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Sull`arte della connoisseurship ei suoi strumenti

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Sull`arte della connoisseurship ei suoi strumenti
Dott. Valentina Locatelli
Andreasplatz 7 – 4051 Basilea, CH
[email protected] / +41 (0)76 496 53 38
"Es sey das Sehen eine Kunst" 1
Sull’arte della connoisseurship e i suoi strumenti
Indice
Introduzione
Vedere per teorizzare
Collezionista, connoisseur, storico dell’arte
Connoisseurs viaggiatori: Morelli nella collezione grafica di Dresda
"…ogni arte dimanda i suoi strumenti"
Dal disegno alla fotografia: sulle tracce di Cavalcaselle e Morelli
"Connoisseurship in crisis?"
Crediti fotografici
Introduzione
La connoisseurship – ovvero la pratica tradizionale di attribuire opere d’arte a identità
artistiche ben definite sulla scorta di un’analisi comparativa di elementi stilistici e formali – è
ormai in declino. Nel corso del secolo scorso la storia dell’arte ha assunto un indirizzo
verbocentrico, dominata e orientata da studi iconografici e dall’interferenza di approcci
scientifici desunti da discipline quali, per esempio, la sociologia e la psicologia. Oggi inoltre,
sempre più spesso la fiducia nei confronti dell’occhio dell’esperto è subordinata ai risultati
"oggettivi" garantiti da nuove e più rigorose tecniche di analisi scientifica dei materiali
condotte sulle opere da personale specializzato e restauratori.
La maggior parte dei giovani storici dell’arte studia le opere d’arte per lo più sui libri, nelle
università, negli archivi e attraverso riproduzioni fotografiche di qualità disparata, accessibili
anche in forma digitale su Internet. A dispetto delle possibilità pressoché illimitate di
viaggiare offerte dal mondo contemporaneo, sempre meno sono coloro che hanno la fortuna
e il tempo di educare ogni giorno la propria memoria visiva sulle opere originali, indugiando
dinanzi a un dipinto o a una scultura e affinando il proprio occhio a riconoscerne oltre che il
soggetto anche i valori materici e il sentimento artistico di cui sono il frutto. 2 Alla qualità
dell’incontro con l’arte si preferisce l’abilità nella scelta delle fonti e della letteratura critica e
la capacità di selezionare quelle affidabili o più autorevoli nel mezzo di una quantità sempre
crescente di informazioni.
È certamente grazie alla consapevolezza di questa transizione metodologica ancora in atto
che nel corso degli ultimi dieci anni si sono letteralmente moltiplicati gli studi dedicati ai
protagonisti principali dell’epoca d’oro della connoisseurship (ca. 1850-1950) e alle questioni
critiche innescate dalla loro attività per il mercato dell’arte e la pratica museologica. 3 Senza
voler dunque qui avanzare alcuna pretesa di esaustività data l’ampiezza e la complessità
dell’argomento e concentrando il proprio discorso soprattutto sull’epoca che va dalla
1
seconda metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, il presente saggio intende
contribuire a tale discussione. Lo farà proponendo un’analisi della connoisseurship intesa qui
non tanto come scienza quanto come arte dello sguardo finalizzata sì all’attribuzione ma
basata primariamente sullo studio diretto delle opere d’arte – "…the main, sometimes the
sole source of evidence" – e sull’istinto del connoisseur. 4 L’obiettivo è di mettere in risalto
l’apporto fondamentale della connoisseurship per la storia dell’arte e i rischi connessi a
qualsiasi approccio disciplinare che produca una separazione arbitraria dei due ambiti.
Nelle prossime pagine si cercherà di ricostruire l’evoluzione metodologica del procedere
empirico del connoisseur, fondato tanto sull’impressione generale quanto sull’osservazione
comparativa degli originali. Definito l’aspetto visivo ed esperienziale della connoisseurship e
il suo legame intrinseco al collezionismo privato, si esamineranno le interferenze apportate al
processo conoscitivo dall’utilizzo di strumenti di ricerca ausiliari alla visione, limitando l’analisi
più precisamente al disegno e alla fotografia. Sarà questa l’occasione per presentare più nel
dettaglio similitudini e differenze nei modi operandi di alcuni celebri connoisseurs e per
ricostruire e svolgere in modo particolare l’evoluzione del metodo di lavoro applicato da
Giovanni Morelli (1816-1891). Saranno infine formulate alcune riflessioni sui mutamenti di
paradigma innescati da un uso sempre più importante della fotografia e su quella che si
riconosce ormai essere la crisi della connoisseurship tradizionale in un’epoca che all’incontro
diretto con l’opera d’arte sembra prediligere sempre più il museo virtuale.
Vedere per teorizzare
Nella prefazione alla sua Storia dell’arte dell’antichità (Geschichte der Kunst des Alterthums,
1764), Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) sostiene di parlare soltanto di quelle
opere antiche che egli ha potuto vedere e studiare direttamente:
Tutto ciò che ho citato come prova ho potuto vederlo personalmente e osservarlo molte volte,
tanto i dipinti e le statue, quanto le gemme e le monete; per aiutare l’immaginazione del
lettore, ho comunque citato insieme gemme e monete, incise direttamente, che ho ricavato dai
5
libri.
Lo studioso tedesco descrive il proprio metodo come un’operazione che si nutre in primo
luogo di una pratica visiva instancabile alla quale egli subordina la consultazione delle fonti.
Per Winckelmann vedere (sehen), anzi contemplare (betrachten), è il primo passo da
compiere durante la propria esplorazione del mondo sensibile. Sovvertendo una tradizione
storiografica fino a quel momento dominante, egli non risparmia un commento critico contro il
nozionismo erudito e sterile di quegli autori (Scribenten) che scrivono di arte senza averne
conoscenza diretta ma soltanto riportando descrizioni e informazioni tratte da altre fonti:
Sono venuti alla luce alcuni scritti con il nome di storia dell’arte, ma in essi l’arte ha un ruolo
limitato: i loro autori non possedevano infatti una conoscenza sufficiente dell’argomento e non
erano quindi in grado di offrire un contributo diverso da quello appreso da libri o per sentito
dire. Quasi nessuno scrittore riesce a penetrare l’essenza e lo spirito dell’arte, e coloro che
trattano di cose antiche fanno riferimento soltanto a ciò per cui c’è da fare sfoggio di
2
erudizione, oppure, se parlano di arte, ciò avviene in parte con lodi generiche, oppure il loro
6
giudizio è costruito su fondamenti altrui ed errati.
Che la visione fosse l’anticamera della conoscenza lo sapeva bene anche Johann Wolfgang
Goethe (1749-1832), il quale seppe fare tesoro dell’esperienza di Winckelmann nei propri
studi di scienze naturali. 7 Fu proprio la botanica che dischiuse al poeta le relazioni strutturali
esistenti tra l’universo scientifico e quello artistico, aprendo nuove frontiere per lo studio di
questi campi e per la definizione teorica di un sistema capace di riassumere le leggi inerenti
a entrambi. Lo studio morfologico delle piante permise a Goethe, attraverso l’osservazione
delle forme esterne, di penetrare nell’essenza più profonda dell’oggetto in esame. Anche
nella sua Teoria dei colori (Zur Farbenlehre, 1810), egli offre una sintesi teorica del proprio
metodo, delineando con lucidità programmatica le fasi successive che a partire dalla visione
permettono di pervenire per gradi alla conoscenza:
Il semplice guardare una cosa, non ci permette infatti di progredire. Ogni guardare si muta in
un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere. Si può quindi
8
dire che noi teorizziamo già in ogni sguardo attento rivolto al mondo.
È attraverso gli occhi che transita tutto il sapere del mondo. Applicata all’arte, l’osservazione
diretta dell’oggetto di studio assume però un’importanza nuova. Se la contemplazione di
dipinti, sculture e antichità si era infatti già confermata quale aspetto cardine anche dello
spirito romantico – e basti soltanto pensare al ruolo che essa rivestì nella produzione
letteraria di autori e artisti come i fratelli August Wilhelm (1767-1845) e Friedrich Schlegel
(1772-1829), Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773-1798), Heinrich von Kleist (1777-1811),
Carl Gustav Carus (1789-1869) o Caspar David Friederich (1774-1840) –, le finalità di
questa nuova appropriazione scientifica della visione sono ormai completamente mutate.
Ben lungi dall’essere destinate all’elevazione spirituale dell’osservatore e all’incontro estatico
con il sublime, esse mirano piuttosto alla comprensione storico-culturale e alla ricostruzione
di identità artistiche.
Fu nella dotta Germania che la fiducia nella tradizione orale e nei documenti d’archivio
cominciò a vacillare. La "rivoluzione" scoppiata nel 1871 fra le sale della Galleria dei dipinti di
Dresda (Gemäldegalerie) in occasione della mostra e del congresso dedicati a Hans Holbein
il giovane (1497/1498-1543) è ormai universalmente considerata un momento spartiacque
tra la pratica empirica della connoisseurship e il suo ingresso nell’ambito di competenze della
storia dell’arte. 9 In quell’occasione oltre 400 opere dell’artista poterono essere studiate dal
vero e comparate da un comitato composto di quattordici esperti e storici dell’arte tedeschi
fra i quali figuravano anche Adolph Bayersdorfer (1842-1901) e Wilhelm von Bode (18451929). Fu così che la versione di Dresda della Madonna del Borgomastro Meyer 10 – che pure
era stata per secoli oggetto di ammirazione e devozione perfino estatica – "in tutta la
collezione di Dresda l’unico dipinto che in qualche misura riesce a sostenere la fatale
prossimità della Madonna sistina" 11 – fu riconosciuta quale mera copia dell’esemplare
3
gemello proveniente da Darmstadt. 12 L’approccio comparativo promosso dagli storici dell’arte
riuniti a Dresda non soltanto ebbe la meglio sulla tradizione documentaria, ma non sarebbe
in seguito mai più stato abbandonato, trovando anzi fertile terreno in un’epoca dominata
dalla diffusione delle riproduzioni fotografiche. La figura del connoisseur dilettante –
nell’accezione positiva del termine – e quella dello storico dell’arte di formazione accademica
si legarono nel segno di un rapporto cooperativo, benché non scevro di incomprensioni e
reciproche critiche sul rispettivo metodo d‘indagine. 13
Collezionista, connoisseur, storico dell’arte
Quello formulato nel 1871 a Dresda fu un giudizio destinato a sovvertire per sempre le
metodologie dell’indagine storico-artistica. Esso era fondato su un approccio analitico e
formale di tale rigore scientifico da spingere perfino Jacob Burckhardt (1818-1897) – che
pure molto contribuì all’evoluzione della storia dell’arte nel segno della Betrachtung
(osservazione) – a rimettere in questione la validità di simili autopsie visive praticate
sull’opera:
Ora, è senz’altro vero che quattro occhi vedono di più e meglio di due e che due conoscitori
d’arte che siano fra loro in accordo possono sostenersi e incoraggiarsi a vicenda scambiando
opinioni e confrontando le proprie esperienze. Se però ventotto occhi vedano davvero meglio
di due è tutt’altra faccenda. 14
Sebbene l’autore del Cicerone non fosse affatto insensibile alla necessità di allenare il
proprio occhio sugli originali, 15 Burckhardt rimase critico, per non dire scettico, nei confronti
dell’attribuzionismo à tous prix, praticato da quelli che egli chiamava spregiativamente
Attribuzzler, connoisseurs fanatici, impegnati alla ricerca spasmodica di un nome e incapaci
di godere dell’elevazione estetica (ed estatica) offerta dalla contemplazione del Bello. Allo
studio comparativo delle forme inteso a identificare l’originale e a ricostruirne lo stile,
Burckhardt preferiva lasciare che l’opera, autentica o copia essa fosse, risvegliasse nello
spettatore il sentimento:
Certo è magnifico conoscere un grande maestro attraverso le sue opere, penetrarne lo spirito.
Anche il contrario ha però la sua ragione e il suo vantaggio, ovvero di non preoccuparsi se il
dipinto sia autentico, purché esso faccia affiorare in noi le vibrazioni del Bello vero e
commuova il nostro senso intimo e ideale apparendoci come un simbolo del divino. Rare sono
però le persone che la pensano così; ricordo con piacere un affabile milanese, proprietario di
una galleria privata scelta e di grande valore, il quale sorridendo rifiutava con le seguenti
parole qualsiasi indagine sulla provenienza dei suoi dipinti: "Purché la roba sia buona, non mi
16
curo di saperne l’autore." Egli era un filosofo.
Le ambizioni qualitative dell’anonimo milanese di cui Burckhardt ricorda le parole, erano
certo ben lontane da quelle di un altro suo contemporaneo lombardo: Giovanni Morelli, il
politico, connoisseur e collezionista celebre per aver teorizzato un metodo sperimentale che
si voleva scientifico e che avrebbe dovuto permettere di attribuire con precisione quasi
infallibile le opere d’arte del Rinascimento italiano. 17
4
Nel giugno del 1882, Burckhardt poté finalmente incontrare Morelli di persona a Basilea. 18
Sebbene insormontabili differenze caratteriali avrebbero impedito ai due uomini di coltivare
un’amicizia di lunga durata, sarà proprio a Morelli e alla sua raccolta di dipinti che, dieci anni
più tardi, egli avrebbe dedicato il suo penultimo seminario a Basilea, in qualche modo
rivalutandone il merito di conoscitore alla luce dell’esperienza di collezionista. 19 A tal
proposito è stato già osservato 20 che Burckhardt doveva certo avere in mente il motto
morelliano "[n]ulla stimola la nostra competenza di conoscitori più che l’acquistare dipinti – lo
so per esperienza" 21 – quando nel suo saggio I collezionisti (Die Sammler, 1898, ed.
postuma) dichiara apoditticamente che "al collezionismo è connesso essenzialmente il
giudizio comparativo". 22
Quest’ultima affermazione di Burckhardt richiama nuovamente alla memoria Goethe il quale
nel 1830, riferendosi alla propria attività di collezionista, confessa in una lettera di non aver
raccolto soltanto per divertimento e con arbitrio, bensì perseguendo l’obiettivo della sua
formazione personale e imparando qualcosa da ogni pezzo della propria collezione. 23 Il
principio di un simile collezionismo edificante, subordinato all’allenamento visivo, è riassunto
dal poeta anche nel suo romanzo epistolare Il collezionista e la sua cerchia (Der Sammler
und die Seinigen, 1799):
Ordine e completezza erano le due qualità che desideravo conferire alla mia piccola
collezione. Mi interessai alla storia dell’arte, divisi i miei fogli per scuole, maestri e date,
approntai dei cataloghi, e a mio merito devo affermare che non appresi nessun nome di
maestro, né le vicende biografiche di nessuna personalità senza cercare di procurarmi un suo
lavoro affinché fossi in grado di ripeterne le lodi non solo a parole ma anche attraverso la viva
24
testimonianza visiva.
Selezionare, acquistare ed esporre le opere le une accanto alle altre in un luogo intimo come
lo sono le pareti domestiche di una collezione privata sono passaggi didattici fondamentali
lungo il percorso della conoscenza visiva e dell’apprendimento dello stile di un maestro o di
un’intera scuola. È grazie alla comparazione che l’occhio si esercita a riconoscere similitudini
e differenze, a distinguere l’originale dalla copia in un processo infinitamente perfettibile e
quindi mai compiuto. La raccolta d’arte diviene strumento privato di studio, campo di
addestramento entro il quale il collezionista può affinare giornalmente il proprio sguardo
all’osservazione comparativa, imprimendosi nella memoria le forme caratteristiche e il
sentimento generale emanato dalle opere di un artista.
Nel 1719, Jonathan Richardson pubblicò il primo vademecum dell’attribuzionismo al quale
assegnò un titolo tanto circostanziato quanto programmatico: Two Discourses. I. An essay
On the whole Art of Criticism as it relates to Painting. Shewing how to judge i. Of the
Goodness of a Picture; ii Of the Hand of the Master; and iii. Whether ’tis an Original, or a
Copy. II. An Argument in behalf of the Science of a Connoisseur; Wherein is shewn the
Dignity, Certainty, Pleasure, and Advantage of it. 25 Il testo, che promette di schiudere il
piacere estetico dell’arte grazie all’esercizio della comparazione, si rivolge a un pubblico che
5
l’autore, artista e collezionista lui stesso, immaginava essere composto per la maggior parte
proprio da collezionisti. Stabilita la relazione fra collezionista e connoisseur, Richardson
espone il carattere amatoriale dell’esercizio attributivo, senza per questo poter certo
presagire le dimensioni che il fenomeno avrebbe assunto nel corso dell’Ottocento sulla scia
del dilettantismo d’spirazione morelliana. Come è stato acutamente osservato da Sir John
Pope-Hennessy (1913-1994), un altro celebre connoisseur inglese del secolo scorso
[…] when, more than a hundred and fifty years later, the subject of connoisseurship again
attracted widespread prominence, on a much narrower front, that of Italian painting, under the
stimulus of a naturalized Italian, Giovanni Morelli, the postulates remained the same, that
collectors (mainly public collectors, though Morelli was also involved, pretty heavily involved, in
the art market) required to know who painted the pictures in their galleries, and that this could
be established by intelligible arguments from the exercise of which perceptive, educated
26
people ought not to be debarred.
Opponendosi con veemenza allo studio della storia della civiltà (Kulturgeschichte) e
rifiutando di servirsi della letteratura tradizionale e dei documenti d’archivio, 27 Morelli si fece
in effetti portavoce dei cosiddetti Kunstliebhaber, amatori dell’arte e dilettanti, e promotore di
un’empirica scuola del vedere. Alla storia dell’arte il medico di formazione Morelli preferiva la
scienza dell’arte (Kunstwissenschaft), ovvero un approccio visivo ed empirico mutuato dalle
scienze naturali e in particolare dalla morfologia. A differenza del più democratico
Richardson, convinto che chiunque potesse applicarsi per divenire connoisseur, Morelli
riteneva che il vero connoisseur godesse di una capacità di vedere innata, ammettendo
nondimeno che l’occhio e l’intuito potessero essere allenati all’esame comparativo delle
forme e dovessero essere affinati grazie a una frequentazione assidua delle opere d’arte. 28
In due lettere inviate a distanza di pochi anni l’una dall’altra al suo più giovane amico e
discepolo Jean Paul Richter (1847-1937), Morelli ammette esplicitamente le difficoltà che
sono proprie alla visione confessando il suo carattere soggettivo 29 e quindi anche i limiti
inevitabili del proprio metodo sperimentale:
La cosa più difficile è proprio quella che ci sembra essere la più semplice – cioè vedere. Non
soltanto il nostro occhio, bensì ancor più il nostro senso artistico deve aver ricevuto
un’educazione persuasiva per mezzo di molto esercizio e di una riflessione e partecipazione
prolungata, prima che sia ogni volta in grado di vedere e apprezzare correttamente le singole
forme, cioè metterle in armoniosa relazione con il tutto. 30
Nessuno sa meglio di Lei quale lungo esercizio dell’occhio sia necessario prima di poter
acquisire un po’di confidenza con le forme caratteristiche di un maestro, e ciò per di più
soltanto se si ha un occhio incontaminato e si dispone anche di una predisposizione alla
visione. In verità non basta affatto osservare se l’orecchio è tondo o allungato, se la mano è
lunga o corta, tozza o esile, se le dita sono carnose od ossute; nelle forme bisogna anzitutto
imparare a vedere o percepire ciò che non sarebbe possibile spiegare a qualcun altro a parole
o servendosi di un disegno se questi non lo vedesse o sentisse egli stesso. Quante volte […]
ho avuto modo di rendermi conto di come lo studio più diligente e ininterrotto delle forme non
31
giovi a nulla se l’occhio non possiede la necessaria predisposizione a simili studi.
Studiare le forme caratteristiche, cercare di spiegarsi a parole o aiutarsi con un disegno non
bastano per trasmettere ad altri né ciò che si vede né tantomeno il sentimento provato di
fronte all’opera d’arte, che deve sempre essere esperita e percepita direttamente, senza
6
mediazione. 32 All’approccio erudito e necessariamente più distaccato praticato nelle
università, il connoisseur deve quindi sempre preferire il dialogo condotto vis-à-vis con
l’opera. 33
In Principio e metodo (Princip und Methode, 1890), prologo dialogico anteposto alla
riedizione dei suoi scritti critici, 34 Morelli definisce più precisamente il mestiere e le
competenze del conoscitore d’arte, soffermandosi sulle affinità e le differenze rispetto allo
storico dell’arte. La sua polemica è apertamente rivolta al dogmatismo erudito diffusosi in
Germania nel corso dell’Ottocento e alla fede cieca dimostrata da tanta storiografia artistica
nei confronti dei testi critici. La tesi sostenuta da Morelli, è che l’arte non si possa
comprendere che nella sua fruizione diretta, lontano dalla pagina stampata nero sul bianco,
poiché "l’arte vuol essere veduta, se vogliamo ripromettercene godimento e vera
istruzione". 35 Il consiglio del connoisseur è dunque quello di uscire da biblioteche e archivi e
dedicarsi invece all’esame attento dei dipinti recandosi di persona nei musei e nelle gallerie
europee: "[…] la storia dell’arte unicamente dev’essere studiata innanzi alle opere d’arte. Nei
libri l’uomo quasi sempre perde il sentimento di sé stesso." 36
Nondimeno, Morelli entra in contraddizione quando cerca di stabilire la relazione fra
connoisseurs e storici dell’arte. Infatti, se dapprima egli sostiene che è dallo scrittore di storia
che "[…] dovrebbe uscire a poco a poco, come dal bruco la farfalla, il conoscitore", 37 poche
righe oltre nel testo dichiara che "[…] per diventare storico dell’arte, bisogna essere
conoscitore". 38 Un lapsus o piuttosto una maldestra impasse causata sia dalla
consapevolezza di appartenere al tipo del connoisseur sia dalla volontà di legittimare la
propria autorità storico-artistica pur restando al di fuori dello spazio della scrittura critica
ufficiale. 39
Circa un decennio prima che Morelli pubblicasse Principio e metodo, lo storico dell’arte
tedesco Anton Springer (1825-1891) aveva già messo in guardia dal dilettantismo dilagante,
alimentato dall’applicazione meccanica e stereotipica del metodo morelliano. 40 Nel suo
articolo Conoscitore e storico dell’arte (Kunstkenner und Kunsthistoriker, 1881), invece di
preoccuparsi di stabilire chi fra lo storico dell’arte e il connoisseur si trovasse più in alto sulla
scala evolutiva, Springer sostiene la necessità di una collaborazione simbiotica fra le due
figure, alle quali egli attribuisce ambiti di studio tanto differenti quanto complementari per
natura:
L’esperienza insegna che lo storico dell’arte e il conoscitore d’arte non si corrispondono. […]
la connoisseurship e la storia dell’arte [sono] cose di natura affatto differente. La prima è
l’abilità, conquistata soprattutto attraverso l’esercizio dell’occhio, di determinare l’origine di
un’opera d’arte e di includerla in una serie di creazioni affini, la seconda è una scienza, che
differisce dalle altre discipline storiche nell’oggetto, ma non nel metodo. L’attività del
conoscitore rappresenta per lo storico dell’arte un presupposto assoluto. Essa gli fornisce il
41
materiale di lavoro indispensabile, gli prepara il terreno.
7
Secondo Springer la connoisseurship è un esercizio empirico dell’occhio finalizzato alla
ricostruzione di identità artistiche attraverso l’accostamento e la comparazione di opere
d’arte, mentre la storia dell’arte è una scienza la cui metodologia è simile a quella di altre
discipline storiografiche. Come il paleografo, il diplomatico e l’archivista anche il connoisseur
ordina e controlla le fonti a partire dalle quali lo storico dell’arte crea. 42 L’esercizio attributivo
precede ed è conditio sine qua non dello studio storico-artistico. Il primo è un dono di natura
affinato dalla pratica, il secondo una scienza rigorosa. Springer sembra quindi prediligere
una netta distinzione dei compiti ma ammette sia l’eccezione positiva, citando il caso di
Winckelmann, la cui eccellenza storico artistica non sarebbe stata affatto sminuita dai suoi
exploits di connoisseurs, sia quella negativa, ricordando l’esempio di Gustav Friedrich
Waagen (1794-1868), una vera e propria autorità europea dell’attribuzionismo destinata però
a suo parere a rivelarsi uno storico dell’arte mediocre. 43
Perfino Wilhelm von Bode – un altro accanito detrattore del dilettantismo di Morelli – 44
sembra non avere alcun dubbio sul fatto che la connoisseurship praticata sull’opera debba
anticipare e completare la ricerca condotta in archivio. Nel 1890 per esempio, affrontando il
problema della scuola lombarda in cui lo studioso tedesco ricordava allora trovarsi ancora
"un gran numero di pitture senza nome di autore, o attribuite arbitrariamente ad uno o ad
altro maestro", 45 Bode sostiene la necessità di ricorrere come era già consuetudine in
Germania a un esame critico di quelle che egli chiama le "particolarità caratteristiche" delle
pitture:
E finché non si facciano le debite indagini negli archivi, l’unico còmpito che rimane alla critica
dell’arte è quello di scegliere dal caos di queste opere anonime quelle che, per il loro
46
carattere, sembrano provenienti dalla mano di un medesimo artista, ed aggrupparle insieme.
La connoisseurship è indispensabile alla ricerca storico artistica e precede l’indagine delle
fonti letterarie e dei documenti d’archivio. Ne sono convinti anche sia Bernard Berenson
(1865-1959), per il quale una storia dell’arte senza connoisseurship è perfino impossibile, 47
sia Max Friedländer (1867-1958), che si augura un rapporto cooperativo fra storici e
conoscitori in grado di mettere in armonia i documenti con i monumenti, ed esorta perfino
l’erudito a imparare a dimenticare quanto letto per godere della freschezza ingenua dello
sguardo dell’amante dell’arte. 48 "Prima conoscitori, poi storici" 49 insomma, questo almeno il
motto anche di Pietro Toesca (1877-1962) – "un 'prima' e un 'poi'" che sono però "quasi
costantemente fusi nel vasto disegno della 'Storia'" secondo l’allievo Roberto Longhi (18901970) – 50 che emerge con ricorrenza anche nell’atteggiamento e negli scritti di PopeHennessy, Richard Offner (1889-1965), Federico Zeri (1921-1998), 51 Michel Laclotte
(1923) 52 e di molti altri conoscitori e storici dell’arte.
Simili posizioni, raccolte pars pro toto, valgano qui a dimostrare l’unanimità del giudizio che
stabilisce sia la dipendenza della connoisseurship dall’osservazione attenta delle forme
8
condotta sugli originali sia il suo apporto fondamentale a una storia dell’arte intesa come
disciplina storiografica.
Connoisseurs viaggiatori: Morelli nella collezione grafica di Dresda
La necessità di osservare direttamente l’oggetto del proprio studio consente di introdurre la
mobilità come primo assioma della connoisseurship. Continuando una tradizione avviatasi
con il Grand Tour, nel corso dell’Ottocento molti furono i connoisseurs che viaggiavano
attraverso tutta l’Europa per vedere, comparare, giudicare, stimare, attribuire e comprare
opere d’arte. Fra loro anche Carl Friederich von Rumohr (1785-1843), il quale definì per
esempio le proprie Italienische Forschungen (1827) un "resoconto di viaggio disinvolto"
("lockerer Reisebericht") fondato su "ricerca documentaria e osservazioni locali"
("urkundlicher Forschungen und örtlicher Beobachtungen"); 53 o Sir Charles Lock Eastlake
(1793-1865), il primo direttore della National Gallery di Londra, che nel 1855 nominò
l’esperto di arte italiana Otto Mündler (1811-1870) a rivestire il ruolo di traveling agent,
ufficialmente incaricandolo di valutare e acquistare dipinti su commissione del museo
britannico. 54
Un’altra fra le più eloquenti testimonianze di questa predisposizione al viaggio – certo
accelerata dall’evoluzione della ferrovia –, 55 ci è fornita anche da Johann David Passavant
(1787-1861). Lo studioso tedesco, già autore del Viaggio artistico in Inghilterra e Belgio
(Kunstreise durch England und Belgien, 1833), nell’introduzione alla sua celebre monografia
Raffaello d’Urbino e il padre suo Giovanni Santi (Raffael von Urbin und sein Vater Giovanni
Santi, 1839-1858) riconosce l’importanza dell’incontro diretto con le opere d’arte studiate e,
nel caso specifico, con i lavori dell’Urbinate:
[…] intrapresi un viaggio in Inghilterra con questo preciso obiettivo [n.d.A. di scrivere la
biografia di Raffaello], per la terza volta visitai Parigi e, più tardi, viaggiai durante un anno
intero per l’Italia, paese benedetto nel quale avevo già trascorso sette anni felici. Della
Germania conoscevo già diversi luoghi, visitai quindi anche Vienna. I grandi dipinti di Raffello
in Spagna li avevo già conosciuti a Parigi. Posso quindi dire che tutte le opere di Raffello, con
56
l’eccezione di quelle poche di importanza minore, mi sono note per osservazione diretta.
Quale più palese sfoggio di quell’impulso alla Selbstanschauung che da Richardson in poi si
è fin qui visto essere proprio alla connoisseurship?
Un’altra, certo più suggestiva prova del legame indissolubile fra il conoscitore d’arte e
l’oggetto del suo studio si conserva nell’archivio del Gabinetto delle Stampe e dei Disegni di
Dresda (Kupferstich-Kabinett). Lì si trovano infatti raccolti i vecchi passe-partout di alcuni
disegni della ricchissima collezione sassone – nel frattempo restaurati e rimontati su nuovi
supporti –, veri e propri palinsesti attributivi e testimoni preziosissimi del passaggio di
numerosi connoisseurs e dello scambio di opinioni che ebbe luogo di fronte alle opere (fig.
1). Le attribuzioni proposte di volta in volta vi sono state annotate a matita, corrette,
cancellate o confermate da una firma, talvolta documentate da una data. 57
9
1. Passe-partout (dettaglio), fino al 16 gennaio 1967 destinato a
ospitare il disegno di Jacopo Tintoretto (già attribuito a
Parmigianino), Quattro uomini che sollevano una croce (inv. C
379 a). Kupferstich-Kabinett, Dresda.*
[*Sotto il numero di inventario è ancora leggibile il commento autografo di Morelli scritto a matita
"echtes Blatt aber nicht Parm." ("foglio originale ma non Parm."); a destra si legge invece l’attribuzione
al giovane Tintoretto ("junger Tintoretto") proposta da "Pign." (forse Teresio Pignatti?). Il foglio è
inedito]
Dal 1882 Karl Woermann (1844-1933) – uno dei quattordici segnatari degli atti del convegno
su Holbein – divenne il primo storico dell’arte alla guida della pinacoteca e del gabinetto
grafico sassoni, che fino a quel momento erano stati diretti da pittori o professori
dell’accademia di belle arti come il suo predecessore, Julius Hübner (1806-1882). Studioso
metodico, Woermann tenne sempre in grande considerazione le opinioni di quei
connoisseurs che spesso si recavano in visita nella "Firenze sull’Elba" per studiare la
collezione di pitture e disegni di cui era responsabile.
Nell’estate del 1889, anche Morelli trascorse alcuni giorni a Dresda, città che egli amava
particolarmente, 58 per esaminare i fogli della raccolta in concomitanza alle sue ricerche per la
preparazione della nuova edizione dei Kunstkritische Studien über italienische Malerei (Studi
critici di pittura italiana, 1890-1893). Le proposte attributive dell’italiano non si trovano
soltanto annotate sporadicamente sui passe-partout superstiti, bensì sono state registrate
con dovizia anche dal direttore del museo, che le trascrisse a mano sulle antiche schede
cartacee dell’inventario (figg. 2-3).
10
2. e 3. Antica carta d’inventario (recto e verso) compilata da
Karl Woermann e relativa al disegno di Correggio, Madonna di
San Giorgio (inv. C 367). Kupferstich-Kabinett, Dresda
Per esempio, a proposito dello schizzo di Correggio (1489-1534) raffigurante la Madonna di
San Giorgio (fig. 4), 59 preparatorio al dipinto omonimo conservato nella Galleria di pittura
(fig. 5) Woermann ricorda che proprio nel 1889 Morelli avvalorò il giudizio reso noto e
pubblicato un decennio prima:
Nel 1889 Morelli confermò quindi oralmente l’opinione espressa nel 1880 (Lerm. Opere, p.
60
260), ovvero che il foglio è originale.
11
4. Antonio Allegri da Correggio, detto il Correggio (ca. 1489 1534), Madonna di San Giorgio, penna e inchiostro bruno,
lumeggiato bianco, su carta marroncina, 23,8 x 18,6 cm.
Kupferstich-Kabinett, Dresda, inv. n. C 367
12
5. Antonio Allegri da Correggio, detto il Correggio (ca. 1489 1534), Madonna di San Giorgio, olio su tavola, 285 x 190 cm.
Gemäldegalerie, Dresda, Gal.-Nr. 153
Al contrario, il disegno della Vergine Assunta (fig. 6), 61 fino a poco prima ritenuto dallo
stesso Morelli originale dell’Allegri e preparatorio all’affresco per la cupola del Duomo di
Parma – opinione a dire il vero tutt’oggi dominante fra la critica –, non superò una seconda
volta il vaglio imposto dall’occhio analitico di Morelli, il quale di nuovo riuscì a convincere
Woermann del suo parere:
Questo foglio, che appertenne a celebri collezioni, fu ritenuto essere il primo fugace schizzo
originale di Correggio per la sua Assunzione nel Duomo di Parma. Anche Morelli (Lerm.
Opere 1880), p. 260, riconobbe ancora l’autenticità del foglio; - Nel 1889 però, ci sembra con
grande ragione, dichiarò oralmente che il foglio non è autentico. Esso non ha affatto la
freschezza e l’ingenuità di uno schizzo originale. Nella sua seconda edizione del 1891 Morelli
62
nemmeno menziona il foglio.
13
6. Antonio Allegri da Correggio, detto il Correggio (ca. 1489 1534), Vergine Assunta (recto), carboncino rinforzato con
penna e inchiostro, 23 x 25,4 cm. Kupferstich-Kabinett, Dresda,
inv. n. C 366
Simili esempi non forniscono soltanto un’ennesima prova della tesi qui sostenuta, ovvero che
l’attribuzionismo è un processo visivo tradizionalmente basato sull’osservazione e il
sentimento suscitato dall’originale. Essi rendono anche preziosa testimonianza del fatto che
una delle caratteristiche fondamentali della connoisseurship sia il suo essere una disciplina
aperta, soggetta a influenze esterne e in continuo divenire. Il giudizio non è assoluto e può
subire variazioni nel corso del tempo giacché l’occhio si allena alla visione in un processo
che mai si esaurisce, ma che piuttosto deve saper assumere apertamente l’errore come
componente inevitabile di una conoscenza costruita sull’ipotesi. 63 "Un giorno insegna agli
altri", 64 conclude Morelli nella prefazione alla sua seconda edizione degli studi critici sulla
galleria di Dresda nella quale egli rivede e corregge numerose delle attribuzioni già
presentate al pubblico nel 1880. È questo certamente il segnale più manifesto di un metodo
attributivo fondato sull’esperienza e sull’apprendimento progressivo, ma soprattutto della
disponibilità del connoisseur a riconoscere gli errori commessi in passato.
"…ogni arte dimanda i suoi strumenti" 65
Oltre al proprio intuito visivo, per poter determinare l’autore di un dipinto il connoisseur
dispone di indizi concreti quali inscrizioni, firme o monogrammi apposti direttamente
sull’opera e fonti tradizionali come documenti d’archivio, certificati o inventari che ne
registrano la provenienza e la storia. Questo genere di informazioni sono tuttavia soggette ad
alterazioni, falsificazioni o errori e devono perciò sempre essere considerate con
circospezione e sottoposte a un’analisi critica. Nel suo Il conoscitore d’arte (Von Kunst und
14
Kennerschaft, 1946), manuale di connoisseurship tanto autobiografico quanto
programmatico, Friedländer mette in guardia da simili pericoli:
Quanto alle firme, possono indurre in errore. Il nome può essere applicato in un secondo
tempo, in buona o in mala fede, l’iscrizione autentica può venir rimossa, sostituita da una
falsa. […]
Gli inventari […] sono da usar con prudenza e da prendere sul serio solo finché il risultato
66
della critica stilistica non vi contraddice.
Secondo il conservatore tedesco, neppure le "forme particolari" – quei dettagli rivelatori e
sigilli inconsci dello spirito dell’artista sui quali Morelli costruì la fortuna della propria ricerca e
che Berenson avrebbe in seguito esaltato quale strumento di un attribuzionismo scientifico di
stampo morfologico – 67 sarebbero però criteri obiettivi utili al connoisseur per la formulazione
di un giudizio, bensì tutt’al più prove sulle quali poter supportare a posteriori un’attribuzione
formulata sulla base di un’impressione complessiva e del tutto "casuale". 68
Le ben note tavole sinottiche raffiguranti mani e orecchie con le quali Morelli illustrò le
proprie pubblicazioni a poco servirono in effetti se non ad aizzare la critica contro
l’entusiasmo metodologico del loro autore, che pure ammise in molte occasioni di servirsene
soltanto come mezzo di controllo, ovvero in ausilio a un processo attributivo che si è fin qui
dimostrato essere affatto intuitivo:
Alcuni miei avversari in Germania mi rimproverano, non so se per ignoranza o malevolenza, di
supporre di poter riconoscere un maestro già solo per la forma della mano, delle unghie,
dell’orecchio o delle dita dei piedi. Ma io non sono così ingenuo. Quel che io credo è che le
forme in generale, e quelle dell’orecchio e della mano in particolare, ci servono a distinguere
con maggior sicurezza l’opera del maestro da quella del suo imitatore, e così aiutano a
69
controllare l’indicazione dell’impressione complessiva.
Vedere è il frutto di un’azione intesa alla conoscenza dell’oggetto in esame. Ogni giudizio
artistico è però il risultato di una comparazione che si verifica inconsciamente e per
contrasto. 70 Per il connoisseur si tratta di fare propria l’opera d’arte schedandone la
percezione visiva in una sorta di album della memoria personale pronto a schiudersi per
evocazione di fronte a un altro dipinto o disegno da attribuire.
Se la memoria dell’emozione è istintuale, quella visiva necessita però di appigli e punti di
riferimento con i quali nutrire il proprio ricordo una volta lontani dall’originale. "[O]gni arte
dimanda i suoi strumenti", scrive Leonardo in un celebre aforisma. 71 In quanto arte dello
sguardo, disciplina sospesa tra Wissen e Können, conoscenza e savoir-faire, anche la
connoisseurship possiede i propri. Si tratta più precisamente di quei documenti che vengono
a sostegno della memoria visiva traducendo l’oggetto di studio in un simulacro di riferimento,
sia esso di natura evocativa o imitativa. In particolare il pensiero va qui alla descrizione
letteraria o ékphrasis, alle stampe di riproduzione, 72 al disegno, e soprattutto alla fotografia.
Simili filtri mnemonici esercitano un’influenza determinante sul processo cognitivo di chi se
15
ne serve, orientandone lo sguardo e, di conseguenza, influenzandone il giudizio sull’opera e
l’approccio tout court alla storia dell’arte.
Non è certamente questa la sede per ripercorrere le complesse fasi di transizione che fra la
fine del Settecento e l’inizio del Novecento videro l’evoluzione metodologica della scienza
dell’arte; né tanto meno per valutare l’influenza esercitata dalla trasmissione mediale delle
immagini sulla letteratura storico artistica. 73 Ciò che qui preme sottolineare sulla scorta di
alcuni casi particolari sono piuttosto il contributo e le interferenze apportate alla
connoisseurship otto- e novecentesca dall’utilizzo di strumenti ausiliari in grado di potenziare
la memoria e quindi lo studio comparativo degli originali.
Dal disegno alla fotografia: sulle tracce di Cavalcaselle e Morelli
È disegnando che si corregge e precisa la propria visione, interrogandone allo stesso tempo
la correttezza. 74 La forza di astrazione della linea tracciata sulla carta favorisce un accesso
privilegiato al sapere permettendo sia di studiare analiticamente le forme sia di affinare la
propria percezione del mondo. Fino all’avvento della fotografia, che pure mai riuscì a
sostituirvisi completamente, il disegno è stato senza dubbio lo strumento per eccellenza della
ricerca storico-artistica e basti pensare all’uso che ne fecero celebri storici dell’arte come
Burckhardt 75 e Heinrich Wölfflin (1864-1945), 76 che pure furono anche appassionati
collezionisti e fruitori di riproduzioni fotografiche.
Secondo Raphael Rosenberg i motivi che spingono l’artista a disegnare sono tre: illustrare
(Abbilden), imparare (Lernen), comprendere (Verstehen). 77 Susanne Müller-Bechtel ha
recentemente ripreso e svolto questo trinomio servendosene per descrivere i due momenti
fondamentali della scienza dell’arte. Sovvertito l’ordine proposto da Rosenberg, ed esclusa
l’intenzione di apprendimento tecnico propria alla prassi artistica, la studiosa ha riassunto
nella coppia riconoscere/trasmettere (Erkennen/ Vermitteln) i due momenti fondamentali del
lavoro dell’esperto d’arte e li ha applicati in maniera esemplare al metodo di ricerca storicoartistica di un grande conoscitore quale fu Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-1897). 78
Dall’analisi rigorosa di una selezione dei disegni di affreschi realizzati da quest’ultimo e
conservati nella Biblioteca Marciana di Venezia, emergere un quadro teorico del processo
visivo di Cavalcaselle che certamente è fra i più affascinanti per la ricostruzione della storia e
delle metodologie della connoisseurship ottocentesca. Cavalcaselle, "the eye", eseguiva i
propri disegni, gli stessi che poi Joseph Archer Crowe (1825-1896), "the synthesizer and
historian", 79 avrebbe reinterpretato e tradotto in inglese durante la stesura della New History
of Painting in Italy (1864-1866), sempre rigorosamente di fronte agli originali, corredandoli di
alcune annotazioni scritte laddove essi necessitassero di ulteriori indicazioni, suggerendo
somiglianze con altre opere note, formulando e riformulando attribuzioni. I disegni di
Cavalcaselle non soltanto denotano un ottimo controllo del mezzo grafico e capacità di
16
sintesi bensì soprattutto un approccio all’opera che avviene su tre livelli complementari: alla
visione prospettica totale o parziale – particolarmente funzionale per lo studio degli affreschi
– Cavalcaselle combina sia uno studio attento dei dettagli dell’opera e del sistema decorativo
entro il quale si inserisce la scena raffigurata, sia la capacità di riassumere schematicamente
le composizioni. L’opinione critica di Cavalcaselle si basa sulla rielaborazione di questa
osservazioni molteplici raccolte di fronte agli originali. 80 Tuttavia, per quanto animati da un
desiderio di oggettività scientifica, i suoi disegni rimangono pur sempre il frutto di uno
sguardo soggettivo e perciò involontariamente selettivo. Cavalcaselle vede e sceglie quello
che il suo intuito lo orienta a vedere e scegliere. 81
Anche Morelli si servì del disegno come strumento di studio, sebbene in misura e secondo
modalità affatto diverse rispetto a Cavalcaselle. Illustra molto bene questa differenza
nell’approccio metodologico dei due connoisseurs il paragone dei taccuini di viaggio di
Morelli e Cavalcaselle risalenti all’epoca della loro comune missione in Umbria e nelle
Marche (1861), quando furono incaricati dal Ministro della Pubblica Istruzione Francesco De
Sanctis (1817-1883) di identificare e censire il patrimonio artistico delle corporazioni religiose
soppresse e avviare così il progetto di un inventario nazionale dei beni culturali (figg. 7-8). 82
7. Giovanni Battista Cavalcaselle, disegni del Polittico di
Sant’Antonio di Piero della Francesca (1406/1412 – 1492; oggi
conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia).
Biblioteca Marciana, Venezia
17
8. Giovanni Morelli, disegno della pala con la Comunione degli
Apostoli di Giusto di Gand (1435/1440 - dopo il 1475; oggi
conservata nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino).
Archivio privato Zavaritt, Gorle (Bergamo)
Benché Morelli fosse un discreto disegnatore, 83 la sua trasposizione grafica delle opere
d’arte è scarna e schematica, subordinata a una descrizione che è sempre e
fondamentalmente verbale. 84 L’attenzione per il dettaglio, una costante del metodo
sperimentale e della scrittura morelliani, non trova quasi alcuna corrispondenza nei disegni di
viaggio che egli, come Cavalcaselle, eseguì di fronte alle opere. Essi si riducono piuttosto a
rari bozzetti, delineati con pochi e rapidi tratti di matita sul taccuino, e pressoché indecifrabili
se non fosse per merito del testo che li accompagna. Una resa grafica scarna e
approssimativa che però, lungi dal denotare "un linguaggio infantile e ingenuo" del suo
autore, 85 è perfettamente congruente con quanto osservato poc’anzi: Morelli si lascia
influenzare dall’impressione visiva suscitatagli da una composizione, dalla bellezza di un
viso, da un colorito o un paesaggio caratteristici, precisando la propria ipotesi soltanto in un
secondo momento alla luce di un’autopsia descrittiva dell’opera tesa alla ricerca paleografica
e si direbbe induttiva di quei dettagli anatomici che, per comparazione, soli sono in grado di
confermare la sua prima intuizione. È sempre nelle annotazioni di accompagnamento agli
schizzi che Morelli delucida e ricostruisce le proprie attribuzioni a colpi di paragone, senza
riuscire però a trasmettere con chiarezza il processo mentale che lo ha portato al risultato
finale. 86 I taccuini più che i suoi studi critici sulle gallerie romane e tedesche sono "un
esempio unico del procedimento attributivo così come Morelli lo utilizzava nella pratica". 87
Essi dimostrano che egli faceva affidamento tanto sull’impressione generale suscitata dalla
"posizione e il movimento del corpo umano, la forma del viso, il colorito, il
panneggiamento", 88 che su quelle forme anatomiche o sul paesaggio che egli riteneva
caratteristiche e individuali di ciascun maestro, del resto non sdegnando neppure l’uso di
18
documenti d’archivio. 89 Un esempio efficace di questo atteggiamento attributivo è fornito
dalle descrizioni che nel suo taccuino Morelli propone rispettivamente della Comunione degli
Apostoli di Giusto di Gand (1435/1440 - dopo il 1475) 90 e dell’affresco di Piero della
Francesca (1406/1412 - 1492) con Sigismondo Malatesta inginocchiato davanti a san
Sigismondo nel Tempio Malatestiano a Rimini, due dei rari casi in cui il connoisseur
accompagna il proprio commento con un disegno (figg. 8-9):
Nella cappella delle reliquie, sopra la / parete dell’uscio d’ingresso, affresco rappresentante /
Sigismondo Malatesta inginocchiato dinanzi a / s. Sigismondo assiso in trono collo scettro
nella / destra, una palla d’oro nella sinistra e poggiata / sul ginocchio sinistro. Ha un manto
nero/ foderato di ceruleo – una veste biancastra / arabescata – in capo un berrettone – barba /
bianca – Pandolfo con zazzera corta nera, / a mani giunte, inginocchiatogli dinanzi. / Sopra un
tappeto arabescato, // la sua tunica biancastra, arabescata, coll’orlo / nero è simile a quella del
santo, i suo’ calzoni / sono rossi color quadrello scuro, stivaletti quasi / del medesimo colore –
dietro a lui stanno sdraiati / in terra due cani levrieri, l’uno nero, l’altro / bianco – Sigismondo
ha l’aria di uomo sui / 40 anni, visto di profilo, naso regolare diritto, occhio scuro, le mani
grassotte. / [disegno, copia della firma e della data 1451] / I cani fatti con molta scienza (del
vero), Sigismondo non / ha che una gamba e un braccio – affresco discretamente / ben
91
conservato.
Gesù Cristo ha veste cerulea sporca – gli angeli in alto / vesti argenteo-ceruleo chiare, con
pieghe stracariche/ alla fiamminga – bellissime le teste degli apostoli / inginocchiati – il
vecchio (b) dietro la tavola è / una testa stupenda – a) è un angelo in bianca veste / che serve,
egli depone un fiasco sulla tavola. / F.C. è il ritratto di Federico da Montefeltro./ Pare dipinto a
92
olio sulla tela, che ha sofferto alquanto. / V’è una prospettiva lineare.
9. Giovanni Morelli, disegno dell’affresco raffigurante
Sigismondo Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo
di Piero della Francesca (1406/1412 – 1492; Tempio
Malatestiano, Rimini). Archivio privato Zavaritt, Gorle
(Bergamo)
Morelli muove sempre da una descrizione generale per soffermarsi sui particolari soltanto in
seconda istanza. Il disegno approssimativo e la descrizione evocativa dell’immagine, delle
teste caratteristiche, del colorito o del paesaggio, sono complementari e ricalcano il
19
movimento dell’occhio del connoisseur. Dall’impressione iniziale egli zooma verso il dettaglio
per trovarvi conferma di "quanto dall’occhio intelligente / viene a prima vista giudicato […]". 93
I metodi e i modelli della scienza dell’arte si modificano in risposta ai bisogni conoscitivi di
ogni epoca. 94 Nel 1861, Morelli era ancora manifestamente sotto l’influenza di un modello
letterario e descrittivo che si era rivelato dominante durante la prima metà dell’Ottocento.
Soltanto qualche anno più tardi la diffusione della fotografia avrebbe colmato quel bisogno di
oggettività conoscitiva che né il disegno né la parola erano stati capaci di offrirgli, supplendo
definitivamente all’urgenza descrittiva ancora dominante nei suoi taccuini di viaggio. 95
Animato da un intento didattico e ben conscio del carattere soggettivo della visione e
dell’incapacità delle parole a trasmettere quanto esperito, Morelli sceglie di illustrare le
proprie pubblicazioni servendosi sia di disegni caricati delle forme caratteristiche dei maestri
rinascimentali italiani 96 sia di riproduzioni fotografiche in bianco e nero. È nell’incontro fra
testo, caricatura e fotografia che il connoisseur spera di chiarire la propria performance
attributiva e di riuscire a trasmettere ai lettori i segreti del suo processo cognitivo.
Cavalcaselle invece, pur facendo ricorso alle riproduzioni fotografiche, rimase sempre fedele
al disegno, certamente più soggettivo ma forse per questo meglio atto a un processo
attributivo che proprio nella capacità di sintesi del suo autore traeva la propria eccellenza.
Benché la fototeca di Giovanni Morelli non sia ancora stata ricomposta in maniera completa,
essa doveva certamente raccogliere un atlante di immagini molto ben fornito, destinato a
integrare perfettamente la biblioteca di studio del critico. 97 Le fotografie in bianco e nero si
adattavano del resto perfettamente al metodo morelliano, che tendeva a concedere
maggiore importanza alla forma e alla linea. 98 Morelli, cliente abituale di numerose case
fotografiche come le italiane Alinari e Brogi, ma soprattutto la francese Braun, nelle sue
pubblicazioni e nelle lettere a Jean Paul Richter 99 molto spesso identifica le opere d’arte
servendosi della numerazione adottata nei cataloghi fotografici consultati invece di rifarsi a
quella inventariale ufficialmente in uso nei musei di volta in volta esaminati. 100 Si tratta per la
verità di una pratica molto diffusa verso la fine dell’Ottocento, giacché simili archivi fotografici
erano di facile accesso a livello europeo, universalmente condivisi e noti fra gli studiosi e i
conoscitori d’arte. 101 A riprova di questo attaccamento di Morelli alla fotografia, sia qui
ricordato che proprio le fotografie di disegni pubblicate da Braun e febbrilmente consultate
con frequenza giornaliera durante numerosi soggiorni parigini fra il 1881 e il 1887 avrebbero
costituito la base di studio del catalogo critico dedicato ai disegni italiani riprodotti
fotograficamente da Braun, lavoro scritto a quattro mani con il collezionista e amatore d’arte
Edward Habic (1818-1901). 102
Fin dagli anni 1870, ma soprattutto nel corso del decennio successivo, la fotografia si
trasforma nello strumento di studio privilegiato di Morelli, affrancandolo definitivamente dal
bisogno di descrivere dettagliatamente le opere e, talora, di copiarle disegnando. In Principio
20
e metodo Morelli esorta il conoscitore d’arte a vivere fra le sue fotografie come il botanico e il
geologo vivono fra le piante e i fossili che studiano. Egli aggiunge tuttavia che, se
abbastanza agiato, egli dovrebbe anche circondarsi di una collezione di dipinti o sculture. 103
L’atteggiamento di Morelli rispetto alle riproduzioni fotografiche è quindi ben lontano dal
contraddire il postulato che vuole definire la connoisseurship un’arte che si pratica sempre di
fronte all’orginale. A differenza dell’entusiasmo dimostrato da storici dell’arte come Herman
Grimm (1828-1902), Wilhelm Lübke (1826-1893) e Jacob Burckhardt, il connoisseur Morelli
non si lasciò mai deviare dalla fotografia per la sua pratica attributiva, servendosene soltanto
come mezzo e mai come fine del proprio studio. 104
"Connoisseurship in crisis?" 105
A partire dagli anni 1860, nessun grande storico dell’arte e connoisseur ha più potuto fare a
meno di raccogliere una collezione esaustiva di fotografie delle opere studiate.
"Photographs! Photographs! In our work one can never have enough", 106 esclama Berenson
nel 1932; "Vince chi ha più fotografie", afferma lapidario Erwin Panofsky. 107 Da Burckhardt a
Zeri, molti sono gli storici dell’arte e conoscitori che, avendo compreso l’importanza di questo
medium per la disciplina storico-artistica, lasciarono in eredità fototeche fornitissime. Si tratta
di materiale prezioso non soltanto perché esso spesso raccoglie annotazioni manoscritte che
permettono talora di ricostruire l’evoluzione del giudizio sull’opera e del percorso attributivo,
ma soprattutto perché costituisce la memoria della disciplina storico artistica e ne
rappresenta in nuce il potenziale epistemologico. 108
Questi collezionisti di immagini affinavano però il proprio giudizio servendosi delle fotografie
soltanto come dei memoranda, strumenti ausiliari che completavano e mai si sostituivano
allo studio dal vivo delle opere d’arte. Lo stesso Burckhardt, pur ammettendo di usare talora
le fotografie come rimpiazzo (Ersatz) di un originale che non potesse essere esperito dal
vero, 109 avrebbe continuato fin in età avanzata a coltivare un rapporto privilegiato con
l’originale, fonte primigenia delle sue esperienze emozionali:
Dall’Italia, che ancora amo dolorosamente, mi faccio recapitare mucchi di fotografie, ma non è
110
mai come l’osservazione diretta di cui un tempo potei riccamente approfittare.
Ciononostante, è innegabile che la diffusione commerciale della fotografia rivoluzionò
immediatamente non soltanto la pratica della connoisseurship e l’insegnamento della storia
dell’arte – si pensi soltanto all’impatto che ebbe l’introduzione delle diapositive durante le
lezioni universitarie – 111 bensì soprattutto il modo di vedere e di entrare in relazione con
l’originale, mutando per sempre la nostra percezione del mondo e quindi dell’arte. In quanto
surrogato dell’originale la fotografia permette di svincolare le opere sia dal loro contesto di
conservazione sia dalle loro dimensioni reali. La possibilità di conservare molte immagini in
cartelle e album fotografici consente di portarle con sé ovunque, collezionarle, ordinarle e
21
soprattutto compararle le une alle altre. 112 A pochi anni dalla sua commercializzazione, la
fotografia iniziò perciò nolens volens a sostituirsi progressivamente ma inesorabilmente
all’originale. Un’evoluzione non scevra di rischi per uno strumento nato con funzioni ausiliarie
alla visione e alla memoria, destinata a esacerbarsi ancor più con l’introduzione e il
perfezionamento della fotografia a colori.
Max Friedländer, che pure possedeva un ricchissimo archivio fotografico, 113 mette in guardia
dai pericoli legati a un uso indiscriminato di questo strumento:
Sempre più assiduamente si fotografa e si pubblica; archivi comodamente accessibili
contengono enormi quantità di riproduzioni, mentre per molti studiosi d’arte diventa più difficile
viaggiare. Quindi la critica stilistica si esercita sempre più su fotografie. Le tristi conseguenze
di questo fatto non sono un segreto. Già il possedere una riproduzione fotografica o la
sicurezza di poterne avere una diminuisce l’attenzione che si dedica all’originale. […]
Veramente, la fotografia è diventata indispensabile, è un ausilio prezioso; ma deve essere
usata con giudizioso ritegno. Non deve prendere il posto dell’originale. […]
Alla riproduzione, oltre il colorito, mancano la tessitura cromatica, lo splendore, la luminosità,
la levigatezza, l’asprezza, la granulosità, l’impasto. L’effetto indivisibile che scaturisce dal
complesso non può essere trasmesso da una riproduzione così frammentaria. […]
Si dovrebbero utilizzare le fotografie, per destare e rafforzare il ricordo degli originali, ma, per
quanto è possibile, escluderle dall’indagine critica. Nell’argomentazione e nella dimostrazione
114
a posteriori dell’opinione acquisita di fronte all’originale, esse renderanno buoni servizi.
La fotografia, supplendo alle crescenti difficoltà di viaggiare e di studiare le opere dal vero
che caratterizzarono gli anni fra le due guerre mondiali, si era ormai sostituita all’originale.
Essa vi era riuscita al punto di avere un’influenza determinante perfino sull’orientamento
della storia dell’arte che, per citare un passaggio molto spesso ricordato dal Musée
imaginaire (1947) di André Malraux (1901-1976), a partire dalla seconda metà dell’Ottocento
diviene sempre più "l’histoire de ce qui est photographiable". 115 Non è per esempio un caso
se l’egemonia della linea e del disegno toscani garantita dall’uso delle incisioni prima e delle
riproduzioni in bianco e nero poi avrebbe lasciato spazio a un rinnovato interesse per gli
aspetti cromatici della pittura veneziana solamente in seguito all’introduzione della fotografia
a colori.
Malraux, persuaso che la fotografia evocasse o suggerisse i capolavori riprodotti, senza mai
rivaleggiarvi, 116 costruisce il suo testo intorno all’idea che "le monde des photographies n’est
que le serviteur du monde des originaux", ma ammette che il primo implichi un atto creativo
sul secondo, plasmandone la percezione. 117 Si tratta di un argomento di importanza cruciale
per il delicato equilibrio su cui si costruisce il rapporto fra originale e fotografia e che era già
stato polemicamente affrontato da Wölfflin, convinto che le sculture rinascimentali dovessero
essere fotografate esclusivamente rispettando il punto di vista voluto dall’artista. 118
L’interferenza dell’occhio del fotografo è equiparabile a quella del disegnatore che copia
un’opera, un aspetto che anche Offner aveva messo in evidenza a proposito della fotografia
in bianco e nero:
22
If photography were an entirely mechanical process it would render pictorial object with a
calculable difference from it. Unhappily, photography is largely an interpretative affair. It has
this in common with general artistic practice, that the result is determined by the whim and
genius of the operator, and the camera is only one of the determinants of the result. The
operator of the machine adjusts it to those factors in the object which the human eye, subject
119
to individual variability, distinguishes in it.
Malgrado i limiti imposti da tale soggettivismo, simulando l’originale con precisione quasi
assoluta, conclude Offner, la fotografia rimane tuttavia "the best available simulation of the
original, and the only corrective of the verbal system." 120
Con il perfezionamento della fotografia a colori e delle tecniche di riproduzione si è sempre
più logorata la distanza di sicurezza che separa originale e riproduzione, accentuando il
rischio di un’identificazione dell’opera d’arte con la sua immagine, o meglio, con le sue
immagini virtuali. 121 Ai mezzi di ricerca più tradizionali si sono progressivamente aggiunti a
partire dalla prima metà del Novecento e sempre più nel corso degli ultimi decenni non
soltanto esami tecnici di laboratorio – un aspetto che esula dai confini necessariamente
imposti a questa trattazione –, 122 ma soprattutto l’immagine fotografica digitale e,
congiuntamente, la possibilità pressoché illimitata di accedere via Internet a banche dati e
informazioni prima altrimenti consultabili soltanto in archivio. I grandi musei del mondo intero
permettono sempre più spesso un accesso on-line ai database delle loro collezioni. Inoltre la
diffusione di meta-motori di ricerca interistituzionali consente di interrogare
contemporaneamente più banche dati e, con un po’ di abilità, ottenere in pochi secondi sia
innumerevoli immagini dell’opera ricercata (intera, dettaglio, in bianco e nero o a colori), sia
preziose informazioni relative alla sua provenienza, all’interpretazione iconografica, alla sua
fortuna critica e perfino una lista bibliografica di approfondimento. Dal "museo immaginario"
di Malraux si è letteralmente passati al museo virtuale. Grazie al Google Art Project, raccolte
di immagini ad alta risoluzione sono ormai pressoché liberamente accessibili in rete
consentendo all’internauta un’esplorazione virtuale di moltissime collezioni internazionali. In
queste immagini l’autenticità è suggerita con perfezione tale che si rischia di far dimenticare
la perdita del contesto e dell’aura così come viene descritta da Walter Benjamin (18921940), ovvero la differenza che intercorre fra esse e l’originale. 123 Se fino alla metà del
secolo scorso gli strumenti di studio, ivi compresa la fotografia, non si sostituirono mai
completamente all’incontro diretto con l’opera, bensì semmai servivano a potenziare le
capacità mnemoniche e di osservazione dell’esperto, oggi sempre di più l’immagine
bidimensionale 124 costituisce il nostro accesso privilegiato all’opera, ne precede perfino
l’incontro e modella la nostra capacità di osservazione, fissando preconcetti difficilmente
smontabili a posteriori.
Un’altra conseguenza ben più critica dell’uso odierno che si fa della fotografia e del digitale è
che sempre più spesso quelli che si ritengono essere connoisseurs contemporanei offrono la
loro expertise a importanti case d’asta internazionali soltanto sulla base di fotografie – in
23
alcuni casi inviate perfino via e-mail –, e contribuiscono in questo modo alla vendita sul
mercato dell’arte di opere che non hanno mai visto e che spesso hanno provenienza incerta
o sono senza storia né documentazione. 125 Senza voler mettere in discussione la
competenza di questi esperti, varrebbe la pena di chiedersi se, a monte di quanto fin qui
osservato, sia davvero possibile ritenere valida un’attribuzione formulata basandosi soltanto
su fotografie.
Già negli anni 1920, Friedländer denunciava la crisi in cui verteva la connoisseurship e
sosteneva che il responsabile di una simile involuzione fosse proprio un mercato dell’arte
sregolato e a caccia di affari. Nel suo saggio Sulla nozione di expertise (Über das
Expertisenwesen, 1921) riporta non senza sarcasmo il caso di un ignoto pseudo-connoisseur
di Amburgo "che si faceva chiamare connoisseur e scriveva expertise a tariffa oraria, per
dipinti che nemmeno aveva mai visto o che neppure erano ancora stati eseguiti." 126 In diretta
opposizione a simili grottesche caricature, il primo consiglio di Friedländer a collezionisti e
appassionati era chiaro: "Fidatevi dei vostri propri occhi, osservate attentamente i dipinti,
sforzatevi di divenire voi stessi connoisseurs." 127 Per affrancarsi dalle catene di un mercato
senza scrupoli, Friedländer esorta insomma i suoi lettori a praticare lo stesso dilettantismo
che era stato ispirato da Morelli e preconizzato da Richardson.
Nonostante le divergenze metodologiche e le dispute attributive, quello di Friedländer è un
punto di vista condiviso dalla maggior parte dei connoisseurs e storici dell’arte dei quali si è
qui cercato di riassumere brevemente l’esempio. La competenza dell’opera si acquisisce
innanzitutto sul campo, nei musei e nelle collezioni private, pena una separazione arbitraria
della disciplina storico artistica dalla suo oggetto di studio principale. All’epoca di Morelli
come oggi, con o senza fotografie e banche dati a disposizione, i primi e più efficaci
strumenti di lavoro del connoisseur e del conservatore al museo sono indiscutibilmente la
capacità di vedere e l’intuito sviluppato grazie a questo allenamento continuo dell’occhio. Un
occhio esercitato di fronte all’originale e sulle forme caratteristiche di una scuola o di un
artista.
Valentina Locatelli
Basilea, ottobre 2013
Crediti fotografici
Figg. 1-4
Fotografie di Valentina Locatelli
Fig. 5
Immagine tratta da The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002
Fig. 6
Immagine tratta da Correggio, a cura di Lucia Fornari Schianchi, cat. mostra, Parma, Galleria
Nazionale, Camera di San Paolo / Cattedrale, Chiesa di San Giovanni Evangelista, 20
settembre 2008 – 25 gennaio 2009, Milano 2008, cat. n. IV.31, p. 358
Fig. 7
24
Immagine tratta da Donata Levi, "Il viaggio di Morelli e Cavalcaselle nelle Marche e
nell’Umbria", in: Giovanni Morelli e la cultura dei conoscitori. Atti del Convegno
Internazionale (Bergamo, 4-7 giugno 1987), a cura di Giacomo Agosti et al., 3 voll., Bergamo
1993, I, pp. 133-148, III, fig.12
Figg. 8-9
Immagini tratte da Jaynie Anderson, I Taccuini manoscritti di Giovanni Morelli, Milano 2000,
p. 50, disegno XIV e p. 45, disegno VIII
Il presente saggio riprende e amplia il testo di una conferenza tenuta dalla sua autrice presso
l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma in occasione del primo congresso del Rome Art History
Network sul tema "La storia dell'arte tra scienza e dilettantismo. Metodi e percorsi", organizzato da
Marcel Henry e Ariane Varela Braga in cooperazione con l’Istituto Svizzero e sotto il patrocinio
dell’Università di Roma "Tor Vergata" (24 aprile 2012).
Per facilitare la lettura del saggio si è scelto, fatta eccezione per il suo titolo, di citare i testi tedeschi
sempre in traduzione italiana, riportando in nota l’originale tedesco soltanto qualora la traduzione
proposta sia stata redatta da chi scrive. Le citazioni in inglese e francese sono invece segnalate
esclusivamente nella lingua originale.
1
La citazione nel titolo rimanda al seguente verso scritto all’inizio del XVIII secolo dal poeta tedesco
Barthold Heinrich Brockes (1680-1747): "Es sey das Sehen eine Kunst, sowohl als Schreiben oder
Lesen, wozu wir den Verstand sowohl, als wie zu allen anderen Schlüssen, ja öfters andre Sinnen
mehr, um recht zu sehen, gebrauchen müssen" ("Vedere è un’arte, come scrivere o leggere, e, come
per tutti gli altri scopi, anche per vedere correttamente dobbiamo servirci spesso sia della ragione sia
ancor più degli altri sensi"), Barthold Heinrich Brockes, Bewährtes Mittel für die Augen, in: Id.,
Irdisches Vergnügen in Gott, 9 voll., Amburgo 1721-1748, VII, p. 663; il brano è citato anche da
Roland Recht in un capitolo del suo libro costruito intorno alla lettera che nel 1839 Alexander von
Humboldt (1769-1859) scrisse a Carl Gustav Carus (1789-1869) per comunicargli le sue impressioni
sul nuovo procedimento fotografico del dagherrotipo, e a partire dalla quale Recht ripercorre
l’evoluzione della storia dello sguardo fra Settecento e Ottocento: Roland Recht, La Lettre de
Humboldt, du jardin paysager au daguerréotyp, Parigi 1989, pp. 17-18.
2
Si tratta di un panorama disciplinare descritto in simili termini già alla fine degli anni 1980 anche da
David Ebitz, "Connoisseurship as Practice", in: Artibus et Historiae vol. 9, n. 18 (1988), pp. 207-212,
qui pp. 207-208. Per un plaidoyer della connoisseurship tradizionale e per le sue variazioni
contemporanee si veda anche David Carrier, "In Praise of Connoisseurship", in: The Journal of
Aesthetics and Art Criticism vol. 61, n. 2 (2003), pp. 159-169.
3
A tal proposito si rimanda qui alla recente bibliografia riassuntiva sull’argomento pubblicata in "Le
connoisseurship et ses révisions méthodologiques. Points de vue de Frédéric Elsig, Charlotte
Guichard, Peter Parshall et Philippe Sénéchal, avec Philippe Bordes", in: Perspective. La revue de
l’INHA n. 3 (2009), pp. 344-356, qui p. 356. Sia inoltre ricordato il testo canonico sull’argomento: Carol
Gibson-Wood, Studies in the Theory of Connoisseurship from Vasari to Morelli, New York et al. 1988.
Si segnala inoltre il volume di Gigetta Dalli Regoli dedicato alla metodologia e al percorso attributivi e
corredato di casi pratici raccolti dall’autrice a scopo esemplare: Gigetta Dalli Regoli, L'attribuzione
dell'opera d'arte. Itinerari di ricerca fra dubbi e certezze, Pisa 2003.
4
John Pope-Hennessy, "Connoisseurship", in: Id., The Study and Criticism of Italian Sculpture, New
York 1980, pp. 11-38, qui p. 11.
5
Johann Joachim Winckelmann, Storia dell’arte dell’antichità [Geschichte der Kunst des Altertums,
1764], a cura di Fabio Cicero, con testo tedesco a fronte, Milano 2003, p. 33. Il passaggio è citato
parzialmente anche da Fabio Cicero nell’ introduzione al libro, pp. v-xxii, qui p. viii.
6
Winckelmann, Storia dell’arte dell’antichità, op. cit., 2003, p. 11.
7
Recht, La lettre de Humboldt, op. cit., 1989, p. 17.
25
8
Johann Wolfgang Goethe, La teoria dei colori [Zur Farbenlehre,1810], a cura di Renato Troncon,
introduzione di Giulio Carlo Argan, Milano 2008, p. 7.
9
Una ricchissima letteratura critica è stata dedicata nel corso degli ultimi vent’anni a questo episodio.
Si rimanda qui in particolare agli studi di Oskar Bätschmann, "Der Holbein-Streit: Eine Krise der
Kunstgeschichte", in: Kennerschaft, a cura di Thomas W. Gaehtgens e Peter-Klaus Schuster, Berlino
1996, (supplemento a Jahrbuch der Berliner Museen, nuova serie, vol. 38), pp. 87-100. Di imminente
pubblicazione anche la monografia di Laura Bader, Bild-Prozesse im 19. Jahrhundert: Der HolbeinStreit und Ursprünge der Kunstgeschichte, Monaco 2013.
10
Bartholomäus Sarburg (ca. 1590 - dopo il 1637), copia da Hans Holbein il giovane, Madonna del
borgomastro Meyer, olio su tavola, 159 x 103 cm, Dresda, Gemäldegalerie, Gal.-Nr. 1892.
11
"[…] in der ganzen reichen Dresdener Sammlung das einzige [Bild], das einigermaßen die tödliche
Nähe der sixtinischen Madonna aushält", Jacob Burckhardt, "Über die Echtheit alter Bilder"
[conferenza del 21 febbraio 1882], in: Id., Die Kunst der Betrachtung. Aufsätze und Vorträge zur
bildenden Kunst, a cura di Henning Ritter, Colonia 1984, pp. 281-291, qui p. 288.
12
Hans Holbein il giovane, Madonna del borgomastro Meyer, olio su tavola, 146,5 x 102 cm,
collezione Würth, Schwäbisch Hall, Johanniterkirche.
13
Si pensi soltanto alle dispute che videro coinvolti Wilhelm von Bode e Giovanni Morelli: cfr. Irene
Geismeier, "Der 'gefürchtete' Bode. Kunstkennerschaft am Museum", in: Giovanni Morelli e la cultura
dei conoscitori. Atti del Convegno Internazionale (Bergamo, 4-7 giugno 1987), a cura di Giacomo
Agosti et al., 3 voll., Bergamo 1993, I, pp. 61-68; Jaynie Anderson, "The Political Power of
Connoisseurship in Nineteenth-Century Europe: Wilhelm von Bode versus Giovanni Morelli", in:
Kennerschaft, op. cit., 1996, pp. 107-119.
14
"Nun ist es ja allerdings wahr, daß vier Augen mehr und besser sehen als zwei, daß zwei
Kunstkenner, die sich gut verstehen, sich durch gegenseitige Mitteilung und Vergleichung ihrer
Erfahrung wesentlich unterstützen und fördern können. Allein ob auch achtundzwanzig Augen besser
sehen als zwei, ist eine ganz andere Frage.", Burckhardt, "Über die Echtheit alter Bilder", op. cit.,
1984, p. 288.
15
Wilhelm Schlink ricorda a tal proposito come nella primavera del 1875 Burckhardt si sia recato a
Roma in compagnia di Wilhelm von Bode allo scopo di percorrere intere gallerie come la Pinacoteca
vaticana e la Galleria Borghese, con occhio critico e attento all’originalità e allo stato di conservazione
delle opere, Wilhelm Schlink, "Le 'rôle' de l’historien de l’art", in: Reliere Burckhardt, a cura di Matthias
Waschek (ciclo di conferenze, Parigi, Louvre 25 novembre - 16 dicembre 1996), Parigi 1997, pp. 2353, qui p. 39. Sul rapporto di Burckhardt con gli originali si veda anche il riferimento riportato alla nota
110 del presente saggio.
16
"Wohl ist es etwas Herrliches, einen großen Meister in seinen Werken kennenzulernen, in seinen
Geist einzudringen. Allein auch das andere hat sein Recht und seinen Vorzug, keine Sorge zu hegen,
ob das Bild auch echt benannt sei, wenn es nur in uns die Schwingungen des wahren Schönen
hervorbringt, wenn es nur unseren inneren idealen Sinn ergreift und uns als ein Symbol des
Allerhöchsten erscheint. Allein die Leute sind selten, die so denken; der Vortragende erinnert sich mit
Vergnügen an einen liebenswürdigen alten Mailänder, Besitzer einer sehr wertvollen, ausgewählten
Privatgalerie, der jede Untersuchung der Herkunft seiner Bilder lächelnd ablehnte mit den Worten:
'Purchè la roba sia buona, non mi curo di saperne l’autore.' (Wenn nur die Ware gut ist, was
kümmert’s mich, wer sie gemacht hat!) Das war ein Philosoph.", Burckhardt, "Über die Echtheit alter
Bilder", op. cit., 1984, p. 291. La frase in corsivo è in italiano nel testo originale.
17
Moltissimo è stato detto e scritto su Morelli e sul suo celebre e spesso aspramente criticato metodo.
Per un ritratto biografico aggiornato e una sintesi della letteratura recente sull’argomento si veda
Tommaso Casini, "Morelli, Giovanni Giacomo Lorenzo", in: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma
2012, vol. 76, edizione Treccani online: http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-giacomo-lorenzomorelli_%28Dizionario-Biografico%29/ (pagina consultata il 27 novembre 2012).
18
Sulla relazione fra Morelli e Burckhardt si veda Wilhelm Schlink, "Giovanni Morelli und Jacob
Burckhardt", in: Giovanni Morelli e la cultura dei conoscitori, op. cit., 1993, I, pp. 69-81.
26
19
Jacob Burckhardt, “Gemälden des Senators Giovanni Morelli in Bergamo” (conferenza tenuta alla
Historische und Antiquarische Gesellschaft di Basilea il 24 marzo 1892, ricordata in "Referat 'NationalZeitung', Nr. 73, vom 26. 3. 1892"), in: Id., Vorträge 1870-1892, a cura di Maurizio Ghelardi et al.,
Monaco 2003, pp. 637-639. Purtroppo il testo originale del discorso non si è conservato.
20
Schlink, "Giovanni Morelli und Jacob Burckhardt", op. cit., 1993, p. 78.
21
"Nichts fördert unsere Kennerschaft mehr als Bilderankäufe – dies weiß ich aus eigener Erfahrung.",
lettera di Giovanni Morelli a Jean Paul Richter, 26 giugno 1884, in: Italienische Malerei der
Renaissance im Briefwechsel von Giovanni Morelli und Jean Paul Richter, a cura di Irma Richter e
Gisela Richter, Baden Baden 1960, pp. 334-336, qui p. 335.
22
Jacob Burckhardt, L’arte italiana del Rinascimento. I collezionisti [Die Sammler, pubblicato postumo
nel 1898], a cura di Maurizio Ghelardi e Susanne Müller, Venezia 1995, p. 5.
23
Si veda il passaggio della lettera che Goethe scrisse al Cancelliere von Müller due anni prima di
morire citata da Gabriella Catalano nell’introduzione a Johann Wolfgang Goethe, Il collezionista e la
sua cerchia [Der Sammler und die Seinigen, 1799], a cura di Gabriella Catalano, Napoli 2000, pp. 120, qui p. 12.
24
Goethe, Il collezionista e la sua cerchia, op. cit., 2000, p. 65.
25
Jonathan Richardson, Two Discourses. I. An essay On the whole Art of Criticism as it relates to
Painting. … II. An Argument in behalf of the Science of a Connoisseur ..., Londra 1719; un facsimile
moderno della prima edizione tirato dall’esemplare conservato alla British Library di Londra è
pubblicato da Ecco Print Editions (Eighteenth Century Collections Online).
26
Pope-Hennessy, "Connoisseurship", op. cit., 1980, pp. 12-13.
27
In realtà lo stesso Morelli non soltanto si servì dei documenti tradizionali, come dimostrano i
frequenti riferimenti bibliografici citati nei suoi studi critici, bensì in molte lettere ammise di farvi ricorso
e perfino di condurre ricerche d’archivio: "Con ciò non voglio affatto dire che si debbano scartare i
documenti, li ritengo al contrario di grandissimo valore, ma soltanto nelle mani di coloro che sono in
grado di comprendere e interpretare un’opera d’arte anche senza il loro aiuto" ["Ich will damit nicht
sagen, daß die Dokumente zu verwerfen seien, nein, im Gegenteil, ich halte dieselben höchst
schätzenswert, aber nur in Händen von Leuten, die ein Kunstwerk auch ohne Dokumente zu
verstehen und zu deuten im Stande sind."], lettera di Giovanni Morelli a Jean Paul Richter, 19
novembre 1877, in: Italienische Malerei der Renaissance im Briefwechsel, op. cit., 1960, pp. 16-17,
qui p. 16; "Non v’ha il nome dell’autore sul cartellino, che trovasi appiè del trono, ma v’ha un
documento in Faenza che conferma quanto dall’occhio intelligente viene a prima vista giudicato, cioè
essere l’autore di quella bella tavola M. Palmezzano.", bozza di una lettera scritta da Giovanni Morelli
al Ministro della Pubblica Istruzione nel 1861, contenuta nel taccuino A, foglio 50recto e riprodotta in
Jaynie Anderson, I Taccuini manoscritti di Giovanni Morelli, Milano 2000, p. 80).
28
Scrive Morelli in Principio e metodo (Princip und Methode, 1890): "Essi [n. d. A. i conoscitori d’arte]
devono certamente essere prima di tutto sensibili per natura, devono avere l’occhio aperto alle
attrattive delle forme e del colore, anziché avere il cranio fornito delle protuberanze filosofiche, ma il
senso innato dell’arte, che coll’esercizio diventa intuizione, non basta per giungere alla scienza
dell’arte, se non è da lunghi studii dell’opere d’arte raffinato ed educato.", Giovanni Morelli, Il
conoscitore d’arte [Princip und Methode, 1890], a cura di Paolo d’Angelo, Novecento, Palermo 1993,
p. 88, corsivo nell’originale. Si veda anche la seguente ammissione di Berenson, il quale sostiene che
il "sense of quality must first exist as God’s gift, whereupon, to become effective, it should be
submitted to many years of arduous training", Bernard Berenson, "Preface", in: Bernard Berenson,
The Study and Criticism of Italian Art, Londra 1901, pp. v-x, qui p. viii-ix.
29
È interessante osservare che, mezzo secolo dopo Morelli, anche Richard Offner (1889-1965)
avrebbe sostenuto la validità oggettiva del giudizio dello storico dell’arte-connoisseur pur ammettendo
trattarsi di uno giudizio fondato su uno sguardo soggettivo e intuitivo: "And yet science or no science, I
seriously believe that the art-historian has this in common with the better part of thinking humanity,
that he knows by a sort of Kantian intuition when he is right, or at least when the tendency of his
conclusion is. For if scientific truth will never be arrived at, in a subject that draws its material from a
27
functional reaction, our conclusions […] are capable of reaching objective validity. Unhappily, such is
the genial perversity of our kind, this intuition is unavailing against the vicious determination to stamp
fact with the mind’s own idiosyncracies [sic!], on top of the willing admission that fact has its own
nature, its own laws, its own logic and its own whims.", Richard Offner, "An Outline of a Theory of
Method", in: Richard Offner, Studies in Florentine Painting. The Fourteenth Century [1927], New York
1972 (rist. ed. 1927), pp. 127-136, qui p. 129.
30
Lettera di Giovanni Morelli a Jean Paul Richter, 7 luglio 1878, in Italienische Malerei der
Reinassance im Briefwechsel, op. cit., 1960, pp. 65-66, qui p. 66, tr. it. cit da Valentina Locatelli,
Metamorfosi romantiche. Le teorie del primo Romanticismo tedesco nel pensiero sull’arte di Giovanni
Morelli, Pasian di Prato 2011, p. 113, nota 179.
31
Lettera di Giovanni Morelli a Jean Paul Richter, 14 novembre 1886, in Italienische Malerei der
Reinassance im Briefwechsel, op. cit., 1960, pp. 495-496, trad. it. cit. da Locatelli, Metamorfosi
romantiche, op. cit., 2011, pp. 32-33.
32
Un aspetto che ritorna con insistenza negli scritti di molti connoisseurs. Siano qui ricordate a titolo
esemplare anche le parole rispettivamente di Johnatan Richardson e Bernard Berenson: "[…] ’tis on
the Works Themselves we must Chiefly, and Ultimately depend, […] by giving us Ideas which no
Words possibly can, being such for which we have no Name, and which cannot be communicated but
by the things themselves […]", Richardson, Two Discourses, op. cit., 1719, pp. 110-111; "[…] in art,
the work of art itself is the event, and the only adequate source of information about the event, any
other information, particularly if of the merely literary kind, being utterly incapable of conveying an idea
of the precise nature an value of the event in art.", e in nota al testo "This arises from the fact that
words are incapable of arousing in the reader’s mind the precise visual image in the writer’s.", Bernard
Berenson, "Rudiments of Connoisseurship. A Fragment", in: Id., The Study and Criticism of Italian Art,
Second Series, Londra 1931, pp. 111-148, qui p. 120.
33
Celebre la è "conversazione" fra Ivan Lermolieff, alter ego di Morelli, e Giorgione (1477-1510)
inscenata dal connoisseur di fronte a un dipinto che egli erroneamente attribuiva al pittore da
Castelfranco, cfr. Giovanni Morelli, Kunstkritische Studien über italienische Malerei. Die Galerien
Borghese und Doria Panfili in Rom, Lipsia 1890, p. 324.
34
Il prologo non si presenta affatto nelle vesti canoniche del trattato critico-metodologico e non mira
neppure a esporre troppo esaustivamente le componenti fondamentali della connoisseurship. Per uno
studio dettagliato del testo e una sua interpretazione letteraria sulle orme del Romanticismo tedesco si
vedano rispettivamente l’introduzione di Paolo d’Angelo in Morelli, Il conoscitore d’arte, op. cit., 1993,
pp. 7-47 e il capitolo "Princip und Methode: effusioni del cuore di un russo amante dell’arte" in:
Locatelli, Metamorfosi romantiche, op. cit., 2011, pp. 60-69.
35
Morelli, Il conoscitore d’arte, op. cit., 1993, p. 53.
36
Ivi, p. 84.
37
Ivi, p. 68.
38
Ivi, p. 69.
39
Si confronti la già citata introduzione di Paolo D’Angelo in: ivi, p. 45.
40
Sulla rapporto non sempre univoco fra Morelli e Springer tracciato sull’esempio delle dispute
attributive scoppiate intorno ai disegni del giovane Raffaello si veda Valentina Locatelli, "Die
Jugendentwicklung Raffaels. Ivan Lermolieff liest Anton Springer: ein Beispiel der
Auseinandersetzung Morellis mit dem deutschen Gelehrtentum", in: Künstler-Träume: Raffael im XIX
Jahrhundert, a cura di Elena Agazzi et al., Berlino e Boston 2012, pp. 337-365.
41
"Dass sich Kunsthistoriker und Kunstkenner nicht einfach decken, dafür möchte schon die
Erfahrung sprechen. […] Kunstkennerschaft und Kunstgeschichte [sind] Dinge von durchaus
ungleichartigem Wesen. Die erstere ist eine vornehmlich durch Uebung des Auges errungene
Fertigkeit, den Ursprung eines Kunstwerkes zu bestimmen und einer Reihe verwandter Schöpfungen
einzubeziehen, die letztere ist eine Wissenschaft, von den anderen historischen Disciplinen durch den
Gegenstand, aber nicht durch die Methode unterschieden. Die Thätigkeit des Kunstkenners bildet für
28
den Kunsthistoriker eine unabweisbare Voraussetzung. Sie bietet ihm für seine Arbeiten das
nothwendige Material und bereitet ihm den Boden vor.", Anton Springer, "Kunstkenner und
Kunsthistoriker", in: Im neuen Reich. Wochenschrift für das Leben des deutschen Volkes in Staat,
Wissenschaft und Kunst, vol. 11 (1881), pp. 737-758, qui p. 749-750.
42
Ivi, p. 750.
43
Ivi, pp. 750-751.
44
Cfr. la nota 13 del presente saggio.
45
Wilhelm von Bode, "Un maestro anonimo dell’antica scuola lombarda (il pseudo Boccaccino) ", in:
Archivio Storico dell’Arte, anno III (1890), pp. 192-195, qui p. 192. Il saggio è citato come testo
esemplare della pratica della connoisseurship anche da Enrico Castelnuovo, "Attribution", in: Encyclopaedia universalis, vol. II, Parigi 1980 [1968], pp. 780-783 e da Maurizio Lorber, "Ipotesi visive:
'paradigma indiziario' versus 'paradigma ipotetico' nella connoisseurship ottocentesca, in: Arte in Friuli,
arte a Trieste, n. 24 (2005), pp. 119-144, qui p. 119. Sia qui osservato che in questo articolo,
proponendo un catalogo di opere che egli attribuisce allo "Pseudo Boccaccino" (Giovanni Agostino da
Lodi, attivo ca. 1467-1524) e descrivendo fra queste il dipinto raffigurante la Lavanda dei piedi di
Cristo (Venezia, Gallerie dell’Accademia), Bode dichiara di fare ricorso tanto all’intuizione quanto
all’osservazione comparativa delle forme caratteristiche ("basta dare al quadro una sola occhiata per
persuadersi ch’esso non appartiene né al Perugino, né ad un artista della sua scuola."; "Il maestro
della Lavanda invece ha i colori forti, duri e vivissimi, le pieghe dure […], le estremità mal disegnate, le
mani lunghe e strette con dita magre come rebbi di una forchetta, il fondo nero, i tipi copiati da
Leonardo.", Bode, "Un maestro anonimo dell’antica scuola lombarda", op. cit., 1890, p. 193).
46
Ibidem.
47
"[…] without connoisseurship a history of art is impossible.", Berenson, "Preface", op. cit., 1901, p.
v.
48
Max Friedländer, "Arte e Scienza", in: Id., Il conoscitore d’arte [Von Kunst und Kennerschaft, 1946],
trad. it. di Anna Bovero, Milano 1995, pp. 86-92.
49
Così il celebre adagio riportato negli appunti di Lorenzo Rovere alle lezioni torinesi di Toesca,
ricordato e qui citato da Giovanni Romano, Storie dell’arte. Toesca, Longhi, Wittkower, Previtali, Roma
2003, p. 14.
50
Roberto Longhi, "Omaggio a Pietro Toesca", in: Proporzioni, III (1950), pp. v-xv, qui p. viii, cit. da
Romano, Storie dell’arte, op. cit., 2003, pp. 14-15.
51
"Questo è il fondamento dell’attività di qualsiasi conoscitore del quale l’unica ricchezza è la potenza
critica, cioè la potenza discriminatoria dello sguardo. È vero che si può essere un grande conoscitore
senza essere uno storico; ma non si può essere un grande storico se non si è almeno un poco un
conoscitore, dato che ciò implicherebbe che si parli dei quadri senza nemmeno aver coscienza della
loro realtà.", Federico Zeri, Confesso che ho sbagliato [J’avoue m’etre trompé, 1995], n. ed., Milano
2009, p. 38.
52
"Pour un conservateur de musée il est essentiel d’être connaisseur", Michel Laclotte, "Expert' s Eye.
Some Remarks on Connoisseurship", conferenza, Madrid, Museo del Prado, 23 aprile 2009 (video in
quattro parti disponibile online su You Tube, accesso effettuato il 16 novembre 20012:
http://www.youtube.com/playlist?list=PLB7BB7B312478D4E7)
53
Carl Friedrich von Rumohr, Italienische Forschungen, Erster Theil (1827), in: Id., Sämtliche Werke,
a cura di Enrica Yvonne Dilk, vol. 2, Hildesheim et al. 2003, p. vii.
54
Le sue osservazioni ci sono pervenute registrate sotto forma di annotazioni sciolte nei suoi diari di
viaggio: Otto Mündler, "The Travel Diaries of Otto Mündler: 1855-1858", a cura di Carol Togneri Dowd,
in: The volume of the Walpole Society, n. 51 (1985), pp. 69-254.
55
Sia qui riportato a tal proposito il commento di Burckhardt: "Da quando la ferrovia permette di
viaggiare e comparare con sempre più facilità […], la critica può lavorare con maggior sicurezza di un
tempo" ["Die Kritik kann heute mit viel größerer Sicherheit arbeiten als früher, seit die Eisenbahnen
29
das Reisen und Vergleichen immer leichter machen […]"], Burckhardt, "Über die Echtheit alter Bilder",
op. cit., 1984, p. 290.
56
"[…] ich [unternahm] eine Reise nach Englang zu diesem speciellen Zweck, zum drittenmal Paris
besuchte und später während einem vollen Jahre Italien bereiste, in welchem gesegneten Lande ich
schon früher sieben glückliche Jahre verlebt hatte. Deutschland kannte ich schon nach manchen
Richtungen hin, Wien besuchte ich noch. Die grossen Gemälde Rafael’s in Spanien hatte ich schon
früher in Paris kennen gelernt. Ich darf daher sagen, dass mit Ausnahme weniger Werke von geringer
Bedeutung, mir alle übrigen von Rafel durch Selbstanschauung bekannt sind", Johann David
Passavant, Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi, 4 voll., Lipsia 1839-1858, I, 1839, pp. xxxxi (testo digitalizzato, permalink: http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/passavant1839bd1). Una
traduzione italiana della pubblicazione apparve presso Le Monnier nel 1889 con il titolo Raffaello
d’Urbino e il padre suo Giovanni Santi. La citazione qui proposta è stata tradotta liberamente
dall’autrice non essendo stato possibile consultare l’edizione italiana del libro.
57
Ringrazio nuovamente in quest’occasione il dottor Wolfgang Holler, l’ex direttore del Gabinetto delle
Stampe e dei Disegni di Dresda (Kupferstich-Kabinett), che nella primavera del 2007 mi garantì
l’accesso all’archivio e nei depositi della collezione grafica al fine di studiare i disegni discussi da
Morelli nella seconda edizione dei suoi studi critici sulla collezione (1891). Siano qui inoltre ringraziati
anche Andreas Pischel e Gudula Metze, responsabili della collezione grafica, sia per avermi aiutata –
il primo – a decifrare e trascrivere la calligrafia di Karl Woermann dalle antiche carte dell’inventario qui
discusse, sia per avermi più recentemente fornito alcune informazioni complementari sui due fogli di
Correggio in esame (figg. 4 e 6) e sul disegno inedito oggi assegnato a Tintoretto e un tempo ospitato
nel passe-partout qui riprodotto (fig. 1).
58
"Dresda è città che sulla terrazza di Brühl lungo l’Elba rammenta alla lontana Firenze – e fra tutte le
città di Germania darei a questa la preferenza per farvi un lungo soggiorno!", lettera di Giovanni
Morelli a Niccolò Antinori, 29 agosto 1877, in: Giacomo Agosti, "Giovanni Morelli corrispondente di
Niccolò Antinori", in: Studi e ricerche di collezionismo e museografia, Firenze 1820-1920, Quaderni del
seminario di storia della critica d’arte, Pisa 1985, p. 68.
59
Antonio Allegri da Correggio, detto il Correggio (ca. 1489-1534), Madonna di San Giorgio, schizzo
per la pala d’altare omonima (Dresda, Gemäldegalerie, Gal.-Nr. 153, fig. 5), penna e inchiostro bruno,
lumeggiato bianco, su carta marroncina, 23,8 x 18,6 cm, Dresda, Kupferstich-Kabinett, inv. n. C 367. Il
disegno, un tempo nella collezione del pittore Mariette (?) e in quella di Sir Thomas Lawrence (1830),
fu acquistato dal museo sassone nel 1860 in occasione dell’asta Woodburn. L’attribuzione tradizionale
a Correggio, confermata da Morelli (Die Werke italienischer Meister in den Galerien von München,
Dresden und Berlin, Lipsia 1880, p. 260; Kunstkritische Studien über italienische Malerei. Die Galerien
zu München und Dresden, Lipsia 1891, p. 369) e Karl Woerman (Handzeichnungen alter Meister im
königlichen Kupferstichkabinet zu Dresden, 10 cartelle, Monaco 1896-1898, cartella n. VI, inv. n. 194,
p. 63), è stata generalmente accolta dal resto della critica successiva (cfr. Giovanni Morelli, Studi
critici sulla pittura italiana. La Gemäldegalerie di Dresda, Traduzione e appendice critica a cura di
Valentina Locatelli, in: Valentina Locatelli, Le opere dei maestri italiani nella Gemäldegalerie di
Dresda: un itinerario “frühromantisch” nel pensiero di Giovanni Morelli, tesi di dottorato, Università
degli Studi di Bergamo 2009, II parte, p. 221, nota 880; Correggio, a cura di Lucia Fornari Schianchi,
cat. mostra, Parma, Galleria Nazionale, Camera di San Paolo / Cattedrale, Chiesa di San Giovanni
Evangelista, 20 settembre 2008 - 25 gennaio 2009, Milano 2008, cat IV.38 [Angelo Loda], p. 409, fig.
p. 363.
60
"Morelli bestätigte denn 1889 mündlich seiner 1880 (Lerm. Werke. S. 260) geäußerte Ansicht, dass
das Blatt echt sei.", Dresda, Staatliche Kunstsammlungen, archivio del Kupferstich-Kabinett (fig. 3).
61
Antonio Allegri da Correggio, detto il Correggio (ca. 1489-1534), Vergine Assunta (recto); Studio per
la Vergine Assunta (verso, in controparte), carboncino rinforzato con penna e inchiostro (recto), matita
rossa, penna e inchiostro (verso), 23 x 25,4 cm, Dresda, Kupferstich-Kabinett, inv. n. C 366.
L’attribuzione a Correggio del foglio, che come il precedente vanta una provenienza illustre (Jonathan
Richardson senior; Sir Joshua Reynolds; Sir Thomas Lawrence), è stata mantenuta dal resto della
critica fino a oggi: cfr. Correggio, op. cit., 2008, cat. n. IV.31 (Angelo Loda), pp. 406-407, fig. p. 358.
30
62
"Dieses Blatt, welches berühmten Sammlungen zugehörte, galt wohl für den flüchtigen ersten
Originalentwurf Correggio’s zu seiner Himmelfahrt im Dom von Parma. Auch Morelli (Lerm Werke
1880), S. 260, erkannte die Echtheit des Blattes noch an; - 1889 mündlich aber erklärte er, wie auch
uns scheinen will mit größerem Recht, das Blatt für unecht. Es zeigt nirgends die Frische und Naivität
einer Originalskizze. In seiner 2. Auflage 1891 übergeht Morelli das Blatt mit Stillschweigen.", Dresda,
Staatliche Kunstsammlungen, archivio del Kupferstich-Kabinett.
63
A proposito dell’aspetto affatto ipotetico e quasi divinatorio della connoisseurship si ricorda qui
l’esclamazione ormai divenuta aforisma di Berenson "In the beginning was the guess, no doubt" nella
prefazione ai suoi Three Essays in Method, Oxford 1926, pp. vii-xi, qui p. ix, citata anche da Lorber nel
titolo del suo saggio, "In the Beginninhg was the Guess", op. cit., 2008.
64
Morelli, Studi critici sulla pittura italiana, op. cit., 2009, seconda parte, p. 2. "Un giorno insegna agli
altri" ["Ein Tag lehrt den andern"] è anche il motto che Morelli antepone all’introduzione della
trattazione dedicata alla Alte Pinakothek di Monaco, Morelli, Kunstkritische Studien, op. cit., 1891, p.
3.
65
Leonardo da Vinci, aforisma contenuto nel Codice di Madrid conservato alla Biblioteca Nacional,
Cod. 8937, fol. 2r.
66
Friedländer, Il conoscitore d’arte, op. cit., 1995, pp. 98, 99. A tal proposito si vedano anche le
sezioni dedicate ai documenti e alla tradizione in Berenson, "Rudiments of Connoisseurship", op. cit.,
1931, pp. 111-119.
67
Ivi, pp. 124-136.
68
Friedländer, Il conoscitore d’arte, op. cit., 1995, p.100.
69
"Etliche meiner Gegner in Deutschland werfen mir vor, ich weiss nicht ob aus Einfalt oder aus
Bosheit, ich behaupte einen Meister allein schon an der Form der Hand, des Nagels, des Ohres oder
der Zehen u.s.w. erkennen und beurtheilen zu können. So naiv bin ich doch nicht. Was ich behaupte
ist, dass die Formen überhaupt und die des Ohres und der Hand insbesondere uns dazu dienen, das
Werk eines Meisters von dem seiner Nachahmer mit grösserer Sicherheit zu unterscheiden und somit
die Bestimmung des Totaleindrucks zu controlieren", Morelli, Kunstkritische Studien, op. cit., 1891,
nota 1, p. 4, trad. it. cit. da Locatelli, Metamorfosi romantiche, op. cit., 2011, p. 68.
70
Così anche Friedländer: "Ogni giudizio artistico risulta da un confronto, che per lo più si compie
nell’inconscio. Si esalta l’impressione per effetto di contrasto.", Friedländer, Il conoscitore d’arte, op.
cit., 1995, p. 106.
71
Cfr. nota 65.
72
Sull’uso delle stampe di riproduzione nella pratica storico artistica sette- e ottocentesca si veda
Claudia-Alexandra Schweighofer, "Collection de dessins originaux? Considerazioni sulle stampe
facsimile delle opere dei maestri italiani nel XVIII e XIX secolo", in: Annali della Fondazione Europea
del Disegno (Fondation Adami), a cura di Amelia Valtolina, VI/2010 (2012), pp. 209-229.
73
Si rimanda a tal proposito sia all’esemplare ed esaustivo studio di Hubert Locher, Kunstgeschichte
als historische Theorie der Kunst, Monaco 2001 sia al sempre valido Ettore Spalletti, "La
documentazione figurativa dell’opera d’arte, la critica e l’editoria nell’epoca moderna (1750-1930)", in:
Storia dell’arte italiana, a cura di Giulio Bollati e Paolo Fossati, Parte prima. Materiali e problemi, vol.
II, L’artista e il pubblico, Torino 1979, pp. 417-484.
74
Sull’impiego del disegno nelle scienze naturali e nella storia dell’arte e sul rapporto fra la prassi
grafica e il sapere si veda il saggio di Elke Schulze, "Il disegno: strumento e linguaggio della visione
scientifica", in: Annali della Fondazione Europea del Disegno (Fondation Adami), a cura di Amelia
Valtolina, trad. it. di Valentina Locatelli, III/ 2007 (2007), pp. 165-199.
75
Per una sintetica ma efficace analisi del ruolo svolto dal disegno nella ricerca storico-artistica di
Burckardt si faccia riferimento a Susanne Müller-Bechtel, "Jacob Burckhardt (1818-1897)", in: Id., Die
Zeichnung als Forschungsinstrument. Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-1897) und seine
Zeichnungen zur Wandmalerei in Italien vor 1550, Berlino e Monaco 2009, pp. 211-216, qui pp. 211214.
31
76
Su Heinrich Wölfflin disegnatore si rimanda nuovamente a Schulze, Il disegno: strumento e
linguaggio della visione scientifica, op. cit., 2007.
77
Raphael Rosenberg, Beschreibungen und Nachzeichnungen der Skulpturen Michelangelos. Eine
Geschichte der Kunstbetrachtung, Monaco 2000, pp. 54-63.
78
Müller-Bechtel, Die Zeichnung als Forschungsinstrument, op. cit., 2009, p. 202.
79
Pope-Hennessy, Connoisseurship, op. cit., 1980, p. 13.
80
Müller-Bechtel, Die Zeichnung als Forschungsinstrument, op. cit., 2009, pp. 124, 222.
81
Müller-Bechtel osserva che dai disegni di Cavalcaselle emergono sia un interesse dominante
riservato alle figure sia un disinteresse quasi totale per il paesaggio. In opposizione all’osservazione
critica formulata da Maurizio Lorber – secondo il quale Cavalcaselle metterebbe in evidenza nei suoi
disegni quelle qualità dell’opera che gli permettono di confermare la propria attribuzione (Lorber,
"Ipotesi visive", op. cit., 2005, p. 131) – la studiosa tedesca ribadisce tuttavia che i disegni di
Cavalcaselle dimostrano un’oggettività e scientificità rara se paragonati a quelli di altri specialisti della
disciplina (Müller-Bechtel, Die Zeichnung als Forschungsinstrument, op. cit., 2009, p. 223).
Nondimeno, a monte di quanto osservato, si crede in questo caso di potersi associare all’opinione di
Lorber piuttosto che a quella di Müller-Bechtel, dal momento che lo sguardo del connoisseur e ancor
più quello del disegnatore è sempre involontariamente portato a un’astrazione soggettiva che deriva
dalle sue capacità cognitive e dall’esperienza personale.
82
Cfr. Donata Levi, "Il viaggio di Morelli e Cavalcaselle nelle Marche e nell’Umbria", in: Giovanni
Morelli e la cultura dei conoscitori, op. cit., 1993, I, pp. 133-148; Jaynie Anderson, I Taccuini
manoscritti di Giovanni Morelli, op. cit., 2000.
83
Si pensi sia alle tavole anatomiche disegnate con precisione dal giovane Morelli studente di
medicina comparata all’università di Monaco (cfr. Richard Pau, "Le origini scientifiche del metodo
morelliano", in: Giovanni Morelli e la cultura dei conoscitori, op. cit., 1993, II, pp. 301-319), sia alle
caricature da lui realizzate negli anni 1840 e conservate nell’archivio dell’Accademia Carrara di
Bergamo e in quello privato dei discendenti di Niccolò Antinori a Firenze (cfr. Valentina Locatelli, "Tra
fisiognomica e parodia romantica. Giovanni Morelli e la caricatura", in: Annali della Fondazione
Europea del Disegno, [2012], op. cit., pp. 181-207).
84
Anderson, I Taccuini manoscritti di Giovanni Morelli, op. cit., 2000, p. 17.
85
Questa l’opinione di Müller-Bechtel, Die Zeichnung als Forschungsinstrument, 2009, op. cit., p.218.
86
Maurizio Lorber ha teso un interessante parallelo fra la connoisseurship e i processi psicologici alla
base del sistema cognitivo osservando le difficoltà insite nella verbalizzazione di una performance
attributiva: Lorber, "Ipotesi visive", op. cit., 2005, p. 125.
87
Anderson, I Taccuini manoscritti di Giovanni Morelli, op. cit., 2000, p. 28.
88
Giovanni Morelli, Della pittura italiana. Studi storico-critici. Le Gallerie Borghese e Doria Pamphili in
Roma, a cura di Jaynie Anderson, Milano 1991, p. 86.
89
Cfr. ivi, pp. 86-87. Per un efficace riassunto della teoria del metodo morelliano si veda Anderson, I
Taccuini manoscritti di Giovanni Morelli, op. cit., 2000, pp. 28-29. La studiosa australiana ritiene
tuttavia che il genere di osservazioni relative all’impressione generale siano raramente riscontrabili nei
taccuini di Morelli (cfr. ivi, p. 29). Chi scrive crede invece di aver fin qui ampiamente dimostrato essere
vero il contrario: Morelli non soltanto faceva affidamento all’impressione generale e all’intuito, bensì lo
ammetteva apertamente. Lo studio comparativo delle forme caratteristiche serviva a Morelli da mezzo
ausiliario per confermare e dare fondamento alla propria attribuzione.
90
L’opera, che all’epoca in cui Morelli la descrive si trovava ancora nella chiesa di Sant’Agata, si
conserva oggi nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.
91
Morelli, Taccuino A, foglio 10/verso e foglio 11/recto, in: Anderson, I Taccuini manoscritti di
Giovanni Morelli, op. cit., 2000, p. 45.
92
Morelli, Taccuino A, foglio 16/recto, in: ivi, p. 50.
32
93
Morelli, Taccuino A, foglio 50/recto, in: ivi, p. 80.
94
Cfr. Locher, Kunstgeschichte als historische Theorie der Kunst, op. cit., 2001, p. 24.
95
Per uno studio recente del ruolo svolto dalla fotografia per la pratica attribuzionistica di Giovanni
Morelli si veda Dorothea Peters, "'Das Schwierigste ist eben … das, was uns da Leichteste zu sein
dünkt – nämlich das Sehen.' Kunstgeschichte und Fotografie am Beispiel Giovanni Morellis (18161891)", in: Fotografie als Instrument und Medium der Kunstgeschichte, a cura di Costanza Caraffa,
Berlino e Monaco 2009, pp. 45- 75; per il ruolo svolto dalla fotografia negli studi di Morelli sui disegni
di Raffaello si veda anche Dorothea Peters, "From Prince Albert’s Raphael Collection to Giovanni
Morelli: Photography and the Scientific Debates on Raphael in the Nineteenth Century", in: Photo
Archives and the Photographic Memory of Art History, a cura di Costanza Caraffa, Berlino e Monaco
2011, pp. 129-144.
96
Morelli non realizza di suo pugno questi disegni ma li fa eseguire dal restauratore Luigi Cavenaghi
(1844-1918). Incerto del risultato, che gli sembra frutto di "un occhio molto moderno", egli interpella
Jean Paul Richter chiedendogli di fargli pervenire i disegni delle forme delle orecchie e mani di alcuni
maestri toscani per comparare la sua maniera di vederli con quella dell’amico tedesco e del
restauratore milanese: lettera di Giovanni Morelli a Jean Paul Richter, 5 febbraio 1889, in Italienische
Malerei der Renaissance im Briefwechsel, op. cit., 1960, pp. 546-547; il testo della lettera è riportato
anche da Müller-Bechtel, Die Zeichnung als Forschungsinstrument, op. cit., 2009, p. 219.
97
Cfr. Giacomo Agosti, "Gli studi del Kunstkenner. Le passioni del Marchand-Amateur, uno sguardo
alla biblioteca di Morelli sui disegni antichi", in: I disegni della collezione Morelli, a cura di Giulio Bora,
Bergamo 1988, pp. 31-50, qui p. 35. Dal momento che Morelli e Gustavo Frizzoni (1840-1919)
condivisero per alcuni anni l’appartamento milanese di via Pontaccio 14, è parso a lungo plausibile
pensare che alcune delle tavole fotografiche morelliane dovessero essere entrate a far parte della
fototeca di Frizzoni, oggi conservata presso l’Accademia di Brera in seguito alla sua cessione
testamentaria nel 1919, un’ipotesi che però Dorothea Peters afferma essere stata nel frattempo
scartata (Peters, "'Das Schwierigste ist eben …'", op. cit., 2009, p. 66, nota 85). Anderson, che ha
avuto ripetutamente accesso all’archivio dei discendenti di Morelli, gli Zavaritt di Gorle (Bergamo)
lamenta la rarità del materiale fotografico ivi raccolto, e ne deduce che Morelli non si fidasse affatto
delle riproduzioni fotografiche (Jaynie Anderson, "National Museums: the Art Market and the Old
Master Paintings", in: Wolfenbütteler Forschungen, n. 48 [1991], pp. 375-404, qui p. 376, nota 3),
opinione nel frattempo smentita dagli studi di Peters. Marta Fumagalli ha invece cercato di ricostruire
la raccolta fotografica morelliana esaminando il manoscritto del segretario di Brera Giulio Carotti
(1852-1922), conservato alla biblioteca vinciana a Milano, che contiene la trascrizione delle
annotazioni lasciate da Morelli sul verso delle fotografie della sua raccolta: Marta Fumagalli, "Le
annotazioni di Morelli alle fotografie di dipinti e disegni di Leonardo e dei maestri lombardi e
rinascimentali trascritte da Giulio Carotti", in: Raccolta vinciana, n. 31 (2005), pp. 378-448.
98
Le fotografie in bianco e nero sarebbero rimaste lo strumento di lavoro prediletto anche di quei
connoisseurs come Bernard Bereson e Federico Zeri che, pur vissuti nell’epoca del colore, avrebbero
perseguito le orme di Morelli: "Comincio a guardare ripetutamente le innumerevoli fotografie che mi
vengono recapitate, esaminandole dapprima nell’insieme e poi, con una lente, nei dettagli. Preciso
che le fotografie debbono essere in bianco e nero: anche se può sembrare un paradosso, non riesco
a leggere correttamente le fotografie a colori dove ogni dato è affogato in una sorta di minestrone; le
riproduzioni a colori impediscono di isolare le forme, di analizzare lo stato di conservazione della
superficie, che è la prima cosa che faccio con le fotografie in bianco e nero.", Zeri, Confesso che ho
sbagliato, op. cit., 1999, pp. 127-128.
99
In quasi ciascuna delle oltre 500 lettere che compongono il loro epistolario Morelli e Richter parlino
di fotografie delle opere d’arte studiate: cfr. Peters, "'Das Schwierigste ist eben …'", op. cit., 2009, p.
66.
100
Morelli, Studi critici sulla pittura italiana, op. cit., 2009, seconda parte, pp. 14-15, nota 43.
101
Peters ha già sviscerato l’interferenza esercitata dal nuovo mezzo fotografico sulla storia dell’arte e
le sue metodologie a partire dal tardo Ottocento, specialmente esaminando le implicazioni che la sua
33
evoluzione e i suoi limiti tecnici hanno avuto per il discorso storico artistico: Dorothea Pethers, Der
ungewohnte Blick. Fotografische Kunstreproduktion im 19. Jahrhundert, Berlino 2008.
102
Edward Habic, "Handzeichnungen italienischer Meister in photographischen Aufnahmen von Braun
& Co. in Dornach, kritisch gesichtet von Giovanni Morelli (Lermolieff)", in: Kunstchronik, n. serie, n. 3,
(1892), pp. 289-294, 373-378, 441-445, 487-490, 505-508, 524-528, 543-547, 571-574, 590-593; n.
serie 4, (1894), pp. 53-56, 84-90, 156-162, 207-210, 237-240. Cfr. Peters, "'Das Schwierigste ist eben
…'", 2009, pp. 68-69.
103
Morelli, Il conoscitore d’arte, op. cit., 1993, p. 64.
104
Cfr. Peters, "'Das Schwierigste ist eben …'", op. cit., 2009, p. 70. Sull’uso che Burckhardt fece del
materiale fotografico si veda in particolare Nikolaus Meier, "Der Mann mit der Mappe. Jacob
Burckhardt und die Reproduktionsphotographie", in: Jacob Burckhardt. Storia della cultura, storia
dell’arte, a cura di Maurizio Ghelardi et al., Venezia 2002, pp. 259-297.
105
Ci si richiama qui al titolo del discusso libro dello scomparso James H. Beck, From Duccio to
Raphael. Connoisseurship in Crisis, Firenze 2006, in cui come noto l’autore polemizza sulla
connoisseurship moderna e i suoi vincoli economici presentando polemicamente il caso di due opere
a suo vedere falsamente attribuite dalla critica storico-artistica a Duccio di Buoninsegna (Madonna
con il Bambino) e a Raffaello (Madonna dei garofani) e acquistate a carissimo prezzo rispettivamente
dal Metropolitan Museum di New York (acc. n. 2004.442) e dalla National Gallery di Londra (inv.
NG6596). Si veda in particolare il capitolo "The Lost Art of Connoisseurship", pp. 23-42.
106
Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance. A List of the Principal Artists and Their
Works with an Index of Places, Oxford, 1932, p. x, cit. da David Alan Brown, Berenson and the
Connoisseurship of Italian Painting, cat. esp. National Gallery of Art, Washington DC, 1979, p. 45.
107
"Wer die meisten Photos hat, gewinnt", cit. da Richard Krautheimer, "Anstatt eines Vorworts", in:
Id., Ausgewählte Aufsätze zur Europäischen Kunstgeschichte, Colonia 1988, pp. 7-37, qui p. 29,
ripreso e citato anche da Costanza Caraffa, "Einleitung", in: Id., Fotografie als Instrument und Medium
der Kunstgeschichte, 2009, pp. 7-26, qui p. 7.
108
Per una raccolta di interessanti approfondimenti critici su queste tematiche si rimanda qui a Photo
Archives and the Photographic Memory of Art History, op. cit., 2011.
109
Burckhardt, "Über die Echtheit alter Bilder", op. cit., 1984, p. 290.
110
"Aus dem noch immer von mir schmerzlich geliebten Italien lasse ich Stösse von Photographien
kommen, es ist aber nicht das Gleiche wie der einst reichlich genossene unmittelbare Anblick.", lettera
di Jacob Burckhardt a Friedrich von Preen, 28 dicembre 1891, in: Jacob Burckhardt, Briefe, a cura di
Max Burckhardt, 10 vol., Basilea e Stoccarda 1949-1986, vol. 9, p. 330, cit. anche da Meier, "Der
Mann mit der Mappe", op. cit., 2002, p. 267.
111
Per esempio, sull’uso che Burckhardt fece del materiale fotografico durante le sue lezioni
universitarie si veda Edith Sruchholz, "Von der Anschauung ausgehen – Jacob Burckhardts
Fotosammlung und seine kunsthistorischen Texte", in: Photo Archives and the Photographic Memory
of Art History, op. cit., 2011, pp. 169-180, e specialmente in paragrafo "Zur Beziehung von Text und
Bild in den Vorlesungsmaterialen", pp. 175-178.
112
Craffa, "Einleitung", op. cit., 2009, p. 7.
113
Le circa 15.000 fotografie di dipinti soprattutto di scuola olandese e fiamminga del XV e XVI secolo
che costruiscono l’archivio di Friedländer sono state digitalizzate e messe a disposizione degli studiosi
sul database "RKDimages" dell’Istituto olandese per la storia dell’arte (RKD).
114
Friedländer, Il conoscitore d’arte, op.cit., 1995, pp. 118-119.
115
André Malraux, Le musée imaginaire [1947, rielaborato nel 1951 e nel 1963], Parigi 2006, p. 123
(corsivo nell’originale).
116
Ivi, p. 123.
117
Ivi, p. 161.
34
118
Heinrich Wölfflin, "Wie man Skulpturen aufnehmen soll", in: Zeitschrift für bildende Kunst, prima
parte: n. 7 (1896), pp. 224-228, seconda parte: n. 8 (1897), pp. 294-297, terza parte: n. 26,
(1914/1915), pp. 237-244. Per un’edizione italiana del testo si rimanda a Heinrich Wolfflin, Fotografare
la scultura, a cura di Benedetta Cestelli Guidi, Mantova, 2008.
119
Offner, "An Outline of a Theory of Method", op. cit., 1972, p. 136.
120
Ibidem, corsivo nell’originale.
121
Cfr. Caraffa, "Einleitung", op. cit., 2009, p. 16.
122
Per uno scambio di opinioni fra storici dell’arte contemporanei sull’apporto e le interferenze legate
all’uso delle moderne tecniche di laboratorio per la pratica della connoisseurship si rimanda qui
all’interessante dibatto stimolato durante un atelier tenutosi a Williamstown nel 2008 (Clark Art
Instutute / INHA) e ripreso nel già citato saggio dialogico "La connoisseurship et ses révisions
méthodologique", op. cit., 2009, qui pp. 353-355. Sia qui inoltre ricordato che un’intera sezione del 33°
congresso del Comitato Internazionale di Storia dell’Arte (CIHA) tenutosi a Norimberga nel luglio 2012
è stata dedicata proprio alle relazioni fra tecnologia dell’arte e connoisseurship (sezione 8: Exploring
the Object. Art Technology and Connoisseurship). Gli atti del congresso sono di imminente
pubblicazione.
123
Caraffa, "Einleitung", op. cit., 2009, p. 16.
124
La realtà virtuale proposta da piattaforme come Second Life promette perfino un incontro
tridimensionale con le opere d’arte, "tele-portando" l’avatar del visitatore di fronte agli affreschi della
Cappella Sistina o alle opere della Galleria di Dresda, come ha illustrato l’australiana Lisa Mansfield
nel suo intervento "The Representation of Artefacts in "Second Life"; Interaction, Imagination,
a
Interpretation, Innovation" durante l’11 sezione (The Artefact and its Representations) del 33°
congresso del CIHA, Norimberga 2012.
125
Uno degli ultimi casi tra i molti che si potrebbero citare è quello della Madonna con Bambino e San
Giovannino di Correggio (olio su tavola, 45 x 35,3 cm) conservata alla National Gallery of Victoria di
Melbourne. Grazie ai fondi donati da Andrew Sisson, il museo australiano ha acquistato l’opera
all’asta londinese di Sotheby’s il 6 luglio 2011 per la cifra ragguardevole di 4 milioni di euro. Fino al
2000 la tavola era rimasta per oltre un secolo nascosta in una collezione privata svizzera e non
sembrava essere affatto nota alla critica. Secondo il catalogo pubblicato dalla casa d’aste, tre esperti
di Correggio su quattro che hanno firmato l’attribuzione al pittore si sono basati soltanto su alcune
diapositive del dipinto (cfr. http://www.sothebys.com/en/catalogues/ecatalogue.html/2011/old-masterbritish-paintings-eveningl11033#/r=/en/ecat.fhtml.L11033.html+r.m=/en/ecat.lot.L11033.html/57/+r.o=/en/ecat.notes.L11033.ht
ml/57/ [pagina consultata il 19 novembre 2012]).
126
"Irgendwo saß ein Herr, der sich Kunstforscher nannte, und schrieb im Stundenlohn Atteste für
Bilder, die er nie gesehen hatte, auch wohl im voraus für Bilder, die noch gar nicht gemalt waren.",
Max Friedländer, "Über das Expertisenwesen" [pubblicato per la prima volta in: Jahrbuch für
Kunstsammler, 1921], in: Id., Echt und Unecht. Aus den Erfahrungen des Kunstkenners, Berlino 1929,
pp. 1-10, qui pp. 1-2.
127
"Traut Euren eigenen Augen, seht Euch die Bilder genau an, bemüht Euch selbst um
Kennerschaft.", ivi, p. 9.
35
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