simili creature della
Madonna delle Grazie nella chiesa dello Spirito Santo [fig. 121], delle quali ripropongono il motivo
del nastro avvolto a spirale, o agli angeli della coeva Madonna di Loreto ai Santi Severino e Sossio
[fig. 119]. Il dipinto di Castellammare dovrà essere datato al medesimo tempo di queste ultime
opere (1597-1599), una fase in cui l’artista riallacciò rapporti di lavoro con località della vicina
costiera sorrentina.
Nella pala stabiese fra gli angeli collocati in basso, bambini dai volti paffuti modulati con estrema
dolcezza, compaiono alcune tipologie che si rivedono in diversi dipinti giovanili di
Giovann’Antonio D’Amato (figlio di Giovann’Angelo): il riferimento va per esempio ad alcuni
putti ridenti della sconosciuta Madonna col Bambino e i santi Bruno (?) e Caterina d’Alessandria della
chiesa parrocchiale di Positano [fig. 124] (fra le opere più antiche del D’Amato) e alla più tarda
Natività conservata nel monastero napoletano di Santa Chiara [fig. 125].707 È possibile che
Giovann’Antonio avesse collaborato, sotto la stretta sorveglianza di Girolamo, all’esecuzione della
tavola di Castellammare. Del resto, che i D’Amato in questi anni partecipassero ai lavori della
bottega imparatesca è provato anche da alcuni documenti, oltre che dalle evidenze stilistiche di
altri dipinti.
Potrebbe spettare prevalentemente a Giovann’Angelo e al figlio, nel secondo lustro degli anni
novanta, la Madonna delle Grazie con i santi Agnello e Francesco di Paola, un tempo custodita nel
palazzo Arcivescovile di Pozzuoli, trafugata già da molti anni.708 Il gruppo principale riprende un
modello a metà strada fra la Madonna di Loreto dei Santi Severino e Sossio e la Madonna delle
Grazie dello Spirito Santo, mentre i due angeli ripetono quasi fedelmente il disegno di quelli della
pala di Calvi; i due monaci oranti, invece, mostrano chiare tangenze con i santi Francesco di
Paola e Francesco d’Assisi della pala già a Fiumara e con i medesimi santi della tavola nella chiesa
della Sanità a Tropea, realizzate dai due D’Amato.709
Una serie di documenti degli anni 1599 e 1600 attestano un’intensa attività dell’Imparato per
località della penisola sorrentina, quasi sempre in società con Giovann’Angelo D’Amato. Nel
marzo del 1599 i due pittori ricevettero un pagamento da Giuseppe Pisano per una Madonna del
Rosario che il Leone de Castris ha proposto di identificare con la pala di analogo soggetto nella
nella stessa città. Sul problema cfr. R. Naldi, La ‘Madonna di Loreto’ per i Cappuccini di Castellammare di Stabia
e il segmento ‘raffaellesco’ di Fabrizio Santafede, in «Prospettiva», 113-114, 2004, p. 167.
707
Il dipinto di Santa Chiara, ritenuto dell’ambito del fiammingo Pietro Todos da C. Vargas, Cornelis Smet,
cit., p. 258., è stato riconosciuto a Giovann’Antonio D’Amato da P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 159, 176 nota 73 con bibliografia precedente.
708
Cfr. Neg. N. 263 C, Soprintendenza al Polo Museale di Napoli. Il Leone de Castris (Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, pp. 148, 171 nota 37), la ritiene opera di “presumibile” collaborazione fra
Girolamo Imparato e Giovann’Angelo D’Amato. La pala è stata trafugata prima del 29 maggio 1988. Cfr.
Furti d’Arte. Il patrimonio artistico napoletano. Lo scempio e la speranza. 1981-1994, Napoli 1995, p. 34.
709
Sulla Madonna di Tropea cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp.
154, 175 nota 63 con bibliografia precedente.
128
chiesa di Santa Maria del Lauro a Meta di Sorrento [fig. 126].710 Anche se non è accertato il luogo
di origine dei committenti nominati dalla polizza (Silvano Pisano, Giovan Tommaso della Greca e
Luzio Rascia), condivido la datazione dell’opera sul finire del XVI secolo. Purtroppo la tavola è
stata interessata da estese ridipinture che hanno compromesso maggiormente la Madonna col
Bambino. È evidente la somiglianza con la pala dei Santi Severino e Sossio [fig. 119]: notevoli
sono le analogie fra i santi come pure fra gli angeli e i cherubini. Nella pala di Meta gli angeli
spargono rose, un’idea questa ancorabile a precedenti fiamminghi locali, specialmente di un
Teodoro d’Errico.
Il dipinto conserva i quindici misteri, incastrati nella cornice lignea. L’impaginazione delle
scenette laterali, col vivace racconto evangelico, segue un modello consolidato da una lunga
tradizione che ha nella Madonna del Rosario della chiesa dell’Annunziata di Massalubrense (1574)
di Sivestro Buono [fig. 5] e in alcuni esemplari successivi, soprattutto di artisti d’oltralpe, le
testimonianze più significative di un prodotto devozionale assai diffuso in tutta l’Italia
meridionale, come è ben noto. La qualità meno sostenuta, riscontrabile proprio in queste parti
secondarie, lascia ipotizzare che le scenette laterali siano state eseguite da Giovann’Angelo
D’Amato su disegno dell’Imparato; lo rivela, per esempio, la Disputa di Gesù al Tempio, in cui
riemerge una soluzione compositiva ancora memore della tela di La Vid [fig. 81].
Perduta risulta la cona dipinta dall’Imparato, su richiesta di Giacomo Liparulo, per la chiesa di
Santa Maria della Sanità (o San Francesco di Paola) a Massalubense,711 un edificio fondato nel
1582 proprio dalla famiglia Liparulo.712 Ugualmente irrintracciabili sono i “quadri” realizzati,
ancora in collaborazione tra l’Imparato e Giovann’Angelo D’Amato, per la chiesa della Trinità di
Sorrento, appartenuta ad un soppresso monastero di monache benedettine, accorpato nel primo
ottocento al vicino complesso domenicano di Santa Maria delle Grazie.713
Intorno al 1600, nell’atelier dell’Imparato sarà stata dipinta, con estesa partecipazione di
collaboratori, anche l’Assunzione della Vergine di San Francesco a Gaeta [fig. 127], che la De
Martini ha proposto di identificare con la tavola di analogo soggetto, attribuita ad Andrea da
Salerno, conservata fino al 1808 nella chiesa conventuale di San Francesco a Folloni di
Montella.714 L’Assunta e gli angeli rielaborano tipologie frequenti nei lavori del maestro di questi
710
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1912, p. 599; P. Leone de Castris, in Il
Patrimonio artistico del Banco di Napoli, cit., p. 12.
711
G. D’Addosio, Documenti ineditidi artisti napoletani, cit., 1919, p. 393.
712
Più precisamente la chiesa fu fondata da monsignor Francesco Liparulo, vescovo di Capri, e affidata ai
frati minimi di San Francesco di Paola. Cfr. G. B. Persico, Descrittione della città di Massa Lubrense, cit., p. 53;
G. Filangieri di Candida, Storia di Massalubrense, cit., pp. 464-466.
713
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., 171 nota 40 propone un
collegamento dei “quadri” in questione con i gli scomparti figurati inseriti nella notevole cantoria lignea
della chiesa della Trinità a Trinità di Piano di Sorrento (Neg. N. 6145M, Soprintendenza del Polo Museale
di Napoli). I caratteri stilistici di questi dipinti (David con l’arpa, Santa Cecilia all’organo, ecc...) mi sembrano
diversi dai modi sia di Girolamo Imparato che di Giovann’Angelo D’Amato. Sulla Trinità di Sorrento cfr.
P. Ferraiuolo, Chiese e monasteri di Sorrento, Napoli 1974, pp. 92, 192.
714
L’ascrizione del dipinto all’Imparato spetta a L. Salerno, Il Museo Diocesano di Gaeta (e mostra delle opere
d’arte restaurate della provincia di Latina), catalogo della mostra (Gaeta 1956), Gaeta 1956, p. 32. Per il
momento non sono in grado di precisare se l’opera gaetana sia da identificare realmente con quella un
tempo conservata a Montella, come ha sostenuto V. De Martini, in San Francesco a Folloni. Il convento e il
museo, Salerno 1983, p. 9; Eadem, Inediti cinquecenteschi in Irpinia, cit., p. 104. L’Assunta di San Francesco a
Folloni risulta attribuita ad Andrea Sabatini sin dalle note alla vita di Jacopo Sannazzaro di Giovan Battista
Crispo, premessa all’edizione dell’Arcadia del 1720; in questa fonte, per la prima volta, si sostiene che nella
pala figuravano i ritratti di Sannazzaro, di Troiano Cavaniglia e di Giano Anisio (J. Sannazzaro, L’Arcadia di
Giacomo Sannazzaro colle antiche annotazioni di Tommaso Porcacchi, Francesco Sansovino, e Giovanbatista
Massarengo. Insieme con le Rime dell’autore, ed una Farsa del medesimo non istampata altre volte. In questa edizione,
accresciuta della Vita dell’istesso, scritta già da Giambattista Crispo, ed oggi per la prima volta supplita, corretta, ed
illustrata, Napoli 1720, pp. XIII-XIV, nota 1; vedi A. Zezza, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 524
nota 44). Il riferimento al Sabatini ritorna nel De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 524 e nella Platea
Venerabilis Conventus Sancti Francisci Ordinis Minorum Conventualium, 1740-1741, pubblicata in San Francesco
a Folloni, cit., p. 115 e in F. Strazzullo, Il complesso monumentale di San Francesco a Folloni in Montella, Napoli
129
anni: si osservi ad esempio la somiglianza che corre tra la Vergine gaetana e le Immacolate di Santa
Maria del Popolo e di Castellammare di Stabia [figg. 118, 123]; la fattura degli apostoli presenta
evidenti cadute qualitative. Il denso chiaroscuro che contrassegna alcuni volti potrebbe essere
imputabile all’intervento di Giovann’Antonio D’Amato; lo dimostra ad esempio il confronto di
alcune teste in secondo piano con il san Giuseppe e i pastori della Natività di Santa Chiara [fig.
125]. Allo scadere dell’ultimo decennio del Cinquecento Giovann’Antonio, formatosi a contatto
con l’Imparato intorno al 1590, o poco dopo, oltre a collaborare col padre,715 dovette frequentare
assiduamente la bottega del maestro napoletano. Il rapporto fra i due artisti fu così stretto che nel
1604 il giovane pittore sposò la figlia di Girolamo, Anna Imparato.716
Il carico eccessivo di lavori richiesti a Girolamo in questo periodo lascia ipotizzare che la sua
bottega fosse divenuta un contesto sempre meglio organizzato, in cui un ruolo rilevante dovettero
svolgere alcuni suoi aiutanti.
Ad un collaboratore del maestro appartiene la Madonna del Rosario del Museo Diocesano di Vallo
della Lucania (Sa) (1600 ca.) [fig. 128], resa nota da Giovanni Previtali.717 Se i caratteri
imparateschi appaiono indubbi, ad esempio negli angeli dalle inconfondibili chiome bionde, nei
santi non dissimili da quelli del Rosario di Meta di Sorrento [fig. 126], la qualità risulta piuttosto
scadente. Infelice, ad esempio, è il gruppo della Vergine col Bambino, che nel riprendere un
modello più volte ricorrente nella produzione di Girolamo alla fine degli anni novanta (Madonna
delle Grazie dello Spirito Santo, Madonna di Loreto dei Santi Severino Sossio [figg. 119, 121])
sortisce l’effetto di un rigido manichino di legno, prova evidente della volgarizzazione operatane
da un allievo. Mediocre è sopratutto la stesura pittorica dei misteri laterali718.
Attorno al 1600 l’Imparato dovette essere coadiuvato da un collaboratore pure nell’Immacolata
conservata nel Museo di recente istituzione dell’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli [fig.
129].719 La tavola presumibilmente va identificata con quella descritta da Francesco Maria Maggio,
in una cappella adiacente agli ambienti in cui dimorava la fondatrice dell’esteso complesso
monastico, Orsola Benincasa, sviluppatosi alle pendici della collina di Sant’Elmo.720 Ritorna
l’iconografia piuttosto rara in Italia meridionale dell’Immacolata col Bambino, che abbiamo già
osservato nella pala di Santa Maria della Sapienza [fig. 21], e che pare fosse molto cara alla mistica
2000, cc. 14r-14v, in cui si legge “Devesi però notare (per curiosità de’ posteri) che nel quadro di questa
Cappella sta delineato al vivo il ritratto del famoso poeta Giacomo Sannazzaro, il quale in modo
d’adorazione si figura uno dell’apostoli divoto riguardante la Vergine elevata al cielo, a causa che ritrovavasi
in strettissima amicizia col detto don Troiano, a cui anche dedicò egloghe latine composte in Montella”. La
suddetta ipotesi di identificazione contrasta con la notizia riferita dal Ciociola (D. Ciociola, Montella. Saggio
di memorie critico cronografiche, Montella 1877, p. 73, seguito da F. Scandone, I Cavaniglia, conti di Troia e di
Montella dalla metà del secolo XV alla fine del secolo XVI, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», IX
(n. s.), pp. 166-167) del trasferimento dell’opera irpina dal Museo Nazionale di Napoli nella chiesa di Santa
Caterina di Gaeta e, soprattutto, con quella dello Spinazzola che parla di una “Assunta sopra legname” (V.
Spinazzola, Note e documenti sulla fondazione, i riordinamenti e gli inventarii della R. Pinacoteca del Museo
Nazionale, in «Napoli Nobilissima», VIII, p. 47); diversamente, il dipinto imparatesco risulta eseguito su tela.
Il problema pertanto rimane aperto. Per qualche informazione sulla chiesa di San Francesco a Gaeta è utile
F. Orgiera, Brevi cenni della basilica di S. Francesco in Gaeta, in «Archivio Storico Campano», I, 1899, pp. 127140.
715
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 154-159.
716
Cfr. Regesto Documentario, doc. n. 87.
717
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 906 nota 63.
718
Il dipinto, la cui provenienza risulta sconosciuta, è stato alterato da estese ridipinture. Cfr. A. D’Aniello,
in Il Museo diocesano di Vallo della Lucania, Cava dei Tirreni 1986, pp. 106-109.
719
L’attribuzione all’Imparato è stata proposta da F. Bologna, come attesta A. Aprile, Documentazione del
restauro di alcuni manufatti del Suor Orsola Benincasa, in «Annali dell’Istituto Suor Orsola Benincasa», 1996,
pp. 386-389; S. Causa, Passeggiate a Suor Orsola. Le opere del museo e non solo: una presa di contatto, in Museo
Storico Universitario. Istituto Suor Orsola, Roma 2004, pp. 58-59; F. Sellitto, ivi, pp. 141-142.
720
F. M. Maggio, Compendioso ragguaglio della vita, morte, e monisteri della Venerabile Madre D. Orsola Benincasa
Napoletana fondatrice della Congregazione Teatina di Sessantatre Vergini, dell’Eremo Teatino di trentatre Monache e
di sette Converse, e del Ritiramento di dodici Sacerdoti de’ Padri Chierici Regolari, Napoli 1669, p. 136. Il
collegamento spetta a F. Sellitto, in Museo Storico, cit., pp. 141-142.
130
napoletana.721 Delicatissime figure di angeli recano i simboli delle litanie mariane disponendosi
simmetricamente attorno alla nuvola in cui compare la Vergine col Figlio. Pur rivelando una certa
raffinatezza degli impasti, e una scelta accurata dei colori, la tavola è imputabile in parte ad un
aiutante dell’Imparato come rivela la fattura meno sostenuta dell’Eterno Padre e degli angeli, dal
viso appuntito, simili a quelli dell’Assunta di Gaeta e del Rosario di Vallo della Lucania [figg. 127128].
Il dipinto, autentica “sculto-pittura” (S. Causa), conserva una rilevante cornice lignea (sebbene la
fattura degli intagli sia piuttosto mediocre) che include una serie di nicchie, in origine ospitanti le
statuette dei santi apostoli indicati nei cartigli come nella monumentale cornice della Circoncisione
di Nola [fig. 42], e quattro busti di profeti, tuttora conservati.722
721
M. T. Penta, La tradizione pittorica del monastero, in L’Istituto Suor Orsola Benincasa. Un secolo di cultura a
Napoli. 1895-1995, Napoli 1995, pp. 106-112.
722
Per le integrazioni di restauro della cornice vedi A. Aprile, Documentazione, cit., pp. 386-389.
131
CAPITOLO V
L’ULTIMO TEMPO (1601-07)
1. I DIPINTI PER LA CHIESA DEL GESÙ NUOVO DI NAPOLI: LA PERDUTA CONA
DELLA CAPPELLA DEGLI ANGELI E LA NATIVITÀ FORNARO
Dopo una lunga fase costruttiva cominciata nel 1582, allorché il padre generale dei gesuiti, il
regnicolo Claudio Acquaviva, ne affidava il progetto a Giuseppe Valeriano, il 7 ottobre 1601
venne consacrato il Gesù Nuovo di Napoli. Nel 1584 erano stati avviati i lavori di costruzione
della chiesa, dedicata all’Immacolata, patrona della casata del viceré don Pedro Giron duca di
Ossuna, che aveva favorito l’ordine nell’acquisto del palazzo dei Sanseverino, sul cui sito l’edificio
venne costruito (riutilizzandone persino alcune parti, come la severa facciata). La fabbrica
conobbe un lungo periodo di interruzione, tra il 1586 e il 1592, a causa di una lite con le vicine
monache di San Sebastiano; i lavori furono ripresi nel 1592 e completati nel 1597 quando, a
struttura ultimata, la chiesa poteva finalmente aprire al culto.723
Al momento della consacrazione esistevano solo quattro altari: lo attesta un raro volume del 1613
di padre Pietro Antonio Spinelli, preposto della Casa Professa in quegli stessi anni.724 L’autore
riporta un’interessante descrizione delle chiese partenopee intitolate alla Vergine; trattando della
chiesa del Gesù, dopo aver brevemente ricordato l’evento solenne della consacrazione, precisa che
in quell’occasione furono dedicati, oltre all’altare maggiore, gli altari delle cappelle degli Angeli,
dell’Annunciazione e di tutti i santi Martiri e della Natività.725 Ecco come venne descritta la sacra
cerimonia, più di un secolo dopo, dal gesuita Saverio Santagata: “Allo spuntar dell’alba della
domenica (7 ottobre 1601) si diè principio alla solennità coll’intervento d’immenso popolo: a
giorno chiaro vi accorsero alcuni vescovi e arcivescovi e su l’ora più tarda vi si portò prima il
magistrato della città e poi il viceré col treno di molti cocchi, e di squadronate milizie. Anche la
primaria nobiltà di Napoli comparve nel vasto tempio che superava se stesso per magnificenza di
apparati, per simmetria di arredi e per isceltezza di musicali armonie; alle quali cose si aggiunse lo
scarico di cannoni delle fortezze che d’ordine di sua eccellenza applaudirono alle sacre cerimonie.
Finita la consecrazione della chiesa, fu dedicato dall’arcivescovo l’altar maggiore arricchito dalla
signora Principessa di Bisignano con tappezzerie per materia e per lavoro pregevolissime; e nel
tempo istesso tre altri altari furono consecrati da tre vescovi; cioè quello della cappella degli
Angioli che è detta ancora della Trinità da monsignor Andrea de Franchis arcivescovo di Trani;
quello della Natività dal vescovo d’Isernia monsignor Paolo de Curtis; e il terzo della Beata
Vergine Annunciata da monsignor Fabio Maranta vescovo di Calvi”.726
La costruzione della grandiosa chiesa gesuitica rappresentò un evento significativo per la Napoli
della Controriforma; sul piano propriamente artistico essa divenne uno dei cantieri più
importanti della capitale vicereale, destinato a chiudersi solo nella prima metà del XVIII secolo.
In anni recenti Concetta Restaino ha esaminato le peculiarità dei primi affreschi eseguiti nel
723
Le fasi di costruzioni del Gesù Nuovo si seguono attraverso G. F. Araldo, Cronica della Compagnia di Gesù
di Napoli, cit., pp. 235-236, 246, 314, 363. Inoltre cfr. R. Montini, La chiesa del Gesù, Napoli 1956, pp. 6-10;
P. Pirri, Giuseppe Valeriano S. I. architetto e pittore 1542-1596, Roma 1970, pp. 100-128, 295-317; M.
Errichetti, La chiesa del Gesù Nuovo in Napoli. Note storiche, in «Campania Sacra», 5, 1974, pp. 34-75; R.
Bösel, Jesuitenarchitektur in Italien (1540-1773), cit., pp. 405-421; A. Schiattarella, F. Iappelli, Gesù Nuovo,
Sarno 1997, pp. 23-28.
724
P. A. Spinello, Maria Deipara thronus Dei. De Virginis Beatissimae Deiparae Mariae laudibus preclarissimis,
Napoli 1613, pp. 711-712.
725
Ibidem.
726
S. Santagata, Istoria della Compagnia di Gesù, appartenente al Regno di Napoli, Napoli 1756, pp. 36-37.
132
complesso da Belisario Corenzio, precisandone la cronologia;727 meno nota è la vicenda delle più
antiche pale d’altare [figg. 130, 164, 167].728
Girolamo Imparato assieme al Corenzio fu, tra i pittori attivi nel Viceregno, molto presto
coinvolto nell’impresa di decorazione della chiesa: mentre al maestro greco andò la realizzazione,
tra il 1600 e il 1605, degli affreschi delle cappelle degli Angeli e della Natività,729 sotto il patronato
rispettivamente di Marzia e Silvia Carafa e di Ferdinando Fornaro, all’artista partenopeo venne
affidata negli stessi anni la realizzazione dei dipinti collocati sugli altari delle medesime cappelle.
Alcuni mesi prima della consacrazione, il 22 gennaio del 1601, l’Imparato ricevette un pagamento
finale di 100 ducati a “compimento” di 300 per una “icona fatta e consegnata” per la cappella di
Silvia Carafa da parte di padre Pietr’Antonio Spinelli;730 un’opera che, come ha ragionevolmente
ipotizzato la Restaino, in aderenza al titolo della cappella, doveva raffigurare la Madonna adorata
dai Sette Angeli.731
Il 10 gennaio 1598, in una fase immediatamente anteriore alla commissione della pala, il generale
Acquaviva prometteva alla committente Silvia Carafa di inviarle da Roma uno “schizzo” sul quale
doveva essere esemplato il quadro da collocare sull’altare, qualora la nobildonna avesse deciso di
far raffigurare la “Madonna degli Angeli”. Silvia Carafa dovette accogliere favorevolmente la
proposta del padre generale se questi, il 14 febbraio dello stesso anno, si impegnava a far
pervenire a Napoli lo “schizzo” per il quadro.732 Forse già nella primavera del 1598 la
committente decise di affidare la cona all’Imparato che, come si è detto, riceveva l’ultimo
pagamento per la sua realizzazione agli inizi del 1601.
Il dipinto, mai menzionato dalle fonti, non può essere identificato con la Visione di Sant’Ignazio a
la Storta [fig. 164], tuttora conservata nella chiesa, come hanno proposto alcuni studiosi;733
verosimilmente la pala, oggi dispersa, venne sostituita già nel primo Seicento per volere della
Congrega dei Nobili, cui fu affidata la cappella, dalla tela di non elevata fattura raffigurante la
Trinità con santi, di discussa attribuzione, oggi collocata nel cappellone di Sant’Ignazio.734 È
727
C. Restaino, Belisario Corenzio nei grandi cicli pittorici napoletani del primo Seicento. Dalla cappella degli Angeli
al Gesù Nuovo (1600) alla cripta del Duomo di Salerno (1606-1608), in «Dialoghi di Storia dell’Arte», 3, 1996,
pp. 34-38.
728
Vedi appresso e cfr. il paragrafo 7 di questo capitolo.
729
Sugli interventi del Corenzio cfr. E. Nappi, Le chiese dei Gesuiti a Napoli, in Seicento Napoletano. Arte,
costume e ambiente, a cura di R. Pane, Milano 1984, pp. 324-326; ma soprattutto C. Restaino, Belisario
Corenzio, cit., pp. 34-38.
730
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1913, p. 237. Per la trascrizione integrale del
documento cfr. Regesto documentario, doc. n. 67.
731
C. Restaino, Belisario Corenzio, cit., pp. 34, 50 nota 21.
732
Cito i documenti secondo la trascrizione di C. Restaino, Belisario Corenzio, cit., p. 50 nota 21: Archivum
Romanum Societatis Iesu (ARSI), Neap. 5, II, f. 86, 10 gennaio 1598, A Silvia Carafa “[...] Desidero molto
che vostra signoria Ill.ma resti consolata della sua cappella de cui intendo felice progresso, ma se ella vi
vorrebbe il quadro della Madonna degli Angeli, ci mandi la misura, che poi le manderemo uno schizzo
avanti di farla pittare”; ARSI, Neap. 5, II, f. 106, 14 febbraio 1598 a Silvia Carafa “Poiché VS Ill.ma si
consola che di qua se le mandi lo schizzo del quadro che vuole fare nella sua cappella, non mancherò di
procurare che ne resti servita, che poi si depinga o costì o qui, elegga pure ella la sua maggiore... che noi in
ciò non pretendiamo altro che il suo gusto... et secondo poi ella risolverà et saremo avvisati, esseguiremo
con molto più agio il desiderio di lei... non manderia altro pittore da Roma”. Su Marzia e Silvia Carafa
(morta nel febbraio del 1600) cfr. F. Schinosi, Istoria della Compagnia, cit., II, pp. 201, 393-394 e C.
Restaino, Belisario Corenzio, cit., pp. 34, 50 note 17-22.
733
La proposta fu avanzata per la prima volta da G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit.,
p. 905 nota 60 e Idem, La pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 142 nota 57; ripresa da P. Leone de
Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 332. L’ipotesi è respinta da C. Restaino, Belisario
Corenzio, cit., p. 50 nota 21.
734
Per quest’opera cfr. R. U. Montini, La chiesa del Gesù, Napoli 1956, p. 49 che la ritiene di Benedetto
Gennari da Cento (1575-1610), completata addirittura dal discepolo Gian Francesco Barbieri. La tela,
datata per ragioni iconografiche tra il 1619 e il 1624 (F. Iappelli, La cappella degli Angeli al Gesù Nuovo, in
«Societas», XXXVII, 6, 1988, pp. 141-142), è stata ascritta al Beltrano da Nicola Spinosa. Attualmente reca
un’insostenibile attribuzione a Battistello Caracciolo (A. Schiattarella, F. Iappelli, Gesù Nuovo, cit., p. 75).
Sul dipinto cfr. anche C. Restaino, Belisario Corenzio, cit., p. 50 nota 21.
133
probabile che il dipinto imparatesco venisse distrutto dall’incendio che nel 1639 procurò non
pochi danni alla chiesa, danneggiando soprattutto la decorazione pittorica ad affresco della zona
absidale.735 In assenza di ulteriori testimonianze è difficile stabilire il modello prescelto dal padre
Acquaviva per la Madonna degli Angeli napoletana; si può cautamente ipotizzare che all’Imparato
fosse stato additato un modello iconografico non molto distante da quello seguito da Durante
Alberti per la pala commissionata nel 1599 da Cesare Baronio, destinata alla chiesa romana dei
Santi Nereo ed Achilleo, che discendeva, come l’importante derivazione napoletana di
Giovann’Angelo D’Amato nella chiesa dei Gerolamini [fig. 108], dalla composizione perduta,
inglobante l’antico affresco della Madonna della Vallicella, nella Chiesa Nuova di Roma.736
Perduta la cona richiesta da Silvia Carafa, al Gesù Nuovo si conserva, oltre alla già citata Visione di
sant’Ignazio alla Storta [fig. 164], la Natività della cappella del reggente Ferdinando Fornaro [fig.
130].737 Le numerose polizze di banco finora rintracciate consentono di seguire le varie fasi di
esecuzione della decorazione pittorica e plastica di questo ambiente (1600-1603), uno dei contesti
più “autorevoli” e “significativi” dell’arte controriformata a Napoli.738 La cappella fu finanziata
con l’eredità di Ferdinando Fornaro (ben 16.000 scudi), di nobile famiglia brindisina, Reggente
del Supremo Consiglio d’Italia e luogotenente della Real Camera della Sommaria, come ricorda
un’epigrafe collocata sul pavimento davanti all’altare.739 Il Santagata riferisce che Ferdinando
Fornaro lasciò ai gesuiti anche la biblioteca di famiglia, conservata assieme al suo ritratto ancora a
metà Settecento (prima della soppressione del 1773) nel collegio del Gesù Vecchio, dove aveva
insegnato un suo fratello, padre Martino Fornaro, docente di teologia morale.740
Un nuovo documento ci informa che Girolamo Imparato ricevette dal padre procuratore della
Casa Professa, Antonio Spinelli, un acconto di 25 ducati “in parte del quadro della Natività che
ha da dipingere nella cappella del quondam reggente Fornaro” il 4 settembre 1601.741 L’opera fu
consegnata solo nel marzo del 1603, quando il pittore ottenne l’ultimo pagamento a
“complimento” di ducati 200 da parte del gesuita Stefano de Maio.742
735
L’incendio fu causato dal rovesciamento di un candelabro che diede fuoco all’apparato di una macchina
per la celebrazione delle Quaranta ore, determinando la combustione di alcuni arredi, oltre che della
suddetta decorazione ad affresco. Cfr. U. Montini, La chiesa del Gesù, cit., pp. 10-11.
736
Su questo prototipo cfr. O. Melasecchi, Una perduta Madonna della Vallicella, cit., p. 400 e quanto già
scritto nel IV capitolo, paragrafo 5. Il dipinto della Chiesa Nuova dovette ispirare il gruppo inferiore dei
Sette Angeli adoranti la Trinità nella pala eseguita da Federico Zuccari per la cappella degli Angeli nel Gesù di
Roma. Sulla pala zuccariana, secondo la Restaino in “evidente rapporto” con la cona dell’Imparato (C.
Restaino, Belisario Corenzio, cit., pp. 34, 50 nota 21), cfr. P. Mangia, in La regola e la fama, cit., pp. 506-510;
C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari, cit., p. 190. Concetta Restaino propone di individuare anche
nell’Incoronazione della Vergine e i sette Arcangeli della collegiata di Solofra, firmata e datata da Giovan
Bernardo Lama nel 1594, un possibile precedente iconografico per l’opera dell’Imparato (C. Restaino,
Belisario Corenzio, cit., p. 50 nota 21. Sull’iconografia del dipinto di Lama cfr. R. Lattuada, Francesco Guarino
da Solofra. Nella pittura napoletana del Seicento (1611-1651), Napoli 2000, pp. 24, 27). L’ipotesi però sembra
contrastare con la notizia, desumibile dalle succitate lettere indirizzate a Silvia Carafa dal generale
Acquaviva, di uno “schizzo” che doveva giungere da Roma
737
Il dipinto viene concordemente riconosciuto all’Imparato a partire da C. Celano, Notizie del bello, cit., IV,
p. 878.
738
C. Restaino, Belisario Corenzio, cit., p. 37. Per i documenti cfr. E. Nappi, Le chiese dei gesuiti a Napoli, cit.,
pp. 324, 540.
739
Riporto il testo dell’epigrafe come in R. U. Montini, La chiesa del Gesù, cit., pp. 80-82: FERDINANDO
FORNARO/ SUPREMI ITALIAE CONSILIJ/ REGENTI MAGNI CAMERARII/ LOCUMTENENTI OB EIUS/ SINGULARIA
IN SOCIETATEM/ BENEFICIA ET COLLATAS/ IN HUIUS SACELLI ORNATUM/ IMPENSAS GRATAE MEMORIAE/
ERGO PATRES SOCIETATIS/ PP. ANNO A P(ARTU) V(IRGINIS) MDCIII.
740
S. Santagata, Istoria della Compagnia, cit., p. 301. Su Ferdinando Fornaro cfr. pure F. Schinosi, Istoria della
Compagnia di Gesù, cit., pp. 394-395.
741
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 70.
742
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1919, pp. 393-394; il secondo dei due pagamenti
conosciuti già segnalato da G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582 è stato pubblicato
impropriamente come documento inedito da E. Nappi, I Gesuiti a Napoli. Nuovi documenti, cit., p. 118, n.
53. Vedi Regesto documentario, docc. nn. 74, 80.
134
Nel rispetto dell’iconografia tradizionale l’evento dell’Adorazione dei pastori è inscenato fra i ruderi
di un edificio classico. Quasi come un pittore “romanista” l’Imparato indugia con acume
archeologico sulla descrizione dell’abside traforata da un oculo, fiancheggiata da mura sbrecciate
dalle quali pendono lunghi ramoscelli di edera. I protagonisti del racconto, angeli dai corpi
sinuosi, animali e pastori disposti armoniosamente intorno al gruppo centrale, emergono da un
mondo incantato. Il pittore crea figure memorabili, dal gruppo di pastori sulla sinistra al
personaggio di scorcio in primo piano, dalla elegante Vergine all’angelo sulla destra che introduce
il devoto nella sacra rappresentazione. Il Bambino benedicente sembra quasi ergersi dal giaciglio
improvvisato sul lenzuolo increspato da una fitta trama di pieghe, disposto fra la paglia e il fieno
cosparsi sul terreno. Compiaciuta appare la raffigurazione degli angeli, sia di quelli che assistono
in terra all’adorazione di Cristo, dalle vesti voluminose e spiegazzate, sia dei compagni che
osservano dall’alto sulle masse soffici e iridate delle nuvole.
L’artista esibisce un disegno assai accurato; tuttavia si impone primariamente la straordinaria
orchestrazione della tavolozza, grazie all’uso magistrale dei colori, resi a tratti più vividi da
improvvise accensioni. In questo momento della sua attività, la cultura dell’Imparato appare
complessa e stratificata: emergono con forza gli sviluppi barocceschi raggiunti nel decennio
precedente; più precisamente, assieme alla vivida gamma cromatica, ritornano i consueti,
fantasiosi panneggi sfaccettati. Nondimeno l’artista sembra essere approdato ad un ulteriore
risultato: il suo personalissimo linguaggio baroccesco acquista una dimensione monumentale,
suggerita, in particolare, da un’organizzazione spaziale più ampia ed ariosa rispetto alle
composizioni precedenti.
Il nuovo aspetto della pittura imparatesca va forse spiegato con un rinnovato interesse per gli esiti
della pittura romana attorno al 1600, e l’occasione per quest’incontro forse giunse col giubileo
indetto da Clemente VIII Aldobrandini. Fra i romei giunti nell’Urbe l’Imparato poté ammirare,
rimanendone suggestionato, la maestosità dei grandi cicli pittorici di San Giovanni in Laterano,
che avevano visto protagonisti, assieme al Cavalier d’Arpino, pittori assai apprezzati dalla
committenza religiosa quali Cristoforo Roncalli, Cesare Nebbia, Giovan Battista Ricci, Paris
Nogari. Nella città papale, inoltre, Girolamo dovette apprezzare i lavori realizzati nel corso
dell’ultimo decennio del secolo dai barocceschi Ventura Salimbeni e Ferraù Fenzoni in Santa
Maria Maggiore,743 come pure le opere, giuntevi proprio intorno al 1600, del senese Francesco
Vanni.744
Purtroppo mancano le prove documentarie di un viaggio romano dell’Imparato, come pure quelle
di analoghi soggiorni da parte di altri artisti partenopei del tempo. Una testimonianza delle
frequentazioni romane dei pittori locali, in questi anni, sembra essere fornita dal ben noto
disegno del Corenzio, databile al 1600 ca., con la copia della Chiamata di san Matteo della
Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi del Merisi, custodito nel Museo di Capodimonte.745
Il dipinto del Gesù Nuovo dovette impegnare non poco l’Imparato, consapevole dell’importanza
della commissione e della visibilità che l’opera avrebbe assunto nel dover essere collocata su uno
dei principali altari cittadini. Il risultato fu straordinario. Nella stessa cappella il San Matteo e
l’angelo, “la scultura più intensamente «imparatesca»” di Pietro Bernini” (1602) [fig. 132]746,
collocata nella prima nicchia sulla destra, dialoga splendidamente con la Natività per il tono
743
In generale sugli artisti e sui contesti citati cfr. in sintesi: H. Voss, Die Malerei, cit., in particolare pp. 318370; M. C. Abromson, Painting in Rome during the papacy of Clement VIII (1592-1605). A documented study,
Ann Arbor 1976, passim; C. Strinati, Roma nell’anno 1600. Studio di pittura, in «Ricerche di Storia dell’Arte»,
10, 1980, pp. 15-48; A. Lo Bianco, La pittura del Cinquecento a Roma e nel Lazio, in La pittura del Cinquecento,
cit., pp. 457-467; S. Macioce, Undique splendent. Aspetti della pittura sacra nella Roma di Clemente VIII
Aldobrandini (1592-1605), Roma 1990, passim; San Giovanni in Laterano, a cura di C. Pietrangeli, Firenze
1990; Roma di Sisto V, cit., passim; A. Zuccari, I pittori di Sisto V, cit.., passim; M. Calì, La pittura del
Cinquecento, cit., I, pp. 217-232; H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari, cit., pp. 93-97.
744
Il legame tra l’Imparato e il Vanni fu colto da F. Bologna, Roviale Spagnuolo, cit., p. 98 nota 67. Sul
soggiorno romano del Vanni cfr. B. Santi, in Arte a Siena sotto i Medici 1555-1609, cit., pp. 122-123.
745
F. Bologna, Battistello e gli altri, cit., p. 15; Idem, L’incredulità del Caravaggio e l’esperienza delle «cose
naturali», Torino 1992, ed. cons. ristampa 1993, p. 314.
746
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, cit., p. 263.
135
aggraziato e ‘baroccesco’747 delle figure e, specialmente, per la trasposizione nel marmo dei
panneggi accartocciati e laminati del collega pittore.
Concetta Restaino ha pubblicato alcuni stralci di una lettera del 20 luglio del 1601, indirizzata dal
generale Claudio Acquaviva al padre preposto Pietro Antonio Spinelli, in cui si accenna al testo
per la lapide da apporre nella Cappella Fornaro e anche al “disegno” della pala d’altare fornito
dall’Imparato, da mandare a Roma per l’“approvazione”.748 Persino la polizza del 5 gennaio 1602
accenna al disegno “firmato dal padre Stefano di Majo”.749
Il caso napoletano dell’Imparato prova quanto fosse forte l’ingerenza delle autorità ecclesiastiche
nell’esecuzione delle opere da esporre sugli altari delle proprie chiese. Come nel Gesù di Roma
anche a Napoli i dipinti, sebbene sovvenzionati da mecenati privati, venivano pagati direttamente
dai religiosi che sceglievano gli artisti e vigilavano sulla correttezza delle immagini, da eseguire in
base ai disegni approvati dalle autorità competenti.750 Nel caso della cona della Madonna degli
Angeli, come abbiamo visto, addirittura fu inviato da Roma uno “schizzo” al quale con tutta
probabilità l’artista dovette attenersi. Il pittore napoletano rispose adeguatamente a tali esigenze di
rigore religioso creando opere efficaci sul piano della comunicazione dei contenuti, in cui giunse
ad un perfetto equilibrio tra le istanze devozionali e quelle estetiche.
La presenza di lavori dell’Imparato nella principale chiesa vicereale dei gesuiti è la prova maggiore
del gradimento e della fiducia accordata dalla Compagnia di Gesù alla sua pittura. L’artista seppe
conquistare la stima dei vertici dell’ordine grazie alla capacità di confezionare pale d’altare in cui il
linguaggio pittorico, immune dagli eccessi della ‘maniera’, dava prova di eleganza formale e nello
stesso tempo della giusta “carica pietistica”.751
La conferma del successo ottenuto e del favore accordato dalla Chiesa alle elaborazioni
imparatesche giunge dalle copie richieste al maestro di alcuni suoi dipinti, tra questi soprattutto la
Natività del Gesù Nuovo. Perché una pala d’altare potesse essere replicata, e ciò sembra essere
largamente dimostrato in ambito meridionale dalla diffusione delle copie di opere del senese
Marco Pino e di Federico Barocci,752 doveva essere riconosciuta come un modello famoso e
apprezzato dall’establishment religioso. Del quadro partenopeo si conoscono due repliche: una
prima è quella comparsa sul mercato antiquariale negli anni ottanta del secolo appena trascorso
in una vendita Sotheby’s, e ricomparsa presso la stessa casa d’aste nel 2001 [fig. 133];753 la seconda
è un’importante tela della chiesa dell’Annunziata a Piedimonte Matese ultimata nel 1605 [fig.
145], di cui parleremo. Per quanto concerne la prima, è evidente che si tratta di una derivazione
747
Fu il Bologna a definire Pietro Bernini scultore “addirittura baroccesco”. Cfr. F. Bologna, in Sculture
lignee nella Campania, cit., p. 173. La definizione è stata ripresa da S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., p. 127
nota 51. La D’Agostino (Fonti pittoriche della scultura di Pietro Bernini, cit., p. 121, figg.3-4 a p. 123) propone
un interessante confronto fra il San Matteo e il David del Corenzio dipinto nella volta della stessa cappella.
Rimando all’articolo della D’Agostino per la bibliografia precedente.
748
C. Restaino, Belisario Corenzio, cit., pp. 51-52 nota 25. Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 68-69.
749
G. D’Addosio, Documenti, cit., 1919, pp. 393-394 e Regesto documentario, doc. n. 74.
750
H. Hibbard, ”Ut picturae sermones”, cit., p. 32. Più in generale, sul controllo esercitato dalla chiesa sulla
produzione artistica cfr. M. Calì, Arte e Controriforma, cit., pp. 293-296; F. Bologna, L’incredulità del
Caravaggio, cit., passim. Questi studiosi si oppongono a quanti come Bruno Toscano hanno cercato di
minimizzare il controllo da parte delle autorità ecclesiastiche sulla definizione delle immagini, insistendo
troppo sulla “libertà” degli artisti (B. Toscano, Storia dell'arte e forme della vita religiosa, in Storia dell'arte
italiana, III, I, Torino 1979, pp. 273-318).
751
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia I, cit., p. 208. In generale sulla committenza dei gesuiti cfr. F.
Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, Firenze 1966, pp. 111121; M. Calì, Da Michelangelo all’Escorial. Momenti del dibattito religioso nell'arte del Cinquecento, Torino 1980,
pp. 195-217; Eadem, Arte e controriforma, cit., pp. 308-310; G. A. Bailey, Il contributo dei gesuiti alla pittura
italiana e il suo influsso in Europa, 1540-1773, in Ignazio e l’arte dei gesuiti, a cura di G. Sale, Milano 2003, in
particolare per il periodo in questione pp. 125-145.
752
Cfr. quanto detto nei capitoli III e IV.
753
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento, cit., p. 171 nota 42. Si tratta di un olio su tela (cm 129,5 x
cm 99, 1), Old master paintings, Londra 1 novembre 2001, p. 32. Un’altra replica, non so però se autografa, è
stata segnalata da E. Pindinelli, M. Cazzato, Il pittore Catalano, Galatina 2000, p. 61, con una non meglio
precisata collocazione a Palermo.
136
dal celebre prototipo, quasi certamente destinata alla devozione privata, e forse eseguita
dall’Imparato assieme ad un suo stretto collaboratore, come attesta la sommarietà dell’esecuzione
di alcune figure in secondo piano. Le uniche varianti rispetto alla pala Fornaro sono l’assenza
degli angeli nella parte alta e l’aggiunta dell’episodio con l’Annuncio ai pastori sullo sfondo.
2. GLI SCOMPARTI
MARIA LA NOVA
IMPARATESCHI DEL SOFFITTO NAPOLETANO DI
SANTA
Nei primi anni del nuovo secolo Girolamo Imparato fu impegnato in un altro significativo
incarico napoletano, la realizzazione di alcune tele per il soffitto della chiesa francescana di Santa
Maria la Nova [fig. 136], radicalmente ristrutturata negli ultimi anni del Cinquecento, dopo che
una serie di danni - causati da terremoti e finanche dallo scoppio di una polveriera a Sant’Elmo,
colpita da un fulmine nel 1587 - avevano gravemente compromesso le antiche fabbriche angioine.
A distanza di qualche lustro, ecco come Cesare D’Engenio riferì dell’evento, ricordando anche la
ragione devozionale che motivò tali lavori: “È stata a nostri tempi rinovata e ridotta a meglior
forma con limosine de’ napolitani divotissimi di tutti li santi e particolarmente della gran Madre
di Dio, con questa occasione perché nell’anno 1596 essendo in una cappella della presente chiesa
una divotissima imagine della Madonna della Gratia, la qual fu trasferita nella cappella de’ conti
d’Alife, cominciò nel detto tempo a far grandissimi miracoli e gratie, sì come di presente fa, dal
che nacque che da allora in poi con grandissimo concorso di persone, fu arrichita di buone
limosine, mediante le quali l’antica chiesa fu del tutto disfatta, e di nuovo all’uso delle moderne
rifatta e abbellita, non solo di bellissimo soffitto dorato, con stucchi e varie pitture adornando le
mura”.754
Qualche anno dopo Giulio Cesare Capaccio menzionò le “vaghe figure di Santafede, Imperato e
Luiggi Siciliano”755 collocate nel soffitto. In seguito il Tutini introdusse un equivoco destinato a
condizionare non pochi autori fino al XX secolo: nel celebre manoscritto, a proposito dell’Assunta
[fig. 137] si legge che “Francesco Imparato vi fece diversi quadri a concorrenza d’altri valenti
pittori”.756 Come si è già anticipato, quasi certamente il Tutini dovette sciogliere la F del F(ECIT)
(IMPARATUS F. 1603) in F(RANCISCUS).757
Un’altra fonte seicentesca, il manoscritto di Padre Teofilo Testa, pur non riportando i nomi degli
artisti, riferì una serie di importanti informazioni relative al finanziamento dell’impresa: “vi si fe’
poscia un soffitto il più celebre et il più famoso che sia in Napoli per il disegno, per l’intaglio, per
l’oro, per le pitture in eccesso nobili e degno per la disposizione et ordine della positura di quadri
che fanno una maestosa mostra. Fu fatto con limosine di benefattori, singolarmente del
serenissimo Carlo Austriade, figlio del re di Tundesi (Tunisi), il quale havendo lasciato a tal fine
tutti li suoi beni al convento, si fe’ quasi tutto con suoi danari. Così mi testificarono i vecchi di
quel tempo (fu fatto nel principio di questo secolo 17) e l’epitaffio che si legge nella sua sepoltura
a lato destro dell’altare del Beato Giacomo l’addita”.758
754
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 486.
G. C. Capaccio, Il Forastiero, cit., p. 590. Quanto riportato dall’accademico ozioso è ripreso da Sarnelli,
Guida de’ forestieri, cit., p. 258; Celano, Notizie del bello, cit., II, p. 1226 e D. A. Parrino, Napoli città
nobilissima, cit., p. 159.
756
C. Tutini, De’ pittori Scultori Architetti Miniatori e Ricamatori napoletani, cit., p. 127. Il riferimento a
Francesco Imparato è ripreso da V. Corsi, Storia dei monumenti, cit., II, p. 160; A. De Lauzieres-R. D’Ambra,
Descrizione della città di Napoli, cit., p. 156; G. Rocco, Il convento e la chiesa di Santa Maria la Nova di Napoli
nella storia e nell’arte, Napoli 1927, p. 80, secondo l’autore nel soffitto spetterebbero a Girolamo Imparato
“solo piccoli quadri” (pp. 14-15); G. Molinaro, Santa Maria la Nova, Napoli 1932, p. 4.
757
La spiegazione dell’equivoco fu avanzata per la prima volta da W. Rolfs, Geschichte der Malerei Neapels,
cit., p. 210; seguito da G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 904 nota 49. Cfr. la
bibliografia citata nel capitolo I, nota 17.
758
T. Testa, Serafici Fragmenti della Provincia Osservante di Terra di Lavoro, Archivio di San Francesco al
Vomero, Napoli, ms. XVII secolo, riportato da G. Rocco, Il convento e la chiesa, cit., pp. 76-77 e da D.
Capone, La chiesa di Santa Maria la Nova. Il soffitto, Napoli 1978, p. 22.
755
137
Il primo scrittore napoletano che precisò la paternità dei riquadri principali fu il De Dominici, il
quale riconobbe la “tavola... con bellissimi angeli” a Francesco Curia e palesò la sua netta
predilezione per l’Incoronazione della Vergine di Fabrizio Santafede in opposizione all’opera
imparatesca, di cui condannò, assieme ai caratteri pittorici, l’ostentazione della firma a “gran
lettere” (“Costui si scrive Imparato, ed ancora averebbe che imparare”).759
I dipinti su tela e su tavola che ornano il plafond della chiesa costituiscono un insieme
“indicativo”, per dirla con l’Ortolani, per “chi voglia conoscere i massimi esempi della pittura
napoletana sul fare del Seicento”.760 Il complesso è davvero una grandiosa impresa pittorica, tra le
principali condotte a Napoli in epoca di Controriforma, a cui partecipò una nutrita schiera di
pittori, coordinati con tutta probabilità dai tre maestri responsabili delle tele principali, come era
avvenuto nel distrutto soffitto dell’Annunziata. L’“intempiatura” di Santa Maria la Nova presenta
peculiarità del tutto differenti da quelle caratterizzanti i soffitti ideati dal Magliulo negli anni
ottanta del XVI secolo (San Gregorio Armeno, Santa Maria Donnaromita [fig. 43]), in cui la
struttura plastica risulta assai più articolata. Rispetto a questi precedenti il soffitto francescano,
che ingloba ben 46 scomparti dipinti, giunge a risultati allineati alla tradizione grazie alla notevole
semplificazione della carpenteria, giocata su più consueti ritmi geometrici e lineari, restituendo
priorità esclusiva alle parti pittoriche.761
La complessa iconografia è incentrata sulla celebrazione della Madonna: i riquadri realizzano
infatti un “vero e proprio poema di fede che culmina nell’Assunzione della Vergine alla gloria
celeste e nella incoronazione a Regina degli Angeli”.762 La posizione privilegiata della tela
‘orgogliosamente’ firmata dall’Imparato [fig. 137] è giustificata dalla dedicazione della chiesa
all’Assunta, come dichiara l’iscrizione apposta sulla facciata dell’edificio;763 pertanto appare per
nulla convincente l’ipotesi di uno scambio di posizione delle tele maggiori operato nel corso di
antichi (ed imprecisati) restauri, avanzata recentemente da Ippolita di Majo: la studiosa ritiene che
la tela del Curia, in cui è rappresentata la Gloria della Vergine secondo la narrazione della Legenda
Aurea di Jacopo da Varazze, narrando di un “momento immediatamente precedente alla vera e
propria incoronazione di Maria per mano di Dio”, rappresentata dal Santafede, in origine sarebbe
stata collocata nello scomparto centrale, al posto di quella dell’Imparato.764
La vicenda costruttiva del soffitto iniziò nel 1598 quando vennero effettuati i primi pagamenti ad
una folta squadra di intagliatori: Giacomo Antonio Parmese, Giovan Antonio Guadagno,
Domenico Ferrara e i più conosciuti Nunzio Maresca e Giovan Battista Vigliante.765 I lavori di
pittura, che coinvolsero un’équipe altrettanto nutrita di artisti, dovettero cominciare quasi
contemporaneamente, se nel 1599 il siciliano Giovan Bernardo Azzolino, autore di uno degli
759
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 847, 885. Per i passi dedominiciani in questione cfr. I capitolo,
pp. 10-11.
760
S. Ortolani, in La pittura napoletana dei secoli XVII, XVIII, XIX, catalogo della mostra (Napoli 1938), a
cura di S. Ortolani, C. Lorenzetti, M. Biancale, Napoli 1938, p. 13.
761
Sulle caratteristiche dei soffitti partenopei cfr. C. Vargas, Teodoro d’Errico, cit., pp. 33-38.
762
D. Capone, La chiesa di Santa Maria la Nova, cit., p. 24, utile per la lettura iconografica. Una descrizione
assai dettagliata dei dipinti e di tutti i pannelli minori è in G. A. Galante, Guida Sacra, cit., pp. 81-82.
763
TEMPLUM HOC A CAROLO I ANDEGAVENSI IN ARCE VETERI CONSTRUCTUM ILLUSTRIORI FORMA PIORUM
OBLATIONIBUS RESTITUTUM DIVAEQUE MARIAE ASSUMPTAE DICATUM PHILIPPO II AC III REGIBUS
INVICTISSIMIS MDXCIX.
764
I. di Majo, Francesco Curia, cit., p. 93. L’ipotesi della di Majo contrasta inoltre con la descrizione del
soffitto riportata dal De Dominici (vedi I capitolo, pp. 10-11), perfettamente coincidente con la sequenza
delle tele principali tuttora conservata. Fondata è invece l’ipotesi di una variazione dovuta agli antichi
restauri (1725, 1928) nell’ordine dei riquadri minori, avanzata da padre Daniele Capone (La chiesa di Santa
Maria la Nova, cit., pp. 22-23).
765
G. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani, cit., 1917, pp. 119-120. Padre Gaetano Rocco rese
noti anche i pagamenti del 1601 per i doratori Francesco Speciano, Giuseppe Milone, Paolo Amodio e
Giovan Leonardo da Gaeta (G. Rocco, Il convento e la chiesa, cit., p. 389). Un altro documento inerente al
doratore Lorenzo d’Amato, figlio del pittore Giovann’Angelo, è in M. Novelli Radice, Notizie d’archivio della
chiesa di Santa Maria la Nova in Napoli, in «Campania Sacra», 13-14, 1982-1983, p. 169.
138
scomparti minori, raffigurante la Presentazione al tempio,766 poteva riscuotere un primo pagamento.
I dipinti principali furono eseguiti solo agli albori del Seicento, come attestano due polizze di
banco del 1602 emesse a favore di Fabrizio Santafede e Francesco Curia, e la data 1603 segnata
dall’Imparato sul sepolcro marmoreo dell’Assunzione [fig. 137], forse per indicare la conclusione
dell’impresa.767
L’Imparato realizza una rappresentazione solenne e maestosa: raccolti intorno al sepolcro vuoto
della Vergine, gli apostoli, dal robusto plasticismo, appaiono issati nello spazio con assorta gravità,
racchiusi entro vesti paludate solcate da “profondi canali d’ombra” (S. Causa); l’Assunta compare
assisa sulle nuvole fra un tripudio di angeli e cherubini. La composizione risulta eccessivamente
affollata, al punto che l’artista non riesce a raffigurare l’intero consesso apostolico.
Estranea al celeberrimo esempio tizianesco di Santa Maria dei Frari a Venezia, alla quale sarebbe
“vagamente ispirata” secondo Adolfo Venturi,768 il dipinto di Santa Maria la Nova rielabora in
maniera autonoma un tema frequentissimo in quegli anni. Rispetto alla pala Fornaro - consegnata
nel 1603 - più accentuato risulta nella tela francescana il carattere austero della scena: è come se
l’Imparato avesse accantonato le bizzarre soluzioni manieriste degli anni precedenti, ricercando
una pittura retorica e più marcatamente devozionale. Nei santi serpeggia un sentimento di
inquietudine e di rassegnazione; gli angeli, pur sempre chiassosi, rinunciano alle pose acrobatiche
e spericolate dei dipinti più antichi, assistendo all’evento sacro con atteggiamento composto; i
cherubini invece si trasformano in creature dai volti mesti e malinconici. Il tono più contrito della
produzione pittorica napoletana nei primi anni del XVII secolo, e dello stesso Imparato, è stato da
tempo messo in relazione oltre che alle possibili ripercussioni delle formule severe imperanti nel
cantiere di San Martino,769 anche alla “spinta devozionale” e al maggior rigore religioso
instauratisi negli anni dell’arcivescovato di Alfonso Gesualdo (1596-1605). Sin dalla sua nomina a
cardinale della città nel 1596, il prelato mostrò la ferma intenzione di riformare le parrocchie e di
esercitare un maggior controllo sui monasteri napoletani.770
766
G. Rocco, Il convento e la chiesa, cit., pp. 82, 388; M. Novelli Radice, Notizie d'archivio della chiesa, cit., p.
160; F. Ferrante, Giovan Bernardino Azzolino tra tardmanierismo e protocaravaggismo. Nuovi contributi e inediti, in
Scritti di storia dell’arte in onore di Raffaello Causa, Napoli 1988, p. 133; P. Leone de Castris, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 311, 318 nota 30, fig. a p. 294. Riguardano la più antica attività
dell’Azzolino le seguenti polizze: 15 aprile 1595: “Al signor principe de Conca ducati dudeci e per lui a
Giovan Bernardino Azzolino disse a compimento de ducati 24 atteso li restanti 12 li ha recevuti da lui in
due partite e sono per valore del avorio e sua manifattura del Cristo che li ha fatta alla colonna (ASN, BA,
Centurione e Gentile, 120); 30 agosto 1603: “A Francesco e Giacomo Pallavicini ducati sessanta e per loro
a Giovan Bernardino Azzolino disse li pagano per ordine del signore Marco Antonio Doria per conto de
quadri et altre cose che ha comprate da lui per conto del signor Giovan Carlo Doria (Scipione Turbolo,
140); 30 agosto 1603: “A detti ducati quattordici e per loro a Giovan Bernardino Azzolino dissero per la
fattura de uno Crucifisso fattoli” (Scipione Turbolo, 140).
767
Per i documenti relativi al Curia e al Santafede cfr. M. Novelli Radice, Notizie d’archivio, cit., pp. 161-162.
Il riferimento a Girolamo Imparato della grande tela spetta, come si è visto, al De Dominici. L’attribuzione
venne ripresa da P. Troyli, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli 1751, IV, p. 446; O. Giannone, Giunte
sulle Vite, cit., p. 79 e da buona parte delle guide fino ad approdare alla critica moderna, cfr. il n. 37 (A) del
Repertorio delle opere autografe.
768
A. Venturi, Storia dell’Arte, cit., p. 743.
769
P. Leone de Castris, Pittura del Ciquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 129, 148-149. Il riferimento è agli
interventi del Cavalier D’Arpino e dei pittori, a lui in vario modo collegati, attivi nella Certosa napoletana.
A proposito del pittore arpinate vorrei segnalare un inedito pagamento, utile per un’ulteriore precisazione
cronologica sul suo secondo soggiorno napoletano: 8 aprile 1595: “A don Francesco Nastaro priore di
Santo Martino ducati quattordici e per lui a Domenico Parascandola disse per lo prezzo de palmi 12 de
velluto negro lavorato che li ha venduto per servitio de Gioseppino Romano pittore e per lui a Geronimo
Trotta per altritanti” (ASN, BA, Centurione e Gentile, 120). Sui cicli del coro e della sacrestia nella certosa
di San Martino cfr. H. Voss, Die Malerei, cit., p. 363; Il Cavalier d’Arpino, catalogo della mostra, cit., pp. 2728; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 179-192; M. Forcellino, Il
Cavaliere d’Arpino. Napoli (1589-1597), Milano 1991; H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino, cit., pp.
22-25 e passim.
770
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento, cit., pp. 70, 254. Sulle riforme del Gesualdo e sull’austerità
religiosa dei suoi anni cfr. F. Strazzullo, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, cit., pp. 102-104, 163-
139
Nel caso dell’Imparato è probabile che la metamorfosi degli anni finali sia da spiegare pure con
un più intenso contatto col Santafede e con Ippolito Borghese – veri protagonisti della pittura più
autenticamente controriformata in ambito partenopeo - insieme ai quali fu coinvolto, proprio a
partire dal 1603, nella realizzazione delle pale d’altare della Cappella del Monte di Pietà.771
Al modello napoletano dell’Assunta di Santa Maria la Nova dovette pensare Pietro Bernini,
qualche anno dopo il lungo soggiorno meridionale, quando scolpì il grande altorilievo con
l’analoga rappresentazione nel Battistero di Santa Maria Maggiore a Roma (1607-1610) [fig. 138],
come convincentemente ha suggerito Stefano Causa.772 Che lo scultore toscano si fosse ricordato
di modelli imparateschi nella prima importante impresa condotta poco dopo la partenza dalla
città vicereale, sembrerebbe provarlo anche il motivo dei due angeli teneramente abbracciati, al di
sotto della Vergine, suggeriti, forse, dal simile gruppo che compare nella grandiosa Madonna di
Loreto dipinta da Girolamo per la chiesa dei Santi Severino e Sossio [figg. 140-141].
Sin dai tempi di Adolfo Venturi viene riconosciuta all’Imparato anche la deliziosa Annunciazione
posta in uno degli scomparti minori del soffitto francescano [fig. 143]. Nel formato rettangolare
della tela il maestro inquadra una composizione di piana comunicazione, ridotta al nucleo
essenziale, in cui la superficie della nuda stanza sembra scivolare sotto i piedi delle figure,
similmente alla più antica versione dello stesso tema custodita nella chiesa della Nunziatella [fig.
64]. Ritorna nel riquadro di Santa Maria la Nova il carattere baroccesco delle sue invenzioni
migliori, rivelato dalla dolcezza del modellato, come pure dalla miriade di pieghe che
frammentano i panneggi.773 Non escludo che nella testa dell’angelo annunciante l’artista si sia
ricordato della medesima figura che, “simile a un gatto selvatico”, piomba nella tela con
l’Annunciazione dipinta da Francesco Curia [figg. 143-144], un tempo nella cappella dei Principi di
Sanza in Santa Maria di Monteoliveto, e oggi nelle sale di Capodimonte.774
Il De Dominici riferisce che Girolamo Imparato nel “tetto” di Santa Maria la Nova, oltre
all’Assunta dipinse anche alcune “figure sole [...] le quali rappresentano Sibille, con varii re del
Vecchio Testamento”.775 Tra queste figure, spettanti prevalentemente al Rodriguez e in parte al
Corenzio, si può riconoscere la mano del maestro napoletano soltanto nel Re Amon [fig. 142],776
confrontabile con gli apostoli in secondo piano nella tela con l’Assunta [figg. 137, 139].
La chiesa di Santa Maria la Nova conserva anche tre quadri realizzati dal pittore per gli altari della
navata; il più antico fra questi potrebbe essere il Salvatore fra gli angeli [fig. 135],777 eseguito forse
negli stessi anni del soffitto su commissione della famiglia De Bonis, di origine mantovana, come
ricorda la lunga iscrizione che corre sulla lastra marmorea sotto l’altare.778 La figura pacata del
171; P. Lopez, Riforma cattolica e vita religiosa e culturale a Napoli dalla fine del 500 ai primi del 700, NapoliRoma 1964, pp. 1-17; N. Badaloni, Fermenti di vita intellettuale a Napoli dal 1500 alla metà del 600, in Storia di
Napoli, V, 1, Cava dei Tirreni-Napoli 1972, pp. 668-677; R. De Maio, Pittura e controriforma a Napoli, cit., p.
78.
771
Vedi appresso.
772
S. Causa, Il giovane Sellitto, cit., p. 162 nota 14; Idem, Battistello Caracciolo, cit., pp. 14, 127 nota 56. Lo
studioso propone di individuare nella composizione di Santa Maria la Nova il modello seguito da Massimo
Stanzione nell’Assunta di Raleigh.
773
In precedenza era stata riferita al Corenzio (G. A. Galante, Guida Sacra, cit., pp. 81-82); A. Venturi,
Storia dell’Arte, cit., 742, 744.
774
La citazione è tratta da S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., p. 11. Già il Venturi accostava,
significativamente, i due dipinti di Santa Maria la Nova e di Monteoliveto (A. Venturi, Storia dell’Arte, cit.,
pp. 742, 744-745). Per i riferimenti all’Imparato dell’Annunciazione di Capodimonte cfr. I. di Majo,
Francesco Curia, cit., pp. 75-77, 131-132 con bibliografia.
775
B. De Dominici, Vite, cit., p. 852.
776
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 175 nota 46.
777
Viene ricordato come opera di Girolamo Imparato per la prima volta da B. De Dominici, Vite de’ pittori,
cit., p. 847.
778
Riporto l’iscrizione secondo la trascrizione di G. Rocco, La chiesa e il convento, cit., pp. 210-211: IO
BAPTISTAE PATRITIO NEAP./ GENERE VIRTUTE COGNOMENTO/ DE BONIS/ EX NOBILI DE BONIS MANTUANA
FAMILIA ORIUNDO/ CIVILI TOGAE ADSCRIPTO/ PIETATE ERGA PAUPERES CONSPICUO/ MORUM SUAVITATE
PRAECLARO/ CUM AD BONUM PUBLICUM/ TUM AD PIAS CAUSAS/ ET GUBERNANDO ET PATROCINANDO
INSIGNI/ HIC SUI TUMULI MEMOR/ CALCULOS IN CORPORE CONDIDIT/ CUM ILLOS DIRA SECTIONE AVULOS/
140
Cristo mostra somiglianze soprattutto con l’Annunciazione del soffitto [fig. 143], mentre la
morbida stesura del colore rammenta assai da vicino anche la Natività della Cappella Fornaro
[figg. 130-131]. La lenta torsione del Cristo e la rotazione a spirale dell’angelo con la tipica zazzera
bionda, posto a sinistra del globo terrestre, denunciano ancora espliciti ricordi da Marco Pino.779
3. PALE D’ALTARE PER LA PROVINCIA
L’Imparato riuscì come pochi altri maestri napoletani del periodo - secondo forse solo al
Santafede - a dominare il mercato artistico regnicolo degli inizi del nuovo secolo. La quantità degli
impegni risalenti al primo lustro del Seicento è davvero consistente: contemporaneamente ai
lavori partenopei delle chiese del Gesù Nuovo e di Santa Maria la Nova, nel 1602 l’artista
realizzava una Madonna di Costantinopoli richiesta da Tommaso Lottieri, una Madonna del Rosario
per Bernardo Ruffo, pagata nel 1603 dal gesuita Paolo Principe,780 nonché, nello stesso anno, una
perduta cona destinata alla cappella di Francesca Santoro nella chiesa parrocchiale di Pisticci (Mt),
per la quale ottenne un pagamento da Bernardino de Cardenas.781 È presumibile che nella
realizzazione delle ultime due opere appena menzionate Girolamo fosse stato coadiuvato dal figlio
Michelangelo, al quale risultano “girate” le polizze.782
Di notevole qualità, sebbene offuscata da un fitto strato di polvere, mi sembra la Madonna di
Costantinopoli fra i santi Marco e Felice da Nola, esposta sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale
di San Marco a Giugliano (Na) [fig. 134].783 La pala, nota allo scrivente già da diversi anni, è stata
accostata con qualche dubbio all’Imparato da Giuseppina Della Volpe.784 Il san Marco, avvolto da
un inconfondibile manto di consistenza lamellare, si lega espressamente ad opere quali il Salvatore
di Santa Maria la Nova [fig. 135], mentre il maestoso santo vescovo che lo fronteggia ripropone
una tipologia prossima ai santi che compaiono nella Madonna di Loreto dei Santi Severino e Sossio
[fig. 119]. La realizzazione degli angeli e di alcuni cherubini che circondano la ‘raffaellesca’
Madonna col Bambino (forse ispirata a qualche modello di Giovan Filippo Criscuolo), potrebbe
essere imputabile a Giovann’Antonio D’Amato, come rivelano le evidenti analogie con le simili
figure da lui eseguite nei già citati dipinti di Positano e del monastero di Santa Chiara a [figg. 124125] e, ancora, nella più tarda Visione di san Romualdo dell’Eremo dei Camaldoli di Napoli [fig.
172]. Diversamente, la città assalita dalle fiamme spetta senz’alcun dubbio alla fantasia allucinata
e visionaria dell’Imparato. I confronti proposti inducono a credere che la tela giuglianese fosse
uscita dalla bottega imparatesca entro i primissimi anni del Seicento (1602-03 ca.)785, quando
Giovann’Antonio, che sposò Anna Imparato nel 1604, dovette collaborare assiduamente col
suocero.
ILLOS FORTI ANIMO CONCULCAVIT/ POSTERIS EXEMPLUM/ VITA PULVERIS SI IN LAPIDES DURO FATO
INCIDERIT/ IN PULVEREM REDIGETUR/ FILII, UXOR GEMITUS PATRI VIRO DOLORUM/ POSUERE ANNO 1682
AETATIS SUAE 72.
779
N. Barbone Pugliese, La ‘Madonna del suffragio’, cit., p. 61.
Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 73, 76-78. È probabile che il dipinto richiesto da Bernardo Ruffo
fosse destinato ad una chiesa di Cosoleto (RC), luogo di origine del committente. Sul personaggio cfr. G.
Caridi, La spada, la seta, la croce. I Ruffo di Calabria dal XIII al XIX secolo, Torino 1995, p. 108.
781
Regesto documentario, doc. n. 83. Bernardino de Cardenas era feudatario di Pisticci dal 1593. Per la
cappella dei Santoro nella parrocchiale di Pisticci cfr. D. D’Angela, Saggio storico sulla città di Pisticci, Pisticci
1978, p. 367.
782
Cfr. Regesto Documentario, docc. nn. 76-77, 83. Non si conoscono altri documenti relativi a Michelangelo
Imparato, pertanto non può essere avvalorata l’ipotesi di una sua attività come pittore.
783
Il dipinto fu menzionato senz’alcuna attribuzione da A. Basile, Memorie istoriche della terra di Giugliano,
Napoli 1800, p. 204.
784
G. Della Volpe, Pittura del Cinquecento e del Seicento in diocesi di Aversa (1495-1656), tesi di dottorato,
Seconda Università degli Studi di Napoli, aa. 2003-2004, pp. 500-501.
785
Per un po’ ho pensato che il dipinto gluglianese si potesse collegare alla polizza riscossa da Girolamo il 2
gennaio 1602, proprio per una Madonna di Costantinopoli (vedi Regesto documentario, documento n. 73).
Tuttavia l’entità ridotta del pagamento induce alla cautela.
780
141
La bella tela con l’Adorazione dei pastori conservata nella chiesa dell’Annunziata di Piedimonte
Matese786 [fig. 145] va annoverata fra i principali prodotti dell’ultima attività del maestro
partenopeo. Il dipinto alifano riprende quasi fedelmente il gruppo centrale della Natività Fornaro
[fig. 130]: scompaiono l’angelo e il pastore collocati in primo piano nella pala gesuitica e il
numero degli angeli posti sulla sinistra passa da tre a due. Risultano nuove rispetto al prototipo
napoletano alcune varianti che accrescono il carattere per così dire bucolico della composizione:
la tettoia lignea della stalla, adattata fra ruderi antichi, coperta da fasci di ginestra; il pastore con la
ciambella di pane sul bastone; lo stupendo brano di natura morta della canestra di vimini ricolma
di agli e cipolle; il lirico scorcio paesaggistico di gusto brilliano che si intravede oltre le rovine.
Inoltre, il programma iconografico appare completato dall’Annuncio ai pastori raffigurato nella
cimasa, un brano pittorico di notevole qualità esecutiva.787
La pulitura della cornice dorata condotta durante i recenti restauri ha reso leggibili gli stemmi
bipartiti delle famiglie de Gratia e Trutta, posti sul basamento del dipinto, e l’iscrizione contenuta
nella tabella centrale in cui sono tramandati il nome del committente e la data di esecuzione:
Nativitate D(omi)ni / hoc opus illustravit / Nicolaus de Gratia a(n)no salutis MDCV.788
La Natività imparatesca è parte di un significativo gruppo di pale d’altare grosso modo coeve,
commissionate da esponenti della nobiltà locale, patroni delle cappelle distribuite nelle due
navate della chiesa; tra queste l’Annunciazione del toscano Giovanni Balducci, il meno noto Cristo
con i figli di Zebedeo del medesimo pittore,789 e un interessante dipinto raffigurante la Vergine e il
Bambino fra i santi Rocco e Francesco d’Assisi nella prima cappella a sinistra dell’ingresso, firmato da
Alessandro Alberti.
Con la sua ricca cornice, la cona di Piedimonte, oltre che una rimarchevole testimonianza
pittorica, rappresenta un raro esempio della tipologia di ancona più in voga nelle chiese di
provincia tra il Cinque e il Seicento. Nello stesso edificio sacro, anche i dipinti del Balducci e
dell’Alberti conservano simili incorniciature lignee, di qualità plastica però nettamente inferiore.
La cornice imparatesca si caratterizza per una discreta fattura degli intagli: notevoli sono
soprattutto i racemi che corrono lungo le fasce orizzontali, le grottesche che avvolgono il fusto
delle colonne e gli espressivi mascheroni manieristici, appostati sulle mensole laterali su cui
poggiano due statue di virtù, dal modellato più rigido e impacciato [fig. 147]. L’opera è ascrivibile
ad uno dei migliori intagliatori attivi a Napoli in quegli anni. Nel settore in città primeggiavano
scultori come Nunzio Ferraro e Giovan Battista Vigliante; 790 è difficile però far uscire
dall’anonimato l’autore (o gli autori) delle sculture alifane, a causa della scarsa conoscenza di
questi prodotti, finora trascurati dalla critica, e delle poche notizie conosciute sugli artefici, noti
per opere troppo distanti nel tempo. Quasi sempre, infatti, le articolate strutture lignee descritte
dai documenti di commissione dei dipinti sono andate perdute durante i rifacimenti delle chiese.
Non di rado tali complessi venivano eseguiti su disegno dei pittori che ricevevano la commissione
delle cone; lo attestano, ad esempio, alcuni importanti documenti notarili riguardanti la
786
L’opera fu menzionata dal Previtali su segnalazione di Francesco Abbate. G. Previtali, La pittura
napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905 nota 59..
787
La presenza dell’episodio dell’Annuncio ai pastori, inserito dall’Imparato anche sullo sfondo del dipinto
col medesimo tema passato sul mercato antiquariale (vedi supra), lascia ipotizzare che in origine pure la pala
Fornaro del Gesù Nuovo fosse coronata da una cimasa con un soggetto simile. Nell’edicola timpanata che
sovrasta l’incorniciatura marmorea del dipinto napoletano attualmente è ospitata una Sacra Famiglia del
Seicento inoltrato, ovviamente estranea al complesso originario, che sostituisce il probabile dipinto
imparatesco da epoca imprecisabile.
788
L’iscrizione viene tralasciata da G. Buonomo, Vallata e le sue chiese, Piedimonte Matese 2000, p. 64, che
riporta soltanto la data. Sulla chiesa dell’Annunziata e sulla famiglia Trutta cfr. R. Marrocco, Memorie
storiche di Piedimonte D’Alife, Piedimonte D’alife 1926, dove l’opera è ritenuta del Curia, pp. 290-291; D.
Marrocco, Piedimonte Matese, Piedimonte Matese 1980, pp. 249-252, 103.
789
S. Musella Guida, Giovanni Balducci, cit., pp. 39-40; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento, cit., p.
254, fig. a p. 299.
790
Su questi scultori del legno cfr. G. Toscano, La bottega di Benvenuto Torelli e l’arte del legno, cit., pp. 231,
269; F. Capobianco, ad vocem Ferraro Nunzio, in Allgemeines Künstler Lexikon. Die Bildenden Künstler aller
Zeiten und Völker, XXXIX, Leipzig 2003, pp. 12-13.
142
grandiosa Allegoria francescana del Curia custodita nella basilica di San Lorenzo Maggiore di
Napoli.791 Anche Girolamo Imparato disegnò la distrutta cornice dell’Allegoria del Battesimo di
Sant’Elia a Pianisi [fig. 154], che doveva prendere a modello l’incorniciatura della pala con
l’Assunta di Marco Pino nella cappella Giordano ai Santi Severino e Sossio di Napoli.792
Propongo cautamente di assegnare il disegno della cornice di Piedimonte all’Imparato: mi sembra
di poter ravvisare nei due cherubini paffuti, dalle guance eccessivamente rigonfie, posti ai lati
della cimasa [fig. 146], così come negli angioletti soprastanti, fisionomie tipiche dell’artista,
confrontabili ad esempio sia con i cherubini della stessa pala alifana [fig. 145], che con quelli più
simili nell’Assunta del soffitto di Santa Maria la Nova [fig. 137].
La diffusione di monumentali cone lignee nelle aree provinciali è certamente imputabile a ragioni
economiche: il loro costo, anche per il trasporto, era di gran lunga inferiore a quello delle
incorniciature marmoree degli altari, più frequenti nelle chiese della capitale. Questi prodotti
rivestivano un’importanza decisiva agli occhi dei committenti, come provano i numerosi contratti
notarili rogati appositamente per le carpenterie lignee, spesso, soprattutto se dorate, molto più
costose degli stessi dipinti.793 Inoltre, quasi sempre tali complessi - è il caso della Circoncisione
imparatesca di Nola [fig. 42] e della stessa Natività di Piedimonte - integravano il programma
iconografico delle pale d’altare. La comprensione della cultura figurativa controriformata
meridionale (e non solo) è imprescindibile dall’attenta valutazione, oltre che dei contenuti
pittorici, dei contenitori delle cone, di frequente essi stessi dignitosi prodotti artistici.
Potrebbe essere stata dipinta entro il primo lustro del nuovo secolo la splendida cimasa
raffigurante la Trinità e una “memorabile gloria di angeli” (P. Leone de Castris), conservata
nell’Abbazia di Montecassino [fig. 149], in origine connessa ad una perduta pala d’altare.
Piuttosto arduo è precisare la provenienza della tavola, forse estranea alla chiesa abbaziale, giacché
in nessuna delle pur particolareggiate descrizioni del complesso monastico anteriori alle
distruzioni belliche, compare la benché minima menzione di un dipinto con siffatto
coronamento.794 Palesi sono le affinità con il Salvatore di Santa Maria la Nova [fig. 135], come
pure, specialmente nelle figure di angeli - che discendono ancora una volta dal citatissimo affresco
romano di Federico Zuccari [figg. 36, 65]- con la grande tela di Sant’Elia a Pianisi (1603-1606) [fig.
154] e l’Immacolata di Vibo Valentia (1605-1606) [figg. 150-153].
Nel giugno del 1605 l’artista ricevette un pagamento di 25 ducati, in conto di 100, da Francesco
de Francia per un “quatro della Concettione con angeli et sarafini con 14 misterii et con Idio
Patre et tutti in tavola”.795 Finora non è stato rilevato che il dipinto in questione va identificato
nella bella tavola proveniente da Vibo Valentia, attualmente esposta nel Museo Diocesano di
Nicotera [fig. 151]. Francesco Francia infatti fu uno dei principali esponenti della piccola nobiltà
vibonese all’inizio del Seicento. Questi, assieme a Francesco Paolo e Giovan Battista Francia,
fondò nel 1604 un Monte di Pietà; inoltre fu sindaco della città nel 1607.796 La pala firmata e
791
S. De Mieri, Documenti sulla cona della confraternita del Cordone in San Lorenzo Maggiore di Napoli, in
«Napoli Nobilissima», V s., VII, fasc. I, 2006, pp. 65-74.
792
Cfr. il paragrafo 4 di questo capitolo.
793
L’argomento, che io sappia, non è stato ancora sondato dagli studi per quanto riguarda il territorio
campano. Qualche spunto interessante di carattere generale è in P. Zambrano, Nascita e sviluppo della cornice
dal primo rinascimento alle soglie del Barocco, in La cornice italiana dal Rinascimento al Neoclassico, a cura di F.
Sabatelli, Milano 1992, pp. 17-65; e, nell’introduzione allo stesso volume, le osservazioni del Sabatelli. Sui
modelli a stampa seguiti dagli autori delle cornici cfr. E. Colle, Modelli d’ornato, ibidem, pp. 46-51.
794
E. Gattola, Historia Abbatiae Casinensis per saecolorum seriem distribuita, Venezia 1733; F. Della Marra,
Descrizione istorica del Monastero di Monte Cassino con una breve notizia dell’antica città di San Germano, per uso e
comodo dei forestieri, Napoli 1751; L. Tosti, Storia della Badia di Montecassino, Napoli 1842; A. Caravita, I
codici e le arti a Montecassino, Montecassino 1869-1870. Il dipinto, di cui si conservano anche la testa di una
Madonna, di un Bambino e di un angelo è stato reso noto da P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico,
cit., p. 14; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 148, fig. a p. 152.
795
Il documento è stato rintracciato da E. Nappi, Catalogo delle pubblicazioni edite dal 1803 al 1990 riguardanti
le opere di architetti, pittori, scultori, marmorari ed intagliatori per i secoli XVI e XVII, pagate tramite gli antichi
banchi pubblici napoletani, in Ricerche sul ‘600 napoletano, Milano 1992, p. 80.
796
J. Bisogni de Gatti, Hipponii, seu Vibonis Valentiae, vel Montisleonis, Ausoniae Civitatis accurata Historia,
Napoli 1710, p. 116, 160-161.
143
datata (IMPARATUS F. 1606) venne menzionata, all’inizio del Settecento, nella chiesa di Santa
Maria del Gesù (o Santa Maria la Nova) di Vibo Valentia dal Bisogni de Gatti come opera
“Imperati de Flandria”. Probabilmente il prelato calabrese scambiò la F. del F(ecit) della firma per
“Flandria”, accomunando così l’origine del pittore napoletano a quella di Teodoro d’Errico
(Teodori de Flandria), presente nella stesso edificio sacro con una tarda Annunciazione, oggi
custodita nella chiesa di San Giuseppe della stessa città.797 L’Immacolata venne trasferita nella
chiesa delle Clarisse (dedicata a San Raffaele) presumibilmente nei primi anni dell’Ottocento,
quando anche l’altare di Antonello Gagini (1523-1534), eseguito per Ettore Pignatelli in Santa
Maria del Gesù, fu rimontato nella cattedrale di San Leoluca.798 La restituzione all’Imparato risale
alla prima metà del Novecento e si deve a Giuseppe Ceci e ad Alfonso Frangipane.799
Il dipinto elabora un soggetto di cui il maestro partenopeo dovette essere un vero specialista, così
come il tema della Madonna del Rosario lo era stato per alcuni artisti fiamminghi di stanza a Napoli
negli ultimi decenni del Cinquecento. La tenera e contemplativa figura della Vergine, in maniera
non molto diversa dall’Immacolata di Castellammare [fig. 123], appare attorniata da angeli musici,
adagiati sulle nubi, e da cherubini che pendono come corposi grappoli d’uva dalle ali a forma di
pampini. Similmente alle glorie angeliche della cimasa di Montecassino [fig. 149] e della più
antica tavola stabiese [fig. 123], l’Imparato si sofferma con passione nella descrizione del coro
angelico e, come in quel caso, da sofisticato colorista utilizza tonalità ravvivate qua e là dalle
esplosioni cromatiche dei rossi, dei verdi e dei blu adoperati per dipingere i panneggi [figg. 150,
152-153].
Pur nella piacevolezza della composizione, l’ancona calabrese - nella quale il Previtali intravedeva
significativamente un’adesione del pittore al “chiaroscuro contrastato a macchia del Boscoli”800 manifesta un ulteriore accostamento alle formule più compassate del collega Fabrizio Santafede, e
tradisce nella ripetizione dei motivi, come in altri quadri degli anni finali, un esaurimento
dell’estrosità e della capacità inventiva dimostrate fino alla Natività del Gesù Nuovo.
Una versione di poco variata rispetto all’Immacolata di Vibo, segnalata dal Leone de Castris, è
andata all’asta presso Sotheby’s a Monaco nel 1990 come opera del Cavalier d’Arpino.801 L’errore
di attribuzione se da un lato conferma la qualità alta del dipinto, analogamente alla Vergine con un
santo vescovo venduta con l’ascrizione al Vanni [fig. 122], dall’altro è pur sempre una spia degli
orientamenti culturali del maestro.
Ancora in ambito calabrese è stata identificata qualche anno fa un’Immacolata appartenente alla
chiesa della Madonna dei Poveri (o dell’Immacolata) a Seminara (Rc), accostata dubitativamente
all’Imparato.802 Credo che il dipinto, forse parte residua di uno smembrato polittico, debba
797
Ivi, p. 100. Sull’Annunciazione dell’Hendricksz, forse realizzata in collaborazione col figlio Giovan Luca,
cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento, cit., pp. 73, 80 nota 73.
798
A. Frangipane, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, Calabria, II, province di Catanzaro, Cosenza e Reggio
Calabria, Roma 1933, pp. 108-109; F. Albanese, Vibo Valentia nella sua storia, ed. cons. riveduta ed ampliata,
Vibo Valentia 1975, II, p. 351, 358-385; F. Sardella, Beni culturali a Monteleone di Calabria, Chiaravalle
Centrale 1978, pp. 86 e ss.; F. Negri Arnoldi, La scultura del Cinquecento in Italia meridionale, cit., pp. 183184.
799
Negli stessi anni l’Immacolata, riferita a Francesco Imparato (a causa del solito scambio della F del Fecit
per Franciscus), era stata citata nella chiesa di San Raffaele da G. B. Marzano, Scritti varii, Laureana di
Borrello 1913, ed. cons. in G. B. Marzano, Scritti, IV, Vibo Valentia 1940, p. 215 e P. Tarallo, Raccolta di
notizie e documenti della città di Monteleone di Calabria, Monteleone 1926, ed. cons. Vibo Valentia 1997, pp.
279-280. Il riferimento a Girolamo compare a partire da G. Ceci, ad vocem Imparato Girolamo, cit., p. 582 e
A. Frangipane, Girolamo Imparato e le sue pitture in Calabria, in «Brutium», IV, 2-3, 1925, p. 2. La tavola fu
esposta alla mostra cosentina del 1975-76, cfr. M. P. Di Dario Guida in Arte in Calabria, cit., pp. 123-126.
800
G. Previtali, recensione a M. P. Di Dario Guida, Arte in Calabria: ritrovamenti, restauri, recuperi, in
«Prospettiva», 7, 1976, p. 61; Idem, La pittura del Cinquecento, cit., p. 114. Il Boscoli, come ricordava il
Previtali, è presente in area napoletana con l’Adorazione dei Magi della chiesa del Rosario di Ottaviano.
801
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento, cit., p. 175 nota 48.
802
R. M. Cagliostro in Sacre Visioni. Il patrimonio figurativo nella provincia di Reggio Calabria (XVI-XVIII secolo),
catalogo della mostra (Reggio Calabria 1999-2000) a cura di R. M. Cagliostro, C. Nostro, M. T. Sorrenti,
Roma 1999, pp. 86-87. La chiesa dei Cappuccini di Seminara accolse una perduta Immacolata di
Giovann’Angelo D’Amato, per la quale il pittore ricevette un pagamento il 24 maggio del 1608. Cfr. G.
144
riconoscersi all’ultima fase di attività dell’artista, poco prima della tavola vibonese. Nell’anatomia
della Vergine risulta chiaramente ripreso in controparte il modello delle più antiche Immacolate di
Santa Maria del Popolo e di Castellammare, e tuttavia la tela di Seminara risulta in maggiore
sintonia con i prodotti finali.
4. L’ALLEGORIA DEL BATTESIMO DI SANT’ELIA A PIANISI (CB) (1603-06)
La mutata fisionomia di Girolamo Imparato è confermata da una tela di straordinario interesse
iconografico conservata nella chiesa parrocchiale di Sant’Elia a Pianisi (CB) [fig. 154]. Reso noto
da Luisa Mortari con un riferimento generico alla scuola napoletana della fine del
Cinquecento,803 il dipinto ha da tempo interessato gli studiosi per la sua articolata e davvero
eccezionale rappresentazione; in particolare Serenita Papaldo si è impegnata ad esplorarne la
complessa simbologia.804 L’opera, riconosciuta all’Imparato dal Leone de Castris, è oggi
unanimemente accolta nel catalogo del maestro napoletano.805
La tela molisana quasi certamente è da identificare con “il quadro dell’altare” che monsignor
Giovanni Andrea Tria dice trasferito nella parrocchiale di Sant’Elia a Pianisi nella prima metà del
Settecento dalla diruta chiesa di Santa Maria a Torre di Zeppa, una località situata nel territorio di
Ripabottoni al confine con Sant’Elia.806
Sulla base del documento di commissione ritrovato da chi scrive, è possibile chiarire non pochi
elementi relativi alla genesi dell’inconsueta pala d’altare.807
Il 5 novembre 1603 Girolamo Imparato promise a Francesco Tartaglia di Sant’Elia, “Provintiae
Capitanatae”, di dipingere una cona certamente identificabile con l’Allegoria del Battesimo; lo
conferma la descrizione minuziosa dell’iconografia contenuta nel contratto, che conviene
riportare per esteso:“nel quatro di mezo nostro Signore in Croce, da man dextra la Madonna et
da man sinistra santo Giovanne con seie storiette a torno proportionate con tutto quello sta
pintato in una stampa [...] Verum non sia obligato il detto Geronimo observare le preditte seie
istoriette, seu figure di quelle, ben vero megliorarle et di sotto la Croce il fonte nel quale fonte
non si haverà d’observare quelle pinture ch’in detta stampa al presente si ritrovano, ma si bene
pintarci figliuoli ch’entrano nudi indotti da doi patrini et nel loro uscita siano vestiti di bianco et
che habbiano risguardo nella loro andata in una cappella nella porta della quale sia dipinto un
angelo che con il braccio facci segnio d’ad se ricevere li preditti figliuoli bianchi. Verum in un
canto di bascio di detto quatro vi sarà dipinto un poco di mare con figure d’alcuni heretici
sommerso in esso et di sopra la predicta cona Dio Padre con alcuni angeli santi et cherubini et nel
D’Addosio, Documenti inediti, cit., 1919, p. 377; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., p. 328.
803
L. Mortari, Molise. Appunti per una storia dell’arte, Roma 1984, p. 111; una scheda del dipinto è anche in
Interventi di conservazione e di restauro sui beni artistico-storici, in «Conoscenze», 3, 1986, p. 193. Attualmente il
dipinto è esposto nel Castello di Gambatesa (Cb), a causa dei restauri della chiesa di provenienza.
804
S. Papaldo, Simbologie battesimali controriformate: l’‘Allegoria’ di Sant’Elia a Pianisi, in «Prospettiva», Scritti in
ricordo di Giovanni Previtali, 57-60, 1989-90, pp. 131-138; ripubblicato in Modelli di lettura iconografica. Il
panorama meridionale, a cura di M. A. Pavone, Napoli 1999, pp. 113-134.
805
P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento in Italia meridionale, cit., pp. 498, 742; Idem, Pittura del
Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., p. 149.
806
G. A. Tria, Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino, Roma 1754, p. 533. Giovanni
Andrea Tria, vescovo di Larino fra il 1726 e il 1741, già nella Visita pastorale del 1734 (Archivio Storico
Diocesano di Larino, fondo Curia, busta 6 fasc. 61), lamentava il passaggio, avvenuto qualche anno prima
(tra il 1726 e il 1734, e non nel 1720 come indicato dal Masciotta), della “cona” da Santa Maria a Torre di
Zeppa nella parrocchiale di Sant’Elia a Pianisi. La notizia, ripresa dal testo del Tria, compare anche in G.
Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, II, Il circondario di Campobasso, Napoli 1915, p. 341; E. Di
Iorio, I cappuccini nel Molise (1530-1575). Arte e ricordi storici nelle loro chiese e conventi, Campobasso 1976, p.
247; A. da Ripabottoni, Sant’Elia a Pianisi, guida storico-spirituale, s. l. 1997, p. 48; E. Testa, Memorie Storiche
civili ed ecclesiastiche di S. Elia a Pianisi, Campobasso 2000, p. 175.
807
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 85.
145
quatro della cimmasa uno Cristo con il calice”. Ad apertura del documento si precisa che
l’ancona doveva contenere anche una predella con la raffigurazione della “Cena di nostro
Signore con alcuni confrati ingenocchioni” e che la cornice lignea avrebbe dovuto essere “eo
modo et forma conforme l’intagli d’una cona quale al presente dicono ritrovarsi dentro la chiesa
di San Severino di questa città di Napoli et propriamente nella terza cappella nell’intrare a man
destra dentro detta chiesa dove dicono dipinta l’Assunta della Madonna, disseno di mano del
quondam Marco di Siena”.
Il rogito purtroppo non indica l’edificio sacro di destinazione della cona; pertanto non può essere
confermata la notizia riportata dal Tria. Inoltre non fornisce nessuna indicazione sulla figura del
committente, Francesco Tartaglia. Tuttavia da altre fonti si ricava che i Tartaglia erano originari di
Ripabottoni;808 questo sembrerebbe confermare indirettamente quanto tramandato dal vescovo di
Larino. È presumibile che il richiedente fosse il procuratore di una confraternita, ancora
imprecisabile, dal momento che il pittore rappresentò nella predella, accanto all’Ultima Cena, dei
“confrati ingenocchioni”809. D’altra parte, è proprio attraverso il tipo di religiosità promossa da
una confraternita in epoca di Controriforma che può essere spiegata un’iconografia tanto
singolare, una sorta di catechismo per immagini in cui appare tradotto “visivamente un
programma teologico complesso e denso di significato in forme pittoriche dal valore didattico per
renderlo accessibile alla comunità dei fedeli”.810 Difatti, prioritari nelle attività delle confraternite,
proliferate in gran numero negli ultimi decenni del Cinquecento in tutta l’Italia meridionale,
erano gli esercizi di devozione e l’insegnamento catechistico.811
Come ha dimostrato Serenita Papaldo, una simile raffigurazione del tema del Battesimo e degli
altri Sacramenti, in stretta connessione col sacrificio della croce, “del tutto insolita nell’arte
italiana”, è da inserire significativamente nel contesto culturale della Controriforma, “laddove
attraverso le immagini sacre si volevano affermare i dogmi contestati e in questo caso in
particolare la necessità e l’efficacia dei Sacramenti che furono allora rimessi in onore”.812 La
Chiesa contrastò energicamente i luterani i quali si erano opposti ai Sacramenti, ritenuti
superflui, e avevano accettato solo l’Eucarestia e il Battesimo, cui avevano attribuito però un
valore meramente simbolico. Molti protestanti consideravano il Battesimo soltanto un “segno
esteriore”, che non distrugge il peccato originale.813 In particolare, contro queste dottrine, la
Chiesa espresse il proprio pensiero con un intervento specifico nel Concilio di Trento. La pala di
Sant’Elia - osserva la Papaldo - risulta assimilabile ad “una sintesi teologica dei concetti proclamati
dalla dottrina tridentina” in cui il Battesimo e gli altri Sacramenti appaiono evidenziati mediante
le “cerimonie che servono alla loro somministrazione, con una particolare attenzione alla forma
dei riti che era del tutto trascurata dai protestanti”.814
Proprio come richiesto dal contratto di commissione, nel dipinto molisano si impone
innanzitutto la rappresentazione della liturgia del Battesimo: il sacerdote “riceve nella comunità
cristiana i putti accompagnati dal padrino e dalla madrina, identificabili nelle due figure dall’aria
grave e austera, e al fonte battesimale, assistito da un chierico che regge il cero, impartisce il
Battesimo per infusione con una coppetta (il modo prescelto in diversi concili) l’acqua (la materia)
sul capo dell’infante (il soggetto). I neofiti non sono però raffigurati neonati in braccio agli adulti,
ma come bambini nudi a piedi che solo dopo il Battesimo indossano, come negli antichi riti, la
808
E. Testa, Memorie Storiche Civili, cit., p. 71. L’autore desume le sue informazioni da Registri degli Stati
delle Anime tardo seicenteschi. Il documento notarile da me ritrovato identifica però Francesco Tartaglia
come originario di Sant’Elia a Pianisi. Evidentemente sin dal primo Seicento i Tartaglia risiedevano in
entrambe le località, geograficamente molto vicine.
809
A giudicare dall’iconografia non escludo che si trattasse della confraternita del Santissimo Corpo di
Cristo, attestata a Ripabottoni nella Relatione ad limina di monsignor Giuseppe Catalano del 4 maggio 1699
(Archivio segreto Vaticano, Larinen. S. Congr. Concilii, 434 A, Relat. ad limina). Il documento non
specifica la chiesa in cui l’ente aveva sede.
810
S. Papaldo, Simbologie, cit., p. 134.
811
cfr. M. Rosa, Religione e società nel Mezzogiorno tra Cinque e Seicento, Bari 1976, pp. 256-257.
812
S. Papaldo, Simbologie, cit., p. 131.
813
Ivi, p. 132.
814
Ivi, pp. 131-132.
146
veste bianca, simbolo del nuovo stato di innocenza e di rigenerazione”.815 Alla dimensione
realistica della cerimonia si unisce dunque la “rappresentazione simbolica” dei vari momenti e
contenuti della cerimonia stessa. Nella raffigurazione degli altri Sacramenti, all’interno dei sei
clipei formati dai tralci, è privilegiato invece “il momento più significativo delle rispettive
cerimonie”.816
Il fonte battesimale acquista una serie di significati: “eucaristico, di passione, dogmatico”; inoltre
“il potere salvifico dell’acqua si connette concettualmente al sacrificio di Cristo per cui il fonte
battesimale è raffigurato come fons pietatis che riceve nutrimento dal sangue di Cristo sulla croce
eretta infatti al centro della vasca superiore: l’acqua nutrita del sangue che scorre dal costato
trafitto del Salvatore divenne acqua di vita eterna. Si ribadisce quindi l’intimo rapporto tra il
Battesimo e la morte mistica di Gesù che col suo sacrificio ha lavato nelle acque il peccato di
Adamo permettendo agli uomini il reingresso nel Paradiso”. I quattro rivoli in cui l’acqua cade
nella vasca inferiore alludono ai quattro fiumi del Paradiso. All’iconografia della fons pietatis si
sovrappone quella dell’albero della vita, simbolizzato dalla vite con pampini, grappoli e racemi, il
quale diventa a sua volta ramificazione dell’albero della croce. Acquista quindi forma visiva il
“concetto che il Battesimo è all’origine degli altri Sacramenti in quanto si riceve per primo e
permette di ricevere gli altri e che è la Crocifissione l’evento storico dal quale tutti i Sacramenti
derivano”. Infine, la presenza delle figure inghiottite dai flutti nell’acquitrino rimanda
esplicitamente all’eresia protestante.817
Dal documento notarile si apprende che la tela nella parte superiore doveva conformarsi a quanto
era raffigurato in una “stampa”, non precisata; ciononostante tale indicazione costituisce un
prezioso suggerimento per identificare la fonte iconografica. Non era raro nel Napoletano far
ricorso alle incisioni per la realizzazione delle pale d’altare, basti pensare alla straordinaria cona
del Curia dipinta per la confraternita del Cordone in San Lorenzo Maggiore, tratta da una stampa
di Agostino Carracci del 1586.818 Nel caso della tela di Sant’Elia a Pianisi il possibile modello va
rintracciato, oltre che negli esempi pittorici e a stampa di origine fiamminga indicati dalla
Papaldo,819 in un’incisione simile a quella contenuta nell’edizione aldina del Catechismus ex Decreto
Concilii Tridentini ad Parochos, pubblicato nel 1575 [fig. 155].820 La guida spirituale dei confratelli
di Torre di Zeppa, probabilmente una personalità vicina alla Compagnia di Gesù,821 dovette
conoscere tale complesso programma iconografico e, nel richiedere un prodotto pittorico
talmente esclusivo, fu consapevole del valore didattico che esso assumeva nel trasmettere un
contenuto teologico così denso.
Sul piano dello stile appaiono piuttosto chiare le affinità esistenti tra il “tabellone” (S. Causa)
molisano ed alcuni dipinti eseguiti intorno al 1605 come la Natività di Piedimonte [fig. 145], dove
è ripetuta la gloria angelica, o la pala della chiesa di San Giuseppe dei Ruffi a Napoli [fig. 161].
Degno di rilievo nell’ancona di Sant’Elia è senz’altro il notevole sfondo paesaggistico, dominato
dalla rappresentazione di un abitato immerso fra la vegetazione, motivo ricorrente in diverse
opere finali; le figure invece sono improntate al gusto un po’ tetro della Pietà di Gallipoli e del San
Girolamo di Lecce [figg. 156, 158].
815
Ivi, 132.
Ibidem.
817
Ivi, pp. 132-133.
818
I. di Majo, Francesco Curia, cit., pp. 50-52 con bibliografia precedente.
819
Il dipinto di Sant’Elia viene confrontato ad esempio con L’opera di Cristo nella Chiesa di un anonimo
pittore fiammingo, conservato ad Utrech (Stichting Het Catharijneconvent), e col Battesimo della scuola di
Christoph Murers già a Berlino. S. Papaldo, Simbologie, cit., pp. 134-136.
820
La stampa è riprodotta in F. Strazzullo, Il Sangue di Cristo, iconografia e culto, Napoli 1999, fig. 16.
821
Sembrerebbe suggerirlo la presenza dell’Angelo che conduce i fanciulli nella chiesa, assimilabile
all’iconografia gesuitica dell’Angelo custode. Cfr. S. Papaldo, Simbologie, cit., p. 136.
816
147
5. ALTRI DIPINTI SALENTINI
Risale alla tarda attività imparatesca anche il grandioso Compianto collocato sull’altare maggiore
della chiesa del Carmine di Gallipoli [fig. 156]. Come è noto, la città sul finire del XVI secolo fu
tra i centri urbani più ricchi e vitali dell’intero meridione d’Italia grazie all’attivissimo porto - polo
nevralgico per lo smistamento della produzione dell’olio salentino - e alla strategica posizione
militare. L’enorme tela, resa nota da Vincenzo Pugliese,822 fu menzionata a inizio Ottocento dal
Riccio nientemeno come opera del Ribera,823 mentre alcuni anni dopo il Franza propose di
attribuirla a Giovan Domenico Catalano.824 Contemporaneamente, trattando del pittore
gallipolino ecco quanto scrisse Bartolomeo Ravenna a proposito di uno dei suoi “discepoli di
pittura”: vi fu “un giovane di Gallipoli, il cui nome mi è ignoto. Questi dopo d’aver studiato sul
disegno aveva già cominciato a colorire di primo abbozzo. Il suo maestro dové assentarsi dalla città
per alquanti giorni, e lasciò al giovane allievo il quadro dell’Addolorata, ch’esiste nella chiesa del
Carmine. Glielo lasciò semplicemente delineato, coll’incarico di darvi il primo colore. L’assenza
del Catalano fu più lunga del tempo prefisso ed il discepolo aveva già terminato il travaglio
prescrittogli. Benché sospettoso d’incontrare il dispiacere del maestro, azzardò ritoccare e
terminar questo quadro. Ritornò il Catalano e se gli presentò il giovine anticipando le sue scuse,
per l’ardimento che aveva preso. Ne intese con poco gradimento la prevenzione e volle osservar
l’opera rimanendone sorpreso e confermandosi nell’ottima riuscita di tal novello pittore. Fu però
la prima ed ultima opera di questo giovine insigne, che dopo poco tempo finì di vivere”.825
L’episodio riportato ha tutta l’aria di una leggenda popolare in cui sembra essere confluita,
tuttavia, la consapevolezza di un nesso storico ben preciso, quello dei rapporti realmente esistiti
tra Giovan Domenico Catalano e l’autore del Compianto del Carmine, Girolamo Imparato. È fuor
di dubbio infatti che il pittore salentino ebbe una conoscenza approfondita dei dipinti dell’artista
napoletano, lo dimostra in particolare la Natività della chiesa di San Giuseppe (o delle Clarisse) a
Gallipoli [fig. 148], ispirata ad un modello prossimo alla tela della Cappella Fornaro [fig. 130] o
forse, come sembra più plausibile, alla versione semplificata dello stesso prototipo inviata da
Girolamo a Piedimonte Matese nel 1605 [fig. 145]. È verosimile che il Catalano avesse studiato il
dipinto in fase di esecuzione durante un probabile viaggio a Napoli avvenuto nel corso del 1603,
al seguito di Stefano Catalano, in occasione delle esequie di Monsignor Alfonso de Herrera, il
quale era stato vescovo di Gallipoli826.
Il maestro partenopeo dovette essere ben noto nel Salento se, come si è rilevato in precedenza,
Giulio Cesare Infantino nel 1634 poté annoverarlo tra “gli huomini illustri della pittura” che
avevano operato a Lecce.827 Non conosciamo le dinamiche della commissione per la grandiosa
822
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia, cit., pp. 210-213, 532 nota 55.
L. Riccio, Descrizione istorica della città di Gallipoli, ms. del 1808 edito a cura di O. Cataldini, Lecce 1977,
p. 72.
824
L. Franza, Colletta istorica e tradizioni anticate sulla città di Gallipoli, Napoli 1836, p. 74: “Nella chiesa bassa
vi è un bel quadro con Cristo morto, la Vergine e S. Giovanni, ed è la migliore opera del pennello d’oro di
Catalano. Su questa pittura si racconta una pastocchia novella, cioè che un tal di casato Pescatore, pinse
questa grand’opera in soli due giorni, di nascosto del suo maestro Catalano, e che poi fuggì. Non vi sarebbe
onagro che denticchiar possa questa prugnola; primo perché l’opra in questione è comparabile colle altre di
Catalano; ed in secondo che suzzare la sola mestica non sarebbero bastati più giorni”.
825
B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Napoli 1836, pp. 394, 517-518 nota 12.
826
Sul presunto soggiorno partenopeo del Catalano con Stefano Catalano, uno degli “intellettuali” più
importanti della Gallipoli del tempo, allievo del vescovo Alfonso de Herrera (B. Ravenna, Memorie istoriche,
cit., pp. 531-533), cfr. E. Pindinelli, M. Cazzato, Il pittore Catalano, Galatina 2000, p. 13; L. Galante, Giovan
Domenico Catalano “Eccellente pittore della città di Gallipoli”, Galatina 2004, pp. 35, 44-47, 97. L’ipotesi di una
permanenza a Napoli del pittore pugliese sembra essere confermata dalle derivazioni palmari dalla grande
tela con la Crocifissione di Wenzel Cobergher in Santa Maria di Piedigrotta, commissionata dal vescovo
Herrera che vi appare effigiato, nel dipinto di Gian Domenico Catalano raffigurante I preparativi per la
Crocifissione della chiesa del Rosario di Gallipoli (L. Galante, Gian Domenico Catalano, cit., p. 35). Sul
vescovo Alfonso de Herrera cfr. il paragrafo 5 del IV capitolo.
827
G. C. Infantino, Lecce Sacra, cit., p. 170.
823
148
pala d’altare della confraternita del Carmine,828 forse il dipinto più fosco congedato dall’Imparato,
ma certo tra quelli più affascinanti. Il gruppo principale rielabora in modo originale la
drammatica Pietà concepita da Michelangelo per Vittoria Colonna, la cui fortuna era stata
garantita sul finire del Cinquecento da numerose stampe e versioni pittoriche, ben note al pittore
meridionale. Infatti, la celebre invenzione del Buonarroti era stata ripresa nella tavola per la
Cappella Amodio in San Giovanni Maggiore dal suo maestro Giovan Bernardo Lama, e lo stesso
Imparato ne aveva tratto spunti nella giovanile Pietà della chiesa di Santa Croce a Termini
(Massalubrense) [fig. 10].829 Nel monumentale Compianto salentino Girolamo insiste sul “pedale
devoto”, giungendo ad una elaborazione cupa ma intensa, ricordandosi forse anche delle
lacrimevoli Deposizioni del Lama. Il clima tenebroso risulta accentuato dalla dominanza di colori
spenti, ai quali accosta toni più accesi, come il rosso sangue del manto di San Giovanni; la luce
non ottiene quegli effetti di “rifrazione e frammentazione” tipici del suo linguaggio baroccesco e
appare distribuita con “pause più larghe sulle lunghe pieghe falcate degli abiti”, dilagando
“implacabile” sul volto dell’Addolorata e sul cadavere del Figlio.830 Al di là del Golgota figura una
città antica, quasi spettrale, sulla quale sembra abbattersi un violento temporale. Ritorna quindi
l’interesse per il paesaggio, con caratteri, in questo caso, non molto differenti dagli sfondi del
Martirio di San Pietro da Verona nella chiesa omonima di Napoli [fig. 170], e, specialmente,
dell’“ascetico e allucinato” San Girolamo penitente di Lecce [fig. 158].
Vincenzo Pugliese ha evidenziato le somiglianze correnti fra la Pietà di Gallipoli [fig. 156] e il
dipinto appena citato, custodito nella cappella fondata da Francesco Mettola nella chiesa del
Gesù. Menzionato senz’alcuna attribuzione dall’Infantino - che però lo valutava “fra l’altre degne
dipinture”831 del sacro edificio - il dipinto, pervenutoci in non buone condizioni, venne ascritto
per la prima volta all’Imparato da Michele D’Elia.832 L’attribuzione è stata messa in dubbio solo
dal Leone de Castris, che ha preferito considerare la tela un’opera della cerchia del pittore
partenopeo.833 Non credo che sia da respingere l’autografia imparatesca del San Gerolamo: il corpo
allampanato e scarnificato dell’eremita non appare diverso dall’anatomia del Cristo deposto di
Gallipoli e, in particolare, risulta identico il modo di ombreggiare le carni che conferisce un
aspetto funereo alle fisionomie; il manto rosso di San Girolamo, involucro cartaceo tagliente e
spigoloso, è dipinto con lo stesso rosso adoperato per la veste del san Giovanni gallipolino. Come
nella pala del Carmine, dunque, un timbro cromatico spento ha preso il posto della cromia
sfavillante di pochi anni prima, improntando il tono dei dipinti ad una severità nuova, solo in
parte anticipata dall’Assunta di Santa Maria la Nova [fig. 137] e dall’Allegoria di Sant’Elia a Pianisi
[fig. 155].
Il dottore della Chiesa appare calato fra rigogliose “masse arboree, dal fogliame irrorato da
bagliori e lampi improvvisi, che dall’orizzonte si spingono sino al primo piano, creando,
828
Per la Confraternita del Carmine cfr. E. Pindinelli, Confraternite ed oratori laicali a Gallipoli tra XVI e XIX
secolo, in E. Pindinelli, M Cazzato, Civitas Confraternalis. Le confraternite a Gallipoli in età Barocca, Galatina
1997, pp. 9-21, 26-28.
829
Vedi Capitolo II, paragrafo 4. Sulla Pietà michelangiolesca per Vittoria Colonna vedi il recente
intervento di M. Bianco, V. Romani, Vittoria Colonna e Michelangelo, in Vittoria Colonna e Michelangelo,
catalogo della mostra (Firenze 2005) a cura di P. Ragionieri, Firenze 2005, p. 152.
830
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia, cit., p. 213.
831
I Mettola appaiono legati all’ordine di Sant’Ignazio di Loyola sin dal suo avvento a Lecce. Cfr. A. Lippo,
«Ad Maiorem Dei Gloriam»: lo stile gesuitico a Lecce, cit., p. 136. Ecco le scarne notizie riportate dall’Infantino
sulla famiglia in questione: “Francesco Mettula capo hoggi di questa famiglia, figliuolo del dottor Gio.
Giacomo Mettula il quale al pari di Scipione Mettula famosissimo consigliere de Re Federico, e altri suoi
antepassati, aggionse alla nobiltà di questa famiglia (c’ha goduto della piazza di Napoli) d’esser egli si nelle
leggi peritissimo, che può sicuramente dirsi esser stato uno de’ primi iureconsulti de’ suoi tempi: al savio
parere del quale concorrevano solo dalla Provincia, ma da molte parti del Regno... Giovan Giacomo fu
anch’egli di grandissima stima” (G. C. Infantino, Lecce Sacra, cit., pp. 170-171).
832
M. D’Elia, Mostra dell’arte in Puglia dal tardo antico al Rococò, catalogo della mostra (Bari 1964), Roma
1964, p. 139. Il dipinto è stato esposto assieme all’Annunciazione imparatesca della stessa chiesa alla mostra
del Musée des Beaux-Arts di Caen (2003). Cfr. Il Barocco nella visione gesuita da Tintoretto a Rubens, catalogo
della mostra a cura di A. Tapié, Caen 2003, p. pp. 388-389.
833
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 171 nota 40.
149
nell’intrico di radici, fronde e dirupi taglienti, l’atmosfera ideale per la stravolta contemplazione
del crocifisso in cui è assorto il santo”834. La “visione quasi animistica della natura”, al punto che
il San Girolamo è sembrato “il quadro più ‘eccentrico’ e nordico” (Pugliese) dell’artista, ritorna in
altri dipinti dell’ultimo, intensissimo biennio di attività imparatesca, e principalmente nel Martirio
di San Pietro da Verona [fig. 170], in cui riemerge un prepotente interesse per la cultura paesistica
brilliana, come diremo. Le somiglianze tra le due tele salentine appena discusse sono tali da poter
congetturare una stretta contiguità cronologica fra di esse, verosimilmente non discosta dagli anni
1605-1606.
6. LA PERDUTA CIRCONCISIONE DELLA CHIESA DEI DOMENICANI DI RAGUSA
Girolamo Imparato fu indubbiamente uno dei pittori più apprezzati dell’ambiente artistico
napoletano dei suoi anni: ciò è dimostrato, come abbiamo visto, dal favore incontrato presso la
committenza ecclesiastica locale, non solo gesuitica, ma anche francescana ed oratoriana.835 Il
prestigio raggiunto dal maestro sembra essere indicato anche dall’entità dei pagamenti percepiti.
Assieme al Santafede e al Cobergher, l’Imparato fu il pittore locale più pagato: per la produzione
matura dell’artista sono documentati pagamenti fino a 300 ducati, cifra di poco inferiore ai 400
percepiti da Michelangelo Merisi per la pala della Cappella del Pio Monte della Misericordia tra il
1606 e il 1607.836 L’agiatezza economica del pittore è altresì attestata dalla ricca dote di ben 1.000
ducati percepita dalla figlia Anna che nel 1604 sposò, come si è più volte ricordato, il pittore
Giovann’Antonio D’Amato.837
Nel 1603 all’Imparato toccò un’altra significativa commissione, con la quale la sua fortuna
varcava ancora un volta i confini del Viceregno, la realizzazione di una Circoncisione pagata dal
celebre mercante e armatore raguseo Niccolò Radulovich, marchese del piccolo feudo di
Polignano a mare (Ba).838 I contatti fra la capitale vicereale e la Dalmazia non furono solo
commerciali: di recente è stato rilevato che fitti erano anche gli “scambi” e i “confronti letterari”
fioriti intorno all’attività delle accademie partenopee, dove poeti e scrittori dalmati trovarono una
qualche affermazione.839 È in questo contesto di legami mercantili ed anche culturali, dunque,
che va letto il fenomeno dell’invio nelle città adriatiche orientali di dipinti partenopei e, come
indica il caso dell’Imparato, sin da una fase molto precoce del XVII secolo.840 La Circoncisione fu
compiuta nell’estate del 1606; infatti l’8 agosto di quell’anno il pittore ricevette il pagamento
finale a “compimento” di 120 ducati. È stato proposto di identificare il dipinto richiesto dal
Radulovich con la Circoncisione della Collezione del Banco di Napoli [fig. 159], oggi esposta al
Museo di Capodimonte.841 Diversamente, il dipinto pagato dal mercante raguseo va identificato
834
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia, cit., p. 208.
Sui lavori oratoriani dell’Imparato cfr. il paragrafo successivo.
836
Il costo di una pala d’altare completa di cornice verso la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento va
dai 60-70 ai 150 ducati per pittori come Francesco Curia, Teodoro d’Errico, Giovann’Angelo d’Amato,
Giovan Vincenzo Forli, e Giovanni Balducci; dai 90-100 ai 300 ducati per pittori come Imparato, Santafede
e Cobergher cfr. P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, cit., p. 15.
837
Regesto documentario, doc. n. 88.
838
Sul Radulovich cfr. M. Basile Bonsante, Arte e devozione. Episodi di committenza meridionale tra Cinque e
Seicento, Galatina 2002, pp. 77-84. Sulle commissioni da lui patrocinate vedi anche A. E. Denunzio,
Aggiunte e qualche ipotesi per i soggiorni napoletani di Caravaggio, in Caravaggio l’ultimo tempo 1606-1610,
catalogo della mostra (Napoli 2004), Napoli 2004, p. 48.
839
F. S. Perillo, Famiglie dalmate in terra pugliese: i Radulovich di Polignano in Homo adriaticus. Identità culturale e
autocoscienza attraverso i secoli, Atti del convegno internazionale di studio (Ancona 1993) a cura di N.
Falaschini, S. Graciotti e S. Sconocchia, Reggio Emilia 1998, pp. 274-275; M. Basile Bonsante, Arte e
devozione, cit., p. 78.
840
Sui dipinti napoletani seicenteschi in Dalmazia cfr. G. De Vito, Tracce di pittura napoletana del 600 a
Ragusa, in G. De Vito, Ricerche sul 600 napoletano. A. Falcone, B. Cavallino, A. De Bellis, M. Stanzione, N. Rossi,
Motta Visconti (Mi) 1982, pp. 41-47.
841
Ritenuta di Belisario Corenzio da B. Molajoli, Opere d’arte del Banco di Napoli. La cappella del Monte di
Pietà. La galleria d’arte, Napoli 1953, pp. 25, 44; la restituzione all’Imparato è di M. Rotili, L’arte del
835
150
con la Circoncisione firmata e datata 1606 dall’Imparato, esposta sull’altare maggiore della chiesa
dei domenicani di Ragusa (Dubrovnik) fino ai primi anni dell’Ottocento, quando venne
danneggiata dalle truppe napoleoniche. La tela, semidistrutta, in seguito fu arrotolata e conservata
nel soffitto del convento. Tali informazioni, finora del tutto sfuggite agli studiosi occupatisi
dell’Imparato, sono riferite in un saggio di Giuseppe De Vito il quale dichiara di averle apprese
dal professor Kruno Prijateli dell’Università di Zagabria e Spalato.842 Quest’ultimo aveva avuto la
notizia dell’esistenza del dipinto imparatesco, firmato e datato 1606, da uno storico dell’ordine
domenicano, Padre Antonin Zaninović, dopo la seconda guerra mondiale, e aveva cercato invano
il dipinto.843 Le caratteristiche della perduta pala ragusea coincidono perfettamente con quelle
desumibili dalla polizza emessa nell’agosto 1606 dal Radulovich, committente, qualche tempo
dopo, di una ben più celebre pala del Caravaggio (mai rintracciata, forse perché mai dipinta)
raffigurante la Madonna col Bambino, San Domenico e San Francesco, San Nicolò e San Vito.844
Il dipinto della collezione del Banco di Napoli potrebbe essere soltanto una derivazione della
Circoncisione di Ragusa, forse destinata alla devozione privata. Nella tela è stato evidenziato un
legame culturale con la corrente più schiettamente filoromana, rappresentata a Napoli dal
Corenzio e da Luigi Rodriguez:845 lo rivela in particolare il carattere un po’ fosco e lugubre dei
personaggi in secondo piano. L’Imparato non tralascia elementi più antichi della sua pittura come
l’attenzione micrografica con cui descrive la raffinatezza dei materiali, i luccichii delle perle e dei
ricami in oro del ricco paliotto e delle vesti dei sacerdoti; così come non trascura nei panneggi
sfaccettati e nella delicatezza del profilo dolce e armonioso della Vergine la personale vocazione
baroccesca che lo rende affine a maestri come il Vanni e il Salimbeni.846
7. LA TRINITAS TERRESTRIS
DI
SAN GIUSEPPE
DEI
RUFFI,
LA
VISIONE
DI
SANT’IGNAZIO A LA STORTA E IL SAN FRANCESCO SAVERIO IN ORAZIONE (DI
GIULIO DELL’OCA) NEL GESÙ NUOVO
Nel marzo del 1603 Girolamo Imparato ricevette dai Protettori del Monte di Pietà la
commissione per la Resurrezione da collocare su uno degli altari laterali della loro Cappella
napoletana, in precedenza affidata unitamente all’Assunzione di Maria, destinata allo stesso luogo,
al maestro umbro Ippolito Borghese.847 Contemporaneamente la Pietà dell’altare maggiore veniva
dipinta da Fabrizio Santafede il quale, come vedremo in seguito, realizzò anche la Resurrezione [fig.
171] che l’Imparato, morto nel 1607, aveva lasciato incompiuta.848 È assai sintomatico che il
pittore si sia trovato a lavorare accanto a tali maestri - ossia gli interpreti principali nella capitale
vicereale, assieme a Giovan Bernadino Azzolino, della pittura più autenticamente conforme al
rigore imposto dalla Chiesa tridentina - in un contesto che è senz’altro da considerare tra i sacrari
della pittura controriformata. La vicinanza dell’Imparato ai suddetti maestri potrebbe aver
favorito la sterzata devozionale, sempre più incalzante nei dipinti imparateschi successivi al 1603
(a partire dal soffitto di Santa Maria la Nova). È come se il maestro, condizionato dal successo
crescente delle formule artistiche in special modo del Santafede, avesse deciso di privilegiare
immagini più castigate e devote, frenando così gli slanci fantastici degli anni passati.
Cinquecento, cit., p. 146. Sull’opera cfr. P. Leone de Castris, in Il patrimonio artistico, cit. pp. 12-14 e la
bibliografia citata al n. 49 del Repertorio delle opere autografe.
842
G. De Vito, Tracce di pittura napoletana del 600, cit., pp. 42, 46 nota 2.
843
Ibidem, p. 46 nota 2.
844
Sulla commissione caravaggesca cfr. V. Pacelli, New Documents concerning Caravaggio in Naples, in
«Burlington Magazine», CXIX, 897, 1977, pp. 819-829; F. Bologna, L’incredulità del Caravaggio, cit., pp. 218,
223, 332.
845
P. Leone de Castris, in Il patrimonio artistico, cit., pp. 12-14.
846
Ibidem.
847
Cfr. Regesto documentario doc. n. 82.
848
Ivi, doc. n. 94. B. Molajoli, Opere d’arte del Banco di Napoli, cit., pp. 16-17; E. Nappi, Documents of the
«Archivio» of the «Banco di Napoli», in Monte di Pietà, a cura di G. Alisio, Ercolano 1987, p. 150, nn. 16-23.
151
La metamorfosi dell’Imparato può essere parzialmente spiegata anche in base ad un altro aspetto,
finora insondato. Una sconosciuta polizza del 1601 documenta la richiesta all’artista da parte di
Antonio Talpa di un’Annunciazione destinata alla chiesa dell’Oratorio napoletano, di cui il
religioso - assai vicino a san Filippo Neri e molto legato anche al cardinale Cesare Baronio - fu
rettore dal 1589 al 1605.849 Il personaggio, come già ho anticipato a proposito dei dipinti eseguiti
da Giovann’Angelo D’Amato e delle lettere indirizzate ai padri filippini di San Severino Marche,
ebbe un ruolo sicuramente decisivo nella politica delle immagini perseguita dall’ordine di
appartenenza, ed è possibile che la sua intransigenza, ben espressa dalle missive su ricordate,
esercitasse una qualche influenza sugli artisti coinvolti nella decorazione della grandiosa chiesa
geronimiana. Purtroppo non sappiamo se la pala venne realizzata, dal momento che nell’edificio
sacro non rimane alcuna traccia di una “pittura” con l’“historia della Santissima Annunziata”.850
L’artista dovette godere della fiducia degli oratoriani: sembrerebbe testimoniarlo la notizia di
lavori non precisati (né precisabili) da lui condotti tra il novembre e il dicembre del 1601 nella
cappella Spadafora della chiesa di San Filippo Neri.851 E, ancora, non va trascurato che alla
celebre Quadreria dei Gerolamini appartiene una Circoncisione senz’altro dipinta da uno stretto
collaboratore dell’Imparato [fig. 160],852 che riflette forse, assieme alla versione della collezione del
Banco di Napoli [fig. 159], il modello inviato da Girolamo a Ragusa nel 1606.
Inoltre la chiesa delle agostiniane di San Giuseppe dei Ruffi, comunità monastica di cui il Talpa
fu confessore, ben presto accolse una Trinitas terrestris [fig. 161], tuttora conservata. Il dipinto,
dopo i lavori diretti da Dioniso Lazzari tra il 1681 e il 1686,853 venne collocato sull’altare maggiore
della chiesa, dove lo osservò Carlo Celano che lo ritenne del Pomarancio;854 intorno al 1870 la
“Sacra Famiglia” (Galante), rimossa, fu collocata nella “gran cappella sinistra” del transetto.855
Non escludo che anche precedentemente ai rifacimenti tardo seicenteschi la tela avesse avuto una
posizione privilegiata all’interno dell’edificio agostiniano. È presumibile che l’autore delle Notizie
del bello nell’attribuire la pala al Pomarancio abbia istituito un collegamento con la Natività
commissionata a Cristoforo Roncalli nel 1604 per la chiesa dei Gerolamini da Caterina Ruffo,
una delle fondatrici del monastero di San Giuseppe.856 Solo in tempi recenti la Trinità terrestre è
stata attribuita all’Imparato dal Leone de Castris, seguito da Stefano Causa che ne ha rintracciato
il disegno preparatorio [fig. 163].857
849
Su Antonio Talpa cfr. G. Marciano, Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio nelle quali si dà
ragguaglio della fondatione di ciascheduna delle Congregationi fin’ hora erette e de’ Soggetti più cospicui che in esse
hanno fiorito, Napoli 1693, II, pp. 89-106; A. Bellucci, Antonio Talpa d. O. (Architetto), in «Archivi», s. II, XX,
1-3, 1953, pp. 22-40.
850
Il dipinto non è menzionato neppure nell’Inventario delle robbe e suppellettili della sacrestia e chiesa della
Congregazione dell’Oratorio fatto per ordine del Padre Girolamo Binago preposito il mese di agosto 1626, pubblicato
da M. Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e minori della mole Gironimiana, in «Lo Scugnizzo», 5,
1968, pp. 68-73. In questo documento è interessante lo scambio dell’“Apparitione dell’Angelo a Pastori”
del Santafede per un’“opera del Caravaggio, pittore eccellentissimo” (p. 70).
851
M. Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e minori della mole Girolimiana, in «Lo Scugnizzo», 4,
1967, p. 26; Regesto Documentario, doc. n. 71. Nei registri copiapolizze di cassa del Banco di Santa Maria del
Popolo, conservati nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, alle stesse date indicate dai documenti
oratoriani, (29 novembre e 12 dicembre 1601) non corrisponde nessun pagamento percepito
dall’Imparato.
852
P. Leone de Castris, in La quadreria dei Gerolamini, cit., p. 154.
853
G. Cantone, Napoli Barocca, Bari 1983, p. 178.
854
C. Celano, Notizie del Bello, cit., I, p. 240, seguito da buona parte degli scrittori successivi (cfr. il n. 46 del
Repertorio delle opere autografe).
855
G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 47.
856
Sul dipinto del Roncalli, consegnato nel 1607, cfr. M. Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e
minori della mole Girolimiana, in «Lo Scugnizzo», 5, 1968, pp. 38-39, 67; I. Chiappini di Sorio, Cristoforo
Roncalli detto il Pomarancio, in I pittori bergamaschi. Il Seicento, I, Bergamo 1975, pp. 102-103; C. Restaino,
Belisario Corenzio, cit., pp. 40-42; A. M. A. Marino, Committenti e artisti a Napoli nel Seicento, cit., p. 153.
857
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 149, 175 nota 47; S. Causa, Un
disegno del tardomanierismo napoletano, in «Paragone», 494, 1991, pp. 75-76.
152
Lo stretto legame tra Antonio Talpa e le fondatrici del complesso monastico, che dovettero
recepirne le preferenze artistiche, emerge sin dalle pagine della Napoli Sacra del D’Engenio:
“Grandissimi sono stati gli favori e gratie ch’il Signor Iddio concedé a quattro nobilissime signore
napolitane, cioè a Cassandra Caracciola, a donna Hippolita e donna Caterina Ruffa e a donna
Caterina Tomaccella in farle conoscer ch’il mondo è tutto pieno de’ lacci del demonio, sì che ben
tosto illuminate dallo Spirito Santo diedero de’ calci a quello e così d’un animo e d’un volere
dedicarono sé stesse e la lor virginità al Signor sotto la protezione del vergine, pudico e sposo di
Maria Vergine San Gioseffo, e così con consulta del lor confessore della Congregazione
dell’Oratorio comprarono il palaggio della famiglia Arcella [...] e altre case appresso
l’Arcivescovato di Napoli e fattole accomodar a modo di monasterio con chiesa sotto nome di
San Gioseffo; quivi a 7 di marzo del 1604 si rinchiusero vivendo conforme la vita claustrale
rinchiuse, e avendo quivi santamente perseverato per spatio di due anni, aiutate però dal detto
confessore e ritrovatele sempre nel loro fermo proposito e fervor di servir Iddio in quella vita
religiosa e nell’osservar i tre voti sotto la regola di sant’Agostino, e sotto il titolo di San Gioseffo e
secondo alcune regole datole dal confessore”.858 L’approvazione della comunità religiosa avvenne
durante il primo anno del pontificato di Paolo V Borghese, nel maggio del 1606;859 di
conseguenza la pala d’altare, forse già richiesta nel 1604, dovette essere collocata nel primitivo
luogo di culto delle agostiniane un paio d’anni dopo.
Si tratta della più antica formulazione finora conosciuta in ambito napoletano di un’iconografia
controriformata, le cui origini non sono state ancora del tutto chiarite.860 A Napoli, dopo
l’esempio dell’Imparato, seguirono le interpretazioni di Ippolito Borghese per la chiesa dell’Eremo
dei Camaldoli (1613), e quelle più tarde dell’Azzolino in Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone,
di Battistello Caracciolo nella chiesa della Pietà dei Turchini (1617), e ancora quella celeberrima
del Ribera, oggi nelle sale di Capodimonte, proveniente dalla chiesa della Trinità delle Monache
(1632-1635).861 La particolare precocità con cui il tema si diffuse a Napoli, lascia ipotizzare che la
città vicereale sia stata, in seguito, il tramite per la sua straordinaria diffusione in Spagna nel corso
dell’avanzato XVII secolo.862
La soluzione iconografica adottata dall’Imparato per la Trinitas Terrestris probabilmente fu
suggerita da Padre Talpa, il quale - si pensi alla vicenda dei dipinti realizzati da Giovann’Angelo
D’Amato - dovette seguirne molto da vicino la genesi, indicando con tutta probabilità al
napoletano un modello a stampa fatto pervenire a Napoli da Roma.863 In conclusione, ritengo che
il contatto tra l’Imparato e il rettore dell’Oratorio napoletano abbia avuto, congiuntamente agli
altri fattori descritti, un qualche peso per lo sviluppo delle inflessioni più austere e devozionali
degli anni finali.
La pala di San Giuseppe dei Ruffi, nonostante sia pervasa da uno spiccato accento pietistico, non
è priva di una certa gradevolezza, ad esempio nell’utilizzo delle figure “filiformi e come stregate da
improvvise serpentine di colore acidulo” (S. Causa). Non escludo che per lo sfondo di città
l’Imparato abbia tratto ispirazione dalla Gerusalemme celeste dipinta dal Curia sul fondale del
858
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., pp. 173-174. Il nome del confessore delle nobildonne, tralasciato dal
D’Engenio, compare in C. De Lellis, Aggiunte alla Napoli Sacra del d’Engenio, cit., II, cc. 91-95.
859
C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 175.
860
Su questa iconografia cfr. É. Mâle, L’art religieux de la fin du XVI siècle, du XVII siècle set du XVIII siècle.
Étude sur l’iconographie après le Concile de Trente. Italie – France – Espagne – Flandres, ed. cons. Paris 1951, pp.
312-313; Idem, L’arte religiosa nel ‘600. Italia, Francia, Spagna, Fiandra, Milano 1984, pp. 264-265.
861
Gli esempi citati sono tra quelli più famosi. Sui primi due dipinti cfr. F. Ferrante, Ricerche su Ippolito
Borghese, in «Prospettiva», 40, 1985, p. 28, 30; Eadem, Aggiunte all’Azzolino, in «Prospettiva», 17, 1979, p. 27,
P. Leone de Castris, Pittura de Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 286, 311. Sulla replica dell’Azzolino
del dipinto di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone in Sant’Irene a Lecce cfr. V. Pugliese, Pittura
napoletana, cit., pp. 213-214. Per il dipinto di Battistello cfr. S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., specialmente
alle pp. 63 e 185. Sulla tela di Ribera cfr. N. Spinosa, L’opera completa di Ribera, Milano 1978, p. 105.
862
Possiamo ricordare ad esempio la Trinitas terrestris di Juan de Uceda, e le più importanti versioni di
Zurbarán e di Murillo. Tali opere risultano citate da S. Causa, Un disegno, cit., p. 76 nota 3.
863
È probabile che il precedente sia stato la stampa disegnata da Federico Zuccari, incisa dal Thomassin,
citata da E. Mâle, L’art religieux, cit., p. 312; Idem, L’arte religiosa nel ’600, cit., p. 290 nota 75.
153
grandioso Compianto eseguito da Francesco Curia (1599-1600) per la cappella De Stefanellis nella
chiesa dello Spirito Santo di Mercato Novo di Serino [fig. 162]864.
Per la tela agostiniana, lo si è già anticipato, è stato individuato anche uno studio preparatorio,
l’unico disegno finora conosciuto dell’artista, conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
del Museo di Copenhagen [fig. 163].865 Si tratta di un foglio quadrettato dal quale bisognerà
necessariamente partire per l’individuazione degli altri disegni imparateschi, dispersi chissà in
quali musei e raccolte private.866
Del quadro di San Giuseppe dei Ruffi esiste anche una copia, decisamente mediocre, conservata
nei depositi della chiesa dei Gerolamini - dovuta senz’alcun dubbio ad un aiuto di bottega
dell’Imparato -867 che testimonia il favore accordato a quell’iconografia dai padri oratoriani.
Negli stessi anni Girolamo fu impegnato nella realizzazione della Visione di Sant’Ignazio a la Storta
per la chiesa del Gesù Nuovo [fig. 164], un’opera attualmente relegata sul lato destro del
cappellone dedicato al fondatore della Compagnia di Gesù. Il dipinto venne descritto a partire
dal De Lellis sull’altare di Sant’Ignazio, ed è qui che appare sistemato nell’incisione pubblicata
nella guida del Sarnelli del 1685.868 Tale collocazione fu conservata fino all’agosto del 1943
quando la chiesa subiva gravi danni a causa dei bombardamenti; ridotta a brandelli, la tela venne
restaurata ma non recuperò più la sua secolare collocazione.869
La vicenda costruttiva della cappella di Sant’Ignazio cominciò nel 1613 quando il celebre
madrigalista Carlo Gesualdo lasciò ai gesuiti partenopei la cospicua somma di 30.000 ducati
destinati alla sua realizzazione.870 Solo in seguito però, dopo la canonizzazione del santo (1622),
furono avviati i lavori che coinvolsero, a partire dal 1637, Cosimo Fanzago e Jusepe de Ribera,
artefice delle tre tele (una distrutta) collocate negli scomparti marmorei del coronamento
dell’altare.871
864
S. De Mieri, Aggiunte a Francesco Curia, cit., pp. 176-179. A proposito della grandiosa tela di Serino, va
rilevato che da essa è ripreso il gruppo principale del dipinto di analogo soggetto, attualmente trafugato,
firmato da Francesco Tommaso Guarino nel 1636, già in San Lorenzo a Canale di Serino. Nel 1658 la
medesima composizione venne ripresa da Angelo Solimena nella tela proveniente dalla parrocchiale di
Santa Lucia di Serino, oggi conservata nel Palazzo Arcivescovile di Salerno. Su queste opere cfr. R. Lattuada,
Francesco Guarino da Solofra. Nella pittura napoletana del Seicento (1611-1651), Napoli 2000 pp. 245, 254-255,
con bibliografia precedente.
865
S. Causa, Un disegno, cit., pp. 75-76.
866
Il problema dei disegni napoletani del tardo Cinquecento è ancora sul tappeto; a parte il caso fortunato
del Curia, di cui si conserva un consistente gruppo di fogli nel Nationalmuseum di Stoccolma (I. di Majo,
Francesco Curia, passim), molto poco è stato finora identificato dell’attività grafica degli altri pittori attivi a
Napoli. Sulle difficoltà connesse al reperimento di tali disegni cfr. S. Causa, Teodoro d’Errico, cit., p. 43. Il
De Dominici dichiara di aver posseduto disegni dell’Imparato (B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 853);
piuttosto rilevante è anche la notizia da lui riferita che il giovane Battistello imparò a disegnare da
Francesco Imparato (Vite de’ pittori, cit., pp. 966-967; S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., p. 11). Sui disegni
posseduti dal biografo cfr. J. Meyer, Le Vite di Bernardo De Dominici e il disegno napoletano, in «Ricerche sul
’600 napoletano». Saggi e documenti 1999, Napoli 2000, pp. 43-44.
867
Ancora più modesta è la replica appartenente alla chiesa di San Gaetano a Cosenza, senz’altro estranea
alla bottega imparatesca come invece vorrebbe la di Majo. Cfr. I. di Majo, in B. De Dominici, Vite de’ pittori,
cit., p. 849 nota 16.
868
C. De Lellis, Parte seconda, cit., p. 148; P. Sarnelli, Guida de’ forestieri, cit., p. 164. L’attribuzione fu ripresa
da C. Celano, Notizie del bello, cit., p. 878 e da tutta la periegetica e dalla critica successiva (vedi il n. 50 del
Repertorio delle opere autografe).
869
B. Molajoli, Musei e opere d’arte di Napoli attraverso la guerra, Napoli 1948, p. 134; F. Iappelli, Il Cappellone
di Sant’Ignazio al Gesù Nuovo di Napoli: iconografia e spiritualità, in «Napoli Nobilissima», XXVII (n. s.), 1998,
p. 23. Sull’altare nel frattempo fu sistemata la Madonna fra i santi Francesco Saverio e Ignazio del De Matteis,
ancora in loco, proveniente dalla chiesa del Gesù di Taranto. Cfr. inoltre R. U. Montini, La chiesa del Gesù,
cit., pp. 70-73; M. Errichetti, op. cit., 1974, p. 48 nota 43; G. Cantone, Napoli Barocca, Bari 1984, p. 263
note 30-32; A. Schiattarella, F. Iappelli, Gesù Nuovo, cit., pp. 71-73.
870
F. Jappelli, Carlo Gesualdo e il Gesù Nuovo, in «Societas», LII, 3-4, 2004, pp. 115-116. La cappella doveva
accogliere la sepoltura del Gesualdo.
871
F. Iappelli, Il cappellone di Sant’Ignazio, cit., pp. 21-30 con bibliografia precedente. Il bombardamento del
1943 determinò la perdita della tela di Ribera raffigurante Sant’Ignazio che detta la regola della Compagnia di
154
Non conosciamo dove fosse sistemato il dipinto imparatesco prima di essere esposto sull’altare
della cappella, in un momento di poco anteriore al 1654 come testimonia il De Lellis. Da una
polizza di banco del maggio 1608 sappiamo dell’esistenza di un altare dedicato al Loyola: si tratta
del pagamento effettuato dal gesuita Stefano De Maio al ricamatore Pietro Antonio Prisco per
un’“immagine ricamata del Beato Francesco Xaverio per il panno d’altare che ha fatto fare per il
Beato Ignatio”.872 Quindi, ancora prima della beatificazione avvenuta solo nel 1609, esisteva nella
chiesa del Gesù un altare dedicato al fondatore dell’ordine (detto impropriamente “beato” nel
documento, e però di fatto considerato tale). La Visione a la Storta difficilmente potrebbe essere
stata dipinta prima del 1605: è noto che papa Clemente VIII vietò la venerazione di Ignazio;
infatti in un avviso del 2 giugno 1601 si legge: “havendo Nostro Signore (Clemente VIII)
presentito che li padri del Gesù facevano stampare imagini et figure del padre Ignatio lor
fondatore con miracoli intorno, diede ordine l’altro hieri a monsignor viceregente che facesse
levar, come fece, tutte le sudette figure, imagini et stampe perché in somma quelli miracoli non si
hanno per autentiche, non sono approbati; havevano proceduto in questo con l’essempio da
padri della Chiesa Nuova, che così fanno stampar il padre Filippo, ma non è il medesimo caso,
perché fanno del padre Filippo processo et il papa istesso in un particolare si è esaminato”.873 Lo
scontro tra Clemente VIII e i gesuiti era stato provocato da ragioni di carattere dottrinario, in
particolare dalla cosiddetta ‘disputa molinista’.874 Fu soltanto con Paolo V, asceso al soglio
pontificio nel 1605, che i gesuiti poterono riprendere i loro programmi di divulgazione della
santità del fondatore e promuoverne così il processo di canonizzazione.875 Ai primi anni di papa
Borghese viene datato un insieme di tele, spettanti per lo più al Commodi, ora collocate nella
cappella del Cardinal Farnese annessa al Gesù di Roma.876
Si può presumere che, ad onta dei divieti, sin da una fase immediatamente successiva alla
consacrazione della chiesa napoletana (1601) i gesuiti avessero pensato alla realizzazione di un
altare dedicato al Loyola, considerato che già nel 1603 i religiosi provvidero a far dipingere una
gigantesca tela raffigurante l’altro grande santo dell’ordine, anch’egli non ancora beatificato, san
Francesco Saverio: lo si evince da un pagamento versato dal solito Stefano De Maio al pittore
Giulio dell’Oca nel settembre del 1603. Il documento menziona un “quadro grande de pittura del
Beato Francesco Xaverio con molti angeli con la beatissima Vergine”,877 esattamente la medesima
iconografia della tela tuttora esposta sull’altare del cappellone del santo [fig. 167], che il Celano
impropriamente riferì all’Azzolino878 e che invece ritengo vada restituita a Giulio Dell’Oca, pittore
peraltro molto attivo per la Compagnia di Gesù, come inducono a credere una serie di
documenti dei primi anni del Seicento e, in particolare, una polizza del 1608 che attesta
l’esecuzione di ben 100 quadri coi Martiri dell’ordine destinati al Collegio di Lecce.879 E, però, per
Gesù, mentre le altre due, raffiguranti la Gloria del Santo e Paolo III che conferma la regola, assai danneggiate,
dopo il restauro ritornarono nella collocazione originaria (N. Spinosa, L'opera completa di Ribera, cit., pp.
119-120, nn. 176-178). La bomba danneggiò anche il Geremia del Fanzago.
872
E. Nappi, I Gesuiti a Napoli. Nuovi documenti, cit., p. 120, doc. n. 100.
873
J. A. F. Orban, Documenti sul Barocco in Roma, Roma 1920, p. 171 nota 1.
874
Una buona sintesi del problema è in S. Pavone, I Gesuiti dalle origini alla soppressione 1540-1773, Bari
2004, pp. 95-101.
875
Ignazio di Loyola fu beatificato solo nel 1609 da Paolo V e canonizzato nel 1622 durante il pontificato di
Gregorio XV. Cfr. R. García Villoslada, ad vocem, Ignazio di Loyola, in Biblioteca Sanctorum, VII, Roma
1966, col. 698.
876
G. Papi, Le tele della cappellina di Odoardo Farnese nella casa Professa dei gesuiti a Roma, in «Storia dell’arte»,
62, 1988, pp. 71-80.
877
E. Nappi, I Gesuiti a Napoli, cit., p. 118, n. 53.
878
“Il divoto e miracoloso quadro che sta nel mezzo dove sta espresso San Francesco Saverio al quale va
dedicata la cappella, fu opera del buono Bernardino Siciliano” C. Celano, Notizie del Bello, cit., II, p. 878;
seguito da diversi altri autori tra cui G. A. Galante, Guida Sacra, cit., p. 78 e da A. Schiattarella, F. Iappelli,
Gesù Nuovo, cit., p. 76, dove è datato al quarto decennio del Seicento.
879
G. D’Addosio, Documenti, cit., 1919, p. 396; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., p. 246 nota 104. Per l’intero regesto dei documenti noti del pittore, dove emergono numerose
commesse gesuitiche, cfr. E. Nappi, Catalogo delle pubblicazioni edite dal 1883 al 1990, cit., pp. 53-54 e in
aggiunta le seguenti polizze: 21 gennaio 1603: “A Stefano Centurione ducati sei et per lui a Giulio
155
le ragioni su accennate la tela ignaziana non poté essere eseguita ed esposta prima della fine del
pontificato di papa Aldobrandini.
Dopo il successo riscosso dalla Natività Fornaro [fig. 130] i padri si affidarono nuovamente al
pittore da loro più apprezzato a Napoli per la realizzazione di pale d’altare. È probabile che nella
scelta del soggetto da rappresentare avesse avuto una qualche responsabilità Pietr’Antonio
Spinelli, preposto della Casa professa napoletana, particolarmente devoto all’episodio della
visione di sant’Ignazio a la Storta come testimonia il D’Engenio: “[Pietro Antonio Spinelli]
rinunciò [...] affatto le ricchezze, speranze e solazzi del mondo” e si ricoverò “quasi in sicuro
castello nella Compagnia di Giesù nel 1573 e ricordandosi della visione c’hebbe il Beato Ignatio,
quando gli apparve Christo con la croce in spalla in una chiesa rovinata presso Roma (corsivo mio), si
pose una crocetta di legno, in segno di voler com’egli disse ad un padre spirituale, sposarsi con la
Croce fin alla morte; e in effetto volle con quella esser sepolto”.880
L’iconografia raffigurata dall’Imparato è tra le più diffuse in ambito gesuita: si tratta della visione
che Ignazio, in viaggio verso Roma, ebbe nel novembre del 1537 in una località denominata la
Storta, sulla Via Cassia (alle porte della città eterna), ultima tappa dei pellegrini prima di giungere
nell’Urbe. I biografi riferiscono che, durante la visione, il Loyola avesse udito da Cristo le seguenti
parole: “Ego vobis Romae propitius ero”, accolte dal santo come una sorta di approvazione per il
suo progetto di formare un nuovo ordine religioso.881
Nella rappresentazione di questo tema, senz’altro tra le più antiche conosciute, l’Imparato dovette
prendere a modello una stampa simile a quelle pubblicate dopo il 1601, tratte dalle perdute sedici
tele dipinte in Spagna da Juan de Mesa raffiguranti episodi della vita di Ignazio, e che nel 1610
corredarono la Vita Beati Ignatii Loiolae di Pedro Ribadeneira.882
Per le fattezze del santo spagnolo l’artista poté attenersi alle copie, che sicuramente non
mancavano a Napoli, del ritratto di Jacopino del Conte, o forse come sembra più probabile - a
giudicare dal volto affilato di Ignazio - ad un’effige del santo simile a quella del 1600 ca.
conservata nella Casa provinciale della Compagnia di Gesù a Bruxelles.883
dell’Ocha pittore et per lui a Pietro Antonio Mangiapia disse sono per altritanti” (ASN, BA, Turbolo e
Caputo, 148); 14 maggio 1603: “A Lucretia Caracciola de Bernabò ducati tridici e per lei a Giulio Loca
pittore a compimento de ducati dicesette che l’altri ducati 4 l’ha recevuti li dì passati per nostro banco et
sono per saldo d’una pittura d’uno quatro del’Angelo Custode l’ha consignato e per esso a Pietrantonio
Mangiapia per altritanti” (Spinola e Lomellino, 145); 6 giugno 1603: “A Stefano et Giovan Domenico de
Felice ducati cinque et per loro a Giulio del’Ocha pittore disse se li pagano per caparro d’uno quatro
dipinto del Angelo costode conforme a quello et di quella bontà che ha fatto a Lucretia Caracciola de
Bernabò di grandezza come d’ogn’altra cosa permettendo di pagarlo conforme l’ha pagato detta Lucretia et
promette consignarlo li 15 de luglio prossimo finito d’ogni pittura e per esso a Pietrantonio Mangiapia per
altritanti” (Spinola e Lomellino, 145); 18 giugno 1603: “A Dianora Santa Croce ducati sette e per lei a
Giulio del Oca disse sono a compimento de ducati 10 per uno quatro che l’ha fatto con la Pietà che l’altri
ducati 13 l’ha havuti contanti e per esso a Pietrantonio Mangiapia (Spinola e Lomellino, 145).
880
D. C. D’Engenio, Napoli Sacra, cit., p. 229. La notizia è riportata anche dal Barone, biografo dello
Spinelli (A. Barone, Della vita del padre Pierantonio Spinelli della Compagnia di Gesù, Napoli 1707, pp. 18-19).
Padre Antonio Spinelli figlio di Carlo Spinelli duca di Seminara e principe di Cariati e di Ippolita di
Capua, fratello del cardinale Filippo Spinelli, fu prima rettore del Collegio di Roma poi della Casa Professa
di Napoli. Scrisse, come abbiamo già detto, un’opera piuttosto ponderosa dal titolo Maria Deipara Thronus
Dei, de Virginis Beatissimae Mariae laudibus praeclarissimis, sub typo divini throni in Apoc. 4 adumbratae, stampata
presso la tipografia napoletana di Tarquinio Longhi nel 1613. Morì a Roma nel 1615 e fu lì tumulato nella
Casa Professa. Successivamente, riferisce il D’Engenio, il corpo “ritrovato intiero” fu traslato per volere di
Dorotea Spinelli, sua sorella, nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli. Su Padre Spinelli cfr. inoltre F.
Schinosi, Istoria della Compagnia, cit., pp. 271-277; S. Santagata, Istoria della Compagnia, cit., pp. 566-583; R.
De Maio, Michelangelo e la controriforma, Bari 1978, pp. 262, 280 nota 88; Idem, Pittura e controriforma a
Napoli, cit., pp. 55-58.
881
P. H. Holvenbach S. I., La visione della Storta, in «Societas», XXXVII, 1-2, 1988, pp. 1-3.
882
Su tali stampe, forse dovute ai fratelli Cornelio e Teodoro Gallé, cfr. G. Papi, le tele della cappellina di
Odoardo Farnese, cit., pp. 73-74.
883
Sull’iconografia di sant’Ignazio cfr. L. Réau, Iconographie de l’art chrétien, cit., III, pp. 672-676; R. García
Villoslada, ad vocem Ignazio, cit., coll. 701-705; E. Mâle, L’arte religiosa, cit., pp. 145-146, che menziona la
tela napoletana senza ricordarne l’autore; H. Pfeiffer, L’iconografia, in Ignazio e l’arte dei Gesuiti, a cura di G.
156
Sul piano del linguaggio pittorico le somiglianze esistenti con il Martirio di San Pietro da Verona in
San Pietro Martire di Napoli [fig. 170] e con il San Gerolamo di Lecce [fig. 157] confortano una
datazione della tela gesuita ad una fase di poco successiva al 1605: in queste composizioni
risultano affini specialmente gli sfondi paesistici, ispirati ancora una volta ai modelli romani di
Paolo Bril. Il consistente riemergere dei paesaggi alla fiamminga nelle opere tarde dell’Imparato,
avvertiti “insolitamente con una dignità pari al soggetto principale, se non pittoricamente
superiore”,884 dovette essere favorito oltre che dal rinnovato studio delle opere del Bril a Roma,
durante il probabile viaggio del 1600, dal contatto con i seguaci del pittore neerlandese attivi nella
capitale del Viceregno, fra questi probabilmente Pietro Mennens e Loys Croys. Per l’Imparato
sono nuove rispetto ai paesaggi dipinti in precedenza la rappresentazione in primo piano di piante
e fiori, quali l’edera (simbolo della Resurrezione) che si arrampica sul gradino dell’altare, e
l’adozione, specialmente nel San Girolamo salentino e nel San Pietro Martire, di imponenti quinte
arboree. È possibile confrontare alcune soluzioni specifiche delle tarde vedute di Girolamo, come
la raffigurazione del grande albero di quercia dal tronco estremamente nervoso [figg. 157, 164,
170], a modelli ad affresco tuttora conservati in ambito napoletano e ritenuti in passato (e in
parte ancora oggi) opera dello stesso Paolo Bril, mi riferisco agli affreschi del pronao di Santa
Maria Regina Coeli [figg. 165, 166] e a quelli del chiostro di Santa Maria delle Grazie a
Caponapoli. Mentre per i primi è stata proposta un’attribuzione a Loys Croys,885 autore nella
stessa chiesa dei perduti lavori della tribuna, per i secondi è stata avanzata l’attribuzione al Bril.886
I paesaggi di Caponapoli, pur mostrando una stretta vicinanza ai modi del pittore neerlandese,
vanno a mio avviso ritenuti opera di un suo seguace, giacché finora non sono state trovate prove
di un soggiorno napoletano del Bril, come indurrebbe a credere una tarda tradizione delle guide
cittadine;887 né la qualità di tali decorazioni giustifica l’ascrizione al maestro fiammingo.
I paesaggi del Bril riscossero un notevole successo a Napoli trovando diversi imitatori, la cui
identità va rintracciata all’interno della colonia di artisti d’oltralpe. Questi divulgatori locali dei
modi brilliani, fra i quali rientra anche il misterioso pittore delle Stimmate di San Francesco nella
chiesa di Regina Coeli,888 dovettero essere molto ammirati dall’Imparato, il quale fino agli ultimi
giorni di vita dipinse sul fondale delle sue pale d’altare vedute fantasiose improntate al medesimo
gusto.
Sale, Milano 2003, pp. 177-196, e in particolare per il dipinto citato pp. 178-181. Non è da escludere anche
un’altra ipotesi: che il ritratto imparatesco fosse stato esemplato sul modello perduto dipinto da Alonso
Sánchez Coello.
884
V. Pugliese, Pittura napoletana in Puglia, cit., p. 208.
885
M. R. Nappi, François De Nomé e Didier Barra, cit., pp. 20-21. In precedenza erano stati ritenuti del Bril,
sulla base di G. A. Galante (Napoli Sacra, cit., p. 52), da studiosi quali R. Causa, Pittura napoletana dal XV al
XIX secolo, cit., p. 51 e D. Bodart, Les peintres des Pays –Bas méridionaux et de la Principauté de Liège a Rome au
XVII siècle, Bruxelles-Rome 1970, I, p. 221.
886
M. R. Nappi, in Painting in Naples 1606-1705. From Caravaggio to Giordano, catalogo della mostra (Londra
1982), a cura di C. Whitfield and J. Martineau, London 1982; ed. it. cons. La pittura napoletana dal
Caravaggio a Luca Girodano, Napoli 1982, p. 293; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 15731606, cit., pp. 99, 106 note 91-95. Su Bril cfr. la bibliografia citata nel capitolo III e F. Cappelletti, Ancora su
Paul Bril intorno al 1600. Qualche osservazione sul paesaggio con storie sacre, la tradizione degli eremiti e un nuovo
committente, in Decorazioni e collezionismo a Roma nel Seicento. Vicende di artisti, committenti, mercanti, a cura di
F. Cappelletti, Roma 2003, pp. 9-20; Eadem, Dal gabinetto di meraviglie al sistema decorativo, passando per il
mercato. I pittori nordici e la pittura di paesaggio a Roma nella prima metà del Seicento, in La pittura di paesaggio in
Italia, a cura di A. Ottani Cavina, Il Seicento a cura di L. Trezzani, Milano 2004, pp. 199-211, 249-251.
887
G. Galante, Guida Sacra, cit. p. 52.
888
Il dipinto di Regina Coeli è ritenuto opera del Bril per il paesaggio e del Muziano per le figure da G. A.
Galante, Guida Sacra, cit., p. 52. L’attribuzione al Bril, estesa all’intera composizione, è stata ripresa anche
in tempi recenti da M. Pasculli Ferrara, Inediti del Santafede per la Chiesa dei Cappuccini di Galatone, in «Studi
di Storia dell’Arte», 2, 1991, p. 342.
157
8. LE OPERE ESTREME: I QUADRI DEGLI ALTAROLI DI SANTA MARIA LA NOVA
E IL MARTIRIO DI SAN PIETRO DA VERONA DELLA CAPPELLA PISANI IN SAN
PIETRO MARTIRE A NAPOLI. QUALCHE ULTERIORE CONSIDERAZIONE SULLA
BOTTEGA
Tra il 1605-1606 Girolamo Imparato potrebbe aver dipinto la Sacra Famiglia [fig. 168] dell’altare
appartenuto ai Vicedomini,889 in Santa Maria la Nova di Napoli, una chiesa con la quale il pittore
sembra aver instaurato una rapporto piuttosto propizio. La pala, già apprezzata da Carlo De Lellis,
al quale sembrò una “bellissima dipintura” di Francesco Curia,890 fu correttamente attribuita
all’Imparato dal De Dominici che così la descrisse: “Il bel quadretto della Beata Vergine seduta in
un paese, che con la destra tiene un libro, al quale ella rivolge gli occhi, nel mentrecché il
Signorino, seduto su le sue ginocchia, si abbraccia con san Giovannino, e san Giuseppe riguarda
nel cielo alcuni graziosi angioletti; ed in questo quadretto, compiacendosene Girolamo, vi pose il
suo nome in un pezzo di colonna, che sta nel suolo”.891
Rimarchevole è la capacità dell’Imparato - riscontrabile in buona parte delle composizioni
precedenti - di elaborare in maniera personale un modello iconografico di lunga tradizione: la
disposizione in diagonale delle figure, concatenate fra loro, lascia spazio ad uno scorcio di
paesaggio sulla destra; dall’alto un vispo angelo biondo a cavalcioni su una nuvola cosparge la
scena di fiori; al lato opposto, altri suoi compagni appena si scorgono nel chiarore luminoso che li
tinge d’oro e d’arancio.
Del dipinto, contrassegnato dall’inconfondibile conformazione a pieghe spigolose dei panneggi,
esiste una copia di non elevata fattura nella parrocchiale di Oliveto Citra (Sa), forse settecentesca,
sintomatica di una qualche fortuna ottenuta dal prototipo partenopeo892.
Nel 1607 l’Imparato dipinse la Madonna col Bambino fra i Santi Filippo e Giacomo [fig. 169]
collocata sull’altare della famiglia Marino,893 sito nella navata della stessa chiesa francescana di
Napoli. La tela, anch’essa apprezzata dal De Dominici (la “Beata Vergine col Bambino in gloria,
con accompagnamento di graziosi angioletti, e nel piano vi son figurati san Filippo e san Giacomo
appostoli inginocchioni, assai ben dipinti; ed in questa tavola è il suo nome su un sassolino nel
mezzo de’ due apostoli”),894 adotta uno schema convenzionale nella disposizione delle figure: i due
santi dai panneggi accartocciati e ingombranti occupano la sezione inferiore, mentre la Vergine
appare nella zona sommitale attorniata da angeli e cherubini. L’Imparato sembra aver recuperato
una serie di soluzioni disegnative ampiamente sperimentate in precedenza: se il modello
baroccesco della Madonna, similissima a quella di San Giuseppe dei Ruffi [fig. 161], è quello
adottato a più riprese nella seconda metà degli anni novanta, il san Giacomo dagli occhi lucidi
riprende a distanza di un quindicennio la tipologia del santo pellegrino del polittico di Cagliari
[fig. 94]. Il gesto benedicente dell’apostolo rinvia alle mani fiammeggianti del San Girolamo di
Prato [fig. 69] e del san Severino della Madonna di Loreto [fig. 119]. I due santi reggono libri dalle
spesse copertine in cartapecora, indagati con un’attenzione naturalistica ancora afferente al suo
giovanile bagaglio fiammingo; last but not least la vivida cromia che riesplode specialmente nelle
889
Sui Vicedomini, nobili di Tramonti (Sa), cfr. M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e
Ducato di Amalfi, Salerno 1881, II, p. 45. Il patronato dell’altare è ricordato dall’iscrizione che corre sotto la
mensa in cui si legge: QUOD/ VETUSTAE VICEDOMINORUM FAMILIAE/ ANNO MDLVII CONCESSUM/ INIURA
INDE TEMPORUM ABOLITUM/ FRANCISCUS VICEDOMINI JURISCONSULTUS/ EX NOBILI ANDREA/ DE PRIMIS
CONDOMINIS UNO/ EQUESTRI PLACENTINA PROGENIE ORTIS/ SACELLUM/ HOC ALTERUM/ FAMILIA IPSI/
SIBI/ SUISQUE PERPETUO/ INDICAVIT/ A. R. S. MDCCLXXXIX III ID./ TAB. ANTONINI GENZANO. L’iscrizione è
trascritta da G. Rocco, Il convento e la chiesa di S. Maria la Nova di Napoli, cit., pp. 206-207.
890
C. De Lellis, Aggiunte alla Napoli Sacra, cit., IV, c. 28r.
891
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 848..
892
La tela è citata pure da I. di Majo, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 848 nota 12.
893
Ancora una volta la proprietà dell’altare è tramandata da un’iscrizione: DOM/ SIBI ET CLAUDIAE PULPAE
UXORI/ CONCORDISSIMAE POSTERISQUE/ PHILIPPUS MARINUS SUI SUORUMQUE/ MEMORIAE MONUMENTUM
POSUIT/ ANNO SANCTISSIMI IUBILEI/ MDC.
894
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., pp. 847-848.
158
vesti delle figure. Saldo appare il radicamento di Girolamo ad alcuni degli aspetti più
caratterizzanti del suo eloquio definitosi nel corso dell’ultimo decennio del Cinquecento.
Negli stessi giorni in cui lavorava alla pala di Santa Maria la Nova l’Imparato dipinse anche il
magnifico Martirio di San Pietro da Verona [fig. 170], commissionatogli per la cappella di famiglia
nella chiesa domenicana di San Pietro Martire di Napoli dai Pisano, con i quali era entrato in
relazione sin dai tempi del Battesimo di Massalubrense (1592) [fig. 75]895. Il 9 giugno del 1607
l’artista riceveva l’ultimo pagamento per questa tavola, assegnata dal De Lellis e poi ancora dal
Celano a Fabrizio Santafede.896 Viceversa, il De Dominici ne faceva un dipinto cardine della
produzione del suo Francesco Imparato, spendendo parole di elogio sulla composizione che
sarebbe stata studiata, a suo dire, dal giovane Battistello Caracciolo “della qual opera soleva
sempre dire che l’aveva più insegnato questo sol quadro, che molti altri da lui copiati per
vantaggiarsi nell’arte. E veramente quest’opera è degna di somma laude, poiché d’essa si vede
egregiamente il gran Tiziano imitato in quella maraviglia che dipinse in Venezia dello stesso santo,
e che oggi con istupore di ognuno si ammira nella celebre chiesa di San Giovanni e Paolo”.897 Il
biografo non erra nell’individuare l’origine della “furia” e del “moto delle figure”898 nella
grandiosa pala veneziana, conservata fino all’incendio del 1867 nella chiesa di San Zanipolo,899 e
che forse l’Imparato (e lo stesso De Dominici) conosceva attraverso le stampe di Martino Rota e di
Giovan Battista Fontana.900
Similmente alla Circoncisione del Banco di Napoli [fig. 159] e al Compianto di Gallipoli [fig. 156], la
pala di San Pietro Martire mostra l’attitudine dell’artista alla caratterizzazione cupa e tenebrosa dei
personaggi, in special modo dei due terribili scherani. Pur ricordandosi della celebre invenzione
tizianesca, Girolamo reiventò la scena del martirio, connotandola in chiave estrosa: due feroci
briganti delle campagne regnicole, ricoperti da bizzarri cappellacci, assalgono il mite frate
domenicano mettendo in fuga il compagno (fra Domenico) che cerca rifugio nella folta boscaglia;
sullo stesso sentiero un bifolco ancora ignaro (ma pronto all’omertà), partito di buon ora dal
casale ancora sonnacchioso sullo sfondo, si dirige verso il suo podere. In alto lo stesso angelo della
895
Non è nota la collocazione della cappella dei Pisano. L’attuale sistemazione della tavola, sull’altare del
cappellone appartenuto ai de Gennaro, nobili del seggio di Porto, risale ad un fase inoltrata del Seicento
(1660 ca.), come testimonia C. De Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra, cit., III, cc. 300r, 301v. I de Gennaro
ottennero il possesso del cappellone nel 1632, dopo la demolizione della cappella a loro appartenuta, sita
nei pressi dell’ingresso. La realizzazione del ricco altare marmoreo cominciò subito dopo, e, però, a distanza
di 30 anni i lavori non erano ancora finiti. Per tale ragione, i monaci, citati in giudizio i proprietari, e
ottenuto decreto favorevole, provvidero al completamento dell’ornamentazione e sostituirono il quadro di
San Gennaro, di proprietà dei de Gennaro, col Martirio di San Pietro da Verona, qui trasferito “per essere
luoco più decente per essere il titolo della chiesa” (C. De Lellis, Aggiunte, cit., c. 300r). Per le complesse
vicende accennate, un resoconto più articolato, fondato sulla discussione di documenti seicenteschi, si trova
in G. Cosenza, La chiesa e il convento di San Pietro Martire, in «Napoli Nobilissima», IX, fasc. IV, p. 59, che
parla anche di una ridipintura effettuata da Carlo Mercurio alla tavola centrale, creduta del Santafede. Il
pittore aversano eseguì le quattro tele (laterali e superiori) che ornano l’altare.
896
G. D’Addosio, Documenti inediti, cit., 1919, p. 394. Ricordato come opera del Santafede a partire dal De
Lellis, Aggiunte alla Napoli Sacra, cit., III, c. 301v. (cfr. il n. 53 del Repertorio delle opere autografe).
897
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 967. Il riferimento a Francesco Imparato fu ripreso da O.
Giannone, Giunte sulle vite, cit., pp. 54-55 e buona parte degli autori successivi. La restituzione a Girolamo
si deve a G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., pp. 878, 879, 904 note 49 e 57 e a M.
Rotili, L’arte del Cinquecento, cit., p. 145 (cfr. il n. 53 del Repertorio delle opere autografe).
898
B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 711. Sulla dipendenza del dipinto imparatesco dal modello di
Tiziano cfr. A. Bisceglia, in B. De Dominici, Vite de’ pittori, cit., p. 711 nota 40.
899
Il celebre dipinto fu realizzato dal Vecellio tra il 1528 e il 1530 per la cappella della confraternita di San
Pietro Martire sita nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Durante l’occupazione francese della laguna la
pala fu portata a Parigi; restituita al luogo di appartenenza fu distrutta dall’incendio del 16 agosto 1867.
Cfr. R. Pallucchini, Tiziano, Firenze 1969, I, p. 338-339, II, figg. 587, 592; F. Valcanover, L’opera completa di
Tiziano, Milano 1969, p. 106.
900
Per queste incisioni cfr. S. Prosperi Valenti Rodinò, in Immagini da Tiziano. Stampe dal sec. XVI al sec. XIX
dalle collezioni del Gabinetto Nazionale delle Stampe, catalogo della mostra (Roma 1976-1977) a cura di M.
Catelli Isola, Roma 1976, pp. 39-40, 48, 53.
159
Sacra Famiglia Vicedomini [fig. 168], recando la palma coronata, compie l’ultimo volo nei cieli
imparateschi.
Difatti di lì a poco Girolamo sarebbe morto, e i procuratori del Monte di Pietà, dopo che il
pittore, sollecitato chissà quante volte, aveva finalmente messo mano alla Resurrezione della loro
cappella nel luglio del 1607,901 alla fine di agosto dovettero affidarne il completamento a Fabrizio
Santafede.902 Quest’ultimo utilizzò la stessa tela cominciata dall’Imparato in quanto, come ha
acutamente osservato Stefano Causa, fra il baluginio delle luci neovenete del Santafede i tre
cherubini posti al di sotto del Cristo [fig. 171] conservano un aspetto manifestamente
imparatesco.903
L’anno dopo la vedova del maestro, Virginia de Ligorio, alla presenza del notaio di famiglia
Orazio Sabatino cedeva un’impresa anch’essa incompiuta, “li standardi, fiammette, gagliardetti et
tutti loro fornimenti di galere”, a Marco Mele,904 uno degli allievi più importanti e di maggior
fiducia del Santafede. La circostanza conferma, a mio avviso, lo stretto legame tra l’Imparato e il
suo celebre e stimato collega napoletano, “huomo di molto valore, e che tiene nella pittura pochi
pari”.905 Evidentemente la bottega di Girolamo risultava priva di pittori in grado di attendere ad
un lavoro così rilevante; difatti i più validi artisti che si erano formati nel suo atelier avevano già da
tempo una bottega in proprio. Mi riferisco soprattutto a Giovann’Antonio D’Amato, genero
dell’Imparato, che nel corso dei primi anni del nuovo secolo dipinse opere talmente imparatesche
che si direbbero eseguite su disegni del maestro: penso ad esempio alla Visione di San Romualdo
della chiesa dei Camaldoli di Napoli [fig. 172] e alla Madonna col Bambino e un donatore di Regina
Coeli.906
Ancora nel pieno degli anni venti del Seicento dalla sua stretta cerchia usciva una replica della
Visione di sant’Ignazio a la Storta [fig. 173] che Girolamo aveva realizzato per i padri gesuiti di
Napoli [fig. 164], destinata all’altare della cappella del Loyola nel Gesù di Nola. Questa tela,
ritenuta da tutta la critica a partire dal Previtali opera dell’Imparato,907 è invece un lavoro in cui è
dato scorgere alcuni elementi affini al linguaggio di Giovann’Antonio, come ad esempio le
ombreggiature che si addensano sui volti delle figure. La datazione agli anni venti sembra essere
confermata dalla notizia documentaria, pubblicata dal Bösel, sulla costruzione della cappella
avvenuta dopo il 1621.908 E, infatti, Ignazio di Loyola appare identificato dall’aureola - assente
nella Visione a la Storta del Gesù di Napoli -, segno evidente dell’avvenuta canonizzazione, risalente
al 1622.
Allo stato delle conoscenze più difficile è precisare il rapporto fra l’Imparato e Carlo Sellitto che,
lo si è già anticipato, nel 1595 riceveva pagamenti dal maestro per una Madonna richiesta dal
901
Il 6 luglio 1607 riceveva il secondo pagamento di 25 ducati. Cfr. Regesto documentario, doc. n. 93.
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 94.
903
S. Causa, Battistello Caracciolo, cit., pp. 14-15, 127 nota 52.
904
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 96. Su Marco Mele vedi P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a
Napoli. 1573-1606, cit., pp. 250, 257 nota 24 con bibliografia precedente.
905
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 94.
906
P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 159, 176 nota 73.
907
G. Previtali, La pittura napoletana dalla venuta di Vasari, cit., p. 905 nota 60; Idem, La pittura del
Cinquecento a Napoli, cit., p. 142 nota 57; P. Leone de Castris, in Il Patrimonio artistico del Banco di Napoli,
cit., p. 12; Idem, in La quadreria dei Gerolamini, cit., p. 154; Idem, La pittura del Cinquecento nell’Italia
meridionale, cit., p. 514 nota 31, 742; Idem, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 11, 149, 171
nota 42; S. Falabella, ad vocem Imparato, cit..
908
R. Bösel, Jesuitenarchitektur in Italien, cit., p. 475, doc. 8. Si tratta della lettera del P. Generale Muzio
Vitelleschi al Padre Provinciale (ARSI, Neap. 13, f. 55v) in cui si legge “La Città di Nola non mi ha sin’hora
scritto della Cappella che pensa di fare in Chiesa nostra in honore del Nostro Beato Padre Ignatio, né io
haverò difficoltà a concederla”; riportata anche da P. Iappelli, La chiesa del Gesù di Nola, cit., p. 126. La
cappella fu realizzata nei primi anni venti del Seicento, dal momento che nel 1627 la Magistratura cittadina
di Nola stipulava con i padri gesuiti una convenzione con la quale si stabiliva che la cappella di Sant’Ignazio
doveva essere pubblica; entrambe le parti si impegnavano ad abbellirla e a consevarla con decoro, a rivestirla
di marmi e a far realizzare una statua da collocare in una nicchia; si assumevano inoltre l’onere dell’acquisto
annuo di ceri da far ardere davanti l’immagine. Cfr. P. Manzi, La chiesa del Gesù, cit. p. 196; P. Iappelli, La
chiesa del Gesù, cit., pp. 49-50).
902
160
vescovo di Ariano.909 Nella Madonna degli Angeli di Lauria910 [fig. 174], l’opera più antica del
Sellitto finora identificata, sembrerebbero emergere ricordi imparateschi: il carattere baroccesco
dei due santi in basso, in particolare del san Francesco d’Assisi - probabilmente ancora memore
del medesimo santo dipinto dall’Imparato nella pala de Gallis allo Spirito Santo [fig. 121] -, e
soprattutto la tipologia dei cherubini col diadema, o ancora di quelli evanescenti intrisi del
chiarore luminoso della gloria; persino il paesaggio si avvicina a quello dipinto da Girolamo
nell’Assunta di Santa Maria la Nova [figg. 137, 139]. Per il resto la tela lucana, anche nell’uso delle
luci, appare profondamente pervasa da una cultura pittorica riformata prossima al Santafede.
Infine, nella “corolla pulviscolale” della Madonna delle Grazie e il committente di San Luigi Gonzaga
ad Aliano [fig. 175] compaiono vagamente delineate teste di cherubini che “ricalcano tipologie di
repertorio tipiche delle opere della maturità dell’Imparato, nel primo lustro del Seicento”.911
Potrebbero essere queste soluzioni, assieme a quanto suggerito dai documenti del 1595 e
all’adozione di uno stilema quale le “pieghe sfaccettate con gli spigoli taglienti... evidente portato
dell’Imparato”, notato nelle due tele raffiguranti storie petriane della cappella Controne in Santa
Maria di Monteoliveto a Napoli,912 sintomi di una giovanile, assidua frequentazione della bottega
imparatesca? Forse è ancora presto dare una risposta, e tuttavia l’ipotesi di un discepolato del
futuro pittore naturalista presso l’Imparato appare più persuasiva di quella congetturata da Ulisse
Prota Giurleo, che lo diceva allievo dello sfuggente Loys Croys, forse perché ne aveva sposato la
figlia Claudia.913
La morte improvvisa sopraggiunta nell’estate del 1607 privava Napoli di uno dei suoi più brillanti
artisti tardo-cinquecenteschi. Intanto, sin dagli ultimi mesi del 1606 Michelangelo Merisi da
Caravaggio andava “questionando” (F. Susinno) nella capitale vicereale di un modo radicalmente
dissimile di dipingere una pala d’altare: a lui interessava riportare gli episodi religiosi alla loro
“realtà esistenziale” (F. Bologna). Ma queste novità, espresse con un linguaggio pittorico quanto
mai travolgente, se avevano potuto suggestionare tempestivamente giovani locali quali Battistello
Caracciolo e lo stesso Sellitto, dovettero risultare incomprensibili e apparire come proposte
‘sconvenienti’ ai più vecchi Teodoro d’Errico, ancora attivo nelle terre del Viceregno, al Curia
(scomparso nel 1608) e all’Imparato che fino all’ultimo, come certifica il suo splendido San Pietro
da Verona, continuò a professare il suo credo [fig. 170] in un mondo immaginoso, popolato da
angeli in gloria e da santi in estasi, stagliati sullo sfondo di paesaggi fiamminghi; invero una
‘maniera’ di intendere il tema religioso troppo distante dalla modernità che già scaturiva
dall’“esperienza delle cose naturali”.
909
Cfr. Capitolo IV, paragrafo 5 e Regesto documentario, docc. nn. 50-51.
Visibile latente. Il patrimonio artistico dell’antica diocesi di Policastro, catalogo della mostra (Policastro 2004), a
cura di F. Abbate, Roma 2004, pp. 21-22, 84-87.
911
S. Causa, Il giovane Sellitto, cit., p. 160. Sul dipinto di Aliano cfr. anche A. Grelle Iusco, in Arte in
Basilicata. Rinvenimenti e restauri, catalogo della mostra (Matera 1981), a cura di A. Grelle Iusco, Matera
1981, p. 205 e F. Bologna, Battistello e gli altri, cit., p. 34.
912
F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il secolo d’oro, Roma 2002, p. 25. Sulle due tele di
Monteoliveto cfr. anche Mostra didattica di Carlo Sellitto primo caravaggesco napoletano, catalogo della mostra
(Napoli 1977), a cura di F. Bologna e R. Causa, Napoli 1977, pp. 63-67.
913
U. Prota Giurleo, Pittori montemurresi del 600, Montemurro 1952, pp. 19-21. Lo studioso, come ha
rilevato anche M. R. Nappi (François de Nomé, cit., p. 22), non cita le fonti documentarie di cui si servì per la
descrizione della bottega del Croys. Sellitto dovette frequentare anche l’atelier del carrarese Giovan Antonio
Ardito (sul quale rinvio, per le novità documentarie che ne attestano l’origine toscana, a S. De Mieri,
Adorazione dei Magi di Fabrizio Santafede. Chiesa di Santa Maria della Misericordia. Bellante, in Documenti
dell’Abruzzo Teramano, VII, in corso di stampa), come vorrebbe un documento questa volta citato dal Prota
Giurleo (Pittori montemurresi, cit., pp. 19, 25).
910
161
∗
REPERTORIO DELLE OPERE
OPERE AUTOGRAFE
1. PIETÀ
Termini (Massalubrense), chiesa di Santa Croce
Olio su rame, cm. 130 x 101
Datazione: 1575 ca.
Bibliografia: R. Filangieri 1910, p. 437 (M. Stanzione ?).
2. PIETÀ CON I SANTI NICOLA ED EUSEBIO
Napoli, Depositi di Santa Maria Incoronata del Buonconsiglio a Capodimonte
Provenienza: Napoli, chiesa esterna di Santa Patrizia
Olio su tavola, cm. 208 x 168
Iscrizioni: sulle mitrie dei due santi vescovi: S. EUSEBIUS; S. NICOLAUS
Datazione: 1575-77ca.
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, I, p. 42 (anonimo); L. Catalani 1845, p. 152 (Giovan Filippo
Criscuolo); G. A. Galante 1872, p. 50; Leone de Castris in Galante ed. 1985, p. 62 nota 84
(Girolamo Imparato); Idem 1988, p. 498; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 21; Idem 1994, p. 226;
F. Abbate 2001, p. 217 (anonimo); S. Falabella 2004, p. 284 (G. I).
3. MADONNA COL BAMBINO E I SANTI PATRIZIA, ANDREA E MADDALENA,
Napoli, Depositi di Santa Maria Incoronata del Buonconsiglio a Capodimonte
Provenienza: Napoli, chiesa esterna di Santa Patrizia
Olio su tavola, cm. 208 x 149
Datazione: 1577-80 ca.
∗
La successione dei dipinti segue un ordine cronologico. Nella bibliografia che correda le
schede il nome dell’artista cui viene assegnata l’opera è riportato la prima volta per esteso, poi
con le sole iniziali. Quando la voce bibliografica non è seguita da alcun riferimento
all’attribuzione si intende che l’autore segue il precedente.
162
Bibliografia: L. Catalani 1845-53, I, p. 151 (Giovan Filippo Criscuolo ?); G. A. Galante 1872, p.
50; P. Leone de Castris in Galante ed. 1985, p. 62 nota 84 (Girolamo Imparato); Idem 1988, p.
498; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 21; Idem 1994, p. 226; F. Abbate 2001, p. 217 (anonimo); S.
Falabella 2004, p. 284 (G. I.).
4. Immacolata con quattro santi
Ercolano, chiesa di Santa Caterina d’Alessandria
Olio su tavola
Datazione: 1578-79 ca.
5. IMMACOLATA
MMACOLATA COL BAMBINO E I SANTI GIOVANNI BATTISTA E GIOVANNI EVANGELISTA
Napoli, cappella di Castel Sant’Elmo
Provenienza: Napoli, chiesa di Santa Maria della Sapienza
Olio su tavola, cm. 210 x 150 ca.
Iscrizioni: nei cartigli che fiancheggiano la Vergine: ELETTA UT SOL; PULCRA UT LUNA;
nel cartiglio retto dal Battista: E(CCE) A(GNUS) D(EI);
sulla cornice: TOTA PULCHRA ES AMICA MEA E(T) MACULA ORIGINALIS NON EST IN TE;
nelle tabelle laterali: CIVITAS DEI; QUASI CEDRUS; SPECULUM SINE MACULA; FONS HORTORUM; TURRIS
DAVID; PORTA CAELI; PUTEUS AQUARUM; PLANTATIO ROSE; LILIUM INTER SPINAS; ORTUS CONCLUSUS
Datazione: 1580-82 ca.
Bibliografia: C. Celano 1692 (Giovan Bernardo Lama), II, p. 679; G. Sigismondo 1788-89, I, p.
168; L. D’Afflitto 1834, I, p. 67; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845, I, p. 396; L. Catalani
1845-53 (scuola del Santafede), II, p. 6; G. A. Galante 1872, p. 58; A. Colombo 1901-02 (G. B.
L.), p. 68; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60 (Girolamo Imparato); Idem 1978, p. 144 nota 68; P.
Leone de Castris 1988, p. 498; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 15; R. R. Ruotolo in Napoli Sacra
1993-97, III, p. 185; P. Leone de Castris 1994, p. 226; Arte rubata 1999, fig. 310; M. R.
Cagliostro in Sacre Visioni 1999, p. 86; C. Galleri 2000, p. 13.
6. REDENTORE
Napoli, chiesa dell’Arciconfraternita dei Bianchi allo Spirito Santo
Olio su tavola, cm. 200 ca. x 160
163
Iscrizioni: IN OMNIBUS GRA/TIAS AGITE/ ESA V; POSTULET IN FIDE/ NIHIL HESITAS/ IAC I; CONFITEBOR
TIBI/ DIRECTIONE CORDIS/ PS CXVIII; ORABO SPIRITU/ ORABO ET MENTE/ COR XIII; ORATIO HUMILIANTIS/
SE NUBES PENETRABIT/ ECCL. XXXV; IN MEDITATIONE MEA/ EXARDESCET IGNIS/ PS. XXXIX; ANTE
ORATIONEM/ PRAEPARA ANIMAM TUAM/ ECCL.
XVIII; QUI LEGIT IN/TELLIGAT/ MARC. XIII; MEDITABOR UT/
COLUMBA/ ESA XXXVIII; SICUT PULLUS HIRUNDINIS/ SIC CLAMABO/ ESA XXXVIII
Datazione: 1581-82 ca.
Bibliografia: G. F. Araldo 1595-96 in Divenuto 1998, pp. 217-218 (anonimo); A. Zezza 1991, p.
18 (Giovan Bernardo Lama); P. D’Alconzo, in La Real Compagnia, p. 94.
7. MADONNA
ADONNA DELLE GRAZIE FRA I SANTI SEBASTIANO E GIUSEPPE
Napoli, Palazzo Arcivescovile
Provenienza: Napoli, chiesa di Santa Maria della Sapienza
Olio su tavola, cm. 213 x 151.
Datazione: 1582-83 ca.
Bibliografia: L. Catalani 1845-53 (scuola del Lama), II, p. 6; G. A. Galante 1872, p. 58; G.
Previtali 1972 (Girolamo Imparato), p. 905 nota 60; Idem, 1978 p. 144 nota 68; P. Leone de
Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Opere d’arte 1985, p. 26; P. Leone de Castris 1986, p. 154;
Idem 1988, pp. 498, 741; Idem, in Opere d’arte 1990, p. 52; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 16;
R. Ruotolo in Napoli Sacra 1993-97, III, p. 185; P. Leone de Castris 1994, p. 226; M. A. Pavone
2001, pp. 53-54; S. Falabella 2004, p. 284.
8. MADONNA D’OGNISSANTI
Napoli, chiesa dell’Arciconfraternita dei Bianchi allo Spirito Santo
Olio su tavola, cm. 200 x 160
Datazione: 1582-85 ca.
Iscrizioni: MULIER AMIC(TA)/ SOLE, ET LUNA/ SUB PEDIBUS EIUS/ AP, XIII; ASTITIT REGINA/ A’ DEXTRIS
TUIS PS/ XXXXIIII
Bibliografia: G. F. Araldo 1595-96 in Divenuto 1998, pp. 217-218 (anonimo); L. Catalani 184553 (Andrea Sabatini), II, p. 40; G. A. Galante 1872, p. 222; P. Leone de Castris in Il Patrimonio
1984 (Girolamo Imparato), p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 498, 741; Idem in Opere
164
d’arte 1990, p. 52; Idem 1991 pp. 142, 148, 170 nota 20; R. Gervasio 1993, pp. 222-225; P.
Leone de Castris 1994, p. 226; F. Petrelli in Napoli Sacra 1993-97, X, p. 638; F. Abbate 2001
(G. I. ?) p. 217; S. Falabella 2004, p. 284 (G. I.); P. D’Alconzo in La Real Compagnia 2004, p.
88.
9. CIRCONCISIONE
Nola, chiesa del Gesù
Olio su tavola, cm. 260 x 340
Datazione: 1584 ca. -87
Bibliografia: G. S. Remondini 1744-57, II, p. 602 (anonimo); G. Previtali 1972 (Girolamo
Imparato), pp. 878, 904 nota 51; Idem 1978, pp. 80 nota 12, 112-113; M. P. Di Dario Guida
1976, p. 123; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; N. Barbone
Pugliese 1987, pp. 60-61, 69 note 22-28; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 741; Idem 1991,
pp. 23, 30 nota 33, 148; F. Iappelli 1992, p. 24 (Marco Pino); P. Leone de Castris 1994, p. 226
(G. I.); Idem 1996, p. 210; P. Iappelli 2001, p. 48 (M. P.); A. Zezza 2003, pp. 256 nota 53, 274,
314 (G. I.); S. Falabella 2004, p. 284.
10.
10. STORIE DI SAN BENEDETTO, ANNUNCIAZIONE DELLA MOR
MORTE
ORTE DELLA VERGINE, STORIE DEI SANTI
GIULIANA E MASSIMO, STORIE DEL BATTISTA
Napoli, soffitto della chiesa di Santa Maria Donnaromita
A) MIRACOLO DEL VAGLIO ROTTO
B) SAN BENEDETTO FRA I ROVI
C) ANNUNCIAZIONE DELLA MORTE DELLA VERGINE
E) SANTA GIULIANA TENTATA DAL DEMONIO
F) SOGNO DI SANTA GIULIANA
G) SAN MASSIMO NELLA FORNACE
H) SAN GIOVANNI BATTISTA IN MEDITAZIONE
I) INCONTRO TRA SAN GIOVANNI E CRISTO
Olio su tavola, cm 100 x 100 ca.
Datazione: 1587-89
Bibliografia: C. Celano 1692 (Dirk Hendricksz, intero soffitto), II, p. 908; D A. Parrino 1700, p.
204; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 52; L. D’Afflitto 1834, I, p. 146; S. D’Aloe, in Napoli e i luoghi
celebri 1845, I, p. 314; G. B. Chiarini 1857-60, II, pp. 1108-1109; G. A. Galante 1872, p. 139; W.
Rolfs 1910, p. 246; G. Molinaro 1928, pp. 5-8; G. Previtali 1972 pp. 878, 904 nota 53 (Girolamo
165
Imparato per gli scomparti minori); Idem 1975, pp. 28, 33 (D. H. per gli angeli); M. R. Pessolano
1975, pp. 68-69 nota 59; M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 124-125; G. Previtali 1978, p. 143 nota
62; P. Leone de Castris 1984, p. 23 nota 35; Idem in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p.
154; C. Vargas 1986, pp. 76-77; Eadem 1988, p. 120; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 742;
Idem 1989-90, p. 127; S. Papaldo 1989-90 p. 136; P. Leone de Castris in Opere d’arte 1990, p.
52; G. Previtali 1991, pp. 17-18; P. Leone de Castris 1991 pp. 142, 148, 170 nota 12, 332; E.
Nappi 1992, p. 80; P. Leone de Castris 1994, p. 226; R. Ruotolo in Napoli Sacra 1993-97, VI, p.
328; M. Calì 2000, II, p. 620; F. Abbate 2001, p. 217; C. Vargas 2002, p. 16; I. di Majo in B. De
Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 841, 851 nota 20; S. Falabella 2004, p. 284; S. De Mieri
2004, p. 173 nota 27; P. Leone de Castris 2005, p. 169.
11. ANNUNCIAZIONE
Napoli, chiesa della Nunziatella
Olio su tela, cm. 400 x 175 ca.
Datazione: 1587-89 ca.
Bibliografia: E. Pistolesi 1845, p. 190 (anonimo); P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984
(Girolamo Imparato), p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 498, 741; Idem in Opere d’arte
1990 p. 52; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 17; Idem 1994, p. 226; P. Di Maggio in Napoli Sacra
1996, XII, pp. 717-718; F. Abbate 2001, p. 217.
12. SAN GIOVANNI IN PATMOS
Napoli, Depositi di Santa Maria Incoronata del Buonconsiglio a Capodimonte
Provenienza: Napoli, casa della Serva di Dio
Olio su rame, cm. 36 x 30
Datazione: 1587-90 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris 1991, pp. 142, 170 nota 18.
13. Natività
Minneapolis, Minneapolis Institut of Art
Olio su tavola, cm 140, 65 x 101, 60
Datazione: 1588 ca.
166
Bibliografia: P. Leone de Castris 1991, p. 171 nota 29; Idem 1993, p. 86.
14. ANNUNCIAZIONE
Castiglione Cosentino, chiesa dei Santi Niccolò e Celso (o santa Maria dell’Olmo)
Olio su tavola, cm. 180 x 125
Iscrizioni: HIERONIMUS IMPERATO PICTOR FACIEBAT 1591
Datazione: 1588-91
Bibliografia: M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 123-124; G. Previtali 1978, p. 141 nota 56; P.
Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1988, pp. 498, 741; Idem in Opere d’arte
1990, p. 52; I. Maietta in Recuperi 1990, p. 67; P. Leone de Castris 1991, p. 148, 170 note 6,
25, 332; Idem 1993, p. 86; Idem 1994, p. 226; P. D’Agostino 1997-98, p. 153; Castiglione 1998,
p. 25; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 841, 849 nota 16; S. Falabella
2004, p. 285.
15. ULTIMA CENA
Napoli, casa delle Ancelle del Sacro Cuore
Provenienza: Napoli, refettorio del monastero della Sapienza
Olio su tavola, cm. 310 x 480
Iscrizioni: 1591
Datazione: 1587-91
Bibliografia: A. Colombo 1901-02, XI, p. 71 (anonimo).
16. SAN GIROLAMO
Prato, Galleria di Palazzo degli Alberti
Olio su tavola, cm. 143 x 84
Datazione: 1590-92 ca.
Bibliografia: G. Marchini 1981 (anonimo), p. 26; P. Leone de Castris 1991, pp. 142, 170 nota 19
(Girolamo Imparato).
167
17. MADONNA COL BAMBINO E SANTI
Terni, Collezione privata
Olio su tavola
Datazione: 1590-1594 ca.
Bibliografia: M. A. Pavone 2002, pp. 53-54.
18. BATTESIMO DI CRISTO
Massalubrense, ex cattedrale di Santa Maria delle Grazie
Olio su tavola, cm. 223 x 144
Iscrizioni: D(OMINUS) M(ATTIA) P(ISANI) F(IERI) F(ECIT) 1592;
sul cartiglio del Battista: ECCE AGNUS DEI
Datazione: 1590 ca. - 92
Bibliografia: G. B. Pacichelli, 1702-1703, I, p. 112; R. Filangieri di Candida, 1910, p. 409; P.
Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; C. Vargas, 1986, pp. 73-79;
P. Leone de Castris 1988, pp. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 148, 171 nota 35, 332; Idem
1994, p. 226; S. Falabella 2004, p. 285.
19. DISPUTA DI GESÙ AL TEMPIO
La Vid (Burgos), chiesa di Santa Maria
Olio su tela, cm. 280 x 195
Iscrizioni: HIERNIM(US) IMPE/ RATUS NEAP(OLITANUS) FACIEBAT
Datazione: 1591-92
Bibliografia: J. Loperraez Corvalan 1788, p. 195; J. Álvarez 1866, p. 48; T. López 1879; R.
Amador de los Rios 1888, pp. 972-975; N. Acero y Abad 1901, pp. 349-350; J. Martí y Monsó
1901, p. 317; G. Ceci 1924, p. 582; A. E. Pérez Sánchez 1965, pp. 231, 448.; F. Rojo 1966, p.
21; G. Previtali 1972, pp. 876-877, 904 nota 47; Dizionario Enciclopedico 1974, p. 26; G.
Previtali 1978, pp. 110-111; P. Redondo y L. Ollero 1979, pp. 56-57; G. Previtali 1980, pp. 216217; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; V. Pugliese 1984, p. 532 nota 54; A.
Pérez Sánchez 1985, p. 47; P. Leone de Castris 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 498, 741; I.
Cadiñanos Bardeci 1988, p. 31; C. Restaino 1989-90, p. 97; P. Leone de Castris in Opere d’arte
168
1990, p. 52; Idem 1991, pp. 92, 104, 112, 141, 142, 148, 170 nota 26, 171, 250, 257, 262, 280;
Idem 1994, p. 226; M. T. López De Guereño Sanz, 1997, I, p. 241; I. di Majo in B. De Dominici
1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; S. Falabella 2004, p. 285.
20.
20. POLITTICO DI SANT’ANNA E I SANTI PIETRO, ALBERTO CARMELITANO, FRANCESCO D’ASSISI,
GIACOMO, e nella predella PIETÀ E I SANTI ANTIOCO, ROCCO, COSMA, DAMIANO, SEBASTIANO, SANTO
PAPA
Cagliari, chiesa del Carmine
Olio su tavola, Sant’Anna metterza cm. 160 x 59,5; San Giacomo cm. 125 x 48; Sant’Alberto
125 x 48; San Francesco cm. 127 x 45; San Pietro cm. 125 x 48; predella cm. 280 x 47,5
Datazione: 1593
Iscrizioni: HIERONIMUS IM/PERATUS NEAPO/ LITANUS FACIEBAT/1593
Bibliografia: G. Spano 1861, pp. 164-166; Idem 1870, pp. 16-17; Guida 1872, p. 106; G.
Goddard King 1923, p. 174, e tav. XLI; C. Aru 1924, p. 223; G. Ceci 1924, p. 582; R. Tucci
1924, p. 376; A. Venturi 1932, p. 742 nota 2; M. Pintor 1941, pp. 7-8; Cronaca dei ritrovamenti
1942, p. 46; J. Arce 1960, pp. 111, 336; C. Maltese 1962, pp. 28, 212; R. Serra, 1966-67, pp.
424-426; C. Maltese, R. Serra, 1969, pp. 326, 334; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60; Dizionario
Enciclopedico 1974, p. 261; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 125; G. Previtali 1978, p. 141 nota
57; R. Serra 1980, p. 38; Eadem 1982, p. 90; P. Leone de Castris, in Il patrimonio 1984, p. 12;
Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514, nota 31, 742; D. Pescarmona 1988, p. 533; R. Serra
1990, pp. 255-256; P. Leone de Castris 1991, pp. 148, 171 nota 28, 332; M. G. Scano 1991, pp.
15, 17, 23-24; L. Siddi 1992, I, p. 108; A. Sari 1993, p. 75; M. G. Scano 1993, II, p. 127; P.
Leone de Castris 1994, p. 226; L. Spanu 1999, pp. 46, 236; C. Galleri 2000, pp. 17, 32 nota 35;
I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; S. Falabella 2004, p. 285; G. Zanzu
2004.
21. ANNUNCIAZIONE
Nola, chiesa dell’Annunziata
Olio su tavola, cm 340 x 200
Datazione: 1593-96 ca.
Bibliografia: G. Remondini 1757, I, p. 228 (anonimo); G. Previtali 1972, p. 904 nota 52
(Girolamo Imparato); Idem 1975, p. 33; Idem 1978, p. 143 nota 61; F. Abbate 1979, p. 357; P.
Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514 nota 31,
169
741; Idem 1991, pp. 148, 170 nota 27;. L. Avella 1997 (Giovan Filippo Criscuolo, p. 662); F.
Abbate 2001, p. 217 (G. I.).
22. DEPOSIZIONE
Napoli, collezione privata
Vedi neg. A. F. S. B. A. S. NA. 57888
Datazione: 1594-95 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris 1988, p. 514 nota 31; Idem 1991, pp. 142, 170 nota 18.
23. DEPOSIZIONE
Napoli, chiesa dei Santi Severino e Sossio
Olio su tavola, cm. 320 x 210
Datazione: 1595
Bibliografia: C. Celano 1692 (Andrea Sabbatini), II, p. 921; D. A. Parrino 1700, p. 214; B. De
Dominici 1742-1745 (Mariangela Criscuolo), p. 1838; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 75; L.
D’Afflitto 1834, I, p. 223 (A. S.); S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845, I, p. 236; S.
Volpicella 1845-50, II, p. 577; A. De Lauzieres, R. D’Ambra 1855-57, II, p. 1071; G. B. Chiarini
1856-60, II, 1142; Inventario dei monumenti 1872 (M. C.), ff. 24v-25r; S. Volpicella 1876, pp.
185 (A. S.); G. A. Galante 1872, p. 135; T. Dalbono 1876, p. 202 (Marco Pino); G. Molinaro
1930, p. 7 (A. S.); G. Previtali 1972, pp. 879, 905 nota 58 (Girolamo Imparato); Idem 1978, pp.
114, 144 nota 65; A. Colombi Ferretti in Dipinti d’altare 1983, p. 53; P. Leone de Castris in Il
Patrimonio 1984, p. 12; V. Pugliese 1984, p. 210; P. Leone de Castris 1986, p. 154; Idem
1988, pp. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 148, 171 nota 29; L. Giusti in Napoli Sacra 1993-97,
VI, p. 372; L. M. Calì 2000, II, p. 620; F. Abbate 2001, p. 218; A. Bisceglia in B. De Dominici
1742-45, (ed. 2003), II, p. 711 nota 41; A. Zezza in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p.
838 nota 10; S. Falabella 2004, p. 285.
24. MADONNA DELL’ARCO CON TRE SANTI
Calvi, Cattedrale di San Casto
Olio su tavola, cm. 210 x 150 ca.
Datazione: 1595
Bibliografia: G. D’Addosio 1919, p. 393; P. Leone de Castris 1984, p. 12 (Girolamo Imparato);
Idem 1984, pp. 16, 23 nota 21; Idem 1986, p. 154; C. Restaino 1987, p. 48 nota 30; P. Leone
170
de Castris 1988, pp. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 110, 137 nota 37, 148, 171 note 32-33,
332; E. Nappi 1992, p. 80; P. Leone de Castris 1994, p. 226; I. di Majo in B. De Dominici 174245, (ed. 2003), II, p. 841.
25. ANNUNCIAZIONE
Lecce, chiesa del Gesù
Olio su tela, cm. 315 x 200
Datazione: 1596
Iscrizioni: HIERONIMUS/ IMPERATUS NEAP(OLITANUS)/ FACIEBAT / 1596
Bibliografia: G. C. Infantino 1634, p. 170; L. G. De Simone 1874, p. 352; G. Ceci 1924, p. 582;
A. Foscarini 1929, p. 83; D. G. Paladini 1952, p. 369; M. D’Elia 1964, p. 139; M. S. Calò 1969,
p. 129; G. Previtali 1972, pp. 878, 904 nota 52; Dizionario Enciclopedico 1974, p. 261; G.
Previtali 1975, p. 33; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 125; G. Previtali 978, pp. 113, 141 nota 57,
143 nota 61; F. Abbate 1979, p. 375; L. Galante 1979, p. 252; M. Paone 1979, II, pp. 28-29; M.
D’Elia 1982, p. 172; M. Pasculli Ferrara 1983, p. 230; V. Pugliese 1983, pp. 124-126; Idem
1984, pp. 207-208; F. Iappelli 1985, pp. 118-119; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p.
14; Idem 1986, p. 154; C. Restaino 1987, p. 48 nota 30; P. Leone de Castris 1988, pp. 508, 514
nota 31, 742; S. Papaldo 1989-90, p. 136; P. Leone de Castris 1991, pp. 148, 171 nota 34,
332; G. Previtali 1991, pp. 18, 22-23; F. Abbate 1991, p. 480; F. Iappelli 1992, p. 106; P. Leone
de Castris 1994, p. 226; L. Galante 1996, p. 594; M. Calì 2000, II, p. 620; F. Abbate 2001, p.
217; E. Pindinelli, M. Cazzato 2000, p. 64; I. di Majo 2002, pp. 75-76; A. Cassiano in Baroque
2003, p. 288; I. di Majo in B. De Dminici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; L. Galante 2004, pp. 44,
106, 127; S. Falabella 2004, p. 285; A. Lippo 2005, pp. 136-137.
26. IMMACOLATA
Napoli, depositi della Farmacia e dell’Ospedale degli Incurabili
Provenienza: Napoli, chiesa di Santa Maria del Popolo
Olio su tela, cm. 225 x 163
Datazione: 1596-97 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris 1988, p. 742; I. di Majo in De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II,
p. 842.
171
27. MADONNA DI LORETO E I SANTI FRANCESCO D’ASSISI, SEVERINO E BERNARDINO DA SIENA
Napoli, chiesa dei santi Severino e Sossio
Olio su tela, cm. 430 x 256
Datazione: 1597-98
Bibliografia: C. Celano 1692, II, p. 922; D. A. Parrino 1700, p. 214; B. De Dominici 1742-45, II,
p. 850 (confusa però con la pala di Decio Tramontano della Cappella di Cristoforo Quarta, vedi
n. 33 del Repertorio delle opere espunte, di bottega e danneggiate dai rifacimenti); G.
Sigismondo 1788-89, II, p. 75; G. M. Galanti 1792, p. 127; F. Marzullo 1823, p. 217; L. D’Afflitto
1834, I, pp. 228-229; C. Minieri Riccio 1844, p. 166; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845,
I, p. 238; S. Volpicella 1845-50, II, p. 580; A. De Lauzieres, R. D’Ambra 1855-57, II, p. 1073; G.
B. Chiarini 1856-60, II, p. 1140; G. A. Galante 1872, p. 134; T. Dalbono 1876, p. 199; W. Rolfs
1910, p. 210; G. Ceci 1924, p. 582; G. Molinaro 1930, p. 17; A. Venturi 1932, pp. 741 nota 1,
743 nota 2; M. Rotili 1972, p. 145; Dizionario Enciclopedico 1974, p. 261; P. Leone de Castris in
Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1984, p. 24 nota 37; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514
nota 31, 742; Idem 1991, pp. 148, 171 nota 39; N. Barbone Pugliese 1987, p. 61; G. Previtali
1991, p. 18 nota 7; L. Giusti in Napoli Sacra 1993-97, VI, p. 369; F. Abbate 2001, p. 218; A.
Bisceglia in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 711 nota 41; I. di Majo in B. De Dominici
1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; S. Falabella 2004, p. 285.
28. MADONNA DELLE GRAZIE CON I SANTI FRANCESCO D’ASSISI E FRANCESCO DI PAOLA
Napoli, chiesa dello Spirito Santo
Olio su tavola, cm. 300 x 220
Datazione: 1597-99
Bibliografia: C. De Lellis 1666-88 ca, IV, c. 74v (anonimo); V. Corsi 1845-50, II, p. 222; L.
Catalani 1853, II, p. 35 (Girolamo Imparato ?); G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 734 (anonimo); G.
A. Galante 1872, pp. 221, 231 (G. I.); T. Dalbono 1876, p. 308; G. D’Addosio 1913, p. 393; G.
Ceci 1924, p. 582; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60; M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 123, 125;
G. Previtali 1978, pp. 114, 141-142 nota 57; L. Galante 1979, p. 269; C. Strinati in L’immagine
di San Francesco 1982, p. 52; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p.
154; A. D’Aniello in Il Museo Diocesano 1986, p. 106; Idem 1988, pp. 514 nota 31, 742; C.
Vargas 1986, p. 135; C. Restaino 1987, p. 48 nota 30; S. Papaldo 1989-90, p. 136; P. Leone de
Castris 1991, pp. 148, 171 nota 34, 332; E. Nappi 1992, p. 80; P. Leone de Castris 1994, p.
226; F. Petrelli in Napoli Sacra 1993-97, X, p. 636; M. Calì 2000, p. 620; E. Pindinelli, M.
Cazzato 2000, p. 41; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; S. Falabella
2004, p. 285; L. Galante 2004, p. 71.
172
29. MADONNA COL BAMBINO IMPLORATA DA UN SANTO VESCOVO
Ubicazione ignota
Olio su tavola, cm. 92,5 x 73
Datazione: 1598-99 ca.
Bibliografia: Gallerie 1984, n.1 (Francesco Vanni); P. Leone de Castris 1988, p. 514 nota 31
(Girolamo Imparato); Idem 1991, pp. 148, 171 nota 38; F. Bologna 1991, p. 171 nota 50; G.
Previtali 1985 (ma 1985), p. 19.
30.
30. IMMACOLATA
Castellammare, palazzo vescovile
Provenienza: chiesa di San Francesco (poi oratorio di San Filippo Neri e San Luigi Gonzaga)
Iscrizioni: HIERONYMUS/ IMPARATUS PIC(TOR)/ NEAPOL (OLITANUS)/ PINXIT/ 15...
Olio su tavola, cm. 230 x 150.
Datazione: 1597-99 ca.
31. MADONNA DEL ROSARIO
Meta di Sorrento, chiesa di Santa Maria del Lauro
Olio su tavola, scomparto principale cm. 360 x 237;
misteri laterali, cm. 39 x 25;
misteri delle fasce orizzontali, cm. 50 x 39
Datazione: 1599-1600 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; C. Vargas 1986, p. 74; P. Leone
de Castris 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 148, 170 nota 6, 171
note 35, 40, 332; E. Nappi 1992, p. 80; S. Falabella 2004, p. 285.
32. ASSUNZIONE DELLA VERGINE
Gaeta, chiesa di San Francesco
Olio su tela, cm. 227 x 171
173
Datazione: 1600 ca.
Bibliografia: L. Salerno 1956, p. 32; G. Previtali 1972, p. 906 nota 63; Idem 1978, p. 145 nota
72; V. De Martini in San Francesco a Folloni 1983, p. 9; San Francesco a Folloni, pp. 115, 126
nota 3 (Marco Pino ?); V. De Martini 1985, p. 104 (G. I.); P. Leone de Castris 1991, pp. 149,
175 nota 46; A. Zezza, in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 524 nota 44.
33. IMMACOLATA
Napoli, Museo storico dell’Istituto Suor Orsola Benincasa
Tempera su tavola, cm. 163 x 114
Iscrizioni: sulla cornice in basso: EGO AB ETERNO ORDINATA SUM ET EX ANTIQUIS ANTE
QUAM FIERET CONCETTA
Datazione: 1601-03 ca.
Bibliografia: F. M. Maggio 1669, p. 136 (anonimo); A. Aprile 1996, pp. 386-389 (Girolamo
Imparato, comunicazione di F. Bologna); S. Causa 2004, pp. 58-59; F. Sellitto in Museo storico
2004, pp. 141-142.
34. NATIVITÀ
Napoli, chiesa del Gesù Nuovo
Olio su tela, cm. 356 x 245
Datazione: 1601-03
Bibliografia: C. Celano 1692, II, p. 878; D. A. Parrino 1700, p. 182; B. De Dominici 1742-45, p.
848; O. Giannone 1771-73, p. 80; L. D’Afflitto 1834, pp. 181-182; G. De Simone 1845, p. 157;
E. Pistolesi 1845, p. 267; V. Corsi 1845-50, II, p. 207; A. De Lauzieres, R. D’Ambra, 1855-57, I,
p. 196; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 984; G. A. Galante 1872, p. 77; T. Dalbono 1876, p. 15; W.
Rolfs 1910, p. 210; G. D’Addosio 1919, pp. 393-394; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, pp.
742 nota 1, 743 nota 2; R. U. Montini 1956, pp. 81-82; F. Strazzullo 1967, p. 30; M. Rotili 1972,
p. 145; G. Previtali 1972, pp. 879, 905 nota 59; Dizionario Enciclopedico 1974, p. 261; M. P. Di
Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, pp. 114, 142 nota 57, 144 nota 66; F. Abbate 1979,
p. 357; P. Leone de Castris 1984, p. 24 nota 42; Idem in Il Patrimonio 1984, p. 12; E. Nappi
1984, pp. 326, 336; P. Leone de Castris 1986, p. 154; C. Restaino 1987, p. 49 nota 46; P.
Leone de Castris 1988, pp. 514 nota 31, 742; S. Papaldo 1989-90, p. 136; P. Leone de Castris
1991, pp. 11, 149, 171 nota 42, 332; S. Causa 1991, p. 75; E. Nappi 1992, p. 80; A.
Schiattarella in Napoli Sacra 1993, IV, p. 227; P. Leone de Castris 1994, p. 226; C. Restaino
174
1996, pp. 37, 51-52, nota 25; A. Schiattarella, F. Iappelli 1997, pp. 100-102; E. Pindinelli, M.
Cazzato 2000, p. 61; F. Abbate 2001, fig. 109; S. Falabella 2004, p. 285; I. di Majo in B. De
Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 842, 848 nota 15; L. Galante 2004, pp. 44, 97; A. M. A.
Marino 2005, p. 156.
35. NATIVITÀ
Ubicazione sconosciuta
Olio su tela, cm. 129,5 x 99,1
Datazione: 1603-05 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris 1991, p. 171 nota 42; E. Pindinelli, M. Cazzato 2000, p. 61;
Old master paintings 2001, p. 32; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 849
nota 15.
36. MADONNA DI COSTANTINOPOLI CON I SANTI MARCO E FELICE DI NOLA
Giugliano, chiesa di San Marco
Olio su tavola, 300 x 200 ca.
Datazione: 1602-03 ca.
Bibliografia: A. Basile 1800 (ignoto);
G. della Volpe 2003-2004 (Girolamo Imparato ?).
37. SALVATORE
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 150 x 90
Datazione: 1602-03 ca.
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 847; O. Giannone 1771-73, p. 80; G. Sigismondo
1788-89, II, p. 226; L. D’Afflitto 1834, I, p. 199; L. Catalani 1853, p. 127; G. A. Galante 1872, p.
82; T. Dalbono 1876, p. 61 (Francesco Imparato); G. Ceci 1924, p. 582 (G. I.); G. Rocco 1927,
p. 210; G. Molinaro 1932, p. 10; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2; R. Causa 1960, p. 103 (F. I.); G.
Previtali 1972, p. 905 nota 60 (G. I.); Idem 1978, p. 143 nota 57; M. P. Di Dario Guida 1976, p.
126; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 498,
742; Idem 1991, pp. 149, 175 nota 47; Idem 1994, p. 226; N. Barbone Pugliese 1987, p. 61; C.
175
Vargas 1988, pp. 142, 147, nota 28, 150 nota 40; D. Campanelli in Napoli Sacra 1993-97, IV, p.
252; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, II, pp. 842, 848 nota 12; Falabella 2004, p. 285.
38. SOFFITTO
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
A) ASSUNZIONE DI MARIA
Olio su tela, cm. 500 x 375
Iscrizioni: IMPARATUS F. 1603
Datazione: 1603
Bibliografia: G. C. Capaccio 1634, p. 885; C. Tutini 1660-66 ca., p. 127 (Francesco Imparato);
P. Sarnelli 1685, p. 258 (Girolamo Imparato); Celano 1692, II, p. 1226; D. A. Parrino 1700, p.
159; G. B. Pacichelli 1702-03, I, p. 51; B. De Dominici 1742-45, pp. 847, 885; P. Troyli 1751, IV,
p. 446; O. Giannone 1771-73, p. 79; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 219; G. M. Galanti 1792, p.
199; D. Romanelli 1815, p. 151; F. Marzullo 1823, p. 219; L. D’Afflitto 1834, I, p. 203; S. D’Aloe
in Napoli e i luoghi celebri 1845, I, p. 33 (F. I.); E. Pistolesi 1845, p. 263; V. Corsi 1845-50, II, p.
160; L. Catalani 1845-53, II, p. 117; A. De Lauzieres, R. D’Ambra, 1855-57, p. 156; G. B.
Chiarini 1856-60, II, p. 1274; G. A. Galante 1872, p. 81; T. Dalbono 1876, p. 56; W. Rolfs 1910,
p. 210 (G. I.); G. Molinaro 1932, p. 4 (F. I.); G. Ceci 1924, p. 582 (G. I.); G. Rocco 1927, p. 80
(F. I.); A. Venturi 1932, pp. 741-742 (G. I.); S. Ortolani 1938, p. 13; F. Strazzullo 1962, p. 25 (F.
I.); G. Previtali 1972, pp. 879, 904 note 49, 55 (G. I.); M. Rotili 1972, p. 146; Dizionario
Enciclopedico 1974, p. 261; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, pp. 114, 142,
144 nota 64; D. Capone 1978, pp. 25, 27-28; P. Leone de Castris 1984 in Il Patrimonio, p. 12;
Idem 1986, p. 154; C. Restaino 1987, p. 49 note 36, 46; P. Leone de Catris 1988, pp. 498, 742;
Idem 1991, pp. 10, 17, 18 nota 18, 149, 171-172 nota 46, 333; S. Causa 1991, p. 162 nota 14;
P. Leone de Castris 1994, p. 226; D. Campanelli in Napoli Sacra 1993-97, IV, p. 245; S. Causa
1995, p. 162 nota 14; C. Restaino 1996, p. 33; S. Causa 2000, pp. 14, 127 nota 56; I. di Majo
2002, p. 93; Eadem in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 842, 843 nota 1, 852 nota 22;
S. Falabella 2004, p. 285.
B) ANNUNCIAZIONE
Olio su tavola, cm. 310 x 160 ca.
Bibliografia: G. A. Galante 1872, pp. 81-82 (Belisario Corenzio); G. Rocco 1927, p. 81; A.
Venturi 1932, p. 742 (Girolamo Imparato); G. Previtali 1972, p. 904 nota 52; Idem 1978, p. 143
nota 61; D. Capone 1978, p. 29 (B. C.); M. Novelli Radice 1982-83, p. 161 (Giovan Bernardino
176
Azzolino); P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 14 (G. I.); Idem 1991, pp. 149, 171 nota
46; D. Campanelli in Napoli Sacra 1993-97, IV, p. 245; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45,
(ed. 2003), II, p. 852 nota 20.
C) AMON
Olio su tavola, cm. 180 x 100
Iscrizioni: AMON
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, p. 852; G. A. Galante 1872, pp. 81-82 (Luigi
Rodriguez); D. Capone 1978, pp. 31-33, 81; P. Leone de Castris 1991, p. 175 nota 46
(Girolamo Imparato); I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 582 nota
20.
39. IMMACOLATA
Seminara (RC), chiesa della Madonna dei Poveri
Olio su tela, cm. 170 x 80
Datazione: 1604-05
Bibliografia: R. M. Cagliostro in Sacre Visioni 1999, pp. 86-87 (Girolamo Imparato?).
40.
DI UNA MADONNA, ANGELO CHE SUONA IL LIUTO ED ETERNO PADRE
40. TRINITÀ E FRAMMENTI DI
Montecassino, Abbazia
Olio su tela, cm. 173 x 140
Datazione: 1604-05 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 14; 1988, p. 498, 742; Idem, 1991, pp.
148, 171 nota 40.
41. NATIVITÀ
Piedimonte Matese, chiesa dell’Annunziata
Olio su tela, cm. 290 x 180 ca.
Iscrizioni: Nativitate D(omi)ni/ hoc opus illustravit/ Nicolaus de Gratia a(n)no salutis MDCV
Datazione: 1605
177
Bibliografia: R. Marrocco 1926, pp. 290-291 (Francesco Curia); G.
Previtali 1972, p. 905 nota
59 (Girolamo Imparato); Idem 1978, p. 144 nota 66; D. Marrocco 1980, pp. 249-252,
103 (F. C.?); P. Leone de Castris 1984, p. 24 nota 42 (G. I.); Idem in Il Patrimonio
1984, pp. 12-14; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514, 742 nota 31; Idem 1991, pp.
11, 149, 171 nota 42; Idem 1994, p. 226; G. Buonomo 2000, p. 64; E. Pindinelli, M.
Cazzato 2000, p. 61; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 848 nota
15; L. Galante 2004, p. 97.
42. ALLEGORIA DEL BATTESIMO
Sant’Elia a Painisi, chiesa di Sant’Elia (attualmente in deposito nel Castello di Gambatesa)
Olio su tela, cm. 360 x 240
Datazione: 1603-06
Bibliografia: G. A. Tria 1754, p. 533 (anonimo); G. Masciotta 1915, II, p. 341; E. Di Iorio 1976, p.
247; L. Mortari 1984, p. 111; Basile 1986, p. 193; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 742
(Girolamo Imparato); S. Papaldo 1989-90, pp. 131-138; G. Previtali 1991, p. 19 nota 7; S.
Causa 1991, p. 75; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 171 nota 44; Idem 1994, p. 226; A. da
Ripabottoni 1997, p. 48; E. Testa 2000, p. 175; S. Falabella 2004, p. 285; A. M. A. Marino 2005,
pp. 155-156.
43. IMMACOLATA
Nicotera, Museo Diocesano
Provenienza: Vibo Valentia chiesa di San Raffaele
Olio su tavola, cm. 200 x 140
Iscrizioni: Imparatus f. 1606
Datazione: 1605-06
Bibliografia: J. Bisogni de Gatti 1710, p. (“Imperati de Flandria”); G. B. Marzano 1913, p. 215
(Francesco Imparato); G. Ceci 1924, p. 582 (G. I.); A. Frangipane 1925, p. 2; P. Tarallo 1926,
pp. 279-280 (F. I.); A. Venturi 1932, p. 742 nota 2 (G. I.); A. Frangipane 1933, p. 118; G.
Previtali 1972, p. 905 nota 60; M. Rotili 1972, p. 157 nota 74; Dizionario Enciclopedico 1974, p.
261; M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 123-126; G. Previtali 1976, pp. 60-61, 62 nota 8; Idem
1978, p. 142 nota 57; F. Sardella 1978, pp. 48-49; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984,
pp. 12, 14; Idem 1986, p. 154; C. Restaino 1987, p. 38; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 742;
I. Maietta in Recuperi 1990, p. 68; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 175 nota 48, 333; Idem
1994, p. 226; S. Falabella 2004, pp. 285-286; N. Pagano 2004, p. 64.
178
44. IMMACOLATA
Ubicazione sconosciuta
Rame
Datazione: 1606 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris 1991, p. 175 nota 48.
45. PIETÀ
Gallipoli, chiesa del Carmine
Olio su tela, cm. 270 x 170
Datazione: 1605-06 ca.
Bibliografia: L. Riccio 1808, p. 72 (Jusepe de Ribera); L. Franza 1836, p. 74 (Giovan Domenico
Catalano); B. Ravenna 1836, pp. 394 (discepolo di G. D. C.); V. Pugliese 1984, pp. 210-213,
532 nota 55 (Girolamo Imparato); P. Leone de Castris 1988, p. 508; Idem 1991, pp. 149, 171
nota 45; E. Pindinelli, M. Cazzato 2000, pp. 26-27; S. Falabella 2004, p. 286; L. Galante 2004,
pp. 44, 144.
46. SAN GIROLAMO
Lecce, chiesa del Gesù
Olio su tela, cm. 300 x 195
Datazione: 1606-07 ca.
Bibliografia: G. C. Infantino 1634, pp. 170-171; M. D’Elia 1964, p. 139; M. S. Calò 1969, p. 129
nota 130; L. Galante 1979, pp. 252-253; M. Paone 1981, II, pp. 28-29; M. D’Elia 1982, p. 172;
M. Pasculli Ferrara 1983, p. 230; V. Pugliese 1983, p. 126; Idem 1984, pp. 208-210; F. Iappelli
1985, pp. 118-119; C. Restaino 1987, pp. 39, 49 nota 46; P. Leone de Castris 1991, p. 171 nota
40 (Girolamo Imparato?); G. Previtali 1991, p. 18 nota 7; S. Causa 1995, p. 157; E. Pindinelli,
M. Cazzato 2000, p. 31; A. Cassiano in Baroque 2003, p. 388; S. Falabella 2004, p. 286; L.
Galante 2004, pp. 44-46, 104; A. Lippo 2005, p. 136.
47. CIRCONCISIONE
Napoli, Museo di Capodimonte
179
Provenienza: Collezione del Banco di Napoli
Olio su tela, cm. 230 x 150
Datazione: 1606-07 ca.
Bibliografia: B. Molajoli 1953, pp. 25, 44 (Belisario Corenzio); M. Rotili 1972, p. 146 (Girolamo
Imparato); P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, pp. 12-14; Idem 1986, p. 154; Idem 1988,
pp. 498, 742; Idem 1991, pp. 70, 149, 175 nota 48, 333; F. Ferrante 1988, p. 135; La collezione
1998, p. 10; P. Giusti in Museo 2002, p. 297; T. Scarpa in La collezione 2004, pp. 96-97; S.
Falabella 2004, p. 285; L. Galante 2004, pp. 94-95.
48. TRINITAS
RINITAS TERRESTRIS
ERRESTRIS
Copenhagen, Musei Statali, Gabinetto Disegni e Stampe
Penna e inchiostro su carta, mm. 359 x 246
Datazione: 1604 ca.
Bibliografia: S. Causa 1991, pp. 75-76; S. Falabella 2004, p. 286; A. M. A. Marino 2005 p. 154.
49. TRINITAS
RINITAS TERRESTRIS
ERRESTRIS
Napoli, chiesa di San Giuseppe dei Ruffi
Olio su tela, cm. 390 x 250
Datazione: 1604-06 ca.
Bibliografia: C. Celano 1692, I, p. 240 (Cristoforo Roncalli, detto Pomarancio); D. A. Parrino
1700, p. 369; G. Sigismondo 1788-89, I, p. 136; L. D’Afflitto 1834, I, p. 34; G. B. Chiarini 185660, I, pp. 581-582; G. A. Galante 1872, p. 47; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 175 nota 47
(Girolamo Imparato); S. Causa 1991, pp. 75-76; R. Ruotolo in Napoli Sacra 1993-97, II, p. 128
(C. R.); I. di Majo, in B. De Dominici 1742-45 (ed. 2003), II, p. 849 nota 16 (G. I.); S. Falabella
2004, p. 286; A. M. A. Marino 2005, pp. 154-156.
50.
50. VISIONE DI SANT’IGNAZIO A LA STORTA
Napoli, chiesa del Gesù Nuovo
Olio su tela, cm. 385 x 260
Iscrizioni: EGO VOBIS ROMAE PROPITIUS ERO
180
Datazione: 1605-06 ca.
Bibliografia: C. De Lellis 1654, cit., p. 148; Idem 1666-88 ca., II, c. 241; G. B. Pacichelli 1685, I,
p. 54; P. Sarnelli 1685, p. 164; C. Celano 1692, II, p. 878; D. A. Parrino 1700, p. 182; B. De
Dominici 1742-45, II, p. 848; P. Troyli 1751, IV, p. 446; O. Giannone 1771-73, p. 80; D.
Romanelli 1815, p. 84; F. Marzullo 1823, p. 143; L. D’Afflitto 1834, p. 181; C. Minieri Riccio
1844, p. 166; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845, p. 409; E. Pistolesi 1845, p. 267; V.
Corsi 1845-50, II, p. 207; L. Catalani 1845-53, II, p. 77; S. D’Aloe 1847, p. 69; A. De Lauzieres,
R. D’Ambra 1855-57, I, p. 154; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 984; G. A. Galante 1872, p. 77; T.
Dalbono 1876, p. 14; W. Rolfs 1910, p. 210; G, Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, pp. 742 nota
1, 743 nota 2; B. Molajoli 1948, p. 134; R. U. Montini 1956, pp. 70-73; G. Previtali 1972, p. 905
nota 60; M. Rotili 1972, p. 145; Dizionario Enciclopedico 1974, p. 261; M. Errichetti 1974, p. 48
nota 43; M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 123, 125-126; G. Previtali 1978, pp. 142 nota 57, 144
nota 69; E. Mâle 1984, p. 146; E. Nappi 1984, pp. 324, 540; P. Leone de Castris in Il Patrimonio
1984, p. 12; Idem 1986, p. 154 nota 31; Idem 1988, pp. 514, 742; S. Papaldo 1989-90, p. 136;
P. Leone de Castris 1991, pp. 11, 149, 171 nota 42, 332; Idem 1994, p. 226; F. Iappelli 1993,
pp. 102-103; A. Schiattarella in Napoli Sacra 1993-97, IV, p. 226; C. Restaino 1996, p. 50 nota
21; A. Schiattarella, F. Iappelli 1997, pp. 71-73; F. Iappelli 1998, pp. 21-23; I. di Majo in B. De
Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 841; S. Falabella 2004, p. 285.
51. SACRA FAMIGLIA
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 181 x 127
Iscrizioni: Imparatus f.
Datazione: 1606-07 ca.
Bibliografia: C. De Lellis 1666-88 ca., IV, c. 28r (Francesco Curia); B. De Dominici 1742-45, II,
p. 848 (Girolamo Imparato); O. Giannone 1771-73, p. 80; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 226; L.
D’Afflitto 1834, I, p. 199; L. Catalani 1853, II, p. 126; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1281; G. A.
Galante 1872, p. 82; T. Dalbono 1876, p. 61 (Francesco Imparato); G. Ceci 1924, p. 582 (G. I.);
G. Rocco 1927, pp. 206-207; G. Molinaro 1932, p. 10; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2; R. Causa
1960, p. 103 (F. I.); F. Strazzullo 1962, p. 25; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60 (G. I.); M. P. Di
Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, p. 143 nota 57; P. Leone de Castris in Il Patrimonio
1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 498, 742; C. Vargas 1988, pp. 140, 147 nota
28, 150 nota 47; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 175 nota 47; D. Campanelli in Napoli Sacra
1993-97, IV, p. 252; P. Leone de Castris 1994, p. 226; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed.
2003), II, pp. 842, 848 nota 12; S. Falabella 2004, p. 285.
181
52. MADONNA COL BAMBINO FRA I SANTI FILIPPO E GIACOMO
Napoli, chiesa di santa Maria la Nova
Olio su tela, cm. 150 x 90
Iscrizioni: Imperatus ar. f. 1607
Datazione: 1607
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, pp. 847-848 (Girolamo Imparato); O. Giannone 177173, p. 80; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 226; L. D’Afflitto 1834, I, p. 199; L. Catalani 1845-53, II,
p. 126; G. A. Galante 1872, p. 82; T. Dalbono 1876, p. 61 (Francesco Imparato); G. D’Addosio
1915, p. 596; G. Ceci 1924, p. 582 (G. I.); G. Rocco 1927, p. 209; G. Molinaro 1932, p. 10; A.
Venturi 1932, p. 743 nota 2; R. Causa 1960, p. 102 (F. I.); F. Strazzullo 1962, p. 25; Idem 1967,
pp. 30, 32, 37 nota 35; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60 (G. I.); Idem 1978, pp. 142-143 nota
57; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem
1986, p. 154; N. Barbone Pugliese 1987, p. 61; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 742; C.
Vargas 1988, p. 150 nota 40; I. Maietta in Recuperi 1990, p. 68; P. Leone de Castris 1991, pp.
149, 175 nota 47, 333; D. Campanelli in Napoli Sacra 1993-97, IV, p. 252; P. Leone de Castris
1994, p. 226; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 842, 848 nota 12; S.
Falabella 2004, p. 285.
53. MARTIRIO DI SAN PIETRO DA VERONA
Napoli, chiesa di San Pietro Martire
Olio su tavola, cm. 400 x 200 ca.
Iscrizioni: CREDO
Datazione: 1607
Bibliografia: C. De Lellis 1666-88 ca., III, cc. 300r, 301v (Fabrizio Santafede); C. Celano 1692,
II, p. 1263; D. A. Parrino 1700, p. 143; B. De Dominici 1742-45, II, pp. 710-711, 967 (Francesco
Imparato); O. Giannone 1771-73, pp. 54-55; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 199 (F. S.); G. M.
Galanti 1792, p. 203; D. Romanelli 1815, p. 157; F. Marzullo 1823, p. 222; L. D’Afflitto 1834, II,
p. 18 (F. I.); C. Minieri Riccio 1844, p. 166; E. Pistolesi 1845, p. 294; S. D’Aloe in Napoli e i
luoghi celebri 1845, I, p. 347; V. Corsi 1845-50, II, p. 258; L. Catalani 1845-53, II, p. 164 (F. I. o
F. S. ?); G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1373 (F. I.); G. A. Galante 1872, p. 196 (Imparato); T.
Dalbono 1876, p. 250 (F. I.); G. Cosenza 1899-1900, IX, p. 59 (F. S.); G. D’Addosio 1919, p.
394 (Girolamo Imparato); G. Ceci 1924, p. 581 (F. I.); F. Strazzullo 1962, pp. 33-34 (F. S.); G.
182
Previtali 1972, pp. 878, 879, 904 note 49, 57 (G. I.); M. Rotili 1972, p. 145; Dizionario
enciclopedico 1974, p. 261; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, pp. 112, 114,
143 nota 57; L. Galante 1979, p. 253; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, pp. 12-14; V.
Pugliese 1984, p. 208; P. Leone de Castris 1986, p. 154; C. Vargas 1986, pp. 74-76; C.
Restaino 1987, pp. 39, 49 nota 46; P. Leone de Castris 1988, pp. 498, 742; C. Vargas 1988, p.
147 nota 28; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 175 nota 48, 333; E. Nappi 1992, p. 80; P.
Leone de Castris 1994, p. 226; F. Capobianco in Napoli Sacra 1993-97, IX, p. 566; R. Naldi
1997, p. 159 nota 18; S. Causa 2000, pp. 124 nota 8, 127 nota 56, 361; A. Bisceglia in B. De
Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, pp. 710-711 nota 39; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed.
2003), II, p. 842; S. Falabella 2004, p. 286; T. Scarpa in La collezione 2004, p. 96.
183
∗
REPERTORIO DEI DIPINTI
DIPINTI PERDUTI E NON RINTRACCIATI
RINTRACCIATI
1. “STORIE E FAVOLE
FAVOLE DIPINTE” (B. DE DOMINICI)
Napoli, casa dei Poderico
Affreschi
Datazione: 1573
Bibliografia: De Dominici 1742-45, p. 847; Ceci 1924, p. 582; M. Di Dario Guida 1976, p. 125;
G. Previtali, 1978, p. 141 nota 57; L. de Castris 1991, p. 332; I. di Majo in B. De Dominici 174245, (ed. 2003), II, p. 847 nota 11; S. Falabella 2004, p. 284.
2. CONA DI SOGGETTO IMPRECISATO
IMPRECISATO
Ubicazione ignota, Alfedena (Aq) (?)
Datazione: 1576
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 4
3. POLITTICO DI SAN NICOLA Castelvetere val Fortore (Bn), chiesa di San Nicola
A) San Nicola e i santi Biagio e Urbano;
B) predella: Ultima Cena e due storie di San Nicola;
C) cimasa: Cristo con la Vergine e San Giovanni
Tavola
Datazione: 1577
Bibliografia: G. Filangieri 1981, VI, p. 7; W. Rolfs 1910, pp. 209, 238; G. Ceci 1924, p. 582; A.
Venturi 1932, p. 741 nota 1; G. Previtali 1972, p. 904 nota 48; M. P. Di Dario Guida 1976, p.
124-125; G. Previtali 1978, p. 141 nota 57; M. P. Di Dario Guida 1986, p. 294; P. Leone de
Castris 1991, pp. 141, 170 nota 6, 332; E. Nappi 1992, p. 80; F. Abbate 2001, p. 217; S.
Falabella 2004, p. 284.
∗
La prima parte di questo repertorio, riservata alle opere citate dai documenti, segue un ordine
cronologico; la seconda, dal numero 31, relativa ai dipinti menzionati dalle fonti, segue un
ordine alfabetico per località.
184
4. CONA DI SOGGETTO IMPRECISATO
IMPRECISATO
Ubicazione ignota
Datazione: 1579
Bibliografia: G. Ceci 1924, p. 582; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 125; G. Previtali 1978, p. 141
nota 57; P. Leone de Castris 1991, p. 332.
5. MADONNA COL BAMBINO
Napoli, oratorio annesso alla chiesa di Santa Maria di Portosalvo,
Tavola
Datazione: 1580-81
Bibliografia: Bresciano 1917, p. 14; E. Nappi 1999, p. 33, 40-42.
6. MADONNA CON GLI ANGELI
Napoli, chiesa di Santa Maria Donnaromita,
tavola
Datazione: 1587-89
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 851; O. Giannone 1771-73, p. 79; A. Venturi 1932, p.
743 nota 2; M. R. Pessolano 1975, p. 68 nota 59; C. Vargas 1988, p. 160; P. Leone de Castris
1991, p. 332.
7. PIETÀ
Massalubrense, ex cattedrale di Santa Maria delle Grazie, cappella Cioffo
Datazione: 1588
Bibliografia: G. B. Pacichelli 1702-03, I, p. 112; R. Filangieri 1910, p. 406; C. Vargas 1986, pp.
77, 79 nota 60; P. Leone de Castris 1991, p. 332; S. Falabella 2004, pp. 284-285.
8. CONA DI SOGGETTO IMPRENCISATO
IMPRENCISATO Lecce, chiesa del Gesù (forse la Natività di cui al n. 12 di
questo repertorio)
Datazione: 1588
185
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 17.
9. ASSUNZIONE DELLA
DELLA VERGINE
Ubicazione ignota (Castiglione Cosentino?)
Datazione: 1588
Bibliografia: G. Ceci 1924, p. 582 (confusa con un’Ascensione di Cristo); G. Previtali 1978, p.
141 nota 57; P. Leone de Castris 1991, p. 332; S. Falabella 2004, p. 284.
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 15.
10. Natività
Napoli, oratorio di Lucrezia Caracciolo (forse identificabile con il dipinto di analogo soggetto
conservato a Minneapolis, vedi Repertorio delle opere autografe, n. 12)
Datazione: 1588
Bibliografia: G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 741 nota 1; G. Previtali 1972, p. 904 nota
48; M. Di Dario Guida 1976, p. 125; G. Previtali 1978, p. 141 nota 57; P. Leone de Castris 1991,
p. 332; S. Falabella 2004, p. 284.
11. PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO
Napoli, chiesa dell’Annunziata
Datazione: 1594
Bibliografia: C. D’Engenio 1623, p. 399; C. De Lellis 1666-88 ca., III, c. 116v; C. Celano 1692,
II, p. 946; D. A. Parrino 1700, p. 263; G. B. Pacichelli 1702-03, I, p. 45; B. De Dominici 1742-45,
II, pp. 850-851; G. Sigismondo 1788-89, II, p. 136; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1191; G.
D’Addosio 1883, p. 64; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 742 nota 2; G. Toscano 19831984, pp. 266-268; C. Restaino 1987, pp. 34-35, 48 note 18-24; P. Leone de Castris 1991, 88,
92, 148, 154, 247, 332; C. Vargas 1991, pp. 636-637; A. Bisceglia in B. De Dominici 1742-45,
(ed. 2003), II, p. 711 nota 41; S. Falabella 2004, p. 285.
12. NATIVITÀ
Ubicazione ignota (Lecce, chiesa del Gesù?)
Datazione: 1593
Bibliografia: Nappi 2003, p. 118.
186
13. MADONNA DEL ROSARIO
Gragnano, chiesa imprecisata
Tavola
Datazione: 1595
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 34.
14. TRASFIGURAZIONE
Lauria, chiesa di San Nicola (?)
Tavola
Datazione: 1595
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 36.
15. STENDARDI
TENDARDI
Napoli
Datazione: 1595
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 35
16. LAVORI IMPRECISATI
Napoli, Oratorio dell’Arciconfraternita dei Bianchi in San Giovanni Maggiore
Datazione: 1595
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 33.
17. MADONNA
Ubicazione ignota
Datazione: 1595
Bibliografia: G. Ceci 1924, p. 582
Cfr. Regesto documentario, doc. nn. 50-51.
18. SAN GIOVANNI
Lecce, chiesa di Santa Croce
187
Tavola
Datazione: 1599
Bibliografia: Infantino 1633, p. 120; G. D’Addosio 1913, p. 237; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi
1932, pp. 741 nota 1, 742 nota 2; M. P. Di Dario Guida 1976, pp. 125-126; G. Previtali 1978, p.
142 nota 57; V. Pugliese 1984, p. 210; P. Leone de Castris 1991, p. 332; G. Cosi 1992, pp. 4748; E. Nappi 1992, p. 80.
19. CONA DI SOGGETTO
SOGGETTO IMPRECISATO
Napoli, chiesa di Santa Maria Visitapoveri
Datazione: 1599
Bibliografia: G. D’Addosio 1913, p. 237; G. Ceci 1924, p. 582; M. P. Di Dario Guida 1976, p.
125; G. Previtali 1978, p. 142 nota 57; P. Leone de Castris 1991, p. 332; E. Nappi 1992, p. 80.
20.
20. TABERNACOLO CON FIGURE
FIGURE
Ubicazione ignota
Datazione: 1599
Bibliografia: Lone de Castris 1991, p. 332.
21. ANNUNCIAZIONE
Napoli, presso Giovan Battista Tosone
Datazione: 1599-1600
Bibliografia: G. D’Addosio 1919, p. 393; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, p.
142 nota 57; P. Leone de Castris 1991, p. 332; E. Nappi 1992, p. 80.
Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 64-65.
22. CONA DI SOGGETTO IMPRECISATO
IMPRECISATO
Massalubrense, chiesa di Santa Maria della Sanità
Datazione: 1599
188
Bibliografia: G. D’Addosio 1919, p. 393; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 125; G. Previtali 1978, p.
142 nota 57; C. Vargas 1986, p. 74; P. Leone de Castris 1991, pp. 148, 332; E. Nappi 1992, p.
80.
23. DIPINTI DI SOGGETTO IMPRECISATO
IMPRECISATO
Sorrento, chiesa della Trinità
Datazione: 1600
Bibliografia: G. D’Addosio 1912, p. 600; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, pp. 741 nota 1,
743 nota 2; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, p. 142 nota 57; C. Vargas
1986, p. 74; P. Leone de Castris 1991, pp. 170 nota 6, 171 nota 40, 332; E. Nappi 1992, p. 80.
24. MADONNA DEGLI ANGELI (?)
Napoli, chiesa del Gesù Nuovo
Datazione: 1600-01
Bibliografia: G. D’Addosio 1913, p. 237; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60; M. P. DI Dario Guida
1976, p. 126; Idem 1978, p. 142 nota 57; P. Leone de Castris 1991, pp. 149, 332; E. Nappi
1992, p. 80; C. Restaino 1996, pp. 34, 50 nota 21.
25. LAVORI NON PRECISATI
Napoli, chiesa di San Filippo Neri, cappella Spadafora
Datazione: 1601
Bibliografia: M. Borrelli 1967, p. 26; E. Nappi 1992, p. 80; A. M. A. Marino 2005, p. 155 nota 53.
26. ANNUNCIAZIONE
Napoli, chiesa di San Filippo Neri
Datazione: 1601
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 72.
27. MADONNA DI COSTANTINOPOLI
Ubicazione sconosciuta
Datazione: 1602
189
Bibliografia: E. Nappi 1992, p. 80.
28. MADONNA DEL ROSARIO
Ubicazione ignota, Cosoleto (Rc) (?)
Datazione: 1603
Cfr. Regesto documentario, docc. nn. 76-78.
29. CONA DI SOGGETTO IMPRECISATO
IMPRECISATO (SANTA LUCIA?)
Pisticci (Mt), chiesa parrocchiale, cappella di Francesca Santoro
Datazione: 1603
Cfr. Regesto documentario, doc. n. 83.
30.
30. CIRCONCISIONE
Ragusa, chiesa dei Domenicani
Tela
Datazione: 1603-06
Bibliografia: G. D’Addosio 1919, p. 394; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 126; G. Previtali 1978, p.
142 nota 57; G. De Vito 1982, pp. 42, 46 nota 2; P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, pp.
12-14 (identificata col n. 46 del Repertorio delle opere autografe); E. Nappi 1992. p. 80.
31. DIPINTO SI SOGGETTO NON
NON SPECIFICATO
Capua, Duomo
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 853; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 742
nota 1.
32. DIPINTO DI SOGGETTO NON
NON PRECISATO
Capua, chiesa non specificata
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 853.
33. LAVORI NON SPECIFICATI
SPECIFICATI PER UNA
UNA CAPPELLA
Cosenza, chiesa di San Domenico, cappella di Santa Maria della febbre (?)
190
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, p. 849; G. Ceci 1924, p. 582; A. Frangipane 1925, p. 2; A.
Venturi 1932, p. 742 nota 2; M. P. Di Dario Guida 1976, p. 124.
34. MADONNA DEL ROSARIO
Gaeta, chiesa di San Domenico
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 853; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 742
nota 2.
35. IMMACOLATA
Napoli, chiesa della Concezione degli Spagnoli
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, pp. 846-847 (Girolamo Imparato); Giannone 1771-73,
p. 79 (Giovan Filippo Criscuolo); C. Minieri Riccio 1844, p. 166 (G. I.); A. Venturi 1932, p. 743
nota 2.
36. MADONNA COL BAMBINO CON I SANTI DOMENICO E MARIA MADDALENA
Napoli, chiesa di San Diego all’Ospedaletto
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 852; O. Giannone 1771-73, p. 79; L. D’Afflitto 1834,
II, p. 5; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2.
37. MADONNA COL BAMBINO E SANTI
Napoli, chiesa di San Gregorio Armeno
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 852; O. Giannone 1771-73, p. 79; A. Venturi 1932, p.
743 nota 2.
38. MARTIRIO DI SANT’ANDREA
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Bibliografia: M. Stanzione 1650, c. 6v (Francesco Imparato); B. De Dominici 1742-45, pp. 710711; O. Giannone 1771-73, pp. 54-55; C. Minieri Riccio 1844, p. 166; G. Ceci 1924, p. 581; G.
Rocco 1927, p. 350 (Sivestro Buono); A. Bisceglia in B. De Dominici 1942-45, ed. 2003, p. 710
nota 37.
39. DIPINTO DI SOGGETTO NON
NON PRECISATO
Napoli, chiesa di Santa Maria Regina Coeli
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 709 (Francesco Imparato); G. Ceci 1924, p. 581.
191
40.
40. DIPINTO DI SOGGETTO NON
NON SPECIFICATO
Napoli, chiesa di San Pietro ad Aram
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, II, p. 711 (Francesco Imparato); O. Giannone 1771-73, p.
55; C. Minieri Riccio 1844, p. 166; G. Ceci 1924, p. 581; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2.
41. MADONNA DEL ROSARIO
Napoli, chiesa di San Tommaso d’Aquino
Bibliografia: C. Celano 1692, III, p. 1404 (Giovan Bernardino Azzolino); B. De Dominici 1742-45,
II, p. 851 (Girolamo Imparato); G. Sigismondo 1788-89, II, p. 267 (G. B. A.); L. D’Afflitto 1834, II,
p. 51 (G. I); C. Minieri Riccio 1844, p. 166; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2.
42. SANTA LUCIA
Napoli, già collezione di Carlo de Cardenas
Bibliografia: A. Delfino in G. Labrot 1992, p. 208.
43. MADDALENA
Napoli, già collezione di Ettore Capecelatro
Bibliografia: A. Delfino in G. Labrot 1992, p. 114.
44. ANNUNCIAZIONE
Napoli, già collezione del cav. Giuseppe Razzi
Bibliografia: Esposizione 1876, pp. 119-120; T. Dalbono 1876, p. 26; W. Rolfs 1910, p. 210.
45. DIPINTO DI SOGGETTO NON
NON SPECIFICATO
Napoli, già collezione del Principe di Tarsia
Bibliografia: Celano 1692, III, p. 1616.
46. COMPIANTO
Sessa Aurunca, convento di San Giovanni
Bibliografia: P. Leone de Castris 1988, p. 498 (Imparato giovane?); Idem 1991, pp. 142, 170
nota 18.
47. CROCIFISSIONE
Ubicazione ignota
192
Bibliografia: Leone de Castris 1991, p. 170 nota 21 (Imparato giovane ?).
48. SAN GEROLAMO
Ubicazione sconosciuta (forse identificabile col n. 15 del Repertorio delle opere autografe)
Provenienza: Napoli, collezione del Duca di San Martino
Bibliografia: National Exhibition 1868; G. Previtali 1972, p. 905 nota 60; Idem 1978, p. 144 nota
68; P. Leone de Castris 1991, p. 170 nota 19.
193
REPERTORIO
DELLE OPERE
OPERE ESPUNTE, DI BOTTEGA E DANNEGGIATE
DANNEGGIATE DAI
∗
RIFACIMENTI
1. IMMACOLATA
Afragola, Oratorio della confraternita dell’Immacolata Concezione
Olio su tavola, cm. 195 x 145
Datazione: 1610-20 ca.
Bibliografia: G. Puzio 1853, p. XXXI; C. Pasinetti 2003, p. 43.
2. MADONNA COL BAMBINO E SAN FRANCESCO D’ASSISI
Aversa, già Biblioteca comunale G. Parente, trafugato nel 1995
Provenienza: Aversa, chiesa di San Domenico
Olio su tavola, cm. 129 x 91
Datazione: 1600 ca.
Bibliografia: G. Parente 1857-58, II, p. 211 (“scolare del Barocci”); P. Giannattasio 2001, pp. 66,
73 nota 41 (Girolamo Imparato); G. Della Volpe 2003-2004, pp. 173-174.
3. NATIVITÀ
Aversa, già Biblioteca comunale A. Parente, trafugato
Provenienza: Aversa, ex convento dello Spirito Santo
Olio su tavola, cm. 91 x 82
Datazione: 1590-1600 ca.
Bibliografia: P. Giannattasio 2001, p. 69 nota 4 (anonimo); G. Della Volpe 2003-2004, pp. 171172 (Girolamo Imparato?).
4. MADONNA COL BAMBINO E TRE SANTI
∗
La successione delle opere segue un ordine alfabetico per località. La voce “attribuzione”
compare solo nei casi in cui lo scrivente propone l’ascrizione ad un altro autore.
194
Calvi, Cattedrale di San Casto
Olio su tavola
Datazione: 1595 ca.
Bibliografia: P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1984, pp. 16, 23 nota 21;
Idem 1986, p. 154; Idem 1988, pp. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 148, 171 nota 33; Idem
1994, p. 226; I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, II, p. 841.
5. IMMACOLATA CONCEZIONE CON I SANTI
SANTI ANTONIO DA PADOVA, BONAVENTURA, FRANCESCO D’ASSISI
E FRANCESCO DI PAOLA
Castiglione Cosetino, chiesa del convento dei Cappuccini
Olio su tela, cm. 650 x 450
Datazione: 1610-20 ca.
Bibliografia: Castiglione 1998, p. 45 (anonimo); I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003),
II, p. 849 nota 16 (Girolamo Imparato, ridipinto).
6. TRINITÀ TERRESTRE
Cosenza, chiesa di San Gaetano
Olio su tela, cm. 250 x 128
Datazione: XVII secolo
Bibliografia: I. di Majo in B. De Dominici 1742-45, (ed. 2003), II, p. 849 nota 16 (Girolamo
Imparato, bottega).
7. PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO
Gaeta, chiesa di San Francesco
Olio su tela, cm. 230 x 200
Datazione: inizio XVII secolo
Bibliografia: G. Previtali 1972, p. 906 nota 63 (Girolamo Imparato?); Idem 1978 p. 175 nota 72.
8. MADONNA COL BAMBINO E I SANTI AGOSTINO, CATERINA D’ALESSANDRIA, NICOLA
ICOLA E GERTRUDE
195
Lecce, chiesa di Sant’Angelo
Olio su tela, cm. 320 x 240
Datazione: XVII secolo
Bibliografia: Pugliese 1984, p. 210 (Imparato, ridipinto); G. Previtali 1991, p. 18 nota 7.
9. ASSUNZIONE DELLA VERGINE
Napoli, chiesa dell’Annunziata, soffitto
Datazione: 1594 ca.
Bibliografia: B. De Dominici 1742-45, p. 850 (Girolamo Imparato); G. Toscano 1983-84, pp.
266-268 (Wenzel Cobergher); ad integrazione vedi bibliografia del n. 11 del Repertorio dei
dipinti perduti e non rintracciati.
10. DEPOSIZIONE
EPOSIZIONE
Napoli, Casa teatina di San Paolo Maggiore
Olio su tela, cm. 126 x 88
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: Leone de Castris 1991, p. 170 nota 21 (Imparato giovane?).
11. MADONNA DELLE GRAZIE FRA SAN SEBASTIANO E UN SANTO VESCOVO
Napoli, Castel Nuovo, cappella delle anime purganti
Olio su tela, cm. 130 x 160 ca.
Datazione: XVII secolo
Bibliografia: G. A. Galante 1872, ed. 1985, p. 227 nota 124.
12. ASSUNZIONE DELLA VERGINE
Napoli, Congrega dell’Assunta ai Gerolamini
Olio su tela, cm. 290 x 190
Datazione: 1594-95 ca.
196
Bibliografia: L. Catalani 1845, I, p. 80 (scuola del Santafede); G. A. Galante 1872, p. 118; P.
Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12 (Girolamo Imparato); Idem 1986, p. 154; Idem
1988, pp. 498, 741; Idem 1991; Idem 1994, p. 226; O. Melasecchi 1996, pp. 400, 406 note 4445; A. M. A. Marino 2005, p. 155.
13. TRINITÀ CON LA VERGINE E I SANTI NICOLA, FRANCESCO D’ASSISI E FRANCESCO DI PAOLA
Napoli, chiesa di San Domenico Soriano
Olio su tavola, cm. 276 x 196
Datazione: 1580-90 ca.
Attribuzione: Marco Mele?
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, II, p. 64 (Mattia Preti); L. Catalani 1845-53, II, p. 29 (Francesco
Imparato); G. A. Galante 1872, p. 222; T. Dalbono 1876 (anonimo); F. Strazzullo 1962, p. 12
(Girolamo Imparato); G. Previtali 1978, p. 144 nota 68.
14. VISITAZIONE, PRESENTAZIONE AL TEMPIO, ASCENSIONE, APPARIZIONE DI GESÙ ALLA
ALLA VERGINE
Napoli, Duomo, soffitto
Datazione: 1620-22 ca.
Bibliografia: C. Celano 1692, I, p. 196 (Girolamo Imparato= genericamente autore di riquadri del
soffitto della crociera); D. A. Parrino 1700, p. 384; G. Sigismondo 1788-89, I, p. 6 (G. I.=
riquadri minori della crociera); F. Marzullo 1823, p. 159; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri
1845, I, p. 245 (Francesco Imparato); E. Pistolesi 1845, p. 320; L. Catalani 1845-53, I, p. 12
(Imparato= Circoncisione, Visitazione e riquadri minori della crociera); S. D’Aloe 1847, p. 34 (F.
I.); G. B. Chiarini 1856-60, I, p. 398 (G. I.= Ascensione e Apparizione di Cristo alla Vergine); A.
De Lauzières, R. D’Ambra 1855-57, II, p. 860; G. A. Galante 1872, p. 13; T. Dalbono 1876, p.
98; W. Rolfs 1910, p. 205; G. Ceci 1924, p. 582; A. Venturi 1932, p. 743 nota 2 (G. I.=
Visitazione, Presentazione al Tempio, Ascensione, Apparizione di Gesù alla Vergine); G.
Previtali 1972, p. 905 nota 60; Idem 1978, p. 144 nota 68; S. Musella Guida 1982, p. 43 (G. I.?=
Visitazione, Circoncisione); C. Restaino 1987, pp. 42, 51 nota 64 (Giovan Vincenzo Forli=
Apparizione di Cristo alla Vergine, Ascensione); P. Leone de Castris 1991, pp. 232, 247 nota
119, 254; A. Delfino 1993, pp. 21-22 (Flaminio Allegrini= Presentazione al Tempio); H. Röttgen
2002, p. 536 (Flaminio Allegrini= Visitazione).
15. MADONNA DELLA VALLICELLA
Napoli, chiesa di San Filippo Neri
197
Olio su tela, cm. 200 x 160
Datazione: 1592 ca. - 93.
Bibliografia: L. Catalani 1845-53, I, p. 72 (Federico Zuccari); G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 766;
G. A. Galante 1872, p. 117; R. Middione in Napoli Sacra 1993-97, VIII, pp. 500-501; O.
Melasecchi 1996, pp. 400-402 (Girolamo Imparato); S. Barchiesi 1995, p. 149 nota 95; A.
Costamagna 1995, p. 169 nota 36; A. M. A. Marino 2005, p. 155.
16. TRINITÀ TERRESTRE
Napoli, depositi della chiesa di San Filippo Neri
Datazione: XVII secolo
Bibliografia: I. di Majo 2003, p. 849 nota 16 (Girolamo Imparato, bottega).
17. MADONNA DELLE GRAZIE FRA I SANTI FRANCESCO D’ASSISI E FRANCESCO DI PAOLA
Napoli, chiesa di San Giuseppe al Rione Luzzatti
Provenienza: Napoli, chiesa di San Giuseppe Maggiore
Datazione: XVII secolo
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, II, p. 4 (anonimo); L. Catalani 1853, II, p. 136 (Girolamo
Imparato); G. A. Galante 1872, p. 213.
18. SAN FRANCESCO
Napoli, chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, trafugato ante 1977
Provenienza: Napoli, Duomo
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: C. Padiglione 1855, pp. 249-250 (Girolamo Imparato); G. B. Chiarini 1856-60, I, p.
629; G. A. Galante 1872, p. 53; F. Strazzullo 1962, p. 53.
19. CRISTO CHE APPARE A SANTA CATERINA
Napoli, chiesa di Santa Maria della Libera, disperso (vedi Neg. S. G. Napoli 4247)
Datazione: inizio XVII secolo
198
Bibliografia: L. Catalani 1845-53, II, p. 173 (Girolamo Imparato); G. A. Galante 1872, p. 191; G.
Previtali 1972, p. 906 nota 64 (Luigi Rodriguez); Idem 1978, p. 145 nota 73.
20. SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA
Napoli, chiesa di Santa Maria della Neve
Olio su tavola, cm. 175 x 50
Datazione: seconda metà XVI secolo
Bibliografia: G. A. Galante 1872, p. 256 (ignoto); N. Barbone Pugliese 1987, p. 16 (Girolamo
Imparato); P. Leone de Castris 1991, p. 30 nota 33 (Decio Tramontano); Idem 1996, pp. 297,
324 nota 21.
21. CRISTO APPARE A SANT’ELISABETTA D’UNGHERIA
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 145 x 90
Bibliografia: G. A. Galante 1872, p. 81, (Girolamo Imparato o Luigi Rodriguez); G. Rocco 1927,
p. 111 (Girolamo Imparato?); F. Strazzullo 1965, p. 25 (Luigi Rodriguez)); G. Previtali 1972, p.
906 nota 64; Idem 1978, p. 145 nota 73; P. Leone de Castris 1991, pp. 225, 245 nota 84.
22. CRISTO
RISTO E LA VERGINE APPAIONO A SAN FRANCESCO
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 155 x 98
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, I, p. 200 (Girolamo Imparato); S. D’Aloe in Napoli e i luoghi
celebri 1845, I, p. 333 (Francesco Imparato); V. Corsi 1845-50, II, p. 161; G. B. Chiarini 185660, II, p. 1276; G. A. Galante 1872, p. 81; G. Rocco 1927, p. 101 (Marco Mele); G. Previtali
1978, p. 87 nota 45; P. Leone de Castris 1991, p. 257.
23. CROCIFISSIONE
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tela, cm. 141 x 86
Bibliografia: L. Catalani 1845-53, II, p. 117 (Girolamo Imparato, ridipinto); G. Rocco 1927, p.
139.
199
24. IMMACOLATA
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tela, cm. 166 x 107
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, I, p. 200 (Girolamo Imparato); S. D’Aloe in Napoli e i luoghi
celebri 1845, I, p. 333 (Francesco Imparato); V. Corsi 1845-50, II, p. 161; G. B. Chiarini 185660, p. 1276; G. A. Galante 1872, p. 81; G, D’Addosio 1919, p. 379 (Ippolito Borghese); G.
Rocco 1927, p. 97 (F. I.); A. Venturi 1932, p. 743 nota 2 (Girolamo Imparato); G. Previtali 1972,
p. 901 nota 21 (I. B.); M. P. Di Dario Guida 1976, p. 144; G. Previtali 1978, p. 131 nota 12; P.
Leone de Castris 1991, pp. 285, 316 nota 16, 322.
25. MADONNA COL BAMBINO E SAN MICHELE ARCANGELO
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 150 x 90
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, I, p. 199 (Fabrizio Santafede); G. A. Galante 1872, p. 82
(Imparato); G. Previtali 1972, p. 872, 900 nota 18 (Aert Mijtens); Idem 1978, pp. 104,136 nota
28; P. Leone de Castris 1991, pp. 88, 102 nota 17, 104 nota 44.
26. MADONNA DELLE GRAZIE
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 170 x 120
Bibliografia: L. D’Afflitto 1834, I, p. 200 (Girolamo Imparato); S. D’Aloe in Napoli e i luoghi
celebri 1845, I, p. 333 (Francesco Imparato); V. Corsi 1845-50, II, p. 161; G. B. Chiarini 185660, II, 1276; G. Galante 1872, p. 81 (Imparato); G. D’Addosio 1919, p. 390; G. Rocco 1927, p.
105 (Teodoro e Giovan Luca d’Errico); G. Previtali 1972, pp. 899-900 nota 14; M. P. Di Dario
Guida 1976, p. 112; G. Previtali 1978, p. 134 nota 14; C. Vargas 1988, pp. 135-136, 143-147
nota 27; P. Leone de Castris 1991 pp. 70, 83 nota 139, 331.
27. MADONNA COL BAMBINO FRA I SANTI FRANCESCO D’ASSISI, FRANCESCO DI PAOLA, DOMENICO E
CATERINA
Napoli, chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 270 x 220
Datazione: fine XVI secolo
200
Bibliografia: C. De Lellis 1666-88, c. 19v (Imparato); B. De Dominici 1742-45, p. 837
(Mariangela Criscuolo); G. Sigismondo 1788-89, II, p. 225 (Luigi Rodriguez); L. D’Afflitto 1834, I,
p. 198; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845, I, p. 335 (M. C.); V. Corsi 1845-50, II, p. 163;
L. Catalani 1853, II, p. 124; G. B. Chiarini 1856-60, pp. 1279-80; G. A. Galante 1872, p. 82; P.
Leone de Castris 1996, p. 278 nota 36 (Silvestro Buono e bottega); A. Zezza in B. De Dominici
1742-45, (ed. 2003), II, pp. 837-838 nota 9.
28. MADONNA COL BAMBINO E I SANTI FRANCESCO D’ASSISI, MADDALENA, ANTONIO DI PADOVA E
LUCIA
Napoli, chiesa di Santa Maria della Salute
Olio su tavola, cm. 130 x 210 ca.
Datazione: primo XVII secolo
Bibliografia: G. A. Galante 1872, p. 269 (scuola di Stanzione); T. Dalbono 1876, p. 876 p. 348
(Francesco Imparato); M. Rotili 1972, p. 145; R. Ruotolo in Napoli Sacra 1993-97, XIII, p. 831
(Girolamo Imparato).
29. MADONNA DELLE GRAZIE E SANTI
Napoli, Depositi del Museo di San Lorenzo
Provenienza: Napoli, Congrega dei fruttivendoli
Datazione: seconda metà XVI secolo
Bibliografia: G. Alparone 1984, p. 260; Idem 1988, p. 31.
30. TRINITÀ CON I SANTI GIOACCHINO ED ANNA E LA VERGINE
Napoli, Depositi del Museo di San Martino
Provenienza: Napoli, Certosa di San Martino, chiesa delle Donne
Tela, cm. 321 x 214
Datazione: inizio XVII secolo
Bibliografia: R. Tufari 1854, pp. 25, 149-150 (Fabrizio Santafede); T. Fittipaldi 1988, p. 418
(Girolamo Imparato?).
201
31. CIRCONCISIONE
Napoli, Quadreria dei Gerolamini
Olio su tela, cm. 198 x 129
Datazione: 1606-07 ca.
Bibliografia: G. Previtali 1972, p. 906 nota 63 (Girolamo Imparato?); Idem 1978, p. 144 nota 68;
P. Leone de Castris 1986, p. 154 (Girolamo Imparato, bottega).
32. San Pietro Martire in orazione, San Pietro Martire calunniato, Santa Maria Maddalena,
Santa Caterina da Siena
Napoli, chiesa di San Pietro Martire
Olio su tela, cm. 350 x 120 (per i primi due); cm. 120 x 60 (per gli ultimi)
Bibliografia: V. Corsi 1845-50, II, p. 258; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1373; G. A. Galante 1872,
p. 139; G. Cosenza 1899-1900, IX, p. 59 (Carlo Mercurio).
33. Madonna delle Grazie con i santi Scolastica, Caterina, Severino vescovo, Severino abate,
Sossio e Placido
Napoli, chiesa dei Santi Severino e Sossio, cappella Quarta
Olio su tela
Bibliografia: C. Celano 1692, II, p. 920 (Andrea Sabatini); D. A. Parrino 1700, p. 187; B. De
Dominici 1742-45, II, p. 850 (confusa con la Madonna di Loreto dell’Imparato, cfr. n. 28 del
Repertorio delle opere autografe); D. Romanelli 1815, p. 104; S. D’Aloe in Napoli e i luoghi
celebri 1845, I, p. 238; E. Pistolesi 1845, p. 283; S. D’Aloe 1847, p. 46; A. De Lauzières, R.
D’Ambra 1855-57, II, p. 1073; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1146; T. Dalbono 1876, p. 202; G. A.
Galante 1872, p. 139; N. F. Faraglia 1878, pp. 241-242 (Decio Tramontano); F. Bologna 1959,
p. 72 nota 23; P. Leone de Castris 1996, p. 297, 324 nota 23, 337.
34. NATIVITÀ
Napoli, chiesa dei Santi Severino e Sossio
Tavola, cm. 430 x 256
Datazione: fine XVI secolo
202
Bibliografia: G. Sigismondo 1788-89, II, p. 75 (anonimo); L. D’Afflitto 1834 pp. 225-228
(Girolamo Imparato); S. D’Aloe in Napoli e i luoghi celebri 1845, I, p. 238; S. Volpicella 1845-50,
II, p. 580; G. B. Chiarini 1856-60, II, p. 1140; A. De Lauzières, R. D’Ambra 1855-57, II, p. 1073;
G. A. Galante 1872, p. 134; T. Dalbono 1876, p. 199; P. Leone de Castris 1984 p. 24 nota 37
(Andrea Lilio?); Idem 1991, p. 191 nota 30.
35. Annunciazione
Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Olio su tela, cm. 215,5 x 180
Bibliografia: C. Celano 1692, II, p. 872 (Francesco Curia); B. De Dominici 1742-45, II, p.813; D.
Salazar 1870, n. 84256; W. Roolfs 1910, p. 210 (F. C.); A. Venturi 1932, p. 745 (G. I.); F.
Bologna 1959, pp. 58, 98 (F. C.); ad integrazione cfr. I. di Majo 2002, 75-76, pp. 131-132.
36. VISIONE DI SANT’IGNAZIO A LA STORTA
Nola, chiesa del Gesù
Olio su tela, cm. 320 x 240
Datazione: 1622-27 ca.
Attribuzione: bottega di Giovann’Antonio D’Amato
Bibliografia: G. Previtali 1972, p. 905 nota 60 (Girolamo Imparato); Idem 1978, p. 142 nota 57;
P. Leone de Castris in Il Patrimonio 1984, p. 12; Idem 1986, p. 154; Idem 1988, p. 514 nota 31,
742; Idem 1991, pp. 11, 149, 171 nota 42; F. Iappelli 1992, pp. 24-25; P. Leone de Castris
1994, p. 226; F. Iappelli 1998, p. 22; P. Iappelli 2001, p. 50; I. di Majo in B. De Dominici 174245, (ed. 2003), II, p. 848 nota 14.
37. ANNUNCIAZIONE
Nola, Museo Storico-Archeologico
Provenienza: chiesa di Santa Maria la Nova
Olio su tavola, cm. 200 x 150 ca.
Datazione: 1590 ca.
Bibliografia: A. Zezza 2003, p. 343 (Imparato giovane, parere di P. Leone de Castris).
38. CIRCONCISIONE
203
Ottati, San Biagio
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: A. Braca 1998, pp. 85-86 (Girolamo Imparato); Dopo la polvere, 1994, IV, pp. 542544 (anonimo).
39. PIETÀ CON I SANTI ANTONIO DI PADOVA E GIOVANNI EVANGELISTA
Parete, Chiesa di San Pietro
Olio su tela, 254 x 146
Datazione: sec. XVII-XVIII
Bibliografia: G. Della Volpe 2003-2004, pp. 573-574 (G. Imparato, ridipinto).
40.
40. MADONNA COL BAMBINO E I SANTI TOMMASO D’AQUINO, GIOVANNINO, SEBASTIANO, ROCCO E
FRANCESCO
RANCESCO D’ASSISI
Penne, Museo Civico Diocesano
Provenienza: Penne, chiesa di San Domenico
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: Leone de Castris 1991 p. 170 nota 21 (Imparato giovane?); M. Calì 2003, pp. 508511 (Pompeo Landulfo).
41. MADONNA CON BAMBINO
AMBINO E SAN FRANCESCO
Pomarico (Pz), chiesa parrocchiale
Bibliografia: Arte in Basilicata 1981, p. 92 (Dirk Hendricksz); N. Barbone Pugliese 1983, pp. 8485; C. Vargas 1988, p. 147 nota 28 (Girolamo Imparato?); P. Leone de Castris 1991, pp. 70, 83,
nota 144 (D. H.).
42. COMPIANTO
Portici, collezione Malatita
Datazione: 1600-05 ca.
Attribuzione: Ippolito Borghese
204
Bibliografia: Previtali 1972, p. 904 nota 48; Idem 1978, p. 132 nota 12.
43. MADONNA DELLE GRAZIE CON I SANTI AGNELLO E FRANCESCO DI PAOLA
Pozzuoli, già palazzo vescovile
Iscrizioni: fabius de martino/ aere suo f...
Datazione: ultimo decennio XVI secolo
Bibliografia: P. Leone de Castris 1991, pp. 148, 171 nota 37 (Girolamo Imparato e
Giovann’Angelo D’Amato); Furti d’Arte 1995, p. 34.
44. TRINITÀ CHE APPARE A SAN FRANCESCO
Ravello, chiesa di San Francesco
Olio su tela, cm. 300 x 200
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: G. Previtali 1972, p. 905 nota 60; Idem 1978, p. 144 nota 68.
45. ANNUNCIAZIONE
San Marco Argentano, collezione privata
Datazione: fine XVI secolo
Bibliografia: Previtali 1978, p. 143 nota 61 (Imparato?)
46. MADONNA DEL BUON CONSIGLIO
San Martino d’Agri (Pz), chiesa di Santa Maria della Rupe
Olio su tela, cm. 158 x 100
Datazione: inizio XVII secolo
Bibliografia: M. D’Elia, M. Giannatiempo 1979, p. 26 (anonimo); G. Previtali 1991, pp. 18-19
nota 7 (Girolamo Imparato).
47. TRE SANTE MARTIRI (TRA CUI LUCIA E BARBARA)
Sant’Angelo in Formis, chiesa abbaziale
205
affresco
Iscrizioni: CAESAR MARTUCIUS/ CAMPANUS/ PINGEBAT/ 1568
L’iscrizione, oggi estremamente lacunosa, è riportata negli Atti della Commissione 1884, p. 160.
Nel 1984 la scritta fu rilevata da Alparone nel seguente modo: IMPARATUS PINGEBAT 1568
Datazione: 1568
Bibliografia: Atti della Commissione 1884, p. 168 (Cesare Martucci); G. Ceci 1930, p. 186; Arte
nel Frusinate 1961, p. 36; G. Alparone 1984, p. 260 (Girolamo Imparato); Idem 1988, 31; P.
Leone de Castris 1996, p. 210 (C. M.); A. Zezza 2003 p. 256 nota 53.
48. GLORIA DI SANT’AGOSTINO
GOSTINO
Sant’Antimo chiesa delll’Annunziata
Provenienza: chiesa dello Spirito Santo
Olio su tela, cm. 400 x 150 ca.
Datazione: ultimo decennio XVI secolo
Bibliografia: P. Leone de Castris 1988, pp. 514 nota 31, 742 (Girolamo Imparato, ridipinto) ;
Idem 1991, pp. 148, 171 nota 36; G. Della Volpe 2003-2004, pp. 615-616.
49. MADONNA COL BAMBINO E I SANTI BARTOLOMEO E NICOLA
Tufino (Av), chiesa di San Bartolomeo
Olio su tela, cm. 360 x 280
Datazione: inizio XVII secolo
Bibliografia: G. Previtali 1978, p. 144 nota 68.
50.
50. ETERNO PADRE
Vallo della Lucania, Museo Diocesano, cimasa della Madonna del Rosario dipinta da
Giovann’Angelo D’Amato
Provenienza: San Mauro Cilento, chiesa di San Mauro nartire
Olio su tavola, 108 x 84
206
Bibliografia: A. D’Aniello in Il Museo Diocesano 1986, pp. 22-27.
51. MADONNA DEL ROSARIO
Vallo della Lucania, Museo Diocesano
Provenienza: sconosciuta
Olio su tavola, cm. 174 x 155
Datazione: 1600 ca.
Bibliografia: G. Previtali 1972, p. 906 nota 63 (Girolamo Imparato?); Idem 1978, p. 144 nota 68;
A. D’Aniello in Il Museo Diocesano 1986, pp. 106-109 (G. I.); C. Restaino, in Il Cilento 1990, p.
126; P. Leone de Castris 1988, p. 514 nota 31, 742; Idem 1991, pp. 149, 171 nota 43.
52. MARTE E MINERVA
Frontespizio del libretto intitolato Monte Parnaso Mascarata da Cavalieri Napoletani. Alla
Maestà Serenissima di Donna Maria d’Austria reina d’Ungaria pubblicato a Napoli nel 1630
Incisione, mm. 170 x 120
Iscrizioni: Hieronimus Imperialis fecit 1628
Datazione: 1628
Erroneamente letto come Hieronimus Imperatus 1604 in Leggere per immagini 2005, pp. 63,
179 n. 740.
207
REGESTO DOCUMENTARIO
Abbreviazioni:
ASN: Archivio di Stato di Napoli
ASBNF: Archivio Storico del Banco di Napoli Fondazione
ASMP: Archivio della chiesa di Santa Maria di Portosalvo
ARSI: Archivum Romanum Societatis Iesu
ACO: Archivio Comunità Oratoriana
1571
DATA APPOSTA SU UN CARTIGLIO
CARTIGLIO DELL’ASSUNZIONE DI MARIA NELLA CHIESA NAPOLETANA
NAPOLETANA DI SAN PIETRO IN VINCULIS
1) Secondo Bernardo De Dominici la tavola, dipinta da Silvestro Buono, oggi conservata nella chiesa di
Santa Maria Donnaregina Nuova (sede del Museo Diocesano di Napoli), fu completata dall’Imparato.
(B. De Dominici, Vite de’pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli 1743, ed. cons. a cura di F. Sricchia
Santoro e A. Zezza, Napoli 2003, I tomo , pp. 710-711, 857-858)
1573
GIROLAMO IMPARATO RICEVE DUE PAGAMENTI
PAGAMENTI PER GLI AFFRESCHI
AFFRESCHI DI CASA PODERICO A NAPOLI
2) ASN, Banchieri antichi, Ravaschieri e Spinola, giornale 53
Napoli, 6 maggio 1573
Ad Ottavio Poderico ducati otto e per lui a Geronimo Imperato pittor disse se li paga in conto della pittura
che have da fare nella loggia del giardino della casa sua
(G. Ceci, Imparato Girolamo, in U. Thieme – F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, XVIII,
Leipzig 1924, p. 582, dove è errata l’indicazione del registro copiapolizze, creduto del banchiere Michele
de Meli).
3) ASN, Banchieri antichi, Ravaschieri e Spinola, giornale 53
Napoli, 29 maggio 1573
Ad Ottavio Poderico ducati sei e per lui a Geronimo Imperato di Napoli pittore disse ce li paga in conto
della pittura che have fatta et have da fare nella loggia del giardino della casa sua e per lui a Gennaro
Imperato disse sono per altritanti
1576
OTTIENE UN PAGAMENTO PER UNA CONA PROBABILME
PROBABILMENTE
LMENTE INVIATA AD ALFEDENA (AQ)
4) ASN, Banchieri antichi, Citarella e Rinaldo, giornale 62
Napoli, 13 aprile 1576
A Antonio Vincenzo Bujo ducati 16 e per lui all’honorabile Donato de Marco da Montenegro suo vassallo
disse per altritanti havuti da esso in questo modo disse ducati 5 per mano dell’istesso Donato e li restanti
ducati 11 li ha avuti da parte sua per huomini de Alfedena e per lui a Geronimo Imperato pictore disse
sono in parte per lo prezzo di una cona che li haverà da consignare alla fine de magio prossimo futuro
conforme alla cautela a questo dì fatta per mano di notare Pellegrino Fasolino alla quale se refere, a lui
contanti
1577
208
PAGAMENTO EFFETTUATO DA GIOVAN FRANCESCO VITALE
5) ASN, Banchieri antichi, Olgiatto e Solaro, giornale 63
Napoli, 18 maggio 1577
Al magnifico Ugo de Braida ducati undici tarì uno e per lui a mastro Giovan Francesco Vitale dissero ce le
paga per nome e parte del Signor Ettorre Braida per spese per esso fatte in la lite del preditto signore
Ettorre sino al presente e per lui al magnifico Gerolamo Imparato a complemento di ducati quaranta atteso
l’altri le ha ricevuti di contanti, a lui contanti.
GIROLAMO IMPARATO
E
GIOVANN’ANGELO D’AMATO
SI IMPEGNANO AD ESEGUIRE LA CONA CON
CON I
SANTI NICOLA,
URBANO E BIAGIO DESTINATA A CASTELVETERE
6) ASN, Notai del Cinquecento, Luigi Giordano di Napoli, scheda 3, protocollo 3, ff. 263r-264r. [Il
documento è ampiamente lacunoso a causa del grave stato di conservazione]
Napoli, 26 agosto 1577
Die vigesimo sexto mensis Augusti quinte indictionis 1577 Neapoli.
In nostra presentia constituti Ioannes Angelus de Amato et Hieronimus Imperatus de Neapolis pictores
presentes in solidum promiserunt notabili Nicolao Antonio Dulcetto de eadem civitate Neapolis.... cona
lignea stagionata longitudinis altitudinis et qualitatis huius modi et de alteza de palmi diece et de uno
agetto pel cornicione al’altro sette palmi de larghezza, al quatro de mezo de detta cona prometteno farce
tre figure ciò è santo Nicola de Bari in mezo con uno figliolo che tene per li capelli, santo Urbano da una
banda et santo Biasi dal altra banda con le cornice per mezo tra uno santo et l’altro guarnite de oro. Item
impede de li pilastri de detta cona incontro lo scabello prometteno farce le arme de la terra de Castello
vetere ciò è una torre per banda. Item prometteno fare al detto scabello de detta cona li dudice apostoli
con la immagine de Cristo in mezo o vero due historie de santo Nicola ad electione de detto magnifico
Colantonio. Item al mezo tundo sopra detta cona prometteno farce tre figure ciò è la figura de Cristo in
mezo, da una banda la immagine de la beata Vergene Maria et da l’altra banda san Gioanne, quale cona
prometteno detti pitturi farla bona et perfecta et indorare li pilastri de oro et li campi de azuro con ponerce
colori fini ad oglio et li frisi dentro li pilastri indorati de oro con li campi de azuro et anco indorare la cornice
de lo mezo tundo similmente de oro conforme al desegno sottoscritto per mano de tutte due dette parte
quale se conserva per detto magnifico Colantonio... non sece includa quello che ai cassato in detto
desegno; quale opera prometteno detti pitturi in solidum farla per detto tempo bona et perfecta ut supra a
laude et iuditio de esperti in tale et consignarla a detto magnifico Cola Antonio per detto tempo de li
ventidui de novembro prossimo che vene cqua in Napoli, in pace et senza replica… pro convento et finito
pretio ducatorum trigintasex ... dictus Nicolaus Antonius promisit solvere ... Ioanne Angelo et Hieronimo
hoc … ducatos novem finita che serà de legname et ingessata detta cona et ducatos duodecim consignata
ditta cona modo ut supra eidem Nicolao Antonio in pace ut supra quia sic cum pacto que ubi dicti Ioannes
Angelus et Hieronimus non fecerunt et consegnaverint eidem Nicola Antonio infra dictum tempus dictam
conam modo ut supra eo casu liceat eidem Nicolao Antonio dicta cona fieri facere ab aliis pictoribus
[omissis]
Iudice Aurelio de Nicolella.. notaro Iacobo Anello de parte de Neapolis... Donato Antonio Guariglia de
Neapoli nobili Vito Mariasilvestro de Neapoli et egregio Dominico Barberis de terra Sancti Gregorii
(G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, Napoli 1891, vol VI,
p. 7)
1579
ESEGUE
SEGUE UNA PALA PAGATA DA
DA GIOVAN ANTONIO SCALZO
7) ASN, Banchieri antichi, Ravaschieri, giornale 73
209
Napoli, 13 aprile 1579
A Prospero Sant’Elia ducati dece, et per lui a Geronimo Imperato pittore disse in conto de la cona fa a
Giovan Antonio Scalzo come per cautela appare per mano de notar Detio Beneincasa
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit., p. 582)
1580 - 81
DIPINGE UNA MADONNA COL BAMBINO
PER LA SACRESTIA DI
DI SANTA MARIA DI PORTOSALVO A NAPOLI
8) ASMP, Libro di esito (1554-1593)
Napoli, 2 ottobre 1580
ducati 5 a Gilormo Imparato per conto de una cona quale si trova a lo spogliaturo [oratorio], quale cona ne
have voluto di pictura docati dieci
6 novembre
ducati 2,50 a Gilormo Imparato a bon conto per la cona de lo spogliaturo
4 giugno 1581
ducati 2 a Gilormo Imparato per prezzo della cona dell’oratorio
luglio 1580
ducati 8 per la cornice di detta cona
agosto 1580
ducati 6 per indoratura della cornice della cona
dicembre 1582
ducati 4 alli mastri per la fattura della cona dell’Oratorio
(E. Nappi, La chiesa di Santa Maria di Porto Salvo di Napoli, in «Ricerche sul ‘600 napoletano. Saggi e
documenti», Napoli 1998, pp. 33, 42, documento 21)
15811581- 85
CA.
REALIZZA LA CONA DELL’ALTARE MAGGIORE DELL’ORATORIO NAPOLETANO DEI BIANCHI ALLO SPIRITO SANTO
9) Il gesuita Giovan Francesco Araldo riferendo della consacrazione della chiesa, avvenuta il 14 marzo del
1582, descrive l’“icona di rara pittura quale è due faccie” posta sull’altare principale (G. F. Araldo, Cronica
della Compagnia di Giesù di Napoli, Biblioteca della Residenza dei Gesuiti di Napoli, ms. 1596, c. 177v.)
1584 CA. - 87
DIPINGE LA COPIA DELLA
DELLA CIRCONCISIONE DI MARCO PINO DEL GESÙ VECCHIO DI NAPOLI PER IL CAPOALTARE
CAPOALTARE DELLA
CHIESA DEL GESÙ DI NOLA
10) ARSI, Epist. Gen. Neap. 1583-1588, 3, ff. 285r-285v
Nola, Padre Oratio Sabbatino, 2 genaro 88
Ci è dispiaciuto intendere le difficoltà che mette il Signor Bartolomeo Mastrillo intorno all’icona da lui fatta
nella capella della Signora contessa, poi chè non convenendo in modo alcuno che si gli conceda più di
quel che fu stabilito perché saria in pregiudicio di detta signora, mi dispiacerebbe che fussimo necessitati a
venire a qualche risolutione men sanno quando egli persistesse in questo suo pensiero però sé ordinato a
Padre Riccio il quale trattò il negotio con lui che gli scriva una buona lettera ricordandogli i particolari che
passarono, et così vostra reverenza potrà con gli avisi che ha dati a lei ancora [f. 285v] vedere di disporlo
con strumento ad acquetarsi alla ragione, et quando poi stesse duro, il che non doviamo credere non si
potrà far altro se non offrirgli quel che ha speso nell’icona poiché non doviamo per compiacere a lui far
cosa che torni in aggravio d’altri et massime di persona di tal qualità et alla cui memoria tanto deve la
compagnia, ma se in altra cosa possiamo gratificare esso signore Bartolomeo ci troverà sempre pronti a
corrispondere nel resto alla divotione et amorevolezza sua [omissis]
210
11) ARSI, Epist. Gen. Neap. 1583-1588, 3, ff. 286r-186v
Napoli, Padre Provinciale (Giulio Fatio), 2 gennaro 88
In alcuni delli casi che vostra reverenza scrive con la sua de’ 18 del passato circa i siti che si designano
per il collegio di Bari…[omissis]
Intorno all’icona della cappella maggior della chiesa nostra di Nola mi rimetto a quanto si scrive al padre
rettore la cui lettera viene aperta..[omissis]
1587
PROMETTE
A SUOR
ANTONIA
DE
APRANO
DI REALIZZARE L’ULTIMA
CENA
PER IL REFETTORIO DEL
DEL MONASTERO
NAPOLETANO DELLA SAPIENZA, ANCORA ESISTENTE. IL DIPINTO RECA LA DATA
DATA 1591
12) ASN, Notai del Cinquecento, Antonio Celentano di Napoli, scheda 132, protocollo 7, ff. 454v-455r,
Napoli, 26 agosto 1587
Promissio cone pro monasterio Sapientie.
Die vigesimo sexto mensis augusti secunde indictionis 1587 Neapoli et proprie in venerabili monasterio
Sancte Marie Sapientie ante crates ferreas ipsius in nostri presentia constitutus nobilis Hyeronimus
Imperatus de Neapoli magister pictor figurarum seu imaginum sicut ad conventionem devenit cum
reverenda matre sorore Antonia de Aprano priora dicti monasterii existente cum aliis monialibus a parte
interiori cratarum praedictarum intus dicto monasterio promisit dicte reverende matri priore dicto nomine
presenti di pingere in uno quatro seu cona la Cena del Signor nostro Jhesu Cristo co li dudici apostoli de
altecza de palmi dudeci e de la larghecza de palmi dece octo et meczo per lo refectorio del decto
monasterio de colori misti fini excepto l’azuro ultramarino quale promecte decta reverenda matre
consignarcelo ad ogni sua rechiesta infra quindici di d’hogi consignarli anco dicto quatro per l’effecto
predicto, lo quale quatro seu cona con dicti lavori et pecture ben facti et ben lavorati promecte dicto mastro
consignarlo in dicto monasterio et ponerlo in dicto refectorio da qua et per tucto li vinti del mese de febraro
del intrant’anno 1588 in pace et senza replica dilatione o exceptione alcuna. Et questo per preczo de
ducati sissanta de carlini de li quali decto mastro Hyeronimo in presentia nostra ne receve ducati vinti
consistentino in tanta moneta d’argento. Altri ducati vinti promecte detta reverenda matre pagarli facta che
serà la mità de la decta opera et li restanti ducati vinti nel tempo de la consignatione et postura del decto
quatro ut supra. Et è convenuto che quanto forse decto mastro non consignasse dicto quatro nel tempo
promisso ut supra, che in tal caso citra prejuditium de li altri remedii et ragioni competentino al decto
monasterio per lo presente contracto non sia obligato dicto monasterio a pagarli nella decta tertia paga de
servitio più che ducati diece per complimento de la decta pictura acteso li altri ducati diece ex nunc pro
tunc decto mastro relassa et dona elemosinaliter al decto monasterio quia sic [omissis]
15871587-89
IMPARATO PARTECIPA ALLA
ALLA DECORAZIONE PITTORICA
PITTORICA DEL SOFFITTO
SOFFITTO DELLA CHIESA DI
DI SANTA MARIA DONNAROMITA ED
ESEGUE LA CONA DELL’ALTARE MAGGIORE
13) ASN, Monasteri soppressi, fascio 3999, Libro dello abadessato dela signora donna Isabella Capece
abadessa del venerabile monasterio de Santa Maria Donna Romita di Napoli per tre anni videlicet l’anno
1587, 1588 et 1589
f. 152
Exito de intempiatura.
211
Jmprimis se fa exito de ducati duicento trentasei et grana otto per lo preczo de 200 tavole de chiuppo
parte grandi et parte piccole ad diversi preczi hanno servito per la intempiatura dela chiesa videlicet per
fare dui letti et altre cose, D. 236.0.8.
Jtem se fa exito de docati cento vinti et grana nove per lo preczo de tavole de teglia n. duicento novanta
parte piccole et parte grandi a diversi preczi et diversi tempi, D. 120.0.9.
(omissis)
f. 153
Jtem se fa exito de ducati quattro cento trenta pagati a Nuntio Ferraro et ad mastro Giovanni Battista
Vigliante intagliatori videlicet datoli cinquanta di essi per complimento per lo banco de Olgiati a di 15 de
settembre 1587 et li altri in contanti per saldo et complimento de tutto lo intaglio che hanno fatto alla
intempiatura predicta per appreczo fatto per esperti, D. 430.0.0.
f. 153 verso
Jtem pagati de più ad mastro Francesco intagliatore al fine della ecclesia per 29 pecci de intagli et
quaranta rosette che mancorno ducati nove, D. 9.0.0.
Jtem se fa exito de ducati quattro cento cinquanta sette per tanti pagati a mastro Marino battitor de oro per
lo preczo de migliara cinquecento cinquanta doi et pecci cento vinti de oro che han servuto per la detta
intempiatura et per la cona et detto pagamento è stato fatti in più volti, D. 457.0.0.
(omissis)
f. 154
Jtem pagato a Geronimo Inparato per la pittura de otto quatri dela detta intempiatura ducati cento
sissanta, D. 160.
Jtem de più dato al detto per fattura de la cona dela chiesa et deli quatri de meczo et anco deli quatri che
stanno al scabello ducati cento sessanta, D. 160.
Jtem pagato a Pomponio pittore ducati cento vinti per fattura de la pittura che ha fatto alle strade dela
detta intempiatura, D. 120.
De più pagato al detto per lo banco de Olgiati docati cento vinti sei per la fattura deli campi fatti nella detta
intempiatura cornici friso et anco pittura fatta nel cornicione et nel friso, D. 126.
f. 154 verso
Jtem pagato ad Alexandro pittore che have lavorato sopra le colonne dela cona et tutti li cornici et frisi di
essa ducati vinti quattro, D. 24.
Jtem pagato a Joanne Gralovo pittore che ha fatto le storiette da dentro ovate intorno ad tutti li quatri n. 8
et alli altri tre quatri grandi et intempiatura con le figurette piccole docati novanta sette et grana 15, D.
97.0.15.
Pagati a mastro Theodoro Herrico pittore che ha fatto li tre quatri grandi in meczo dela intempiatura de
pittura docati centocinquanta, D. 150.
(omissis)
f. 155
Dato al magnifico Joanne Andrea Magliolo per tutti li disegni che ha fatto et per le sue fatighe de detta
intempiatura et cona ducati dui cento cinquanta, D. 250.
Dato a tre appreczatori che hanno appreczatori la detta intempiatura de più fatta et anco ad un altro
appreczatore che misuro et appreczò tutto l’oro de detta intempiatura ducati dudici, D. 12.
212
(M. R. Pessolano, La chiesa di Donnaromita e le superstiti strutture conventuali, in «Napoli Nobilissima»,
XIV, fasc. II, 1975, pp. 61, 68-69 nota 59; per la trascrizione del documento vedi C. Vargas, Teodoro
d’Errico. La maniera fiamminga nel Viceregno, Napoli 1988, pp. 159-160)
14) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 93
Napoli, 26 settembre 1588
Al monasterio de Santa Maria donna romita ducati trentaquattro tarì 2. 10 et per lui a Mario Ingenio dissero
selli pagano in parte della intempiatura de coro che li deve et sono ad compimento de docati cinquanta
che li altri li have recevuti de contanti
1588
REALIZZA UN’ASSUNZIONE DELLA VERGINE PER MUTIO DELLE PERE
15) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 93
Napoli, 6 ottobre 1588
A Mutio delle pera ducati quindici et per lui al magnifico Geronimo Imperato pittore dissero sono ad
complimento de docati quarantacinque et sono in parte del prezzo de una cona della Assuntione della
Santissima Madonna che li havera da consignare alla mita del presente mese ben lavorata de oro
finissima et similmente de colori finissimi ad sua spesa et anche dello ligname et intaglio de quello a lode
de esperti
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit., p. 582).
DIPINGE UN’ANNUNCIAZIONE PER MUZIO DELLE PERE
16) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 94
Napoli, 5 novembre 1588
A Mutio delle pera ducati cinque et per lui al magnifico Geronimo Imperato pittore dissero ad complimento
di ducati 56 in parte del preczo de una cona della Santissima Annunciazione della Madonna, et sua spesa
de legname oro et colori fa et la havera da consignare et per lui a Fabio Savio dissero per altritanti.
ESEGUE UNA CONA PER
PER IL COLLEGIO DEI GESUITI DI LECCE
17) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 94
Napoli, 5 novembre 1588
Al collegio del Giesù de Napoli ducati dece et per lui al loro fratello Claudio de Aijello dissero selli pagano
per ordine del patre rettore dello collegio de Leccie et per esso a Geronimo Imperato disse per parte del
preczo de una cona.
REALIZZA UNA NATIVITÀ PER L’ORATORIO DI LUCREZIA CARACCIOLO
18) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 94
Napoli, 28 novembre 1588
A Lucrezia Caracciola de Bernabo ducati vinti et per lei al magnifico Geronimo Imperato dissero sono ad
compimento de ducati 30 che ducati 10 li have recevuti de contanti per fattura et pittura de uno quatro
grande de Natività have fatto per servitio dello suo oratorio
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit., p. 582).
DIPINGE UNA PIETÀ PER LA CAPPELLA CIOFFO NELLA CATTEDRALE
CATTEDRALE DI MASSALUBRENSE
213
19) La notizia è desunta dal Registrum
Sanctae Visitationis Civitatis, et Diocesis Massae Lubrensis
ceptum Anno 1685, Sub Praesulatu Illustrissimi, et Reverendissimi Domini Ioannis Baptistae Nepita…,
ms., Curia Arcivescovile di Sorrento, senza collocazione, ff. 17v, 18r
(L. Vargas, Inediti di Cardisco, Negroni, Ierace e Imparato a Massalubrense, in «Prospettiva» 46, 1986, p.
77, 79 nota 60)
1589
1589
ACQUISTO DELL’USUFRUTTO DI UNA MASSERIA
MASSERIA DAI PADRI GESUITI
GESUITI
20) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 1, ff. 34v-35r
Napoli, 8 ottobre 1589
Emptio introitum pro Hieronimo Imparato
Die octavo mensis februari secunde indictionis Neapoli 1589 in nostri presentia constituti reverendi patres
pater Joannes Baptista Piscator novarensis rector et pater Joannes Baptista Gratiano generalis procurator
ut dixit Sacrae Domus Probationis, seu Novitiati de Societate Jesu, sitae ubi dicitur à Piezofalcone,
consentientes prius in nos et agentes et intervenientes ad infrascripta omnia etcetera pro utili causa
dictorum Novitiati seu Sacrae Domus Probationis et successorum in eis ex una parte et magnificus
Hieronimus Imparato de Neapoli agens similiter ad infrascripta tantum pro se parte ex altera. Prefati vero
patres rector et procurator dictorum Novitiati, seu Probationis, sponte asseruerunt coram nobis et dicto
magnifico Hieronimo, ibidem presente, se ipsos patres nomine quo supra habere, tenere et possidere
iuxte tamquam veros dominos et patronos titulo emptionis per dictos patres dicte Societatis Jesu factae a
domina domina Allegra de Taxis quandam massariam arbustatam et vitatam modiorum quatraginta in
circa, sitam et positam in montanea Pausilipi supra andrum, iuxta bona illustrissimi et reverendissimi
cardinalis Carrafe, iuxta bona magnifici Petri de Lutio de Neapoli, vias publicas et alios confines francam et
liberam, nemini per dictos patres nomine quo supra venditam excepto et reservato annuo censu
carlinorum decem solvendorum venerabili Ecclesiae … [sic]. A qua massaria ut supra designata prefati
patres asseruerunt coram nobis cum iuramento percipere, recolligere et habere anno quolibet
imperpetuum fertili ad infertilem ducatos tricentum de carlini in circa et facta assertione predicta etcetera.
Prefati patres nomine quo supra pro non nullis eorum et dictorum Novitiati, seu Probationis, necessitatibus
ad presens occursis de summa predictorum annuorum ducatorum tricentus de carlinis libere vendiderunt
et alienaverunt predicto magnifico Ieronimo, ibidem presenti et bona fide ementi, annuos ducatos septem
de carlinis percipientes et de primis fructibus et introitibus quolibet anno perveniendis ex dicta massaria, et
hoc pro pretio inter eos convento ducatorum centum de carlinis [omissis]
RICEVE UN PAGAMENTO DA
DA GIOVAN BERNARDINO DEL PEZZO
21) ASN, Banchieri antichi, Citarella e Rinaldo, giornale 104
Napoli, 10 ottobre 1589
A Giovan Bernardino del Pezzo ducati due e per lui a mastro Geronimo Imparato disse per tanto panno
PAGAMENTO DA PARTE DI MARCELLO DE ROSA
22) ASN, Banchieri antichi, Olgiatti, giornale 174
Napoli, 7 novembre 1589
A Marcello de Rosa ducati cinque et per lui a Geronimo Imperato dissero per altritanti
1591
ULTIMO
PAGAMENTO PER L’ANNUNCIAZIONE COMMESSA DA
MUZIO
DELLE
PERE
ED IDENTIFICABILE
IDENTIFICABILE CON QUELLA
FIRMATA E DATATA 1591 DELLA PARROCCHIALE DI CASTIGLIONE COSENTINO
214
23) ASN, Banchieri antichi, Citarella e Rinaldo, giornale 107
Napoli, 2 maggio 1591
Al magnifico Angelo Pascali ducati cinquantacinque e per lui al signor Mutio delle pera disse se li pagano
per una de cambio de Cosentia del signor Pompeo Sersale deli 6 del passato, disse l’auta contanti
dall’egregio signore Pietro della Manna e per esso al magnifico Geronimo Imperato pittore de Napoli a
complimento de ducati settancinque tarì 1. 10 in conto del prezzo della cona dell’Annuntiatione della
Madonna che l’haverà da consignare
15911591-92
PARTECIPA CON LA DISPUTA DI GESÙ NEL TEMPIO AL RETABLO DI SANTA MARIA
ARIA DE LA VID (BURGOS), ESEGUITO IN
COLLABORAZIONE TRA SANTAFEDE, CAVAGNA, E COBERGHER SU RICHIESTA
RICHIESTA DEL VICERÉ
VICERÉ DON JUAN DE ZUÑIGA
La cronologia si ricava dalle date segnate sulle altre tele che compongono l’insieme. Il dipinto imparatesco
risulta solo firmato: HIERONYM(U)S IMPE/RATUS NEAP(OLITANU)S FACIEB(AT)
1592
DATA APPOSTA SULLA TAVOLA
TAVOLA COL BATTESIMO DI CRISTO NELLA CATTEDRALE DI MASSALUBRENSE
D(OMINUS) M(ATTIA) P(ISANO) F(IERI) (FECIT) 1592
IMPARATO È MEMBRO DELL
DELL’ACCADEMIA DI SAN LUCA DI NAPOLI
24) ASBNF, Banco dell’Annunziata, volume di polizze, matricola 100
Napoli, 7 gennaio 1592
Signori Governatori del banco dela Nonciata de Napoli piaccia alle Signorie vostre pagare per me alli
Magnifici Michele Curia mastro et Cancellero dela Cappella de santo Luca de li pittori de Napoli, Curcio de
Georgio mastro et Thesorero Rinaldo Mithe, Sebastiano Sellitto, Francesco Spasiano, Geronimo Imperato
et Matheo de Guido similmente mastri de detta Cappella, docati diece correnti, et sono per saldo et final
conto dela administracione per me fatta come thesorero de dita Cappella de tre anni passati del Consolato
de pittori dela quale administracione ne hò dato conto come appare per li libri de la Cappella predetta et
resto saldato de detta administracione de deta Cappella, salvo et reservato a la Cappella lo apprezzo fatto
delle Galeazze de lo quale apprezzo ne resta lo pigno in mio potere in beneficio de la Cappella. In Napoli jl
dì sette de Januario 1592
Al comando de le signorie vostre Marino Bonocore per mano de notaro Giovan Domenico Cavaliero per
llui non sapere scrivere
(V. De Luise, Michele Curia, indagine documentaria, Napoli 1989, p. 47)
1593
FIRMA
E DATA IL POLITTICO
POLITTICO DELLA CHIESA DEL
DEL
CARMINE
DI
CAGLIARI: HIERONIMUS IM/PERATUS
NEAPO/LITANUS FACIEBAT/ 1593
ESEGUE UNA NATIVITÀ PER LA BARONESSA DI FRAGAGNANO
25) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 5,
Napoli, 6 febbraio 1593
A Cesare Vivo della Compagnia di Gesù ducati 15 e per lui a Geronimo Imparato per la baronessa di
Fragagnano a compimento di ducati 30 a conto dell’immagine della Natività che pinge per la cappella di
detta signora
(E. Nappi, I Gesuiti a Napoli. Nuovi documenti, in «Ricerche sul ‘600 napoletano. Saggi e documenti»,
Napoli 2003, p. 118, doc. n. 52)
215
PAGAMENTO DA FRANCESCO ROPPULO DE FLORIO
OTTIENE UN PAGAMENTO
26) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, filza matricola 10
Napoli, 19 agosto 1593
Signori governatori del banco de Santo Eligio magior de Napoli piacciavi pagare al magnifico Gironimo
Imperato de Napoli docati vinti correnti et dicti sono per altri tanti da lui receputi contanti per oneri a cunto
de
casa
il
dì
19
de
agosto
1593,
al
comando
delle
signorie
vostre
Francesco Roppulo de Florio
(P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 332)
GIROLAMO IMPARATO È CONSOLE E MAESTRO
MAESTRO DELLA CORPORAZIONE E CAPPELLA
DI SAN LUCA
27) ASN, Notai del Cinquecento, Cristoforo Cerlone, protocollo 29, ff. 87v-89,
Napoli, 13 ottobre 1593
La notizia si ricava dalle sottoscrizioni ad una richiesta di dote da parte di Margherita de Loes, figlia del
pittore. Nel documento il nome dell’artista compare assieme a quello di Giovan Bernardo Lama, Giovan
Marino Cacace, Fabrizio Santafede, Dirk Hendricksz, Aert Mytens e Giacomo de Pereda, membri della
corporazione.
(P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli..., cit, p. 332)
1594
DIPINGE
LA
PRESENTAZIONE
AL TEMPIO
SOFFITTO DELL’ANNUNZIATA DI
TEMPIO DEL PERDUTO SOFFITTO
NAPOLI
E SOVRINTENDE
ALL’ESECUZIONE DEGLI ANGELI
ANGELI REALIZZATI DA GIOVANN’ANGELO D’AMATO PER LO STESSO COMPLESSO
COMPLESSO
28) ASBNF, Banco dell’Annunziata, giornale di cassa, matricola 18
Napoli, 25 febbraio 1594
Ai nostri Governatori dela Nuntiata centonovantadue ducati e per loro a Simeone Ranalo Meytens,
Giovanni Inyers, Giulio del Loco, Giovan Vincenzo Forli, Angelo d’Amato et Curtio di Giorgio pittori,
dissero in parte di ducati 384 per l’integro prezzo dell’opera di pittura che haurano da fare nell’intempiatura
di detta Santa Casa nell’ecclesia, consistente in ventiquattro quatri, venti di essi di palmi tredici in circa di
larghezza et palmi sei in circa di altezza per ciascheduno di essi, in li quali se ci haverà da fare per ognuno
di essi doi angioli che tengono in mano uno epiteto della Madonna Santissima, et quattro altri quatri di
sette palmi di ogni lato in circa nelli quali si hanno da fare li quattro evangelisti di quel modo migliore
parerà a Simeone Vincenzo Coberger, Fabritio Santafede, Geronimo Imparato, e Giovan Battista Cavagni
como soprastanti di detti 24 quatri declarando che tanto li quattro quatri dell’Evangelisti predetti quanti
quattro altri delli suddetti 20 che circondano il quatro grande dell’Assumptione si haveranno di da fare per
lo magnifico Rinaldo Mitens cioè li quattro evangelisti et li quali altri quattro sopradetti per il magnifico
Giovanni Iniers quali debbano essere a soddisfatione del detto magnifico Vincenzo Coberger et non
altrimenti tanto nella perfetione et bontà di colori quanto d’ogni altra cosa necessaria per la summa di altri
quatri sedici remanenti de la suma di detti 24 siano et debbano essere fatti cioè otto per li magnifici Giulio
del Loco et Giovan Vincenzo Forli a soddisfatione del magnifico Fabritio Santafede con le conditioni
predette et per la summa di altri quattro quatri siano et debbano essere fatti per lo magnifico Angelo
d’Amato a sodisfatione del magnifico Geronimo Imperato de la bontà et conditione necessaria et li restanti
quattro quatri per compimento di detto numero 24 siano et debbano essere fatti per lo magnifico Curtio di
Giorgio a sodisfatione del magnifico Giovan Battista Cavagni della bontà et perfetione ut supra,
declarando che detti magnifici pittori che averanno da fare detti quatri 24 siano tenuti ponerci essi tutti li
colori fini et necessari et lo avessero indorato cenere di prezzo di uno ducato in circa l’onza et ogni altra
cosa necessaria eccetto che la tela, declarando che tutta detta opera di pittura si obligano et prometteno
216
ogni uno di essi magnifici Rinaldo Meijtens, Giovanni Inyers, Giulio del Loco, Giovan Vincenzo Forli,
Angelo d’Amato et Curtio di Giorgio darla fatta et atta a potersi ponere all’intempiatura per tutti il mese di
maggio prossimo venturo 1594 et mancando ognuno di essi di finire li quatri con la bontà et perfetione
sopradetta per detto mese di maggio debba perdere per sedici della rata che li spetterà di ducati
sessantaquattro il quale è il prezzo di quattro quatri che tocca ad ogn’uno di essi di fare pronto d’interesse
cossì da mò e per allora liquidato fra di essi, a loro contanti.
29) ASBNF, Banco dell’Annunziata, giornale di cassa, matricola 18,
Napoli, 25 febbraio 1594
Ai nostri Governatori de la Nuntiata ducati trecento cinquanta e per essi al magnifico Vincenzo Coberger,
Fabritio Santafede, Geronimo Imparato, et Giovan Battista Cavagno, pittori, dissero in parte di ducati
settecento per l’integro prezzo dell’opera et pittura hauranno da fare per l’intempiatura dell’ecclesia di
detta Santa Casa, cioè quattro quatri grandi con l’istorie infrascritte la Natività de la Madonna Santissima,
la Presentatione, lo Sposalitio et l’Assumptione con conditione che in ogni quatro di essi siano per lo meno
dieci figure distribuiti nel miglior modo che parerà a detti magnifici pittori, e che l’opera sia d’ogni bontà e
perfetione tanto nella pittura con modi, colori fini, dechiarando che sono obbligati essi Signori Governatori
darli solamente il colore oltramarino, e tele, e tutti gli altri colori et qualsivoglia altra cosa hanno da ponere
essi magnifici pittori, li quali quattro quatri si hauranno da fare e cioè il primo dell’istoria della Natività dal
detto magnifico Giovan Battista Cavagni, il secondo dell’istoria della Presentatione dal magnifico Girolamo
Imparato, il terzo dell’istoria del Sposalitiio dal magnifico Fabritio Santafede et il quarto et ultimo più
grande dell’istoria dell’Assumptione dal magnifico Vincenzo Cobeger, declarando che tutta detta opera et
pittura si obligano et promettono darla fatta e atta potersi ponere all’intempiatura per tutto lo mese di
maggio primo venturo et mancando ogn’uno di essi di finire il suo quatro con la bontà e perfetione
supradetta per detto mese di maggio, debbia perdere ducati settecento per ragione d’interesse cossì da
mò e per allora liquidato fra essi a loro contanti.
(G. Toscano, La bottega di Benvenuto Tortelli e l’arte del legno a Napoli nella seconda metà del
Cinquecento, in «Annali della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Napoli», XXVI, 1983-1984, pp.
266-268.)
1595
EFFETTUA UN PRESTITO DI 100 DUCATI A GIOVAN MARCO DI GENNARO
30) ASN, banchieri antichi, Gentile, giornale 117
Napoli, 10 gennaio 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati cento e per lui al magnifico Giovan Marco di Gennaro dissero selli
prestano gratis per quelli restituirli fra termine di un mese, e per lui a Vittoria Gagliarda una delle figlie ed
erede de la magnifica Aurelia Sr.ma disse sono per lo prezo di annui ducati 8. 2. 10 quali sono de la
retrovendita de maggior suma che deve conseguire del magnifico Giovan Geronimo Fino (omissis)
DIPINGE LA CONA PER LA
LA CAPPELLA DI POMPONIO MARANTA AI SANTI SEVERINO E SOSSIO
31) ASN, Banchieri antichi, Gentile, giornale 117
Napoli, 21 gennaio 1595
Al signor Pomponio Maranta ducati venti e per lui a Geronimo Imperato pittore disse in conto di ducati 40,
per lo prezo di una cona che dipinge nella cappella sua
(G. Ceci, Imparato Girolamo, cit., p. 582)
TESTAMENTO DI AGOSTINO IMPARATO, FRATELLO DI GIROLAMO
217
32) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 45, ff. 303r-306v
Napoli, 31 gennaio 1595
Die ultimo mensis ianuari VIII.e indictionis Neapoli 1595. Ad preces nobis etcetera factas pro parte
magnifici Augustini Imperato de Neapoli personaliter accessimus ad quamdam domum magnifici Virgilii
Imperato sitam et positam intus hanc civitatem Neapolis et proprie in platea dicta delli Rimolarii predicte
civitatis Neapoli [omissis] prefatus magnificus Augustinus testator instituit et ordinavit et fecit sibi suos
heredes universales et particulares [omissis] magnificos Hieronimum et Minicum Imperato de Neapoli, eius
germanos, unumquemlibet ipsorum pro equali parte et portione praeter et excepto ab infrascriptis legatis
[omissis]
[f. 304v]
Item il detto magnifico Augustino testator lassa et legha alla magnifica Virgilia de Ligorio moglie del
magnifico Geronimo Imperato, suo fratello et mia cogniata, ducati vinte contanti per annum, li ha portato et
porta et per alcunii serviti fattimi in la presente mia infermità et hoc pro una vice tantum
[ff. 305r-305v]
Item lo prefato Augustino testator lassa et lega alla magnifica donzella Anna Imperato, sua nepote carnale
et figlia legitima et naturale del magnifico Geronimo Imperato, suo fratello, in augumento delle soe dote,
seu monachato, ducati cento contanti, cioè ducati cinquanta d’essi della parte ad esso testator li spetta
dalla dote et raggione dotali della quondam magnifica Portia Carriola, sua matre, con li restanti ducati
cinquanta ad complimento delli denari perveniendi dalla Redentione allora quando si exigeranno et
serranno esatti. Verum esso testator vole che fandosi monecha detta magnifica donzella Anna et
menando vita monacale che li detti ducati cento ut supra lassatoli essa donzella Anna ne possa et voglia
testare et disponere in tutto et in parte come meglio ad essa parerrà et piacerrà senza contraditione
alcuna et maritandose et venendo a morte senza figli legitimi et naturali da suo corpo legitimo
descendenteno, in tali casu voglio che li detti ducati cento ut supra lassatoli essa donzella Anna né in tutto
né in parte ne possa ne voglia disponere ma se questa sua morte in detti ducati cento ut supra lassatoli
succedano et habbiano ad soccedere li detti magnifici Geronimo et Minico Imperato, miei fratelli et heredi
ut supra instituti, ogni uno d’essi pro equali parte et portione et cossì voglio se habbia ad osservare per
essere tale mia voluntà [omissis]
DÀ UN ACCONTO A FRANCESCO ZACCARELLI PER GLI STUCCHI
STUCCHI DELLE CAPPELLE DELL’ORATORIO DEI BIANCHI IN SAN
GIOVANNI MAGGIORE
33) ASN, Banchieri antichi, Gentile, giornale 117
Napoli, I febbraio 1595
A Francesco de Roberto ducati vinti cinque e per lui a Geronimo Imperato disse ce le presta
gratiosamente, per lo stucco che se lavora nel oratorio delli Bianchi di San Giovanni Maggiore in ogni sua
requesta e per lui a Francesco Zaccarelli in conto delle cappelle de stucco che lavora dentro l’oratorio di
San Giovanni Maggiore de li confrati
ESEGUE UNA MADONNA DEL ROSARIO PER LUCA BUONODONNE DI GRAGNANO
34) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 7, ff. 153r-154r
Napoli, 4 marzo 1595
Promissio cone pro Luca Buonodonne
Die quarto mensis martii VIII.e indictionis Neapoli 1595 constituti in nostri presentia Hieronimus Imperato
de Neapoli, pictor, laicus et sine patre, ut dixit, sicut ad conventionem devenit cum Luca Buonodonne de
218
terra Gragniani et sponte coram nobis non vi, dolo, per spetiale pactum promisit et obligavit eidem Lucae,
ibidem presenti, di pintarli di propria mano d’esso Geronimo uno quatro de altecza de palmi dudeci et terzi
doi et di larghecza de palmi diece et uno quarto meno uno digito, includendosi in detta altecza et
larghecza le cornice che appareno nello disegno firmato di propria mano di me predetto notaro di voluntà
de esse parte quale presente di et quello in presentia nostra consignato al detto Geronimo, quale cona,
seu quatro, habbia ad essere tonna con l’immagine della Madonna del Santissimo Rosario et intorno li
quindici misterii competenti, quale pictura sia et debbia essere tutta de propria mano d’esso Geronimo
bene pintata a laude di pictori experti in tale di colori fini. Verum dove intrano li azzurri sia oltra marina de
voluntà, de ducati diece l’onza. Verum le cornice habbiano da essere tucte a bucto d’oro senza colore.
Quale opra, tanto il quatro come il guarnimento, have da essere sopra tavola et darla pintata et completa
nel modo ut supra per totum proximi mensis octobris primi venturi presentis anni 1595. Et hoc pro pretio
inter eos convento ducatorum centum viginti de carlinis, de quibus prefatus Ieronimus personaliter de
contantis coram nobis recepisse et habuisse de Luca, ibidem presente, et de contanti coram nobis dante
ducatos sexaginta quinque de carlinis, reliquos vero ducatos quinquaginta quinque ad complimentum
integri pretii quatri supradicti, ut supra facere promissi, prefatus Lucas promisit illos integre dicto Ieronimo,
ibidem presenti, dare, solvere hic Neapoli, facta consignatione hic Neapoli quatrii predicti ipsi Lucae et non
aliter in pace [omissis]
[ff. 153r-153v]
Die XXIII mensis octobris X.e indictionis Neapoli 1596 constituti in nostri presentia introscriptus Hieronimus
Imperato ex una et Lucas Buonodonne ex altera sponte ad invicem asseruerunt coram nobis videlicet se
ipsum Hieronimum recepisse et habuisse ab introscripto Luca introscriptos restantes alios ducatos
sexaginta quinque pro complimento pretii introscripti quatri [omissis]
VIENE
PAGATO, INSIEME A
FABIO SAPIO
ED A
GIOVANN’ANGELO D’AMATO,
PER LA PITTURA E LA DORATURA DEGLI
STENDARDI DELLE GALEAZZE
GALEAZZE REGIE
35) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 7, ff. 192 r-193r.
Napoli, 21 marzo 1595
Quietatio pro Hieronimo Imperato et Fabio Sapio
Eodem die (21 marzo, ottava indizione, Napoli 1595) constituti in nostri presentia Hieronimus Imperato de
Neapoli pictor ex una et Fabius Sapio de predicta civitate Neapolis similiter pictor ex altera. Prefatae
partes ipsae sponte coram nobis, non vi, dolo sed omni meliori via, se ipsas partes ad invicem
quietaverunt per aquilianam stipulationem circha il negotio dell’arme, tanto di pictura, comme d’oro fatte in
le fiamme et standardi servivoli anni a dietro per le reggie galeacze tantum osservantes cum iuramento
partes ipsas de predictis fuisse ad invicem satisfactas, cassantes ad invicem quecumque albarana,
apocas et signanter quamdam apocam factam ipsi Fabio, tam per ipsum Hieronimum, quam per Joannem
Angelum d’Amato, similiter pictorem, et se etiam quascumque alias scripturas, tam publicas quam privatas
de predictis apparentes et apparentia itaque ex nunc et de cetero nullam fidem faciant in iuditio nec extra.
Reservandosi per uno per essi Ieronimo et Fabio in la presente quietanza possi ad invicem ut supra fatta
la parte che per tal causa dicono spectare al predetto Gioanne Angelo d’Amato quia sic quam quidem
quietationem ac omnia predicta prefatae partes ipsae ad invicem semper rata habere [omissis]
DIPINGE UNA TRASFIGURAZIONE PER LUIGI NICOLA SCIPIONE E GIOVAN ANTONIO SCALDAFERRI DI LAURIA
36) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 7, ff. 346 r-346 v
Napoli, 21 maggio 1595
Consignatio cone et quietatio pro Hieronimo Imperato
219
Die XXI mensis maii VIII.e indictionis Neapoli 1595. Constituti in nostri presentia Joannes Jacobus Coczile
de terra Laurie, hic Neapoli residens, legitimus procurator ad infrascripta signanter Aloisii Nicolai Scipionis
et Joannis Antonii Scaldaferri, de eadem terra, fratrum et heredum quondam dopni Vincentii Scaldaferri,
eorum fratris, pro ut nobis plene constare fecit per quoddam procurationis per epistolam instrumentum
rogatum, in dicta Lauria sub die XIIII februarii 1595 manu notarii Joannis Orriglia eiusdem terrae prefatus
Ioannis Jacobus, ut supra procurator, sponte coram nobis non vi, dolo, confessus fuit se personaliter et
manualiter recepisse et habuisse a Hieronimo Imperato de Neapoli, pictore, ibidem presente, una cona
della Transfiguratione et a bascio allo scabello la Cena delli dudece Apostoli tutta finita con tutti soi
ornamenti indorati in quello modo et forma che esso Geronimo have promesso et era obligato al detto
quondam Vincenzo in virtù de instrumento apparente per mano mia, exceptioni et vice versa ipse
Ieronimus sponte, non vi, confessus fuit se recepisse et habuisse integrum pretium conae predictae et de
eo fuisse integraliter satisfactum, similiter exceptioni et de quibus, nec non de omnibus ad invicem in dicto
instrumento promissis et contentis, sponte coram nobis, non vi, dolo, sed omni meliori via ad invicem
quietaverunt per aquilianam stipulationem, cassantes dictum instrumentum ut supra vocatum et
apparentem itaque ex nunc de cetero nullam fidem faciat in iuditio nec extra, que omnia etcetera partes
ipsae quo supra nomine promiserunt ad invicem semper habere rata [omissis]
PAGAMENTO A FAVORE DI LORENZO D’AMATO, FRATELLO DI GIOVANN’ANGELO
37) ASN, Banchieri antichi, Centurione e Gentile, giornale 120
Napoli, 2 giugno 1595
A Martio Massarone ducati tredici e per lui a Geronimo Imperato disse per altritanti et per lui a Lorenzo
d’Amato disse a compimento de ducati 25, atteso li restanti li ha recevuti contanti per simile quantità
prestatoli per mezzo del Monte della Pietà, del che ne lo quieta dandoli per rotta e cassa detta partita
bancale apparente ducati 13
PAGAMENTI PER ADEMPIRE
ADEMPIRE I LEGATI TESTAMENTARI
TESTAMENTARI DI AGOSTINO IMPARATO
38) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, vol. 118
Napoli, 18 luglio 1595
Alli signori governatori della Redentione de’ Cattivi ducati trecento trenta e per loro a Geronimo et
Dominico Imperati, heredi testamentari del quondam Agostino Imperato, declarati per la Vicaria mediante
preambolo in banca di Giovan Battista De Ligorio et a detto Agostino et alli predetti Geronimo et Dominico
similmente heredi ab intestato del quondam Tiberio Imperato, declarati per detta Gran Corte mediante
preambolo in banca di Jacomo Antono Cerlone al presente di detto di Logorio, dissero selli pagano in
conto di quello che si deve da detta Casa Santa alli detti Agostino e Tiberio per servitii fatti in redimere
cristiani cattivi in le parte di barbaria et per altri servitii fatti
39) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 21 luglio 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati venti e per lui, come erede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, a Giovan Andrea Valle, disse sono per il legato fatto da detto quondam Agostino come appare per
testamento fatto per notar Oratio Sabatino per il quale pagamento di legato si quietano et absolveno detti
heredi e per lui a Giovan Domenico Valle suo figlio
40)ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 31 luglio 1595
220
Al magnifico Geronimo Imperato ducati diece e per lui, come erede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, alli mastri della cappella di Santa Maria del Soccorso de’ poveri costrutta dentro la venerabile
ecclesia di Santo Nicola della Carità, disse selli pagano per legato fattoli per detto quondam Agostino
Imperato alla detta cappella, come appare per testamento fatto per mano di notar Oratio Sabatino e per
detto legato detti mastri absolveno detti eredi et per loro a Eugenio Comite al presente mastro et thesorero
di detta cappella
41) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 31 luglio 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati venti e per lui, come herede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, alla magnifica Orsolina Imperata, sua sorella, per legato fatto dal detto quondam Agostino, come
appare per testamento fatto per notar Oratio Sabatino per il quale pagamento di legato restano absoluti li
heredi di detto Agostino e per lui ad Agostino d’Accetto, suo marito, disse altritanti
42) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornae 118
Napoli, 31 luglio 1595
Al detto ducati venti e per lui, come herede ut supra, al magnifico Agostino d’Accetto, disse per legato
fattoli il detto quondam Agostino come per testamento ut supra e per detto pagamento restano absoluti
43) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 2 agosto 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati trenta e per lui, come erede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, alli magnifici Scipione e Gioseppe Imperato, fratelli, disse selli pagano in parte di quello devono
conseguire per la parte sua legato lassatoli del detto quondam Agostino delli denari della eredità a lui
pervenuti come herede con che detti ducati 30 si habbiano da scomputare alla loro parte della quale
saranno declarati eredi conforme detto testamento fatto per mano di notar Oratio Sabatino e per lui a
Gioseppe Imperato
44) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 4 agosto 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati trenta e per lui, come erede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, alla magnifica Virginia di Ligorio per lo legato fatto per detto quondam Agostino come per
testamento fatto per mano di notar Oratio Sabatino appare et l’altri ducati 10 selli pagano per altritanti
ducati che per resto di cento ducati a detto quondam Agostino per le quale quantità li quieta e per lui a
Geronimo Imperato, suo marito, disse per altritanti
45) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 4 agosto 1595
Al detto ducati cinquanta e per lui, come herede ut supra, alla magnifica Anna Imperata, sua figlia, disse
per lo legato fatto per il quondam Agostino, suo fratello, della quale questa lo quieta et per lei al detto
Geronimo, suo padre
46) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 7 agosto 1595
Al magnifico Geronimo imperato ducati otto e per lui ad Antonio Cardasco disse per altritanti ducati e per
lui ad Francesco Ferraro sono per altritanti
221
47) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 8 agosto 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati diece e per lui, come herede del quondam Agostino Imperato, suo
fratello, al reverendo padre Ambrosio di Napoli, sacristano della cappella di Santo Francesco di Paula,
costrutta dentro l’ecclesia et monasterio di Santo Luise di Napoli, disse selli pagano per lo legato a detta
cappella fatto per lo quondam Agostino in suo ultimo testamento fatto per mano di notar Oratio Sabatino,
per lo quale pagamento quietano detti eredi e cassano detto legato sopra ciò fatto e prometteno non
molestarli
48) ASN, Banchieri antichi, Stefano Gentile, giornale 118
Napoli, 12 agosto 1595
Al magnifico Geronimo Imperato ducati ventidui e per lui a Giovan Domenico Imperato, suo fratello, disse
selli pagano in parte di quello che li spetta della heredità del quondam Agostino Imperato, loro fratello
ESEGUE UNA CONA PER LA
LA CATTEDRALE DI CALVI
49) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 10, f. 1254
Napoli, 5 settembre 1595
Al reverendo don Clemente de Napoli ducati diece et per lui a Geronimo Imperato ce li paga per nome et
parte di monsignor di Calvi in conto di ducati trentacinque per il prezzo di una cona con l’imagine della
Madonna del’Arco di sopra et altre figure abbasso conforme al disegno che detto Geronimo tiene il quale li
ha pigliato a fare per servitio della chiesa di Calvi di detto monsignore et ha promesso darla finita a Natale
prossimo venturo del presente anno 1595 et pintarla di sua propria mano, a lui contanti.
(G. B. D’Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani dei secoli XVI e XVII dalle polizze dei banchi, in
«Archivio Storico per le Province Napoletane», XLIV, 1919, p. 393)
DIPINGE UNA MADONNA PER IL VESCOVO
VESCOVO DI ARIANO
50) ASN, Banchieri antichi, Francesco Rosella, giornale 121
Napoli, 15 settembre 1595
Al vescovo de Ariano ducati quattro contanti et per lui a Giovan Geronimo Imperato disse sono a conto de
un quadro de una Madonna che le fa et per lui a Carluccio Seliforo [sic!] per altre tanti
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit. p. 582)
51) ASN, Banchieri antichi, Francesco Rosella, giornale 121
Napoli, 2 ottobre 1595
Al vescovo de Ariano ducati quattro contanti et per lui a Geronimo de Imperato disse a compimento del
quadro de nostra Signora le ha fatto et per lui a Carlo Sellitto per altritanti
1596
FIRMA E DATA L’ANNUNCIAZIONE DELLA CHIESA DEL GESÙ DI LECCE:
HIERONIMUS/IMPERATUS NEAP(OLITANUS)/ FACIEBAT/1596
15971597-98
PAGAMENTI PER LA CONA DELLA CAPPELLA DE GALLIS NELLA CHIESA DELLO
DELLO SPIRITO SANTO DI NAPOLI
52) ASN, Opere Pie, 17, Spirito Santo, Scrittura dall’anno 1596 al 1601, ff. 182v-183r
222
Geronimo Imperato deve a di 29 aprile 1597 ducati 14. 2. 10 contanti in conto de la cona ha da fare alla
cappella de Gallis per Carrafa
a 6 di ottobre 1597 ducati 16 per nostro Banco a complimento di ducati 30. 2. 10 in conto ut supra per
Figliola
a 30 di dicembre 1597 ducati 10 per detto obligo a complimento di ducati 40.2. 10 in conto de la sudetta
cona
a 28 d’aprile 1598 ducati 10 per detto bancho a complimento di ducati 50. 2. 10 in conto ut supra
a 3 di giugno 98 ducati 12/2 contanti a complimento di ducati 62.2.10 in conto ut supra per Latino
a 25 detto ducati 8 per nostro banco a complimento di ducati 70.2.10 e in conto di ducati 90 per la sudetta
cona
a 8 di marzo 99 ducati 19.2.10 contanti a complimento di ducati 90 per la sudetta cona fatta alla cappella
de Gallis per Pecoraro
[f. 183r]
Havere ducati novanta per manifattura seu pittatura et ogni altro necessario per la cona fatta da lui nella
cappella de Gallis il di 29 d’aprile 1597
53) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 14, f. 1296
Napoli, 29 novembre 1597
Al detto (Scipione Portio) ducati cinque e per lui a Stefano e Giovan Domenico Saccatore disse per parte
di questa ecclesia a conto della cona che fa per la cappella del quondam Giovan Domenico de Gallis, in
questa ecclesia conforme alla cautela per notar Cristofaro Cerlone, a loro contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1917, p. 231)
54) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale copiapolizze di cassa, matricola 16, f. 270
Napoli, 31 marzo 1598
A detti (mastri dello Spirito Santo) ducati otto et per loro a Giovan Domenico Saccatore dissero a
complemento de ducati quarantadue per l’ornamento della cona ha fatta per la cappella de Giovan
Domenico de Gallis in questa ecclesia, erede di detto Giovan Domenico, che li altri ducati 34 li à recevuti
per avante, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1917, p. 231)
55) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale copiapolizze di cassa, matricola 16, f. 756
Napoli, 26 giugno 1598
A Nostri di chiesa ducati otto e per loro a Geronimo Imparato dissero se li pagano a compimento de ducati
settanta, et in conto de ducati 90, per il prezo della pittura della cona che à pintata per la cappella del
quondam Giovan Domenico de Gallis in questa ecclesia che gli altri li à recevuti per avante in più partite
contanti e per banco, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, p. 393)
1598
DIPINGE IL QUADRO DELLA
DELLA CAPPELLA DI GIOVAN ANDREA PREITE AI SANTI SEVERINO E SOSSIO
56) ASN, Banchieri antichi, Mari, giornale 130
Napoli, 6 febbraio 1598
A Giovan Andrea Preyte ducati venticinque e per lui a Geronimo Imperato pittore disse sono a
compimento di ducati 65 quali ce li paga per la pittura di un quadro li ha pintato nella sua cappella sita a
Santo Severino di Napoli atteso li restanti li ha recevuti parte contanti et parte per bancho
223
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit., p. 582)
RICEVE UN PAGAMENTO DA
DA NATALE CAPUTO PER UN CENSO SULLA
SULLA MASSERIA DI POSILLIPO
57) ASN, Banchieri antichi, Mari, giornale 130
Napoli, 16 marzo 1598
A Natale Caputo ducati sette e per lui a Geronimo Imperato disse sono per una annata di un censo sopra
la loro massaria di Posilipo finita a gennaro passato 1598 et resta sodisfatto del pattuito
ESEGUE UNA CONA PER LA
LA CHIESA DI SANTA MARIA VISITA POVERI
58) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, giornale di cassa, matricola 8, f. 398v
Napoli, 17 luglio 1598
A Mattia e Aniello Scoppa ducati venti e per loro a Geronimo Imperato pittore dissero sono a compimento
di ducati cinquanta per manifattura di una cona che ha fatta per servitio di Santa Maria Visita poveri
nominata li Santissimi Ausiliatori a loro consegnata, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1913, p. 237)
REALIZZA LE FIGURE PER UN TABERNACOLO
TABERNACOLO SU COMMISSIONE DI AMBROGIO BARRERAS
59) ASN, Banchieri antichi, Mari e Grimaldi, giornale 158
Napoli, 16 aprile 1598
Ad Agostino Miranda ducati dodici correnti et per lui a Battista Vigliante disse ce li paga in nome et parte
de Ambrosio Barreras a compimento de ducati 37 per lo prezzo di uno tabernacolo fatto per ordine de
detto Ambrosio declarandosi come li restanti ducati 25 li have recevuti contanti et per banco et resta saldo
et d’accordo sino oggi
60) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, giornale copiapolizze di cassa, matricola 7
Napoli, 27 ottobre 1598
Ad Agostino Miranda ducati sei e per lui a Geronimo Imparato disse a compimento de ducati diece per lo
prezo di alcune figurette dipinte per il tabernacolo fatto per ordine de Ambrogio Barreras, a lui contanti
(P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli..., cit., p. 332)
1599
ASSIEME
A
GIOVANN’ANGELO
D’AMATO ESEGUE UNA
MADONNA
DEL
ROSARIO
PER
SILVANO PISANO, GIOVAN
TOMMASO DELLA GRECA E LUZIO RASCIA
61) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, giornale di cassa, matricola 12
Napoli, 30 marzo 1599
A Gioseppe Pisano ducati sedici e per lui a Geronimo Imperato et Giovan Angelo di Amato disse a
compimento di ducati novantasei per loro manifattura di una cona del Santissimo Rosario con li misterij
incluso il legname e sua indoratura consignatali in nome di Silvano Pisano, Giovan Tommaso della Greca
et Lutio Rascia seu altro di loro datali a pintare li anni passati per che li altri ducati 20 li hanno da lui
recevuti contanti et li restanti dalli preditti seu altri incluse tutte scritture et polizze che ne appareno delli
quali dinari et cona ne sono ad invicem cautelati mediante cautela in curia di notaro Vincenzo Tizzano al
quale si habia a relazione per detto Geronimo Imperato al detto Giovan Angelo di Amato per altritanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1912, p. 599)
REALIZZA UNA CONA PER LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA SANITÀ A MASSA LUBRENSE
62) ASBNF, Banco Spirito Santo, giornale di cassa , matricola 19, f. 312
224
Napoli, 5 aprile 1599
A Jacomo Liparulo ducati quindici et per lui a Geronimo Imperato pittore disse sono a compimento de
ducati 150 atteso li have recevuto de contanti per nostro medesimo banco et sono in conto de una cona
che fa a Massa Lobrense à Santa Maria della Sanità quali ducati 15 gle li paga in nome di Fra Simone
Perrella
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, p. 393)
PAGAMENTO DEL PADRE GESUITA
GESUITA LUIGI FEDELE PER IL SAN GIOVANNI BATTISTA INVIATO A LECCE
63) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, Elenco bancali, pittori sec. XVI, polizza n. 10
Napoli, 28 maggio 1599
Governatori del banco di Santo Eligio pagate per me al illustrissimo Luige Fedele della Compagnia di
Giesù docati quindice et ditti sono per altri tanti et ponete a cunto da casa a dì 28 magio 1599
ducati 15 correnti/ Onorio Caputo
Et per me vi piacerà pagarli, al magnifico Geronimo Imparato, et sono per complimento de ducati trenta
prezo de uno quatro con l’imagine de San Giovan Battista che se manda in Lecce in Napoli hoggi 28 di
magio 1599, Luigi Fedele
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1913, p. 237)
15991599-1600
DIPINGE UN’ANNUNCIAZIONE PER GIOVAN BATTISTA TOSONE
64) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa 1599, matricola 18
Napoli, 22 dicembre 1599
A Giovan Battista Tosone ducati dieci, et per lui a Geronimo Imparato dissero in parte di ducati quindici
per li quali promette fare un quadro della Santissima Annunziata dove sia anco un poco d’oro, quale
promette consignare per li 20 di gennaro prossimo, et all’hora se li daranno li altri ducati 5
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, p. 393)
65) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 15
Napoli, 23 giugno 1600
A Giovan Battista Tosone ducati tredici, et per lui á Geronimo Imparato pittore, dissero sono pagati 5 per
compimento di ducati 15 d’uno quadro della Santissima Annunziata l’ha fatto, et ducati 8 a compimento di
ducati 11, per la cornice intagliata con oro, che ha fatto fare in detto quadro
1600
ESEGUE INSIEME A GIOVAN ANGELO D’AMATO ALCUNI QUADRI PER
PER LA CHIESA DELLA TRINITÀ DI SORRENTO
66) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, giornale di cassa, matricola 15
Napoli, 24 maggio 1600
A Nunzio Maresca ducati quaranta e per lui a Geronimo Imperato et Giovan Angelo di Amato in solidum
disse a compimento di ducati ottanta atteso li altri li hanno recevuti in più partite et sono in conto di ducati
120 che li paga per la pittura delli quadri che fanno per la chiesa della Trinità di Sorrento, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1912, p. 600)
1601
DIPINGE
IPINGE UNA CONA PER LA CAPPELLA
CAPPELLA DI SILVIA CARAFA AL GESÙ NUOVO
67) ASBNF, Banco dell’Annunziata, giornale di cassa, matricola 34, f. 33
Napoli, 22 gennaio 1601
225
A Pietro Antonio Spinello preposito della Casa Professa della Compagnia del Giesù de Napoli ducati cento
e per lui a Geronimo Imparato pintore dissero sono a compimento de ducati trecento convenuto con la
detta loro casa per lo prezzo de una icona fatta e consegnata per la cappella della buona memoria de
Silvia Carafa et da per rotto e casso ogni instrumento e convenzione fra esso et detta Casa Professa, a lui
contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1913, p. 237)
IL
PADRE GENERALE DELLA
DELLA
COMPAGNIA
ANTONIO SPINELLI, PREPOSITO
A
DI
NAPOLI,
GESÙ CLAUDIO ACQUAVIVA
INVIA UNA LETTERA
LETTERA DA
ROMA
IN
IN CUI FA RIFERIMENTO AL DISEGNO DELLA PALA
PALA DELL’ALTARE
AL
PADRE
FORNARO
NEL GESÙ NUOVO DI NAPOLI
68) ARSI, Neap. 6, II, f. 107,
Roma, 20 luglio 1601
Al P. Antonio Spinelli Preposito
Facciamo veder lo schizzo del quadro per la Cappella del Reggente, et appresso s’avvisarà quel che in
esso manca, o si desidera
69) Ibidem, f. 201v,
3 novembre 1601
Il P. Martino Fornaro desidera che Vostra Reverentia solliciti a dar il disegno per il quadro della Cappella
per il Reggente et ricorda che il cancello si facci conforme alla volontà del medesimo
(C. Restaino, Belisario Corenzio nei grandi cicli pittorici napoletani del primo Seicento, in «Dialoghi di
Storia dell’Arte», 3, 1996, pp. 51-52, nota 25)
PRIMO PAGAMENTO PER LA
LA NATIVITÀ DELLA CAPPELLA
CAPPELLA FORNARO NEL GESÙ NUOVO
70) ASBNF, Banco di Santa Maria del Popolo, giornale di cassa, matricola 30, f. 128
Napoli, 4 settembre 1601
Al Padre Procuratore Antonio Spinello ducati venticinque et per lui a Geronimo Imperato in parte del
quadro della Natività che ha da dipingere nella cappella del quondam reggente Fornaro
RICEVE
PAGAMENTI RELATIVI
RELATIVI AD UN LAVORO NON
NON SPECIFICATO PER LA CAPPELLA
SPADAFORA
SITA NELLA CHIESA
NAPOLETANA DEI GEROLAMINI
71) ACO, 106, 13
Ricevute di pagamanenti percepiti dal pittore il 29 novembre 1601 e il 12 dicembre dello stesso anno,
rispettivamente di 25 e 50 ducati per mezzo del Banco di Santa Maria del Popolo agli Incurabili (M.
Borrelli, Contributo alla storia degli artefici maggiori e minori della mole Girolimiana, in «Lo Scugnizzo», 4,
1967, p. 26)
PADRE ANTONIO TALPA DÀ UN ACCONTO PER
PER UN’ANNUNCIAZIONE DESTINATA ALLA CHIESA
CHIESA ORATORIANA DI NAPOLI
72) ASBNF, Banco di Santa Maria del Popolo, giornale di cassa, matricola 30, f. 886
Napoli, 17 dicembre 1601
Al Padre Antonio Talpa procuratore del oratorio di Napoli ducati cinquanta et per lui a Geronimo Imperato
pittore disse ad conto della pittura che ha da fare alla loro chiesa dell’historia della Santissima Annunziata
di palmi 8 larga secondo che parerà alli padri più o meno quale ha da fare a tutte sue spese per preczo di
ducati 150 cioè telaro et tela et averà tutti li colori fini in tutta perfettione et in particolare tutto lo aczuro
tramarino del meglio che si trovarà et le restanti ducati 100 se li hanno a pagare cioè 50 quando haverà
finito di aboczarla detta historia et principiato a finirla et li restanti ducati 50 ad complimento di tutto il
preczo se li pagano finita che sarà del tutto detta cona et consignata nella detta chiesa quale pittura finita
226
con quella perfetione che se ha da finire per sua propria mano et ad sodisfattione del padre rettore di detta
congregatione l’ha da consignare da oggi ad uno anno come have promesso
1602
ESEGUE UNA MADONNA DI COSTANTINOPOLI PER TOMMASO LOTTIERI
73) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 29
2 gennaio 1602 fu 29 dicembre 1601
A Tommaso Lottieri ducati quattro, e per lui a Geronimo Imperato dissero à compimento di ducati 10, che li
altri ducati 6, li ha ricevuti per nostro banco, e sono in conto d’una cona della Madonna di Costantinopoli,
che li pinge, a lui contanti
(E. Nappi, Catalogo delle pubblicazioni edite dal 1803 al 1990 riguardanti le opere di architetti, pittori,
scultori, marmorari ed intagliatori per i secoli XVI e XVII, pagate tramite gli antichi banchi pubblici
napoletani, in «Ricerche sul ‘600 napoletano», Milano 1992, p. 80)
PAGAMENTO PER LA NATIVITÀ DELLA CAPPELLA FORNARO AL GESÙ NUOVO
74) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 29, ff. 14-15
Napoli, 3 gennaio 1602
Ad Alessandro Ferraro procuratore della Casa Professa di Giesù ducati trentacinque e per lui a Geronimo
Imparato pittore dissero a compimento di ducati 60, che l’altri ducati 25, ci sono stati pagati per il banco del
Popolo, e sono in parte delli ducati 200, che sono convenuti pagarseli per la pittura dell’imagine della
Natività di Nostro Signore la quale havrà da fare per la Cappella del Reggente Fornaro tutta di colori fini, e
dove fusse necessario ponervi l’oltra marino a sue spese così la tela, e telaro di detta imagine la quale
havrà da fare conforme il disegno firmato per mano del padre Stefano di Maio prefetto della chiesa, così
delli personaggi come d’ogni altra cosa, e promette darla finita del tutto per il mese di novembre 1602; e li
padri di detta Casa Professa prometteno darli altri ducati 40, mentre s’andarà pingendo l’imagine, e finita
che sarà pagarli altri ducati 100, per final pagamento, e l’imagine essendo giudicata di menor prezzo se li
stimasse delli ducati 100, et essendo stimata di più valore detto Geronimo Imparato li dona alla detta Casa
Professa, et esso Alessandro li paga in nome di detta Casa Professa erede di detto Reggente, a lui
contanti
(G. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, pp. 393-394)
1603
RICEVE
UN PAGAMENTO DA TIBERIO DE PETRUCCIO
75) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 148
Napoli, 4 gennaio 1603
A Tiberio de Petruccio e figli ducati novant’otto tarì 2. 10 et per loro a Geronimo Imperato dissero selli
pagano per la valuta de ducati 100 a 98 ½ per conto datoli ad cambio per Monteleone de Calabria a uso
delli quali gi ni ha fatto lettere de cambio diretta ad Gioseppe Borgiese per pagharnoli a detto Borgiese in
Monteleone, a lui contanti
PAGAMENTI PER UNA MADONNA DEL ROSARIO RICHIESTA DA BERNARDO RUFFO
76) ASN, Banchieri antichi, Spinola e Lomellino, giornale 141
Napoli, .
A Paulo Principe ducati dieci et per lui a Geronimo Imperato disse sono in conto d’una cona che l’ha data
a fare et per esso a Michelangelo Imperato
227
77) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 148
Napoli, 4 marzo 1603
Ad Paulo Prencipe della Compagnia di Giesù ducati dieci e per esso Geronimo Imperato, disse sono in
conto di una cona, che li fa, e per esso ad Michelangelo Imperato, a lui contanti
78) ASN, Banchieri antichi, Spinola e Lomellino, giornale 145
Napoli, 18 giugno 1603
A Paulo Principe ducati dieci e per lui a Geronimo Imperato disse se li pagano a compimento de ducati
cinquanta avuti da esso in conto d’una cona che l’ha data a fare per ducati 80 del Santissimo Rosario
quale è di Bernardo Ruffo
RICEVE UN PAGAMENTO PER
PER L’ARGENTO MACINATO DA GIOVAN ANIELLO DE MARI
79) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 148
Napoli, 6 marzo 1603
A Giovan Aniello de Mari di Ferrante ducati dieci e per esso a Geronimo Imperato disse sono in conto di
tanto argento macinato, che li ha da fare, a lui contanti
PAGAMENTO FINALE PER LA NATIVITÀ DELLA CAPPELLA FORNARO
80) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 148
Napoli, 15 marzo 1603
A Stefano de Maio Procuratore della Casa Professa della Compagnia di Giesù di Napoli ducati vinti, e per
esso ad Geronimo Imparato pittore disse sono ad complimento di ducati cento, quali disse se li sono
pagati in parte delli ducati ducento per l’icona che fa della Natività di Nostro Signore nella Cappella del
quondam Reggente Fornaro, atteso li altri ducati ottanta ni have havuto ducati trentacinque per il bancho
del Spirito Santo, et altri trentacinque per il bancho di Santa Maria del Popolo, et ducati dieci per cose
venduteli del heredità del detto quondam Reggente e disse ge li pagha in nome della Casa Professa della
Compagnia di Giesù, erede di detto Reggente a lui contanti
(G. Ceci, Imparato Girolamo..., cit., p. 582)
OTTIENE L’INCARICO PER L’ESECUZIONE DI UNO DEI
DEI QUADRI DELLA CAPPELLA
CAPPELLA DEL MONTE
ONTE DI PIETÀ
81) ASBNF, Monte e Banco della Pietà, Fondo patrimoniale, Libro di Conclusioni, matricola 234 (ex 241),
f. 8
Napoli, Conclusione del 20 marzo 1603
Che se paghino altri ducati sessanta a Fabritio Santa fede in conto della pittura del quatro che fa della
Pietà per la nostra cappella che delli due quatri di pittura ordinati farsi da Hippolito Borghesi, ne facci uno
Geronimo Imperato già che così è restato contento detto Hippolito
(Documenti estratti dall’Archivio storico del Banco di Napoli, in «Rassegna economica», Napoli 1939-40, p.
84)
RICEVE UN PAGAMENTO PER
PER LA RESURREZIONE DI CRISTO DELLA CAPPELLA DEL MONTE DI PIETÀ
82) ASBNF, Banco della Pietà, Libro maggiore del patrimonio 1603/1609, matricola 9, parte I, f. 296
Napoli, 5 aprile 1603
et a dì 5 di aprile ducati 30 a Geronimo Imperato in conto de la pittura del quadro del’Assunta (sic) di
nostro Signore per la cappella dibitore al libro de fabrica
(E. Nappi, Documents of the «Archivio Storico» of the «Banco di Napoli», in G. Alisio, Monte di Pietà,
Napoli 1987, p. 150, n. 16)
228
LA CAPPELLA DI FRANCESCA SANTORO A PISTICCI (MT)
ESEGUE UNA CONA PER LA
83) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 152
Napoli, 26 giugno 1603
A Don Berardino de Cardines ducati dieci e per esso a Geronimo Imperato disse a complimento de ducati
cinquanta che li altri li ha recevuto per partita de banco in conto de ducati settanta con uno quadro cola
guarnitione che fa a sua instantia per Francesca Santoro de Pasticio e per esso a Michel Angelo Imperato
suo figlio a lui contanti
PAGAMENTO DA PARTE DI TIBERIO DE PETRUCCIO
84) ASN, Banchieri antichi, Scipione Turbolo, giornale 140
Napoli, 15 ottobre 1603
A Tiberio de Petruccio et figli ducati nove e per loro a Geronimo Imperato dissero a compimento de ducati
99 atteso li altri li ha recevuti de contanti et se li pagano per valuta de ducati 100 datoli a cambio per
Monteleone a uso a 99 per cento delli quali ne li ha fatto lettera di cambio diretta a Gioseppe Borgiese per
pagarnosi a Giovan Francesco delle Chiave e per lui a Prospero Mangione disse per altritanti a lui
contanti
ACCETTA LA COMMISSIONE
COMMISSIONE PER LA CONA CON L’ALLEGORIA DEL BATTESIMO OGGI CUSTODITA NELLA
NELLA PARROCCHIALE DI
SANT’ELIA A PIANISI (CB)
85) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, protocollo 15, ff. 761v-763r
Napoli, 5 novembre 1603
Promissio cone
Die quinto mensis novembris secunde indictionis Neapoli 1603 constituti in nostri presentia Hieronimus
Imparato de Neapoli, pittor, absque patre, ut medio suo iuramento firmavit, sicut ad conventionem devenit
cum Francisco Tartaglia de santo Elia, Provintiae Capitanate, similiter absque patre, ut iuravit et sponte
coram nobis non vi predictus Hieronimus per speciale pactum eidem Francisco, ibidem presenti, promisit
di farli et pintarli di colori fini et signanter li manti delle figure d’azuro oltra marino, una cona d’altecza di
palmi vinti uno di vivo, senza la Croce, inclusovi in detta altecza di palmi vinti uno il scabbello
proportionato, dentro del qual scabbello vi ha d’esser pintata la Cena di nostro Signore con alcuni confrati
ingenocchioni dalla parte di larghecza della cona di palmi quattordeci similmente di vivo inclusovi tutti
l’ornamenti di legname servate la forma del disegno questo di firmato di commune volontà d’esse parti per
mano di me predicto notaro per chiarecza d’esse parti et consignato al detto Geronimo per esibirlo ogni
volta sarà requesto dal detto Francisco intendendosi l’intagli di legnami di detta cona eo modo et forma
conforme l’intagli d’una cona quale al presente dicono ritrovarsi dentro la chiesa di San Severino di questa
città di Napoli et propriamente nella terza cappella nell’intrare a man destra dentro detta chiesa dove
dicono stare dipinta l’Assunta della Madonna, disseno di mano del quondam Marco di Siena. Verum tutto
l’ornamento della predicta cona ha d’essere a butto d’oro. Le cornice dalle parti di larghecza d’un palmo et
mezo l’una. Item nel quatro di mezo nostro Signore in Croce, da man dextra la Madonna et da man
sinistra santo Giovanne con seie storiette a torno proportionate con tutto quello sta pintato in una stampa
similmente firmata per mano di me predicto notaro di volontà d’esse parti et similmente consignata al
predicto Geronimo per exibirla sempre et quando sarà requesto dal predetto Francisco. Verum non sia
obligato il detto Geronimo observare le preditte seie istoriette, seu figure di quelle, ben vero megliorarle et
di sotto la Croce il fonte nel quale fonte non si haverà d’observare quelle pinture ch’in detta stampa al
presente si ritrovano, ma si bene pintarci figliuoli ch’entrano nudi indotti da doi patrini et nel loro uscita
siano vestiti di bianco et che habbiano risguardo nella loro andata in una cappella nella porta della quale
229
sia dipinto un angelo che con il braccio facci segnio d’ad se ricevere li preditti figliuoli bianchi. Verum in
uno canto di bascio di detto quatro vi sarà dipinto un poco di mare con figure d’alcuni heretici sommerso in
esso et di sopra la predicta cona il Dio Padre con alcuni angeli santi et cherubini et nel quatro della
cimmasa uno Cristo con il calice et nelli frontispitii quello meglio parerà ad esso Geronimo. Verum il quatro
di mezo debbia essere di tela alla interlice monachina. Quale cona lo predicto Geronimo promette dare
complita et pintata ad giuditio di pittori experti in tale per tutta la fine di septembre primo venturo 1604. Pro
manifattura et convento pretio ducatorum ducentum quinquaginta de carlinis de quibus predictus
Hieronimus sponte coram nobis presentialiter de contantis recepit et habuit a predicto Francisco, ibidem
presente, et de contantis coram nobis eidem Hieronimo dante ducatos triginta de carlinis. Restantes vero
ducatos ducentum viginti predictus Franciscus promisit dicto Hieronimo presenti, hic Neapoli dare, solvere,
videlicet singulis tribus mensibus a presenti die in fine ratam ipsorum. Verum in ultima solutione tempore
consignationis cone predicte ducatos quinquaginta in pace. Pacto habito quod si predictus Hieronimus
deficeret de dando et consignando eidem Francisco conam predictam pro ut supra promisit et in termino
supradicto salvo però ad esso Geronimo qualsivoglia iusto impedimento et non aliter, in tali casu promette
esso Geronimo relasciare gratis del preczo predetto al predicto Francisco ducati vinticinque con essere
però obligato esso Geronimo et così promette complire modo quo supra la predicta cona et sic vice versa
complendosi in tempo ut supra promesso per esso Geronimo la predicta cona nella consegnia di quella
promette il detto Francesco oltra il preczo predicto donare gratis al predicto Geronimo mezo cantaro di
caso di Santo Elia [omissis]
Die vigesimo primo mensis februarii 4.ae indictionis Neapoli 1606 constituti in nostri presentia introscritti
Hieronimus Imperato de Neapoli ex una et Franciscus Tartaglia de Santo Elia Provintie Capitanate ex
altera, ditte partes coram nobis, non vi etcetera, sed omni meliori via confesse fuerunt se ipsas ad invicem
recepisse et habuisse videlicet Hieronimus ipsam partem de contanti et partem per medium publicorum
banchierorum Neapolis integrum pretium intere cone ducatorum ducentum quinquaginta [omissis]
RICEVE UN PAGAMENTO DAL
DAL GESUITA BERNARDO DE PONTE
86) ASN, Banchieri antichi, Turbolo e Caputo, giornale 146
Napoli, 26 novembre 1603
A Bernardo de Ponte rettore del Novitiato ducati decenove et mezzo e per lui a Geronimo Imperato disse
per un semestre fenito a 13 del presente per l’annui ducati 39 ½ li rende ogn’anno il novitiato del Gesù de
Napoli mediante cautele alle quale se recere et resta soddisfatto del passato
FIRMA E DATA L’ASSUNTA DEL SOFFITTO DI SANTA MARIA LA NOVA: IMPARATUS 1603
COMPARE
COME TESTIMONE
TESTIMONE NEL PROCESSO INTENTATO
INTENTATO DA
TIBERIO
DE
PETRUCCIO
CONTRO I FIGLI
FIGLI DI
ANDREA
D’ONOFRIO
87) ASN, Consolato dell’Arte della Seta, I numerazione, 199
Processus pro Tiberio de Petruccio contra Andrea d’Honofrio
In causa Tiberi de Petruccio et filiorum contra Andrea d’Honofrio
[omissis]
Die 3 mensis decembris 1603 Neapoli
Geronimo Imparato de Napoli pictore commorans alla piazza del’Ulmo et etatis annorum quinquaginta
quinque in circha ut dixit testimone iuravit et medio eius iuramento exponit super tenore petitionis toto
facto et quicquid inde scit dixit hoc tantum scire che la polisa quale se li dimostra per me subscripto mastro
d’acti del’arte della seta quale incomincia Banco de Spinola Ravaschiero et Lomellino pagate per me alla
230
fin de settembre prossimo venturo et fenisce a di 30 de luglio 1603 ducati 346.2.15 contanti con la
subscriptione dictante Andrea d’Honofrio quello per esso testimone vista et lecta dice che è polisa
d’Andrea d’Honofrio subscripta de sua propria mano sotto della quale polisa esso testimone vedde che
decto Andrea se sottoscrisse de sua propria mano nella casa de Giovanni Lonardo et Aniello de Petruccio
ciò dove esso testimone se trovò presente et fu per causa di tante sete che essi de Petruccio vendirno a
decto Honofrio sotto della quale polisa esso testimone se sottoscrisse per testimone insieme ad altri che
erano lla presente et questo fu presente decto Andrea et la veddero sottoscrivere de sua propria mano
come ha decto si sopra [omissis]
Io Geronimo Imperato ho deposto ut supra
1604
CAPITOLI MATRIMONIALI FRA GIOVAN ANTONIO D’AMATO E ANNA IMPARATO, FIGLIA DI GIROLAMO
88) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, prot. 16, ff. 44v-49v
Napoli, 7 gennaio 1604
Capitula matrimonialia inter Ioannem Antonium d’Amato et Annam Imparato
Die decimo septimo mensis ianuarii secunde indictionis Neapoli 1604 et proprie intus refectorium
ecclesiae Sancte Mariae de Nova predictae civitatis Neapolis capituli, patti et conventioni al nome d’Iddio
habiti, hiniti et firmati fra Geronimo Imparato di Napoli, interveniente all’infrascritti tanto per se, in suo
proprio nome, come per nome, et parte d’Anna Imparato della predetta città di Napoli, sua figlia legitima et
naturale in capillo sistente sin come dice; per la quale detto Geronimo padre suo proprio nome sempre
promette de rato et per essi padre et figlia d’Imparato loro heredi et successori d’una parte et Giovan
Antonio d’Amato similiter della predetta città di Napoli pittore [omissis]
[f. 45v]
In primis lo detto Geronimo patre promette curare et fare realiter modis omnibus et con effetto excutione
reali che la detta Anna sua figlia con suo consenso pigliarà et acceptarà lo detto Giovan Antonio in suo
vero, caro, legitimo matrimonio per verba de presenti vis et volo, secondo l’uso di Santa Chiesa Romana
et questo nel mese di maggio prossimo venturo del presente anno 1604.
Per contemplatione et causa del quale matrimonio ut supra dante Domino contrahendo et per li pesi di
quello come de supportandi lo detto Geronimo padre suo proprio nomine promette dare et assignare in
dotem dotis nomine et per le doti della detta Anna, sua figlia, al detto Giovan Antonio, suo futuro marito,
disse detto Geronimo dotante di suoi proprii beni, substantia et facoltà ducati mille contanti: in questo
modo cioè ducati ducento d’essi di contanti liberi et expliciti senza vinculo ne conditione alcuna cossì per
patto, et questo nella contrattatione del predetto matrimonio, et per li restanti ducati ottocento per
complimento d’esse doti di ducati mille et in loro satisfatione al detto tempo assignarli sincome ex nunc pro
tunc et e contra, contratto detto matrimonio, assegnia al detto Giovan Antonio, futuro marito della predicta
Anna, annui ducati cinquantacinque, quali esso Geronimo asserisce havere, tenere et possedere come
vero signore et padrone a nessuno per esso venduti né alienati, ma franchi et liberi excepto dal patto de
retrovendendo et ad esso se li rendeno dalli subscritti videlicet dal Novitiato del Iesù di questa città di
Napoli annui ducati trentanove alla raggione di ducati seie et mezo per cento per capitale et preczo di
ducati seicento, pubbliche apparenteno cautele per mano di notare Vincenzo Ticzano. Item dalli heredi del
quondam Giovan Marco de Iennaro annui ducati otto per capitale et preczo di ducati cento similiter
pubbliche apparenteno cautele in suo favore alle quale dice similiter referirse. Item dalli heredi di Virgilio
Imparato annui ducati otto per capitale et preczo di ducati cento et esserno quelli istessi l’anni a dietro per
il quondam Augustino Imparato in suo ultimo testamento rogato per mano di me predicto notar legati a
detta Anna, sua nipote, in detto suo ultimo testamento. Delli quali annui ducati cinquantacinque, ut supra
231
assegnati, dicto Geronimo promette l’evittione et general defensione da qualsivoglia persona in ampla
forma et ad maggior cautela del predicto Giovan Antonio, futuro marito della predicta Anna, similiter il detto
Geronimo suo proprio nomine promette il pagamento d’essi singulis annis a die contratti matrimonii in
antea, etiam de proprii denari del predicto Geronimo et cossì continuare et da detto annuo pagamento non
mancare per qualsivoglia causa. Per la consequtione del quale annuo pagamento d’essi annui ducati
cinquantacinque lo presente istrumento di capitoli si possa et voglia per lo detto Giovan Antonio per liquido
et claro contra de predicto Geronimo, produrre presentare et criminalmente liquidare in la Gran Corte della
Vicaria [omissis]
[f. 46r]
Item lo detto Geronimo promette dare et assignare in donum et donativi nomine alla dicta Anna, sua figlia,
altri ducati cento in tanto oro lavorato, veste et beni mobili et questo nella contrattatione del predetto
matrimonio [omissis]
[f. 47r]
Per contra esso Giovan Antonio promette pigliare et accettare la detta Anna in sua vera cara et legitima
sposa et con lei contrahere solemne et legitimo matrimonio nel modo, forma et temine prenarrati et quella
al detto tempo tradure ad sua casa
Item tanto il detto Giovan Antonio, quanto anco cqui presente il detto Giovan Angelo d’Amato, suo patre
ne’ loro proprii, privati, principali nomi et in solidum prometteno al detto tempo si li farà il risborzo et
pagamento delli ducati ducento in denari contanti altri ducati cento in oro, veste et beni mobili et anco la
consignatione delli predicti annui ducati cinquantacinque per capitale et preczo di ducati ottocento per
complimento delle doti predette di ducati mille all’hora avante cautelare et fare cauta detta Anna d’esse
doti in prometterli, sincome ex nunc pro tunc et e contra prometteno quelle tenere, custodire, conservare
et fare salve sopra tutti et qualsivogliano loro in solidum beni mobili et stabili, presenti et futuri, ad opus et
instantiam et per nome et parte di detta Anna et soi heredi et successori [omissis]
[f. 49r]
Io Geronimo Imparato affirmo ut supra, io Giovan Antonio d’Amato accepto ut supra manu propria, io
Giovan Angelo d’Amato accepto ut supra et pleggio ut supra, concedemo licentia a notare Horatio
Sabbatino che hoggi 17 del presente mese, festa di Santo Antonio, dopo celebrati li divini officii, possa
stipulare li capitoli di Giovan Antonio d’Amato et Anna Imparato [omissis]
Presentibus Ioanne Hieronimo Trombatore utriusque iuris doctore et iudice ordinario Magnae Curiae
Vicariae, utriusque iuris doctore Fabritio Surrentino, utriusque iuris doctore Ioanne Ciuffo, utriusque iuris
doctore Iosepho Imparato, Francesco Acone, Francesco de Roberto, Gasparo Voczavotra, Ioanne
Francisco de Rosa, Ioanne Ieronimo Positano, Riccardo Bianco, Ioanne Angelo Montereale et Lutio de
Rinaldo ad contractus de Neapoli testibus.
TESTAMENTO DI ORAZIO IMPARATO
89) ASN, Notai del Cinquecento, Francesco di Gennaro, scheda 353, protocollo 17, incart. 138
Napoli, 8 novembre 1604
Die octavo mensis novembris III.e indictionis 1604 Neapoli. Ad preces nobis etcetera factas pro parte
Horatii Imparati [omissis]
Item lassa che il corpo suo se debia seppellire dentro l’ecclesia di Santo Augustino de Napoli ne la
sepultura de Santo Antonio de le persone d’Agerola [omissis]
232
Item esso testatore si rimette al conto che farà Giovan Battista de la Porta di quello si deve havere et dare
tra esso testatore et Geronimo Imperato et ad quello che detto Giovan Battista farà si debia stare.
Item declara como è stato sodisfatto da Giovan Angelo de Amato del pesone dela casa dove al presente
habita per tutto il passato sino al’ultimo d’aprile del presente anno [omissis]
1605
ESEGUE UN’IMMACOLATA PER FRANCESCO FRANCIA
90) ASBNF, Banco di Sant’Eligio, giornale di cassa, matricola 28
Napoli, 20 giugno 1605
A Francesco de Francia ducati venticinque et per lui a Geronimo Imperato disse in conto de ducati cento
quali se renderanno per accordio per uno quatro della Concettione con angeli et sarafini con 14 misterij et
con Idio patre et tutti in tavola con lo manto della Madonna et in qualche altra parte che intraranno de
ultramarino, a lui contanti
(E. Nappi, Catalogo delle pubblicazioni edite..., cit., p. 80)
1606
PAGAMENTO PER LA CIRCONCISIONE DELLA CHIESA DEI DOMENICANI DI RAGUSA
91) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 43, ff. 357-358
Napoli, 8 agosto 1606
A Nicolò Radolovich ducati quarantasette tari 1 grana 5, et per lui a Geronimo Imperato dissero a
compimento de ducati cento venti, che se li pagano per lo prezzo di una cona della Circoncisione del
Signore, che li ha fatto et consignato, atteso che li altri have avuti cioè ducati cinquanta nel mese di
ottobre 1603 per lo banco de lo Monte de la Pietà et ducati 22.3.11 in tanto panno di Londra, che li ha fatto
dare da Carlo de Gennaro, tal che resta sodisfatto et pagato, con sua firma, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, p. 394)
FIRMA
E DATA L’IMMACOLATA DELLA CHIESA DI
SANTA
ANTA MARIA
DEL
GESÙ
A
VIBO VALENTIA: IMPERATUS
FACIEBAT
1606
1607
ESEGUE IL MARTIRIO DI SAN PIETRO DA VERONA PER LA CAPPELLA PISANO IN SAN PIETRO MARTIRE
92) ASBNF, Banco dello Spirito Santo, giornale di cassa, matricola 44, f. 1462
Napoli, 9 giugno 1607
A Giovan Lorenzo Pisano ducati venti et per lui à Geronimo Imperato pittore dissero per saldo della pittura
d’uno quadro in tavola, che li ha consignato per la loro cappella dentro Santo Pietro Martire di Napoli
declarando che è stato pagato del resto, con sua fiducia, a lui contanti
(G. B. D’Addosio, Documenti..., cit., 1919, p. 394)
ULTIMO PAGAMENTO PER IL QUADRO DELLA CAPPELLA
CAPPELLA DEL MONTE DI PIETÀ
93) ASBNF, Banco della Pietà, Libro maggiore del patrimonio, 1603-1609, parte II, matricola 10 (ex 186),
f. 499
Napoli, 6 luglio 1607
ducati 25 a Geronimo Imparato a compimento di ducati 55 per il quadro della cappella
(E. Nappi, Documents..., cit., p. 150, n. 23)
233
IL 27
AGOSTO RISULTA MORTO
MORTO.
LA RESURREZIONE
INCOMPIUTA DELLA CAPPELLA
CAPPELLA DEL
MONTE
DI
PIETÀ
VIENE
REALIZZATA DA FABRIZIO SANTAFEDE
94) ASBNF, Banco della Pietà, Fondo patrimoniale, Libro di conclusioni 1605-1610, matricola 236 (ex
243), f. 64
Napoli, 27 agosto 1607
Et essendo morto Geronimo Imperato pittore che faceva la cona della Resurrettione nella nostra cappella
essi signori protettori hanno conchiuso che si facci da Fabritio Santafede huomo di molto valore, e che
tiene nella pittura pochi pari, e circa il prezzo di quella si lascia all’arbitrio, e regolato giuditio del signor
Giovan Paulo Sanfelice già protettore ad instanza del quale s’è contentato di far detta cona, et anco per
servir la casa
(Documenti estratti dall’Archivio storico..., cit., 1939-1940, p. 44 nota 3)
FIRMA
E DATA LA
MADONNA
COL
BAMBINO
E I
SANTI FILIPPO
E
GIACOMO
SU UN ALTARE DELLA NAVATA DI
SANTA
MARIA LA NOVA: IMPARATUS AR. F.. 1607
1608
LA VEDOVA VIRGINIA DE LIGORIO CONCEDE A MARCO MELE DI PORTARE A TERMINE
TERMINE LA PITTURA DEI 24 STENDARDI
LASCIATI INCOMPIUTI DALL’IMPARATO
MPARATO
95) ASN, Notai del Cinquecento, Orazio Sabatino di Napoli, scheda 458, prot. 20, ff. 318v-320r
Napoli, 24 marzo 1608
Declaratio et cessio pro Virgilia de Ligorio et Marcho Mele
Eodem die (24 marzo, sesta indizione, Napoli 1608) constituti in nostri presentia Vergilia de Logorio de
Neapoli, mulier vidua relipta quondam Hieronimi Imperati, iure romano vivens, ut dixit, mater et tutrix ab
intestato filiorum et heredum predicti quondam Hieronimi Imperati, iure romano vivens, ut dixit, mater et
tutrix ab intestato filiorum et heredum predicti quondam Hieronimi declarata et declaratorum per Magnam
Curiam Vicariae prout ex actis in banca Canalis dixit apparere interveniens tutricio nomine et pro utile
causa hereditatis praedictae ex una: et Marcus Mele eiusdem civitatis, pictor, ex altera prefata vero Virgilia
ut supra tutrix sponte asseruit coram nobis presente dicto Marco et in materno sermone audiente pro
maiori claritate et intelligentia stante quod Virgilia ipsa est mulier videlicet: come li mesi passati vivente lo
detto quondam Geronimo, olim suo marito, havere preso partito dalla Regia Camera della Summaria de
farli et pintarli, nec non fare fare et pintare, li standardi, fiammette, gagliardetti et tutti loro fornimenti di
galere numero vinte quattro del presente Regno per un certo tempo, pittura, manifattura et prezo de docati
vinte quattro per standardo fiammetta gagliardetto et lloro fornimenti di ciascheduna galera sincome per
offerta per lo detto quondam Geronimo sopra tale data a detta Regia Camera et ad esso quondam
Geronimo tam quam plus offerenti candela accensa et demum estinta, remasto detto partito ut supra dice
essa Virgilia quo supra nomine apparere et referirse per atti sistentino apresso de Felippo de Troysio et
isto medio interim, sin come a nostro Signor Iddio ha piaciuto detto quondam Geronimo essere passato da
questa vita presente a meglior vita, il che nostro Signore per sua misericordia ce lo conceda, et perciò
lasciato inperfetto lo supradetto partito non obstante che da detta Regia Camera non habia hauto denari
de sorte alcuna sincome essa Virgilia quo supra nomine per il che fosse obligato a magior cautela de detta
Regia Camera conplire lo sodetto partito et a ciò detta Regia Camera habia complimento del sodetto
partito et a requesta ad essa Virgilia quo supra nomine da tre mesi in circa fatta plures atque plures per lo
detto Marco, sincome dichano de cederli et renuntiarli ad comodum et in comodum de esso Marco lo
sodetto partito sotto l’infrascripta promessa et obligo et non aliter, nec alio modo oretenus essa Virgilia quo
supra nomine haverli sempre promesso de volere ad esso Marco cedere et forma che il detto quondam
Geronimo haveva quello preso dalla detta Regia Camera in virtù de detta sua offerta. Per il che volendo
234
esse parte quo supra nomine delle cose predette cautelare per pubblica scriptura prefata Virgilia quo
supra nomine sponte igitur predicto die coram nobis non vi, dolo et omni meliori via, cessit et renuntiavit
eidem Marco, ibidem presenti, et ad ipsius Marci comodum et incomodum lo soddetto partito de standardi,
fiammette, gagliardetti con loro fornimenti delle sodecte galere numero vinti quattro più, o meno servata la
forma dell’offerta per lo detto quondam Geronimo data a detta Regia Camera et ad esso ad extintum
candele remasto, et non aliter nec alio modo constituens ipsum Marcum inpartito ipso modo quo supra
cesso et renuntiatio procuratorem in rem propriam quam nullum ius est dumodo quod presens cessio nullo
modo nec ex qua vis causa officiat filios et heredes dicti quondam Hieronimi cedentes nec operetur contra
eos directe nec in directe, et sub dicta protestatione etiam et ad ipsorum heredum maiorem cautelam
Marcus ipse suo proprio nomine promisit dictos filios et heredes dicti Hieronimi a cessione et renuntiatione
partiti predicti a predicta Regia Camera semper et omni futuro tempore extrahere et serbare indemnes et
inlesos etiam ante damnum passum eisque reficere omnia damna expensas et interesse forsitan
occasione predicta patienda et facienda et hoc ad omnem dictorum filiorum et heredum simplicem
requisitionem cum iuramento tantum ulla alia probatione quesita. Promisit etiam prefatus Marcus
realmente et con effecto complire et adimplire lo sodetto partito in quello modo et forma è obligato et ha
promesso a detta Regia Camera in virtù della sodecta sua offerta et non aliter nec alio modo. Per la
renunza del quale partito per la decta Virgilia quo supra nomine a beneficio di esso Marco facta et
havendosi anco per esso Marco risguardo a molte giornate per lo detto quondam Geronimo perse et
spese facte per la captura di decto partito promette et se obliga similiter de pagare et sborzare docati
quindeci et questo dalle prime quindeci galere se faranno li sodetti standardi ut supra et de più altri docati
diece per complimento de docati vinticinque del secondo dinaro haverà per causa delli altri stendardi ut
supra nelle restante galere cossì d’accordio remasti et questo ad ogne semplice requesta della detta
Virgilia quo supra nomine quia sic etiam [omissis].
235
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appartenente è accaduto, dal principio dell’anno MDLXIII insino al fine dell’Ottantasei, Venezia 1588.
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L. SCHRADER, Monumentorum Italiae quae hoc nostro saeculo et a Christianis posita sunt, Helmaestadii 1592.
1593
L. PINELLI, Libretto d’immagini e brevi meditazioni sopra la vita della Sacratissima Vergine Maria Madre di Dio. Con l’historia ancora
della Sua Vita, cavata fedelmente da gli Antichi e Santi Padri, Napoli 1593.
1595-96
G. F. ARALDO, Cronica della Compagnia di Giesù di Napoli, cominciando dall’anno 1551 da che ella mandò di Roma à questa città 12
soggetti, per dar principio al Collegio, quando era Viceré di essa Don Pietro di Toledo, et Papa Giulio Terzo, ed Arcivescovo il Cardinal
Teatino, che fu poi Papa Paolo Quarto, et Generale della Compagnia il padre Ignatio di Loyola, primo Generale et institutor di essa, ms.,
Biblioteca della Residenza dei Gesuiti di Napoli, 1595-1596, ora in DIVENUTO 1990 e DIVENUTO 1998.
1596
G. A. SUMMONTE, Manuale divinorum officiorum, quae iuxta ritum Sacrosanctae Romanae Ecclesiae recitantur in omnibus solemnitatibus
Domini Nostri Iesu Christi, Beataeque Mariae Virginis, ac in festo omnium Sanctorum, cum nonnullis aliis precibus, secundum temporis
opportunitatem ad usum Congregationum, Napoli 1596.
1597
S. MAZZELLA, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1597; ed. cons. Napoli 1601.
1599
L. PINELLI, Libretto d’immagini e di brevi meditationi sopra alcuni misterii della Vita e Passione di Christo Signor Nostro, Napoli 1599.
1601-43
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1607
G. C. CAPACCIO, Neapolitanae Historiae, Napoli 1607.
1611
G. B. MANSO, Vita et miracoli di S. Patricia Vergine sacra, con il compendio delle reliquie che si conservano nella chiesa del Monastero
di detta Santa in Napoli, Napoli 1611.
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1613
P. A. SPINELLI, Maria Deipara thronus Dei. De Virginis Beatissimae Deiparae Mariae laudibus preclarissimis, Napoli 1613.
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della Congregazione Teatina di Sessantatre Vergini, dell’Eremo Teatino di trentatre Monache e di sette Converse, e del Ritiramento di
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1693-1702
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Congregationi fin’hora erette e de’ Soggetti più cospicui che in esse hanno fiorito, Napoli 1693-1702.
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1720
J. SANNAZZARO, L’Arcadia di Giacomo Sannazzaro colle antiche annotazioni di Tommaso Porcacchi, Francesco Sansovino, e
Giovanbatista Massarengo. Insieme con le Rime dell’autore, ed una Farsa del medesimo non istampata altre volte. In questa edizione,
accresciuta della Vita dell’istesso, scritta già da Giambattista Crispo, ed oggi per la prima volta supplita, corretta, ed illustrata, Napoli
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