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T5 Satana: l`«orrida maestà» del grande ribelle - IIS Severi

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T5 Satana: l`«orrida maestà» del grande ribelle - IIS Severi
TORQUATO TASSO
T5
dalla Gerusalemme liberata
Satana: l’«orrida
maestà» del grande
ribelle
1. Pluton: in nome del gusto classicistico rinascimentale, Tasso chiama Satana con il nome della divinità pagana degl’Inferi.
2. Calpe: il promontorio di Gibilterra.
3. magno Atlante: la grande catena dell’Atlante, nell’Africa settentrionale.
4. estolle: innalza (latinismo).
5. fero: feroce.
6. di veneno ... splende: lo sguardo, iniettato di veleno, splende come una cometa annunciatrice di sciagure (infausta).
7. involve: avvolge.
8. d’atro ... immonda: sporca di sangue
scuro.
9. Mongibello: l’Etna.
10. Cerbero: il cane a tre fauci, custode degli Inferi.
11. Idra: serpente a sette teste, ucciso da
Eracle.
12. restò Cocito: si arrestò Cocito, fiume
infernale.
13. Tartarei numi: dèi infernali.
14. di seder ... vostra: i demoni erano in
origine degli angeli, cacciati dal cielo per essersi ribellati a Dio. Lucifero stesso era il più
bello dei Cherubini.
15. felici regni: il paradiso.
16. gran caso: la grande caduta.
17. orribil chiostra: l’orribile carcere infernale.
18. altrui: di Dio (che Satana evita di nominare).
19. l’alta impresa: la ribellione a Dio, nel
tentativo di diventare pari a lui.
20. rubelle: ribelli.
21. stellati giri: le sfere celesti.
22. primo onor: la grandezza, la dignità di
un tempo.
23. inaspra ... martìri: rende più aspri i
miei tormenti.
24. vile: spregevole.
25. farne: farci.
26. figlio: Gesù Cristo, incarnatosi per redimere l’umanità dal peccato e sottrarla a Satana.
27. tartaree: infernali.
Torquato Tasso • T5
Satana si duole al vedere i successi dei cristiani e medita di infliggere loro terribili sofferenze. Chiama così a raccolta il concilio infernale, composto di creature mostruose e orrende. Esse si dispongono tutto intorno a lui, ad ascoltare i suoi ordini (canto IV, ottave
6-17).
6
Siede Pluton1 nel mezzo, e con la destra
sostien lo scettro ruvido e pesante;
né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra,
né pur Calpe2 s’inalza o ’l magno Atlante3,
ch’anzi lui non paresse un picciol colle,
sì la gran fronte e le gran corna estolle4.
7
Orrida maestà nel fero5 aspetto
terrore accresce, e più superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende6,
gl’involve7 il mento e su l’irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s’apre la bocca d’atro sangue immonda8.
8
Qual i fumi sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello9 e ’l puzzo e ’l tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le faville sono.
Mentre ei parlava, Cerbero10 i latrati
ripresse, e l’Idra11 si fe’ muta al suono;
restò Cocito12, e ne tremàr gli abissi,
e in questi detti il gran rimbombo udissi:
9
– Tartarei numi13, di seder più degni
là sovra il sole, ond’è l’origin vostra14,
che meco già da i più felici regni15
spinse il gran caso16 in questa orribil chiostra17,
gli antichi altrui18 sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l’alta impresa19 nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle20.
10
Ed in vece del dì sereno e puro,
de l’aureo sol, de gli stellati giri21,
n’ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
né vuol ch’al primo onor22 per noi s’aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!
quest’è quel che più inaspra i miei martìri23)
ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato,
l’uom vile24 e di vil fango in terra nato.
11
Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne25 più danno, il figlio26 diede.
Ei venne e ruppe le tartaree27 porte,
1
e porre osò ne’ regni nostri il piede28,
e trarne l’alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel sì ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l’insegne ivi spiegar del vinto Inferno29.
28. e porre ... piede: allude alla discesa di
Cristo all’inferno, per trarne le anime dei patriarchi e dei profeti.
29. in nostro ... Inferno: collocare nel cielo tali anime, a nostro scherno, come insegne
della vittoria sull’inferno.
30. Ed in qual ... imprese?: dove e quando avvenne che Dio ponesse fine alle sue abituali imprese?
31. déssi: si deve.
32. a l’antiche: le offese di un tempo (contrapposte alle presenti offese del verso successivo).
33. Noi ... n’accenda?: noi lasceremo trascorrere inerti i giorni e le ore, e non ci sarà
una qualche nobile brama di grandezza che ci
accenda i cuori?
34. soffrirem: tollereremo.
35. il suo ... fedele: i cristiani.
36. stenda: si diffonda.
37. che suoni ... marmi?: che il nome di
Dio sia invocato da altri popoli (oltre agli attuali cristiani), che si scriva in altri inni religiosi, e si incida in nuovi monumenti di bronzo e
di marmo?
38. idoli nostri: gli idoli pagani sono ritenuti propri dalle divinità infernali. Nella prospettiva controriformista la religione islamica
è considerata pagana e vista come bene accetta a Satana.
39. sospesi i voti: appesi nei templi gli oggetti votivi.
40. auro: oro.
41. ove: nelle regioni pagane.
42. arti nostre: le arti demoniache.
43. di tant’alme ... Pluto?: che ci manchi
il solito tributo di tante anime dannate, e Satana (Pluto, nome del dio degli Inferi nella religione romana) abiti (alberghi) in un regno
vuoto?
44. primiero: di un tempo, quando osarono tentare l’impresa della ribellione a Dio.
45. il celeste impero: il cielo, regno di Dio.
46. virtute: valore, ardimento.
47. Diede ... vittoria: una causa sconosciuta, quale che essa fosse, diede la vittoria a
Dio.
48. v’indugio: vi trattengo.
49. Itene: andate.
50. consorti: compagni, partecipi della mia
sorte.
51. opprimete i rei: schiacciate gli scellerati nemici nostri.
52. questa ... s’ammorze: l’impeto delle
forze crociate, che va sempre più crescendo,
si estingua.
53. fra loro ... inganno: insinuatevi nelle
loro file, e si adoperi ora la forza ora l’inganno per la loro definitiva rovina.
54. Sia destin: «si eseguisca, per opera vostra, come irrimediabile necessità, a cui i nemici non possano sottrarsi» (Sanguineti).
Torquato Tasso • T5
12
Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l’ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trovò, né quando,
ch’egli cessasse da l’usate imprese?30
Non più déssi31 a l’antiche32 andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete ormai com’egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?
13
Noi trarrem neghittosi i giorni e l’ore,
né degna cura fia che ’l cor n’accenda?33
e soffrirem34 che forza ognor maggiore
il suo popol fedele35 in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che ’l suo onore,
che ’l nome suo più si dilati e stenda36?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?37
14
Che sian gl’idoli nostri38 a terra sparsi?
ch’i nostri altari il mondo a lui converta?
ch’a lui sospesi i voti39, a lui sol arsi
siano gl’incensi, ed auro40 e mirra offerta?
ch’ove41 a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l’arti nostre42 aperta?
che di tant’alme il solito tributo
ne manchi, e in vòto regno alberghi Pluto?43
15
Ah! non fia ver, ché non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero44,
quando di ferro e d’alte fiamme cinti
pugnammo già contra il celeste impero45.
Fummo, io no ’l nego, in quel conflitto vinti,
pur non mancò virtute46 al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria47:
rimase a noi d’invitto ardir la gloria.
16
Ma perché più v’indugio48? Itene49, o miei
fidi consorti50, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei51
prima che ’l lor poter più si rinforze;
pria che tutt’arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s’ammorze52;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s’adopri ed or l’inganno53.
17
Sia destin54 ciò ch’io voglio: altri disperso
se ’n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d’amor lascive immerso
2
55. in cure ... riso: immerso in passioni sensuali adori come un idolo il dolce sguardo e il
riso di una donna (preannuncia la sorte che
sarà di Rinaldo, irretito dalla maga Armida).
56. Sia ... diviso: dall’esercito in rivolta e discorde al suo interno le armi siano rivolte contro il comandante (allude alla rivolta contro
idol si faccia un dolce sguardo e un riso55.
Sia il ferro incontra ’l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e ’n sé diviso56:
pèra il campo e ruini57, e resti in tutto
ogni vestigio58 suo con lui distrutto. –
Goffredo alimentata da Argillano).
57. pèra ... ruini: il campo cristiano sia di-
strutto e vada in rovina.
58. ogni vestigio: ogni traccia.
T5 analisi del testo
Aspetti innovatori
della rappresentazione
di Satana: la grandezza
e la maestà
La dignità della ribellione
degli angeli
Le accuse di “imperialismo”
a Dio
Gli intenti edificanti
del poeta
Torquato Tasso • T5
L’ « o r r i d a m a e s t à » d i S a t a n a
La rappresentazione tassiana di Satana per un verso è tradizionale, ma per un altro è straordinariamente nuova, densa di potenzialità che saranno sviluppate dalla letteratura dei secoli
successivi. Conformi all’immagine tradizionale del demonio sono il suo aspetto mostruoso e orripilante, le «gran corna», i fumi sulfurei e le fiamme che escono dalla sua bocca; ma la novità
consiste nel fatto che c’è in lui qualcosa di grande e di maestoso. Il poeta insiste innanzitutto sulla sua statura gigantesca, sul levarsi in alto della sua «gran fronte», che è tradizionalmente segno di magnanimità (viene in mente l’«ei s’ergea col petto e colla fronte» del Farinata dantesco;
e non è da escludere che tale immagine agisca segretamente nella fantasia tassiana); poi sottolinea l’«orrida maestà» che lo rende «più superbo»: è innegabile che in questa figura, pur nella
sua negatività, vi sia una forma di grandezza, una grandezza strana, abnorme, inquietante, ben
espressa da quella forma di ossimoro che la designa, accompagnando all’idea dell’orrido quella
della maestà (si ricordi che l’ossimoro mette insieme due concetti che dovrebbero essere logicamente inconciliabili).
Questi caratteri fisici sono ripresi dall’orazione di Satana alle sue schiere. È un discorso altamente intonato, solenne, costruito secondo tutti i moduli della retorica sublime, quasi a conferma
della maestà del personaggio. Ma quel che più conta sono le idee espresse dal demonio. Egli rivendica il valore e la dignità della ribellione degli angeli, la definisce «alta impresa»; il combattere contro l’«impero» celeste di Dio è stato segno di «valor»; in quel «gran pensiero» non è mancata
«virtute»; nonostante la sconfitta, è rimasta nei demoni la «gloria» di un «invitto ardir». Oltre a
questa rivendicazione della nobiltà della ribellione, di grande interesse sono poi le accuse rivolte
da Satana al cielo. Egli sostiene che non è stato un principio superiore di giustizia ad assicurare
a Dio la vittoria sui ribelli, ma solo il caso («Diede che che si fosse a lui vittoria»). La distinzione
tra bene e male non ha secondo lui un fondamento oggettivo, è dipesa solo dagli esiti di una guerra: bene è ciò che stato imposto dal vincitore. Perciò presenta come un sopruso intollerabile il fatto che i demoni, degni per il loro valore di sedere nel più alto dei cieli, siano stati relegati nelle tenebre dell’abisso infernale: essi sono considerati colpevoli solo perché sono stati sconfitti («or Colui regge a suo voler le stelle / e noi siam giudicate alme rubelle»). Di conseguenza Satana accusa
il Dio vincitore di una sorta di “imperialismo” (volendo usare un termine moderno), di aver voluto schiacciare ed annullare ciò che era “diverso”, riducendo tutto il creato sotto un unico dominio.
La stessa accusa rivolge ai crociati che, per volere di Dio, vogliono conquistare tutta la terra, imponendo la loro religione e cancellando ogni pluralità di culti, di opinioni, di mentalità. Quindi Satana non solo si ammanta della gloria di aver tentato una nobile impresa, ma si offre anche come
il difensore dei valori del pluralismo e della tolleranza, valori tipicamente rinascimentali (come
ha sottolineato lo Zatti), così come i pagani sono portatori dei valori, egualmente rinascimentali,
dell’individualismo energico e dell’edonismo.
Le ambivalenze tassiane
È evidente che Tasso vuol presentare tutto questo discorso di Satana come una serie di orribili bestemmie, che devono suscitare orrore ed esecrazione nel lettore, quindi indirizza l’episodio ad
3
L’ambigua attrazione
per i valori rinascimentali
Il Satana di Milton
Il Satana dei romantici
T5
1
un fine del tutto edificante. Ma per intanto dà la parola a Satana, consente al suo punto di vista
di esprimersi: e questo è di una straordinaria novità e audacia, al di là di ogni cautela e di ogni alibi didascalico. L’accanimento sull’aspetto orribile del demonio e il pesante giudizio morale sulle
sue bestemmie sono quindi un mezzo che consente a questa materia scottante di emergere alla superficie. Come spesso avviene nella Gerusalemme liberata, il poeta nega per affermare (o, per dir
meglio, l’affermazione si fa strada inconsapevolmente proprio attraverso la negazione). Il negare
consente a contenuti inquietanti, che sarebbero respinti dalla coscienza e dal senso morale, di trovare cittadinanza nella poesia. È facile scorgere dietro a questi meccanismi le fondamentali ambivalenze del Tasso. Se come poeta cristiano della Controriforma egli condanna fermamente, con
sincera convinzione, quegli aspetti eterodossi e inquietanti, d’altro lato prova una segreta attrazione per il ribelle, per il portatore dei valori laici del pluralismo, della tolleranza, della virtù magnanima indirizzata verso fini di gloria mondana. In questa sottile ambivalenza verso Satana si
manifesta la segreta componente ribelle del Tasso contro l’autorità e il potere, la sua nostalgia per
i valori della cultura rinascimentale. La coscienza controriformistica del poeta lo porta a condannare e a respingere quelle componenti, a “demonizzarle” (alla lettera, in questo caso), ma in realtà egli è ancora profondamente legato ad esse. Le contraddizioni del poeta si traducono, a livello
testuale, in figure come questa di Satana, di straordinario fascino nella loro densità e nella loro
ambigua polivalenza.
La fortuna di Satana
Con le sue inquietudini Tasso dà inizio ad un modo di considerare Satana destinato a lunga
fortuna in successive epoche e in altri climi culturali. La sua raffigurazione sarà ripresa in termini simili da Marino, ma soprattutto dal grande poeta inglese del Seicento John Milton (16081674), che nel suo Paradiso perduto conferisce a Satana, come osserva un acuto studioso di letteratura inglese, «il fascino del ribelle indomito», sicché il Maligno assume «un aspetto di decaduta bellezza, di splendore offuscato da mestizia e da morte», e appare «maestoso sia pur nella
rovina» (M. Praz, Le metamorfosi di Satana, in La carne, la morte e il diavolo nella letteratura
romantica, Sansoni, Firenze 1948, p. 61). Questa immagine diverrà poi particolarmente cara ai
romantici europei, che sentiranno potentemente il fascino del grande ribelle, nobile pur nella
sconfitta, e ameranno identificarsi con la figura dell’angelo caduto. Il Tasso si pone all’inizio di
questa tradizione, sia pur in un ambito culturale profondamente diverso dal Romanticismo, cominciando ad anticipare certe forme di sensibilità. Non c’è da meravigliarsi se sarà poi molto
amato dai romantici.
PROPOSTE DI LAVORO
Esaminare il discorso di Satana (ottave 9-17) dal punto
di vista formale, individuando le figure retoriche utilizzate, le antitesi, l’effetto prodotto dall’incalzare delle interrogative.
Torquato Tasso • T5
2
Utilizzare le indicazioni contenute nell’analisi del testo e
procedere ad un confronto
con Milton, Il Paradiso perduto, libro I.
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