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appunti sulla famiglia naturale e - Forum di Quaderni Costituzionali

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appunti sulla famiglia naturale e - Forum di Quaderni Costituzionali
APPUNTI SULLA FAMIGLIA NATURALE E
IL PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA
(A proposito della questione omosessuale)
di Marco Gattuso **
La vulgata per cui nel nostro paese la tutela delle
unioni
omosessuali
sarebbe
interdetta
dalla
Costituzione, che garantisce la famiglia come società
naturale, è priva di fondamento giuridico. Un’attenta
analisi approda semmai a conclusioni di segno
opposto.
1. Premessa

Con le riforme in Spagna e Regno Unito del 2005 e
2006, il matrimonio tra persone dello stesso sesso o un
istituto giuridico analogo sono stati introdotti praticamente
in quasi tutta Europa. Alcuni paesi hanno rimosso tout
court il divieto di sposare una persona dello stesso sesso
(così Spagna, Olanda, Belgio), altri hanno previsto un
nuovo istituto riservato alle unioni omosessuali che, pur
con
diversa
denominazione
(in
Germania
Lebenspartnerschaft, nel Regno Unito registered
partnership, in Svizzera unione domestica registrata),
costituisce una sorta di matrimonio. In taluni casi è stata
prevista una specifica disciplina analoga al matrimonio
sino a riconoscere, come nella legge tedesca, la
possibilità di scegliere un cognome comune; altrove si è
utilizzata invece la tecnica del mero rinvio a tutta la
normativa sul matrimonio (Danimarca, Svezia, Norvegia,
Finlandia, Islanda), fatte salve talvolta le disposizioni
inerenti la potestà sui figli e l'adozione.
Articolo pubblicato su Questione Giustizia n. 2, 2007.
1
Tra i paesi che non hanno ancora introdotto il
matrimonio o istituti prettamente paramatrimoniali, molti
hanno comunque previsto forme di registrazione pubblica
delle famiglie di fatto, comprendendo in tale nozione
anche le unioni omosessuali, come ad es. la Francia (con i
cd. Pacs), il Lussemburgo, la Repubblica Ceca1.
Da noi il confronto appare invece straordinariamente
involuto, ancora attardato sull'opportunità di concedere o
meno una qualche forma di pubblico riconoscimento a tali
unioni. Nel corso dell'elaborazione del programma del
centrosinistra e successivamente con la vicenda dei
DICO, la discussione si è incredibilmente incagliata sulla
distinzione tra tutela dei diritti delle persone o dei diritti
della
coppia,
riecheggiando
una
tendenza
all'ipostatizzazione della famiglia, elevata a soggetto
pubblico che trascende i suoi componenti, che in ambito
giuridico era stata superata da lungo tempo2. È infatti
assodato che il matrimonio è uno strumento diretto a
proteggere i singoli membri del nucleo familiare, e in
particolare quelli più bisognosi di tutela, mentre in ipotesi
di strumenti giuridici alternativi una qualche forma di
registrazione della coppia è comunque opportuna per
evitare defatiganti oneri probatori della convivenza e della
sua durata e per consentirne l'opponibilità ai terzi.
Nel dibattito italiano si registra inoltre una certa
confusione fra tre diverse questioni: la necessità di
tutelare i componenti più deboli nelle famiglie di fatto (su
cui da tempo si è mossa la giurisprudenza, anche
costituzionale), l'esigenza di consentire la libertà di
scegliere tra più istituti giuridici che regolino i vincoli
affettivi (ove è necessario l'intervento del legislatore non
potendosi
creare
un
nuovo
istituto
per
via
In Europa occidentale restano invece totalmente privi di tutela soltanto
quattro paesi: Austria, Irlanda (in entrambi sono però stati avviati progetti di
legge), Grecia e Italia. Il Portogallo contempla una disciplina delle convivenze
di fatto, senza distinzione di genere. Tra i paesi ex-comunisti la Repubblica
Ceca riconosce pubblicamente le coppie dello stesso sesso, mentre in
Ungheria, Slovenia e Croazia sono tutelate le coppie di fatto anche gay. Per
un'accurata rassegna dello stato dell'arte in tutto il mondo vds. Matteo Bonini
Baraldi, Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno, Ipsoa,
Milano, 2005.
2
Erano le tesi di Antonio Cicu, che ebbero vasta eco in epoca fascista.
1
2
giurisprudenziale) e la necessità di assicurare l'effettività
del principio di eguaglianza per le persone omosessuali
(rispetto alla quale, come vedremo, sono intervenute già
molte Corti costituzionali occidentali e vi è spazio per una
forte elaborazione giurisprudenziale).
La sovrapposizione tra diverse esigenze di tutela ha
prodotto infine il disegno di legge sui cd. DICO, che
omette(va?) persino di distinguere tra mere coabitazioni e
convivenze more uxorio3.
Ciò che ha comunque colpito di più nel dibattito italiano,
non è tanto la confusione tra piani eterogenei, quanto il
costante richiamo alla Costituzione al fine di negare una
risposta a tali diverse domande di tutela.
Si è sostenuto in primo luogo che la formula «famiglia
fondata sul matrimonio» varrebbe a precludere ogni
istituto giuridico alternativo (sprezzantemente chiamato
«matrimonio di serie B»). Eppure, la Corte costituzionale
ha escluso da tempo che la posizione privilegiata per la
famiglia legittima precluda la salvaguardia, per via
interpretativa o di innovazione legislativa, anche delle
famiglie fuori dal matrimonio. La Corte con la nota
sentenza n. 237 del 1986 ha superato il napoleonico
atteggiamento di indifferenza («les concubins se passent
de la loi, la loi se désintéresse d’eux») e ha affermato per
contro l'opportunità costituzionale di un intervento
legislativo, rilevando che «un consolidato rapporto
ancorché di fatto non appare – anche a sommaria
indagine – costituzionalmente irrilevante quando si abbia
riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle
formazioni sociali e alle conseguenti manifestazioni
solidaristiche (art. 2 Cost.)». Il favor costituzionale per la
3
La stessa confusione caratterizzava anche i Pacs in Francia ma il Conseil
Constitutionnel nella sentenza che ne ha riconosciuta la legittimità ha sottolineato la
necessità del presupposto dell'affectio coniugalis, solo requisito che giustifica
l'introduzione del nuovo istituto poiché non si spiegherebbero altrimenti le cause di
nullità che riprendono gli impedimenti al matrimonio - e che, per inciso, sono previste
anche nel progetto di legge sui DICO (decisione del 9 novembre 1999, n. 419). Dopo
l'intervento del Conseil, la nuova figura «secondo la maggioranza degli autori è stata
decisamente ricondotta alla vita di coppia portando in primo piano l’elemento
dell’unione sessuale e marginalizzando l’elemento contrattuale» (Tiimoteo, Le pacte
civil de solidarité: mariage bis ou contrat?, in Contratto e impresa/ Europa, 2001,
683).
3
famiglia matrimoniale se per un verso esclude che il
legislatore possa privare di tutela giuridica la famiglia
fondata sul matrimonio, per altro verso sotto il profilo
logico non implica in alcun modo che il legislatore debba
omettere di tutelare anche le altre formazioni4.
In secondo luogo, nelle discussioni di questi mesi si è
fatto costante richiamo alla Costituzione anche per
escludere categoricamente l’estensione del matrimonio ai
cittadini omosessuali. Secondo un’opinione tanto diffusa
quanto infondata, la rimozione del divieto per i cittadini
omosessuali di sposarsi sarebbe preclusa infatti proprio
dalla Carta Costituzionale, segnatamente dall’art. 29 nella
parte in cui si riferisce alla famiglia «come società
naturale».
2. Una storia che si ripete
In realtà, l'idea che norme di evidente derivazione
sociale siano da attribuire alla natura delle cose o a un
superiore disegno divino è antica quanto l'umanità. Ancora
nel 1966 a proposito del divieto di matrimoni interrazziali,
in Loving v. Virginia, i giudici della Corte superiore della
Virginia scrivevano «il Signore onnipotente creò le razze
bianca, nera, gialla, malese e rossa e le dispose nei
diversi continenti (…); il fatto che separò le razze mostra
che non voleva che si mescolassero»5. Anche nel dibattito
in Assemblea costituente echeggiò «la legge armonica
Ad analoghe conclusioni giungono anche le altre Corti europee: la lunga e
accuratissima sentenza del Conseil constitutionnel, pur dedicando oltre trenta
pagine a una dettagliata analisi di tutte le eccezioni di incostituzionalità,
riserva al paragrafo sull'eccezione di «atteinte au mariage républicain» –
l'argomento che più ha agitato la polemica politica in Francia, la core issue
anche in Italia! – nulla più che due righe: «le disposizioni relative al Pacs non
concernono alcuna delle regole relative al matrimonio, per cui l'eccezione di
violazione di queste regole manca di consistenza». Anche il
Bundesverfassungsgericht nella sentenza che ha dichiarato legittima la
Lebenspartnerschaft chiarisce che il «particolare favore» assicurato dalla
legge fondamentale «privilegia il matrimonio attraverso una speciale
protezione costituzionale che è riservata solo a tale istituto e che obbliga il
legislatore a promuoverlo con mezzi adeguati, ma senza che sia possibile
derivare da ciò un obbligo a sottovalutare altri modi di vita» (BVG, sentenza
17 luglio 2002.
4
4
dell'universo intesa a determinare secondo un criterio
naturale la supremazia del marito sulla moglie»6 e, dopo la
promulgazione
della
Costituzione,
dottrina
e
giurisprudenza continuarono a lungo a invocare la natura
al fine di conservare quanto al tempo pareva naturale ai
più: che dovesse comandare il marito e che il matrimonio
fosse indissolubile7.
La migliore dottrina affrontò allora con grande rigore le
questioni poste da una norma che traeva una certa
ambiguità dall'essere il frutto di un compromesso tra il
testo proposto da parte cattolica e quello propugnato da
parte comunista, e, come noto, giunse alla conclusione
che il senso della locuzione «società naturale» non
potesse essere ravvisato nell'esigenza di fotografare una
volta per tutte la famiglia in un quadro pietrificato. Già
nell'incipit della voce «Famiglia» dell'Enciclopedia Italiana,
Pietro Rescigno affermava che «l'indole di società
naturale non significa il rinvio a valutazioni estranee al
diritto positivo, da ricavare da una forma storica di diritto
naturale». Anche nella voce «Famiglia» del 1967
dell'Enciclopedia del Diritto, Pietro Barcellona rileva che
«nonostante l'apparente contraria indicazione (…) il
termine naturale adoperato dall'art. 29 (…) deve più
esattamente intendersi come equivalente di sociale e non
già nel senso di società fondata sul diritto naturale»8.
Decisione ribaltata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti con la sentenza del
12 giugno 1967 per la quale «la libertà di sposarsi è riconosciuta da tempo
come uno dei diritti personali essenziali per la ricerca della felicità».
6
Cesario Rodi in Atti dell’Assemblea Costituente, 2958-2959.
7
Nelle intenzioni della Democrazia cristiana l'art. 29 era propriamente diretto
a costituzionalizzare il divieto di divorziare, tant'è che la formula proposta
dalla Commissione scandiva: «società naturale fondata sul matrimonio
indissolubile». Dopo l'approvazione dell'emendamento soppressivo del
principio di indissolubilità (con votazione tormentatissima, a scrutinio segreto
e per soli tre voti!), l’articolo restò monco e perciò apparve a molti ormai privo
di funzione. Nel suo intervento Calamandrei ebbe ad affermare che il
mantenimento del testo residuo configurava ormai «un gravissimo errore che
rimarrà nel testo della nostra Costituzione come un’ingenuità (…); parlare di
una società naturale che sorge dal matrimonio, cioè in sostanza un istituto
giuridico, è per me una contraddizione in termini», Piero Calamandrei, Atti
dell’Assemblea Costituente, 2982-4.
8
P. Rescigno, voce «Famiglia», in Enciclopedia italiana, 3; P. Barcellona, voce
«Famiglia (dir. Civ.)», in Enc. Dir., vol. XVI, Milano 1967, 779; F. Galgano, Diritto
5
5
Francesco Galgano, nel suo manuale di diritto privato del
1981, rileva che «società naturale non significa
immutabilità della regolazione normativa: questa può
mutare con il mutare del costume sociale, con l'evolversi
delle concezioni della famiglia e dei rapporti fra i suoi
membri». È dunque ormai da tempo opinione comune che
la Costituzione pone una norma in bianco9 che rimanda al
costume e alla coscienza sociale, imponendo al legislatore
di rispettarne il naturale svolgimento e, nelle parole di
Galgano, «l'evoluzione del costume è in questa materia
così rapida da farci apparire addirittura “barbariche” norme
vigenti fino alla riforma del 1975».
privato, Cedam, Padova, 1981, 732.
9
È questa la definizione usata da Mancini nel 1963: «il legislatore costituzionale ha
posto una norma in bianco rinviando alla concezione della famiglia del momento
storico in cui la norma dell’art. 29 è destinata ad operare» (Mancini, in Riv. Diritto
Civile, 1963, 223, cit. in M. Bessone, Rapporti etico-sociali: art. 29, in Commentario
della Costituzione, Roma 1977, 4-36, nota 6). Nella voce ora richiamata, dedicata
all'art. 29 della Costituzione, M. Bessone, criticando la nozione di famiglia quale
soggetto pubblico di diritto sottolineava che «l'interpretazione giusnaturalista del
primo comma dell’articolo in esame non ha consistenza giuridica» e «non si può che
imputare ad una ideologia politica di genere integralista», atteso che la Costituzione,
interpretata nel suo complesso, si segnala per «un progetto di contestuale evoluzione
verso un nuovo modello di famiglia, ordinato sul principio di libertà d'espressione e di
tutela dei valori della persona» e in questo senso «una concezione laica e non
autoritaria dell’universo familiare e il primato della persona sono l’autentica ideologia
delle norme costituzionali». Per M. Bianca «la formula costituzionale è stata criticata
perché essa richiamerebbe una nozione giusnaturalistica della famiglia, la quale è
invece un fenomeno mutevole e storicamente condizionato. Il condizionamento
storico della famiglia e la sua evoluzione nel mutamento dei costumi sociali sono
innegabili. L’evolversi del fenomeno familiare non tocca tuttavia la realtà di un
esigenza fondamentale dell’uomo e cioè quella di realizzarsi nella comunità familiare.
L'uomo non ha semplicemente istinti sessuali ma anche e soprattutto il bisogno
essenziale di realizzarsi nella famiglia, quale prima forma di convivenza umana»
(Bianca, La famiglia, Giuffrè, Milano, 2005, 14). La dottrina più recente avverte come
in materia di famiglia sia «indispensabile liberare il pensiero da qualsiasi pregiudiziale
nozione si possa cogliere o avere di essa, quasi che se ne possa prefigurare una forma
ideale ed eterna»: Francesco Ruscello, Dal patriarcato al rapporto omosessuale.
Dove va la famiglia?, Rassegna di Diritto Civile, 2002, 697. Ovviamente, il rinvio
all'evoluzione sociale dei rapporti familiari implica che quel che viene prodotto dalla
società sul piano dei rapporti familiari sia vagliato tenendo conto di tutte le norme
della Costituzione: la famiglia poligamica e l'asimmetria che la caratterizza nei diritti
e nei doveri tra i contraenti dovrà allora essere valutata avendo riguardo alla sua
compatibilità con il principio di eguaglianza tra i coniugi.
6
Si è fatta infine strada in dottrina una concezione cd.
psicologica della locuzione «naturale», in riferimento
all'innata esigenza umana di tessere stabili relazioni
affettive ove svolgere la propria personalità10: la
Costituzione ha consentito in passato e consente adesso
l'evoluzione storica dei rapporti familiari, perché ha inteso
tutelare gli individui nella sfera personalissima dei loro
naturali desideri di affetto e reciproca solidarietà.
Quale che sia l'interpretazione privilegiata, nel dato
contenuto nell'art. 29 si deve comunque individuare
l'espressione dell'esigenza, fortemente avvertita dal
Costituente, di prevenire limitazioni o strumentalizzazioni
indotte autoritativamente a fini ideologici, come era
accaduto in epoca fascista o nei regimi comunisti11. In tal
senso Sandulli sottolinea come l'art. 29 imponga la
salvaguardia «di una sfera nell'ambito della quale
l'ordinamento statuale si asterrà dal penetrare, rispettoso
dei valori e dei sentimenti individuali» 12.
3. La famiglia omosessuale: una realtà sociale
Dall'ultima e più approfondita indagine sociologica,
promossa da Maurizio Barbagli e Asher Colombo nel
2002, risulta che «anche in Italia, come in molti altri paesi
occidentali, vi sono stati negli ultimi quindici anni profondi
cambiamenti nella popolazione che si definisce
In questo senso vds. R. Bin, La famiglia alla radice di un ossimoro, Studium
Iuris, 10, 2000, 1066 ss.
11
Contro la convinzione diffusa tra i comunisti e gli azionisti dell’inutilità di un
riferimento costituzionale ai diritti della famiglia, il democristiano Corsanego,
relatore di maggioranza, sottolineò l'importanza di una normativa
costituzionale contro le ingerenze autoritarie già patite dalla libertà
matrimoniale durante il fascismo: «il legislatore approfittando del silenzio dello
Statuto Albertino in ordine alla famiglia, ha potuto dettare una serie di norme
che violavano la libertà della famiglia. Ha fatto obbligo a talune classi di
individui di sposarsi (…) ha fatto divieto ad altri individui, per esempio gli
ebrei, di sposarsi in terra italiana, ha stabilito divieti di nozze con stranieri ed
ha ordinato nel codice civile l’educazione fascista dei figli» (Atti
dell’Assemblea Costituente, 3227).
12
A. M. Sandulli, Rapporti etico sociali, art. 29, in Commentario al diritto
italiano della famiglia, a cura di G. Cian - G. Oppo - A. Trabucchi, Cedam,
Padova, 1992, 9.
10
7
omosessuale, che vive sempre più frequentemente in
coppie con un forte legame affettivo». La grandissima
maggioranza degli omosessuali italiani cerca un rapporto
di coppia stabile e, a seconda delle fasce d'età, dal 40 al
49 per cento dei gay e dal 58 al 70 per cento delle
lesbiche hanno una relazione fissa e una parte
significativa di questi convive. Dallo studio emerge che «a
dispetto delle norme giuridiche, i rapporti patrimoniali delle
coppie omosessuali non sono diversi da quelli delle
famiglie di fatto eterosessuali», il 18 per cento degli uomini
e il 32 per cento delle donne acquista insieme la casa, una
parte significativa dei partner deposita le proprie entrate in
un fondo comune, di solito un conto corrente cointestato.
Si registra anche l'elaborazione di cd. «riti di passaggio» e
poiché «il più importante di questi riti – le nozze – non è
consentito agli omosessuali e può essere solo oggetto dei
loro sogni, il 40 per cento dei gay e il 33 per cento delle
lesbiche formalizzano con una festa o in qualche altro
modo (l'invio di un annuncio) l'inizio della nuova unione
(…), il 45 per cento dei gay e il 65 per cento delle lesbiche
(che convivono) portano un anello o qualche altro segno
della loro relazione».
Ma l'indagine sociologica segnala anche evidenti
divergenze dalle unioni eterosessuali, non solo perché si
registra un più accentuato «carattere simmetrico delle
relazioni», con equanime distribuzione dei compiti e dei
ruoli, ma anche perché la creazione delle convivenze «è
molto più complessa e difficile che per gli eterosessuali» e
«se in privato gli omosessuali usano gli stessi riti e gli
stessi simboli degli eterosessuali, in pubblico la situazione
cambia (…); quando non sono in casa meno della metà si
tengono per mano, un terzo si scambia carezze e si
abbraccia, solo un quinto osa baciarsi» e ciò a cagione
della mancanza di rispetto o almeno di tolleranza da parte
degli altri. Tale fattore di resistenza, peraltro, accentua il
bisogno delle persone omosessuali, maggiore degli
eterosessuali, di convivere con il partner13.
13
M. Barbagli e A. Colombo, Omosessuali moderni, il Mulino, Bologna, 2002.
8
4. L'art. 29 presuppone una nozione ontologica di
famiglia come «unione tra uomo e donna»?
Nonostante sia questo il quadro costituzionale di
riferimento in materia di famiglia e sia questo lo stato del
naturale dispiegarsi delle relazioni umane fondate sulla cd.
affectio coniugalis, dobbiamo registrare il grande ritorno
del refrain della famiglia naturale. C'è da chiedersi se il
leitmotiv della natura, già giocato invano contro le donne
(ma ancora ben saldo fuori d'Europa, ad esempio nei
paesi islamici) e contro le minoranze razziali e religiose,
reggerà a lungo contro la richiesta di tutela giuridica da
parte delle coppie omosessuali.
Questa volta si impone in particolare la vulgata per cui
l'art. 29 non direbbe espressamente, ma presupporrebbe
una nozione ontologica di «famiglia naturale come unione
tra uomo e donna». In questa visione, l'eterosessualità
della coppia sarebbe infatti principio tanto fondamentale e
pacifico che la normativa non avrebbe mai reputato
essenziale specificarlo14. Ma l'art. 29 presuppone
veramente una nozione ontologica di famiglia come
«unione tra uomo e donna»?
Non è il caso di dilungarsi sull'irrilevanza della presunta
intenzione soggettiva dei membri dell'Assemblea
costituente, poiché ovviamente l'interprete è vincolato solo
dalla lettera della legge (d'altro canto sarebbe stato
piuttosto singolare per i costituenti indovinare già negli
anni Quaranta il radicale mutamento di paradigma
scientifico, culturale e sociale che si sarebbe prodotto
soltanto nei decenni successivi).
La comunità scientifica evidentemente ha poco da dire
sulla nozione giuridica di famiglia, ma dal canto suo ha
smontato definitivamente l'antico argomento della
naturalità delle sole relazioni affettive tra uomo e donna,
avendo portato a compimento una vera e propria
Sandulli scriveva, ad esempio, di «essenza ontologica del matrimonio di
essere un'unione eterosessuale», seppure «la regola dell'eterosessualità del
matrimonio sottesa all’art. 29» sarebbe ormai «incrinata» in conseguenza
della nota legge del 1982 sulla rettificazione di sesso (Sandulli, op. cit., 14)
poiché la legge non prevede in caso di cambiamento di sesso l'automaticità
dello scioglimento del vincolo.
14
9
rivoluzione copernicana con la posizione ufficiale
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che ha
riconosciuto l'omosessualità come una naturale «variante
del comportamento sessuale umano»15. Si è prodotto così
un radicale mutamento di paradigma scientifico che ha
sottratto l'omosessualità dal novero delle condizioni
patologiche o anomale, conferendole pari dignità di ogni
altra condizione umana. Non deve stupire che, ciò
malgrado, gli schemi concettuali antecedenti rivelino una
perdurante presa psicologica in una parte dell'opinione
pubblica, soprattutto per le generazioni che si sono
formate sotto il loro imperio, poiché ogni mutamento
impone un adeguamento del senso comune, di credenze
e dello stesso contenuto semantico delle parole, come nel
nostro caso con la nozione di famiglia (d'altra parte il «De
revolutionibus» copernicano fu cancellato dall'Indice solo
nel 1835, esattamente duecentonovantadue anni dopo la
sua pubblicazione!).
Non è altresì dirimente il richiamo alla «naturale finalità
procreativa» della famiglia poiché, com'è di palmare
evidenza, l'assenza di un progetto genitoriale non
impedisce
mai
il
perfezionamento
del
vincolo
matrimoniale. A nessuno verrebbe in mente di vietare di
sposarsi alle coppie sterili, alle donne in menopausa o a
chi è in punto di morte. Lì dove non ci sono figli – per
scelta, per impossibilità biologica – l'ordinamento tutela
parimenti la famiglia come luogo ove si esprimono
sentimenti di affetto e di reciproca solidarietà
personalissimi e garantisce i diritti del contraente
economicamente e socialmente meno provvisto di difese.
La famiglia fondata sul matrimonio ha perso peraltro da
tempo il monopolio della filiazione, così che
nell'ordinamento attuale accedono a pressoché pari
protezione anche i figli naturali (... e tali si intendono non
già i figli legittimi, ma proprio quelli nati fuori dal
matrimonio!) e, dunque, tutela dei contraenti e tutela della
prole segnano percorsi che si intrecciano, ma non sono
Decisione OMS del 17 maggio 1990, in vigore con la promulgazione della
nuova edizione del DSM IV del 1º gennaio 1994.
15
10
sovrapponibili16. Va detto, d'altra parte, che il problema
non è se lo scopo originario del matrimonio fosse o meno
la riproduzione della specie, ciò che è senz'altro, ma se il
riconoscimento pubblico delle coppie omosessuali sia
idoneo in qualche modo a impedire o a rendere più
gravosa tale funzione, ciò che senz'altro non è.
Non ha infine alcuna consistenza logica, prima che
giuridica, neanche il richiamo più in generale alla
tradizione. Lasciamo correre il riferimento a radicate
concezioni religiose del matrimonio, per le quali
ovviamente non si può che ribadire ancora una volta,
come fu già chiarito in occasione del divorzio, che negli
ordinamenti occidentali le norme religiose hanno
necessariamente a oggetto il matrimonio come
sacramento religioso e non l'istituto giuridico civile
valevole erga omnes e sono pertanto eticamente
vincolanti solo per quanti aderiscono a una particolare
fede. Se ci riferiamo invece più in generale alla
connotazione tradizionale del termine «matrimonio», pur
tralasciando alcune gustose, ma sicuramente non
significative, eccezioni (tra il IV ed il XII secolo si trovano,
specialmente in Oriente, oltre cento formule cerimoniali
utilizzate dalla Chiesa per benedire le unioni di coppie
dello stesso sesso17), bisogna rilevare come alla richiesta
di modificare tale tradizione giuridica perché contrastante
con il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione, si
ha l'onere di addurre le specifiche ragioni che
giustificherebbero la permanenza di tale esclusione e non
ci si può certo appellare tautologicamente alla stessa
tradizione (la Corte Suprema del Massachusetts,
dichiarando incostituzionale il divieto per gli omosessuali
di sposarsi, ha parlato a tale proposito di «circular
Peraltro da tempo in buona parte d'Europa i figli nati fuori dal matrimonio
hanno raggiunto per numero quelli legittimi: sono il 48,4% in Francia, il 55% in
Svezia, il 42,8% nel Regno Unito, complessivamente il 31,6% nei paesi
Unione europea (il 17,3% in Italia; erano appena il 4,3 nel 1980): Rapporto
Eurostat, 2006.
17
Vds. J. Boswell Les union du même sexe dans l’Europe antique et
médiévale, Fayard, Paris, 1996, ripr. in D. Borillo, Matrimonio e differenza
sessuale: un’evidenza che si dissolve, in Globalizzazione e diritti futuri,
Manifestolibri, Roma, 2004.
16
11
reasoning»18). Potremmo dire che servire la tradizione per
mero riguardo verso la stessa tradizione non rientra
certamente tra gli scopi della giurisdizione: alla donna di
colore che chiedeva di sedere sull'autobus dei bianchi non
è valso rispondere che era sempre stato così. Facendo
tesoro della tormentata storia dei diritti civili in quel paese,
la Corte costituzionale del Sudafrica nella storica sentenza
del 1° dicembre 2005 – con la quale ha rimosso il divieto
di matrimonio tra persone dello stesso sesso – ricorda che
«l'antichità di un pregiudizio non è una buona ragione per
la sua sopravvivenza» e che «i diritti per loro natura si
atrofizzano se vengono congelati: quando le condizioni
umane mutano e le idee di giustizia e di equità evolvono,
anche le concezioni dei diritti assumono nuova trama e
significato»19.
5. Ontologia della famiglia e criteri giuridici di
orientamento
Se nella ricerca di criteri interpretativi della formula
contenuta nell'art. 29 muoviamo adesso verso indici
rigorosamente tratti dal diritto positivo, troviamo molteplici
indicatori che smentiscono l'opinione per cui sarebbe
«ontologicamente presupposta» la nozione di famiglia
come unione di uomo e donna.
La Carta europea dei diritti fondamentali, innanzitutto,
all'art. 9 ha individuato in capo ad ogni persona
l’universale diritto a sposarsi e a formare una famiglia –
pur non imponendo formule predeterminate ai legislatori
nazionali poiché il diritto è riconosciuto «secondo le leggi
nazionali che ne disciplinano l'esercizio»20. Con ciò la
Carta europea ha compiuto una scelta storica poiché
proprio al fine di non escludere le coppie omosessuali ha
Goodridge v. Department of Public health decisione del 18 novembre2003
n. 08860.
19
Sentenza n. 60/2004 del 1 dicembre 2005.
20
La Carta europea (che pur non essendo entrata in vigore dopo il no francoolandese funge, come è ben noto, fin da ora da canone interpretativo del
sistema) è stata richiamata dalla nostra Corte costituzionale proprio in materia
di libertà matrimoniale (sentenza n. 445 del 2002).
18
12
optato, sulla spinta delle istanze dei movimenti
omosessuali europei, per un'espressione («il diritto di
sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti»)
volutamente diversa da quella contenuta nella
Convenzione europea del 1950 sui diritti dell'uomo e le
libertà fondamentali (art. 12: «uomini e donne in età adatta
hanno diritto di sposarsi»)21. Va detto peraltro che il
diverso tenore letterale della norma costituzionale
spagnola (art. 32: «el hombre y la mujer tienen derecho a
contraer matrimonio con plena igualdad jurídica») non ha
impedito il prevalere dell'interpretazione secondo la quale
tale norma indica i soggetti titolari del diritto a contrarre
matrimonio (il diritto, cioè, deve essere riconosciuto a ogni
uomo e a ogni donna), senza limitarne la facoltà di
scegliere liberamente il partner.
Inoltre, il Parlamento europeo già tredici anni fa, con la
risoluzione dell'8 febbraio del 1994, ha chiesto
espressamente di «cercare di porre fine agli ostacoli
frapposti (…) al matrimonio di coppie omosessuali ovvero
a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente
diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la
registrazione delle unioni»22.
Anche nella giurisprudenza italiana di merito si profila
una nozione di famiglia di fatto includente le relazioni
omosessuali, atteso che i giudici italiani in più occasioni
hanno ritenuto di estendere le, scarne, forme di tutela
della famiglia di fatto eterosessuale alle unioni
La Corte europea di Strasburgo ha sempre riferito l'art. 12 CEDU alla
famiglia eterosessuale ed è stata incline a comprendere la tutela delle coppie
omosessuali nel principio del rispetto della vita privata (art. 8), piuttosto che
nel rispetto della vita familiare e anche la giurisprudenza della Corte di
Giustizia è stata restia a estendere al convivente dello stesso sesso i benefici
previsti anche per il convivente eterosessuale, ma la dottrina ha osservato
che «rispetto a questi moduli interpretativi la carta di Nizza compie un ulteriore
passo (…) cade il riferimento alla diversità di sesso degli sposi contenuto
nell'art. 12 della Convenzione europea ed in tal modo si apre la via al
riconoscimento delle coppie omosessuali e dello stesso matrimonio tra
omosessuali» (cfr. G. Ferrando, Gli interventi della Corte Europea dei diritti
dell’uomo i materia di famiglia e il loro rilievo per la disciplina interna: gli artt. 8
e 12 della Convenzione, p. 6, in Atti dell’incontro di studi organizzato dal
CSM, Roma 25 gennaio 2005).
22
Tale impostazione è stata sostanzialmente confermata con le successive
risoluzioni del 16 marzo 2000 e del 18 gennaio 2006.
21
13
omosessuali, sulla base della elementare constatazione
dell'identità delle situazioni di fatto e della eadem ratio di
tutela23.
In seguito alle riforme attuate in tutta Europa in
ottemperanza alle risoluzioni del Parlamento europeo,
deve prendersi atto che ormai si delinea nel diritto di
nazioni ad affine civiltà giuridica alla nostra, una nozione
di relazioni familiari che include le coppie omosessuali.
Tant'è che la CIEC (Commissione Internazionale Stato
Civile) ha allo studio una convenzione che prevede il
rilascio di certificati di stato libero, che comprenderebbe
sia il rapporto di coniugio che di partnership registrata24.
Non pare, allora, che nell'interpretazione di un termine
contenuto in una norma giuridica possa essere consentito
di dare per presupposto e incontrovertibile un dato che è
oggi oggetto di radicale e intenso ripensamento per una
larga parte della popolazione del nostro paese, è messo
indirettamente in discussione dalla nostra stessa
giurisprudenza, è respinto dalle Corti costituzionali di Stati
come il Canada, il Sudafrica, il Massachusetts, è superato
in ordinamenti a noi vicini, non collima con le scelte della
stessa Carta fondamentale europea e con le risoluzioni
dello stesso parlamento europeo... 25
Cfr. sentenza Tribunale Roma 20 novembre 1982 n. 13445 ai fini della
sublocazione di immobile; Tribunale Firenze 11 agosto 1986 per il
riconoscimento della qualifica di obbligazione naturale alle donazioni tra
conviventi; Corte assise Torino 19 novembre 1993 sul diritto d'astenersi dal
testimoniare contro il partner.
24
Come si apprende in Calò, Dalla famiglia di fatto al piccolo matrimonio: un
diritto comunitario della famiglia?, in Contratto e impresa/Europa, 2000, 667.
25
A questa conclusione sembra essere giunta di recente anche la
giurisprudenza italiana, con la decisione della Corte d'appello di Roma del 13
luglio 2006 in relazione alla richiesta di due cittadini italiani, entrambi maschi,
di riconoscere il loro matrimonio contratto in Olanda. La Corte ha riconosciuto
che «la Costituzione non costituisce di per sé ostacolo alla ricezione in ambito
giuridico di nuove figure alle quali sia la società ad attribuire il senso ed il
valore della esperienza “famiglia”», e dunque non impedirebbe di rimuovere
anche in Italia il divieto per gli omosessuali di sposarsi. Ad avviso della Corte,
però, non spetta ai giudici, ma «compete al legislatore dare attuazione, nelle
forme che risulteranno conformi alla volontà parlamentare (…), alle
raccomandazioni che sul tema il Parlamento Europeo ha rivolto agli Stati
membri sin dalla risoluzione dell'8 febbraio 1994» (decreto della Corte
d'appello di Roma del 6 giugno-13 luglio 2006, in Guida al Diritto, n. 35 del
2006).
23
14
6. Verso la tutela costituzionale di tutte le famiglie
Il paradosso del riferimento all'art. 29 in questa materia
pare dunque disvelarsi: una norma creata per garantire
l'inviolabilità di tale sfera personalissima dall'interventismo
statale viene richiamata proprio per imporre un
concezione ideologica scollata dalle scelte di cura, di
affetto, di reciproca solidarietà di milioni di cittadini
(secondo l'OMS, la popolazione omosessuale rappresenta
circa il 5% dell'insieme).
In una certa misura al lungo elenco di diritti mancati26,
già da tempo posti all'attenzione dell'opinione pubblica, è
possibile fare fronte con interpretazioni evolutive in
materia di convivenze di fatto o con normative ad hoc sulla
registrazione pubblica delle unioni (sul modello francese
dei cd. Pacs). Va detto però che tali riforme non sono in
Impossibilità di far valere il diritto di visitare il partner in ospedale, di
intervenire nelle scelte mediche in caso di incoscienza, di partecipare alle
decisioni relative alle esequie; deroga ai principi successori; ridotta tutela nel
subentro nei contratti di locazione; impossibilità di accedere alla pensione di
reversibilità; preclusione al riavvicinamento al nucleo familiare nella casistica
giuslavoristica, al ricongiungimento con il partner straniero, alla partecipazione
agli utili nell’impresa familiare; impedimento, in caso di rottura del vincolo, di
tutela per il coniuge debole nei confronti del più forte; negazione di ogni tutela
ai figli di uno dei partner, nonostante relazioni a tutti gli effetti genitoriali sul
piano dell’affidamento e dei rapporti di fatto. Su tale ultima questione, della
tutela del minore, si pensi soltanto alle conseguenze della morte del genitore
naturale: il minore viene strappato alle cure dell’altra figura genitoriale, con la
quale ha magari convissuto sin dalla nascita, ma che gli è giuridicamente
totalmente estraneo. Il pregiudizio nei confronti della coppia omosessuale
finisce tragicamente per ripercuotersi sul minore e difatti una parte delle
legislazioni straniere, ad es. da ultimo la tedesca, prevedono adesso la
possibilità per il partner di adottare il figlio naturale del convivente. Mentre non
è in discussione il diritto del genitore omosessuale di allevare i propri figli
(confermato dalla Corte europea di Strasburgo con decisione del 21 dicembre
1999 che ha sancito l’illegittimità del diniego di affidare il figlio al genitore in
ragione del suo orientamento sessuale), esula invece dall’argomento de quo
la diversa questione della possibilità per le coppie omosessuali di adottare
congiuntamente un minore. Si tratta di tema attinente alla normativa
sull’adozione e non al diritto a contrarre matrimonio, tant’è che una parte dei
paesi che hanno esteso istituti paramatrimoniali agli omosessuali non ha per
ciò solo introdotto l'adozione di minori.
26
15
grado di superare il principio di discriminazione che
informa attualmente la materia (per esempio, solo con il
matrimonio o istituto analogo si può sensatamente
configurare il diritto a ereditare con successione
necessaria)
e
ciò
giacché
prevedono
una
regolamentazione
identica
per
situazioni
incommensurabili, quella della coppia eterosessuale che
decide di non sposarsi e quella della coppia omosessuale
cui è vietato sposarsi. L'idea di risolvere la questione
omosessuale con nuovi istituti giuridici ripropone ancora
una volta l'inadeguatezza dell'obsoleta dottrina giuridica
del separate but equal, patrocinata dalla Corte Suprema
americana nel 1886 in Plessy v. Ferguson per giustificare
la segregazione giuridica tra le razze27. Resta cioè
impregiudicata la questione di fondo che è questione di
principio: sussiste nel sistema giuridico contemporaneo
l'esclusione di una parte della popolazione dall'accesso a
un istituto giuridico fondamentale – il matrimonio – e non è
dato ravvisare alcuna coerente ragione giuridica di tale
discriminazione28.
Paradossalmente, il giudice della Corte Suprema
americana Antony Scalia, universalmente noto per il suo
La Corte diede torto a Homer Plessy, un afroamericano (dicono le cronache
«di pelle quasi bianca») tratto in arresto perché rifiutò di scendere dal vagone
riservato ai bianchi e di seguire l'invito ad accomodarsi nell'analoga carrozza
per neri.
28
Rispetto all'argomento, così abusato nella polemica politica, per cui la
rimozione del divieto di sposarsi o l’introduzione di istituti giuridici a tutela
delle coppie omosessuali configura un «attacco alla famiglia» eterosessuale o
addirittura la «svilisce», con un opaco riferimento alla superiorità dell’originaria
matrice eterosessuale della famiglia, valga soltanto ricordare i seguenti dati: in
Gran Bretagna, Olanda e paesi scandinavi – paesi che hanno introdotto figure
di matrimonio gay – si hanno i tassi di natalità più alti d’Europa (l'Italia ha
toccato nella seconda metà degli anni Ottanta i livelli più bassi del mondo –
sotto l'1,4 – e attualmente è ancora a tale livello nonostante una moderata
ripresa – 1,33 nel 2004) e ancora la Germania e l'Olanda evidenziano i tassi
di abortività più bassi del continente (5,9 la Germania e 5,1 l'Olanda) a fronte
del cupo 13,5 italiano. Il numero di matrimoni celebrati in Italia appare inoltre
in continuo declino, con un tasso di nuzialità sceso sotto la media dei paesi
dell'Europa occidentale, a riprova che altre sono le politiche efficacemente
dirette a tutelare la famiglia e la filiazione (dati tratti da Eurostat, 25 ottobre
2005; da A. Golini, Tendenze demografiche e politiche delle nascite, il Mulino,
Bologna, 1994; da A. Rosina, L’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian
Gray, il Mulino, 2006, 203).
27
16
straordinario acume giuridico non meno che per il suo
fiero conservatorismo, nella sua motivazione contraria
all'abolizione del delitto di sodomia (!), sancita dalla Corte
Suprema in Lawrence v. Texas nel 2003, centra
perfettamente la questione: secondo Scalia la Corte erra
quando ritiene che decretare la liceità delle attività
sessuali tra persone dello stesso sesso non porterà con
sé il conseguente riconoscimento dei matrimoni
omosessuali: «non credetelo (… ), che giustificazioni
saranno mai possibili per negare i benefici del matrimonio
a coppie omosessuali che esercitino ciò che la Corte ha
definito una “libertà protetta dalla Costituzione”?»29.
Le Corti americane hanno in gran parte negato la
rimozione del marriage ban poiché hanno rifiutato
tenacemente di ricondurre la questione all'universale
«diritto di sposarsi»30, limitandosi a rilevare che tra i diritti
deeply rooted in the Nation’s history and tradition, tutelati
dalla Costituzione americana, non sarebbe incluso il
«diritto di sposare una persona dello stesso sesso»
(analogamente Antony Scalia, rifiutando di ricondurre il
tema del delitto di sodomia alla libertà sessuale, rileva
l’inesistenza nella stessa Costituzione di un… «right to
sodomy»!). Per conseguenza, la competenza ad
introdurre nuovi diritti viene rimandata alle scelte del
Legislatore.
La questione è mal posta, mentre è semmai di
particolare interesse per l'interprete italiano la citata
pronuncia dei giudici di Johannesburg che hanno
richiamato argomenti tratti da una concezione
universalistica dei diritti, e nella specie dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani del 1948 (art. 16
sull'universale diritto di sposarsi)31. È indubbio infatti che il
diritto a sposarsi, se viene inteso come diritto alla libertà
Corte Suprema americana Lawrence v. Texas, 2003, dissenting opinion del
giudice Antony Scalia.
30
I giudici americani come si sa sono poco propensi a utilizzare il diritto
sovranazionale., cfr. sul punto V. Onida, I diritti umani in una comunità
internazionale, il Mulino, 2006, 411.
31
La Corte non ha fatto leva sulla stessa Carta costituzionale sudafricana che
pure contiene un esplicito divieto di discriminazione per le persone
omosessuali (come l'art. 13 del Trattato di Amsterdam e l'art. 21 della Carta di
Nizza).
29
17
matrimoniale, rientra nel novero dei diritti fondamentali. Se
l’ordinamento prevede un istituto denominato matrimonio
si deve necessariamente affermare il diritto a scegliere
liberamente la persona che si vuole sposare (sarebbe ad
esempio illegittima una norma che conferisse al genitore
la facoltà di scegliere lo sposo della figlia; sono illegittimi i
divieti di matrimoni interreligiosi o interrazziali). Così nella
citata sentenza della Corte Suprema del Massachusetts
che ha rimosso il divieto di matrimonio per le persone
omosessuali, i giudici affermano che «il diritto di contrarre
matrimonio significa ben poco se non include il diritto a
sposare la persona di propria scelta»32. In senso analogo
si è espressa anche la Alaska Superior Court affermando
che «la questione rilevante non è se il matrimonio fra le
persone dello stesso sesso sia tanto radicato nelle nostre
tradizioni da essere un diritto fondamentale, ma se la
libertà di scegliere il proprio life partner sia tanto radicata
nelle nostre tradizioni»33.
Dell'ineluttabilità dei processi in corso negli ordinamenti
costituzionali occidentali, che vedono al centro del sistema
il principio di eguaglianza formale e la dignità della
persona, sono d’altra parte ormai coscienti anche i settori
più ostili al matrimonio omosessuale, che si sono visti
costretti negli Stati Uniti a promuovere un’improbabile
modifica della stessa Costituzione americana, con la
proposta di introdurre il principio di sola eterosessualità
del matrimonio34. Nei confronti degli omosessuali, come
un tempo per le donne, le persone di colore, gli ebrei, è in
questione la rimozione di una secolare discriminazione
nell’accesso ad un diritto universale e non l’apertura ad
inediti «nuovi diritti». Il riconoscimento dell’eguaglianza
formale infatti non è l'approdo di una doverosa battaglia
per la pari dignità umana, ma ne è semmai una mera
precondizione. E non è di certo ininfluente che anche nella
Goodridge v. Department of Public health, citata.
Alaska Superior Court, Brause v. Bureau of vital statistic, 27 febbraio 1998,
decisione 3AN956562CI.
34
Tale emendamento è stato avanzato a dire il vero senza alcuna possibilità di
successo essendo richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi del Congresso.
Emendamenti analoghi sono stati approvati invece, oltre che da numerosi Stati degli
USA, soltanto dalla Lituania e dall’Uganda.
32
33
18
direttiva contro la discriminazione n. 78 del 27 novembre
2000 dell'Unione Europea l’antisemitismo e l’omofobia
siano stigmatizzati congiuntamente35. Dopo la shoah, dove
la politica e le sue convenienze non possunt, è allora
sobriamente al principio di eguaglianza formale che
bisognerebbe tornare, consapevoli che, come ricorda
Giuliano Amato in un recente articolo, sul principio di
eguaglianza formale «e non su altro, si fonda la nozione di
cittadinanza su cui abbiamo costruito l'Europa moderna e
contemporanea»36.
** Giudice, Tribunale Reggio Emilia
L’ultima risoluzione del Parlamento Europeo del 18 gennaio 2006, votata da
tutti i maggiori gruppi parlamentari di destra e di sinistra (popolari europei,
socialisti, liberaldemocratici, verdi e sinistra europea) e approvata con una
larghissima maggioranza (468 voti favorevoli, 149 contrari e 41 astenuti),
definisce l'omofobia «una paura e un'avversione irrazionale nei confronti
dell'omosessualità» «analoga all'antisemitismo» e stigmatizza «l'uso di un
linguaggio incendiario, carico di odio o minaccioso da parte di esponenti
politici di primo piano e capi religiosi».
36
G. Amato, Il valore dell’eguaglianza, il Mulino, 2006, 225.
35
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