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dichiarazioni di frank mannino
Il bandito Giuliano
La strage di Portella della Ginestra
Documenti sulla strage
Documento 6
DICHIARAZIONI DI FRANK MANNINO
Dichiarazioni di Mannino Frank
«Quelli che possono dire tutto sull’attività e sui fatti della banda Giuliano sono Terranova (Cacaova)
e Pisciotta Gaspare poiché il Giuliano si confidava solo con essi. Aggiungo che vi sono altri che
potrebbero affermare cose relative all’attività della banda Giuliano. Sono sicuro che Terranova
parlerà, e se non lo farà, lo farò parlare io».
Richiesto sul mezzo come farà parlare il Terranova risponde:
«Sono sicuro che Terranova parlerà e se egli non parlerà, [lo farò parlare] io».
Richiesto se il suo parlare deve avere relazione anche con i fatti di Portella, risponde:
«Non mi sento in condizioni di poter parlare».
D. R. «L’espatrio verso la Tunisia fu deciso nel 1948. Ricordo che in un primo tempo dovevamo
espatriare tutti, compreso Giuliano, poi si decise da parte dei componenti della squadra Terranova di
espatriare da soli poiché Giuliano intendeva che si sparasse contro la forza pubblica, cosa che noi
non volevamo».
D. R. «Il giorno 8.12.1948, giorno dell’Immacolata, eravamo sul mare dopo esserci imbarcati a
Torre da Moisu tra Castellamare del Golfo e S. Vito».
D. R. «Il prezzo del nolo fu di £. 1.000.000 che fu versato in parti uguali da me, Terranova, Palma
Abbate, Pisciotta Francesco e Candela Rosario».
D. R. «Mio cognato Motisi e Cucinella Antonino nulla versarono».
D. R. «A noi i mezzi derivavano dal sequestro del commerciante Gulì».
D. R. «La squadra di cui facevo parte sequestrò 10 od 11 persone».
D. R. «Del denaro ricavato dai sequestri Giuliano ebbe la gran parte, il residuo spettò a noi e fu
diviso in parti uguali compreso il Terranova, nonostante fosse il caposquadra».
D. R. «La nostra unione cominciò con i fatti dell’Evis, e il primo comandante fu un certo Filippo
Ferrari il quale ci comunicò che anche Giuliano era uno dei capi dell’Evis. Vi fu quindi una
continuazione di attività e il primo sequestro avvenne appunto perché Giuliano diceva di aver
bisogno di danaro per la propria banda e per acquisto di altre cose. Un tempo avevamo dei blocchetti
che ci servivano per requisire quanto ci occorreva».
D. R. «In un secondo tempo ci costituimmo in squadra e per quanto riguarda la squadra di cui io
facevo parte si operava per ordine di Giuliano».
D. R. «Non so se vi era una squadra Cucinella, pur essendo a conoscenza che i due fratelli Cucinella
erano latitanti».
D. R. «Spiego, io conobbi Giuliano nell’occasione da me avanti detta come lo conoscevo anche
prima, lo vidi poi quando cominciammo ad operare per l’Evis, io conobbi Giuliano non come
bandito ma come capo politico».
D. R. «Ho avuto occasione di vedere spesso Giuliano o perché ci incontrammo o perché egli
mandava a chiamare Terranova».
D. R. «Non ricordo se ebbi occasione di vedere Giuliano nel tempo immediatamente precedente ai
fatti di Portella».
D. R. «Il Giuliano indossava un impermeabile che in principio era chiaro anche quelli della squadra
Terranova erano muniti di impermeabili tutti dello stesso colore, che ci giovava per confonderci con
i sassi che erano sparsi per la montagna».
D. R. «Non mi consta che fra gli espatriati vi fosse un certo Liborio».
D. R. «Nulla posso dire del nome e del numero del motopeschereccio».
D. R. «La decisione di espatriare anche da parte di Giuliano con tutti i componenti della squadra
avvenne nel marzo-aprile 1948; anzi posso dire che un primo tentativo di espatrio doveva avvenire
nel dicembre 1948, ma non si espatriò perché la squadra capeggiata da Passatempo Giuseppe giunse
a Palermo in ritardo. A Palermo dovevamo trovarci tutti».
D. R. «Vi era la squadra Passatempo capeggiata da Passatempo Giuseppe, quella di Terranova e lo
stato maggiore, così chiamato nella Legione dei Carabinieri, costituito da Giuliano e da Gaspare
Pisciotta».
A domanda del P.G., risponde:
«Il Giuliano tentava di espatriare per non farsi prendere».
D. R. «Della squadra Passatempo facevano parte i due fratelli Passatempo Giuseppe e Salvatore, gli
altri componenti non mi interessano».
D. R. «Quando vi era qualche azione da compiere Giuliano mandava a chiamare i capi squadra
anche quando eravamo tutti insieme».
D. R. «Non ho sentito parlare mai di un Corrao Remo come facente parte della banda Giuliano».
Il difensore di parte civile, avv. Sotgiu, chiede che si domandi all’imputato se Giuliano attraverso i
capi squadra dette disposizioni per l’atteggiamento da assumere davanti le elezioni del 18.4.’48».
Il P. G. chiede che la domanda non sia rivolta perché non interessa i fatti di questo processo. L’avv.
Sotgiu insiste nella sua richiesta.
Il Presidente ritiene non utile la domanda ed ordina che non sia rivolta perché non pertinente ai
fatti di cui è processo.
Il difensore di parte civile avv. Sotgiu chiede ancora che sia rivolta all’imputato la seguente
domanda: se Giuliano fece alcuna comunicazione sulle vie da seguire per espatriare e sulle ragioni
che lo inducevano a tentare l’espatrio.
Il P. G. chiede che la domanda non sia rivolta.
Il Presidente ritiene inutile ai fini del dibattimento rivolgere la domanda e ordina di procedere oltre.
A domanda del P. G., risponde:
«Né Giuliano, personalmente, né Terranova mi dissero mai di un attacco da farsi a Portella della
Ginestra, ripeto che Terranova ci comunicava l’azione da compiere solo quando ci trovavamo sul
posto dove l’azione doveva essere svolta. Posso dire a tale proposito che nel 1947, non so se prima o
dopo i fatti di Portella, io con la squadra di Terranova ci spostammo da Montelepre nei dintorni di
Monreale per consumare un sequestro che non fu consumato. Restammo fuori tre giorni per ritornare
poi a Montelepre. So che Giuliano mosse rimprovero a Terranova chiedendogli con chi si era
confidato dal momento che la Polizia di Palermo sapeva già del loro spostamento. Il Terranova disse
a Giuliano che poteva fare richiesta altrove perché egli neppure lo aveva riferito ai picciotti,
intendendo riferirsi ai componenti della squadra».
A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:
«Al ritorno dalla Tunisia cercai di avere un colloquio con Giuliano anche a mezzo di Pisciotta
Gaspare ma non avendo potuto incontrarmi con Giuliano comunicai con lui a mezzo lettere,
comunicate dalla mia staffetta costituita da Nino Miceli e Nitto Minasola entrambi da Monreale. Col
Miceli dovevo prendere appuntamento per incontrarmi con Giuliano e per questo andai a villa
Carolina dove ebbi il primo colloquio con il Miceli e poi col Minasola che mi fecero promessa di
farmi parlare con Giuliano. Ritornai una seconda volta a villa Carolina dove fui arrestato. Il Nitto
Minasola avrebbe dovuto accompagnarmi da Giuliano invece mi fece arrestare».
Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento a domani 9/5/1951.
VERBALE DI CONTINUAZIONE
Il giorno 9.5.1951 ore 9.30 in Viterbo.
Dopo di che il Presidente procede all’imputato Mannino Frank.
Chiede preliminarmente che gli sia data lettura dell’interrogatorio reso l’anno scorso in Viterbo e
chiede che gli sia consentito poi accertarsi se la firma, sottostante a tale interrogatorio, è sua,
poiché egli ricorda di non aver fatto in detto interrogatorio precisazione intorno alla data del 1°
Maggio.
Si dà lettura all’interrogatorio da f. 6 a f. 10 dell’all. I al vol. E.
D. R. «Tutto quello che ho detto si trova consacrato nell’interrogatorio di cui la S. V. mi ha dato
lettura; osservo che solo manca la notizia del servizio da me prestato per tre mesi nella legione
straniera e che non è esatta quella relativa alla precisazione della data 1° maggio».
D. R. «I fratelli Cucinella erano conosciuti in paese con il soprannome di Purrazzolo».
Contestatogli che a pag. 10 del suo interrogatorio (all. I vol. E) egli ha dichiarato che Cucinella
Antonino si accodò ad essi dopo che tutto era stato stabilito da essi per lo espatrio, risponde:
«Non è esatto quanto si contiene in detto interrogatorio. Il Cucinella fu da noi incontrato fra
Castellammare e S. Vito e le trattative non erano state ancora concluse. Il Pizzo Mariano, di cui si
parla nello stesso foglio, fu il nostro compagno di viaggio dalla periferia di Montelepre alla
montagna Sparaci, poi egli si allontanò per conto suo e noi proseguimmo la nostra strada».
D. R. «Appena giunti a Tunisi io, Candela e Palma Abbate ci arruolammo nella legione straniera e
quindi fummo avviati per altro posto. Dopo circa tre mesi ritornammo a Tunisi, io e Candela, perché
non arruolati. A Tunisi restammo per circa un mese e indi ripartimmo. Nello spazio di tempo di circa
un mese, intercorso dal ritorno in Tunisi al rimpatrio, non vidi mai Cucinella Antonino, anzi posso
dire che egli era stato già arrestato».
D.R. «Ritornammo con un motopeschereccio diverso da quello che ci condusse in Tunisia».
D. R. «Non so se il Milazzo una volta giunto in Tunisia vi si fermava oppure ritornava in Italia né
posso dire se Milazzo commerciasse in Tunisia formaggio».
D. R. «Dopo il fatto di Portella ebbi occasione di incontrarmi spesso anche con Giuliano».
D. R. «Non parlai mai con Giuliano dei fatti di Portella, dopo che essi si furono verificati, il Giuliano
può averne parlato con Terranova».
D. R. «Posso dire che Giuliano diceva che potevamo sperare di essere liberi ma non ci disse mai con
quale mezzo».
Alla domanda su «che cosa intenda dire con la frase essere liberati» risponde:
«Noi potevamo tornare nuovamente liberi cittadini».
D. R. «I più vicini a Giuliano erano Gaspare Pisciotta, Passatempo Salvatore e Ferreri Salvatore
inteso Fra’ Diavolo, poi il Passatempo andò a far parte della squadra del fratello Giuseppe».
D. R. «La squadra di Passatempo Giuseppe era formata da lui, dal fratello Salvatore e da un certo
soprannominato Dottore».
D. R. «Mi pare che al tempo dei fatti di Portella la squadra di Passatempo era già formata».
D. R. «Non ricordo se ebbi occasione di parlare con Terranova Cacaova di coloro che parteciparono
ai fatti di Portella».
D. R. «Quando si parlava di cose interessanti come quella di Portella a parlarne erano gli ufficiali,
noi soldati stavamo da parte».
D. R. «In occasione della festa del Crocefisso in Montelepre ci fu un tentativo di arresto del Pisciotta
Gaspare che era ritornato in paese perché si riteneva come me e gli altri liberi. Il tentativo di arresto
fu effettuato dall’allora brigadiere Santucci. Mentre lo accompagnavano in caserma il Pisciotta riuscì
ad evadere, furono sparati dei colpi di arma da fuoco ma il Pisciotta non fu attinto. Dopo questo fatto
anch’io ritenni opportuno darmi alla latitanza. Durante la latitanza mi accorsi che il Pisciotta
Gaspare aveva una tosse un poco preoccupante, gli consigliai di farsi visitare da un dottore. Fu
visitato in casa di un dottore, di cui non posso fare il nome né dire la residenza, il quale accertò una
infiammazione alle tonsille».
D. R. «Il Pisciotta batteva ugualmente la campagna, ma per pochi giorni. Fu Giuliano che gli fornì i
mezzi per acquistare la streptomicina».
D. R. «Nel 1948 accompagnai il Pisciotta a Monreale per una radiografia, lo affidai a Nino Miceli
ma non so dove ebbe luogo la visita».
D. R. «Non so in quale periodo del ‘48 affidai il Pisciotta al Miceli».
D. R. «Non so quello che Randazzo Salvatore comunicò a Terranova Cacaova ed a Pisciotta
Francesco quando costoro si recarono da lui; può darsi che Terranova abbia detto di cercare acqua
allo scopo di avere una scusa per avvicinare il Randazzo».
Invitato l’imputato a dire fin da ora quello che potrebbe dire qualora il Terranova ed il Pisciotta
Gaspare non dicessero quello ad essi consta intorno ai fatti di Portella della Ginestra ed agli assalti
alle sedi comuniste risponde:
«Sia il Terranova che il Pisciotta possono fare i nomi di coloro che presero parte agli assalti alle sedi
comuniste ad ai fatti di Portella come pure possono fare i nomi dei mandanti».
D. R. «Una volta nel 1948 vidi venire una macchina in contrada Parrini da dove scese una persona
della quale nulla posso dire perché stavano a circa 2 km. di distanza».
D. R. «In questa occasione eravamo insieme: Giuliano, noi della squadra Terranova e quelli della
squadra Passatempo».
D. R. «In detta circostanza venne un confidente di Giuliano, che non so chi fosse, il quale diede un
fischio che fu identificato da Giuliano. Non ricordo se Giuliano andò insieme a Gaspare Pisciotta che
trovavasi con noi».
D. R. «Al principio del 1947 Giuliano ebbe un convegno nell’abitato di Partinico, non so però con
quale persona. Noi ci trovavamo tra Partinico e Borgetto e Terranova ci comunicò che Turiddu
doveva parlare con persone nell’abitato di Partinico».
D. R. «Il Terranova ci disse che se non avessimo avvertito alcun segno quando era notte potevamo
ritornarcene, cosa che facemmo ritornando a Montelepre dove abitavamo».
D. R. «Non ricordo se Terranova abbia qualche volta parlato di coloro che parteciparono a Portella
della Ginestra ».
D. R. «Escludo che il Terranova mi abbia detto che a Portella della Ginestra avesse preso parte
anche Gaspare Pisciotta. il quale in quel tempo era nel pieno della malattia».
Contestatogli quanto nell’interrogatorio a f. 39 retro vol. I il Terranova dice, risponde:
«Ho sentito quello che la S. V. mi ha detto, ma nulla so di proposito, posso ripetere che il Pisciotta a
quell’epoca era nel pieno della malattia».
D. R. «Bisogna a proposito della malattia il Pisciotta tener conto dell’inizio della stessa che fu
individuata due mesi dopo che fu tentato il suo arresto. Fino a 5 o 6 mesi dopo la individuazione
della malattia, il Pisciotta dormì sempre in mia compagnia e quando vi era qualche operazione da
compiere noi della squadra uscivamo dal paese mentre egli restava nell’abitato. Non posso escludere
che durante la nostra assenza egli si recò fuori anche a trovare Giuliano».
D. R. «Mi consta che il Pisciotta mancò un periodo di tempo da Montelepre, non so se fu ricoverato
in qualche posto».
D. R. «Di politica con Giuliano parlavano i nostri ufficiali non noi soldati».
D. R. «Ricordo che si parlava di votare per la Monarchia e per la Democrazia».
D. R. «Nel periodo dall’aprile al giugno 1947 il Giuliano diceva “speriamo che le cose vadano bene
e saremo tutti liberi”».
D. R. «Noi pensavamo di poter essere liberi malgrado i fatti di sequestro ed altri fatti consumati
perché tutto si ricollegava all’Evis».
D. R. «Non posso dire se Giuliano nel dare le disposizioni per le operazioni da compiere si
accertasse prima dell’esito dell’operazione e delle persone che dovevano parteciparvi».
D. R. «Mi consta che Giuliano ha frequentato fino alla 5ª elementare, mi consta pure che egli
studiava anche per conto proprio in casa sua».
D. R. «La stampa qualifica me come letterato della banda, ma io ho frequentato solo la 5ª
elementare».
D. R. «Non mi consta che fra la banda vi fosse qualcuno che aveva frequentato studi superiori».
A domanda del P. G. perchè chiarisca la frase “che egli ha fiducia in Terranova perché costui
impedì che egli cadesse in agguato”, risponde:
«Sequestrato Gino Agnello a Palermo da me e Taormina Angelo e senza la presenza di Terranova,
che è rimasto nei pressi del Politeama, pur essendo venuto a Palermo per procedere al sequestro, a
un certo momento Giuliano, precisamente dopo circa 8 giorni, prese con sé il sequestrato. Tra
Terranova e Giuliano vi fu un colloquio nel quale Giuliano insisteva perché si continuasse a sparare
contro i carabinieri mentre il Terranova insisteva nel dire che egli avrebbe ripreso a sparare contro i
carabinieri se altri paesi vi fossero riuniti a Montelepre per sparare».
D. R. «Per andare a sparare contro i carabinieri si dovevano loro tendere degli agguati».
A domanda del P. G., risponde:
«Non so lo scopo della missione affidata alla nostra squadra per Balletto».
Il P. G. chiede che sia richiesto all’Arma dei Carabinieri di Montelepre copia del verbale di arresto
di Pisciotta Gaspare di cui ha parlato l’imputato e del conflitto verificatosi in tale occasione. I
difensori nulla osservano.
La Corte dispone in conformità a domanda dell’avv. Crisafulli.
D. R. «Nel periodo di tempo in cui fui chiuso in carcere di sicurezza del C.F.R.B. in stato di arresto
non subii alcun maltrattamento ad opera dei carabinieri».
D. R. «Fui interrogato dal maresciallo Calandra e sottoscrissi le dichiarazioni che feci. Vidi una volta
soltanto il maresciallo Lo Bianco ed un’altra volta in caserma il giorno successivo a quello del mio
arresto».
D. R. «Se io sono in vita, e son potuto arrivare a Viterbo, è dovuto all’opera del colonnello Luca».
D. R. «Dopo essere stato 110 giorni legato mani e piedi ad una branda, chiesi al maresciallo
Calandra di essere liberato da quella posizione. Dopo qualche giorno venne, parlò con me il capitano
Perenze il quale mi disse che se ero in vita dovevo ringraziare prima il Padre Eterno e il colonnello
Luca e poi lui».
L’avv. Crisafulli chiede sia richiesto al Mannino se attraverso la stessa strada per cui pervenne al
suo arresto, e cioè attraverso Miceli e Nitto Minasola, si poteva o meno giungere all’arresto di
Giuliano.
Il Presidente, poiché la domanda, così come formulata, contiene sostanzialmente un’opinione da
parte dell’imputato, non ritiene sia il caso di rivolgerla.
L’avv. Crisafulli chiede che all’imputato sia rivolta questa altra domanda [e cioè] se tra le tante
domande che gli furono rivolte vi sia stata anche quella relativa alla sua cooperazione alla cattura
di Giuliano.
Il Presidente ritiene la domanda estranea al processo e quindi non la rivolge.
A domanda del P. G. [risponde]
«Non so spiegare la ragione per cui fui tenuto legato».
L’avv. Crisafulli chiede che dopo il rigetto dell’ultima domanda possa svolgere l’incidente relativo.
Avuta la parola, l’avv. Crisafulli conclude insistendo sulla ammissione della domanda come
formulata. Gli altri difensori si associano alla richiesta dell’avv. Crisafulli. I difensori di parte civile
si associano alla richiesta dell’avv. Crisafulli e chiedono che la Corte rivolga anche le domande
precedenti respinte perché ritenute un apprezzamento, formulandola nei seguenti termini: “Dica il
Mannino se gli consti che attraverso le stesse persone di Miceli e Nitto Minasola fu tentata la
cattura del Giuliano”.
OMISSIS
D. R. «Ricordo di aver fatto il nome dell’Alliata e del Mattarella al maresciallo Calandra quando mi
interrogò senza redigere verbale. Egli però prese degli appunti dicendo di dover svolgere una
associazione[sic]».
D. R. «Feci al maresciallo Calandra il nome dei due perché ritenevo costui il solo che non avesse
avuto rapporti con la banda Giuliano, anzi posso dire che nessuno dei carabinieri ebbe rapporto con
la banda, mentre il rapporto l’avevano quelli della polizia».
D. R. «Sapevo che Costanzo Rosario, Provenzano Giovanni e Albano Domenico informavano
Giuliano di tutti i movimenti della polizia e per tale fatto non mi considerai mai un bandito. Noi,
polizia e banditi, ci ammazzavamo fra di noi mentre gli altri camminavano nelle macchine».
D. R. «Al maresciallo Calandra non feci per nulla i nomi di Marchesano e di Cusumano».
D. R. «Nulla posso dire dei rapporti tra Giuliano, Alliata e Mattarella intervenuti ai fatti di Portella.
Posso solo dire che prima di Portella vi fu una riunione a Partinico, dove prese certamente parte
Giuliano, e Terranova ci disse in quella occasione che Giuliano doveva incontrarsi con delle persone
delle quali non mi indicò il nome. Noi restammo fuori dell’abitato di Partinico».
D.R. «Se [si tratta] di un’altra riunione in cui prese parte Giuliano accompagnato da Costanzo e
Provenzano, non so però chi furono in tale riunione gli interlocutori».
Alle insistenze del Presidente perché faccia i nomi di coloro che parteciparono ai fatti di Portella
l’imputato non risponde, poi dice:
«Non ricordo, il Lo Bianco potrebbe dire chi è stato».
Ad altra insistenza del Presidente, risponde:
«Nell’agosto 1949 ebbi occasione di incontrarmi con Candela Rosario, il quale ha in questo processo
arrestati i due cognati fratelli Buffa. In tale incontro, avendo saputo da Candela che egli si era
incontrato con Giuliano, gli domandai se avesse saputo qualcosa ed egli mi informò che Giuliano gli
aveva detto che fra quelli arrestati, ve ne era uno solo che aveva partecipato ai fatti di Portella. Il
Candela mi fece anche il nome del partecipante, che io oggi non ricordo, ed aggiunse che, se le cose
andavano male, Giuliano gli aveva detto che avrebbe fatto sapere alla Corte il nome dei mandanti e
degli esecutori».
D. R. «Col Candela non parlai degli assalti alle sedi dei partiti comunisti».
Ad ulteriore istanza del Presidente, risponde:
«Se mi ricorderò il nome fattomi dal Candela, domani mi presenterò io stesso alla Corte».
A domanda del P. G., risponde:
«Dicendo che le cose vanno male Giuliano intendeva riferirsi alla possibile condanna degli
innocenti. Può darsi che Giuliano pensasse di mandare qualche notizia prima che la Corte si
pronunciasse».
A domanda dell’avv. Lanzetti, perché dica se vi è qualche altro fra gli imputati che è in grado di
fare i nomi di quelli che parteciparono, all’azione di Portella, risponde:
«Mi pare che Terranova (Cacaova) abbia fatto il nome di qualcuno».
OMISSIS
Richiamato l’imputato Mannino Frank
D. R. «Dal Candela, come ho già detto appresi i nomi dei partecipanti alla strage di Portella, e cioè
Giuliano, Ferreri (Fra’ Diavolo), i fratelli Pianello, Badalamenti Francesco, Pecoraro Totò da
Monreale, Passatempo Giuseppe, Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Sapienza Giuseppe di
Francesco e Licari Pietro».
D. R. «Nell’udienza scorsa non feci i nomi di tutti perché pensavo che, indicando Genovese
Giuseppe, costui, mettendosi una mano sulla coscienza, avrebbe fatto i nomi dei compagni di delitto
meritando maggiore fiducia».
D. R. «Non feci il nome del Cucinella Giuseppe perché costui, sia prima che durante lo svolgimento
del processo, prometteva di fare le sue dichiarazioni, cosa che non ha fatto».
D. R. «Giorni fa ebbi occasione di parlare con Sapienza Giuseppe di Francesco, che io già sapevo
che aveva partecipato al delitto di Portella, il quale mi disse che era stato messo nel sacco da
Genovese Giovanni».
D. R. «Devo dire ancora che, dopo aver fatto il nome di Genovese Giuseppe, in una udienza passata,
trovandomi nella gabbia in cui vi sono in gran parte i ragazzi fra cui Sapienza Giuseppe di
Francesco, dissi all’avvocato di Sapienza che tutti i ragazzi erano innocenti».
Contestatogli come mai egli poteva assicurare il difensore del Sapienza della innocenza del suo
difeso, mentre a lui risultava invece che aveva preso parte alla strage di Portella, risponde:
«Sapevo della partecipazione del Sapienza all’azione di Portella, ma sapevo anche che costui era
stato messo nel sacco dal Genovese Giovanni che lo affidò al proprio fratello. Sono convinto anche
che il Sapienza, fino a quando non arrivò a Portella, nulla sapeva di quello che ivi si sarebbe dovuto
fare».
D. R. «Se non feci il nome del Licari, al momento delle mie dichiarazioni, è dovuto al fatto che non
intendevo fare entrare nel processo una persona che fino a questo momento era estranea. Ora ne
faccio nome perché mi pare giunto il momento di illuminare la giustizia in modo che siano
condannati i colpevoli e non gli innocenti come me».
D. R. «Un certo giorno, durante il mio interrogatorio ricordo che il giudice Mauro mi disse che a
Portella certamente avevano preso parte Gaspare Pisciotta, Cucinella Giuseppe, Genovese Giuseppe
e Sapienza Giuseppe (Scarpe sciolte)».
D. R. «Io esclusi ogni partecipazione del Pisciotta Gaspare perché sapevo che era ammalato».
Contestatogli che fra i nomi indicatigli dal Giudice manca quello di Giuliano Salvatore, risponde:
«Il giudice parlava di coloro che erano presenti a Viterbo e non poteva menzionare Giuliano che
allora era ancora latitante».
A domanda dell’avv. Tino, risponde:
«Genovese Giuseppe, Giovanni e Cucinella Giuseppe mi dicevano che al momento opportuno si
sarebbero alzati ed avrebbero fatto le loro dichiarazioni, chiarendo i fatti».
D. R. «Tra me ed i predetti si parlò di essi come partecipanti all’azione di Portella. Peraltro essi non
potevano negare né a me né ad altri di aver partecipato all’azione di Portella. Tale affermazione
negativa possono fare solo alla Corte».
D. R. «Al giudice io parlai dei fatti di Portella a titolo di cronaca tanto che egli non fece verbale. Gli
dissi che fra i ragazzi vi erano uno o due colpevoli intendendo riferirmi a Sapienza Giuseppe di
Francesco e Cucinella Giuseppe.
A domanda del P. G., risponde:
«Con Terranova (Cacaova) non avevo bisogno di parlare degli autori del delitto di Portella perché
già egli lo sapeva».
D. R. «Il giudice per i fatti di Portella non mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio, io feci
delle dichiarazioni in merito ma non furono comprese nel verbale».
D. R «Non ho fatto prima di oggi il nome di Cucinella Giuseppe perché pensavo che egli si sarebbe
alzato e avrebbe confessato la sua partecipazione all’azione di Portella».
A domanda dell’avv. Loriedo, risponde:
«Non feci il nome di Sapienza Giuseppe di Francesco perché sapevo che egli non era andato a
Portella di sua spontanea volontà».
D. R «Effettivamente l’avv. Loriedo insistette presso di me perché facessi delle dichiarazioni e
salvassi degli innocenti».
D. R «Quanto riferii in principio, a proposito del discorso tra me e l’avv. Loriedo, va completato
così: “Mi trovo nella gabbia dei così detti piccoli, entrò il Buffa Antonino il quale mi disse che
l’avvocato suo difensore non credeva alla sua innocenza. Io vedendo l’avv. Loriedo gli dissi che tutti
coloro che si trovavano in quella gabbia erano innocenti”».
D. R «I due fratelli Sapienza sono da me conosciuti come i figli di Zi Tanu e Palermo e non come
Bambineddu. Conoscevo il Sapienza Giuseppe di Francesco come Scarpe sciolte e Bambineddu».
A domanda del P. G., risponde:
«Quanto ho riferito intorno a Sapienza Giuseppe di Francesco, l’ho appreso da lui stesso».
A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:
«Il Sapienza stesso mi disse che era stato messo nel sacco».
A questo punto il Presidente comunica alle parti che gli è pervenuta dalle Carceri una lettera di
Gaspare Pisciotta con la quale chiede di presenziare, pur essendo ammalato, sotto la sua
responsabilità, all’udienza.
Richiamato l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco, contestatogli quanto ha riferito poco fa il
Mannino, risponde:
“Nulla è vero, poiché mai mi trovai insieme col Mannino. Non è vero neppure che io gli abbia detto
di essere stato messo nel sacco da Genovesi Giovanni. Se ciò fosse stato vero non avrei avuto
difficoltà a dirlo”.
D.R. “Il mio soprannome è ‘Scarpe sciolte’.
D.R. “Vi sono a Montelepre molte persone soprannominate ‘Bammineddu’, ma escludo che tale
soprannome sia riferito a me o alla mia famiglia che è conosciuita col soprannome di ‘Scarpe
sciolte’.
Richiamato l’imputato Mannino viene messo a confronto col predetto Sapienza.
Mannino: “Ricordati, Sapienza, che più di una volta ti dissi che il tuo nome non sarebbe stato fatto,
ma giunte le cose al punto in cui sono giunte non ho potuto fare a meno di indicarti come uno dei
partecipanti all’azione di Portella. Ricordo che ti assicurai che il tuo nome non sarebbe stato fatto,
una volta mentre salivamo la sede del carcere dopo che eravamo stati sciolti dalle manette.
Sapienza: “Mannino, tu non hai coscienza perché se ne avessi avuta non avresti accusato me. Io mai
parlai con te e mai ti riferii quello che tu anche stamane hai ripetuto. Dapprima secondo te eravamo
tutti innocenti, adesso hai scelto me per indicarmi come colpevole.
Mannino: “Quello che ho detto risponde a verità”.
Si dà atto che ognuno insiste nelle proprie affermazioni.
A domanda del G.P. Tiburli
Mannino: “Non dirò più niente, neppure dirò i nomi di coloro che possono aver sentito il discorso
fatto tra me e Sapienza quando mi trovai nella gabbia dei cosiddetti ‘ragazzi’.
Su richiesta dell’avv. Soria si dà atto che l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco posto al
confronto col Mannino ha cominciato il discorso dicendo:
“Non ti sputo in faccia perché ti profumerei”.
A domanda dell’avv. Galli:
Mannino: “Nessun accordo vi fu tra me, Pisciotta Francesco e Terranaova Cacaova perché questi
ultimi due facessero le dichiarazioni fatte ieri”.
D.R.”Nessuna ragione particolare mi ha indotto a parlare proprio in quel giorno in cui parlai.
Avendo visto che Genovesi Giuseppe non si decideva a parlare, mi decisi io”.
D.R. “Tra me e Terranova Cacaova si era stabilito di non fare il nome di Sapienza Giuseppe di
Francesco poiché costui aveva questo solo processo e si pensava di poterlo salvare qualora Genovese
Giuseppe avesse detto la verità”.
D.R. “Col Terranova Cacaova ebbi occasione di parlare del Sapienza quando fui nella sua stessa
camerata. Non ricordo però se stamane feci una tale dichiarazione”.
D.R. “Dal primo giorno che sono qui a Viterbo ho parlato col Terranova Cacaova del Sapienza e,
sempre con lui, dissi di non fare il nome del Sapienza”.
Richiamato l’imputato Cucinella Giuseppe lo stesso viene messo a confronto col Mannino Frank
Mannino: “Ricordo che dal primo giorno in cui ci trovammo in quest’aula io ti esortai a fare le
dichiarazioni relative alla tua partecipazione a Portella”.
Cucinella: “Nulla è vero di quello che tu dici”.
Invitato ancora l’imputato Cucinella a dire la verità rispsonde:
“Nulla posso dire intorno alla mia partecipazione al delitto di Portella, località che neppure
conosco”.
Si dà atto che i due imputati insistono nelle rispettive affermazioni.
A domanda dell’avv. Loriedo
Mannino: “Non potevo riferire a Gaspare Pisciotta quando l’incontrai nel luglio 1949, quello che
avevo saputo dal Candela, perché il colloquio col Candela avvenne nell’agosto 1949”.
D.R. “Non so se Pisciotta Gaspare sapesse della partecipazione di Sapienza Giuseppe di Francesco al
delitto di Portella della Ginestra”.
D.R. “Non so nulla intorno alla parte avuta da Sapienza a Portella”
A domanda dell’avv. Loriedo
Terranova Cacaova: ”Qualche volta in gabbia parlai col Pisciotta Gaspare della partecipazione del
Sapienza Giuseppe di Francesco al fatto di Portella. Ne parlammo anche tutte le volte che ci
incontrammo fuori”.
D.R. ”Ritengo che Pisciotta Gaspare abbia avuto notizia della partecipazione del Sapienza a Portella
dallo stesso Giuliano, che era sempre col Pisciotta"”
Richiamato l’imputato Mannino
D.R. « Dopo l’arresto di Lombardo Giacomo, Giuliano mandò a mezzo di Provenzano una lettera al
maresciallo Lo Bianco in cui vi era contenuto del denaro perché non fosse maltrattato il Lombardo e
quindi non facesse dichiarazioni».
D. R «Io vidi scrivere Giuliano la lettera, ma non posso dire quello che in essa si dicesse».
D. R «Il denaro non fu contenuto nella lettera ma fu consegnato nelle mani di Provenzano. Ricordo
che la somma consegnata fu di lire 360.000 di cui 300.000 per il Lo Bianco e 60.000 per altro
affare».
Contestatogli che tutti, o quasi tutti, gli imputati accusarono i carabinieri di averli maltrattati, cose
che contrasterebbero con le affermazioni sue, che Giuliano avrebbe mandato lire 300.000 al Lo
Bianco perché non maltrattasse il Lombardo risponde:
«Il maresciallo Lo Bianco mangiava a due ganasce».
Contestatogli che nessuno degli imputati ha parlato mai di danaro dato al Lo Bianco, risponde:
«Ciò nonostante il Lo Bianco maltrattava gli imputati. Per altro il maresciallo Lo Bianco aveva una
donna propria che era a contatto con Giuliano ed attraverso costei il Giuliano cercava di arrivare al
sequestro del Lo Bianco. Io non posso dire se il tentativo di sequestro fu fatto».
A questo punto il P. G. dichiara di fare riserva di iniziare, quando lo crederà opportuno, i
procedimenti penali contro Pisciotta Gaspare per l’accusa da lui rivolta contro il colonnello
Paolantonio per l’orologio e contro il Mannino per le accuse che sta rivolgendo al maresciallo Lo
Bianco.
Interrogato il teste maresciallo Lo Bianco
D. R. «Respingo sdegnosamente le accuse che in questo momento mi ha rivolto Mannino. Posso dire
di avere un solo torto, se così può dirsi, quello di avere operato energicamente contro la banda
Giuliano uccidendo anche banditi nell’abitato di Palermo».
Il Mannino dichiara:
«Posso dire che Gaglio Reversino è innocente perché non faceva parte della banda Giuliano.»
Il teste Lo Bianco:
D. R. «Se Giuliano mi avesse mandato, secondo il Mannino, oltre 300.000 lire, io non avrei costretto
il Gaglio a fare dichiarazioni che fece proprio sul delitto di Portella.»
A questo punto l’imputato Mannino dichiara:
«Si accerti come il maresciallo Lo Bianco comprò la casa a Palermo».
OMISSIS
«A confermare quanto già dissi, aggiungo che nel giorno in cui furono liberati i 2 sequestrati Maggio
e Schirò, il Provenzano venne in contrada Cippi con una Topolino e riferì a Giuliano anche la
circostanza del conflitto che si era avuto con gli agenti della forza pubblica. Ricordo che in quella
occasione il Provenzano disse a Giuliano che ero stato arrestato io e Candela Rosario; al che il
Giuliano fece osservare al Provenzano che io e Candela eravamo con lui. In quel giorno fu arrestato
Giacomo Lombardo ed il Giuliano scrisse una lettera, non ricordo se indirizzata a Lo Bianco o ad
altri, per il Lo Bianco nella quale furono messe £. 360 mila».
D. R. «L’auto era guidata dallo stesso Provenzano.
L’imputato Mannino Frank
D. R. «Fui arrestato a Villa Carolina e mai mi recai in quel posto tramite Nino Miceli».
D. R. «A me si presentò Nino Miceli che mi fece conoscere Nitto Minasola dicendomi che era la
stessa persona sua».
D. R. «Mi si disse in quell’occasione che avrei incontrato Giuliano a Villa Carolina ed invece trovai
Perenze, Paolantonio, Lo Bianco ed altri quattro carabinieri».
D. R. «Io conoscevo Nino Miceli da molto tempo e non così Nitto Minasola».
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